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Thursday, June 12, 2025

GRICE ITALO A-Z R

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossi: chiave universale, o la ragione conversazionale e l’implicatura di Vico – la scuola d’Urbino -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Urbino). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Urbino, Marche. Studia ad Ancona, Bologna, e Firenze sotto GARIN. Insegna a Castello e Milano. Lavora all'Enciclopedia presso la casa editrice Mondadori.  Insegna a Cagliari, Bologna, e Firenze. Si occupa di storia della filosofia. Cura edizioni di diversi filosofi, tra i quali CATTANEO (Mondadori) e VICO (Rizzoli). Le collaborazioni con giornali vanno dalla rubrica "Filosofia" sul settimanale Panorama alla rubrica "Storia delle idee" per il supplemento culturale La Domenica del quotidiano Il Sole 24 ore. Della rivoluzione di GALILEI (si veda) sostiene che la scienza vive un vero e proprio mutamento di paradigma. Il carattere rivoluzionario dei mutamenti nel modo di fare scienza avvenuti all'epoca di GALILEI grazie a una serie di fattori: la visione della natura, non più divisa tra corpi naturali e artificiali, la dimensione continentale (e, in prospettiva, mondiale) della cultura, l'autonomia da Roma, la pubblicità dei risultati. Un'altra importante novità e costituita dal formarsi di un'autonoma comunità scientifica, una sorta di autonoma repubblica della scienza dove non esiste l'ipse dixit.  Si dedica al tema della memoria, in chiave filosofica e storica, in “Il passato, la memoria, l'oblio”. Analizza e denuncia l'esistenza di diverse forme di ostilità alla scienza -- il primitivismo e l'"anti-scienza -- che, come forma di reazione allo sviluppo tecnologico e industriale, propugnano come soluzione di tutti i mali il ritorno a un mondo pre-moderno idealizzato e il rifiuto della razionalità. Dei Pontani di Napoli. Dei lincei. Saggi: “Acocio” (Milano, Bocca); “Favole antiche” (Milano, Bocca); “Dalla magia alla scienza” (Bari, Laterza); “Clavis Universalis: arti della memoria e logica combinatoria” (Milano, Napoli, R. Ricciardi); “I filosofi e le machine” (Milano, Feltrinelli); “Galilei” (Roma-Milano, CEI-Compagnia Edizioni Internazionali, “Il pensiero di Galilei: una antologia dagli scritti, Torino, Loescher); “Le sterminate antichità: studi vichiani” (Pisa, Nistri-Lischi); “Storia e filosofia: saggi sulla storiografia filosofica, Torino, Einaudi); “Aspetti della rivoluzione scientifica, Napoli, Morano); “La rivoluzione scientifica” (Torino, Loescher, Pisa, Edizioni ETS,  “Immagini della scienza,” Roma, Editori Riuniti); “I segni del tempo: Storia della nazione italiana in Vico” Milano, Feltrinelli); “I ragni e le formiche: un'apologia della storia della scienza,” Bologna, Il Mulino); “Storia della scienza,” Torino, Pomba, “La scienza e la filosofia dei moderni: aspetti della rivoluzione scientifica,” Torino, Boringhieri, “Paragone degli ingegni moderni e post-moderni,”Bologna, Il Mulino, “Il passato, la memoria, l'oblio: sei saggi di storia delle idee” (Bologna, Mulino); “La filosofia,” Torino, Pomba, “Naufragi senza spettatore: l'idea di progresso,” Bologna, Il Mulino, “La nascita della scienza” Roma, Laterza, “Le sterminate antichità e nuovi saggi vichiani,” Scandicci, La Nuova Italia, “Un altro presente: saggi sulla storia della filosofia,” Bologna, Il Mulino); “Bambini, sogni, furori: tre lezioni di storia delle idee, Milano, Feltrinelli); “Il tempo dei maghi: Rinascimento e modernità, Milano, Cortina, Speranze, Bologna, Il Mulino, Mangiare, Bologna, Il Mulino,  Un breve viaggio e altre storie: le guerre, gli uomini, la memoria (Milano, Cortina); saggi in onore di R., Vergata e Pagnini, Nuova Italia, Firenze, Segni e percorsi della modernità: saggi in onore, Abbri e Segala, Dipartimento di Studi Filosofici dell'Siena, Rainone, «Rossi Monti, Paolo» in Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Abbri, Nuncius, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Un maestro, Pisa, Edizioni della Normale, Tra BANFI e Garin: la formazione, in Rivista di filosofia, Treccani Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Enciclopedia multimediale RAI delle scienze filosofiche -- Per una scienza libera, intervista. Storia Moderna, : memoria e reminiscenza, sul  RAI Filosofia, su filosofia rai. Il Fondo Rossi nella biblioteca del Museo Galileo. CLAVIS UNIVERSALIS ARTI MNEMONICHE E LOGICA COMBINATORIA DA LULLO A LEIBNIZ MILANO - NAPOLI  RICCIARDI EDITORE MCMLX CLAVIS UNIVERSALIS DELLO STESSO AUTORE: Per una storia della storiografia socratica, nel vol. Problemi di storiografia filosofica, a cura di A. Banfi, Milano, Bocca, Giacomo Aconcio, Milano, Bocca, 1952. Il «De Principiis» di Mario Nizolio, nel vol. Testi umanistici sulla retorica, a cura di E. Garin, Roma-Milano, Bocca, 1953. Francesco Bacone, dalla magia alla scienza, Bari, Laterza, 1957. Su alcuni problemi di metodologia storiografica, nel vol. Il pensiero americano contemporanco, Milano, Ediz. di Comunità, 1958. Altre ricerche di storia della filosofia pubblicate nella « Rivista critica di storia della filosofia », anni 1950 segg. C. Cattaneo, L'insurrezione di Milano, Milano, Universale Economica.. O . Cattaneo, La società umana, Milano, Mondadori  (antologia). E. TayLor, Socrate, Firenze, La Nuova Italia, 1952 (prefazione). F. Bacone, La nuova Atlantide e altri scritti, Milano, Universale Economica (introduzione, traduzione e note). G. B. Vico, Opere, I classici Rizzoli, Milano, Rizzoli, 1959 (introduzione e note). PAOLO ROSSI CLAVIS UNIVERSALIS ARTI MNEMONICHE E LOGICA COMBINATORIA DA LULLO A LEIBNIZ MILANO - NAPOLI RICCARDO RICCIARDI. Il termine clavis universalis fu impiegato, fra il Cinquecento ed il Seicento, a indicare quel metodo o quella scienza generalissima che pongono l’ uomo in grado di cogliere, al di là delle apparenze fenomeniche o delle « ombre delle idee », la trama ideale che costituisce l’essenza della realtà. Decifrare l'alfabeto del mondo; riuscire a leggere, nel gran libro della natura, i segni impressi dalla mente divina; scoprire la piena corrispondenza tra le forme originarie e la catena delle umane ragioni; costruire una lingua perfetta capace di eliminare gli equivoci e di svelare le essenze mettendo l’uomo a contatto non con i segni, ma con le cose; dar luogo ad enciclopedie totali, a ordinate classificazioni che siano lo specchio fedele dell'armonia presente nel cosmo: al tentativo di realizzare risultati di questo tipo, ad analizzare, difendere e propagandare queste posizioni e la visione del mondo ad esse collegata furono intenti, fra la metà del Trecento e la fine del secolo XVII, quanti si volsero a discutere i temi del lullismo, a dettare le regole della memoria artificiale, a compilare grandiose enciclopedie e complicati teatri del mondo, a ricercare l’alfabeto dei pensieri, a farsi sostenitori delle aspirazioni della pansofa e delle speranze in una totale redenzione e pacificazione del genere umano. Si tratta di atteggiamenti, di progetti, di temi che ebbero diffusione vastissima, che esercitarono un peso decisivo sulle ricerche di logica e di retorica, che condussero a studiare e ad approfondire, da un ben determinato punto di vista, il problema della lingua e quello della memoria, le questioni attinenti alle topiche e alle classificazioni, ai segni e ai geroglifici, ai simboli e alle immagini. È senza dubbio difficile per un uomo moderno rendersi conto del peso che una produzione libraria dedicata a quest'ordine di problemi ebbe ad esercitare sulla cultura, anche su quella filosofica. Resta il fatto che ad elaborare le regole del discorso, quelle dell’ argomentazione e della persuasione, a stabilire i canoni dell’arte della memoria, ad insegnare il tipo di collegamento che deve sussistere tra i luoghi della mnemotecnica e le immagini che in essi hanno da essere collocate, a studiare le figure della grande arte di Lullo, ad elaborare le complicate regole della combinatoria, si dedicarono intere generazioni di uomini colti dal primo Rinascimento fino all’età di Leibniz. Che le tecniche della memoria artificiale e della logica combinatoria siano scomparse dalla cultura europea non è probabilmente un male; male è invece che molti storici abbiano creduto o tuttora credano di poter intendere polemiche e discussioni e significati di teorie, strap- pando violentemente quelle discussioni e quelle teorie da un contesto storico preciso nel quale quelle tecniche, oggi ben morte, erano invece vive e vitali. Chi, occupandosi della cul- tura del Cinquecento e del Seicento, non ha per esempio inteso il significato della connessione logica-retorica e ha creduto di poter tracciare una storia della prima senza minimamente occuparsi della storia della seconda, ha raggiunto, in genere, conclusioni abbastanza desolanti. Dire, come molti han fatto, che «testi insignificanti » ebbero grande diffusione in tutta Europa, significa, in ultima analisi, cercare di sfuggire, con un giro di parole, ad un problema storico ben determinato: che è poi quello delle ragioni di quella singolare fortuna e dei motivi che spinsero filosofi come Agrippa e Bruno e Bacone e Cartesio e Leibniz e uomini come Alsted e Comenio e scien- ziati come Boyle o Ray a prendere estremamente sul serio quelle discussioni, a impegnarsi in una valutazione della loro funzione e del loro significato, a interpretarle e adattarle a più diverse e complesse posizioni di pensiero. Certo, ove non si vogliano eliminare dalla storia, come frutto di errori e di illusioni, gli scritti latini del Bruno, vari capitoli del De Augmentis, i frammenti giovanili di Cartesio, una metà degli opuscoli di Leibniz, ove non si vogliano re- spingere ai margini della cultura uomini come Alsted e Co- menio, bisognerà rendersi conto che anche la cultura del Sei- cento (non solo quella delle età precedenti) è, nelle sue stesse linee di fondo, assai lontana da una mentalità post-illuministica. Poiché è proprio il razionalismo illuministico che segna, da questo punto di vista, una svolta decisiva: una serie di problemi che avevano appassionato per secoli i cultori di logica e di retorica, i teorici del discorso e gli studiosi del linguaggio vennero eliminati per sempre dalla scena della cultura europea, perdettero significato e senso, apparvero manifestazioni delle folli aspirazioni di secoli che si erano posti sotto il segno delle empie ricerche astrologiche, magiche e alchimistiche, o sembrarono i relitti, ancora presenti nell’ età della nuova scienza, delle tenebre medievali. Accettando come valido il quadro storiografico estremamente parziale elaborato dagli illuministi nel corso di un’aspra lotta ideologica, non poca della storiografia dei secoli successivi ha preferito sorvolare su alcuni aspetti, che furono in realtà decisivi, della cultura dell’età barocca. Gli interessi del Bruno per la combinatoria e la mnemotecnica vennero considerati come «curiosità e bizzarrie »; si preferì sorvolare sul fatto che Ramo e Bacone e lo stesso Leibniz ave- vano visto nella « memoria » una delle sezioni nelle quali si articola la nuova logica dei moderni; non si tenne conto che la dottrina baconiana delle tavole e dell’induzione, che quella cartesiana dell’enumerazione erano state elaborate su un terreno storico preciso con riferimenti a testi diffusissimi e a discussioni ormai secolari; si vide in Comenio solo il pedago- gista moderno e in Leibniz solo il teorico della logica formale. Di quel complicato groviglio di temi connessi alla cabala e alle scritture ideografiche, alla scoperta dei caratteri reali, al- l’arte della memoria, all'immagine dell’albero delle scienze, alla mathesis e alla caratteristica universale, al metodo inteso come miracolosa chiave dell’universo, alla scienza generalissima, si preferì sbarazzarsi facendo ricorso ad una generica e misteriosa entità “platonismo” sempre presente, come uno sfondo non chiarito e un indistinto panorama, dietro le opere dei grandi e dei piccoli pensatori. Questo libro è nato dal tentativo di chiarire, almeno nelle sue linee fondamentali, quello “sfondo” e di individuare gli aspetti generali e particolari di quel “panorama”: non mediante riferimenti generici, ma attraverso l’analisi diretta di una serie di testi editi e inediti, un esame della diffusione di determinati libri e di determinate idee, una ricerca dell’azione esercitata da quei libri e da quelle idee sulla “filosofia” (in particolare sulla logica) dei pensatori moderni di maggior rilievo. i La funzione, il significato, gli scopi delle arti della memoria e della logica combinatoria si andarono, di volta in volta, variamente configurando Le formule, da secoli ripetute, di un arte veneranda acquistarono in ambienti diversi da quelli originari, significati assai diffe- renti: quella che era apparsa a molti, fra il Trecento e il Quattrocento, una tecnica neutrale utilizzabile nei discorsi per- suasivi indipendentemente dalle circostanze di luogo e di tempo, finì per rivelarsi strumento di ambiziosi progetti di riforma, per caricarsi di significati metafisici, per connettersi al temi della cabala dell’esemplarismo mistico e della pansofia. Da questo punto di vista fra i testi di ars praedicandi o di ars memoriae del Trecento e del Quattrocento e i testi del Bruno e del Camillo esiste una incolmabile differenza: a uno strumento concepito in vista di finalità pratiche e mondane, nell’ambito della retorica, si è sostituita, dopo l’incontro con la tradizione del lullismo, la ricerca di una cifra che consenta di penetrare i segreti ultimi della realtà, di ampliare smisura- tamente le possibilità dell’uomo. Non diversamente, inserendo la dottrina degli aiuti della memoria nei quadri di una dottrina del metodo o della logica, o richiamandosi alla carena e al- l’arbor scientiarum, Ramo, Bacone e Cartesio muteranno pro- fondamente il senso di problemi tradizionali. L'antico pro- blema della memoria artificiale, piegato a nuove esigenze e profondamente trasfigurato, faceva il suo ingresso nella logica moderna, si legava ai temi del linguaggio universale e della scienza prima o generale. Ma al di là di questi “mutamenti” e di queste “trasfigurazioni” resta ben salda una effettiva con- tinuità di idee e di discussioni: una continuità che ha carat- tere europeo e che è accertabile mediante la documentazione della diffusione di un grandissimo numero di testi e di molte idee in gruppi di uomini ben determinati. Nel corso del Set- tecento i testi di Pietro da Ravenna e di Cornelio Gemma, di Alsted e di Pedro Gregoire, di Schenkelius e di Rosselli, di Bisterfield e di Wilkins, che erano stati studiati e letti e com- mentati da Bruno e da Bacone, da Comenio da Cartesio e da Leibniz vengono eliminati dalla cultura europea. Anche il lullismo, che era stato in Francia, in Germania e in Italia, una delle componenti fondamentali della cultura, una delle “sette” filosofiche più fortunate e accademicamente più forti, si localizza nella città di Magonza e nell’isola di Maiorca, assume carattere esclusivamente erudito, dà luogo, nella se- conda metà del secolo, solo alle malinconiche esercitazioni di qualche professore, si riduce a manifestazione di una menta- lità irrimediabilmente arcaica e provinciale. Non diversamente le arti della memoria artificiale, nate con Cicerone e Quinti- liano, riprese da Alberto e Tommaso, considerate essenziali all’esercizio della virtù cristiana della prudenza, coltivate da Lullo, da Bacone e da Leibniz, vengono respinte ai margini della cultura, vanno infine a far compagnia, nelle collane di libri occulti, ai testi dell’ antroposofia e dello spiritismo. Appellandosi ad un “calcolo” logico e soprattutto ad un “simbolismo” di tipo matematico Leibniz aveva dato in realtà un colpo mortale a quei “simboli” intesi come «pitture ani- mate prodotte dall’immaginativa » che avevano riempito per tre secoli non pochi testi di retorica di pedagogia e di filosofia. Con Leibniz, ed anche per opera di Leibniz, scompariva un intero mondo; non solo un certo modo di intendere la fun- zione delle immagini e dei simboli, ma anche un modo di intendere il compito della logica e i rapporti di questa con la metafisica. Quando Collier pubblicò la sua Clavis universalis, questo termine, già carico di tanti significati, aveva perso ogni senso, era solo un'etichetta, estranea al contenuto dell’opera. Rifiutando gli aspetti arcaici del pensiero leibni- ziano; respingendo l’esemplarismo di derivazione lulliana, le stravaganze della cabala, i sogni della pansofia, tutta l’atmo- sfera — alquanto torbida — dell’enciclopedismo dei due secoli precedenti, il razionalismo settecentesco coinvolgeva però nella condanna — con conseguenze storiche assai importanti — an- che i progetti di una caratteristica universale e di un simbolismo logico avviati da Dalgarno e da Wilkins, condotti avanti da Leibniz. Non a caso Emanuele Kant, a quasi un secolo dalla comparsa della Dissertatio de arte combinatoria, esclu- deva radicalmente che le idee composte potessero essere rap- presentate mediante la combinazione di segni e paragonava la caratteristica di Leibniz agli inconcludenti sogni dell’ alchimia. L’opera di Leibniz veniva così identificata con quella di un teologo e di un metafisico speculativo, la sua fama era affidata alla Teodicea e alle discussioni sul problema del male. Come ha scritto con molta esattezza il Barber, che ha studiato in modo egregio le reazioni di un secolo di cultura francese al leibnizianesimo, l’avvento del nuovo empirismo « swept Leibniz too into the class of the outmoded exponents of apriori : DR, Si : systems ». Per veder ripresi i progetti di Leibniz bisognerà attendere per due secoli: fino ad Augustus de Morgan e a George Boole; come logico, Leibniz verrà rivalutato, agli inizi del nostro secolo, da Louis Couturat e da Bertrand Russel; del vescovo di Wilkins si parla con una certa simpatia, forse per la prima volta dopo il Settecento, nel volume The meaning of meaning di Ogden e Richards pubblicato a Londra nel 1923. La sviluppo ottocentesco della logica formale, il costituirsi della logica simbolica come scienza derivava dalla « graduale acquisizione della sempre più netta consapevolezza della sua natura di tecnica deduttiva indipendente dai presupposti di una visione generale del mondo » (Barone) dallo svincola- mento « da ogni preoccupazione ontologico-metafisica » (Preti). Come già aveva notato Husserl, la logica formale moderna era nata « non da riflessioni filosofiche sul significato e sulla necessità della mathesis universalis, ma dalle esigenze della tecnica teoretica deduttiva della matematica ». I riconoscimenti delle « geniali anticipazioni » presenti nel pensicro di Leibniz ebbero origine precisamente su questo terreno. Ma su un altro terreno, radicalmente diverso, si era mosso Leibniz e, prima di lui, si erano mossi Bacone e Cartesio. Quelle “anticipazioni”, quei “precorrimenti” che Far- rington, Beck' o Russel, trattando rispettivamente di Bacone, di Cartesio e di Leibniz, hanno così acutamente segnalato sono senza dubbio di grandissimo interesse ed ogni ricerca volta a determinarne meglio la portata e la fecondità per i contem- poranei è non solo legittima, ma auspicabile. E tuttavia sotto- lineare le differenze, battere sulla diversità, sulla alterità è, quanto meno, altrettanto importante: per dissipare cquivoci, per mostrare che cosa fu, nella realtà, quello sfondo indistinto sul quale campeggiano i ritratti dei nostri illustri antenati. Co- me ha scritto di recente Augustin Crombie, a proposito dei lu- minosi precorrimenti presenti nell’opera di Galileo, « it is not by reading our own problems backwards that historical expe- rience is enlightening, but by exposing ourselves to the surprise that thinkers so effective should have had aims and presup- positions so different from our own ». Chi abbia familiare la letteratura sul Rinascimento vedrà chiaramente quanto questo libro debba alle ricerche di Garin sulla cultura  e, per quanto riguarda la “continuità” delle “idee” fra il Quattrocento e il Settecento, alle conclusioni cui è giunto, di recente, Delio Cantimori. Desiderio inoltre esprimere la mia gratitudine al Padre Miquel Batllori dell’ Istituto Storico della Compagnia di Gesù, al prof. Frangois Secret, a Mrs. G. Bing del War- burg Institute, agli amici Paola Zambelli e Cesare Vasoli che mi hanno variamente consigliato, fornito pubblicazioni e indicazioni di articoli e di studi. Ringrazio inoltre il dott. Luigi Quattrocchi dell’Istituto Italiano di Amburgo che mi ha procurato le fotografie di alcuni manoscritti leibniziani c la direzione della « Rivista critica di storia della filosofia » che mi ha consentito di riprodurre qui quelle parti del libro che erano apparse, nella rivista stessa, sotto forma di saggi. AvveRTENZA: Nelle note, a indicare le biblioteche qui di seguito elencate, si sono usate le seguenti abbreviazioni (ma si veda anche l’ Indice dei manoscritti: Ambros. . Ambrosiana Ang. Angelica Anton. Antoniana Archiginn. Comunale di Bologna Braid. Braidense Casan. Casanatense Class. Classense Fir. Naz. Nazionale di Firenze Laur. Laurenziana Marc. Marciana Pad. Civ. Civica di Padova Par. Naz. Bibliothèque Nationale Pavia Univ. Universitaria di Pavia Ricc. . Riccardiana Roma Naz. Nazionale Centrale di Roma Triv. Trivulziana Vatie. Apostolica Vaticana. In un testo fondamentale della filosofia moderna, com- posto alla metà del secolo dei lumi, Hume, discorrendo del discernimento e della memoria, affermava che mentre i difetti del discernimento non possono trovar rimedio in alcuna arte o invenzione, i difetti della memoria possono sovente essere attenuati od eliminati «sia nel campo degli affari come in quello degli studi ». Accennando al « metodo », alla « opero- sità» e alla « scrittura » come opportuni aiuti a una debole memoria, scriveva: «quasi mai sentiamo indicare la scarsa memoria come la ragione del fallimento d’una persona nelle sue iniziative. Ma nell’antichità, quando nessun uomo poteva conseguire successo se non possedeva il talento della parola, e quando il pubblico era troppo delicato per reggere ad ar- ringhe rozze ed indigeste del tipo di quelle che gli improv- visati oratori dei nostri giorni propinano alle assemblee, la facoltà della memoria aveva la massima importanza e, per conseguenza, era assai più stimata di oggi ».' Hume, che negli anni della sua formazione intellettuale aveva « segretamente divorato » i testi ciceroniani, era ben con- sapevole dell’esistenza storica di una tecnica o arte della me- moria che, come risulta dal suo brano, è per sua natura con- nessa al fiorire di una civiltà che fa largo posto alle tecniche del discorso e ad un mondo nel quale la retorica si presenta come un elemento vivo della cultura. Negli anni in cui Hume scriveva, le ricerche volte alla fissazione e alla elaborazione 1 D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui princìpi della morale, a cura di M. Dal Pra, Bari, 1957, p. 267. Cfr. il testo inglese ed. L. A. Selby Brigge, Oxford. Sul problema della memoria cfr. anche A Treatise of Human Nature, cd. by L. A. Selby Brigge, Oxford (sulla memoria e l'immaginazione). Sull’ assenza di ogni sensazione di piacere o di pena nell'esercizio della memoria] delle regole della memoria artificiale erano ormai definitiva- mente scomparse dalla scena culturale europea e si erano rifu- giate sul piano delle curiosità e delle stravaganze. Non si era trattato solo di un corrompersi delle arti del discorso di fronte alla minore delicatezza degli uditori: l’enorme diffusione della stampa (e quindi dei repertori, dei dizionari, delle bibliografie, delle enciclopedie), la progressiva affermazione delle nuove logiche (da Ramo a Bacone, da Cartesio ai Portorealisti) ave- vano dato in realtà un colpo mortale da un lato alla tratta- tistica retorica e dall’altro a quella produzione di opere di mne- motecnica (a quella trattatistica strettamente collegata) che ave- vano letteralmente invaso l’ Europa. Solo tenendo conto della diffusione che la mnemotecnica aveva raggiunto non solo in un ambito letterario e filosofico, ma anche all’interno delle scuole e dei programmi d’insegna- mento, ci si possono spiegare le proteste e le ironie che contro di essa da più parti si levarono nei secoli stessi del Rinasci- mento. Nel decimo capitolo del De varitate scientiarum, dedi- cato appunto all’ars memorativa, Agrippa si scagliava con vio- lenza, contro quei zedulones che, nelle scuole, impongono agli studenti lo studio della memoria artificiale o che riescono a spillar quattrini agli incauti facendo leva sulla novità dell’arte. Far ostentazione di capacità mnemoniche gli sembrava cosa puerile; spesso, concludeva, si giunge a manifestazioni di tur- pitudine e di impudenza: si sciorinano tutte le merci dinanzi alla porta mentre la casa, all’interno, è completamente vuota. Ricordando Simonide, Cicerone, Quintiliano, Seneca, Petrarca e Pietro da Ravenna fra i maggiori teorici dell’arte memorativa, egli da un lato notava la insufficienza della memoria artificiale ove non sussistesse già robusta la nazuralis memoria c dal- l’altro si scagliava contro il carattere mostruoso delle immagini e la pesantezza delle formule in uso nella mnemotecnica. I cul- tori della quale, gli sembrava, intendono far impazzire me- diante l’arte coloro che non si accontentano dei confini sta- biliti dalla natura.” ° H. C. Acrirra, De incertitudine et vanitate scientiarum, in Opera, Lugduni, per Beringos Fratres, 1600, II, pp. 32, 33 (copia usata: Triv. Mor. K. 403). Con altrettanta decisione, vent'anni più tardi, Erasmo, nemico dei ciceroniani e della retorica, si pronuncerà contro l’uso dei loci e delle immagini che non fanno — affermava — che rovinare e corrompere la memoria naturale. Con più iro- nia, un altro grande critico delle degenerazioni pedantesche e delle precettistiche dell’umanesimo rifiuterà questo tipo di let- teratura, insistendo, con una crudezza che va certo spiegata anche mediante il riferimento ad una situazione culturale pre- cisa, sulla sua stessa mancanza di memoria: Il n'est homme è qui il siese si mal de sc mesler de parler de memoire, car je n’en recognois quasy trace en moi, et ne pense qu'il y en ayt au monde une aultre si mervcilleuse en defaillance... Si jc suis homme de quelque legon, jc suis homme de nulle retention... Ma memoire sempire cruellement tous les jours... Proprio sul terreno dell'educazione c partendo dal presup- posto che « sgavoir par coeur n'est pas “gdvolt, c'est tenir ce qu'on a donné en garde à sa memoire »,° Montaigne polemiz- zava contro l'apprendimento mnemonico in nome di una cul- tura « viva»: non si chieda conto al discepolo delle parole della lezione, ma del suo senso e della sua sostanza; gli si chieda non la testimonianza della sua memoria, ma della sua vita; lo stomaco non ha adempiuto alla sua funzione se non quando ha mutato la forma e la struttura degli alimenti, iden- tico è il compito della mente." Non si trattava di generici riferimenti alla libertà della mente di fronte ad ogni precet- tistica; la polemica di Montaigne assomiglia solo nella forma a quella che potrebbe condurre un professore dei nostri giorni [D. Erasmo, De razione studii, ed. Frocben, 1540, I, p. 466. ! MoNTAIGNE, Esseis, I, 9; II, 10 (ediz. Garnier, Parigi, s. d., I, p. 25; 374). > Essats, I, 25 (vol. I, p. 119). € «Qu'il ne luy demande pas seulement compte des mots de ca legon, mais du sens et de la substance; et qu'il juge du profit qu'il aura faict, non par le tesmoignage de sa memoire, mais de sa vie... C'est tesmoi- gnage de crudité et indigestion, que de regorger la viande comme on l’a avallée: l'estomach n'a pas faict son operation, s'il n'a faict changer la faccon et la forme à ce qu'on luy avoit donné à cuire... On nous a tant assubjectis aux chordes, que nous n’avons plus de franches allu- res; notre viguer et liberté est esteincte ». (Essai, contro gli studenti che imparano le lezioni a memoria. Egli aveva di fronte obbiettivi precisi: Si en mon pais on veult dire qu'un homme n°a point de sens, ils disent qu'il n'a point de memoire; et quand je me plains du default de la mienne, ils me reprennent et mescroyent, comme si je m’accusois d’estre insensé: ils ne veoyent pas de chois entre memoire et entendement... Mais il me font tort, car il se veoid par cxpérience que les memoires excellentes se joignent volentiers aux jugements debiles... Ils on laissé, par escript, de l’orateur Curio que, quand'il proposoit la distribution des pieces de son oraison en trois ou en quatre, ou les nombres de ses arguments ou raisons, il luy advenoit volentiers ou d’en oublier quel- qu’un, ou d’y en adjouster un ou deux de plus. J'ay tous- jours bien evité de tomber en cet inconvenient, ayant hai ces promesses et prescriptions...” In realtà, nonostante le proteste di Erasmo e di Montaigne, quelle odiate « prescrizioni » erano destinate a diffondersi sempre più ampiamente durante tutto il secolo XVI e a pro- lungarsi poi fino in pieno Seicento. A_metà del secolo XVII Wolfang Ratke protesterà, da un punto di vista simile a quello dei grandi umanisti, contro l’apprendimento mnemonico e contro gli esercizi di mnemotecnica.* Ancora negli ultimi anni del secolo i ‘““ciceroniani”, che non avevano affatto disarmato nonostante Erasmo, Montaigne e la grande crisi ramista e car- tesiana, si facevano con successo sostenitori, in sede pedago- gica oltreché retorica, della necessità e dell’utilità della me- moria artificiale. Quella vasta produzione di trattati di ars memorativa alla quale si rifaceva la Art of Memory del D’As- signy, che non a caso veniva dedicata nel 1697 ai « giovani studenti di entrambe le università »,° non era stata soltanto espressione di pedanteria grammaticale: in essa aveva trovato forma quel panmetodismo che, nel corso del Cinquecento, aveva contrassegnato tutta la cultura. La fisionomia, i tempe- ramenti, le passioni, le proporzioni del corpo umano, il di- [? Essais * Pàdagogische Schriften des Wolfang Ratichius und seiner Anhinger, Breslau, 1903. Cfr. E. Garin, L'educazione in Europa, Bari, Assicny, The Art of Memory. A treatise useful for such as are to speak in Publick, London, 1scorso, la poesia, l'osservazione della natura, l’arte del gover- nare e quella militare: tutto venne in quell’età codificato e ridotto in arte. In quel periodo della cultura che è stato felice- mente chiamato «l’età dei manuali », in quel secolo che « fu instancabile nel ricercare princìpi normativi di valore generale e perenne da calare in comodi schemi didascalici »,°° proprio mentre si veniva chiarendo la impossibilità, per quelle codifi- cazioni, di passare dal piano delle topiche e dei teatri univer- sali a quello del metodo,!! si andava rafforzando l’esigenza di un’arte capace di presentarsi come la chiave della realtà, come arte universale e somma, capace di risolvere di colpo tutti i problemi dando luogo ad una tecnica suprema che rendesse di fatto inutili tutte le varie provvisorie e particolari tecniche. L’idea di un’arte del ricordare e del pensare che si svolga in modo “meccanico” acquisterà nuovo vigore quando, fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, si stabilirà un contatto profondo fra le ricerche di arte della memoria ispirate a Cicerone a Quintiliano alla Retorica ad Herennium, quelle derivanti dal De memoria et reminiscentia di Aristotele dai commenti di Alberto, Tommaso, Averroè e infine quelle diret- tamente legate alla ars magra di Lullo. Avrà allora nuovo rilievo il concetto di un meccanismo concettuale che, una volta messo in moto, possa svolgersi da solo, in modo relativamente indipendente dall’opera del singolo, fino alle ultime conse- guenze, fino alla comprensione totale, ponendo gli uomini in grado di leggere nella sua integrità il gran libro dell’universo. Per rendersi conto del peso che questa idea eserciterà nel seno stesso della filosofia moderna basterà pensare alla macchina che Bacone intendeva costruire mediante la sua nuova logica, al mirabile inventum cartesiano cercato, prima che nella geome- tria analitica, nei testi di Lullo e di Agrippa, ai libri « porta- tori di luce universale » di Comenio, infine a quella mirabile chiave che intendeva essere la “caratteristica” leibniziana. L'antico sogno lulliano di un’arte che sia contemporanea- [Firpo, Lo stato ideale della Controriforma (Agostini), Bari. Cfr. R. KLEIN, L’imagination comme vétement de l’ dame chez Mar- sile Ficin et Giordano Bruno, in « Revue de Métaphysique et de Mo- rale] mente logica e metafisica,'° che, a differenza della logica tra- dizionale, tratti non delle seconde, ma delle prime intenzioni, che mostri la corrispondenza tra il ritmo del pensiero e quello della realtà, che disveli, mediante combinazioni mentali, il vero senso dei rapporti reali, aveva trovato piena espressione, nei secoli del Rinascimento, nei tormentati scritti di mnemo- tecnica del Bruno. E non a caso, oltre che alla lettura dei testi di Lullo, Bruno ebbe a richiamarsi alla scoperta, fatta in anni giovanili, del trattatello sulla memoria di Pietro da Ravenna," che era invece di precisa ispirazione “retorica” e “ciceroniana”. Quando nel De umbris idearum Bruno si muoverà sul piano dei nessi immaginativi, delle connessioni tra immagini e figure e lettere, affiderà proprio al connubio tra meccanismo logico e meccanismo psicologico quella possibilità di una immensa estensione del sapere o di una nuova inventio che era al cul- mine delle sue aspirazioni: in quel punto apparivano saldate insieme, nei testi bruniani, le aspirazioni del lullismo e le tec- niche sull’uso dei luoghi e delle immagini che derivavano dai testi di retorica antica e dai trattati sulla memoria artificiale del Rinascimento. Leggendo le pagine vivacemente polemiche contro l’arte della memoria (quelle di Ratke come quelle di Erasmo o di Montaigne o di Agrippa) è certo difficile non simpatizzare in qualche modo con quella polemica condotta, in nome della libera spontaneità dell’uomo, contro gli schemi e la pedan- teria e le prolissità di una rigida precettistica. Ciò non toglie 12 R. LutLi, Opera omnia, Mainz, Sciendum est ergo, quod ista Ars est et logica et Metaphysica... Mctaphysica considerat res, quae sunt extra animam, prout conveniunt in ratione entis; logica etiam considerat res secundum esse, quod habent in anima... sed hacc Ars tanquam suprema omnium humanarum scientiarum in- differenter respicit ens secundum istum modum ct secundum illum ». Cfr. anche Opera, ed. Zetzner, Strasburgo: Logicus trac- tat de secundariis intentionibus... sed generalis artista tractat de primis... Logicus non potest invenire veram legem cum logica: generalis autem artista cum ista arte invenit... Et plus potest addiscere artista de hac arte uno mense, quam logicus de logica uno anno ». (Copia usata: An- gelica, CORSANO, Il pensiero di BRUNO nel suo svolgimento storico, Firenze; Tocco, Le opere latine di G. Bruno, esposte e confrontate con le italiane, Firenze] che di fatto proprio quella precettistica (quella derivante da Cicerone come quella derivante da Lullo) ebbe ad incidere, per vie sotterraneee, sulla formazione della nuova cultura con- dizionando il costituirsi stesso della logica nuova da Bacone a Leibniz. In varie guise collegata agli sviluppi delle arti del discorso e alle tecniche della persuasione, ai tentativi di co- struzione di una nuova enciclopedia, alle controversie sul rami- smo e sul lullismo, alla magia, alla medicina e alla fisiogno- mica, la trattatistica sulla memoria artificiale si colloca dun- que, fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, al centro di un giro di discussioni e di problemi cui appaiono interessati non solo i teorici o cultori della retorica, ma filosofi e logici c cultori di scienze occulte e medici ed enciclopedisti di varia provenienza e natura. Le “bizzarrie” della mnemotecnica andranno così da un lato a intrecciarsi a problemi di logica e di retorica e dall’altro a connettersi alla rinascita del lullismo e alla creazione di lin- guaggi artificiali nonché a quella ambigua atmosfera magico- occultistica che appare in molti casi collegata al rifiorire di interessi per l’ars magra di Lullo. Le discussioni sulla mnemo- tecnica non saranno in tal modo senza risonanza su due grandi problemi della cultura filosofica del Seicento: quello del me- todo o della logica inventiva e quello della sistematica classifi- cazione delle scienze o costruzione di una enciclopedia del sapere. Gli uomini — scrive l’anonimo autore di un trattato quattrocentesco sulla memoria — inventarono arti diverse c numerose per aiutare e potenziare l’opera della natura. Con- statando la labilità dell’umana memoria, legata alla fragilità della natura dell’uomo, escogitarono un’arte mediante la quale fosse possibile ricordarsi di molte cose che, per via naturale, non potevano essere ricordate. Nacque così la scrittura e poiché in tempi successivi gli uomini si resero conto di non poter portare sempre seco le scritture e che non sempre scrivere era possibile, inventarono, fin dai tempi di Simonide e di Demo- crito, l’arte della memoria artificiale. Questo avvicinamento dell’arte mnemonica alle altre tecniche che aiutano l’opera della natura, presente in questo co- me in tutti i trattati rinascimentali sulla memoria, non è, come vedremo, senza significato. Ma più che da questo accosta- mento si è colpiti, esaminando i trattati di ars memorativa composti fra la metà del Trecento e la metà del secolo XVII, dal costante, insistente richiamo alla psicologia aristotelica, ai grandi manuali della retorica latina, ai testi sulla memoria e ai commenti di Alberto Magno e di Tommaso d’Aquino. In molti casi i trattati che andremo esaminando non fanno che esporre, commentare, amplificare regole, dottrine, precetti che risalgono a molti secoli prima e che, elaborati in Grecia e in Roma, giungono ai filosofi del Rinascimento attraverso l’opera dei grandi maestri della scola- stica. Certo, anche quelle regole e dottrine andranno mutando valore e portata e significato a contatto con tradizioni culturali differenti e con differenti ambiti di civiltà: quegli aiuti della memoria che appaiono connessi nel Medio Evo con l’ars prae- dicandi, diventeranno in BRUNO gli strumenti di un’arte che vuol riprodurre le strutture della realtà, mentre Bacone e Descartes li inseriranno, come elementi essenziali, all’interno della nuova metodologia delle ricerche naturali. Tuttavia, chi voglia intendere il significato e l’origine storica di quegli “aiuti alla memoria”, non potrà non aver presenti le fonti alle quali con maggior insistenza quelle dottrine si richiamavano. Appunto di quelle fonti si intende qui dar conto brevemente. Il De memoria et reminiscentia di Aristotele si presenta come un trattato di psicologia e non come una dissertazione sulla mnemotecnica, ma contiene tuttavia alcune affermazioni che verranno sfruttate in epoche successive in vista della costruzione di una tecnica del ricordare. I teorici della mnemotecnica si richiamano alle seguenti dottrine aristoteliche:  La tesi della necessaria pre- senza dell'immagine o fantasma (gAvtacpa) in vista del fun- zionamento della memoria (pvt ). Il necessario ricorso all'immagine, che è una specie di sensazione senza materia o di sensazione indebolita, fa sì che fra la memoria e l’immagi- nazione ( pavtagia «leSntx4 ) da un lato e la memoria e la sensazione dall’altro intercorrano rapporti assai stretti. La tesi che il ricordo o memoria riflessa o attualizzazione della memoria scomparsa dalla coscienza ( &v&pvrotg ) sia facilitato dall'ordine e dalla regolarità, come avviene per esempio nel caso della matematica, mentre ciò che è confuso e disordi- nato difficilmente può essere ricordato. c) La formulazione di una legge dell'associazione secondo la quale le immagini e le idee si associano in base alla somiglianza, alla opposizione, alla contiguità. In un passo del De memoria che avrà particolare fortuna Aristotele affermava: «talora il ricordo sembra partire dai Zuoghi (Toro). La ragione di ciò è che l'uomo passa rapidamente da un termine all’altro, per esempio dal latte al candore, dal candore all’aria, dall'aria al- l’umidità, dall’umidità al ricordo dell’autunno, supponendo che si cercasse di ricordare questa stagione ». All’impiego delle im- magini Aristotele si riferisce del resto anche nel De anima: «E chiaro che l'immaginazione è qualcosa di distinto dalla sensazione e dal pensiero.. essa è in nostro potere quando lo vogliamo, e si può infatti porre qualcosa davanti agli occhi come fanno coloro che vanno riempiendo i luoghi mnemonici e fabbricano immagini (év toîs pwapovizotîe aiSepevor xa ciòwioror9ivte: ), mentre la sensazione non di- pende da noi. Oltre ai luoghi cit. nel testo cfr.: per i rapporti fra immagine e sensazione: De anima; Rhet.; per i rap- porti fra memoria e immaginazione: Sec. An., II, 19, 99b 36-100a 4; Metaph.; De mem., 1, 450a 22-25; per i rapporti fra memoria e sensazione: Mezaph., A, 980 a 28-29; De mem., 1, 450a 30-b 3. Come è stato notato la traduzione di &vapwoxg con remini- scentia, pur legittimata dal riferimento a Platone in Prim. An., non corrisponde al senso che il termine ha in Aristotele. La àvapynog è una attualizzazione della memoria, una ricostruzione del ricordo che richiede una conoscenza del tempo non spontanea come nella memoria (De mem., 450a 19), ma riflessa (452b 7; 453a 9-10) e che è quindi caratteristica solo dell’uomo. Del De memoria et reminiscentia cfr. l'edizione con traduzione inglese e commento di G.R.T. Ross, Cambridge, 1906. Utile il commento del TricoTr, nella traduzione dei Parva naturalia, Parigi, 1951, pp. 57-75. Scarsa la trattazione della memoria nelle opere sulla psicologia aristo- telica: A. E. CHaicHer, Essai sur la psychologie d’A., Parigi; J. Nuyens, L’évolution de la psychologie d'A., Lovanio, 1948; C. W. SHUTE, Psychology of A., New York. Sulla presenza di una mne- motecnica presso i Greci cfr. la testimonianza della RAetorica ad He- [Nel De oratore di CICERONE, la memoria viene trattata come una delle cinque parti che costituiscono la tecnica dell’oratore. Dopo aver fatto riferimento all’episodio del poeta Simonide (primum ferunt artem memoriae protulisse) che aveva identificato i corpi dei partecipanti a un banchetto sfigurati dal crollo del soffitto ricordandosi il posto (/ocum) che essi avevano occu- pato, Cicerone metteva in luce la opportunità, in base al presupposto che l’ordine giovi alla memoria, di scegliere dei luoghi, di formare le immagini dei fatti o concetti che si vogliono ricordare, di collocare quelle immagini net luoghi. L’ordine secondo il quale sono disposti i luoghi metterà in grado di ricordare i fatti. L'arte della memoria appare in tal modo paragonabile e analoga al processo della scrittura: i luo- ghi adempiono alla stessa funzione della tavoletta cerata, le immagini hanno la stessa funzione delle lettere. L'uso delle immagini appare fondato sulla necessità di un ricorso al piano del senso e sulla maggior persistenza della memoria visiva («ea maxime animis adfigi nostris quae essent a sensu tradita atque impressa; acerrimum autem ex omnibus nostris sensibus esse sensum videndi »). I luoghi dovranno essere molti, chiari c collocati modicis intervallis; le immagini risulteranno tanto più efficaci quanto più atte a colpire le facoltà immaginative («est utendum imaginibus agentibus, acribus, insignitis quae occurrere celeriterque percutere animum possint. Il De institutione oratoria di Quintiliano. Pur avanzando qualche riserva sull’utilità della € mnemo- tecnica, Quintiliano, che inizia anch’egli la sua esposizione con il racconto di Simonide, dedica all'argomento una tratta- zione assai più ampia e dettagliata di quella ciceroniana. Sulla costruzione dei /xoghi della memoria artificiale Quintiliano renniun. Scio plerosque Graccos, qui de memoria scripse- runt... ». Sulla tecnica della memoria in Ippia d’Elide cfr. l'ipotesi avan- zata da O. Arett, Bettriige zur Geschichte der antiken Philosophie. Sono da vedere anche: J. A. ErnESTI, Lexicon teclnolo- giae Graccorum rhetoricae, Lipsia; Lexicon technologiae Lati- norum rhetoricae, Lipsia. Laurap, Manuel des etudes grecques et latnes, La mnémotechnie des anciens, Les Humanités, si sofferma a lungo: per raggiungere risultati efficienti è opportuno servirsi, egli afferma, di un edificio collocando le varie immagini nei singoli luoghi ordinatamente disposti all’in- terno delle singole stanze. « Visitando mentalmente l’edificio » (che può essere anche un edificio pubblico o può essere sosti- tuito dai bastioni di una città o da una giornata suddivisa in varî periodi o da una costruzione immaginaria e « non-reale ») sarà possibile « riprendere » le diverse immagini (e quindi ri- chiamare alla mente i fatti o i concetti che esse esprimono) dai diversi loghi nei quali esse sono rimaste custodite. La RAetorica ad C. Herennium (MI, 16-24). In questo scritto di autore ignoto che i medievali, attribuendolo a CICERONE, qualificano come rhetorica nova o secunda (per distinguerlo dal De inventione o rhetorica vetus) ritro- viamo presenti le stesse regole e gli stessi precetti ai quali ci siamo riferiti parlando di CICERONE e di Quintiliano. La distinzione fra memoria naturale e memoria artificiale appare formulata con estrema chiarezza: « sunt igitur duae memo- rine: una naturalis, altera artificiosa. Naturalis est ea quae nostris animis insita est et simul cum cogitatione nata; artifi- ciosa est ea quam confirmat inductio quaedam et ratio prae- ceptionis ». Fra i /uoghi, che per ricordare molte cose do- vranno essere assai numerosi, troviamo elencati: aedes, interco- lumnium, angulum, fornicem et alia quae his similia sunt. Le immagini, che sono le formae o notae o simulacra di ciò che si intende ricordare, vanno collocate nei luoghi: «allo stesso modo infatti in cui coloro che conoscono le lettere dell’alfa- beto possono scrivere ciò che viene dettato e recitare ciò che scrissero, così coloro che hanno appreso l’arte mnemonica pos- sono collocare nei luoghi le cose che hanno udito e da questi ripeterle a memoria ». Mentre le immagini sono variabili, i luoghi dovranno essere fissi (« imagines, sicut litterae, delentur, ubi nihil utimur; loci, tanquam cera, remanere debent ») e ordinatamente disposti: ciò darà la possibilità di richiamare mentalmente le immagini indifferentemente dall’inizio, dal termine o dalla metà di un ordinamento o elenco.'* !° Sull’epoca di composizione della Rhetorica ad H. cfr. la introduzione di F. Marx all'edizione di Lipsia. Sulla posizione dei me- [Il De bono  e il commento al De memoria et reminiscentia di Alberto Magno; la Summa theologiae e il commento al DE MEMORIA ET REMINISCENTIA d’AQUINO. Le trattazioni della memoria contenute nel De Bono di Alberto e nella Summa di Tommaso !* si richiamano esplici- tamente alla fonte aristotelica e a quella pseudo-ciceroniana. Per Alberto, « ars memorandi quam tradit Tullius optima est »; i precetti della mnemotecnica servono all’etica e alla retorica; la memoria delle cose che concernono la vita e la giustizia è duplice: naturale e artificiale. « Naturalis est quae ex bonitate ingenii deveniendo in prius scitum vel factum facile memo- ratur. Artificialis autem est, quae fit dispositione locorum et imaginum ». Come in tutte le altre arti, anche qui l’arte e la virtù aggiungono perfezione alla natura e poiché nella nostra azione «ex praeteritis dirigimur in praesentibus et futuris et non e converso », la memoria si presenta, accanto alla intelli- gentia e alla providentia, come una delle tre parti che costi- tuiscono la virtù della prudenza. Come ha ben chiarito la Yates,!” l’autorità alla quale si appellavano Alberto e Tommaso nella loro considerazione della memoria come parte della pru- denza era il De inventione ciceroniano e poiché Cicerone nella sua seconda retorica (la Rhetorica ad Herennium) aveva di: stinto tra memoria naturale e memoria artificiale dettando le regole per la acquisizione della memoria artificiale mediante l’impiego dei loc: e delle imagines, quella distinzione e que- dievali di fronte a questo saggio. L'attribuzione del testo a Cornificio: RapHaeL Recius, Utrum ars rhetorica ad H. Ciceroni falso iscribatur, in Ducenta problemata in totidem institutionis oratoriae Quintiliani depravationes, Venezia, 1491. Per la posizione di Valla sull'argomento cfr. VALLA (si veda), Opera, Basilea,  Cfr. ALBERTI Magni, De Bono, Monasterii Westfaliorum in aedibus Aschendorff, 1951, vol. XXVIII, 249 segg. Il commento di Alberto al De memoria ct reminiscentia in Opera, ed. Borgnet, IX, pp. 97 segg.; quello di Tommaso in Opera omnia, ed. Fretté, Parigi, e In Avristotelis libros de sensu et sensato, de memoria et reminiscentia commentarium, Roma, YatEs, The Ciceronian Art of Memory, nel vol. Medioevo e Rinascimento, studi in onore di NARDI, Firenze] ste regole entravano ad occupare un posto di primaria impor- tanza nella discussione di Alberto e di Tommaso sulla me- moria come parte della prudenza. Di questa alta considera- zione della € mnemotecnica “ciceroniana” è del resto precisa testimonianza l’ampiezza della discussione di Alberto e la sua minuziosità: praticamente vengono esaminati, nel De dono, tutti i precetti contenuti nella Retorica ad Herennium. Basta, a titolo di esempio, riportare qui il passo di Alberto che si riferisce al carattere «inconsueto » che devono avere le immagini: « Ad aliud dicendum, quod mirabile plus movet quam consuetum, et ideo cum huiusmodi imagines translatio- nis sint compositae ex miris, plus movent quam propria con- sueta. Ideo enim primi philosophantes transtulerunt se in poe- sim, ut dicit Philosophus, quia fabula, cum sit composita ex miris, plus movet ». Il richiamo ad Aristotele è particolar- mente significativo: questi testi di Alberto e Tommaso si pre- sentano infatti come un tentativo di fusione tra il testo aristo- telico e quello ciceroniano. Ciò appare particolarmente evi- dente nella trattazione della Summa theologiae tomistica. Muovendo dalla nota identificazione della memoria con una parte della prudenza (« convenienter memoria ponitur pars pruden- tiae... necessaria est ad bene consiliandum de futuris »), Tom- maso mette a confronto la possibilità che ha la prudenza di essere aumentata e perfezionata ex exercitio vel gratia con quella che si offre alla memoria di essere perfezionata me- diante l’arte (« non solum a natura perficitur, sed etiam habet plurimum artis et industriae »). Le quattro regole della me- moria artificiale enunciate da Tommaso riguardano: l’uso delle immagini (« quasdam similitudines assumat convenien- tes »), l'ordine che facilita il passaggio dall’uno all’altro con- cetto o dall’una all’altra immagine («ut ex uno memorato facile ad aliud procedatur »); la necessità della concentrazione in vista della costruzione dei luoghi; la frequente ripetizione in vista della conservazione dei concetti (« quod ea frequenter meditemur quae volumus memorari »). La prima e la terza di queste regole derivano dalla R&etorica ad Herennium, la se- conda e la quarta dal De memoria et reminiscentia aristo- telico: non a caso, nel commento al De memoria, la prima regola apparirà eliminata, la terza verrà adattata al testo aristotelico mediante l’esclusione del riferimento alla costru- zione dei luoghi. Accanto alle citazioni di Aristotele, di CICERONE e dello PSEUDO-CICERONE (si veda), di Quintiliano, di Alberto e d’AQUINO, compaiono spesso, nei trattati di ars memorativa composti fra il Trecento e il Seicento, i nomi di Platone (per il luogo del Timeo, che fa riferimento alle maggiori capacità mnemoniche della adolescenza, di Seneca (che in De deneficiis, Itocca, a proposito della memoria dei bencfzi ricevuti sia il tema della frequenza sia quello dell’ordine), di Agostino (per i ben noti passi sulla memoria nelle Confessioni e per i brevi riferimenti in De Trinitate). Lo stesso sommario elenco di queste « autorità » basta da solo a mostrare come quella trattatistica di ars memorativa che si diffonde largamente in Europa dopo il Trecento si richiami ad una assai antica. e non mai inter- rotta tradizione. Attraverso una vasta produzione la cui storia attende ancora di essere puntualmente indagata, questa tradi- zione si era andata svolgendo secondo diverse linee di svi- luppo e su piani differenti: mentre il testo aristotelico affron- tava questioni connesse con il problema della sensazione (non a caso i commenti medievali al De memoria et reminiscentia appaiono sempre connessi a quelli al De sensu et sensato), della immaginazione e dei rapporti fra anima sensitiva e anima intellettiva, i testi di Cicerone, di Quintiliano e dello pseudo- Cicerone si erano mossi su un piano tipicamente ed esclusi- vamente « retorico » richiamandosi all'arte della memoria come ad una tecnica i cui compiti e i cui problemi si esaurivano totalmente sul piano di una funzionalità in vista dei partico- lari fini perseguiti dall’oratore. Dal De rhetorica di Alcuino al tentativo di Giovanni di AQUINO in Aristotelis libros de sensu et sensato. Si ergo ad bene memorandum vel reminiscendum, ex praemissis qua- tuor documenta utilia addiscere possumus. Quorum primum est, ut studeat quae vult retinere in aliquem ordinem deducere. Secundo ut profunde et intente eis mentem apponat. Tertio ut frequenter medi- tetur secundum ordinem. Quarto ut incipiat reminisci a principio. Salisbury di far rivivere gli ideali dell’eloguentia, fino allo Speculum maius di Vincenzo di Beauvais, tutta la grande retorica medievale si era collocata sotto il segno delle opere ciceroniane. Onde, com'è stato giustamente notato, si può parlare di retorica scolastica solo ove si elimini quasi comple- tamente dal termine “scolastica” il riferimento alla “autorità” di Aristotele. In Alberto ed AQUINO i due piani sui quali si era andata svolgendo nel corso del Medioevo la trattazione della memoria (il piano speculativo e quello tecnico) appaiono per la prima volta strettamente connessi e intrecciati: la psicologia razionale di Aristotele costituisce, per i due grandi maestri della scolastica, lo sfondo e la cornice entro la quale quella tecnica (che aveva avuto in CICERONE ec nella rhetorica secunda la sua espressione più alta) andava collocata, inserita e giustificata. Come lYates ha messo opportunamente in luce, questo sfondo rigidamente razionalistico della mnemo- tecnica albertino-tomista costituiva molto probabilmente la [Di Atcuino cfr. la Dispetatio de rhetorica et de virtutibus sapientissini Regis Karli et Albini magistri (in Mine, P. L., in Ham, RAetores latini minores, e ora, in Howett, The Rhetoric of Alcuin et Charlemagne, Princeton. Nella trattazione delle cinque parti della retorica (trattazione che riproduce direttamente o indirettamente quella ciceroniana) ci si limita ad affermare che l'arte della memoria è stata raccomandata da Cicerone. Nel De dialectica (Micne, P. L.) la logica viene sud- divisa in due parti: dialettica e retorica (K. Logica in quot species dividitur? A. In duas, in dialecticam et rhetoricam). Mentre la tratta- zione della dialettica derivava da Isidoro, da BOEZIO (si veda), dall’anonimo Categoriae decem (ritenuto una traduzione agostiniana delle Categorie aristoteliche), la trattazione della retorica, fondata sulla partizione delle cinque grandi arti del De inventione, era assai vicina (come ha notato Howell) allo spirito della trattazione ciceroniana. Più ampi riferi- menti alla memoria appaiono presenti in Marciano CAreLLA, V, ove ci si richiama all'episodio di Simonide (intellexit ordinem esse qui me- moriae praeccpta conferet), e nella Novissima Rhetorica del BoxncowPAGNO  dove ci si richiama ad un abecedario immaginario come strumento per l'arte della memoria. Leggo il passo di BONCOMPAGNO (si veda) sulla memoria nella trascrizione che da TOCCO, Le opere latine, cit., p. 25 dal Cod. marciano lat. cl. X, 8, f. 29v. Pa- gine essenziali sulla retorica medievale ha scritto E. R. Curtius, Europiische Litteratur und lateinisches Mittelalter, Berna, 1948 (trad. fr. Parigi, 1956, pp. 76-98). °° F. A. Yates, The Ciceronian Art of Memory] base del tentativo compiuto da Alberto e da Tommaso di sganciare nettamente le tecniche della memoria artificiale dal piano magico-occultistico dell’ars rotori o di un'arte “magica” della memoria intesa come “arte somma” o come chiave della realtà universale. Nell’ars motoria, come poi avverrà più tardi in taluni testi del pieno e del tardo Rinascimento, il problema dell’arte memorativa appare infatti strettamente collegato a quello di un'arte segreta o scientia perfecta capace di con- durre ad omnium scientiarum et naturalium artium cogni- tionem mediante il congiungimento delle regole dell’arte con formule di invocazione, figure mistiche e preghiere magiche.” Comunque stiano le cose, è certo che sulla via inaugurata dai due grandi domenicani, la via cioè di una sintesi tra le dottrine aristoteliche e quelle ciceroniane, si muoveranno non pochi scritti di arte mnemonica. Chiaramente su questa linea è per esempio il domenicano Bartolomeo da San CONCORDIO (si veda). Nel capitolo dedicato a quelle cose che giovano a buona memoria » da lui inserito ne Gli ammaestramenti degli antichi, frate Bartolomeo (dopo aver richiamato la Rée- thorica ad Herennium, il Timeo, il De memoria e il secondo libro della Retorica di Aristotele, l’Ars poetica di Orazio) fa- ceva larghe citazioni dal commento di Tommaso al De me- moria e dalla « seconda della seconda » della Summa: «Di quelle cose che huomo si vuol ricordare pigli alcune conve- nevoli simiglianze, ma non del tutto usate; imperrocchè delle cose disutate più ci meravigliamo... Conviensi che quelle cose che huomo vuole in memoria ritenere, egli colla sua consi- derazione l’ordini sì, che ricordandosi dell’una vegnia nel- l’altra ». Il riferimento alla dottrina ciceroniana dei luoghi e delle immagini appare altrettanto esplicito: « Di quelle cose che vogliamo memoria havere, doviamo in certi luoghi allogare imagini e similitudini ». Gli VIII precetti esposti da CONCORDIO: I. apparare sin da garzone; II fortemente attendere; III ripensare spesso; IV ordinare; V cominciar dal principio; VI pigliar simiglianza; VII non gravar la memoria di troppe cose; VIII usare dei versi e delle rime -- appaiono quindi Cfr. il cap. Salomon and the Ars notoria in THORNDIKE, History of magic and experimental science, New York] ricavati da una sintesi tra i varî testi ai quali egli si è richia- mato.?° Esclusivamente ispirato alla RAetorica ad Herennium (no- nostante che l’autore dichiari due volte di «discostarsi da Tullio ») è invece quel trattatello trecentesco in volgare sulla memoria artificiale che è stato erroneamente attribuito a Bar- tolomeo. Accanto alla definizione del luogo (« una cosa dispo- sta a poter contenere in sè alcuna altra cosa ») e della imma- gine («il representamento di quelle cose che si vogliono tenere a mente ») compaiono in questo breve scritto sia la distinzione fra luoghi naturali « facti per mano di natura » e artificiali « facti per mano d’huomo », sia le regole relative alla costru- zione dei luoghi e al carattere simbolico delle immagini: « An- cora conviene che la imagine sia segnata da alcuno segno il quale si convenga per la cosa per la quale è facta, cioè che la imagine del re pare che gli si convenga il segno della corona et a’ cavalieri il segno dello scudo... Ancora conviene che a la imagine si faccia alcuna cosa, cioè che la proprino, quanto agli acti, quelle cose che a loro si convengono, si come si conviene ad uno lione dare l’imagine apta et ardita... Adunque veg- giamo sempre che ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come nelle carte si convengono porre le lettere. Questo tipo di rapporto fra luoghi e immagini, che risale alla Retorica ad Herennium, e che resterà per tre secoli uno degli assiomi fondamentali dell’« arte », appare del resto pre- sente anche in altri saggi. L’arte della memoria per due, luoghi et imagini, è facta. E’ luoghi non hanno diferentia da le imagini se non perché sono imagini fisse sopra le quali, siccome sopra a charta, alcune imagini sono dipinte... ?2 Fra BartoLoMEo di San CONCORPIO (si veda), Ammaestramenti degl’antichi. Il testo, per intero riprodotto in appendice, è contenuto nei codici Palat. 54 e Conv. soppr. della Nazionale di Firenze. Un altro commento alla RAetorica ad Herennium ( è contenuto nel Cod. Aldino di Pavia: cart. sec. XV, di cc. III con numerazione di mano più recente. Il Textus de artificiali memoria: Mo passamo al texoro de le cose trovate et de tutte le parte de la Rectorica custodevole Me- moria. Expl.: Con le cose premesse cioè con Studio, Fatiga, Ingegno, Diligentia. Finis commenti in particulari. onde i luoghi sono come materia e le imagini come forma ».5! Le varie regole presenti nel trattatello precedentemente citato tornavano, con lievi differenze, anche in questo scritto. Ma della diffusione negli ambienti domenicani del secolo XIV dell’ars memorativa fanno fede, oltre i testi citati, anche quella connessione, che in molti casi venne a stabilirsi fra l’ars me- moriae e l’ars praedicandi. Non a caso Lodovico Dolce, che fu nel Cinquecento uno dei più noti volgarizzatori dei pre- cetti della retorica e di quelli della mnemotecnica, si richia- mava nel 1562? alla Summa de exemplis et similitudinibus di Fra Giovanni GORINI (si veda) di S. Gimigniano come ad uno dei testi capitali dell’arte mnemonica e collocava il suo nome, accanto a quello di Cicerone e di Pietro da Ravenna, nell’elenco dei fondatori dell’arte. In quel testo che si era pre- sentato come « perutilis praedicatoribus de quacumque mate- ria dicturis », la costruzione di analogie fra i vizî e le virtù da una parte e i corpi celesti e i moti della terra dall’altra dava luogo appunto ad una tecnica del costruire immagini capace di consentire al predicatore una ordinata esposizione e di col- pire in modo efficace e persuasivo la fantasia degli ascoltatori. Accanto a preoccupazioni di questo genere, un vero e proprio interesse per una tecnica della memoria non era stato del resto affatto estraneo ai cultori di quella scienzia quae tradit formam artifictaliter praedicandi*" che aveva avuto nel Trecento una 24 Cod. Magliab. La data in fine (Explicit et finitus die X mensis junii millesimo CCCC® XX° Indit. XIII per Petrum quon- dam Ser Petri de Pragha) fa riferimento alla stesura della miscellanea nella quale il cod. è contenuto. Altri passi, diversi da questo qui ripor- tato, di questo stesso cod. furono trascritti dal Tocco, Le opere latine. Dialogo di DOLCE (si veda) nel quale si ragiona del modo di accrescere et conservar la memoria, in Venetia, appresso Sessa, prima cdizione, Triv. Mor. Il saggio di GORINI (si veda)  e pubblicato a Venezia: Semma de exemplis et similitudinibus rerum noviter impressa. Incipit summa insignis et perutilis praedicatoribus de quacunque materia dic- turis fratris Johannis de Sancto Genuniano, Impressum Venetiis per Johannem et Gregorium de Gregoris. L'espressione è di BASEVORN (si veda), autore di una Forma praedicandi. Il saggio è stato pubblicato in appendice a Charvanp, Artes praedicandi, contribution] è larghissima diffusione. Per uno dei maggiori teorici della predicazione, Waleys, la divisio thematis esercita una funzione precisa : Dato vero quod tantum una fiat divisio thematis, adhuc illa divisio erit bene utilis, tam praedicatori quam auditori. Non enim propter solam curiositatem, sicut aliqui cre- dunt, invenerunt moderni quod thema dividant, quod non consucverunt antiqui. Immo, est utilis praedicatori, quia divisio thematis in diversa membra pracbet occa- sionem dilatationis in prosccutione ulteriori  sermonis. Auditori vero est multum utilis, quia, quando praedicator dividit thema et postmodum membra divisionis ordinate et distinctim prosequitur, faciliter capitur et tenetur tam materia sermonis quam etiam forma et modum praedicandi. In quel singolare prodotto di cultura che fu la medievale ars praedicandi le esigenze della persuasione retorica, della co- struzione di immagini capaci di dar luogo ad emozioni ben controllabili si connettevano in tal modo con i precetti relativi all'ordine e al metodo concepiti come strumenti per imprimere nella memoria i contenuti e la forma dell’orazione. In molti trattati quella caratteristica tematica speculativa che faceva da sfondo alle trattazioni di Alberto, di Tommaso, di frate Bartolomeo viene decisamente abban- donata. Come avviene per esempio nelle Artificialis memoriae regulae di Iacopo RAGONE (si veda) da Vicenza conservate in varì manoscritti l’interesse dell’autore si volge l’histoire de la rhetorique au Moyen Age, Paris. Si vedano i cataloghi dei mss. compilati da H. CapLan, Mediaeval Artes praedicandi. A Hand-List e A supplementary Hand-List, Cornell Studies in Classical Philology, Ithaca, e, dello stesso autore, A late mediaeval Tractate on Preaching, nel vol. Studies in Rhetoric and Public Speaking in honour of Winans, New York,  Cfr. Waters, De modo componendi sermones, in ChÒartanp, Artes praedicandi. n Nel codice marciano  il trattato di RAGONE (si veda) è conservato in due esemplari (di diversa mano). Un terzo esem- plare è nel codice marciano, un quarto nel cod. dell’Ambrosiana. Lievi le differenze. I passi qui citati sono stati tra- in modo esclusivo ad un esame ampio e dettagliato delle tecniche di ricerca dei luoghi: 53r. Iussu tuo, princeps illustrissime, artificialis memorie re- gulas, quo ordine superioribus diebus una illas exercuimus, hunc in librum reduxi tuoque nomini dicavi, imi- tatus non modo sententias, verum et plerunque verba ipsa CICERONE et aliorum dignissimorum philosophorum qui accuratissime de hac arte scripserunt. Praeceptore CICERONE ac etiam teste AQUINO, artificialis memoria doubus perficitur: locis videlicet et imaginibus. Locos enim consideraverunt necessarios esse ad res seriatim pronunptiandas et diu memoriter tenendas, unde sanctus Thomas oportere inquit ut ca que quis memoriter vult tenere, illa ordinata consideratione dispo- nat ut ex uno memorato facile ad aliud procedatur. Ari- stoteles etiam inquit in libro quem de memoria inscripsit: a locis reminiscimur. Necessarii sunt ergo loci ut in illis imagines adaptentur ut statim infra patebit. Sed imagines sumimus ad confirmandum intentiones, unde allegatus AQUINO: oportet, ait, ut eorum quae vult homo memorari quasdam assumat similitudines convenientes. Dopo essersi rapidamente richiamato alla fonte ciceroniana e a quella tomistica, Ragone passa a trattare, in modo molto più articolato di quanto non avessero fatto gli autori da lui citati, delle caratteristiche della memoria «locale » : 53 v. Differunt vero loci ab imaginibus nisi in hoc quod loci sunt non anguli, ut existimant aliqui, sed imagines fixe super quibus, sicut supra carta, alic pinguntur imagines delebiles sicut littere: unde loci sunt sicut materia, imagi- nes vero sicut forma. Differunt igitur sicut fixgum et non fixum. Consumitur autem ars ista centum locis, quatenus expedit pro integritate ipsius. Sed, si tue libuerit celsitu- dini, poterit eodem alios sibi locos invenire faciliter per horum similitudinem. Sed oportet omnino non modo bona, verum etiam optima diligentia ac studio locos ipsos notare et firmiter menti habere, ita ut, modo recto et scritti dal Cod. marciano 274 ai ff. 53-66; si è fatto ricorso, per la com- prensione dei passi dubbi, sia all'altro esemplare contenuto nello stesso Codice, sia al Cod. T. 78 sup. dell'’Ambrosiana, ff. 1-21v. Il testo del Ragone è dedicato al Marchese di Mantova: Ad illustrissimum princi- pem et armorum ducem Iohannem Franciscum Marchionem Mantue. Artificialis memorie regule per Iacobum Ragonam vicentinum. Nel cod. dell'’Ambrosiana il titolo è invece: Tractatus brevis ac solemnis ad sciendam et ad conseguendam artem memorie artificialis ad M. Mar- chionem Mantue retrogrado ac iuxta quotationem numerorum, illos prompte recitare queas. Aliter autem frustra temptarentur omnia. Expedit igitur ut in locis servetur modus, ne sit inter illos distantia nimis brevis vel nimium remota sed moderata ut puta sex vel octo aut decem pedum vel circa iuxta magni- tudinem camere; nec sit in illis nimia claritas vel obscuritas sed lux mediocris. Et est ratio quia nimium remota vel an- gusta, nimium clara vel obscura causant moram inquisi- tionem imaginative virtutis et ex consequenti memoriam retardant dispersione rerum que representande sunt aut earum nimia conculcatione, sicut oculus legentis tedio af- fligitur si litterc sint valde distincte et male composite aut nimis conculcate. Loci vero quantitas non est adeo su- menda modica, ut numero videatur esse capax imaginis, quia violentiam abhorret cogitatio ut si velles pro loco sumere foramen ubi aranca suas contexit tellas et in illo 54r. velles equum collocare, non videretur modo aliquo posse / equum capere. Sed ipsorum locorum quantitas sumenda est ut statim inferius distincte notatum invenies. I luoghi dovranno dunque esser disposti in modo da consen- tire una facile e rapida lettura: la loro distanza e la loro gran- dezza sono state stabilite sulla base di alcune osservazioni di natura psicologica. Si tratta ora, sempre sulla base di osserva- zioni dello stesso tipo e tenendo conto di determinate asso- ciazioni che si presentano fra i varî contenuti della memoria, di procedere ad una scelta dell’« edificio » nel quale i luoghi (e di conseguenza le immagini) dovranno essere collocati : 54 r. Oportet etiam ne loci sint in loco nimium usitato sicut sunt plateac ct ecclesie, quoniam nimia consuetudo aut aliarum rerum representatio causant perturbationem et non claram imaginum representationem ostendunt sed confu- sam, quod summopore est cavendum, quia si in foro locum constitueres et in co rei cuiuspiam simulacrum locares, cum de loco simulacroque velles recordari, additus, reddi- tus, meatusque frequens et crebra gentis nugatio contur- baret cogitationem tuam. Studebis ergo habere domum que rebus mobilibus libera sit et vacua omnino, et cave ne assumas cellas fratrum propter nimiam illarum similitu- dinem, nec hostia domorum pro locis quia cum nulla vel parva tibi sit differentia idco confusio. Habeas ergo do- mum in qua sint intra cameras salas coquinas scalas vi- ginti, et quanto in ipsis locis dissimilitudo maior, tanto utilior. Nec sint camere iste ct reliquie excessive magne vel parve, et in earum qualibet facies quinque locos iuxta distantiam dictam superius scilicet sex aut octo vel decem pedes. Et incipe taliter ut, a dextris semper ambulando vel a sinistris quocunque altero istorum modorum ex apti- tudine domus tibi commodius fuerit, non oportcat te re- trocedere. Sed, sicut in re domus procedit, ita continuen- tur loci tui per ordinem domus, ut sit facilior impressio ex ordine naturali. Sulle caratteristiche “materiali” dei luoghi (grandezza, lu- minosità, non-uniformità, ecc.), sulla scelta e la funzione delle immagini, si sofferma, con altrettanta minuziosità l'anonimo autore di un altro testo manoscritto °° che risale, molto pro- babilmente, allo stesso periodo e agli stessi ambienti culturali. De ordine locorum. Circa cognitionem et ordinem locorum debctis scire quod locus in memoria artificiali est sicut carta in scriptura, propterea quod scribitur in carta quando homo vult recordari et non mutatur carta. Ita loca debent esse immobilia, hoc est dicitur quod locus de- bet semel accipi et nunquam dimitti seu mutari sicut carta. Deinde super talia loca formande sunt imagines il- larum rerum vel illorum nominum quorum vultis recor- dari sicut item scribuntur in carta quando homo recordari vult. De forma locorum. Loca debent esse facta ct ita formata 42r. quod non sint nimis parva nec nimis magna / ut verbi gratia non debes accipere pro uno loco unam domum vel unam terram vel unam schalam, nec etiam, sicut dixi, nimis parvum locum scilicet unum lapidem parvum nec unum foramen vel aliud tale. Et ratio est ista: nam humanus intellectus non circa magnas res nec circa parvas colligitur et imago evanescit; sed debes accipere loca me- dia scilicet terminum clarum et non nimis obscurum, nec enim debes accipere loca in illo loco nimis solitario, sicut in deserto vel in silva, nec in loco nimis usitato, sed in loco medio: scilicet non nimis usitato nec nimis deserto. Et 2° I passi di seguito citati nel testo sono stati trascritti dal Cod. mar- ciano Ars: memoriae artificialis incipit. Ars memoriac artificialis, pater reverende, est ca qualiter homo ad recordan- dum de pluribus pervenire potest per memoriam artificialem de quibus recordari non possit per memoriam naturalem). Dello stesso trattato ho visto altri tre esemplari: il Vatic. lat. Practica super artificiali memoria. Pater et reverende domine. Quatenus homo ad recordandum) che reca solo l’inizio del trattato; il Vatic. lat. Ars memoriae artificialis est qualiter homo ad recor- dandum de pluribus pervenire possit) che reca il trattato quasi com- pleto; il Vat. lat. Ars memoriae artificialis est qualiter homo) che, come il Vat. lat., si interrompe dopo le prime pagine. Al £. 68r. è ripetuto l’inizio del trattato.] nota quod predicta loca bene scire debes ct ante et retro et ipsa adigerc per quinarium numerum, videlicet de quinque in quinque. Et debes scire quod loca non debent esse dissimilia, ut puta domus sit primus locus, secundus locus sit porticus, tertius locus sit angulus, quartus locus sit pes schale, quintus locus sit summitas schale. Et nota quod per quintum vel decimum locum dcebes ponere unam manum auream aut unum imperatorem super quin- tum vel decimum locum; qui imperator sit bene atque imperialiter indutus, vel aliquid aliud mirabile vel defor- me, ut possis melius recordari. Et haec sufficiant quantum ad formam locorum. Nunc autem videndum est de ima- ginibus per predicta loca ponendis. De imaginibus. Est enim sciendum quod imagines sunt sicut scriptura et loca sicut carta. Unde notatur quod 42v. aut vis recordari propriorum nominum aut appellativo- rum aut grechorum aut illorum nominum quorum non intelligis significata aut ambasiatarum aut argumentorum aut de aliis occurrentibus. Ponamus igitur primum quod ego vellim recordari nominum propriorum. Sic enim ponere debes imagines in proprio convenienti loco et ipso sic facto: cum vis recordari unius divitis qui nominatur Petrus, immediate ponas unum Petrum quem tu cogno- scas qui sit tuus amicus vel inimicus vel cum quo habuisti aliquam familiaritatem, qui Petrus faciat aliquid ridi- culum in illo loco, vel aliquid inusitatum, vel simile dicat... In secundo loco ponas unum Albertum quem tu cognoscas, ut supra licet per alios diversos modos, vide- licet quod dict:;s Albertus velit facere aliquid inusitatum vel deforme scilicet suspendens se et ut supra. In tertio loco, si vis recordari istius nominis equi, ponas ibi unum equum album, magnum ultra mensuram aliorum, et qui percutiat quenpiam tuum amicum vel inimicum cum calcibus vel pedibus anterioribus, vel aliquid simile faciat ut supra. Dalla lettura di queste lunghe citazioni ci sì può fare un’idea abbastanza precisa di quale fosse l’effettivo “funzionamento” dell’ars memorativa di origine “ciceroniana”. La qualificazione non è inutile perché la mnemotecnica dei lullisti e degli aristo- telici è fondata su procedimenti affatto differenti. Per realiz: zare l’arte mnemonica è necessario, in primo luogo, disporre di una specie di struttura formale che, una volta stabilita, possa essere sempre impiegata per ricordare una serie qualunque di cose o di nomi (res aut verba). Questa struttura formale o fira e sempre reimpiegabile (come dicono i teorici della mnemotecnica, la carta o la forma), viene costruita in modo arbi- trario: si sceglie una località (edificio, portico, chiesa ecc.) che può essere “fantastica” o reale e già di fatto conosciuta e si fissano all’interno di questa località un certo numero di luoghi. Il carattere arbitrario o convenzionale di queste scelte è, come abbiamo visto, limitato da un certo numero di regole che riguardano: le caratteristiche della località e dei luoghi (ampiezza, solitudine, luminosità ecc.);  il modo nel quale i luoghi stessi devono essere ordinati. È da ricordare infine che la maggiore o minore ampiezza di questa struttura formale condiziona la quantità dei contenuti che in essa possono essere inseriti: nel caso per esempio che si sia costruito un insieme di cento luoghi, questa struttura potrà essere impiegata per ricordare una quantità di nomi e oggetti fino a un massimo di cento (al problema della multiplicatio locorum o del progres- sivo allargamento della struttura verranno non a caso dedicate molte discussioni). La struttura formale così ottenuta si presta ad essere riempita da contenuti mentali di qualsiasi natura e di volta in volta variabili (/magines delebiles o materia o scrittura). Per effettuare questo “riempimento” si fa ricorso alle immagini che devono simbolizzare, nel modo più adatto a colpire in modo duraturo la mente, le cose o i termini che si vogliono ricordare. Anche qui, l’arbitrarietà nella scelta delle immagini appare limitata da regole che concernono: la “mostruosità” o “stranezza” delle immagini e il loro carattere direttamente evocativo di contenuti. Le singole immagini vanno infine collo- cate nei singoli luoghi “provvisoriamente” (in vista cioè del ricordo di una particolare serie di nomi o di cose). Ripercor- rendo mentalmente (in modo semi-automatico) la località pre- scelta o la struttura costruita, si potranno aver presenti imme- diatamente, attraverso il richiamo delle immagini e la sugge- stione da esse esercitata, i termini o le cose appartenenti alla serie che si voleva ricordare. Data la struttura fissa dei luoghi, termini e cose ricompariranno nel loro ordine originario e quest'ordine sarà a piacere invertibile. Il problema della dispositio locorum e della formazione delle immagini occupa, nelle trattazioni alle quali ci siamo riferiti, una parte assai rilevante. Proprio su questo tipo di codificazioni insisterà la maggior parte dei trattati quattro-cinquecenteschi,‘' ed è al carattere esclusivamente “tecnico” che questi trattati vanno assumendo, che ci dobbiamo richiamare per spiegarci la loro sostanziale uniformità. Gli autori che si occupano dell’ars memorativa non si presentano mai come de- gli inventori, ma sempre come dei “chiarificatori” dell’arte: essi si limitano a trasmettere una serie di regole già codificate, cercando di esporle in forma particolarmente accessibile e di giungere, se possibile, a qualche integrazione o migliora- mento. Magari attraverso la riduzione delle regole ad uno schematico formulario,®? l’arte dev’essere resa facilmente e so- # Si vedano per esempio oltre ai due mss. dell'Ambrosiana (anche nel Cod. Angelica), il Cod. marciano (De Memoriae locis libellus) e, alla Casanatense, il Liber seu ars memoriae localis. Una breve trattazione in volgare degli stessi problemi è nel Cod. Riccardiano: Appresso io Michele di Nofri di Michele di Mato del Gioganti ragioniere mostrerò il prencipio dello ’nparare l’arte della memoria, la quale mi mostrò il maestro Niccholo Cicco da Firenze, quando ci venni, cominciando per locar luoghi nella casa mia. E queste sono lc otto sopradette figure della memoria artificiale e tutti i modi, atti e cose che s’appartengono in essi. E maturamente studiare et sapere, e verrai a perfezionare e a notizia vera di presta scienza. È quanto avviene nel cod. dell’Ambrosiana, Regulae artificialis memoriae. Locorum multitudo; locorum ordinato; locorum meditatio; locorum solitudo; locorum designatio; locorum dissimilitudo; locorum mediocris magnitudo; locorum mediocris lux; locorum distantia; locorum fictio. Locorum multiplicatio: addendo diminuendo per sursum et deorsum, per antrorsum et retrorsum, per destrorsum et sinistrorsum. Imaginum: alia in toto similis; alia in toto dissimilis: per oppositionem, per diminutionem, per transpositionem locorum, per alphabetum, per transuptionem locorum, per loquelam ». Si veda anche, sempre all’Ambro- siana, il Cod. E. 58 sup., Ars memoriac. Locorum multitudo, ordi- natio, permeditatio, vacuitas sive solitudo, quinti loci signatio, locorum dissimilitudo, mediocris magnitudo, mediocris lux, distantia, fictio. Locus multiplicatur: addendo, diminuendo, mutando (per sursum, deorsum, antrorsum, retrorsum, dextrorsum cet sinistrorsum), mensurando (longum, latum, profundum). Idolorum: aliud in toto simile, aliud in toto dissimile per contrarium, per consuetudinem, per transpositionem (per alphabetum, sine alphabeto), aliud parum simile per compositio- nem, per diminutionem, per transpositionem, per trasunptionem (lite- rarum vel silabarum), per loquelam ». Del trattatello qui trascritto dal Cod. Ambrosiano E. 58 sup. esiste un altro esemplare, quasi identico, nel Ms. 90, f. 84v. della Casanatense. L'idea di rendere l’arte rapida- mente acquisibile attraverso uno schema, si presenta strettamente assoprattutto rapidamente acquisibile. Su quello che abbiamo chia- mato il carattere “tecnico” di questi trattati, giova d’altra parte insistere per intendere le finalità che essi si proponevano e il clima culturale entro il quale essi poterono trovare larga dif- fusione. L’arte “ciceroniana” della memoria si presenta, nel Quattrocento, come del tutto priva di finalità e di intenti di carattere speculativo, si pone come uno strumento utile alle più varie attività umane. Il trattatello manoscritto di GUARDI (si veda) (o Girardi (si veda) eximii doctoris artium et medicinae magistri si propone per esempio di insegnare a ricordare: i termini sostanziali e accidentali, gl’autori citati (auczoritates), i discorsi comuni (orationes stmplices), il contenuto di lettere, di collezioni e di libri di storia (epistolas, collectiones et historias prolixas), le argomentazioni e i discorsi scientifico-filosofici (argumenta et orationes sillogisticas), le poesie e i termini appartenenti a lingue non conosciute (versus et dictiones ignotas, puta graecas hebraicas), gli articoli del codice (capita legum). Sul modo di ricordarsi delle ambasciate, delle testimonianze, degli argomenti insistono del resto tutti i testi che si presentano talvolta come un adatta- mento delle regole della mnemotecnica alla finalità di una vittoria nelle discussioni.” ciata all'altra di una serie di versi mediante i quali si potessero rapida- mente mandare a memoria le regole dell’arte. Si vedano per esempio i versi ai quali fa ricorso il magister Girardus – GIRARDI (si veda) nel trattato contenuto nel Cod. sup. dell’Ambrosiana c, in altro esemplare, nel cod. dell'Angelica, e il Tractatus de memoria artificiali carmine scriptus che ho visto nel cod. dell’Ambrosiana. Un altro esemplare nel Ms. dell’Angelica. Cfr. il già citato Cod. Marciano. De ambasiatis recordandis. Si vis recordari unius ambasiate quam facere debes, pone in loco imaginato ut supcerius scribebam... Si ambasiata est nimis prolixa, tunc pone unam partem ambasiate in uno loco et aliam partem in uno alio loco ut supra, quia memoria naturalis adiuvabit te. De argumentis recitandis. Argumenta si recitare velis... De testis recor- dando. Si vis recordari unius testis ponas primam particulam in illo loco, primam in primo, tertiam in tertio et sic de aliis successive... ». Ma si veda anche il Cod. Ambrosiano Ambasiatas vero sì commode volueris recordari.. Sulla costruzione di argomenti insistono molto trattati. Si veda per esempio il Cod. Marciano. Legata per le sue stesse origini agli intenti pratici della retorica, l’ars memorativa intende dunque presentarsi come un aiuto per chi è impegnato in varie guise in attività mon- dane e civili. Il Congestorius artificiosae memoriae di Romberch, un testo che ebbe nel Cinquecento diffusione eu- ropea, si presenta come un’opera utile a teologi, predicatori, professori, giuristi, medici, giudici, procuratori, notai, filosofi, professori di arti liberali, ambasciatori e mercanti. Che testi di questo genere potessero effettivamente presen- tare una qualche reale utilità appare senza dubbio difficilmente credibile. Tuttavia se dobbiamo prestar fede a una serie nume- rosa di testimonianze, gli assertori e i teorici della mnemo- tecnica erano giunti a risultati di un qualche rilievo. Il celebre Tomai (si veda), autore di un trattatello sulla memoria artificiale (Venezia) che ha enorme [Tractatus de memoria artificiali adipiscenda eaque adhibenda ad argumentandum ct respondendum (Inc.: Ne in vobis, fratres, imo fili carissimi opus omittam devotionis). 35 Congestorius artificiosae memoriae ]oannis Romberch de Kryspe, omnium de memoria pracceptione aggregatim complectens. Opus omnibus Theologis, praedicatoribus, professoribus, iuristis, iudicibus, pro- curatoribus, advocatis, notariis, medicis, philosophis, artium liberaliun: professoribus, insuper mercatoribus, nuncits, et tabelariis pernecessarium, Venetiis, in aedibus Georgii de Rusconibus (Triv. Mor.). Phoenix seu artificiosa memoria domini TOMAI (si veda) memoriae magistri, Bernardinus de Choris de Cremona impressor delectus im- pressit Venezia. Una copia di questa edizione originale curata dallo stesso autore è contenuta, insieme a due altri incunaboli, nel cit. Cod. Marciano. A questa prima edizione si richiamano le citazioni del testo e quelle riportate nell'appendice. Le regulae dell'operetta di TOMAI -- dalla prima alla dodicesima -- sono presenti nel Cod. Vat. lat. (Fenix domini TOMAI memoriae magistri. Expl.: Finis. Deo gratias matrique Mariae) e sono in parte riprodotte anche nel Cod. Aldino di di Pavia. Cfr. Magister TOMAI de memoria. Expl.: Expliciunt regulae memoriae artis egregii ac rmemorandi viri Petri Magistri de Memoria. Su Pietro da Ravenna cfr., oltre al TiraposcHi, Storia della letteratura italiana, Modena,; BORSETTI risonanza e non sarà senza influenza su BRUNO, afferma di poter disporre di più di centomila luoghi che si era andato costruendo onde riuscir superiore a tutti nella conoscenza del diritto romano. Cum patriam relinquo — scrive — ut peregrinus urbes Italiae videam, dicere possum om- nia mea mecum porto; nec cesso tamen loca fabricare. Di fronte al suo maestro Alessandro Tartagni da Imola, a Pavia, TOMA si mostra in grado di recitare a memoria totum codicem iuris civilis, il testo e le glosse, di ripetere parola per parola le lezioni di Alessandro e più tardi, a Padova, aveva stupefatto il capitolo dei canonici regolari recitando a memoria prediche intese una sola volta. Della sua abilità egli parla del resto a più riprese in pagine nelle quali un’accorta auto- propaganda si associa al manifesto desiderio di suscitare nell'animo dei lettori una stupefatta ammirazione per tanto prodigio. Mi è testimone Padova. Ogni giorno leggo, senza bisogno di alcun libro, le mie lezioni di diritto, proprio come se avessi il libro dinanzi agl’occhi, ricordo a memoria il testo e le glosse e non ometto la benché minima sillaba. Ho collocato in XIX lettere dell’abecedario ventimila passi del diritto civile e, nello stesso ordine, settemila passi dei libri sacri, M carmi di OVIDIO. CC sentenze di CICERONE, CCC detti dei filosofi, la maggior parte dell’opera di VALERIO Massimo. Historia Gymnasti Ferrariac, P. Ginann I, Scrittori ravennati. Alla Classense di Ravenna è da vedere, per una biografia, il Cod. Mob. contenente la genealogia dei TOMAI (si veda).Le ragioni del termine phœnix contenuto nel titolo sono chiarite dal stesso TOMAI.  Et cum una sit foenix et unus iste libellus, libello si placet Foenicis nomen imponatur. Ma alla fenice fanno riferimento, nello stesso senso, anche altri saggi: si veda per es. nel cod. Palat. 885 della Naz. di Firenze il Liber qui dicitur Phenix super lapidem philosophorum -- Post diuturnam operis fatigationem. Expl.: de lapide philosophorum natura et compositione sive fixione quae dicta sunt observentur. Deo gratias. Finis). Phoenix seu artificrosa memoria. Phoenix seu artificiosa memoria, cit., ff. 92v.-94v. (cfr. i passi ri- portati nell’appendice). Ma si veda anche quanto scrive TOMAI. In magna nobilium corona, dum essem adolescens, mihi semel fuit propositum ut aliqua nomina hominum per unum ex astantibus IMMAGINI E MEMORIA LOCALE. Meno sospette delle testimonianze dell’interessato appaiono quelle di Eleonora d’Aragona, che chiamava l’intera città di Ferrara a testimoniare della prodigiosa memoria di TOMAI o di Bonifacio del Monferrato che, dopo aver constatato la sua straordinaria virtù, lo raccomanda caldamente ai re, ai principi, ai magnifici capitani e ai nobili italiani, o infine del doge Barbarigo. Comunque stiano le cose, è certo che la straordinaria fama della quale gode in Italia questa singolare figura e affidata, più che alle sue pur non trascurabili cognizioni giuridiche, al fatto che egli si presentiva come la vivente dimostrazione della validità di un'arte alla quale si volgevano, in quell’età, le speranze e le aspirazioni di molti. Professore di diritto a Bologna, a Ferrara, a Pavia, a Pistoia, a Padova, TOMMAI contribuì senza dubbio a diffondere, in tutta Italia, l’interesse per l’ars memorativa. Conteso al doge veneziano da Bugislao duca di Pomerania e da Federico di Sassonia, TOMMAI vide aperte dinanzi a sè le porte di Wittenberg. Dopo aver rifiutato un invito del re di Danimarca, passa a Colonia e di qui, accusato di poco corretto comportamento -- scholares itali non poterant vivere sine meretricibus – e costretto a ritornarsene in Italia. La notorietà di questo personaggio e l’ammirazione per la sua opera non saranno senza risonanze. La Phoenix seu artificiosa memoria del Ravennate esercita su tutta la successiva produzione di mnemotecnica una larghissima influenza e a TOMMAI si rifaranno, come ad un eccelso maestro, tutti i filosofi italiani. La diffusione di questo saggio, stampato per la prima volta a Venezia, poi ripubblicato a Vienna, a Vicenza, a Colonia, tradotto in inglese da una precedente edizione in lingua francese, basta da sola a mostrare come  del dicenda recitarem. Non negavi. Dicta ergo sunt nomina. In primo loco posui amicum illud nomen habentem, in secundo similiter, et sic quot dicta fuerunt, tot collocavi, et collocata recitavi ». i Il testo della lettera di Eleonora d'Aragona è in Phoenix seu artifi- ciosa memoria] fossero interessati alla memoria locale ambienti non soltanto italiani. L’operetta di TOMMAI appare costruita secondo i già ben noti schemi della tradizione ciceroniana CICERONE. Più che sulle regole concernenti la ricerca dei luoghi, TOMMAI volge tuttavia la sua attenzione alla funzione esercitata dalle immagini e si sofferma a lungo sul concetto che l’immagini, per essere davvero efficaci, debbono porsi come dei veri e propri eccitanti dell'immaginazione. Solitamente colloco nei luoghi delle fanciulle formosissime che eccitano molto la mia memoria e credimi. Se mi sono servito come immagini di fanciulle bellissime, più facilmente e regolarmente ripeto quelle nozioni che avevo affidato ai luoghi. Possiedi ora un segreto utilissimo alla memoria artificiale, un segreto che ho a lungo taciuto per pudore. Se desideri ricordare presto, colloca nei luoghi vergini bellissime. La memoria infatti è mirabilmente eccitata dalla collocazione delle fanciulle. Questo precetto non potrà giovare a coloro che odiano e disprezzano le donne e costoro conseguiranno con maggiore difficoltà i frutti dell’arte. Vogliano perdonarmi gl’uomini casti e religiosi. Avevo il dovere di non tacere una regola che in quest'arte mi procurò lodi ed onori, anche perché voglio con tutte le mie forze lasciare successori eccellenti. Opere come quelle del Romberch e di TOMMAI avevano intenti eminentemente, se non esclusivamente] praedizioni viennesi, l’edizione di Londra, che è senza data: il trattato viene presentato, senza nome dell’autore, da Copland come The art of memory, that otherwise is called the Phenix, an essay very behouefull and profitable to all professors of science, granmarians, rhetoricians, dialectyks, legystes, philosophers and theologians. Stampato da Middleton si presenta come a translation out of French into English, edizione di Colonia e Vicenza. Per la rinomanza di TOMAI in Germania è da ricordare che Agrippa si vantò di averlo avuto maestro e che un ampio elogio di TOMAI, maestro di memoria, è inserito nell’Abecedario aureum dell'Ortwin, Colonia. Phoenix seu artificiosa memoria]  tici”: si rivolgevano ai filosofi solo in quanto anch'essi, così come i medici o i notai o i giuristi, sono impegnati in terrene faccende. Con tutto ciò anche in questi trattati, nei quali l’in- teresse tecnico appare dominante, si affacciano dei motivi (cone per esempio quello delle immagini) che hanno stretti rapporti con la cultura rinascimentale, e temi, quale per esempio quello del rapporto arte-natura, che erano stati e soprattutto saranno ampiamente dibattuti in sede più specificamente filosofica. «La memoria locale è un’arte con la quale riusciamo a ricordare facilmente e ordinatamente molte cose delle quali, con le forze naturali, non sarebbe possibile che noi avessimo o così pronta o così distinta memoria », si afferma nell’ Urb. lat. e su questo motivo, il cui spunto appare già presente nei saggi di CICERONE e di Quintiliano, si ritornerà da più parti con accenti significativi. Mentre contrapponeva i risultati dell’arte a quelli della natura, l'anonimo autore del ms. lat. conservato alla Marciana, avvicinava non a caso l’arte mne- monica agli altri ritrovati della tecnica e tuttavia, proprio in quel punto, sentiva il bisogno di porre l’arte sotto il leggen- dario patrocinio di Democrito ‘' e di presentarsi come il chia- rificatore delle straordinarie difficoltà e delle « oscurità » conte- nute nella RAetorica ad Herennium : 42 Urb. lat.Cod. marciano. Il brano di seguito citato nel testo, che trascrivo dal cod. cit., è già stato pubblicato da Tocco, Le opere latine di BRUNO, che fa riferimento al Cod. Marciano. Tocco nota come ritorni in più di un trattato di memoria artificiale il nome di Democrito come fondatore dell’arte. Cfr. Cod. marciano: Tractatus super memoria artificiali, ordinatus ad honorem egregii et famosissimi doctoris nec non et comitis Troili Boncompagni P. F. Homines enim mortales memoriam labilem conspicientes fuerunt conati quemadmodum fuit Democritus, Simonides et CICERONE per artem adiuvare. Ma cfr. anche, nello stessocodice, al f. 5, le Regulae memoriae artificialis ordinatae per religiosum sacrae theologiae professorem magistrum Ludovicum de Pirano ordinis Minorum (Inc.: Democritus atheniensis philosophus, huius artis primus inventor fuit). Il richiamo a Democrito appare fondato, come chiara TOCCO sulla testimonianza di GELLIO secondo la quale Democrito si sarebbe cavati gl’occhi per meglio concentrarsi nei suoi pensieri] Ars memoriae artificialis, pater reverende, est ca qualiter homo ad recordandum de pluribus pervenire possit per memoriam artificialem de quibus recordari non possit per memoriam naturalem. Debetis enim scire quod sic natura adiuvatur per artem adiunctam sicut sunt navigia ad mare transfretandum quia non potest transfretari per virtutem et viam naturae, sed solum per virtutem ct viam artis; unde philosophi vocaverunt artem adiutricem nature. Sicut enim invenerunt homines diversas artes ad iuvandum diversis modis naturam, sic etiam videntes quod per na- turam hominis memoria labilis est, conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu memoriam ut homo per virtutem artis recordari possit multarum rerum quarum non poterat recordari aliter per memoriam natu- ralem et sic adinvenerunt scripturas et viderunt non posse recordari horum quae scripserant. Postea in successione temporis, videntes quod semper non poterant secum por- tare scripturas, mec semper parati erant ad scribendum, adinvenerunt subtiliorem artem ut sine quacumque scrip- tura multarum rerum reminisci valerent et hanc vocave- runt memoriam artificialem. Ars ista primum inventa fuit Athenis per Democritum eloquentissimum philosophum. Et licet diversi philosophi conati fuerint hanc artem declarare, tamen melius et subtilius declaravit suprascrip- 4Iv. tus philosophus Democritus huius artis / adinventor. Tulius vero perfectissimus orator in cuius libro Rhetori- corum de hac arte tractavit licet obscuro et subtili modo in tantum quod nemo ipsum intelligere valuit nisi per divinam gratiam et doctorem qui doceret ipsam artem qualiter deberet pratichari. Ad una diversa atmosfera culturale e a temi legati alla “psicologia” e alla “filosofia” più che alla retorica, ci riportano invece altri scritti del tardo Quattrocento nei quali l'influsso delle impostazioni aristoteliche e tomistiche è assai più forte di quello esercitato dalla tradizione della retorica ciceroniana. Si tratta, come è ovvio, solo di una differenza di grado poiché, come abbiamo visto, proprio attraverso Alberto e Tommaso, l’arte ciceroniana della memoria era entrata a far parte del patrimonio della cultura scolastica e tuttavia, in qualche caso, si assiste, leggendo questi trattati, all’interessante tentativo di ricavare direttamente dai testi aristotelici alcune regole della memoria artificiale. In questo senso è tipico il De nutrienda memoria, pubblicato a Napoli nel quale CARPANIS (si veda)  si propone di presentare le dottrine svolte da Ari- stotele nel De memoria et reminiscentia « condite col sale d’AQUINO. Il sensus communis appare a CARPANIS (si veda) simile a una gigantesca selva – “silva maxima” -nella quale vengono accumu- landosi le immagini provocate da ciascuno dei cinque sensi. Su questo caos agisce l’intelletto con una triplice operazione: in primo luogo prende coscienza delle immagini, in secondo luogo le connette secondo un ordine preciso e in terzo luogo infine (quasi deambulans per pomerium) lega l’una all’altra le cose simili riponendole in archa memoriae. Quando di quelle cose si parli, l'intelletto « quasi de armario pomorum cibum sumens, verba per dentes ruminantis intellectus emittit. La memoria, a sua volta, si muove su un duplice piano: quello del senso e quello dell’intelletto. La memoria sensitiva (vis quaedam sensitivae animae) appare strettamente congiunta col corpo e capace di ritenere corporalia tantum; quella intellet- tiva, al contrario, è armarium specierum sempiternarum. Alle principali tesi di Aristotele l’autore accosta, quasi sempre, la citazione di passi tratti dal De triritate di Agostino: così la dottrina aristotelica del carattere corporeo dei contenuti della memoria sensitiva viene accostata al passo di Agostino sulla memoria delle pecore che, dopo il pascolo, tor- nano all’ovile; mentre la nota tesi agostiniana della identità tra memoria intelletto e volontà viene citata a conferma del carattere intellettivo di una delle due parti nelle quali la memoria si suddivide. Anche la dottrina degli aiuti (admin: cula) della memoria risente da vicino della sua origine tomi- stica: accanto all’ordine (bonus ordo memoriam facit habilem) e alla ripetizione (ex frequentibus actis habitus generatur) CARPANIS (si veda) colloca fra gli aiuti principali la similitudo e la contrarietas. Senza far ricorso all’arte della memoria locale [De nutrienda memoria CARPANIS (si veda)  regnante serenissimo et illustrissimo Domino nostro D. Ferdinando Dei gratia rege Sicilie, Hierusalem et Hungarie, contenuto nel cit. Cod. marciano De nutrienda memoria, cit., f. 97 v. De nutrienda memoria. l’autore giunge in tal modo a fissare alcune regole ricavate, anziché da CICERONE, dalla psicologia aristotelica. Contrarietas secundum dicitur adminiculum ubi notan- dum est quod quando res diversorum ordinum et quali- tatum essent recitandae in una orationc vel in una sen- tentia eloquendac, tunc ordo subsequens debet esse con- trarius immediate antecedenti, ut si videlicet memoranda essent libertas servitus frigus estas divitiae paupertas pictas crudelitas iusticia impictas, sic ut sunt hic nominata ordi- nabis; non autem dices: libertas, frigus servitus estas divitiae pietas paupertas crudelitas. Graveretur cnim memo- ria sic inordinate procedens cuius ratio videtur quia... contraria non se compatiuntur ad invicem immo iuxta se posita nullo medio, motum habent contrarium et ope- rationem ad invicem contrariam. Sic itaque, sicut motum nullo medio ad invicem habet contrarium, sic in memorando nullum aliud habendo vei querendo auxilium, mo- vebunt memoriam. Ars cnim imitatur naturam. Un tentativo dello stesso genere è presente anche nel De omnibus ingeniis augendae memoriae di CARRARA (si veda) pubblicato a Bologna. Anche in questo caso le os- servazioni di Aristotele sull’ordine, sul passaggio del simile al simile, sulla contrarietas vengono interpretate come vere e pro- prie “regole” dell’ars memorativa. Ma oltre che per queste de- rivazioni aristoteliche e per la proposta di un particolare tipo di 48 De nutrienda memoria. Inc. contenuto, accanto a quelli delle opere di TOMAI e di CARPANIS (si veda), nel Cod. marciano: CARRARA, De omnibus ingentis augendae memoriae ad prestantissimum virum Aloisium Manentem incliti Venetorum Senatus Secretarium. Impressum Bononiae per me Platonem de Benedictis civem bononiensem, regnante inclito prin- cipe domino Iohanne Bentivolio, secundo anno incarnationis, dominicc die XXIHI Januarii. Al testo di CARRARA (si veda) attingerà largamente, senza citare l’autore, GRATAROLI nei suoi Opuscula dedicati alla memoria, Basilea. Su CARRARA (si veda) cfr. TiraBoscHi, Storia della letteratura. De omnibus ingentis. Primum est ordo et reminiscibilium consequentia. Cum cam didicimus ex ordine cum connectione et dependentia si aliquo eorum erimus obliti, facile, repetito ordine, reminisci poterimus. Alterum est ut et uno simili in suum simile pro- memoria locale” fondato sulla suddivisione in cinque parti del corpo degli animali," il saggio di CARRARA (si veda) è importante perché mostra la stretta connessione che venne a stabilirsi, all’interno di una certa tradizione aristotelica, fra arte della me- moria e medicina. Richiamandosi a Galeno e ad Avicenna CARRARA (si veda) affronta, in primo luogo, il problema di una localizzazione della memoria, passa poi a discutere delle principali malattie che ostacolano l’uso della memoria, si sofferma ad esporre una serie di regole concernenti l’uso di cibi e bevande, il sonno e il moto, e giunge finalmente alla formulazione di un vero e proprio ricettario. All’idea di una terapeutica della memoria, già presente nel Regimen aphoristicum di Arnaldo da Villanova, e diffusa nella medicina medievale, si richia- mava, accanto a CARRARA (si veda), anche Matteolo da PERUGIA (si veda) che pubblica un opuscolo di medicina mnemonica. In entrambi i saggi è non a caso assai frequente il ricorso ad Avicenna. La tesi sostenuta da CARRARA (si veda) che l’umdità sia di ostacolo alla memoria è per esempio già presente nei testi del medico arabo -- qui autem habent locum dominatum humiditate non rememorant, quia formae non finguntur in humido -- ma il saggio di CARRARA (si veda)  a differenza di quello del Matteolo e degli altri già presi in esame, appare fondato su numerosissime letture. Oltre ai già noti classici della memoria, comparivano qui i nomi di Galeno, BOEZIO (si veda), Ugo da San Vittore, Giovanni Scoto e Averroè. vehamur: ut si Herodoti obliviscamur de Tito Livio recordati latinae historiae patre, in Grecae historia patrem Herodotum producemur. Tertium est ut contraria recogitemus... ut memores Hectoris, remini- scimur Achillis ». ! De omnibus ingentis, Il passo può esser letto nella trascrizione che ne ha dato TOCCA. Si veda per esempio: Tractatus clarissimi philosophi et medici Ma- theoli perusini de memoria et reminiscentia ac modo studendi tractatus feliciter. L'opera insiste sul regime da seguire in vista della buona memoria. Sull’autore cfr. Tira- BoscHI, Storta della letteratura. Averrois Cordubensis, Compendia librorum Aristotelis qui parva na- turalia vocantur, in Corpus Comm. Av. in Arist., Cambridge (Mss.). Attraverso un contatto con la tradizione della medicina e con certe tesi dell’aristotelismo, la trattatistica sull’ars memoriae del tardo Quattrocento sembra dunque avvicinarsi a temi e a problemi che rivestono un interesse non meramente “tecnico” e non soltanto “retorico”. Tuttavia, ed è opportuno non di- menticarlo, quando a metà del Cinquecento si verificherà l’in- contro fra la grande tradizione del lullismo e l’ars reminiscendi di derivazione “retorica”, saranno proprio i trattati stretta- mente tecnici dei “ciceroniani” ad esercitare una funzione es- senziale. In realtà quell’arte dei luoghi e delle immagini, nono- stante la sua apparente neutralità e atemporalità, era legata alla cultura del Rinascimento da una molteplicità di rapporti, e solo tenendo presenti tali rapporti sarà possibile spiegarsi le ragioni per cui testi spesso aridi e quasi sempre speculativamente inof- fensivi eserciteranno un fascino notevole sulle menti di Agrippa e di BRUNO. Chi ponga mente all'importanza dei segni, delle imprese e delle allegorie nella cultura rinascimentale, chi richiami alla mente i saggi ficiniani sui simboli e le figurazioni poetiche che nascondono divini misteri e avverta il significato di quel gusto per le allegorie e per le forme simboliche presente negli scritti di LANDINO (si veda), di VALLA (si veda), di PICO (si veda), di POLIZIANO (si veda) e di BRUNO (si veda), non potrà non rilevare la risonanza che l’arte della memoria in quanto costruttrice di immagini e destinata ad avere in una età che ama incorporare le idee in forme sensibili, che si diletta a trasferire sul piano delle discussioni intellettuali la febbre e la fortuna, che vede nel geroglifico il mezzo usato per rendere indecifrabili i precetti religiosi, che ama l’abecedario e le iconologie, che concepiva verità c realtà come qualcosa che si va progressivamente disvelando attraverso il segno e la favola e l’immaginie. Su questi temi cfr. Cassirer, Individuo e cosmo nella filosofia del Rinascimento, Firenze;Monnier, Le Quattro- cento, Losanna; CH. LeMMI, The classical deities in Bacon. A study in mythological symbolism, Baltimore; KriIsTELLER, Il pensiero filosofico di FICINO (si veda), Firenze; GARIN, L'UMANESIMO ITALIANO, Bari; Medioevo e Rinascimento, Bari. Essenziale resta ]. Seznec, La survivance des dieux antiques, Londra] In un testo caratteristico e giustamente famoso, Alciati, mentre parla di un’ars quaedam inveniendorum et excogitandorum symbolorum, si sofferma a lungo a discorrere delle differenze che intercorrono fra schemata, imagines e symbola. In un libro altrettanto fortunato, RIPA (si veda) presenta una « descritione d’imagini delle virtù, vitii, affetti, passioni umane, corpi celesti, mondo e sue arti  annunciando che il suo saggio -- che è veramente la chiave dell’allegorismo) doveva servire per figurare con i suoi proprî simboli tutto quello che può cadere in pensiero umano. Alla voce memoria troviamo la rappresentazione di « una donna con due faccie, ve- stita di nero et che tenga nella man destra una penna et nella sinistra un libro »: le due facce stanno a significare che la memoria abbraccia « tutte le cose passate, per regola di pru- denza in quelle che hanno a succedere per l’avvenire »; il libro e la penna, simboli della frequente lettura e della scrit- tura, « dimostrano, come si suol dire, che la memoria con l’uso si perfettiona ».°” In un manuale di iconologia, compo- sto negli ultimi anni del Cinquecento, ritroviamo in tal modo da un lato l’antica idea dell’uso e della scrittura come aiutidella memoria (due secoli più tardi Hume parlerà dell’« ope- rosità » e della «scrittura »), dall’altro l’eco di quelle discus- sioni sulla memoria e la « prudenza » che avevano appassio- nato Alberto Magno ed AQUINO. Ma era l’idea stessa di sulla iconologia le ); ma cfr. anche M. Praz, Studies in Se- venteenth Century Imagery, Londra, Yates, The French Academies, Londra. It was on the image-level of the mind -- if one may speak thus -- that the Renaissance men achived his ounified outlook. Uno storico dell’arte come WaetzoLp, Diirer and his Time, Londra, giunge del resto a non dissimili conclusioni. Più recente R. }. CLEMENTS, Icornography on the nature and Inspiration of Poetry in Renaissance Emblem Litterature, in PMLA, Omnia A. ALCIATI (si veda) Emblemata, Antverpiac, Braid. È il titolo dell’Iconologia di RIPA (si veda), edizione padovana. Ripa, /conologia, Sulla Allegoria della prudenza del Tiziano Panorsri scrive uno splendido saggio -- ora ristampato nel vol. The meaning of visual arts, New York. Sulla prudenza come « me- una rappresentazione sensibile delle “cose” e dei “termini” c di una “personificazione” dei concetti alla quale il Ripa (e molti altri con lui) si ispirava, che aveva indubbiamente assai stretti legami con quella sezione della mnemotecnica che aveva per scopo la costruzione delle immagini. All’interno stesso della più ortodossa tradizione dell’ars memorativa ciceroniana non erano mancate espressioni di una particolare sensibilità per il problema delle immagini. Certe pagine dell'Oratoriae artis epitoma (Venezia) di PUBBLICIO (si veda) giovano senza dubbio a comprendere come tra queste immagini e quelle delle iconologie sussistesse un legame reale. Le intentiones simplices e spirituali, afferma Pubblicio, non aiutate da nessuna corporea similitudine, sfug- gono rapidamente dalla memoria. Le immagini hanno appunto il compito, mediante il gesto mirabile, la crudeltà del volto, lo stupore, la tristezza o la severità, di fissare nel ricordo idee termini e concetti. La tristezza e la solitudine saranno il simbolo della vecchiaia, la lieta spensieratezza quello della gioventù, la voracità sarà espressa dal lupo, la timidezza dalla lepre, la bilancia sarà il simbolo della giustizia, l’erculea clava della fortezza, l’astrolabio dell’astrologia. Ma soprattutto gio- verà richiamarsi, nella costruzione delle immagini, all'opera dei poeti, di VIRGILIO (si veda) e di OVIDIO (si veda). Le loro raffigurazioni della Fama, dell’ Invidia, del Sonno potranno essere felicemente ri- prese in quella collocatio in locis che fa uso di immagini rare ed egregie.®° Simboli e immagini in funzione del ricordare: anche quando l’idea di una collocatio imaginum in locis verrà abbando- nata definitivamente, resterà ben salda l’idea dei simboli e delle immagini come aiuti della memoria. La Istoria universale pro- moria del passato, ordinamento del presente, contemplazione del futuro » Panofski avrebbe potuto citare, accanto a fonti meno note, anche 1 passi, assai significativi, di Alberto Magno e d’AQUINO. Ma resta egualmente significativa la penetrazione, entro le arti figurative, dell’antico tema della connessione memoria-prudenza. Publicii Iacobi, Oratoriae artis epitoma, sive quae ad consumatun spectant oratorem, Venezia. L’opera di PUBBLICIO (si veda) e ristampata a Venezia (Erhardus Radtolt augustensis ingenio miro et arte perpolita impressioni mirifice dedit) e successivamente ad Augusta. Qui si è fatto uso dell’inc. dell’Angelica di Roma. Oratoriae artis epitoma] vata con monumenti e figurata con simboli degli antichi pubblicata da BIANCHINI (si veda) dove unire alla facilità dell’apprendere e del comprendere la stabilità dell’ordinare e del ritenere; la dipintura proposta al frontispizio della Scienza Nuova di VICO dove servire al leggitore « per concepire l’idea di quest'opera avanti di leg- gerla, e per ridurla più facilmente a memoria. BIANCHINI Veronese, La istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degl’antichi, Roma, Braid VICO (si veda), Opere, cur. NICOLINI (si veda), Milano e cfr. R., Schede vichiane, in La Rassegna della letteratura italiana. Si verificano, in quel settore della cultura che qui ci interessa, due importanti fenomeni. Il primo è la diffusione in di quell’arte della memoria locale che aveva avuto la sua più organica e completa trattazione nel saggio di TOMAI. Il secondo è il contatto che venne a stabilirsi fra quella tradizione mnemotecnica che risale a CICERONE, a Quintiliano, alla Rhetorica ad Herennium, ad AQUINO e l’altra, diversa tradizione di logica combinatoria che fa capo alle opere di Lullo. Cusano, Bessarione, PICO (si veda), Lefèvre d’Etaples, Bovillus e poi Lavinheta e Agrippa e BRUNO (si veda) contribuiscono a diffondere le opere di Lullo, l’interesse per l’ars magna e la passione per la combinatoria entro tutta la cultura europea. Il significato della loro adesione ad una tematica che appare così profondamente estranea ad una mentalità post-cartesiana e post-galileiana è necessariamente sfuggito sia a quegl’interpreti che vedeno nell’ars magna una specie di sommario elementare o preistorico di logica simbolica, sia a coloro che hanno preferito sbarazzarsi, con facile ironia, delle stranezze di molti fra gl’esponenti più significativi e più noti di una non trascurabile stagione della cultura occidentale. L'interesse per la cabala e per le scritture geroglifiche, per le scritture artificiali e universali, per la scoperta dei primi princìpi costitutivi di ogni possibile sapere, l’arte della memoria e il richiamo continuo ad una logica intesa come chiave capace di aprire i segreti della realtà. Tutti questi temi appaiono inestricabilmente connessi con la rinascita del lullismo nel Rinascimento e formano, davanti a chi affronti direttamente i saggi da Agrippa a Fludd, da Gassendi a More, una sorta di inestricabile groviglio del quale non appare del tutto lecito sbarazzarsi facendo ricorso ad una generica e misteriosa entità “platonismo”. In realtà molti dei temi che formano quel groviglio hanno non pochi e non trascurabili riflessi anche sui problemi della speculazione e della scienza: dalla teoria baconiana e vichiana VICO del SEGNO  dell’immagine e del linguaggio, alla discussione baconiana e cartesiana sull’albero delle scienze e sulle facoltà; dalle polemiche sul significato della dialettica e sui suoi rapporti con la retorica, a quelle concernenti le topiche e il problema del metodo e infine a quelle stesse trattazioni di filosofia naturale che fanno appello alla struttura logica della realtà materiale, all’abecedario della natura o ai caratteri impressi dal divino nel cosmo. Non si ha qui la pretesa di dar fondo a questi complessi problemi. Si ritiene tuttavia che ad una maggiore comprensione di talune delle questioni precedentemente indicate possa giovare non poco un esame, analiticamente condotto, della diffusione del lullismo e del suo connettersi con la già fiorente tradizione dell’arte mnemonica. In una lettera dedicatoria premessa al suo commento all’Ars brevis di Lullo, Agrippa traccia un sommario quadro della diffu- [Faccio uso dell'edizione delle opere e dei commenti lulliani pubbli- cate a Strasburgo dai fratelli Zetzner. Si dà qui, per comodità del lettore, un sommario del contenuto di questa edizione (che verrà di seguito indicata semplicemente con ZetznER). Raymundi Lullii Opera ca quae ad inventam ab ipso artem universalem scientiarum artiumque omnium brevi compendio firmaque memoria apprchendendarum locu- pletissimaque vel oratione ex tempore petractandarum pertinent. Ut et in candem quorundam interpretum scripti commentarit... Accessit Va- leriù de Valerits patrici veneti aureum in artem Lullii generalem opus, Argentorati, Sumpt. Hacr. Lazari Zetzneri (Triv., Mor.. L’opera fu ristampata; parzialmente riprodotta: Stoccarda. Il volume contiene i seguenti scritti: Opere autentiche di Lullo: Logica brevis et nova; Ars brevis; Ars magna generalis ultima; Tractatus de conversione subiecti et praedicati per medium; XII principia philosophiae, sione del lullismo nella cultura europea: Daguì e il suo discepolo Janer sono ben noti e celebrati in ITALIA, l’insegnamento di FCorboba ha avuto vastissima risonanza nelle scuole europee, Lefèvre d’Etaples e Bovillus sono stati, a Parigi, devotissimi a Lullo, infine i fratelli Canterio  hanno mostrato non solo alla Francia e alla Germania, ma anche all'ITALIA, le mirabili possibilità dell’arte. Mentre si richiama ai grandi maestri del lullismo, Agrippa chiara anche breve- [Opere apocrife e attribuite a Lullo: De auditu kabbalistico seu kabbala,; Oratio exemplaris (sic, errore di numerazione nelle pagine); /n RAesoricam Isagoge; Liber de venatione medii inter subiectum et praedicatum. Commenti: BRUNO, De lulliano specierum scrutinio; De lampade combinatoria lulliana; De progressu logicae venationis; Acrirra, In artem brevem Raymundi Lullit commentaria; VALERIIS, Opus aureum in quo omnia breviter explicanter quae R. Lullus tam in scientiarum arbore quam arte generali tradit. Su Daguì che tenne pubblici corsi di lullismo nella cattedrale di Maiorca, sul suo discepolo Janer, sul filosofo platonico Còrdoba che difese Daguì dalle accuse di eterodossia in una commissione nominata da Sisto IV, sul lullismo del Lefèvre e del Bouelles, sui fratelli Andrés, Pedro e Jaime Canterio cfr.: T. e |. Carreras y ArRTAu, Filosofia cristiana, Madrid,, nel quale si trovano notizie bio-bibliografiche sui singoli autori. Stru- mento essenziale per la storia del lullismo è: E. RocENT y E. Duran y Renats, Bibliografia de las impressions lul-lianes, Barcelona (per le edizioni, numerosissime, del commento di Agrippa). Per le notizie sulle opere edite e inedite, sui manoscritti ecc. si vedano: Littré, in Histoire littéraire de la France; E. Lonc- [PRÉ, voce Lulle in Dictionnaire de théologie catholique; J. Avinvò, Les obres autèntiques del Beat Ramon Lull, Barcelona; C. Ortaviano, L'ars compendiosa de R. Lulle avec une étude sur la bibliographie et le fond ambrosien de Lulle, Paris. Per la diffusione del lullismo, particolarmente in ITALIA, sono assai importanti gli studi di Miguel BatLLORI che, oltre a una preziosa Introducion bibliografica a los estudios lulianos, Mallorca, ha pubblicato: E/ Lulismo en Italia, Madrid, Rev. de Filos. de l’ Inst. L. Vives; La obra de R. Lull en Italia, in « Studia, Palma de Maiorca, ag.-sett.; Le lullisme de la Renaissance et du Baroque: Padoue et Rome, in «Actes du XIéme Congrès Int. de Philos. », Bruxelles (per una completa informazione cfr. Bibliografia del P. Miguel Batllori S. I., Torino] mente la portata e il senso della combinatoria lulliana, le ra- gioni della sua superiorità e della sua efficacia: l’arte — afferma — non ha nulla di volgare, non ha a che fare con oggetti determinati e proprio per questo si presenta come la regina di tutte le arti, la guida facile e sicura a tutte le scienze e a tutte le dottrine. L’ars inventiva appare caratterizzata dalla generalità e dalla certezza; con il suo solo aiuto, indipenden- temente da ogni altro sapere presupposto, gli uomini potranno giungere ad eliminare ogni possibilità di errore e a trovare « de omni re scibili veritatem ac scientiam ». Gli “argomenti” dell’arte sono infallibili e inconfutabili, tutti i particolari di- scorsi e princìpi delle singole scienze trovano in essa la loro universalità e la loro luce (« omnium aliarum scientiarum prin- cipia et discursus tanquam particularia in suo, universali luce, elucescunt »); infine, proprio perché racchiude e raccoglie in sé ogni scienza, l’arte ha il compito di ordinare, in funzione della verità, ogni sapere umano.° Agrippa, che pure scriverà molti anni più tardi una pagina feroce contro la tecnica lulliana,' poneva dunque in rilievo, nella prefazione al suo commento, due delle fondamentali caratteristiche con le quali l’arte lulliana si presenta alla cul- tura del Rinascimento. In primo luogo essa appare come una scienza generalissima e universale la quale, richiamandosi a princìpi assolutamente certi e a infallibili dimostrazioni, con- sente la determinazione di un criterio assoluto di verità; in secondo luogo, proprio perché si costituisce come la scienza delle scienze, l’arte è in grado di offrire il criterio per un pre- ciso e razionale ordinamento di tutto lo scibile i vari aspetti * H. C. AcrIPra, /n artem brevem... commentaria, Zetzner, Acrirra, De wvamitate sciertiarum, in Opera, Lugduni, per Beringos Fratres, 1600, 2 voll., vol. II, pp. 31 segg. (De vanitate, De arte Lulli, De arte memorativa). Cfr. lo stesso testo nella versione italiana di L. Dominichi, Venezia, 1549 (copia usata: Braidense. Nel Saggio bio-bibliografico su C. Agrippa di HeLpa BuLLortA Bar- RAacco, in « Rassegna di filosofia, non si fa cenno al commento lulliano di Agrippa. L'opera non è databile con precisione. G. A. Prost, Les sciences et les arts occultes au XVIè*me stècle, Paris, la assegna con argomenti forse insufficienti. Certamente lo scritto è antecedente (cfr. Claudius Blancheroseus H.C. Agrippae, in Fpist., Opera, del quale mediante successive sussunzioni del particolare al enerale vengono tutti, senza esclusioni, ricompresi e inverati nell’arte. Il giovane Agrippa non aveva fatto altro in realtà che esporre vivacemente e chiarificare temi largamente diffusi. Sul- l'efficacia «inventiva » dell’arte e sulla sua « finalità enciclo- pedica » egli non era stato il solo ad insistere. Il tema di una logica intesa come chiave della realtà universale, come discorso concernente non i discorsi umani ma le articolazioni stesse del mondo reale si congiunge infatti strettamente, nei testi stessi di Lullo e in quelli del lullismo, con l’aspirazione ad un ordinamento di tutte le scienze e di tutte le nozioni che corrisponda all'ordinamento stesso del cosmo. Giustamente si è potuto parlare, a questo proposito, di una « direzione logico- enciclopedista » del pensiero lulliano che si pone, come motivo centrale e dominante, accanto alla direzione mistica e a quella polemico-razionalista. L'apprendimento delle regole dell’arte e la ordinata classificazione di tutte le nozioni im- plicano e presuppongono d’altra parte la costruzione di un sistema mnemonico che si presenta come parte integrante e costitutiva della logica-enciclopedia. Ma giove a questo punto, per chiarire questi problemi, delineare brevemente alcuni degli aspetti fondamentali della problematica connessa al lullismo facendo riferimento sia ai testi di Lullo sia a quelli della tra- dizione lullista. Nei testi di Lullo l’arte si presenta come una «logica » che è anche e contemporaneamente « metafisica » (« ista ars est et logica et metaphysica ») ec che tuttavia differisce dall’una e dall’altra sia «in modo considerandi suum subiectum » sia «in modo principiorum ». Mentre la metafisica considera gli enti esterni all'anima « prout conveniunt in ratione entis », e la logica li considera secondo l’essere che essi hanno nell'anima, l’arte invece, suprema fra tutte le umane scienze, considera gli enti secondo l’uno e secondo l’altro modo. A differenza ° Cfr. Carreras y Artau, Filosofia cristiana, Introd. all’Ars demonstrativa, in R. Lutt, Opera omnia, Mainz. Gli otto volumi dell’edizione di Mainz numerati della logica che tratta delle seconde intenzioni, l’arte tratta delle prime intenzioni; mentre la logica è « scientia instabilis sive labilis », l’arte è «permanens et stabilis »; ad essa è possibile quella scoperta della « vera lex » che è invece pre- clusa alla logica. Esercitandosi per un mese nell’arte si po- tranno non solo rintracciare i princìpi comuni a tutte le scienze, ma anche conseguire risultati di molto maggiori di quelli raggiungibili da chi si dedichi per un anno intero allo studio della logica." Opportune premesse all’acquisizione del- l’arte appaiono non a caso, da questo punto di vista, la cono- scenza della logica tradizionale e quella delle cose naturali: «Homo habens optimum intellectum et fundatum in logica et in naturalibus et diligentiam poterit istam scientiam scire duobus mensis, uno mense pro theorica et altero mense pro practica. Presentandosi strettissimamente connessa alla conoscenza delle cose naturali, alla metafisica, all’ontologia l’arte mostrava da un lato la sua irriducibilità sul piano di una conoscenza formale e dall’altro i suoi legami con quella metafisica esem- plaristica e con quell’universale simbolismo che costituiscono insieme lo sfondo e la premessa delle dottrine lulliane. La scomposizione dei concetti composti in nozioni semplici e irri- ducibili, l'impiego di lettere e di simboli per indicare le no- zioni semplici, la meccanizzazione delle combinazioni tra i concetti operata per mezzo delle figure mobili, l’idea stessa di un linguaggio artificiale e perfetto (superiore al linguaggio comune e a quello delle singole scienze) e quella di una specie di meccanismo concettuale che si presenta, una volta costruito, assolutamente indipendente dal soggetto umano: questi ed altri caratteri dell’ars combinatoria han fatto sì che storici in- signi, dal Biumker al Gilson, abbiano avvicinato — e non X (il VII c I'VIII non furono pubblicati) furono curati, per i primi tre volumi, da Ivo Salzinger. Su questa singolare figura e sulle vicende dell'edizione maguntina cfr. Carreras y Artau, La filosofia cristiana, Cfr. Ars magna generalis ultima, cap. CI De logica, in ZETZNER Cfr. Ars magna generalis ultima, in ZETZNER, erroneamente — la combinatoria alla moderna logica formale. A differenza di altri storici meno provveduti, tuttavia, sia il Biumker sia il Gilson avevano chiaramente presente il peso esercitato sul pensiero di Lullo da quell’esemplarismo e da quel simbolismo al quale ci siamo ora riferiti. Dio e le dignità divine appaiono a Lullo gli archetipi della realtà mentre l’in- tero universo si configura come un gigantesco insieme di sim- boli che rimandano, al di là delle apparenze, alla struttura stessa dell’essere divino: «le similitudini della natura divina sono impresse in ogni creatura secondo le possibilità ricettive della stessa creatura, e ciò secondo il più e il meno, secondo che esse più si avvicinano al grado superiore nel quale è l’uomo, così che ogni creatura, secondo il più e il meno, porta in sé il segno del suo artefice ».!° Anche gli alberi, teorizzati nell’Arbre de Sciencia, non of- frono in alcun modo l’esempio di una classificazione formale del sapere: essi rimandano, attraverso un complicato simbo- lismo, alla realtà profonda delle cose, quella realtà che al filosofo spetta appunto di scoprire individuando i “significati” delle varie parti degli alberi. Le diciotto radici dei primi alberi, che rappresentano il mondo delle creature, corrispon- dono non a caso ai princìpi stessi dell’arte. Di modo che, come è stato giustamente notato,"! le radici o fondamenti reali ° Cfr. C. Barumker, Die curopaische Philosophie der Mittelalter, nel vol. Allgemeine Gesch. der Phil., Berlino, 1923, pp. 417-18; E. Gitson, La philosophie franciscaine, nel vol. Saint Frangois d'Assise ecc., Parigi. Un'ampia e precisa esposizione della combinatoria lul- liana è in PLatzeck, La combinatoria luliana, in « Revista de Filosofia Franziskanische Studien. Assai notevole è lo studio di Yates, The Art of Ramon Lull, Journal of the Warburg and Courtauld Institutes nel quale vengono posti chiaramente in luce i rapporti tra la logica c la cosmologia lulliane. Del tutto insufficiente appare, alla luce di questi studi, la interpretazione e l'esposizione del PrANTL, ediz. 1955, III, Compendium artis demonstrativac, in R. Lutt, Opera, Mainz, Carreras y ARTAU, La filosofia cristiana. La versione catalana dell’Arbor scientiae nell’edizione delle Obres de Ramon Lull, Palma de Mallorca. Le più recenti edizioni latine sono Lione (ediz. precedenti: Barcellona; Lione). delle cose, i princìpi dell’arte, e le dignità divine appaiono, nella terminologia lulliana, termini assolutamente intercam- biabili ed equivalenti. Gli strettissimi legami fra l’arte e la teoria degli elementi sono stati del resto messi in luce di recente, con molta pene- trazione, da un ampio studio di Yates. Il tradizionale approccio logico alla dottrina lulliana (del tipo di quello presente nella trattazione di Prantl) si è rivelato a Yates parziale e insufficiente. Un accurato studio dell’inedito Tractatus novus de astronomia non solo ha posto in luce il significato della applicazione delle regole dell’arte alla astrologia, ma ha anche chiarito come nelle varie opere di Lullo i nove princìpi divini (le cui influenze sono state identifi- cate nel Tractatus de astronomia con quelle dei segni dello Zodiaco e dei pianeti) costituiscano la base effettiva della uni- versale applicabilità dell’arte allo studio della medicina, del diritto, della astrologia, della teologia e, come avviene nel Liber de lumine, della luce. Che sulla base dell’esemplarismo lulliano si potesse pervenire a una specie di identificazione dell’arte con una cosmo- logia è mostrato, fra l’altro, da uno dei primi testi del lullismo europeo sul quale la Yates ha opportunamente richiamato la attenzione. Tomàùs le Myésier, autore dell’ Electorium Re- mundi (Par. Naz. Lat.) composto ad Arras," fu amico personale e discepolo entusiasta del Lullo. In una specie di grande compilazione, egli intende presentare i caratteri essenziali della dottrina del suo maestro: all’arte spetta una funzione precisa: la difesa della fede cristiana contro gli averroisti e il riconducimento di tutti gli uomini alla com- prensione della verità e dei misteri divini. Proprio nella parte espositiva o introduttiva si rivelano chiaramente le connes- sioni fra arte e cosmologia: il circolo dell’universo, la cui rappresentazione grafica viene accuratamente descritta dall'autore, comprende la sfera angelica attorno alla quale ruotano il primo mobile, l’empireo, il cristallino, la sfera delle stelle fisse e le sette sfere dei pianeti. La terra, sulla quale sono rappre- [YATEs, The Art of Ramon Lull, cit. 19 Parigi, lat. La data di composizione è in fine al testo: per Thoman Migerii. In attrebato] sentati un albero un animale e un uomo, è circondata dalle sfere dell’acqua, dell’aria e del fuoco. Ad ognuno dei nove segmenti nei quali il cerchio dell’universo è diviso corrispon- de una delle nove lettere dell’abecedario lulliano (BCDEFGHIK) nel suo duplice significato di predicato assoluto e relativo, mentre, secondo gli insegnamenti di Lullo, alcuni dei signi- ficati delle lettere cambiano in corrispondenza alle diverse sfere. L’ Electorium de le Myésier non rimase certo un caso iso- lato: la presenza di interessi di tipo cosmologico all’interno di quell’ampia letteratura lullista che si diffonde in tutta Europa è ampiamente documentabile. Ad una adesione, o quanto meno ad una spiccata simpatia per il lullismo, corrisponde in moltissimi testi l’idea del rapporto necessario che si pone fra la costru- zione di un’arte indifferentemente applicabile a tutti i rami del sapere e la delineazione di un'immagine gerarchica e uni- taria dell’universo. Proprio sull’esemplarismo e sulle dignità divine come fondamenti primi dell'arte lulliana insiste, non a caso, il primo grande filosofo europeo che si muove entro l’orizzonte del lullismo. « Primum fundamentum artis — scri- verà Cusano — est quod omnia, quae Deus creavit et fecit, creavit et fecit ad similitudinem suarum dignitatum ».!* I prin- cìpi dell’arte combinatoria (donitas, magnitudo, aeternitas, po- testas, sapientia, voluntas, virtus, veritas, gloria) apparivano qui, ancora una volta, come principia essendi et cognoscendi, non meramente formali, ma esprimenti le caratteristiche divine e di conseguenza quelle di tutti gli esseri esistenti. La metafisica esemplaristica costituiva la garanzia della assoluta infallibilità di una logica attinente non ai discorsi, ma alla realtà. Mentre polemizzava implicitamente con il Gerson e proponeva una 14 Cfr. A. Yates, The Art of Ramon Lull, Cod. Cus. PLatzecg, La combinatoria luliana. Dello stesso autore si vedano anche: E! /ulismo en las obras del Cardinal N. Kreos de Cusa, in « Rev. Espafiola de Teologia; Los postumos datos lulisticos del Dr. M. Honecker y las glosas del card. N. de Cusa sobre el Arte luliana, « Studia monographica », 1953-54, pp. 1-16; Lullsche Gedanken bei Nikolaus von Kues, « Trierer Theologische Zeitschrift. riforma terminologica dell’arte lulliana, il Cusano, in una sua postilla all’Ars Magra, mostrava di accettare la sostanza del- l'insegnamento di Lullo: Praedictorum principiorum nomina sunt apud philosophos inusitata et tamen iuxta figmentum inventoris propositae artis res vera significantia. Ergo, cum propter nostram af- firmationem vel negationem nihil mutetur in re... et omne verum vero consonet... praefata ars non est repudianda propter suorum nominum improprietatem [che era la tesi di Gerson]; quin potius, ut possit concordari cum scientiis aliis, est ad corum terminos exfiguranda,!% Ancora più strettamente legata alle impostazioni esemplaristiche del lullismo è, d’altra parte, la dottrina cusaniana dell’ascesa e discesa dell’intelletto secondo la quale è possi- bile elevarsi alla conoscenza di Dio muovendo dalla somi- glianza con le divine perfezioni impressa nelle creature, e di scendere dalla conoscenza dell’essere divino e dei suoi attributi alla conoscenza della realtà che di quella perfezione è lo specchio.!’ Nel Liber de ascensu et descensu intellectus, composto dal Lullo a Montpellier, era stato ampiamente svolto il tema, poi ripreso dal Cusano, di una conoscenza che procede attraverso la ricerca delle analogie e dei segni — alla rico- struzione di quel divino modello che ha presieduto alla co- struzione del reale. Attraverso la descrizione della compli- cata scala degli esseri, dalla pietra al fango alla pianta al bruto all'uomo al cielo all'angelo a Dio, questo tema si era andato identificando con l’altro, ben noto, di una ricostruzione minuta, ed “enciclopedica” delle complesse gerarchie del co- smo. Questa stessa impostazione “cosmologica” troviamo pre- sente in quel Liber creaturarum di Raimundo Sibiuda (Sa- [15 Cfr. Honecker, R. Lulls Wahlvorschlag Grundlage des Kaiserwahlplanes bei N. von Cues?, « Historisches Jahrbuch. Sul Iullismo del Cusano si vedano gli studi di F. Kraus, di J. Marx, di F. Tocco, di E. pe VANSTEENBERGHEN segnalati nel ca- pitolo Influencias lultanas en Nicolàs de Cusa della cit. Filosofia cri- stiana det Carreras v ArtAu, Ganpittac, La philos. de N. de C., Paris, e J. E. HorMann, Die Quellen der cusanischen Mathematik, Heidelberg. Cfr. Carreras v Artau, Filosofia cristiana, bunde, Sebond) che influirà sullo stesso Cusano, su Lefèvre d’Etaples, Bovillus e Montaigne e che fu composto (negli stessi anni che videro Cusano appassionato lettore e trascrittore dei testi di Lullo. Anche qui, accanto alla dottrina dell’ascesa e discesa dell’intelletto, accanto all’affermazione di un’arte concepita come « radix et origo et funda- mentum omnium scientiarum », il cui possesso è raggiungi- bile in brevissimo tempo con risultati mirabili (« quia plus sciet infra mensem per istam scientiam quam per centum an- nos studendo Doctores), troviamo l’immagine di una scala naturale i cui vari gradini vanno ritenuti a memoria e rappresentati mediante figure: «et haec est prima consideratio in hac scientia radicalis et fundamentalis, scilicet considerare istos gradus in se, et bene plantare et radicare cos in corde et figurare sicut in natura realiter ».!* La ordinata successione dei gradi ci offre un'immagine unitaria, gerarchica e organica dell’universo: il primo grado comprende le cose che sono, ma non vivono né sentono né intendono (minerali e metalli, cieli e corpi celesti, oggetti artificiali); il secondo comprende ciò che è e vive, ma è privo del sentire e dell’intendere (i vegetali); il terzo gli animali che sono vivono e intendono; nel quarto infine, ove risiede l’uomo, sono presenti l’essere il vivere il sentire e l’intendere. L’uomo, come microcosmo, riassume in sé le proprietà stesse dell’universo, è la vivente immagine di Dio. Che l’arte lulliana rinviasse a una descrizione della realtà universale e che questa descrizione si andasse configurando a sua volta come una vera e propria enciclopedia è cosa che, dopo le considerazioni fin qui svolte, dovrebbe risultar chiara. Nell’Arbre de Sciencia, composto a Roma, l’impiego degli “alberi” veniva esplicitamente presentato come un mezzo per rendere l’arte più « popolare », più direttamente e facil- mente acquisibile e l'enciclopedia si presentava come parte in- tegrante della grande riforma del sapere progettata da Lullo. !* R. Sabunpe, Liber creaturarum, ed. Wolfangus Hoffmanus, Frankfurt s. Main. Alla base dell’enciclopedia, articolantesi in sedici alberi, sta un'idea centrale: quella di una fondamentale unità del sapere umano che è in stretta relazione all’unità essenziale del cosmo. Una suggestiva illustrazione del manoscritto ambrosiano che contiene la versione catalana del testo di Lullo, mostra il filosofo e un monaco ai piedi dell'albero delle scienze. Al mo- naco, la cui figura ritorna accanto a quella di Lullo in tutte le illustrazioni dei vari alberi, Lullo si era rivolto per conforto dopo che il suo piano missionario, che includeva la propaga- zione dell’arte, aveva trovato fredda accoglienza presso Bonifacio e proprio il monaco (così racconta Lullo nel prologo) lo aveva consigliato di presentare la grande arte sotto una nuova forma. Le diciotto radici dell’albero delle scienze sono costituite dai nove principi trascendenti (o nove dignità divine) e dai nove princìpi relativi dell’arte (differentia, concordantia, contrarietas; principium, medium, finis; matoritas, aequalitas, minoritas). L'albero si suddivide in sedici rami, ciascuno dei quali corrisponde ad uno degli alberi che formeranno la fore- sta della scienza: l’arbor elementalis, V’arbor vegetalis (bota- nica e applicazioni della botanica alla medicina), sensualis (esseri sensibili e senzienti e animali), imaginalis (quegli enti mentali che sono similitudini degli enti reali trattati negli alberi precedenti), Aumanalis, moralis (etica, dottrina dei vizi e delle virtù), imperialis (connesso all’arbor moralis, si riferi- sce al regimen principis e alla politica), apostolicalis (governo ecclesiastico e gerarchia della Chiesa), celestialis (astronomia e astrologia), angelicalis (gli angeli e gli aiuti angelici), eviter- nalis (immortalità, mondo ultraterreno, inferno e paradiso), maternalis (mariologia), christianalis (cristologia), divinalis (teo- logia, dignità divine, sostanza e persone di Dio, perfezioni e produzioni divine). L’arbor exemplificalis (nel quale vengono esposti allegoricamente i contenuti degli alberi precedenti) e l’arbor quaestionalis (nel quale vengono proposte quattromila questioni riferentisi agli alberi precedenti) si presentano come «ausiliari » rispetto al corpus dell’enciclopedia. 1° Cod. Ambrosiano D.  inf. fol. 37v. L’illustrazione è riprodotta negl’Obres de Lull, cit. La stessa immagine an- che nell'edizione latina, Lione, De L’arbre de Sciencia ho usato la versione castigliana stampata a Bruxelles dal Foppens (Braid. L'unità del mondo del sapere appare dunque fondata sul fatto che i princìpi assoluti e i princìpi relativi dell’arte costi- tuiscono la comune radice del mondo reale e del mondo della cultura. Su queste radici (simboleggiate dalle nove lettere dell’abecedario lulliano) poggiano infatti sia l’arbor elementalis i cui rami indicano i quattro elementi semplici della fisica, le cui foglie simboleggiano gli accidenti delle cose corporee, e i cui frutti fanno riferimento alle sostanze individuali come l’oro e la pietra, sia l’arbor Aumanalis che raccoglie, accanto alle facoltà umane e agli abiti naturali, anche quelli artificiali o le arti meccaniche e liberali. L'immagine lulliana dell’albero delle scienze, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, sarà particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agirà a lungo nel pensiero europeo l’aspirazione lulliana verso un corpus organico e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degli elementi della realtà. Non mancheranno certo suggestioni derivanti da altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d° Etaples e Bovillus, Pedro Gregoire e VALERIIS (si veda), Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. In quell’ideale pansofico che domina tutta la cultura del secolo XVII si insisterà da un lato sul necessario possesso dell’intero orbe intellettuale e dal- l’altro sulla conoscenza di una legge, di una chiave, di un linguaggio capace di dominare il tutto e di permettere una diretta lettura dell’alfabeto impresso dal creatore sulle cose: cosmo reale e mondo del sapere appariranno realtà da cogliere nella loro sostanziale unità e identità di struttura, nella loro profonda “armonia”. Sui testi della pansofia seicentesca do- vremo ritornare. Per ora basterà fermarsi brevemente su alcuni testi cinquecenteschi nei quali questi aspetti dell’eredità lul- liana si espressero in modo compiuto e coerente. Lo scritto In RAetoricam Isagoge e pubblicato a Parigi, da Remigio Rufo Candido d’Aquitania dietro incitamento di Lavinheta, uno dei più rinomati lullisti dell’epoca. Attributo a Lullo, e ristampato nelle edizioni delle opere di Lullo dello Zetzner, lo scritto rivela chiaramente il suo carattere di opera pseudo-lulliana: frequenti appaiono i riferimenti a Cicerone e a Quintiliano, ai dialoghi platonici, alla mitologia e alla storia greche e romane. In un saggio composto che venne considerato come un’opera autentica di Lullo, troviamo una singolare mescolanza di retorica, di co- smologia e di aspirazioni enciclopedistiche. Nella prefazione indirizzata dal Rufo ai suoi discepoli, i fratelli Antonio e Francesco Boher, la finalità enciclopedica dell’opera veniva presentata come strettamente connessa alle esigenze della reto- rica e ai bisogni dell’oratore: « Per consiglio e ispirazione del nostro amico Bernardo di Lavinheta studiosissimo di Lullo, portiamo alla luce questa Retorica affinché in questo libro, come in uno specchio nitidissimo, possa essere contemplata, o meglio ammirata, l’immagine di tutte le scienze. È infatti necessario che l’oratore sia a conoscenza di tutto e si impa- dronisca con diligenza di tutto quel mondo delle scienze che vien detto enciclopedia. Per questo, l’autore volle abbracciare con brevità e stringatezza tutte quelle cose che son relative alla comprensione di ciascuna scienza ».?° Nel testo pseudo-lulliano non mancavano, naturalmente, le tonalità occulte caratteristi- che della magia rinascimentale e della letteratura lulliano-al- chimistica: Ex tenebris lux ipsa emergit. Ipse enim posuit tenebras latibulum suum, qui apparuit in monte circumdato caligine et nebula. Qui rationem dicendi discere volunt, opus habent ut eam silentio adipiscantur. Hinc silentium Pythagorae Crotonesis. Traduco dalla prima edizione: Raemaundi Lulli Eremitae divinitus illuminati, in Rhetoricen Isagoge perspicacibus ingeniis expectata, Ve- nundantur in Ascensianis Aedibus. Il passo cit. è tratto dalla lettera dedicatoria di Remigio Rufo (su questo per- sonaggio cfr. Carreras y Artav, La filosofia cristiana). La stessa opera è inserita nella edizione ZETZNER. Ho trovato indicato il Cod. Vat. Lat. a proposito di un’opera inedita di Lullo: la RAetorica Nova della quale esistono vari altri manoscritti (Parigi Lat.; Monaco Staatsbibl.; Ambrosiana. Il codice Vaticano indicato contiene invece, insieme agli Sratuta pesciven- dolorum Urbis, una redazione manoscritta dell’opera apocrifa In Rheto- ricam Isagoge (si tratta di un cod. cartaceo che reca due fogli bianchi e non numerati all’inizio. Lo scritto pseudo-lulliano occupa carte. Il codice è stato rilegato assieme ad un cod. pergamenaceo che contiene gli Statuti sopra indicati). Gli altri tre codici (parigino, monacense e ambrosiano) contengono invece effettivamente lo scritto di Lullo sulla retorica. Dopo un sommario riferimento ai subiecta dell’arte lulliana (Deus, angelus, coelum, homo, imaginativa, sensitiva, vege- tativa, elementativa, instrumentativa) ed ai praedicamenta, il testo si articola in una lunga serie di quadri sinottici nei quali viene accumulato ed esposto, secondo un rigido ordina- mento, tutto il sapere. La considerazione dell’imaginativa si trasforma in tal modo in una classificazione degli animali, delle varie parti del corpo umano e degli esseri umani che vengono curiosamente suddivisi sulla base della loro apparte- nenza ai quattro elementi della fisica: Terrestres, ut agricolae, metallarii Aquatici, ut mautae et piscatores Acrei, ut funambuli et schenobatae Ignei, ut fabri, Cyclopes. Hominum quidam sunt Allo stesso modo sotto il subrectum angelo, troviamo la Hie- rarchia angelorum, mentre la trattazione dei predicati dà luogo ad una classificazione dei diversi tipi di narrazione storica e di dimostrazione dialettica, delle varie parti della retorica, delle sezioni dell’etica e dei tipi di virtù, infine delle arti mec- caniche e liberali dall’agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, all'arte scenica, alla culinaria, ai lavori manuali, alla filosofia, alla musica, alla geometria, alla matematica, alla medicina. Ben più significativo di questo trattato retorico-enciclope- dico è il De arte cyclognomica di GEMMA, autore di un testo sulla cometa e di uno scritto sui prodigi e le mostruosità della natura.” Gli interessi del Gemma sono rivolti prin- 21! Cornelius GemMa, De arte cyclognomica tomi II doctrinam ordi- num universam, unaque philosophiam Hippocratis Platonis Galeni et Avistotelis in unius communissimae et circularis methodi speciem refe- rentes, quae per animorum triplices orbes ad spherae caelestis simulitu- dinem fabricatos, non medicinae tantum arcana pandit mysteria, sed et imveniendis costituendisque artibus ac scientiis caeteris viam com- pendiosam patefacit, Antverpiae, cx officina Plantini, Vaticana (Palat.), ma della stessa edizione esiste un esemplare alla Braidense e uno all’Angelica. Cfr. anche De naturae divinis characteri- smis, seu raris et admirandis spectaculis, causis, indiciis, proprietatibus rerum in partibus singulis universi, libri Il, Antwerpiae, ex off. Chr. Plantini  (Vatic., cfr. Racc. Gen. ] cipalmente alla medicina, ma il suo trattato si propone di giungere alla unificazione dei metodi di Ippocrate e Platone, Galeno e Aristotele e di fondare un metodo universale valido così per la medicina come per tutte le altre arti e scienze. Il metodo viene suddiviso dal Gemma in tre parti a seconda che la conoscenza si volga alla comprensione delle cose passate, allo studio delle cose presenti, e alla divinazione di quelle future. Nel primo caso abbiamo la memoria et eius artificium methodicuni; nel secondo la scientia etusque adipiscendae me- thodus; nel terzo la praedictio eiusque methodus. Ricercando una via compendiosa alla verità, il Gemma insiste a lungo sulla funzione essenziale delle immagini, delle rappresenta- zioni simboliche, dei circoli lulliani, ma concepisce le stesse immagini in funzione di un metodo inteso come ordinata classificazione di tutti gli elementi che compongono il reale: « Tota vis igitur agendi dextere et facile cognoscendi per rerum causas in ipsis ordinibus potissimum collocatur. Ordo enim intelligentiae signum est... ».°° Alla minuziosa, ordinata elen- cazione degli elementi naturali e sopramondani e della facoltà è dedicata la maggior parte dello scritto del Gemma che si configura come una grande enciclopedia nella quale appaiono largamente dominanti i temi della sapienza ermetica e pita- gorica. Nel Quaternio pytagoricus per mundi septenos ordines pari proportione distributos," la materia, la qualità, lo spirito, l’anima appaiono suddivise a seconda della loro appartenenza al mondo intelligibile, alle cose celesti, a quelle eteree, alle sublunari, alle animate, all’uomo, allo Stato. La tavola, nella quale sono raffigurate queste partizioni, ha il compito di mo- strare le segrete corrispondenze tra ciascuno degli elementi, di chiarire il modo in cui il senso o l'immaginazione, la razzo o Medicina); De prodigiosa specie naturaque Cometae visa, Antwerpiae, ex off. Chr. Plantini (Angelica). Nell'opera dei CarreRAs y Artau lo scritto De arte cyclognomica di è stato erroneamente datatoNon si tratta però di un semplice errore di stampa; gli autori, che hanno lavorato molto spesso su informazioni di seconda e anche di terza mano, trat- tano del Gemma nel capitolo dedicato agli sviluppi del lullismo (Cfr. La filosofia cristiana). De arte cyclognomica De arte cyclognomica] la mens si collegano alla totalità dell’universo, ai corpi celesti, al calore presente negli esseri animati, agli spiriti eterci, alle intelligenze che presiedono al moto degli astri. A questo stesso scopo rispondono sia la rappresentazione grafica dell’anima con la collocazione delle cinquantuno facoltà presenti nell’uo- mo,” sia la raffigurazione delle tre scale ciascuna delle quali offre il quadro delle parti che compongono la metafisica, la fisica e la logica mostrando insieme gli scopi di queste scienze, i rapporti che intercorrono tra le varie parti delle singole disci- pline, l'ordine nel quale dev’esser collocata ogni parte in rela- zione all’ordine universale.? AI fondo di queste fantastiche classificazioni, alla base delle strane figure che riempiono il testo di GEMMA, dietro questa incondizionata adesione ai motivi più torbidi della tradizione ermetica resta però ben saldo — ed è questo che si vuol sotto- lineare — il presupposto di una necessaria unità del sapere che è specchio della fondamentale unità del cosmo: « mediante l’idea stessa della divina Virtù, le ragioni di tutte le cose risplendono in ciascuna delle particelle del mondo ». Que- st'affermazione — e lo ammetteva esplicitamente lo stesso Gemma — costituiva il primo, essenziale fondamento di tutta l’Arte.?* Su questo stesso terreno, anche se con una fondamentale diversità di tono derivante dal prevalere di interessi di tipo logico, si muove l’opera di Pedro Gregoire di Tolosa che fu pubblicata per la prima volta a Lion; il titolo è già di per sè indicativo: Syntaxes artis mirabilis in libros VII digestae per quas de omni re proposita, multis et prope infinitis rationibus disputari aut tractari, omniumque summaria cognitio haberi potest. Accanto al consueto tema [De arte cyclognomica, De arte cyclognomica, De naturac divinis characterismis, cHoc ergo sit primum artis nostrae fundamentum VENEZIA, apud Jo. Dominicum de Imbertis. L'altro tomo del- l’opera ha per titolo: Sintareon artis mirabilis alter tomus in quo om- nium scicntiarum et artium tradita est epitome, unde facilius istius artis studiosus de omnibus propositis possit rationes et ornamenta rarissima proferre (Archiginn.). L’opera fu ristampata dall’editore Zetzner  a Colonia] di un’arte capace di giungere alla individuazione degli assiomi comuni a tutte le scienze e di elaborare assoluti criteri di certezza, tornavano qui molti dei problemi già affrontati, in quegli stessi anni, da Agrippa e da Lavinheta, ma il tentativo del Gregoire non si risolveva in un semplice “commento” all’arte lulliana. A differenza dei commentatori egli, dopo aver accennato a Lullo e ai principali teorici della sintassi univer- sale, elaborava una vera e propria enciclopedia delle scienze non indegna di essere accostata, almeno per quanto concerne la vastità di interessi e la grandiosità, al De augmentis baco- niano. Essa si fondava su uno speculum artis nel quale veni- vano presentati da un lato i « modi quaerendi examinandi disputandi et respondendi » e dall’altro le classi o cellulas alle quali ogni sapere dev'essere riferito. Il riferimento ai princìpi assoluti e relativi dell’ars magna era qui esplicito, ma altret- tanto e forse più interessanti sono le pagine nelle quali l’aspi- razione ad un sapere enciclopedico e universale si congiunge alla fiducia in una sostanziale intercomunicabilità fra tutte le scienze. Ed è da sottolineare il fatto che questa affermazione dell’unità del sapere si converte, immediatamente dopo, nel- l’altra, ad essa corrispondente, dell’unità essenziale del cosmo: « Poiché, come afferma Cicerone, nulla v’è di più dolce che il conoscere tutto e l’indagare su tutto, giunsi alla convinzione che i particolari precetti delle singole scienze, distinti l’uno dall’altro, possono essere racchiusi in un'unica arte generale mediante la quale essi giungano a comunicare reciprocamente. In tutte le cose è sempre possibile rintracciare un unico ge- nere nel quale concordano e al quale partecipano tutte le specie, nonostante che esse differiscono in talune proprietà; è chiaro di conseguenza che, una volta pienamente conosciuto il genere, la nozione delle specie apparirà più facilmente, allo Commentaria in Sintaxes Artis Mtrabilis, per quas de omnibus dispu- tatur habeturque ratio in quibus plura omnino scitu necessaria... tractantur. Il secondo tomo ha per titolo Sintarcon artis mirabilis in libros XL digestarum tomi duo. Nel terzo e nel quarto acutissimae ac sublimes tractationes de Deo de Angelis et de Immortalitate animae continentur. Le citazioni che seguono sono tratte da quest'ultima edizione (Archiginn.). Per più ampie notizie sull'autore cfr. CARRERAS Y ArtTAU, La filos. Cristiana] stesso modo che conosceremmo la divisione in rivoli e lc parti- zioni dei fiumi una volta che, dalla fonte, fossimo giunti, se- guendo l’alveo, ai luoghi nei quali si effettuano le separazioni. Allo stesso modo non apparirà impossibile e assurdo che le diverse opere delle diverse arti vengano realizzate mediante un unico strumento. Così infatti tutti i particolari corpi na- turali sono composti dalla diversa mescolanza dei quattro ele- menti e tutte le piante e tutti gli animali partecipano ad un’unica forza vegetativa e per essa crescono, e tutti i sensi sono contenuti in uno stesso corpo e le cose corporee € quelle incorporee consentono nell'uomo che consta di anima e di corpo, lo stesso Cielo ultimo abbraccia naturalmente e conduce e muove in un solo ambito, in un solo moto e in un solo influsso tutte le cose inferiori che tutte in esso concordano ». Il fondamento della “scienza unificata” era dunque una concezione platonico-pitagorica o, se si vuole, “magica” della realtà intesa come un tutto unitario e vivente. La estendibilità dell'Arte o dell’unico metodo a tutte le discipline e a tutti i rami del sapere è possibile in virtù di un presupposto “meta- fisico”: quello di un cosmo nel quale si rispecchiano le idee della mente che ha presieduto alla sua creazione e al suo ordi- namento: « E finalmente tutte le cose sono create e rette dal- l’unica mente di Dio, ogni luce delle stelle partecipa della luce del sole e tutte le virtù partecipano della giustizia. Dio e l’uomo, infine, convengono e convivono in un’ipostasi unica: in nostro Cristo. E poiché così stanno le cose... senza alcun dubbio la mente e la ragione dell’uomo possono estendersi a tutte le arti, ove siano guidate da un ottimo me- todo generale del sapere e del comprendere... A ciascuna delle scienze particolari appartengono delle nozioni — o preludi universali — mediante le quali l’arte e la perizia vengono facilmente potenziate. A conclusioni non diverse giunge il patrizio veneto Valerio de VALERIIS (si veda) che nell’Opus aureum riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto lulliano dell’arbor scientiarum. Nel testo del De VALERIIS il problema dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con quello della formula- [Commentaria] zione delle regole della combinatoria. L’opera è ripartita in quattro parti. Nella I vede trattata la cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Nella II si mostrano i XIV alberi dalla cui conoscenza dipende l’intera conoscenza degl’enti. Nella II illustrano con esempi ciò che è stato esposto. Nella IV parte, infine, si mostreremo in qual modo l’arte generale vada ridotta a questa impresa, insegnando a moltiplicare i concetti e gli argomenti quasi all’infinito, mescolando le radici con le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi L’interpretazione che, nella IV parte dell’OPVS AVREVM di Valeriis, venne data delle figure dell’arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e, molto probabilmente, anche dalle saggi di BRUNO il quale e venuto pubblicando le sue opere lullistiche e mnemotecniche. Più che ad Agrippa e a BRUNO, il de VALERIIS si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una dot- trina dei predicati assoluti e relativi. L'esigenza di un’arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e caotico dell’orbe intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno di un singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell’ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella quale gli uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis in- commoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra perpetuo et secure quiesce- [Sul De Valeriis (si veda) cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos. Cristiana. Per la prima edizione dell’opera si veda RocenT Duran, Bibliografia. La citazione riportata nel testo dall'Opus aureun: in quo omnia breviter explicantur quac R. Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER De VaLeriis, Opus aureum, ed ZetznER] 61 re »)."! Anche per il de VALERIIS le radici degl’alberi coincideno con i princìpi dell’arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari princìpi venne presentato come dipendente dalla natura -- magnitudo vero, quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. É proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi dell'Arte ai subiecta. Nell’'uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev’essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla pietra -- che occupa il gradino infimo -- dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il II grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se conviene all’inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite a Dio, anche se convengono alle cose inferiori. Il divino Lullo ordina secondo nove soggetti e XIV alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni disciplina si formi questa scala.. Quelle del Gregoire e di de VALERIIS sono posizioni tipi- che: da impostazioni di questo genere trarrà nuovo alimento e nuova forza l’idea di una sintassi universale che fornisca, oltre che la chiave dei misteri dell’ideale e del reale, anche il criterio assoluto per la costruzione di una completa enci- clopedia delle scienze. Da Lullo fino a Alsted e a Leibniz resta ben salda la convinzione che l’arte lulliana o cabala dei sapienti o arte aurea o combinatoria o scienza generale costituisca la scoperta meta- fisica della trama ideale della realtì.. DI RaiMonpo Lutto. Il problema di un rapido e facile apprendimento delle regole dell’arte e dell’ordine nel quale le nozioni sono disposte all’interno dell’“enciclopedia” si presenta, nell'opera di Lullo e in quella dei lullisti, non come marginale o secondario, ma 3 De VALERIS, Opus aureum, De Valeriis, Opus aureum, come costitutivo ed essenziale. Le figure ruotanti, gl’alberi, le tavole sinottiche, le sistematiche classificazioni si presen- tano in quei testi come gli strumenti dei quali far uso per tra- sformare in un tempo straordinariamente breve (si oscilla a seconda degli autori da un mese a due anni) un uomo incolto in un sapiente, in un uomo cioè le cui possibilità di conoscenza e di azione siano enormemente più vaste di quelle offerte dalla logica e dalla filosofia tradizionali. È dunque naturale che, da questo punto di vista, il problema di una tecnica memorativa o, nella terminologia del lullismo, di una confirmatio memoriae si presentasse strettamente connesso a uello della combinatoria e a quello della classificazione enci- clopedica degli elementi della realtà e delle componenti del mondo del sapere. Si parlerà comunemente di art: ficium mnemonicum, di systema mnemonicum, di logica me- morativa per indicare da un lato le grandi costruzioni cosmo- logico-enciclopediche e dall’altro le formulazioni o i manuali di tecnica combinatoria. Alsted, che presentava la sua enciclopedia come artium liberalium et facultatum omnium systema mnemonicum e Mink che intitolava logica mnemonica la sua esposizione e revisione dell’ars magna lulliana, si richiamavano ad una tradizione precisa che ha le sue radici nei testi cinquecenteschi del lullismo europeo e nell’opera stessa di Raimondo Lullo. Nel prologo alla Logica Nova, scritta in catalano a Genova e tradotta in latino a Montpellier l’anno se- guente, Lullo esponeva il suo programma di applicazione dei princìpi dell’arte generale alla logica (considerata come disci- plina e arte particolare) e contrapponeva la sua nuova logica a quella tradizionale insistendo sulla facilità di acquisizione e di ritenzione della sua logica compendiosa : Idcirco ad prolixitatem et labilitatem huiusmodi evitandum (divino auxilio mediante) cogitavimus Novam et compen- diosam Logicam invenire, quae citra nimiam difficultatem et laborem ab inquirentibus cam acquiratur, et ac- quisita in memoria plenarie conservetur, ac inibi totaliter, et facillime teneatur. Liber de nova logica, Mallorca, Cit. in CaRRERAS Y ARTAU, La filosofia cristiana.  Sulla necessità di un apprendimento mnemonico dei princìpi dell’arte Lullo ritornerà più volte (« diximus de diffinitio- nibus principiorum, quas oportet scire cordatenus... »).°* Non si trattava solo di un accorgimento che riguardasse la “messa in movimento” della complessa macchina lulliana: tutti gli elementi più strettamente “tecnici” dell’arte (le figure, gli alberi, i versi) rispondevano a intenti dichiaratamente mne- monici.**° Proprio nei versi dell’Aplicaciò de l'Art general, un poema didattico che esponeva in forma “popolare” i vantaggi derivanti dalla applicazione dell’arte alle varie scienze, Lullo insisteva sulla miracolosa drew:tà della sua com- binatoria e sulle possibilità di un rapido e insieme duraturo apprendimento: Que mostrem la aplicaciò Del Art general en cascuna Que a totes està comuna E per elles poden haver En breu de temps et retener.?° AI problema della memoria e dell’Ars memorativa Lullo aveva del resto rivolto in modo più specifico la sua attenzione fin dai suoi primi scritti. Sulla base della tripartizione delle tre virtù © potenze dell'anima razionale (memoria, intelletto e volontà) già presente nel Libre de Contemplaciò en Dèu del 1272, egli aveva progettato la costruzione di tre grandi 54 Ars brevis, VI, 10. 95 Sul carattere mnemonico delle figure e dei versi varie buone osser- vazioni nell'opera dei Carreras y Artau. A intenti mnemonico-divulga- tivi rispondeva per esempio la Lògica en rims 0 « nuovo compendio » del Compendium Logicae Algazelis (vv. 6-9 e 1574-80): en rimes e’n mots qui son plans per tal que hom puscha mostrar logica e philosophar a cels qui no saben lati ni arabich... Per affermar e per neguar a. b. c. pots aiustar mudant subject e predicat relativament comparat en conseguent antesedent. 16 Aplicaciò de l’Art general, in Obras rimadas de R. Lull, Palma de M., arti l’ars inventiva, l’ars amativa e l’ars memorativa”" connesse rispettivamente all’ardor scientiae, all’arbor amoris e all’arbor reminiscentiae. L’Art amativa (1290), completata dall’Arbre de filosofia d'amor (1298), l'Art inventiva (1289) e l’Arbre de Sciencia (1295) rappresentano la parziale realizzazione di questo progetto. Del 1290 è l’Arbre de filosofia desiderat: ciò che è « desiderato », e nel corso dell’opera solo parzialmente realizzato, è appunto quell’arte della memoria da lungo tem- po progettata. Muovendosi entro l’arbre de filosofia e seguen- done la complessa struttura sarà possibile, secondo Lullo, giun- gere ad intendere le cose vere, ad amare quelle buone e a ricordare artificialmente le cose passate. Il tronco è l’ente dal quale derivano i rami e i fiori che rappresentano contempora- neamente i nove princìpi e i nove predicati dell’arte. Le let- tere da è a et designano i diciotto principi-fiori dell’ars ma- gna, le lettere da / ad « i XVIII princìpi-rami. La struttura dell’albero è quindi la seguente: FIORI TRONCO RAMI b. bontà differenza potenza Ente Dio creature I. C. grandezza concordanza oggetto Ente reale fantastico m. D durata contrarietà memoria ENTE | genere specie n. E potenza principio intenzione ExTE movente movibile D) F sapienza medio punto trascen- EnTE  unità pluralità p- e. volontà — fine vuoto [dente] Ente  astratto concreto q. Ah. virtù maggiorità opera ENTE  intensità estensione r i. verità eguaglianza giustizia Ente somiglianza dissomiglianza s. K gloria minorità ordine Ente gencrazione corruzione tt. Facendo uso della tecnica inventivo-espositiva, che trova più ampio sviluppo nell’ars brevis e nell’ars magna, Lullo si richiama alla figura circolare, alla definizione dei princìpi, a dieci regole, infine alle proposizioni e alle questioni. La tecnica memorativa risulta dalla sistematica applicazione di d (memoria) a ciascuno dei rami simboleggiati da /, m, n, ecc. Ne risultano nove combinazioni dl, dm, dn, ecc., in ciascuna delle quali la memoria artificiale si realizza attraverso parti- [Regole per la memoria sono già presenti nel Liber de contemplaciò. Cfr. Carreras y ArtaAU, La filos. Cristiana] colari accorgimenti giungendo a risultati di volta in volta differenti. Accanto alle ingenue “regole” già presenti nella trattatistica antica e medievale di medicina applicata alla me- moria, troviamo qui presente il ricorso alla concordantia, alla contrarietas, alla differentia (dp: memoria-unità pluralità; ds: memoria-somiglianza dissomiglianza) e alla subordina- zione del particolare al generale (4n: memoria-genere specie). Lullo si muove dunque, in questo caso, sul terreno di quella rudimentale psicologia delle associazioni che deriva, diretta- mente o indirettamente, dalle opere aristoteliche. Le regole della memoria contenute nell’Arbre de filosofia desiderat sono state ampiamente riassunte cd esaminate dai Carreras y Artau.?* È quindi più opportuno richiamare qui l’attenzione su alcune opere inedite di Lullo che non sono state, a tutt’oggi, fatte oggetto di specifico esame. Si tratta, in primo luogo, dell’inedito Liber de memoria conservato in due manoscritti, Montpellier. In questo scritto, che viene presentato dall’autore come la realizzazione di un progetto lungamente meditato (« finivit Raymundus librum memoriae quem diu desideraverat ipsum fe- cisse »),‘° Lullo fa riferimento ad un d/bero, l’arbor memo- riae, che non appare elencato tra i sedici alberi dell’Arbre de Sciencia del 1295. Nell’arbor memoriae vengono elencati e classificati nove tipi di memoria ciascuno dei quali è posto in corrispondenza con ciascuno dei nove princìpi, dei nove 38 La filosofia cristiana.  Il Dictionnaire de Theologie catholique e il Lirtré, Histoire littéraire de la France, vfanno riferimento a due manoscritti: Parigi Lat.; Innichen; Ho trovato inoltre sc- gnalati il ms. Univ. di Torino e il Vat. Urb. lat.  Il manoscritto torinese è andato distrutto. Il Cod. Vat. Urb. lat. non contiene il Liber de memoria, ma un’opera apocrifa attribuita a Lullo Non ho visto il ms. di Innichen. Le citazioni sono tratte dal parigino lat. alle cartev. Inc.: Per quendam silvam quidam homo ibat. Expl.: Ad gloriam et honorem Dei finivit Raymundus librum memoriae quem diu desi- deraverat ipsum fecisse. Et finivit in Montepessulano in mense februarii, anno CCCIIH ab incarnatione Domini Nostri Iesu Christi. 4° Par. Lat.] princìpi relativi, c delle nove quaestiones. Ecco l’inizio del trattato: Per quendam silvam quidam homo ibat considerando quid erat causa quia scientia difficilis est ad acquirendum, facilis vero ad obliviscendum et videbatur ci quod propter de- fectum memoriae istud erat eo quia sua essentia non bene est cognita atque suae operationes sive condiciones naturales, et ideo proposuit de memoria facere istum li- brum ad memoriam caque ci pertinent agnoscendum. Subicctum huius libri est ars gencralis, coque cum suis principiis et regulis memoriam intendimus investigare... Est autem memoria ens cui proprium et per se est memo- rari. Dividitur iste liber in tres distinctiones. I est de arbore memoriac et de suis conditionibus de principiis artis generalis cum suis diffinitionibus et regulis. II distinctio est de floribus memoriae et de principiis et re- gulis artis gencralis ipsi memoriae applicatis. III distinctio est de quaestionibus de memoria factis ct de solutionibus quaestionum. Et primo de prima dicemus. Arbor memoriae dividitur in IX flores ut in sc patet. 17r. I flos est b et b significat / bonitatem [dantem in] > memoriam receptivam ct utrum; II flos est C, et C significat magnitudinem concordantiam memoriam remissivam et quid est; d significat durationem contrarietatem memoriam conservativam ct de quo; E significat potestatem sive principium memoriam activam et F significat sapientiam medium [materiam] memoriam discretivam et quantum; G significat voluntatem finem memoriam multiplicativam et quale; H significat virtutem maioritatem memoriam significativam et quando; I significat [veritatem]  aequalitatem memoriam terminativam et ubi; K significat gloriam, minoritatem memoriam complexionativam et quomodo et cum quo. In arte ista alphabetum ABECEDARIVM supradictum cordetenus scire oportet... Facendo ricorso alle tavole e alle figure dell’Ars brevis e dell’Ars magna è possibile, correggendo e integrando in due o tre punti il manoscritto," rendersi conto di come si confi- gurasse per Lullo la progettata applicazione dell’ars generalis. Le parole poste fra  sono supplite, quelle poste fra parentesi quadre sono giudicate da espungere. Spesso con il termine supplito si propone la correzione di evidenti errori di trascrizione. I termini posti fra parentesi quadre nella tabella che segue manca- no o risultano alterati nel codice.] allo specifico campo della memoria. La struttura della combinatoria lulliana appare in questo caso la seguente: D PRINCIPI PRINCIPI SUBIECTA QUAESTIONES ASSOLUTI RELATIVI MEMORIA {b. bonitas [differentia] receptiva utrum c. magnitudo concordantia remissiva quid d. duratio contrarictas conservativa de quo e. potestas principium activa [quare ] f. sapientia medium discretiva quantum g. voluntas finis multiplicativa quale h. virtus maioritas significativa quando i. veritas acqualitas terminativa ubi k. gloria minoritas complexionativa quomodo ct cum quo. Non è certo il caso di addentrarsi qui in una spiegazione del complesso funzionamento dell’applicazione dell’ars generalis al subiectum memoria. Una tale spiegazione richiede- rebbe fra l’altro la preliminare chiarificazione dei procedi- menti della combinatoria i quali, anche di recente, sono stati esposti e discussi in modo egregio da Platzeck. Basta soffermarci su un passo particolarmente indicativo del tipo di problemi ai quali si volge l’attenzione di Lullo. Nel brano che segue Lullo affronta da un lato il problema del rapporto tra la facoltà memorativa e il corpo e dall'altro fa leva sul passaggio dal generale al particolare per gettare le basi di una tecnica del ricordo: Memoria est in loco ut per regulam de i in tertia parte. Quod amiserat principium distinctionis signatum est et est in loco per accidens non per se, hoc est ratione cor- poris cum quo est convicta, quoniam memoria per se non est collocabilis eo quia non habet superficiem sed est in loco in quo corpus est, ct sicut corpus est mutabile de loco in locum, etiam memoria per ipsum. Memoria vero mutat obiecta de uno loco in alium non mutando se, sed mutando suas operationes obiective recipiendo spe- cies quae sunt similitudines locorum cum quibus est dis- cretiva et multiplicativa ct ideo secundum quod ipsa est conditionata cum loco, debet artista uti ipsa per loca et ideo si vult recordari aliquid traditum oblivioni, consi- derat illum locum in quo fuit et primo in genere, sicut In qua civitate, post in specie, sicut in quo vico, post [PLATZECcK, La combinatoria luliana] in particulari, sicut in qua domo seu in aula seu in coquina 21v. / et sic de aliis et ideo per talem discursum memoria multiplicabit se. Nonostante che l’attenzione di Lullo sia qui chiaramente rivolta al processo di successiva determinazione dei particolari (nella sua terminologia la tractatio de generali ad specialia postea descendens) è difficile non avvertire nel passo ora citato l'eco, sia pure attenuata, di quella discussione sui “luoghi” che caratterizza tutta la mnemotecnica di derivazione « cice- roniana ». Gli stessi esempi portati da Lullo (la città, la strada, la casa, la stanza, la cucina) sono tipici di quella termi- nologia della quale i “ciceroniani” avevano fatto un uso larghissimo. Per il tramite dell’agostinismo qualche elemento di quella tradizione dev’essere penetrato all’interno dello stesso pensiero di Lullo. I rapporti tra lc tecniche memorative escogitate da Lullo e la tradizione ciceroniana sono certo assai tenui e difficilmente determinabili e tuttavia sarebbe grave- mente errato, continuando ad interpretare l’arte lulliana come un abbozzo di “logica formale”, sottovalutare il peso che sui progetti dell’arte esercitò quella tematica di derivazione ago- stiniana che vedeva nella distinzione di memoria, intelletto e volontà l’espressione simbolica delle tre persone della Trinità. Di fatto, come nota Yates, l’arte appare anch'essa concepita a immagine e somiglianza della trinità divina. Nella sua pienezza essa consta di tre facce o aspetti: il primo (che si realizza mediante la combinatoria o la nuova logica) agisce mediante l’intelletto; il secondo me- diante il quale si esercita la volontà (e a quest’aspetto si rife- riscono le opere mistiche di Lullo); il terzo che concerne la memoria e trasforma l’intera arte in un grande sistema di mnemotecnica.!* 44 Sul rapporto fra la mnemotecnica ciceroniana c l’opera di Agostino cfr. YATES, The ciceronian art of memory, nel vol. Medioevo e Rinascimento, studi in onore di NARDI, Firenze. Si veda a questo proposito il Cod. della Naz. di Parigi: Liber iste [si tratta del Liber memoriae] valde utilis est et asso- ciabilis cum libris Intellectus et Voluntatis in uno volumine quantum ad invicem sunt se iuvantes ad attingendum secreta rerum. Sull'arte concepita a immagine della Trinità cfr. Yates, The art of Lull, Sull’effettiva influenza di questa impostazione agostiniana esiste com'è noto una larga documentazione. Oltre ai nume- rosi passi del Liber de contemplaciò e dell’Arbre de filosofia desiderat ricordati dai Carreras y Artau si vuol qui segnalare, come particolarmente indicativo, un altro scritto inedito di Lullo, il Liber de divina memoria, Messina. In quest'opera l’indagine sulla memoria ap- pare piegata, secondo una curvatura tipicamente agostiniana, a precise finalità teologiche. Trascriviamo, dal ms. ambrosia- no, l’inizio del trattato: 22r. Deus cum tua misericordia incipit liber de tua memoria. Quoniam de divina memoria non habemus tantam noti- tiam sicut de divino intellectu et voluntate, idcirco inten- dimus indagare divinam memoriam ut de ipsa tantam notitiam habeamus quantam habemus de divino intellectu et voluntate. Ex hoc habebimus maiorem scientiam de deo... De divisione huius libri: dividitur iste liber in quin- que distinctiones. In prima tractabimus de memoria ho- minis, in secunda investigabimus memoriam divinam per divinum intellectum, in tertia divinam voluntatem, in quarta divinam trinitatem, in quinta et ultima divinas rattones. Memoria humana est potentia cum qua homo recolit ca quae sunt praeterita et ad hoc declarandum damus istud exemplum. Potentia imaginativa non habet actum scilicet imaginari in illo tempore in quo potentia sensitiva attingit suum obiectum cet de hoc quolibet potest habere experientiam, a simili dum homo attingit obiec- tum pensatum seu imaginatum in tempore presenti tunc memoria non potest memorari illud obiectum quia intel- lectus et voluntas hominis impediunt quominus memoria 22v. habeat suum actum quia intellectus intelligit ipsum obiectum et voluntas diligit seu odit illud et per hoc ostenditur quia memoria est potentia per se contra illos qui dicunt quod memoria non est potentia per se sed est radicata in intellectu et simul sunt una potentia, quod falsum est ut super declaratum est. Littré (Hist. litt. de la France) fa riferimento al Cod. della Staatsbibl. di Monaco, il Longpré (Dicr. de Théol. cat.) segnala, accanto a quello di Mo- naco, il Vat. Ott. lat. Cod. Ambrosiano segnalato dall’ Ottaviano. Inc.: Deus cum tua misericordia incipit liber de tua memoria. Quo- niam de divina memoria. Exp/.: Ad laudem et honorem Dei finivit Raymundus istum librum in civitate Messanae mense Martii anno. Fra le due opere sulla memoria delle quali abbiamo fatto cenno, si colloca infine un terzo testo sulla memoria — il Liber ad memoriam confirmandam — anch'esso inedito, composto a Pisa nel 1308 durante il sog giorno nel convento di San Domenico.“ Il trattato si apre con la dichiarazione dei fini che si propone la confirmatio memoriae («ratio quare presentem volumus colligere trac- tatum est ut memoria hominum, quae labilis est et caduca, modo rectificetur meliori ») e con la distinzione fra le tre po- tenze naturali dell'anima — capacitas, memoria, discretio — ciascuna delle quali può essere perfezionata mediante l’im- piego di una particolare tecnica. A ciascuna delle tre potenze naturali corrisponde in tal modo una potenza artificiale ac- quisibile mediante l’arte. A quest’ultima spetta fra l’altro il compito di dar luogo ad un tipo di apprendimento e di tra- smissione del sapere che non affatichi inutilmente e bestialmente i giovani: Ir. Primo igitur ut laborans in studio faciliter sciat modum scientiam invenire et ne, post amissos quamplurimos la- bores, scientiae huius operam inutiliter tradidisse noscatur, Iv. sed potius labor in requiem et sudor / in gloriam plena- ric convertatur, modum scientiae decet pro iuvenibus in- venire per quem non tanta gravitate corporis iugiter de- primantur, sed, absque nimia vexatione et cum corporis levitate et mentis laetitia, ad scientiarum culmina gra- dientes equidem propere subeant. Multi enim sunt qui, more brutorum, literarum studia cum multo et summo labore corporis prosequuntur absque exercitio ingenii arti- ficioso, sed et continuis vigiliis maceratum corpus suum iuxta labores proprios inutiliter cxhibentes. Igitur decet modum per quem virtuosus studens thesaurum scientiac leviter valcat invenire et a gravamine tantorum laborum relevari possit. Di questo testo ho visto le tre redazioni manoscritte conservate nei seguenti Codici: Ambrosiana.; Monaco, Staatsbibl; Parigi Naz. lat. Vat. lat, che ho trovato segnalato a proposito del Liber ad memoriam confirmandam, non contiene opere di Lullo. Nella tra- scrizione mi sono servito dei tre codici indicati. L'indicazione delle carte si riferisce al cod. monacense. Per il testo completo dell'operetta cfr. l’appendice. L’arte si presenta dunque come uno strumento di libera- zione da una pedagogia inutilmente sopraffatrice: il tema di un rafforzamento “artificiale” delle potenze naturalidell'anima si legava al motivo, tipicamente francescano, della letizia spi- rituale. La capacitas può essere perfezionata mediante l’attenzione e l’ordinata partizione degli argomenti. Al perfezionamento della memoria vera e propria vengono dedicate osservazioni che presentano un notevole interesse c che differenziano in misura notevole questo dagli altri testi lulliani sull’argomento: 2v. 3r. Varie cose sono da sottolineare in questo brano: in primo luogo il richiamo all’aristotelico De memoria et reminiscentia Venio igitur ad secundam, scilicet ad memoriam quae quidem, secundum antiquos, alia est naturalis, alia est ar- tificialis. Naturalis est quam quis recipit in creatione vel generatione sua secundum materiam ex qua homo gene- ratur et secundum quod influentia alicuius planetae su- perioris regnat: et secundum hoc videmus quosdam homines meliorem memoriam habentes quam alios, sed de ista nihil ad nos quoniam Dei est illud concedere. Alia est memoria artificialis et ista est duplex quia quaedam est in medicinis et emplastris cum quibus habetur, et istam reputo valde periculosam quoniam interdum dantur tales medicinac dispositioni hominis contrariae, interdum super- fluae et in maxima cruditate qua cerebrum ultra modum dessicatur, et propter defectum cerebri homo ad demen- tiam demergitur, ut audivimus et vidimus de multis, et ista displiciet Deo quoniam hic non se tenet pro contento de gratia quam sibi Deus contulit unde, posito casu quod ad insaniam non perveniat, nunquam / vel raro habebit fructus scientiae. Alia est memoria artificialis per alium modum acquirendi, nam dum aliquis per capacitatem re- cipit multum in memoria et in ore revolvat per scipsum quoniam secundum Alanum in parabolis studens est ad- modum bovis. Bos cnim cum maxima velocitate recipit herbas et sine masticatione ad stomachum remittit quas postmodum remugit et ad finem, cum melius est dige- stum, in sanguinem et carnem convertit: ita est de studente qui moribus oblitis capit scientiam sine deliberatione, unde ad finem ut duret, debet in ore mentis masticare ut in memoria radicetur et habituetur quoniam quod leviter capit leviter recedit et ita memoria, ut habetur in Libro de memoria et reminiscentia, per saepissimam rei- terationem firmiter confirmatur. (tale richiamo che è presente sia nel ms. parigino sia nel mo- nacense, è invece assente in quello ambrosiano. Il ms. parigino reca inoltre un erroneo Aristotelem in luogo di Alanum) c l’insistenza sulla reiteratio come elemento essenziale al raf- forzamento della memoria; in secondo luogo l’assenza di ogni ricorso o riferimento all’arbor memoriae e l’aperta polemica contro i peccaminosi ed empi tentativi di una applica- zione delle tecniche mediche alla memoria; in terzo luogo, infine, la distinzione (che vien fatta risalire agl’antichi fra memoria naturale e memoria artificiale. Si tratta di affermazioni e di tesi che consentono di stabilire una connessione fra la trattazione lulliana della memoria e quell’ambito di discussioni che si collegavano da un lato al De reminiscentia aristotelico e dall’altro alla persistenza di motivi di deriva- zione retorica. Mentre l’uso del termine discreto pare rin- viare al concetto aristotelico di rem:niscentia, l’accenno agli antichi sembra confermare, ancora una volta, una conoscenza, sia pure indiretta, di alcuni elementi attinti alla tradizione della mnemotecnica ciceroniana CICERONE. Ci siamo così a lungo soffermati su questo testo perché esso è indicativo di un atteggiamento caratteristico sul quale gli specialisti di Lullo non hanno ancora bastantemente ri- volto la loro attenzione: non si procede in quest'opera ad applicare le regole dell’arte allo specifico settore della me- moria, ma si pone l’intera struttura della combinatoria lul- liana a servizio della memoria artificiale. Ad multa recitanda consideravi ponere quacdam nomina 3v. relativa per quac ad omnia possit responderi. Ista enim sunt nomina supra dicta quid, quare, quantus et quo- modo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti ra- tiones in oppositum factas vel quaccumque advenerint tibi recitanda et quam admirabile est quod centum possis ra- tiones retinere ct ipsas, dum locus fuerit, bene recitare... Ergo qui scientiam habere affectat et universalem ad om- nia desiderat, hoc circa ipsum tractatum laboret cum dili- gentia toto posse quoniam sine dubio scientior crit aliis... Primum igitur per primam speciem nominis quid, poteris certas quaestiones sive rationes sive alia quaecunque volue- ris recitare evacuando secundam figuram de his quae con- tinet, per secundam vero poteris in duplo respondere seu recitare et hoc per evacuationem tertiae figurae et multi- plicationem primac. Il Liber ad memoriam confirmandam ci è pervenuto solo in tre tardi manoscritti del secolo XVI, i quali, oltre a numerosi errori, presentano differenze spesso notevoli. Il riferi- mento alquanto generico alle quaestiones; l’insistente richia- mo ad un Liber septem planetarum (è il Tractatus novus de astronomia) nel quale sarebbero definite la capacitas, la memoria e la discretio; la confusa esposizione della tecnica della evacuatio e della multiplicatto che già nell’Ars magna era stata chiaramente teorizzata; l'impossibilità nella quale ci troviamo, date le divergenze fra i codici, di controllare l’autenticità del richiamo al De memoria aristotelico: questi ed altri elementi non possono non indurre a molta cautela. Il testo è senza dubbio autentico, ma esso ha probabilmente subìto notevoli alterazioni. Le conclusioni cui siamo giunti, relativamente ai rapporti di Lullo con la tradizione della mne- motecnica aristotelica e “ciceroniana”, possono dunque essere considerate valide solo in quanto esse, come abbiamo cercato di mostrare, risultano confortate dall’analisi delle altre opere inedite sulla memoria. Nel caso del Liber ad memoriam confirmandam sussistono dunque solo alcuni dubbi. Assai chiaro è invece il caso del ms. Urb. lat. che è stato erroneamente considerato come una delle redazioni del Liber de memoria. Qui ci troviamo in presenza di un tratto di memoria locale, conce- pito secondo i più rigidi e convenzionali canoni della mne- motecnica ciceroniana, e falsamente attribuito a Lullo. Tra- scriviamo qualche passo: Localis memoria per Raimundum Lullum. Ars memora- tiva duobus perficitur modis scilicet locis et imaginibus. Loci non differunt ab imaginibus nisi quia loci sunt an- guli, ut quidam putant, sed imagines quaedam fixae Cod. cart. La Localis memoria per Raimun- dum Ltullum è alle carte. È da notare che nel Catalogus omnium librorum magni operis Raymundi Lulli proxime publico co- municandi, pubblicato a Magonza da Salzinger si trova elencata una Ars memorativa (Inc.: Ars confirmat et auget utilitates) della quale si trova un esemplare nel cod. della Staatsbibl. di Monaco (cfr. Littré, Hirst. litt. de la France). L’attri- buzione a Lullo veniva tuttavia successivamente rifiutata dallo stesso Salzinger che ometteva lo scritto dall'elenco delle opere lulliane che si trova nell'edizione di Magonza] super quas, sicut super cartam, dipinguntur imagines de- lebiless Unde loca sunt sicut materia, imagines sicut forma. Oportet autem ut locis serbetur modus ne scilicet inter ca sit distantia nimium remota vel nimium brevis, sed moderata ut quinque pedum vel circa; non sit etiam nimia claritas vel nimia obscuritas sed lux mediocris... / Inveni igitur, si poteris, domum distinctam caminis XXII diversis et dissimillibus. Habcas semper ista loca fixa ante oculos sicut situata in cameris et scias ante et retro illa recitare, per ordinem etiam scias quis primus, quis 339 v.  secundus, quis tertius et sive de aliis... / Si detur tibi aliud nomen notum, puta Joannis, accipe unum Joannem tibi notum... et ipsum collocabis in loco... Che un’opera di questo genere, appartenente ad una tra- dizione culturale assai differente da quella nel cui ambito si era mosso Lullo, venisse attribuita al filosofo di Maiorca non è tuttavia senza significato. Nel secolo XVI, mentre nell’am- bito del lullismo ortodosso si vengono sviluppando in fun- zione mnemonica i temi della combinatoria, si realizza l’in- contro, al quale più volte abbiamo accennato, fra la tradizione ciceroniana CICERONE e quella lullista. A questo incontro darà risonanza europea l’opera di BRUNO. Ma quasi settan- t'anni prima della comparsa del De umbris idearum, del Cantus circaeus e del De compendiosa architectura et commento artis Lullii (pubblicati tutti a Parigi) uno dei più rinomati maestri del lullismo europeo, legato al gruppo di Lefèvre, aveva tentato una sintesi fra l’arte “ciceroniana” della memoria e la combinatoria di Lullo. Presso l’editore Zetzner di Colonia, che aveva pubblicato la grande raccolta dei testi lulliani e dei commenti a Lullo, Alsted curava la stampa della Explanatio compendiosaque applicatio artis Raymundi Lullit del francescano Lavinheta.‘* L’opera era stata 1° Bernarpi De LavinHETA, Opera omnia quibus tradidit artis Ray- mundi Lullii compendiosam explicationem et ciusdem applicationem ad logica rhetorica physica mathematica mechanica medica mataphysica theologica ethica iuridica problematica, edente Johnne Henrico Alstedio, Coloniac, Sumptibus Lazari Zetzneri bibliopolae (Trivulz. Mor. pubblicata per la prima volta, a Lione, quasi un secolo avanti. Mentre si scagliava nella prefazione contro i ridicoli aristotelici e gli inetti ramisti persecutori di Lullo e del lulli- smo e intolleranti di ogni libertà (« Itane docuit Aristoteles ut aliis docendi cathedram iusserit clausam? Minime vero... »), Alsted metteva in guardia i lettori da quel tanto di « scola- stico » e di « papistico » che era ancora presente nell’opera di Bernardo: «Sed ostendit praxin philosophiae lullianae more suo et sui saeculi, id est barbare et papistice. Date itaque ope- ram ne impingatis ad duos istos scopulos. Ciò che aveva entusiasmato Alsted, al di lì degli « scogli » della barbarie scolastica e del cattolicesimo, era il tentativo, presente nell’opera del Lavinheta, di costruire sui fondamenti dell’arte lul- liana una vastissima enciclopedia delle scienze. L’applica- zione dell’ars Lullii, come chiariva il titolo, concerneva in- fatti la logica la retorica la fisica la matematica la meccanica la medicina la metafisica la teologia l’etica e la giurispru- denza. Nella sua partizione e classificazione delle scienze Lavin- heta si era richiamato all’immagine lulliana dell’unico albero del sapere rispetto al quale le varie discipline particolari si collocano come i diversi rami di un unico tronco. Pur intro- ducendo nella sua trattazione partizioni e distinzioni assai lontane dal lullismo (per esempio i tre rami del trivium), Bernardo aveva attinto largamente, in particolare nella sua logica, alle figure della combinatoria. Ma il suo intento di servirsi dell’ars magna in vista di una ricerca di princìpi uni- versali e necessari capaci di unificare tutto il sapere, si rivela con molta chiarezza nella sezione intitolata /ntroductio in artem Raymundi Lullit: « È necessaria un’unica arte generale che abbia princìpi generali, primitivi e necessarii, mediante i quali i princìpi delle altre scienze possano essere provati e esaminati... Le arti e le scienze speciali sono troppo prolisse e la breve vita dell’uomo richiede che l’intelletto possegga un qualche strumento universale. Nella sua ampia trattazione Bernardo inseriva un vero e proprio trattato di cosmologia e di filosofia naturale (nella discussione della terza figura), intere opere di medicina (Hor- 3° De necessitate artis.] tulus medicus, De medicina operativa, ecc.) e considerazioni sull’ars praedicandi e sull’interpretazione delle Scritture: egli si muoveva in tal modo sullo stesso terreno della Rhetorica pseudo lulliana e dava l’avvio a quell’enciclopedismo su basi lulliane al quale dettero la loro piena adesione, negli ultimi anni del secolo, sia il Gregoire che il de Valeriis. Con il corso del Lavinheta alla Sorbona era rientrato trion- falmente a Parigi, dopo la grande parentesi mominalista ini- ziatasi con le polemiche di Pietro d’Ailly e del Gerson, l’in- segnamento del lullismo. Ove si tenga presente la grande risonanza che ebbero nel mondo dei dotti le lezioni del Lavin- heta, la sua intensa attività editoriale nei maggiori centri europei da Parigi a Lione a Colonia, la sua “fortuna, può apparire particolarmente interessante anche la tematica sulla memoria elaborata nell’ultima parte della Explanatio. Bernardo si propone qui di costruire un'arte ca- pace di servirsi contemporaneamente e delle tecniche memo- rative elaborate da Lullo e di quelle, già larghissimamente sviluppate, che erano state ricavate dai saggi di CICERONE e di Quintiliano. La definizione della memoria naturale, della quale La- vinheta si serve, è ricalcata sui testi lulliani e sui commen- tari medievali al De reminiscentia aristotelico: « Est memoria naturalis illa potentia cui proprie competit recolere, de cuius organo in tractatu philosophiae naturalis dictum est. Nam ipsum est in occipite ad modum pyramidis et ipsa potentia est spiritualis. Cuius officium est species per intellectum ac- quisitas conservare et similitudines earundem (imperio volun- tatis) intellectui repraesentare ».”! Per quanto concerne la memoria artificiale, Lavinheta ri- prende invece, quasi con le stesse parole, i concetti espressi da Lullo nell’inedito Liber 24 memoriam confirmandam : LavinHETA, Explanatio (edizione LuLro, Monaco  (Staatsbibl.)). Artificialis memoria duplex est: quacdam est in medicinis et em- plastris, quam Doctor noster re- putat valde periculosam ex eo quia [De memoria, dell’ediz. Alia est memoria artificialis et ista est duplex quia quaedam cst in medicinis ct emplastris cum quibus habetur, et istam reputo citata.] interdum dantur medicinac contravalde periculosam quoniam inter- riac dispositioni hominis in tanto dum dantur tales medicinac dîs- gradu caliditatis quod cerebrum  positioni hominis contrariac, In- dessicant et sic homines in dementerdum superfluae ct in maxima tiam et stultitiam deveniunt. cruditate qua cerebrum ultra mo- dum dessicatur, et propter defec- tum cerebri homo ad dementiam demergitur, ut audivimus ct vidi- mus de multis, et ita displiciet Deo... Introducendo una separazione fra le «res sensibiles quae sensu capi possunt» e le «res intelligibiles quae intellectu solo capiuntur », Bernardo apriva però subito dopo la strada alla distinzione fra due tipi di memoria artificiale: « Secun- dum hanc duplicem differentiam, duplex est modus artifi- cialis memorandi. Primus facilior est longe secundo ». Il me: todo più facile di quello lulliano al quale Lavinheta fa qui riferimento è quello — a noi già noto — della memoria “lo- cale” o “ciceroniana”. Per ricordare gli oggetti che cadono sotto i sensi e i prodotti dell’immaginazione si fa ricorso, secondo i canoni tradizionali, ai luoghi ordinati e alla collo- cazione delle immagini nei luoghi: « stabilienda sunt specifica loca in aliquo familiari spacioso et communi quemadmodum est ecclesia, monasterium aut domus... sui oppidi aut sui civi- tatis ». Ritorna, naturalmente, il precetto dell’ordine dei luo- ghi (« memoria ab inordinatione confunditur ») e quello della collocazione nei luoghi delle similitudines o immagini: «et sic procedendo de loco in loco similitudines rerum collocet... et id etiam ordine retrogrado facere potest et pluries debet illa discurrere ».°? Si riaffacciano i temi consueti della iconologia alla quale è affidato il compito di rappresentare e richiamare alla memoria le «cose intellettuali »: oggetti « meramente intelligibili » come gli angeli potranno essere raffigurati « que- madmodum est in Ecclesiis cum figurare, ut esset parvulus infans cum aliis », mentre per fissare nella mente concetti (per esempio: « Dominus est illuminatio mea et salus mea ») ci si servirà largamente delle figure emblematiche: «si porrà nel luogo designato l’immagine solenne di un uomo ben vestito che tiene in una mano un lume e nell’altra del sale, e benché sale e salute significhino cose diverse, tuttavia per [Explicatio] quella certa somiglianza che i due termini hanno ‘n voce, l’una cosa condurrà a ricordare l’altra »."? Di fronte agli oggetti della speculazione, a quelle cose cioè « quae sunt remotissima non modo a sensibus, vero et ab ima- ginatione », la tecnica “ciceroniana” della memoria si rivela tuttavia insufficiente. In questi casi è necessario far ricorso ad un secondo, più complicato tipo di memoria artificiale, volgersi all’ars generalis escogitata da Lullo. Qui — afferma Lavinheta — piegando ad un uso nuovo la vecchia terminologia ciceroniana CICERONE — tutti i possibili oggetti del sapere ven- gono « collocati in pochi luoghi » e, attraverso i princìpi, le figure, le regole, le guaestiones, l'artista può impadronirsi in modo duraturo di tutto lo scibile La combinatoria di Lullo era dunque apparsa al Lavinheta contemporaneamente come una logica e una mnemotecnica: da un lato essa si poneva come lo strumento universale (1nstru- mentum universale) mediante il quale tutti i princìpi delle scienze particolari potevano essere sottoposti ad esame, dal- l’altro essa si identificava con un grande sistema di ars remi niscendi che aveva assai più ampie possibilità di applicazione dell’ars memoriae di derivazione retorica e ciceroniana. Per rendersi conto di come posizioni di questo genere giungessero ad incidere profondamente in ambienti assai vari, non è ne- cessario richiamarsi ora ai testi, da questo punto di vista deci- sivi, della pansofia e dell’enciclopedismo seicenteschi. Tredici anni prima della pubblicazione dell’opera del Lavinheta, si erano riuniti, a Cracovia, i rappresentanti del corpo accademico per prendere in esame la consistenza o meno dell’accusa di magia che era stata lanciata contro  Murner, autore di una Logica memorativa, chartiludium logicae sive totius dialecticae me- moria pubblicata nel 1509. Nello scritto, che propugnava la combinazione di un sistema di concetti con un parallelo si- 33 Explicatio, cit., p. 654. 54 Explicatio] stema di simboli plastici, erano evidenti gli influssi lulliani.*° La relazione finale, scritta da Ioannes de Glogovia sulla questione, è un documento singolare. Meglio di un lungo discorso essa ci dà la sensazione precisa della larga diffusione (anche negli ambienti accademici) di un certo tipo di discussioni € vale anche a mostrarci la presenza di quella connessione, che andò stabilendosi particolarmente nelle università tedesche del Rinascimento, fra la logica e la mnemotecnica: Ego magister Ioannis de Glogovia Universitatis Cracoviensis Collegiatus testimonium do veritatis patrem Murner hanc chartiludium praxin apud nos finxisse, legisse et usque adco profecisse, quod in mensis spatio etiam rudes et indocti sic evaserint memorcs ct eruditi, quod grandis nobis suspicio de prae- dicto patre oriebatur, quiddam magicarum rerum infu- dissc potius, quam praecepta logicac tradidisse. L’idea di una logica memorativa o di una sostanziale af- finità e parentela fra la logica e l’arte della memoria sta in realtà alla base di tutti i tentativi, che si rinnoveranno nella cultura europea dal primo Cinquecento fino a Leibniz, di utilizzare l'eredità lulliana per costruire un’ars generalis uni- ficatrice di tutto il sapere c un sistema mnemonicum o enci- clopedia delle scienze. La riforma della logica di Bruno e l’enciclopedismo di Alsted si muovono, da questo punto di vista, su un terreno comune. Non è certo un caso che tra le [Murner, Logica memorativa. Chartludiun logicae sive totius dialecticae memoria et novus Petri Hispani textus emendatus, cum jucundo pictasmat, cxercitio, Bruxelles, Noot (Parigi, Naz.). Cfr. anche la Invectiva contra astrologos, Argentinae, Rés. Non sono riuscito a vedere il Chartiludium institutae summarie doctore Thoma Murner memorante ct ludente, Argentinae, per Johannen Priis, che contiene una riduzione delle Istituzioni giustinianee in quadri sinottici co- struiti sulla base degli stemmi e delle imprese dei vescovi e dei prin- cipi imperiali. L’università di Treviri rilasciò una dichiara- zione dalla quale risultava che Murner e in grado di insegnare le Istituzioni nello spazio di quattro settimane servendosi di un metodo fondato sulla memoria artificiale. Su Murner cfr. Carreras Y Artau, La filosofia cristiana,e, per le influenze di Lullo, A. Gortron, Ein /ullisticher Lehrstuhl in Deutschland, Estudis Universitaris Catalans. Cit. in PrantL. fonti della “caratteristica” leibniziana si trovino, accanto ai principali testi del lullismo europeo, non poche e non secondarie opere di ars reminiscendi. Un'altra cosa va infine sottolineata: il sospetto di magia che aveva colpito il buon Murner era in realtà, almeno in parte, pienamente giustificato. La logica memorativa, la com- binatoria, l’ars inveniendi e l’ars reminiscendi si configurano spesso come progetti di fondazione di un’arte mirabile capace di condurre, come per una rapida scorciatoia, entro i più se- greti recessi della natura. Anche la logica o l’arte di Bruno, profondamente legata al lullismo, alla “memoria”, alla ca- bala, agli emblemi, apparirà assai simile a un prodotto di magia. Pio V, Enrico IH di Francia, l'ambasciatore spagnolo alla corte di Rodolfo II, lo stesso MOCENIGO vedranno in BRUNO l’inventore e il possessore di un'arte segreta capace di ampliare, in modo smisurato, le possibilità di do- minio dell’uomo. Dal sospetto di magia questo tipo di logica si libera del resto assai tardi. Nella Historia et commendatio linguae charactericae universalis, Leibniz, mentre distingue la vera dalla falsa cabala, si preoccupa ancora di liberare la combinatoria dall’accusa di magia. Già a partire da Pitagora, a CROTONE, nella CALABRIA ITALIANA, gl’uomini furono persuasi che i più grandi misteri sono nascosti nei numeri. Ed è credibile che Pitagora introduce in Grecia dall’Oriente questa opinione come molte altre cose. Ma ignorandosi la vera chiave dell’arcano, i più curiosi sono caduti nelle futilità e nelle superstizioni, donde è nata quella certa cabala volgare molto lontana da quella vera e le molteplici inezie con un certo falso nome di magia di cui sono pieni i libri. La trad. del passo (Gerhardt) è in  Barone, Logica formale e logica trascendentale, I, da Leibniz a Kant, Torino. Non pochi esponenti della cultura del tardo Cinquecento identificarono la combinatoria lulliana con una logica me- morativa. Quest'ultima si presentava da un lato come l’ars ultima o l’instrumentum universale capace di sottoporre ad esame tutti i principi delle scienze particolari, dall’altro come un grandioso sistema di ars reminiscendi che costituiva il fondamento di un organico e completo sistema mnemonicum o generale enciclopedia di tutto il sapere. Da questo punto di vista l’ars memoriae di origine retorica e ciceroniana di CICERONE poteva apparire — accanto alla combinatoria e alla mnemo- tecnica di derivazione lulliama — elemento essenziale alla costruzione della pansofia: alla nuova logica, capace di ri- specchiare nella sua struttura le strutture stesse del mondo reale, avrebbe fatto riscontro una enciclopedia o teatro uni- versale che, di quella logica, fosse il naturale compimento. Comune presupposto a quella logica e a quel teatro era una dottrina “speculare” della realtà, la tesi di una perfetta, to- tale corrispondenza fra i termini e le res. Nel capitolo che precede ho cercato di indicare le fonda- mentali linee di svolgimento della tradizione del lullismo. Anche entro la complessa tradizione della mnemotecnica retorica e ciceroniana di CICERONE, la cui diffusione procede contemporaneamente a quella del lullismo, intervennero alcuni essenziali mutamenti. Questi concernono non l’apparato tecnico dell’arte mnemonica che resta sostanzialmente immutato, anche se va ampliandosi mediante numerosi accorgimenti, ma il significato stesso che l’arte viene ad assumere all’interno del mondo della cultura. Quell’ars memoriae che era stata valutata un accorgimento utile ai predicatori, una tecnica utilizzabile dai politici dai letterati e dai giuristi, acquisce in taluni ambienti, un ben diverso significato. Nei saggi di BRUNO essa appare per esempio strettissimamente collegata alla tematica di una me- tafisica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala, alle discussioni sui rapporti logica-retorica, agli ideali della pansofia, alle aspirazioni del lullismo. Mentre si connetteva a questi movimenti e a queste correnti, l’ars memoriae si andava caricando di significati metafisici, veniva piegata a diverse esigenze di pensiero. Quella limpidità di espressioni e quella chiarezza teoretica che avevano caratterizzato le pagine di CICERONE, di Quintiliano, di Alberto, d’AQUINO, di TOMAI scompaiono definitivamente nella trattatistica: un gusto di tipo barocco per i geroglifici, gl’abecedarii, i simboli, le immagini, le allegorie appare ora nettamente dominante. Fra i saggi sulla memoria o quelli di TOMAI da un lato e quelli di BRUNO  dall’altro esiste, da questo punto di vista, una differenza incolmabile. Nel primo caso assistiamo al tentativo di elaborare, con strumenti razionali, una tecnica retorica fondata su uno studio delle associazioni mentali. Nel secondo caso siamo in presenza di un complesso simbolismo che serve da velo ad una sapienza riposta attingibile solo attraverso la ambiguità degl’emblemi e l’allusività delle immagini, dei sigilli e delle imprese. Ad uno strumento costruito in vista di finalità pratiche e mondane si è sostituita la ricerca di una cifra o di una chiave che consenta di penetrare entro il segreto ultimo della realtà e della vita. Non sono più i teorici della retorica o gli studiosi di dialettica ad occuparsi dell’ars memoriae: Agrippa e CAMILLO (si veda), PORTA (si veda), ROSSELLI (si veda) e BRUNO (si veda) considerano le regole della memoria come strumenti da impiegare in vista di finalità assai più ampie di quelle, limitate e modeste, della retorica o della dialettica. In ciascuno di questi filosofi troviamo presenti ed operanti i temi del lullismo e della cabala, della magia e dell’astrologia, l’eredità dell’Ars notoria, dei testi ermetici, dei saggi di PICO (si veda) e di FICINO (si veda). BRUNO, commentatore di Lullo e innovatore dell’Ars memoriae, vede derivare da una fonte comune la teologia d’Eriugena, la combinatoria, i misteri del Cusano, la medicina di Paracelso. Sono posizioni e riferimenti, al suo tempo, già ampiamente diffusi. Ha visto la luce, a Parigi, il De usu et mystertis Notarum Liber da  Gohory (Leo Suavius) avvocato al parlamento di Parigi e diplomatico, grande commentatore dell’opera paracelsiana e traduttore del Principe e dei Discorsi di MACHIAVELLI (si veda), studioso insigne di alchimia, di botanica e di teoria della musica. Nella sua discussione sul segno egli fa riferimento costante alla magia di Tritemio, alla cabala cristiana, all’Ars notoria, ai saggi di PICO e di FICINO, all’ars memoriae, alla combinatoria lulliana, al Teatro del mondo di CAMILLO. È, la sua, posizione oltremodo indicativa di un mutamento di valutazioni. Ma prima di trarre conclusioni potrà esser di qualche giovamento cercare di seguire la diffusione, in Europa, di taluni SAGGI ITALIANI particolarmente fortunati; considerare alcuni di quei seatri del mondo nei quali i temi della cabala e quelli di un enciclopedismo su basi metafisiche si sovrappongono agli originari intenti mnemonico-retorici; soffermarsi infine su alcuni testi nei quali i temi della combinatoria lulliana e quelli dell’arte mnemonica confluiscono in modo partico- larmente evidente. Convenientemente addottrinato da madama Logica, l’eroe di quel singolare poema allegorico-didattico che è il Pastime of Pleasure di Hawes, continua la sua non lieve ascesa nella Torre della Dottrina ed entra nella stanza di dama Retorica. Dopo aver accuratamente enumerato le cinque parti della retorica ed aver chiarito la connessione intercorrente fra queste e le varie facoltà dell'animo, la dotta dama, facendo riferimento alla memoria, così si esprime: Y£ to the orature many a sundry tale one after other treatably be tolde. Sul Gohory cfr. L. THorRNDIKE, History of Magic and Experimental Science, New York; Wacker, Spiritual and Demonic Magic from FICINO to CAMPANELLA, London] Than sundry images in his closed male each for a mater he does than well holde like to the tale he does than so behold and inward a recapitulacyon of each image the moralyzacyon which be the tales he grounded pryvely upon these images SIGNIFICATION and whan time is for him to specify all his tales by DEMONSTRATION in due ordre maner and reason than each image inward directly the oratoure does take full properly So is enprinted in his proper minde every tale with whole resemblance by this image he does his mater find each after other without variance Who to this art will give attendaunce as thereof to know the perfytenes In the poetes scole he must have intres.? In questo testo, pubblicato a Londra, veniva per la prima volta formulata, in lingua inglese, la dottrina della retorica classica. Anche se orientato in funzione di una poetica, il riferimento alla dottrina dei luoghi e delle immagini non poteva essere più preciso. Il tentativo di adattare la terminologia della Rhetorica ad Herennium alle particolari esigenze dell’arte poetica non e senza precedenti; in questo senso la Poetria Nova composta da Goffredo di Vinsauf costituisce, come chiara Howell, una delle principali fonti del poema di Hawes. Resta, a confermare una sostanziale divergenza [Hawes, The Pastime of Pleasure, ed. by Mead, London. La prima cdizione è Wynkyn de Worde, London. Ampie notizie sull’autore e sulle edizioni nell’edizione a cura di R. Spindler, Leipzig. Il brano riportato nel testo è cit. in Howell, Logic and Rhetoric in England, Princeton. Dal saggio d’Howell (sul quale cfr. la rassegna Ramismo, logica e retorica, « Riv. critica di st. della filos.) ho ricavato varie notizie sui saggi di mnemotecnica. Il saggio in Farat, Les arts poétiques, Cfr. HowELL] di valutazioni circa la funzione esercitata dall’ars memoriae all’interno dell’ars rhetorica, l’importanza attribuita dallo Hawes all’ars reminiscendi in vista della formazione del poe- ta. La stessa differenza, che è indice del sorgere di un inte- resse nuovo per le tecniche della memoria, possiamo riscontrare confrontando l’edizione del Mirrour of the World di William Caxton sia con le duc precedenti edizioni sia con il Livre de clergie nommé l’ymage du monde del quale l’opera del Caxton è la più o meno fedele traduzione. In questa terza edizione, accanto una brevissima trattazione dell’invenzione, della dispositio e dello stile e a più ampie considerazioni sulla pronuntiatio, troviamo una dettagliata esposizione delle tecniche  memorative nella quale tornano, con molta abbondanza di particolari, temi ben noti: Memory Artificial is that which men call Ars memorativa. The craft of memory by which craft thou mayste write a thing in thy mind and set it in thy mind as evidently as thou mayst rede and se the worcles which thou wrytest with ynke upon parchement or paper. Therfore in this art of memory thou muste have places which shall be to the like as it were perchenent or paper to write upon. Also instead of thy lettres thou must imagine images to set in the same places. But if thou canst not have a corporal image of the same thing as if thou woulddest remembre a thing whyche is of itself non bodely nor corporall thing but incorporall, that thou muste yet take an imagce therfore that is a corporali thing.] L'interesse per questo genere di discussioni è del resto strettamente collegato alla rinascita, nell'umanesimo inglese, della grande tradizione della retorica classica, rinascita che appare per molteplici aspetti legata ai rapidi mutamenti della società inglese, all’avanzare sulla scena politica e culturale degli uomini di legge, ai dibattiti sull’efficacia delle prediche religiose, alle controversie parlamentari. Non a caso nelle 4 Caxron, Mirrour of the World, ed. Prior, London. L'edizione del Prior è condotta sulle edizioni previe. La trattazione sulla memoria (cit. in Howett, Logic and Rhetoric) è ricavata dalla terza edizione: The myrrour, dyscrypcion of the wordle with many marvaylles, London] scuole e nei colleges l’insegnamento della retorica e del metodo di trasmissione del sapere occupa una posizione predominante : un saggio fondamentale, la Pleasant and persuadible art of Rhetoric di Cox, venne presentato come opera necessaria agli avvocati agli ambasciatori agl’insegnanti e a tutti coloro che avrebbero dovuto parlare davanti ad un'assemblea. Alla diffusione nella cultura inglese dell'ideale del cortegiano e del gentiluomo (esperto insieme di cortesia e di politica) corrispose il moltiplicarsi dei manuali di retorica e l’intensificarsi di una discussione che concerne, insieme alle buone maniere, anche problemi attinenti alla persuasione, alla tolleranza, alla convivenza civile. Solo tenendo presente questa atmosfera può del resto risultar chiaro il significato dell’aspra, intensa polemica che si svolgerà negli ultimi anni del secolo tra i riformatori ramisti e gli agguerriti sostenitori della logica scolastica e della retorica ciceroniana. Molti dei motivi che abbiamo trovato presenti negli scritti dell'’Hawes e del Caxton erano stati senza dubbio ricavati da fonti classiche, e, sia pure parzialmente, da fonti medie- vali. Ma non mancò, anche in questo particolare settore della cultura, un diretto influsso italiano: esso è mostrato non solo dall'influenza esercitata in Inghilterra dalla Nova Rhetorica di TRAVERSAGNIT (si veda) da Savona, ma anche dalla pubblicazione di una Art of memory that otherwise is called the Phoenix. Presentato da Copland come la traduzione di un anonimo scritto francese, questo libretto era in realtà (come già ha notato lo Howell) la traduzione della ben nota Phoenix di TOMAI: TOMAI Et pro fundamento huius primae conclusionis quatuor regulas pono. I est haec: loca sunt fe- nestrae in parietibus positae, co- lumnae, anguli et quac his si- milia sunt. II sit regula: loca non debent esse nimium vi- Copland (B 3r) And for the foundacion of this fyrst conclusyon I wyll put IV rules. The I is this. The places are the windows set in walls, pyIlers and anglets, with other lyke. The Il rule is. The places ought not to be near together not  L. Cox, The Arte or Crafte of Rhetoric, ed. Carpenter, Chicago] cina aut nimium distantia. III  to fare a sonder. The HI rule is sit regula vana ut mihi videtur... suche. But it is vain as me se- meth... Dati questi precedenti, appare facilmente comprensibile come uno dei testi più fortunati e più significativi della cultura del Cinquecento, la Arte of RAetorique di Wilson, SI RIFA IN MODO CRATTERISTICO A FONTI ITALIANE costruendo un tipo d’esemplificazione che, mentre da un lato ricorda da vicino i saggi di TOMAI, dall’altro sembra anticipare, nell’uso costante di immagini di personaggi mitologici, alcune tipiche costruzioni di BRUNO. As for example, I will make these places in my chamber. A doore, a window, a press, a bedstead, and a chimney. Now in the doore, I wil set Cacus the thief, or some such notable verlet. In the window I will place Venus. In the press I will put Apitius that famous glutton. In the bedstead I will set Richard III, King of England or some notable murderer. In the chimney I will place the blacke smith, or some other notable traitor. Oltre e più che in Inghilterra, l’arte ciceroniana di CICERONE della memoria trova larga diffusione. Oltre al consueto inserimento della tecnica memorativa entro le trattazioni generali dedicate alla retorica, si ha una vera e propria fioritura di saggi specifici. Esce a Strasburgo un’Ars memorativa AQUINO, CICERONE, Quintiliani, TOMAI, che colloca definitivamente TOMAI fra i classici dell’arte. A Colonia, Sibutus pubblica un’Ars memorativa, è il Ludus artificialis oblivionis di Weida pubblicato a Lipsia. A VENEZIA, dieci anni più tardi, esce un fortunato libretto, il Congestorium artificiosae memoriae di Romberch, intieramente modellato sul saggio di TOMAI e poi diffuso in Italia nella traduzione di DOLCE (si veda); a Stra- © TH. WiLson, The Art of Rhetoric for the Use of All Such are Studious of Eloquence, ed. Mair, Oxford (cfr. Howett). 7 Jo. RomsercH DE Kwrspe, Congestorium artificiosae memoriae omnum de memoria pracceptiones aggregatim complectens, Venetiis, in aedibus Georgii de Rusconibus (Triv. Mor.). Yates, The Ciceronian Art of Memory, in: Medioevo e Rinasci-] sburgo, Fries pubblica un’Ars memorativa, ancora a Strasburgo vedono la luce la Memoria artificialis di Riff e i Praecepta de naturali memoria confirmanda di Mentzinger; a Wittenberg, che e stata il centro di diffusione dell’insegnamento di TOMAI, esce il Libellus artificiosae memoriae in usum studiosorum di Spangerbergius, più volte ristampato e incluso nel Gazoplilacium di Schenkel, una raccolta che fa il giro di tutta Europa. L’aspra polemica di Agrippa contro l’uso e l’abuso delle arti mnemoniche appare facilmente spiegabile ove si tenga presente questa vera e propria invasione di testi di mnemotecnica nella vita culturale. Attribuendo a CICERONE a Quintiliano a Seneca a PETRARCA a e a TOMAI la responsabilità di questa frenetica mania Agrippa non solo si scaglia contro un tipo di insegnamento che opprime gli scolari ‘n gymmnastis GINNASIO e contro una tecnica che mira, anziché alla vera sapienza, alla gloria puerile dell’ostentazione, ma ripete, con vigore particolare, il vecchio argomento di tutti gl’avversari della mnemotecnica, lo stesso argomento contro il quale, BRUNO polemizza aspramente. La memoria artificiale non è minimamente in grado di persistere SENZA LA MEMORIA NATURALE e quest’ultima viene assai di frequente resa ottusa da immagini mostruose tanto da generare spesso una specie di mania e di frenesia per la tenacia della memoria. Accade invece che l’arte, sovraccaricando la memoria naturale con INNUMEREVOLI IMMAGINI DI PAROLE e di cose, CONDUCE ALLA PAZZIA coloro che non si accontentano dei confini stabiliti mento, Studi in onore di NARDI, Firenze, assegna erroncamente la prima edizione di questo saggio. La traduzione di DOLCE è il Dialogo di DOLCE nel quale si ragiona del modo di accrescere ct conservar la memoria, VENEZIA, Sessa  (Triv. Mor.). La fonte di DOLCE e stata individuata: cfr. la Plutosofia di GESUALDO (si veda) nella quale si spiega l’arte della memoria (edizione vicentina, Triv. Mor.).] R9 dalla natura. E una curiosa posizione, questa di Agrippa, dato che questa contrapposizione dei diritti della natura alle empie pretese dell’arte provene da uno dei più ferventi e appassionati sostenitori dell’arte lulliana, da un uomo che dedica non poche delle sue energie ad un perfezionamento della complicata impalcatura dell’ars magna. Nei suoi Rhetorices elementa il maggior teorico della logica e della retorica della Riforma, MELANTONE, assume nei confronti dell’ars memoriae una posizione non dissimile. Pur senza l’asprezza polemica di Agrippa, Melantone denuncia la sostanziale sterilità di ogni tecnica intesa al perfezionamento della memoria naturale. Le cose che sono state scoperte cd ordinatamente disposte vanno infine ESPRESSE MEDIANTE LE PAROLE. In queste tre parti si esaurisce tutta l’arte. Sulle altre due parti non offriamo precetti giacché la memoria può venire assai poco aiutata mediante l’arte. Insistendo tuttavia da un lato sulla strettissima connessione fra la cogitatio e la dispositio e dall’altro sulla funzione della topica in vista di un ordinamento dei concetti originariamente sparsi 12 magno acervo, Melantone venne però a richiamarsi esplicitamente proprio a quella duplice tesi dell'ordine e della limitazione sulla quale si e fondata la dottrina dei luoghi e, di conseguenza, l’intera tecnica mnemonica. In realtà fra la topica intesa come mezzo di ordinamento dei concetti e la dottrina dell’arte della memoria sussiste, come notare acutamente Bacone, un rapporto assai stretto. Ciò che qui va posto in rilievo è invece lo scarso effetto esercitato sugli ambienti italiani da prese di posizione del tipo di quelle. di Agrippa e di 8 H. C. Agrippa, De vanitate scientiarum, cDe arte memorativa, in: Opera, Lugduni (Triv. Mor. K. 403). Agrippa attribuisce ancora a CICERONE la Rhetorica ad Herennium. Rhetorices Elementa, autore Philippo Melanchtone, Venevia, per Melchiorem Sessam (Ambros.). Rhetorices Elementa. Un caratteristico esempio della connessione rilevata nel testo è l' Opusculum de amplificatione oratoria seu locorum usu, per Barlandum in inclito Lovaniensiun GYMNASIO PVBLICVM Rhetoricae professorem, Lovanii, Servatus Zaffenus Diestensis, Braid. Melantone: non solo continueranno a diffondersi i trattati dedicati alla mnemotecnica ciceroniana di CICERONE, ma, dopo la confluenza della tradizione classica in quella del lullismo, questo tipo di produzione acquisce nuovo vigore giungendo, ad investire alcune delle maggiori personalità della cultura. SPANGERBERGIUS. Il Libellus artificiosae memoriae in usum studiosorum collectus di  Spangerbergius, pubblicato a Wittenberg, può essere preso ad esempio della vivacità con la quale si presenta, negl’ambienti culturali la tematica attinente all'arte memorativa. L’autore di questo libretto (che è forse la più limpida esposizione cinquecentesca dell’ars reminiscendi) non ha pretese di originalità. Hanc artificialis memoriae lucubratiunculam ex probatis autoribus utcunque decerpsi et in hanc Epitomem collegi. Presentando l’arte in forma catechistica egli si preoccupa di due cose: rendere l’arte chiara e rapidamente acquisibile, presentare una trattazione completa che tenga conto, oltre che delle fonti classiche, anche delle opere retoriche più recenti. Su alcune delle definizioni e delle regole di Spangerbergius vale la pena di soffermarsi anche perché esse possono fornirci, in qualche modo, la chiave necessaria ad intendere molte delle posizioni presenti nei saggi di BRUNO. Accanto ai leggendari eroi della memo- ria (Simonide e Temistocle, Crasso e Ciro, Cinea e Carneade) l’autore ricorda CICERONE, Quintiliano, Seneca e si richiama anche a TOMAI che cita ripetutamente avvicinando il suo nome, in modo significativo, a quello del Cusano. Nostro saeculo consumatissimus fuit in hac arte clarissimus 11 Artificiosae memoriac libellus in usum studiorum collectus, autore Spangerbergio Herdesiano apud Northusos verbi ministro, Wi- tebergae, apud Petrum Seitz, Angelica. Con il titolo Erosemata de arte memoriae seu reniniscentiae il testo e ristampato (con la indicazione Authore Ioh. Sp. Herd.) nel Gazophylacium artis memoriae per Lambertum Schenckelium Dusilivium, Argentorati, excudebat  Bertramus, Angelica. GI vir Petrus Ravennatus utriusque iuris doctor, deinde Ioannes Cusanus et alii. Il lullista Cusano diventa, non a caso, uno dei maestri dell’arte mnemonica. L’idea che le finalità ultime dell’ars Raimundi coincidessero, in ultima analisi, con quelle proprie dell’ars memoriae e destinata a rafforzarsi fino a condurre a quella particolare valutazione della combinatoria lulliana che e tipica dei filosofi e giunge inalterata all’HISTORIA CRITICA PHILOSOPHIAE di Brucker. Dopo aver definito la memoria come comprehensio earum quae praeterierunt, come retentio e conservatio ed aver distinto fra memoria naturale e artificiale, Spangerbergius prende immediatamente posizione contro l’accusa di una insufficienza dell’arte di fronte alla perfezione o imperfezione naturale. In primo luogo egli nega la perfezione della memoria naturale. In secondo luogo pone in rapporto la perfettibilità di questa mediante l’arte, con la maggiore o minore perfezione delle doti native. Quanto naturalis memoria est hebetior, tanto ad artificiosam est IMBECILLIOR. Contra quanto naturalis est vegetior, tanto ad artificiosam expeditior. La memoria artificiale è definita una dispositio imaginaria rerum sensibilium in mente, super quas memoria naturalis reflexa commovetur et adiuvetur, ut prius apprehensa facilius et diutius valeat recordari. Essa è utile sia all’apprendimento delle scienze, sia a quella transitoria ritenzione degl’argomenti che è necessaria al poeta, all'insegnante, all’oratore, all’avvocato. Accanto alla normale dimenticanza delle specie delle cose passate (per corruptionem), Spangerberg distingue due tipi di amnesia patologica. L’uno derivante dal sopravvento delle passioni delle malattie della vecchiezza -- per diminutionem --, l’altro dipendente dall’ablezio o da una lesione agl’organi cerebrali. Mentre per ovviare alla corruptio è oltremodo utile l’uso dei luoghi e delle immagini, di fronte alla diminutio e alla ablatio I PRECETTI DELLA PRAMMATICA DI GRICE DEVONO LASCIARE IL POSTO A QUELLI DELLA MEDICINA. Sulle tracce della Rhetorica ad Herennium e della Phoenix di TOMAI, la dottrina dei luoghi e delle immagini viene svolta secondo i canoni tradizionali. Accanto a una distinzione dei luoghi in tre tipi fondamentali, l’autore enumera X regole (decalogo) sulle caratteristiche dei medesimi, tratte, in sostanza, dallo scritto di TOMAI. Agli stessi saggi si rifà la teoria delle immagini. Di nuovo c’è solo la distinzione fra imagines rerum e IMAGO VOCIS (ACVSTICA). Dalla parte teorica della mnemotecnica Spangerberg distingue, come fa BRUNO, una parte pratica -- praxis memoriae -- nella quale le regole della sezione teorica vengono applicate, attraverso la costruzione di una serie di esempi o modelli, a casi specifici. Soprattutto preoccupato della creazione delle immagini, Spangerbergius costruisce, seguendo un metodo rigorosamente dicotomico, una tabella di tutti i possibili tipi di dictiones: Omnis DICTIO aut est ignota aut NOTA aut est res invisibilis aut visibilis vel est accidens vel substantia vel est imanimiata vel animata est nomen commune vel propriun Il primo dei sei casi è quello della DICTIO IGNOTA. Al posto della dictio della quale SI IGNORA IL SIGNIFICATO si può collocare, facendo ricorso alla vocalis similitudo, una dictio nota signiftcante una cosa visibile e similis in voce huic pro qua ponitur -- come quando, per figmentum, si fa ricorso ad una palam instrumentum al posto della praepositio palam --, oppure si può procedere, nei casi nei quali sia assente la possibilità di una similitudine vocale o di suono, per inscriptionem, ponendo cioè un’immagine in precedenza fissata al posto di ciascuna delle lettere che costituiscono il termine. Il secondo caso è quello della dictio nota rei invisibilis -- per es. il termine “giustizia.” Oltre che del fiementum ce della inscriptio è qui possibile servirsi della comparatio e della similitudo facendo leva su quelle che in linguaggio moderno sono le leggi dell’associazione -- nigrum nos ducit in cognitionem albi -- calamus ducit nos in memoriam scriptoris, ecc. Il III caso è quello della dictio nota di una res visibilis che sia un accidens. Qui sì ricorre al subiectum principale -- ut albedo per nivem, ecc.. Il IV caso è quello della dictio nota di una res visibilis che sia substantia inanimata. Essa è esprimibile attraverso l’immagine di una persona agens cum tali re. Il V caso è la dictio nota di una res visibilis che sia substantia animata espressa da un nome comune – il “cavallo” di Saussure. L’immagine è costruita, secondo i canoni ciceroniani, col riferi- mento ad una « persona nota. Infine il VI caso è quello della dictio nota di una res visibilis che sia substantia animata espressa da un nome proprio – il “Pegaso” di Grice --. Attingendo all’iconologia si dà qui luogo all'immagine di un uomo (CICERONE) in particolari abiti e particolari positure -- con le chiavi: nel caso di Pietro, con una spada in mano: nel caso di Paolo ecc. (ROBBING PETER TO PAY PAUL). La classificazione così costruita da Spangerbergius è in realtà molto più complicata di quanto non risulti da questo già troppo complicato sommario. In primo luogo vengono accuratamente distinti i vari tipi di simulitudo e di figmentum. In secondo luogo il reale esercizio della praxis mnemonica si trova di fronte a casi più complicati di quelli contemplati, che risultano dall’intreccio di vari tipi di dictio, in una stessa proposizione o DISCORSO. Ma è alla vivacità delle immagini che conviene, dopo tanti schemi, fare riferimento perché risulti ancora una volta confermato quel rapporto fra la pratica dell’ars memorativa e la visione, fra la dottrina dei luoghi e delle immagini e quelle iconologie, quei simboli, quegli emblemi dei quali tanto si diletta BRUNO e, con lui, la cultura. Ut si velis habere memoriam horum nominum: Petrus, flagellum, canis, sus, aqua, vermes, arena; fac talem colligantiam et imaginationem – ut: Petrus flagello canem percutiat. Canis vero, verbere commotus, suem mor- [Fra i vari tipi di similitudo vengono elencati: effictio corporum -- ut cum senem facimus tremulum, incurvum, labiis demissis, canum; notatio adfectum -- ut cum dicimus lupum voracem, lepores timidos, sic laeta iuventus, tristis senectus, prodiga adolescentia; etymologia -- ut Philippus amator equorum; onomatopera: quando sumitur cognitio verbi a sono vocis -- ut hinnitus equi, rugitus leonum, bombitus apum; rerum effectus: cum cuilibet mensi officia sua assignamus. Molti degli esempi addotti appaiono ricavati, direttamente o indirettamente, da un saggio di PUBLICIO (si veda), Oratoriae artis epitoma, sive quae ad consumatum spectant oratoren, Venezia, Angelica, Naz. di Roma.] deat. Sus vero, evadere cupiens, vas aquae evertat, in cuius fundo sint vermes procreati qui tegantur arena ». Forse anche di qualche testo di questo tipo converrebbe tener conto quando si parla, a proposito della cultura del tardo Cinquecento, di « barocchismo delle immagini. Ad una atmosfera ben diversa, permeata di aristotelismo, di magia e di medicina occulta, ci riportano le pagine sulla memoria di GRATAROLI (si veda) sul quale hanno richiamato l’attenzione da punti di vista differenti Church e Thorndike. Rifugiatosi a Basilea dopo la sua conversione al protestantesimo, GRATAROLI pubblica a Zurigo e poi a Basilea, dedicandoli a Massimiliano, i suoi Opuscula che conteneno, accanto a un trattato di fisiognomica e ad una dissertazione sui prognostica tempestatum, un manuale di ars memoriae. Inserito nelle Introductiones 13 [Su GRATAROLI cfr., oltre a TIRABOSCHI, Church, Riformatori italiani, Firenze, THORNDIKE. Varie indicazioni di saggi anche nella cheda di GARIN, Giornale crit. della filos. ital. Sulla posizione di GRATAROLI si veda il giudizio di THORNDIKE. No man at Bergamo did more to circulate and to perpetuate a varied selection of curious works, past and present, in the fields of medicine, natural sciences and occult science than did GRATAROLI (si veda), who turned Protestant and settled at Basel. GRATAROLI (si veda) artium et medicinae doctoris OPVSCVLA VIDELICET DE MEMORIA REPARANDA AVGENDA CONFIRMANDAQUE AC DE REMINISCENTIA TUITIORA OMNIMODA REMEDIA PRAECEPTIONES OPTIMAE DE PRAEDICTIONES MORVM NATVRAMQVE HOMINVM CVM EX INSPECTIONE PARTIVM CORPORIS TVM ALIS MODIS DE TEMPORVM OMNIMODA MVTATIONE PERPETVA ET CERTISSIMA SIGNA ET PRONOSTICA, Basileae, apud Nicolaum Episcopium iuniorem (Triv. Mor., Braid.). cfr. Superiori anno... citius quam voluissem emisi in lucem amicorum ac typographi coactus instantia. In una terza edizione: Lug duni, apud Gabrielem Coterium (Triv. Mor.) è aggiunto ai precedenti l'opuscolo De literatorum conservanda valetudine liber] apotelesmaticae di Johannes ab Indagine, il libretto di GRATAROLI ha vasta fortuna e diffusione europea inserendosi in quella trattatistica di medicina e psicologia mnemonica che si riface ai testi d’Avicenna e d’Averroè. Pur interessato vivamente alla pubblicazione di testi magici ed alchimistici (GRATAROLI (si veda) si fa editore di testi pseudo-lulliani, di VILLANOVA, di RUPESCISSA) il nostro medico evita nella sua trattazione ogni riferimento all’ars motoria e si richiama, al solito, da un lato ad Alberto Magno ed Averroè, dall’altro alla Rhetorica ad Herennium. In realtà — cosa che Thorndike non nota — GRATAROLI sfrutta molto ampiamente un trattato italiano, il De omnibus ingentis augendae memoriae di Giovanni Michele Alberto da CARRARA (si veda). I venti precetti generali dell’arte presenti nell’opuscolo del Gratarolo (pAslosophica consilia, canones, et reminiscentiae praecepta) e quasi tutto il settimo capitolo a paiono infatti ricavati, con leggere differenze di stile, dal saggio di CARRARA (si veda). Si veda, a titolo di esempio, la definizione dei quattro moti che costituiscono la memoria e il comune richiamo a CICERONE ed ad AQUINO: Carrara, Ad memorandum quatuor motus concurrunt: Motus. spiritus qui a cogitativa ad memorati- [GRATAROLI Ad memorandum quatuor motus concurrunt: primus est motus spirituum qui a cogitativa vam figuras transportat.  Pictura fixioque figurarum in ipsa cies ad memorativam figuras aut spe- transportant.  II est [Discours notable des moyens pour conserver et augumenter la mé- moire avec un traité de la physionomie, traduit du latin par Copé, Lyon (questo, e un diverso titolo della stessa trad., in THORNDIKE); The Castel of Memorie, Englished by Fullwood, London, che ha una seconda ediz. e una terza dieci anni dopo. Nelle Introductiones, il saggio di GRATAROLI. Il  saggio di DOLCE e quello del Romberch vengono semplicemente citati dal Thorndike accanto a quello di GRATAROLI come ‘other works on this subject.’ Della produzione di mnemotecnica — per tanti aspetti legati alla magia — Thorndike non si occupa. (Cod. lat. Marciana). Il saggio di Carrara occupa i ff. (Bononiae per Platonem de Benedictis] memorativa. Reportatio carum a spiritibus a memorativa ad co- gitativam. Actio quac €a cogi- tativa recognoscit, quae proprie est memorari... Artificiosa memo- ria ut Cicero dicit secundo ad Herennium ex locis veluti ex cera at tabella, et imaginibus veluti figuris literarum  constat. Sic enim fieri poterit, ut quae accipimus quasi legentes reddamus. CICERONE centum eos satis esse pictura fixioque figurarum in ipsa memoria. III est  reportatio a spiritibus a memorativa ad cogitativam seu ratiocinativam. IV est illa actio qua cogitativa recognoscit, quac proprie est memorari. Artificiosa memoria, ut inquit CICERONE secundo ad Herrennium ex locis veluti ex cera et tabella et imaginibus veluti figuris literarum constat. Sic enim fieri solet, ut iudicavit, beatus AQUINO plures. quae accepimus quasi legentes habendo consuluit. reddamus. CICERONE centum eos satis esse iudicavit. Beatus AQUINO plures habendo consuluit. Gli stessi riferimenti ai testi di Alberto e di Averroè per- dono, sc si tiene presente l’esistenza di questa fonte, molto del loro significato. Di originale, rispetto al trattatello di CARRARA (si veda), restano, oltre a un fugace accenno all’anatomia di Vesalio, le numerose e curiose ricette per il rafforzamento della memoria. Saepe lavare pedes in acqua calida in qua bullierint melissophillon, folia lauri, chamaemelon et similia, memoriae capiti oculisque valde confert. Quella del sacchegio dei saggi e del resto un'attività largamente diffusa fra i trattatisti della memoria locale. Si pubblica a Venezia il Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere et conservar la memoria di DOLCE (si veda), uno dei più fecondi e superficiali poligrafi, che e in realtà, nonostante la pomposa presentazione di DOLCE, solo un volgarizzamento dell’opera del Romberch sulla stesso argomento. NULLA IN ITALIA SINO A BRUNO che corrisponda alla nuova impostazione che Ramo da al pro- blema della memoria e tuttavia, valutando quella confusa e [GRATAROLI (si veda), Opuscula. Sedem vero habet memoria in occipitio in tertio vocato ventriculo quem et pupim vocant. Longum esset ac pene superfluum hic -- ubi studeo brevitati -- cerebri totius anatomen describere, quam in multorum libris videre licet, praesertim doctissimi pariter et diligentissimi Andreac Vesalii] VESALI (si veda) ] macchinosa costruzione che fu l’Idea del Theatro di CAMILLO (si veda) converrà tener presente il giudizio entusiastico che, di questo saggio, detta un uomo come Patrizzi che, appunto nel Theatro, vede realizzato il tentativo di un allargamento della retorica e di una sua estensione verso la logica e l’ontologia. Non capendo per la grandezza sua negli strettissimi termini de’ precetti dei maestri di retorica, uscendone l’allarga in guisa che la distese per tutti gl’amplissimi luoghi del teatro di tutto il mondo. Intrecciandosi strettamente ai temi più caratteristici dell’ermetismo, del neo-platonismo e della cabala, la retorica diventa qui il tentativo di far corrispondere l’articolazioni oratorie del DISCORSO alle strutture fondamentali dell’essere [alla H. P. GRICE – “It’s always dicourse with me, never ‘language’!” Senza dubbio, se confrontata con i grandi testi della retorica, la fumosa costruzione di CAMILLO non può non apparire se non come la parodia di quanto i teorici rinascimentali avevano rigorosamente tentato. E tuttavia se le pole- [L'idea del teatro dell'eccellent. CAMILLO, in Fiorenza (Ambros.). Cfr. anche Opere, Venezia, Griffo (Braid.). Su CAMILLO cfr. TIRABOSCHI, Storia della letteratura italiana, Modena; CROCE, Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari; F. Secret, Le Théatre du monde de CAMILLO et son influence, in « Rivista critica di storia della filosofia. Sul significato dell’oratoria planetaria  e sui rapporti di questa da un lato con la magia ficiniana di FICINO e dall'altro con la teoria ficiniana di FICINO della musica cfr. il capitolo PAOLINI (si veda) and the Accademia degl’Uranici nel vol. di Wacker, Spiritual and De- monic Magic, cit., pp. 126 ss. In particolare sul Camillo, pp. 147 - 48. 20 Questa, come la citazione precedente, da E. Garin, Alcuni aspetti delle retoriche rinascimentali, nel vol. Testi umanistici sulla retorica, Roma et Milano, 1953, pp. 32, 36. Sul carattere « mondano» della dialettica umanistica che si contrappone alle mistiche cusaniane e fici- niane ha scritto di recente E. Garin, La dialettica dal secolo XII ai princìpi dell'età moderna, « Rivista di filosofia » 2 (1958), pp. 228 - 253: «L'umanesimo opera... nel senso di una smobilitazione di tutti quei simboli che tendevano a proiettare i termini di un'esperienza terrena e storica sui piani del divino e dell’eterno. Nei saggi di CAMILLO (si veda), di ROSSELLI (si veda) e di BRUNO (si veda) si assiste, per quanto attiene alla mnemotecnica, ad una delle proiezioni  alle quali fa riferimento GARIN. Non a caso Bacone e Cartesio, nella loro utilizzazione dell'arte della memoria, sono ben lontani da questi atteggiamenti e si muoveranno sulla strada di una trasformazione della miche appassionate suscitate dalla comparsa di questa così poco rigorosa parodia e gli interessi di Francesco I e gl’entusiasmi di Patrizzi e di Ricci per la macchina del CAMILLO possono essere facilmente ricondotti sul piano della moda, non è possibile risolvere integralmente la fortuna di CAMILLO sul piano di una storia del costume. L’idea stessa di un teatro nel quale per lochi et immagini dovevan essere disposti tutti quei luoghi che possono bastare a tenere a mente et ministrar tutti gli humani concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo, mentre ci riporta senz'altro ad una tematica assai vicina a quella dell’ars reminiscendi, ci mostra anche come, proprio attraverso l’equivoca e torbida adesione di CAMILLO agl’insegnamenti della cabala, la stessa ars reminiscendi finisca qui per connettersi ad un duplice progetto che sarà, soprattutto nel secolo successivo, ricco di impensati sviluppi: quello di una “macchina universale” o “chiave” della realtà e l’altro, con il primo in stretto rapporto, di una collocazione organicamente e ordinatamente disposta di tutte le umane nozioni e di tutti i fenomeni della natura. Mentre l’uso costante delle immagini veniva posto da Ca- millo in relazione con l’antico tema, presente in tutta la tra- dizione magico-alchimistica da Zosima ad Agrippa, di un sapere segreto (et noi nelle cose nostre ci serviamo delle dottrina degli aiuti della memoria in uno degli strumenti della meto- dologia del sapere scientifico. Ed è da sottolineare energicamente il fatto che, in questo loro tentativo, essi si richiameranno a quell’inse- rimento della menzoria nella logica o dialettica che era stato effettuato dal più noto e discusso rappresentante della dialettica umanistica: Pietro Ramo. 2! E' da vedere la descrizione dell’opera di CAMILLO (si veda) in una lettera scritta da Padova da Zuichemus a Erasmo (Cfr. ALLEN, Opus epistolartm D. Erasmi. Una lettera d’ALCIATI (si veda) dì inoltre notizie sulla fortuna di CAMILLO (si veda) alla corte di Francia (Liruti, Notizie, Udine). Cfr. Opere, e SturMius, LIBELLVS DE LINGVA LATINA RESOLVENDA RATIONE, ediz. Jena, L'idea del teatro. I più antichi e più savi scrittori hanno sempre havuto in costume di raccomandare a’ loro scritti i secreti di Dio sotto scuri velami accioché non siano intesi se non da coloro i quali, come dice Cristo, hanno orecchie da udire, cioè che da Dio sono eletti ad intendere i suoi santissimi misteri. E Melisso] immagini come di significatrici di quelle cose che non si deb- bono profanare »), la trattazione della memoria si collegava strettamente, attraverso la cabala, al progetto del raggiungi- mento di una « vera sapienza ». Fare della retorica lo specchio del mondo voleva dire, in realtà, muovere verso una radicale distruzione dell’arte memorativa e della stessa reto- rica. Al posto di una riflessione sui discorsi umani, subentrava l'atteggiamento del profeta e del mago. alomone al nono de Proverbi dice la sapienza haversi edificato casa et haverla fondata sopra sette colonne. Queste colonne significanti stabilissime eternità habbiamo da intender che siano le sette saphirot del sopraceleste mondo, che sono le sette misure della fabbrica del celeste e dell’inferiore... nelle quali sono comprese le idee di tutte le cose del celeste a all’infe- riore appartenenti... L’alta adunque fatica nostra è stata di trovare ordine in queste sette misure, capace bastante distinto et che tenga sempre il senso svegliato e la memoria percossa et fa non solamente ufficio di conservarci le affidate cose parole et arti... ma ci dà ancora la vera sapienza nei fonti della quale veniamo in cognitione delle cose dalle cagioni et non dagli effetti ».?! L’idea, che e cara a CAMILLO (si veda), di sostituire ai tradizionali luoghi della mnemotecnica ciceroniana CICERONE luoghi eterni atti ad esprimere gl’eterni di tutte le cose conduce alla costruzione di un sistema mnemonico su basi astrologico-cabalistiche. Il grande anfiteatro dalle sette porte non si presenta dice che gl’occhi dell’anime volgari non possono sofferire i raggi del divino. Et ciò si conferma con lo esempio di Mosè, il quale scendendo dal monte... non poteva esser guardato dal popolo se egli il viso col velo non si nascondeva. Et gli Apostoli anchora veduto Cristo trasfigurato... non sufficienti a riguardarlo per la debolezza cad- devano... A questo abbiamo da aggiunger che Mercurio Trismegisto dice che il parlar religioso e pien di Dio viene ad esser violato quando gli sopraviene moltitudine volgare... I segreti rivelando doppio error si viene a commettere: et ciò è di scoprirgli a persone non degne ct di trattargli con questa nostra bassa lingua, essendo quello il suggetto delle lingue de gli angeli... Et noi nelle cose nostre ci serviamo delle ima- gini, come di significatrici di quelle cose che non si debbon profanare... Né tacerò io che i Cabalisti tengono che Maria sorella di Mosè fosse dalla lebbra oppressa per haver revelato le cose segrete della divinità. L'idea del tcatro] come uno schema vuoto del quale servirsi per ordinare, ai fini dell’orazione, tutti gli elementi della realtà. La ricerca dei caratteri planetari e delle « sette misure della fabbrica del celeste e dell’inferiore nelle quali sono comprese l’Idee di tutte le cose al celeste e all’inferiore apposte » trasformava un trattato di arte della memoria in una costruzione di tipo co- smologico-metafisico. Gli interessi per la tematica dell’astro- logia, le suggestioni dell’ermetismo e della cabala finivano per far passare in secondo piano, come avverrà poi in Bruno, ogni finalità meramente retorica. Or se gli antichi Oratori volendo collocar di giorno in giorno le parti delle orationi che havevano a recitare, le affi- davano a luoghi caduchi, come cose caduche, ragione è che volendo noi raccomandare eternamente gli eterni di tutte le cose... troviamo a loro luoghi eterni. L'alta dunque fatica no- stra è stata di trovar ordine in queste sette misure... Ma con- siderando che se volessimo metter altrui davante queste altis- sime misure et si lontane dalla nostra cognitione, che sola- mente da’ propheti sono state anchor nascostamente tocche, questo sarebbe un metter mano a cosa troppo malagevole, pertanto in loco di quelle prenderemo i sette pianeti... ma solamente le useremo, che non ce le propognano come termini fuor de’ quali non habbiano ad uscire, ma come quelli che alla mente de’ savi sempre rappresentino le sette sopra celesti misure ». A questi accostamenti di temi retorici a temi cosmologici, a questa trasformazione dei luoghi della memoria artificiale nei luoghi eterni della sapienza ermetica, non erano state certo estranee le suggestioni esercitate, sul pensiero del Ca- millo, dai testi del lullismo e dal fiorire della cabala cristiana. Per quanto concerne il lullismo abbiamo una precisa testimo: nianza degli interessi di CAMILLO (si veda) per l’arte, e non è un caso che Gohory, nel De usu et mystertis notarum, avvicina il nome del Delmino a quelli dei maggiori commentatori e seguaci di Lullo. D'altro lato, quando CAMILLO pubblica la sua Idea del Theatro, erano già ap- [RUSCELLI (si veda) Trattato del modo di comporre versi in lingua italiana, Venezia, CAMILLO (si veda) m'afferma d’haver fatto lunghissimo studio sopra di quest'arte di Raimondo.] parsi e si erano rapidamente diffusi in tutta Europa i testi fondamentali della cabala cristiana: l’ Epistola de secretis di Paulus de Heredia, le Conclustones e l’Heptaplus di PICO, il De verbo mirifico e il De arte cabalistica di Reuchlin, il De arcanis catholicae veritatis del Galatin, lo Psalterium del Giustiniani (1516), le opere di RICCI (si veda), il De Harmonia mundi di Francesco Giorgio Veneto (si veda), le opere di Agrippa. La combinatoria lulliana e la grande costruzione cosmolo- gica della cabala si incontrarono, nel corso del Cinquecento, sul comune terreno del simbolismo, dell’allegorismo, dell’esem- plarismo mistico. In un passo famoso già Pico aveva avvicinato l’ars combinatoria a quella parte più elevata della magia natu- rale che si occupa degli esseri superiori esistenti nel mondo sopraceleste: l’a/phabetaria revolutto iniziata da Lullo gli cera apparsa strettamente connessa a quella mistica delle lettere e dei nomi che è parte integrante della costruzione cabalistica. Haec est prima et vera cabala de qua credo me primum apud latinos explicitam fecisse mentionem... quia iste modum tradendi per succes- sionem qui dicitur cabalisticus videtur convenire unicuique rei secrete et mystice, hinc est quod usurparunt hebrei ut unamquamque scien- tiam quae apud cos habeatur pro secreta et abscondita cabalam vocent ct unumquodque scibile quod per viam occultam alicunde habeatur dicatur haberi per viam cabalae. In universali autem duas scientias hoc etiam nomine honorificarunt: unam quae dicitur... ars combinandi et est modus quidam procedendi in scientis et est simile quid sicut apud nostros dicitur ars Raymundi licet forte diverso modo procedat. Aliam quae est de virtutibus rerum superiorum quae sunt supra lunam et est pars magiae naturalis suprema ». (Apologia tredecim quaestionum, quaestio V: De magia naturali et cabala hebreorum). Sulla funzione delle lettere e dei nomi nella cabala, sull'allegorismo e l'esemplarismo mistico cfr. il cap. VI del volume ScHorem, Les grands courants de la mystique quive, Parigi. Ma cfr. anche Zu Geschichte der Anfinge der Christlichen Kabbala, in Essays presented to Leo Baeck, London. Importante documento dell’incontro fra Cabala rina- scimentale e lullismo è l’opera De auditu kabalistico sive ad omnes scienttas introductorium le cui prime edizioni apparvero a Venezia nel 1518 e nel 1533. Lo scritto venne concordemente attribuito a Lullo e come tale inserito nell'edizione di Strasburgo del 1617 (cfr. ZetzxER, pp. 43.111). Sul cabalismo e il lullismo di PICO (si veda) cfr. M. MEexENDEZ Pelayo, Historia de los Heterodoxos Espafioles, Madrid, e, soprattutto, GARIN, PICO (si veda), vita e dottrina, Firenze, c F. Secret, PICO (si veda). Questa tesi pichiana verrà ripresa da non pochi fra i seguaci della cabala. Il termine cabala venne impiegato a indicare l’arte di Lullo. L’avvicinamento non e solo esteriore e non dipende solo dall’equivocità del termine cabala con il quale — come ben chiara Secret — si intesero nel Rinascimento cose assai diverse. Molti -- soprattutto fra gli esponenti dei maggiori ordini religiosi -- si volsero alla cabala come ad una tradizione religiosa alla quale si potevano attingere motivi apologetici, ma è certo che le lettere c le immagini, le figure e le combinazioni delle figure riman- davano — nella cabala come nel lullismo — a quel segreto libro dell’universo che il sapiente ha il compito di leggere e di interpretare al di là della parvenza dei simboli. Nell’Encyclopaediae seu orbis disciplinarum epistemon, SCALIGERO (si veda) riprende il progetto di PICO. Nelle conclusiones divinae, angelicae, philosophicae, metaphysicae, physicae, morales, rationales, doctrinales, secretac, infernales » egli presenta l’immagine unitaria di un uni- [PICO e gli inizi della Cabala, Convivium. Alcune osservazioni anche in Sarton, Introduction to the History of Science, Baltimora. Del tutto insufficiente: Brau, The Christian Interpretation of the Cabala in the Renaissance, New York. 27 Oltre al saggio su PICO citato nella nota precedente sono da vedere, per questi problemi, gli importanti studi di Secret, L'astrologie et les Kabbalistes chrétiens à la Renaissance, La Tour Saint-Jacques; Les débuts du Kabbalisme et son histoire à la Renaissance, Sefarad; Les domenicains et la Kabbale chrétienne è la Renaissance, Archivum Fr. Praedicatorum; Le symbolisme de la kabbale chrétienne dans la Scechina» de Egidio da VITERBO (si veda), in Umanesimo e simbolismo, cur. ZUBIENA (si veda) Padova; Les jéswites ct le kabbalisme chrétien à la Renaissance, Bibliothéque d’ Humanisme et Renaissance. Ma cfr. anche: Jose M.a Mittas VALLICROSA, Algunas relaciones entre la doctrina luliana y la cabala, Sefarad, ScaricHius pe Lika (Paul Skalich), Enciclopaediae seu orbis disciplinarum tam sacrarum quam prophanarum Epistemon, Basileae, Oporinus. Cfr. G. Knasset, P. Skalich, Ein Lebensbild aus dem 16 Jah., Miinster; L. THornpike, History of magic; Secret, La tradition du De omni scibili à la Renaissance: l'ocuvre de Scaltger, Convivium] verso simbolico mediante la quale sarebbe stato possibile rinnovare dalle radici e portare a definitivo compimento, con l’aiuto della sapienza cabalistica, l’arte miracolosa di Lullo. Tralasciando i plagi di DOLCE (si veda) e gli scarsi, convenzionali accenni alla memoria contenuti nella celebre Retorica di CAVALCANTI (si veda) e nella Retorica di CICERONE ad Erennio ridotta in alberi di TOSCANELLA (si veda) Toscanella, giove dedicare una certa attenzione all’Ars reminiscendi di PORTA (si veda) nella quale alla distinzione fra medicina o psicologia della memoria e ars memorativa, ai consueti richiami alle fonti e ai personaggi del mondo classico, agli ormai noti tentativi di sintesi fra la tradizione aristotelico-tomista d’AQUINO e quella ciceroniana, si aggiungono considerazioni di un certo interesse sul geroglifico e sul gesto: due temi sui quali, com'è noto, si esercita a lungo la riflessione di molti e di Bacone e di VICO (si veda). Alla discussione di questi argomenti PORTA (si veda) giunge, non a caso, attraverso il tema delle immagini, quelle pitture animate che rechiamo nella immaginativa per rappresentare così un fatto come UNA PAROLA. Di fronte a termini che non simbolizzano cose materiali, come i termini « perché », « ovvero », «tanto » ecc., è necessario ricavare le immagini dalla scrittura, riferirsi cioè con immagini appropriate alle singole lettere o gruppi di lettere che compongono un termine. In molti altri casi è invece possibile richiamarsi al significato: in questo caso torna opportuno il parallelo con i geroglifici. Per l’opera di DOLCE cfr. la nota 7 e TiraBoscHi. Sull'opera di TOSCANELLA (si veda), Venezia), cfr. TiraBOSCHI; sulle partizioni della retorica cfr. Lu retorica di CAVALCANTI (si veda) -- dove si contiene tutto quello che appartiene all'arte oratoria, Venezia, Ferrari  (Triv.). Ma per rendersi conto della diffusione delle tecniche memorative nei più noti manuali di retorica, giove vedere l’opera di TRAPEZUNZIO, Réetoricorum libri quingue, Lugduni, apud Seb. Gryphium. Le citazioni sono tratte da L'arte del ricordare dei PORTA, Napoletano, tradotta da latino in volgare per M. Dorandino FALCONE (si veda) da Gioia, in Napoli, appresso Mattio Cancer (Braid.). FIORENTINO (si veda)  (Studi e ritratti della Rinascenza, Bari) assegna la prima edizione del- l'Ars reminiscendi. A ciò torremo il modo dalli Egittii i quali, non havendo lettere con che potessero scrivere i concetti degl’animi loro, e a ciò che più facilmente si tenessero a memoria le utili speculationi della filosofia, ritrovorno lo scrivere con le pitture, servendosi d'immagini di quadrupedi, d’uccelli, di pesci, di pietre, di herbe e di simili cose in vece delle lettere: la qual cosa noi habbiamo giudicato molto utile per le nostre ricerche, che altro noi non vogliamo ch’usare imagini in vece delle lettere per poterle depingere nella memoria. Molti fra i più illustri esponenti della cultura furono come affascinati dal problema della scrittura geroglifica e, più tardi, da quello della ideografia dei cinesi. La contemporanea esplosione nella cultura europea del culto per l’ Egitto e della mania per gli emblemi resta oltremodo indicativa di un clima culturale. Basta, per rendersene conto, elencare alcune fra innumerevoli edizioni dei Hieroglyphica di Horapollo (il manoscritto greco e ac- quistato da BUONDELMONTI (si veda), pubblicato nel testo greco a Venezia, nella versione latina a Parigi, a Basilea, a Venezia, a Lione e a Roma) o del grosso trattato Hieroglyphica sive de sacris Egyptiorum aliarumque gentium di VALERIANO (si veda)  (Basilea e Firenze, in traduzione francese; a Lione in latino e A VENEZIA IN ITALIANO) riferendosi al quale il Morhofius, scrive che il saggio è nelle mani di tutti. Gli EmzQ/emata dell’Alciati sono pubblicati a Basilea, hanno più di centocinquanta edizioni, numerose traduzioni e varie edizioni commentate. Uno dei primi seguaci d’ALCIATI (si veda) e il bolognese  BOCCHI (si veda), amico del VALERIANO (si veda), Symbolicarum Quaestionum Libri. Sono le Imprese illustri di RUSCELLI (si veda), la fortunatissima conologia di RIPA (si veda). Di questo tipo di produzione libraria nel quale trovavano espressione temi di derivazione neo-platonica e cabalistica e ove si manifesta un caratteristico metodo ermeneutico, è necessario tener [Sulla scrittura degli Egizi cfr. Sul gesto. Potremo parimente col gesto esprimere alcune significationi di parole. Un muto esprime col gesto ciò che egli desidera usando le mani in vece di lingua.] conto, come di uno sfondo culturale, anche nel tracciare le linee di una esperienza speculativa quale e quella del lullismo e dell’ars reminiscendi. Il fatto che in civiltà diverse da quella europea e stato possibile giungere ad ‘una sistematica rappresentazione e comunicazione dei concetti mediante geroglifici o immagini invece che attraverso le lettere dell’abecedario, mentre da un lato sembra in qualche modo confermare quelle possibilità sulle quali l’ars memoriae e il lullismo avevano a lungo insistito, dall'altro anda incontro all'esigenza, così largamente e profondamente radicata, di una lingua universale che potesse essere letta e compresa indipendentemente dalle differenze di linguaggio come il latino o l’iltaliano o gallico (lingua del’oui – lingua dell’oc -- dovute ai tempi, alle circostanze, alla nazionalità, alla situazione storica. E se si pone mente al fatto che la stessa tecnica dell’arte memorativa e le regole del lullismo si presentano di fatto assolutamente slegate c indipendenti dalle lingue particolari, come il latino o l’italiano o il gallico – lingua d’oui, lingua d’oc -- ove si consideri appunto la tecnica o arte prescindendo dalla formulazione delle regole in questa o in quell’altra lingua – come la latina, l’italiana, o la gallica – lingua d’oui, lingua d’hoc -- si potranno meglio comprendere gli effettivi rapporti che sussistono fra fenomeni culturali in apparenza così diversi come l’arte della memoria, la rinascita del lullismo, l'interesse per i geroglifici, la passione per l’iconologia, il culto per i simboli e gli emblemi. Non a caso in un testo per molti aspetti interessante, il Thesaurus artifictosae memoriae del fiorentino ROSSELLI (si veda), pubblicato a Venezia, ritorna l’ammirazione. Ampie notizie sulle interpretazioni dei geroglifici in MonHor, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecc. Sulla stretta connessione fra Egittomania ed emblematismo si vedano le osservazioni di PANOFSKI, Titian’s Allegory of Prudence TIZIANO, in: Meaning in visuals arts, New York. Fondamentale resta il lavoro di VoLKManx, Bilder Schriften der Renaissance. Hieroglyphik und Problematik in ihren Beziehungen und Fortwirkungen, Lipsia per le relazioni con la memoria. Varie notizie sulla letteratura attinente ai geroglifici in THORNDIKE. Per i rapporti con la letteratura emblematica cfr. PRAZ (si veda), Studi sul concettismo, Firenze, e il vol. II degli Srudies in Imagery, London. Thesaurus artificiosae memoriae authore P. F. Cosma ROSSELLI (si veda) florentino, Venezia, apud Antonium Paduanium, (Angelica) per i geroglifici espressioni non di lettere ma direttamente di concetti (Aegipti) vice literarum, quae tunc temporis inventae non erant, immo non solum literarum vero etiam vice nominum et conceptuum, animalibus aliisque rebus multis utebantur »)?! e si riaffaccia l’idea di una trasformazione dell’ars memoriae in una vera e propria, universale enciclopedia di tutto il sapere. La dottrina dei luoghi, originariamente concepita come avente una limitata e precisa funzionalità all’interno della retorica, si trasforma in uno strumento in vista della descrizione degl’elementi che compongono il reale. Collocando l’inferno, il purgatorio e il paradiso fra i loca communia amplissima il domenicano ROSSELLI (si veda) converte il suo trattato prima in una specie di enciclopedia teologica, poi in una ampia e minuziosa descrizione degl’elementi celesti, delle sfere, del cielo e dell’empirco, dei demoni, degli strumenti delle arti meccaniche o figure artificiali e delle figure naturali come le gemme, i minerali, i vegetali, gli animali, infine le scritture e i vari abecedarii altri al latino: ebraico, arabo, e caldaico. L'esigenza di un esatto, compiuto ordinamento di ciascuno degl’elementi della realtà naturale e celeste appare dominante anche nel più famoso dei teatri: l’Universae naturae theatrum pubblicato a Lione dal grande giurista e scrittore politico Bodin Qui siamo ben lontani dall’atmosfera del lullismo e della cabala, qui domi- nano le esigenze di chiarezza e di rigore caratteristiche dei seguaci di Ramo: la minuziosa divisione in tavole delle cause naturali, degli elementi, delle meteore, delle pietre, dei me- talli, dei fossili, degli esseri viventi, dei corpi celesti appare fondata sulla identificazione del metodo con l’ordine e con la apta rerum dispositio. Ma è senza dubbio presente, anche nel testo di Bodin, la convinzione di una piena, continua coe- renza, di una totale coesione fra tutti gli elementi della realtà. La grandezza divina è rivelata dall’opera ordinatrice di Dio che ha collocato nelle appropriate sedi le parti caoticamente [Thesaurus, Bodin, Universae naturae Theatrum in quo rerum omnium effectrices causae et fines contemplantur, et continuae series quinque libris discutiuntiur, Lugduni, apud Jacobum Roussin (Braid.)] confuse della materia (« permistas et confusas materiae partes initio discrevit, ac forma figuraque decenti subornatas, suo uamque in ordine ac propriis sedibus collocavit »); non dissimile da quello divino è il compito che spetta al sapiente e nulla può esservi di più bello, più utile e più conveniente di quel paziente ordinamento enciclopedico del reale che consente all'uomo di riprodurre, nei limiti che gli sono consentiti, la perfezione dell’opera divina. Coloro che trascurano questa ri- cerca, dan luogo, anche se sono in grado di discettare sottil- mente, ad una scienza vana e deforme, mescolando i grani del frumento con quelli della senape perdono la possibilità di far effettivamente uso del loro sapere. Il teatro, concepito come coerente e rigorosa dispositio, consentirà invece la scoperta di quella indissolubile coerenza e di quel pieno consenso degli elementi del reale (« indissolubilem cohaerentiam, con- tagionem et consensum ») per il quale tutto corrisponde a tutto.?° La concezione ramista del metodo aveva esercitato, sul pensiero di Bodin, un'influenza decisiva?” e solo chi tenga presente la identificazione, tanto energicamente sostenuta da Ramo, della dispositto con la memoria potrà spiegarsi la sin- golare somiglianza fra il celebre teatro di Bodin e le faticose enciclopedie costruite nel corso del Cinquecento dai cultori e dai teorici della memoria artificiale. Negli scritti di CAMILLO (si veda) e in quelli di ROSSELLI (si veda) l'intento enciclopedico-descrittivo, l'ambizioso progetto di una enciclopedia totale avevano finito per sovrapporsi nettamente agli ori-[Binari intenti dell’arte mnemonica. Alle sommarie, stringate elencazioni dei luoghi e delle immagini presenti nei testi dei teorici quattrocenteschi si sono dunque andate sostituendo macchinose enciclopedie. Esse non nacquero solo dalla persistenza di temi caratteristici della cul- tura medievale, né trassero origine solo dalla tematica del lul- lismo o dal fiorire delle speculazioni sulla cabala; derivarono ‘anche dal nuovo atteggiamento che molti assunsero nei con- 36 Bopin, Universae naturae Theatrum, cit., Propositio torius operis, si [Cfr. McRae, Ramist tendencies in the thought of Jean Bodin, Journal of the History of Ideas] fronti della tradizione dell’ars reminiscendi:** descrivere i luoghi e le immagini creando una sorta di specchio o di arti- ficiale teatro della realtà apparve molto più importante che il teorizzare in regole precise la funzione dei luoghi e delle im- magini in vista del raggiungimento di una capacità mnemo- nica utile ai discorsi umani. In modo non diverso BRUNO, appassionato cultore di lullismo e di magia, intende utilizzare i saggi, antichi e recenti, dell’arte della memoria. Da questo punto di vista potrebbe presentare un certo interesse l'esame del modo in cui uno scrittore come MAZZONI (si veda) da Cesena -- De triplici vita – attiva, contemplativa – religiosa --, Romae -utilizza l'eredità di un noto cultore di mnemotecnica come PANIGAROLA (si veda) -- L'art de prescher et bien fare un sermon avec la mémoire locale et artificielle, ensemble l'art de mémoire de Marafiote, Chappuis, Paris. Su Panigarola cfr. TrraoscHi] Di fronte ai molti saggi che BRUNO dedica all’ars combinatoria e all’ars reminiscendi, non pochi storici, anche illustri, mostrano una singolare incapacità di comprensione. All’indagine di temi che per essere ora morti non sono per questo meno vitali, si preferirono valutazioni negative, rapide liquidazioni o addirittura esplicite condanne. In questo senso studiosi come Olschki e RUGGIERO (si veda) ridussero il lullismo bruniano sul piano delle bizzarrie e delle grossolane illusioni, mentre an- che di recente la Singer è giunta su queste basi ad esprimere più volte il suo compatimento per un BRUNO perso dietro i problemi della combinatoria.' Ben altra sensibilità era stata presente in quegli storici positivisti che, come TOCCO, affrontano direttamente non solo il problema del lullismo bruniano, ma anche la questione, ad esso collegata, dei rapporti fra gli scritti sulla memoria e la produzione italiana e latina di BRUNO. Proprio quegli studiosi che in nome di ! Cfr. Olschki (si veda), BRUNO, Bari; RUGGIERO (si veda), Storia della filosofia. Rinascimento Riforma e Controriforma, Bari; D. W. Sincer, BRUNO, Vita e pensiero, Milano. Nessun risultato nuovo nelle pagine dedicate ai primi scritti bruniani da BapaLoni, La filosofia di BRUNO, Firenze. Cfr. TOCCO, Le opere latine di BRUNO esposte e confrontate con le italiane, Firenze, sulla tradizione della mnemotecnica; sulla importanza delle opere mnemoniche di BRUNO; sulla rigida distinzione fra opere lulliane e mnemotecniche. Per i rapporti con il lullismo e Cusano si veda anche lo studio Le fonti più recenti della filosofia di BRUNO, Rendiconti dell’Accad. dei LINCEI, cl. scienze morali. Nell'opera del BartHoLOMESs, BRUNO, Parigi, tutta la mnemotecnica viene erroneamente identificata con il lullismo e TOMAI è scambiato per un seguace di Lullo. Contro la distinzione operata da TOCCO reagì giustamente TROILO (si veda), La filosofia di G. Bruno, Roma] una maggior fedeltà storiografica hanno rinunciato alla inter- pretazione “razionalista”, “moderna” e ‘“avveniristica” del pensiero bruniano, sono giunti, anche su questo terreno, a più apprezzabili risultati: in questa direzione di lavoro, richiamandosi alle osservazioni di Yates, di CORSANO (si veda), di GARIN (si veda), VASOLI (si veda) ha di recente affrontato, in un ampio, saggio, il problema del lullismo e del simbolismo bruniani. Le esatte conclusioni di VASOLI (si veda) vanno qui sottolineate. I temi e i motivi della mnemotecnica bruniana recano un notevole aiuto alla comprensione della posizione storica e filosofica di BRUNO, dei suoi ideali riformatori, delle sue speranze di incidere profondamente, con mezzi e metodi di estrema efficacia prammatica, sulla situazione intellettuale del suo tempo, realizzandovi quel rinnovamento di cui gli saggi italiani ci offrono così aperte testimonianze. Basta pensare alla continuità di queste ricerche che si svolgono parallelamente allo sviluppo di tutta la sua riflessione metafisica nella Clavis Magna, quando pubblica la De imaginum signorum et idearum compositione, per intendere il legame organico tra indagine filosofica e tecnica logico-mnemonica. Ché se BRUNO si adopera per tanti anni a svolgere e a completare con tanta cura la sua dottrina mnemotecnica, non e certo soltanto per portare il suo contributo ad una moda del tempo o per indulgere all’illusione prammatica di una scienza che spesso sembra confinare con la pratica magica o con la rivelazione cabalistica, quanto piuttosto. per tradurre in un metodo di facile ed immediata efficacia taluni princìpi centrali della sua dottrina. Cfr. Yates, BRUNO’s Conflict with Oxford, Journal of the Warburg Institute; The French Acadenmies in the sixteenth Century, London; The Art of Lull, « Journal of the Warburg and Courtauld Inst.; The Ciceronian Art of Memory, cit.; Corsano, Il pensiero di BRUNO, Firenze; GARIN, La filosofia, « Storia dei generi letterari italiani », Milano; VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia nei saggi mnemotecnici di Bruno, in: Umanesimo e Simbolismo, atti del convegno  di stud: umanistici, Padova. VasoLi, Umanesimo e simbologia. Sia CORSANO (si veda) sia VASOLI (si veda) hanno entrambi giustamente insistito sul peso esercitato, nella formazione filosofica di BRUNO dai saggi sulla memoria di TOMAI. In un passo della Triginta sigillorum explicatio, BRUNO afferma di essersi imbattuto nell’arte di TOMAI. Hoc modica favilla fuit, quae iugi meditatione progrediens in vastis aggeris irrepsit accensionem, e cuius flammiferis ignibus plurimae hinc emicant favillae, quarum quac bene dispositam materiam attingerint, similia maioraque flagrantia lumina poterunt excitare. Al gran fuoco suscitato da quella piccola favilla si vennero in realtà consumando molte delle conclusioni cui e ervenuto BRUNO a contatto dei peripatetici, nella dottrina de quali egli e stato allievato e nodrito. Ai procedimenti deduttivi della scolastica BRUNO finirà per opporre energicamente un processo di graduale avvicinamento, mediante l’esercizio della immaginazione e della memoria, al piano della conoscenza razionale; al rigido concatenarsi delle ragioni opporrà la fuggevolezza delle immagini. Alla riduzione dell’intera conoscenza sul piano dell’intelletto contrappone la radicale diversità del piano del senso. Stupidi est dicursus velle sensibilia ad candem conditionem cognitionis revocare, in qua ratiocinabilia et intelligibilta cernuntur. Sensibilia quippe vera sunt non iuxta communem aliquam et universalem mensuram, sed iuxta homogeneam, particularem, propriam, mutabilem atque variabilem mensuram. De sensibilibus ergo, qua sensibilia sunt, universaliter velle definire, in aequo est atque de intelligibilibus vice versa sensibiliter. L'impiego delle immagini, il gusto bruniano per la rappresentazione mediante emblemi e divise appare strettamente collegato a impostazioni di questo tipo, ma questo stesso gusto bruniano per il simbolo, per i geroglifici e i sigilli, per le idee incorporate in forme sensibili non può a sua volta, se ® IoRpaNI BRUNO NoLani, Opera latine conscripta, Napoli e Firenze, (qui di seguito ‘indicate con la sigla Opp. Zaz. Sul significato di questo passo, già segnalato da TOCCO, Le opere latine, cfr. CORSANO (si veda), Il pensiero di BRUNO; VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia] non arbitrariamente, esser disgiunto da quella grande costruzione nella quale i temi derivanti dai testi del TOMAI e dagli altri esponenti della mnemotecnica ciceroniana di CICERONE andano a intrecciarsi con quelli del lullismo, del simbolismo e dell’esemplarismo metafisico, si collegano con i motivi più caratteristici della letteratura cabalistica, con gli ideali della pansofia, con l’eredità delle discussioni dialettico-retoriche dell’umanesimo, con le aspirazioni ad una radicale riforma religiosa. Mentre veniva inserita nel più vasto quadro del lullismo, l’intera tematica attinente all’ars reminiscendi veniva in tal modo spostata su un piano tipicamente metafisico. Da questo punto di vista l’atteggiamento bruniano finisce con l’apparire per molti rispetti simile a quello assunto da ROSSELLI (si veda) e dai costruttori dei teatri del mondo: l’arte non è una tecnica legata alle limitate finalità del discorso retorico, ma è, sopra ogni altra cosa, lo strumento di cui servirsi per dar luogo ad un edificio le cui strutture costituiscano l’esatto rispecchiamento delle strutture della realtà. Le regole della memoria, così come le tecniche combinatorie, traggono il loro fondamento e trovano la giustificazione della loro validità nel postulato, chiaramente ammesso, di una piena e perfetta corrispondenza tra i simboli e le res, tra le ombre e le idee, tra i sigilli e le ragioni che presiedono alle articolazioni del mondo reale. Su questo preciso terreno potevano in realtà trovare un punto di incontro quelle retoriche che si ponevano come lo specchio o il teatro del mondo (CAMILLO (si veda)) e quelle riforme della macchina lulliana che avevano mantenuto ben saldo il postu- lato platonico-esemplaristico che era alla base del tentativo di Raimondo Lullo. A quelle retoriche e a questi commenti lul- liani appare assai vicino BRUNO quando concepisce l’intero meccanismo dell’arte come la traduzione, sul piano della sensibilità e dell’immaginazione, dei rapporti ideali che costi- tuiscono la trama dell’universo: mediante l’allusività delle immagini, le ombre e le « specie involute » sarà possibile impa- dronirsi (e altra strada non è data all'uomo) di quelle rela- zioni alle quali, più tardi, potrà pervenire un'indagine di tipo razionale. Questa impostazione, che è chiaramente legata a premesse esemplaristiche, non esclude affatto che in BRUNO, come del resto già in Lullo e nei lullisti, fossero presenti vivissimi interessi di tipo pratico per una riforma del sapere, per una funzione pedagogica dell’arte, per una educa- zione della memoria e delle capacità inventive, per una ra- pida cornunicazione e diffusione della nuova cultura, per la ricostruzione, al di là della frammentarietà delle singole scienze, di un sapere organico e unitario capace di porsi a fonda- mento di una enciclopedia o sistema totale. Non a caso la stessa riforma bruniana viene presentata come il progetto di realizzazione di un’arte mirabile capace di ampliare smisura- tamente le possibilità di dominio dell’uomo. Come tale essa fu accolta e valutata in quegli ambienti platonizzanti parigini nei quali, come mostra Yates, gli interessi per il copernicanesimo e per la riforma ramista della logica, andavano strettamente congiunti a quelli per la cabala e per il lullismo. L'inserimento, operato da BRUNO, delle tecniche retoriche della memoria entro la grande tradizione lullista non man- cherà del resto di esercitare un influsso duraturo, oltreché negl’ambienti francesi, anche in quelli inglesi, tedeschi e bocmi. Parigi, Londra, Praga, Wittenberg, Francoforte erano stati, abbiam visto, centri di diffusione del lullismo e dell’ars rem: niscendi; in questi ambienti si erano mossi Pietro da Ravenna e Bovillus, Wilson, Spangerbergius e Lavinheta. Yates, The French Academies; sul lullismo cfr. anche T. e J. CarrERAs Y ARtAU, Historia de la Filosofia Espaîola. Filosofia cristiana de los siglos XIII al XV, Madrid, 1943, II, pp. 207 ss.; A. RENAUDET, Préréforme et Humanisme à Paris pen- dant les premières guerres d' Italie, Paris. Esce a Londra, dedicato al conte di Leicester, il De umbra rattonis et iudicii sive de artificiosa memoria quam publice profitetur vanitate, edito da Vautrollier, di  Dicson che si richiama al De Umbris bruniano. A Dicson, che compare come personaggio nell'opera De la causa principio et uno -- cfr. Bruno, DIALOGHI ITALIANI, cur. Gentile e AQUILECCHIA (si veda), Firenze -- rispose polemicamente tale G.P., autore di un Antidicsonus cuiusdam Cantabrigiensis G. P. Accessit libellus in quo dilu- cide explicatur impia Dicsoni artificiosa memoria, London: nella dedica si fa riferimento a METRODORO (si veda), ROSSELLI (si veda), BRUNO, e Dicson. Al Sigillus di BRUNO fa riferimento anche Watson, Compendium memoriae localis, pubblicato a Londra. Da un punto di vista ramista polemizza contro l'ars memoriae Perkins, Prophetica, sive de sacra et unica ratione concionandi, Cantabrigiae. La trad. [Dei tre scritti pubblicati a Parigi, il De umbris idearum è, giustamente, il più noto. Il tentativo di giustificare con precise ragioni metafisiche gl’elementi tecnici dell’arte appare qui particolarmente evidente. L’ascesa dell'animo dalle tenebre alla luce si compie mediante l’apprensione delle ombre delle idee eterne. Attraverso le ombre la verità viene in qualche modo svelandosi all’anima prigioniera del corpo. Le idee-ombre, nelle quali si rispecchia la trama dell’essere, si presentano sul piano della sensibilità e della immaginazione, appaiono come fantasmi e come sigilli. Attraverso la ritenzione artificiale delle catene o delle relazioni che intercorrono fra le ombre si potrà giungere a ricostruire, come per una graduale purificazione, i nessi che legano le idee per giungere infine, sul piano della ragione, alla comprensione c al disvelamento di quell’unità che è sottesa alla confusa pluralità delle apparenze. Su queste tre tesi appare fondata da un lato la riforma bruniana della combinatoria, dall’altro il particolare uso bruniano delle regole per la memoria che erano state teorizzate dalla tradizione ciceroniana. Come già era avvenuto nella Sintares del Gregoire e nell’Opus aureum del De VALERIIS (si veda), il concetto dell’unità del sapere appare immediatamente convertibile nell’altro, ad esso corrispon- dente, di una unità essenziale del cosmo: inglese apparve nel 1606. Il testo dello studente boemo Nostiz, che ascoltò a Parigi le lezioni di mnemotecnica di BRUNO, è andato perduto. In quest'opera i nomi di Aristotele, Lullo, Ramo e BRUNO venivano avvicinati in modo significativo: Artificium  Aristotelico-Lullio-Rameum in quo per artem intelligendi Logicam, Artem agendi Practicam, Artis loquendi partem de inventione Topicam methodo et terminis Aristotelico-Rameis circulis modo lulliano inclusis via plura quam centies mille argumenta de quovis themate inveniendi cum usu conveniens ostenditur, ductu lo. a Nostitz, BRUNO genuini discipuli claboratum a BERGIO (si veda), Bregae typis Sigfridianis. Il titolo è stato conservato in BunEMANN, Catalogus MS Storum membranaceorum et chartaceorum item librorum ob inventa ty- pographia, Minden. L’avvertenza di Nostitz ai lettori è ripubblicata in Sincer, Bruno. Sull’autore, la biblioteca di famiglia e conservata intatta a Praga. Cfr. VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. Cum in rebus omnibus ordo sit atque connexio et unum sit universi entis corpus, unus ordo, una gubernatio, unum principium, unus finis, unum primum... illud ob- nixe nobis est intentandum, ut pro egregiis animi opera- tionibus naturae schalam ante oculos habentes, semper a motu et multitudine ad statum et unitatem per intrin- secas operationes tendere contendamus. Talem quidem progressum tunc te vere facere comperies et experieris, cum a confusa pluralitate ad distinctam unitatem per te fiat accessio; id enim non est universalia logica conflare, quae ex distinctis infimis speciebus, confusas medias, exque iis confusiores suprema captant. Sed quasi ex in- formibus partibus ct pluribus, formatum totum et unum aptare sibi... Ita cum de partibus et universi speciebus, nil sit seorsum positum et exemptum ab ordine (qui simplicissimus, perfectissimus et citra numerum est in prima mente) si alia aliis connectendo, ct pro ratione uniendo concipimus: quid est quod non possimus intelli- gere memorari ct agere? Unum est quod omnia definit. Unus est pulchritudinis splendor in omnibus. Unus e multitudine specierum fulgor emicat.? Nel momento stesso in cui procede ad una “riforma” della combinatoria lulliana, sostituendo trenta soggetti e pre- dicati ai nove teorizzati da Lullo e facendo cadere la distinzione fra predicati assoluti e predicati relativi, Bruno fa am- pio ricorso alla tradizione ciceroniana modificandone la termi- nologia: ai luoghi della mnemotecnica corrispondono i su- biecta (soggetti primi); alle :mmagini corrispondono gli adiecta (soggetti secondi o prossimi). L’antichissimo paragone della mnemotecnica alla scrittura può in tal modo essere ripreso in senso diverso. Scriptura enim habet subiectum primum chartam tamque locum; habet subiectum proximum minium et habet pro forma ipsos characterum tractus ».!° Accanto a questo paragone venerando, ritornava nei testi bruniani la maggior parte di quelle regole della memoria che abbiamo visto presenti nei testi. Nei primi paragrafi dell’Ars memoriae si riaffacciano in tal modo le discussioni sull'arte e sulla natura, sull’ingegno pro- duttore di strumenti artificiali, sui rapporti fra il segno e l’og- getto significato, ricompaiono i richiami a Simonide e i pre- [Opp. lat.] cetti relativi alla modica grandezza, alla convenevole distanza, alla giusta luminosità dei luoghi. La stessa concezione bru- niana del luogo, che è apparsa al Tocco assai « più larga » di quella tradizionale, è in realtà anch'essa derivante da testi molto diffusi. L'idea di servirsi di « oggetti animati » per rap- presentare i luoghi, non è affatto nuova: è già presente in un testo di un secolo prima, il De omnibus ingentis augendae memoriae di Michele Alberto da Carrara.!! Anche nelle pagine del Canzus Circaeus, pubblicato a Parigi, sono facilmente rintracciabili, dietro il periodare contorto e il barocchismo delle immagini, temi ben noti. Nel secondo dialogo del Canzus -- che fu ripubblicato con qualche modifica a Londra l’anno seguente con il titolo di Recens et completa ars reminiscendi --, la materia già trattata nel De Umbris viene ripresentata con maggiore preoccupazione per una diffusione manualistica.'? Ponendosi come una tecnica capace di migliorare, mediante opportuni artifici, la naturale condizione dell’uomo, l’arte appare accessibile a chiunque. Fra i suoi meriti BRUNO annovera, significativamente, proprio questa compiuta tecnicizzazione dell’arte: Intentio nostra est, divino annuente numine, artificiosam metodicamque prosequi viam: ad corrigendum defectum, roborandam infirmitatem, et sublevandam  virtutem memoriae naturalis: quatenus quilibet (dummodo sit rationis compos, et mediocris particeps iudicii) pro- ficere possit in ea, adeo ut nemo talis existentibus con- ditionibus, ab ademptione huius artis excludatur. Quod quidem ars non habet a seipsa, neque ex corum qui praecesserunt industria, a quorum inventionibus excitati, promoti sumus diuturnam cogitationem ad addendum, 11 Cfr. qui alle pp. 34 - 35, e si veda inoltre R., La costruzione delle immagini nei trattati di memoria artificiale del Rinascimento, in: Umanesimo e simbolismo. Per le regole bruniane sui luoghi cfr. Opp. Zat., Il giudizio di TOCCO, Le opere latine, è stato ripreso da VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. Per il testo di CARRARA (si veda), già sopra cit., cfr.: « Guido pater meus ex animalibus cepit locos suos et corum ordine ex alphabeto deduxit... asinus, basiliscus, canis, draco... haec singula in quinque locos dividebat... Nam hunc ordinem ipsa natura porrexit neque confundi in eis cnumerandis ingenium potest... » 12 Cfr. Tocco, Le opere latine] tum eis quac faciunt ad facilitatem negotii atque certi- tudinem, tum etiam ad brevitatemn.15 Espressioni di questo tipo non devono trarre in inganno. Poche righe più avanti si riaffacciavano i temi, tipicamente ermetici, della necessità di un personale contatto fra il maestro e il discepolo e di una necessaria segretezza dell’arte : Hortatur enim Plato in Euthidemo ut res celeberrimae atque archanac habcantur a philosophis apud se et paucis atque dignis communicentur... Idem omnibus iis, in quo- rum manus ista devenerint, consulimus: ne abutantur gratia et dono eisdem elargito. Et considerent quod figuratum est in Prometheo qui cum deorum ignem hominibus exhibuisset, ipsorum incurrit indignationem.!4 Assai più interessante di questi atteggiamenti che ripetono motivi diffusi, è il tentativo compiuto da BRUNO di mantenere la terminologia dell’arte ben distinta da quella in uso negli altri campi del sapere. Il termine “subdiectum”, chiarisce BRUNO, ha qui un significato diverso da quello che al medesimo termine viene attribuito in logica o in fisica. Esso viene qui assunto secundum intentionem convenientem, quae technica appellatur, utpote secundum intentionem artificialem. Non è il SOGGETTO di una PREDICAZIONE formale che, in logica, viene contrapposto al PREDICATO, né quello della forma sostanziale detto le o materia prima. Non è il SVBIECTVM delle forme accidentali né di quelle artificiali che ineriscono ai corpi naturali: sed est SVBIECTVM formarum phantasibilium apponibilium, et remobilium, vagantium et discurrentium ad libitum operantis phantasiae et cogitativae. Allo stesso modo il termine “forma” non è usato come sinonimo di idea, così come avviene nella metafisica platonica; né come sinonimo di essenza, così come avviene in quella peripatetica. Non indica, come nella fisica, la forma sostanziale o accidentale informante la materia; né, secondo l’accezione tecnica, indica una intentionem artificialem additam rebus physicis. L'universo di discorso del termine “forma” è, per BRUNO, quello di una logica non razionale, ma fantastica. Forma sumitur secundum [Opp. lat.] rationem logicam NON QVIDEM RATIONALEM SED PHANTASTICAM quatenus nomen logices amplius accipitur. Quest'ampliamento della logica tradizionale, questa costruzione di una LOGICA FANTASTICA è in realtà uno dei motivi essenziali del discorso bruniano. Chi, come TOCCO, nettamente separa nella produzione bruniana le opere mnemotecniche da quelle lulliane contrapponendo il carattere psicologico delle prime al carattere metafisico delle seconde ha distinto, in modo artificiale, ciò che in BRUNO sj presenta organicamente connesso e ha finito per precludersi la via ad una effettiva comprensione degli elementi di novità presenti nella posizione bruniana. L'atteggiamento sostanzialmente nuovo che BRUNO assume nei confronti della tradizione della mnemotecnica retorica e dell’eredità del lullismo è determinato proprio dal tentativo di trovare un punto di convergenza o un terreno comune (o, se si vuole, di operare una sintesi) fra due tecniche che erano nate da diverse esperienze e che avevano a lungo proceduto lungo due linee non convergenti. In quanto seguace di Lullo, BRUNO trasferisce all’interno dell’arte della memoria quelle esigenze metafisiche caratteristiche del lullismo. In quanto riformatore dell’ars reminiscendi, egli non esita a servirsi, accostandoli a quelli tradizionali, degli accorgimenti e delle regole teorizzati dai seguaci della combinatoria. Su queste basi egli conduce la sua polemica contro i suoi predecessori e su queste basi giunge a differenziare la sua dalle altre posizioni. In primo luogo egli rifiuta quel rapporto di tipo convenzionale che i teorici dell’ars memoriae avevano posto tra il luogo e l’immagine. Contro questa posizione egli sostiene la necessità di una connessione reale -- che può essere una associazione o un nesso di tipo logico -- tra il subiectum e l’adiectum. In secondo luogo, e sulla base di questa esigenza, BRUNO sostituisce ai tradizionali elenchi delle casalinghe immagini degli oggetti d'uso presenti nei testi, complicate immagini mitologi- [Cfr. Opp. lat., Tocco, Le opere latine, Opp. lat. Opus est non ita adiecta subiectis applicari, quasi ca casu et ut accidit proiiciantur... ita adcoque invicem conneva, ut nullo ab invicem discuti possint turbine.] che ed astrologiche -- attinte alla tradizione ermetica -- che gli offrono la possibilità di una rappresentazione visiva non solo del soggetto, ma anche dei rapporti intercorrenti tra il soggetto centrale e tutti i caratteri e le nozioni che sono ad esso collegati secondo un ordine sistematico. In terzo luogo, BRUNO concepisce le figure ruotanti teorizzate da Lullo come strumenti per la memoria artificiale. Nelle diverse ruote possono essere simbolizzate, mediante lettere alfabetiche latine, tutti gli elementi costitutivi dell’arte. I centotrenta luoghi fondamentali ricavabili dalle varie combinazioni, mentre si presentano come essenziali in vista della piena realizzazione della memoria artificiale, indicano al tempo stesso anche gl’elementi presenti in un sistema qualunque di relazioni logiche. Tra logica e arte della memoria non si danno, per BRUNO, differenze sostanziali. La logica memoraziva che è al culmine delle sue aspirazioni ha una parentela assai stretta con la metafisica: «l’arte — egli scrive — è un certo abito dell’anima raziocinante che si distende da ciò che è il principio della vita del mondo al principio della vita di tutti i singolari. Esaminando i testi dei grandi commentatori rinascimentali dell’Ars magna, abbiamo già rilevato come il problema di una tecnica memorativa, rispetto alla quale gli alberi le ruote le tavole si pongono come strumenti, si presentasse come costi- tutivo rispetto agli sviluppi della combinatoria. Si è d'altra parte sottolineato anche il fatto che quest'idea di una logica memorativa si presenta strettamente collegata a quella inter- pretazione enciclopedistica del lullismo che, facendo leva sul- l’immagine lulliana dell’albero, trasforma molti dei commenti lulliani in vere e proprie enciclopedie o tentativi di classifica- zione degli elementi che costituiscono il mondo reale e il mondo della cultura." Chi abbia presenti queste conclusioni non potrà certo meravigliarsi né dell’insistenza bruniana sugli aspetti mnemotecnici del lullismo, né dei suoi tentativi di de- [Sull’ applicazione delle immagini zodiacali di Teucro Babilonico all'arte cfr. VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. Cfr. Opp. lat.,  scrizione degli elementi costitutivi dell'universo mediante il riferimento ai nove subiecta dell’arte.” Alla luce di queste considerazioni non apparirà più soste- nibile neppure quella tesi del Tocco secondo la quale un’opera come il De progressu et lampade venatoria logicorum sarebbe « un compendio della topica aristotelica » affatto indi- pendente dai commenti all’arte lulliana. Il ricorso alle immagini del campo, della torre, del cacciatore permette di collegare questa indagine sulla dialettica ai trattati sulla memoria, mentre l’esplicito riferimento alle figure consente un accostamento alla tematica del lullismo. Ma non si tratta solo di ragioni “interne”; in molti dei testi dell’enciclopedismo cin- quecentesco (si pensi per esempio allo scritto /2 RAetoricam Isagoge) il lullismo appare fortemente intrecciato ai temi della cosmologia e della retorica.?* Non a caso, anche BRUNO e fortemente interessato al problema di un’applicazione dell’arte alla retorica e alla fisica: nell’Artificium perorandi (dettato a Wittenberg c pubblicato dallo Alsted) egli tenta una applicazione della mnemotecnica lulliana ai diversi tipi del discorso retorico, mentre nella Figuratio aristotelici physict auditu avvia una traduzione in immagini dei concetti centrali della fisica aristotelica. Nei testi londinesi le complesse immagini dei sigilli erano state assunte da BRUNO a indicare non direttamente gli oggetti da ricordare, ma le regole stesse dell’arte. Ma più che su questi testi, peraltro molto significativi, gioverà qui sotto- lineare la valutazione del lullismo che è presente nel De lampade combinatoria: Agrippa non riuscì a penetrare (« aut prorsus non penetravit, aut non satis ») nel valore dimo- strativo della combinatoria e si servì dell’arte per celebrare se stesso piuttosto che i testi lulliani; più degni di considerazione furono i tentativi di Lefèvre e di BOVILLO (si veda); solo attraverso la riforma bruniana l’ars magna è giunta al suo pieno compi- [Cfr. Opp. lat.,  TOCCO, Le opere latine, cCfr. Opp. lat. Si vedano le considerazioni di VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. mento ed è pervenuta al più alto grado possibile di perfezione: « artem hanc a Lullo adinventam ita complevimus ut ab omni contemptibilitatis praetextu vindicavimus... ut om- nino impossibile sit ei aliquid amplius adiicere ».°” In questo rapido quadro assume un rilievo tutto particolare il richiamo a quella comune fonte dalla quale derivarono la metafisica teologica di Scoto Eriugena, l’arte lulliana, i misteri di Cusano, la medicina di Paracelso: Hic super illius adinventionem excolendam claboravi- mus, cuius genium summi philosophorum principes ha- biti admirantur, persequuntur, imitantur; unde  Scoti- gena thcologicam metaphysicam, vel metaphysicam (quam scholasticam appellant) theologiam, cum subtilibus aliis extrassisse constat; a quo admirandum illud  vestratis Cusani quanto profundius atque divinius, tanto paucioribus pervium minusque notum ingenium, mysteriorum, quac in multiplici suac doctrinae torrente delitescunt, fontes hausisse fatetur; a quo novus ille medicorum princeps. Paracelsus. Le ragioni di questi accostamenti apparvero già chiare a TOCCO: l’opera di Lullo fu valutata da BRUNO come una delle principali espressioni di quel neoplatonismo che, muovendo dalla identità di ideale e reale, ritiene di poter proce- dere ad una costruzione della realtà mediante la determinazione del movimento delle idee. Mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e andava sostituendo le immagini ai termini e la topica all’analitica, l’arte bruniana si muoveva su un terreno ben diverso da quello delle indagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una tecnica linguistica o retorica, intendeva aprire possibilità di prodigiose avventure e di costruzioni totali: « Quaedam vero adeo arti videntur appropriata, ut in eisdem videatur naturalibus omnino suffragari: haec sunt Signa, Notae, Characteres et Sygilli: in quibus tantum potest ut videatur agere praeter naturam, supra naturam, et, si negotium requirat, contra naturam. Il fine dell’arte non consiste semplicemente in un rafforzamento della memoria o in un potenziamento delle fa- [Opp. lat. coltà intellettuali: essa «ad multarum facultatum inventionem, viam aperit et introducit. Non a caso nei testi più significativi della magia bruniana troviamo ancora presente il ricorso ai sigilli, ai segni, alle figure che vengono avvicinati ai gesti e alle cerimonie come elementi costitutivi ed essenziali di quel linguaggio mistico-rituale che, solo, può aprire la strada a colloqui divini: cum certo numinum genere non nisi per definita quaedam signa, sigilla, figuras, characteres, gestus ct alias cerimonias, nulla potest esse participatio. Nella concezione bruniana della magia come forza ministra e dominatrice della natura, capace di intendere le segrete corrispondenze fra le cose e di cogliere le formule ultime della realtà, in opere come il De Magra, le Theses de Magia, il De Magia mathematica trovavano davvero la loro risoluzione i problemi dibat- tuti nelle opere mnemotecniche e lulliane.?! L'immagine di un universo unitario che va interpretato e decifrato mediante i simboli giungeva qui, come già nel Sygilus, al suo pieno compimento: Una lux illuminat omnia, una vita vivificat omnia. Atque altius conscendentibus non solum conspicua erit una omnium vita, unum in omnibus lumen, una boni- tas, et quod omnes sensus sunt unus sensus, omnes no- titiac sunt una notitia, sed et quod omnia tandem, utpote notitia, sensus, lumen, vita sunt una essentia, una virtus et una operatio. Alla comprensione della magia bruniana, del grandioso tentativo del Nolano di dar luogo ad un'arte capace di av- vicinare gli uomini ponendosi come strumento essenziale ad una riforma delle religioni, potrebbe giovare non poco un esame, analiticamente condotto, dei rapporti fra BRUNO lulliano e mnemotecnico e quello, più noto, delle opere maggiori. Da un tale esame potrebbero forse derivare anche con- tributi non trascurabili ad una comprensione della lingua e dello stile bruniani. Nel ritmo convulso della sua prosa ita- liana sarebbe difficile continuare a vedere (come vuole uno storico insigne della letteratura) un «affidarsi all’istinto e al- 30 Opp. lat., HI, De Magia). Cfr. VASOLI (si veda) Umanesimo e simbologia simbolismo. Opp. lat., Opp. lat. l'abbondanza della vena ». Il compito delle immagini, poste accanto ad un soggetto, è quello di « presentare, effigiare, de- notare, indicare, per esprimere e significare a somiglianza della pittura e della scrittura ». La molteplicità delle imma- gini deve indicare ed esaurire i significati, impliciti ed espliciti, contenuti nelle idee centrali e costituire con esse una inscindi- bile unità. Dietro il continuo ritorno delle immagini, l’ab- bondanza delle ripetizioni, il succedersi dei simboli che in- tendono raffigurare sensibilmente i concetti stavano in realtà anche precise convinzioni di natura “filosofica”: « philosophi sunt quodammodo pictores atque poetae, poetae pictores et philosophi, pictores philosophi et poetae, mutuoque veri poe- tae, veri pictores et veri philosophi se diligunt et admirantur; non est enim philosophus nisi qui fingit ct pingit. Esaminando le enciclopedie e i teatri universali della seconda metà del Cinquecento, considerando i testi bruniani, abbiam visto che l’ars memorativa di derivazione ‘cicero- niana”, mentre si congiungeva con l’eredità della tradizione lullista, si collegava anche strettamente ai temi di una metafi- sica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala, agli ideali della magia e dell'astrologia, al gusto per le immagini, i simboli, le cifre, le imprese e le allegorie. La ricerca di una «chiave universale » capace di decifrare «l’alfabeto del mon- do » e di individuare la trama costitutiva della realtà, l’aspi- razione ad un teatro enciclopedico che fosse lo « specchio » fe- dele della realtà, avevano piegato ad esigenze nuove e a fini diversi da quelli originari le tecniche della memoria arti- ficiale. Inseriti nel discorso, pieno di toni iniziatici, di una magia rinnovata, gli accorgimenti per la costruzione di un'arte memorativa avevano finito per perdere ogni contatto con il terreno delle scienze mondane della dialettica, della retorica, «della medicina e per apparire miracolosi strumenti per il rag- giungimento del sapere totale o della pansofia. Su questo terreno si mossero [Cfr. CORSANO (si veda), Il pensiero di BRUNO, non pochi fra i sostenitori e i seguaci delle arti mnemo- niche e del lullismo. Negl’anni stessi che vedevano Cartesio interessato al lullismo e alle arti della memoria, vedevano la luce a Lione le opere di Paepp. Una di queste, lo Schenkelius detectus seu memoria artificialis hactenus occultata era un ampio commento dell’Ars memoriae dello Schenkel, un testo ben noto a Cartesio. Negli Artificiosae memoriae fundamenta e nella Introductio facilis in praxin artificiosae memoriae, Paepp si sofferma ad illustrare a lungo le dottrine aristoteliche ciceroniane CICERONE e tomiste AQUINO sulla memoria, ma mostra di aver subìto anche le influenze del lullismo e dei suoi esponenti più significativi, da BRUNO allo Alsted. Proprio sulle tracce di quest'ultimo, in aspra polemica con i denigratori dell’arte, egli sostene la opportunità di una stretta connessione della logica con la mnemo- tecnica. Mentre la prima appare necessaria ad alcune arti e discipline, la seconda è indispensabile ad ogni forma di sapere. Mentre sottolinea la funzione mnemonica dei circoli lulliani e detta accorgimenti per decifrare i testi dell’ars notoria, Paepp elimina non a caso ogni distinzione tra “ciceroniani” CICERONE e “lullisti” collocando in uno stesso elenco, tra [Jon. Paerr, Arzificiosae memoriae fundamenta ex Aristotele, CICERONE, AQUINO, altisque praestantissimis doctoribus petita, figuris, interrogationibus ac responsionibus clarius quam unquam antehac demonstrata, Lugduni, apud Bartholomeum Vincentium; Eisagoge, seu introductio facilis in praxin artifiosae memoriae, ibidem; Schenkelius detectus, seu memoria artificialis hactenus occultata (Triv. Mor. Sed miror cur cidem (i negatori dell’arte) non et logicam artifi- cialem nigro calculo notent. Ut enim logica artificiosa intellectui rerum cognitionem secutius venatur, sic artificiosa memoria acquisitam ac comparatam cognitionem tenacius conservat ac tuetur naturali; quare Alstedius non minus hanc ad omnes artes et disciplinas, quam istam ad nonnullas necessariam probat. Artificiosae memoriae fundamenta. Sulla funzione dei circoli cfr. gli Artificiosae memoriae fundamenta; sulla scrittura segreta da impiegare nell’ in- segnamento dell’ arte cfr. dove vengono dettate due regole fondamentali: Legendum more hebraico, puta ordine retrogrado; 2) Alpha et omega sunt otiosa id est primae et ultimae literae non habetur ratio  osras significa ars; codrot ordo, bogamir imago ecc i fondatori e i teorici dell’arte, Quintiliano e CICERONE (si veda), Lullo e GRATAROLI (si veda), TOMAI (si veda) e Romberch, ROSSELLI (si veda) e BRUNO (si veda), Schenkelius e Alsted. Non poche delle sue pagine appaiono dedicate a discutere le posizioni bruniane e, come già Bruno, anch'egli si richiama alle immagini degli dèi antichi e dell’astrologia trasformando la sua trattazione in una elencazione di temi iconografici Saturnus, homo senex, pannosus, capite aperto, altera manu falcem, altera vero nescio quid panno involutum gestans... Iupiter apud veteres effingebatur sedens, in inferioribus partibus nudus. Più volte, negli scritti del Paepp, ritornano dettagliate narrazioni e minuziosi resoconti di miracolosi fenomeni di capacità mne- moniche.?® Più che a una discussione dei temi attinenti alla retorica o alla enciclopedia, il Paepp è fortemente interessato alla descrizione dei mirabili risultati cui si può pervenire con l’aiuto dell’arte. Le tecniche della combinatoria e dell’ars reminiscendi venivano qui utilizzate su un piano che presenta non pochi punti di contatto con quello della magia e dell’oc- cultismo: mediante l’arte è possibile trasformare rapidamente un fanciullo in un sapiente, entrare in possesso di prodigiose virtù, giungere a suscitare la stupefatta amimrazione dei dotti e dei reggitori della cosa pubblica. Già in BRUNO, abbiamo visto, la tematica del lullismo e dell’ars reminiscendi era apparsa strettamente connessa alle aspirazioni e agli ideali della magia. L’ars inveniendi e l’arte memorativa si configuravano spesso come progetti di fonda- zione di un’arte mirabile capace di condurre entro i segreti della natura e di decifrare la scrittura dell’universo. Non si trattava solo di ampliare, mediante l’arte, le capacità mnemo- niche: la tecnica lulliana si pone in BRUNO come ricerca e definizione dei ritmi della natura; il riferimento ai subiecta dell’arte consente di determinare contemporaneamente i prin- [Cfr. Eisagoge seu introductio. Per i rapporti del Paepp con il Bruno cfr. N. Bapatoni, Appunti intorno alla fama di BRUNO, Società. Per l’uso delle immagini degli dèi antichi in Paepp cfr. gli Artificiosae memoriae fundamenta.  Cfr. Artificiosae memoriae fundamenta, e soprattutto Schenkelius detectus] cipi del discorso e gli elementi costitutivi della realtà. All'arte bruniana della memoria, in quanto prodotto magico o arte segreta capace di ampliare smisuratamente le possibilità umane, si interessarono com'è noto Pio V, Enrico III, MOCENIGO (si veda). Un discorso certo molto diverso, ma non in tutto dissimile converrebbe fare per CAMPANELLA che ama anch'egli presentarsi come dotato di miracolose facoltà: a FARNESE (si veda) egli assicura di poter insegnare filosofia naturale e morale, logica, retorica, poetica, politica, astrologia e medicina con un metodo speciale che avrebbe consentito di realizzare in un anno maggiori risultati di quelli ordinariamente conseguibili con dieci anni di normale insegnamento. Questo stesso concetto e la stessa insistenza sulla possibilità di una straordinaria facilità di apprendimento, ritroviamo nelle pagine della Città del Sole. Prima di dieci anni, i fanciulli della città solare apprendono senza fastidio tutte le scienze servendosi di quella gigantesca enciclopedia che risulta dalle immagini dipinte sulle pareti delle sei muraglie Questo ricorso all’immagini come elemento essenziale ha, in CAMPANELLA, un significato non trascurabile. All’enciclopedismo lullista, fondato sui termini e sui procedimenti logicomate- matici, egli ne contrappone un altro fondato sulle immagini sensibili delle cose. Nel “De investigatione rerum”, CAMPANELLA fa riferimento ad una dialettica “ex solo sensu” che classifica gl’oggetti del senso in nove categorie -- ut quilibet de quacumque re NON PER VOCABVULA tantum, ut Lullio mos est, sed per sensibilia obiecta ratiocinari posset. A questa stessa esigenza di un SAPERE NON-VERBALE, fondato sul senso e sulle cose, rispondono del resto le osservazioni, svolte nel De sensu rerum et magia, sulla memoria come senso anticipato, le sue critiche alle tesi della medicina peripatetica, la sua affermazione che sia possibile operare sulla memoria con i ritrovati della medicina, la identità, più volte affermata, di [Per l’enciclopedia dipinta sulle muraglie e per la facilità dell’ ap- prendimento delle scienze cfr. La città del sole, in Scritti scelti di BRUNO e di CAMPANELLA, cur. Firpo, Torino. Del senso delle cose e della magia, Bari] memoria e imaginativa. Si comprenderà anche, tenendo presenti queste considerazioni, come egli potesse guardare con simpatia alla « memoria locale che fa larghissimo uso di immagini sensibili. Gli stessi risultati cui è pervenuta la mne- motecnica “citeroniana” appaiono in tal modo a CAMPANELLA una conferma della sua definizione della memoria come senso indebolito: l’arte della memoria locale, al senso esposta in cose assai sensibili e note, ponendo le cose cognite per simi- glianza, mostra che la memoria sia senso indebolito che così si rinnova e fortifica. Quell’arte della memoria locale, alla quale fa riferimento CAMPANELLA, non manca certo di cultori: nei saggi di  GESUALDO (si veda) e di MARAFIOTI (si veda), di Johannes Austriacus e di Bruxius, di RAVELLI (si veda)  e di Schenkel, di Willis e di Azavedo, ritornavano i temi e le regole della 42 Cfr. JoannIs MarciRI, De memoria artifictosa, Francofurti (Fir. Naz. 3.8.530); la Plutosofia del Reverendiss. Padre F. Filippo Ge- sualdo dei Minori Conventuali nella quale si spiega l’arte della me- moria, Vicenza, Heredi di Perin Libraro (Triv. Mor. H.); F. GiroLamo Manarioro, Nova inventione et arte del ricordare per luoghi et imagini et figure poste nella mani, Venezia (Triv. Mor. M.); la traduz. latina dell’opera del Marafioto: De arte remuni- scentiac per loca et imagines ac per notas et figuras in manibus post- tas fu pubblicata e inserita nella edizione (qui di seguito ci- tata) del Gazophylacium artis memoriae dello Schenkelius. Nella stessa edizione è inserito il De memoria artificiosa libellus di Johannes Austriacus (Angelica, SS.); fra i commentatori del De memoria dello Schenkel (pubblicata per la prima volta nel 1595) sono da segnalare gli scritti di Martin Sommer (Venezia) sotto il cui nome si nasconderebbe secondo il Morhof (Po- Iyhistor, I, p. 374) lo stesso Schenkel e l’Ars memoriae... in gratiam et usum inventutis explicata, Francofurti, typis N. Hoffmanni, di Francesco Martino Ravelli (Ravelinus) (Par. Naz. Z. 58347). Più interessante è il Simonides redivivus sive ars memoriae et oblivionis... tabulis expressa... cui accessit Nomenclator mnemonicus, Lipsiae, im- pensis T. Schureri, 1610 di Adamus Bruxius (Par. Naz.) poi ristampata. Ad un anonimo professore di Lipsia si deve l'Ars memoriae localis plenius et luculentius exposita... cum applica tone ciusdem ad singulas disciplinas et faculates, Lipsia. Non sono riuscito a vedere questo testo né JoHANNES VELASQUEZ DE AZAVEDO, Fenix de Minerva y arte de memoria que ensena sin maestro a apren- der y retenir, Madrid (il titolo riecheggia quello del Ravennate TOMAI). mnemotecnica “classica”, venivano commentate e discusse le opere sulla memoria di Aristotele, di CICERONE, di Quintiliano, d’AQUINO, di TOMAI, si tentano combinazioni e sintesi tra la mnemotecnica ciceroniana e la combinatoria di Lullo, si costruivano teatri ed enciclopedie, sî escogitano nuove, più complicate immagini, si conducevano discussioni sul segno, sul gesto e sul geroglifico. Più che questi saggi, che contribuiscono a diffondere una tematica già largamente nota e ad alimentare discussioni da tempo iniziate, appaiono degni di considerazione altri saggi nei quali la magia non costituisce soltanto — come per BRUNO e per CAMPANELLA — lo sfondo culturale sul quale si collocano le arti della memoria, ma offre a queste una precisa giustificazione di ordine teorico. In questi scritti la connessione tra le tecniche magiche e quelle della memoria viene esplicitamente teorizzata e l’ars reminiscendi viene presentata come un prodotto di magia. Nella Magia naturalis di Hildebrand A Lipsia- Francoforte, nel vede infine la luce, con il titolo Variorum de arte memoriae tractatus selecti, una raccolta di scritti com- prendente le opere dello Schenkel, del Ravelli, del Paepp, dell'Au- striacus, del Marafioto, dello Spangerberg. Lo Schenkel, cui toccò in sorte di essere discusso brevemente da Cartesio, è figura particolar- mente interessante: fortunato insegnante c diffusore dell’arte  mnemonica in ITALIA -- artem hanc — scrive il Morhofius — magno cum successu suo nec sine insigni suo lucro exercuit ») fu accusato dì stregoneria durante un suo soggiorno a Lovanio, riuscendo poi ad ottencre protezione ed appoggio dalla facoltà teologica di Douai. La prima edizione della sua opera, poi spessissimo ristampata: De memoria liber secundus in quo est ars memoriae, Leodii, Leonardus Straele. Insieme ai tre opuscoli sopra ricordati dell’Austriacus, del Marafioto e dello Span- gerberg l’opera fu ristampata con il titolo Gazophylacium artis me- moriace, Argentorati, Antonius Bertramus (Angelica). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia pro rege catholico in calvinistam, Anteverpiae, ec una raccolta di Flores et sententiac in- signiores ex libris de Constantia Justi Lipsit (Par. Naz.), è stato ristampato, in edizione moderna, il Com- pendium der Mnemonik, con testo latino e trad. tedesca a cura di Kliber, Erlangen, Palm. All’insegnamento di quest'auto- re si richiama anche la curiosa enciclopedia di Aprian LE Cuiror, Le magazin des sciences, ou vrai art de mémoire découvert par Schen- Relius, traduit et augumenté de l’alphabet de Trithemius, Paris, ]J. Quesnel, che amplia molto il testo originario (Par. Naz. la creazione della memoria artificiale viene presentata come la applicazione dell’arte magica ad una particolare forma dell’operare umano. Nella Regina scientiarum e nella Enciclopaedia Pierre Mo- restel insiste su temi largamente diffusi: la regina delle scienze, che è l’arte di Lullo, non verte su un oggetto particolare, ha caratteri tali di generalità c di certezza da presentarsi come totalmente autosufficiente, da essere in grado di consentire il pieno raggiungimento della verità in ogni ramo del sapere. All’arte mnemonica degli antichi, fondata sulla dottrina dei luoghi e delle immagini, Morestel contrappone, come nuova arte della memoria, la combinatoria lulliana. Nei suoi scritti la trattazione dei temi del lullismo e della mnemotecnica si collega con quella della filosofia occulta dei filosofi presocra- tici, con l'interpretazione delle favole antiche, con la tematica della cabala, con la ricerca di una chiave universale.*' Alla 49 W. Hiupesranp, Magia naturalis, das ist, Kunst und Wunderbuch, darinne begriffen Wunderbaren Secreta,, Geheimniisse und KRunststi- che... Leipzig,  Cfr. Pierre MoRESTEL, Enciclopaedia sive artificiosa ratio et via cir- cularis ad artem magnam R. Lullit per quam de omnibus disputatur habeturque cognitio, s.l., in collegio Salicetano (Par. Naz.); La philosophie occulte des devanciers d'Aristote et de Platon, en forme de dialogue, contenant presque tous les préceptes de la phi- losophie morale extraite des fables anciennes, Paris, T. Du Bray (Par. Naz.); Les secrets de la nature... contenant presque tous les préceptes de la philosophie naturelle extraite des fables anciennes, Paris, R. de Beauvais (Par. Naz.); Artis kabbalisticae sive sapientiae divinae academia, Parisiis, apud M. Mondière (Par. Naz.); Regina omnium scientiarum qua duce ad omnes scientias et artes, qui literis delectantur facile conscendent, Tremoniae, apud Jodocum Kalcovium (lRothomagi2) (Casanat.). La definizione dell'arte di Lullo, presente in questi testi, è ricalcata secondo schemi convenzionali: Ars R. Lullii non vul- garis, non trivialis, non circa unum aliquod obiectum occupata, sed ars omnium artium regina... Huius artis ea est excellentia praestan- taque, ea generalitas ac certitudo, ut, se sola sufficiente, nulla alia praesupposita... cum omni securitate et certitudine... de omni re sci- bili veritatem ac scientiam non difficulter invenire faciat. Più inte- ressante è l’interpretazione della combinatoria come arte mnemonica: “ Artificium igitur memoriae, a veteribus traditum, locis constabat et Imaginibus; quidni igitur dabitur aliqua ars memoriae quae terminis constabit? Talis est ars Lullii, cuius termini generales patefaciunt adi- medicina mnemonica di Gratarolo, e quindi alla tradizione dell’aristotelismo, si richiama invece l’anonimo autore di un Ars magica pubblicata a Francoforte che dedica alla memoria e alle immagini astrologiche impiegate per rafforzarla, due capitoli del suo trattato. Nel Pentagonum philosophicum medicum, sive ars nova reminiscentiae di Lazare Meyssonnier, medico del re di Francia e corrispondente di Cartesio, cultore di medicina astrologica, di chiromanzia e di fisiognomica, ritornano i temi della medicina della memo- ria, del lullismo, della cabala. Nella Belle magie ou science de l’esprit egli presentava, in funzione della medicina magica, un methode de conduire la raison e una logique naturelle pour resoudre toutes sortes de questions.'Questa stessa esigenza di un metodo universale si accompagna, nei testi di medicina magica di Jean d’Aubry, alla affermazione di una scienza unitaria e suprema rispetto alla quale le parti- tum non solum ad inventiones plurimas... sed etiam maxime faciunt ad memoriam, cum sint quasi via artificiosa et methodica ad corri- gendum defectum, roborandam infirmitatem et sublevandam virtutem memoriac naturalis (Cfr. Regina scientiarum). Cfr. Lazare MryssonnIER, Penzagonum  philosophicim - medicum sive Ars nova reminiscentiae cum institutionibus philosophiac naturalis et medicinac sublimioris et secretioris... clave omnium arcanorum na- turaltum Macrocosmi et Microcosmi, Lugduni, J. ct P. Prost fratres (Par. Naz.); La delle magie ou science de l'esprit contenant les fondemens des subtilitez ct de plus curicuses et secrètes connoitssances de ce temps, Lyon, chez Nicolas Caille (Triv. Mor.). Delle suc competenze astrologiche ci dà testi- monianza lo stesso Mcyssonnier: « Apres avoir durant vingi-cinq ans cxaminé soigneusement les écrits et les observations de ceux qui ont traité de l'astronomie ct de l'astrologie, dressé ct jugé plus de deux mille figures de nativité, qu'on nomme vulgairement horoscopes... » Cfr. Aphorismes d'astrologie tirée de Ptolomée, Hermes, Cardan, Munfredus et plusieurs autres, traduit en frangois par A.C., Lyon, Mi- chel Duhan  (Triv. Mor. M.). La teoria del conarinrm sostenuta dal Meyssonnier nel Pentagonum e nella Belle magie dovrebbe essere studiata anche in vista di una comprensione dell'atteggiamen- to assunto da Descartes verso questo curioso personaggio. Per i con- tatti di Meyssonnier con Mersenne c Cartesio cfr. la lettera di Meys- sonnier a Mersenne ricordata in Adam et Tannery, HI, la prima lettera a Descartes è andata smarrita e così pure la risposta alla lettera cartesiana (Adam et T.); si vedano anche le lettere di Descartes a Mersenne (Adam cet T.,] colari scienze hanno carattere di apparenza. Mentre traccia le linee di una grande enciclopedia, egli insiste energicamente sulla sostanziale unità del sapere e sulla artificialità di ogni separazione tra le singole discipline : « Dans les trois premiers chapitres tu y verras toutes les connoissances du monde et un ordre de toutes choses.... Et tu apprendras aussi dans le troisième chapitre qu'il n'y a qu’une seule science parce qu'il n’y en a qu’une seule laquelle donne reponse sans user d’aucune espece de divination.... La science... laquelle me donne des resolutions et reponses infaillibles de toutes choses, comme estant la règle de toute verité ».*° Anche nei testi di Fludd, che è il più noto e signi- ficativo esponente dell’ermetismo e del simbolismo cabalistico del Seicento, troviamo un’ampia trattazione, del resto con- dotta secondo canoni assai convenzionali, dell’arte memora- tiva. Cfr. Jean D’AuBry, Le triomphe de l'archée et la merveille du monde, ou la medicine universelle ct veritable pour toutes sortes de mala- dies les plus desesperées... Etablie par raisons necessatres et demonstra- tions infaillibles, A Paris, chez l’auteur, avvertimento al pubbli- co, pp. non numerate (Vatic. Racc. Gen. Medicina). In que- sta ediz. francese, che segue a quella latina — Triumphus archei et mundi miraculun sive medicina universalis, Francofurti (Braid.) — è compresa, in appendice, la Apologie contre certatns docteurs en médicine... respondant à leurs calomnies que l'au- theur a guéry par art magique beaucoup de maladies incurables et aban- donces, già pubblicata a Parigi. Fra gli scritti più particolar- mente dedicati a Lullo si veda la traduzione della Blanquerna (Le Triomphe de l'amour et l’eschelle de la gloire, ou la médicine univer- selle des ames, ou Blanquerne de l'amy et de l'aimé, Paris, s.d. Par. Naz.), l' Abregé de l'ordre admirable des connoissances et des beaux secrets de saint Raymond Lulle martyr, s. d. (Par. Naz.) e Le firmament de la vérité contenani le nombre de cent démons- trations... qui preuvent que tous les prestres... abbés, commandataires, prédicateurs et bernabites doivent étre damnés éternellement s'ils ne vont prescher l’ Evangile aux Turcs, Arabes, Mores, Perses, Musulmans et Mahométans, Grenoble, J. de la Fournaise (Par. Naz.). Ma si vedano nell’Apologie le otto ragioni, elencate dal d’Aubry, per le quali i libri di Lullo doivent estre receus de mesme que ceux d'un Père de l’Eglise ». 4° R. FLupp, Tomus secundus de supernaturali, naturali, praeterna- turali et contranaturali Microcosmi historia, Oppenheimi, typis Hie- ronimi Galleri, In piena atmosfera magica ed ermetica ci riporta anche il Traicté de la memoire artificielle pubblicato a Lione, da Belot e inserito, a guisa di appendice, nelle Familières instructions pour apprendre les sciences de Chiromancie et Phystonomie.** L° intera combinatoria lulliana viene iden- tificata dal Belot con una «memoria artificiale »j mediante la miracolosa invenzione di Raimondo, « homme d’exquise erudition », è possibile abbreviare in modo prodigioso il cam- mino della scienza e sostituire al lavoro di un’intera vita il rapido apprendimento dei princìpi fondamentali e costitutivi i ogni ramo del sapere. Per svelare l’essenza dell’arte, che Lullo volutamente nascose sotto una serie di enigmi, per su- perare le posizioni di Bruno, di Agrippa, di Alsted e di Lavinheta, per mettere l’arte alla portata di tutti («cet arte estoit necessaire à ceux qui font profession de faire sermons... ou quelque trafic de marchandise »), Belot propone di asso- ciare la combinatoria alla chiromanzia sostituendo alle figure della combinatoria e alle immagini della mnemotecnica cice- roniana, le figure e i termini in uso nell'arte chiromantica. Nonostante le pretese di assoluta novità, le ruote delle quali [Cfr. Les Oeuvres de Belot contenant la chiromance, phy- sionomie, l'art de mémoire de Raymond Lulle, traité des devinations, augures et songes, les sciences steganographiques paulines et almadelles et lullistes..., Lyon, chez Claude de la Rivière (Triv. Mor.). Oltre a questa edizione è da vedere l’altra di Rouen, chez Pierre Amiot, (Triv. Mor.) poi ristampata a Liegi. Sulle arti « paulines et almadelles » si veda la nota di L THoRnpikE, A/fodhol and Almadel: hitherto unnoted books of magic in florentine manuscripts, in  Speculum Le opere del Belot, che si mostrò favorevole alla teoria copernicana e parla di rourbillons de matière, andrebbero esaminate più detta- gliatamente di quanto non abbia fatto il Thorndike (History of magic and experimental science) anche perché in esse sono presenti evidenti tracce delle posizioni ramiste. A BRUNO, come ad uno dei maggiori teorici dell’arte, Belot si richiama più volte: cfr. Note bruniane, Rivista critica di storia della filosofia. Les oeuvres de ]can Bellot, ediz. Per la connessione tra chiromanzia e arte mnemonica cfr. l’opera di MARAIOTO (si veda)] Belot si serve appaiono ricavate dai commenti lulliani di Agrippa, mentre non mancano, in più punti, echi della trat- tazione bruniana. Proprio da Agrippa e da Bruno egli trae infatti la convinzione — in seguito sostenuta con maggior ampiezza nella RAetorigue — di una stretta connessione tra retorica-dialettica da un lato e lullismo ed arti segrete dal- l’altro. Il titolo del suo trattato è, da questo punto di vista, assai indicativo: La rhetorique par laquelle on peut discourir de ce qui est propre en l’oraison et de disputable par dialecti- que, selon la subtilité de l’art lulliste et autres arts plus secrets qui sont icy compris par une seule legon necessaire en tout art ».5° Le finalità di una retorica e di una dialettica fondata sul lullismo e sulla tradizione magico-alchimistica vengono presentate, non a caso, come coincidenti con quelle che già furono proprie dell’antica sapienza ebraica e dei sostenitori della cabala: Ce que l’antiquité a recherché avec beaucoup de labeur toutesfois sans en avoir acquis la parfaite connoissance, je te le donne tout entier: c'est ce qu'ont voulu acquerir les Prophetes, Mages, Rabins, Cabalistes et Massorets, et depuis eux le docte H. C. Agrippa. Portando la retorica e la dialettica sul piano dell’arti segrete, mescolando la combinatoria alla cabala, all’astro- logia, alla medicina magica, facendo corrispondere alle cinque partizioni della retorica nuove partizioni attinte alla tradi- zione ermetica,°® Belot porta così all’esasperazione, intorno alla metà del Seicento, una tematica che aveva avuto le sue più fortunate espressioni nell’opera di Agrippa, di BRUNO, di CAMILLO (si veda). Cfr. Les oeuvres, cit., p. 1 della seconda parte. °l Les oeuvres, cit., prefazione. Les oeuvres, cit., p. 3 della seconda parte: « Pour les parties, elles regoivent toutes les cinq pour bonnes et utiles, mais il y en a cinq autres particulieres aussi: car pour la memoire, elle a l’Art notoire...; pour l’action ou pronunciation, l’art Paulin et pour les autres parties, a pour l’elocution l’art d’Almadel; pour la disposition la seconde par- tie de la Theurgie et pour l’invention l'art des revelations, que Tri- theme dit venir d’ Ophiel, esprit Mercurial] qualche anno prima Bacone e Cartesio avevano assunto un atteggiamento fortemente polemico contro questo tipo di let- teratura. Su un punto essi avevano concordemente insistito: su questo piano la combinatoria lulliana e le arti della me- moria si risolvevano nell’inutile costruzione di giochi stupe- facenti atti a ingannare il volgo anziché a far progredire le scienze. L’eredità delle discussioni quattrocentesche sull’ ars me- morativa non era stata tuttavia raccolta solo dagli esponenti della magia e dell’ermetismo. Su un diverso terreno, quello di una rigorosa trat- tazione dei temi della dialettica e della retorica concepite come scienze mondane, in ambienti diversi, attenti alle dispute lo- giche, interessati agli sviluppi della matematica e della geo- metria, era andato maturando il tentativo ramista di inserire i problemi attinenti alla memoria e le regole della mnemotecnica entro una più vasta ri- cerca concernente la riforma dei metodi di invenzione e di trasmissione del sapere. Il problema degli « aiuti della memo- ria » giungerà per questa via ad acquistare una singolare risonanza anche nei testi dedicati, ed una riforma del metodo: Bacone vedrà nella ministratio ad memoriam un elemento costitutivo del nuovo metodo delle scienze; Cartesio parlerà, a proposito della enu- merazione, di un movimento continuo del pensiero che ha lo scopo di recar soccorso alla naturale infermità della memoria. Più che in Francia, dove pure vedono la luce non pochi testi di ars memoraziva, la tradizione ciceroniana CICERONE che si ispira in tutta Europa all'opera di TOMAI, trova in ITALIA, come abbiamo visto, i suoi più fortunati e clamorosi sviluppi. Per quanto riguarda la Francia è dunque il caso di insistere — trascurando testi come la Memoria artificialis di CAMPANO (si veda) e l’Ars memorativa del Leporeus (Parigi) che si [Non ho visto l'opera di CAMPANO da Novara (si veda) delle cui caratteristiche discorre il Morhofius; dell’Ars  memorativa Guglielmi Leporei Avallonensis ho visto l'edizione parigina in Chalcographia Iodoci Badii Ascensii (Triv. Mor. limitano a riecheggiare stancamente l’opera del Ravennate TOMAI — sulla posizione assunta, di fronte al problema dell’ars me- moriae dal maggior esponente degli studi logici e retorici di questo periodo della cultura francese. Invece di teorizzare l’arte mnemonica come una tecnica autonoma, costruita in vista di fini pratici ben determinati e indipendente dagli svi- luppi della retorica e della logica, Pietro Ramo si preoccupa proprio dei rapporti che intercorrono fra la « memoria » da un lato e la dialettica e la retorica dall’altro. La sua opera di riformatore intende dar luogo a questo risultato: staccare de- cisamente la memoria dalla retorica, alla quale una secolare tradizione la aveva assegnata, e servirsene come di uno degli elementi costitutivi della dialettica o della nuova logica. Ramo, com'è noto, amò presentare la sua riforma come un ritorno agli insegnamenti della filosofia classica, come una semplificazione e una chiarificazione di quell’insegnamento aristotelico che era stato a suo avviso corrotto dalla confu- sione terminologica degli scolastici e da quella tradizione retorica che fa capo agli scritti di Quintiliano. Il filosofo che, in una brillante esercitazione, aveva inteso mostrare la falsità di tutte le proposizioni aristoteliche, non esiterà poi a dichiarare in modo significativo: « Libros veterum conservemus et ad eos, cum fuerit opus, recurramus: philosophiamque ex eorum libris collectam puram veramque doceamus ».° Né esiterà a rintracciare, negli stessi testi aristotelici, i fondamenti delle sue proprie partizioni della dialettica (« Qui partitur logicam in inventionem et dispositionem, Aristoteli authore partitur. Per qualche indicazione sulla bibliografia intorno a Ramo cfr. la mia rassegna Ramismo logica e retorica Rivista critica di storia della filosofia HI, pAgli studi indicati in quella sede vanno aggiunti i seguenti: M. Dasson- viLLe, La genèse et les principes de la Dialectique de P. Ramus, in « Revue de l'Université d’Ottawa; La dialectique de Ramus, in « Revue de l’ Univ. de Laval Dion, L'influence de Ramus aux universités néerlandaises du XVII siècle, in Actes du Xle Congr. Int. de Philosophie, Louvain, 1Tuve, /Imagery and logic, Ramus and methaphysical poetics, Journal of the history of ideas, Ramus, Scholae in liberales artes, Basilea,Scholae in liberales artes. Ancora ad Aristotele, del resto, egli faceva risalire quella con- giunzione di filosofa ed eloquenza che verrà teorizzata in una celebre orazione: Aristoteles intelligendi prudentiam cum dicendi copia coniunxit: et cum antea matutinis ambulationibus philosophiam solam doceret, pomeridianis etiam rhetoricam docere coepit ».* Per ricostruire nel suo vero significato il senso dell’insegnamento aristotelico, per portare alla luce le verità che nei testi aristotelici sono presenti, anche se solo accennate, è necessario, secondo Ramo, rifiutare ogni indebita commistione di grammatica dialettica e retorica: alla prima andranno riferiti solo i problemi attinenti alle etimo- logie, alla seconda soltanto l’arte dell’invenzione e quella del giudizio, mentre la terza dovrà limitarsi alla trattazione delle tecniche dello « stile » e del « porgere », alla capacità di ador- nare e trasmettere il materiale prodotto dalla ricerca dialettica. Nella storia della logica e in quella della retorica si è verificato, per Ramo, un errore fondamentale che ha finito per snaturare profondamente il senso della prima e della seconda. Si è ammesso con Aristotele e si è poi sostenuto con Cicerone e con la Scolastica che fosse possibile costruire due diverse logiche valide l'una nel campo della scienza, l’altra nel regno dell'opinione e del discorso popolare, adatta la prima ai sa- pienti, la seconda al volgo. Proprio questa duplicità viene energicamente rifiutata da Ramo: la teoria della inventio e della dispositio è una sola, valida in ogni campo e in ogni tipo di discorso.® Aver creduto all’esistenza di due diverse logiche ha condotto a un’ibrida mescolanza di concetti e di termini affine a quella della quale si è reso responsabile Quintiliano quando, oltre a confondere dialettica e retorica, ha aggravato ulteriormente la situazione mescolando ai temi della retorica quelli propri dell’etica: Duae sunt universae et generales homini dotes a natura tributae: ratio et oratio; illius doctrina dialectica est, huius grammatica et rhetorica. Dialectica igitur gene- [Cfr. la Oratio de studiis philosophiae et eloquentiae coniungendis Lutetiae, riedita nelle Brutinae quaestiones in Oratorem CICERONE, Parisiis, apud Jacobum Bogardum, Padova, Antoniana. Cfr. Dialectique] rales humanac rationis vires in cogitandis et disponendis rebus persequatur; grammatica orationis puritatem in ctymologia ct sintaxi ad recte loquendum vel scribendum interpretetur. Rhetorica orationis ornatum tum in tropis et figuris, tum in actionis dignitate demonstret. Ab his deinde gencralibus et universis, velut instrumentis, aliae artes sunt ceffectae... Aristoteles summae confusionis au- thor fuit: inventionem rhetoricae partem primam facit, falso, ut antca docui, quia dialecticae propria est; sed tamen rhetoricae partem facit et eius multiplices artes primo artis universae loco conturbat in probationibus. Quintilianus concludit materiam Rhetorices esse res omnes quae ad dicendum subiectac sunt. Dividitur rhetorica in quinque partes: inventionem, dispositionem, clecutionem, memoriam ct actionem. In qua partitione nihil iam miror Quintiliamum dialectica tam nudum esse, qui dialecticam ipsam cum rhetorica hic confusum non potucrit agnoscere, cum dialecticae sunt inventio, dispositio, memoria; rhetorica tantum clocutio cet actio.? Sulla separazione della dialettica dalla retorica Ramo ebbe ad insistere instancabilmente; di fronte all’obiezione che il retore non potrà non servirsi degli argomenti elaborati in sede di dialettica rispondeva che la congiunzione dialettica-retorica, presente nei vari discorsi umani, non escludeva affatto, anzi esigeva, una distinzione ed una separazione precisa fra la teoria della dialettica e quella della retorica: Non potest... sine numeris Geometria, Musica, Astrologia consistere: an propterca hae artes numeros explicare et sune professioni subiicere debebunt. Usus artium, ut iam toties dici, copulatus est persacpe. Praecepta tamen confundenda non sunt, sed propriis et separatis studiis declaranda. Le artes logicae comprendono dunque per Ramo la dialettica o logica e la retorica: la prima si articola nella inventio e dispositio, la seconda nella elocutio e nella pronuntiatio. Identificando, sulle traccie di Quintiliano e di CICERONE, la dispositio con il iudicium (il secondo libro della Dialectica, ® Cfr. Rhetoricae distinctiones in Quintilianum, Parisiis, apud An- dream Wechelum; CICERONE Ciceronianus ct brutinae quaestiones, Basilea, Petrus Perna; RAetoricae distinctiones, Scholae in tres primas liberales artes, Francofurti, apud Andrcam Wechelum (Fir. Naz.). noto come la Secunda pars Rami, tratta appunto De iudicio et argumentis disponendis), Ramo fa rientrare nella tratta- zione della dispositio quelle parti della dialettica che si rife- riscono all’assioma o proposizione, al sillogismo e al metodo: Duae partes sunt artis logica: topica in inventione ar- gumentorum, id est mediorum principiorum elemento- rum, (sic cnim nominatur in Organo) et analitica in corum dispositione.... Dispositio est apta rerum inventarum collo- catio.... Atque haec pars est quae iudicium proprie nomi- natur, quia sillogismus de omnis iudicandis communis regula est.... Dialecticae artis partes duae sunt: inventio et dispositio. Posita enim quacstione in qua disserendum sit, probationes et argumenta quaerantur; deinde, iis via et ordine dispositis, quaestio ipsa explicatur.® In uno dei brani precedentemente citati il termine memoria è comparso, accanto a quelli di ‘nventio e dispositio come uno degli elementi costitutivi della dialettica (« cum dialecticae sunt inventio, dispositio, memoria; rhetoricae tantum elocutio et actio »). Proprio alla memoria spetta, secondo Ramo, un com- pito preciso: essa costituisce un indispensabile strumento per introdurre ordine nella conoscenza e nel discorso. Come tale essa non può essere omessa o trascurata: Dicis oratori tria esse videnda: quid dicat, quo quidque loco, et quomodo: primo membro inventionem, secundo collocationem, tertio elocutionem et actionem comprehen- dis. Memoria igitur ubi est? Communis est -ais - multa- rum artium, propterea omittitur. Enimvero, inquam, inventionem et dispositionem communescum multis esse (ais), cur igitur haec recensentur, illa contemnitur? 1° Tenendo presente la funzione ordinatrice attribuita da Ramo alla memoria, appare molto significativa la identificazione so- stenuta da Ramo, della memoria (che nella tradizione era una delle cinque “grandi arti” costitutive della retorica) con la dottrina del giudizio appartenente alla dialettica o logica. Dispositio, iudicium, memoria diventano in tal modo, in molti ° Animadversionum aristotelicarum libri XX, Parisiis, 1553-1560, vol. II, prefaz. ai libri IX-XX, p. 1; Institutionum dialecticarum libri tres, Parisiis (rBraid.; Ambros.). Brutinae quaestiones, testi ramisti, termini intercambiabili, giacché al giudizio spetta appunto il compito di collocare o disporre le res inventas entro un ordine preciso e razionale: Dialectico inventionem, dispositionem, memoriam merito assignamus; clocutionem et actionem oratori relin- quamus... Iudicium definiamus doctrinam res inventas collocandi, et ca collocatione de re proposita iudicandi: quae certe doctrina itidem memoriae (si tamen cius esse disciplina ulla potest), verissima certissimaque doctrina est, ut una cademque sit institutio duarum maximarum animi virtutum: iudicii et memoriac... Rattonis duae par- tes sunt: ‘nventio consiliorum et argumentorum, eorum- que iudicium in dispositione... dispositionis umbra quae- dam est memoria. Tres itaque partes illae, inventio in- quam dispositio memoria, dialecticae artis sunto. Nonostante i dubbi avanzati da Ramo sulla possibilità di una disciplina della memoria come arte autonoma, anzi, pro- prio in forza di questi dubbi, la sua concezione del metodo come disposizione sistematica e ordinata delle nozioni ten- dente alla costituzione di un ordine unitario delle conoscenze appare in grado di assorbire molte di quelle « regole » che avevano trovato un’esplicita teorizzazione all’interno della mnemotecnica tradizionale. L’ assorbimento della memoria nella logica operato da Ramo, la identificazione da lui sostenuta del problema del metodo con quello della memoria se- gnava l’atto di nascita di quella concezione del metodo come esercitante una funzione classificatoria nei confronti della realtà che avrà grandissima fortuna nel pensiero europeo dei secoli successivi. Questo tipo di considerazione, mentre anti- cipava l'atteggiamento che nella discussione di questi temi Bacone assumerà mezzo secolo più tardi, avvicinava non a caso la posizione di Ramo a quella di Melantone che negli Erotemata dialecticae aveva visto nel metodo un habitus videlicet scientia, seu ars, viam faciens certa ra- tione, id est, quae quasi per loca invia et obsita sensi- bus, per rerum confusionem, viam invenit et aperit, ct res, ad propositum pertinentes, eruit ac ordine promit. Scholae in tres primas liberales artes; Dialecticac institutiones, cMELANTONE, Erotemata dialecticace, in Corpus reformatorum] Ad un sistematico ordinamento delle rotiones e degli ar- gumenta, ad una ordinata collocatio dei luoghi, alla costru- zione di enciclopedie intese come classificazioni totali degli elementi naturali e delle operazioni umane, alla creazione di una sopica universale avevano del resto mirato non pochi tra i più significativi testi della mnemotecnica ciceroniana e della tradizione lullista. Il fatto che un giovane studioso boemo, Nostiz, potesse pensare a una nuova logica fon- data sugli insegnamenti di Lullo, di Ramo e di BRUNO può suonare conferma di questa fondamentale unità di impostazioni e di intenti. Per concludere: ciò che soprattutto è da sottolineare nella posizione di Ramo è il tentativo di inserire i problemi atti- nenti alla memoria in un discorso assai più vasto che non riguarda solo la elaborazione di una particolare tecnica utile agli oratori, agli avvocati, ai poeti, ma concerneva più delicate e complesse questioni attinenti al metodo e alla logica, la semiotica, e la semantica – filosofia del linguaggio. Più che ai testi degli storici moderni della filosofia, che hanno a lungo equivocato sul significato della riforma ramista, gio- verà richiamarsi alla precisa affermazione di Talon (si veda) (Audomarus Talaeus), grande teorico della retorica cinque- centesca, discepolo devoto e collaboratore di Ramo: « quest’ul- timo — egli scriveva — ha ricondotto alla logica, alla quale propriamente appartengono, la teoria dell’inventio, della dispositto, della memoria ».'* E gioverà anche rileggere, a chiarire possibili equivoci, il preciso giudizio di Gassendi: Cum observasset enim quinque vulgo fieri partes Rhetoricae, inventionem, dispositionem, elocutionem, memoriam et pronunciationem, censuit ex ipsis duas solum pertinere ad rhetoricam: clocutionem puta et pronunciationem seu actionem; duas artes esse proprias Logicac: inventionem puta et dispositionem, quibus, quia memoria iuvatur, posse illam eodem cum ipsis spectare. Quare et Logicam seu Dialecticam... in duas partes distribuit: inventionem et iudicium (sic enim potius dicere quam dispositionem maluit...) atque idcirco artem totam duobus libris com- plexus est.!4 sa i È i . i Petri Rami professoris regi et Audomari Talaci collectaneae  pre- fationes, epistolae, orationes, Marburg, Sa P. Gassenpi DiniensIis, Opera omnia in sex tomos divisa, FIRENZE. De logicae origine et varietate, Logica Rami] Della portata rivoluzionaria e delle gravi conseguenze che ebbe nella storia della logica una riforma dall'apparenza tanto inoffensiva ci si è cominciato a render conto solo in tempi molto recenti. In questa sede e in vista dei limitati fini che qui ci proponiamo, basterà notare quanto segue: l’atteggia- mento assunto da Ramo segna una svolta radicale; nella sua stessa direzione, quella di un assorbimento della dottrina degli aiuti della memoria entro i quadri più generali della logica e della dottrina del metodo, si muoveranno, sia pure con intenti estremamente diversi e talora addirittura divergenti, Bacone, Cartesio e, più tardi, Leibniz. 2. Bacone E CARTESIO: LA POLEMICA CONTRO I GIOCOLIERI DELLA MEMORIA. Bacone pubblicò l’Advancement of Learning nel 1605, Novum Organum (la cui stesura era stata iniziata intorno al 1608) c il De augmentis scientiarum rispettivamente nel 1620 e nel 1623. Le Cogitationes privatac di Cartesio risalgono al 1619, le Regulae ad directione ingenit furono composte fra il 1619 e il 1628, il Discorso sul metodo fu pubblicato nel 1637. Nello stesso trentennio il filosofo inglese e quello francese giungono, relativamente all’ars combinatoria e all’ars me- moriae, a conclusioni che presentano una concordanza sin- golare. Sia nelle pagine di Bacone, sia in quelle di Cartesio !* è rintracciabile la documentazione di una conoscenza diretta dei testi cinquecenteschi di arte memorativa. Bacone accenna più volte alle « raccolte di luoghi », alle « sintassi » che gli è avve- nuto di leggere, alla « memoria artificiale », fa esplicito rife- rimento alla « dottrina dei luoghi » c alla « collocazione delle immagini », alla «tipocosmia » di derivazione lulliana. Car- tesio, che è assai più parco di espliciti riferimenti e non ama le citazioni, accenna tuttavia alla sua lettura dell’Ars memo- 15 Le citazioni dai testi di Bacone e di Cartesio rimandano rispettiva- mente a: Ocuvres de Descartes, ed. C. Adam et P. Tannery, Il voll., Parigi, 1897 - 1909; Tie Works of Francis Bacon, ed. by Spedding, Ellis,  Heath, Londra, 1887-92 qui di seguito indicate con le abbreviazioni Oeuvres ec Works] rativa dello Schenkelius, ritorna più volte sull’ars memoriae, sulla funzione che esercitano le « immagini sensibili » in vista della rappresentazione dei concetti intellettuali, parla, secondo una tipica terminologia, di catena scientiarum, si interessa vivamente alle mirabili scoperte di un ignoto seguace di Lullo, si rivolge all'amico Beeckmann per aver notizie e chiarimenti sui testi lulliani di Agrippa, sul significato e sulle possibilità reali dell'Arte. Questi temi e questi interessi esercitarono, com’è noto, una notevole suggestione sul pensiero baconiano c su quello del giovane Cartesio. Ma c’è di più: alcuni ele- menti attinti alla tradizione dell’ars memiorativa e dell’ars combinatoria ebbero ad agire in profondità all’interno della stessa formulazione, baconiana e cartesiana, di un nuovo metodo e di una nuova logica. Di questo più avanti. Ciò che qui interessa di porre in rilievo è il significato del rifiuto, che troviamo presente in Bacone e in Cartesio, verso quelle tecniche memorative che si erano ridotte a giochi intellettuali e si erano andate caricando di riferimenti a quella mentalità magico-occultistica contro la quale entrambi i filosofi presero energicamente posizione. La valutazione dell’arte lulliana che troviamo presente da un lato nella lettera a Beeckmann e nel Discorso sul metodo e dall’altro nell’Advancement of learning e nel De augmentis è, da questo punto di vista, quantomai significativa. Di fronte al vecchio seguace dell’ars Srevis che si vanta di poter parlare per un'ora intera di un argomento qualunque e di poter poi proseguire per altre venti ore parlando sullo stesso tema in modo sempre diverso, Cartesio, che pure è fortemente inte- ressato al problema, ha l’impressione di una loquacità fon- data su un’erudizione tutta libresca e di un’attività intesa a suscitare l'ammirazione del volgo anziché al raggiungimento della verità. Questo « sospetto » cartesiano si trasforma di- ciott'anni più tardi, nelle pagine del Discorso sul metodo, in una certezza: l’arte di Lullo serve a parlare, senza giudizio, di ciò che in realtà si ignora anziché ad apprendere verità non conosciute o a trasmettere verità note. A identiche conclusioni cra giunto Bacone nel testo, poi tradotto in latino; il metodo lulliano, che gode di grande favore presso alcuni ciarlatani, non è degno della qualifica di metodo, mira all’ostentazione anziché alla scienza, fa sembrare dotti gli uomini ignoranti; fondato su una caotica massa di vocaboli esso sostituisce la conoscenza dei termini a quella, effettiva, delle arti, assomiglia alla bottega di un rigattiere ove si trovano molti oggetti, nessuno dei quali ha un grande valore: Bacone, De augmentis, VI, 2, in Works. Neque tamen illud praetermitten- dum, quod nonnulli viri, magis tumidi quam docti insudarunt circa Methodum quandam, legiti- mae methodi nomine haud dignam; cum potius sit methodus imposturae, quae tamen quibus- dam ardelionibus acceptissima pro- culdubio fuit. Haec methodus ita scientiae alicuius guttulas aspergit, ut quis sciolus specie nonnulla eru- ditionis ad ostentationem possit a- buti. Talis fuit Ars Lulli; talis Typocosmia a nonnullis cxarata; quae nihil aliud fuerunt quam vo- cabulorum artis cuiusque massa ct acervus; ad hoc, ut qui voces artis habeant in promptu, ctiam artes Cartesio, a Bceckmann; Ocuvres, A. et T.; Discours (ed. Gilson). Repperi nudius tertius cruditum vi- rum in Diversorio Dordracensi, cum quo de Lulli arte parva sum loquutus... Senex erat, aliquantu- lum loquax, et cuius eruditio, ut- pote a libris hausta, in extremis labris potius quam in cerebro versabatur... Quod illum certe di- xisse  suspicor, ut admirationem captaret ignorantis, potius quam ut vere loqueretur. Je pris garde que, pour la logi- que, ses syllogismes et la plupart de scs autres instructions servent plutòt à cexpliquer à autrui les choses qu'on sait, cu méme, com- me l'art de Lulle, à parler, sans Jugement, de celles qu'on igno- ipsas perdidicisse.existimentur.Huius generis collectanea officinam referunt veteramentarium, ubi pracsegmina multa repcriuntur, sed nihil quod alicuius sit pretti. re, qu'à les apprendre. L'accusa di « ostentazione » rivolta alla combinatoria lul- liana assumeva, in pagine come queste, un significato storico di grande rilievo: ciò che qui si mirava a colpire era proprio quella riduzione dell’arte sul piano della magia sulla quale avevano a lungo insistito non pochi dei commentatori cinque- centeschi. Quest’accusa non era in realtà cosa nuova, anche se nuovo è il significato che essa viene ad assumere nelle pagine di Bacone e di Cartesio connettendosi alla polemica baconiana e cartesiana contro la tradizione magico-occultistica. La valu- tazione presente nel testo baconiano, che potrebbe forse essere posta in relazione con quella poi presente nel Discorso sul metodo, sembra in realtà ricalcataproprio sul giudizio di uno dei grandi commentatori di Lullo che non aveva nascosto la sua simpatia per le arti magiche, Cornelio Agrippa: Hoc autem admonere vos oportet: hanc artem ad pom- pam ingenii ct doctrinae ostentationem potius quam ad comparandam eruditionem valere, ac longe plus habere audaciae quam efficaciae. Fin qui ci siamo riferiti alla combinatoria, ma anche nei confrontidell’ars memorativa di derivazione “ciceroniana” le prese di posizione di Bacone e di Cartesio risultano oltre- modo precise e utilmente confrontabili. Cartesio non esita a definire « sciocchezze » le conclusioni cui era pervenuto lo Schenkel in un testo sulla memoria nel quale, ac- canto ai consueti canoni dell’ ars reminiscendi ciceroniana, comparivano i ben noti riferimenti alle fonti aristoteliche e tomistiche, alla medicina galenica, i richiami a Simonide, Temistocle e Ciro, ad Agostino e a PICO (si veda), a TOMAI (si veda) e al lulliano Bernardo di Lavinheta. L’autore di quel libro gli appare, senz'altro, un «ciarlatano »: a quella falsa arte inutile alle scienze, egli contrappone la cono- scenza delle cause.'* Non dissimile da questa, anche se molto più articolata e ricca di riferimenti culturali, è la posizione assunta da Bacone: egli non nega che coltivando la memoria artificiale sia possibile pervenire a risultati mirabili, né afferma (come si fa volgarmente) che le tecniche memorative possano influire negativamente sulla memoria naturale. Nel modo in cui l’arte viene impiegata, essa gli appare tuttavia assoluta- mente sterile, serve a far brillare l’arte mentre è in realtà priva di ogni effettiva utilità. Essere in grado di ripetere subito, nello stesso ordine, un gran numero di parole recitate una sola volta o comporre un gran numero di versi estemporanei su un argomento a scelta è possibile sulla base di un'educazione di alcune facoltà naturali che, mediante l’esercizio, possono essere portate ad un livello miracoloso. Ma di tutto ciò — pro- dì H. C. AcriPPa, Opera, Argentorati, Zetzner, Cfr. ScHenkEL, De memoria liber, Leodii, poi ristampato nel Gazophylacium arti: memoriae, Argentorati (An- elica, Sulle sue opere e sui suoi rapporti con Leibniz cfr. qui le, Ocuvres, segue Bacone — non facciamo più conto che della agilità dei funamboli e della destrezza dei giocolieri. Fra i metodi e le sintassi di luoghi comuni che mi è capitato di vedere — egli scrive —non vi è nulla che abbia un qualche valore; gli stessi titoli di quei trattati risentono più delle scuole che del mondo reale, le pedantesche divisioni dei quali i loro autori fanno uso non penetrano in alcun modo nelle midolla delle cose. Bacone. Il passo baconiano al quale ci siamo ora riferiti ha, senza alcun dubbio, il tono di una esplicita condanna. Tuttavia una cosa va subito posta in rilievo: in Bacone è presente la con- vinzione che sia possibile fare, delle arti della memoria, un uso diverso da quello tradizionale. Anziché servirsi di quelle arti per ostentare il prodigioso livello al quale può esser fatta pervenire una facoltà dell'animo umano, anziché piegarle a fini miracolosi e ciarlataneschi sarà possibile servirsene in vista di seri e concreti usi umani; sarà anzi possibile, secondo Ba- cone, migliorare e perfezionare, in vista di queste nuove fina- [Bacon, Works: « Neque tamen ambigimus (si cui placet hac arte ad ostentationem abuti) quin possint praestari per cam nonnulla mirabilia et portentosa; sed nihilominus res quasi sterilis cst (eo quo adhibetur modo) ad usus humanos. At illud interim ei non im- putamus quod nazuralem memoriam destruat et super-oneret (ut vulgo objicitur); sed quod non dextre instituta sit ad auxilia memoriae commodanda in negotiis et rebus seriis. Nos vero hoc habemus (for- tasse cx genere vitae nostro politicac) ut quae artem iactant, usum non pracbent parvi faciamus. Nam ingentem numerum nominum aut verborum semel recitatorum eodem ordine statim repetere, aut versus complures de quovis argumento extempore conficere; aut quidquid occurrit satirica aliqua similitudine perstringere; aut seria quacque in iocum vertere; aut contradictione et cavillatione quidvis eludere; et similia; (quorum in facultatibus animi haud exigua est copia, quaeque ingenio et cxercitatione ad miracula usque extolli possunt); haec certe omnia et his similia nos non maioris facimus quam funambulorum et mimorum agilitates et ludicra... Verum est tamen inter methodos ct syntaxes locorum communium quas nobis adhuc videre contigit, nul- lam reperiri quae alicuius sit pretit; quandoquidem in titulis suis fa- ciem prorsus cxhibeant magis scholac quam mundi; vulgares et pae- dagogicas adhibentes divisiones, non autem eas quae ad rerum me- dullas et interiora quovis modo penetrent.] lità, le già esistenti tecniche della memoria. Intorno alla me- moria — egli scrive nello stesso capitolo del De augmentis (c questo passo è assente nel corrispondente capitolo dell’Advancement of learing)  si è finora indagato pigra- mente e languidamente. Non mancano certo scritti sull’argo- mento intesi all'ampliamento e al rafforzamento della memo- ria, e tuttavia sia la teorica che la pratica dell’ars memorativa potrebbero essere ulteriormente perfezionate mediante l’elabo- razione di nuovi precetti o regole.?° Un’arte memorativa così perfezionata nei metodi e rinnovata nelle finalità appare a Bacone non solo legittima e possibile, ma necessaria su un duplice terreno: quello delle «scienze antiche e popolari » e quello « completamente nuovo » del metodo scientifico di indagine sulla natura. Questa distinzione fra le due diverse funzioni o i due diversi campi di applicazione dell’arte me- morativa è esplicitamente teorizzata in un passo del De aug- mentis nel quale ritroviamo presente anche la distinzione, cara a tutti i teorici della mnemotecnica, fra memoria natu- rale e memoria artificiale. Sostenere che nella interpretazione della natura — scrive Bacone — possano bastare le forze nude e native della memoria senza che la memoria stessa venga soc- corsa mediante tavole ordinate, sarebbe come sostenere che un uomo, senza l’aiuto di alcuno scritto e affidandosi alla sola memoria, possa risolvere i calcoli di un libro di efemeridi. Ma, lasciando da parte la nterpretatio naturae, che è dottrina com- pletamente nuova, un solido amminicolo della memoria può essere di grandissima utilità anche nelle scienze antiche e po- polari.*! 2° Bacon, Works, Circa Memoriam autem ipsam, satis segniter et languide videtur adhuc inquisitum. Extat certe de ea ars quaepiam; verum nobis constat tum meliora praecepta de memoria confirmanda et amplianda haberi posse quam illa ars complectitur, tum practicam illius ipsius artis meliorem institui posse quam quae recepta est». Bacon, Works, Atque omnino monendum, quod memo- ria sine hoc adminiculo (scriptio) rebus prolixioribus et accuratioribus Impar sit; neque ullo modo nisi de scripto recipi debeat. Quod etiam in philosophia inductiva et interpretatione naturae praecipue obtinet. Tam enim possit quis calculationes ephemeridis memoria nuda absque Scripto absolvere, quam interpretationi naturae per meditationes et vires memoriae nativas et nudas sufficere; nisi eidem memoriae per [Della funzione esercitata dagli aiuti della memoria (mi- nistratio ad memoriam) nella logica baconiana e dell'influenza dei trattati rinascimentali di mnemotecnica sulla costruzio- ne baconiana del nuovo metodo delle scienze (la :interpre- ratio naturae) parleremo più oltre. Ci limiteremo qui ad indi- viduare l’eredità delle discussioni rinascimentali sulla memoria artificiale in quella parte della ricerca baconiana che fa riferi- mento alla logica tradizionale. Quest'ultima, secondo Bacone, mantiene la sua piena validità nel campo dei discorsi, delle dispute, delle controversie, delle attività professionali, della vita civile; l’altra, la nuova logica induttiva, è invece indispen- sabile nell’ambito della progressiva conquista, da parte del- l’uomo, della realtà naturale. La prima di queste due logiche, secondo Bacone, esiste di fatto, fu creata dai Greci e in seguito, per molti secoli, ripresa e perfezionata; la seconda si presenta invece come un progetto o un'impresa non mai tentata. La trasformazione di questo progetto in una esecuzione effettiva presuppone che venga radicalmente modificato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura e che mutino, di conse- guenza, le stesse definizioni di filosofia e di scienza. Ma nell’ambito degli scopi che si propone la filosofia tradi- zionale la vecchia logica nor si presenta come un fallimento. Su questo punto Bacone è assai chiaro: ove si vogliano sol- tanto coltivare e trasmettere le scienze già esistenti; ove si desideri insegnare agli uomini a restare aderenti alle verità già dichiarate e a far uso di esse, ad apprendere l’arte di in- ventare argomenti e di trionfare nelle dispute, quella logica si mostra perfettamente funzionale, anche se bisognosa di integrazioni e perfezionamenti. Là ove si occupa dei caratteri della logica nuova, Bacone dichiara ripetutamente di non inte- ressarsi affatto, in quella sede, delle arti popolari o opinabili, né di pretendere in alcun modo che la nuova logica possa ser- vire a realizzare quei fini per i quali fu costruita la logica tradizionale. Nelle scienze fondate sull’opinione e sui giudizi tabulas ordinatas ministretur. Verum, missa interpretatione naturae, quae doctrina nova est, etiam ad veteres et populares scientias haud quicquam fere utilius esse possit quam memoriae adminiculum soli- dum ct bonum; hoc est, Digest probum et eruditum /ocorum com- muntum. Il passo ora citato non figura nel corrispondente luogo dell'’Advancement of learning, in Works, HI, probabili, nei casi cioè in cui si tratta di costringere non le cose, ma l’assenso, l’uso delle anticipazioni e della dialettica, afferma Bacone nel Novum Organum, è buono (bonus) men-tre esso appare condannabile dal punto di vista della logica nuova. La dialettica ora in uso, si afferma ancora nella pre- fazione alla Instauratio magna, non è assolutamente in grado di «raggiungere la sottigliezza della natura », ma essa può essere usata efficacemente nel campo delle cose civili e delle arti che concernono il discorso e l’opinione ». Solo quando si voglia trionfare non degli avversari, ma delle oscurità della natura, giungere non a cognizioni probabili, ma a conoscenze certe e dimostrate, non inventare argomenti ma opere, sarà necessario far uso della interpretatio naturae che è infinita- mente diversa dalla anzicipatio mentis o logica ordinaria. Nell'ambito di questa logica ordinaria, del tipo di discorso che mira alla persuasione o al raggiungimento dell’altrui as- senso, che non mira all’invenzione delle arti e delle opere, ma degli argomenti, le tecniche memorative esercitano una pre- cisa funzione. Nel capitolo quinto del quinto libro del De augmentis dedicato all’ars retinendi ricomparivano in tal modo, nella trattazione baconiana, i motivi, ormai ben noti, dell’ars memorativa “ciceroniana”: la dottrina dei loc: e delle 1m2a- gines, la tesi di una necessaria convenienza tra le immagini e i luoghi, il riconoscimento della necessità di rappresentare sensibilmente i concetti mediante immagini ed emblemi. Il tema di una topica o sistematica raccolta di luoghi veniva ri- preso in queste pagine: si è soliti affermare — scrive Bacone — che la raccolta dei luoghi può essere dannosa al sapere; la fatica necessaria ad effettuare tali raccolte viene al contrario sempre ricompensata perché nel mondo del sapere non è pos- sibile giungere a risultati ove manchi la solida base di una vasta conoscenza. I luoghi «forniscono dunque materiale all'invenzione e rendono più acuto il giudizio consentendogli di concentrarsi in un sol punto ». I due principali strumenti dell’arte della memoria sono laprenozione e l'emblema. La prima ha il compito di porre dei limiti ad una ricerca che # Per le differenze fra la logica ordinaria e la logica nuova cfr.: Par- fis instaurationis secundae delineatio et argumentum, Works; Distributio operis, Works; Praefatto gene- ralis, Works; Novun: Organum, risulterebbe altrimenti infinita, di limitare il campo delle no- zioni e di stabilire confini entro i quali la memoria possa muo- versi agevolmente. La memoria ha infatti soprattutto bisogno di limitazioni: l'ordine e la distribuzione dei ricordi, i luoghi della memoria artificiale «già in anticipo preparati » i versi sono per Bacone le principali di queste limitazioni. Nel primo caso il ricordo deve accordarsi con l'ordine stabilito, nel secondo porsi in specifica relazione con i luoghi usati, nel terzo deve essere una parola che si accordi con il verso. Nella for- mulazione delle immagini i luoghi introducono quindi ordine e coerenza, ma le immagini, a loro volta, possono essere più facilmente costruite facendo ricorso agli emblemi. Questi ul- timi, secondo Bacone, « rendono sensibili le cose intellettuali e poiché il sensibile colpisce più fortemente la memoria, si imprime in essa con maggiore facilità ». Del tutto simile alla funzione esercitata dagli emblemi è quella dei gesti e dei geroglifici: gli emblemi non hanno dunque una funzione limitata allo specifico settore della memoria, ma funzionano come veri e propri mezzi di comunicazione. Nel caso dei gesti ci troviamo in presenza di «emblemi transitori », nel caso dei geroglifici di « emblemi fissati mediante la scrittura ». Il rapporto gesti-geroglifici è identico, da questo punto di vista, a quello che intercorre fra linguaggio parlato e linguaggio scritto. Mentre i geroglifici, in quanto emblemi, hanno sempre qualcosa in comune con la cosa significata (sinzlitudo cum re significata), i caratteri reali o ideogrammi non hanno nulla di emblematico. Il loro significato dipende solo dalla conven- zione e dalla abitudine che su di essa si è in seguito istituita. Il carattere della convenzionalità accomuna i caratteri reali alle lettere dell’alfabeto, ma i primi, a differenza delle seconde, si riferiscono in modo diretto alla cosa significata, rappresen- tano cose e nozioni, non parole (nesther letters nor words,... but things or notions). Un libro composto con caratteri reali può quindi essere letto e compreso da persone appartenenti a differenti gruppi linguistici e parlanti lingue diverse che accettino per convenzione i significati dai vari ideogrammi. Proprio alle discussioni sulla memoria artificiale si erano 29 Cfr. Advancement of Learning, Works; De augmentis; Works, collegate, nel Rinascimento, le considerazioni sul gesto c sul geroglifico. L’approfondimento del problema delle immagini conduce PORTA (si veda), nella sua ARS REMINISCENDI a prendere in esame questo tipo di problemi. Una volta definita l’immagine come pittura animata che rechiamo nella imaginativa per rappresentare così un fatto come UNA PAROLA, PORTA si trova di fronte ad una grave difficoltà. Non nel caso di tutti i termini linguistici ne nel latino ne nell’italiano — PORTA nota — è possibile la costruzione di immagini appropriate. LE PAROLE che ci occorrono a ricordare altre hanno le loro immagini, altre ne stanno senza. Nel caso di un termine che NON simbolizza una cosa materiale -- come « perché », «ovvero », « tanto » ecc. -- è necessario ricavare le immagini dalla scrittura: far corrispondere cioè immagini adatte alle singole lettere o gruppi di lettere che costituiscono un termine. In altri casi è invece possibile il ricorso al SIGNIFICATO e a questo proposito torna opportuno il parallelo con i geroglifici. Gl’egizi non avendo lettere con che potessero scrivere i concetti e a ciò che più facilmente si tenessero a memoria le utili speculationi della filosofia, ritrovorno lo scrivere con pitture, servendosi d’imagini di quadrupedi, d’uccelli, di pesci, la qual cosa noi habbiamo giudicato molto utile per le nostre ricerche, che altro noi non vogliamo ch’usare imagini IN VECE DELLE LETTERE per poterle dipingere nella memoria. Altri significati, prosegue PORTA, potranno essere espressi mediante un gestio alla Sraffa. Potremo parimenti con un gesto esprimere alcuna significatione di parole. Conclusioni di questo stesso tipo si trovano presenti nel THESAVRVS ARTIFICIOSÆ MEMORIÆT PHILOSOPHIS di ROSSELLI (si veda) e nel De memoria artificiosa libellus d’Austriacus che, proprio come Bacone, fa rientrare un gesto – H. P. Grice, HAND-WAVE HW] e un geroglifico nella più generale categoria di “segno.” Cfr. L’arte del ricordare di PORTA napoletano, tradotta da latino in volgare per FALCONE (si veda) da Gioia, Napoli, Mattio Cancer (Braid.): sulla scrittura degli Egizi, sui gesti; ROSSELLI (si veda), THESAVRVS ARTIFICIOSÆ MEMORIÆ, Venezia; JoHanNnES AustRIACUS, De memoria artificiosa libellus, Argentorati, Antonius Bertramus (Braid.; Angelica). Sulla Egittomania e sulla diffusione c la moda degli emblemi nella cultura dei secoli XVI e XVII si vedano le considerazioni precedentemente svolte.  La trattazione baconiana appare dunque, dopo quanto si è detto, profondamente influenzata da una veneranda lettera- tura concernente i segni e le immagini, ma l’eco delle discus- sioni rinascimentali sui luoghi e sulle immagini risulta ancora più evidente nel Novum Organum ove Bacone giunge a ripetere la tradizionale partizione dei /oci: «loci in memoria artificiali... possunt esse loci secundum proprium sensum, ve- luti janua, angulus, fenestra, et similia, aut possunt esse per- sonae familiares et notae, aut possunt esse quidvis ad pla- citum (modo in ordine certo ponantur), veluti animalia, her- bae; etiam verba, literae, characteres, personae historicae et caetera; licet nonnulla ex his magis apta sint et commoda, alia minus. L’uso dei /oc: appare a Bacone in grado di esaltare le forze della memoria al di sopra dei suoi limiti na- turali («huiusmodi autem loci memoriam insigniter iuvant, camque longe supra vires naturales exaltant »). Accostando l'ordine, ai luoghi e ai versi, insistendo sul valore delle immagini sensibili (quicquid deducat intellectuale ad ferien- dum sensum — quae ratio etiam praecipue viget in artifi- ciali memoria — iuvet memoriam), Bacone mostrava inol- tre di accogliere pienamente i risultati essenziali cui erano pervenuti i teorici della memoria artificiale. Più sottili, meno espliciti, e quindi più difficilmente de- terminabili sono, sempre relativamente a Bacone, i rapporti con la tradizione della combinatoria. A Lullo Bacone accenna soltanto una volta, in una frase che suona — ab- biamo visto — esplicita condanna. Tuttavia chi ponga mente ad alcuni temi caratteristici della filosofia baconiana, non potrà non esser portato a rilevare la concordanza di certe so- luzioni con quelle presenti in quelle sintassi universali, di precisa derivazione lulliana, alle quali Bacone fa più volte esplicito riferimento. All’immagine lulliana dell’ardor scien- trarum, presente nel del De augmentis, si connette, non a caso, il progetto di una scienza universale o filosofia prima o sapienza (Scientia universalis, Philosophia prima sive Sapientia) ben distinta dalla tradizionale metafisica. Quest’ul- tima si configura per Bacone come una fisica generalizzata fondata sulla storia naturale » che mira da un lato alla de- terminazione delle forme e dall'altro a quella delle cause fi- nali. La filosofia prima concerne invece quella porzione dell’albero delle scienze che è come una « parte comune della via », che precede la partizione e la suddivisione dei vari rami del sapere. Gli assiomi che non sono propri delle scienze particolari, ma comuni a molte scienze non sono in alcun modo riducibili a semplici similitudini: essi appaiono invece a Bacone segni e vestigi della natura impressi in materie e soggetti differenti: neque similitudines merae sunt — quales hominibus fortasse parum perspicacibus videri possint — sed plane una eademque naturae vestigia et signacula diversis ma- teriis et subiectis impressa ». Attraverso quella organica rac- colta degli assiomi, della quale Bacone lamenta l’assenza, sa- rebbe possibile porre in luce l’unità della natura. Per concludere: la vivace polemica baconiana contro i fu- namboli della memoria non investe le tecniche memorative in quanto tali, ma i ripetuti tentativi che erano stati fatti per ridurle sul piano delle arti occulte e della magia. Pie- gata alle più serie finalità della retorica, inserita nella logica della persuasione, l’ars memorativa conservava ancora un suo posto ed una sua precisa funzione nella nuova enciclopedia delle scienze. Infine il progetto baconiano di una scientia uni- versalis, mater reliquarum scientiarum si presentava, proprio come era avvenuto nella tradizione lulliana, come volto a de- terminare un’unità del sapere che trova la sua giustificazione e il suo fondamento nell’unità stessa del mondo reale. b) Descartes. Intorno alle discussioni sulle immagini e sui simboli pre- senti in taluni testi cartesiani si son scritte, anche di recente, cose assai acute e stimolanti anche se non sempre storica- mente esatte. A proposito di alcuni passi degli Olympica con- cernenti la rappresentazione, mediante corpi sensibili, delle cose spirituali, un insigne studioso di Cartesio ha parlato dell’« idée aristotelicienne de la philosophie qui n'est pas mise en cause» altri, riferendosi a quelle stesse note cartesiane e cercando di coglierne «la résonance intérieure et profonde», Per il già ricordato giudizio su Lullo cfr. De augmentis, Works; sulla filosofia prima De augmentis, Works, Sulla distinzione tra la filosofia prima baconiana e la tradizionale metafisica è da vedere il preciso giudizio d’Anperson, The phi- losophy of F. Bacon, Chicago] ha visto in esse l’espressione di un uomo «qui est à la re- cherche de l’inspiration pure »; altri infine, riferendosi alla immagine cartesiana dell’albero delle scienze, ha lungamente dissertato sulle ragioni della scelta cartesiana dell’immagine di una realtà vivente e sulla « circulation de la vie » presente nell'albero stesso.?* Ove si abbandoni il progetto di rintrac- ciare il senso di interiori risonanze e si tengano invece pre- senti i risultati cui erano giunti quegli enciclopedisti e quei retori del Cinquecento che si erano occupati delle immagini e dell’immaginazione, dei simboli e della memoria, dell’unità delle scienze e delle tecniche combinatorie, sarà forse possibile — pur raggiungendo più modesti risultati — illuminare al- cuni testi particolarmente oscuri e dare, a molte delle affer- mazioni ed osservazioni del giovane Cartesio, un senso pre- ciso e ben determinato. Una cosa va subito notata: la “condanna” cartesiana delle arti della memoria, alla quale abbiamo fatto riferimento nel precedente paragrafo, è, così come quella baconiana, assai meno recisa di quanto non possa a prima vista apparire. In un passo, volto a commentare e a criticare l’Ars memorativa dello Schenkelius, Cartesio mostra infatti di accertare e la terminologia c la stessa impo- stazione del problema della memoria presenti nella trattati- stica di derivazione “ciceroniana”: non solo egli attribuisce all’immaginazione la stessa funzione mnemonica che ad essa attribuivano i teorici della memoria artificiale, ma riconosce che quest’ultima non è, in quanto tale, priva di reale efficacia. All’Ars memorativa dello Schenkelius egli infine contrappone, ed è questo il punto che presenta un interesse particolare, una vera arte della memoria della quale offre, in una pagina circa, le regole fondamentali. All’ordine solo apparente pre- 26 Cfr. H. Gounier, Le refus du symbolisme dans l'humanisme car- tesien, in Umanesimo c simbolismo, atti del IV convegno internaz. di studi umanistici, Padova; CORTE, Lu dialectique poétique de Descartes, in « Archives de Philosophie: Autour du Discours de la méthode; P. Mesnarp, L'arbre de la sagesse, nel vol. miscellanco, Descartes, Cahiers de Royaumont, Paris, Nello stesso volume è da vedere, su questi problemi, il saggio di M. TH. Spoerri, La pwuissance métapho- rique de Descartes. Cfr., per un più ampio esame, GouHier, Les premières pensées de Descartes, Paris, Vrin,  I sente nell’opera dello Schenkel egli intende sostituire un retto ordine che deriva, a suo avviso, dalla costruzione di imma- gini poste, l'una con l’altra, in un rapporto di reciproca di- pendenza: dalle immagini di oggetti connessi tra loro ver- ranno ricavate nuove immagini o almeno, da tutte quelle im- magini, se ne ricaverà una sola; ogni immagine andrà inoltre (a differenza di quanto avveniva nell’opera dello Schenkel) posta in rapporto non solo con quella a lei più vicina, ma anche con le altre. L'immagine di un'asta gettata a terra farà così da collegamento fra la quinta e la prima immagine, quest’ultima sarà collegata alla seconda da un dardo scagliato verso di essa, alla terza da un qualche altro rapporto reale o arbitrariamente costruito.”’ In questo suo breve progetto di un nuova tecnica me- morativa, Cartesio appariva evidentemente influenzato dai ri- sultati dell’ars reminiscendi. Proprio a questi suoi interessi per l'Arte, che non si esauriscono affatto sul piano della semplice curiosità intellettuale, appaiono infatti da collegare alcune si- gnificative espressioni presenti in quelle pagine di diario note come Cogitationes privatae. In esse ritorna una dottrina cara a tutti i trattatisti della memoria artificiale da TOMAI (si veda) a Schenkel, quella relativa all'impiego delle immagini corporee o sensibili in vista della rappresentazione dei concetti astratti o « cose spirituali »: « come l’immaginazione [Descartes, Qeuvres. Perlegens Lamberti Schenkelii lu- crosas nugas (lib. De arte memoriae) cogitavi facile me omnia quae detexi imaginatione complecti: quod sit per reductionem rerum ad causas; quae omnes cum ad unam tandem reducantur, patet nulla ope esse memoria ad scientias omnes. Qui enim intelliget causas, elapsa omnino phantasmata causae impressione rursus facile in cerebro formabit. Quac vera est ars mermoriae, illius nebulonis arti plane con- traria: non quod illa effectu careat, sed quod chartam melioribus occupandam totam requirat et in ordine non recto consistat; qui ordo In eo est, ut imagines ab invicem dependentes efformentur. Ipse exco- gitavi alium modum: si ex imaginibus rerum non inconnexarum ad- discantur novae imagines omnibus communes, vel saltem si ex om- nibus simul una fiat imago, nec solum habeatur respectus ad proxi- mam, sed etiam ad alias, ut quinta respiciat primam per hastam humi proiectam, medium vero, per scalam ex qua discendent, et secunda per telum quod ad illam proiiciat, et tertia simili aliqua ratione in rationem significationis vel verae vel fictitiac. Sulla scrittura e gli altri aiuti alla memoria cfr. Entretiens avec Burman, Paris, si serve di figure per concepire i corpi, così l'intelletto si serve di taluni corpi sensibili, come il vento e la luce, per raffigurare le cose spirituali. Cose sensibili possono aiutarci a concepire quelle dell'Olimpo: il vento significa lo spirito, il moto con il tempo la vita, la luce la conoscenza, il calore l’amore, l’attività istantanea la creazione. Il fatto che Cartesio, nell’età matura, giunga a un radicale rifiuto di ogni simbolismo, non elimina, per lo storico, il compito di andar rintracciando le origini, spesso legate a temi culturali assai “torbidi” di una filosofia che si svolse sotto il segno della distinzione e della chiarezza razionale. Non a caso, negli stessi anni in cui escogitava una nuova tecnica memorativa, Cartesio pareva anteporre i risultati dell'immaginazione e della poesia a quelli della filosofia e della ragione; si dilet- tava, come già tanti fra i “maghi”, alla costruzione di «automi» e di «giardini d’ombre »; si in- formava del significato dei commenti lulliani di Agrippa; si interessava all’ordo locorum;?* insisteva, come già avevano fatto tanti fra i commentatori di Lullo, sull’unità e sull’ar- monia del cosmo: « Una est in rebus activa vis, amor, cha- ritas, armonia... Omnis forma corporea agit per harmo- niam ».°° Non si trattava solo di giovanili concessioni ad una moda filosofica. Molti anni più tardi, dopo aver letto e meditato il Pansophiae Prodromus di Comenio, Des- [Descartes, Ocuvres, Ut imaginatio utitur figuris ad corpora concipienda, ita intellectus utitur quibusdam corporibus sensibilibus ad spiritualia figuranda, ut vento, lumine: unde altius phi- losophantes mentem cognitione possumus in sublime tollere... Sensibilia apta concipiendis Olympicis: ventus spiritum significat, motus cum tempore vitam, calor amorem, activitas istantanea creationem. Mirum videri possit, quare graves sententiac in scriptis poctarum magis quam philosophorum. Ratio est quod poctae per enthusiasmum ct vim imaginationis scripsere: sunt in nobis semina scientiae, ut in silice, quae per rationem a philosophis educuntur, per imaginationem a poctis excutiuntur magisque elucent » (Oeuvres). « On peut faire un jardin des ombres qui representent diverses figures, telles que les arbres et lcs autres... dans une chambre faire [que] les rayons du soleil, passant pour certaines ouvertures, representent diverses chif- fres ou figures» (Ouvres). « Inquirebam autem diligentius utrum ars illa non consisteret in quodam ordine locorum dialecticorum unde rationes desumuntur. (Oewvres, Descartes, Ocuvres] cartes insisteva ancora (pur rifiutando come impraticabile il disegno comeniano) sullo stretto parallelismo intercorrente tra una conoscenza unica, semplice, continua, riducibile a po- chi princìpi » € la «una, semplice, continua, natura » rispetto alla quale la conoscenza si pone come una pittura o specchio. Quemadmodum Deus est unus ct creavit naturam unam, simplicem, continuam, ubique sibi cohaerentem ct res pondentem, paucissimis, constantem principiis clemen- tisque ex quibus infinitas propemodum res, sed in tria regna minerale, vegetale et animale certo inter se ordine gradibusque distincta perduxit; ita et harum rerum co- gnitionem esse oportet, ad similitudinem unius Creatoris et unius Naturae, unicam simplicem, continuam, non interruptam, paucis constantem  principiis (imo unico Principio principali) unde caetera omnia ad specialis- sima usque individuo nexu et sapientissimo ordine deducta permanent, ut ita nostra de rebus universis et sin- gulis contemplatio similis est picturae vel speculo uni- versi et singularum ceiusdem partium imaginem exactis- sime repraesentanti.5! Comunque sia da valutare il senso di queste caratteri- stiche espressioni cartesiane, certo è che il programma del giovane Cartesio — un uomo che non ha ancora « preso partito sui fondamenti della fisica» e che è solo «un ap- prenti physicien-mathématicien sans métaphysique » — può apparire, da questo punto di vista, singolarmente vicino a quello presente nelle sirtassi e nelle enciclopedie lulliane del tardo Cinquecento: dietro la molteplicità delle scienze, il loro isolamento, si nasconde un’unità profonda, una legge di connessione, una logica comune. Una volta liberate le sin- gole scienze dalla loro maschera, sarà possibile rendersi conto di una carena scientiarum nel cui ambito le singole scienze [Descartes à Mersenne in Ocuvres, Supplément. La lettera fu in precedenza pubblicata in Spisy Jana Amosa KomensgeHO, Korrespondance, a cura di Kvacala, Praga. Il Zbro cui faceva riferimento Cartesio in una lettera (Oexvres): «j'ai lù soigneusement le livre que vous avez pris la peine de m' envoyer... » era il Pansophiae Prodomus di Comenio (Cfr. Oeuvres, Supplément, ove si ricorda anche una lettera di Mersenne a Haak nella quale Cartesio è segnalato come uno dei filosofi più competenti a parlare intorno all'opera del Comenio). potranno essere ritenute con la stessa facilità con la quale si ricorda la serie dei numeri: Larvatac nunc scientiac sunt: quae, larvis sublatis, pul- cherrimae apparerent. Catenam scientiarum  pervidenti, non difficilius videbitur cas animo retinere, quam seriem numerorum.?? Il problema dell’enciclopedia appare qui, una volta an- cora, collegato in modo oltremodo significativo a quello della memoria. Questi stessi termini e gli stessi concetti ritroviamo  attribuiti a Cartesio  nel Commentatre ou remarques sur la Methode de Descartes del Poisson, mentre, nella prima delle Regulae, Cartesio afferma che la connessione sus- sistente fra le singole scienze è tanto stretta da rendere l’ap- prendimento di tutte le scienze insieme più facile della se- parazione di una di esse dalle altre: il legame di congiun- zione e di reciproca dipendenza tra le scienze, esclude che, in vista di un apprendimento della verità, si possa scegliere una scienza particolare: «credendum est, ita omnes [scien- tias] inter se esse connexas, ut longe facilius sit cunctas simul addiscere, quam unicam ab aliis separare. Si quis igitur serio rerum veritateminvestigare vult, non singularem aliquam debet optare scientiam: sunt enim omnes inter se coniunctas et ab invicem dependentes »."° Se ci volgiamo ai testi del lullismo seicentesco, ad opere che sono ben lontane dall'atmosfera cartesiana, permeate di magia e di occultismo, miranti alla fondazione della medi- cina universale e dell’enciclopedia totale, piene di riferimenti alle fonti della tradizione ermetica, troviamo presente la stessa insistenza sulla catena scientiarum, sulla molteplicità solo ap- parente delle scienze, sulla corrispondenza tra un armonioso e ordinato sapere e un’armonica natura, sulla necessità di una sapienza che superi la fittizia parzialità dei singoli rami del sapere. Il medico e mago Jean d’Aubry, seguace e tradut- tore di Lullo, mentre si difendeva dall’accusa di aver operato 9? DescarTEs, Ocuvres. Sono da vedere, su questo passo, le precise osservazioni di R. KLIbansky, The philosophic character of history, nel volume miscellanco P/ilosophy and history, Oxford, Descartes, Oeuvres, secondo magia, accennava proprio a questi concetti. A pro- posito della catena scientiarum egli si richiamava in modo assai significativo al commento alla creazione di Pico condotto secondo gli insegnamenti della cabala: P. Poisson, Commentaire, p. 73 Il regne je ne sgai quelle liaison, qui fait qu’une verité fait décou- vrir l’autre, et qu'il ne faut que trouver le bon but du fil, pour aller jusqu'à l’autre sans inter- ruption. Ce sont à peu-près les paroles de M. Descartes que j’ay leies dans un de ses fragmens manuscrits: Quippe sunt conca- tenatae omnes scientiae, nec una Jean D’AuBry, ipologie, 1638. Qui doute que les parties de la doctrine (que les sots et les igno- rants appellent sciences, comme sil y en avoit plusieurs) ne se trouvent  enchainées  l’une avec l’autre, qu'il est impossible d’estre entendu en la moindre sans avoir une pleine connoissance de tou- tes; l’Eptaple de Pic de la Mi- rande sur les jours de la création perfecta haberi potest quin aliae et l’armonie di monde de Paul sponte sequantur, et tota simul Venitien vous le montrent...?* encyclopedia apprehendatur.34 Lo studio delle connessioni esistenti tra il progetto car- tesiano di una scientia penitus nova?" e gli interessi di Car- tesio (evidenti nelle lettere al Beeckmann) per una matematizzazione della fisica, è cosa che esce dai limiti della presente ricerca. Quest'ultima può tuttavia servire a mostrare il carattere eccessivamente semplicistico dei tentativi — che si sono più volte ripetuti — di identificare senz’altro la mathesis universalis cartesiana con una pura e semplice esten- sion del metodo matematico a tutti i campi del sapere.’ La scientia nova deve «contenere i primi rudimenti della ragione umana e far uscire la verità da qualsiasi soggetto »: essa è la fonte di ogni altra umana conoscenza. Il progetto cartesiano, poi tanto ricco di complessi e importantissimi svi- luppi, aveva in realtà tratto alimento, così come quello di [Poisson, Commentaire ou remarques sur la Methode de Descartes, Vandosme (Cfr. Oeuvres). Ausry, Le triumphe de l’archée et la merveille du monde, cit., ediz. parigina del 1661 (Vatic. Racc. Gen. Medicina. IV. 1347): Apolo- gie contre certatns docteurs ecc., in appendice, pagine non numerate. Cfr. Ocuvres, Cfr. per esempio Larorte, Le rationalisme de Descartes, Paris. Per una più esatta valutazione: NOCE (si veda), sulle Meditazioni metafisiche, Padova Bacone, da un terreno storico preciso: quell’enciclopedismo di derivazione lulliana che aveva profondamente imbevuto di sé la cultura e che raggiungerà non a caso, proprio nel secolo XVII, la sua massima fioritura. Nei commenti lulliani di Agrippa, nella Syntaxes del Gregoire, nell’Opus aureum del De VALERIIS (si veda), nella Explanatio del Lavinheta, così come più tardi nella Regina scientiarum del Morestel e negli scritti del d’Aubry, ci si era volti alla ricerca di un «unico strumento » comune a tutte le scienze, di un’unica «chiave » o «sapienza» capace di garantire as- soluta certezza e assoluta verità, di fornire infallibili solu- zioni e risposte, di porsi come regola di ogni possibile scienza particolare. Alla grande diffusione di questo tipo di lettera- tura e di questi testi, noti e celebrati, più volte tradotti e più volte riediti nei principali centri della cultura europea, alla conoscenza diretta o indiretta che di essi ebbero Bacone e Cartesio, va fatta risalire l’immagine, comune ai due filo- sof, dell’ardor scientiarum. Da questo terreno storico traeva anche origine la loro ricerca — destinata poi ad orientarsi in maniera così profondamente divergente — di una scientia universalis o sapientia madre e fonte e radice unitaria di ogni ramo del sapere: Bacone, De augmentis, in Works. Quoniam autem partitiones scien- tiarum non sunt lineis diversis si- miles, quae cocunt ad unum an- gulum; sed potius ramis arbo- rum qui coniunguntur in uno trunco (qui etiam truncus ad spa- tium nonnullum integer est cet continuus, antequam se partiatur in ramos); idcirco postulat res ut  priusquam  prioris  partitionis membra persequamur, constitua- tur una Scientia universalis, quae sit mater reliquarum ct habetur in progressu doctrinarum  tan- quam portio viae communis an- tequam viae se separent cet di- siungant. Hanc Scientiam Philo- Descartes, Regulae, c Pref. ai Principes, in Ocuvres. Quicumque tamen attente respe- xerit ad meum sensum facile per- cipiet me nihil minus quam de vulgari Matematica hic cogitare, sed quamdam aliam me expone- rc disciplinam, cuius integumen- tum sit potius quam partes. Haec enim prima rationis humanae ru- dimenta continere, et ad veritates cx quovis subiecto cliciendas se extendere debet; atque, ut libere loquar, hanc omni alia nobis hu- manitus tradita cognitione potio- rem, utpote aliarum omnium fon- tem, esse mihi persuadco... Ainsi toute la philosophie est comme un arbre, dont les racines sont sophiac primae, sive etiam Sa- la méthapysique, le tronc est la pientiac.. nomine insignimus. physique, et les branches qui sor- tent de ce tronc sont toutes les autres sciences. Gli aiuti della memoria nel metodo baconiano: tavole, to- pica, induzione. Ponendo mente alla dottrina ramista secondo la quale la memoria si presenta come una delle parti o sezioni della dia- lettica, acquista particolare significato la classificazione ba- coniana della logica presente nell’Advancement of learning e in seguito ripresa nel De augmentis scientiarum. Per Bacone la logica comprende quattro parti o sezioni de- nominate arzi intellettuali: tale quadripartizione è fondata sui fini o gli scopi che l’uomo si propone di realizzare. L'uomo: trova ciò che ha cercato; giudica ciò che ha trovato; rittene ciò che ha giudicato; trasmette ciò che ha ritenuto. Siamo quindi in presenza di quattro arti: l’arte della ricerca o dell'invenzione (art of inquiry or invention); l’arte dell'esame o del giudizio (art of examination or judgement); 3) l’arte della conservazione o della memoria (art of cu- stody or memory); l’arte della elocuzione o della comunicazione (art of elocution or tradition). In questa classificazione Bacone si richiamava da un lato alle tradizionali partizioni della retorica, dall'altro alle posizio- ni ramiste: si discostava da entrambe queste posizioni quando dava al termine « invenzione » un significato molto più ampio di quello tradizionale distinguendo nettamente fra invenzione degli argomenti e invenzione delle scienze e delle arti. In quest'ultimo settore Bacone riscontra le maggiori deficienze: Advancement of Learning, Works,; De augmentis, Works mentre per l’invenzione degli argomenti è più che sufficiente la logica tradizionale, per consentire all'uomo l’invenzione di nuove arti e quindi il dominio della natura è necessario procedere ad una riforma del metodo scientifico fornendo alla conoscenza umana un nuovo organo o strumento logico."° La interpretatio naturae o la nuova induzione, teo- rizzata da Bacone nel secondo libro del Novum Organum è quindi solo una delle due parti nellequali si articola l’arte dell'invenzione la quale è, a sua volta, una delle quattro parti nelle quali si suddivide la logica baconiana. La riforma dell’induzione scientifica è quindi solo un aspetto e una sezione di quella generale restaurazione del sapere che Bacone ha in animo di realizzare. Quando si cera mosso sul piano delle «scienze antiche e popolari o della logica ordinaria, Bacone cerca di chiarire la funzione della memoria e delle arti memorative nell’ambito di quella parte dell’ars inveniendi che mira non ad inventare opere ed arti, ma si limita ad inventare argomenti e si pone come una tecnica della per- suasione. Il problema dell’ars memorativa e della memoria si porrà tuttavia, per Bacone, anche nell’ambito della inter- pretatio naturae o della nuova logica. Le considerazioni svolte da Bacone nella Delineatio sulla totale e assoluta diversità fra la logica ordinaria e la logica della scienza, sulla radicale differenza di fini e di procedi- menti delle due logiche, non gli impediranno di richiamarsi, nel caso della ministratio ad memoriam (che è parte inte- grante e costitutiva della nuova logica) a un ordine di con- siderazioni assai simile a quello al quale aveva fatto riferi- mento muovendosi sul piano delle «arti del discorso » 0 della «logica ordinaria ». Nel caso dei discorsi ec della in- venzione degli argomenti, le difficoltà nascevano dalla pre- senza di una molteplicità di termini e di argomenti; sul ter- reno delle opere e del metodo scientifico, le difficoltà nascono dalla presenza di una infinita molteplicità di fatti. La dot- trina baconiana degli aiuti della memoria, svolta nella Delt- neatto e più tardi ripresa nel Novum Organum, risulta da un adattamento a questa diversa situazione delle regole che 39 Advancement, Works] guidavano l'invenzione degli argomenti e che costitutvano l’arte del ricordare e disporre gli argomenti. Per realizzare discorsi coerenti e persuasivi, per inventare argomenti era necessario, secondo Bacone: 1) disporre di una raccolta di argomenti estremamente ampia (promptuaria); 2) disporre di regole atte a limitare un campo infinito e a determinare un campo di discorso specifico e limitato (topica). Il compito attribuito all’arte della memoria consisteva nella elaborazione di una tecnica (fondata sull’uso delle pre- nozioni, degli emblemi, dell’ordine, dei luoghi, dei versi, della scrittura, ecc.) che mettesse l’uomo in grado di realizzare con- cretamente le due possibilità ora indicate. In sede di metodologia scientifica (nterpretatio naturae) le cose non procedono per Bacone in maniera molto differente: «Gli aiuti della memoria — egli scrive adempiono al se- guente compito: dalla immensa moltitudine dei fatti parti- colari e dalla massa della storia naturale generale, viene di- staccata una storia particolare le cui parti vengono disposte in un ordine tale da consentire all’intelletto di lavorare su di esse e di esercitare la propria funzione... In primo luogo mo- streremo quali siano le cose che devono essere ricercate in- torno ad un dato problema: il che è qualcosa di simile ad una topica. In secondo luogo in quale ordine esse vadano disposte e suddivise in tavole... In terzo luogo mostreremo in qual modo e in quale momento la ricerca vada integrata e le precedenti carte o tavole siano da trasportare in tavole nuove... La ministratio ad memoriam si articola quindi in tre dottrine: l’invenzione dei /oci, il metodo della tabula- zione, e il modo di instaurare la ricerca ».!° 4° Partis instaurationis secundac delineatio, Works, IMinistra- tio ad memoriam hoc officium praestat ut ex turba rerum particula- num, ct naturalis historiae generalis acervo, particularis historia excer- patur, atque disponatur eo ordine, ut iudicium in cam agere, et opus suum exercere possint... Primo docebimus qualia sint ca, quae circa subiectum datum sive propositum inquiri debeant, quod est instar topicae. Secundo, quo ordine illa disponi oporteat, et in tabulas digeri... Tertio itaque ostendemus quo modo et quo tempore inquisitio sit reintegranda, et chartae sive tabulae praecedentes in chartas novellas transportandae... Itaque ministratio ad memoriam in tribus (ut dixi- mus) doctrinis absolvitur: de locis inveniendis, de methodo conta- bulandi, et de modo instaurandi inquisitionem. La memoria abbandonata a se stessa, afferma ancora Ba- cone nella Delineatio, non solo è incapace di abbracciare la immensità dei fatti, ma non è neppure in grado di indicare gli specifici fatti dei quali si ha bisogno in una ricerca par- ticolare. Di fronte alla storia naturale generale (che corri- sponde a ciò che in sede retorica è la promptuaria o indiscri- minata raccolta di argomenti) sono dunque necessarie regole per determinare il campo della ricerca e per ordinare i con- tenuti di questo campo. Per rimediare alla situazione di na- turale fragilità della memoria e metterla in grado di funzio- nare come strumento di conoscenza ci si richiama dunque: 1) ad una topica o raccolta di luoghi che insegna quali siano i fatti sui quali bisogna indagare in relazione ad una data ricerca; 2) alle sadelae che hanno il compito di ordinare i fatti in modo che l'intelletto si trovi di fronte non ad una realtà caotica e confusa, ma ad una realtà organizzata. Quanti da Ramo a Melantone, da Pietro da RAVENNA (si veda sotto TOMAI) a ROSSELLI (si veda), dal Romberch a GRATAROLI (si veda) avevano rivolto la loro attenzione ad una discussione dei problemi attinenti alla topica e alla memoriaartificiale, avevano insistito proprio sulla funzione dei /uoghi come mezzo per delimitare un campo di ricerca altrimenti infinito e per introdurre ordine in questo campo. Per Melantone (ma molti altri autori potrebbero es. sere citati al suo posto) i /oc; admonent ubi quacrenda sit materia aut certe quid ex magno acervo eligendum et quo ordine distribuendum sit. Nam loci inventionis tum apud dialecticos tum apud rhetores non conducunt ad inveniendam materiam, quam ad cligendam postquam acervus aliquis... oblatus fuerit. La Partis instaurationis secundae delineatio, alla quale ci siamo ora riferiti, risale al 1607 circa; ma nelle opere della piena maturità Bacone sarà su questi temi altrettanto espli- cito: nel decimo paragrafo del secondo libro del Nowvum Organum si afferma: «la storia naturale e sperimentale è tanto varia e sparsa da confondere e quasi disgregare l’intel- letto ove non sia composta e ridotta in ordine idonco. Bi- sogna pertanto dar luogo a tavole e a coordinationes instantiarum in modo che l’intelletto possa agire su di esse ».‘! Le ce- lebri sabulae baconiane costituiscono, anche nel Novum Or- ganum, parte integrante della ministratto ad memoriam. Ad esse spetta un compito preciso: organizzare e ordinare i con- tenuti della storia naturale. Dopo che il materiale è stato or- ganizzato nelle tre tabulae l'intelletto si trova di fronte ad una serie ordinata di fatti, non è più «come smarrito »: da questa situazione trae inizio quel procedimento che Bacone chiama la nuova induzione. L’intero procedimento induttivo baconiano  che non è certo il caso di fermarsi qui ad esporre  ha senza dubbio i suoi fondamenti proprio nella dottrina delle tabulae. Que- stultima appare costruita in funzione di un ordinamento della realtà naturale capace di introdurre nella molteplicità caotica dei fatti fisici una disposizione e un ordine tali da con- sentire all’intelletto di andar rintracciando connessioni reali. In questo senso la compilazione delle sabulze si presenta stret- tamente connessa a quella invenzione det luoghi naturali che attirerà per lunghi periodi l’interesse di Bacone. Il primo, or- ganico tentativo compiuto da Bacone di gettare le basi di una invenzione di luoghi naturali e di un metodo di tabulazione risale al 1607-1608 e non a caso, in questi anni, Bacone usa i termini topica e tabulae (o chartae) come sinonimi. Nei Cogr-tata et visa del 1607 troviamo annunciata con molta precisione la funzione attribuita alle tavole : Ante omnia visum est ci tabulas inveniendi sive legi- timae inquisitionis formulas, hoc est materiem particula- rem ad opus intellectus ordinatam, in aliquibus subiectis proponi, tamquam ad exemplum cet operis descriptionem fere visibilem. Nel Commentarius solutus, egli annota rapidamente: « The finishing the 3 tables, de motu, de calore et frigore, de sono ». Se ci volgiamo a considerare gli appunti del Commentarius ci troviamo in presenza di una elencazione Ja Liu i > Novum Organum. Historia vero naturalis et experimentalis tam varia est et sparsa, ut intellectum confundat et disgreget, nisi sista- tur et comparcat ordine idoneo. Itaque formandae sunt tabulae et coor- dinationes instantiarum, tali modo et instructione, ut in cas agere possit intellectus ». 4° Works] di veri e propri luoghi naturali raggruppati in diverse carte.!? Non diversamente sono strutturate le tre brevi opere che risal- gono a questo periodo e che rappresentano la prima realizza- zione del programma indicato nei Cogitata et Visa e nel Com- mentarius solutus: la Inquisitio legitima de motu, la Sequela chartarum sive inquisitio legitima de calore et frigore, la Historia et inquisitio prima de sono et auditu."' Nella prefazione alla prima di queste tre operette Bacone, mentre poneva in luce la funzione essenziale che spetta alla topica c alle tavole, distingueva due differenti tipi di tavole: quelle che devono riunire i fatti più visibili e che si riferiscono a un determinato oggetto di ricerca (machina intellectus infe- rior seu sequela chartarum ad apparentiam primam) c quelle che hanno il compito, più alto, di aiutare l'intelletto a cono- scere « ciò che è nascosto penetrando in tal modo fino alla « forma » delle cose (machina intellectus superior sive sequela chartarum ad apparentiam secundam). Le diciannove tavole elencate da Bacone nella Inquisitio legitima de motu costitui- vano una topica o «sistemazione provvisoria » che avrebbe dovuto consentire il passaggio alle tavole del secondo gruppo. Queste ultime (la machina superior) non sono in realtà che le tabule presentiae, absentiae, graduum del Novum Organum. L'immagine baconiana dell’universo come labirinto e come selva, la sua convinzione che l’architettura del mondo « sia piena di vie ambigue, di fallaci somiglianze, di SEGNI, di nodi e di spirali avvolti e complicati, condiziona, in modo radi- cale, la dottrina baconiana del metodo. Uno dei compiti, se non il compito fondamentale, del metodo è, per Bacone, quello di introdurre ordine in questa caotica realtà. Nella Delineazio Commentarius solutus, Works. Tria motuum ge- nera imperceptibilia, ob tarditatem, ut in digito horologii; ob minu- tias, ut liquor seu aqua corrumpitur ct congelatur cte.; ob tenuitatem, ut omnifaria aeris, venti, spiritus... Nodi et globi motuum, and how they concur and how they succeed and interchange in things most frequent. The times and moments wherein motions work, and which is the more swift and which is the more slow ». 44 I tre scritti sono rispettivamente in Works; Inquisitio legitima de motu, Works. Praefatio gencralis, Works] troviamo, a questo proposito, un'ammissione quanto mai significativa : la verità, scrive Bacone, emerge più facilmente dalla falsità che dalla confusione (« citius enim emergit veritas e falsitate quam e confusione »). Il compito, essenziale e fondamentale, di una eliminazione della confu- sione figurava, nella stessa opera, fra gli aiuti della memoria.*' « Eliminare la confusione », porre rimedio alla povertà di conoscenze fattuali dando luogo a raccolte di istanze certe: questi appaiono a Bacone i compiti fondamentali del nuovo metodo di interpretazione della natura. Di fronte a questi compiti le sue stesse tadulae gli appaiono nulla più di semplici esempi di un gigantesco lavoro che attende di essere realiz- zato (« neque enim tabulas conficimus perfectas, sed exempla tantum »).'* La stesura di una logica del sapere scientifico, alla quale Bacone aveva dedicato non poche delle sue fatiche fino dagli anni del Valerius Terminus, fu addirittura inter- rotta perché Bacone era fermamente persuaso che la costru- zione di tavole perfette costituisse l'elemento decisivo in vista della fondazione di un nuovo sapere scientifico. La storia na- turale, la raccolta organizzata dei fatti, la limitazione e la delimitazione dei diversi campi di ricerca, la costruzione di una serie di elenchi di luoghi naturali appartenenti ad un campo specifico (le Aistoriae particulares): tutto ciò gli apparve così importante da indurlo a interrompere la stesura del Novum Organum e a parzialmente svalutare quella stessa « macchina logica » che era stata per molti anni al centro dei suoi interessi.‘ La ordinata raccolta di materiali, la costruzione di una organizzata enciclopedia di tutti i fatti naturali raccolti nelle storie particolari, l’apprestamento di una raccolta di fatti o «storia generale » che fosse in grado di fornire nuovi mate- riali alle stesse storie particolari (Sylva silvarum): tutti questi progetti apparvero a Bacone, almeno al termine della sua 4° Delineatio, Works, cfr. anche Novun Organum, Novum Organun. Sul significato, da questo punto di vista, dell’ ultimo paragrafo del libro I del Novum Organum cfr. B. FarrINGTON, F. Bacon: philosopher SCIA science, New York, 1949, trad. ital. Torino] vita, assai più importanti di ogni indagine volta a perfezio- nare l’apparato teorico delle scienze. Ognuna delle storie par- ticolari alle quali Bacone lavora affannosamente (il suo progetto comprendeva centotrenta storie) risponde a una duplice esigenza: eliminare le opinioni tradizionali muo- vendosi entro un campo di fatti accertati; disporre i fatti entro i campi particolari dando luogo ad una raccolta ordinata. Ove si passi da una considerazione generica ad una diretta lettura di queste « storie » baconiane, ci si renderà conto che esse si presentano appunto come raccolte di luoghi naturali e che esse rappresentano il tentativo di portare a compimento quel lavoro di raccolta già iniziato nella Inquisizio legitima de motu, nella Inquisitio de calore et frigore, e nella Historia et inquisitio prima de sono et auditu. Sostituendo alle raccolte di luoghi retorici una raccolta di luoghi naturali, piegando l’arte della memoria a fini differenti da quelli tradizionali, concependo le sabulae come mezzi di ordinamento della realtà mediante i quali la memoria prepara una « realtà organizzata » all’opera dell’intelletto, Bacone ave- va introdotto, entro la sua logica del sapere scientifico, alcuni tipici elementi derivanti da una precisa tradizione. Da questo punto di vista la sua « nuova » logica era assai più vicino di quanto egli non ritenesse alle impostazioni che un Ramo o un Melantone avevano dato alla dialettica quando l’avevano con- cepita come lo strumento atto a disporre ordinatamente le no- zioni. Vale la pena di ricordare ancora una volta la definizione che Melantone aveva dato del metodo quando lo aveva quali- ficato un’ars che quasi per loca invia et per rerum confusionem trova e apre una via ponendo in ordine le res ad propositum pertinentes e la definizione ramista della dispositio (che si identifica per Ramo con il iudicium e con la memoria) come apta rerum inventarum collocatio. AI di là di tutte le grandi differenze che si possono senza dubbio elencare, il concetto baconiano del metodo della scienza si muove ancora su questo terreno: // metodo è un mezzo di ordinamento e di classificazione degli elementi che compon- gono la realtà naturale. La dottrina della ministratio ad me- moriam aveva esercitato, da questo punto di vista, un peso decisivo sulla costruzione baconiana di una nuova logica e di un nuovo metodo delle scienze. Gli atuti alla memoria e la dottrina dell’ enumerazione nelle Regulae. Gli echi della trattatistica rinascimentale sulla memoria artificiale ricompaiono, oltre che nei frammenti del giovane Cartesio, anche nel testo delle Regulae. Quando, nella regole, Cartesio concepisce la scrittura come un'arte esco- gitata a rimedio della naturale labilità della memoria e parla di un intelletto che « va aiutato dalle immagini dipinte dalla fantasia » non fa che ripetere nei loro termini più tradizionali, luoghi comuni presenti in quasi tutti i testi della mnemotecnica di derivazione ciceroniana: Anonimo  (Marciana, lat. ). vVescarTEs, Regulae, in Ocuvres, X, p. 454. . operae practium est omnes alias Sicut enim invenerunt. homines [dimensiones] ita retinere, ut fa- diversas artes ad iuvandum di- cile occurrant quoties usus exigit;  versis modis naturam, sic enim in quem finem memoria videtur videntes quod per naturam me- a natura instituta. Sed quia haec sacpe labilis est... aptissime scri- bendi usus ars adinvenit; cuius ope freti... quaccunque erunt re- stituenda in charta pingemus. moria hominis labilis est, conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu memo- riam... et sic adinvenerunt scrip- turam... A questa stessa assai antica tradizione si era del resto ri- chiamato Bacone nel De augmentis quando aveva visto anche egli nella scrittura il principale aiuto alla memoria: adminiculum memoriae plane scriptio est, atque omnino monendum quod memoria, sine hoc adminiculo, rebus prolixioribus impar sit, neque ullo modo nisi de scripto recipi debcat.5! Il ricorso cartesiano alle « immagini corporee », ai simboli, alla scrittura acquista tuttavia, all’interno della complessa me- todologia delle Regw/ze, un senso particolare. La scrittura e la «rappresentazione sulla carta » servono a sgombrare l’animo da ogni sforzo mnemonico, a liberarlo da esso, in modo che °° A queste conclusioni, sulla base di una trattazione più analitica degli scritti baconiani, ero già pervenuto nello studio  Bacone, dalla magia alla scienza, Bari, Works, la fantasia e l’intelligenza possano essere completamente ri- volte alle idee o agli oggetti presenti: fiduciosi nell’aiuto della scrittura  afferma Cartesio  non affideremo nulla alla memoria, ma, lasciando libera e completa la fantasia alle idee presenti, rappresenteremo sulla carta qualunque cosa si vorrà ricordare; nessuna di quelle cose che non richiedono perpetua attenzione, se può esser messa sulla carta, deve essere impa- rata a memoria, affinché un ricordo inutile non sottragga parte della nostra intelligenza alla cognizione dell'oggetto prc- sente. Ai segni o simboli arbitrariamente scelti (a, b, c. ecc. per le grandezze note; A, B, C, ecc. per quelle ignote) è affi- data questa funzione mnemonica: essi saranno proprio per questo « brevissimi » di modo che « dopo aver scorto distin- tamente le singole cose, possiamo percorrerle con un moto celerissimo di pensiero e insieme quanto più è possibile simultancamente. Il problema della notazione o della scrittura e quello, Qeuvres: nulla unquam esse memoriac mandanda ex iis, quac perpetuam attentionem non requirunt, si possimus ea in charta deponere, ne scilicet aliquam ingenii nostri partem obiecti prae- sentis cognitioni supervacua recordatio surripiat... nihil prorsus memo- riac committemus, sed liberam et totam pracesentibus ideis phantasiam reliquentes, quaecumque erunt retinenda in charta pingemus; idque per brevissimas notas, ut postquam singula distincte inspexcrimus... possimus... omnia celerrimo cogitationis motu percurrere et quamplu- rima simul intucri. Quidquid ergo ut unum ad difficultatis solutionem crit spectandum, per unicam notam designabimus, quae fingi potest ad libitum. Sed, facilitatis causa, utemur characteribus a, b, c, etc. ad magnitudines iam cognitas, et A, B, C, etc., ad incognitas cexpri- mendas... ». 53 Ancor più chiaramente che nelle Regulae (si veda il passo citato nella nota precedente) il problema della notazione o dell'impiego dei simboli algebrici si collega, nel testo del Discours de la méthode (cfr. Ocuvres; ediz. Gilson) al problema della ritenzione e della memoria: « Je pensai que, pour les considérer micux en par- ticulier [si fa riferimento ai rapporti c alle proporzioni], je les devais supposer en des lignes, à cause que je ne trouvais rien de plus simple, ni que je puisse plus distinctement représenter à mon imagination et à mes sens; mais que, pour les retenir ou les comprendre plusieurs ensemble, il fallait que je les expliquasse par quelques chiffres, les plus courts qu'il serait possible ». Il termine chiffres è tradotto, nella edizione latina, con «characteribus sive quibusdam notis» (cfr. Oewvres) ad esso strettamente connesso, degli aiuti della memoria (« utendum est... memoriae auxiliis », dice il titolo di una delle regole) vanno in tal modo a intrecciarsi strettamente, nel pensiero cartesiano a quelli dell’intuizione e di quel « moto continuo e non interrotto del pensiero » nel quale consiste la deduzione. Nel corso della regola III Cartesio chiarisce le ragioni della presenza, accanto all’intuito, di un altro « modo di conoscenza che avviene per deduzione ». L'’intuito, che è «un concetto della mente pura tanto ovvio e distinto » da escludere ogni possibilità di dubbio, è richiesto non per i soli enunciati (« ognuno può intuire che egli esiste, che egli pensa, che il triangolo è delimitato soltanto da tre linee » ecc.), ma anche per qualsiasi tipo di discorso: 2 e 2 fanno il medesimo di 3 e 1; non soltanto si deve intuire che 2 e 2 fanno 4 e che 3 e 1 fanno pure 4, ma anche che quella terza proposizione si conclude necessariamente da queste due.?* La deduzione, di principio, si riduce dunque a intuizione. A tale riducibilità di principio non corrisponde tuttavia una riducibilità di fatto : di qui la necessità di introdurre un diverso termine, quello di deduzione. Molte cose vengono sapute con certezza nonostante non siano evidenti di per sé: una verità, di per sé non auto- evidente, può essere infatti la necessaria conseguenza di una ininterrotta catena di verità autoevidenti attraverso la quale, con un moto continuo di pensiero, « passa » la nostra mente. Ogni passo di questo moto o ogni « anello della catena » viene afferrato mediante una intuizione immediata, ma la conclu- sione, vale a dire la necessaria connessione tra il primo e l’ul- timo anello della catena non è presente alla mente con la stessa evidenza che caratterizza la intuizione intellettuale. Sappiamo che l’ultimo anello è congiunto con il primo. Non vediamo tuttavia, con un solo e medesimo sguardo, tutti gli anelli intermedi dai quali la connessione dipende: ci limitiamo per- tanto a passarli l’uno dopo l’altro in rassegna e a ricordare che i singoli anelli, dal primo all’ultimo, stanno attaccati ai 34 Qeuvres. At vero haec intuitus evidentia et certitudo, non ad solas enuntiationes, sed etiam ad quoslibet discursus requiritur. Nam; exempli gratia, sit haec consequentia: 2 et 2efficiunt idem quod 3 et 1; non modo intuendum est 2 et 2 efficere 4, et 3 et |] cf- ficere quoque 4, sed insuper ex his duabus propositionibus tertiam illam necessario concludi ». più vicini. La distinzione fra intwstus e deductio è fondata ap- punto su ciò: nella deductio si concepisce un movimento o una successione che è del tutto assente nell’ /nzetzs; alla de- duzione non è necessaria quella attuale evidenza che è pre- sente nell’intuito: la deduzione mutua in certo modo la sua certezza dalla memoria.” Nel caso di deduzioni non particolarmente complesse o di brevi « catene » è sufficiente la memoria naturale; ove tut- tavia le « catene » siano così ampie da oltrepassare le nostre capacità intuitive e le deduzioni corrispondentemente com- plesse è necessario per Cartesio « soccorrere la naturale infer- mità della memoria » (« memoriae infirmitati succurrendum esse »). La conoscenza di una necessaria connessione tra il primo e l’ultimo anello della catena richiede infatti la dedu- zione dell’ultimo anello: dedurlo vuol dire pervenire ad esso passando «con moto continuo e non interrotto del pensiero » da anello ad anello. Ove venga trascurato anche un solo anello la deduzione apparirà impossibile o illegittima. In questo senso va soccorsa la memoria: La deduzione si compie talvolta mediante una così lunga concatenazione di conseguenze che, quando perveniamo ad esse, non ci ricordiamo facilmente di tutto il cammino che ci ha condotto fin lì: per questo diciamo che si deve > Qeuvres. Hinc iam dubium esse potest, quare, prae- ter, intuitum, hic alium adiunximus cognoscendi modum, qui sit per deductionem: per quam intelligimus, illud omne quod cx quibusdam aliis certo cognitis necessario concluditur. Sed hoc ita faciendum fuit, quia plurimae res certo sciuntur, quamvis non ipsac sint evidentes, modo tantum a veris cognitisque principiis deducantur per continuum ct nullibi interruptum cogitationis motum singula perspicue intuentis: non aliter quam longae alicuius catenae extremum annulum cum primo connecti cognoscimus, etiamsi uno eodemque oculorum intuitu non omnes intermedios, a quibus dependet illa connexio, contemplemur, modo illos perlustraverimus successive, et singulos proximis a primo ad ultimum adhaerere recordemur. Hic igitur mentis intuitum a deduc- tione certa distinguimus ex co, quod in hac motus sive successio quac- dam concipiatur, in illo non item; et praeterea, quia ad hanc non ne- cessaria est praesens evidentia, qualis ad intuitum, sed potius a me- moria suam certitudinem quodammodo mutuatur ». (Cfr. anche le regole, Ocuvres.] portare aiuto alla debolezza della memoria mediante un continuo movimento del pensiero?" Quel processo che Cartesio chiama enumerazione o indu- zione (enumeratio sive inductio) costituisce appunto questo giuto alla memoria. Il fine che si propone questa minsstratio ad memoriam (per usare il termine baconiano) è l’acquisizione di una rapidità o celerità nella deduzione tale da ridurre al minimo, pur senza totalmente eliminarlo, il ruolo esercitato dalla stessa memoria e tale da conferire ad un insieme di co- noscenze troppo complesso per essere abbracciato da una sola intuizione, l'immediata evidenza che è privilegio della stessa capacità intuitiva: «Se mediante diverse operazioni ho conosciuto quale sia il rapporto tra la grandezza A e B, poi tra Be C, poi tra C e De infine tra D e E, non per questo vedo il rapporto tra A e E, né lo posso ricavare con esattezza dalle cose già cono- sciute se non mi ricordo di tutte. Per questo le percorrerò tante volte con una specie di moto dell’immaginazione che in- tuisce le singole cose e insieme si trasferisce nelle altre, finché abbia imparato a passare dalla prima all’ultima con tanta celerità che, quasi non lasciando alcuna parte alla memoria, mi sembri di intuire tutto insieme. In tal modo, mentre si aiuta la memoria, si corregge anche la tardità dell'ingegno e si amplia in qualche modo la sua capacità ».' E’ tuttavia possibile, ritengo, mettere in luce alcuni punti le) di contatto più profondi di quelli finora rilevati tra il testo % Qeuvres. Hoc enîm sit interdum per tam longum conse- quentiarum contextum, ut, cum ad illas devenimus, non facile recor- demur totius itineris quod nos co usque perduxit; ideoque memoriae infirmitati continuo quodam cogitationis motu succurrendum esse dicimus ». Ocuvres: « Si igitur, ex. gr., per diversas operationes cognoverim primo, qualis sit habitudo inter magnitudines A et B, deinde inter B et C, tum inter C et D, ac denique inter D et E: non idcirco video qualis sit inter A et E, nec possum intelligere praecise ex iam cognitis, nisi omnium recorder. Quamobrem illas continuo quodam imaginationis motu singula intuentis simul et ad alia tran- seuntis aliquoties percurram, donec a prima ad ultimam tam celeriter transire didicerim, ut fere nullas memoriae partes reliquendo, rem totam simul videar intueri; hoc enim pacto, dum memoriae subveni- tur, ingenii ctiam tarditas emendatur, ciusque capacitas quadam ra- tione cxtenditur.] cartesiano delle Regulae e quella tradizione di ars memorativa alla quale ci siamo fin qui richiamati. Beck, che sulla metodologia delle regulæ ha scritto pagine assai acute, ha nettamente (e a mio avviso giustamente) distinto due diversi significati o due differenti accezioni del termine enumerazione in Cartesio. Quando fa riferimento, nel Discorso, alla enu- merazione Cartesio parla infatti da un lato d’enumerazioni complete, denombrements entiers, e dall'altro di revisioni generali, revues générales. La traduzione latina del Discorso, rivista come è noto dallo stesso Cartesio, chiarisce ancor me- glio la distinzione qui adombrata: l’espressione denombrements entiers viene tradotta con singula enumerare, quella revues générales con omnia circumspicere. Comunque sia da considerare la distinzione fra questi due diversi aspetti o queste due diverse funzioni dell’enumerazione, resta il fatto che con questo termine Cartesio sembra far riferimento: a quel rimedio alla memoria che deve essere presente, abbiam visto, nel caso di deduzioni particolarmente complesse o di catene  troppo lunghe; all’ordinamento delle condizioni dalle quali dipende la soluzione di un problema particolare e a quell’iniziale ordinamento dei dati che è preliminare ad ogni ricerca e che mira all’ « isolamento » e alla determina- zione del problema stesso. « Enumerazione o induzione — scrive Cartesio nelle regola — è una diligente e accurata ricerca di tutto quanto concerne una questione proposta, sì che da essa si possa con- cludere con certezza ed evidenza che nulla è stato ingiusta- mente tralasciato. La funzione attribuita alla enumerazio [Beck, The Method of Descartes, a study of the regulæ, Oxford. Sull'enumerazione cartesiana: Husert, La théorie cartesienne de lenumeration, in « Revue de metaphysique et de morale ; Sirven, Les années d'apprentissage de Descartes, Paris; Gitson, ediz. del Discosrs, Paris; N. KeMr SMITH, New Studies in the Philosophy of Descartes, London, Qetivres Qeuvres. Est igitur haec cnumeratio sive inductio, corum omnium quae ad propositam aliquam quaestionem spectant, tam dili- gens et accurata perquisito, ut ex illa certo evidenterque concludamus, nihil a nobis perperam fuisse praetermissum ». appare qui assai diversa da quella alla quale abbiamo fin’ora fatto riferimento. Enumerare vuol dire qui procedere ad una classificazione logica (che si svolge normalmente prima del processo deduttivo) in vista di una determinazione e limita- zione dei problemi. Si tratta, come dice esattamente Beck, di un « preparatory making-out of the field of knowledge in which a proposed investigation of some particular problem is presently to take place. A Beck, che è esclusivamente interessato ad un esame della struttura formale del metodo cartesiano c delle relazioni intercorrenti tra i vari scritti di Cartesio, è sfuggita (così come agli altri interpreti)? la sostanziale affinità tra questa accezione del termine enumerazione e la topica baconiana che si presenta anch’essa, non a caso, come un aiuto alla memoria. Il prin- cipale compito degli aiuti alla memoria consisteva per Bacone nella costruzione di regole atte a limitare il campo infinito. Ad una perfetta conoscenza dei testi cartesiani non corrisponde, così nel caso di Beck come in quello del Gouhier, una altrettanto perfetta conoscenza dei testi filosofici e non filosofici circolanti nella cultura francese ced europea del primo Seicento. Si veda per esempio (per re- stare nei limiti dei problemi qui trattati) come Gouhier, nel suo bel libro su Les premières pensées de Descartes, liquidi in due righe il problema dei rapporti tra Cartesio e la tradizione del lullismo senza aver preso visione dell’unico studio sull'argomento e senza rendersi conto che il giudizio cartesiano su Lullo (parler sans jugement des choses qu'on ignore ») non è che la ripetizione di un luogo presente nei testi filosofici da Agrippa a Bacone. Anche l’espressio- ne cartesiana «in quodam ordine locorum dialecticorum unde ratio- nes desumuntur » fa riferimento, contrariamente a quanto mostra di credere Gouhier, ad un ben preciso tipo di letteratura; così come l'affermazione una est in rebus activa vis ecc.» e il proposito di servirsi di «cose sensibili » per raffigurare lc « spirituali » ec l’imma- gine della catena scientiarum risultano del tutto incomprensibili e gra- tuiti, pur prestandosi ad eleganti considerazioni di carattere specula- tivo, ovc non vengano intesi nei loro rapporti con un ambiente e con una tradizione. Cartesio, che aveva letto le pagine dello Schenkel, non aveva certo bisogno di ricorrere a Keplero per concepire le cose corporee come simboli di quelle spirituali. Ma del passo cartesiano che fa riferimento all’ars memoriae dello Schenkel, Gouhier elimina la seconda metà (che risulta difficilmente comprensibile a chi non abbia visto il testo di Schenkel) senza poter spiegare in alcun modo in che cosa consiste il « nuovo procedimento » che Cartesio ritiene di aver inventato.] della conoscenza umana e a determinare quindi un campo di conoscenza specifico e limitato: « dalla immensa moltitudine dei fatti viene distaccata una storia particolare le cui parti vengono ordinatamente disposte... in primo luogo mostreremo quali siano le cose che devono essere ricercate intorno a un dato problema, il che è qualcosa di simile a una topica; in secondo luogo in quale ordine esse vadano disposte e suddi- vise. L’enumerazione, come aiuto alla memoria, ha quindi per Cartesio il compito di svolgere una accurata ricerca di tutto quanto concerne una questione proposta; quella sorta di  topica che costituisce per Bacone il principale aiuto della me- moria ha esattamente lo stesso compito e la stessa funzione: mostrare quali siano le cose che devono essere ricercate intorno a un dato problema. Dopo aver preliminarmente isolato e determinato un problema o una questione (proprio questo, ab- biam visto, era il compito che la tradizione retorica affidava ai loci) si doveva, secondo Bacone, procedere ad un ordina- mento, ad una suddivisione e ad una classificazione delle cose concernenti la questione proposta. Su questo punto c da que- sto punto di vista la posizione di Cartesio non è in alcun modo differente. Se si dovessero considerare una ad una le singole cose che riguardano la questione proposta non sarebbe sufficiente la vita di nessun uomo. Ma se tutte le cose vengano disposte nell'ordine migliore, in maniera che siano ridotte il più pos- sibile a classi determinate, sarà sufficiente vedere esattamente una sola di queste, oppure qualcosa di ciascuna, o almeno non ripercorreremo mai niente due volte invano; ciò è di tanto giovamento che spesso, in base a un ordine bene stabilito, si compiono rapidamente e senza difficoltà molte cose che, al primo aspetto, apparivano immense. Qcuvres. Addidi etiam enumerationem debere esse ordinatam... si singula quae ad propositum spectant, essent separatim perlustranda, nullius hominis vita sufficieret, sive quia nimis multa sunt, sive quia sacpius cadem occurrerent repetenda. Scd si omnia illa optimo ordine disponamus, ut plurimum, ad certas classes reducentur, ex quibus vel unicam exacte videre sufficiet, vel cx singulis aliquid.  Non è qui nostro compito esaminare le differenze inter- correnti tra l’induzione baconiana e la inductio o enumeratio cartesiana. Al di là delle differenze si voleva qui sottolineare, nel pensiero dei due « fondatori » della filosofia moderna, la presenza e la persistenza di temi legati ad antiche e recenti discussioni sulla memoria. A queste discussioni vanno colleate non solo gli interessamenti di Bacone e di Cartesio per i problemi della mnemotecnica, non solo l’immagine dell’arbor scientiarum e i progetti di una scientia universalis o sapientia, ma anche la dottrina, baconiana e cartesiana, degli «aiuti della memoria. Non si tratta dunque solo dei « residui » di una tradizione veneranda, degli echi ultimi, ormai privi di importanza e di significato storico di un fortunato genere letterario; né si tratta di concessioni ad una « moda » assai diffusa. Nella l’nterpretatio naturae di Bacone e nelle Regulae ad directionem ingenti di Cartesio ci sono apparse presenti al- cune tesi legate alla tradizione retorica dell’ars  memorativa: al necessario isolamento di una questione si giunge mediante una preliminare classificazione degli elementi costitutivi del problema; l’ordine è elemento ineliminabile e costi- tutivo di tale classificazione; queste ordinate e artificiali classificazioni costituiscono il necessario rimedio alla insufficienza e alla labilità della memoria naturale. Come già aveva fatto Ramo, anche Bacone e Cartesio avevano dunque inserito, nella loro logica, una dottrina degli aiuti della memoria: en- trambi considerano una tecnica del rafforzamento della me- moria strumento indispensabile alla formulazione e al “fun- zionamento” di una nuova logica o di un nuovo metodo. Con Ramo, Bacone e Cartesio l’antico problema della memoria artificiale che aveva per oltre tre secoli appassionato me- dici e filosofi, studiosi di retorica, enciclopedisti e cultori di magia naturale, aveva fatto in tal modo il suo ingresso, sia pure piegato a nuove esigenze e profondamente trasfigurato, nei quadri della logica moderna. Attraverso l'influenza eser- citata dal pensiero baconiano sulle ricerche linguistiche che si vel quasdam potius quam caeteras, vel saltem nihil unquam bis frustra percurremus; quod adeo iuvat, ut sacpe propter ordinem bene insti- tutum brevi tempore et facili negotio peragantur, quae prima fonte videbantur immensa.] svolsero in Inghilterra nella seconda metà del Seicento, attra- verso l’opera di Alsted e di Comenio questo stesso problema apparirà ancora una volta essenziale alla costruzione di dizionari totali, di linguaggi perfetti e di universali enciclopedie. Non a caso nella tradizione lulliana si era lungamente insistito sulle connessioni che intercorrono tra la memoria, la logica e l’enciclopedia. « Si igitur ordo est memoriae mater, logica est ars memoriae » scriverà lo Alsted; e non a caso, avviando i suoi progetti di una caratteristica uni- versale, Leibniz si volgerà — oltre che a Bacone, Alsted e Comenio — a Lullo e ai suoi grandi commentatori del Rina- scimento e si richiamerà a non pochi e non secondari testi di ars memorativa. L'ideale enciclopedico che, da Bacone a Leibniz, domina la cultura del secolo XVII si mostra operante, con forza sin- golare, nell’opera vastissima di Alsted, maestro di Comenio a Herborn [cf. H. P. Grice, “Harborne”], editore di testi del BRUNO, seguace di Lullo e di Ramo, riformatore dei metodi dell’edu- cazione e dell’insegnamento. Percorrendo i molteplici scritti, i numerosi manuali e infine il grande Systema mnemonicum dello Alsted, ci si rende ben conto che dietro la sovrabbon- danza delle citazioni, la ricchezza strabocchevole dell’erudi- zione e l'apparenza antologica delle opere, dietro la mesco- lanza spesso caotica di temi di logica di retorica di fisica e di medicina, sono presenti motivi essenziali: destinati a eserci- tare un'influenza decisiva sul costituirsi, agli inizi del Seicento, dell'ideale pansofico e dell’enciclopedismo. Riformare le tecniche di trasmissione del sapere; dar luo- go ad una classificazione sistematica di tutte le attività ma- nuali e intellettuali: entrambi questi progetti si risolvono, per Alsted, in quello della costruzione di un nuovo « sistema » che riunisca in un unico corpus, in un organo totale delle scienze, i princìpi di tutte le discipline. Solo attraverso l’enci- clopedia, che rivela i rapporti tra le varie discipline e porta alla luce la sistematicità del sapere, potrà essere costruito un nuovo metodo, potrà essere definito un nuovo, organico pia- no degli studi.’ L’esplicita adesione di Alsted alla tematica del lullismo, la sua insistenza sul valore della memoria come tecnica dell'ordinamento enciclopedico delle nozioni, possono essere intese solo in funzione di questo suo grande progetto. ! Per i rapporti fra l'enciclopedia e il piano degli studi cfr. GARIN, L'educazione in Europa, Bari. Sul lullismo di Asted cfr. Carreras y ARTAU, La filosofia cristiana, Madrid; V. OsLer, s.v. in Dictionnaire de Théologie Catolique. Molte opere inedite in Niceron, Mémoires, Parigi. Alla ricerca di una via compendiosa capace di dischiudere all'uomo il possesso di un sapere totale si volsero, secondo Alsted, i tre maggiori studiosi di logica che siano apparsi sulla terra: Aristotele, Raimondo Lullo, Pietro Ramo. Essi si rivolsero agli uomini, che erano alle origini della storia, « pror- sus feros et cyclopicos » e, quasi tenendoli per mano, li condussero verso i pascoli amenissimi della scienza ». Al di là delle differenze, i tre grandi filosofi ebbero uno scopo e un me- todo comune «ad quem collinearunt, licet in modis dissi- deant »: in questo senso le loro dottrine possono e debbono essere conciliate.? Nella Panacea philosophica seu... de armo- nia philosophiae aristotelicae lullianae et rameae® Alsted tenterà, con grande ricchezza di riferimenti, una con- ciliazione dei tre metodi, ma già nella Clavis artis lullianae che qui più da vicino ci interessa e che risale all'anno prece- dente, troviamo presente questa stessa preoccupazione. Nel terzo capitolo dell’opera, De tribus sectis logicorum hodie vi- gentibus, Alsted volgeva la sua attenzione alla situazione, in Europa, degli studi di logica. Dopo aver tracciato un breve quadro dell’aristotelismo e aver ricordato, fra gli aristotelici contemporanei, MELANTONE (si veda) e Goclenius, SCALIGERO (si veda) e ZABARELLA (si veda), PICCOLOMINI (si veda) e  Suarez, egli lamentava lo scarso vigore della setta dei lullisti tedeschi e paragonava la triste situazione della logica tedesca, intieramente dominata dalle controversie fra aristotelici e ramisti, al fiorire degli studi lulliani in ITALIA. I grandi commentatori di Lullo, da Agrippa a BRUNO, dal Gregoire al De VALERIIS (si veda), non sono stati in grado di chiarire il complesso funzionamento della combinatoria, hanno aggiunto oscurità ad oscurità, hanno mescolato i loro sogni alle tenebre del lullismo. Per risollevare le sorti 2 Cfr. Clavis artis lullianac et verae logices duos in libellos tributa, id est solida dilucidatio artis magnac, generalis et ultimae quam Raymun- dus Lullus invenit... edita in usum cet gratiam corum, qui impendio delectantur compendiis, et confusionem sciolorum qui iuventutem fatigant dispendiss, Argentorati, Sumptibus Lazari Zetzneri Bibliop., prefazione, (Copia usata: Triv. Mor.). Panacea philosophica seu Encyclopaediae universa discendi methodus. De armonia philosophiae aristotelicac, lullianae et rameae, Herbornae, Braid. della setta lulliana è necessario richiamarsi all'opera del La- vinheta, di Fernando de Cordoba, di Lefèvre d’Etaples, di BOVILLO (si veda), dei fratelli CANTERIO (si veda), di PICO (si veda) e riprendere dai fondamenti il grande progetto di Raimondo: trovare una scienza, conosciuta la quale, tutte le altre possano essere senza fatica né difficoltà conosciute, e che, come il filo di Teseo, costituisca il criterio di verità di ogni aspetto e di ogni manifestazio- ne del sapere. Quest’ars generalis, che Alsted avvicina ripetu- tamente alla cabala, potrà essere realizzata mediante la de- terminazione dei « termini generalissimi » e dei « princìpi ge- nerali » presenti in ogni singola scienza e la successiva indivi- duazione dei termini e dei princìpi « comuni », costitutivi cioè di ogni possibile sapere." Esistono quindi, per Alsted, assiomi o princìpi universali comuni a tutte le scienze, operanti in ogni ricerca. Le scienze e le tecniche si presentano, ad un primo sguardo, come un [Cfr. Clavis artis lullianae: Tantum de Rameis restant philosophi in Germania minus celebres Lullisti. In Germania, dico quia in Hispaniis, Galliis et ITALIA sunt quamplurimi de hoc grege, ct nominatim quidem in ITALIA sunt speculatores... qui huic arti sunt deditissimi... Haec duo sectae, Peripatetica dico ct Ramaea in pracsen- tiarum sunt florentissimac, superest tertia, puta Lullistarum, quae hodie ferme "Multis pro vili, sub pedibus jacet”. Il giudizio sui commentatori era particolarmente aspro: Nam commentatores (utinam fuissent commendatores) lulliani, tenebras potius et nebula offu- derugt quam lucem ‘attulerunt, aut facem practulerunt divino operi. Aut enim sua somnia immiscuerunt, aut obscura per acque obscura explicarunt ». Lo scopo della divina arte di Lullo fu di «talem inve- nire scientiam, qua cognita, reliquae quoque sine difficultate ulla labo- reque magno cognoscerentur, et ad quam, tamquam lydium lapidem, flum Thesci ct Cynosuram omne scibile examinaretur ». L’avvicina- mento dell’arte lulliana alla cabala è, nell'opera di Alsted, continuo e insistente. Si veda per es. la Tabula ad artis brevis cabalae tractatus et artis magnac primum caput pertinens c il giudizio su Lullo: « Quum Lullius fuerit mathematicus et kabbalista, impendio delectatus est me- thodo docendi mathematica et kabbalista, ideoque circulus adhibuit, quos non nemo concinne vocavit magistros scientiarum. Et huc facit tritus versiculus: Omnia dant mundo Crux, Globus atque Cubus. Può essere di qualche interesse notare che, fra i cultori dell'Arte, Alsted ricorda anche POLIZIANO (si veda) «qui, opino per hanc artem, se disputare posse de omnibus pollicebantur ». Per i richiami di Alsted a BRUNO cfr. le mie Note bruniane, Rivista critica di storia della filosofia] insieme caotico, come una disordinata foresta: dietro quel caos apparente sono rintracciabili le linee di un ordine pro- fondo; la rigida separazione fra le scienze è solo provvisoria; quell’intricata foresta potrà rivelarsi l’ordinata ramificazione di un unico, comune albero del sapere dal quale si dipartono, secondo una razionale successione, i rami delle singole scienze e delle differenti tecniche. In vista della costruzione di un nuovo metodo universale è necessario riportare ordine, coe- renza e sistematicità in quel caos, penetrare coraggiosamente in quella foresta per chiarire l’ordinata struttura dei suoi rami, per svelare l’esistenza di un tronco comune e portare infine alla luce le comuni radici. Da questo punto di vista, il problema del metodo si risol- veva integralmente in quello di un ordinamento delle nozioni, di una sistematica classificazione degli oggetti che co- stituiscono il mondo e dei concetti che sono stati elaborati dall'uomo. La logica, strumento del metodo, ha il compito di ordinare e di classificare: La sola logica è l’arte della memoria. Non si dì nessuna mnemotecnica al di fuori della logica. E pare che di ciò si sia accorto Raimondo Lullo che, nel suo opuscolo De auditu kabbalistico, scrisse queste parole: Il metodo vien costituito non solo per l’esercizio dell’umano intelletto, ma anche perché fornisca un rimedio alla dimenticanza”. Se dunque l’ordine è la madre della memoria, la logica è l’arte della memoria. Trattare dell’ordine è infatti il compito della logica ».* L’intera enciclopedia si presenta in tal modo come un grande Systema mnemonicum e la logica si presenta come una directio intellectus che è, al tempo stesso, una confir- matto memoriae. Precisamente su questo terreno Alsted tenta di realizzare una conciliazione tra la dialettica rami- [Cfr. Systema mnemonicum duplex... in quo artis memorativae prae- cepta plene et methodice traduntur: et tota simul ratio docendi, discendi, Scholas aperiendi, adeoque modus studendi solide explicatur et a pseudo-memoristarum, pseudo-lullistarum, pseudo-cabbalistarum im- posturis discernitur atque vindicatur, Prostat, in nobilis Francofurti Paltheniana (Angelica). Systema mnemonicum duplex, Logicae duplex est finis et duplex obiectum; primus est directio intellectus, secundus est me- moriae confirmatio] sta e la combinatoria lulliana. Non a caso, nel System mne- monicum duplex, dopo aver definito il metodo come instrumentum mnemonicum quod docet progredi a ge- neralissimis ad specialissima » egli inserisce nella sua trattazione le tre fondamentali leggi della dialettica ramista: Prima lex est lex homogeniae... secunda lex dicitur coordinationis tertia lex dicitur transitionis. Eredità lulliane ed influenze ramiste, echi delle ormai secolari discussioni sull’arte della « memoria locale, andano in tal modo a congiungersi in funzione dell’enciclopedia. Ma più che a una riforma della logica Alsetd era indubbiamente interessato ad una riforma della pedagogia: una nuova organizzazione dell’insegnamento, delle scuole, dei metodi didattici doveva corrispondere, punto per punto, al nuovo ordinamento del mondo del sapere. Riducendo a sistema — come scrive Bayle — tutte le parti delle arti ? Cfr. Systema mnemonicum duplex. Seguendo una tradizione che risale al Lavinheta, Alsted avvicina i circoli dell’arte lulliana ai «luoghi » della mnemotecnica di derivazione ciceroniana di CICERONE: « Circulus in arte lulliana est locus et quoddam quasi domicilium in quo instrumenta inventionis collocantur. (Clavis artis lullianae). Ma, oltre alle opere già ricordate sono da vedere: Artium liberalium, ac facultatum omnium systema mnemonicum de modo discendi, in libros septem digestum et congestum, Prostat; Encyclopaedia septem tomis distincta, Herborni Nassaviorum (Angelica; Braidense). Fra le opere di carattere religioso € pedagogico si vedano: Theatrum scholasticum, Flerborniae, 1610; (che contiene un Gymnasium mnemonicum; Trigae canonicae, Francoforte (contenente una Artis mnemologicae explicatio); la Dissertatio de manducatione spirituali, transubstantiatio- ne, sacrificio missae, de natura et privilegiis ecclesiae, Ginevra (cfr. Padova, Antoniana). Un certo interesse presenta anche la classificazione delle scienze matematiche contenuta nel Methodus admirandorum mathematicorum novem libris exhibens universam ma- thesin, Herbornae Nassaviorum, Mathesis est pars encyclopaediae philosophicae tractans de quantitate communiter... Ordo scientiarum mathematicarum hic est. Scientiac mathematicae sunt pu- rae vel mediae. Purae sunt quac occupantur circa solam quantitatem: quales sunt arithmetica et geometria. Mediae sunt quae occupantur, circa quantitatem haerentem in corpore: ut cosmographia, uranoscopia, geographia; vel in qualitate ut in optica, musica et architectonica, Padova, Civica). pi Bayle, Dictionnaire historique et critique, Amsterdam, e delle scienze, Alsted intendeva in realtà lavorare — come poi Comenio — per un sapere unitario capace di riscattare e di liberare gli uomini. La ricerca di un metodo, di una logica, di un linguaggio che consentano all’uomo di penetrare e di dominare tutto, che garantiscano all'uomo il possesso dell’enciclopedia, della sapienza universale: questo fu la pansofia. E nell’ideale pansofico, proposto alla cultura di tutta Europa (ma la /anza linguarum fu tradotta anche in arabo e in persiano e pene- trò fin nell’ Estremo Oriente) dall'impeto riformatore di Co- menio ritroviamo chiaramente presenti non solo gli insegna- menti di Bacone e di Alsted, di Ratke e di Andrei, ma anche molti dei temi derivati dalla tradizione dell’ars memorativa e da quella, essai più vigorosa, dell’enciclopedismo lullista.'° Mentre andava chiarendo le linee fondamentali del suo pensiero, nella Conatuum pansophicorum dilucidatio, Co- menio enumerava gli autori che lo avevano preceduto, le opere dalle quali il suo tentativo poteva trarre conforto e ispirazione. Fin dall’antichità uomini insigni tentarono di raccogliere il complexum totius eruditionis; in questo senso operò Aristotele indicando le tre leggi necessarie al raggiun- gimento di quella onniscienza che è possibile all'uomo: la principiorum universalitas, l’ordinis methodus vera, la ve- ritatis certitudo infallibilis. A queste stesse leggi — prosegue Comenio — si son richiamati quegli studiosi che, nell’età moderna, si sono fatti autori di enciclopedie, di polimatheie, di sintassi dell’arte mirabile, di teatri della sapienza, di pa- nurgie, di grandi restaurazioni, di pancosmie. I titoli cui Comenio fa riferimento ci rimandano ad opere ben note: agli scritti di De VALERIIS e del Gregoire, alle opere di CAMILLO e di Patrizzi che vengono accostate (e l’accosta- [Sulle origini della pansofia: PeuckeRT, Pansophie. Ein Versuch zur Geschichte der weissen und schwarzen Magie, Stuttgart. Sugli ideali pedagogici: L. Kvacata, }. A. Comenio, Berlino,  c ora GARIN, L'educazione in Europa. Sul lullismo di Comenio brevissime, insufficienti annotazioni in CARRERAS Y ARTAU] mento è significativo) alla /nstauratio magna di Bacone. Di fronte a questa eredità, Comenio ripete il solenne motto di Seneca: Molto fecero quanti vennero prima di noi, ma essi non terminarono l’opera; molto resta e molto resterà ancora da fare; neppure fra mille secoli sarà preclusa ad alcuno fra i mortali l’occasione di aggiungere ancora qualcosa. Ri- chiamandosi a questa eredità Comenio intende dunque rea- lizzare un’opera universale e anch’essa, come già quella dei suoi predecessori, non è costruita solo per l’uso degli eru- diti ma per quello di tutti i popoli cristiani. Muterà il destino stesso della razza umana quando sarà realizzata quella pansofia che è « universae eruditionis breviarum solidum, intellectus humani fax lucida, veritatis rerum norma stabilis, negotiorum vitae tabulatura certa, ad Deum denique ipsum scala beata. I richiami di Comenio ai teatri, alle sintassi, alle enciclopedie basterebbero da soli a documentare l’esistenza di una effettiva continuità di temi e di motivi, il persistere di interessi comuni fra i maggiori esponenti dell’enciclopedismo lullista e i teorici della pansofia. Ma non meno evidenti — anche se assai meno noti — sono i rapporti che legano l’opera comeniana a quella dei maggiori teorici dell’ars me- morativa per tanti aspetti connessa alla rinascita del lullismo. Solo chi abbia presenti le discussioni sulla funzione mnemonica delle immagini, tanto diffusa fra gli esponenti dell'Arte, potrà rendersi conto dell'ambiente nel quale ebbe a maturare il tentativo come- miano di fondare sulle figure e sulla visione ogni duraturo e stabile apprendimento. La prima parte dell’ Ordis  sensualium pictus si presenta, non a caso, come una omnium principalium in mundo rerum et in vita actionum pictura. Per quanto qui esposto cfr. Philosophiae prodromus et conatuum pansophicorum dilucidatio. Accedunt didactica dissertatio de sermonis latini studio perfecte absolvendo, aliaque erusdem, Lugduni Batavorum, Officina David Lopez de Haro. La prima edizione dell’opera è Londra, L. Fawre et S. Gellibrand. Ho visto l'edizione nell’esemplare dell’Angelica al quale è stato legato assieme il FABER FORTVNA sive ars consulendi sibi ipsi ttemque regulac vitae sapientis, Amstelodami, ex officina Petri van der Berge] et nomenclatura », e chi ne scorra le pagine piene di figure e di simboli troverà appunto, ovunque presente, la tesi che la realtà delle cose dev'essere intuita e vista attraverso le immagini delle cose. Fondamento di un erudizione non astratta e scolastica, ma « piena e solida », non oscura e con- fusa, ma «chiara e distinta e articolata come le dita della mano », è la «retta presentazione, ai sensi, delle cose sensi- bili ». Solo per questa via, la via dell'immagine, del senso e della memoria, sarà possibile giungere poi alla più alta educazione dell’intelletto. Alle immagini vien dunque attri- buita una funzione decisiva: esse sono «le icone di tutte le cose visibili dell’intero mondo, alle quali, con modi appro- priati, saranno riducibili anche le cose invisibili ». Riprendendo il motivo centrale della Cirsà del Sole campanelliana di CAMPANELLA Comenio giunge a significative conclusioni: al nostro fine servirà validamente anche questo: dipingere sulle pareti delle aule il sunto di tutti i libri di ciascuna classe, tanto il testo (con vigorosa brevità) quanto le illustrazioni, ritratti e rilievi, che esercitino ogni giorno i sensi e la memoria degli studenti. Sulle pareti del tempio d’ Esculapio, come ci hanno tramandato gli antichi, erano scritte le regole di tutta la me- dicina che Ippocrate, di nascosto, copiò da capo a fondo. Anche Dio infatti dovunque riempì questo grande teatro del mondo di pitture, di statue e di immagini, come vive rap- presentazioni della sua sapienza ». Non si trattava solo della generica accettazione di mo- tivi diffusi: l’« alfabeto filosofico » proposto da Comeniocontro quella « permolesta ingeniorum tortura » che è la sil- labatro, nel quale le lettere son riprodotte accanto all’imma- gine dell'animale «cuius vocem litera imitatur »,!” non fa che riprodurre, con intenti solo in parte diversi, quegli « al- fabeti mnemonici » che troviamo presenti in tutti i testi quattrocenteschi e cinquecenteschi di ars reminiscendi. A questa stessa tecnica del raffrozamento della memoria (lar- [Orbis senstalis picti pars prima. Hoc est: omnium principalium in mundo rerum et in vita actionum pictura et nomenclatura, cum titu- lorum iuxta cetque vocabulorum indice, Noribergae, Sumtibus Joh. Andr. Endteri haeredum, anno salutis. Si vedano, in particolare, le pagine della prefazione. Cfr. Orbis sensualis picti pars prima, cit., prefazione] ghissimamente impiegata dallo stesso Comenio nel DE SERMONIS LATINI STUDIO), ai teatri del mondo, alla ca- bala si richiamano poi quelle numerose pagine di Comenio nelle quali vien presentato quel Theatrum sapientiae cui dev'essere attribuito, per la nobiltà degli oggetti che racchiu- de, il più solenne nome di Templum. Il tempio della panso- fia cristiana è costruito secondo le idee, le norme, le leggi divine, è consacrato a tutte le genti di ogni lingua: in esso sono « collocati » le facoltà, gli oggetti prodotti dalla forza naturale presenti nel mondo visibile, l’uomo e i prodotti dell'ingegno umano, le realtà interne dell’uomo, Dio e le potenze angeliche, i prodotti della vera sapienza: di fronte a queste pagine comeniane è difficile non ricordare le mac- chinose costruzioni emblematiche di De VALERIIS (si veda) e di CAMILLO, le grandi rassegne della realtà universale presenti nel Thesaurus artificiosa memoriae philosophis di ROSSELLI (si veda). Anche il progetto comeniano di una enciclopedia totale » appare del resto profondamente legato alle impostazio- ni del lullismo, alle discussioni sulla catena scientiarum, ai progetti, così numerosi nel Cinquecento, di una scienza uni- taria o arte universale. L’oggetto della sapienza — scrive Comenio nel Pansophiae prodromus — è stato di volta in volta attribuito alla filosofia, alla medicina, alla teologia, al diritto; è stato concepito come oggetto di una scienza par- ticolare; identificato con una visione parziale che allontana ogni speranza di pervenire alla totalità, alla comprensione dell’unità del mondo. Alla visione totale, alla lettura del gran libro dell'universo si potrà giungere attraverso un pro- cesso graduale che va dall’enciclopedia sotto la specie sensi- bile (orbis sensualis) all’enciclopedia sotto la specie intellet- tuale (orbis intelletualis): alla visione unitaria, che è lo scopo più alto del sapere, non si potrà invece mai giungere me- [Il testo della Dissertazio didactica de sermonis latini studio in Pan- sophiae prodromus. Per il tempio della pansofia cristana cfr. Pansophiae christianae templum ad Ipsius supremi Architecti Onnipotentis Dei ideas, normas, legesque Istruendum, et usibus Catholicae Iesu Christi Ecclesiae, ex omnibus gentibus, tribubus, populis et linguis collectae et colligendae consecrandum ». Cfr. anche la Pansophiae Diatyposis iconographica, Amstlelodami] diante la successiva aggiunta di considerazioni parziali. Tutti i tentativi di giungere all'unità mediante l’enumerazione e la collezione delle soluzioni e delle tecniche particolari, sono miseramente falliti: da un lato si son confezionati gigante- schi ma inutili elenchi che volevano esaurire, in una mint- tiarum confectatio, la totalità delle parole e delle cose; dal- l’altro si son costruite ordinatissime enciclopedie simili più ad eleganti catene dai molti anelli che a macchine capaci di funzionare in modo autonomo e cocrente. Ne son derivati ordinati mucchi di legna disposti con gran cura e pazienza, ma non si è riusciti a dar luogo a quell’albero vivo delle scienze verdeggiante di fronde e ricco di rami e di frutti che trae alimento e vigore dalle sue proprie radici. Dar vita a quell’albero («at nos scientiarum et artium radices vivas, ar- borem vivam, fructus vivos desideramus »), sarà possibile solo attraverso la visione unitaria del tutto, la pansofia che è insieme possesso del tutto e viva immagine del vivente uni- verso: Pansophiam dico, quae sit viva universi imago, sibi ipsi undique cohaerens, seipsam undique vegetans, seip- sam undique fructu applens. A quegli inutili, pedante- schi elenchi di parole e di cose andrà quindi contrapposto il promptuarium universalis eruditionis, il libro della pan- sofia: qui la compendiosità, la chiarezza, il rifiuto di ogni oscurità, la « perpetua connexio causarum cet effectuum » la ordinis continuo fluentis series a principio ad finem» so- stituiranno la caoticità e l’oscurità delle precedenti compila- zioni.!’ In realtà l'enciclopedia comeniana, per quanto attiene ai motivi di fondo, non si muoveva su un piano molto diverso da quello sul quale si erano mossi Cfr. Pansophiac prodromus, e le considerazioni svolte a questo proposito da GARIN,  L'educazione in Europa,  Cfr. Pansophiae prodromus: Quas adhuc vidi Encyclo- paedias ctiam ordinatissimas similiores visae sunt catenae annulis mul- tis eleganter contextae, quam automato rotulis artificiose ad motum composito et seipsum circumagente; et lignorum strui, magna quadam cura et ordine eleganti dispositac similiores, quam arbori e radicibus propriis assurgenti spiritus innati virtute se in ramos et frondes expli- canti, et fructus edenti. Cfr. Pansophiae prodromus gli “enciplopedisti” di ispirazione lulliana. Questa comu- nanza di impostazioni, che sussiste al di là delle differenze, delle critiche e dei polemici rifiuti, risulterà chiara ove si prendano in considerazioni alcuni problemi caratteristici) quello dei rapporti intercorrenti fra la logica e l’enciclope- dia; 2) quello della corrispondenza fra l’universo dei segni c l'universo delle cose; quello dell’unità del mondo (ritma- to secondo l'armonia delle leggi divine) rispetto alla quale l'enciclopedia si pone come uno specchio; infine quello della logica-enciclopedica come «chiave universale » capace di dischiudere all’uomo i segreti ultimi della realtà. Su ciascuno di questi punti la posizione di Comenio è precisa: il vocabolario o la fanua linguarum coincide con la enciclopedia («januam linguarum et encyclopediam debere esse idem ») e si pongono come una intellectus humani cla- vis che consente la lettura dell’alfabeto divino impresso sulle cose; l'ordinamento rigoroso delle nozioni, l’immagine uni- taria e gerarchica dell’universo sono il frutto più alto del nuovo metodo che è in grado di ricondurre ogni nozione al suo genere e alla sua specie ut quicquid de ulla re dicendum est, simul et semel de omnibus dicatur de quibus dici potest »; l’intera enciclopedia appare fondata su un numero ridottissimo di «assiomi » o di «sententiae per se fide di- gnae, non demonstrande per priora, sed illustrandae solum exemplis »; l’intero mondo del sapere apparirà in tal modo simile a una «catena » la cui struttura appare simile a quel- la in uso nella matematica. Il rimedio sarà: una conformazione di tutte le arti e le scienze tale che ovunque si inizi dalle cose più note e il processo verso quelle ignote avvenga con lentezza e gradatamente, così come, in una catena, ogni anello sostiene e trascina l’altro anello... Come, presso i ma- tematici, dimostrato un teorema segue il sapere e dimostrato un problema segue l’effetto, così, nella pansofia, dimostrata una qualche parte dell’universale dottrina, ne conseguono certezza e infallibilità. Cfr. Pansophiae prodromus. Sulla coincidenza della Janua linguarum e dell'enciclopedia cfr. la Janua linguarum reserata aurea, Lugduni Batavorum, prefazione e l' Eruditionis scholasticae atrium rerum et linguarum ornamenta exhibens, Norimbergae, Braid.,  e Angelica. L’infinita varietà delle nozioni e delle cose è dunque ri- ducibile ad un numero limitato d’assiomi o di princìpi. Questa riducibilitù —che rende possibile la stesura del libro della pansofia — appare chiaramente fondata, anche in Comenio, su alcuni tipici presupposti: le strutture del di- scorso e quelle del mondo reale si corrispondono pienamente; le stesse, identiche rationes sono presenti in Dio, nella natura, nell’arte. Le raziones rerum sono in ogni caso le stes- se: in Dio sono ut in Archetypo, in natura ut in Ectypo, nell’arte ut in Antytipo. Di fronte ai dubbi che possono essere avanzati sulla possibilità di rintracciare una «chiave univer- sale », Comenio fa appello alla riducibilità del mondo a pochi fondamentali elementi e allo stretto parallelismo intercorren- te tra le res da un lato ce i conceptus, le imagines, i verba dall’altro: Per quanto le cose poste al di fuori dell’intelletto sembrino qualcosa di infinito, tuttavia esse non sono infi- nite perché il mondo, opera stupenda di Dio, consta di pochi elementi e di poche forme differenti e perché tutto quanto è stato escogitato mediante l’arte può essere ricondotto a determinati generi e a determinati punti principali. Poiché dunque fra le cose e i concetti delle cose, fra le immagini dei concetti e le parole si dà un parallelismo, e poiché nelle cose singole sono presenti alcuni princìpi fondamentali dai quali tutto il resto risulta, io pensavo che quei princìpi fon- damentali, che sono egualmente nelle cose, nei concetti e nel discorso, potessero essere insegnati. Mi veniva anche alla mente che i chimici avevano trovato il modo di liberare le essenze o spiriti delle cose dalla superfluità della materia in modo da poter concentrare in una piccola goccia una forza ingente di minerali e di vegetali e che questa goccia era, nelle medicine, di maggior efficacia che i corpi mine- rali e vegetali nella loro integrità. E non potrà essere escogitato nulla (pensavo) per radunare e concentrare in qualche modo i precetti della sapienza ora sparsi per i così ampi ter- reni delle scienze ed anzi, al di là dei loro stessi confini, sparsi Eadem proinde sunt rerum rationes, nec differunt, nisi existendi forma: quia in Deo sunt ut in Archetypo, in natura ut in Ectypo, in arte ut in Antitypo Pansophiac prodromus. all’infinito? Allontaniamo ogni sfiducia perché ogni atto di sfiducia è una bestemmia verso Dio. Determinando i princìpi e le essenze, ponendosi come specchio fedele della natura, l’arte ha il compito di rivelare la profonda armonia che lega gli elementi dell’universo: Omnis harmoniae fons, Deus, harmonice fecit omnia i musici chiamano armonia la piacevole consonanza di molte voci e tale, in verità, è l’armonioso concerto delle virtù eter- ne in Dio, delle virtù create nella natura, delle virtù espresse nell’arte; in Dio, nella natura, nell'arte si dà armonia e c’è armonia divina e l’arte è immagine della natura. Di qui nasceva la fede di Comenio nella possibilità di una partecipazione di tutti gli uomini a una comune salvez- za, la sua convinzione che, attraverso la conquista della pansofia, potessero terminare per sempre le guerre, le liti, i dis- sidi dei quali fin’ora si è nutrito il mondo: «cederent etiam non invitae tam claro lumini errorum tenebrae et hominibus facilius cessarent dissidia, lites, bella quibus se nunc conficit mundus. L'eredità dell’ enciclopedismo lullista, la fede nella possibilità di un’arte capace di porsi come strumento di razionale convivenza tra le genti, l'aspirazione a un metodo universale o scienza unitaria che riveli la coincidenza tra le strutture del pensiero e quelle della realtà erano ormai state integralmente accolte, in quanto avevano di più valido, dai maggiori rap- presentanti della cultura europea. Bacone, Cartesio, Alsted, Comenio (così come più tardi avverrà con Leibniz) avevano accolto alcuni temi presenti nella tradizione lullista e li ave- [Pansophiae prodromus, Pansophiae prodromus. Ma su que- ste conclusioni cfr. anche la Janua rerum reserata hoc est sapientia pri- ma (quam vulgo metaphysicam vocant) ita mentibus hominum adaptata ut per cam in totum rerum ambitum omnemque interiorem rerum or- dinem et in omnes intimas rebus coeternas veritates prospectus pateat catholicus simulque et cadem omnium humanarum cogitationum, ser- monum, operum fons et scaturigo, formaque et norma esse appareat. Pansophiae prodromus] vano inseriti in un più vasto discorso concernente la logica, la funzione della filosofia, i rapporti fra le scienze, l'educazione del genere umano. In molti dei testi, numerosissimi, dei sequaci e dei commentatori di Lullotroviamo invece solo la ripetizione di motivi ormai tradizionali, l’insistenza su temi ormai trasformati in luoghi comuni, la pedantesca riesposizione delle regole della combinatoria. Le discussioni sull’enciclopedia, sulla trasmissione del sapere, sul metodo, sul linguaggio si andavano ormai svol- gendo, a più alto livello, in ambienti differenti. E tuttavia anche di questi testi — non pochi fra i quali furono ammirati c celebrati in tutta Europa e amati e studiati da uomini insigni — gioverà tener conto. Non solo per sottolineare la presenza operante di un tipo di ricerche che ebbe eco vastissima, ma anche per rendersi conto di come, su quelle stesse ricerche, andassero riflettendosi alcune esigenze caratteristiche della cultura del Seicento. Abbiamo già ricordato i progetti di unificazione delle scienze presenti nelle opere di Morestell, di Meyssonnier, d’Aubry, ma altri casi sono, da questo punto di vista, non meno indicativi. A Parigi, veniva pubblicato da R. L. de VASSI (si veda), consigliere del re, Le fondément de l'artifice universel... sur lequel on peut appuyer le moyen de pervenir à l’Encyclopedie ou universalité des sciences par un ordre méthodique beaucoup plus prompte et vrayment plus facile qu aucun autre qui soit communement receu. Il libro, nonostante le mirabolanti promesse contenute nella lettera dedi- catoria, conteneva in realtà solo la parziale traduzione di alcuni scritti di Lullo. Ma è significativo che l’opera di Lullo venisse allora presentata come l’strumento atto a consentire il metodico ordinamento delle scienze e la realizzazione del- l'enciclopedia. In una situazione che il de Vassi giudicava assai poco favorevole agli studi lulliani («la pratique artift- cielle du Docteur Raymonde Lulle, mis en oubly par la plus grand part et rejetté communement du commun des Docteurs) i testi della combinatoria venivano riproposti in fun- 29 Traduit par Sicur de Vassi, conseiller du Roy, A Paris, dans l'imprimerie d’Ant. Champenois (Triv., Mor.] zione di un problema che era, in quegli anni, estremamente attuale. E’ un atteggiamento, questo, che ritroviamo presente anche negli scritti (ben noti a Leibniz) di Jano Cecilio Frey, medico della regina madre di Francia, au- tore, oltre che di scritti di medicina e di fisiognomica, di un compendio di filosofia aristotelica e di una Via ad divas scientias artesque, linguarum notittam, sermones extemporaneos nova et expeditissima. Nell’edizione postuma delle sue opere ® troviamo, accanto ai consueti interessi per la retorica e per il linguaggio, per la logica (via ad scienttas) e per l’enciclo- pedia (scientiae et artes omnes ordine distributae et desumptae), il tentativo di ridurre ad assiomi i princìpi di tutte le scienze (ariomata philosophica) e di tracciare le linee di un ordina- mento degli studi. Le regole dell’arte della memoria di origine ciceroniana vengono riprese dal Frey e inserite — sulle tracce del Lavinheta — nella tematica dell’ars combinandi. Non a caso la pAilosophia rationalis viene ripartita dal Frey in logica, dialettica e arte memorativa -- philosophia rationalis est logica et dialectica et ars memorativa. La costruzione di una assiomatica delle scienze (riduzione di tutti i termini fondamentali delle singole scienze ai prin- cìpi di una combinatoria riformata), la determinazione dei rapporti fra i vari rami del sapere sono i temi centrali anche [L'opera e pubblicata a Parigi (excudebat Langlaeus)  (Braid.). Del Frey sono da ricordare il Compendium medicinae e | Onmnis homo, item amor et amicus, item Physiognonia Chiromantia Onciromantia, Parigi. Di questi ultimi due scritti e del panegirico com- posto dal Gaffarcl (Lacrimae sacrae in obitum Ilani Caecilii Frey medici, Parigi) dà notizia il THORNDIKE, History of magic and experimental science, New York. È da vedere anche l'Universae philosophiae compendium luculentissimum, ad mentem ct methodum Aristotelis concinnatum, Parisiis, excudebat D. Langlaeus (Par. Naz.). Jani Caecitu Frey, Opera quae reperiri potuerunt in unum corpus collecta, Parisiis, J. Gesslin (Copia usata: Angelica). Philosophia rationalis est logica et dialectica et ars memorativa. Dialectica quidem dans materiam disputandi et argumenta. Logica dans formas argumentandi. Dialectica vel lullistica, vel peripatetica, vel ramea » (Opera). Per la ripresa dei tradizionali motivi della mnemotecnica ciceroniana si vedano] del macchinoso Digestum sapientiae (di Ivo de Paris e del grande Commento all'arte lulliana di PACE (si veda), scolaro di ZABARELLA (si veda) e profugo a Ginevra, professore a Heidelberg e a PADOVA. Quest'ultimo testo, compilato da uno fra i più acuti e più noti traduttori e commentatori dell’Organon aristotelico, da un uomo che e, oltre che logico insigne, giurista di gran fama, sarebbe, di per sé, meritevole di un lungo discorso. Ma giove invece soffermarsi con una certa ampiezza su un testo  che ha immediata risonanza curopea e godette poi di fortuna grandissima: il Pharus scientiarum d’Izquierdo. Alla costruzione dell’arte universale o «scienza delle scienze — afferma Izquierdo — hanno lavorato nei secoli Aristotele e CICERONE, Quintiliano e Lullo. Quest’antica aspirazione verso una logica prima che possa illuminare, come un faro, il cammino ai naviganti nel mare della sapienza, ha trovato espressione nella Sinzaxis di Gregoire, nel Digestum di Ivo de Paris, nella Cyclognomica di GEMMA (si veda), da Flandre, nel Novum Organum di Bacone. Per condurre a termine l’opera da questi autori avviata, è necessario rendersi conto di tre cose: 1) l'enciclopedia (la scienzia circularis o orbicularis degli antichi) non consiste in un aggre- [L’opera di Ivo De Paris, Digestum sapientiac, in quo habetur scien- tarum omnium rerum divinarumn atque humanarum nexus et ad prima principia reductio, fu pubblicata a Parigi. Un'altra edizione, più nota, a Lione. Cfr. CarrERAS y ARTAU, Op. cit.. Pace, L'art de Raymond Lullius esclaircy... divisé en IV livres ou est enscigné une méthode qui fournit grand nombre de termes universels d'attributs, de propositions et d’argumens par le moyen desquels on peut discourir sur tous sujets, Paris, F. Julliot (Par. Naz.); Artis lullianac emendatae libri IV, Neapoli, ex typ. Secundini Roncalioli (Par. Naz. Rés.). Sul grande commento aristotelico - In Porphyrii Isagogen et Aristotelis Organtm commentarius analyticus, Aureliac - si vedano, fra l’altro, le considerazioni di Colli, introduzione alla versione italiana dell'’Organon, Torino; SepastIan IzquierDo S. ]., Pharus scientiarum ubi quidquid ad cognitionem humanam humanitus acquisibilem pertinet, ubertim juxta atque succincte pertractatur, Lugduni, sumptibus C. Bourget et M. Liétard (Par. Naz.). Cfr. Carreras Y Artau, Cenat, E/ P. S. Izquierdo y su Pharus scientiarum, « Revista de filosofia] gato di tutte le scienze, ma in una scienza speciale (« in spe ciali quadam scientia consistere ») che comprende in sé la totalità di tutte le scienze ivi compresi i princìpi della stessa scienza speciale o universale; alla logica parziale di Aristotele, va sostituita una logica integra che comprenda, oltre all’ars intelligendi perfezionatrice dell’intelletto, un’ars memorandi che soccorre alla memoria, un’ars imaginandi e un’ars experiendi che si volgono ad accrescere le capacità della fantasia e quelle dei sensi esterni; a metafisica deve procedere con assoluto rigore dimostrativo secondo il modello delle scienze matematiche: se i metafisici avessero ragionato dimostrativamente muovendo, al modo dci matematici, da princìpi evidenti, avrebbero già costruito gran parte della me- tafisica ». In questo modo di concepire la funzione della filosofia prima e in questa auspicata estensione del metodo mate- matico alla metafisica, operavano senza dubbio suggestioni cartesiane. Che si fanno ancor più evidenti quando l’Izquierdo (dopo aver criticato l’arte di Lullo per la barbarie della sua terminologia, l'insufficienza delle combinazioni binarie e ternarie, l'incapacità a discendere dai termini universali a quelli particolari) identifica la combinatoria con un calcolo. Solo la matematizzazione dell’ars combinandi potrà consentire la creazione di quell’unico strumento di tutte le scienze « per quod immediate fabrica scientiae humanae construitur et absque ullo termino semper augetur ». L’idea di avvicinare l’Ars magna ai procedimenti della matematica, assimilando la combinatoria ad un «calcolo », sarà ripresa, com'è noto, dal Leibniz e sarà feconda di importanti sviluppi. Ma negli anni nei quali Leibniz si volgeva alla combinatoria, si tratta, contrariamente a quanto molti han ritenuto, di idea non peregrina. La ritroviamo per esempio, chiaramente formulata, negli scritti di quel singolare venditore di fumo che fu il padre gesuita Atanasio Kircher,*° celebrato per le sue mirabili competenze [ Sul Kircher cfr. Carreras Y Artau, THORNDIKRE, History of magic, Couturat, La logique de Leibniz, FriepLanpER, A. Kircher und Leibniz. Ein Beitrage zur Gesch. der Polyhistorie im XVII Jahrh., Atti della Pontificia Accad. romana di archeologia », Rendiconti, in fisica e in archeologia, in filologia e in egittologia, in storia e in teoria del linguaggio, autore, fra l’altro, del celeberrimo Mundus subterraneus e di un trattato, altrettanto noto, sui mi- steri dei numeri.?° Ed è significativo, importante per l’inten- dimento di un ambiente culturale, che l'accostamento dell’Arte ai procedimenti matematici, l'esaltazione della combinatoria di Diofanto (« Diophanti nobilis mathematici ars combinato- ria ») alla quale veniva ravvicinata la combinatoria di Lullo, ci appaia presente non solo negli scritti di logici insigni, come l’Izquierdo, ma nelle opere confusissime di un uomo come il Kircher per tanti aspetti legato ai temi della tradizione erme- tica e della sapienza gnostica, ai motivi della magia e della cabala, alle speculazioni sui misteria numerorum. Nonostante le sue tirate retoriche sul valore del metodo sperimentale e la sua difesa della nuova scienza, Kircher credeva alle qualità occulte, alle « simpatie » e ai poteri dell’immaginazione, riat- fermava la teoria della generazione spontanea, era convinto dell’esistenza di demoni girovaganti per le miniere, era pronto, in ogni caso e in ogni circostanza a sottolineare gli aspetti « miracolosi » e meravigliosi » della realtà. Quando l’impera- tore Ferdinando III, durante le aspre polemiche suscitate in Germania dall’apparizione del Pharus scientiarum dell’ Iz- quierdo, fece appello alla dottrina del Kircher per essere in- formato sulla reale utilità dell’arte lulliana e sulla possibilità di una sua ulteriore semplificazione, il gesuita tedesco elaborò una complicata riforma che si rifaceva in gran parte al Pharus dell’ Izquierdo.?! Mentre riprendeva le critiche del suo pre- decessore, Kircher si volgeva però, con prevalente interesse, alla costruzione delle immagini, alle allegorie, alla elaborazione di figure e di simboli, ai misteri dell'alfabeto. Negli ultimi decenni del secolo, soprattutto ad opera dei °° KircHer, Mundus subterraneus, Amstelodami, apud Joannem Janssonium et Elizeum Weyerstraten; Arithmologia sive de abditis numerorum mysteriis, Roma,  KircHer, Ars magna sciendi in XII libros digesta, qua nova et universali methodo per artificiosum combinationum contextum de omni re proposita plurimis et prope infinitis rationibus disputari omniumque summaria quaedam cognitio comparari potest, Amsterdam, gesuiti, il lullismo si legava ancora una volta all'atmosfera, ormai torbida ed equivoca, dell’ermetismo e della magia. Nei farraginosi scritti di un altro gesuita, il padre Caspar Knittel, troviamo solo un’ampia esposizione delle regole della combi. natoria e la stanca, monotona ripetizione delle tesi del Kir- cher.*° Nei primi anni del Settecento, un grande erudito, il Morhofius, esprimeva, su queste riforme e questo tipo di pro- duzione magico-filosofica, un giudizio che può essere ripreso: « illa vero consistit in eo nel Knittel emendatio, quod nova comminiscatur Alphabeta, aliis literarum formis alioque or- dine, quae mihi res exigua videtur »." In tutt'altro senso, intorno alla metà del secolo, aveva par- lato dell’ « alfabeto » Bisterfield che aveva progettato un alfabeto filosofico dopo aver raccolto e ordinato, in accuratissime tavole, tutti i termini tecnici e tutte le definizioni impiegati da ciascuna scienza. Nella creazione di 22 Sull'ipotesi di una presa di posizione dei Gesuiti in favore della magia contro la nuova scienza cfr. L. THorNDIKE, History of magic, KNITTEL S. J., Via regia ad omnes scientias et artes, hoc est ars universalis scienttarum omnium artiumque arcana facilius pene- trandi, Pragae, J. C. Laurer (Par. Naz.); ma è da ve- dere anche la Cosmographia elementaris, Norimbergae, J. A. et Endteri (Angelica) MorHorius, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecca, Ho fatto uso dei due volumi delle opere: Bisterfieldus redivivus, seu operum Bisterfieldi... tomus primus-secundus, Hagae Comitum, ex typographia A. Vlacq, 1661. Il primo volume contiene: Alphabeti philosophici libri tres; Aphorismi physici; Sciagraphia Analyseos (pp. 191-211); Parallelismus analy- seos grammaticae et logicae; Artificium definiendi catho- licum (pp. 1-104); Sciagraphia Symbioticae (pp. 3-144). Il secondo volume contiene: Logica; DE PVRITATE ORNATV ET COPIA LINGVA LATINAE; Ars disputandi; Ars combinatoria; Ars reducendorum terminorum ad disciplinas liberales technologica; Ars seu canones de reductione ad praedica- menta (pp. 42-46); Denarius didacticus, seu decem aphorismi bene discendi; Didactica sacra; Usus lexici. (Angelica). Del Phosphorns catholicus, seu queste tavole, nella ricerca di perfette definizioni si esauriva per Bisterfield la stessa enciclopedia, quel pictum mundi amphitheatrum che è « ordinatissima compages omnium disci- plinarum ».'° Più che sulla logica e sul metodo (inteso come regola dell'intelletto e rimedio alla naturale debolezza della memoria) Bisterfield insiste infatti sull'importanza decisiva della praxis logica che è una «artificiosa coniunctio » dei ter- mini della logica e di quelli dell’enciclopedia, una mescolanza degli instrumenta della logica con l’universale enciclopedia. Alle radici dell’enciclopedia stanno i termini trascendentali (« termini trascendentales sunt primae universae encyclopae- diae radices »): da essi muovono l’analisi (che è riduzione di un discorso o di un testo ai suoi termini semplici) e la genesi (che è simplicium combinatio): come per una scala si potrà pervenire a quell’artificium definiendi che consente una esatta definizione di tutti i termini dell’enciclopedia e una risolu- zione di tutti i termini nei termini primari o fondamentali.?* ars meditanti epitome cui subjunctum est consilium de studiis felici- ter instituendis ho visto l'edizione Lugduni Batavorum, H. Verbiest (Angelica). Alphabeti philosophici libri tres, Cfr. Alphabeti philosophici libri tres, Praxis logica consummatur, si omnes termini logici, cum universa encyclopaedia misccantur; Logica. Usus seu praxis logica est artificiosa instrumentorum logicorum ct terminorum enciclopaediae coniunctio... In praxi logica singulos terminos logicos cum singulis singularum disciplinarum terminis conferri debere. Cfr. Alphabeti philosophici libri tres. Termini trascendentales sunt primae universae encyclopaedia radices; Sciagraphia analyscos, Analysis est accuratum de textu seu dissertatione in sua principia resoluto iudicium. Totuplex sit analysis quotuplex in textu adhibita fuit genesis, idque ordine retrogrado. Analysis autem upote praxis frugalem compendiorum ac tabularum cognitionem prae- supponit; A/phabeti philosophici libri tres, p. 110: «Praxis logica est vel simplicium combinatio vocaturque Genesis, vel combinatorum reductio vocaturque analysis, vel denique mixta estque vel Genesis- analysis vel Analysis-genesis cuius varietas est infinita; Artificium definiendi, Artificium definiendi catholicum est quod do- cet modum omnium encyclopaediace terminorum definitiones accurate inveniendi ac diiudicandi. Scopus huius artificii est foclix id est facilis, solida ac practica, et quoad in hac vita fieri potest, certa perfec- taque universa encyclopaediac cognitio. Definitiones sunt omnis ge- neseos et analyseos claves et normae. Omnis enim mentis et entis, cum Sull’importanza delle definizioni che sono claves et normae della praxis logica, Bisterfield insiste senza posa. Tantum scit homo solide quantum scit definire: per giungere a deft- nire esattamente gli enti reali e gli enti di ragione, gli enti separati e quelli collettivi, gli enzia positiva e quelli priva- tionis, è necessario in primo luogo un dizionario (romencla- tura) dei termini impiegati nei vari discorsi propri delle sin- gole discipline. Sulla base del dizionario verranno costruite le tavole che sono «totius mundi totiusque encyclopaediae re- praesentationes ». Mediante le tavole verranno posti in luce i termini omogenei, quelli subordinati e quelli coordinati. La costruzione di una tabula primitiva, comprendente i termini comuni a tutte o alla maggior parte delle scienze, avvierà alla comprensione di quell’armonia delle scienze che, Bisterfield se ne rende ben conto, è insieme basis et clavis della prassi logica. L’armonia delle scienze è la base e la chiave della prassi logica. Quest'armonia è quella soavissima convenienza per la quale non solo tutte le scienze concordano con tutte, ma anche le parti con le parti di ciascuna; ed è così grande quest’armonia che uomini valorosissimi credono che non si diano più scienze, ma una sola scienza, o piuttosto che sia unico il corpo e il sistema di tutte le scienze.Per realizzare quest’unico systema, per giungere alla indi- viduazione dei termini trascendentali cui tutti gli altri appaiano analiticamente riducibili, Bisterfield aveva ritenuto indispensabile una elencazione minuziosa e accuratissima delle reductionem, tum deductionem complectuntur, si singula definitionum verba in primos terminos per scalam descendentem et ascendentem resolvantur, sic enim erunt omnigenae reductionis claves, argumento- rum compendia, propositionum fontes, syllogismorum et methodorum lumina. Sulle definizioni’ cfr. Artificium definiendi. Sulle tavole cfr.: Tabulae fundamentales (quae sunt certae terminorum homogcanorum subordinationes et coordinationes) sunt faciles, sed accuratae totius mundi totiusque encyclopac- diae repraesentationes. Universa illa inductio ac structura tabularum nititur panharmonia tum rerum tum disciplinarum. Tabula primitiva est prima simplicissima universalissima adeoque brevissima  totius mundi totiusque encyclopaediae repraesentatio... cam vocabimus catholicam ». Logica, p. cose e delle nozioni. Il teatro del mondo, con le sue tavole che rappresentano tutto ciò di cui può discorrere la mente umana, si poneva ancora una volta a fondamento dell’arte, della logica, della scienza delle scienze: «I termini trascen- dentali sono le radici prime dell’universale enciclopedia che è ordinatissima raccolta di tutte le discipline o anfiteatro di- pinto del mondo. L’universale artificium definiendi insegna ad accuratamente rintracciare e giudicare le definizioni di tutti i termini dell’enciclopedia. La prassi logica viene realizzata quando tutti i termini logici vengono mescolati con l’enciclopedia universale. Le tavole universali costituiscono il no- bilissimo alfabeto di tutte le discipline. Esse devono contenere tutto e devono rappresentare tutto ciò di cui la mente umana può discorrere e chi meglio possiederà le tavole avrà più fermi i semi della scienza. Esse sono le attrezzatissime officine di ogni pensiero e ci pongono sotto gli occhi tutto ciò intorno a cui e muovendo da cui si può discorrere. Di qui possono essere ricavati tutti i temi, tutti gli argomenti, tutti gli as- siomi, tutti i sillogismi, tutti i metodi. Cfr. ARTIFICIVM Grice (non-natura) definiendi; Alphabeti philosophici libri tres; Logica. All’inizio del suo Essay towards a real character and a philosophical language, pubblicato a Londra, sotto gli au- spici della Royal Society, Wilkins, chiarendo le linee fondamentali del suo progetto di una lingua « filo- sofica », « perfetta» o «universale », rimandava il lettore a quellepagine dell’Advancement of learning e del De aug- mentis scientiarum nelle quali Bacone aveva enumerato le 1 An essay towards a real character and a philosophical language by Witkins, D. D. Dean of Ripon and Fellow of the Royal Soctety, London, printed for Sa. Gellibrand and for John Martyn printer to the Royal Society,  (Ambros., Villa Pernice). Su Wilkins, vescovo di Chester e membro della Royal Society, autore del celebre scritto The discovery of a wordl in the moone, cfr. Niceron, Mémoires, Paris. Fra i contributi di maggior rilievo sono da segnalare: HENDERSON, The life and times of }. Wilkins, London, Stimson, Wilkins and the Royal Society, in «Journal of modern history,  Jones, Science and language in England of the mid-seventeenth century, in « Journal of Engl. and Germ. Philology, poi ripubblicato nel volume The seventeentài century, Standford; C. AnpRrape, The real character of Bishop Wilkins, in « Annals of science; F. ChÙristensen, /. Wilkins and the Royal Societys reform of prose style, Modern Language Quarterly; R. H. Svyrret, The origins of the Royal Society, in « Notes and records of the Royal Society of Lon- don; C. Emery, John Wilkins universal lan- guage, in « Isis»; B. De MotT, Comenius and the real character in England, in « PMLA; Science versus mnemonics, în « Isis. Scarso interesse presen- tano le osservazioni contenute nel noto volume citato da H. P. GRICE, di Ogden e Richards, The meaning of meaning, London. Sulle idee astronomiche di Wilkins sono da vedere i saggi di McCottey, in « Annals of science », PMLA e in « Studies in Philology. Una parte dell’Essay di Wilkins fu ripubblicata in TecHmer, Beitràge zur Geschicthe der franzòsischen und en- glischen Phonetik und Phonographie, Heilbronn] differenze esistenti tra i geroglifici e i «caratteri reali ».? I primi, in quanto emblemi, « hanno sempre qualcosa in co- mune con la cosa significata »; i secondi — aveva scritto Ba- cone — «non hanno nulla di emblematico », sono caratteri costruiti artificialmente il cui significato dipende solo da una convenzione e dall’abitudine che su di essa sì è andata in se- guito istituendo. Anche le lettere dell'alfabeto derivano da convenzione, ma i caratteri reali, a differenza delle lettere alfabetiche, rappresentano non lettere o parole, ma diretta- mente cose e nozioni (« neither letters nor words... but things or notions »): « È da qualche tempo cosa assai nota che in Cina e nelle regioni dell’ Estremo oriente sono oggi in uso dei caratteri reali, non nominali; che esprimono cioè non let: tere c parole, ma cose e nozioni. In tal modo genti di diver- sissime lingue, che consentono su questo tipo di caratteri, co- municano tra loro per scritto; e in questo modo un libro, scritto in quei caratteri, può essere letto da chiunque nella sua propria lingua... I caratteri reali non hanno nulla di emble- matico e sono in qualche modo sordi, costruiti in modo ar- bitrario (ad placitum) e poi accolti per consuetudine come per un tacito patto. È chiaro poi che questo genere di scrittura esige una grandissima quantità di caratteri che devono es- sere tanti quante sono le parole radicali (vocabula radicalia)». Alla creazione di una lingua universale e artificiale, che climini la confusione delle lingue naturali e ne superi le de- ficienze e le imperfezioni, contesta di simboli che fanno ri- ferimento non ai suoni, ma direttamente alle «cose », si de- dicheranno, nella seconda metà del secolo, non pochi cul- tori inglesi di logica e di problemi del linguaggio : esce a Londra uno scritto di Francis Lodowick: The grundwork or foundation laid (or so intended) for the framing of a new perfect language; appare il Lagopandecteision, or an introduction to the universal language di Urquhart- Cfr. Bacon, Works, by J. Spedding, Ellis, Heath, Londra; HI, Sui linguaggi universali nell’Inghilterra: O. FunckE, Zum Weltsprachenproblem in England, Heidelberg, c le brevi indicazioni contenute in L. Coururat-L. LeAau, Histoire de la langue tniverselle, Paris (cfr. la recensione di VAILATI (si veda), Scritti, Firenze] quhart, il notissimo traduttore di Rabelais; quat tro anni dopo Beck pubblica la sua opera The universal character by which all nations may understand one ano- ther's conceptions; le Tables of the universal character e V Ars signorum, vulgo character universalis et lingua philosophica di Dalgarno vedono la luce, sempre a Londra; infine, Wilkins pubblica il già ricordato £Essay towards a real character and a philosophical language. Per comprendere il significato di queste opere (e delle altre dello stesso tipo) e la funzione storica da esse esercitata, per intendere l’atmosfera culturale dalla quale esse trassero alimento e dalla quale derivarono le ragioni della loro dif- fusione e del loro successo, bisognerà tener conto di tre grandi fenomeni storici che caratterizzano (per quanto qui ci concerne) la vita intellettuale inglese. Si tratta: 1) in primo luogo della profon- da, decisiva azione esercitata in Inghilterra dall’opera di Ba- cone e dai gruppi “baconiani” della Royal Society, impe- gnati in una dura lotta contro la retorica del tardo umanesi- mo e in un'appassionata difesa della nuova scienza; 2) in se- condo luogo di quella grande “rivoluzione” (che non fu solo « mentale » perché investì non solo le idee e la cultura, la letteratura e il modo di pensare, ma anche le istituzioni accademiche e scientifiche, il modo di insegnare, di impa- rare e di vivere) che conseguì ai grandi progressi della “fi- losofia sperimentale” e degli studi fisico-matematici; 3) in terzo luogo, infine, della profonda risonanza che l’opera, l'insegnamento, le utopie, le speranze di Giovanni Amos Co- menio ebbero su molti ambienti della cultura filosofica, poli- tica, religiosa dell’ Inghilterra del Seicento. Cominciamo dunque da Bacone, anche perché le sue af- fermazioni sui caratteri reali (il termine avrà, in Inghilterra e fuori, una fortuna grandissima), la posizione da lui assunta nei confronti del problema del linguaggio, costituiscono, in tutte queste trattazioni di lingua universale, dei presupposti implicitamente (ma quasi sempre esplicitamente) presenti. Sul carattere « materialistico » delle teorie linguistiche di Ba- cone, Richard Foster Jones ha scritto pagine di grande rilie- vo nelle quali, fra l’altro, è stato anche dimostrato il gran peso esercitato dalle tesi baconiane su quella « rivoluzione stilistica » che caratterizza, in Inghilterra, durante la Restau- razione, gli sviluppi della prosa secolare (testi di storia, di filosofia naturale, di politica) e religiosa (libri di edificazione, prediche, preghiere). Foster Jones ha parlato di una «an- tipatia di Bacone per il linguaggio». In realtà si tratta di qualcosa di più che di una «antipatia: l’atteggiamento di Bacone è fondato sulla convinzione che il linguaggio, come del resto gli altri prodotti dello spirito umano, costituisca o possa costituire un ostacolo, del quale tuttavia in quanto crea- ture umane non si può fare a meno, alla autentica compren- sione della realtà, sia, in altri termini, qualcosa che s! frap- pone fra l’uomo e i fatti reali o le forze della natura. Per « avvicinarsi alle cose » è necessario da un lato rifiutare i nomi che non corrispondono a cose reali, dall’altro impa- rare a costruire parole che rispondano alla realtà effettiva delle cose. Gli :4ola che si impongono all’intelletto per mezzo delle parole — afferma Bacone nel Novum Organum — sono di due generi: o sono nomi di cose che non esistono, o sono nomi di cose che esistono, ma confusi, mal definiti e astratti dalle cose in modo affrettato e parziale. I primi sono legati a determinate teorie fantastiche (la for- tuna, il primo mobile ecc.) e, mediante un rifiuto di quelle teorie è possibile liberarsi da essi. Nel caso dei secondi il problema è molto più complesso perché qui si ha a che fare con una inesperta « astrazione dalle cose » che ha dato luo- go a nozioni confuse. Queste affermazioni di Bacone ci consentono di chiarire ulteriormente la sua posizione di fronte al linguaggio: le no- zioni devono essere astratte correttamente dalle cose e corrispondere ad esse; ove la nozione sia stata costruita in modo vago e impreciso il nome risente di questa vaghezza e im- precisione. Inoltre i nomi attribuiti alle cose, le parole, eser- citano a loro volta un'azione sull’intelletto: le parole indi- canti nozioni vaghe «ritorcono e riflettono sull’intelletto la [Oltre al saggio qui sopra indicato si vedano: Science and english prose style in the third quarter of the seventeenthà century; Saence and criticism in the neo-classical age of english literature] loro forza » e condizionano negativamente la sua stessa ri- cerca di nozioni precise. In tal modo le parole « riflettono i loro raggi e le loro immagini fin dentro la mente e non solo sono dannose alla comunicazione, ma anche al giudizio e all’intelletto. Quando, attraverso un'osservazionepiù ac- curata e una più attenta opera di «astrazione », si tenta di far meglio corrispondere le parole alla natura, «le parole si ribellano » e danno luogo a infinite, sterili controversie che hanno per oggetto non la realtà, ma solo i nomi e le parole. Il tentativo di impiegare definizioni precise del tipo di quelle usate dai matematici non appare a Bacone molto utile: « trat- tandosi di cose naturali e materiali, neppure le definizioni possono rimediare a questo male, perché le stesse definizioni constano di parole e le parole generano altre parole ». Era, questa, una conclusione assai significativa e la critica (svolta da Bacone nel Novum Organum) del termine « umido » è preziosa per intendere il suo punto di vista: la equivocità del termine « umido » dipende per lui dalla equivocità della nozione di « umido » che indica una molteplicità di comportamenti diversi e che è stata « astratta superficialmen- te e senza le dovute verifiche soltanto dall’acqua e dai liqui- di comuni e volgari ». Di fronte a questa varietà di signifi- cati, non si tratta, per Bacone, di dare una definizione che determini il campo di applicazione del termine « umido » predeterminando l’uso possibile di quel termine e limitan- done il senso, ma di elaborare, sulla base «di uno studio dei casi particolari, della loro serie e del loro ordine », una nozione che riconduca ad unità la diversità dei comporta- menti e serva da criterio per spiegare questa diversità. La validità di questo criterio sarà però, sempre e in ogni caso, dipendente dalla maggiore o minore corrispondenza alle cose della nozione così elaborata. Si comprende in tal modo come Bacone possa giungere ad una identificazione dei termini “ nozione » e « parola » (« mala et inepta verborum imposi- to », « nomina temere a rebus abstracta » ecc.) che è in contrasto con gli accenni convenzionalistici pur presenti nella sua trattazione del linguaggio. In conclusione: ciò che Ba- cone non è in alcun modo disposto ad accettare è una teoria che identifichi la verità di una proposizione con la coerenza logica tra i termini che compongono la proposizione stessa: la ricerca si riporta di continuo alle cose, alle qualità sensibili e alle proprietà dei corpi materiali. L'ispirazione fonda- mentalmente « materialistica » di questa concezione del lin- guaggio si fa particolarmente evidente quando Bacone crea una specie di graduatoria rispecchiante «i diversi gradi di aberrazione e di errore presenti nelle parole »: il genere di nomi meno difettoso è quello dei nomi di alcune sostanze ben note (creta, fango, ecc.); più difettoso è il genere di nomi indicanti azioni (generare, corrompere, ecc.); più difettoso di tutti è il genere dei nomi di qualità (grave, denso, leg- gero, ecc.).° Bacone aveva dunque contrapposto le «cose» alle parole, aveva insistito sulla necessità di un linguaggio che rimandasse, il più direttamente possibile, alla realtà e alle operazioni o forze presenti nella natura, aveva accentuato i pericoli presenti nell’uso del linguaggio, aveva pensato ad una lingua artificiale, composta da simboli di tutte le parole radicali  che potesse climinare alcuni o molti di questi pericoli. Ma Bacone — e questo è altrettanto importante — era stato anche il /eader dell’anticiceronianismo, si era fatto assertore dei brevi aforismi contrapponendoli al corposo pe- riodare dei seguaci di Cicerone, aveva sostenuto la necessità di un ritorno allo stile «attico» o «senechiano » mirante alla espressività e alla chiarezza, vicino alla « brevità » degli Stoici, « grave » e « sentenzioso », lontano dagli abbellimenti retorici, dalle fioriture stilistiche, dall'impiego delle analogie ce delle metafore, Bacone polemizza contro le scolastiche dispute di parole e aveva contrapposto al linguaggio in uso nelle scuole – Bologna e i mertoniani -- una lingua breve ed essenziale, precisa e cruda, capace di rimettere nuovamente l’uomo — dopo tanti secoli di tenebre e di volontario acciecamento — a contatto con il mondo. ® Cfr. Bacon, Works (Redargutio philosophiarum); sugli idola fori:  (Advancement); HI, (Cogitata et visa) e Novum Organum, Cfr.M. W. CroLt, Attic prose in the seventeenth century, Studies in philology; Artic prose: Lipsius, Montaigne, Bacon, in Schelling anniversary papers, New York; The baroque style of prose, in Studies in English philology; a miscellany in honour of Klaeber, Minneapolis, Negli scritti dei seguaci e degli ammiratori di Bacone, nelle opere di molti fra i maggiori difensori della nuova scienza troviamo, energicamente riaffermate, le posizioni ora delineate. Basterà qualche esempio. Webster, cap- pellano nell’armata del Parlamento, acceso sostenitore della filosofia baconiana, attacca con estrema violenza nell’Academiarum Examen (Londra) la retorica e l’oratoria che servono solo per adornare e sono soltanto l’abito e la veste esteriore di ben più solide scienze, respinge gli studi grammaticali che gli appaiono inutili ad un reale progresso della conoscenza e insiste sulla opportunità di una symbolic and emblematic way of writing che superi la confusione e le imperfezioni delle lingue naturali. Nelle Considerations touching the style of the holy scriptures di Boyle troviamo lo stesso disprezzo per ogni inutile abbellimento dello stile. In un interessante brano autobiografico lo stesso Boyle contrapponeva la sua propensione per la filosofia sperimentale e per la conoscenza delle cose alla sua avversione e al suo disprezzo per lo studio delle parole insistendo anche sull’ambiguità e licenziosità dei termini scientifici che è esiziale al progresso della vera filosofia: my propensity and value for real learning gives me such aversion and contempt for the empty study of words. Boyle si e a lungo interessato ai problemi di una lingua artificiale; sui danni che derivano alla scienza dalla confusione delle lingue naturali si sofferma a lungo un altro fervente baconiano, Childrey, che nella sua Britannia Baconia (Londra) afferma che il volto della realtà non va sfigurato imbrattandolo con il belletto del linguaggio (not disfigure the face of truth by daubing it over with the paint of language). Anche Sprat, la cui History of the Royal Society rispecchia anche le opinioni dei suoi illustri colleghi, condanna l’uso delle metafore, la viziosa abbondanza delle frasi, la continua variabilità delle lingue come altrettanti mali dai quali gli [Wessrer, Academiarum examen, Londini, cfr. R. F. Jones,  The works of the honourable  Boyle, ed. Birch, London] uomini di scienza debbono liberarsi.’ Difendendo la Roya! Society dagli attacchi di Henry Stubbe che aveva osato assa- lire tutti i « true-hearted virtuous intelligent disciples of our Lord Bacon », George Thompson scrive: "Tis Works, not Words; Things not Thinking; Pyrotechnie [chimica], not PhAilologie; Operation, not merely Speculation, must justifie us physicians. Forbear then hereafter to be so wrongfully satyrical against us noble Experimentators, who questionless are entred into the right way of detecting the True of things. Le ricerche tendenti alla costruzione di una lingua filosofica o perfetta  trovarono un terreno oltremodo favo- revole nell’atmosfera culturale che abbiamo ora delineato. E queste diffuse esigenze di chiarezza e di rigore, questi progetti di una lingua simbolica trassero senza dubbio alimento dagli sviluppi degli studi matematici, anche se sarebbe impresa disperata sostenere che i progetti di una lingua universale, ai quali qui si fa riferimento, dipendano o storicamente derivino da quegli sviluppi. Il rigore delle dimostrazioni matematiche, il largo impiego, in matematica, di simboli contribuì però senza dubbio a rafforzare l’idea che fosse possibile, per gli scienziati, ridurre il loro stile a quella mathematicall plainess di cui parla, nella History of the Royal Society, il baconiano Sprat: essi hanno avuto la costante risoluzione di rifiutare tutte le amplificazioni, digressioni e ampollosità dello stile: hanno voluto far ritorno alla primitiva purezza e brevità, a quando gli uomini esprimevano molte cose all’incirca con un egual numero di parole. Hanno richiesto a tutti i membri della So- cietà: un modo di parlare discreto, nudo, naturale; espres- sioni positive; sensi chiari; una nativa facilità; la capacità di portare tutte le cose il più vicino possibile alla chiarezza della ® THoMas SpraT, The history of the Royal Society of London, London,  Cfr. H. FiscH and H. W. Jones, Bacon's influence on Sprat's History, in « Modern Language Quarterly Grorce THomprson, Mtooxoplag. Londra, Cfr. R. F. Jones] matematica; una preferenza per il linguaggio degli artigiani, dei contadini, dei mercanti piuttosto che per quello dei dotti ».!! A conclusioni più precise di quelle dello Sprat giunge- vano quegli studiosi che avevano, almeno in parte, subito l'influenza delle posizioni di Hobbes e accolto la sua definizione dei termini come simboli di relazioni e di quantità e la sua concezione del linguaggio come calcolo. Da questo punto di vista è tipica la posizione di Ward, professore di astronomia ad Oxford, che vede nella symbolicall way invented by VIETA (si veda), advanced by Harriot, perfected by Oughtred and Des Cartes il rimedio migliore alla verbosità eccessiva dei matematici. Quel tipo di scrittura, secondo Ward, può essere esteso all’intero linguaggio in modo che, per ogni cosa e nozione possano essere trovati simboli appropriati e tali da eliminare ogni confusione: «I was presently resolved that symboles might be found for every thing and notion ». Con l’aiuto della logica e della matematica (0y the help of logic and mathematics) tutti i discorsi umani potranno essere risolti in enunciati (resolved in sentences), questi in parole (words) e, poiché le parole significano nozioni semplici o sono in esse risolvibili (eszher simple notions or being resol- vible into simple notions), una volta rintracciate le nozioni semplici e assegnati ad esse dei simboli, sarà possibile rag- giungere un discorso rigorosamente dimostrativo tale da ri- velare (e l’aggiunta è importante) le nature delle cose (the natures of things). « Un linguaggio di questo tipo — conclu- deva Seth Ward — nel quale ogni termine sarebbe una de- finizione e conterrebbe la natura della cosa, potrebbe non ingiustamente essere denominato un linguaggio naturale, e potrebbe realizzare quell’impresa che i Cabalisti e i Rosa-cruciani hanno invano tentato di portare a compimento quando ricercavano, nell’ebraico, i nomi assegnati da Adamo alle cose. A una lingua universale, composta di caratteri « incomparabilmente più facili di quelli attuali » e a un “dictionary of sensible words” che fornisse la necessaria terminologia al meccanicismo hobbesiano, lavora anche, dopo la metà [Sprat, The history, Warp, Vindiciac academiarum, Londra, Cfr. R. F. Jones, in The seventeenth century, Petty, membro della Società reale e gran- de pioniere negli studi di economia politica. « Il dizionario di cui ho parlato — scrive in una lettera a Southwell — ave- va lo scopo di tradurre tutti i termini usati nell’argomentazione e nelle materie più importanti in altri termini equiva- lenti che fossero signa rerum et motuum ».'* Anche Boyle, in una lettera, aveva visto nel carattere interlinguistico dei simboli matematici, una prova della possibilità di costruire una lingua composta di caratteri reali. In verità, poiché i caratteri che impieghiamo in matema- tica sono compresi da tutte le nazioni europee nonostante che ciascuno dei tanti popoli esprima questa comprensione nella sua lingua particolare, non vedo alcuna impossibilità a fare, con le parole, ciò che già abbiamo fatto con i nu- meri. Gli stessi cultori di algebra e di matematica non furono del tutto estranei a queste discussioni sul linguaggio, sulla scrittura, sui simboli. Abbiamo già visto quali fossero, su questi argomenti le opinioni dell’astronomo e matematico Seth Ward, ma anche negli scritti del grande matematico Wallis il problema dei carazteri o delle note da impie- gare nell’algebra veniva presentato come un aspetto del più generale problema dei segni, delle cifre e delle scritture. For- temente interessato agli sviluppi storici dell’algebra, Wallis metteva chiaramente in rilievo, nelle pagine del De algebra, i vantaggi che presentavano, di fronte alla troppo prolissa simbologia di Viète i characteres o le notae compendiosae di William Oughtred. Nella Mazhesis universalis troviamo, numerosissimi, i riferimenti al problema della scrittura in genere e della scrittura occulta in specie: haec qui- dem occulte scribendi ratio, flagrante nuper apud nos Bello intestino, admodum erat familiaris». Non a caso, nel De loquela sive sonorum formatione, premesso alla sua Gram- 1° Cfr. The Petty papers, ed. Marquis of Lansdowne, Londra; Petty-Southwell Correspondence, cd. Marquis of Lansdowne, Londra. Ma è da vedere anche l’Advice to Hartlib, Londra, nel quale si accenna al problema dei caratteri reali. Lettera allo Hartlib, in Works, ed. Birch, ly ip; matica linguae anglicanae, Wallis si era a lungo soffermato sulle questioni attinenti alla grammatica e ai suoni. Infine nel De algebra, accanto ad un ferocissimo attacco alla in- competenza matematica di Hobbes (turpissimis paraloismis ubique scatet liber iste), troviamo un ampio capi- tolo dedicato ad illustrare i vantaggi che presentano, per il matematico, le tecniche dedicate al rafforzamento della me- moria. L'influenza esercitata dall’insegnamento di Comenio sui progetti miranti alla costruzione di una lingua universale è stata ampiamente e minuziosamente documentata.'* Nessun libro dedicato alla lingua perfetta era apparso in Inghilterra prima del viaggio di Comenio a Londra; dopo quel- l’anno si ebbe una vera e propria fioritura di questi testi. E non si trattava di una coincidenza: Hartlib — che !5 Il De algebra tractatus historicus et practicus ciusdem origines et progressus varios ostendens è contenuto nel secondo volume delle Opera mathematica, Oxoniae, ex Theatro Sheldoniano (Braid.). Sui caratteri di Viète e di Oughtred cfr. . Per i riferimenti alla scrittura presenti nella mathesis universalis, sive arithmeticum opus integrum tum philologice tum mathematice traditum cfr. nella stessa ediz. delle opere. Per l'attacco ad Hobbes cfr. Opera (ma su questo argomento e sui numerosi scritti antihobbesiani del Wallis cfr. SortaIs, La philosophie moderne depuis Bacon jusqu'à Leibniz, Paris), sulla memoria è da vedere il capitolo del De algebra (in Opera) intitolato De viribus memoriae satis intentae, experimentum. La prima edizione della Grammatica linquae anglicanae cui pracfigitur de loquela sive sonorum formatione tractatus grammatico-physicus. Ho visto l’ediz.: Oxoniae, typis L. Lichfield (Braid.). Sul Wallis matematico cfr., oltre ai correnti manuali di storia delle matematiche, ]. F. Scort, Mathematical work of |. Wallis, London, l’opera gram- x maticale è stata studiata da M. LeHNERT, Die Grammatik des ]. Wal- lis, Breslau. 1 Cfr. StiMson, Comenius and the Invisible college, in « Isis»; Scientists and amateurs. New York; B. Mott, Comenius and the real character in England, cit.; sui rapporti Comenio - Wilkins cfr. M. Spinka, /. A. Comenius, that incomparable Moravian, Chicago] era stato per lunghi anni in corrispondenza con Comenio e che apparve, agli uomini del suo tempo, il difensore e il diffusore, in Inghilterra, dell’opera comeniana — fu il più appassionato sostenitore ed editore di opere sulla lingua uni- versale. Hartlib pubblicò nel 1646 l’opera del Lodowick (A common writing); incoraggiò numerosi tentativi per la crea- zione di un vocabolario dei termini essenziali; fu in corri- spondenza con Boyle su questi problemi; contribuì alla pubblicazione dell’Ars signorum del Dalgarno. Espliciti riferimenti a Comenio troviamo presenti negli scritti di Henry Edmundson (Lingua linguarum) e di Webster (Academiarum examen), mentre Wilkins, il più noto e celebrato fra questi teorici della lingua perfetta, fu aiutato e incoraggiato da un altro discepolo inglese di Comenio con cui egli ebbe rapporti di viva amicizia: Theodor Haak. Lo stesso Comenio, dedicando nel 1668 alla Royal Society la sua Via lucis vestigata et vestiganda, affermava che l’opera di Wilkins, pubblicata in quello stesso anno, rappresentava la realizzazione dei suoi programmi e delle sue più alte aspi- razioni. Proprio nella Via Zucis, che circolava manoscritta in Inghilterra, Comenio aveva ripreso, con ampiezza molto maggiore, le osservazioni di Bacone sui « caratteri reali ». I caratteri simbolici usati dai Cinesi — scriveva — consentono a uomini di differenti lingue di intendersi reci- procamente: se tali caratteri sembrano cosa buona e vantag- giosa, perché non si potrebbero dedicare i nostri studi alla scoperta di un «linguaggio reale », alla scoperta cioè « non solo di una lingua, ma del pensiero e delle verità delle cose stesse? ». Se la molteplicità delle lingue «è derivata dal caso o dalla confusione, perché non si potrebbe, facendo uso di un procedimento consapevole e razionale, costruire  un’unica lingua che sia elegante e ingegnosa e appaia in grado di su- perare quella dannosa confusione? Se abbiamo la possibilità di adattare i nostri concetti alle forme delle cose, perché non dovremmo avere quella di adattare il linguaggio a più esatte espressioni e a più precisi concetti? ».!” 17 Per la Via lucis, che non sono riuscito a vedere nel testo originale, ho fatto uso della traduzione di Campagnac: The Way of light of Comenius, London. Il problema di una lingua universale si era posto come centrale nell'opera comeniana: nel suo pensiero era senza dubbio presente l'esigenza di una maggior precisione termi- nologica, di un linguaggio più chiaro, accessibile e rigoroso, ma alla base del suo progetto non stavano preoccupazioni di “logica” o di “metodologia”; stavano quelle aspirazioni e quelle esigenze tipicamente “religiose” che avevano trovato espressione nei testi del lullismo e del neoplatonismo, nelle idee di universale pacificazione — sulla base di una comune lingua — sostenute dai panteisti, dai cabalisti e dai Rosa- cruciani. Più che i testi dei lullisi — ai quali abbiamo spesso fatto riferimento — sarà opportuno ricordare qui la fede di uno dei maestri di Comenio — Johan Valentin Andrei — in una mistica armonia delle nazioni (la respublica christia- nopolitana) realizzabile mediante un nuovo universale lin- guaggio e le osservazioni di Jacob Boehme, un pensatore ben noto a Comenio, su un originario linguaggio della natura (Natursprache) che è stato sommerso dalla confusione delle lingue e che va ricostruito e ricompreso per la salvezza del genere umano.'* Anche per Comenio — come già per i se- guaci di Lullo e per l’Andreîi — il linguaggio reale o «la perfetta lingua filosofica » ha dve scopi fondamentali: 1) porre l’uomo a rinnovato contatto con la divina armonia che è presente nell’universo mostrandogli la piena coincidenza tra il ritmo del pensiero e quello della realtà, tra le cose e le parole; porsi quindi come base, l’unica possibile base, per una piena riconciliazione del genere umano, per una du- ratura, stabile pace religiosa. Nella moltitudine, varietà e confusione delle lingue, Co- menio aveva visto il maggiore ostacolo alla diffusione della luce e alla penetrazione, presso tutti i popoli, della pansofia. Quando sarà costruita «una lingua assolutamente nuova, !* Cfr. J. V. Anprea£, Fama fraternitatis, pp. 3, 12-13 cit. in B. De MotT, Comenius and the real character; Jacos BoEH- ME's, Simmiliche Werke, ed. a cura di K. W. Schiebler, Leipzig, assolutamente chiara e razionale, una lingua pansofica e uni- versale, allora gli uomini apparterranno a una sola razza e ad un solo popolo. Sulla par pAilosophica, sulla concordia mundi, sull'unità del genere umano avevano a lungo insistito, nei secoli del Rinascimento, PICO (si veda) e Sabunde, Cusano e Guillaume Postel ed è precisamente a questa tradizione che si richiamavano le speranze millenaristiche di Comenio. Ma sull'importanza e sul significato dei dissensi di carattere ter- minologico, sulla necessità di una lingua comune, sull’opportunità di preservare gli elementi comuni della fede ab- bandonando le vane « dispute di parole » si era lungamente e ampiamente discusso, durante la Riforma, negli ambienti più diversi. Non è certo il caso di affrontare qui un problema così complesso, ma vale certo la pena — anche se in vista di scopi assai limitati — di indicare qualche posizione ca- ratteristica. Bedel, che fu in Inghilterra uno dei maggiori sostenitori dell’irenismo e della conciliazione fra luterani e calvinisti, attribuiva carattere soprattutto ver- bale alle controversie fra le sètte ed era fortemente interessato ai progetti di lingua universale di Comenio e dei comeniani inglesi. Ma anche negli scritti dei teorici della lingua uni- versale questo interesse “religioso” appare quasi sempre in primo piano. La lingua filosofica — afferma Wilkins — chiarirà le attuali divergenze in materia religiosa ed esse si riveleranno inconsistenti, una volta che il linguaggio sarà stato liberato da ogni imperfezione ed equivocità. L’eliminazione degli equivoci linguistici contribuirà grandemente, secondo Beck, al progresso della religione nel mondo. Petty vuol tradurre tutti i termini usati nelle argo- mentazioni in altri termini che siano signa rerum (« tran- slate all words used in argument and important matters into words that are signa rerum »), sostiene energicamente una distinzione fra termini significanti e termini privi di significato, e concepisce l’intero suo dizionario in funzione di una chiarificazione dei termini della vita religiosa. Determinando l’esatto significato di God e devill, angel e wordl, heaven e hell, religion e spirit, church e christian, catholic e pope, si giungerà alla conclusione che le liti e le guerre fra le di- verse sètte si sono fondate solo su divergenze terminologiche e che esiste invece la possibilità di una effettiva intesa sulle nozioni e sulle cose. Anche nell’Ars signorum di Dalgarno troviamo presente un tentativo di questo genere realizzato mediante un complicato sistema di divisione dei concetti e di appropriati simboli. Nella History of the Royal Society, Sprat parla di una filosofia dell’umanità che su- eri le differenze e le ostilità di carattere religioso: «not to lay the foundation of an English, Sotch, Irish, Popish [ROMANA] or Protestant philosophy, but a philosophy of mankind ». Non si tratta solo della convinzione che la nuova « filosofia speri- mentale » possa affratellare gli uomini al di là delle separa- zioni politiche e delle differenti convinzioni religiose, si tratta anche della speranza (ed è questo aspetto che si vuol qui sot- tolineare) che la stessa organizzazione scientifica possa costi- tuire un potentissimo mezzo per il ristabilimento della concordia mundi, dell’unità religiosa e spirituale del genere umano. Non diversamente, del resto, la nuova scienza era stata intesa da Bacone come uno strumento di universale redenzio- ne dal peccato originale.? Ove si rinunci a proiettare all’indietro nel tempo i nostri interessi e i nostri problemi per attribuirli agli uomini che scrissero ed operarono alla metà del Seicento, bisognerà ren- dersi conto che i progetti di una lingua « perfetta » o « uni- versale » sui quali in quegli anni si affaticarono non pochi studiosi, traevano senza dubbio alimento dall’atmosfera cul- turale legata alla nascita della nuova scienza, dai progressi della fisica e da quelli della matematica, ma non intendevano certo limitarsi a fornire chiarimenti semantici agli studiosi di filosofia naturale. Quelle «lingue » avevano scopi assai più vasti e più ambiziose finalità: intendevano essere stru- menti di redenzione totale, mezzi per decifrare l’alfabeto divino. Si connettevano storicamente ai sogni di pacificazio- !° The Petty papers; Datcarno, Ars signorum, in The works of G. Dalgarno, Edinburgh. Per il passo di Sprat, cfr. The history, cit., p. 63. Sull’unità religiosa quale fine dell’organizzazione scientifica insi- ste anche Hartlib. Per questa posizione cfr. TuRNBULL, Hartlib: a sketch of his life and his relations to |. Comenius, Londra; Harglib, Dury and Comenius, Londra] ne e alle utopie millenaristiche di quegli autori che abbiamo fin qui — nel corso di questo libro — preso in esame. Nell’Ars signorum di Dalgarno e nell’Essay to- wards a real character di John Wilkins troviamo considera- zioni sui geroglifici e gli alfabeti, sulle scritture normali c cifrate, capitoli dedicati a discussioni sul linguaggio e sulla logica, sulla grammatica e sulla sintassi, pagine e pagine nelle quali si procede ad una minuziosa classificazione degli ele- menti e delle meteore, delle pietre e dei metalli, delle piante e degli animali, delle attività umane e delle arti liberali e meccaniche, dizionari dei termini essenziali propri delle varie lingue, dizionari « paralleli », troviamo infine la pro- posta di una lingua artificiale. E’ lo stesso intreccio di temi, per noi moderni così sin- golare e caotico, del quale abbiamo tante volte riscontrato la presenza in tutte quelle opere e quelle enciclopedie che, di- rettamente o indirettamente, si richiamano al filone logico- enciclopedico del lullismo. Per amore di chiarezza e di bre- vità, oltre che per facilitare il lettore, si cercherà, nelle pagine che seguono, di individuare, enumerandole successiva- mente, alcune tesi concernenti la lingua perfetta o universale che rivestono un'importanza centrale e che appaiono re- ciprocamente connesse. L'esposizione del contenuto delle va- rie opere servirà di volta in volta a documentare e a chiarire il significato di ciascuna delle affermazioni che seguono. I teorici della lingua perfetta, filosofica o universale  muovono dalla contrapposizione tra lingue natu- [L’opera di Wilkins è suddivisa in quattro parti: Prolegomena; Universal philosophy, Philosophycal grammar, Real character and. philosophical language. Il titolo dell’opera del Dalgarno è il seguente: ARS SIGNORVM: VVLGO CHARACTER VNIVERSALIS ET LINGUA PHILOSOPHICA QVA POTVERVNT HOMINES DIVERSISSIMORVM IDIOMATVM SPATIO DVARVM SEPTIMANARVM OMNIA ANIMI SVA SENSA NON MINVS INTELLIGIBILITER SIVE SCRIBENDO SIVE LOQVENDO MVTVO COMMVNICARE QVAM LINGVIS PROPRIIS VERNACVLIS PRAETEREA HINC ETIAM POTVERVNT IVVENES PHILOSOPHIAE PRINCIPIA ET VERAM LOGICES PRAXIN CITIVS ET FACILIVS MVLTO IMBIBERE QVAM EX VVLGARIBVS PHILOSOPHORM SCRIPTIS, Londini, cxcudebat J. Hayes sumptibus authoris (Ambrosiana, Villa Pernice, e Par Naz.).] -rali e lingue artificiali e intendono costruire una lingua artificiale o sistema di segni che risulti comunicabile e comprensibile (quindi adoperabile sia nel linguaggio scritto che in quello parlato) indipendentemente dalla lingua na- turale che effettivamente si parla. I caratteri dei quali la lingua è composta, sono effables in ogni distinct language, in ogni caso le regole della lingua universale non è detto che coincidano con quelle proprie delle lingue naturali. La lingua artificiale è resa possibile dal fatto che le nozioni interne o apprensioni delle cose (internal notions or apprehension of things) o immagini mentali (mental ima- ges) sono comuni a tutti gli uomini, mentre i nomi attribuiti alle nozioni e alle cose sono, nelle varie lingue naturali, suo- ni o parole (sounds or words) nati dalla convenzione o dal caso mediante i quali si esprimono, diversamente da lingua a lingua, le nozioni interne o immagini mentali. A nozioni comuni, non corrispondono quindi, allo stato presente delle cose, espressioni (expressions) comuni: creare artificialmente queste ultime è appunto il compito che si propongono i teo- rici della lingua universale.” 3) La lingua artificiale (che farà corrispondere all’ac- 22 J. Witxins, Essay, cit., To the reader. 23 J. WiLkins, Essay, As men do generally agree in the same principle of reason, so do they likewise agree in the same internal notion or apprehension of things. The external expression of these mental notions, whereby men communicate their thoughts to one another is to the EAR -- by sounds, and more particularly by articulate voice and words. That conceit which men have in their minds concerning a horse or a tree, is the notion or mental image of that beast or natural thing, of such a nature, shape and use. The NAME given to these in several languages – such as Latin, or Italian --, are such ARBITRARY sounds or words, as nations of men – such as the Romans -- have agreed upon, either causally or designedly, to express their mental notions of them. The written word is the figure or picture of that sound. So that, if men should generally consent upon the same way or manner of expression, as they do agree in the same notion, we should then be freed from that curse in the confusion of do with all the unhappy consequences of it.] -cordo già presente nella sfera delle immagini mentali anche l'accordo nelle espressioni) costituisce dunque un efficace rimedio alla babelica confusione delle lingue – dopo la scolastica latina -- e potrà eliminare le assurdità e le difficoltà, le ambiguità e gli equivoci di cui son piene le varie lingue naturali, come il italiano e il francese. Tutta prima parte (Prologomena) dell’opera di Wilkins è dedicata a un esame, assai ampio e minuto, della situazione in cui versano le varie lingue, dei mutamenti e delle corruzioni (changes and corruptions) che in esse si verificano, dei loro difetti (defects), del problema dell'origine del linguaggio. Wilkins parte dal presupposto — comune del resto a tutti questi studiosi — che ogni lingua naturale sia di necessità imperfetta. Ogni mutamento che si verifica nel patrimonio linguistico coincide per lui con un processo di graduale corruzione. Every change is a gradual corruption – witness the passage from Cicero’s Latin to Alighieri’s Italian! Nel mescolarsi della nazione romana mediante i commerci, nei matrimoni tra sovrani, nelle guerre e nelle conquiste, nel desiderio di eleganza dei dotti che conduce a respingere la forma linguistica tradizionali, egli vede altrettanti fattori di corruzione. Tutte le lingue, ad eccezione di quella originaria di ROMOLO, sono state create per imitazione (‘mitation), derivano dall’arbitrio o dal caso. In tutte le lingue sono quindi presenti difetti che, con l’aiuto dell’arte, possono essere eliminati. Neither letters nor languages have been regularly established by the rules of art. La non artificialità delle lingue, quella che noi chiameremmo la loro spontaneità, appare a Wilkins una specie di vizio d’origine e di peccato originario, la fonte di un inevitabile processo di degenerazione, la radice di una confusione sempre maggiore. In poche centinaia di anni — egli afferma — alcune lingue possono andare completamente perdute, altre si trasformano fino a diventare inintelligibili. La grammatica (unica arte che po: trebbe introdurre ordine nel linguaggio) si è costituita più tardi delle lingue stesse e si è quindi limitata a prendere atto di una situazione dominata dall’ambiguità dei termini che assumono, a seconda dei contesti, una enorme varietà di si- gnificati. Identica è, su questo punto, la posizione sostenuta da Dalgarno: l’arte ha il compito «di porre rimedio alle difficoltà e alle confusioni di cui son piene le varie lingue, eliminando ogni ridondanza, rettificando ogni anomalia, togliendo di mezzo ogni ambiguità ed equivocità. La lingua artificiale – DEUTERO-ESPERANTO -- vien presentata come un mezzo di comunicazione enormemente più « facile » di tutti quelli attualmente in uso. Nelle pagine di Dalgarno e di Wilkins ritroviamo presenti quelle mirabolanti promesse che aveva- no riempito, per due secoli, i frontespizi delle opere lullia- ne e mnemotecniche. Nello spazio di due settimane, afferma Dalgarno, uomini di differenti lingue potranno giungere a comunicare per scritto e oralmente « non minus intelligibi- liter quam linguis propriis vernaculis ». In un mese, secondo Wilkins, un uomo di normali capacità intellettuali può im- padronirsi della lingua universale ed esprimersi in essa con la stessa chiarezza con la quale si esprimerebbe in latino dopo quarant'anni di studio. La lingua artificiale esercita una funzione terapeutica nei confronti della filosofia che puo esser liberata dalle sue malattie (l’uso dei sofismi e l’abbandono alle logomachie) e, per la sua esattezza, può porsi come valido strumento per un ulteriore perfezionamento della logica. In una parola l’Ars signorum non solo rappresenta un rimedio alla confusione delle lingue, non solo offre un mezzo di comunicazione più facile di qualunque altro finora conosciuto, ma anche cura la filosofia dalla malattia dei sofismi e delle logomachie, e la provvede di più elastici e maneggevoli strumenti opera- tivi (c0/edly and manageable instruments of operation) per definire, dividere, dimostrare ecc. Dall’adozione della lingua artificiale risulterà facilitata la trasmissione delle idee fra i popoli. I confini della conoscenza potranno in tal modo essere allargati e potrà esser perseguito, con nuovo vigore, quel bene generale dell’uma- 24 Per quanto qui esposto cfr. Witkins, Essay. Sulla grammatica cfr.: The very art by which a language such as Italian should be regulated, viz. grammar, is of much later invention than the language itself, being adapted to what is already in being, rather than the rule of making it so. Per Dalgarno, cfr. Funke, Weltsprachenproblem, WILKINS, Essay, Datcarno, Ars signorum] nità (general good of mankind) che è superiore a quello di ogni particolare nazione. La nuova lingua puo contribuire in modo decisivo allo stabilimento di una vera pace. Questo progetto contribuirà grandemente a ri- muovere alcune delle nostre moderne divergenze in religione smascherando molti stravaganti errori che si nascondono sotto le frasi affettate; una volta che queste saranno filosoficamente spiegate e ritradotte secondo la genuina e naturale importanza delle parole, si riveleranno inconsistenti e contraddittorie. I segni dai quali è costituita la lingua universale sono caratteri reali nel senso attribuito da Bacone a questo termine): segni convenzionali che rappresentano o significano non i suoni e le parole, ma direttamente le nozioni e le cose. Riprendendo le tesi di Bacone e richiamandosi alle discussioni allora assai diffuse sui geroglifici, Wilkins distingue dalle normali lettere dell’alfabeto (originariamente inventate da Adamo – o Romolo – o Ennea – o il fondatore di Troia) le note (rotes) che sono for secrecy e for orevity. AI primo tipo ‘appartengono la Mexican way of writing by pictures e i geroglifici egiziani che sono rappresentazioni di creature viventi o di altri corpi dietro i quali gl’Egiziani nascosero i misteri della loro religione »; al secondo tipo appartengono quelle letters o marks dei quali ci si può servire, come di una forma di scrittura abbreviata, per esprimere una qualsiasi parola. In tutto diversa è la fun- zione del « real universal character » che « should not signi- fie words, but things and notions, and consequently might be legible by any nation in their our tongue ».?* Tutti i caratteri, secondo Wilkins, significano naturally o by institution. Quelli che significano naturalmente sono pictures of things o altre immagini o rapppresentazioni simboliche. Gl’altri derivano il loro significato da una conven- [Wikkins, Essuy, cit., Epistola dedicatoria. 28 Sulle note e i geroglifici egiziani J. Witkins, Essay; parlando dei caratteri reali Wilkins fa riferimento a Bacone (« hath been reckoned by learned men amongst the desiderata) e alle pagine di Bacone sulla scrittura cinese: mediante i caratteri reali « the inha- bitants of that large kingdom, many of them of different tongues, do communicate with one another, every one understanding this common character, and reading in his own language.] zione ARBITRARIA LIBERAMENTE – pel libero aribtrio -- ACCETTATA. A quest’ultimo tipo appartenono i caratteri reali che dovranno essere semplici, facili, chiaramente distinguibili l’uno dall'altro, di suono gradevole e di forma graziosa, come nell’ITALIANO, e, soprattutto, dovranno essere methodical. Rivelanti cioè la presenza di corrispondenze, di relazioni e di rapporti fra segni. Fra i segni e le cose esiste una relazione univoca ed ogni segno corrisponde al una cosa o azione («to every thing and notion there were assigned a distinct mark): il progetto di una lingua universale implica dunque quello di una enciclopedia, implica cioè la enumerazione completa e ordi- nata, la classificazione rigorosa di tutte quelle cose e nozioni alle quali si vuole che, nella lingua perfetta, corrispon- da un segno. Poiché la funzionalità della lingua universale dipende dalla vastità del campo di esperienza che essa riesce ad abbracciare e del quale riesce a dar conto, al limite la lin- gua perfetta esige una preliminare classificazione di tutto ciò che esiste nell'universo e che può essere oggetto di discorso, richiede una enciclopedia totale, la costruzione di « tavole per- fette ». In vista di questa classificazione totale, di questa riduzione a tavole delle cose e nozioni, viene elaborato un metodo classificatorio fondato sulla divisione in categorie ge- nerali, in generi e in differenze. Solo mediante questa grande costruzione enciclopedica ogni segno impiegato potrà fun- zionare come il segno di una lingua perfetta: fornire cioè una esatta definizione della cosa o nozione significata. Si ha infatti definizione quando il segno rivela il « posto » che la cosa o azione (indicata dal segno) occupa in quell’insieme ordinato di oggetti reali e di azioni reali rispetto al quale le tavole si pongono come uno specchio. Inizialmente i costruttori di queste lingue universali segueno una strada in parte differente. Iniziano la raccolta di tutti i termini primitivi (primitive o radical words) contenuti nelle varie lingue per giungere alla costruzione di un dizionario essenziale. In questa direzione si e mosso lo stesso Wilkins in un’opera che riecheggiava nel titolo una espressione di Co- [Sugli alfabeti cfr. J. Wilkins, Essay, sulla distinzione dei caratteri e sulle loro caratteristiche] menio: Mercury or the secret and swift messenger. I termini radicali apparivano qui a Wilkins in una relazione meno ambigua con le cose di quanto non fossero i derived words.° A questa stessa ricerca dei termini primitivi (si ricordino a questo proposito le tavole dei termini fondamentali del Bister- field) si erano dedicati, in Inghilterra, Lodowick nella sua opera sul linguaggio perfetto e Beck nell’Ur:iversal character. Quest'ultimo aveva impiegato, come caratteri, i numeri arabi dallo 0 al 9; le combinazioni di tali caratteri, esprimenti tutti i termini primitivi di ciascuna lingua, erano disposte in ordine progressivo da 1 a 10.000, un numero, questo, che appariva a Beck sufficiente ad esprimere tutti i ter- mini di uso generale. Ad ogni numero corrispondeva un ter- mine di ogni lingua: ne risultava un « dizionario numerico » i cui termini venivano poi disposti alfabeticamente (a seconda delle varie lingue) in un altro dizionario alfabetico. Ciascuno dei due dizionari serviva in tal modo da chiave  all’altro.?! L'adozione dei caratteri reali con l’annesso progetto di una costruzione di « tavole complete » fece poi passare in se- conda linea la ricerca dei radicals words: si trattava ora di procedere alla riduzione di tutte le cose e le nozioni alle ta- vole («the reducing all things and notions to such kind of tables »). Costruire una raccolta di questo genere apparve a Wilkins un’impresa più adatta ad una accademia e ad un’epoca che a una persona singola: la principale difficoltà consisteva proprio nella completezza (« without any redundacy or deficiency as to the number of things and notions ») e nella siste- maticità (regular as to their place and order). Il problema dei termini primitivi o radicali non poteva tuttavia essere eluso: le tavole non potevano evidentemente contenere dav- vero tutto. Le cose e le nozioni in esse classificate ed enume- rate erano solo quelle che rientravano (si era deciso di far rientrare) nella lingua universale o « cadevano all'interno del discorso »: «a regular enumeration and description of all [ J. WiLkins, Mercury or the secret and swift messenger, ahewing how a man may with privacy and speed communicate his thoughts to a friend at a distance, London (ediz. London). Cfr. EMery, Wilkins' universal language, those things and notions to wich names are to be assigned... enumerating and describing all such things and notions as fall under discourse... ».?* La completezza della lingua veniva fatta dipendere dalla completezza delle tavole che erano presentate come uno spec- chio dell'ordinamento del mondo reale, ma per realizzare una completezza che non fosse irrealizzabile (enumerazione com- pleta) Wilkins riprese l’esigenza che era stata alla base della ricerca dei radical words. Le tavole non dovevano contenere tutto, ma soltanto le cose di « a more simple nature »; quelle di «a more mixted and complicated signification » dovevano essere ridotte alle prime ed espresse mediante perifrasi (per: phrastically). Il dizionario alfabetico inglese posto da Wilkins in appendice alla sua opera intende rispondere a questo scopo: mostrare come tutti i termini della lingua inglese possano essere in qualche modo riportati a quelli elencati e ordinati nelle tavole. Per realizzare l’ordinamento in tavole di tutte le cose e nozioni Wilkins fornisce un elenco di XL generi, ciascuno dei quali viene poi suddiviso secondo le differenze che (fatta eccezione per alcune classificazioni zoologiche e bota- niche) sono sei di numero. I primi sei generi, che compren- dono « such matters, as by reason of their generalness, or in some other respect, are above all those common head of things called predicaments », sono: I. Trascendentale generale 4. Discorso 2. Relazione trascendentale mista Dio Relazione trascendentale di azione 6. Mondo Gli altri trentaquattro generi sono ordinati come segue sotto i cinque predicamenti : 22 J. Wikins, Essay, cit., pp. 20-22 e numerosi passi contenuti nel- l’epistola dedicatoria. % Wilkins, Essay: An alphabetical dictionary wherein all english words according to their various significations are either referred to their places in the philosophical tables, or explained by such words as are in the tables. Wilkins, Essay. Per l'esposizione che segue cfr. anche .; c il riassunto delle varie parti dell’opera. Erba considerata secondo: Animali: Parti : Sostanza Elemento Pietra Metallo Foglia Fiore Seme Arbusto Albero . Esangui . Pesce . Uccello . Bestia . Parti peculiari . Parti generali QUANTITÀ (Cf. Grice) Grandezza Spazio Misura Privata : Pubblica : QUALITÀ (Cf. Grice). Potere naturale Abito Costumi Qualità sensibile Malattia Azione Spirituale Corporea Movimento Operazione RELAZIONE (Cf. Grice). Economica Proprietà Provvigione Civile Giudiziaria Militare Navale Ecclesiastica Ciascuno di questi XL generi viene suddiviso secondo le sue differenze e si enumerano poi le varie specie ap- partenenti a ciascuna delle differenze «seguendo un ordine e una dipendenza tali che possano contribuire a una defini- zione delle differenze e delle specie, determinando il loro si- gnificato primario ». Dell’ottavo genere (pietra) vengono per esempio enumerate sei differenze: Le pietre possono essere distinte a seconda che siano: Volgari o senza prezzo Di prezzo medio Preziose: Meno trasparenti Più trasparenti Le concrezioni terrestri sono: Solubili Non-solubili Ciascuna delle differenze è suddivisa nelle varie specie. Le « pietre volgari » (prima differenza) comprendono per esem- pio otto specie che non vengono (questo accorgimento è essen- ziale alla tecnica di Wilkins) semplicementeelencate, ma variamente raggruppate, all’interno della tavola, e classificate a seconda della maggiore o minore grandezza, dell’uso che se ne fa e dell'impiego nelle arti, dell'assenza o presenza di elementi metallici, ecc. Di questo tipo sono le tavole di Wilkins, che occupano poco meno di trecento pagine, in corpo fittissimo, della sua opera. Mediante questa ordinata classificazione delle cose e nozioni alle quali « devono essere assegnati i nomi in accordo alle loro rispettive nature, si è realizzata quella universal philosophy che sta alla base della lingua perfetta e che indica l'ordine, la dipendenza e le relazioni tra le nozioni e tra le cose. Mediante l’uso di lettere e di segni convenzionali è ora possibile dar luogo a un linguaggio universale che è il corri- spettivo della « filosofia universale ». I generi (ci limitiamo qui ai primi nove) vengono indicati come segue: Trascendentale generale Ba Relazione trascendentale mista Ba Trascendentale di azione Be Discorso Bi Dio Dx Mondo Da Elemento De Pietra Di Metallo Do Per esprimere le differenze vengono indicate, nell’ordine, le consonanti B, D, G, P, T, C, Z, S, N; le specie vengono indicate ponendo, dopo la consonante che indica la diffe- renza, i segni seguenti: a, a, €, i, 0, ò, Y, yi, yo. Per esempio: Di significa « pietra »; Did significa la prima differenza che è « pietra volgare »; Diba indica la seconda specie che è « ragg »; De significa elemento; Ded significa la prima differenza che è « fuoco »; Deba denoterà la prima specie che è « fiamma », Det sarà la quinta differenza che è « meteore » e Dera la prima specie della quinta differenza che è « arcobaleno ». Individuando la posizione che un dato termine occupa nelle tavole si potrà definirlo, determinare cioè con sufficiente chiarezza il “primary sense of the thing’. Le tavole di Wilkins forniscono senza dubbio non poche informazioni: per esempio il significato del termine « diamante » risulterà, in base alle tavole, esser quello di una sostanza, di una pietra, di una pietra preziosa, trasparente, colorata, durissima, bril- lante. Ma varrebbe la pena di soffermarsi su alcune tipiche definizioni come quella di «bontà » 0 di « moderazione » v di «fanatismo ». La formazione del plurale, degli aggettivi, delle preposizioni, dei pronomi, ecc. consente a Wilkins di giungere, sia pure assai faticosamente, alla costruzione di una vera e propria lingua. Dell’uso di questa, impiegando prima le lettere alfabetiche poi i più complessi « caratteri reali » egli ci offre un esempio con la traduzione del Pater noster e del Credo. In modo non dissimile aveva proceduto Dalgarno quando aveva costruito, nell’Ars signorum, vulgo character universalis et lingua philosophica, una classificazione logica di tutte le idee e di tutte le cose dividendole in diciassette classi supreme: A. Essere, cose M. Concreti matematici ». Sostanze N. Concreti fisici E. Accidenti F. Concreti artificiali I. Fsseri concreti B. Accidenti matematici (composti di sostanza e acci- ID. Accidenti fisici generali denti) G. Qualità sensibili O. Corpi P. Accidenti sensibili v. Spirito T. Accidenti razionali U. Uomo K. Accidenti politici (compesto di corpo e spirito)  S. Accidenti comuni Ciascuna delle diciassette classi supreme veniva suddivisa in sottoclassi che si distinguevano per la variazione della se- conda lettera. Ecco, a titolo di esempio, la sottoclasse di K : Ka. Relazione di ufficio Ko. Ruolo del giudice Kn. Relazione giudiziaria Kwv. Delitti Ke. Materia giudiziaria Ku. Guerre Ki. Ruolo delle parti Ska. Religione I termini, compresi in ciascuna delle sottoclassi, si distin- guono per la variazione dell’ultima lettera. In questi termini la lettera s, non iniziale, è « servile » e non ha un senso logico determinato, r indica l’opposizione, / il medio fra gli estremi, v è l'iniziale dei nomi di numeri. Sotto Ska (religione) sono compresi i termini seguenti: Skam: grazia Skag: sacrificio Skan: felicità Skap: sacramento Skaf: adorare Skat: mistero Skab: giudicare Skak: miracolo Skad: pregare L'introduzione della lettera ” consentirà la determinazione degli opposti che sono, in questo caso, natura che si op- pone a grazia; miseria che si oppone a felicità; profanare che si oppone ad adorare; lodare che si oppone a pregare. Riproducendo nei dettagli questa classificazione Leibniz comporrà quelle ampie tavole di definizioni che costituiscono il più importante documento del suo progetto di una universale enciclopedia. La funzionalità di queste complicate lingue artificiali è evidentemente legata (sia nel caso di Wilkins sia in quello di Dalgarno) alla maggiore o minore funzionalità della loro macchinosa classificazione delle cose e delle nozioni. A proposito di quest’ultima, resta da sottolineare una tesi caratteristica delle posizioni delle quali qui ci occupiamo e alla quale abbiamo più volte accennato. L’enciclopedia, l’in- sieme delle tavole — e quindi la lingua artificiale che ne è il correlato — appaiono valide in quanto costituiscono lo specchio dell’ordine presente nella realtà. La classifica zione dev'essere fondata sull’ordine delle cose; i rapporti di relazione fra i termini riproducono rapporti e relazioni reali: apprendendo i caratteri e i nomi delle cose, verremo istruiti similmente nelle zazure delle cose: questa duplice conoscenza dev’essere congiunta. Per realizzare davvero ciò è necessario che la stessa teoria, sulla quale il nostro progetto è fondato, riproduca esattamente la natura delle cose Couturat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris  (Phil. Witkins, Essay. By learning the character and the names of things, we should be instructed likewise in their natures, the knowledge of both which ought to be conjoyed. For the accurate effecting of this, it would be necessary, that the theory itself, upon which such a design is to be founded, is exactly suited the nature of things. Non a caso Wilkins, che pure dedica ai problemi del linguaggio non poche delle sue energie, ripete, con Bacone e con i baconiani: as things are better then [sic] words, as real knowledge is beyond the elegancy of a speech like the Italian speech. I segni della lingua perfetta o universale consentono dunque di individuare con la massima precisione il posto che ciascuna cosa (o azione) occupa nelle tavole, permettono cioè di collocare esattamente ogni singolo oggetto naturale in quell'ordine universale che è rispecchiato dalla ewrniversal philo- sophy o enciclopedia. Mediante questa collocazione si possono individuare le relazioni tra la cosa significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie, si possono determinare i rapporti intercorrenti tra la cosa stessa e le differenze c i generi dai quali essa è contenuta come elemento. Perché si potesse giungere con la necessaria rapidità a realizzare queste collocazioni, giungendo in tal modo a precise, esaurienti de- finizioni, Wilkins aveva elaborato tutta una serie di accorgimenti di tipo mnemonico: « Se questi segni o note vengono costruiti in modo da essere in un reciproco rapporto di dipen- denza e di relazione conveniente alla natura delle cose signi- ficate, e similmente se i nomi delle cose vengono ordinati in modo da contenere nelle lettere o suoni che li compongono una specie di affinità e opposizione in qualche modo rispon- dente alle affinità e alle opposizioni delle cose significate, si avrebbero ulteriori vantaggi: oltre che aiutare la memoria (helping the memory) in modo ottimo, l’intelletto verrebbe grandemente rafforzato Mott, commen- tando questo passo, ha scritto con molta chiarezza: «era fa- cile richiamare alla mente il termine atto a indicare l'oggetto salmone se si sapeva che il termine era composto di due sil- labe e cominciava con Za, il simbolo del genere pesci... Una volta ricordato il termine Zara lo studioso, data la sua fami- liarità con la progressione alfabetica dei caratteri, avrebbe [Witkins, Essay, cif., cpistola. 38 J. Witxins, Essay, avuto chiaro il posto del salmone all’interno del genere pesci e, in ultima analisi, entro l’intero schema della creazione dr * L’insistenza sul valore mnemonico della lingua univer- sale, presente nell’opera di Wilkins, non era casuale : una lingua di questo genere sembrava in effetti esaudire le spc- ranze e realizzare le aspirazioni di tutti quei teorici della me- moria artificiale che avevano inteso « disporre ordinatamente — entro i loro complicatissimi teatri — tutti quei luoghi che possono bastare a tenere a mente et ministrar tutti gli humani concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo. Tutti i maggiori teorici della lingua universale insistono del resto, concordemente, sul valore mnemonico dei linguaggi perfetti. Cipriano Kinner, che collabora con Comenio c che per primo aveva formulato nei dettagli il progetto di una lingua artificiale, concepiva la sua lingua non solo come un rimedio alla « babelica confusione delle lingue naturali », ma anche, e soprattutto, come un potente, prezioso « aiuto alla memoria ». Col suo metodo gli studiosi di scienze natu- rali avrebbero potuto ritenere le nozioni più complicate e dif- ficili: «quale botanico, anche espertissimo, potrebbe impri- mersi nella memoria, fra tanta varietà di autori in contrasto, le nature e i nomi di tutte le piante?  L'adozione della lingua artificiale i cui termini indicano la natura c le qualità di ogni singola pianta e il posto che ciascuna pianta occupa nella clas- sificazione per generi e specie, renderà quest’impresa, in apparenza disperata, possibile e oltremodo facile: « mediante la lingua artificiale tutto potrà essere ricordato e recitato senza interruzioni, così come in un’aurea catena, composta di un migliaio di anelli, se vien mosso il primo anello, si muovono tutti gli altri, anche se noi non vogliamo affatto che essi si muovano ».°! Non diversamente da Kinner, anche Lodowick, Edmundson e Dalgarno metteranno in luce il valore mnemo- nico della lingua universale, mentre Wilkins presenterà più volte, nel corso del suo Saggio, la sua lingua come un aiuto °° B. De MotT, Science versus mnemonics, Cfr. G. CAMINO (si veda), Opere, Venezia, A. Griffo. Il testo del Kinner è contenuto in una lettera a Hartlib pubblicata da B. De Mott, The sources of the philosophical language, Journal of Engl. and Germ. Philol.] alla debolezza della memoria naturale. I tremila termini dei quali la sua lingua è composta, sono certo in numero assai minore di quelli impiegati in una qualunque lingua cffetti- vamente parlata e tuttavia questi tremila termini « sono ordi- nati in modo da poter esser ricordati più facilmente di mille termini propri di una qualunque lingua naturale ».'? In una lettera scritta a Boyle, Beale, membro della Royal Society, raccomanda l’uso dei mnemonical characters (così egli chiama i caratteri reali) giacché essi gli apparivano in grado di introdurre finalmente ordine in tutte le possibili combinazioni di lettere, di sillabe e di parole.] Come Kinner aveva ben visto, il problema della funzione mnemonica delle lingue artificiali si presentava strettamente connesso a quello della classificazione dei minerali, delle piante, degli animali. Proprio su questo argomento si apre un’interessante discussione della quale fu prota- gonista John Ray, l’autore della monumentale Historia plantarum generalis, uno dei maggiori scienziati. Congiuntamente al Willoughby il Ray collabora attivamente all’opera di Wilkins, elaborando una classi: ficazione delle piante rispondente agli scopi e alle esigenze proprie della lingua universale. Alle tavole della grande enciclopedia contenuta nell’Essay towards a real character and a philosophical language non spettava certo, secondo Wilkins, una funzione meramente ausiliaria. Nei suoi propositi e nei suoi intendimenti le tavole « soprattutto quelle concernenti i corpi naturali » avrebbero dovuto « promuovere e facilitare la conoscenza della natura » contribuire cioè in modo diretto al lavoro di ricerca svolto dai membri della Royal Society. Rivolgendosi al presidente e ai membri della illustre accademia Wilkins affermava: « nelle tavole ho disposto le cose in un ordine che potrà essere appro- vato dalla Società: in esse potrete trovare un ottimo metodo per la costruzione di un repository che servirà da un lato a ordinare le cognizioni già possedute e dall’altro a supplire le eventuali lacune ». Le ambizioni di Wilkins dovevano essere 42 Per i riferimenti alla memoria: WiLkins, Essay. La lettera è ripubblicata in R. BovyLE, Works, cir.] presto deluse, ma è certo che il suo tentativo di una ordinata, completa classificazione dovette interessare fortemente quanti erano impegnati, in sede di scienze della natura, alla costru- zione di classificazioni riguardanti campi limitati di esperienza. E’ stato notato, molto acutamente, che Wilkins si proponeva di fare con le parole ciò che Linneo farà più tardi con le piante: * « scopo principale di queste tavole — scriveva il buon vescovo di Chester — è di offrire una enumerazione sufficiente di tutte le cose e nozioni e contemporaneamente di disporle in ordine tale che il posto assegnato a ciascuna cosa possa contribuire alla descrizione della sua natura indicando la specie generale e particolare entro la quale la cosa è collo- cata e la differenza per la quale essa è distinta dalle altre cose della stessa specie ».! Sulla base di questa convergenza di interessi e di problemi si verificò, di fatto, una collaborazione fra Wilkins da un lato e Willoughby e John Ray dall’altro. Le classificazioni di ani- mali e di piante, presenti nell’Essay, sono infatti opera dei due illustri scienziati. Ad essi si era rivolto nel 1666 lo stesso Wilkins per poter inserire nel suo testo una « regular enume- ration of all the families of plants and animals ».‘*° L' inte- resse del Ray al progetto dello Wilkins non era certo margi- 41 C. EMery, /. Wilkins universal language, cWiLkins, Essay, Si veda la lettera di John Wilkins a Willoughby in W. DerHax, Philosophical letters, London. Il piano di Wilkins relativo alla lingua universale circola; sui contatti di Wilkins con Ray c Willoughby si vedano le considerazioni di Mott, Science versus mnemonics. Sull’opera scientifica di  Ray che e detto il Plinio inglese e che fu il primo a far uso del termine specie nelle classificazioni botaniche cfr. E. GuyenoT, Les sciences de la vie, Paris, OtLiver, Makers of british botany, Cambridge; Raven, /. Ray naturalist, London, ma sì vedano anche le precise osservazioni di MarceLLA RENZONI, nell'ampio e preciso commento a Burron, Storia naturale, Torino] La celebre classificazione del Ray, presente nel Mezliodus plantarum nova del 1682 non è che una rielaborazione di quella già pubblicata nell'opera di Wilkins. Sull’opera congiunta di Ray e di Willoughby (autore della Orzitfologia; della Historia piscium; della Historia insectorum, cfr. anche E. GurExor, Biologie humaine et animale nel secondo vol. della Histoire générale des sciences, Paris] nale: l’insigne scienziato si sottopose all’ingrata fatica di tra- durre in latino, per renderlo accessibile a tutta Europa, l'intero testo dell'Essay. Le sue divergenze con Wilkins nasceno però sul terreno del metodo, riguardano proprio gli aspetti mnemonici della lingua universale. Nella costruzione di queste tavole — scrive Ray a Lister — non mi si è richiesto di seguire i comandi della natura, ma di adattare le piante al sistema proprio dell’autore. Io debbo dividere le erbe in tre classi il più possibile eguali, suddividere poi ciascuna classe in differenze stando attento a che le piante ordinate entro ciascuna differenza non superino un dato numero fisso. Chi potrebbe sperare che un tal metodo sia soddisfacente? Esso appare assurdo e imperfettissimo, debbo dire francamente che si tratta di un metodo assurdo perché attribuisco più valore alla verità che alla mia personale reputazione. Anche Wilkins, proprio come Ray, aveva inteso che i suoi schemi « seguissero con esattezza la natura delle cose », ma, a diffe- renza di Wilkins, Ray trovava assai difficile iceordare: almeno in sede di botanica, l’a/fabeto e la natura, l'ordine della me- moria e l’ordine presente nella realtà. Di fronte alle difficoltà di una classificazione degli animali e delle piante entrava in crisi, in realtà, quella assoluta regolarità delle tavole che era essenziale al funzionamento della lingua perfetta: i quaranta generi « may be subdivided by its peculiar differences, which, for the better convenience of this institution, I take leave to determine (for the most part) to the number of six. Unless it be in those numerous tribes of herbs, trees, exanguious animals, fishes, and birds, which are of too great variety to be com- prehended in so narrow a compass »."* Sul metodo come ordinata classificazione, come divisione, costruzione di armoniose tavole e di regolarissime gerarchie, avevano concordemente insistito, per secoli, i teorici dell’ars reminiscendi. Proprio nella costruzione dei «teatri » e degli 4? La traduzione di Ray, che fu effettivamente condotta a termine, non fu mai pubblicata. Cfr. Select Remains of the learned Ray by Derham, ed. G. Scott, London, The correspondence of Ray, ed.Lankester, London. Sul significato di queste riserve cfr. Mott, Science versus mnemonics, Wikins, Essay, «alberi », negli ordinamenti e nelle classificazioni essi ave- vano visto i più importanti strumenti per realizzare una me- moria artificiale che potesse soccorrere aila debolezza delle naturali facoltà ritentive. Da questo terreno storico aveva tratto alimento l’idea, così diffusa, di una logica memorativa, di una sostanziale affinità tra la logica (il metodo) e la memoria (come facoltà di ritenere l’ordinato si- stema di tutte le scienze). In questo senso Ramo aveva attri- buito alla memoria una funzione ordinatrice e aveva visto nella memoria una parte o sezione del metodo; in questo senso Bacone aveva concepito la min:istratio ad memoriam (cui spet- tava il compito di « eliminare la confusione » e di procedere alla costruzione delle tavole) come parte integrante della nuova logica; in questo senso, infine, Cartesio aveva inteso la enu- meratio come un soccorso alla naturale fragilità dell’umana memoria. In questi stessi anni Alsted aveva visto nella me- moria una «tecnica dell’ordinamento delle nozioni » e aveva sostenuto la piena risoluzione della memoria « madre dell’or- dine » in una logica intesa come arte del classificare, come metodo per la costruzione del systema mnemonicum o uni- versale enciclopedia delle scienze. In modo non dissimile concepirono il « metodo » gli uomini che si volsero alla non facile impresa di una integrale, ordinata, coerente classificazione dei minerali, delle piante, degli animali. Metodo voleva dire per essi « metodica divisione delle diverse produzioni della na- tura in classi, generi, specie», capacità di costruire una no- menclatura i cui termini fossero significativi di rapporti fra il singolo elemento e i generi e le specie di appartenenza, chia- rissero il posto di ciascun elemento in un sistema più vasto. Proprio nel momento in cui, alla metà del Settecento, i « metodi » entrarono in crisi e vennero rifiutate le classificazioni tradizionali troviamo esplicitamente teorizzata, in polemica contro un recentissimo passato, la funzione mnemonica delle classificazioni e dei metodi. Rifiutando, in nome di una esatta descrizione, l’idea stessa del « sistema» e polemizzando contro la tradizione della botanica, Buffon rifiutava energicamente «tutti i metodi che si sono compilati per aiutare la memoria ».°° E proprio su questa [Burron, Storia naturale] funzione mnemonica dei metodi insistono concordemente i maggiori esponenti della botanica del Settecento: « l’immensa quantità di piante cominciò a pesare sui botanici — scrive lo Adanson nella prefazione alla Famulles des plantes — quale memoria poteva bastare a tanti nomi? I botanici, per allegge- rire questa scienza, immaginarono perciò i metodi ».°! E Fontenelle, nell’elogio pronunciato all'Accademia per la morte di Tournefort, scriveva: «egli permise di mettere ordine nello straordinario numero di piante disseminate alla rinfusa sulla terra e anche sotto le acque del mare e di distribuirle nei di- versi generi e nelle diverse specie che ne facilitano la memoria e impediscono alla memoria dei botanici di crollare sotto il peso di una infinità di nomi »°° Non si tratta di accostamenti casuali: per rendersene conto basta leggere la voce Botanigue della grande enciclopedia il- luministica: «il metodo serve a dare un'idea delle proprietà essenziali di ciascun oggetto e a presentare le relazioni e i contrasti esistenti fra le differenti produzioni della natura... per chi si avvia allo studio della natura il metodo è un filo che serve da guida entro un complicatissimo labirinto, per gli altri (già esperti nelle scienze) è un quadro che rappre- senta taluni fatti, i quali possono farne ricordare altri nel caso che già li si conosca un solo metodo è sufficiente per la nomenclatura: si tratta di costruirsi una sorta di memoria artificiale per ritenere l’idea e il nome di ogni pianta giacché il numero delle piante è troppo grande perché si possa tra- scurare un tale soccorso; a questo scopo qualunque metodo è buono ». La violenza di questa polemica, il vigore di questi rifiuti costituiscono, di per sé, una conferma della persistenza, per tutto il secolo precedente, di una concezione del metodo come memoria. È contro una concezione di questo tipo che pole- mizzano gli enciclopedisti: queste divisioni metodiche — è scritto nelle pagine dedicate alla voce Histoire naturelle — aiutano la memoria e sembrano venire a capo del caos for- M. Apanson, Familles des plantes, Paris, 1763, p. XCV. B. DE FonteneLLE, E/oge de Tournefort, Hist. Acad. Sci.. Questo e il passo precedente sono cit. da M. Renzoni nelle note a Burron, Storia naturale] mato dagli oggetti della natura... ma non bisogna mai di- menticare che questi sistemi sono fondati solo su arbitrarie convenzioni umane e che essi non sono d'accordo con le in- variabili leggi della natura ». Qui non venivano solo rifiu- tati quegli « aiuti della memoria » che erano stati teorizzati e difesi da illustri esponenti della filosofia e della scienza; qui veniva rifiutata, in nome di un deciso conven- zionalismo, anche l’antica idea di una piena, totale corrispon- denza fra i termini dell’enciclopedia e la realtà delle cose. Anche il matematismo di derivazione cartesiana ha senza dubbio contribuito a creare un’atmosfera favorevole alla costruzione di una lingua artificiale – Grice’s DEUTERO-ESPERANTO], ma l’azione esercitata da Cartesio sui progetti di una lingua universale è, quantomeno, difficilmente determinabile. In una lettera a Mersenne pubblicata a Parigi nella raccolta di Clerslier e che poté quindi essere letta da qualcuno dei teorici del linguaggio universale -- ma siamo sul piano delle ipotesi e di questa lettura non ho trovato alcuna documentazione --, Cartesio, pur chiarendo con molta precisione le caratteristiche e gli scopi di una lingua filosofica, si era mantenuto su un piano assai ambiguo. L'impresa di una lingua filosofica gli e apparsa, almeno teoricamente, possibile: stabilendo un ordine in tutti i pensieri che possono penetrare nello spirito umano, allo stesso modo che esiste un ordine naturalmente stabilito nei numeri, potrebbe costruirsi una lingua composta di caratteri apprendibili con grande facilità e rapidità. L'invenzione di questa lingua — aggiunge— dipende però dalla costruzione della vera filosofia, perché sarebbe altrimenti impossibile enumerare tutti i pensieri degl’uomini e metterli in ordine. Una lingua di questo genere, fondata sulla individuazione di quelle idee semplici che sono nell’immaginazione degl’uomini e delle quali si compone tutto ciò che gli uomini pensano », sarebbe facile da apprendere e da scrivere e, cosa fondamentale, aiutera il giudizio rappresentando le cose così distintamente che sarebbe impossibile ingannarsi, mentre al contrario le parole dell’italiano delle quali attualmente disponiamo hanno quasi solo significati confusi ai quali da lungo tempo si è adattato lo spirito degli uomini – cf. H. P. GRICE, MODERNISM/FORMALISM. A causa di ciò quasi nulla viene inteso perfettamente. Ma poco più avanti Cartesio ha messo in luce il carattere utopistico di un'impresa di questo tipo e manifesta il suo radicale scetticismo sulla possibilità di una pratica realizzazione. Je tiens que cette langue – DEUTERO-ESPERANTO -- est possible, et qu’on peut trouver la science de qui elle dépend, par le moyen de laquelle les paisans pourroient mieux juger de la verité des choses, qui ne font maintenant les philosophes. Mais n’esperez pas de la voir jamais en usage, cela présuppose de grands changemens en l’ordre des choses et il faudroit que tout le monde ne fust qu’un paradis terrestre, ce qui n'est bon à proposer que dans le pays des romans. [cf. H. P. GRICE – IDIO-LECTO]. Una cosa Cartesio vede con chiarezza: lo stretto rapporto tra la lingua perfetta e la vera filosofia -- quella che Wilkins poi chiam la universal philosophy o enciclopedia. Cartesio aveva concepito questo rapporto come un rapporto di dipendenza. L’assenza di un ordinato elenco di tutti i pensieri degl’uomini dal quale ricavare l’elenco delle idee semplici rende impossibile e illusoria la costruzione di una lingua universale come il DEUTERO-ESPERANTO. Dalgarno e Wilkins avevano tentato l'impresa di una classificazione totale delle nozioni e delle cose. Leibniz, largamente utilizzando questi tentativi, rifiuta esplicitamente, proprio commentando la lettera a Mersenne ora ricordata, la posizione cartesiana: « Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non dipende dalla sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita nonostante che la filosofia non sia perfetta; a misura che crescerà la scienza degli uomini, crescerà anche questa lingua. Nell'attesa, essa costituirà un aiuto meraviglioso: per servirci di ciò che sappiamo, per renderci conto di ciò che ci manca € per trovare 1 Mezzi per arrivarci, ma soprattutto servirà a eliminare, sterminandole, le controversie negli ar- gomenti che dipendono dalla ragione. Perché, allora, calcolare e ragionare saranno la stessa cosa. Descartes, Oesvres, ed. Adam et Tannery (ediz. Clerselier. Coururat, Opuscules ct fragments inédits de Leibniz. In una lettera scritta a Francoforte Leibniz esprimeva il suo entusiasmo per l’opera di Wilkins. Ho letto da poco il Caraztere universale del dottissimo Wilkins; le sue tavole mi piacciono moltissimo e vorrei che egli si fosse servito di figure per esprimere quelle cose che non possono essere descritte che mediante la pittura, come per esempio i generi degli animali, delle piante, degli strumenti. Quanto sarebbe desiderabile una traduzione in latino della sua opera! ». La stessa speranza in una rapida traduzione, Leibniz esprimeva due anni più tardi, in una lettera all’Oldenburg. Dobbiamo arrivare a dopo gl’anni del soggiorno parigino e londinese, per trovare espresse alcune ri- serve di fondo: « Sento che quell’uomo illustre [Hoock| tiene in gran conto il Carattere filosofico di Wilkins che ho anch'io nella meritata considerazione. Non posso ta- cere, tuttavia, che può essere realizzato qualcosa di molto più rande e di molto più utile. Di tanto più grande, di quanto i caratteri dell’algebra sono migliori di quelli della chimica ».' Il contatto con l’analisi matematica era stato, da questo punto di vista, decisivo: per Leibniz non si trattava più sol- tanto di costruire una lingua che fosse in grado di facilitare la comunicazione tra gli uomini, ma di dar luogo ad una scrittura universale mediante la quale si potessero, così come in algebra e in aritmetica, costruire infallibili dimostrazioni. La differente posizione assunta da Leibniz in queste lettere conferma ancora una volta, dal punto di vista di un problema particolare, la validità di quella interpretazione che vede nel soggiorno a Parigi e a Londra una « svolta » nel pensiero leibniziano. In questi anni Leibniz si dedica allo studio della matematica ed entra in contatto con il cartesianesimo e con le correnti più vive del pensiero euro-[GerHarDT, Die philosophischen Schriften von Leibniz, Berlin] peo. L'attenzione per gli aspetti sintattici del linguaggio, la scoperta della « magia dell’algoritmo » o della « funzionalità » dei procedimenti puramente formali, l'affermazione della pos- sibilità di una scienza generale delle forme: questi temi e queste discussioni sono posteriori agli anni della giovinezza, presuppongono l’accostamento dei metodi della combinatoria a quelli della matematica e dell’algebra. Il progetto leibniziano di una caratteristica universale era fondato — com'è noto — su questi tre princìpi: le idee sono analizzabili ed è possibile rintracciare quell’alfabeto o ABECEDARIO dei pensieri che è costituito dal catalogo delle nozioni semplici o primitive; le idee possono essere rappresentate simbolicamente;  è possibile una rappresentazione simbolica delle relazioni tra le idee e, mediante opportune regole, è possibile procedere alla loro combinazione. Questo progetto di Leibniz non nacque certamente sul terreno dell’algebra o del formalismo logico. Kabitz ritrovato nella biblioteca di Hannover l’esemplare, annotato da Leibniz, delle opere di Bisterfield ed è certo a quest’ultimo autore, oltre che più genericamente alla tradizione del lullismo, che va fatta risalire l’idea, fondamen- tale per lo stesso costituirsi della combinatoria leibniziana, di un alfabeto o ABECEDARIO dei pensieri umani o di un catalogo delle nozioni primitive dalla combinazione delle quali si possano ricavare tutte le idee complesse. In una lettera scritta probabilmente al barone di Boineburg e che contiene una delle prime for- [Per 1 rapporti con Bisterfiecld e la presenza di motivi attinti alle correnti mistiche-pitagoriche: Kasirz, Die Philosophie der jungen Leibniz. Untersuchungen zur Entwicklungsgeschichte seines Systems, Heidelberg; per i rapporti con la pansofia: Leibniz’ Verhaltnis zur Renaissance im allgemeinen und zu Nizolius im besonderen, Bonn, 1912; per i rapporti con Alsted c con Henry Morc: D. MaHNKE, Leibmizens Synthese von Untversalmathematik und Individualmetaphysik, Jahrb. fur Philos. u. phinomenologische Forschung . FeitcHenFELD, Leibniz und Henry More, Berlin  G. Couturat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris, Alcan (di qui in avanti indicato con la sigla Op. seguita dal numero della pagina); LEIBNIZ, Textes inédites publiés et annotés par Grua, voll. 2, Paris (di qui in avanti si userà la abbreviazione Grua, seguita dal numero delle pagine] mulazioni della caratteristica, Leibniz mostrava di accettare, nella sostanza, il progetto di Kircher: ai concetti e alle nozioni fondamentali vanno sostituite figure di circoli, di qua- drati, e di triangoli variamente disposti; mediante la combi- nazione delle figure potranno essere espresse le relazioni e le combinazioni fra le idee. Accanto a quelli del Bisterfield e del Kircher, troviamo ricordati, nella Dissertatio de arte combinatoria, i nomi di Lullo e di BRUNO, di Agrippa e di Grégoire, di Alsted, di Bacone ec di Hobbes. La critica che Leibniz rivolgeva a Lullo non concerne minimamente il principio ispiratore della combinatoria: riguardal’arbitrarietà delle classi e delle radici, la insufficienza delle combinazioni. Il riferimento a Bacone e giustificato dal fatto che il Verulamio pone fra i desiderata una logica inventiva. Quello a Hobbes dalla identificazione di ogni operazione mentale con una computatio. Il riferimento a Hobbes non deve trarre in inganno. Leibniz si limita ad approvare l’accostamento, presente nei testi di Hobbes, ma larghissimamente diffuso anche nei testi del lullismo, della logica ad un calcolo – cf. H. P. Grice, “first-order predicate calculus with identity. The Merton Calculators. Speranza. Come ha mostrato con abbondanza di argomentazioni Couturat, il peso esercitato d’Hobbes sull’idea della caratteristica è assai scarso e, nella interpretazione del calcolo, Leibniz si allontana in modo radicale dalle posizioni hobbesiane. Prevalgono in ogni modo, tra le fonti indicate da Leibniz, i testi dei lulliani e degli enciclopedisti: richiamandosi agli saggi di BRUNO, d’Agrippa, di Alsted, Leibniz fa riferimento alle più note e celebrate esposizioni e ai più diffusi commenti dell’Ars magna; nella Sintassi del Grégoire aveva trovato, vigorosamente espressa, l’aspirazione ad una scienza generale fondata sulla determinazione di una serie limitata di princìpi e di assiomi; dalla Technica curiosa sive mirabilia artis di Caspar Schott, uno dei testi più caratteristici della « magia » dei gesuiti del Seicento, aveva infine attinto notizie sulle lingue universali. Cfr. Op.; G. Coururat, La logique de Leibniz d’après des documents inédits, Paris, 1901, tutta la appendice Il e in particolare le pp. 458 - (Qui di seguito abbreviato con CouTuRaT). ® Caspar ScHotT, Technica curiosa, sive mirabilia artis, Norimbergae (Triv. Mor. H.). Il problema fondamentale della logica inventiva, quale viene esposta nella Dissertatio de arte combinatoria, è quello, ben noto, di trovare tutti i possibili predicati di un dato sog- getto e, dato un predicato, trovare tutti i suoi possibili soggetti. Trascurando, come è legittimo fare in questa sede, tutta una vasta serie di problemi più strettamente tecnici, ci si limi- terà a fornire, sulla traccia della esposizione del Belaval, un esempio del modo di procedere di Leibniz. Per risolvere il problema sopra indicato è necessario individuare le idee semplici e primitive che possono essere indicate con un SEGNO convenzionale, in questo caso con un numero. Siano i termini della prima classe: 1: il punto; 2: lo spazio; 3: l’interposto fra; 4: il contiguo; 5: il distante; 9: la parte; 10: il tutto; 11: lo stesso; 12: il diverso: 13: l’uno; 14: il numero; 15: la pluralità; 16: la distanza; 17: il possibile ecc. Combinando a due a due i termini della prima classe -- com2natio -- si ottengono i termini della seconda classe. Per esempio la quantità -- il numero delle parti -- sarà rappresentata dalla formula: 14709 (15). Mediante la combinazione dei termini a tre a tre -- com3natio -- si otterranno i termini della terza classe: per cs. intervallum è 2.3.10, vale a dire che l’intervallo è lo spazio (2) preso in (3) un tutto (10). E così di seguito procedendo per comA4natio, comSnatio ecc. Per trovare i predicati di un determinato soggetto basta suddividere un termine nei suoi fattori primi determinando poi le possibili combinazioni di questi fattori. I predicati possibili di intervallo sono: lo spazio (2), l’intersituazione (3), il tutto (10) presi uno ad uno; poi, presi per com2natio, lo spazio intersituato (2.3), lo spazio totale (2.10), l’intersituazione nello spazio (3.10); infine, per com3 natio, il prodotto 2.3.10 che costituisce la definizione di :ntervallo. Per trovare tutti i possibili soggetti di intervallo (predicato) bisogna individuare tutti i termini le cui definizioni contengono i fattori 2.3.10. Tutte le combinazioni risultanti da questi fattori apparterranno necessariamente alla classe delle nozioni complesse di ordine superiore alla classe cui appar- tiene intervallo (che appartiene alla terza classe). La linea, che è definita come un intervallo tra due punti, appartiene alla quarta classe giacché per definirla occorreranno quattro ter- minì primitivi: 2,3,10 e 1 -- il punto. Dati n termini semplici e indicando con 4 (2>4) il numero dei fattori primi costituenti un predicato si daranno 2 "-k soggetti possibili (la pro- posizione tautologica «un intervallo è un intervallo » è evi- dentemente compresa in questo numero). La caratteristica, come ha notato con esattezza il Couturat, non fu tuttavia inizialmente concepita sotto la forma di un’al- gebra 0 di un calcolo, ma sotto la forma di una lingua o scrit- tura universale.* L’uso XI dell’ars combinatoria consiste in- fatti per Leibniz nell’invenzione di una «scrittura universale, intelligibile cioè ad un qualunque lettore esperto in una qual- siasi lingua ». Tra i testi di lingua universale a lui contempo- ranei, Leibniz ricordava — fondandosi sull’esposizione che ne aveva fatto Schott — uno scritto anonimo pubblicato a Roma  nel quale il metodo era abbastanza ingegnosamente ricavato dalla natura delle cose: l’autore distribuiva le cose in varie classi ed ogni classe era formata da un deter- minato numero di cose »,° per designare un oggetto qualunque bastava indicare il numero della classe e il numero dell’ og- getto. Le altre due opere ricordate da Leibniz sono: il Character pro notitia linguarum universali di  Becher (Francoforte) e la Polygraphia nova et universalis ex combinatoria arte detecta di KIRCHER (si veda) (Roma). Entrambi questi testi sono costruiti sulla base di un dizionario numerico del tipo di quello al quale si è fatto riferimento a proposito dell’Universal Character di Beck. E diventato una specie di luogo comune, nella storiografia leibniziana, quello di contrapporre agl’informi abbozzi o ai vaghi e confusi progetti di lingua universale costruiti dai « predecessori, il limpido, scientifico, coerente piano di una lingua filosofica costruito da Leibniz. In realtà le cose (quando non si attribuisca a qualcuno la qualifica di prede- [G. e cfr. Betavat, Leibniz, Paris; Couturat; e, per una più ampia esposizione,  BARONE, Logica formale e logica trascendentale da Leibniz a Kant, Torino; Couturat,  G. Nella Technica curiosa di Schott, per titolo Mirabilia graphica, sive nova aut rariora scribendi artificia (ediz. di Norimberga) è contenuta una dettagliata esposizione dell’opera anonima  e del volume del Becher. Le brevi considerazioni svolte da Leibniz sembrano esclusivamente fondate su questa esposizione.] cessore per evitare la fatica di leggerne le opere stanno un po’ diversamente. Quando Leibniz formula, nella Dissertatio de arte combinatoria, il suo progetto di lingua universale, egli non conosce né l’Ars signorun di Dalgarno. In quegli anni, Leibniz concepiva ancora, sulle traccie di Bacone e di Kircher, i caratteri della lingua universale come composti di figure geometriche e di pitture del tipo di quelle usate un tempo dagl’egiziani e impiegate oggi dai cinesi; pitture che non vengono ricondotte a un determinato alfabeto o a lettere, il che è causa di incredibile afflizione per la memoria. Le riserve che egli avanza a proposito dell’opera di Becher erano, d’altra parte, assai simili a quelle che formula, indipendentemente da Leibniz, lo stesso Wilkins: l'ambiguità dei termini che, nelle varie lingue, hanno diversi significati; la impossibilità, data la mancanza di esatti sinonimi, di una precisa corrispondenza fra i termini di due lingue; la impossibilità, data la diversità delle regole sintattiche, di una pura e semplice traduzione dei termini uno in fila all’altro; la difficoltà infine di ritenere a memoria i numeri corrispondenti non solo alle classi, ma ai singoli oggetti appartenenti a ciascuna classe. – cf. H. P. GRICE’S EIGHT DESIDERATA OF A FORMAL LANGUAGE of the MODERNISTI – versus the eight defences of the ORDINARY LANGUAGE of the neo-traditionalists like Strawson --. Speranza, “Implicatura conversazionale.” Una scrittura o lingua universale che volesse evitare questi pericoli doveva quindi essere fondata su un’analisi completa dei concetti e sulla loro riduzione ai termini semplici. Leibniz legge il Saggio sui caratteri reali di Wilkins e, probabilmente nello stesso giro di tempo, l'Ars signorum di Dalgarno. Il suo entusiasmo per l’opera di Wilkins, il suo desiderio di vedere il Saggio TRADOTTO IN LATINO e diffuso in Europa appare, dopo quanto si è detto, pic- namente giustificato. Nell’Essay e nell’Ars signorum egli trova (almeno in parte realizzato) il tentativo — già da lui stesso auspicato ed avviato nella Dissertatto — di costruire una lingua universale che fosse anche artificiale e filosofica, costruita cioè non sulla base di una corrispondenza tra dizionari, ma sul fondamento di una classificazione logica dei concetti. Le critiche di Leibniz a Dalgarno e a Wilkins G.1V, 73. n G.] nasceranno, abbiamo visto, solo negli anni del soggiorno a Parigi: in una nota apposta al suo esemplare dell’Ars signorum e in una lettera all’Oldenburg (scritta da Parigi) Leibniz criticava i due autori inglesi affermando che, più che a costruire una lingua davvero filosofica, capace cioè di indicare le relazioni logiche tra i concetti, essi si erano preoccupati di dar luogo a una lingua che potesse facilitare il commercio fra le nazioni. La lingua internazionale — aggiunge Leibniz — è solo il più piccolo dei vantaggi offerti dalla lingua universale : essa è prima di tutto un instrumentum rationis. Ma nel modo di concepire la lingua universale (il termine caratteristica reale, sovente impiegato da Leibniz, deriva in modo evidente dalla terminologia baconiana ripresa anche da Wilkins) Leibniz non si discostava di molto dalle posizioni tradizionali. Da questo punto di vista alcune delle sue affermazioni appaiono particolarmente significative e valgono a mostrarci la effettiva vicinanza di alcune delle sue tesi con quelle sostenute dai teo- rici inglesi della lingua artificiale. La lingua universale o caratteristica reale risulta da un sistema di segni che rappresentano direttamente le nozioni e le cose, non le parole (« peindre non pas la parole, mais les pensées »), tali quindi da poter essere letti e compresi indi- pendentemente dalla lingua che effettivamente si parla. La costruzione di una lingua universale coincide con quella di una scrittura universale -- nihil refert, an scripturam tantum universalem, an vero et linguam condere velimus; facile enim est utrumque eadem opera efficere. Pur dichiarando di volersi discostare dalla tradizione, Leibniz vede nei geroglifici egiziani, nei caratteri cinesi, nei segni impiegati dai chimici, gli esempi di una caratteristica reale -- hieroglyphica Aegyptiorum et Chinensium et apud nos notae chemicorum, Characteristicae realis exempla sunt, fateor, sed qualis hactenus auctores designavere, non qualis nostra est. G.; Couturat] La lingua universale può essere appresa in un tempo brevissimo (in poche settimane, ripete Leibniz con Dalgarno) e serve anche, seppure non principalmente, alla propagazione della fede cristiana e alla conversione dei popoli (cette Eesinure ou langue pourroit estre bientost receue dans le monde, parce qu'elle pourroit estre apprise en peu de semai- nes, et donneroit moyen de communiquer par tout. Ce qui seroit de grande importance pour la propagation de la foy, et . pour l’instruction des peuples eloignés. L'apprendimento della lingua universale coincide con l'apprendimentodella enciclopedia o del sistematico ordina- mento delle nozioni fondamentali. Il progetto dell’enciclopedia è organicamente legato a quello relativo alla lingua universale e da esso inscindibile -- qui linguam hanc discet, simul cet discet encyclopaediam quae vera erit janua rerum. L'apprendimento della lingua universale costituisce, di per se stesso, un rimedio alla debolezza della memoria -- qui linguam hanc semel didicerit, non potuerit eius oblivisci, aut, si obliviscatur, facile omnia necessaria vocabula ipse sibi reparabit. La superiorità della lingua universale sulla scrittura cinese sta nel fatto che le connessioni tra i caratteri corrispondono all’ordine e alla connessione esistenti fra le cose -- on la pourra apprendre en peu de semaines, ayant les caracteres bien liés selon l’ordre et la connexion de choses, au lieu que les Chinois. Su due punti, entrambi di importanza fondamentale, Leibniz si discosta però dai precedenti tentativi. I caratteri della lingua universale hanno il compito d’esprimere i rapporti e le relazioni che intercorrono tra i pensieri. Come nel caso dell’algebra e dell’aritmetica, i caratteri devono servire all’invenzione e al giudizio. Questa scrittura, scrive Leibniz, e una specie di algebra generale e offre il modo di ragionare calcolando, di modo che, [G.] invece di disputare, si potrà dire: calcoliamo. E si trova che li errori del ragionamento sono soltanto errori di calcolo individuabili, come nell’aritmetica, per mezzo di prove. Il pro- getto di una lingua universale o filosofica, ripreso da Leibniz con nuovo vigore dopo la lettura delle opere di Dalgarno e di Wilkins, puo in tal modo essere accostato a quello già avviato nel De arte combinatoria e tendente alla costruzione di un’ars inveniendi concepita come calcolo. La costruzione della lingua universale conduce in tal modo non solo alla realizzazione di un MEZZO DI COMUNICAZIONE, ma contribuirà anche, in modo diretto, alla realizzazione dell’ars inveniendi. Il nome – segno -- attribuito nella lingua universale ad un determinato oggetto o ad una determinata nozione non serve solo a individuare le relazioni intercorrenti fra la cosa significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie e a determinare i rapporti tra la cosa stessa e le differenze e i generi nei quali essa è contenuta come elemento. Il segno non serve solo a indicare la posizione che l’oggetto occupa nello schema dell’universo. Serve anche ad indicare l’ESPERIENZE che devono essere razionalmente intraprese per estendere la nostra conoscenza. Equidem fateor et res ipsa clamat, non posse nunc quidem ex nomine quod auro (exempli causa) imponemus, duci phaenomena quaedam chymica quae dies et casus detegent, donec sufficientia phaeno- mena ad reliqua determinanda nacti simus. Solius Dei est, primo intuitu, huiusmodi nomina imponere rebus. Nomen – SEGNVM -- tamen quod in hac lingua imponetur, clavis erit eorum omnium quae de auro humanitus, id est ratione atque ordine sciri possunt, cum ex eo etiam illud appariturum sit, quaenam experimenta de co cum ratione institui debeant. Nel lungo frammento intitolato LINGVA GENERALIS, un sistema di CALCOLO logico concepito da Leibniz, puo in tal modo presentarsi come il fondamento del progetto leibniziano di una lingua universale. Per trasformare la caratteristica (facente uso di simboli numerici) in una lingua che potesse essere parlata  Leibniz n fa ricorso, come ha chiarito anche Couturat, ai metodi n G. e cfr. Grua, 263 - 64. 2! G. VII, 13; Op. 277-79. ?2 CoururaT] teorizzati da Dalgarno e da Wilkins, indica con le nove prime CONSONANTI (B, C, D, F, G, H, L, M, e N) -- i numeri dall’Ia IX, e con le cinque VOCALI – A, E, I, O, ed U -le unità decimali in ordine ascendente -- 1, 10, 100, 1000, 10000 --  per le unità superiori ammetteva l’impiego di dittonghi. Così il numero “81.374” si scrive e si pronuncia “Mubodilefa”. Poiché ogni sillaba indica, mediante la vocale, il suo ordine decimale, il valore della sillaba stessa è indipendente dal posto occupato nella parola. Lo stesso numero può essere espresso con il termine “Bodifalemu,” che significa “1000 + 300 + 4 +70 + 80000 = 81.374.” Non è il caso di esporre qui le dottrine di Leibniz concernenti la GRAMMATICA RAZIONALE, né i suoi tentativi di una semplificazione grammaticale e sintattica del LATINO CLASSICO al quale egli, dopo i ripetuti insuccessi cui è andato incontro, fa ricorso com’intermediario fra le lingue viventi e la futura lingua latina universale. È ben certo, tuttavia, che il problema che necessariamente Leibniz doveva porsi, della costituzione di un dizionario pone Leibniz di fronte ad una questione nella quale si sono già imbattuti non pochi fra i teorici della lingua perfetta. Perché il nome di ogni oggetto o nozione possa esprimere la definizione dell’oggetto o della nozione in modo che i termini della lingua artificiale divengano simboli adeguati e trasparenti simili a quella della lingua di Adamo o ROMOLO, è necessario aver individuato gl’elementi primi e semplici che compongono l’alfabeto del pensiero. Ma per individuare quest’alfabeto o ABECEDARIO è necessario un inventario di tutte le conoscenze umane; è indispensabile disporre di un’enciclopedia nella quale tutte le nozioni siano classificate nell’ambito di un sistema unitario e appaiano quindi riconducibili ad un NUMERO LIMITATO di categorie fondamentali. La caracteristique que je me propose ne demande qu’une espèce d’encyclopedie nouvelle. L’encyclopedie est un corps où les connoissances hu- [Cfr., su questi argomenti, Coururat, c, dello stesso autore, Histoire de la langue universelle, Paris. Per una ri- presa, da parte di Couturat, di questi temi leibniziani cfr. Des rapports de la logique et de la linguistique dans le probleme de la langue internattonale, Atti del Congr. di filosofia, BOLOGNA] maines les plus importantes sont rangées par ordre. Cette En- cyclopedie estant faite selon l’ordre que je me propose, la Caracteristique seroit quasi toute faite ».° In una serie numerosissima di abbozzi, di frammenti, di piani, di capitoli o sezioni offerti come provvisori specimina, Leibniz, rivolgendosi alle società e alle accademie, ai principi e ai sovrani, andò elaborando durante l’intera sua vita, il pro- getto di un'enciclopedia universale che non si presentasse sem- plicemente come una classificazione o un bilancio delle cono- scenze già acquisite, ma avesse valore dimostrativo, serve cioè di guida alla ricerca scientifica in atto.? Sulle fonti di non pochi tra questi progetti appaiono essenziali le testimonianze dello stesso Leibniz. Nella Nova methodus iurisprudentiae troviamo precisi riferimenti a Lavinheta cui vien riconosciuto il merito di aver individuato quei termini giuri- dici fondamentali mediante i quali potrà venir costruita la tavola enciclopedica del diritto.?” In una lettera del 1714, rife- rendosi agli anni della giovinezza, Leibniz parlava dell’in- flusso esercitato su di lui dal Digestum sapientiae di Paris. Sull’opera di Alsted, già ricordato nella Dissertatio per i suoi scritti lulliani, Leibniz ritornò più volte: nel 1681 par- lava di lui con ammirazione, dieci anni prima aveva dedicato un breve scritto a migliorare e perfezionare la sua grande enciclopedia. Ancor più profondo è il debito verso Comenio: la mia propria enciclopedia, non differisce molto da quella di Comenio  ed a Comenio Leibniz aveva attinto la tesi di importanza centrale di una sostanziale, profonda identità fra la lingua universale e l’enciclopedia. G. Sul carattere dimostrativo dell’enciclopedia latina e dell’enciclopedia italiana leibniziana cfr. le utili precisazioni contenute nel saggio di R. McRae, Unity of the sciences: Bacon, Descartes, Leibniz, in « Journal of the History of Ideas, Dutens, G. G. Leibmtii Opera Omnia, voll. 6, Genevae, ec cfr. Carreras y ARtAU, La filosofia cristiana. 2° G. IV, 62; G. VII; Cogitata quaedam de ratione perficiendi et emendandi Encyclopaediam Alstedii in Dutens, Leibnitit Opera, cit., V, 183; cfr. Op. 354 - 55. 3° Cfr. Carreras y ARTAU, II, p. 320; Couturat, 571 -73; /udicium de scriptis comenianis in Dutens, Leibnitii Opera. Facendo riferimento al commento leibniziano alla lettera di Cartesio sulla lingua universale, abbiamo visto come Leibniz si rendesse ben conto del perfetto « parallelismo » esistente tra il progetto della lingua universale e quello concernente l’enciclopedia. In quel passo, di incerta datazione, egli si era rifiu tato di far «dipendere» la caratteristica dall’ enciclopedia: « Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non dipende dalla sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita nonostante che la filosofia non sia per- fetta ».*! Ma, su questo punto, la posizione di Leibniz pre- senta non poche incertezze : in una lettera a Burnet egli afferma, muovendosi in una direzione completamente opposta, che i caratteri presupporrebbero la vera filosofia ed è solo al presente che io oserei dare avvio alla mia costruzione.  Questo duplice punto di vista, nota BARONE, corrisponde al duplice punto di vista da cui Leibniz guarda alla caratteristica, considerandola rispettiamente, come strumento metafisico assoluto o come strumento per la costruzione di particolari sistemi o calcoli deduttivi – come il sistema Q di H. P. Grice, “a first-order predicate calculus with identity.” – cf. Myro, SISTEMA G. L'osservazione è molto esatta. La caratteristica come strumento, come calcolo modellato sul formalismo dell’algebra, non richiedeva la preliminare fondazione della vera filosofia: caratteristica ed enciclopedia si risolvevano l’una nell’altra e procedevano di pari passo. Continuando però a concepire la caratteristica come chiave universale come lo strumento atto a disvelare le essenze e a decifrare quell’alfabeto del mondo che corrisponde all’alfabeto dei pensieri, Leibniz si ritrova-di fronte allo stesso problema che hanno dovuto affrontare i teorici della lingua perfetta: costruire una universal philosophy che serve di base e di fondamento alla lingua filosofica. Per rendersi conto di ciò basta considerare quelle ampie tavole enciclopediche che furono composte da Leibniz. Al termine della sua attività, dopo aver steso e abbozzato piani e frammenti numerosissimi di enciclopedie,Barone, Logica formale e logica trascendentale] Leibniz torna a muoversi, ancora una volta, sul piano stesso sul quale si erano mossi Wilkins e Dalgarno. In queste pagine l'enciclopedia si configura come una classificazione logica fondata sulla distinzione scolastica delle sostanze e degl’accidenti dei principali concetti di tutte le scienze -- dalla matematica, alla morale, alla politica --, di tutti gl’oggetti naturali -- dai minerali, alle piante, agli esseri viventi -- e di tutti gl’oggetti artificiali – gl’utensili e gli strumenti costruiti dalla mano dell’uomo. La classificazione leibniziana riproduce, con trascurabili differenze, quella dell’Ars signorum di Dalgarno: Res: Concreto matematico Accidentia: Accidenti comuni Concreto fisico Accidente matematico Concreto artificiale Accidente fisico generale Concreto spirituale Qualità sensibili Accidenti sensitivi Accidente razionale Accidente economico Accidente politico. Anche all’interno delle varie classi e sottoclassi veniva riprodotta la stessa classificazione. La classe degl’accidenti politici comprende per esempio, anche per Leibniz: la relazione d’ufficio, la relazione giudiziaria, la materia giudiziaria, il ruolo delle parti, il ruolo del giudice, i delitti, la guerra, la religione. Anche nell’elencazione dei singoli ter- mini compresi in ciascuna delle classi e sottoclassi, Leibniz si discostava in misura assai limitata dallo schema costruito da Dalgarno. Il progetto di una enciclopedia dimostrativa — storicamente così importante — sembra qui abbandonato. Le ragioni di questo mutamento di prospettive richiederebbero un'analisi particolare. Qui ci si voleva limitare a far rilevare che l’influenze delle posizioni dei teorici inglesi della lingua latina come lingua universale non sono presenti soltanto negli scritti di Leibniz. Facendo riferimento ai testi dedicati alla costruzione delle lingue filosofiche, abbiamo notato come essi insistano tutti, concordemente, sul valore mnemonico delle lingue universali: i numerosi riferimenti a questo problema, presenti nelle opere di Leibniz, risultano anch'essi, dal nostro punto di vista, oltremodo significativi. Come già Bacone e Cartesio, anche Leibniz era al corrente o era interessato al problema, così a lungo dibattuto in Europa, della memoria artificiale. Di questo suo interessamento per l’ars reminiscendi resta traccia in un gruppo di carte leibniziane ancora inedite: Phil. VI.19, che è una raccolta di appunti avente per titolo Mremonica sive praecepta varia de memoria excolenda, e Phil. che contiene una seconda raccolta di appunti e di riassunti di opere di ars memorativa. Alla carta 5r. del primo di questi due manoscritti troviamo teorizzata una serie di accorgimenti che possono essere usati per ricordare facilmente, facendo ricorso alle lettere alfabeti- che, una serie qualunque di numeri: Sr. Arcanum: qua ratione omnes et singulos nmumeros, prae- sertim cos quorum usus est in chronologia, atque aliorum infinitorum, memoriae mandare, corum citra omnem in- genii cruciatum recordari, ac nunquam oblivisci possis, ne dicam, ulteriora et infinita queas deducere. Si quis multos numeros citra cruciatum memoriae atque ingenii memorare cupit, omnino opus est ut subsidio ali- quo utatur. Sunt qui varie rem tentarunt, absque tamen singulari effectu ac successu, donec non adeo pridem hunc modum quispiam excogitando invenerit, multis rationibus ipsaque experientia reddiderit probatum. Alphabeti elementa sunt XXIV: haec dividuntur in vocales et consonantes. Vocales hac in re vicariam nobis tantum praebent utilitatem, consonantes vero primariam. / 5 v. Consonantes autem sunt hae: BCDFGKLMNPQRST, his adiungantur WZV. Numeros habemus hos: 1234567890. Si plures dantur numeri, ex hisce componuntur, ut ex | et 2 fiunt 12 quemadmodum res est plana. Iam vero nihil memoriam adeo torquet quam res referta numeris, quos tamen scire memoriaque comprehendere ma- ximi interest itaque hocce subsidii, ut utaris, valde pro- dest et conducit memoriam. Reduc consonantes istas ita, et puta quod sint numeri, sic facile te extricabis: 1234567890 BCFGLMNRSD PK WQ Z LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA. Il ricorso ai versi, così diffuso nei testi di mnemotecnica dal Quattrocento fino a Bacone, è presente in un altro di questi fogli di appunti nel quale Leibniz traduce in latino i versi 33-42 della Geografia di Marciano d’Eraclea: Haec ergo visum est explicare carmine facili atque claro, quali utuntur comici. Nam sic iuvatur memoria nec sensus perit et simile quiddam vita nobis exhibet. Qui vult solutam ferre lignorum struem prohibebit aegre ne quid illi decidat sed colligatam facile fasciculo geret Oratio soluta pariter diffluit comprehensa versu mens fidelius tenet. Accanto ad una critica al Lexicon d’Hoffmann (Anversa), questo stesso concetto ritorna in un’altra brevissima nota sulla grammatica d’Alvarez (Dilingae, Venezia) e sulla Grammatica philosophica di Scioppio (Amsterdam). Eos quos in grammatica sua habet Emmanuel Alvarez Societatis Iesu, ipse Scioppius in GRAMMATICA FILOSOFICA laudat et disci suadet. Ait cum centum et sexaginta versibus hexametris feliciter complexum omnes regulas de verborum praeteritis et supinis et omnem prosodiae latinae rationem centum sexaginta aliis versibus. Hofmanni lexicon universale maxime nominum propriorum utilis liber. Unum desidero: cum non posset autor ob rerum multitudinem cuncta plenis edisserere, praeclare fecisset si ubique indicasset autorem aliquem unde cele- rior in studio peti possit. Nelle pagine che hanno per titolo Artificium didacticum ed Exercitia ingenti troviamo, esplicitamente teorizzati, altri caratteristici precetti dell’arte mnemonica: Artificium didacticum. Semper cognita incognitis miscenda et temperanda sunt ut labor et molestia minuantur. Ita optime discimus linguas per parallelismum cum linguis nobis notis, ita scriptum non satis cognitae lecturae, discendae linguae causa, sumamus librum familiarem nobis cuius sensa pene memoriter tenemus ut Novum Testamentum. Hinc etiam si cui musicam docere possem aut vellem, monstrarem cantiunculas sibi notas posset in charta exprimere si vereretur oblivisci.Cfr. Geographi graeci minores,  llr. Exercitia ingenti. Ut Rhetores exercitia habent orationis, Grammatici exercitia styli, ita ego in pueris exercitia ingenii institui desidero. Exercitia ingenii nec gratiora nec efficaciora reperiri posse nititur quam ludos verba quo ordine turbato iterum recitare ope mnemonices cuiquam facilis, inverso etiam si placet aut per saltus, historias ab aliis recitatas iterum recitare, extempore describere proelia, itinera, urbes quorum ipsis via ante audita, historias ab aliis recitatas resumere et denuo recitare, fingere preces et iubere ut quis ex duorum disputationibus et concertationibus patrias causas cuiquam implicatas discat facere aut solvere. Alle carte 16r-16v. è infine presente un ampio e analitico riassunto del Simonides redivivus sive ars memoriae et obli- vionis di Adam Bruxius (Lipsia). Ma accanto all’esposizione di tesi tradizionali ricompaiono in questi appunti i nomi dei teorici del metodo geometrico. Ad essi Leibniz rimprovera di non aver messo sufficientemente in luce quelle proposizioni primarie che stanno a fondamento di tutto il discorso. Video cos qui geometrica methodo tractare scientias, ut P. Fabrius, Joh. Alph. Borellus, Benedictus Spinosa, R. des Cartes, dum omnia in propositiones minutas divellunt, efficere ut primarias propositiones lateant inter illas mi- nutiores, nec satis animadvertantur, unde saepe quod quae- ris difficulter invenies.?6 Su questi appunti inediti di Leibniz ci siamo soffermati così a lungo non perché essi presentino un particolare interesse, ma perché essi valgono a mostrare — e la cosa non era stata finora messa in rilievo — come i numerosi riferimenti di Leibniz alla memoria e alla mnemotecnica nascano non tanto, come si è fin qui creduto, dalla lettura delle confuse pagine del Kircher, ma dalla conoscenza effettiva c dettagliata di al- cuni testi di arte mnemonica, come quello del Bruxius, ben noti e celebrati nella cultura del Seicento. Questa conclusione riceve d'altra parte nuova conferma da un csame delle pagine 26 Gli autori cui Leibniz fa riferimento sono, accanto a Cartesio € Spinoza, il padre gesuit FABRI (si veda), feroce anti-copernicano ed autore dei Dialoghi Physici, Lyon, e BORELLI (si veda) il cui Euclides restitutus sive prisca geometriae elementa e pubblicato a Roma] contenute nel manoscritto Phil. In una nota della quale conosciamo la precisa data di composizione troviamo, accanto ad alcune regole per la costruzione di una grammatica razionale, la descrizione dei mezzi mnemonici dei quali far uso per ricordare una serie qualunque di idee. L'antica dottrina dei luoghi e delle immagini; la tesi della necessaria riduzione dei concetti e delle idee sul piano delle figure sensibili; le figure dei patriarchi, degli apostoli, degli imperatori; i precetti relativi all'ordine e alla collocatio in locis; le immagini degli animali; gli accorgimenti relativi ai ter- mini delle lingue «barbare » ricompaiono in questa pagina leibniziana. Certo è che Leibniz, oltre al Simonides redivivus del Bruxius, lesse e commentò con una minuziosa (come risulta dalle carte 1r.-4v. di questo manoscritto) gli scritti di Schenkelius soffermandosi particolarmente su quella parte del- l’opera che è dedicata all’apprendimento del latino, all’educa- zione dei fanciulli alla retorica, alle numerosissime regole del- l’ars reminiscendi.! Questi interessi di Leibniz, queste sue letture non furono senza influenza sulla soluzione di problemi di carattere più ge- [Schenkel, cui tocca in sorte di essere brevemente discusso da Cartesio e studiato da Leibniz, è figura particolarmente interessante: fortunato insegnante c DIFFUSORE dell'arte mnemonica IN ITALIA  (artem hanc — scrive il Morhofius — magno cum successu suo mec sine insigni suo lucro exercuit») fu accusato di stregoneria durante un suo soggiorno all’Università di Lovanio, riuscendo poi ad ottenere protezione ed appoggio dalla facoltà teo- logica di Douai. La prima edizione della sua opera, poi spessissimo ristampata: De memoria liber secundus in quo est ars memoriae, Leodii, Leonardus Straele. Insieme ai tre opuscoli sopra ricordati d’Austriacus, di Marafioto e di Spangerberg l’opera e ristampata con il titolo Gazophylacium artis memoriae, Argentorati, Antonius Bertramus (Angelica. SS.). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia pro rege catholico in calvinistam, Anteverpiae, e una raccolta di Flores et sententiac insigniores ex libris de Constantia Justi Lipsit (Par. Naz.), è stato ristampato, in edizione moderna, il Compendium der Mnemonik, con testo latino, cur. Klùber, Erlangen. All’insegnamento di quest’autore si richiama la curiosa enciclopedia di ApRIAN LE Cuiror, Le magazin des sciences, ou vrai art de mémotre découvert par Schenkelius, traduit et augumenté de l’alphabet de Trithemius, Paris, J. Quesnel, che amplia molto il testo originario (Par. Naz.).] nerale: è indubbio che per Leibniz l’arte della memoria conserva un suo posto ed una sua precisa funzione nel mondo del sapere e viene più volte accostata alla logica: nella Nova methodus di- scendae docendaeque iurisprudentiae la mnemonica, la topica e l’analitica costituiscono le tre parti della didattica; nel Consilium de Encyclopaedia nova conscribenda methodo inventoria, la mnemonica viene collocata fra la logica e la topica; negli /ritia et specimina scientae novae generalis la sagesse o « perfetta conoscenza dei princìpi di tutte le scienze e arte di applicarli » viene suddivisa in art de bien raisonner, art d'inven- ter e art de souvenir; in una lettera a Koch Leibniz giunge ad accogliere la tesi avanzata da Ramo e ripresa poi fra gli altri da Bacone secondo la quale l’ars memoriae costi- tuisce una parte o sezione della logica. Sulla funzione mnemo- nica della lingua universale, dell’enciclopedia, delle tavole, della stessa caratteristica Leibniz insiste più volte: i caratteri c le figure venivano concepiti anche da Leibniz, in pieno accordo con la tradizione, come mezzi per rafforzare l’immaginazione; le tavole gli apparivano, come già a Bacone, ad Alsted, a Comenio, a Wilkins indispensabili aiuti alla naturale fragilità della memoria. Combinatoria: his qui imagi- natione firma non valent ad res attente considerandas succur- ritur figuris et characteribus, ita his qui memoria non valent nec multa simul exhibere possunt, succurritur ope tabula- rum ».5 Nell’elaborazione dei suoi numerosi, grandiosi progetti con- cernenti la caratteristica, la lingua universale, l'enciclopedia, Leibniz si era dunque richiamato di continuo a quelle discussioni sulla combinatoria e sull’enciclopedia, sull’alfabeto dei pensieri e sulla LINGVA LATINA come LINGVA VNIVERSALE, sui caratteri reali e sulla memoria che avevano avuto in tutta Europa un'eco vastissima. Non si trattava di una lieve eredità. Ad anni di distanza dalla pubblicazione della Dissertatio de arte combinatoria, dopo il soggiorno a Parigi e a Londra, dopo le grandi « scoperte » matematiche, Leibniz parla ancora della [Per questi riferimenti alla memoria artificiale cfr. Durens, Leibnitii Opera.; Op. Sull'uso mnemonico delle classificazioni cfr. anche la lettera a Wagner in G. e, sui caratteri, palpabili e sensibili: Gaua -- sua invenzione con accenti caratteristici, con un tono che appare singolarmente vicino a quello « miracolistico » e «magico » di tanti fra i lullisti e i maestri di memoria. La mia invenzione contiene, tutto intero, l’uso della ragione; un giudice delle controversie; un interprete delle nozioni; una bilancia per le probabilità; una bussola che ci guiderà nell’oceano dell’esperienza; un inventario delle cose; una tavola dei pensieri; un microscopio per scrutare le cose presenti; un telescopio per indovinare quelle lontane; un cal- colo generale; una magia innocente; una cabala non chime- rica; una scrittura che ciascuno potrà leggere nella sua propria lingua; infine una lingua che puo venire appresa in poche settimane e che avrà presto corso nel mondo portando, ovun- que potrà giungere, la religione vera. Non sono parole dettate dal desiderio di adattarsi a una moda culturale o a un linguaggio corrente: come già i seguaci di Lullo e i teorici della pansofia anche Leibniz resta sempre convinto che fosse possibile rintracciare un metodo che costituisca la chiave della realtà universale; che e possibile dar luogo ad una scienza generalissima capace di scoprire la piena corrispondenza tra le forme originarie costitutive della realtà e la catena delle ragioni o dei pensieri umani. La scienza generale non abbraccia soltanto la logica ma è ars inventendi e methodus disponendi, è sintesi e analisi, didattica e scienza dell’ insegnare, è noologia e arte del ricordare o mnemonica, è ARS characteristica o SIMBOLICA, è GRAMMATICA FILOSOFICA, arte lulliana, cabala dei sapienti e magia naturale. Dalla tradizione dell’enciclopedismo lullista, da quella della pansofia, dalle teorie sulla lingua universale Leibniz non accoglie soltanto una serie di temi di importanza secondaria e marginale. Quella tradizione operava potentemente su uno dei punti centrali e fondamentali della sua filosofia: sul concetto stesso di una scienza generale che è anche una, sia pure «innocente », magia naturale, che è in grado cioè di rivelare le ragioni presenti ed operanti nel cosmo, di chiarire la strut- [Leigniz, Samtliche Schriften und Briefe herausgegeben von der Preussischen Akademie der Wissenchaften, I. R., Darmstad, Introductio ad Encyclopaediam arcanam, in Op.] tura ontologica della realtà. Su questo punto, che è di importanza decisiva, i testi sono oltremodo precisi. L'arte — scrive Leibniz nella Dissertatio — conduce con sè l’animo obbediente attraverso quasi tutto l’infinito e abbraccia insieme l’armonia del mondo e le intime costruzioni delle cose e la serie delle forme. La lingua latina come lingua universale, d’altro lato, scopre le interiori forme delle cose 4° e l’astrazione ha il suo fondamento nella trama ideale della realtà. Se il nostro animo non trova il genere delle cose lo sa Dio, lo trovanno gl’angeli e preesiste un fondamento a tutte queste astrazioni. Nella Confessio naturae Leibniz insiste sul concetto di un’armonia universale che proviene dallo spirito divino,‘* mentre, in una lettera, troviamo esplicitamente teorizzata una concezione platonico-pitagorica della realtà nel cui ambito la matematica diviene veramente lo strumento per penetrare i lineamenti più intimi e segreti del mondo. Qual'è la ragione dell’armonia delle cose? Nulla: ad esempio, non si può dar nessuna ragione del fatto che il rapporto di 2 a 4 sia eguale a uello di 4 a 8, neppure movendo dalla volontà divina. Ciò dipende dalla stessa essenza o idea delle cose. Le essenze delle cose sono infatti numeri, e costituiscono la stessa possibilità degli enti, che non è fatta da Dio, che ne fa invece l’esistenza: poiché, piuttosto, quelle stesse possibilità o idee delle cose coin- cidono con lo stesso Dio. Essendo Dio mente perfettissima, è impossibile che non sia egli stesso affetto dall’armonia per- fettissima. Temi di questo tipo ritornano, con ampiezza molto mag- giore, in quella serie di saggi che Jagodinski ha raccolto e pubblicato. G. IV, 56. Il passo è stato sottolincato dal Kasitz, Die p/ulosophie der jungen Leibniz, G. Lersniz, Sdmtiliche Schriften und Briefe. Su questo passo hanno richiamato l’attenzione il KaÒitz, Die philosophie der jungen Leibniz,  e BARONE, LOGICA FORMALE E TRASCENDENTALE. La lettera fu pubblicata dal TRENDELENBURG, Hist. Beitrige zur Philos., Berlin. JacopiINSsKI, Lerbriziana. Elementa philosophiae arcanae. De summa rerum, Kasan; dello stesso autore cfr. Leibniziana inedita: a proposito dei quali si sarebbe davvero tentati di dire, con il Rivaud, che «il principio di armonia è stato il centro in- torno al quale tutte le idee di Leibniz si son venute cristalliz- zando, c questo stesso principio appare, fin dall’inizio, non una semplice legge logica ma una necessità estetica e mo- rale. Negli Elementa philosophiae arcanae non troviamo solo l'affermazione che « existere nihil aliud esse quam harmo- nicum esse », ma vediamo esplicitamente affermata la dottrina di un ordine logico del cosmo secondo la quale ciò che distingue una sostanza dall’altra è la sua situazione nel con- testo razionale dell’universo ».°* Su questo stesso terreno si muoveva Leibniz quando scrive a Federico di poter dimostrare l’esistenza di una ratio ultima rerum seu harmonia universalis o quando afferma, in una lettera alla duchessa Elisabetta, la piena coincidenza tra i caratteri reali e gli elementi semplici costitutivi della realtà: «la caratteri- stica rappresenterebbe i nostri pensieri veramente e distinta- mente e, quando un pensiero fosse composto da altri più sem- plici, il suo carattere lo sarebbe egualmente... i pensieri semplici sono gli elementi della caratteristica e le forme semplici le sorgenti delle cose.‘ confessio philosophi, Kasan (testo lat. con traduzione russa a fronte. Rivaup, Textes inédits de Leibniz publiés par Jagodinski, Revue de Met. et de Morale. JAGODINSKI, Leibniziana. La lettera a Federico in G. I; quella ad Elisabetta in Sdngliche Schriften und Briefe. Sulla presenza di motivi metafisici anche in quei temi di logica che sono alla base dell’interpretazione panlogistica cfr. JasinowskI, Die analitische Urteilslehre Leibnizens in ihrem Verhiltnis zu seiner Metaphysik, Vienna. Pur muovendo dall’accettazione delle tesi di Couturat e di Russell, PRETI, Il cristianesimo universale di Leibniz, Milano, è giunto a conclusioni che mi pare vadano sottolineate. In realtà Leibniz non è giunto mai ad uno sviluppo completo della sua logica ed è rimasto impigliato in gravissime difficoltà perché non ha saputo mai abbandonare completamente il suo originario platonismo: il criterio dell’evidenza (intuizione immediata delle idee), il rea- lismo logico (per cui esistono idee in sé primitive e in sé composte), la concezione secondo la quale il gioco formale dei simboli doveva riprodurre i rapporti ideali eterni sussistenti fra le idce le quali erano nella mente di Dio, hanno impedito a Leibniz di svolgere fino in fondo le sue intuizioni logiche, che pur sono tanto geniali e nel seguito si mostreranno tanto feconde. In realtà Leibniz crea una logica sempre con la PR di creare un’ONTOLOGIA e una metafisica. Ma per creare la logica occorre svincolarsi del tutto da ogni preoccupazione ontologico-metafisica, e seguire una gnoseologia (quella che, nascendo da Hume, arriva al positivismo del circolo di Vienna) che Leibniz non avrebbe seguita. A conclusioni non dissimili, da queste di PRETI, è giunto BARONE, Logica formale e logica trascendentale, che parla di una « fondamentale differenza  fra la logica formale e la logica leibniziana sempre inglobata e sorretta, anche nelle ricerche più modernamente tecniche, dall'ideale metafisico della pansofia e che ha sottolineato la presenza, nel pensiero di Leibniz, di una concezione platonico-pitagorica delle forme che è a fondamento della formalità degli schemi logici. A conclusioni fortemente divergenti da queste ora csposte è giunto CORSANO -- Lerbniz, Napoli -- che acutamente analizza le influenze esercitate sul pensicro di Leibniz dalle opere di Suarez e ha sostenuto la tesi di un’intima e quasi intera adesione al nominalismo, dalla quale avrebbe preso le mosse il pensiero di Leibniz. Con questa tesi, per le ragioni sia pur brevemente accennate nel testo, non mi pare di poter concordare anche perché non credo, come ritiene CORSANO, che agl’arcaici e decrepitti motivi di misticismo platonico-pitagorico Leibniz e costretto a inchinarsi in omaggio alle opinioni dei suoi maestri (Weigel) e per parlare con un linguaggio accessibile all’arretratissima cultura filosofico-scientifica della Germania barocca -- Corsano, rec. a Barone, Logica formale e logica trascendentale, Rivista critica di storia della filosofia. Mostrare la presenza e il non indifferente peso esercitato da quelle arcaiche sopravvivenze — che non mi paiono in alcun modo riducibili ad una specie di espediente accademico o retorico — è in ogni caso il fine che in queste pagine mi sono proposto. IL AD MEMORIAM CONFIRMANDAM DI LULLO Il Liber ad memoriam confirmandam e composto a Pisa. A Pisa, Lullo era giunto da Genova, dopo un viaggio assai avventuroso ed un naufragio del quale egli stesso ci dà notizia. Saraceni ipsum [Lullum]) miserunt in quandam navem tendentem Genovam, quae navis cum ma- gna fortuna venit ante Portum Pisanum; et prope ipsum per decem millaria fuit fracta, et Christianus Lullus vix quasi nudus evasit, et amisit omnes libros suos et sua bona» (cfr. Disputatio Raymundi Christiani et Hamar Saraceni, ediz. di Magonza) A Pisa, Lullo portava a compimento, fra l’altro, la stesura dell’Ars magna generalis ultima iniziata a Lione e progettava una crociata appoggiandosi al governo della Repubblica per ottenere racco- mandazioni per il Pontefice e per i cardinali. Troviamo Lullo di nuovo a Genova e poi a Montpellier. La data di composizione dell’opera indicata da S. Garmes: (cfr. Dinamisme de R. Lull, Mallorca appare quindi oltremodo probabile. A que- sto studioso si deve una breve ma accuratissima biografia del Lullo: Vita compendiosa del Bt. Ramon Lull, Palma de Mallorca. Il testo dell’operetta lulliana del quale si dà qui di seguito la trascrizione è conservato in tre mss.: il cod. dell’Ambrosiana (qui indicato con la sigla B); il cod., ff. 1 v.-3v. della Staatsbibl. di Monaco (indicato con M); il cod. lat. della Nazionale di Parigi (indicato con P). Il ms. B appartiene senza dubbio ad un ramo della tradizione diverso da quello cui appartengono gli altri due mss. i quali presentano, rispetto a B, caratteristiche in parte comuni (diverso incipit, assenza della suddivisione in capitoli, lacune comuni rispetto a B, diversa terminologia ecc.). In P sono presenti lacune che non sono in M. Oltre che una derivazione di M. da P, è tuttavia da escludere anche una derivazione di P da M: le divergenze fra i due mss. dipendono nella maggior parte dei casi da diffe- renti interpretazioni dovute alle abbreviature presenti nel testo originario o in un subarchetipo comune. Si vedano a titolo di esempio le varianti corrispondenti alle note. In nomine Sanctissimae Trinitatis incipit liber ad memo- riam confirmandam. Ratio quare presentem volumus colligere tractatum est ut memoria hominum quae labilis est et caduca modo rectificetur meliori. Ipsum quidem dividimus in duas partes principales, subsequenter in plures. Prima igitur pars est Alphabetum ABECEDARIVM ideo ut sequitur ipsum diffinimus. Alphabetum ABECEDARIVM ponimus in hoc tractatu ut per ipsum possimus memoriam diffinire ct in certis et  terminatis princi- piis ipsam in duabus ponere potentiis. Primo igitur significat memoriam naturalem, significat capacitatem, significat discretivam. Quid tamen sit naturalis memoria, quid capacitas, quid discretiva, vade ad quintum subiectum per b.c. d. designatum in libro septem planetarum quia ibi tractavimus miraculose et notitiam omnium habebis entium naturalium, quapropter ipsorum prolixitatem et sermonem declarationis hic ad prae- sens exprimere praetermitto, cum intellectus per unam literam plura significata habentem sit generalioret possit in memoria plura significata recipere quam per aliam largo modo sumptam. Sequitur nunc secunda pars quae memoriam dividit in partes speciales pariter et generales de generali tractans ad specialia postea descendendo. Primo igitur ut laborans in studio faciliter sciat modum scientiam et ne, post amissos quamplurimos labores, scientiae huius operam inutiliter tradidisse noscatur, scd potius labor in . requiem et sudor / in gloriam plenarie convertatur, modum scientiae decet pro iuvenibus invenire per quem non tanta gravitate corporis iugiter deprimantur, sed absque ni- mia vexatione et cum corporis levitate et mentis laetitia ad scientiarum culmina gradientes  cquidem propere subeant. Multi enim sunt qui more brutorum litera- rum studia cum multo et summo labore corporis prosequun- tur absque exercitio ingenii artificioso et continuis vi- gilits maceratum corpus suum iuxta labores proprios inuti- liter exhibentes. Igitur decet modum per quem virtuosus studens thesaurum scientiac leviter valeat invenire et a gravamine tantorum laborum relevari possit. Oportet nos igitur conservare ante omnia quaedam prin- cipia et praccepta necessaria et postrmodum ad specialia condescendere. Primum ergo oportet praeceptum legis observare, idest diligere Deum ciusque Genitricem beatissi- mam virginem Mariam. Nam Spiritus Sanctus dat scien- tiam cum magnitudine ut sit magna, Beata Virgo Maria dat scientiam cum bonitate ut sit bona. Spiritus Sanctus dat B. 36r. scientiam ut charitas duret, Domina nostra beatissima dat P. 438v. P. 439r. M. 2r. B. 36v. P. 439v. scientiam ut pietas duret. Spiritus Sanctus dat scientiam cum potestate ut sit fortis, Domina nostra virgo beatis- sima dat scientiam ut recolatur. Spiritus Sanctus dat scientiam contra infidelitatem, Domina nostra virgo Maria dat scientiam contra peccatum. Spiritus Sanctus dat scientiarp cum ratione, Domina nostra pia dat scientiam cum patientia Spiritus Sanctus dat scientiam cum spe, Domina nostra sanctissima pia Virgo Maria dat scien- tiam cum pietate. Spiritus Sanctus dat scientiam cui sibi placet, Domina nostra dat scientiam omnibus illis qui ipsam rogant. Spiritus Sanctus dat scientiam ad rogandum, Domina nostra dat scientiam petendi. Spiritus Sanctus dat scien- tiam divitibus, Domina pia dat scientiam pauperibus. Spiritus Sanctus dat scientiam cum gratia, Domina nostra sacra- tissima virgo Maria dat scientiam cum petitione Spiritus Sanctus idiomata dat pariter et consolationes ab ipso quidem divino Domino nostro Jesu Christo omnia prospere procedunt et conceduntur et sine ipso fac- tum est nihil et placa ipsum per devotissimas orationes maxime per orationem Sancti spiritus. Secundo est OPTIMVM observare modum vivendì in potando et come- dendo praccipue ex parte noctis vel etiam in dormiendo quoniam ex superfluitate horum corpus gravitate ponde- rositatis ultra modum aggravatur et anima, corpori adherens, illius dispositionem sequitur. Nihil enim tam praecipuum scientiam inquirenti ut moderationem ponat ori suo et palpebris suis non concedat multam dormitionem et inor- dinatam. Tertium praeceptum invenio quod nunquam deficiat quin maiorem partem sui temporis scientiae operam tribuat cum affectu quoniam ex hoc sequitur capacitas, ex hoc memoria, ex hoc discretio naturalis. Sequitur nunc secunda pars ad specialia descendens. In artificioso studendi modo distinguo tres potentias natu- rales: una est capacitas, alia est memoria, alia est discretio. Prima stat in prima parte capitis quae dicitur phantasia, secunda stat in posteriori, tertia stat  in summitate capitis quae aliis velut regina dominatur. Et bonum est habere bonam capacitatem, sed melius est habere bonam memoriam, sed multo melius  habere bonam discre- tionem. Modo restat videre de singulis, et primo viden- dum est de capacitate, secundo de memoria, tertio de discretione. Si igitur aliquis capacitatem lectionis cuiuscunque facultatis audiendae ambit, regulas quas infra dicam debet diligenter  observare, quas si observaverit quod sibi eveniet experientia demonstrabit in brevi tem- pore. Primo enim, antequam ad scholam accedat, lectionem statim tam de grammatica quam de logica tam de iure civili quam de iure canonico et ita de omni- bus aliis scientiis audiendam, si potest de iure canonico aut civili textum et glossas alias solum textum, et videbit si credit  intelligere; adhuc non confidens de proprio intellectu dabit tibi materiam speculandi, dum legat, utrum bene vel male intellexcrit, ct postmodum, quando legetur, erit attentus lectioni ut intelligat per alium id quod per se ignorabat. Item postquam semel in domo viderit, facilius postca intelliget, et tali modo ego scientiam mcam multiplicavi, et ita faciet artista meae artis quoniam sic acquiret / scientiam quam voluerit. Item secundo dico quod dum erit in scholiis habeat intellectum ad id quod doctor vel magister tam in sacra pagina quam in artibus dicet, quod si non, faciliter mens eius spargitur et potius videtur esse in loco ubi habet mentem quam in scholiis ubi est tam- que / frustra. Ex hoc tamen  multi perdunt offi- cium capiendi. Item quia dum fuerit casus vel scientia, legere mentaliter in se revolvat et dum questionem se- cundam vel argumentum cuiuscunque facultatis dicit doctor vel magister vel artista meae artis, primam eodem modo revolvat, et interim quando dicetur tertia reducat ad memoriam secundam et sic de caeteris, et sic habebit intentionem capiendi totam lectionem. Posito quod non, nec partem accipiat quarum paulisper argumentabitur, non autem uno momento poterit habere. Item quando per sc vel per alium quis vult habere bonam capacita- tem, debet ponere ordinem in legendis. Nam si vult intelligere unam legem vel decretalem vel gramaticae vel logicae lectionem, dividat ipsam in duas / tres quatuor partes secundum quod lectio fuerit parva vel magna quoniam ad capacitatem multum et forsan magis quam aliud operaretur. Et de primo haec sufficiant. Venio igitur ad secundam, scilicet ad memoriam quae quidem secundum antiquos alia est NATVRALIS alia est artificialis. NATVRALIS est quam quis recipit in creatione vel generatione sua secundum materiam ex qua homo generatur et secundum quod influentia alicuius planetac superioris regnat et secundum hoc videmus quosdam homines meliorem memoriam habentes quam alios sed de ista nihil ad nos quoniam Dei est illud conce- dere. Alia est memoria artificialis et ista est duplex quia quae- dam est in medicinis et emplastris  cum quibus habetur et istam reputo valde periculosam quoniam interdum dantur tales medicinae dispositioni hominis contrariae interdum superfluae et in maxima cruditate qua cercbrum ultra modum desiccatur et propter defectum cerebri homo ad dementiam demergitur ut audivimus et vidimus de multis (138) et ista displiciet Dco / quoniam hic non se tenet pro contento de gratia quam sibi Deus contulit unde, posito casu quod ad stultitiam non perveniat, nunquam / vel raro habebit fructum scientiae. Alia est memoria artificialis per alium modum acquirendi nam dum aliquis per capacitatem recipit multum in memoria ct in ore revolvat per se ipsum quoniam secundum Alanum in parabolis studens est admo- dum bovis. Bos enim cum maxima velocitate recipit herbas et since masticatione ad / stomachum remittit quas postmo- dum remugit et ad finem cum melius est digestum in sanguinem et carnem convertit, ita est de studente qui moribus oblitis capit scientiam sine deliberatione unde ad finem ut duret, debet in ore mentis masticare ut in me- ‘moria radicetur et habituetur; quoniam quod leviter capit leviter recedit et ita memoria, ut habetur in libro de memoria et reminiscentia, per saepissimam reiterationem firmiter confirmatur. Lectionem igi- tur diei lunae revolvat die martis et studeat et die martis et die mercurii et sic de cacteris et talia faciendo scientior erit uno anno audiens illo qui sex audierit annis et artistae hoc consulo meae artis caeterisque ad- discere volentibus invenire attingere et habere. Venio ad tertiam videlicet ad discretivam et dico quod discretio est duplex ut de memoria dixi: alia NATVRALIS, alia  artificialis. Naturalis est quam quis habet ex dono Dei et de ista non loquor. Alia est artificiosa et ista acquiritur aliquibus modis. Primo enim acqui- ritur si ea quae in memoria retinemus diligenter servemus, cum enim aliquid in mente memoramus sive textum sive glosam sive auctoritatem sive rationem per alium dictam et de illo vel de simili a nobis petatur, per €a quae iam sunt in nostra notitia et memoria radicata Z P. 443r. B. 39r. P., faciliter indicabimus cuicumque respondendo, verum et certum est quod melius discernit sciens quam ignarus propter scientiam quam habet iam cum memoria acquisitam. Postquam de memoria et capacitate et discretiva tam in speciali quam in generali pariter et singulari dictum est, nunc videndum est de memoriac recitatione, et ad multa recitanda consideravi ponere quaedam nomina relativa per quac ad omnia possit responderi . quoniam quodlibet corum crit omnino generale ad omnino speciale et habet scalam ascendendi et descendendi de non omnino generali ad omnino speciale et de non omnino speciali ad omnino generale. Ista cnim sunt no- mina supra dicta: quid, quare quantus et quomodo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti rationes in 0ppositum  factas vel quaecunque advenerint tibi recitanda et quam admirabile est quod centum possis rationes retinere et ipsas, dum locus fuerit bene recitare. Certe hoc auro comparari non debet, ergo qui scientiam habere affectat ct universalem ad omnia desiderat, hoc circa ipsum tractatum laboret cum diligentia toto possc quoniam sine dubio scientior erit aliis quia nomina sine speciebus aut sine magistro non possumus recitare ideo ipsas pono: primo cnim quid habet tres species quas hic propter carum prolixitatem ponere non curo, sed vade ad quintum subiectum per b.c.d. SIGNIFICATVM in libro septem planetarum quoniam ibi videbis miraculose ipsas aliqualiter declarare hic intendo, et sic dictum de primis tribus ita intelligi potest de aliis sequentibus. Primum igitur per primam speciem nominis quid, poteris certas quacstiones sive rationes sive alia quaccunque voluerisrecitare evacuando secundam figuram de his quae continet, per secundam vero poteris in duplo respondere seu recitare ct hoc per cvacuationem tertiae / et multiplicationem primae, et si per primam tu recitas viginti vel triginta nomina seu rationes, per secundam poteris quadraginta vel sexaginta recitare et hoc semper per evacuationem et multiplicationem. Tamen est multum difficile nisi sit homo ingeniosus et intellectu subtilis et non rudalis. Per tertiam vero centum poteris recitare evacuando primam et multiplicando secundam et de aliis poteris sicut de ista cognitionem habere. Quare firmiter et ferventer praedictas stude species in praclibato septem planetarum libro quem nunquam eris studere defessus immo eris gaudio cet laetitia plenus; in dicto libro multa sunt studenti necessaria quae si nota essent et bene intellecta non possent ullo modo extimari; ideo consulo cuicumque ut istum habeat prac manibus et P. 444r. prae oculis suae mentis. Ad laudem et honorem Domini nostri Iesu Christi et publicae utilitati compositus fuit praesens tractatus in civitate Pisana in monasterio sancti Dominici per Raymundum Lullum ut prius dominus Iesus Christus in memoria habeatur et verius recolatur. Cfr. il Doctrinale minus, alias Liber parabolarum magistri Alani (uno degli auctores octo) in Micne, P. L., 210, col. 585 (DD): Denti- bus atritas bos rursus ruminat herbas Ut toties tritae sint alimenta sibi / Sic documenta tui si vis retinere magistri Sacpe recorderis quod semel aure capis. De memoria et reminiscentia. Sulla multiplicatio et cvacuatio figurarum cfr. Ars brevis e Ars magna, Zetzner. In nomine... confirmandam Perutilis Raymundi Lulli Tractatus de Memoria B.  hominum ] om. B. ] hominis P. meliori ] et melioretur B. (4) principales ] et add. B.  diffinimus  definimus M. Cap. I (e tutte le successive intitolazioni dei Cap.) om. MP. diffiniredefinire M. et ] om. B. ipsam  ipsum P. Primo ] prima P.  significat ] om. B. tamen ] autem B. subiectum ] librum B. designatum om. B.  designata M.  in libro septem ] in libro octavo positum B.  in libro septimo P. omnium ] omnem B. ipsorum ] ipse MP. sermonem ] cc- riem M.  scientia P. intellectus  generalior sit add. MP. per unam literam plura significata habentem sit generalior  pariter in memoria pro litera significata habentem B.  ponit in memoria plura significata P. et possit in memoria plura significata recipere  om. BP. quac memoriam dividit ] quac est de memoria et dividitur B.  speciales  spetiales B. specialia  spetialem B.  ut laborans in studio laboranti in studio virtuose B. laboranti in studio studiose P. faciliter ] facile B. scientiam ] scientiae P. huius huiusmodi M. tradidisse  credidisse B. plenarie ] plenariam M. cum  etiam P. gradientes ] gradus BM. equidem  eiusdem B. ] cosdem M. propere subeant ] properari sublimiter B. absque  nullo add. B. artificioso ] artificiosi B.  sed add. MP. labores proprios inutiliter exhibentes ] labores proprios exercentes conservare MP. Igitur  Considerare igitur B. decet  docet P. laborum ] aliquando ad4. B.pos- sit ] om. MP. Oportet nos igitur conservare ] Nos igitur conside- ramus B. principia et praecepta ] praccipitata B.condescendere  condescendentia B. beatissimam virginem ] perbeatissimam gloriosam B. Maria dat scientiam ] om. MP. dat scientiam per sapientiam add. B. cum potestate ] cum pietate B. ] in po- testate P. virgo ] om. B. cum ratione ] in ratione P. nostra ] Maria B. cum patientia ] in patientia P. cum ] in P.  nostra sanctissima pia Virgo Maria ] sacratissima pia virgo B. cum ] in P. petendìi ] poenitenti BP. cum gratia ] in gratia P. cum petitione ] in petitione P. Sanctus ] om. MP. et om. B. divino ] Deo pio MP. prospere ] prospera MP. ct conceduntur ] om. MP. placa ] placare B. orationes Sancti Spiritus ] orationem spiritus B. Secundo est opti- mum ] Secundum est B. quoniam ] cum BM. horum ] corum B. inquirenti ] acquirenti B. ut moderationem ponat ori suo ] ut ponat custodiam in somno B. ] ut moderate ponat ori suo P. invenio ] om. B. nunquam ] nunque B. quin ] ut B. temporis ] spiritus B. operam ] opera M. (76) cum affectu ] in af- fectu P. quoniam ] cum M. in artificioso studendi modo ] in artificio secundo studendi P. quae dicitur phantasia ] om. B. stat ] om. B. stat ] om. B. summitate ] sanitate P.  sed me- lius est habere bonam memoriam ] sed multo melius est habere bonam discretionem P. melius ] plus B. discretionem ] discretivam B. primo videndum ] providendum M. de capacitate ] de bona capacitate M.  aliquis ] vult habere bonam 444. B. ambit ] om. B. diligenter ] diligentia B. evenit ] quod add. B. tempore ] om. B. Primo ] Secundo B. (94) tam ] quam MP. iurc ] om. B. audiendam } auditum M. } audiendum P.  civili ] simili MP.  adhuc ] ad hoc MP. de proprio intellectu ] proprii intellectus B. ] de primo intellectu P. tibi materiam speculandi et ut viam studendi MP. utrum bene ] num vel benc B. (per sc ] per ipsum B. Item ] quia add. MP.  ego ] om. B. quoniam sic ] cum B. ] quoniam P. quod ] om. B. intellectum ] inventionem M. faciliter ] facile B. ] facilius P. tamque frustra } tamquam frustra B. ] om. P. tamen ] tam P. perdunt officium capiendi } per dictum officium capientur B.  Item quia dum fuerit casus vel scientia, legere mentaliter in se revolvat et ] Item dum sciat causam vel scientiam litere mentaliter inter se revolvat ut B. ] Item quod dum fuerit casus vel sententia litterae mentaliter in se revolvat et P. dum questionem secundam vel argumentum ] dum questionem vel scientiam vel argumentum B. ] dum questionem sciendam vel argu- mentum P. dicetur tertia ] docetur tertia MP. reducat ad memoriam secundam ] ducat ad memoriam secundam B. ] ducat ad memoriam sciendorum P. nec ] nisi B. quarum ] quaerere MP. autem ] enim ad4. B. quando ] si secundo B. secundo P.legendis ] agendis MP. et est MP. quam aliud ] quam quodvis aliud M. operaretur ]} om. MP. primo ] priori M.  quae quidem ] Memoria quidem B. secundum antiquos ] in capitulo de memoria add. P. artificialis ] artificiosa M. secundum materiam ex qua ] ex materia qua B.  et ] etiam MP. secundum quod influentia alicuius planetae superioris regnat ] secundum que influentia alicuius planetae inferioris regnat B. ] secundum quod influentia actus planetarum supe- rioris regnat M. ] secundum quod influentiam accipit planetae supe- rioris regnat P. sed ] et MP. emplastris ] epistolis M. ] eplis P. cum ] in P. dantur ] dammantur B. dispositioni hominis contrariae )] dispositio hominis quae contrariae MP. cruditate ] quantitate B. ] caliditate P. qua cerebrum ] quod certe bene B. ] quod cerebrum P. de multis ] multos B.  tenet pro contento ] contentat B. stultitiam ] insaniam B. perveniat ] deveniat MP. habebit ] consequetur B. fructum ] fructus B.  scientiae ] suac add. B. Alia est me- moria artificialis... revolvat per se ipsum ] om. B. Alanum ] Alo- nium M. ] Aristotelem P. finem ] seriem B. (148) moribus ] munibus B. ] modis M. quod ] om. B. capit ] ct add. B. et ita memoria ] 0m. B. ut habetur in libro de memoria et reminiscentia ] om. B. firmiter confirmatur ] firmiter conti- netur B. ] firmiter confirmiter confirmetur P. studeat et die martis et ] om. B. talia ] taliter B. faciendo scientior ] faciendo quis scienter B. illo qui sex audierit ] illud quod sex annis audiverit B. attingere ] ctiam add. M. ad ] om. BM. alia ] est. MP. alia ] est add. MP. est ] om. MP. habet ex dono Dei ] debet dono Dei B. (164) et de ista ] de qua B. aliquibus ] duobus B. diligenter ] dili- gentia B. cum ] quando P. sive textum sive glosam sive auctoritatem sive rattonem per alium dictam ] sine textu sine glossa sine auctoritate sine ratione per aliud dictum MP. radicata ] radicantur B. cuicumque respondendo verum ] cuiuscunque unde B. discernit discerit BB. propter scientiam quam habet ] nam rationem quam habet B. acquisitam ] acquisita M. Postquam ] visum est ad4. B. et ] om. MP. discretiva ] dis- cretione P. dictum est ] om. B. recitanda } recitandum B. eorum ] illorum B. et habet scalam.... ad omnino speciale ] om. B. non Jom. B. quantus ] quotus, totus B. quatenus M. oppositum ]oppositionem P. quam admirabile ] quoniam mirabile M. ] quam mirabile P.  quod ] quia M. possis ] possit P. fuerit ] adfuit B. bene ] om. MP. debet ] potest MP.  universalem ad omnia ] utilis omnia B. universalis ad omnia M. hoc ] homo esse B. ipsum ] istum B. cum diligentia ] cadem diligentia B. ] in diligentia P. Quia ] quoniam M. aut ] aliquid B. ideo ] labore adeo B.  Primo enim quid primo quo B. earum ] illarum B. ponere om. B. subiectum ] librum B. (201) significatum ) desi- gnatum vel significatum B. septem ] septimo P. quoniam ] cum B. miraculose ] iam add. B. aliqualiter ] aliquan- tum B. declarare ] volo add. M. hic intendo... potest de aliis ] om. MP. sequentibus ] in sequentibus MP. quid ] quod B. recitare evacuare secundum de his quae continet per scientiam positis add. B. secundam ] secundam corretto in primam da mano più tarda B. secundam figuram de his quae con- tinet, per secundam vero poteris ] 0m. B. duplo ] duo P. (214) seu recitare et ] on. B. si ] sic P. recitas ] duo vel tria nomina seu rationes add. M. duo e tria sono correzioni più tarde di secunda e tertia. viginti vel triginta nomina seu rationes } om. M. vel sexaginta ] om. B.  intellectu ] multum B. rudalis ] naturalis B. ] non ruralis M. recitare ] om. MP. et ferventer ] om. B. stude } audire B. quem nunquam eris studere defessus ] quem nunquam eris audire fessus B ] quoniam eris studendo defessus M. ] quoniam nunquam eris studere defessus P. multa ] nulla B.  studenti ] alia evidenter B. ullo modo ] modo aliquo B. ] modo P. cuicunque ut ] quoscunque quod B.  oculis suae mentis ] oculis et suae mentis ferveat B. Lullum ] Lulli MP. UN TRATTATO IN VOLGARE. Il trattatello in volgare sulla memoria artificiale composto da autore ignoto e qui di seguito riprodotto, è contenuto nei Codd. Palatino e Conv. Soppr. I 1.47 (carte non numerate) della Nazionale di Firenze. Contrariamente a quanto afferma Yates (T%e ciceronian art of memory) questo scritto non può essere attribuito con sicurezza a Bartolomeo da San CONCORDIO (si veda). Questa attribuzione oltre che al Manni, risale a TIRABOSCHI, ma come già ha osservato Tocco (Le opere latine di BRUNO), nel corso del testo si fa riferimento al Rosarum odor vitae (contenuto negli stessi codici sopra indicati) e probabilmente composto da CORSINI (si veda), priore della Repubblica fiorentina (cfr. l’edizione del Rosa:o della vita a cura di Polidori, Firenze, Soc. Tipograf. Ital., 1845). Anche se l’anno di composizione del Rosaio può presentare qualche incertezza resta il fatto che l’opera fu composta da un contemporaneo del Petrarca (Ediz. Polidori). A quanto osservato da Tocco si può qui aggiungere che nel suo riferimento al Rosato l’autore del trattato sulla memoria parla di 84 capitoli mentre, sia nel Palat. che nel Cod. I, 1, 47. L'attribuzione a San CONCORDIO appare dovuta al fatto che in entrambi i codici gli Ammaestramenti degli antichi di Bartolomeo sono preceduti da una traduzione del capitolo sulla memoria della RAetorica ad Herennium e seguiti dal trattato sulla memoria artificiale. Nel Palat.1 testi sono così disposti: Testus memorie artificiose vulgariter scilicet super quandam partem rectorice.: Bartolomeo da S. Concordio gli ammaestramenti degl’antichi; Ars memoriae artificialis. Il volgarizzamento del testo della retorica ad Erennio forma la seconda parte o il sesto trattato del Fior di Rettorica di GIAMBONI (si veda) (Magliab. Palch., Riccardiano. Cfr. Tocco. ll bro di leggere cui si fa riferimento nelle prime righe del trattato può essere, come vuole Tocco, il  trattato della pronunzia che è il terzo del Fior di Rettorica nella redazione di Guidotto da BOLOGNA (si veda) e in quella di GIAMBONI. Il trattato sulla memoria artificiale fa dunque parte, con ogni probabilità, di una qualche redazione del Fior di Rettorica. La trascrizione è condotta sul Palat. 54, ma si è fatto spesso ricorso anche all’altro codice indicato. Si sono apportate modifiche, oltre che alla punteggiatura, a talune grafie (per es. nolla = non l’ha; lo = l’ho; vene = ve ne; a = ha ecc. Poi che aviamo fornito il libro di leggere, resta di poter tenere a mente, e però qui di sotto si scrive l’arte della memoria artificiale in si facta forma che non offende la naturale che ha sifatto ordine il libro da sé che con questa memoria si può d’esso grande parte imparare a mente se solamente il libro si legge cinque volte ct fra l'una volta et l’altra sia spazio di mezzo di quello che vuoi tenere a mente, et observando le regole di questa me- moria non si potrà errare solo in una lettera di tutto questo libro che tutto non si imparasse a mente. La memoria artificiale sta solamente in due cose, cioè ne luoghi e nelle imagini. Luogo non è altro a dire se non come una cosa disposta a potere con- tenere in sé alcuna altra cosa, sicome una casa, una sala, una camera o simili cose a questa come ab octo dieci anni a te dicte. Le imagini sono il proprio representamento di quelle cose che noi vogliamo tenere a mente. Due sono le maniere de luoghi, cioè NATURALE e artificiale. NATURALE luogo è quello che è facto per mano di natura come c il monte e il piano e gli albori che per sé sono. Artificiale luogo è quello che è facto per mano d’huomo sì come è una camera o un cammino, uno versatoio, uno studio, una finestra, una casa, uno cofano et simili luoghi a questi. Non intendere però tutte le masseritie minute de la camera però che non ti riverebbe la ragione, ma vogliono essere masseritie grandi come sono cassoni, soppedani, fortieri, et se pure alcuna masseritia ci vogliamo mettere, conviene che sia molto riconosciuta et stia in luogo continuamente palese, come è una barbuta, uno cappello lavorato, uno elmo da campo v vero cimiero e cose simili a queste. Intorno a luoghi convengono / più cose avere. In prima avere dentro molti luoghi, cioè quanti sono i nomi che vogliamo tenere amente però che ogni luogo ha la sua imagine a pigliare ciascuna imagine e rapresentamento da una cosa sola per sé, ct però se aremo a tenere a mente XX nomi si pogniano XX imagini per luogo. Et come dico di XX, così si potrebbe fare di cento, CC, CCC, CCCC, pure che luoghi assai aviamo. Non obstante che io dica qui di CC e LII, posto che di questi CCLII viene facta non poca fatica che sono nel librecto dinanzi decto del rosaio odore della vita capitoli LXXXIIH et ad ogni capitolo si possono leggiermente accattare tre nomi sì che tre via LXXXIII, CCLII. Ma di più nomi dire qui di sotto più pienamente. Apresso questo, ci conviene avere e’ luoghi ordinati, cioè che per ordine l'uno vada dietro a l’altro. Et se quella persona che vuole usare quella memoria in man- cino, cominci e’ conti de luoghi a mano mancha et se queste sopra da la drecta mano, se a diricta vada sopra la mano diricta, in questo modo: che se in una sala aremo da poter pigliare cin- que luoghi, el primo sia uno camino, el secondo un uscio o un armaro da vasi, el quarto una colonna overo uno pilastro, el quinto uno versatoio. Incominciamo dal primo come è il ca- mino, poi il secondo come è un uscio et così per ordine l'uno dopo l’altro et non si dee mai passare niuno luogo se non che si debbono sapergli bene a mente come sono ordinati da sé. A presso si conviene che i luoghi sicno numerati cioè che ogni nego quinto si segni; cioè a questo modo: che al primo quinto i ponga una mano d'oro che per le cinque dita ripresentino ji luogo essere quinto; poi il secondo quinto, cioè il decimo luogo, ripresenta in questo modo o trovata per sapere subito a quanti nomi sta Piero. Subito puoi avisare se alle due mani sarà il decimo se a due nomi dopo le due mani sarà il duodecimo / 142r. ct così seguitando si può sapere di molti. Ma questa regola di queste mani abbi posta qui perché la insegnia Tulio CICERONE et non vorrei che altri credessi che io non la sapessi, però l’ho posta qui, ma a me pare uno poco faticosa per tale quale persona. Imperò potiamo lasciare andare testé questo affanno delle mani del oro, et fare in questa forma: cioè che i luoghi sempre cag- gino o in cinque o in dicci; în questa forma che se in una sala sono sci o septe luoghi non tenere a mente se non cinque, et se fussino quattro forzati tanto che sieno cinque che leggier- mente viene facto poi che si mette in pratica. Et così similmente vuole andare de decti che se aremo una sala o una camera dove sieno nove luoghi, forzati tanto che ve ne aggiungi un altro si che sieno dieci. Se ce ne fussino da dieci in su in sulla sala, non ne tenere a mente se non dieci. Adunque se arai in una tua casa una sala et in questa fussino cinque luoghi, una camera et in questa camera fussino dieci luoghi, uno verone et in questo fussino pure dieci luoghi, un’altra camera et in questa fussino cinque luoghi, uno terrazzo et in questo fussino dieci luoghi, una grotta et in questa fussino dieci luoghi, raccogli tutti questi luoghi et vedi quanti sono, et, quanti sono i luoghi, tanti sono i nomi che puoi tenere a mente. Sì che se i dicti luoghi sono L, et L nomi potrai tenere a mente sanza faticha di memoria, et così similmente chi la volessi fare più in grosso, potrebbe avisare dieci case delle dita sue dove trovasse L luoghi ciascuna casa et così la farà di cinquecento et di mille et di diecimila sanza fallo, però che troviamo che Seneca fu giovane esso la fe' di dumilia, ritornando allo inanzi et allo indietro, come fanno i fanciulli ad a.b.c. quando la dicono alla dietro. Ancora vogliono essere dicci luoghi noti cioè che bene gli conosciamo etc. Apresso non vogliono essere troppo grandi né troppo piccoli, ma di mezzana fog/gia come si richiede alle imagini che qui si pongono. Ancora vogliono essere i luoghi temperati dove non usi troppa gente però che la troppa gente guasta il luogo et la nostra memoria. Ancora vogliono essere né troppo chiare né troppo ob- scure però che la troppa chiarezza et la troppa obscurità fa noia agli occhi della mente sì che vedere non possiamo i luoghi. An- cora conviene che i luoghi non si rassomiglino troppo l'uno a l’altro, ma quanto più sono variati meglio è. Ancora non vogliono essere troppo apresso l'uno a l'altro né troppo di lungi, ma intorno di cinque o di dicci piedi l'una da l’altra. Et questo è tutto quello che bisognia a’ luoghi. La imagine non è altro se non, come di sopra è detto, come il proprio representamento di quelle cose le quali vogliamo tenere ad mente. Questa imagine ha due proprietà: cioè che ella ha a ricordare il nome et il sentire. Ricordare il nome è ricordare a mente MARTINO (si veda) per ordine ciascuno per sé, ricordare sententie è in questo modo che se io mi voglio ricordare come Troia fu presa  Greci con ferro con fuoco con ruina per cagione di Elena, io pongo in uno luogo la imagine di Troia come ardeva e come in lei sieno entrati cavalieri armati. Ancora se io mi volessi ri- cordare della hedificatione di Cartagine la quale hedificò una donna chiamata Dido, porrò una imagine d’una con molti gua- tatori di intorno, et così va di simile a simile di molte et infinite sententic. Hora d'intorno alle imagini sì come di nomi et di sententie vediamo quante cose sono di necessità. Mostra che sieno sei per ordine. In prima si richiede che le imagini sieno pro- prie, cioè che se io mi voglio ricordare di Piero solamente ponga in uno luogo la sua propria imagine, et se io voglio tenere a mente MARTINO, quello medesimo. Ancora conviene che la imagine non sia / equivoca cioè che rapresenti più cose di quelle che vogliamo tenere a mente. Ancora conviene che le imagini non sieno troppe, cioè più che non sicno di bisogno non si pon- gano nel luogo, che se io voglio tenere a mente Piero, solamente porre una imagine che rapresenti Piero, la quale cosa è contro alla doctrina di Tulio CICERONE. Ancora conviene che la imagine non sia varia, cioè che abbia alcuna varietà in sé e questa è delle più utili cose che si possa avere. Questa memoria però sempre ci doviamo studiare di porre imagini di nuove foggie. Ancora conviene che la imagine sia segnata da alcuno segno il quale si convenga a la cosa per la quale è facta, cioè che la imagine del re pare che gli si convenga il segno de la corona, et a’ cavalieri il segno dello scudo, al doctore il segno del vaso et ad cui uno segno ad cui uno altro come la fantasia della memoria comunemente si vuole dotare. Ancora conviene che a la imagine si faccia alcuna cosa cioè la proprino quanto agli acti quelle cose che a loro si convengono, sì come si conviene ad uno lione dare la imagine apta et ardita et alla golpe l’acto sagace et abstuto, al sonatore l'apto di sonare stromento. Adunque veggiamo sempre che ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come nelle carte si convengono porre le lectere. Qui finisce delle sententie et de’ nomi abbreviato. Ancora doviamo tenere questo modo il quale è molto utile: che poi che abbiamo imparato C 0 CC nomi et recitargli, non per tanto dobbiamo conservargli, più inanzi ci doviamo studiare più che possiamo che ci escano di mente e così facendo escono di mente e i luoghi rimangono voti per gli altri che volessino imparare. Finis. Deo gratias. Amen. MSS. DI ARS MEMORATIVA Il Cod. lat. ambrosiano sup. (di carte) contiene i seguenti scritti : Tractatus brevis ac solemnis ad sciendam et ad consequendam artem memoriae artificialis ad M. Marchionem Mantuae. Inc.: Iussu tuo princeps illustrissime. [È il trattato di RAGONE (si veda) da Vicenza del quale abbiamo citato vari passi nel testo, conservato in due esem» plari di diversa mano anche nel Cod. marciano cl. VI, 274 ai ff. 15-34 e 53-66 e in un terzo esemplare nel marciano 159 della stessa classe. Il nome dell’autore (artificialis memoriae regulae per Jacobum Ragonam Vicentinum) e la data di com- posizione (Kal. Nov.) risultano dal marciano. Tractatus solemnis artis memorativae. Inc.: Artificiosie memoriae egregia quaedam. [Di questo scritto si dà qui di seguito la trascrizione. Si è omesso l’elenco in vol- gare dei « luoghi » che occupa i ff. Exp.: Trespo da tavola. Zovane fameglio. Tractatus artis memorativae eximii doctoris artium et medicinae magistri Girardi. Inc.: Ars commoda na- turae confirmat et auget. Nella trascrizione che segue si è fatto ricorso anche al cod.  dell’Angelica che reca lo stesso trattato con il titolo, di mano più recente, Hic traditur preclarus modus conficiende memoriae. Inc.: Ars commoda natura e confirmat et augct. Excerpta ex libris CICERONE de memoria. Inc.: M. T. CICERONE de oratore haec de memoria scripta sunt. Gli excerpta sono tratti dalla Rhetorica ad Herennium. La data di composizione della miscellanea si legge in fine al codice al f. 45: Anno scriptus pro Raphael de Fuzsy. Tractatus solermnis artis memorativae incipit. Artificiosac me- moriae egregia quaedam atque preclarissima praecepta in lucem allaturi, non invanum esse duximus quod ipsa sit primum effin- gere cum, iuxta CICERONE sententia in primo De officiis, omnis de quacumque re sumitur disputatio a diffinitione proficisci debeat ut sciri possit quid sit id de quo disputatur. Est igitur artificialis memoria dispositio quaedam imaginaria vel localis vel idealis mente rerum sensibilium super quas natu- ralis memoria reflexa per ea summovetur atque adiuvatur ut prius memoratorum facilius, distinctius atque divitius denuo va- leat reminisci. Vel sit artificialis memoria est decentium imagi- num quaedam industriosa collocatio qua corum quae in his debite applicantur ad tempus memorari valeamus. Tertio vero ex menti CICERONE, Rhetoricorum tertio, sic eius diffinitionem im- plecti possumus: memoria artificialis est artificium quoddam quo naturalis memoria praeceptoris voce confrmatur. Differt autem memoria naturalis ab artificiosa. Harum naturalis est una quae nostris animis insita est et simul cum ipsa creatione nata. Artificiosa vero est quaedam inductio et praeceptionis ratione confirmatur. Haec autem ars duobus perficitur: locis videlicet et imaginibus, ut CICERONE sentit in tertio rhetoricorum a quo non dissentit beatus Thomas illud addiciens oportere ut ea quae vult quis memoriter tenere ordinata consideratione disponat, ut ex uno memoratu ad aliud facile procedatur. CICERONE vero sic inquit: oportet igitur, si multa reminisci volumus, multos locos domus comparare, ut in multis locis multas imagines comprchendere atque amplecti valeamus. Aristoteles vero in eo que de memoria scripsit a locis inquit reminiscimur. Necessarii itaque sunt loci ut res seriatim pronuntiare et memoriter tenere valeamus. Dif- ferunt autem loci ab imaginibus quia loci sunt imagines ipsae su- per quibus tamque super carta imagines delebiles, quasi literae, collocantur. Habeant igitur sc loci sicut materia, imagines vero ut forma. Differunt quasi ut fixum et non fixum. Et quoniam haec ars, ut dictum est, duobus absolvitur, locis videlicet et imagini- bus, primum locorum precepta attingenda videntur. Nam cum ars imitetur naturam in quantum potest, volenti autem scribere  primum carta et cera preparanda est, quibus loci simillimi sunt. Imagines autem literis, dispositio autem et collocatio imaginum scripturac, pronuntiatio autem lectioni comparantur. Illud merito fit ut ex his locis primum diffiniamus. Locus enim, ut quibusdam placet, est spatium quidam domus proportionatum et condi- tionatum quo conditionari debet; vel melius, secundum CICERONE, locos appellamus eos qui breviter perfecte et insigniter manu aut natura absoluti sunt ut eos facile naturali memoria comprendere atque amplecti valeamus. Haec autem ars centum locis perficitur. quos hoc pacto nobis constituere poterimus si decem domos nobis comparare poterimus in quarum singulis decem loci affigantur in diversis ipsarum domorum parietibus, vel paranda nobis erit una domus quae computatis cameris co- quina et scalis constituatur centenus numerus apponendo cuilibet camerae vel scalae quinque locos. Locorum proprietas multiplex est: primo locorum multitudo, locorum ordinatio, locorum solitudo, locorum meditatio, locorum signatio, locorum dissimilitudo, locorum mediocris magnitudo, mediocris lux et distantia. Sequitur de imaginibus. Ima- gines sunt rerum aut verborum similitudines in mente conceptae. Duplices autem similitudines esse debent, ut ait CICERONE, una rerum, alia verborum. Rerum autem similitudines constituuntur cum summatim ipsorum negotiorum imagines comparamus, verborum autem similitudines exprimuntur cum uniuscuiusque vocabuli memoria a nobis imagine notatur. Verborum quidem similitudines aliae sunt notae, aliac ignotae, notabilius aliae animatac, aliae inanimatae. Animatarum quaedam propriae quaedam communes. Propriarum quaedam duplices, quacdam simplices. Communium vero tam animatarum quam inanimatarum quacdam simplices, quaedam ex duabus pluribusne partibus constituuntur, de quibus omnibus dicetur inferius. Et primo videndum est de nominibus propriis simplicibus et duplicibus. Et premicto pro generali regula imaginum collocandarum quod in locis semper collocandae sunt imagines cum motu et acto ridiculoso crudeli admirativo aut turpi vel impossibili sive alio insueto. Talia enim crudelia vel ridiculosa aut insueta sensum immutare solent et melius excitare eo quod animus circa prava multum advertat. Secundo vero noto collocandam circa imaginem ut aliquid agat vel operet circa se vel circa ipsum locum. Si igitur daretur tibi ad memorandum nomen proprium, puta Petrus vel Martinus, debes accipere aliquem Petrum tibi notum ratione amicitiae vel inimicitiae, virtutis vel vituperii vel precellentis pulcritudinis aut nimiae deformitatis, non ociosum sed se exercitantem motu aliquo ridiculoso. Si nomen non adsit tibi notus capias aliquem factum et si non fuerit, recurrendum erit ad regulam dictionum ignotarum. Duplicia vero sunt cum duo ex istis simplicibus sumptis in recto casu quae veniunt ad significationem unius simplicis ut Jacobus Philippus, Johannes Maria. Preniomina vero sunt cum unum preest alteri in unico nomine quae prelatio semper est in obliquo cum dependentia, ut Johannes Andrec, Matheus Tomasii. Cognomina autem et agnomina sunt quae parentelae vel ab cunctu faciunt ad singularem notitiam vel alicuius indi- vidui: ut Franciscus BARBARO et SCIPIONE Affricanus. Duplicia sic collocanda sunt ut cadem facias etiam ipsam imaginem ordinate operari. Item de prenominibus ita tamen quod actus attributus recto habeat se in minus et actus attributus obliquo in maius. Agnomina autem et cognomina secundum primam sui partem ut traditum est de nominibus propriis. Secundum vero secundam sui partem prout tradetur de nominibus ignotis. Pro clariori doctrina notandum est imagines, cx quibus simi- litudines capiuntur, formari posse dupliciter: aut ex parte rci, aut ex parte vocis. Si ex parte rei et tunc dupliciter: aut respectu rei propriac in se, aut ex parte methafisicac. Ex parte rei propriac in se similitudo capitur ut rem ipsam formando in propria forma et naturali, ct hoc modo in rebus naturalibus maxime convenit. Secundo modo similitudo capitur ex parte rei methafisicac et secundum eius officium quod operatur aut secundum instru- mentum cum quo operatur, et isto modo praccipue operamus in rebus invisibilibus. Si igitur rerum invisibilium vis tibi imagines servare, si sint res pertinentes ad virtutes vel vitia duplices possumus similitudines capere scilicet aut capiendo rem in qua est per excellentiam ut pro superbia Luciferum, pro sapientia Salomonem; secundo modo methafisice. Divina autem ut dictum et angelos a pictoribus didicimus collocare. Item de sanctis, ut virtus iustitia angelus anima deus, scilicet Petrus et cetera.Nominum accidentalium similitudines ita capiuntur indifferenter videlicet ponendo picturam aut similitudinem aut realem rem cuius coloris qua nota collocanda demonstratur. Nota vero dignitatum officiorum et artium mechanicarum sic collocatur, capiendo similitudinem secundum signa et principalia eorum si- gnificata demonstrativa et declarativa ipsorum, ut si volumus collocare papam Martinum tibi notum secundum regulam de propriis habentem unam mitriam trium coronarum et sic de singulis secundum signa convenientia suis dignitatibus officiis et artibus. Si vis memorari inanimatas duobus modis id efficere poteris. Primo modo ipsius rei inanimatae similitudinem capiendo ut aliquid operetur, imaginandus est homo sub concepto naturali non sub spetiali, nota et talis operatio fiat contra locum vel contra se. Secundo modo cligendo ordinem alphabeti et ad unum / quemque locum ponendo unum hominem tibi notum suprastanterm tamque custodem et operarium loci qui operetur quando necesse est cum re inanimata ut dictum est in praccedentibus capitulis. Finalis regula de collocatione prosarum versuum am- basiatarum et ceterorum huiusmodi. Ad apte figendas certa mente epistulas orationes sermones versus et cetera collocandi ratione potissimum opus esse percipi- tur, ut videlicet primum res ipsa universa rectissime teneatur ea quae naturali commendata memoriae congrue despiciatur. In primis enim rei totius summa simplici imagine vel nota aut ex pluribus aggregata contineatur quae quidem deinceps partes in suas idonee recitetur. Deinde illae partes in alias subdividere licebit. Finalis tamen divisio loco uno vel multiplicato capiatur. Principales autem divisiones ipsis quinariis applicentur, earum vero partes reliquas in aliorum imaginibus accomodentur. Versus spetialiter vocari possunt si praeter eorum summam figurationem principio annotentur aut spetiali imagine aut sillabis vel litteris. Historiac vero per actus annotari possunt ctiam parte tibi nota. Rubricae collocari solent aut corum summas perstringendo imagine accomodata aut per verborum similitudines. Ambasiatas vero si commode volueris recordari ipsas, pro quo ambasiata collocanda est, imagines capies sive ipsumet in quo pacta sive promissa repones et ex adversis autem illum cui facienda est ambasiata in illo petita repones, et si sumuntur plu- res res sive capitula seriatim conclusive per loca dispones. Argumenta possumus congrue argumentibus applicare quibus absentibus locorum custodibus affigantur. Si enim sologismus fuerit, maiorem dexterae, minorem sinistrae accomodemus, aut potuerimus pro maiori tenere imaginem notatam vel medii aut conclusionis. Si vero fuerit entimema satis erit primam proposi- tionem notare; in iure aut rubricam cum lege aut scilicet cum cius mente notare ut fucrit. TeAog. Il. Tractatus artis memorative eximii doctoris artium et medi- cinae magistri GIRARDO. Ars commoda naturae confirmat ct auget, ut inquit egregius Tullius CICERONE in tertio rhetoricae, cuius experientiam habemus in duplici arte scilicet domificatoria qua artifex finalis per hanc intendit defectui naturae providere; in arte etiam medicatoria minister salutis conatur proposse superflua naturae expellere ac defectus eiusdem restaurare. Que quidem ars minime foret in- venta si natura auxilio non cgerct. Verum quia anima nostra in principio sue creationis nascitur defectuosa in tribus suis po- tentiis clarioribus: scilicet memoria, intellectu et voluntate. Non tamen dico defectuosa sit quod anima nostra in principio creationis suac non habeat omnes potentias sibi concreatas, sed dico defectuosa sit quod in principio nostrae nativitatis anima nostra nequaquam potest per has potentias suos actus exercere. Non igitur parum utilis est artificialis memoria, quae commoda naturae amplificat ratione doctrinae. Huius quippe artis multi fuerunt inventores inter quos quidam nimis occulte, alii nimis confuse cam tradiderunt. Sed ego zelo sapientiac dilatandae / hanc artem compendiosis et utilibus verbis declarare intendo, hoc opusculum dividendo per novem capitula. In capitulo primo ostendetur breviter et succinete quac sint instrumenta quibus utendum est in hac arte. In secundo tradetur ars memorandi terminos substantiales.In tertio dabitur ars memorandi terminos accidentales. In quarto dabitur ars memorandi auctoritates ct quascumque orationes simplices. In quinto tradetur ars memorandi epistolas collectiones et quascumque historias prolixas. In sexto tradetur ars memorandi argumenta ct quascumque orationes sillogisticas. In septimo tradetur ars memorandi versus. In octavo tradetur et dabitur ars memorandi dictiones igno- tas, puta graecas, hebraicas, sincathagoremata et capita legum. In nono et ultimo dabuntur sccreta huius artis. Unde versus: Sedibus humanis trita stans filia celsi Inexculta cibo mens grave tenet in albo Sed si concipiat post sernen arca volutum In varias formas parit similia monstro Qui igitur volet perfectam gignere prolem Promptam facetam recte natam in ordine membri De multis tractum subiectum forbeat haustum. Pro expeditione primi capituli prenotan- dum est quod finalis intentio nostra in hac arte est componere librum mentalem qui quid se habeat ad instar libri artificialis. Nam quemadmodum in libro artificiali duo sufficiunt instru- menta duntaxat scilicet carta et scriptura, ita ct non aliter in hoc libro mentali quem intendimus per hanc artem conficere duo sufficiunt instrumenta: scilicet loca ct rerum similitudines. Unde egregius Tullius in sua rhetorica loca inquit carte simil- lima, sicut imagines literis. Dispositio vero imaginum in locis lectioni comparatur. Sed quia vari sunt modi accipiendi loca in hac arte, sufficiet ad presens tres modos notare. Primus modus est secundum Tullium, et hic est satis grossus, accipiendo videli- cet domum realem vel imaginariam in qua diversa signa noten- tur inter angulos illius contenta. Secundus modus est servando ordinem scalarum. Tertius est servando ordinem mense vel alium quemvis artificialem huic consimilem. Verum est tamen quod de novo praticantibus in hac arte bonum est in primis modum Tullii imitari ut a facilioribus ad difficiliora facilior sit transitus. Unde versus: Tipicha fortificat poliniam vallis locorum. Hec per ambages deserti querere noli Que rapuit pacifex iam lux perdit vel atro Invisaque spernit fugit gravissima quecque Huius vero plus placuit medios habuisse penatos Incultos natos diversos noto placentes In quorum costis fingantur ordine quino Que fixa maneant signa distantia tractu.? ® Grosse INTERLINEARI: Sedibus humanis: in corpore humano; trita: afflicta; filta celsi: scilicet dci; inexculta: scilicet impleta; grave: graviter; in albo: scilicet memoria. Giosse INTERLINEARI: Tipicha: figurata; poliniam: memoriam; vallis loco- rum: scilicet ordinatio; Haec: loca; per ambages: per loca dubia; pacifer: scilicet intellectus; ian: lux perdit vel atro: per nimiam lucem vel obscuritatem. Secundum capitulum. Si vis memorari terminos substantiales scire debes quod tales sunt duplices. Quidam sunt proprii et qui- dam communes. Si igitur vis memorari terminos communes suf- ficit pro quolibet tali accipere similitudinem agentem aliquid mirabile vel patientem ct illam memento in suo loco collocare, praesuppositis his quae dicta sunt de locis in precedenti capi- tulo. In propriis autem nominibus non sic fit quoniam multorum hominum una est similitudo communis, accipere igitur pro quolibet nomine proprio aliquem tibi notum ratione laudis, vituperii vel conversationis et illum memento in suo loco collocare. Et notatur  dictum cst supra quod similitudo rei memo- randae debet agere vel pati aliquid mirabile quoniam quanto actio vel passio fuerit mirabiltor aut magis ridiculosa tanto diu- turnior crit memoria. Unde versus: Usia post rerum recte ponatur in istis / Cum voles hanc disce viam quac plana patebit Subiectis propriis proprias est darc figuras Communes aliis: cythara noscetur Apollo.? Tertium capitulum. Si vis memorari terminos accidentales, quia accidens non habet esse per sc sed totum esse eius dependet a substantia, pro quolibet tali accidente debes accipere substan- tivum in quo est per excellentiam: ut pro rubeo rosam, pro albo lilium, pro fortitudinem Sansonem, pro sapientia Salomonem. Et nota hic tres regulas solemnes. Prima est quod omne nomen significans substantiam in qua est aliquid accidens per excellen- tiam significat duo: scilicet substantiam primo et accidens poste- rius et secundario; et sic monialis significat feminam et castita- «tem, lupus animal et voracitatem, philomena avem et cantorem. Secunda regula est quod a tali nomine significanti duo descendit nomen adiectivum vel verbum, ut de rosa descendit roscus rosea roseum et roseare quod est rubcum facere. Tertia regula est quod ad commemorandum artificiose derivativa sive fucrint nomina sive verba aut participia / vel adverbia sufficit habere memoriam primitivi, et ratio est quoniam omnem derivativum virtualiter includitur in primitivo et capit  naturam ciusdem. Unde versus: Quod pendet fixum de se vult capere plenum Si varias uno profers multis ne licebit In derivativis quae sit origo notabis.4 Invisa: loca; gravissima: dissimillima; quecque: loca; medios habuisse penatos : scilicet manifestas domos; Incultos: non habitatas; diversos: scilicet colore vel figura; noto placentes: scilicet voluntati; In quorum: penatum; costis: parie- tibus; fixa: firma. ì GLossi INTERLINEARI: Usig: scilicet forma; recte: sub ordine; in istis: sci- licet costis; Subiectis: nominibus; communes: similitudines. Gtosse INTERLINEARI: OQtiod pendet: illud quod est auribus pendens; fixum: subiectum; de se vult capere plenum: scilicet in quo est per excellentiam. Quartum capitulum. Si vis memorari auctoritates ct quascum- que orationes simplices accipe pro qualibet obiectum principale eiusdem et illius memento in suo loco collocare praesuppositis his quae dicta sunt supra. Ratio autem huius est quoniam signum et signatum sunt corrclativa. Unde versus: Complexum si vis obicctum indicat illud. Quintum capitulum. Si vis memorari epistulas et quascum- que historias prolixas divide per suas partes principales ct rursus quamlibet per suas partes donec perveneris ad clausulam; quo facto age ut dictum est in capitulo praecedenti de orationibus simplicibus. Et ratio huius est quoniam divisio valet ad tria. Primum animum legentis excitat, secundo intelligentiam confir- mat, tertio memoriam artificiose corroborat. Unde versus: Ut plerique volunt tribus divisio valet Animum legentis excitat mentem quoque probat Intelligentis memoriam roborat atque. Sextum capitulum. Si vis memorari argumenta et quascum- que orationes sillogisticas sufficit pro quolibet argumento habere memoriam medii et ratio est quoniam, ut dicit Aristoteles in primo priorum, medium est in virtute totus sillogismus. Sed quia difficile est medium invenire secundum doctrinam quam tradit Aristoteles in fine primi priorum, sciendum est quod medium in proposito nihil aliud est quam causa conclusionis, idest illud inferens in quo virtualiter consistit argumentum. Unde versus: Qui nescit causas nihil scit, quia nulla Res est nota satis, cuius origo latet. Septimum capitulum. Si vis memorari versus hoc potest fieri altero duorum modorum: primo accipiendo a quolibet versu sententiam meliori via in qua fieri potest et cum versus bis vel ter replicando; secundo accipiendo duas vel tres dictiones prin- cipales cuiuslibet versus et cum illis ipsum versum bis vel ter repetendo. Sic enim ars suppedit naturae et ratio huius est quo- niam versus ex sua natura valet ad tria. Unde versus: Metra iuvant animos, comprehendunt plurima paucis Pristina commemorant quae sunt tria grata legenti. Si vis memorari dictiones ignotas hoc potest duobus modis fieri. Primo per viam similitudinis, acci- piendo videlicet pro qualibet dictione ignota dictionem nobs notam habentem aliquam similitudinem cum tali dictione ignota. Secundo fiat hoc per viam divisionis sillabarum, dividendo scilicet dictionem ignotam per suas sillabas, et pro qualibet sillaba accipiendo dictionem tibi notam incipientem ab ca. Unde versus: Ignotum memorari si vis barbarum nomen Aut summas apparens per partes divide totum. Ultimum capitulum. Pro cxpeditione completa huius artis facien- dum quod bcatus Thomas in secunda secundae, quaestione et capitulo. Ponit quatuor documenta quibus proficimur in bene memorando. Primus est ut eorum quae vult aliquis me- morari quasdam similitudines assumat convenientes nec tantum omnino consuetas, quia ca quae sunt inconsueta magis miramur et sic in eis animus magis et vehementius detinetur. Ex quo fit quod corum quae in pueritia vidimus / magis memoremur. Ideo autem magis necessaria est huiusmodi similitudinum vel imaginum adinventio, quia intentiones simplices et spirituales facilius ex animo elabuntur nisi quibusdam similitudinibus corporalibus quasi alligentur, quia humana cognitio potentior est circa sensi- bilia. Unde hacc memorativa ponitur in parte sensitiva. Secundo oportet ut homo ca quac memoriter vult tenere sua considera- tione ordinate disponat ct cx uno memorato facile ad aliud procedat. Unde dixit philosophus in libro de memoria a locis videtur reminisci aliquando, causa autem est quia velocitate ab uno ad aliud veniunt. Tertio oportet quod homo sollicitudinem apponat et affectum adhibeat ad ca quae vult memorari, quia quanto magis aliquid fuerit impressum animo co minus elabitur. Unde Tullius dixit in sua rhetorica quod sollicitudo conservat integras simulacrorum figuras. Quarto oportet quod ea frequen- ter meditermur quae volumus memorari. Undec philosophus dixit in libro de memoria quod meditationes servant / memoriam, quia, ut in codem libro dicitur, consuetudo est quasi natura. Unde quae multoties intelligimus cito reminiscimur quasi natu- rali quodam ordine ad uno ad aliud procedentes. Sed quia tota difficultas artis memorativac consistit in difficili et laboriosa io- corum acceptione et in illa laboriosa adinventione imaginum convenientium, in hac arte notanda sunt duo pro secretis huius artis. Primo est notandum pro facili et prompta locorum acceptione quod tota perfectio huius artis ex parte locorum consistit in centum locis familiaribus quae pro certa loca habere poterimus duplici via. Primo accipiendo decem domus reales a nobis opti- me frequentatas in diversibus civitatibus vel in eadem, itaque in qualibet domo notentur decem loca distincta loco situ et figura ac in convenienti ordine et aliqua distantia. Secundo possunt ha- beri centum loca familiaria accipiendo viginti imagines divisa- rum rerum quac tamen sint ordinatae secundum ordinem lite- rarum alphabeti: ut pro A accipiamus arietem, pro B bovem, pro C canem, pro D dromedarium, pro E cquum, pro F folium, pro G griffonem, pro H hircum, pro I idolum, pro K Katerinam, pro L leonem, pro M monacum, pro N nucem, pro O / ovem, pro P pastorem, pro Q quiritem, pro R regem, pro S sapientem, pro T turrim, pro V vas olci vel vini. Ita tamen qued in qualibet istarum imaginum notentur quinque determinata signa quae facient quinque loca in qualibet, ct hoc quidem facillimum est ut patebit in pratica. Secundo est notandum cx parte imaginum sive similitudinum quod permaxime perficit in memorando arti- ficiose servare imaginibus colligantiam. Talis autem colligantia dupliciter intelligitur. Primo ut quaclibet imago se exercitet ali- quo modo cum suo loco. Secundo ut una imago se exercitet cum alia: sic prima cum secunda, tertia cum quarta et sic de aliis. Et est diligenter advertendum in hac arte quod attestatur egregius Tullius in tertio Rhetoricorum videlicet quod artis huius preceptio est infirma nisi diligentia et exercitatio comprobetur. Unde versus: Doctrinae pater est usus doctrina scolaris Interscissa perit, continuata urget. DOCUMENTI SULL'ATTIVITÀ DI PIETRO DA RAVENNA Al testo della sua Phoenix seu artificiosa memoria, Ravenna premette, nella prima edizione a stampa, alcune lettere di previlegio: del Comune di Pistoia; di Bonifacio marchese del Monferrato; di Eleonora d’Aragona duchessa di Ferrara. Oltre al testo della lettera di Eleonora, si riproducono qui i versi scritti da EGIDIO VITERBO in onore del Ravenna e alcuni passi della prefazione che si riferiscono ad cpisodi della vita del Ravenna. Si è usata la copia della prima edizione a stampa contenuta, insieme ad altri tre incunaboli, nel Cod. marciano lat. della classe, ai ff. Elconora de Aragona Ducissa Ferrariac etc. quod ab omnium bonorum datore immortali deo generi humano concessum est placrique in orbe terrarum a constitutione mundi usque ad hanc aetatem excellentes viri evasere, quos inter nunc adest spectatus miles auratus et insignis utroque iure consultus dominus Petrus Tomasius Ravennas harum literarum nostrarum exhibitor, qui, practer alias corporis et animi dotes, ita omni doctrinarum genere et tenacissima memoria refulget ut nedum superiorem, sed etiam in his parem minime habere videatur. Quod quidem nuper latissime re ipsa comprobavit non solum nos, sed etiam omnis haec civitas nostra testimonium perhibere potest. Qua ex re factum est ut cum singulari admiratione precipuaque charitate complexae inter nostros praeter alios familiarem et domesticum habere constituerimus. Quamobrem serenissimos reges, illustres principes, excellentes respublicas et alios quosqunque dominos patres fratres amicos benivolosque nostros precamur et oramus ex animo ut quotienscunque ei contigerit ipsum dominum Petrum / tam  optime meritum cum suis famulis et equis usque ad numerum octo cum suis bulgiis forceriis et capsis cum pannis ct vestibus suis libris vasis argenteis et aliis cuibuscunque rebus suis ac armis per eorum urbes oppida vicos passus aquas et loca die noc- teque liberrime et expeditissime absque alicuius datii gabellae ct alius cuiuslibet oneris solutione amoris nostri et potissimum tam maximarum huius hominis virtutum causa transire permittant commendatissimumque ipsum semper habentes ci providere velint de liberrimo expeditissimoque transitu et idonca cohorte ut opus fucrit et ipse requisiverit. Quod quidem nobis iucundis- simum semper cerit atque gratissimum, paratissimis ad omnia corum qui sic in eo sc habuerint beneplacita. Mandamus autem omnibus et singulis magistratibus quoruncunque locorum nostrorum ct potissimum custodibus passuum reliquisque subditis nostris ut praedicta omnia ct singula in terris et locis nostris in- violabiliter servent servarique faciant. Sub indignationis nostrae incursu et alia quavis graviori poena pro arbitrio nostro eis imponenda; ad quorum robur et fidem has nostras patentes litte- ras ficri iussimus et registrari ct nostri maiori sigilli munimine roborari. Datas Ferrariae in nostro ducali palatio anno nativitatis dominicae Millesimo quatringentesimo nonagesimo primo, indic- tione nona, die decimo mensis Octobris. Severius. Il Paduae Domino Petro memoriae magistro. Qui modo pyramides, quid iam Babylona canamus Quid Iovis et triviae templa superba deae Non magis immensum mirabimur amphitheatrum Nam summe facerent hoc quoque semper opes Scipio non ultra iactet quod fecerat usus Agmina qui proprio nomine tota vocat Petrum fama canat quam nobilis ille Ravennae est Gloria, qui plusque docta Minerva potest Quid magni facere dei mirabile dictu Nam retinet quicquid legerit ille semel Effatur triplici quaecunque orator in hora Protinus hic iterum nil minus ore refert Sic reor hunc genuit doctarum quinta sororum Cui pia musa nihil non meminisse dedit Frater Egidio VITERBO heremita. Bononiae, Papiae, Ferrariaeque legi et qui me audierunt mul- ta memoriter scire incoeperunt, et quamvis mea artificiosa me- moria aliorum auctoritatibus sit comprobata, peccare tamen non puto si acta mea in hoc libello legentur quae ipsam mirabiliter approbabunt. Dum essem iuris auditor, nec vigesimum vidissem annum, in universitate patavina dixi mc totum codicem iuris civilis posse recitare; petii namque ut mihi leges aliquae ad arbi- trium astantium proponerentur, quibus propositis, summaria BARTOLI dicebam, aliqua verba textus recitabam, casum adducebam, tacta per doctores examinabam, lexque ista tot habet glosas dicebam et super quibus verbis erant positae recordabar, / contraria allegabam et solvebam. Visum est astantibus vidisse miraculum; Alexander Imolensis diu obstupuit, nec fabulam narro: ego palam locutus sum in universitate Paduae ex qua in ore duorum vel trium stat omne verbum; testes huius rei tres habco: magnificum dominum Pasqualicum senatorem venetum et iuris utriusque doctorem excellentissimum apud illustrissimum Mediolani ducem nunc legatum, clarissimum doctorem dominum Sigismundum de capitibus listae civem nobilem patavinum cuius predictus Franciscus fuit acutissimi ingenii iuris consultus, specta- bilem dominum Monaldinum de Monaldiniis Venetiis commorantem in quo virtus domicilium suum collocavit. Lectiones etiam Alexandri Imolensis Paduae legentis copiosissimas memoria tencbam et illas ex verbo ad verbum in scriptis redigebam, illas etiam postquam finierat, astante magna audito- rum copia, a calce incipiens recitabam ex suisque lectionibus dum in scholis audirem carmina faciebam et omnes carum partes in carminibus positas statim replicabam; et qui hoc viderunt obstu- pucre: huius rei testes habeo clarissimum equitem et doctorem dominum Sigismundum de capitibus listae et filium Alexandri Imolensis qui nunc est iuris consultus celeberrimus. Centum et quatraginta quinque auctoritates religiosissimi fratris Michaelis de Mediolano Paduae praedicantis immortalitatem animae probantes, coram eo memoriter et prompte pronunciavi, qui me amplexus est dicens: vive diu, gemma singularis, utinam te religioni dicatum viderem. Testis est tota civitas patavina, sed magnificum dominum Ioannem Franciscum Pasqualicum et do- minum Sigismundum de capitibus listae et dominum Monal- dinum de Monaldiniis testes habco. Petii ego doctor creatus in universitate patavina, ut mihi in cathedra sedenti, aliquis de universitate auditor unum ex tribus voluminibus digestorum quid eligeret praesentaret locum- que in quo legere deberem designaret. Dixi enim supra rc proposita innumerabiles leges allegabo. Testes sunt clarissimus iuris utriusque doctor dominus Orsatus Paduae iura canonica legens et doctissimus dominus Prosper Cremonensis Paduae commorans. Semel in schachis ludebam et alius taxillos iaciebat aliusque omnes iactus scribebat ct ex themate mihi proposito duas epistolas dictabam. Posquam finem ludo imposuimus omnes iactus schachorum cet taxillorum et epistolarum verba ab ultimis inci- piens repetii; hacc quatuor per me codem tempore collocata fuerunt. Testes sunt dominus Petrus de MONTAGNANO et NERVOLINO nobiles patavini cives. Dum cssem Placentiae monasterium monachorum nigrorum intravi ut illud viderem, in dormitorioque cius comitante mona- cho quodam bis deambulans monachorum nomina quae in ostiis cellarum erant collocavi; deinde congregatis eis nomine proprio quemlibet salutavi, licet quem nominabam digito demonstrare non potuissem. Mirabantur monachi quo pacto ego peregrinus nomina eorum memoriter proferrem, ipsis mirari non desinenti- bus, dixi tandem: hoc potuit mea artificiosa memoria, quorum unus dixit ergo hoc Petrus Ravennas facere potuit et non alius. In capitulo generali canonicorum regularium Paduac, prac- dicationem domini Deodati Vincentini co ordine quo ipsam pronunciaverat recitavi astante ipsius praedicationis auctore. Sc- mel me traxit ad sui contemplationem Cassandra, fidelis veneta virgo excellentissima, quae dum legeret litteras  serenissimae coniugis regis Ferdinandi ad se missas, illas collocavi et recitavi; testis est illa doctissima virgo, dominus Raimusius doctor excellens ariminensis et Angelus Salernitanus vir clarus. De mea artificiosa memoria testis est illustrissimus marchio Bonifacius et eius pulcherrima uxor quae me egregio munere donavi; testis est illustrissimus Hercules dux et illustrissima uxor Eleonora; testis est tota Ferraria duas enim pracedicationes cele- berrimi verbi dei pracconis magistri mariani heremitae recitavi, quo audito obstupuit dictus magister et dixit: illustrissima du- cissa hoc est divinum et miraculosum opus; testis est universitas patavina: omnes enim lectiones mceas iuris canonici sine libro quotidie lego ac si librum ante oculos haberem, textum et glosas memoriter pronuncio ut nec etiam minimam syllabam omittere videar. In locis autem meis quae collocaverim hic scribere statui et quae locis tradidi perpetuo teneo, in decem et novem litteris alphabeti vigintimilia allegationum iuris utriusque posui et codem ordine sacrorum librorum septem milia, mille OVIDIO carmina quae ab co sapienter dicta continent, ducentas CICERONE auctoritates, trecenta philosophorum dicta, magnam  VALERIO partem, naturas fere omnium animalium bipedum et quadrupedum quorum auctoritatum singula verba collocavi, et quando vires arti / ficiosae memoriae experiri cupio, peto ut mihi una ex litteris illis alphabeti proponantur, super qua pro- posita allegationes profero, et ut clare intelligas, exemplum ha- bes: proposita est mihi nunc littera A in magno doctorum vi- rorum conventu, et statim a iure principium faciens, mille alle- gationes et plures proferam de alimentis, de alienatione, de ab- sentia, de arbitris, de appellationibus et de similibus quac iure nostro habentur incipientibus a dicta littera A; deinde in sacra scriptura de Antichristo, de adulatione et multas allegationes sacrae scripturae ab illa littera incipientes pronunciabo, carmina Ovidii, auctoritates Ciceronis et Valerii non omittam, de asino de aquila de agno de ‘accipitre de apro de ariete auctoritates allegabo, et quaecumque dixero ab ultimis incipiens velociter repetam. MSS. DI ARS MEMORATIVA. Una posizione come quella del Rosselli, che pure si muove nell’ambito della tradizione “ciceroniana” e non ha contatti con il lullismo, appare per molti aspetti assai vicina a quella che verrà poi assunta da Bruno. Non mancarono tuttavia, an- che sul finire del secolo, trattazioni di ars memorativa con- dotte secondo i canoni più tradizionali della mnemotecnica “classica”. Più che altro per amore di completezza, si dà qui conto di tre testi manoscritti che risentono fortemente di que- ste impostazioni tradizionali. Nel primo di questi testi, con- servato nel ms. Palatino della Nazionale di Firenze (Cod. cart. miscell. di carte. Ai ff. è un anonimo trattato di mnemotecnica: /Inc.: Queritur primo, quare, antequam hanc, artificialem memoriam non in aperto tradiderunt. Expl.: Vox continua est de quantitate continua. Grafia) ritorna, secondo gli schemi ormai ben noti, la trattazione dei luoghi e delle immagini. Nel secondo, l’ashburnhamiano della Laurenziana (Cod. cart. in folio di carte) riscontriamo quel feno- meno, che abbiamo visto tipico, di una trasformazione dei trat- tati di retorica in una ordinata e sistematica classificazione di nozioni. L'arte della memoria non è qui fatta oggetto di spe- cifica trattazione; gli intenti mnemonici risultano chiari dalla disposizione della materia, ordinata in tavole. Si veda per cs. al fol. La Rhetorica è un’arte di trovare ciò che in ogni cosa sia acconcio a persuadere. Le fedi con le quali si per- suade sono: Dell’arte cotai sono: nella vita e nei costumi dell’oratore, in mover l’animo del giudice, nell’oratione quando si prova o par che si prova alcuna cosa. Questa maniera di fede si prova e si tratta dall’oratore. Fuori dell’arte cotai sono : leggi, patti, testimoni, tormenti, giuri. Quest’altra maniera di fede si tratta solamente dall’oratore. Del manoscritto, già Magliab. della Nazionale di Firenze, Cod. cart. in folio grande di carte) già segnalato da Yates, si cono- scono invece sia l’autore, sia il luogo e la data di composizione. Scritto da RICCIO (si veda) Riccio nel Convento di Santa Maria Novella, il trattato si rivolge « alla gioventù fioren- tina studiosa di lettere. Yates (The CICERONE Ciceronian Art of Memory, in Medioevo e Rinascimento, Studi in onore di Nardi, Firenze) ha visto in questo scritto « qual- cosa di meno astratto che i trattati del Romberch e del Ros- selli ». In realtà l’operetta del Riccio appare in tutto convenzionale, ultima eco di una tradizione che si andava ormai spegnendo. Tuttavia, anche in questo testo, non manca un elemento di novità rispetto alle fonti classiche. Allo scopo di imprimere meglio nella mente del lettore le regole dell’arte della memoria, vengono qui impiegati immagini e simboli: in altri termini, per esprimere i precetti che insegnano a collocare le immagini, ci si serve di altre, più complesse imma- gini. Dello stesso accorgimento già aveva fatto uso inella Explicatio triginta sigillorum. Ir. Essendo la memoria madre delle scienze poi che quello che vera- mente si sa che si ritiene nella memoria impresso, utilissima è l’arte che rende perfetta questa natural potenza. Di essa da molti sono stati scritti vari libri, ma non però ho stimato ch’a me sia negato il formare questo trattato nel quale sotto la simi- litudine d’un potentissimo Re ch’appresso di sé ha due consi- glieri e tre valorosi capitani et un servo che provede ciò che fa di bisogno, brevemente e chiaramente ho ridotto in sette precetti la somma di quest'arte et a voi la dono. Seconda regola o Primo consiglier o luoghi, son nominati da me, ché tutti questi tre nomi significano una cosa medesima come si dichiara per la figura dipinta a uso d’huomo consigliere del Re, ché detto consigliere tiene una mano sopra a un map- pamondo dipinto nel quale si vede città, terre, castelli, case, botteghe, così anco chiese, palazzi, vie, piazze, conventi di religiosi e a molte altre cose. Però io ho fatto molti Alfabeti diversi acciò che tu gli legga e vi facci pratica, un Alfabeto è di fiumi laghi e pesci, un di pietre preziose e tutte l'altre pietre insieme, un d’'erbe c piante piccole, un di fiori, un d’alberi e frutti grandi, un d’animali grandi e piccoli... un di città, un di casati fiorentini, un d'arti meccaniche e liberali o exercitii o servitù che si faccino per guadagnare, un d'huomini honorati. PETRARCA MAESTRO DI ARTE DELLA MEMORIA In un saggio più volte citato nel corso di questo libro (The ciceronian Art of Memory, nel vol. Medioevo e Rinascimento, Studi in onore di NARDI, Firenze) Yates ha segnalato una serie di testi di ars memorativa nei quali compaiono espliciti richiami a Petrarca. Nel Congestorium artificiose memorie, pubblicato a Venezia, Romberch si richiama più volte a PETRARCA attribuendogli anche la paternità di non poche affermazioni di carattere tecnico sui /oci e sulle imagines; nella Plutosofia di GESUALDO (si veda) (Padova) il Romberch viene addirittura qualificato un seguace della mnemotecnica del Petrarca; nella Prazza universale (Venezia, Disc.) Tommaso Garzoni include il Petrarca fra i più noti cultori di mnemotecnica; Schenkel nel Gazophylacium artis memoriae (Argentorati), dopo aver riportato un lungo passo dei Rerum memorandarum libri (ediz. di Basilea; ediz. Billanovich, Firenze), fermi che l’arte mnemonica fu da PETRARCA «avide susceptam et diligenter excultam. Gli sparsi accenni alla memoria, alla memoria artificiale, agli illustri esempi di prodigiosa memoria presenti nell’opera del Petrarca sono stati elencati, con la precisione che le è consueta, da Yates: nessuna specifica regola di mnemotec- nica, né alcuna esaltazione o raccomandazione dell’ars memo- riae — della cui divulgazione il Petrarca era tuttavia a cono- scenza («Itaque minus miror tantis nature preditum mune- ribus artificiosam memoriam contempsisse, que tum primum in Grecia reperta, apud nos hodie vulgata est », Rerum mem. libri, ediz. Billanovich) — è presente nell'opera dell’autore del Canzoniere. La tradizione che vede nel Petrarca un “classico” della letteratura sulla memoria non nasce tuttavia dal semplice desiderio — così diffuso negli autori di questi trattati — di invocare sempre nuove “autorità”. Essa ha origini precise: I think one can see how the tradition about PETRARCA as an advocate of the classical mnemonic arose. Everyone knew that the great scholastics in treating memory as a part of prudence had recommended the artificial memory. It was therefore supposed that when Petrarch treated memory as a part of prudence by giving amongst his exempla the me- mories of great classical rhetors in which he made allusions to the classical mnemonic, he thereby meant — though in his own ’humanist’ way — to recommend it. And it was probably further supposed that in the description of the memory of his friend he was describing the feats of a modern ’ artift- cial memory” based on the practice of the ancients. This was certainly the assumption made by Lambert Schenkel, in the passage referred above. Con le conclusioni della Yates sembra difficile non concor- dare, anche se l’unico passo del quale disponiamo per renderci conto delle origini di questa curiosa tradizione, contiene affer- mazioni che solo parzialmente confortano le affermazioni ora citate. Qui autem aequus rerum aestimator, considerans quae ex Francisco Petrarcha hic citata sunt, nempe artificio- sam memoriam sua aetate vulgatam fuisse, militem illum ami- cum ab adolescentia multorum itinerum individuum comitem ipsi fuisse, saepe totos dies et noctes colloquiis traductos, alias- que circumstantias, ac maximam occasionem consequendae huius artis, vel ab ipso, qui eam tali amico, viro tam docto, negare non putuisset, vel ab aliis, iudicet illam ab ipso esse neglectam; praesertim cum memoriae illius excellentia, com- muni omnium fama, celebretur et a scriptoribus in numerum illorum relatus sit qui admirabili memoria insignes fuerunt, ac scripta facile testentur quantus ille orator, quantus poeta latinus, quodque italorum poetarum princeps habeatur, unde recte colligitur artem memoriae avide ab illo fuisse susceptam et diligenter excultam, atque maximo sibi in studiis omnibus adiumento et ornamento fuisse ». (Gazophylacium). Comunque stiano le cose, è certo che la tradizione di PETRARCA maestro e teorico della memoria artificiale si estende molto al di là dei limiti cronologici indicati dalla Yates (« the tradition of associating Petrarch with mnemonics goes on even into the early seventeenth century). Negli scritti di Jean Belot pubblicati e in seguito riediti, il nome di PETRARCA compare accanto a quelli di Pietro da RAVENNA (si veda) e di BRUNO (Les oeuvres de M. Jean Belot contenant la chiromance, physionomie, l'art de memoire de Raymond Lulle, Lyon). Nella lunga nota integrativa apposta da DIODATI D alla voce Mémotre del- l’Enciclopedia di Diderot (Ediz. di Lucca) ritro-viamo, accanto a quelli di Pietro da RAVENNA (si veda), di Jacopo Publicio, del Romberch, di Cosma ROSSELLI (si veda), il nome di PETRARCA. UN SAGGIO DI CAMILLO (si veda). Di carattere teologico e cabalistico è uno scritto inedito di CAMILLO (si veda) sul quale richiama l’attenzione GARIN (si veda), Giornale crit. della filosofia italiana. Cfr. E. MANDARINI, I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli, Napoli, e il Ms. Pil. XV, n. ll, in 4°, di cc. non numerate. Lo scritto di CAMILLO (si veda) inizia con un proemio caratteristico nel quale fra l’altro si afferma: « Et perché né più degno soggetto, né più alto si tratta del sommo divino, contenendo la presente opera l’interpretazione dell’Arca del Patto, per la quale si ha la vera Intelligenza delli tre Mundi, cioè Sopra-Celeste, Celeste et Inferiore, onde ne risorge la vera Cognitione Theologica, over Divina che dir vogliamo, qui è esponuto il Senario Canone Pitagorico et sforbito dal Ternario, cioè Artifex, Exemplar, Hyle. Qui è dichiarato cos'è Materia, Forma et Privatione. Qui più luoghi delle Sacre pagine enodati et de oscuri fatti chiari. Qui vedrai accordata la Pitagorica di CROTONE, et Platonica disciplina, con la philosophia et theologia nostra. Di questo stesso testo di CAMILLO (si veda) ho trovato un altro esemplare nel Ms. Aldino della Bibl. Univ. di Pavia (Ms. cart., di cc. scritte e numeate, legatura in cartone, mm.). Anche qui, come nell’esemplare napoletano, segue un trattato De Transmuta- tone. Tre esser le une transmutationi, cioè: la Divina, quella delle Parole, et quella ch'è pertinente alli Metalli. Et tutte tre fra loro haver una maravigliosa corri- spondenza. Sono ricordati Agrippa e Giovanni da RUPESCISSA (si veda). Le cc. segg. contengono una trascrizione dall’edizione veneta della Porta della luce santa. ESERCIZI DI MEMORIA NELLA GERMANIA. Com'è noto, i testi mnemotecnici di Pietro da Ravenna prima, e di Giordano Bruno poi, ebbero grande risonanza negli ambienti della cultura tedesca. Il brano qui di seguito trascritto costituisce un singolare documento dell’interesse, prc- sente anche in ambienti accademici, per quegli esercizi di memoria che avevano avuto gran voga SOPRATUTTO IN ITALIA. A questi divertimenti (recitare per esempio indifferentemente dal principio alla fine o dalla fine al principio una filza di qualche centinaio di termini o di espressioni inusitate) si dedicavano del resto anche non pochi fra i maggiori emble- matisti del Seicento. Come ricorda PRAZ (si veda) (Studi sul CONCETTISMO, Firenze) il gesuita padre Menestrier, celebratissimo autore di un centinaio di opere di emblematica, fa mostra della sua prodigiosa memoria davanti a Cristina di Svezia servendosi di esercizi di questo tipo. Il testo che segue è tratto da Paepp, Schenkelius detectus seu memoria artificialis hactenus occultata, Lugduni, Trivulziana, Mor. M. Negli scritti di Paepp (cfr. anche Artficiosae memoriae fundamenta ex Aristotele, CICERONE, AQUINO, ecc., Lugduni, e Introductio facilis in praxin artificiosae memoriae, Lugduni) è particolarmente interessante il tentativo di fondereinsieme le figure della combinatoria lulliana e quelle in uso nella mnemotecnica ciceroniana. Goclenius, nominato nel testo, è personag- gio assai noto. Si vedano su di esso: Morhof, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecca, e Thorndike, History of Magic and Experimental Science, New York. Die XXIX Sept., styli veteris anni, MDCII, hora octava matutina convenerunt ad aedes celeberrimi ac magni illius philosophi et profes- soris D. Rudol. Goclenii, clariss. vir ac D. Henricus Ellenbergerus praeclarus medicinae doctor et professor, Mathias à Sichten Dantiscanus Borossus, ct M. Christophorus Bauneman Maior stipendiarorum. Petitque Schenkelius a Goclenio er  Ellenbergero dictari XXV sententias, quas ipsc calamo excepit, pracposita cuique nota arith- metica, deinde intro vocavit ingenuum ac doctum adolescentem Dn. lustum Ingmannum, Cassellanum Hessum iuris ac philosophiae studio- sum cui cae omnes ordine prelectae sunt a Schenkelio, singulae bis interiecto aliquantulo more, omnibusque dictis tacitus aliquantisper sedit. Deinde exorsus loqui a prima ad ultimam ordine recto et retro- grado ab hac ad illam sine mora, haesitatione aut errore recitavit. Cum vero bis terve evenisset ut dictionem unam alteri pracponeret, ac bis ut synonymum pro synonymo in quibus facillimus est lapsus ita pro sic, limites pro fines, unico hoc verbo admonitus, dic ordine dixine ita? synonymum ponis: statim et eadem substituit vocabula et suo ordine. Postremo intercalari ordine quolibet expresso numero statim sententiam, aut dicto primo cuiuslibet sententiae vocabulo confestim numerum indi- cavit. Tum rogavit Dn. Iungmannum Schenkelius an vellet aliquas praeterea sententias adiici. Alacri animo XXV alias addi optavit. Verum Schenkelio respondente nimis multas fore, quindecim pettit; quas arti applicatas eadem dexteritate promptitudine qua superiores quolibet or- dine et separatim et cum aliis coniunctim intercalari repetiit. Fuerunt autem sententiae sequentes: Omnia sunt fucata, nihil candoris in aula est. Animus philosophi debet esse in sagina, corpus in macie. Ut planctae saepius translatae raro perveniunt ad frugem, sic et ingenia vagabunda. Timiditas ignorantiam audacia temeritatem arguit. 40. Iuvandi non oppugnandi sunt qui nobis iecere fundamenta sa- pientiae. Si inter alias a Dominis aliquae dicerentur sententiae paulo tritiores quas coniiciebat D. Iungmannum antea memoriter scire, id sincere Do- minis indicavit Schenkelius aliasque illarum loco accepit. Si quoque aliquae iusto breviores videbantur petivit addi aliquid. Ut factum in XXIII et XXIV. Sequenti die XXX Septembris denuo convenerunt su- pra nominati domini ad acdes D. Mathaei Schrodij pharmacopolae hora nona et ab cisdem dictata sunt quinquaginta vocabula a Schenc- kelio excepta; et intro vocato Dn. Iungmanno singula semel praelecta, relicto ipsi paululum morae ad cogitandum et applicandum arti, deinde a primo ad ultimum ordine recto ab hoc ad illud retrogrado, postea intercalari quocunque numero dicto subiecit vocabulum, et contra nominato quolibet vocabulo numerum sine mora, haesitatione vel errore. Interrogavit Schenckelius an placeret dominis plura dare. Videlicet: numerum illum duplicatum? Quod desiderabat quidem Dn. Iungman- nus, sed responderunt sufficere, nec se dubitare quin possit multo plura codem modo recitare. Postea Schenckelio conquestus est Dn. Iungman- nus dolere se quod non ad quinquaginta sententias et centum vocabula esset processum, haud dubie se optime repetiturum fuisse; fuerunt autem sequentia:  I. Gobius, 2. Peristroma, 3. Ficedula, 4. Ephipium, 5. Phalerae, 6. Canabis. Mantica. Locaria. Rursus oblatis a Schenckelio Dominis ducentis sententiis in quibus sc exercuerat, Dn. Iungmannus dum specimini se praepararet, et quas iam memoria tenebat; una cum quadraginta heri pro specimine dicti- tatis, quibus pracpositac crant notae arithmeticae. Rogavit ut expri- merent quemlibet numerum et Dn. Iungmannus statim corresponden- tem diceret sententiam quod factum est feliciter, non sine praesentium admiratione. Cum praesertim magno id fieret numeri intervallo. E. g. dic 235, dic 27, dic 9, dic 240, dic 228... etc. Postremo Dominis sunt oblata 250 vocabula scripta in quibus partim se privatim ad specimen praepararat, partim cum Schenckelio cexercuerat ita ut illa quoque memoria tencret; quibus iam cadem hora erant apposita 50 alia, ut cum prioribus trecenta efficerent; et petivit Schenckelius ut Domini quem vellent numerum proferrent. Quod ita ut modo dictum est de sententiis fecerunt et statim Dn. Iungmannus vocabulum quodque red- didit. Si semel aut bis non diceret ipsam sententiam aut vocabulum servato prorsus ordine vocum, monitus rem acu non esse tactam, veram aut sententiam aut vocabulum illico restituit. Dic subsequenti primo Octobris interfuit Dn. Iungmannus concioni publicae R. D. Doc- toris Winckelmanni Concionatoris ac Professoris celcberrimi quam etiam valde attente audiverunt, ut certius de specimine iudicare pos- sent Eximius Med. Doctor et Professor Ellenbergerus et D. ac M. Chris- tophorus Baunemmannus, qui una cum Schenckelio concione absoluta iverunt recta ad aedes pracclariss. D. Goclenii, ut coram ipsis cam repcteret, quod fecit ita prompte ct exacte ut nihil ex tota concione esset practermissum. Haec omnia ita ut supra fideliter relata sunt se habere testamur cum ea nobis praesentibus, videntibus sententias et vocabula dictanti- bus, gesta sint et probata, omni fraude et dolo seclusis. In quorum fidem hoc veritati non minus quam equitati debitum testimonium nominibus nostris subscriptis siglillisgue munitum libenter Schenckelio vel non roganti dedimus. Marpurgi Hassorum anno, mense, die supra- positis. Rod. Goclenius L. Professor Henricus Ellenbergerus Med. Doctor et Professor Mathias à Sichten Dantiscanus Borossus Cristophorus Bauneman Maior stipend. LA VOCE ART MNEMONIQUE NELL’ENCICLOPEDIA ITALIANA DI DIDEROT Commentando la voce Mémoire della grande Enciclopedia, DIODATI rimpiangeva che l’autore della dotta dissertazione non avesse fatto seguire alla trattazione della memoria naturale una esposizione, altrettanto ampia e precisa, delle regole della memoria artificiale (Ediz. di Lucca). Per rimediare a questa lacuna DIODATI (si veda) ripete alcuni dei più tradizionali concetti della mnemotecnica di origine “ciceroniana”; aggiorna l’elenco degli uomini dotati di prodigiosa memoria aggiungendo ai nomi di PLINIO (si veda), di Aulo GELLIO (si veda), di Cinea, di Ciro, di Seneca e di PICO (si veda), quello di MAGLIABECHI (si veda). Si richiamava ai nomi dei maggiori trattatisti; elencava infine alcune regole di medicina della memoria e i principali precetti dell’arte della memoria locale. La lacuna che aveva scandalizzato il buon DIODATI, non esiste affatto nell’ Enciclopedia italiana. Nel primo volume dell’opera (che lo stesso DIODATI aveva annotato e pubblicato nove anni prima) un’intera sezione della lunga voce Art appare dedicata alla trattazione dell'Art mnémonique. Del testo, che è opera dell’Yvon (sulla cui figura e posizione intellettuale cfr. F. VEx- tuRI, Le origini dell’ Enciclopedia italiana, Roma-Firenze) si trascrivono qui di seguito le parti essenziali. Nella identificazione dell’arte mnemonica con la logica, nell’appello alla chiarezza e alla distinzione, nell’idea di un ordinamento delle idee in una catena di premesse e di conseguenze, infine nel deciso rifiuto di ogni forma di “memoria artificiale” tradi. zionalmente intesa sono evidenti le influenze delle posizioni cartesiane. Le due opere alle quali l’autore fa riferimento sono: Marius D’Assicny, The Art of Memory, London, e Wix- KELMANN (che è pseudonimo di Stanislaus Mink von Venussheim), Logica mnemonica sive memorativa, Halae Saxonum. On appelle ar: mnemonique la science des moyens qui peuvent servir pour perfectionner la mémoire. On admet ordinairement quatre de ces sortes de moyen: car on peut y employer ou des remedes physiques, que l’on croit propres à fortifier la masse du cerveau; ou de certaines figures et schématismes, qui font qu’une chose se grave mieux dans la mémoire; ou des mots techniques, qui rappellent facilement ce qu’on a appris; ou enfin un certain arrangement logique des idéesen les plagant chacune de facon qu’elles se suivent dans un ordre naturel. Pour ce qui regarde les remedes physiques, il est indubitable qu’un régime de vie bien observé peut contribuer beaucoup à la con- servation de la mémoire, de méme que les excès dan le vin, dans la nourriture, dans les plaisirs, l’affoiblissent. Mais il n'est pas de méme des autres remedes que certains auteurs ont reccomandés... qu'on peut voir dans l'art mmnemonique de Marius d’Assigny, auteur anglois. D’autres ont eu recours aux schématismes. On sait que nous retenons une chose plus facilement quand elle fait sur notre esprit, par les moyens des sens cxtérieurs, une impression vive. C'est par cette raison qu'on a tiché de soulager la mémoire dans ses fonctions, en réprésen- tant les idées sous de certaines figures qui les expriment en quelque facon. C'est de cette manière qu'on apprend aux enfans, non seule- ment à connoître les lettres, mais encore à se rendre familiers les principaux évenemens de l’histoire sainte et profane. Il y a méme des auteurs qui, par une prédilection singuliere pour les figures, ont appliqué ces schématismes à des sciences philosophiques. C'est ainsi qu'un certain Allemand, nommé Winckelmann, a donné toute la logique d'Aristote en figures. Voici aussi comme il définit la Logique. Aristote est représenté assis, dans une profonde méditation : ce qui doit signifier que la Logique est un talent de l’esprit et non pas du corps; dans la main droite il tient un clé: c’est-a-dire que la Logique n'est pas une science, mais un clé pour les sciences; dans la main gauche il tient un marteau: cela veut dire que la Logique est une habitude instrumentale; et enfin devant lui est un étau sur lequel se trouve un morceau d'or fin et un morceau d'or faux pour indiquer que la fin de la Logique est de distinguer le vrai d’avec le faux. Puisqu'il est certain que notre immagination est d’un grand secours pour la mémoire, on ne peut pas absolument rejetter la méthode des schématismes, pourvà que les images n’ayent rien d'extravagant ni de puérile, et qu'on les applique pas à des choses qui n’en sont point du tout susceptibles. Mais c’est en cela qu'on à manqué en plusieurs fagons: car les uns ont voulu désigner par des figures toutes sortes de choses morales et métaphysiques; ce qui est absurde, parce que ces choses ont besoin de tant d’esplications, que le travail de la mémoire en est doublé. Les autres ont donné des images si absurdes et si ridi- cules, que loin de rendre la science agréable, elles l’ont rendu dégot- tante. Les personnes qui commencent à se servir de leur raison, doivent s'abstenir de cette méthode, et tàcher d’aider la mémoire par le moyen du jugement. Il faut dire la méme chose de la mémoire que l'on appelle teckni- que. Quelques-uns ont proposé de s’immaginer une maison ou bien une ville, et de s'y représenter différens endroits dans lequels on pla- ceroit les choses ou les idées qu'on voudroit se rappeller. D'autres, au lieu d'une maison ou d’une ville, ont choisi certains animaux dont les lettres initiales font un alphabet latin. Ils partagent chaque membre de chacune de ces bétes en cinq parties, sur lesquelles ils affichent des idées; ce qui leur fournit 150 places bien marquées, pour autant d'idées qu’ils s'y imaginent affichées. Il y en a d’autres qui ont eu recours è certains mots, vers, et autres choses semblables: par exemple pour re- tenir les mots d’Alexandre, Romulus, Mercure, Orphée, ils prennent les lettres initiales qui forment le mot armo; mot qui doit leur servir à se rappeller les quatre autres. Tout ce que nous pouvons dire là-des- sous c'est que tous ces mots et ces verbes techniques paroissent plus difficiles à retenir que les choses mémes dont ils doivent faciliter l'étude. Les moyens les plus sùrs pour perfectionner la mémoire, sont ceux que nous fournit la Logique; plus l’idée que nous avons d'une chose est claire et distincte, plus nous aurons de facilité à la retenir et à la rappeller quand nous en aurons besoin. S'il y a plusieurs idées, on les arrange dans leur ordre naturel de sorte que l’idéc principale soit suvie des idées accessoires, comme d’autant de consequences; avec cela on peut pratiquer certains artifices qui ne sont pas sans utilité: par exemple, si l’on compose quelque chose, pour l’apprendre ensuite par coeur, on doit avoir soin d’écrire distinctement, de marquer les différen- tes parties par de certaines séparations, de se servir des lettres initiales au commencement d’un sens; c'est ce qu'on appelle la mémotre locale... Les anciens Grecs et Romains ROMANI parlent en plusieurs endroits de l'art mnemonique Cicéron CICERONE dit, dans le Liv. II de Orat. que Simonide l’a inventé. Ce philosophe étant en Thessalie, fut invité par un nommé Scopas; lors qu'il fut à table, deux jeunes gens le firent appeller pour lui parler dans la cour. A_peine Simonide fut-il sorti, que la chambre où les autres étoient restés, tomba et les écrasa tous. Lorsqu’on voulut les enterrer, on ne put les reconnoître, tant ils étoient défigurés. Alors Simonide, se rappellant la place où chacun avoit été assis, les nomma l’un après l’autre; ce qui fit connoître, dit Cicéron, que l'ordre étoit la principale chose pour aider la mémoire. La voce “caractère” della grande Enciclopedia -- i caratteri tipografici vengono trattati da Diderot in un'ampia voce, “caractères d'imprimerie”) risulta dalla collaborazione di vari filosofi. Dopo alcune brevissime definizioni d’Eidous che distingue fra suoni e SEGNI o figure e fa risalire l’origine dei caratteri ai primi rozzi disegni tracciati sui corpi materiali, Alembert tratta brevemente della scrittura in generale cinviando: per una trattazione più analitica, alle voci “langue” e “alphabet”. Ai caratteri egiziani accenna in poche righe, rimandando alle voci “hiéroglyphe” ec “symbole”, il celebre grammatico Marsais. Seguono nell’ordine: una colonna c mezzo d’Alembert dedicata ai caratteri reali e al problema della lingua universale; una descrizione dei caratteri dei vari alfabeti e dei segni impiegati in geometria e trigonometria di Chapelle; una breve voce sui “caractères dont on fait usage dans l' arithmetique des infinis ancora di d’Alembert; infine una colonna circa del Venel sui Caractères de la Chimie. Si vuol qui richiamare l’attenzione sul secondo dei tre “pezzi” scritti dal d’Alembert. In questo testo troviamo pre- sente la contrapposizione baconiana dei “caratteri reali” (che esprimono non suoni o lettere, ma cose) ai “caratteri nomi- nali” (o normali lettere alfabetiche. Vediamo ripreso il parallelo, presente nel “De augmentis” di Bacone e nell’”essay” di Wilkins, tra gl’ideogrammi cinesi e i caratteri reali che possono essere letti e compresi indipendentemente dalla lingua che effettivamente si parla. Vediamo brevemente esposti i risultati cui sono giunti lo stesso Wilkins, Dalgarno e Lodowick. Le riflessioni di Leibniz sulla caratteristica e sulla lingua universale -- di questi interessi non fa cenno la voce “erbnittanisme ou philosophie de Leibniz” -- vengono infine poste in un rapporto di diretta derivazione con le dottrine dei due autori inglesi e scozzesi. Le opere di Dalgarno, di Wilkins, di Lodowick alle quali Alembert fa riferimento nel testo sono nell’ordine: “Ars signorum, vulgo character universalis et lingua philosophica, Londra; Essay towards a real character and a philosophical language, Londra; The grundwork or foundation laid, or so intended, for the framing of a new perfect language, Londra. Les hommes qui ne formoient d'abord qu'une société unique, ct qui n’avoient par conséquent qu’une langue et qu'un alphabet, s'étant extrémement multipliés, furent forcés de se distribuer, pour ainsi dire, en plusieurs grandes sociétés ou familles, qui séparées par des mers vastes ou par des continens arides, ou par des intéretéts differens, n'avoient presque plus rien de commun entr'elles. Ces circonstances occasionnerent les différentes langues cet les différens alphabets qui se sont si fort multipliés. Cette diversitt de caracteres dont se servent les différentes nations pour exprimer la méme idée, est regardée comme un des plus grands obstacles qu'il y ait au progrés des sciences: aussi quelques auteurs pensant à affranchir le genre humain de cette servitude, ont proposé des plans de caracteres qui pussent ètre universels, et que chaque na- tion pùt lire dans sa langue. On voit bien qu’en ce cas, ces sortes de caracteres devroient étre réels et non mominaux, c'est-a-dire exprimer des choses, et non pas, comme les caracteres communs, exprimer des lettres ou des sons. Ainsi chaque nation auroit retenu son propre langage, et cependant auroit été en état d’entendre celui d'une autre sans l’avoir appris, en vo- yant simplement un caractere récl ou universel, qui auroit la méme signi- fication pour tous les peuples, quels que puissent étre les sons, dont chaque nation se serviroit pour l’'exprimer dans son langage particulier : par cxemple, en voyant le caractere destiné à signifier Sorre, un An- glois auroit lù o drink, un Frangois dorre, un Latin bidere, un Grec riverv, un Allemand trincken, et ainsi des autres; de méme qu'en voyant un cleval, chaque nation en exprime l’idée à sa maniere, mais toutes entendent le mème animal. Il ne faut pas s’'imaginer que ce caractere réel soit une chimere. Le chinois et les japonois ont déjà, dit-on, quelque chose de semblable: ils ont un caractere commun que chacun de ces peuples entend de la méme maniere dans leurs différentes langues, quoiqu’ils le prononcent avec des sons ou des mots tellement différens, qu’ils n’entendent pas la moindre syllabe les uns des autre quando ils parlent. Les premiers essais, ct méme les plus considérables que l’on ait fait en Europe pour l’institution d’une langue universelle ou philosophique, sont ceux de Wilkins et de Dalgarme: cependant ils sont demeurés sans aucun effet. M. Leibnitz a eu quelques idées sur le méme sujet. Il pense que Wilkins et Dalgarme n’avoient pas rencontré la vraie méthode. M. Leibnitz convenoit que plusieurs nations pourroient s'entendre avec les caracteres de ces deux auteurs: mais, selon lui, ils n’avoient pas attrapé les véritables caracteres réels que ce grand philosophe regardoit comme l’instrument le plus fin dont l’esprit humain pùt se servir, et qui devoient, dit-il, extrémement faciliter et le raisonnement, et la mémoire, et l’invention des choses. Suivant l’opinon de M. Leibnitz, ces caracteres devoient ressem- bler à ceux dont on sc sert en Algebre, qui sont effectivement fort simples, quoique très-expressifs, sans avoir rien de superflu ni d’equi- voque, et dont au reste toutes les variétés sont raisonnées. Le caractere réel de Wilkins fut bien regu de quelques savans. M. Hook le recommande après en avoir pris une exacte connois- sance, et en avoir fait lui-méme l'experience: il en parle comme du plus excellent plan que l'on puisse se former sur cette étude, il a eu la complaisance de publier en cette languc quelques-unes de ses décou- vertes. Leibnitz dit qu'il avoit en vàe un alphadet des pensées humaines, et mèéme qu'il y travailloit, afin de parvenir à une langue philosophi- que: mais la morte de ce grand philosophe empécha son projet de venir en maturité. M. Lodwic nous a communiqué, dans les transactrons plulosophi- ques, un plan d’un a/phabet ou caractere universel d’une autre espece. Il devoit contenir une énumération de tous les sons ou lettres simples, usités dans une langue quelconque; moyennant quoi, on auroit été en état de prononcer promptement et exactement toutes sortes de langues; et de d’écrire, en les entendant simplement prononcer, la prononciation d’une langue quelconque, que l'on auroit articulée; de maniere que les personnes accoùtumeées à cette langue, quoiqu'elles ne l’eussent jamais entendu prononcer par d'autres, auroient pourtant été en état sur le champ de la prononcer exactement: enfin cc caractere auroit servi comme d’étalon ou de modele pour perpétuer les sons d’une langue quelconque. Dopo aver accennato a tentativi più recenti (Journal Littéraire, sul quale cfr. Coururat-Leau, Historre de la langue universelle, Paris), Alembert conclude. Mais ici la difficulté est bien moins d’inventer les caractères les plus simples, les plus aisées, et les plus commodes, que d’engager les différentes nations à en faire usage; elles ne s’accordent, dit Fontenelle, qu’ì ne pas en- tendre leurs intéréts communs ». La sua sfiducia concerneva quindi, esclusivamente, la possibilità di una realizzazione pra- tica. Su questo punto le opinioni dei collaboratori all’Enciclopedia si configurano variamente. Per rendersene conto basterà confrontare la voce Langage nella quale veniva esplicitamente rifiutata la possibilità, anche teorica, di una lingua universale («Puisque du différent génie des peuples naissent les diffé- rents idiomes, on peut d’abord décider qu'il n’en aura jamais d’universel ») con la voce Langue nella quale veniva esplicita mente riaffermata la speranza in una pratica realizzazione della lingua universale. Mon dessein n’est pas au reste de former un langage universel à l’usage de plusieurs nations. Cette entreprise ne peut convenir qu’aux académies savantes que nous avons en Europe, supposé encore qu’elles travaillas- sent de concert et sous les auspices des puissances. Firenze Hannover : Innichen Milano Monaco Napoli Laurenziana Ashb. Nazionale (già Magliab.): Conv. Soppr. Magliab. cl., cod. Magliab. Palch.: Palat. Palat. : Riccardiana Ricc. Ricc. Phil. Phil. VII. B. mi, Ambrosiana D. 535 inf.: sup.: inf.: inf.: sup.: N. 259 sup.:  R. 50 sup.: sup.: Staatsbibl. Oratortana Pil. XV n. IT: Parigi Pavia Ravenna Roma Torino Venezia Bibliothèque Nationale lat. lat. lat. lat. Universitaria Ald. Ald. Ald. Classense Mob. Angelica (B.5): Casanatense Vaticana Ott. lat. Urb. lat. Urb. lat. Vat. lat. Vat. lat. Vat. lat.Vat. lat. 5437: 70. Vat. lat.  Vat. lat. 6295:. Nazionale Marciana lat. cl. lat. cl.  lat. cl. lat cl. VI, : 25. lat. cl. Paolo Rossi. Paolo Rossi Monti. Monti. Keywords: Cattaneo, Aconzio, Vico, Galilei, nato Paolo Rossi, adottato dalla zia materna, Monti, Vico, Vinci, Garin, Banfi, la storia della nazione italiana, Vico e la storia della nazione italiana, favola antica, dalla magia alla scienza, bruno.  – Refs. Luigi Speranza, “Grice e Rossi: l’implicatura di Vico” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosso: all’isola -- la ragione conversazionale all’isola -- a Sicilia – la scuola di Palermo – la scuola di Corleone -- filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Corleone). Flosofo siciliano. Filosofo italiano. Corleone, Palermo, Sicilia. Scrive tre saggi. Il primo e “Varie cose notabili occorse in Palermo ed in Sicilia”. Il secondo e “Descrizione di tutti i luoghi sacri della felice città di Palermo”. Descrive le chiese di Palermo. Questo saggio è ricordato in vari altri saggi. Il terzo saggio e “Diario Palermitano”. Il comune di Palermo gli dedica una via.  Biblioteca storica e letteraria di Sicilia: Mira/bibl Siciliana. Ciccarelli e Valenza, La Sicilia e l'Immacolata. Atti del convegno,  Pugliatti, Pittura del Cinquecento in Sicilia, Electa, Roma. Istituto di studi bizantini e neo-ellenici, Rivista di studi bizantini e neo-ellenici. Marzo, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia: Opere storiche inedite. Valerio Rosso. Rosso. Keywords: filosofia siciliana, filosofia italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosso” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rota: la ragione conversazionale e la lavagna del gruppo di gioco – la scuola di Vigevao -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vigevano).  Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Vigevano, Pavia, Lombardia. Italian philosopher. Grice: “Many Italian philosophers would not consider Rota an Italian philosopher seeing that he earned his maximal degree without (not within) Italy! And right they would, too!” Saggi: “Pensieri discreti” (Garzanti). Dizionario biografico degl’italini. Palombi, “La stella e l’intero – la ricercar di Rota tra matematica e fenomenologia” (Boringhieri); Senato, “Matematico e filosofo” (Springer). Gian-Carlo Rota. Rota. Aune: “I left the play group when I realised that Grice could care less about blackboards!” -- Keywords: il primate dell’identita, Whitehead, fenomenologia, Husserl, Heidegger, tra fenomenologia e matematica, la stella e l’intero, discrezione, indiscrezioni, combinatoria e filosofia, la lavagna del gruppo di giocco. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Rota," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rotondi: la ragione conversazionale a Roma antica – la scuola di Vivocaro -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vicovaro).  Filosofo lazio. Filosofo italiano. Vicovaro, Roma, Lazio. I primi anni di attività della sua “libreria delle occasione” sono piuttosto travagliati in quanto le autorità fasciste, infastidite dalla tipologia eterodossa dei testi in vendita, operano diversi sequestri e infliggono sanzioni. Costretto a chiudere la libreria per evitare il richiamo alle armi della repubblica sociale. Considerato disertore, si rifugia con la famiglia a Vicovaro. Individuato in seguito ad una delazione, riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura e si allontana verso le montagne che circondano il paese, inseguito dappresso da tedeschi. Disperando di potersi salvare, si nasconde nei pressi di una casa abbandonata, popolarmente ritenuta abitata dagli spiriti e qui avviene l'evento fondamentale sopra descritto che cambia la sua vita e le sue convinzioni, aprendolo alla conoscenza del mondo spirituale. Improvvisamente ha una visione folgorante nel nielo. Sedetti a contemplare la scena. Una catena di globi luminosi dall'alto scendevano fin giù, penetravano nella terra, poi altri che risalivano e poi ridiscendevano come per riunirsi in un misterioso convegno. Si senteno delle voci indistinte. Si trattiene ad osservare tale spettacolo misterioso salvandosi, in questo modo, dal rastrellamento in corso nel vicino paese di Roccagiovine. Questo primo decisivo contatto con il para-normale  raccontato in "Il protettore invisibile". Tale evento rappresenta l'inizio del suo studio e del suo interesse nei confronti dell'esoterismo e della spiritualità. Pubblica massime, proverbi e aforismi di Roma antica. Dà alle stampe “L’arte del silenzio e l’uso della parola”, un originale e lungimirante saggio il cui intento si manifesta già dalla dedica, firmato con lo pseudonimo di Vico di Varo, derivato chiaramente dal suo paese natale. Viene incaricato di redigere un opuscolo commemorativo in occasione dell'inaugurazione in Vicovaro del Monumento in onore delle vittime della strage nazista delle Pratarelle. Svolge una funzione di aggregazione e catalizzazione culturale in anni difficili in cui certi ambiti di studio venivano guardati con sospetto, quando non con manifesta ostilità.  Partecipa e svolge un ruolo tutt'altro che secondario nel Cerchio Firenze, una delle più importanti esperienze para-psicologiche collettive italiane. Lui la sua libreria,  sono ormai un punto di riferimento di tutto un mondo culturale in espansione e finalmente libero da ogni censura. Pubblica  titoli presso diverse case editrici -- Mediterranee, Astrolabio, Sugarco, S.A.S. --, firmandoli oltre che con il suo vero nome con il pseudonimo ‘Amadeus Voldben’, acronimo di “Volontario del Bene”. Tale nome d’arte sta ad indicare la missione che si e prefisso e che delinea nel libriccino “I volontari del bene”, vera e propria bibbia per tutti coloro che si riconoscono nel progetto di diffusione del bene.  Oltre al valore intrinseco degli scritti, sono le riunioni e la sua stessa presenza in libreria a suscitare curiosità e interesse presso un pubblico molto ampio che vede in lui una guida spirituale in grado di fornire suggerimenti mai banali e, da educatore, sempre comprensibili. Dietro la sua apparente severità, che è semplicemente rifiuto della superficialità, traspare la disponibilità e l'umanità, accessibili a chiunque si sforzi di varcare un civico di via Merulana. Si caratterizza da una produzione culturale ed una serena consapevolezza. Regala gemme di saggezza e consigli. Oltre ai testi pubblicati lascia altri scritti, alcuni pronti per la stampa altri bisognosi di revisione, che vengono pubblicati da i quali si sono impegnati a proseguire l'attività in libreria, mantenendosi fedeli all'impostazione originaria da lui delineata. La libreria riceve il riconoscimento di "negozio storico" da parte del Comune di Roma.  Opere: Saggezza ” (I della collana Le Perle, ristampato da Astrolabio. L'arte del silenzio e l'uso della parola, ristampato dalla Libreria Rotondi; Saggezza di Roma antica, collana Le Perle). Saggezza dell'antica Grecia, collana Le Perle). Amore e saggezza nel pensiero, collana Le Perle). Il giardino della saggezza, collana Le Perle). “Dopo Nostradamus: le grandi profezie sul futuro dell'umanità” (Mediterranee); “Un'arte di vivere: via segreta alla serenità” (Mediterranee); “La coppa d'oro: insegnamenti dei maestri, fonte di luce e di energia, SAS; Le influenze negative: come neutralizzarle, SugarCo,,  Il protettore invisibile: la guida che ci aiuta nei momenti difficili della vita, Mediterranee, La voce misteriosa, Astrolabio; Lo scopo e il significato della vita: perché si nasce, perché si vive, perché si muore, Mediterranee, I prodigi del pensiero positivo: il suo potere e la sua azione a distanza, Mediterranee, Il destino nella vita dell'uomo, Mediterranee, La re-incarnazione: verità antica e moderna, Mediterranee, La potenza del creder e la gioia d'amare: i prodigi della fede e dell'amore, Mediterranee,  Una luce nel tuo dolore, Mediterranee); “Guida alla padronanza di sé, Mediterranee, La magica potenza della preghiera, Mediterranee); La chiave della vita, Mediterranee,  La presenza divina in noi, Mediterranee, Le leggi del pensiero: l'energia mentale e l'azione della volontà, Mediterranee); Le grandi profezie sul futuro dell'umanità, Mediterranee. La potenza creatrice del pensiero, Mediterranee, Pensieri per una vita serena, Mediterranee); “Ricordo dei nostri martiri. Commemorazione in occasione dell'inaugurazione del monumento ai martiri delle PratarelleVicovaro, Tipografia Seti, Roma); “I Volontari del Bene” (Libreria Rotondi Editrice, Roma); “Reincarnazione e fanciulli prodigio, Mediterranee, Roma, La reincarnazione: verità antica e moderna, Mediterranee); “La voce misteriosa”; “Le perle”. L’arte del silenzio e l’uso della parola. La Libreria Rotondi è segnalata in molte pubblicazioni, tra cui la Guida ragionata alle librerie antiquarie e d'occasione d'Italia, C. Messina, Roma); A. Voldben, Il protettore invisibile, Edizioni Mediterranee, Roma,  La sua partecipazione agli incontri del Cerchio Firenze è ricordata in “Oltre l'illusione, Roma, Mediterranee, e “Oltre il silenzio” L. Campani Setti, Roma, Mediterranee). Dopo Nostradamus, I prodigi del pensiero positivo, Le influenze negative, Il protettore invisibile: Molte persone si rivolgevano a Rotondi per ricevere consigli. Una testimonianza letteraria di questa consuetudine si trova nel romanzo di  Giovetti Weimar per sempre (Mediterranee, Roma) in cui il personaggio si reca presso la Libreria delle Occasioni per ricevere suggerimenti su questioni spirituali e libri. Libreria Rotondi, Libreria delle Occasioni (La libreria fondata da Rotondi) La piccola miniera (da Il Corriere della Sera) Il libraio di via Merulana e i globi luminosi (da La Repubblica) Cerchio Firenze  (Esperienza parapsicologica collettiva) Andiamo alla scoperta (da La Piazza di Castel Madama.  ‘Vico di Varo’. Amedeo Rotondi. Rotondi. Keywords: Roma antica, antica Roma, le perle, Vicovaro, filosofia fascista, il veintennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rotondi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovatti: la ragione conversazionale dei giocchi e gl’uomini – la scuola di Modena -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Modena). Filosofo Emiliano. Filosofo italiano. Modena, Emilia-Romagna. Grice: “I do not know any other philosopher other than me or Austin who, like Rovatti, is obsessed wiith the concept of a ‘game’!” Studia fenomenologia a Milano con PACI. Insegna a Trieste. Si occupa dei rapporti tra fenomenologia e marxismo pubblicando “Critica e scientificità in Marx” e poi focalizzando in vari saggi il tema dei bisogni con riferimento anche alla psico-analisi. Le questioni concernenti il “pensiero debole” diventano il punto di partenza di “La posta in gioco: il soggetto” (Bompiani, Milano); “Abitare la distanza”, “Il paiolo bucato: la nostra condizione paradossale” (Cortina, Milano); “La follia in poche parole” (Bompiani, Milano); “L'esercizio del silenzio”; “Possiamo addomesticare l'altro? La condizione globale” (Forum, Udine); “Inattualità del pensiero debole” (Forum, Udine). Queste questioni riguardano soprattutto la possibilità di una «logica paradossale» e si articolano intorno ai temi del gioco, dell'ascolto e dell'alterità, tutti collegati alla questione della soggetto. Saggio su PACI.  Dalla filosofia del gioco nascono anche “Per gioco: piccolo manuale dell’esperienza ludica” (Cortina, Milano); “La scuola dei giochi” (Bompiani, Milano); “Il gioco di Wittgenstein” (EUT, Trieste). Si interessa alla consulenza filosofica, con “La filosofia può curare? La consulenza filosofica in questione” (Cortina, Milano). Altre saggi: “Il coraggio della filosofia” in «aut aut».  Tiene una rubrica sul quotidiano "Il Piccolo" di Trieste, “Etica minima”. Racoglie "scritti corsari" (cfr. Pasolini) in vari saggi: “Etica minima – saggi quasi corsair sull’anomalia italiana” (Cortina, Milano); “Noi, i barbari – la sotto-cultura dominante” (Cortina, Milano); “Un velo di sobrietà” (Saggiatore, Milano); “Accanto a una sensibile sintonia”. Si manifesta nella sua filosofia una particolare attenzione sul rapporto tra potere e sapere; “Gli ego-sauri” (Elèuthera, Milano); “Le nostre oscillazioni” (Collana Edizioni alpha beta Verlag, Merano); “L’intellettuale riluttante” (Elèuthera, Milano); “Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Basaglia” (alphabeta, Merano); “Consulente e filosofo. Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche” (Mimesis, Milano); “Abitare la distanza. Per una pratica della filosofia” (Feltrinelli, Milano); “Scenari dell'alterità, Bompiani, Milano); “Il decline della luce” (Marietti, Genova); L'università senza condizione” (Cortina, Milano); “Fare la differenza” (Triennale di Milano, Milano); “Introduzione alla filosofia contemporanea, Bompiani, Milano); “Lettere dall'università, Filema, Napoli); “Trasformazioni del soggetto: un itinerario filosofico” (Poligrafo, Padova); “Dizionario dei filosofi” (Bompiani, Milano); “Elogio del pudore: per un pensiero debole” (Feltrinelli, Milano Intorno); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); “Bisogni e teoria marxista” (Mazzotta, Milano); “Critica e scientificità in Marx: per una lettura fenomenologica di Marx e una critica del marxismo di Althusser (Feltrinelli, Milano);  “La dialettica del processo” (il Saggiatore, Milano). aut aut. R.: il pensiero debole, sul  RAI Filosofia. Grice: “As Rovatti shows, it is possible to conceive of conversation as a GAME, with its own RULES, and MOVES. Pier Aldo Rovatti. Rovatti. Keywords: i giocchi e gl’uomini --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rovatti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovella: FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- la rgione conversazionale all’isola -- querce, o della filosofia siciliana – l scuola di Acreide – la scuola di Siracusa – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acreide). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Acreide, Siracusa, Sicilia. Studia a Ispica e Catania sotto CARBONARA, laureandosi con un saggio di estetica, sul rapporto fra contenuto -- o materia -- e forma. Insegna a Noto e Palazzolo. Pubblica “L'uomo” (Giannini, Napol). In una serrata discussion affronta la meta-fisica ed espone il suo convincimento che la ricerca senza condizioni, attraverso l'intelligenza attiva e creatrice può aprire all'uomo orizzonti creativi, seppur rischiosi. La meta-fisica imprigiona in schemi rigidi e vincolanti. Pervenire all'auto-coscienza è il compito più degno degl’uomini, che pur problematico in sé non rimaneno imprigionati nel problematicismo. Altre opera: “Deneb” (Caltanissetta, Roma), romanzo filosofico che narra la pulsione verso l'oltre, attenuando, così, la precedente critica verso la meta-fisica e aprendo verso il mistero che comporta il confronto con tre donne che rappresentano tre volti diversi della verità. La stella “Deneb” è metafora della pulsione verso l'alto. Abbondano i riferimenti autobiografici da cui emerge l'attaccamento alla casa natia, che non abbandona, alla famiglia e soprattutto ad un modello di vita contadina morigerata e sobria. Lo stile   è affabulante. L'auto-coscienza e il trionfo della morte  in GENTILE in Il pensiero di Gentile (Enciclopedia Italiana, Roma). Qui si esamina il momento finale della vicenda umana e filosofica di GENTILE alla cuia filosofia è legato. “L'errore del cerchio” (Siracusa). Predomina il colloquio interiore, lo scavo nella coscienza e nella memoria. Procede come un giallo. Un tema attraversa gl’avvenimenti, la libertà e la necessità di un suo contenimento. “La fattoria delle querce” (Caruso, Siracusa). L’epopea della famiglia siciliana Capobianco, governata da una donna e sviluppata attraverso un intrigo di personaggi e di vicende. I discendenti Capobianco sono identici agl’ante-nati, e la ricerca della genealogia è il problema più assillante per i personaggi. Il mito dell'eterno ritorno dell'identico li e caro. Rimane sempre legato ai miti. Fisiognomica, astrologia, venti, odori e turbamenti fanno di questa opera un esempio di scrittura immaginifica e personale. Filosofia di non di facile consume traccia una “Imago siciliae”. Nella stessa aura de La fattoria sono scritti i racconti. Cambia di nuovo argomento, inizia quella che lui chiama “la fase cristica”, in cui la figura di Cristo e il rapporto fra le religioni sono il tema dominante. “L'ora del destino, dramma in due atti” (Accademia Casentinese di Lettere, Arti, Scienze ed economia, Castello di Borgo alla Collina, Arezzo,  L'Ora in persona di una donna consola il crocifisso che muore quando una congiuntura astrale perviene al suo compimento. In “Vita di Gesù” (Prospettive d'Arte, Milano) Gesù è visto nella sua umanità. La narrazione segue lo sviluppo dei vangeli sinottici, con qualche incursione negl’apocrifi. L'autore, che pur ne ha le competenze, si tiene lontano dalle problematiche gesuologiche e cristologiche. Vuole narrare un Gesù “così come parla al cuore”.  L'Angelo e il Re, con prefazione di Pazzi per i tipi di Palomar Bari. I nove mesi di gravidanza di Maria vergine sono narrati con un andamento che si mescola di esoterismo e sapienza umana. Maria spesso, nel mistero del suo concepimento, nella sua realtà quotidiana, vive le vicende del suo quartiere, con le sue amiche, con qualche momento di gioia esaltata e prorompente, con un tratto zingaresco. Attratto da zingari e vagabondi di passaggio, come incarnazione di una libertà che abbiamo smarrita. “Le Madri” (Utopia, Chiaramonte Gulfi). Vi si sente l'eco di Bachofen. Breve raro capolavoro, pieno di mistero e poesia, di un potere magico. “Asvamedha” (Utopia, Chiaramonte Gulfi) raccoglie racconti; “Inizio d'amore” (Studi Acrensi, Palazzolo Acreide) raccoglie altri racconti che l'autore pubblica in varie riviste letterarie nazionali, a cura dell'Istituto Studi Acrensi Palazzolo Acreide. I racconti, dice l'autore, vivono nell'aura dei romanzi di questo periodo.  “La vigna di Nabot, dramma in IV quadri” (Associazione Amici di Rovella, Palazzolo Acreide) narra le vicende del ersonaggio che incontriamo nel primo libro dei Re Cap. 21. La prepotenza dei potenti e la sacralità della terra dei padri sono il filo conduttore del dramma. Nabot muore per una questione di coerenza. Scuderi, La fattoria delle Querce, in Le Ragioni critiche, Menichelli in Esperienze letterarie,  Jacobbi, Il miracolo Deneb, in Arenaria, Palermo, Vettori, Il miracolo di Deneb e le profezie di Ruggero, Arenaria, Monachino Ester, Considerazioni su un romanzo di Rovella, in Le Ragioni critiche, Catania, E. Messina, Dal bagolaro alla sequoia” (Romeo, Siracusa); Messina, Alle radici del pensiero. La presenza dei suoi maestri” (Romeo, Siracusa). Giuseppe Rovella. Rovella. Keywords: romanzo filosofico, querce. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rovella” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Rovere. (Roma). Filosofo italiano. Proposta del provenzale come lingua internazionale. Alberto Rovere.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovere: la ragione conversazionale, o le confessioni di un meta-fisico romano – la scuola di Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Essential Italian philosopher. The family originates in Albisola, Savona, Liguria. Filosofo. Il giure civile del popolo italiano ha nel testo della legge positiva e speciale autorità sufficiente da soddisfare la giustizia ordinaria e da risolvere i dubii e acquetare le controversie intorno agl’interessi e agl’ufficii d'ogni privato cittadino. Di quindi nasce che possono alcuni curiali riuscire segnalati e famosi al mondo con la sola abilità del pronto ricordare, dell’acuto distinguere e dell'interpretare acconcio e discreto. Al giure delle genti occorre, invece, assai di frequente la discussione delle verità astratte. Perocché esso è indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata legge. Si connette immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo. Spesso gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si dice che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo della scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa talvolta scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non venni a recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. Lo stato romano essere certa congregazione di famiglie la qual provvede con leggi e con tribunali al bene proprio e alla propria tutela -- tanto che sono competentemente adempiuti i fini generali della socialità e i particolari di essa congregazione. Lo stato romano non esiste per la contiguità sola delle terre e delle abitazioni, ma per certo congiungimento e unità delle menti e degl’animi dei romani. Il che riconosciuto e fermato, se ne ritrae ciò che pel diritto è primo principio ed assioma, non potersi da niuno e sotto niuna ragione arrogare la facoltà di offendere e menomare l'autonomia interna ed esterna dello stato romano insino a tanto che questo non provoca gl’altri ad assalirlo con giusta guerra. Ed eziandio in tal caso è lecito di occupare temporalmente il suo territorio e dominare il suo popolo nei limiti della difesa e dell'equo rifacimento dei danni. L'uomo individuo può nel servaggio e nelle catene serbare con isforzo la libertà dello spirito e compiere in altro modo e sotto altre condizioni certa eroica purgazione e certo mirabile perfezionamento della sua parte interiore e immortale. Ma ciò è impossibile all’intero popolo romano, il quale nel servaggio di necessità si corrompe ed abbietta, e quindi GRAVINA chiama assai giustamente la libertà della nazione romana sacro-santa cosa e di giure divino. L'anima non è vendibile e non è nostra, dicevano i teologanti per dimostrare da più parti la iniquità del CONTRATTO. E neppure la libertà è vendibile. E se l'usarla e abusarla è nostro, non è tale la facoltà e il principio infuso dal divino con l'alito suo divino e che al dire d’Omero vale una mezza anima. Lo stato romano possiede onninamente se stesso. Niuno fuori di lui può attribuirsene la padronanza. Quindi il popolo romano o vivono in se od in altri. Cioè a dire, o provedono al proprio fine con la legge e ordini propri e componendo un individuo vero e perfetto della universa famiglia umana. Ovvero entrano a parte d'altra maggior comunanza con ugualità di diritto e d’ufficio, come quelle riviere che ne' più larghi e reali fiumi confondono le acque e perdono il nome. Questa è la generale e astratta dottrina che danno la ragione e la scienza. La patria romana, impertanto, significa quella contrada e quella congregazione d’uomini a cui ciascuno degli abitanti e ciascuno dei congregati sentesi legato per tutti i doveri, gl’istinti, i diritti, le speranze e gl’affetti del vivere comune. La patria romana, considerata nella sua morale e profonda significazione, è il compiuto sodamento di ciascuno verso di tutti e di tutti verso ciascuno. Se la patria romana non ha debito né possibilità di nudrire del suo ogni giorno tutti i suoi indigenti, spietata cosa sarebbe inibire a questi di procacciarsi altrove la sussistenza. Prediletta opera delle mani del divino e la nazione romana. La nazione romana è pura, domandano essi, e tutta omogenea. Questo e il puro principio della nazionalità romana. Lo stato romano, dipendente come si sia da un altro non è, a propriamente parlare, autonomo. E e perciò, a rigore di definizione, neppure la denominazione di stato romano gli si compete. I prìncipi non sono, del certo, scelti dal divino immediatamente, ma sono dal divino immediatamente investiti della sovranità romana. Il popolo romano indica l'uomo a cui vuole obbedire e in quell'uomo è subito la pienezza della sovranità romana che dal divino gli proviene. Perocché come dal divino è istituito IL FINE della socievole comunanza, così è istituito IL MEZZO nella autorità del comando. È sicuro che nella lunghezza dei secoli le volontà e i giudizi umani si accostano all'assoluto del bene sociale, quanto che la via che viene trascorsa non procede diritta e spedita ma declina e torce continuo fra molti errori e molte misere concussioni. La libertà della nazione romana, essendo naturale ed essenziale agl’uomini e necessaria concomitanza d'ogni bontà, è doveroso per tutti il serbarla integra nella sostanza. E perciò, né il privato individuo si può vendere ad altro privato, né tutto il corpo de' cittadini assoggettarsi pienamente e perpetuamente al dominio d’altro stato. Poco o nessun valore ha il dissentimento dei piccioli e deboli, quando anche piglino ardire di esprimerlo; e CHI INVESTIGA LA STORIA DELL’ANTICA ROMA RI-TROVA che DELLE PROTESTE loro giacciono GRANDI FASCI dimenticati negl’archivi delle Cancellerie. Dacché siete i più forti, correte poco rischio di vivere ex lege alla maniera dei ciclopi. Ma confessare il diritto e contro il diritto procedere, non è conceduto a nessuno. E parlavano meglio quegl’ateniesi che alle querele dei milesi rispondevano senza sturbarsi. Il diritto è cosa pei deboli e non già pei forti e pei valorosi. Il popolo romano è autonomo. Con altri vocaboli, lo stato romano, vero è libero ed inviolabile. E la patria romana, nel significato morale e politico, è *sinonimo* di STATO romano -- in quanto questo compone uno stretto e nativo consorzio in cui ciascun cittadino ha debito e desiderio insieme di effettuare il grado massimo di unimento sociale e civile.  S’incominci dall'avvisare chi sono costoro che si querelano della libertà dello stato romano e ne temono danni così spaventevoli. Costoro sono i medesimi da cui si alzano lagni e rimproveri cotidiani per qualunque libertà, eccetto la propria loro. Vogliono limitare la stampa, limitare la libera concorrenza, limitare IL PARLAMENTO e in fine ogni cosa col pretesto volgare ed ovvio che il parlamento, il commercio, la stampa abusano di loro facoltà e trasvanno più d'una volta e in più cose. La volontà umana, dite, è corrotta e inchinevole al male. Può darsi. Ma privata di libertà so che depravasi molto di più e i padroni non meno che i servi. Non è lecito agl’uomini di esercitare nessun diritto qualora difettino pienamente delle facoltà e dei mezzi correlativi. Perciò il fanciullo, il mentecatto, l'idiota cade naturalmente sotto l'altrui tutela, e per ciò medesimo la parte meno educata del volgo ed offesa di troppa ignoranza, o posta in condizione troppo servile, non ha nel generale facoltà e mezzi proporziod esercitare diritti politici. Esaminato il fine del viver comune, fatta rassegna d'alcuni principii direttivi, più bisognevoli al nostro intento e poco o nulla NOTI AGL’NTICHI ROMANI, segue senza più che noi trapassiamo a contemplare l'ottimo ordinamento civile. Cosi noi delineeremo qnalche fattezza dell'incivilimento umano, contemplandolo nella natura primitiva ed universale del popolo romano, ed avvisandoci di non iscambiare l'alterato e il mutabile col permanente ed inalterato; e per converso, di non dar nome d'errore emendabile e di accidente transitorio a ciò che appartiene alle condizioni salde e durevoli della comunanza civile. Chè nel primo difetto cadono i troppo retrivi ed i pusillanimi; nel secondo, i novatori audaci e leggeri. GL’ANTICHI ROMANI con molto senno incominciano dall'insegnar quello che spetta al buono stato della famiglia, perché della comunanza umana l'individuo compiuto non è lo scapolo, ma l'ammogliato con prole o vogliam dire la famiglia, rimossa la quale non rimane intermezzo alcuno che tempri l'amor proprio e la fiera e violenta natura nostra.  L'organizzazione tanto è più eccellente quanto meno cede alle esterne azioni ed impressioni ed anzi modifica con maggior efficacia ed appropria a sé quelle azioni. È da confessare che un gran trovato fece lo spirito umano e giovevole soprammodo alla prosperità del viver sociale, quando mise in atto quello che fu domandato GOVERNO RAPPRESENTATIVO o parlamentare. Se dirai: carattere della nazione romana è la continuità e circoscrizione del suolo d’Italia. E la nazione e nella lingua romana, la letteratura e le arti. Se le origini e la schiatta; le colonie sono tal membro e così vivace del corpo della patria onde uscirono, da non potersene mai dispiccare, e la guerra americana è dalla banda dei sollevati iniqua e parricida. Gran questione poi insorge sulle genti di confine, le quali compongonsi il più delle volte di schiatte anfibie, a cosi chiamarle. Quindi noi vogliamo, per via d'esempio, i nizzardi essere italiani – ROMANI -- e i francesi li fanno dei loro. La compagnia civile comincia là solamente dove gl’animi si accostano, e sorge desiderio di regolato e comune operare. La giustizia apre e chiude i congressi degli dei, non quelli degl’uomini. La voce “nazione romana” nel suo peculiare e pieno significato vuol dire unimento e società d'uomini che la natura stessa con le sue mani à fatta e costituita mediante il sangue e la singolarità delle condizioni interiori ed estrinseche. Per talché quella società distinguesi da tutte l’altre per tutti gl’essenziali caratteri che possono diversificare le genti in fra loro, come la schiatta, la lingua, l'indole, il territorio, le tradizioni, le arti, i costumi. “Nazione romana” vuol significare certo novero di genti per COMUNANZA DI SANGUE, conformità di genio, medesimezza di linguaggio atte e pre-ordinate alla massima unione sociale. Lo stipite umano è ordinato esso pure a spandere discosto da sé le propagini e i semi. E ogni germe nuovo dee nudrirsi del terreno ove cade, non del tronco da cui si origina. Sieno rese grazie publicamente da tutta l'Italia a voi, o Valdesi, che l'antica madre mai non avete voluto e potuto odiare e sconoscere insino al giorno glorioso che è dal divino coronata la vostra costanza, e un patto comune di libertà vi riconciliava con gl’emendati persecutori.  S'io credessi quelle armi che assiepano IL FORO, DICE CICERONE, starsene qui a minacciare e non a proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto è che quelle armi NEL FORO induceno per se sole una fiera minaccia, tanto che CICERONE parla poco e male, e la paura ammazza l'eloquenza. Dal riscontro, per tanto, di tutte le storie, senza timore mai d'eccezione, e più ancora dalla ripugnanza intima di certi termini, quali sono felicità a servitù, spontaneità e costrizione, ricavasi questa assoluta sentenza che in una nazione civile come ROMA, nessun governo straniero – come Cartagine -- non può vantarsi mai né della legittimità interiore, né della esteriore che emana dall'assentimento espresso o tacito della popolazione romana. Non può aver luogo prescrizione, dove i diritti innati o fondamentali dell'uomo ricevono sostanziale ingiuria ed offesa; e di si fatti è per appunto la indipendenza o dimezzata o distrutta. Ogni cosa nell'uomo è principiata dalla natura e poi dalla ragione e dall'arte è compiuta.Voi stesso l'avete udito? Poerio: E come nò, se rinchiuso è con lui in una prigione medesima? Pignatelli: E è la vigilia della sua morte? Poerio: Appunto è  la vigilia. Sapete che valica la mezzanotte, una voce improvvisa e sepolcrale veramente rompevane il sonno chiamando forte per nome alcuno di noi; e quella chiamata voleva dire: vieni, ti aspetta il carnefice. La notte pertanto che seguitò quel mirabil discorso di Pagano gli sgherri gridarono il nome suo, e fu menato al patibolo. Pignatelli: Sta per mezzo a voi quell'omerica figura del conte di Ruvo? Poerio: Nò, ma in Castello dell'Uovo insieme con altri uffiziali e con l'intrepido Mantone. Nel Castel Nuovo e in quella carcere proprio dove è Pagano, sta il fratel vostro maggiore, principe di Strangoli, sto io, il Conforti, Cirillo, Granali, Palmieri, Russo e due giovinetti amorevoli e cari, cioè l'ultimo figliuolo dello Spanò ed un marchese di Genzano, bello come l'appollino e di cui sente Pagano particolare compassione. V'à una cagione suprema di tutte le cose, cagione assoluta e però insofferente di limiti e incapace d'aumento e di defficienza. Ma se niun difetto può stare in lei, ella è il bene infinito e comprende infinitamente ogni specie di bene. Ciò posto, la cagione suprema è altresì infinita bontà che raggia il bene fuor di sé stessa e ne riempie la creazione ed ogni ente se ne satura, a dir così, per quanto è fatto capace. Tale contenenza di bene è poi sempre difettiva perché sempre è finita. Di quindi si origina il male. Non si chieda dunque perché il divino è permettitore del male, ma chiedasi in quella vece perché piacque al divino, oltre all'infinito, che sussistesse pure il finito. Se il vivere nostro presente è condito di molto diletto e noi incapaci di conoscere e desiderare con ismania istintiva l'eternità, forse potrebbesi giudicare senza paradosso aver noi sortito quella porzioncella sola e frammento di beatitudine, brevissima ma sincera e inconsapevole della propria caducità. Col presupposto della immortalità, bene avverte BRUNO, alcun desiderio naturale non è indarno e alcuna lacrima non cade senza conforto. Con la immortalità non è affetto generoso perduto, non ferita dell'animo a cui non si apparecchi altrove copioso balsamo. Per entro il corso interminato e magnifico de'nostri destini, ogni male vien riparato, ogni speranza risorge, ogni bellezza rifiorisce, ogni felicità si rinnova e giganteggia ne'secoli. Poerio: Quando è possibile strappare dal cuor dell'uomo il concetto e la speranza della immortalità, il consorzio civile medesimo pericolerebbe di sciogliersi e i piaceri e le utilità stesse della vita presente verrebbero gran parte impedite o affatto levate di mezzo. I dotti e i legisti barbareggiavano sempre peggio, e pareva in loro una sorta di necessità tramutata in diritto, e niun discepolo mai se ne querela; e le lettere cadevano in tale grettezza, che nelle prose di Giordani si appuntavano parecchie mende di stile, ma nessuno accusava la tenuità dei concetti e la critica angusta e slombata. Colletta è stimato dai più uno storico sovrano e poco meno che un Tacito redivivo, ed altri istituivano paragone tra il Guicciardini e il Botta, tra Goldoni e Nota. Tale il gusto e il criterio comune. Pochi grandi filosofi non mancavano neppure a quei giorni. Basti ricordare Bartolini nella scultura; Leopardi e Niccolini nella poetica; Rossini, Bellini, Donizetti nella musica. In Italia scemando il sapere e la potenza meditativa, crebbe l'amore spasimato ed irragionevole della bellezza dell'abito esterno, lasciando a digiuno la mente e poco nudriti e mal governati gli affetti. Letteratura e filosofia vasta, soda e ben definita, e parimente larghe scuole e ben tratteggiate e scolpite mancano alla patria nostra da quasi tre secoli e piuttosto ne abbiamo avuto cenni e frammenti, e ogni cosa a pezzi, a sbalzi e a modo d'assaggio. Miei degni signori, il cibo che v'apparecchio è scarso, scondito e di povera mensa, ma è letteratura e non meta-fisica. Non appena l'esilio mi astrinse a lasciare l'Italia e fui spettatore d'altro ordine di civiltà e uditore d'altri maestri, subito mi si aprì dentro l'animo l'occhio doloroso della coscienza, ed ebbi della mia ignoranza una paura ed una vergogna da non credere. Per giudicare alla prima prima che tutto è vecchio e trito in un libro convien sapere dell'autore se nel generale à l'abito di pensar di suo capo. Ed egli evoca nuovi spiriti di più sublime natura, i quali entrano a uno a uno dentro la torre. Spirito del mare. Che vuoi? Barone. Sapere l'essenza del bene e la fonte della felicità. Spirito del mare. Perché lo chiedi al mare? Barone. Perché tu sai o puoi sapere ogni cosa; tu nei silenzj della notte tieni misteriosi colloquj con la luna e con le stelle che in te si riflettono; e tu pur ricevi nell ' ampio tuo seno i fiumi tutti del mondo, i quali ti raccontano le geste antiche dei popoli e le più antiche vicende dei continenti per mezzo a cui essi fluiscono senza posa. Spirito del mare. lo non so nulla (sparisce). Barone. Che tu venga malmenato in eterno dallo spirito delle procelle, e che i tuoi membri immortali sieno rotti e squarciati mai sempre dalle taglienti creste degli ardui scogli.  La coda del cavallo bianco dell' Apocalisse. Che vuoi? Barone. Sapere in che consiste il bene, e dove è la fonte della felicità. La coda. Perché lo chiedi a me? Barone. Tu sai la fine ultima delle cose, e tu comparirai poco innanzi della consumazione del secolo. La coda. Quando io comparirò, io ondeggerò nelle sfere, simile alla caduta del Niagara e più tremenda della coda delle comete. Ogni mio crine rinserra un destino; e ogni mio moto è un cenno di oracolo; ò trascorsi tutti i cieli di Tolomeo e i cieli di Galilei e i cieli di Herschel; ò lambita con la mia criniera la faccia delle stelle, e l'ò distesa sulle penne de' turbini; molte cose ò conosciute, ma non quel che tu cerchi: io non so nulla (sparisce). Dagli Arabi si travasò il mal gusto ne' Catalani e ne' Provenzali, e una vena non troppo scarsa ne fu derivata ne' primi nostri verseggiatori. ALIGHIERI egli pure non se ne astenne affatto; e noi peniamo a credere che a quel genio sovrano venisse scritta la canzone lambiccatissima della Pietra. Sa ognuno che nel seicento, con lo scadere dell' arte, ricomparvero quelle freddure e mattie, e ogni cosa fu piena di acrostici, d'anagrammi, d'allitterazioni e altrettali sciempiezze. Ma per buona ventura cotesta sorta vanissima di pedanteria non sembra ai moderni pericolosa; e dico ai romani, perché appresso gli stranieri non ne mancano esempj; e molti anno letto in un vivente poeta francese di gran nomea certi capricci di metri e di rime i quali dimostrano come in lui siensi venuti rinnovando tutti gli umori e le vertigini dei seicentisti. E nemmanco ci pare immune dalle stranezze di cui parliamo quel concepimento del Goethe di ordire la tragedia del Fausto con questa singolar legge che ogni scena fosse dettata in metro diverso ed una altresì in nuda prosa, onde potesse affermarsi che niuna maniera del verseggiare ed anzi dello scrivere umano (per quanto ne è capace il tedesco idioma) mancasse a quel dramma; nuova maniera e poco assai naturale e graziosa di porgere idea e figura del panteismo. Non può né deve il poeta scompagnarsi mai troppo dalle opinioni e dai sentimenti comuni dell'età sua; chè da questi principalmente è suscitato l'estro di lui, con questi accende e innamora le moltitudini. D'ogni altro pensiero ed affetto, ove li possieda e li senta egli solo, avrà pochi intenditori, pochissimi lodatori; e la favella delle Muse langue e muor sulle labbra se non suona ad orecchie benevole e a cuori profondamente commossi. In Inghilterra il Milton fierissimo repubblicano e segretario eloquente del gran Cromvello, à quasi sempre poetato di cose mistiche e teologiche e nulla v'à di politico, nulla d'inglese e di patrio, né nel Paradiso perduto, né in altri suoi canti. Riuscirà sempre a gloria grande e invidiata d'Italia che la Gerusalemme del Tasso compaja tanto più bella e mirabile quanto più in lei si contempla e considera intentivamente la perfezione del tutto. Certo, il Valvasone è meno forbito ed armonioso del Tansillo, meno fluido del Tasso seniore, meno corretto, proprio e limato de' più corretti e limati rimatori toscani; ma non per ciò si capisce come questa minor perfezione di forma, abbia potuto oscurare nel giudicio de' raccoglitori e de' critici il gran merito dell'invenzione. Che il Milton siasi giovato dell' Angeleide non so, quantunque fra i due poemi si vengan trovando molti e singolari riscontri che non è facile a credere casuali; ma questo io so bene che a rispetto della guerra degli angeli episodicamente introdotta nel Paradiso perduto, il Valvasone non perde nulla ad esser letto dopo l'Inglese e con quello essere paragonato; il che non avviene del sicuro né per l' Adamo dell'Andreini né per la Strage degl'Innocenti del cavaliere Marino, due componimenti che dicesi aver suggerito a Milton parecchi pensieri e l'ideal grandezza del suo Lucifero. L'ingegno poetico, in versificare ciascuno di quei subbietti, tende a spiegare una novità, un' altezza e una leggiadria suprema di concetto, di sentimento, di fantasia e di stile. Dove mancasse l'una di tali eccellenze, l'arte sarebbe difettosa e quindi increscevole. Ci venne osservato (cosa che per addietro non ben sapevamo) la critica letteraria incominciata in Italia con ALIGHIERI essere morta col Tasso e gli amici suoi; e come cadde con quel mirabile intelletto la nostra primazia nel ministero delle Muse, così venne meno la filosofia estetica; e il nuovo dell' arte non fu capito, l'antico fu dalla pedanteria svisato e agghiadato. L'arte critica antica ebbe ultimi promulgatori due grandi ingegni, il Muratori e il Gravina. Della critica nata dipoi con le nuove speculazioni e con le nuove forme di poesia, non conosciamo in Italia alcun degno scrittore e rappresentatore. Dopo Omero nessun poeta, per mio giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo Shakspeare, gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui l'animo e la vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati così nel profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della drammatica e l'indole propria degl' ingegni settentrionali impedirono a Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E veramente nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto di rado; e tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro significate, manca quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante di Beatrice. Il poeta è dall'ispirazione allacciato e padroneggiato sì forte, da non saper bene sottomettersi all'arte ed alla meditazione. Il troppo incivilirsi dei popoli aumentando di soverchio l'osservazione e la critica e affinandovisi l'arte ogni giorno di più per effetto medesimo dell' esercizio e dell' esperienza e per desiderio di novità, mena il poeta a scordar forse troppo l'aurea semplicità degli antichi, il sincero aspetto della natura e i veri e spontanei moti dell'animo. Il compiuto e l'ottimo della poesia consiste in racchiudere dentro ai poemi con vaga e proporzionata unità di composizione tutto quanto il visibile ed il pensabile umano per ciò che in ambedue è più bello e più commovente. Consiste inoltre nel figurare e ritrarre cotesto subbietto amplissimo e universale con la maggior novità e la maggiore sublimità e leggiadria di concepimento, di fantasia, d'affetto e d'elocuzione che sia fattibile di conseguire. Laonde poi il concepimento, così nel complesso come nelle sentenze particolari, dee riuscir succoso, vario ed inaspettato e pieno di recondita dottrina e saggezza; l'affetto dee correre, quanto è possibile, per tutti i gradi e le differenze, e toccare il sommo della tenerezza e commiserazione e il sommo della terribilità. Tasso, anima pia e generosa, ma in cui (non so dir come) nulla v'era di popolare. Quindi egli s'infervorò della maestà teocratica dei pontefici e aderì alla nuova cavalleria cortigiana e feudale; quindi pure accettò con zelo e con osservanza scrupolosa l' ortodossia cattolica, e nella vita intellettuale quanto nella civile, fu dall' autorità dei metodi e degli esempj signoreggiato. Da ciò prese nudrimento e moto il divino estro suo e uscirono le maraviglie della Gerusalemme. Nel Tasso poi sono tutti i pregi e tutta quanta la luce e magnificenza della poesia classica, e spiccano altresì in lui alcuni attributi speciali del genio italiano in ordine al bello. In perpetuo si ammirerà nella Liberata ciò che l'arte, i precetti, l'erudizione e la scienza possono fare, ajutati e avvivati da una stupenda natura poetica. L'ARIOSTO significa la commedia umana quale la veggiamo rappresentarsi nel mondo, laddove ALIGHIERI fece primo subbietto suo il soprammondano, e in esso figurò e simboleggiò le cose terrene. E come il gran Fiorentino nelle fogge variatissime de' tormenti e delle espiazioni dipinse i variatissimi aspetti delle indoli e delle passioni, il simile adempiva l'Ariosto sotto il velo dei portenti magici e delle strane avventure. Ma certo qual narrazione di fatti umani riuscirà più vasta, più immaginosa e più moltiforme di quella dell' Orlando furioso? Quivi sono guerre tra più nazioni, nascimenti e ruine di molti regni, conflitto sanguinoso di religione e di culto, infinita diversità e singolarità di costumi, e tutto il Ponente e il Levante offrono larga scena e strepitoso teatro a cotali imprese e catastrofi. Quivi sono dipinte la vita privata e la pubblica, le corti e le capanne, i castelli ed i romitaggi; quivi s'intrecciano gradevolmente la cronica, la novella e la storia, e ciò che il dramma à di patetico, l'epopeia di maestoso, il romanzo di fantastico. Non credo che in veruna straniera letteratura possa come nella nostra volgare annoverarsi una sequela così sterminata di poemi eroici e di romanzeschi, parecchj de' quali brillerebbero di gran luce, ove fossero soli e non li soverchiasse la troppa chiarezza di Dante, dell'Ariosto e del Tasso. Né reputo presontuoso il dire che, per esempio, la Croce racquistata del Bracciolini o il Conquisto di Granata di Girolamo Graziane sostengono bene assai il paragone o con l'Araucana dell' Ercilla o coi medesimi Lusiadi di Luís Vaz de Camões ai quali ànno accresciuta non poca fama le sventure e le virtù del poeta; e per simile, io giudico che l' Amadigi del Tasso il vecchio o l'Orlando innamorato del Berni, non temono di gareggiare con la Regina Fata di Spenser e con quanto di meglio in tal genere ànno prodotto l'altre nazioni. Ma non è da tacere che in quasi tutti questi nostri poemi riconoscesi agevolmente l'uno o l'altro dei tipi che nel Furioso e nella Gerusalemme ricevettero perfezione, ed a cui poca giunta di novità e poche profonde mutazioni si fecero dagl'ingegni posteriori; e ne' poemi eroici singolarmente a niuno è riuscito di ben cantare i difetti del Tasso, molti in quel cambio li esagerarono. Scusabile mi si fa Marino e scusabili gl'Italiani, quand'io considero lo stato di lor nazione sotto il crudele dominio degli Spagnuoli, e fieramente mi sdegno con questi medesimi che nella patria loro ancor sì potente e sì fortunata, plaudivano a que' delirj e incensavano il Gongora, meno ingegnoso assai del Marino e di lui più strano e affettato. In fine, gioverà il ricordare che all'Italia serva, scaduta e dilapidata, rimaneva pur tanto ancora di prevalenza intellettuale appresso l'altre nazioni che de' trionfi più insigni e delle lodi più sperticate del cavalier Marino furono autori i Francesi; e per lungo tempo assai nessuno de' lor poeti seppe al tutto purgarsi della letteraria corruzione venuta d'oltre Alpe; testimonio lo stesso Cornelio, alto e robustissimo ingegno, ma nel cui stile nondimeno avria dovuto il Boileau ritrovare assai spesso di quel medesimo talco del quale parevangli luccicare i versi del Tasso. Dal Marino incominciò a propagarsi nel mondo una poesia fantastica e meramente coloritrice, la quale cerca l'arte solo per l'arte, fassi specchio indifferente al falso ed al vero, alle cose buone ed alle malvage, alle vane e giocose come alle grandi e instruttive; sente tutti gli affetti e nessuno con profondità, e nell'essere suo naturale od abituale, canta di Adone, come di Erode e così delle favole greche come delle bibliche narrazioni] Fiorirono in tale intervallo tre ingegni eminenti che forse mantennero alla lirica nostra una spiccata maggioranza su quella d'altre nazioni. Ognuno, io penso, à nominato ad una con me il Chiabrera, il Filicaja ed il Guidi. Dal solo Chiabrera fu l'Italia regalata di tre nuove corone poetiche; mercechè veramente nelle sue mani nacque e grandeggiò prima la canzone pindarica, poi la canzone anacreontica e infine il sermone oraziano; né mal s' apporrebbe colui che attribuisse al Chiabrera eziandio la rinnovazione del Ditirambo. Il Filicaja venne a tempi ancora più disavventurati, e quando più non era possibile discoprire ne' suoi Fiorentini un segno e un vestigio pure dell'antica fierezza repubblicana. Ma il senso del bene morale e la pietà religiosa fervevano così profondi nell'animo suo che bastarono a farlo poeta. Mai né in questa nostra patria, né fuori sonosi udite canzoni così ben temperate di splendore pindarico e di maestà scritturale come quelle del Filicaja. Nel Guidi allato a concetti ed a sentimenti spesso comuni e rettorici, splende una forma non superabile di novità, di bellezza e magnificenza. Certo, se a Guidi fosse toccato di vivere in seno di una nazione forte e gloriosa, non ostante la poca fecondità e vastità di pensieri, io non so bene a qual grado di eccellenza non sarebbe salita la lirica sua; perché costui propriamente sortì da natura Yos magna sonaturum, e ce ne porge sicura caparra la sua canzone alla Fortuna. A me sonerà sempre caro ed insigne il nome di Varano, perché da lui segnatamente, a quello che io giudico, s'iniziò il corso della poesia moderna italiana; e forse la patria non gli si mostra ricordevole e grata quanto dovrebbe. Chi trovasse non poca similitudine tra la mente del Varano e quella del Young, credo che male non si apporrebbe. Anime pie e stoiche ambidue, e dischiuse non pertanto agli affetti gentili, diffondono ne' lor versi un religioso terrore e un' ascetica melanconia che nell'Inglese riescono cupi, inconsolati e monotoni, e nell'Italiano s'allegrano spesso alla vista del nostro bel sole, e dai pensieri del sepolcro volano con gran fede alla pace e serenità della gloria immortale. Varano poi insieme col Gozzi restituì alla Divina Commedia il debito culto; Gozzi con li scritti polemici, egli con la virtù dell' esempio; ed ebbe arbitrio di dire a Dante ciò che questi a VIRGILIO: Tu séi lo mio maestro e il mio autore. Se non che il cantore delle Visioni chiuse e conchiuse l'intero universo nel sentimento della pietà e nei misteri del dogma, e non ben seppe imitare del suo modello la nervosa brevità e parsimonia, la varietà inesauribile e la peregrina eleganza. Se taluno dei suoi piuttosto scarsi scolari volle talora celebrare in R.. l'ultimo anello della catena che da GALLUPPI si continua in SERBATI e GIOBERTI, unanime e il consenso dei suoi maggiori contemporanei e dei posteri nell'affermare il valore pressoché nullo della sua vasta produzione filosofica. SERBATI e più scolastico, R. più civile. Quello quasi sterile in politica, questo R. molto feconda, risolvendo i problemi più ardui e interessanti della vita sociale. Quello è timido, questo R. Coraggiosa. Quello arriva a rifiutare sul terreno pratico le conseguenze de' suoi principii per un pregiudizioso rispetto di casta non evitando il disonore di una ritirata e la deformità del sofisma; R., per lo contrario tutta intrepido si sostenne colla gloria di una vittoria, colla dignità di una rigorosa coerenza, e colla bellezza di una vera argomentazione. SERBATI in un bel momento di sua ragione scrive stupende pagine sulla riforma del clero; poi ha la debolezza di ritirarle, impaurito dalle minaccia dell'indice. R. è oggi quel che era ne' primi giorni della sua vita pubblica, e non sa temere altro autorevole indice che quello del buon senso. Nel suo saggio, intitolalo “Del diritto” (Scolastica, Torino) i ammira il coraggio della coscienza di un filosofo, e la prudenza d'un uomo di stato. Riguardo poi ai pregi della forma, SERBATI è semplicemente filosofo, R. è un filosofo-oratore. Nel primo spicca la pura meditazione, nel R. si unisce il genio che feconda il deserto delle speculazioni metafisiche, delle avanzate astrazioni. In SERBATI vi ha una ricchezza povera, cioè una stiracchiatura di poche idee in molte parole, quasi diffidi della memoria, e dell'abilità del lettore. In R. vi ha una povertà ricca, cioè molte idee in poche parole; il che appaga l'amor proprio del lettore, e ne fa liete tutte le potenze della ritentiva e della ragione. Altri saggi: ““Dell'ottima congregazione umana e del principio di nazionalità romana e italiana” (Subalpina, Torino); “Pagano, ovvero, della immortalità”; “Dai Torchi della Signora De Lacombe”; “Prose letterarie” (Barbera, Firenze). Terenzio Mamiani della Rovere. Rovere. Keywords: confessioni di un metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico, Cuoco, Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la communita di sangue. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rovere” "Grice e della Rovere," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Rovere

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovere: la ragione coversazionale e l’implicature del Deutero-Esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Direttore della revista “Universale.” Membro dell’Unione pro inter-lingua, già Unione pro Latino Internationale. R. elabora un nuovo progetto ispirato aquello di PEANO (si veda), e lo nomina Latino internazionale, dal Inter-latino. A B. viene solitamente attribuito anche un altro progetto di lingua filosofica, denominato genericamente Esperantido. Pubblica la Grammatica de latino internationale,il Manuale pratico di Interlingua, l'Interlatino e il Vocabolario internationale Interlingua-english-français-italiano. =e—È—@%6w&b&€——@_ + terror | i % | AA E il Mamiani: « In ciascuna cosa la natura comincia è l’arte perfeziona, ‘E ottimamente l'Abate Fornari: Che sia naturale - efficacia è cosa certa. e da questo io argomento che ‘ pi: ella è pure, o può essere, arte. Imperciocchè, l’arte i che altro è mai se non, come dice il Davanzati, una fabbricata natura? Dove opera la natura, può l'industria È dell’ uomo studiare i moli che quella tiene e, imitan- doli o secondando o ndo, Baone l’arte. Non fan cose, ma si regsono tv una V Sn sì che come ore la DAR non incomincia, |” EG nou 700D perazione, ivi senza dubbio la i ha luogo.. Può questa non essere ancor nata o nascer falsa, per poca 0 storta osservazione della natura; ma ciò non. inferisce che la cosa è impossibile. Confidiamo, dunque, cd A i avere a trovare un’ arte dell’ eloquenza, e tanto più alacremente ponghiam la mano all’ Dori quanto più eccelso è il segno a cui miriamo ». SERIA A AE conferma di queste parole. Costanza. — Che è la favel DE madre natura siamo forniti della favella, ma ciò che costitui munichiamo. coi nostri simili, questo è tutto. due; E dove 1° uomo non avesse trovato in gent Lio dio del mesifestare i moti. citeremo wa esempio la. se non un’arte?t— | lel potere di servirci sce il linguaggio con i; V) interni dell'animo; dove non ci fosse stato nel linguaggio naturale d'azione il primo anello di comunicazione onde poter procedere a quello artificiale in gran parte e convenzionale, quest’ultimo non sarebbesi mai inventato, L'arte pertanto, come accolta di precetti, non sarà mai che il giudizio nutrito e perfezionato (e questo, ossia le sensitività fregate di molte sperienze impresse nella memoria, e compendiate, chiamasi 749/026) un corredo di rapporti in memoria. È dunque un non capire lo stato della questione l’ inchiedere se abbiano da tenersi a vile i libri de’ precetti retorici od altri o se sia da deplorarsi 1’ essersì radicato negli animi il detto antico che il parlar preceda la grammatica, some ogni prima pratica l'arte, © che 1° eloquenza esiste d’ assai prima degli ammaest ramenti de’ retori come ispirazione di natura. Imperciocchè la natura deve necessariamente esordire, € poi l'arte da essa aiutata proseguire, dirozzare; sicchè se l’eloquenza è il cuore che naturalmente parla, U arte è la ragione che lo rischiara e conduce ». | Chiuderemo con Dante (Paradiso): Opera naturale è ch' uom favella; Ma così, o così, natura lascia Poi fare a voi, secondo che vabbella, dE” LE si ose Di qualche argomento ognun sa parl non sarà capace di aprir bocc politica, ma saprà tenervi | parlandovi delle vivande - Narra Montaigne (della sua carica a Carafa, are. Un cuoco a intorno all’ economia a bada mezza giornata ch’ei sa ammannire. (Essais) che avendo chiesto d un maggiordomo del Cardinal il personaggio gli fece un discorso di questa | Scienza di bocca con Una gravità ed un contegno ma- | Ristrale, come se gli tenesse parola di qualche impor- tante questione di teologia. Gli parlò della diversità Tra appetito e APpetito, del modo di stimolarlo, delle diverse insalate, della police, delle salse ecc. ecc. Dopo 1ò entrò a parlare in merito al servizio con belle ed Portanti considerazioni e tutto ciò gonfiato di rieche agnifiche parole, quali si impiegano per trattare ;soverno di un impero. store che non sa ] Iscorrere Particolari Vv alle sue finestre, in > un venditore cli fiammiferi, parlò di segnito della sua merce, senza mai | 4 iocchezze. SI e EIA In materia adunque di propria competenza ognuno sa parlare. Ma altro è sapere parlarne, altro è sapervi tessere un discorso. Appunto, e quì sta la difficoltà, come qui Sta lo scopo del nostro modestissimo lavoro. Tutti conoscono le proprie faccende, pochi sapreb- bero farne una narrazione ordinata, pochissimi questa narrazione saprebbero aiutare con argomenti tali da convincere gli astanti, confutare le obbiezioni, demo- lire gli avversari. Ma se queste persone interrogaste ordinatamente, se presentaste loro le possibili obbiezioni, se suggeriste i dettagli possibili, non ne ricavereste un ordinato racconto? Gli ignoranti non sanno nep- pure raccontare la propria vita, chè ad ogni momento RE: ritornano sui loro passi. Ma interrogateli con metodo e ne otterrete un racconto hen netto ed ordinato. Perchè adunque non si potrà supplire con date regole fisse a queste interrogazioni ? L’oratoria ha, bisogno dell’ invenzione LA AO della «disposizione IS dell’elucuzione EST) Girca quest’ ultima parte, il saper ciuè esporre le cose in maniera conveniente, molti scrissero e serivono tut- todì. Ma sulle prime due parti da molto tempo si scrive È assai poco. ; Anticamente i precettisti eran molti, poi sminuirono perchè l’amore per l’eloquenza andò decadendo e perchè i le loro regole eran troppe e troppo complesse. Fors'an- i che:siì pretendeva troppo. Le vostre regole, si dice, non danno l’eloquenza a Di chi ne manca. Ma, adagio, e come volete dar ; l’eloquenza a chi non ha adatto 1° ingegno? E come volete che Tizio Vimprovvisi un discorso sull’ astro- nhomia, se d’ astronomia è digiuno? E come esigete ch’ pi senta subito la fallacia di.un ragionamento s0- fistico se la logica non sa che sia? Come volete Dein una parola, ch’ ei sia eloquente se non ha vasta col vi: Da > Conoscenza degli uomini, della vita, delle leggi, Se non bazzica mai con aleuno? Apprendetegli tutto CID € poi vedrete che coi nostri precetti diverrà buon _ Oratore, i SE S ini sa SCOPO nostro. Noi vogliamo de cameo di ju Ù mite delle proprie cognizioni = sà | 8COrSO nuo SOR un completo ed ordinato di ‘© ‘0 Scopo del nostro lavoro. I precettisti, lo abbiam detto, furon molti: da Quin- tiliano al De Colonia se ne conta un numero non lieve. L'ultimo però che abbia presentato un complesso or- dinato di regole per improvvisare un discorso è PAvv. Aureli. Col quale ci è caro trovarci in questo campo | rl’accordo, mentre dissentiamo profondamente da lui în altro suo studio. 28 Egli parte precisamente dal concetto concetto RA antichissimo — di stabilire un contesto generale di interrogazioni ordinate, o per dir meglio di punti comuni c ordinativi delle proprie idee per qualsiasi ar- gomento da svolgere in un discorso ». Il suo lavoro sotto questo punto di vista è abbastanza buono, seb- bene deficiente in molti punti e mancante in modo assoluto di esempi, difetto questo gravissimo ; impe- rocchè, come ben dice Veronesi, il limitarsi a dettar tti por insegnare l’eloquenza, senza mai regole e prece rebbe come voler portar discorsi di uomini eloquenti, sa insoenare il minuetto, deseri vendolo soltanto e senza vt. mai farlo vedere in atto. ì moderni dividere le eloquenza in sacra © Foo politica forense SR Ho è ui SR, in ut sacro no i muovere la volontà a praticare i precetti del Va. gelo. Prende il nome di omelta quando spiega il Van: | cina ossia Seo qoerai € a) Si ( SS di Tea quando. è e. religiosa; di discorso funebre se è un defunto. L'elugnenza sacra sarà politica e alla forense, perchè m 3 delle condizioni principali dell’ eloquenza : la lotta. if Difatti, per quanto l' eloquenza del foro sla più Udc che quella del pulpito, pure abbondano i bravi AVVO- cati e scarseggiano i bravi predicatori. anca in essa uma ha tutto il tempo possibile di studiarla; non si hanno | ‘a temere confutazioni, incidenti imprevedibili, obbie- | zioni a cui non si poteva prepararsi; mancando la. molto eloquenti, di saper convincere. Eppoi il predica- | alisposto anticipatamente a credere a tutto quanto sarà petto dal de Senza un avversario da atterrare, : di ta dini; (i feta. ece.; ma damn con- : pr Son cose vecchie, come vecchie sono le ra- i ch'e n egli esporrà per sostenere la tesi propria: improvvisato nè da una parte, nè dall’ altra, LaIpo di Ono pro: DIRE d0L orazione fatta pet, Nella predica non c' è mai nulla d° improvviso, 00 . tore ha generalmente l’ uditorio favorevole, un uditorio mai sempre inferiore alles “lotta manca sia l’interesse che la necessità di essere Ria lat ii il mezzo e la nocpssità di essere sogni, $ sa È ‘parte, perchè il 7, avversario ha et di convincere l’uditorio del contrario e lo tenta in tuttii modi. dos ra : Le orazioni sacre specialmente le omelie — ic essere in stile piano ed affettuoso, i sacri | testi non debbono essere citati con soverchia abbon- danza, nè in modo assoluto mancare. Tenda l’oratore a combattere ogni obbiezione possibile, a non lasciar. 3. - ‘adito di sorta alla contraddizione; elevi l'animo degli — uditori con le consolazioni della fede, cogli esempii dei favori ottenuti dal cielo; conforti additando i sen; 1 3 tieri della speranza; ferisca i vizi del secolo non con i | SS RIG declamazioni, DEE o lungaggini, ma dimo- 3 | strando luminosamente com’ essi conducano alla per- | dizione e non invada poi mai campi non suoi, entrando d È in argomenti profani, ma circoseriva il suo dire alla’ x i I materia sua. Procuri di dimostrarsi sempre pio, virtuoso e 88°) piente 6 traduca assolutamente nella pratica della sua i vita quotidiana tutti i precetti Lr dal Rote So us L’ eloquenza Politica 0 civile tratta dell’ammistra zione dello Stato, delle riforme delle istituzioni, di quanto concerne insomma Il pubblico bene. L’ oratore civile deve usar e una grane chiarezza, sorosa ; deve avvalorare il @, non cadere in continue resente la eravità dell’ as: prosperità, il miglioramento il popolo per indurlo a qual. che importante ri Ì 0 per rimuoverlo: da qual dI divisamento, è ; rtante saper ben muovere gli ’attetti. Cc0, a titolo di Curiosità, quel che scrive Edmondo De Am Amicis, di Castelar, uno dei migliori oratori spagnoli TEA DE E ASOTERAE vince e trascina amici n torrente n: nemici con u di poesia e di questo Castelar 7 noto in tutta Europa, è veramente | ‘a più completa espressione I ge il culto della dp di 7 la sua eloquenza è musica; il suo ragionamento è schiavo del suo orecchio; ei dice o non dice una cosa, 0 la dice in un senso meglio che in un altro, secondo che torna o non torna al periodo, ha un’ armonia nella mente, la segue, la obbedisce, le sacrifica tutto quello che la può offendere; il suo periodo è una strofa; bisogna sentirlo per credere che la parola umana, senza misura poetica e senza canto, sì possa avvicinar così all’ armonia del canto e della poesia. È più artista che uomo politico, ha ‘d’ artista, non ma il cuore; un cuore di fanciullo, inimicizia. In tutti ‘i suoi nelle Cortes non ha solo 1’ ingegno, incapace di odio 0 discorsi non si trova ingiuria; mai provocato una seria questione personale; non ricorre mai alla satira, non adopera mai 1’ ironia ; nelle sue più violente filippiche non versa una dramma di fiele; a prova che, repubblicano, avversagio | di tutti i ministerì, giornalista battagliero, accusatore osercita un potere, © di chi non è ‘ fanatico per la libertà, non s'è fatto odiare da ‘DO: suno. E però i suoi discorsi $i godono e non Si to: mono; la sua parola è troppo bella por esser terribile; ingenuo perchè ogli possa eser- il suo carattere troppo 1 influenza politica;, egli non sa armeggiare è buono che a pia DE e questa n'è un perpetuo di chi eitaro un? tramare e barcamenalsi; egli non orande, è t e al lendere; la sua eloquenza, quando è pui Ol Sere ed a Sp TS cuni L enera; i suoi più bei discorsi fan piangere. ra; i ‘per lui la Camera è un teatro. Come i pocti MIMO ‘visatori, per aver l’ ispirazione piena e serena, egli ha 1 2 bisogno di parlare a Quella datà ora, in quel determinato punto è con ‘quél certò tempo libeto dinanzi. Ùa sè. Pèrcid, il giornò che deve patlaré; prende le sue, ILE misure col Presidente ‘della Camera; il Presidente die i spone în modo thè gli tocchi la parola quando lè ‘tribune Soho affollate e tutti i deputati al loro posto; il Î suoi giornali annunziatò la serà innanzi il suo die scorso atfinchè le signore possano procurarsi il biglietto; ‘egli ha bisogno d’aspettazione. Prima di parlare è in- ‘quieto, non può posare uù istànte, entra nella Camera, esce, rientra, torda al discire, gira pei corridoi, và. ci biblioteca à Sfogliare un dibrò, scappa nel caffè ‘a bere un Biechier d’acqua, par preso dalla fe CATE sembra che nòn saprà DR due i, 7 do rà Tidere, che si farà fischiàte ; del suo discorso non gli Timane una sola det ludida nellà mente, ha confusò | tutto, ha dintenticito tutto. Come | gli domandano sorridendo gli amici. va il polso? i ; po Giunto il mo SOLA solenne, sale al suo banco col capo basso, tire: SUANL, pallido, come un condannato che va a RR assegnato a perdere in wn sol giorno la gloria Ae: oria com _ Ù È ; paro ti - (uistata in tanti anni e con tante fatiche. n fù: to mento i suoi stessi nemici senton pietà del suo » stato. volge uno sguardo intorno e dicesi — suo coraggio si rinfranca, la. sh N° Egli si alza, Seneros! E salvo; il 9) mente si rischiara, il suo discorso gli SÌ ricompone | testa come un arietta dimenticata; il Presidente, | pros, le tribune spariscono; egli non vede più che. o do05 non e DIRE CHO la sua voce, non se ente Ta cose: « to non I più ii i ni iu Di c peo geuti e Pisi lontani slo. nol Sua mai i aa "inter romperlo; egli fa balenare a suo bell’agio Dim pagine cala sun MER a VEE da PINCO e coro Qr N così vestita, n ioni bella anch'essi; © astelar è sienore dell’ Assembléa: tuona, sfolgora, strepita e scintilla come un fuoco d'artifizie» AUisgae i strappa grida di entusiasmo, i TUR, immenso | Deguie d' po o seme EROE testa in visibilio. Tale è questo famoso Castelar, pro- fessore di storia all’ Università, fecondissimo serittore di politica, d’arte, di religione ; pubblicista che raz- zola cinquantamila lire all'anno nei giornali. d’Ame- tica, accademico eletto ad unanimità dall’ Academia espanola, segnato a dito per le vie, festeggiato dal popolo, amato dai nemici, giovane, gentile, vanerello, generoso, beato >. L'eloquenza forense è quella del Foro o Tribunale. Il Cantù così la tratteo:o cD 3 Ì Demostene presenta la perfezione del talento d° av Sai € vocato, l age « sione, | accortezza del ragion « del sofisma, l’arte di con È D « É modello della br vc che io ce Ri pt Una prodigiosa fecondità di prove Mezzi, Ì A i Ta ] e di non tendere che alla sua sa, la quale cogli Svolge in tutti i versi con in- leloquenza orale, l’ eloquenza di viva sa n | Tnt contatto immediato col popolo La pci di ; che spesso toccano ciò che vi ha più AA Ri i Xabe umano, e talvolta più politiche che giudiziarie. È: È ivi che essa si trova faccia a faccia col popolo FORA presentata da dodici cittadini eletti a surte, che 0gel. son vostri giudici per tornar domani quel che erano Jl giorno avanti e confondersi col popolo a eni IPRULSE tengono e di cui partecipano a tutte .le opinioni. E ivi dove Peloquenza ha un Campo v riceverne tutte le impressioni, a subi zioni, tutto il potere. Il Vero € impossibile, negarlo 3 Si trova solo alle assise ed è ivi che le anime elette riporte da lusinghieri e Più sinceri. Nej per l’eloquenza, si è legati, il votante, la rielezione. ergine, pronto a rne tutte le sedu- Liù ampo dell’eloquenza, è E IE dI andato alla Camera ne e da cui egli spera e si vota per tutto a tali più Seduee i cultori, pel partito che h che ve lo mantio Alle assise invece Vi e leloquenza può strappar si AUindi sarà sempre il campo Auenza e pe suoi verace impressione, giudici, Ivi. hte per l’elo- del L'eloquenza accademica abbraccia argomenti scien: tifici e letterari; son discorsi recitati generalmente nelle scuole, nelle accademie, in adunanze di uomini — colti. Le conferenze scientifiche o letterarie sono oggi abbastanza in, voga, ma riescono sovente assai mono- tone, perchè il conferenziere manca di brio, di spirito; | ed usa un linguaggio troppo astruso pei profani. Simile all’accademica è Peloquenza polemica. x x ori on INTRODUZIONE CONFERMAZIONE 0 sostanza CONCLUSIONE o chiusa. GUSiRi a lor volta | si RO Pi in ‘incipio o esordio — che ha per iscoperdì i dla benevola attenzione dell’ uditorio mostre | importanza, la ‘novità, 1” Uta, ola P del soggetto. : ne — colla quale si onu olgere. TA n DI aha O'CELtO DI definizione — celvè, quella che delimita il soggetto è o serve Q quindi di complemento alla proposizione. i partizione = colla quale sì stabilisce la divisione che: si darà al discorso, sì annunciano i punti salienti del medesimo, o gli oratori a cui separatamente: si risponderà, se sì tratta di una risposta. La Coxrenmazione è la vera sostanza del discorso e. consta: — della narrazione o esposizione del fatto che è causa Î del discorso. Da | della descrizione — delle, qualità intrinseche inerenti. °° {$}W n al soggetto trattato. o delle relazioni = o rapporti di confronto ch’ esso ha. as con altre cose. i | Tela dimostrazione — ch'è la parte deli discorso de-- stinata a convincete 1 uditotio. i La cimusa finalmente si suddivide in : conclusione — brevissimo riassunto di quanto. si; disse. nella dimostrazione. ricapitolazione — ripetizione sommaria di tutte poI cose, ; esposte. «NE i Me perorazione — punte destinata a commuovere 1 udi: dia torio. ST: consistente in LRocHe Elo destinate a rin: 5 TRSCE i ceri STATA Vo) Jolgimento. di lle parti del discorso Introduzione - Esordio. studio principio esordio per INSINUAZIONE (IMPLICATURA – GRICE) -- insinuazione di | esordio ez-abrupto tà di esordio principio, o meglio prcemio, ui né UR accennare l'argomento Senza COR nè. UE: di pa- i Sia i benevolenza e magari la di i fi ascoltanti. Tante. volte non tutto questo ci occorre. Sovente siamo certi dell’ attenzione. del pubblico, lo vedian pes pender dalle. nostre no È ten 0 e è inutile e nociva. Nociva, perchè l'esordio ha da esser breve, di una brevità proporzionata al discorso, ma È . nza riciri è fronzoli inutili, Un esordio troppo f semprese a sospettare povertà di argomenti nella . lungo induce sostanza del discorso. È Altre volte può accadere che della benevolenza dell’ uditorio siam sicuri, e non ci rimane altro che accaparrareene l'attenzione. csi Ecco qualche esempio di questo penere d'esordio. Di e Ho da parlare dell’uomo; e 1’ argomento che Studio mi avverte che io debbo parlare a uomini; | poichè non si propongono questioni simili quando si tema di onorare la verità. fo difenderò adunque con confidenza }a causa della umanità innanzi ai saggi che a ciò m invitano, e non sarò scontento di me Stesso, se mì renderò degno del mio argomento e de? Imei giudici ». t] (Roussrau — Discorso sull’ origine © fondamenta della ineguaglianza degli uomini [17583]. i Signori, era mio divisamento di aspettare che la a degli oratori iscritti contro il trattato fosse vicina . LS prima di chiedere la parola, onde non N essere costretto ad abusare della vostra sofferenza sorgendo per due volte a parlare; tuttavia gli attae chi contro il trattato furono tali, le insinuazioni contro la politica ministeriale furono di tale specie e le ini i terpellanze e le domande furono così numerose che | 3 ‘jo estimerei di fallire a quello che debbo alla Came «a quello che debbo agli oratori che mi hanno prece: DIRE duto in quest'arringo, a quello che devo al Ministero — e a me stesso, se io aspettassi più oltre per sorger “a difendere la politica ministeriale ed a ribattere le accuse di cui fu fatta segno. > x Cavour — Discorso alla Camera 6 Febb. 1855. NI 2 ( Signori, vi ringrazio di quoste accoglienze ( «che mi confortano; dacchè (non vel nascondo) mi levo a parlare oggi senza trepidazione. Alle., della parola non sono più nuovo; ma io non ho que maniera semplice, domestica, casalinga che {senz essere didascalica) ammaestra € diletta, ou è t tt ‘minzione di forma e di affetto; non quello stile smt “gliante che, nutrendosi d'immagini, di motafi re e di antitesi, commuove e trascina, ferisce e risana DA Gua neppure quello scoppiettio «i frasi, quel fosforo nel I hf x RE sia gorgheggio peo) ch'è rop Di ì pra Men 90 } sto Gircolo, al quale mal si ad: oncitata ed a sbalzi che alenni oratori di que dice il tumulto d' una parola e pare eloquenza nelle assemblee popolari. c Senza che; o signori, quando i0 penso che da que- sta tribuna voi avete udito il fondatore del nostro Circolo, Francesco De Sanctis, il cui ingegno critico è ammorbidito dal cuore, ed altri illustri cultori delle scienze e delle lettere; sono indotto a dire a quella egregia signora (1), la quale mi ha spronato a parlare: se la punta del rimofs0; come cosa nuova vi alletta; sarete certamente paga dopo di avermi ascoltato. Le. gentili pressioni mi hari vinto e se il Bonghi, che ha anni parecchi più di me, fion seppe dir. no ad una Signora, sono io in colpa il’aver detto sì? (Coxrs G. Capiniiivà — Conferenza. al Citeolo Filologiéo di Napoli); « Se invece che un modesto . fossi în questo momento un È del primo grido del bamb linanzi, n i i] RI VOL cultore delli medicina, io poeta, potrei, parlandovi I > . » e mo che nasce, farvi sfilare ente di immagini vivaci, tutti i sen” R (1) La Baronessa Manin LIO, ‘amna Dé Riseig Guevara, dei Duclif b> li eat Ga aaa ni PS o A cis ‘tuosi, SE animo. Conferenza del dott. Cesari CATTANEO: L'esordio per insinuazione è quello in cui si nas : RAS ca tutta prima la propria opinione e la si vien di se ne aggiunge | Roussn scienze e AU — Se il ristoramento delle delle arti abbia contribuito a purificare i e Ostumi ANIME IETORAE « Veggo, Ateniesi, gli affari presenti pieni di diffi | denza e Do porelia molti sono stati negletti, | senza che sia riuscito profittevole il ben parlare; e [i ogli altri si discordano gli oratori, perchè chi ìla intende a un modo e chi a un altro. È il dar con- | siglio, che è cosa per sè molesta e difficile, più difficile. 96 EA teniesi, la rendeste voi. Imperocchè tutti gli altri E È omini sogliono consigliarsi prima degli avvenimenti, w i Voi dopo di essi. Di qui nasce che per tutto il tempo che mi torna a mente, 1 riprensori dei fatti vostri ta o riportato lode: di savi e sinceri parlatori:. ma le asioni più utili vi sfuggono. Contu ttociò, dopo molti | : pensieri, mi levo a parlare confidandomi che ove VOTE gliate, lasciati i tumulti e i contrasti, sato sa La ascoltar me come | dice a chi sta per deliberare sopra negozi di tanta anza, io farò tali proposte da migliorare le cose. Do senti e da ristorare i danni procurati di a iugfenor he = DasosmENE - — Orazione intorno alla Pheosi VISSE esordio ex abrupto non è. veramente un ‘esort io | perchè i lascia da parte. qualunque preparazione d Ì si prorompe in ‘eselamazioni repentine. De ‘Eccone un esempio. « Avrò dunque io durato tante 00 Ù messomi i tanti IE per disfare, e e non iFieupara la p ASP li _ 0 italiano 0 toscano, ma fioren- tino e antico fiorentino, patità l'animo di veder con questi occhi abbatter fe mura di Firenze come se fosse Dl: un ignobil castello? | mia Ka me, non dic Ta FARINATA DEGLI UsrRtI — Dalle « Storie Pa Piorentine » di Scipione Ammirato. Nell’esordio si usa sovente la diminuzione, che ha luogo quando, a schivare la taccia di persone vanaglo- (0) riose, sì dice meno di ciò che si vuol far intendere. n! «€ Se non sono affatto privo di ingegno, 0 giudici — e he Sento quanto tenue esso sin — ‘0 se alcun eser cizio di ragionare ecc, > CICERONE — Oraziorie a difesa d’Aulo' Licinio Archia poeta). EM dda Credere, che Voi, 0 giudici, maraviglia | Prendiate, onde ciò sia, che tanti oratori sommi ed uomini o stando assisi, io, anzi che altri, mi | sia in più evato. ire È A Ò P, Vale a dire colui, che nè d’età, nè n ; d ingegno, Dè d’autorità sono dla esser posto con questi, che siedono, a paragone. » si Se, come, e fin dove nteresse comune l’opera sua 5 (a ) Ministro BARAZZUOLI a Genoy DA DALLE CIRCOSTANZE DI LUOGO. « Signori — il vostro egregio presidente, marchese. srancesco Carega di Muricce, che non dirò vecchio i mio amico, perchè in lui perenne è la giovinezza dello spirito, invitandomi a questa conferenza, mi ha provato, — ch'egli fa a fidanza con la cortesia e l’indulgenza di | tutti voi. Ed io, per esser cauto, avrei dovuto dir no si all amico mio troppo audace: ma il pensiero mi corse sia queste ridenti contrade, alle quali mi legano tanti. ricordi della prima giovinezza, ed eccomi innanzi a Li invoco Monsall e SERI Ea uditori. Qui, N È ae declivii Cavensi,, venni spesso neg sia anni. {miei primi, e la dolcezza di quelle primavere e edi quegli > autumni qncor dentro mi suona. Trassi così, da co °° | contemplazione del bello, l’abito, che non ho I, più solitudine del pensiero, rinfrancandomi, tra DE pur | gioie dell’arte, dei dolori e delle lotte politiche. E ripensai anche, o Salernitani, alle vostre 8 arie e a e pa ai o de 10 600) % LI, dl So 40 voi liberamente di eletti studii e di nobili imprese. Della vostra Salerno narra Livio, chiamandola - Castrum Salerni; il che prova che forti rocche dovevano custo- dirvi anche prima che, a tenere in freno i Picentini, parteggianti per Annibale nella seconda guerra punica, fosse tra voi fondata la colonia romana, della quale Scrive Strabone. Antichissime le vostre origini, si perdono nei vestigi delle Colonie Tirrene o Pelasghe; e florida città foste, dopo la longobarda conquista, chè Paolo Diacono vi annovera tra le opulentissimae unbes della : SERRA Campania, insieme a Capua ed a Napoli mi a. Io ripensai, 0 Salernitani, alle gloriose iniziative ecc 5-9) (Conte G. CaprrebLi — Conferenza nella sala dell’ associaz. liberale democratica di Salerno). L’ austera maestà di Gheorora gi diffond quello che ci circonda parla troppo cloquentemen del grave lutto che ha colpito la diletta nostra Patria. Sac. Dott. LuonELLI — Disconeo i commemorativo. pei caduti. dip Amba Alagi. JES ni Dari CIRCOSTANZE BI TEMPO. wi | Dott. |Doxvivo Noskvzo, i, tenuta alla scolaresca riunita in Borgo sesia nella ricorrenza Gul 50. ann. dello — Re ca } Ù la DAGLI UDITORI. n nOi RI NA CaTSono l’esordio da tanti de asconani “come ‘soleva a mò d’esempio praticare Cicerone è op, piene: eo se sono DE peg: ‘Gobi s6 CO 0 ig come. UO: t ce nelle assemibloo. i EOSONE c Benchè tra voi mi paia veder molti aver Ta mente sì calmaela fede sì ferma e l’anima sì devota che per la | presente calamità non si muova o turbi, ma a guisa di duro scoglio sia più tosto atta a rompere le tempe- stose onde di que:to mondo che lasciarsi da loro muo- vere e travagliare, e che queste impetuose tentazioni | Siano piuttosto per chiarire la vostra virtù che per tur- - can barla, pur nondimeno vedendo alcuni ecc. » "e È SF S. CieRrIANO - Discorso al popolo in cupo di POSERO 3 -5) Da ca ct Ha PRECEDUTO NEL DISCORSO. cA voler fare il mio debito, mi i converrebbe Du far altro stasera, che ringrazia re il magnifico M Pietro E delle parole onorevoli, che per sua cortesia ha dette di me, e laudare la sua magnificenza. ‘del dotto e caldo fficio, che. così è Sprovvedì favore della liber tà. z - ‘atamente ha 1 fatto a BArToLOMEO 7 Seta Orazione: nell Accademia. degli Uniti in Ia sa 6) Datr/ csATORE tino. » Jo devo l'onore di parlarvi a quel. carati er SER | mità con cui i miei concHiadins vollero i ii da un Mi; col on voto a A in Consiglio. uo "USE (EDO arno mi a G cca “madre di Vonezia, diede le i velio, i — questa. fiducia con cui Governo, Provincia e Comune mi consegnarono IE immensamente duraturo e l’immen: — iam fragile, mentre | mi ic mi a di a ch or _ ‘Das nella sota si cinpertura del Ho di a SR : >. d'eta = ia Dar ‘SUBBIRTTO. IN, DiscoRSO dell Memore È dA TRS Che ìl tema Î quale e d ni. Le discepoli, rinnovelli in voi i nobili ent usi RO iS le vibrazioni all'unisono del sentimenti La Ò procuratevi dal facile oloquio, dalla copia «li dottrine SO leggiadra parola e dal garbato. put dre. de — dd egregi Colleghi che mi precedettero in queste confe renze, non lo sperate. «Non vi intratterranno oggi eroiche azioni, grandi imprese, generose iniziative, sublimi ideali. Il compito mio è più umile e più modesto, come più austera è la scienza dei numeri, e chiacciato è l’aere che d’at- torno vi aleggia ». SI «Buzzi — Conferenza sull’ insegnamento dell’ aritmetica). ( Dispiegati alle patrie aure savonesi, 0 simbolico prezioso vessillo. Tunonandrai colla gloria delle battaglie i 9 4 . . Ù accrescere l’alloro degli eroi e le lacrime delle madri. È Ta a mari procellosi e terre lontane, Ma come omestico palladio ra lerai Î "a È i ecoglierai a te d’imtorno una nume- 1 gia di gente che lavora e vuole che gia tant prospera quanto è SERRE uanto è bella la terra in cui siamo nati c Allarga le ali tue, o vessili di sotto di esse, quanti pensano o diletto, e si abbraccino © studiano per l'umano e segno; i e ad ess nipoti È che il popolo savonese non conosce le è uni le Imvidie; chiede. “dei È AG È A 5 LAN solo giustizia. per i suoi traffici e per i suoi ce nè. ad altre gare si accinge. che non siano quelle desti". 7 nate a rendere, colla gagliarda e onesta ; Cono a più fiorente e Yigorosa l'economia nazionale. e “a Eco Mostrati,. 10 patriottico vessillo, a o Dean SORBCE. “grande patria italiana sono amici della civiltà rivendica Gamperta. — Discorso al Corpo Legislativo. 9) DA UNA 0 PIÙ COMPARAZIONI. Ri. c Chiamato dalla fiducia, altamente lusinghiera per me, cli questo onorevole Comitato dell’Accademia di scherma fra i dilettanti delle quattro scuole di Venezia, all'onorifico incarico di tenere una breve conferenza che serva di prologo, dirò così, alle brillanti frasi scher- mistiche che stanno fra poco per scaturire dai rino colloqui fra ferro e ferro ; io volgo estatico gli occhi ame di ; per jono di religiosa “dai d intorno, per contemplare, pieno di religiosa Ammrazione, questo meravi i a di cui ogni pi glioso monumento parlante etra attesta una vittoria e una conquista el Y . UN { i g RI Mare immense dove i Veneti oscurarono la gloria dei Fenici e de lo scettro e vi » Cartaginesi, dopo averne ereditato lè sno ali vit Umpero; spiegando il leone di S. Marco È di i di 0 su tutto l'Oriente, fino alle antiche oe taMmani; ; FE i Mo Mentre Marco Polo conquistava, mo. su qu ralmente, l' impenetrabile impero dei Mongoli e dei fgli del Cielo. Allora la mia mente trasognata e in balia (li quelle astrazioni telepatiche che divagano nel mondo N deifantasmi,sitrasportaa quei tempi gloriosi del medio È cvoitaliano, ovesi vedevano come dice l’Alichieri: ò È . Cavalier mover campo iù E cominciare stormo, e far la mostra, 3 y Ò e gir gualdane, Ro Ro Ferir torneamenti, e correr giostra, si ; ss Lal i R RA — Quando con trombe e quando con campane, | i | Con tamburi e con cenni di castella, pio3, E cose naturali e cose TSHRLOI pr “e sa LE a Liza per SA un SRI una sci: rp: Un fiore, i STINO Quindi, nel vedere intorno ame questa gentile corona | cli vaghe dame, di vispe donzelle, di baldi giovinotti, i - di proceri maestosi e di brillanti ufficiali, e contemplando questo azzurro cielo che è sempre stato il sogno | poeti e dei pittori dì ogni nazione: suggestionato il i A Spirito da quest’ ambiente paradisiaco, dove gli ettl | marini sì confondono con 1 olezzo edi profumi che i traspirano dal vago sciame femminino, paemi a essere a DR ato come il RA E Ra 48. a mia festosa Provenza coronata di mirti è d’olivi come l’Argolide dei poeti ellenici gi dsl stere ad una di quelle corti d'amore. 0 o È quei ludi floreali, dove tutti i maestri della g@%4 SH vili d’armi in amore, trovatori, menestrelli accor- niono, nell revano per le prove del loro sapere nella giostra, nella quintana, e nell’improvvisare lai, madrigali, coble, serventesi e romanze. Cav. Dott. ALzeRTO Couennt Conferenza sul tema Lu scherma nei poemi epici del Tasso e dell’Ariosto tenuta a Venezia nel cortile del Palazzo Ducale. Da UN DETTO 0 ESEMPIO ILLUSTRE. un pensiero: il bene all'ultimo respiro la vita al allo studio di adempiere la sua missione ». Questo è il giudizio che S.M. Margherita di Savoia © orante nella suà fede rac- uesto stesso è il giudizio che © pronunciò col plebiscito di gno, di rimpianto. alla me- di esecrazione all’assassino. Commemorazione di fatta dall'on, H € Amb il popolo; non ebbe che della patria; sagrificò fino dovere ed piangente sul cadavere Chiusa nella preghiera; q Il popolo immediatament Commiserazione e di sd Moria dol Re, S..M. il Re Umberto ACCHI a Cremona. TTORD S « Signori — Vincenzo Gioberti scriveva al Massari da Parigi: « Il vostro affetto vale per me più di quello di cinquanta Principi e cento Ministri » ed in queste parole dell’insigne filosofo si scorge l'armonia di lui, | nel pensiero e nelle aspirazioni, col patriota napole- È i tano. Del Massari si può dire ecc. » È Conte G. CAPITELLI. — Commemorazione x \ di Giuseppe Massari fatta nella Sala $ ) Die Vega dell’ Hotel Royal di Napoli, E ch . E 1000) DA UN'APPROPRIATA CITAZIONE. «PRG 5, Sia per la entità del programma e la sua estensione, che si può dire abbraccia tutto ciò che all’ igiene degli alunni e della scuola si riferisce. Ma nonostante ciò to mi sforzerò di corrispondere all’ impegno assunto nel modo migliore che mi Sappia, facendo pure asse: È gnamento sulla vostra indulgente bontà. » i DEFINIZIONE « L’igiene della Semola, di vista generale, comprende, fisica, vale a dire, 1° igiene d nei loro rapporti imi priamente detto, o l’ igiene Morale, cos gogica, ossia | ice Considerata. da un punto: da una parte 1° igiene egli scolari ‘considerati nediati con il mezzo scuola pro- ® dall’altra, igiene intellettuale e ne uu i, studiati nei loro l Sistemi di educazione, VIZI giò . È sa « Quest IgIche pedagogica “mergerà da tutto cid che io esporiò relativamente allo svilupp fi ‘o i bsicologieo del bambino. 11 Pesto della n si _ Bogica, propriamente detta, i sarà trattato con la dell'igiene fisica dei fanciulli, in quanto ha rapport. p: con la scuola, e della igiene della scuola in quanto di questa esercita. la sua influenza sulla salute degli scolo: ) = Sio (PAAIZIONIE LR n a “ doo adunsue è lo scopo no sì ì prefigge Programma stabilito. dal Regio Ministero e | che i Eb svolgerò nell ordine seguente ecc. VI QI a doo 3 n 3 È 5 sr per îe; natura dell vo =.cic si che lo RI di essa è dele ul ben delineare w Lon Ù intenda i in dns (be troppo ristro " Ren Da breve i) da Pe —' | pure; el: La partizione, lo abbiam Mo no, i | Simo; serve per annunciare i varii punti in cui sì di- - viderà il discorso. Deve farsi in modo che ogni parte «di essa sia ben distinta ed ordinata, di guisa tale che o serva di intelligenza all’ altra, giovi alla memoria: di chi dice e di chi ascolta e sollevi il pubblico dE un attenzione continuata facendolo riposare a brevi - si intervalli. Nella partizione dev esservi anche una certa progressione, di modo che il convincimento, la | persuasione vada costantemente crescendo. La partizione è inutile quando il soemetto è sem- | plice di sua natura. | Ecco un chiarissimo’ LA esempio della definizione. Prop OSIZIONE c Farò arcomento dell della digestione. a odierna conferenza |’ iolene FERTATZAA Derrn1iz LONGO) Ra € Digestione Sì chiama | ti introdotti n conservarlo eda CR Rousspav Discorso que Segna politica. la Ego c dc Ed ceco un esempio semplicissimo della partizi « Per rispondere, o signori, io non seguirò pass i | passo ì varii oratori che hanno ES il trattat giano questo; sistema mi costringerebbe a moli | lipetizioni, m ma vedrò di fare in modo di non “che nel complesso del mio dire rimanga senz «alcuno dei principali argomenti de’ mici uv i € Onde la Camera però possa portare | | giudizio sulla politica del Ministero, io mi Ia gore ANTA di farvi dapprima una breve e succinta relazione delle negoziazioni, e di dirvi quindi i motivi che hannoind il Ministero ad accettare il trattato, per pi endere ultimo ad esaminare gli appunti che contro il tratta: | Sono stati diretti. > i E nie VAPITOLO VII. Confermazione eniaMo ora alla sostanza del NA: TURANZALO Nea n: ._ La narrazione è il racconto dei fatti ©. nella, forma. più adatta a persuadere. i Po La narrazione qualche volta si ommette, e cioè î Pe quil: fatto è stato. SSRRISICOE narrato da gua n cche c noti che si i ‘stiporfiuo. cia Que invece alla narrazione sì x Dai un — 02 — i La narrazione oratoria differisce da ogui altra: il dire dell’ oratore è più largo, figurato e COLDEO, non solo, ma non tien conto nell’esposizione «del fatto che dlelle sole circostanze che giovano al suo intento, ogni volta che, senza alterare la verità, può ommettere 0 appena accennare le altre. La narrazione oratoria deve esser condotta con grazia, per quanto il com gravità dell’ arzomento » mettendu con accor bella luce le cose favorevoli all’assunto dell? oratore. Il quale deve tener presente il detto antico: Quis; quid; ubi; quibus auriliis; cur; quomodo; a? dove? con quali mezzi? perchè? in qual modo? Tuando?) e cioè che un fatto è suscettibile di produrre Maggiore o minore Impressione : ci Quid) dalla qualità di chi lo compie, dalla sua Map 0 SEO da altre doti di lui, vuoi Quis) dall’essere "appresentato vivamente Ubi) dalle circostanze di porta la tezza in Privato, Quomodo) dall a maniera in Quando) dalle Cui Seguì circostanz e di tempo (luce, buio, giorno LESINA n fatti consimili e commenti relativi; “i AE Rd gliate o principali deli LIuiob dl mezzo TA d5; E vediamo ora quali siano le fonti generiche ria qualunque narrazione. ‘It Pri ]. ORIGINI, CAGIONI DEL FATTO RAGYONTO SOSTANZIALE DEL FATTO (7022140 presenti | 7 7 elementi suindicati) LE CONSEGUENZE DA ESSO DERIVATE; de 6 4. DIFFERENZE che si riscontrano nell’ esposizione del - fatto per parte dell’ oratore dal racconto stesso. come venne esposto da altri; ; 5. SOMIGLIANZA, Ossia paragone del fatto in parola con 6. AMMAESTRAMENTI Che se ne ritraggono, | | de: Con quest indice qualunque persona di discreta col t; tura deve saper.raccontare in bell’ ordine un fatto | qualsiasi. Quest” indice gli deve far. iscaturire le idee, fornire i materiali di una narrazione Ri efficace, — ordinata. NES a i ph Prima di chiudere questo capitolo. amiamo. dare un È esempio del modo di rammentare, colla maggior faci lità possibile, sia le circostazze di un fatto S sia il sezso di uno squarcio qualunque. di prosa © poos ‘ome anche di un intero discorso. Rin * In un fatto storico non importa al lettore letteralmente le parole, ma solo le circostanze — 6B4 — che noi possiamo suggerire è quello di farne analisi col verso sopra indicato (Quis; quid; ubi; quibus auzvilite; cur; quomodo; quando) abitualmente applicato dagli oratori alle diverse parti del discorso, e nel quale si ritrovano tutte le circostanze possibili di un avveni- mento. > Serva d'esempio il racconto seguente estratto dal libro VII delle Storie Fiorentine: - La morte di Ga- leazzo Maria Sforza. € Mentre che queste cose nei modi sopra narrati tra il Re ed il Papa, edin Toscana si travagliavano, nacque in Lombardia un accidente di maggiore momento, e _ CHE fu presagio di maggiori mali. Insegnava la lingua latina ai primi giovani di Milano » Cola Mantovano, uomo letterato ed ambizioso. Questi o che coli avesse in odio la vita e costumi del duca, 3 che nua altra di tesa, erano Giovanni Andrea ti e Girolamo Olgiato. Con essima natura del principe fidenza dell’animo è volontà che li fece giurare che come la loro patria dalla tirannide d- di quelli giovani venne, per l’età ei potessero, Ie quel principe sibererebbero. — Sendo” ripieni adunque: a questi giovani di questo desiderio, il quale sempre ui: cogli anni crebbe, i costumi e modi del duca © di piusni le particolari ingiurie contro a loro fatte, di farlo man- «lare ad effetto affrettarono. Era Galeazzo dissoluto e crudele, delle quali cose gli spessi esempii l’aveano fatto odiosissimo, perchè non era contento far morire gli. uomini se con qualche modo crudele non gli ammaz-. zava. Non vivea ancora senza infamia d'aver morto la madre, perchè non gli parendo esser principe, pre- sente quella, con lei in modo si governò, che le venne voglia di ritirarsi nella sua dotale. \ Sede a Cremona, nel quale viaggio da subita malattia presa, morì. Donde molti giudicarono quella dal figlivolo essere — stata fatta morire. Aveva questo duca, Carlo e Giro- lamo disonorati, ed a Giovannandrea non avea voluto | la possessione della badia di Miramondo, stata al suo | propinquo dal Pontefice rassegnata, concedere. Queste | private ingiurie acerebbero la voglia a questi cloni vendicandole, dì liberare la loro patria da tanti mali. | Deliberatisi dunque a questa impresa, ragionarono dlel tempo e del luogo. In castello non parea. loro sì- curo; a caccia, incerto e pericoloso; nei tempi che quello per terra giva a spassi, difficile e non riuscibile; no conti iti dubbio. Pertanto SERBATOIO in. ‘qualche io pompa e pubblica festività opprimerlo, dote fussoro certi che venisse, ed eglino sotto varii colori vi po tessero loro amici ragunare. Conchiusero ancora che sendo alcuni di loro per qualunque cagione dalla corte ritenuti, gli altri dovessero per il mezzo del ferro e de’ nemici armati, ammazzarlo. c Correva l’anno 1496 ed era prossima la festività del natale di Cristo; e perchè il principe, il giorno di Santo Stefano, soleva con gran pompa visitare il tem- pio di quel martire, deliberarono che quello fosse il tempo erl il luogo comodo ad eseguire il pensiero loro. Venuta adungue la mattina di quel santo, fecero ar- mare alcuni dei loro cendo voler contro la vo più fidati amici e servidori, di- andare in aiuto di Giovannandrea, il quale glia d’alenni suoi emuli voleva condurre nelle sue possessioni un ae quedotto, e quelli, così ar- Dist, al tempio condussero 7 allegando voler avanti partissero prendere licenza dal Principe. Fecero ancora Venire in quel Inogo sotto v AMICI e congiunti, dun nel resto dell’; duo Gi ridursi con quelli la terra dove ere- lebe, e quella con. tro alla duchessa cd ai P dello Stato fare ar- rincipi ia MTAERO i da mare e per questa via assicurare loro e rendere la ni d libertà al popolo. Fatto questo disegno, e confirmata — l’anima a questa esecuzione, Giovannandrea con gli altri furono al tempio di buon’ora. ed udirono messa insieme. Al duca (avendo a venire al tempio) inter- vennero molti segni della sua futura morte; si vestì una corazza, la quale subito di poi si trasse; volle | udire messa in castello, e trovò che il suo cappellano era ito a S. Stefano con tutti i suoi apparati di cap. pella; volle che in cambio di quello il vescovo di Como — celebrasso, e quello allegò certi impedimenti ragione- . voli. Tantochè quasi per necessità, deliberò d’ andare È al tempio, e prima sì fece venire Giovan Galeazzo Ca n Ermes, suoi figliuoli, che abbracciò e baciò più volte, . non potendo spiccarsi da loro. Pure alla fine deliberato ; s'uscì di castello e n’andò al tempio. I congiurati, | intendendo come il duca veniva, se ne vennero ino Chiesa, e Giovannandrea e Girolamo sì posero dalla È | parte dest all’ entrare del tempio, e Carlo dalla si i nistra. Entrò il duca circondato da una moltitudine | grande come era conveniente in quella solennità ad «una ducal pompa. I primi che mossero furono il Lam- ‘ | pugnano e Girolamo. Simulando di far largo al prin: uv se gli SRCOH ORI ‘e OICR a: De corte ed ll 68- Taipoznano gli dette due ferite, V uma nel petto è l'altra nella gola. Altrettanto fece Girolamo. Carlo Vi- sconti con due colpi la schiena e le spalle gli trafisso. E furono queste sei ferite sì preste e sì subite, che il luca fu prima in terra che quasi niuno del fatto s'ac- forgesse. Subito il rumore si levò grande, assai spade si sfoderarono, e quelli ch'erano al duca più propinquì, avendo gli uccisori conosciuti gli perseguitarono. Gio- Vannandrea, ritenuto fra le vesti delle donne fu da Un moro. staffiere del duca, sopraggiunto e morto. Fit ancora da circostanti Carlo ammazzato. Girolamo Ol- giato pervenne a fuggi Mr Fe ed andarsene alla sua casa dove non fu nè dal padre nè dai fratelli ricevuto; solamente la madre lo laccoma ti Saro ndò ad un prete, an- 10 amico, il quale messogli sue case lo conduss uoi panni addosso, alle e. iorni ; 3 - Due giorni dopo, conosciuto, nella Izia pervenne, dove tutto l'ordine Applicazione del verso et i | hai Sopraccennato al fatto pre- Quis? Cola Mantovano, maestro di lingua latina, uomo su ambizioso; Giovannandrea Lampognano, Carlo Vi ‘> sconti e Girolamo Olgiato. È n Quid? Cola Mantovano detestando in tutti i suoi ra- gionamenti il vivere sotto un principe non buono, prende tanta confidenza nell'animo e nella vo- lontà dei tre giovani, che gli fa giurare di liberare la loro patria dalla tirannide del principe; in con- seguenza la sua morte è decisa. Il duca è assas- sinato; Giovannandrea è sopraggiunto e morto da 3: un moro, staffiere del duca; Carlo Visconti è ue- ciso dai circostanti; Girolamo Olgiato cade nella | | podestà della giustizia. si ‘Uni? Galeazzo è trucidato in Milano all’ ingresso della o chiesa di S. Stefano, ch’è scelto a preferenza del | i castello, del luogo della caccia, del ‘passeggio, del convito: due ferite le riceve nel petto, due de nella gola, una alla schiena e l’altra alle spalle. > Quibus CUTE Ii armare i iena più fidi AUS di niro licenza dal principe, prima di andare | in aiuto di Giovannandrea, che. voleva condur un acquedotto nelle sue possessioni. Cur? sar liberare la patria di un PRE SEDI uomini, se con qualche modo crudele non gli am- mazzava, che ha fatto morire la sua madre, che due congiurati ha disonorati, ed all’altro ha rifiu- tato la badia di Miramondo. Quomodo? la mattina sentono la messa insieme: il duca non può far celebrare in castello nè dal cap- pellano, nè dal vescovo di Como; depone la corazza; non si può spiccare dai,suoi figliuoli. — I giovani congiurati, simulando di far largo al principe, con armi strette, acute e nascose, l’assalgono. DA Il duca cade prima che niuno del fatto s'accorga. Il rumore si leva grande, e assai spade si sfode- È rano. — Qlci : i È È Olgiato procura di nascondersi vestendo — 1 panni d’ un prete ; muore con coraggio pro- atine; mor s_Qcerd : anno 1496, 26 dicembre. (na . Descrizione € 9 seche inerenti al 0, tratto considera | i, estesamente e minutamente le cose e le persone. I principali argomenti intrinseci (che sorgono cioè 4 I dalla cosa stessa di cui si discorre) sono — oltre quelli ; giù indicati parlando della narrazione — i. Sede l. LA DEFINIZIONE RARE x i "da SR o) Lola col del raz | del tutto e di ognì parte, esternamente e interna 3. LE QUALITÀ REST (materiali pure, NR da esaminarsi in modo ARE O ea x cliamo quì della descrizione di ciò che Srna DAG a ì gno animale od al botanico. In JUesto So se ne î Scrivono gli organi e le [oro funzioni e si seguono in tutti i periodi della loro vita animale o et _ Sarà mai possibile dimenticare qualche cosa 0 DrORZ (li materia od esporla male, a sbalzi, a ritroso, se poniamo mente che la nostra descrizione deve cominciare dal nascere e terminare al morire, com nascere, il respira; il crescere, il trasfor il morire. prendendo quindi; il ‘e, il muoversi, il sentire, il nutrirsi, marsi, il riprodursi, l’ammalarsi, LE QUALITÀ ESTETICHE ne per enumera Semplicità, elecan 6. LE QUALITÀ’ INTELLETT zione, intelletto, volontà, e Le qualità materiali v an di talvolta, alle estetiche tal alt intellettive sempre. NE (memoria, immagina - cc.) We ù deine SI È Or ci si dica se con quest’ indice possono far difetto LE le idee. Certo esso non mette veruno in grado di parla; «i cosa di cui nulla sa, ma fornisce i materiali per un discorso ordinato, ricco, pieno; ma rende certi che la parola non può mancare, che del subbietto si diseor-. verà senza mai perdersi e confondersi, senza mai alterare ordine. il più rigoroso. Relazioni. sono le qualità estrinseche, de qua è che sono fuori della cosa dun ina To parlo a mo? d’esempio di un estro e ne enu le bellezze, quest’è la descrizione; lo confronto altri teatri, queste sono le SI I principali argomenti estrinseci sOnO: l. LE LEGGI (relazioni tra la ‘cosa; in leggi naturali, umane, divine, RITA FRZDIZIONE OSEASGRAMA 4. 1 MONUMENTI (materiali [muti e parlanti] ) — morali [istituzioni 0 cerimonie che celebrano qualche avvenimento] ) O. I DOCUMENTI 6. IL GIURAMENTO T. LE TESTIMONIANZE (divine ed umane — rica- Vate dai libri sacri o profani) LE INFLUENZE (attive e passive) IL GENERE E La SPEGIE 10. cauSE E CONSEGUENZE Il. TEMPI E LUO due occhi della Storia) MEZZI E SCOPo* GHI (Geografia e cronologia, i gl’elementi Telazioni colla Cosa in discorso, che possono fornire va Dimostrazione A © come quella che si propona di convincere È l'uditorio. Ad essa molte cure dedicarono gli Goal e molti scritti ci lasciarono al riguardo. Î ha Ed ecco le norme più IR PeR cloyere della prova. Nei delitti la prova spetta al P._ % M. ed alla parte lesa; nelle domande che han per fine. un possesso, un godimento, la prova si addice a chi la fa; in tutte le asserzioni, la prova si addice a chi. le adduce. Dunque è nostro interesse, potendo, caricar I l'avversario dell’obbligo della prova. ì 2. L’ostinarsi a negare ciò che è innegabile, “SÉ Yidente, nuoce anzichè giovare. In questo caso è a me- glio cedere spontaneamente. (Quintiliano). ELI Quando non si sa che sos contrapporre al un vittorioso argomento avversario, i Mio terl». Non potendo confutarlo sp buoni ut. l'occuparsene non vale che a richiamar 1 RON su di esso ed a persuadere chi ascolta du > tratta cli una ragione vittoriosa, irresistibile. Così dice CICERONE (vedasi). Quintiliano suggerisce di contrapporre all'argomento Senza replica, altro argomento di ugual valore: tutto sta nel trovarlo; che la cosa sia. però possibile Li abbiamo esempii numerosissimi, Specialmente negli studi intorno alla patria di tanti uomini sommi (Colombo P. es.) per la quale ognuno trova ub- biezioni serissimo, questioni insolubili, di guisa che la cosa finisce di necessità col restar dubbia. Ma poichè giudizialmente il dubbio sì risolve sempre a favor dell’accusato, per un difensore. costituisce sempre una vittoria ìl far nascere cot; al dubbio. 4 Come i giornali p er esser letti han bisogno della massima chiarezza, cos) l'oratore per piacere al suo uditorio. La chiarezza non Sarà mai soverchia in Chi dee parlare al Pubblico: quindi grave errore la troppa brevità, S PIREO NAPO OPERAI IAT ON " URI g: 3 de % n è. La n * = ai _ — 79 — intuitivo e l'oratore dee persino serammaticare se senza di ciò non verrebbe inteso (S. Agostino). Nelle repliche cominciar dagli argomenti più deboli della difesa, come se non valesse la pena di oe- | cuparsene, e finire ai più forti. È 6. Si lascino agli avversari, sì rispettino, si riconoscano le ragioni che essi hanno, affinchè essi sen- tansi impegnati a riconoscere quelle che abbiamo RORA ui si conceda cioè quanto sì può per ottenere ONESTO SDO vuole (Franklin). x 7. Una delle arti dei grandi a, nelle RE sballate, è di divagare dall’ argomento e abbagliare — Sa giudici e pubblico con un mare di belle e splendide | A parole. Ogni parola suscita un “idea. Far passare dei vanti alla mente degli uditori un mondo di idee belle, vivaci, brillanti, sopratutto nuove, originali, anche. a costo di esser eccentriche ; stordire, far del chiasso, dir cose CA IEGGUA ole ER No dire. In una causa sd catia Ve a a del pubblico, uscendo «dal terreno vero della dise | sione (Veronesi). i 8. Quando non si può rigettare l'obbligo. | ; prova sull’avversario, confutare preventivamente | o Obbiegioni e gli argomenti fa Rico de " $ È F pi CERN questo difficile impegno, le ragioni avversarie sono distrutte prima di esser messe in campo. La confutazione, scrive il Rodella, è la parte in cui si ribattono le ragioni dell'avversario. E quì, » l'avversario ha già parlato, e allora non facciamo ci seguire mano mano le ragioni messe innanzi da lui e le cerchiamo di distruggere; o non ha ancora par- lato, e allora le preveniamo. Nella confutazione si ri chiede: — acutezza di mente per iscoprire i difetti delle ragiori contrarie, pronto ingegno e pratica per sape! cog lierle nella parte più debole. In questa parte del. l’orazione può ‘tornar in acconcio una fine ironia, Senza però mettere in dispregio l’avversario ; uno scherzo urbano ser virà meglio a distruggere l’effetto degli argomenti contrari e a confondere |’ oppositore. La confutazione deve essere coordinata alla narra- zione, alla descrizione, allo relazioni e in essi devesi tener calcolo dei seguenti elementi: — l. DEFINIZIONE. Dalla definizione gi possono trarre argomenti a Per esempio: « La filosofia morale Una scienza che insegna all’ uomo di PR IrRO 5 farsi migliore, © più felice; donde subito si vede > niuna altra disci- plina poter essere nè più illustre, nò più magnifica. » (Aristotile) Si può argomentare dal tutto alla parte, dalla parte pe gn TS = wo abbastanza CONVINEAATA Tizio » fu trovato IGO azar DRCOLA E NL CREDI Ia DERE À SICA MRI al tutto, dal genere alla specie, dalla specie al genere, dal più al meno e dal meno al più, dagli antecedenti ai conseguenti, da questi a quelli, dalla causa agli Si effetti, dagli effetti alla causa. i È ben naturale che per essere eloquenti. one È conoscere le leggi del pensiero in quanto si riferiscono — È all'arte del dire.-« La quale arte, sostenendosi princi- pe: palmente sul ragionamento, si vuol giovare di quella | che insegna a ragionare, e chiamasi logica. » DIL 2. ENUMERAZIONE DELLE VARIE PARTI DELLA DEFI- NIZIONE E PROVA DI ESSE. e e SOMIGLIANZA. CONTRARII E REPUGNANTI. Cont 5. causa ED EFFETTI. — Dalla grandezza degli. effetti si fa arguire quella della causa o vicegeras sd ANTECEDENTI E CONSEGUENTI. GENERE E SPECIE 8. SIMILITUDINE, E AUTORITÀ. 30! NOIE 9. ESEMPI. ni 10. AGGIUNTI DI CIRCOSTANZE DI TEMPO, MODO, EBR- SONA, ECC: 1l. METODO DELL’ ESCLUSIONE. ri molto SETLO por suicidio. Se noi proviamo che non uù essere RO per tre di queste cause, resterà ben DIRI ch è morto per la quarta, benchè a prova di essa ci man- chino gli argomenti diretti. 12. FRA DUE MALI IL MINORE 0 FRA DUE BENI IL MAGGIORE; TESTIMONI. I4. DOCUMENTI PE MONUVENTI. 15. LEGGI NATURALI, UMANE, DIVINE, RELIGIOSE. 16. ESPERIENZA. | I7. uso — voce PUBBLICA CONSENSO UN.VERSALE NEI DIVERSI TEMPI E LUOGHI. Ecco un brevissimo esempio del Ta « Dee Lozio ragioney S80; Olmente esser fuggito, poichè avere nè amicizia nè buona, 0 tale almeno gi nell’apparenza. (contranit e vepugnanti) » : “€ Ove Pozio signoreggia luee raggio di Ingegno, ivi non vive pensiero di Eloria e d’immor- talità, ivi non apparisce nè immagine, nè pur ombra 0 vestigio alcuno di virtà. (causa ed ePetti). » « E siccome gli Stagni © le paludi, putride diven gono nella loro quiete; così i neghittosi s Îvi non ri marciscono ’ ii li peer si . nell’ozio loro; € ragionevolmente possono così Dod Ta esser chiamati, come quelle acque morte si chiamano. (somiglianza) > « Quanto le cose contro natura sono peggiori, più odiose e detestabili delle altre, tanto più ozio deve esser fuggito, non pur com’ avversario @ nemico, ma come corruttore e distruttore della ragione, del senso, dell’ umanità. (genere e specie) » 5 « Esercitano le fiere e gli augelli ed i pesci, eser- citano Perbe e gli sterpi e gli alberi, gli uffici loro. pi: Quo, natura: nessuna di tutte i cose. conte- e starsi Le i, a luomo de ei È non eseguirà quello a che fu PERA È (esempi, leggi naturali). > Li È : Chiusa I rimane a parlare della chiusa, la quale, 7 siccome abbiamo detto, si compone di quat- Èo Ntro parti. i Moe. La conclusione, riassume brevemente la so-- È stanza della dimostrazione: deve esser breve ed efficace; fi tar rimarcare, imprimere nella memoria, i punti salienti et di argomenti capitali delle addotte ragioni. fi La ricapitolazione invece, raccoglie per sommi capi | ed in poche ma acconcie parole tutta la sostanza del SIE perchè l’ uditorio le abbia ben ot alla. c Ma per non tenervi più a bada, J0coE ] o capi del mio discorso, e poi scendo. Deesi contribuie lenaro per mantener. le soldatesche che nen) Nformar i disordini che per avventura vi. allienano; Non già alla prima querela sbandarle; Si BOSIO da Spedir ambasciatori per ogni parte che istruiscano, ammoniscano, promuovano a tutta possa il ben della patria; sopra tutto debbonsi punir quei malvagi che — vendettero la loro fede al nemico, ed averli in abbor- timento e distruggerli; onde i buoni e leali cittadini si compiacciano d' essersi y . . . ® a A e appigliati a quel consiglio che più giovi e a loro stessi ed al pubblico. Se così vorrete governatvi, se vi scuoterete dal ‘vostro lungo sì, spero che la sorte ancor cangi fac- cia, e lo Stato rifiorisca e rinvieo letargo, spero, gorisca. Ma se vi sta- rete tuttavia sedendo a vostro grand’ agia, attenti. solo sino al punto di batter le mani st ad un dicitore, © colmarlo di vivi elogi, poi smemorati, come dinanzi, | © inoperosi, e infingardi; no, Ateniesi, tutta v umana » pradenza non varrà mai da sò sola a sulvar da patria — «lall’eccidio che le SOVLEStA. DEIANA 1g E | Rd EIZO ron (Filippica lutorno al Chersonoso) ) } h fact ta omegna a La somma del mio discorso è ICORI questa, ieitori non vi rende . RO Panno giammai: i le so e nè stolti; voi sì li farete essere tutto ciò, che a voi sarà in grado. Conciossiachè non siete già voi che | mirate a quel segno che vi vien da loro proposto bensì essi tendono tutti cold, ove vi scorgono coll a- ; nima e colle brame rivolti. Voi dunque, voi dovete a voler la salvezza della patria, e questa fia salva. Per-. ciocchè, o non. ci sarà chi osì darvi tristi consigli, 0 questi torneranno vani, non essendoci tra voi chi alla loro seduzione acconsenta. » (Arringa intorno alla distribuzione DA dei cittadini.) È La percrax ione, o mozione degli affetti, procura di ‘trionfare sulla volontà. Nelle moltitudini specialmente, pi iesale passioni essendo potentissime, il sentimento el iti n fantasia hanno il sopravy ento sulla ragione. | |. Non soffermarsi troppo in questa, ch'è la via del | altrimenti si ingenera stanchezza e 1° effetto. eno dimezzato. Gli elementi della i ‘Cuore ; ; | mne vien sciupato o alm | perorazione sono e: Ì. IL CONFORTO © 2 LA PIBTA' (coll’enumerazione degli altrui và 3. n'amuLaZiIoNE (coi nobili SRRRRL di LA SPERANZA in o AE LA MANSUETUDINE bi Si ZIAURORSE 6. L'IRA E L’oDIO, in quanto si promuovano lede volmente contro la colpa 7. 1’ ENUMERAZIONE DELLE VIRTÙ della persona per la quale sì perora 8. IL RICORDO DELLE UMANE MISERIE per indurre all’umiltà. Colui può farmi piangere, sentenziò a questo riguardo Orazio, dl quale senta già dolore, cioè che abbia E nell'anima sua quelle passioni che vuole in me risve- gliare. Difatti, chi non ha il cuore, prima ed unica sorgente degli affetti, penetrato da quel sentimento che vuol suscitare negli altri perde l’opera ed il tempo. Ecco un esempio di Giovanni Grisostomo: c Or eccolo ridotto all’ ultimo avvilimento: eccolo i cattivo, inferiore al più miserabile degli schiavi, al | più abbietto supplichevole, al povero la cui mano è Stesa per implorare l’elemosina del passeggero. Sulla sua testa, sotto i suoi occhi stanno ognor sospese © sguainate le spade; ad ogni istante ae si aspetta . l'estremo supplizio e misura nel suo Se ni via che conduce al palco. Ai piaceri che ‘eli procinto la prisca sua opulenza, succedettero i camnefici, Al il ricordarsi del tempo felice non può distrarlo nemmeno un momento dall’ idea della sua sventura. J e gii Ma come trovar parole adatte a dipingere P or- DS rore della sua situazione e la crudele agonia ch’ egli soffre? E perchè mi sforzerei io di farlo, mentre tutti ne siamo testimoni? Lo avete pur veduto ieri, quando vennero dalla reggia per ordine dell’imperatore a strapparlo da questo santuario, dove egli avea cerco un asilo. Il pallore di morte ne indicava lo spavento, bi: di cni non è ancora rinvenuto oggi: tutto il suo corpo | scotevasi d’ un brivido mortale, nè aveva membro che si non fosse ‘agitato da tremito convulsivo; la voce in. Ro: d terrotta dai singhiozzi, la lingua balbettante, tutti î È sensi agghiadati pel terrore, presentavano lo spetta- | colo d’un uomo moribondo, e già cadavere. Io non ‘Si voglio aggravare la sua miseria coll’ deraate A quando essa ormai non dà luogo ad altro sentimento che alla compassione: e questa per lui imploro. Quanto A più grave è il suo infortunio, più deve mitigar le ‘nostre ire, calmare il corruccio dell” imperatore, e muovere a pietà quei duri cuori che poc’ anzi udimmo lanciarci rimproveri perchè non gli abbiam negato î l’asilo del santuario, che egli veniva ad invocare. — i Che cosa avvi mai in questo, o miei fratelli, che vi. debba irritare? i « Come? (rispondete voi) accoglieremo nella Gi un uomo che le fece una guerra implacabile? st « E nen dobbiamo render piuttosto gloria al Signore, che ha trionfato del suo nemico a segno da ridurlo a nonaver altro scampo che nel potere e dla e menza della Chiesa? Sì, nel potere di lei, poichè egli cadde in questo abisso di miserie per GE SAILE stato il nemicò; nella clemenza, }cichè oggi ella si com- piace di coprire della sua cgida il suo più CRUISE persecutore, di ricoverarlo sotto le sne ali, di porlo in sicuro daria violenza, e di schiudergli il materno suo seno con tutta l’amorevolezza; invece di vendicarsi clelle sue ingiustizie. Può forse darsi più splendida vittoria? trionfo più luminoso? € E che, mi direte voi; un vomo macchiato da tanti ilelitti, un pubblico ladro, reo di tante concussioni, ‘Farà introdotto nel santo dei santi? e eli amplessi di siffatto uomo saranno un con quisto, un trionfo per la Chiesa? i « Adagio, o fratelli: voi dimenticate che una pub- blica peccatrice venne a pittarsi ai Piedi di Gesù Cristo e che li tenne abbracciati; e lungi dal farne un rim- provero al nostro divin Salvatore, abb iamo un motivo di più d’ammirare e di riconoscere la sua bontà. Ba- date bene che questo 240 “Pparente non sia prattosto destato da un segreto desiderio «di Vendetta; vi rsov- Yenga che siete discepoli di quel Dio che sulla eroce ta fi a RITA iortizoi CURSI i i) 3 È DI diceva a suo padre: Padre, perdona loro giucchè noù sanno quel che si facciano. c Sarei io riuscito a muovere i vostri cuori, attutire — le vostre ire? L° rt avrebbe mai dato Mec veggo scorrere dai subi occhi. »_ Il fine è destinato, già lo dicemmo, a ringraziare - l uditorio ed a lasciar grata impressione. Eccone qual che esempio. È SSL PURA onde mi avete paro vi aa Pen e n Voi pure siete stati messi, nei vostri ue DE vostre industrie, a dura prova dalla crisi interna q “e da quella che imperversa ancora al di qua, e al d a dell'Atlantico, ma la bufera, se vi ha colpito, n ‘vi ha travolto, ed è questo il mie i argoment della vostra vitalità. Avanti dunque; nelle Mao ) abiti e dei feriti; i deboli cadi vono; se qualche vostro stabil — resteranno SREDIO, MO RR IA strie il commercio genovese. Il governo è con voi SA perchè il governoècon chicombatte e lavora; guardiamo (quindi insieme l'avvenire con fede nell’ Italia, nel suo Re, nelle sue libertà, nel lavoro. Ministro Barazzuosi a Genova « Se una gran legge di natura suona che tutto ciò che ha un principio debba avere un fine, v'è un'altra legge di opportunità, quella di finire in tempo. Ed io fipiseo citando un altro fatto conosciuto in appoggio el principio psicologico di eredità, il quale se si im- pone come vedemmo all'individuo, alle famiglie, ai popoli ed alle razze, si impone anche ai pubblici] dei. quali aleuni si mostrano sempre arcigni ed inconten- tabili, altri gentili ed indulgenti sempre. E per mia 3 Sla gentilezza e }° indulgenza sono sentimenti ereditari, atavici in queste sale, > Sat Conferenza sull’Eredità del Dott.'v TEDESCHI A PRE atri 5 CARON, più Feguenfi. e palo e Verato lo sbadiglio, originato dalla stanchezza noia. Tani EZZOGO, dalla $ SG « Lo dissi prima, e dissi pure quanto si se a — la sua contagiosità. È EE 3 « Non ARpirerei Invero al averne subito an prova 0 n Ri STR: tute se Ne poco ambita, nè vedere gnì Isorgere una RI Fase Cer epidemia di sbadiglio, per contagio imitatorio. Per cui fo punto! sperando che si sviluppi invece nel mio gentile uditorio, il contagio di una benevola indulgenza. Conferenza sul Mal del Secolo del suddetto. Uditorio cortese! Ho finito il mio dire. Se taluno di voi, uscendo da questo edifizio, mi dovesse incontrare col sigaro in bocca, mi faccia la grazia di non pensare col Tolstoi, che nella ebbrezza. nicotinica io cerchi di assopire la mia coscienza de- pressa ed aggravata dal rimorso di quella noia che so benissimo di avervi cagionata, ma per la quale voi con. gentile compatimento non vorrete tenermi il broncio. » OGG VC Conferenza sull'/giene del tabacco, i del Dott. Xypras. ) Ecco qualche esempio intero di una chiusa: « Voi avete pel passato reso questo servizio all’ Italia: colla condotta da voi tenuta per sette anni, dimostrando nel modo più luminoso all’ Europa come gli x A | italiani sappiano governarsi con saviezza’, con prudenza, con lealtà. Sta ancora a voi rendere un ua Sali | se non maggiore servizio: sta al nostro paese a di- s mostrare come i figli d’Italia sappiano combattere da valorosi sui campi della gloria. Ed io sono certo, o signori, che gli allori che i nostri soldati acquisteranno nelle regioni dell'Oriente, gioveranno più per le sorti future d’Italia di quello che non abbiano fatto tutti coloro che hanno creduto operare la rigenera zione con declamazioni e con scritti. « Io ho fiducia, 0 signori, di avervi dimostrato come il trattato si debba accettare per prepotenti ragioni. Credo di avervi dimostrato altresi come. esso non possa sortire gravi inconvenienti economici e . finanziarii; come dal lato militare non presenti quei pericoli che da taluno si vorrebbero far paventare; finalmente che esso deve avere non tristi, ma liete conseguenze politiche. « Con ciò, o Signori, non ispero di aver convertito alla mia opinione quegli oratori che combattono questo grande atto del ministero: ma almeno confido di ; avervi tutti convinti che nelle negoziazioni che lo hanno DICI non vi fu atto che potesse. meno- iuderio non ijrono da, altro animati che dal sincero j Dili e Fota Cn: causa Do HberRy cu MOT EE DES LT MIST RT ENTER, ROMERO ia sempre li animò e che sempre li animerà e come mi- nistri e come cittadini. Discorso Cavour alla Camera. Signori! quest’ ‘ultimo pensiero tronca le parole anche sul labbro mio: la pietà mi stringe: più che di par lare sento il bisogno di pregare; ma non posso metter termine al mio dire senza dirigere un ultimo affet- troso saluto a quei valorosi: « Salvete dunque, o degni figli di una schiatta di eroi! Salvete o generosi, che dalle terre africane dif- fondeste in tutto il mondo la fama dell’italo nome, mostrando una volta ancora, che ALAN l'antico valore Negli italici cor non è ancor morto. Ah! voi cadeste lungi dalla patria, voi moriste senza i baci e senza il pianto dei vostri cari; le vostre spoglie — insonguinate riposano in una terra che non vi fu madre; ‘forse le ossa di qualcuno di voi giacciono tuttora in- sepolte, esposte agli insulti delle fiere ed al ludibrio degli elementi. Ma se noi non possiamo rendere | gli estremi pietosi uffici ai vostri corpi, noi pregheremo per le vostre anime generose il riposc eterno nel grembo del Dio delle misericordie : noi ci faremo dn dovere di impadronirci dei vostri nomi per consegnarli cinti. di luce e di splendore all’ammirazione ed alla ricono- ssoriza dei secoli più lontani. « Sil i nostri figli e i figli de’ figli, e quanti nasce- ranno da questi apprenderanno dalle nostre labbra Ì vostri nomi, e li custodiranno nei loro cuori come RE mblema più puro,come l'ideale più elevato della fortezza, dell'eroismo e del sacrifizio; e dal vostro esempio dp prenderanno che l'amor di patria non è un Do me vano senza oggetto, una parola che suona e non crea, ma è un sentimento forte e gentile, un principio fecondo di alti e sublimi insegnamenti, una passione m agna: nima inspiratrice delle più generose azioni: è la virtù dei forti che sacrificano la vita al bene della società: è P'eroismo dei prodi che consacrano tutto Sè stessi i al bene dei fratelli: è 1° orgoglio santo di un popolo | che conscio della sublime missione che la divina Prov | videnza. gli assegna su questa terra, ‘soffre, combatte w è spera, fiso lo sguardo al benessere comune, l’animo e; OSO ai futuri destini che Dio riserba all’ umanità! » Sac. Dott. LuompLLI _ Commemorazione dei Rio di Amba SOL SA NR SEO CAPITOLO XII io vertono tutti n coni alla persona di cui si vuol parlare, e quindi è in- ? dispensabile avere conoscenza speciale della vita, dei costumi ecc. delle persone medesime; per poterne — parlare, se non ampiamente, almeno in modo completo. Gli elementi della vita d’un uomo sono ì Segre n 1. Naserra (luogo e tempo) 2. Genirorr ed avi (occorrendo) 3. Epucazione Avura (inclinazioni naturali educatori metodo educativo risultato) srl | 4. Istruzione (maestri e scuole — studii e viaggi) 5. RirRATTO fisico e morale — (vedasi, quanto | sh È | dicemmo parlando della Deserizione) Mero 6. OPINIONI (scienza — oo _ go di —_ Ig “= #. PargNTI, amici e detrattori 8. Opere. ( produzioni del suo ingegno scoperte invenzioni libri ecc. 9, Fasa — Giudizio dei contemporanei intorno alle sue opere 10. Oxori (titoli, cariche, attestati, dimostra zioni d'affetto, monumenti, ecc.) Coxpizione economica [patrimonio — luci ricavati dalle sue opere, dalle sue occupazioni eredità donazioni fonti disoneste, ecc.] 12, Aveppoti [ { quali potranno però già essere stati intercalati ad illustrazione dei punti precedenti] 13, Sventune [parte, narrunione la vita, potranno esser intercalate a loro posto] sventure economiche morali [derivanti da inaldicenza e calunnia da affezioni dalle opinioni sue) materiali [colpe, condanne] infermità [dipendenti dalla natura, da disgrazie, da causa volontaria, da offese altrui] 14. Morre (logo e tempo funerali sepoltura) 3A 15. GIUDIZIO DEI POSTERI € monumenti postumi. 16. Uommsi simnianti [differenza o similitudine di tempo, luogo, movente, sorte, ecc.) Come sarà possibile dimenticar parte. alcuna della ita di un individuo conosca lo questa tavola? Come fice seppe così mirabilmente da lontano il conobbero. | tadino, e che scevro di superstizioni come pure sarà possibile non farne un discorso ordinato e com- piuto? AS Feco un bell'esempio di commemorazione funebre. è c Ufficio pur troppo grave al cuor d’ un amico, mi chiama oggi un’altra volta in questo recinto sacro alle ceneri dei nostri più cari, onde inaugu- rare un modesto quanto espressivo ricordo, che Daf: fetto e la riconoscenza Vostra, volle dedicato all’ esi- mio concittadino, all’amico del popolo, all’illustre | letterato ed archeologo del quale tutti deploriamo la fine. wi “« La bontà dell’ animo ingenuo che Pegregio arte- ritrarre in quel freddo marmo, ben vel ricorda 0 Cittadini, è quella stessa che appariva in volto, © si manifestava nei modi dell’ esemplare sacerdote Tommaso Torteroli ; edi. è > appunto quella che lo rese grato ed- ammirato sai ‘Voi non solo che lo aveste compagno, maestro, par store, consigliere ed amico, ma bensì pure a quanti « Io non potrei quindi che con troppo inadeguate 1 che seppe con- parole ripetere quanto vi consta di lui, | ciliare col proprio ministero i doveri sacri del di pregiudizi di casta, informò così la sua mente al culto del vero e del giusto, che il progrésso sociale non solo non avversava giammai, ma apprezzava, seguiva, e propugnava con affetto grandissimo; e di modi gentili, e per carattere mite e tollerante, ebbe stima, ammirazione ed amicizia da ogni ceto, e da ogni maniera di credenti. Perlocchè, se in me non fosse insufficienza troppa all’alto scopo, più bel campo non avrei ove raccorre fiori di morale e cittadina virtù da porgere a modello di quella della vita del Torteroli. « Ma voi il conoscete, voi pur conoscete quanto | ne scrisse affranto da giusto dolore, 1 erudito e di- stinto fra gli addottrinati sotto gli auspici suoi; e Ja | presenza vostra, ed il vostro concorso, e del Munici- pio, nonchè quello di molti assenti, ad onorarne la salma e perpetuare la cara. memoria,. fanno prova eloquente, e valgono assai meglio di me ad affermare x l'assunto: quindi è ch'io stimo meglio limitare il mio concetto alla manifestazione. del pubblico voto, Fo piceno dalla vita. dell’ Mini Estinto sol quanto È :0 tao cordoglio,, Mi; È | gere al sacerdozio. (e È; assaporare le dolci goti sl 10 marzo 1810, cresciuto da il an 10) Si stie di fortuna in tempi meno propizi a chi DT eredi po difetto, seppe sì tosto educarsi allo studio ed alla” moralità che, distinto fra i condiscepoli, meritò quella stima e quella reputazione d’esemplarità e di sapere, che ben di rado si acquista in giovinezza; e con tale arredo, iniziata la carriera ecclesiastica come quella più conforme alla sua delicata natura, ed unica eziandio in quel tempo, che porgesse facile accesso o al popolano onde avviarsi in società, prescelto dagli pe institutori stessi, e designato ai pensionati genitori per ripetere ed istruire al più giovani, ebbe mezzo di ritrarre qualche sussidio al proprio stato, e si. | procacciò ad un tempo ausilio necessario per giun- n «Io non dirò per filo e per segno come Ei lot- “00 tasse di poi nelle proprie strettezze per non tuffarsi aa È ita parassitica alla quale suol dedicarsi una gran parte di ‘suoi simili; dirò ‘bensì che non | falo) OO la seducente attrattiva, anzi ebbe ad primizie come institutore di ma l’anima del Torteroli non nè fatta all infingardaggine, SE giogo della evirante sirena cin quella v | privilegiata prosapia: m temprata al servilismo, SCOSSO ancora per tempo il VESTO or RIN EMANATE AZURE IIINTEIE INIT Tgr N È È Spa ‘che di già lo avvinghiava, con generoso € fermo ripudio, preferì nell indipendenza coltivare la mente ed il cuore, e fra gli stenti affrontare rassegnato l'abbandono delle burbanzose caste, € sopportare co. animo pacato l’ ironia ed i felini attacchi degli uguali che ne uggiavano il troppo saliente confronto. «E cuore e mente coltivò per onorare la patria, | per consolare l'affitto, per consigliare, educare e pro muovere la gioventù allo studio, I” operaio al lavoro ed all'associazione, e tutti al culto della morale, della libertà e del dovere.cE quanto degnamente siasi adoperato in quel santo proposito, lo attestano i suoi sermoni domeni- cali nel breve tempo che la mal ferma salute gli permise di esercitare, con plauso generale, le funzioni parrocchiali nella cattedrale Savonese; lo attesta l’ap- #20 pellativo di popolare che voi gLimarbto e ch’Egli e GINA moltissimo, dappoichè la ondlarità che. altri compra ol usurpa con prestigio per ‘gervirsi del st: popolo sez mai servirlo,, fu da ni mortata ver la i sua Vul Sings fede democratica, per lamore è a F feno che portò alle arti ed all'industria per la semplicità e dolcezza di ragionare e d° ARNO il x : : pic: popolo. E lo affermato i suoì scritti elaborati pazion temente nell'ufficio di Bibliotecario civico, unico cd x . i 3 AR sha tia Va WE EPICA ANTITESI MIE 7 III O AC IL, rt al ni di ars Me A .oltre modesto compenso concesso in vita a tanto si merito dal suo Municipio. Sa interposti amici, di poter disporre dell ampia gene: rosità di facoltosi benevoli. Quale si fu adungue IL SE 4A reagente funesto del suo misero fine?.. To: dirollo corroborata nel’ ultimo — le amiche- voti cure. ‘« Tommaso Torteroli di costituzione linfatica con andò soggetto in gioventù a fasi e campò malaticcio, con ipo- el che da me e da molti si rammenta ancora, viag d Le NO PIA a loi {che di lui genitori nella matura età manifestarono stranezze di mente ed aberrazioni, si avrà ad esu- beranza onde affermare che il Torteroli per gentilizia e per eventuale“allucinazione fu spinto inscientemente alla fatalità che ce lo rapiva: ed a buon diritto quindi conchiudo che quell’ anima esemplare non è .impu- tabile di colpa. i « Sia dunque condegna lode a voi tutti che col- l'opera e colla presenza vostra concorreste all’ ono- ranza dell’ Uomo il quale, obliato in vita da chi avria | dovuto rimeritarlo, e sorreggerlo almeno nella faticos® via, lasciò dovizia letteraria di affettuosi lavori, e di inestimabile esempio, alla patria ed alla posterità. (Zol ora, Tommaso, dilettissimo Amico, se il tuo spirito angelico aleggia qui ad ascoltarmi, condona e e a disadatto mio tlire: e se pur nonpertanto ques ; LE mio cordoglio alla cara Madre, AR te 3°. SA modesta virtù, che qui stanno a lato art ; > LO, ri altrove del sangue mio ti precedette, ah nell’ eterno riposo. » ; LI il troppo presto, i. un'accusa è un ’ anniegtatla, metter in ridicolo l'accusatore è se non altro un i veder deprimere chi sta wu po' in al s 4 csi (tratta di cause gra avi. i È pari. Eccone qualche esempi futarei in due modi. “nel dire e nel ripetere, Precetti oratorii a ncur il far ridere è un mezzo di difesa, @ 4 sovente metter in ridicolo un'accusa è de- È molirla. Dice il Veronesi: « Metter in ridicolo E V/ vincere presso la DA divertendola, per quel Co0Ì innato ch’essa ha a to. Lo ‘scherzo non è naturalmente ammissibile quanido 2. Una fine ironia, uno stile satirico, giovan del Once i ende a giustificarsi, cioè a con- Il primo è generale; © consiste che i nostri argomenti. sono uno scoppio d’: > Egli aduuque pr un sinistro dirugginar di denti, an'alchimia dialettica da casista, un labirinto di fallacie, di falsi suprosti, di botte finte ecc. Come. ognun vede, queste sono ragioni eccellenti, che por- tano il nostro torto all’ ultima evidenza. > ì A. FRANCHI. t Si suol dire comunemente, mon esservi causa tanto disperata che non possa difendersi con qualche apparenza di ragione; ma al nostro povero avversario era riserbata la gloria di provare col fatto suo, che anche quella regola ha le sue eccezioni; giacchè la causa che egli per sua disgrazia avea tolto a patro- cinare, era talmente sciagurata, che niun sofisma al mondo poteva recarle sussidio. FRANCHI 3. L’'interrogazione sfugge di sua natura alla discussione, poichè nulla affermando e nulla negando, esce fuori dal campo della verità e dell’ ore GIRI mane in bilico fra le probabilità, le congetture, i possibili, i dubbi, i sospetti, i timori, ecc, ec. Tuttavia essa ha sovente nei discorsi una parte efficace come effetto oratorio; sovente una serie di incalzanti domande vale quasi a conquidere gli uditori e ad indurli ad affermare con noi. Il Segneri nel bellissimo esordio della predica del . Mercoledì delle Ceneri, dopo avere annunziato 22); 1 uditori che tutti d>bliamo morire, e aver fatto loro vi: rispondere che lo sanno, che la cosa è vecchia, così | SA ripiglia: — po « Voi lo sapevate? Come è possibile? Dite: e non siete voi quelli che ieri appunto scorrevate per la città così festeogianti, quali in sembianza di amante, qual di frenetico e quale di parassito? Non siete voi che ballavate con tanta alacrità nei festini? Non siete voi che vi abbandonavate con tanta rilassatezza distro ai costumi della folle Geatilità? Siete pur voi che alle commedie siedevate sì lieti? Siete pur voi che par- — lavate dai palchi sì arditamente? Rispondete... » Ecco altro mirabile esempio della efficacia delle in- terrogazioni che togliamo da un discorso del P. Giro- ‘lamo Tornielli, illustre predicatore del secolo deci- mottavo: NT aan “« Etunon parli, o Cattolico, dirà Cristo? Tu figliuolo | del mio Battesimo, tu allievo della mia Chiesa, tu. | erede della mia fede, tu nodrito a’ miei Sacramenti, io ta sposato alla mia grazia, tu degnato de’ miei amori | É egli vero che io ti detti a bere il mio sangue; che. io ti fei pascere delle mie carni; che io ti tenni all | mia scuola; che io ti lessi le mie scritture; che io ti | confidai i miei segreti; che io t’insegnai dalle cat: | — tedre, ti commossi dai pergami, ti ammonii dagli altari? E tu di tanti sentieri d’ andar al cielo, non ne cogliesti pur uno? Tu sarai dunque perduto? Tavrì io dunque oggi a confonder coi miscredenti? con gli atei, dei quali più ampiamente parlasti? con gli ido- latri, dei quali più laidamente scrivesti? coi Turchi, cui pareggiasti d’ intemperanza? cogli Ebrei, cui so- verchiasti in avarizia? con gli Eretici, cui fosti innanzi a bestemmiar il mio nome, a spergiurar il mio sangue, a profanare i miei templi, a beffare i miei sacerdoti, a calpestare il mio Vicario, a violar le mie spose, @ trapassar ogni legge del mio Decalogo e contraddire ogni detto del mio Vangelo? Tu ne vai dunque dan- nato coi miscredenti? Il santo carattere del cristiane- simo non ti salva? La comunione cattolica non ti suf fraga? La mia misericordia, i miei dolori, la mia croce tì rendon reo di maggior dannazione? Così era egli dunque da corrispondere al ben che ti volli, che ti feci, che ti promisi? Neppur con tanto mi meritai che che tn almen ne mici poveri mi riguardassi? Fino di si "un frusto di pane, di un sorso d’acqua tu mi fosti picasa: Non mai da te una visita a me infermo, un | cencio a me ignudo? Non mai di tua mano un con- i i oe a me DEAN ; di tua: casa Au stanza. a me MRS mi fiaccava le braccia e mi rompeva i fianchi senza mercede; per te, erudele, che pur tanto ne avevi pei cavalli e pei cani e per ogni peggior servizio de’ tuoi ; piaceri! Ma forse che io mai mi rimasi per tutto ciò. dal premerti e chiamarti ad emenda® Quid est quod —* debui ultra facere, et non feci? (Is. c. 4; Anima in- d grata, che non adoperai, che non mossi per vincerti 18 all’amor mio? Un giorno trovami, un’ora mi conta della rea tua vita, in cui l’ occhio pietoso della mia grazia non ti seguisse cercando d’ogni tua traccia. Che dolce cura non mi presi per essa di te fanciullo? Per quali orrori improvvisi mi frappos’ io alla eurio- sità maliziosa di quei primi tuoi anni? Quali acuti rimordimenti ti fei io sentire di quella prima libertà giovanile che contra me ti pigliasti? In età ferma per quante vie t introdassi nell’ anima il disinganno dei falsi beni? Nell’estrema vecchiezza di quanti aspetti ti figurai allo spirito il timore della morte e il ter- (00 rore de’ miei giudizi? Ben ti deve ricordare di quei dì solitari, di quelle notti funeste che viso ti presentai, | che scosse ti detti, che parole ti dissi in cuore. Tu stesso alcune volte teco medesimo ne piangevi, tu | stesso mi coufessavi che io non ti lasciava pur un momento consistere nel tuo peccato. Da me dunque non si rimase, per me non istette che tu non Posi a par d'ogni altro arrolarti infra gli eletti. Or perchè dunque ti veggo io qui tremare tra i riprovati? Aniina ingrata, se non mi desti nulla del tuo, almeno il mio rendimi, il mio. Dov è, dov'è la stola bianchissima ch'io pur ti cinsi; gli abiti santi di che io ti vestii al Battesimo? Dov’ è la grazia santificante che ti rendette sì Lello un tempo e sì amabile agli occhi miei? Dove son essì i doni, le virtù, i Sacramenti, le mie piaghe, i miei sudori, il mio sangue? Redde rationem, vedde rationem. (Luc. c. 16.) Domando conto di te, di me, della tua vita, della mia morte, de’ tuoi fatti, del mio Vangelo: redde rationem. Parla, malvagio, parla. In- Ventami qralche scusa de’ tuoi peccati, trovati qualche scampo da’ miei castighi. Deh! Signore, quale scusa a voi che tutto sapete o quale da voi che tutto potete? Peccavimus, inique egimus. Justus ess Domine, et re-. chwn gudicium tuum [B. Reg. c. 8. ps. 118.]. Ma no: Sostieni: che a pienamente convincerti, io vo anche ve- Gere se forse alcuno di mia famiglia mancò alle commessioni già dategli per tua salute. Angelo destinatogli per custode, empiesti tu le tue parti? - Grande Iddio, da quel dì che voi destemelo a custodire, quando mai pin ‘vedeste da lui diviso? Io me gli tenni sempre a lato, or per difesa, or perguida, or per consiglio, Lo soccorsi nei dubbii, lo rinfrancai nei cimenti, lo ammonii dei pericoli, lo £ t; b) RIA sfuggì. La seconda volta vi ferma l'attenzione, 10.4 comprende meglio, lo afferma e vi fa sopra le sue 4 i CO REESTI La a finalmente IL argomento entra pienamente nel sno cervello, vi sì confieca, se ne im- | padronisce. Bisogna però cercare di formularlo volta per volta in modo diverso, con frasi muove, per evitare x la monotonia. D altronde,, anche. parlando bene, Il troppo stucca e talvolta si direbbe CHE Giurati si | vendicano delle troppe ciarle. di chi: abusa della parola. » . Questo fermarsi a lungo. sul medesimo. “pensiero; POE però in ARES guise, prende, il nome di | espolizione. pet È 8. Simile all’ ospolizione i cha luogo è aio no quando un affermazione cnerie od na sentenza si dimostra vera in tutt (a ; It 3 x condizioni particolari. € Cristo fuumile > cceo Ù, sentenza ii 4 ora I le, TAO letto, mimil ves stimento, e vivendo volle. 0% r offerto @ ‘comperato comi nel mozzo dei dottori domandare come disce Giuseppe ossare soggetto. Umi cioè di pescatori: essere hat- tozzato da nomo, e tentato dal diavolo CU minore: senza proprio, viverpoverole pagare il censo. ‘ Villania, oltraegio, vituperio, rimprovero, infamia sostenne. E, dr predicando,, © facendo miraco 3 umil circonciso CIME pi eccatore, SELVO ; polo: ca Maria e a e Mmpagnia aver volle i | Konza difendersi. i a fuggiva la ‘gloria e l’amore ». E ine sn SR i x do Ci È Vasi 1 PASSAVANDI w a RECTO poet £ ‘tore 0, scrivo l'Abate, Fornari, non accade quas vi Chi non lo Saf quale opera di oloquenza non i È NZ Donda? Qu sono d'accordo tutti: Greci, È Di cristiani, antichi è; moderni usano 1 LO ana « Che ammo sia. Dì esempio in mano de asi. il como pot tente motivo della volontà umana. più £ Se i cinesi hanno, fiato di elo i ) @ ‘popoli imporfettamente i 0 Tuo Lù. cosa riducesi ù a degli. osempi. T qual È le tanga, SUnR, l tutt i S RIO che non sieno laudative ricorre frequentissimo l’esem: A pio; onde all'oratore si prescrive, che sia dotto delle SM 3 storie, e ne cavi opportunamente stimoli ad eccitare A Ì È con l'emulazione i suoi uditori ugli atti generosi, 0 col 3 | timore dell’ infamia e del danno distorli dalle imprese | disoneste. L'utilità, dunque, e l'efficacia di questo i | mezzo 0 proprietà dell’eloquenza è indubitato » i 10. Di costa all'esempio va la parabola e. l’apo- Vari logo, di cui è diverso però l’uso e 1’ ufficio. Quella è sempre discorso grave e di grav e eloquenza parte; (3 l'apologo, salvo rari casi, pende sempre nel faceto. Mi E qui pure scrive ottimamente l'Abate Fornari : Li « Forse mentre da noi si v oratoria di questi due compo derà attorno Maravigliato, a dimostrando l’essenza nimenti, taluno si guar: cercando con la mente poco di storia straniera conoscenti, di necessità dovea mMeorrere a finzioni fantastiche, per dar corpo alla leoce . . ae) morale e proporzionarle alla finita capacità dell'umano alla parabola è quella che consiste in un trasferir e. 1 l’oratore fa sè e tutto 1 uditorio in tempi, luoghi | condizioni diverse dalle presenti. E finale e lo descrive, quasi che egli e gli uditori tutti vi Mot trovassero in quel punto. Eschine si vale bollamente di quest? immagine nell’orazione di risposta a della Corona del suo gran LA Damiostene be: volere. A chi è ignoto Vapologo di Menenio Agrippa, della ribellione di tutte le membra contro lo stomaco? Bastò quell’apologo a rabbonacciar ia tempesta di una. plebe fatta indomabile dal sentimento della sna forza e della violata giustizia. E quando fu mai che la pa rola di un uomo avesse maggior vigore? E quello 5 non fu egli vigore della moral legge individuata e. ravvivata in una immagine? 0 diremo, che Menenio Agrippa non fece opera di oratore? E che fece dunque? A me mi è paruto sempre giudizioso un motto di Tacito dove si accenna il lontano principio dell? eloquenza latina appunto in Menenio Agrippa. Principio rozzo, quanto vogliate, imperfetto, indegno anche, se vi piace, del nome e del progresso fatto di pui, ma PERGRO certamente di vera eloquenza. » ; SCE 1]. Altra immagine oratoria efficacissima e simile DE Ne abbiamo bellissimi esempi in molto prediche, | quando oratore si trasporta col pensiero. al giudi 0 O] « Fatevi un po cora mente dal Tribunale, ove siamo, al teatro; e pensatevi «di vedere che il ban: ditoro venga innanzi e che debbasisfare,, secondo il AUG II OR, ene Te pria € nl i nol ih Oo Di persona, 5 vedere fa città presa, ch dia mura, incendii di caso, madri. e bambini monati in servitù, uomini c donne. cadenti per vecchiezza, tardi divozzati dalla libertà, ‘ piangenti, supplicanti sdegnati non di chi li percuote, È tua di chi ne fu cagione, scongiuramdovi che a vertin patto il flagello della Grecia non si. coroni, anzi vi guardiate dall infausta fortuna ‘che e accOMpagi Ta costui; chè nè a repubblica incolso mai bene ne al uomo privato che avesse i consigli di Demosten veguiito. TINELLO I s (ASTE aaa ds ‘Per valersi ‘con efficacia si questa. figura ‘biso! gia dapprima APP: ‘Tecchiuro deli canini (00 accen: i clero si gradi la Tanta» asia; qui: apI ne SOI ot ada giova moltissimo Foe ne MIELE i eo d di dol discorso 220 ma, si osservi, cotto non è falsarlo, allungare sl discorso non w dire renderlo prolisso, bensì fermarsi più a lungo. si un pensiero per meglio farlo rimarcare ed imprimer nella mente di chi ascolta. Donde « adlenque quel non so che di antipatico che a questa parola si e sn nottere?. L'amplificazione ha iposo in più guise e cioè a) con usare ad arte parole di significato più gra O più leggiero del dovuto 0 valendosi DEA CONeg Jo vo Paz o d'altra figura p 0) coll agerandire un tutto per via di compara e confronto, le circostanze di un fatto ‘paragonan do si ciascuna a ciascuna x Di ©) coll'aggrandire la figura dotta ‘graida; ai crescere DI diminuire il concetto sali passando: per vari gradi Erasta ar) lasciando ‘inferire a chi ode la grandezza, pie: lezza. ‘od impossibilità di una cosa, 200! pnal i tanze che sembrano ad esse ostrance | e) esponenio minutamente ogni. TO, ndo molto uso di definizioni, di Di, oto n È inter 100 immogini, e comparazioni, sospensioni, cre. oppure diminuendo una cosa enor endere Sio se ne RA da Lesa altro mag Ca 7) valendosi dei conseguenti e degli antocedoi e cioè dalla Srandezza degli effetti far arguire quella della causa o viceversa 1 ion da più dun 3 ad esso sia posta dal - l'uditorio maggior attenzione Br i E i SS %) dicendo di cosa 0 persona non Giò che è, ma ciò che non è; in Siftatta guisa può l orazione ic; diventare infinita (Aristotilo). i: È 13. E per concludere ecco altre saggie parole del- a. Abate Fornari. Si Come il letto delle acque non ha interruzioni, ra solo piegature, seni, gomiti, giramenti che non cn distruggono la continuità; così la struttura dell’orazione ha sue pieghe e modi e movimenti varii, or So più lenti ed ora più concitati, ma non divisioni, non Fe discontinuità, non riposi e ricominciamenti, non parti 5 tra sè veramente diverse. de . Da questa continuità delle membra e intima loro. |. congiunzione risulta in gran parte l’unità dell’ opera.‘ d’eloquenza: quell? unità, dico, la quale deve suggel- e tra gl’altri. Re anche l’orazione. Bisogna la congiuntura delle membra di E: . per l’unità dell’orazione; ma più bisogna l’accordo interiore delle cose. Niente dicasi che contrasti 2 ciò | © che si è dettooa ciò che si dirà appresso; non si ecciti | affetto che distrugga o scemi la forza di un altro già | eccitato o che bisognerà eccitare. Nè questo è tutt: | Ei bisogna che ogni cosa la quale si dica ed ogm i NE: passione che si ecciti, concorra Con tutte le altre, aiuti. rinforzi, accresca l'affetto unico a a si mira. E quì ù DI l'industria umana ha suo potere, come ha potere dim ‘ primere unità, se così posso parlare, nelle acque cor4 ‘renti. Ogni nuovo passo che l’orazione fa, sia comei rivo che si scarichi nel maggior letto, ho lo me scolate onde diventano indiscernibili tra loro, né por. | gono altro indizio di sè, che il cresciuto volume e la cresciuta possa del letto. Con questa dilivenza di non. lasciar correre da sè nè disperdersi veruna delle im- | pressioni oratorie, il nostro lavoro conseguirà non. È solo la necessaria unità, ma ui’ altra dote eziandio | ‘che non è punto men rilevante. Io intendo di quel : | graduato crescere e rinforzar dell’orazione, a mano L Tao che d° si va accostando fi: Suo. termine: al torrente alla foce. F questo. è la perorazione ; SUL finire dell’ opera oratoria raccolto e vittorioso. Onde 1 maestri dell’ arte sogliono richiedere, che. l'ora pre in sul termine ripeta. brevemente tutto quello che ha sparso si di. pruove e'sì di affetti in Ri razione Noi mon. vogliamo preserivere | nè quest altro artifici 10; che talvolta cade e tal altra. non È Ben tace omandiamo, che egli trovi. maniera $ Re TA in sulla fine, Bei, usione verrà da se mede } Cva questo la conel tutto | ante sima, più gagliarda e impetuosa, che cede nte, come quella ene aduna Je forze e gli impet di tutta l'orazione. » ni +39 “di dei =: val | | pi V di F . E, v i 4 % dc ‘A ì i Di questo ti ammonisco, chè be n De arte senza uso non giova molto. Bi: ES Ed, È Ammaestr: de egli Ia TRL: » Si O conclusione del nostro lavoro non crediamo. “RR A We DE ‘inutile registrar quì sotto «poche osserva= NI zioni che, se proprio tra il dire e il fare Dona dovrebbero render n discorso. Su “S entrasse di mozzo il mare, capaci DI principianti ad improvvisa sare u qualunque argomento di propria competenza» Ple Considerate attentamente sotto ogni #5 tto si pei oggetto del vostro discorso @ suddividetelo nelle e ] ‘ principali. Le idee si trovano, come dici zonÌ col meditarvi SU; ma bisogna do ciò co sa rdine O) non Lar: riesce et E JIA i 9, Non cominciate a parlare prima di aver p suto alla forma, allo svolgimento, alle parti, alla co elusione del vostro discorso. 3 3. Procurate di richiamare @ memoria inttali È idee vostre od altrui intorno al vostro argomento, 1 detti e i fatti che ad esso in qualunque modo si ri feriscono. È 4. Curate la semplicità e 1’ uniformità di soll mento e la conveniente proporzione tra le parti. 4 5. Ogni cosa del vostro discorso sia conseguenza, di conseguenza. Quel che segue aggiunga sempre a, «uel che precede in affetto o in idea, e avrete elo- | ueaza. Questo è precetto del Tommaseo. 6. Quanto alla scelta del soggetto quando n° i Îl caso si badi ch’esso non sia frivolo, avendosi | Oggi in fastidio gli argomenti nulli ed in genere ogni. Spreco di ingéeno. Sia proporzionato alle nostre di i © scelto dove già abbiamo molte osservazioni ordinate: a chi lo sceglie così, dice Orazio, non gli POSSONO Mancare nè idee, nè ordine, nè parole. Che sia nuovo oppur no, non importa; la novità ° consiste nel modo di trattarlo; ma è bene annunziarlo, si 10060 Sotto una forma possibilmente nuova. I Noi iamo, figli Sil SRO abitudini, e Hi: | consegr loterminato tirocinio speciale. Jivenir oratore deve dedicarsi 2 fare : di- romo così degli esperimenti. Scelga ogni giorno un argomento diverso e possibilmente a caso e veda di tosservi un ordinato discorso tenendo presenti gli in- dici che abbiamo dato per lo svolgimento di ogni È singola parte del discorso. È L'oratore americano Enrico Clay, si legge nel Self help dello Smiles, spiegò così ad alcuni giovani il se- greto de suoi trionfi. La mia riuscita la devo sopra fi tutto a questo: che all’età di diciassette anni cominciai, e tutti i giorni una. Ne consegue che mn chi ama e per molti anni contimuai, 2, sfar lettura e parlare poi con abbondanza sull’ argomento È trattato nel libro di storia o di scienza che avevo letto. Io mi dava a siffatte improvvisazioni, ora nei campi, ora nej boschi, e spesso anche in una stalla, dove non avevo altri uditori che il bue ed il cavallo. A tale della più grande di tatte le arti iv | pratica precoce e determinati che hanno se- 7 devo. gli impulsi primi gnato la mia carriera e la mia sorte. : 8 Nè in minor conto si dovrà tenere la neces | sità dì contrarre l'abitudine di parlare in pubblico. Se | Demostene, oratore greco a niuno secondo, arringando Si nnanzi a Filippo, Re di Macedonia, impallidiva così.{ rtemente, da venirgli meno tutta la forza del suo ACE ì ti HE y3 suna delle cose che doveva i quale | sgomento non s' impadronirà di chi, non pratico, in prende a parlare in pubblica adunanza? L’eloquenza, scrive Veronesi, è un: pool ito spontaneo in chi sì trova in istato d’eccitazione. P. quindi in tale stato è il modo più semplice per cis Vere il problema dell’eloquenza. » 3 (E narra l’esempio di un tale che, a freddo, dopo la prima giovinezza non era più capace di fare un sol | Verso se non. con grande stento, ma se in quale | cena beve un po di ona si accendeva tanto da diventare improvvisatore, e di versi non mediocri. ì «Lasciando stare da parte le eccezioni, conveniamo col Veronesi che l’eloquenza è un di psicolo- gico che si manifesta ogni volta che le nostre facoltà x | fono eccitate, vengono in qualche modo esaltate. Chi | | non ha visto per sone timide, taciturne, ‘buttar fuori un, pete di dea in ica d’ ira, di sdegno, (irta ur Adnnque mottersi in istato di moderata eccitazione, | bicchiere di champagne, è il segreto | 0 GUELO Ko trovare una ai Bit n anche con un per diventare eloquenti, parola calda e vigorosa. Chiunque di noi, scrive il già lodato Veronesi, per quanto sobrio sia, anzi più abitualmente è è sobrio, alla fne di un pranzo cordiale, in buona compagnia, avrà. trovato una parlantina che se ha per appoggio inge- gno ed erudizione sufficiente parrà eloquenza, € ci s darà, alla lettera, la facoltà d’ improvvisare discorsi | Sa cui non si era menomamente pensato prima, @ molte | volte più felici, più spontanei di quelli lungamente | | meditati, o, meglio, preparati e scritti: ci darà una. | Specie d’ ispirazione. to SAR 10. Anche la memoria, che ha una caga im- portanza per l'acquisto e 1 uso del sapere, è necessa Sia coltivata con amore. Serive a questo. proposit. | Cicerone. (Dell'Oratore Libro I) Che dirò della È memoria, tesoro di tutte le cognizioni? La quale se non custodisce le cose trovate e meditate si capisce mente che tutte le altre doti dell’ oratore, BSs vi > vanno perdute. È: TE vuolsi una buona memoria intellettuale, ‘q emoria la cui azione nasce dall’ intelligenza del tto © dico ha per base il SETA delle uo TO 4h La Bi. le relazioni di causa ed effetto, di mezzo e di fi (quella che si consegue col moderno insegnamen scolastico), la quale consiste semplicemente nel ritene: e recitare delle parole in dato ordine, anzichè ne richiamare le idee per mezzo del loro logico legami Convinti di queste verità noi abbiamo trovato (d po studi fisio-psicologici ed esperienze pratiche che furon, per la loro natura medesima, lunghi assai). Sa trovato, gli è breve tempo, un nuovo sist ma di mnemotecnica, sistema che torna d’ una fedeltà È infallibile perchè fondato sulle leggi naturali della È memoria e non su combinazioni artificiali come i varii Sistemi mnemotecnici escogitati fin quì. Il nostro Cul tun metodo nuovo, che in possesso di qualunque in- | telligente, può no un vero tesoro per la facilità 0 | la sollecitudine ad imparare e ritenere perennemente “ memoria qualunque nozione, il contenuto di qua: “a libro letto una sola volta. NPRSuE difficoltà Nitenere. ORA 0 sistema, UR studio, | per. dido.che sia, DIN QUE un BC porone si vedono Laggo Questo metodo, facilissimo ad apprendersi. chissino tempo, rende eminenti servigi in qualangue Ch) rano di studio; facilita prodigiosamente g oli esami sco lastici; pone in grado dè pr onunziare sermoni, discorsi, lezioni senza l'aiuto di note 0 del manoscritto, che È basterà aver letto una volta sola; rende facilissimo | qualsiasi studio e giova immensamente in a qualunque emergenza della vita. quotidiana. Questo, Hcno è insegnato completamente i nos tro libro L'ARTE DI RICORDARE 2.a edizione che costa Lire Presso; l'editore S. Lapi di Città di Cel (Peragia): SR INDICH: see procetti atti a procacciarla | ERo A IL Dello Hr pube BR II. Delle parti del discorso.Svolgimento delle parti dui fr . discorso Feordio oo Proposizione Rene Definizione e partizione : sat VALUTA = Gata . si Y E n DE») VIaSSi Descrizione . Ra RI x. Relazioni e 5 Na SIC Dimostrazione | Ve; DEI: î e du 4 CS oratorii 5 Mu Precetti L'ULTIMA PAROLA DELL'ARTE STENOGRARICA LA STENOGRAFIA IN TRE LEZIONI Con metodo nuovissimo, originale italiano, dovuto ale l'autore medesimo del presente volume. S'impatt da sè, in un giorno. Lire 2. In vendita presso l'Amministrazione del Giornale per tutti a Ivrea (Piemonte). Questo metodo semplice, facile, breve, rapidissimo; derivato da un attento e lunghissimo studio della mostra ortografia; a della nostra lingua, ottenne della costituzione @ dell’eufoni un tale successo, suscitò un tale giustificato entusiasmo che allo scopo di diffonderlo si formò tosto un'importante Associa” zione Nazionale, che volle acclamare et Presidente Onorari? to: l'autore del metodo, e il cui Comitatorè così compo? dp S. E. il Conte Costantino Nigro, Senatore del Regno, ‘Ambascia” la Corte Tmperiale dA tore di S. M. il Re d’Italia presso i, stria. S. E. il Conte Ghiglieri, Senatore del Regno. Tati tore. Burone Ing. Severino Casana. Senatore Comm. Chiala. Senatore Comm. Avv. Secondino Frold. Conte Avv. Giacinto Cibrario. Senatore Comm. atore — Senatore Comm. Prof. Graziadio Ascoli. Senato fino di Valperga Conte Guido. Senatore Gom Senatore (ruido Fildellu. Sena togno. Depututo Comm. Avv. Pr Comm. Avv. Romuuldo Palberti. D 1 D Deputato Comm. Tuneredi Gulimberti: =. 2 pucca: Carlo Compans. Deputato Comm. A oto Mar i Prof. Francesco Parinets: > DOP e asco. Comm. Giuseppe, Giucos ei ‘i e della R. Univertità do Bolognini, . Università. i n QI Ing» Vittoro Sclopt5 Nouni giudizi sul sistema memonico dell'Autore Genova. È opera di gran momento quella a cui Ella con tanto amore |. e dottrina si accinse, imperocchè base di ogni sapere umano, | di ogni portato dell’ intelletto, di ogni ordinato impulso dell’a- nimo è la memoria delle cose, che acumina lo spirito d’osser- vazione, scuopre il vero, rispurmia gli inutili sforzi de lla mente. Coltivare la memoria dovrebb'essere il fondamento, di tutti. gl’ insegnamenti didattici, affinchè il pensiero individuale non Si trovi mai isolato e non ci sia mai ‘sperpero di energia men- tale e psichica. | Rn Auguro alle di Juei teorie, che riconosco basate sopra prin- cipii razionali,, la sorte fortunata che si meritano ; a lode di Lei ed a vantaggio di tutti. se Vico- Ammir. Comm. Cario De Amezaga. Finalmarina. Colgo quest’occasione per tributare alla S. V-_IL d glioso. Esso possiede dei pregi incomparabili, © P ne, ogni enco \ to. Peccato € | grande per i cultori del bello, del buono, dell’ utile che più diffusa, meglio cor i P. Macario da Ghul Lettore di Teologia e Vicario CM Porto Maurizio 15 [ags Ho letto con piacere © ‘profitti le assicuro che ci ho trovato mn prova, di memoria ammirabile. | ì miei complimenti più since Prof. Brescia. Ho letto con vivo interessamento le sue lezioni sull’ Art ; ricordare, e Le faccio i miei rallegramenti per aver trovato SI che, bene applicato, può dare frutti eccellenti per lo svolgimento delle facoltà ritentive della memoria. E desti # tabile ch’Ella faccia molti proseliti fra i giovani onde questi possano profittare debitamente delle di Lei ottime lezioni. (Prof. nel R. Istituto Tecnico di Brescia) Pavia. Roma. i ica, Ammiro. schiettamente il suo sistema di mnemofecnica, ioni ch’ Ella riconosco giustissime ed assennate le CERA ca o espone così diligentemente e nun mi meraviglio q sultati ottimi ottenuti. (Min. Agric. Ind. e Comm.) Prof. Rag. Ulisse Zanotti Trieste i >, non Col suo metodo Ella imita la natura, non ciecamente; pi è 5 b CELSO la va-- seguendone macchinalmente i precetti: sibbene imitando n e zionaimente, per analogia e nel suo logico ada vale si circostanze, seguendo infine lo spirito e non la letter suoi procedimenti. fl suo metodo è un € da Ella enùmerati ni Studio un piacere anche a coloro per cui era prima una pena, generando in tutti una volontà intensa di studiare. Vittorio Donati pubblicista. Portomaurizio 2 Agrile 1893. Il yostro metodo mnemonico è fallibile, né può essere uguagliato. È della più grande nutilità, dappoichè tutti i vantaggi, (e mon son pochi) che voi eli attribuite, io li ho già tutti consta- tati, e se ho potuto constatarli io, logoro: nel cervello e nella memoria, grali maggiori utilità non ricaveranno da esso gli Studenti di qualsiasi ramo, di mente fresca e di giovane età? Essi col vostro sistema non hanno più bisogno di prendere appunti durante Ja lezione del professore, perocchè voi fornite loro col vostro metodo un vero talismano dinanzi al quale ogni Ustacolo nello studio svanisce eccellente, facilissimo, in- Gerolamo Spinelli. ava osi A apo d'opera. Oltre a tutti i Mo, i 3 un altro ancora ve n’ ha: rende cio P in COLTURA E PROP? 3AZI di piante nuove © di vegetali utili © poc e/miglioramento di ortaggi comi r tura ed alla propagazione di: Bc poco noti, nonchè al migl @imuni, sotto lan direzione di Il Giornale per tutti. fiori più curiosi @ stray gi teressanti, dei vegeta! È db; Gi ALTRE: PUBBLICAZIONI DELLO STESSO AUTORE La L'ARTE DÌ ESSERE PROMOSSI AGLI ESAMI (opera preziosa per eli > Di studenti, per chiunque ha da subire nn esame), L. 1 5 È L'ARTE DI IMPROVVISAR VERSI sia in teatro, in sogietà, comeca ta- ‘1 volino). 1.. 0,80. P nr LA PREVISIONE DEL TEMPO ALLA PORTATA DI TUTTI. — Mozzi facili.e sicuri basati sulla scienza. = 1. 0, 50 gi LE CURIOSITA’ DELL’ERUDIZIONE. Guriosità storithe, scientifithe, Varie, Oricim e leecende — L. 1,75. % + IL LIBRO DEI PERCHE’, — Spiegazione scientifico-popolare dei fenomeni | x . d’o&ni giorno. = L. 1, È, 5 DI UN SURROGATO AL TABACCO PRIVO DI NICOTINA, immen- DE “ssamente economicò, superiore in fragranza al tabacco naturale, usatis- i “simo all’estero e alla portara di tutti. L. 1. ni LA VITA A BUON MERCATO. I. 1. > LEE ARTI ED INDUSTRIE DA DILETTANTI ENCICLOPEDIA DEI LA- Met VORI DA DILETTANTI. Lavori su legno, vetro; specchi, metalli, marmo, pule c cellana, tartaruga, madreperla, schiuma di mare, cartapesti, gesso, pelli, piante, tappezzerie, tessuti, piume, cuoi, fotugrafia, fotominiatvra, incisione, scultura, chimica, plastica; pittura, conciatura, bronzatura, argentatura, doratura, ich - latura, eee. ecc, L. 1,50. »; UTILIZZAZIONE DEI RESIDUI. — Sessanta utilizzazioni di residui, da x È SO trarsì serio profitto per l'econumia domestica, l'industria, ce la de 50, fi late RASSEGNA DELLE SPECIALITA’, Segreto di composizione di cento e o fra le più importanti spec alità e nuovi prodotti ind istriali.col relativo detta- dA gliato processo di fabbricazione. Utile a tutti trattando delle più disparate spe- E° cialità, 1.1, Tutte queste opene e varie altre dello stesso antore sono in vendita presso l’àmministrazione del Giornale per tutti a Ivrea. Presso la stessa trovansi pure in vendita le seguenti into vessantissime pubblitazioni. TUTTI PIANISTI, — Metodo per ‘imparare da se stessi a suonare il più noforie, Seaza conoscere la musica, senza bisogno ui maestro. Metodo.elo-* giato da distinti Mpestri Fienlato earartito; 1.9; dt " LA PRODUZIONE DELLE PERLE A VOLONTA’ E IN CASA PROPRIA MIE Vanevamento dell'oscrica perlitera dell'Arkansas, del Dott. nica. == DELLA RIPRODUZIONE DI PIANT VI et E SENZA INTERMEZZO DI b VAIO NUOVO METODO tei brot. U. Hiaichi, = 2; edizione; = Gun ynesdi GA Dai chimqne puo rimboscare il suo monte o il suo piano nello stessy pride chi, eialeita all'opra e, ciò che è più sorprendente, ie t.lee di vil; het. LA FABB MUD SAL Uricazione RI d'olio d'oli ME, ece; vil di ni Di p | processi È Comonrica di RO È dista LAN, e SVI ento gui | 15620 VLD 00 LA pagina del sito di Albani. Albani e Buonarroti AGA MAGÉRA DIFÚRA Dizionario delle lingue immaginarie (Zanichelli; ristampa; Les Belles Lettres), oltre 2900 voci, 98 illustrazioni, schema analitico delle lingue immaginarie, prospetto cronologico dei principali autori di lingue immaginarie, ventotto pagine di bibliografia (per visionare la bibliografia cliccate qui). Le voci riguardanti il teatro sono a cura di Alessandra Barsi. Il titolo è ripreso da una poesia in lingua inesistente scritta da Tommaso Landolfi nel racconto Dialogo dei massimi sistemi: Aga magéra difúra natun gua mesciún Sánit guggérnis soe wáli trussán garigúr Gùnga bandúra kuttávol jeris ni gillára. Lávi girréscen suttérer lunabinitúr Guesc ittanóben katir ma ernáuba gadún Vára jesckilla sittáranar gund misagúr, Táher chibill garanóbeven lixta mahára Gaj musasciár guen divrés kóes jenabinitúr Sòe guadrapútmijen lòeb sierrakár masasciúsc Sámm jab dovár jab miguélcia gassúta mihúsc Sciú munu lússutjunáscru gurúlka varúsc. Il dizionario è un viaggio nella creatività linguistica, una raccolta di lingue inventate nei campi più eterogenei (letteratura, teatro, cinema, musica, pittura, pubblicità, fumetti, televisione) e per le finalità più diverse (religiose, comunicative, espressive, ludiche, culturali). Esce una ristampa del libro. Per alcune recensioni alla ristampa cliccate qui. Nelle due pagine centrali della cultura di "la Repubblica" esce un articolo di Francesco Erbani Parole, giochi proibiti, per leggerlo cliccate qui. Leggete la recensione di Umberto Eco su "L'Espresso". A proposito del tradurre da una lingua inventata, Eco cita Aga Magéra Difúra anche nell'introduzione a Joyce, Anna Livia Plurabelle, nella traduzione di Samuel Beckett e altri, versione italiana di Joyce e Frank, a cura e con un saggio di Bosinelli, Einaudi, Torino, "TuttoLibri - La Stampa" Bartezzaghi recensisce Aga magéra difúra: leggete qui. Articolo di Bartezzaghi su "la Repubblica" intitolato I fabbricanti di lingue dove si parla ancora di Aga magéra difúra. Sulla "Domenica de il Sole-24 ore Dossena recensisce Aga magéra difúra: leggete qui. Una voce Aga magéra difúra, dedicata a questo dizionario, esiste nell'Enciclopedia dei giochi dello stesso Dossena (Utet, Torino). Una bella stroncatura del libro (finalmente), a opera di Sebastiano Vecchio, intitolata Per chi è appassionato di linguaggio (in pratica ci rimprovera di non essere dei linguisti, ma solo degli "appassionati di linguaggio"), esce su "Italiano&Oltre". Partecipa con Fosco Maraini alla trasmissione televisiva MediaMente, su RAI 3, condotta da Carlo Massarini, per parlare di "lingue inventate", per vedere il video su YouTube cliccate qui. Nel libro di Andrea Moro Le lingue impossibili, edizione italiana a cura di Nicola Del Maschio (Cortina), si fa un accenno a Aga magéra difúra: Il testo di Okrent cui fa riferimento Moro è: Arika Okrent, In the Land of Invented Languages, Spiegel and Grau, New York. è uscita una traduzione francese a cura di Egidio Festa con la collaborazione di Marie-France Adaglio, presso Les Belles Lettres, 576 pagine. Su "Le Monde" esce una recensione di Roger-Pol Droit: BONNES JOIES DE BABEL. Un'altra recensione firmata da Picard, intitolata Les langues du pays des merveilles, esce su "Nonfiction. Le quotidien des livres et des idées". La recensione di Picard è interessante perché sottolinea l'incommesurabile inutilità del libro. Fra le altre recensioni all'edizione francese quella sul numero 5 di "Viridis Candela", 8 absolu 129 EP, vulg, "carnets trimestriels du Collège de 'Pataphisique". Al Centro Pompidou il libro ha partecipato al festival «KHHHHHHH» Langues imaginaires et inventés. Nell'ambito della mostra Marinetti e il futurismo a Firenze. Qui non si canta al modo delle rane, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ho tenuto una relazione su Marinetti: parole in libertà e lingue immaginarie. Su "creatività linguistica e lingue immaginarie", il mio saggio "Al Barildim Gotfano. Creatività linguistica e lingue immaginarie", uscito su Parol, Quaderni d'arte e di epistemologia. Lo stesso tema avevo già affrontato in Sobre "l'imaginari lingüístic", relazione al convegno sulla creatività svoltosi a Velencia nei giorni 2, 3 e 4 maggio 1996 i cui atti sono raccolti in A creativat Ara, L'Alfàs del Pi, País Valencià. Il testo Al Baridilm Gotfano è citato nella bibliografia Su nonsense e traduzione del nonsense: indicazioni bibliografiche a cura di Angela Albanese contenuto nella rivista "Il lettore di provincia" dedicato al tema I dilemmi del traduttore di nonsense, a cura di Franco Nasi e Angela Albanese. Una relazione di R. su Gerghi e lingue immaginarie al castello Pasquini di Castiglioncello all'interno di un ciclo d'incontri su La comunicazione, volti e forme: i gerghi, organizzato dal Centro Studi e Ricerche sulla Comunicazione diretto da Giovanni Manetti. Si veda anche il mio articolo Tradurre da lingue inventate, all'interno del dossier L'artefice aggiunto. Tutti i modi di tradurre, apparso su "L'Indice dei libri del mese". Il testo, leggermente modificato, è stato pubblicato nel Quaderno edito da Babel festival di letteratura e traduzione, edizione 2019, svoltasi a Bellinzona (Svizzera), intitolata Non parlerai la mia lingua, dedicata alle lingue inventate; per leggere questa nuova versione cliccate qui. Sempre riguardo alla traduzione, il dizionario Aga magéra difúra è citato in un testo di Antonio Prete, "Aga magéra difúra": sul tradurre da lingue inesistenti, in Antonio Prete, All'ombra dell'altra lingua. Per una poetica della traduzione (Bollati Boringhieri, Torino). Sull'argomento delle lingue inventate anche la mia relazione su L'italiano immaginario tenuta al convegno L'italiano, lingua d'Europa, organizzato dall'Istituto italiano di Cultura di Strasburgo. durante la trasmissione radiofonica Baobab su Radio 1 della RAI, va in onda una mia intervista sulle lingue immaginarie, per ascoltarla cliccate qui. Sempre il tema dell'italiano immaginario è stato oggetto di una conversazione, introdotta e coordinata da Andrea Grignolio, durante la nona edizione del Festival delle Scienze, dedicato a I linguaggi, svoltosi a Roma, all'Auditorium del Parco della Musica, festival che ha visto la partecipazione, fra gli altri, di Noam Chomsky. Sulla mia partecipazione a questo Festival una mia intervista radiofonica alla trasmissione La Notte di RadioUno andata in onda il 23 gennaio 2014, per ascoltarla cliccate qui. Una nuova versione, rivista e aggiornata, di L'italiano immaginario è uscita nel volume Langues imaginaires et imaginaire de la langue. Etudes réunies par Olivier Pot (Librairie Droz, Genève). Per leggere questa nuova versione. Di linguaggio (quasi immaginario, in quanto economico) si parla anche nel mio saggio Sraffa and Wittgenstein. Profile of an intellectual friend. Nel libro di Alberto Nocerino e Roberto Pellerey Laboratori di scrittura. Istruzioni per una ginnastica alfabetica infinita, edito da Graphofeel Edizioni di Roma, si accenna agli studi e ricerche sulla fantasticheria letteraria e sull'enciclopedismo ludico, una corrente che avrebbe influenzato profondamente l'orientamento di molti laboratori di scrittura italiani e a p. 24, nota 14 si cita Aga Magéra Difúra. Ho tenuto dei laboratori sulle lingue immaginarie, cliccate qui. Ho parlato di Lingue immaginarie e folli letterari: alcuni casi italiani in "Les Cahiers de l'Institut", rivista dell'Institut International de Recherches et d'Exploration sur les Fous Littéraires, numero 4, 2009. L'articolo di Daniele Baglioni, Lingue inventate e "nonsense" nella letteratura italiana del Novecento, in Antonelli e Chiummo, a cura di, «Nominativi fritti e mappamondi». Il nonsense nella letteratura italiana, Atti del Convegno di Cassino, Salerno, Roma, è basato - come dice l'autore stesso - "per la gran parte dei testi commentati" su Aga magéra difúra. Ecco la nota di Baglioni: Baglioni cita Aga magéra difúra anche in un altro suo interessante lavoro: Poesia metasemtica o perisemtica? La lingua delle Fànfole di Fosco Maraini, in Valeria Della Valle e Pietro Trifone, Studi linguistici per Luca Serianni, Salerno Editrice, Roma. Sul sito del Centro Studi Landolfi è uscito nel maggio 2013 un mio testo Landolfi inventore di lingue, citato nel saggio di Ignazio Sanna, Traduzione e significato nel Dialogo dei massimi sistemi di Tommaso Landolfi, “Medea”. Aga magéra difúra è citato anche in Raconter l'Oulipo. Histoire et sociologie d'un groupe di Camille Bloomfiel, edito da Honoré Champion, Paris. Come studioso di lingue inventate sono chiamato in causa nel romanzo di Adrián N. Bravi L'idioma di Casilda Moreira, Edizioni Exòrma,dove sono presentato come l'estensore della prefazione a un libro inesistente. Un debito al nostro dizionario delle lingue immaginarie, Aga magéra difúra, è dichiarato da Andrea Bellini, uno dei curatori, insieme a Sarah Lombardi, della mostra Scrivere disegnando. Quand la langue cherche son autre tenutasi al Centre d'Art Contemporain di Ginevra. Scrive infatti Bellini nel saggio introduttivo al catalogo edito da Skira nella nota 1 a pagina 15: Per ulteriori info su questo aspetto dell'influenza di Aga Magéra Difúra sulla mostra ginevrina cliccate qui. Nel Dizionario del bibliomane di Antonio Castronuovo (Sellerio, Palermo), nel capitolo intitolato "Scibile intero", è citato Aga Magéra Difúra. Su "La Lettura", supplemento culturale culturale del "Corriere della Sera", un articolo di Antonelli, Inventare idiomi funziona poco (ma nei libri sì) (parte I e parte II), dove si presentano due schemi riguardanti le lingue immaginarie e fra le fonti utilizzate si cita Aga magéra difùra. HOME PAGE TèCHNE RACCONTI POESIA VISIVA ENCICLOPEDIE BIZZARRE ESERCIZI RICREATIVI NEWS. Ugo Basso delle Rovere. Basso. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Basso,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Basso. Rovere. Basso.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rubellio: la ragione conversazionale della filosofia sotto il principato di Nerone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Uomo di carattere encomiabile e studi filosofici che si ritrova al centro delle faide tra Agrippina e il figlio princeps NERONE per la sua ascendenza imperiale -- egli e cugino di secondo grado del princeps in quanto figli di cugine nipoti di Tiberio e bisnipoti adottive d’OTTAVIANO -- venne prima esortato, insieme alla moglie Antistia Pollitta figlia del console Lucio Antistio Vetere, a ritirarsi, verosimilmente dopo aver ricoperto solo la questura, nei possedimenti familiari in Asia e poi ucciso con la testa mozzata riportata a Roma.   Nel mezzo di tali vicende, brillò in cielo una cometa, che la credenza popolare interpreta come segno di cambiamento del re. Quindi, come se già  Nerone fosse stato cacciato, ci si domandava su chi sarebbe caduta la scelta, e sulla bocca di tutti correva il nome di Rubellio Plauto, la cui nobiltà derivava, per parte di madre, dalla famiglia Giulia. Amava le idee e i principi del passato, austero nel comportamento, riservato e casto nel privato, e quanto più cercava, per timore, di passare inosservato, tanto  più si parlava di lui. Le chiacchiere sul suo conto presero consistenza, quando si diede, con altrettanta leggerezza, l'interpretazione di un fulmine. Infatti, mentre Nerone banchettava presso i laghi di Simbruvio, in una villa chiamata Sublaqueum, i cibi furono colpiti dal fulmine, che mandò in pezzi la mensa, e ciò si era verificato nel territorio di Tivoli, da cui proveniva il padre di Plauto, sicché la gente credeva che il volere degli dèi l'avesse destinato alla successione, e parteggiavano per lui non pochi, per i quali vagheggiare avventure rischiose è una forma di ambizione suggestiva, ma in genere illusoria. Scosso dunque dalle voci,  Nerone scrisse una lettera a Plauto: lo invitava a farsi carico della tranquillità di Roma e a non prestarsi a chi propalava chiacchiere maligne: aveva, in Asia, terreni ereditati, in cui poteva passare, al sicuro, una giovinezza lontana da torbidi. Così Plauto là si ritirò con la moglie Antistia e pochi amici.Tacito, Annales. Syme. Related by marriage to Tiberio. Perceived as a threat by Nerone, he is sent to Asia where he is killed. He is a friend of Coerano and Musonio Rufo. Sergio Rubellio Plauto. Keywords: Nerone. Rubellio. 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruberti: la ragione conversazionale -- la natura abhorre il vuoto, o la tromba di Gabriele – la scuola di Fanza -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Faenza). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Pideura, Faenza, Ravenna, Emilia-Romagna. Studia a Faenza e Roma sotto CASTELLI. Srive a GALILEI una lettera di risposta a sue richieste a CASTELLI, che assente in quei giorni lascia allo studente il compito di segretario. In tale lettera colge l'occasione per presentarsigli, che egli ammira grandemente. Il vivere da vicino le vicende del processo a Galilei gl’indusse a dedicarsi più strettamente alla matematica nonostante padroneggiasse gli strumenti teorici e fosse un abile costruttore di cannocchiali. Divenne segretario di Ciampoli, un filosofo devoto a Galilei, che segue nei suoi incarichi governativi nelle Marche e nell'Umbria. Castelli presenta a Galilei il saggio di R., “De motu gravium” suggerendogli di impiegarlo come discepolo e assistente. Così e e divenne assistente di Galilei e su domanda e insistenza di Galilei si trasfere nella sua abitazione. Alla morte di Galilei, Ferdinando II gli nomina matematico del gran ducato di Toscana. Studia geometria, dove anticipa il calcolo in-finitesimale. Si dedica alla fisica, studiando il mosso dei gravi e dei fluidi e approfonde l'ottica. Possede un laboratorio nel quale realizza egli stesso lenti e telescopi. Si dedica anche allo studio dei fluidi, giungendo ad inventare il baro-metro a mercurio chiamato, "tubo di Torricelli" o "tubo da vuoto”. Tale invenzione si basa nella misurazione della pressione atmosferica attraverso l'uso di questo tubo che, proprio sotto la spinta di tale pressione, viene riempito dal mercurio fino all'altezza costante di 760 mm -- esperimento effettuato sul livello del mare. Proprio da questa invenzione nasce l'unità di misura della pressione "millimetri di mercurio" – mmHg -- e l'uguaglianza: 1 Atm = 760 mmHg -- la pressione di un'atmosfera corrisponde a 760 millimetri di mercurio. Pubblica “Opera Geo-Metrica”, della quale “De motu gravium” costituisce la II parte.  Si dice faentino e tale è considerato dalle persone che lo conosceno, ma le ricerche compiute già subito dopo la sua morte nei registri battesimali di Faenza non hanno esito. Ciò da adito ad un secolare dibattito, durante il quale varie altre località romagnole rivendicarono l'onore di avergli dato i natali. Rossini ricostrusce l'albero genealogico della famiglia, originaria di Pideura, nel contado faentino, risalendo di due secoli oltre la nascita di R.. Bertoni, del liceo che da R. prende nome, trova nel registro dei battezzati della Basilica di S. Pietro in Vaticano il suo atto di battesimo. Ciò che trae in inganno i filosofi è il fatto che R. assume il cognomen Torricelli della madre. Si sa che il nome del padre e Gaspare. Pertanto, si cercano notizie di un inesistente Gaspare Torricelli. Viceversa, si hanno notizie di una Giacoma Torricelli e si ritenenne che è la zia paterna. È invece la madre. La lettera a Galilei, conservata alla Biblioteca Nazionale di Firenze fra i manoscritti galileiani, è il primo documento nel suo carteggio. Rappresenta un documento fondamentale per studiare la vita e l'opera del filosofo faentino. Descrive la propria formazione filosofica. Si dichiara a conoscenza dei fatti che portano a breve alla condanna di Galilei e dichiara la propria fede galileiana. Molto Ill. re et Ecc. mo Sig. r mio Col. mo  Nella absenza del Rev. mo padre matematico di N. Sig. re, sono restato io; humilissimo suo discepolo e servitore, con l'honor di suo secretario. Fra le lettere del quale havendo io letta quella di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma, a lei ne accuso, conforme l'ordine datomi, la ricevuta, e a lui Rev. mo ne do parte in compendio. potrei nondimeno io medesimo assicurar V. S. che il padre abbate in ogni occasione, e con il maestro di Sacro Palazzo e con i compagni di quello e con altri prelati ancora, ha sempre procurato di sostenere in piedi li dialoghi di lei Ecc. ma, e credo che sia stato causa che non si è fatta precipitosa resolutione.  Io sono pienissimamente informato d'ogni cosa. Sono di professione matematico, scolaro del Padre R. mo di anni, e duoi altri havevo prima studiato da me solo sotto la disciplina dei gesuiti. Son stato il primo che in casa del padre Abbate, et anco in Roma, ho studiato minutissimamente e continuamente sino al presente giorno il libro di V. S., con quel gusto che ella si puol imaginare che habbia havuto uno che, già AVENDO ASSAI BENE PRTICATA TUTTA LA GEOMETRIA, Apollonio, Archimede, Teodosio, et che havendo studiato Tolomeo et visto quasi ogni cosa del Ticone, del Keplero e del Longomontano, finalmente adhere, sforzato dalle molte congruenze, al Copernico, ed è DI PROFESSIONE E DI SETTA GALILEISTA. Il Padre Grienbergiero, che è molto mio, confessa che il libro di V. S. gli da gusto grandissimo e che ci sono molte belle cose, ma che l'opinione non la loda, e se ben pare che sia, non la tien per vera. Il Padre Scheiner, quando gliene ho parlato, l’ha lodato, crollando la testa. Dice anco che si stracca nel leggerlo per LE MOLTE DISGRESSIONI. Io gli ricordo le medesme scuse e diffese che V. S. in più lochi va intessendo. Finalmente dice che V. S. si porta male con lui, e non ne vol parlare.  Del resto io mi stimo fortunatissimo in questo, d'esser nato in un secolo nel quale ho potuto conoscere et riverir con lettere un Galileo, cioè un oracolo della natura, et honorarmi della padronanza et disciplina d'un Ciampoli, mio amorevolissimo signore, eccesso di meraviglia, o se adopri la penna o la lingua o l'ingegno. Haverà quanto prima il Padre R. mo la carissima di V. S., e le risponderà. Intanto V. S. Ecc. ma mi fa degno, ben che inetto, d'esser nel numero de' servi suoi e DE’ SEGUACI DEL VERO; che già so che il Padre R. mo, o a bocca o per lettere me gli haverà altre volte offerito per tale. E per fine a V. S. faccio con ogni maggior affetto riverenza.  Roma, Di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma Sig. r Gall. Gal. La lettura approfondita delle “Due nuove scienze” di Galilei dei cui ultimi capitoli segue direttamente la stesura ad Arcetri, gli ha suggerito molti sviluppi dei principi della meccanica ivi stabiliti. Tali sviluppi sono esposti nel trattato dal titolo “De motu gravium”. Nell’ “Opera Geometrica” conceve il  principio del baro-metro, costruendo quello che ora è chiamato tubo di Torricelli e individuando il "vuoto torricelliano". Con VIVIANI dimostra che IL VUOTO ESISTE IN NATURA e che l'aria ha un peso PONENDO QUINDI FINE ALLE MILLENARIE DISCUSSIONI FILOSOFICHE SULL’HORROR VACUI. Un'unità di misura della pressione è stata chiamata “Torr” in onore alla madre di R. e corrisponde a millimetri di mercurio. L'unità di misura del sistema Internazionale è invece il “pascal”, in onore di un altro illustre fisico Blaise Pascal, che fa fiorire numerose ricerche sperimentali dalla estesa e definitiva teoria della pressione atmosferica descritta da Torricelli.  La parola “baro-metro” coniata da Boyle è quasi sempre associata al nome di R. che risulta quindi fra i più celebri filosofi italiani nella storia. Essendo in diretto contatto con Cavalieri inizia a lavorare con la geometria degl’indivisibili e ben presto supera, secondo lo stesso Cavalieri, il suo maestro. E abilissimo nell'utilizzarne le tecniche, cioè il metodo degl’indivisibili, come anche il metodo d'esaustione, che e in uso presso gl’antichi, fra tutti il grande Archimede, di cui è entusiasta ammiratore. A R. dobbiamo la riscoperta del matematico siracusano.  Per il gusto di imitare i classici, dimostra in XXI modi diversi un teorema di Archimede: XI con il metodo d'esaustione, X con il metodo degl’indivisibili.  Spesso i risultati ottenuti con la geometria degl’indivisibili venneno poi confermati con altre dimostrazioni, a causa della controversia sulla loro fondatezza.  Il fatto interessante è che lo stesso Archimede elabora una sorta di geometria degl’indivisibili, ma non la ritiene rigorosa, e perciò dimostra sempre i suoi risultati con il metodo d'esaustione. Tutto ciò si è scoperto quando si scopre un palinsesto con un'opera sconosciuta d’Archimede, il Metodo meccanico, nel quale espone questi procedimenti. -- è famoso per la scoperta del solido di rotazione infinitamente lungo detto “la tromba di Gabriele”, da lui chiamato “solido iper-bolico acutissimo”, avente l'area della superficie infinita, ma il volume finito. La tromba di Gabriele è considerato per molto tempo un paradosso "incredibile" per molti, incluso R. stesso, che cerca diverse spiegazioni alternative, anche perché l'idea di un secchio che è possibile riempire di vernice, ma impossibile da pitturare è senz'altro singolare. Il solido in questione scatena un'aspra controversia sulla natura dell'infinito, che ha coinvolto anche Hobbes. In questa disputa alcuni sostenneno che il solido conduce all'idea di un infinito completo. -- è stato pioniere nel settore delle serie infinite. In “De dimensione parabolae" R. considera una successione decrescente di termini positivi “{{0},{1},{2}}” e mostra che la corrispondente serie tele-scopica “{{0}{1})+{1}{2})+}” converge necessariamente a “{{0}-L{0}-L},” dove “L” denota il “limite” della successione. In questo modo riusce a dare una dimostrazione dell’espressione per la somma della serie geometrica. A Faenza è presente una statua di fronte alla chiesa di S. Francesco che lo raffigura con in mano un baro-metro a mercurio -- nella statua, l’altezza del barometro è proporzionalmente inferiore a quella reale, che deve essere di almeno 76 cm. -- Per la storia della scoperta della sua vera origine vedi anche Registrazione del convegno per lui, Fidio, C.  Gandolfi, Idraulici italiani, Biblioteca Europea di Informazione Cultura. In questa sperimentazione venne preceduto da Berti, che conduce un esperimento baro-metrico utilizzando acqua anziché mercurio. Cfr. L'esperimento di Berti, realizzato a Roma Moon: Torricelli  G.  Rossini, Convegno di studi torricelliani in occasione dell’anniversario della nascita, Faenza, Lega, Bertoni, La sua faentinità e il suo vero luogo di nascita, in Studi e ricerche del liceo Torricelli, Faenza, Ragazzini, Toscano, L'erede di Galilei. Vita breve e mirabile, Milano, Sironi. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni,  Baro-metro di Torricelli, Equazione di Torricelli, Legge di Torricelli Torr, Tromba di Torricelli, Treccan Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Crusca. E. Torricelli, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Scienze, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Museo della Storia della Scienza, Firenze. Evangelista Torricelli Ruberti. Keywords: il vuoto, geometria.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruberti” – The Swimming-Pool Library  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rucellai: la ragione conversazionale degl’amori di Linceo, o della filosofia imperfetta – scuola fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Crusca. Discepolo di GALILEI e in certa guisa il depositario e spositore delle opinioni meta-fìsiche professate dal suo maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha uno dei maggiori lumi. Afferma di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò non corrisponde al vero. In verità si incontrano solo una volta quando e suo ospite nella villa di Arcetri. Men che meno e suo studente. Quanto poi alla meta-fisica di Galilei, i dialoghi filosofici parlano da soli. Quando comincia a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo il nostro sapientissimo Socrate. Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni volta che compone un dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un pubblico scelto di personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno dei più ricche di Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita, più si gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in filosofia non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in qualunque punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche se a Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i dialoghi sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi sono citati dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio abbondante perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede talvolta prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci e frasi, convenienti agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande abilità nel farsi credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non tramontare mai. Ambasciatore toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando III. Intendente della biblioteca laurenziana. Tutore di Francesco Maria. Acclamato priore dell'accademia della Crusca con l’alias di “imperfetto” Strano perché lui, invece, è un perfetto: un perfetto bugiardo. Altre saggi: “Descrizione della presa d'Argo e de gl’amori di Linceo con Hipermestra”; Opuscoli inediti di celebri autori toscani, Prose e rime inedite di R., Tommaso Buonaventura, Degl’officii per la società umana”; “Della provvidenza”; “Della morale”, Crusca. ALFANI gia alooio di R. Istitnto Superiore di Fireoze. FIRENZE, BARBARA. Tia Faenza. Agl' Illustbi Pbofbssobi CONTI E FERRI. Non crediate che io dedichi a voi questo libro per cerimonia : no ; io 1' affido invece al vostro patrocinio, come un padre che vedendo il suo caro figlio sul punto di escire dalla vita delle mura domestiche, per entrare in quella pubblica della citta e della patria, Io affida sicuro a cittadino illustre, onorato, provetto, perche gli agevoli col suo nome la via, e col consiglio suo Io diriga e protegga; io Io dedico a voi come cosa che vi appartiene, poiche se io ne fui 1' autore, voi ne foste bene i consiglieri sapientemente aniorevoli, que' due che in mezzo alle non lievi difficolta m' incoraggiaste e mi ajutaste a combatterle e a superarle. E, anzi, io posso affermare con sicurta che questo libro debba a voi piu che a me la sua vita, dovendo io appunto alia vostra scienza, alle vostre instituzioni e ai voatri consigli, se datomi agli studj prediletti della filosofia ho potuto proseguire non vanamente nel difficile cammino e in queste ardue discipline, per le quali ora meglio che mai riconosco altri ingegni che non il mio poverissimo esser richiesti sempre, e particolarmente oggi che la filosofia vera, questa prima nutrice della ragione umana, questa ultima consolatrice di lei o desolata dal dubbio, o da' contrasti affranta non vinta, e con ogni sorta di mezzi ingratamente assalita, per sostituire in sua vece una larva pericolosa a cui si da noma di scienza, e che invero non e altro se non la cupa e colpevole generatrice di una Comune di Parigi, e delle negazioni piu spudorate e micidiali coUe quali, sotto i nostri occhi medesimi, per un falso giudizio di liberta si permette di insultare scherzevolmente il buon senso e la coscienza degli uomini. Siffatti contrasti ed errori io appena in,travedeva (non li poteva discernere chiaramente) quando negli anni primi della gioventu. quantunque innamorato della filosofia, maneggiava la riga e il compasso, e piu per rar gione di metodo che per intenzione di scelta studiava le scienze superiori esatte e le natural!, utili quelle, e necessarie queste al filosofo che voglia conoscere tutto I'uomo e le leggi vera dell' universe. lo li ricordo, sapete, quegli anni! AUora che il velo del disinganno che ricuopre le malizie umane o non 6 punto soUevato a'nostri occhi, o n' e appena : allora che i problemi e le questioni piu gravi della filosofia intomo a Dio, all' uomo ed al mondo le si risolvono piu col cuore e col linguaggio materno, giammai ingannatore, che non col severe e spesso arido sillogizzar delle scuole ; e tutto ci sembra piano, evidente; e le risposte piu ardue ci sembrano le risposte piu naturali, perche appunto dettate dalla voce infallibile della natura. In quegli anni le negazioni si tengono e si combattono non come negazioni vere e proprie, sibbene, e piu, come artifizi scolastici, e la possibility, che le divengano terribilmente reali, e guastino la sovrana armonia tra la verita e 1' intelletto, ci par le miglia Montana. Ma pur troppo, andando innanzi, ogni giorno che passa e un fiore che cade dall' albero delle illusioni della vita ; e noi scorgiamo sempre piu farsi reale e tremenda la guerra al vero, le sue armonie minacciate dalla superbia di ragione delirante, e dair odio piu spietatamente beffardo. E come difficile non esser feriti dalla punta awelenata del dubbio! come difficile non rimanere sorpresi e colti dalle astute carezze di quella ingannevole Armida, che si fece introdurre nelle nostre tende a promettere le sue grazie e favori a quei che disertassero I'antica bandiera, che e poi la bandiera delr onesta ! E quanti restarono a' lacci che tese loro ambizione ! quanti minacciano di restarvi, chiuse le orecchie alia voce della loro coscenza e della verity ! La quale voi, benemeriti, m' insegnaste a venerare e difendere efficacemente (ed oh! r avessi imparato bene) colle armi di non effimera scienza, le cui parole e i di cui pronunziati sentii sempre lietamente rispondere a' palpiti primi del mio cuore, a' miei primi sospiri religiosi, alia voce medesiraa di mia madre che m' insegnava, dandomene essa la prima e col fatto 1' esempio, ad onorare Dio, ad amare 1' umanita, a rispettare me stesso. La vostra filosofia insomma sentii essere veramente la filosofia; e quel prime amore che mi fece cercarla quasi inconsapevolmente, giovanetto ancora, pote con voi divenire nelr anima mia fortissimo e consapevole, e ad essa attrarmi potentemente, stupito di tante sue bellezze sublimi, che voi dottamente mi rivelaste, perche alia mia volta anch'io, salendo una cattedra, insegnassi que' medesimi veri, e scoprissi quelle medesime bellezze e il loro amore ai giovani intelletti che la patria e la Prowidenza mi avrebbero poscia affidati. Accostandosi a questo ufficio santo e terribile insieme, non puo 1' anima non esser compresa di alta trepidazione : si tratta dell'avvenire di uomini, si tratta dell' avvenire della patria, che noi dobbiam preparare. Dedicando a voi questo libro, io voglio, egregi professori, darvi pur anco un pegno che in tale ufficio solenne, nel mio insegnamento, seguitero le orme vostre ed i vostri precetti ; e che sempre a conforto e guida vi avro innanzi al pensiero, illustri propugnatori della verita e del bene. N^ voi, io spero, sgradirete il ricordo che vi testimonia perenne la gratitudine mia, ne sdegnerete di conservare la memoria di me, discepolo vostro, e di ajutarmi ancora, fatto da voi ad altri maestro. E cosi legati tutti, professori e discenti, nel vincolo di reciproco affetto, i nostri studj e le nostre fatiche saranno benedette da Dio, e coronate dal trionfo del bene, e dalla prosperita della patria. Tutto vostro devotissimo AuGusTo Alfani. Firenze. Spbcchio begli sceitti bditi e tnbditi di Obazio Rioa SOLI RUCELLAT. Firmamento dei cieli e firmamonto del pensiero. Armonie loro. Orazio Ricasoli R.. Quegli h specchio delle condizioni di quosto in Firenze. E pero si spiega r ammirazione grande per R. de' suoi contemporanei. Divisione generale di questo libro. Suo fine e importanza. Scrittori di R.. II marchese Carlo Rinuccini. Anton Maria Salvini. II canonico Domenico Moreni. Tiraboschi. Passerini. Turrini. Mamiani e Centofanti. Necessity di ritesser la vita di R. per il proposito nostro. Difficolt^ pel difetto di docnmenti. Condizioni generali del secolo decimosettimo. fe un secolo di contrasti politici e morali. Contrasti nelle arti, nolle lettere, nella filosofia. Capitolo Secondo, Dblla vita di Orazio Ricasoli Rucellai 20 Nascita di R.. Suoi parenti. Antichit^ e nobilti delle due famiglie Ricasoli e R.. Loro attinenze con le glorie politiche e letterarie deir Italia. I Ricasoli, i R. ed i Medici. P erch^ Orazio piucch^ Ricasoli appellino gli scrittori col nome materno de' R.. Questi e le dottrine platoniche. L' Accademia istituita da Cosimo e da Marsilio Ficino. Intendimenti di questo. Suoi scritti. Platonismo cristiano di lui e de'snoi accademici. Si nominano. Bernardo R.. Sue qnalita, opere, preg i di esse. Fa parte dell' Accademia Platonica. L' accoglie ne' suoi Orti, onde essa piglia il nome di Accademia degll Orti Oricellari. Figli e nipoti di Bernardo platonici. Congiura contro i Medici, e sbandamento dell' Accademia. Gli Orti menide o d* uno eterno. Anassimandro o dell' infinito. Necessity deir Infinite. II finito non e privazlonc di questo. Cartesio, o 1' idea dell' infinito prova della sua realty. Dato 1' uomo finito, conyien ammettere rente infinito. E questo secondo argomento R. tiene per piiistringente di quello del Cartesio. Ma si I'uno che I'altro sono argomenti probabili. Anassimandro o della luce. Galileo. R. non nega I'influsso degli astri sul mondo e le cose nmane ; combatte pero 1' astrologia. t- La Genesi, sant'Agostino, Dante e 1' opinion! di Anassimandro e Galileo sulla luce. Platone, la luce e 1' anima dell' universe. Ma e tutto un pud easere. Anassimandro o de'colori. Zenone di VELIA ed altri filosofi. Si conchiude coll' « Hoc unum seio quod nihil ado * di Socrate. La fede. Esposizionb del timeo di Platone nk' Dialoghi di Orazio Ricasoli R. Ammirazione di R. pel Timeo di Platone. Opinione e scienza. Necessita di un Principio primo. Plotino. Triniegisto. R. non e dualista, come Platone. Fine della creazione, il buono. Obiezione e risposta. Nell'ordine dell' universe si legge il verbo di Die. Gli archetipi eterni. Platone manca della fede, e pero nell' attinenza di causality tra Die e il mondo cade in errori. La mente divina forma di tutte le forme. La mente umana e le idee. Loro natura. II R. combatte Aristotele. Trimegisto e la creazione. II mondo non e Die ; ne Dio e I'anima di esse. Ma e sua legge. Ne I'amere, per se, e anima deir universe. Desso come armonia ed ordine pu5 appellarsi anima del mondo. £, pel R., le Spirito Santo. il TIMEO. Dell'anime razio NALI Quesiti. Natura dell' anima razionale. Non e particella deir anima universale. — fe intiera e perfetta da sh, — In che il R. si discosta qui da Platone. Spirituality dell' anima. Perfezione maggiore negli spiriti angelici. Immortalita. Argomenti dl ragione probabili. Cartesio e la sua teorica dell' idee connessa alia questione dell' immortality. Passe di questo filosofo. Altre prove d' immortalita. Gapitolo Decimoprimo. Breve cenno sullb aemonichb propoRzioNi NET Dialoghi filosofici di Orazio Ricasoli R. 187 Oggetto di questo trattato di R.. Suono. Ordine. Armenia. Proporzione. Passo dell' autore. Platone e le proporzioni armoniche. II medesimo e il diverso. Anco per R. tutto e armonia. I tre regni della natura. L’armonia e ranima univorsale platonica. II corpo umano e le armoniche proporzioni. La materia. Gindizio di R. sn questa parte delle dottrine platoniche. Capitolo Decimosecondo. — Esposizionb del trattato BELLA PROVVIDENZA NBI DlALOOHI FILOSOFIOI DI R. Importanza di questo trattato. Meglio che in ogni altro scritto di R. si fa qui palese la natura del suo ftlosofare. Prove di ci6. Obiezioni dell’Orto e risposte. L’ordine dell'uniyerso e argomento del Provvedere di Dio. Questi e la natura. Essa non e per al che una voce generica. II Case. Si combatte. Gli atomi. Si nega ad essi, contro Platone ed Epicuro, la eternity. Si confuta V accozzamento fortuito di quelli. Galileo. La creazione. Si ritorna alia Provvidenza di Dio; prove per eliminazione. Obiezione e risposta. — Galileo e R.. Dio non informa il mondo come anima corpo. V esempio del sole. Ficino. La fedo. Creazione ex nihilo, Ragioni probabili. Ripete V autore : fine della creazione il buono. II Vero Bene. I beni del mondo han ragione di mezzo, di fine no. La esposizionb del trattato DELLA PROVVIDENZA Dei mall. Necessity di questi nel mondo. I veri mali. La morte non h un male. E cosl la poverty, la perdita delle ricchezze, le ingiuste persecuzioni ec. I mali occasione e strumeiito di bene. II dolore. La infelicita. Del done della ragione. Sua natura. Malizia e ragione. — Libero arbitrio e prcdestinazione. — Liberti e fato. Passo dell'Autore su questo punto. Epilogo delle probability ragionevoli intorno V esistenza di Dio provvidente. Rifugio nella fede. Esposizionb bblla psioolooia e della morale nei Dialoghi FILOSOFIOI di Orazio RiOASOLi R. II detto di Socrate e quello di Talete. Fatti intemi: psicologici e moral!. — Notee te ipeum, ~ Dell* anima in generate. Galileo. fe presunzione Toler comprendere quel che Tanima sia. Studio proficuo de' suoi strumenti. Notomia. Proemio di R. alia parte morale. Qui h aristotelico. Riepilogo. La ragione ed il senso. Loro contrarieta nel riconoscere il bene. Tre sorte di beni ; dell' anima, della fortuna e del senso. Apprezzamento di essi. La vera scienza morale e il timore di Dio. L' anima nmana, perche ragionoTole, h capace del timore di Dio, e, perd, di virtti. — Anche qui R. e mistico. Operazioni delr anima e della Tolonta. Errore e dubbio. Buono e reo. La felicitd,. tl la virtti. Il portico. Aristotele. Virtii cardinali. Loro definizioni ed uffici. — Estremi delle Tirtii. Applicazione delle yirtCi alia societa umana. Fine di essa. Doveri. Diyisione di essi. — Cicerone. — Sentenza esagerata intorno lo donne. Ossbbvazioni oeitichb SULLA FiLOsoFiA DI Obazio Rioasoli Ruoellai. Opportunita della critica. — Importanza storica dei libri del R.. II professor Palermo ha giudicato Vlmperfetto imperfottamente. Perche. Quesiti da risolvere. II Rinascimento e le sue qualita. Scetticismo. Tradizionalismo. Bruno. Campanella. — Galileo e il suo metodo di osservazione esterna. — I suoi scolari e TAccademia del Cimento. Metaftsica galileiana. Sommi capi di essa nei Dialoghi dei Maesimi Siatemi. Cartesio e r osservazione interna. Spinoza e Malebranche. Bacone. II sensualismo di Loke. Eclettismo di R.. Suo probabilismo. Si provano riandando la sua filosofta. L’Accademia. Cicerone. La fede. Differenza tra' iilosofl del Medio Evo e il R.. Questi e il Galileo. Nel metodo 11 R. apparentemente e moderno. Perche. Intende solo negativamente Taforisma socratico. Ed e sempre probabilista. Accordi tentati. Gli fa difetto la speculazione. E per6 riesce eclettico. Breve riscontro di tal fatto nei suoi Dialoghi su' Principii passivi dell* universe, e nel Timeo, Platone, tl Cristianesimo e Galileo. — Cartesio. — Teorica della cognizione. Teorica del volere. Liberty e fato. Il Portico e l’Orto Libero arbitrio e predestinazione. Psicologia e morale. II R. e Cousin. Aristotile. Platone. Il portico. Cristianesimo. Divisione delle virtd. Cicerone. AQUINO. La scuola dell’Orto e R.. Teologia razionale. Platone e il nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si conchiude che nello studio dei tre obietti della filosofia R. e eclettico. La forma esteriore, - lo stile - e la natura de' personaggi ne' Dialoghi di R. sono un' ultima conferma della nostra Conclusione. ANTOLOGIA DI COSE INEDITE DI ORAZIO RICA80L1 BdCELLAI. Ottavk. Alia Serenissima Margherita d'Orleans, Prin cipessa di Toscana SONBTTI Della Gobte e del eigibo di Roma da' DIA.LOGHI FILOSOFICI. ViLLEGGIATUBA TuSCOLANA. H TimeO. Delle idee Sopra ranima del Mondo Se V Amore sia Y anima del Mondo 379 Dell' immortality delP anima 435 PbEAMBULO ALL a ViLLEGGIATUBA AlBANA ALL A PsiCO LOGIA ViLLEGGIATUBA TiBUBTINA DELLA MoBALE. Offizi delta facoltd deUa ragione SPECCfflO DEGLI SCKITTI EDITI E INBDITI DI RICASOLI R.. Brose edUe, s CoNTRO I SoFiSTi. Intomo a' Principj universali della Natura, Dialoghi filosofici che comprendono i primi tre tomi del Codice manoscritto, corretto di mano deirAutore. Quest! pure sono stati pubblicati con una Prefazione del Chiarissimo Prof. Palermo nel volume III del Manoscritti Palatini di Firenze, coi tipi di M. Cellini, 1868, e precedono i noye della Provvidenza. Della Provvidenza. Dialoghi filosofici, pubblicati insieme con una Lettera al Cav. Poltri sulla Polonia per cura del Prof. TuRRiNi, coi tipi Le Monnier. Firenze Nove dei quali Dialoghi, nel medesimo anno, furono ripubblicati dal Prof. Francesco Palermo nel volume III dei Manoscritti Palatini di Firenze, coi tipi di M. Cellini e C. alia Galileiana. Firenze. Quattro di questi dialoghi furono pure pubblicati dal Sig. Canonico Domenico Moreni, coi tipi del Magheri in Firenze nel 1823, e che corrispondono a.' Dialoghi iO, ii, i2, i3, de' Manoscritti {Trattato della Provvidenza). E quelli stampati dal Sig. Prof. Palermo corrispondono al Numero 1-9 de' medesimi manoscritti. Villeggiatura Tiburtina. — Proemto. -- Fu pubblicato dal Sig. LuiGi FiACCHi nella bella Collezione degli Opuscoli Scien SPECCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI tifici e Letterarj, e che io ho riprodotto ora per intiero, perch^ 6 per eleganza di stile e ricc?iezza di concetti moraji pregevolissimo. DiscoRSO CONTRO IL Freddo Positivo. Lo pubblic6 il Canonico DoMENico MoRENi insieme con altre cose di R., del Bonaventuri e d' altri, nel 1822 co'tipi del Magheri. Firenze. Questo discorso, avverte Moreni nella Prefazione, per quanto risulta da una copia di una lettera di Carlo Dati dei 6 aprile 1666 a Ottavio Falconieri, manoscritto nella Magliabechiana alia pag. 9 del Codice 183 Class. IX intitolato Notizie dell' Accadeniia della Crusca, Selva I, fu da lul recitato in un'Accademia a bella posta fatta in ossequio e trattenimento del famoso Cardinale Delfino^ che trovavasi allora di passaggio per Firenze. Eccone di essa I'articolo: Io mi era scordato di dare a V. S. Illustrissima avviso dell'Accademia. II Sig. Cardinale Delfino arrivo qui venerdi passato a desinare, e subito disse di voler partire il lunedi, sicchd poco luogo restava per fare Accademia. Sabato sera essendo bene allindata T Accademia. si fece Adunanza privata, ma pero nunierosa, dove vennero il Sig. Cardinale e il Sig. Principe Leopoldo dalla casa li vicina del Sig. Duca Salviati, dov'era alloggiata Sua Eminenza. II Segni, Arciconsolo, introdusse r Accademia assai galantemente. Discorse mirabilmente il Sig. Prior R., sostenendo che il freddo fosse privazione di calore. Opposero lo Smarrito e il Sollecito fortemente, mantenendo il freddo positivo e reale. » Traduzione della Prima Lettera del Libro primo di Cicerone. Ad Quintum Fratrem. Trovasi nella raccolta fatta dal Canonico Moreni, e che ho citato di sopra, di alcuni scritti del R., Buonaventuri ed altri; pubblicata co'tipi del Magheri, in Firenze nel 1822. Di questa medesima parte de'Dialoghi filosofici del Rucellai, I'egregio Parroco Luigi Razzolini pubblico qualche anno indietro V Argomento e qualche Capitolo, cio^ quello intitolato: Della Morale; Della cognizione delVuomo e degli strumenti e facolta onde egli e composto; Della facoltd delV anima razionale, e Degli Officj per la Societd umana, Se non che ora questa raccolta non trovasi piii vendibile, Vedizione essendo stata scarsissima e pero oggi esaurita. Non ho dubitato percio di porre nella mia Antologia di cose inedite di R. anche un brano sulla Facoltd delV Anima razionale, quasi considerandolo come inedito. Orazione tenuta nel rendere l'Arciconsolato in bcamo del SiGNOR Desiderio Montemagni (ossia del Timido. Qiiesta Orazione fu pubblicata da Ltjigi Fi^cchi nella Collezione degli Opuscoli scientifici e letterarj, L' autografo della medesima si trova in un manoscritto miscellaneo della Biblioteca Nazionale di Firenze-, gia appartenuto alia Biblioteca dei Padri Serviti di Firenze, segnato di N« 1422. CiCALATA SULLA LiNGUA loNADATTiCA, letta nelV Accodemia della Ci*U8ca Vanno, Fu pubblicata nel Volume I, parte III delle Prose Florentine, pag. 132 e segg., edizione del 1723. A questa cicalata fu dal Canonico Lorenzo Panciatichi fatta la Contraccicalata, che il Biscioni pel primo pubblico con ispiegazioni, a cui precede questo avvertimento : ocNel pubblico » stravizzo delF Accadeniia della Crusca si faceva una le» zione in burla, che si chiamava Cicalata ; contra la quale » un altro Accademico, montato in bugnola, ne faceva una che i» si chiamava Contraccicalata, di cui al pubblico non c' S se » non questa. » RisPOSTA ALL' AccTJSA DATAGLi dall' Ornato (Conte Ferdinando Del Maestro), delta dal Rticellai nelV Accodemia della Crusca a* di 26 giugno d652, Non ha indicato il Moreni donde la ricavasse per pubblicarla, come face nelle Prose e rime del Rticellai, del Buonaventuri e d'altri, Aroomento e descrizioni prehesse dal R. alla Presa d' ArgOf e gli Amori di Linceo e di Ipermestra, Dramma teatrale di Giovanni Andrea Moniglia, parte prima. Firenze, stamperia Arcivescovile.Quest’argomento e descrizione di R. trovansi nella Raccolta delle Poesie drammatiche del Moniglia, starapata dalla tipografia Granducale nel 1689, Firenze; tantoch^ qualcuno, fra'quali il Sig. Gav. Luigi Passerini, bibliotecario della Nazionale in Firenze, dall'avere il R. fatte queste descrizioni in prosa, e premesse a quel dramma, dedusse erroneamente esser lui V autore del dramma stesso. Leggasi la Prefazione a questi Drammi del Moniglia. Lettera SULLA PoLONiA AL SiG. Cav. Poltri. — Sta in appendice ai Dialoghi filosqfici della Prowidenza che di R. ha pubblicati il Prof. Giuseppe Turrini, tipografia Le Monnier,1868. Pag. 405 e segg. Questa lettera scrisse T Autore da Varsavia b SPECCHIO DEGLI SCBITTI EDITI E INEDITI, allora che trovavasi la in qualita d*ainbasciatore della Corte Toscana presso Vladislao quarto. Lettehe Fahiliari: a) A Monsignor Giacomo AUoviti, Lettere cinque, pubblicate dal Canonico Domenico Moreni, sotto il titolo di Saggio di Lettere d'Orazio R. e di testitnonianze autorevoli in lode e difesa deW Accademia della Crusca, Firenze, nella stamperia Magheri, 1826. «Di queste lettere come delle seguenti, ad eccezione di pocbe, gli Originali, dice il Moreni . Ai benigni lettori) ritroyansi in Oderzo nella immensa epistolare raccolta con grande studio e diligenza da pill anni assembrata dal Chiarissimo Sig. Conte Giulio Bernardino Tomitano, il quale con quella sua solita cordialita. che in pochi altri e si leale, ad un mio cenno, senza por mente egli a si grave incarico, cui addossavasi, me ne fece avere di esse una diligentissima copia, da lui medeslmo fatta, clie in nulla si discosta dal loro originate. ]> b) A Monsignore Ottavio Falconieri, — ^ una lettera nella quale combatte gli atomi frigorifici positivi, contro i quali ei fece e lesse pure un discorso neir Accademia della Crusca. Si trova nella raccolta medesima del Moreni di sopra menzionata. A Monsignor Giovanni Delfino Patriarca d'Aquileja. Sono 29 lettere nelle quali R. discorre de*suoi componimenti filosofici a quel patrizio veneto, che alia sua voita inviava al R. i proprj. Stanno nella medesima coUezione fatta dal Moreni. d) A Monsignor Francesco Redi, — Gli originali di queste 4 lettere sono in uno dei volumi di lettere scritte al Redi, che con gli alUi manoscritti del mcdesimo son passati alia Biblioteca Laurenziana. Le ha pubblicate il Moreni, ibid. e) A Sua Altezza il Granduca Ferdinando II dei MedicL — Gli discorre del disegno, della disposizione ed ordinamento de* suoi Dialoghi filosoficL Porta la data del maggio 1665, soiitta di villa; estratta dal Prof. Francesco Palermo dalla Ghigiana di Roma, dove trovasi in copia, e pubblicata nel suo Avvertimento al volume terzo dei Manoscritti Palatini di Firenze, da lui ordinati ed esposti, e dove ha pubblicato pure quei Dialoghi di R. che ho accennati piu sopra. mPoesie edite. Il Filosofo R. al Filosofo Magalotti. — Sono trentasei terzine a mo*di lettera pubblicate dal Canonico MORENI nella sua raccolta a c. 174, citata piii volte di sopra. L*autografo io no so dove trovisi; forse presso gli eredi. Una copia 6 nella Magliabechiana nel Codice Manoscritto N^ 31-7. VII. sotto il titolo di Poesie manoscritte di diversi autori del secolo XVII. Al Signor Carlo Guidacci. — Quartine in occasione della morte del Torrigiani. Sono in numero di otto. Trovansi stampate come sopra, COS! la copia manoscritta, cosi, credo, Toriginale. Sulla Corte. — Son dodici sonetti levati dal Moreni, come gli altri, dal Codice Magliabechiano citato, e comincian cosi: ft Corte albergo di regi, ove si vedo) Con benigne maniere, uniche e sole » Lusinghiera favella onde discorda)) (Id.) 4) « Di picciol furto un poverel sovente' D'ostro, e d* oro vestito, e altero il volto La bella verita ch* ove s' apprende. a Che il reo costume a volo erger si scerna Dunque tema non ha chi di natura: (icRagion che intenta a' maliziosi modi Quella, che scende dall'Empiree soglio) 11) ((L'eterna Provvidenza il tutto regge» (Id.) 12) ({ Misere pecorelle a cui nel cielo » (Pag. 147.) Non potersi comprendere Iddio che con la fede, quani'unque L’OPERE DI SUA PROVVIDENZA MOSTRINO CHIARAMENTE CH'EGLI CI t. Sono dodici Sonetti, pubblicati dal signor Fiacchi, nella collezione degli Opuscoli scientifici e letter ari. Firenze 1816, volume XXI, dalla pagina 68 fino alia 74. Non sono stati estratti dal Codice Magliabechiano intitolato Poesie Mss, di diversi autori, VII, 347, come ne fanno fede le varianti che si trovano tra quelli editi dal Fiacchi, e quelli manoscritti in XXrV SPECCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI quel Codice. N^ il signor Fiacchi indica donde li abbia cavati: ma b pill che probabile siano stati tolti dalF original e, che si conserva presso gli eredi. Questi sonetti incominciano: c Oltre i Gonfin de' miseri raortali » 2) ft Nella piu cupa eternita si ascose )» dc Si con sua fe' Zanobi al Ciel rapia » SuLL'EsTASi DI Santa Maria Maddalena de'Pazzi. Sonetti, stampati nella Raccolta del Moreni. Dove trovisi I'originaledi essi non so di certo; credo, al solito, nella biblioteca privata degli Eredi. Una copia d nella Magliabechiana, ora Nazionale, nel Codice Manoscritto col titolo di Poesie manoscritte di diversi autori del secolo XVII. Incominciano. II quarto, pubblicato col quinto, come s' 6 detto, dal Orescimbeni, incomincia: «c Nel giorno che costei si bella nacque » II quinto : « Quella che dal mio cor non parte mai » Felice annunzio a una lettera amorosa. (Vedi Moreni. ibid., a c. 140.) cc Vanne, che serbi i miei pensieri ascosi » SPBCCHIO DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI Si detestano gli abusi del seoolo. Vedi Moreni, ibid. Sonetto, a c. « Vasti flutti solcai di speme iniida » VORREBBE PENTIRSI MA GLI RESISTE L' ABITO NON BtJONO. SonC^to, ibid. Incomincia: ((Piango'l mio tempo, e dell'eta fugace» In risposta a un sonetto morale del Graziani. Sonetto, ibid., a c. . «Non toglie i pregi al cielo e non depreda)> La Divina disposizione sempre giovevole, anche talora paia il OONTRARio. Altri due Sonetti, ibid., a c. 135: 1) a Per entro eterna, incoraprensibil luce i» 2) « Fra tj^nti prodi ormai viver recesso » Stimoli di penitenza destati nella volontA non aiutata da' sensi. Sonetto pubblicato, ibid, a c. 134. II primo verso e: « Occbi piangete. Mirerovvi ancora » Suo AMORE DA VECCHio. — Sonetto della Tramoggia, a cui fece la censura il Dati, e che fu pubblicato dal Fiacchi nel Vol. XI degli Opuscoli scientifici e letterari, pag. 64. Incomincia: «Ardo bencb'abbia il crin canuto gelo» Non si ritrova manoscritto nel Godice Magliabechiano sopra citato, n6 1' ho potuto trovare altrove. L' autografo poi sari, come degli altri, nella Biblioteca degli Eredi. Prose inedite. Dialoghi FiLOSOFici DEL PRIOR Orazio Ricasoli R.. Gia sappiamo di essi quali son pubblicati. Or qui pongo il contenuto de* quattro manoscritti (cio^, Magliabechiano, Palatine, e 1 due codici della Biblioteca Ricasoli) avvertendo subito che le Villeggiature Albana e Tiburtina non si ritrovano die in queste ultimi due. Codj/ce Manoscritto della Palatina: (Copia). — £ un volume in-4o slegato, di pag. 788, senz' indice, e in carattere minutissimo. Contiene Y esposizione delle opinioni dei filosofi antichi intorno a' principii naturali delle cose, (16 Dialogbi); T esposizione del Timeo di Platone, (15 Dialogbi) ; cui fan seguito quelli della Provvidenza, (16 Dialogbi); e infine due dialogbi suUe Musiche proporzioni. In tutti N^ 49 Dialogbi. Codice Manoscritto, anch* esso Copia, nella Magliabechiana. — Sono nove volumi in-4o, legati in pelle con dorature in costola, e miniature e arme R. in frontespizio. Erano per 1' innanzi di propneta della signora Maria Settimanni, moglie del signor marcbese Dante Catellini Da Oastiglione, e da essa gli acquisto poi il signor Vincenzo Follini Bibliotecario, a'di 26maggio 1815. Questi Dialogbi sono dedicati al signor marcbese Cosimo Da Castiglione. Questo codice contiene i Dialogbi su i principii naturali deir universe (16) come il Codice Palatino ; poi i dialogbi della Provvidenza (16), indi il Timeo (15 Dialogbi) ; e per ultimo le Musiche proporzioni, (9 Dialogbi) stando alia indicazione e numerazipne dei Volumi. 1» Codice Manoscritto della Biblioteca Ricasoli Firidolfi. — Son dodici volumi in-4«>, legati in pelle, di scrittura antica ma corretta e leggibilissima. Comprendono in 1° i Dialogbi sulle opinioni dei filosofi anticbi intorno ai principii naturali dell' universe (16), poi la Provvidenza (16 Dialogbi), indi il Timeo, (15 dialogbi) Villeggiatura Tusculana; si passa poi alia Villeggiatura Albana, (2 dialogbi e il Proemio) ossia ai Dialogbi deir Anirna, della Notomia, e per ultimo, alia Villeggiatura Tiburtina, e cioe alia Filosofia Morale (Proemio, due Argoraenti e due Dialogbi). Questo Codice fu rivisto e corretto da Anton Maria Salvini. Codice Manoscritto in detta Biblioteca. — Puo considerarsi come I'autografo, percb^ corretto di mano dell' Autore. Son 14 volumi in-4o, legati essi pure in pelle, e scritti sufficientemente bene. Qui I'ordine ^ alquanto diverse; imperoccb6 i Dialogbi della Provvidenza si trovano coUocati nei volumi 7, 8 e 9, ciofe dope quelli della Filosofia naturale antica, (Dialogbi) e il Tin? eo (15 Dialogbi). Abbiamo poi un volume senza Dumero col titolo di Musiche proporzioni, (9 Dialogbi) e cbe SPECCHIO DBGLI SCBITTI EDITI E INEDITI evidentemente va aggiunto al Timeo. Per ultimo sono le due Yilleggiature, Albana (Proemio e 2 Dialoghi) e Tiburtina come nel Codice antecedenteraente descritto. (Proem., 2 argomenti e 2 dialoghi). Per piii ample notizie veggasi il mio capitolo intitolato Disegno, ordine e fine dei Dialoghi filosofici di Orazio Ricasoli R., PlANTA E RiGIRO DELLA CORTE DI ROMA. — Libello del Stg. PHoT Orazio R..Una copia di questo scritto inedito fu da me ritrovato in una Filza Strozziana, neH'Archivio Centrale di State. Di questo scritto incomplete nissuno fin qui avea fatto parola, forse perchfe sconosciuto, oltre V essere inedito. Credo r autografo trovisi presso gU eredi. Vedi pag. 326 in Appendice. DiscoRSO SULLA FoRTUNA. Lo lesse R. in una Adunanza tenuta dall' Accademia della Crusca ai 20 febbraio 1654, in onore del Principe Gio. Adolfo, fratello del re Gustavo di Svezia, come risulta dal Diario del Buonmattei. £ inedito presso gli eredi, e penso che sia quelle incorporate tra' Dialoghi filosofici nella Villeggiatura tiburtina, dove discorre della Filosofia Morale. Le lodi di San Zanobi, Vescovo, protettore dell' Accademia DELLA Crusca. Discorso recitato dal R. in un' Adunanza solenne che detta Accademia celebro in onore di quel santo, nel Palazzo Strozzi, il 20 giugno 1651, come ricavasi a pag. 89 e segg. del Diario di Benedetto Buonmattei allora segretario. £ inedito presso gli eredi, ma da me non potuto leggere. Invettiva contro il collega Tommaso Segni. — Anco questa e inedita presso gli Eredi ; ne ho potuto consultarla, e solamente ricavasi il tenore di essa dalla difesa del Segni, della quale fa menzione il Moreni, a pag. XVI della sua Prefazione alle Prose e poesie di R., Buonaventuri ed altri. CiCALATA per LO Stravizzo DEL 1662. — Una copia di essasitrova nella Libreria Marucelliana, Codice A N® 158, ed un' altra nella MagUabechiana Codice Manoscrilto E, 5, 6, 24, insieme con altra del figlio Luigi Ricasoli R.. Trovasi pure nella Palatina* m Scherzo in lode dell* Uccello. — Lo cita il signor LuiGi PasseRiNi nella sua Genealogia e Storia della Famiglia Ricasoli. Firenze, Tip. Cellini, 1861, dove discorre di Orazio R., a pag. 86, e che dice pubblicato a Firenze nella Raccolta delle Prose fiorentine, parte III, volume I, pag. 124, Anno 1722. Ma io non V ho rinvenuto, e percio ritengo come inedito anche esso nella Biblioteca degli Eredi. ISTRUZIONE E CaRTEGGI DEL COMMENDATORE PRIOR OrAZIO RiCASOLI R., nella stia Ambasceria di Corte Cesarea e di PoIonia dal principio di gennaio al giugno 1635. — Questa raccolta con le lettere del suddetto R., e delle quali ne pubblico una come saggio il Prof. Turrini, conservansi nell' Archivio degli Eredi; e pero non potute esaminare da me. Lettere Familiari — Sette di queste indirizzate al suo Serenissimo Principe trovai in una cassetta nella Biblioteca Palatina, che a^eva per titolo Autograft Italiani, Non hanno soprascritta, c furon levate, come molte di altri uomini illustri, dair Archivio centrale di State, nella occasione della Gran Raccolta de'roanoscritti Galileiani e degli Accademici del Gimento. Altre tre Lettere inedite da me ritrovate nel carteggio universale mediceo, Filza 1013, Anni 1631-1641, dirette al Granduca Ferdinando II dal R., di Roma, negU anni 1638-39-40. AxTRA Lettera inedita di Orazio R. rinvenni nella Filza Medicea, dal 1640 al 1650, pacco 2°, datata da Roma li 24 luglio 1649, e colla quale ei domanda al Granduca nuove dilazioni per la Gabella. {Filza Medicea, 52, Principe Mattias 5488). Poesie medite. L'AccADEMico Imperfetto DELLA Crusca, che era il signor Prior Orazio R., dopo aver cenato alio stravizzo fatto dalla medesima Accademia, presenta un meraoriale ai Provveditori della Gena, chiedendoli il solito tribute del Cacio. Sotto questo titolo dice il signor Passerini che si trovano pubblicate nelle Prose Fiorentine, 1723, 84 quartine, copia delle quali e nella Magliabechiana, nel solito Codice, Poesie ec,, VII, XXX SPECCHIO DEGLI SCBITTI KDITI E INEDITI 347, e comprendono dalla paginal99, alia 205. Ma io non Tho potute trovare stainpate, e per do le ho poste qui tra le inedite. Alla Serenissima Margherita d* Orleans, Principessa di ToscaNA. Per un maizolino di fiori donatole il giortio di Santa Margherita, dal Stgiwor Prior Orazio R.. Sono in copia quattro Ottave che si trovano nel solito codice magliabechiano sotto il titolo di Poesie manoscritte di diversi. In morte oella donna amata. Un Sonetto inedito che trovasi con altri editi nel medesimo Codice Magliabechiano YII, 347. Poesie di diversidel secolo XVil a pag. 208 e;209. Incomincia : « Quello che sola ai miei pansier risponde » Amor Platonico. — Sonetto, ibid, a c. 213. « Non di vostra beltk caduca e frale > Sentimenti amorosi secondo il concetto Platonico che Dio creasse le anime particolari degli uomini, degli avanzi dell'anima UNIVERSALE DEL MONDO. — Sonetto, Con eteme faville il sommo Sole » Si querela che il SONNO TENGA CHIUSI GLI OCCHI DELLA sua DONNA. Vedi ibid., a c. 212. Incomincia questo Sonetto: « Orabra il sonno d di morte, i sensi atterra » Sulla Prowidenza. — Altri tre Sonetti inediti, ibid., che fan corpo cogli altri gia pubblicati dal Fiacchi. Corainciano : ((Come aguzza il gran fabbro, e con qual lima)) Se alla ministra del Motor Sovrano )) Nasca talun senza mirar la luce Desiderio dell'anima d*unirsi a Dio, Sonetto, ibid., a c. 218. Comincia : « Padre del ciel che le bell* alme accogli t> Nel Codice Manoscritto Magliahechiano poi, sotto 11 titolo Poesie Diverse piacevpli VIII. Var. 363, si trovano scherzi immorali del RuCELLA.1. Come pure neiraitro Codice superiormente citato se ne trovano altri frammisti a poesie oneste del nostro Imperfetto. Alcuni dei Sonetti raorali o religiosi di R. trovansi ricopiati pure in altri Codici manoscritti come p. es. nel Libro Valerii Chimentelli De FunamhulOy II, 50, e nel Codice Magliabechiano. Firmamento dei cieli, e firnianionto del pensiero. — Armonie loro. Orazio Bicasoli Bucellai e il sccolo decimosottimo. — Quegli e specchio delle condizioni di qaosto in Firenze. — E pero si spiega r ammirazione graude per il RuceHai de' saoi contcmporanei. — Dirisione generale di questo libro. — Sao fine e importanza. Come accade nel firmamento dei cieli, cosi, o lettore benevolo, mi sembra accadere nel firmamento del pensiero o deU'anima umana; e I'armonia che tu scorgi regnare nelF ordinata misura de' corpi celesti non dissomiglia punto da quest' altra armonia che le idee, o le stelle dell' anima, compongono tra se nel loro ordinamento stupendo. Ond' ^ che in quella guisa medesima che anco un astro il piii piccolo, 1' occhio deir osservatore de' cieK scopre ed afferma talora necessario anello tra' maggiori e piii luminosi ; non altrimenti nella storia del pensiero umano sovente uno scrittore, un filosofo, pur de' non grandi, lo ritroviamo, studiandolo, quasi anello logico, se non necessario, tra due etd. e du§ scuole che si succedono, tra' filosofi maggiori di quell' et^ stessa. Cosi, per esempio, in un tempo di confiitti di dottrine con dottrine, di liberty, e di servitu, di ragione e di autorita, se vi ^ un uomo il quale specchi in se nella loro schiettezza i pensieri e le disposizioni diverse della societa civile in mezzo alia quale egli trovasi; se quest' uomo dia la immagine vera di que' contrast! che ingegni piii chiari e piii valorosi di lui allora combattono; quest' uomo, anco de' non grandi, acquistera senza dubbio per tal fatto importanza non lieve nella storia del pensierq e della civilt^, perch^ appunto ei potra nella Storia rappresentare veramente il suo tempo ; egli, se vogliamo conservare il paragone, sara un anello logico di quel sistema di astri intellettuali che compongono Y armonia spirituale dell' universo. Potrei, volendo, recar qui per la mia asserzione testimonianze storiche a dovizia; ma non lo fo, sicuro che al leggitore non ripeterei che notissime cose, e cadrei nel superfluo. Orazio Ricasoli R., del quale imprendo a discorrere, non ^, giova dichiararlo tin d' ora, un gigante tra' pensatori, e neppur grande ; egli 6 un astro minora, e nulla pitl ; invano tenteresti ritrovare in lui una gran forza speculativa e una potenza straordinaria d' ingegno. Forse egli era nato uomo di alti spiriti ; ma infetto anch' egli di quel miasma ond'era ammorbata la filoSofia e le lettere nel secolo decimosettimo, se non imbolsi affatto, pur n'ebbe il suo ingegno a sofifrire; poichd, come scrive il Guasti nel suo Lorenzo Panciatichij era il pensiero a' filosofi, come 1' estro a' poeti tarpato. E appunto, credo, perchd R. ci apparisce cosl e nella filosofia e nelle lettere; appunto perch^ respird que'miasmi, e le inclinazioni diverse del suo tempo sperimentd in sd stesso, e manifestd ne'suoi scritti ; io son d' avviso ch' egli acquisti per noi pitl importanza come quello che valga a rappresentarci fedelmente quel secolo nel quale fiori, e riproduca le condizioni reali del pensiero filosofico e del civile consorzio in mezzo al quale viveva. E se questo d vero, come in progresso dimostrero, la cagione e ragione della stima e ammirazione grandissima de' suoi contemporanei, che lo ritenner quasi come un mezz' oracolo, ^ spiegata e almeno in parte giustificata. Come Orazio R., cosi quel valenti eruditi contemporanei sentivaao dentro di se ripercosse le molteplici disposizioni del tempo, e tutta la violenza delle correnti contrarie che urtavano per trascinare ciascuna seco la navicella delle lor menti. R., che ^ alia testa di loro, vuol dominare la furia de' corsi, e in parte riesce ; ma poi quasi inconsapevolmente ei segue cogli altri or questa or quella fiumana; egli e come un prisma sulle cui faccie riflettonsi i colori molteplici dell' iride filosofica di quelr et^. Egli e insomma il rappresentante del suo tempo in Firenze, perch^ raccoglie in s^ stesso tutte le opinioni opposte che v' erano allora e tenta conciliarle; e, altresi, perche questa conciliazione ha pitl delr accademico che dell' intimamente speculativo ; speculazione che, salvo le scienze naturali, era molto fiacca a quei tempi nella sua patria. Dimostrato questo, apparir^ anco pitl quella importanza che a me sembra avere questo libro, come quello che avr^ mirato ad aggiungere un po' di luce alia storia del pensiero di quel secolo; a presentare un trapasso anco pitl intimo tra due et^ che si succedono. E per arrivarvi, nulla di meglio che gettare uno sguardo al viver civile del secolo decimosettimo, esaminarne attentamente le condizioni politiche e morali, vederne lo stato delle lettere e delle scienze; poich^ tutti insieme questi risultamenti dell' attivit^ umana, e non tra di loro sconnessi o separati, valgono a rappresentarcela. Noi considereremo quindi R. in quello stato de' tempi suoi, e vedremo come la sua vita vi si svolga, e nelle varie manifestazioni a quelli esattamente risponda. E man mano che la critica seguir^ la esposizione delle sue opere filosofiche e letterarie, delle quali stimo opportuno ofifrire come appendice e documento al libro una Antologia^ avremo occasione di veder cose singolari e di non lieve importanza. Con questo mezzo io spero di ricondurre nel novero de'filosofi im uomo, di cui nissuna Storia della filosofia, ch'io mi sappia, ha fatto sufficiente menzione fin qui ; e saro lieto del pari di aver dato mano, come ho gia detto, a stringer viepitl i legami del pensiero fra due epoche della filosofia, e di avere additato come unione tra esse un mio illustre concittadino. Orazio Kucellai, lo ripeto, non ^ un ingegno straordinario, ma e tale che ci spiega intieramente il suo tempo. D'altra parte le menti straordinarie, appunto perche tali, volano sempre innanzi al lor secolo, superano coi loro intendimenti le condizioni de'contemporanei, e si lanciano nel futuro divinandolo. E Galileo che mori, fiorente R., non rappresenta quel secolo, perche ancora dominava 1' inquisizione, e le antiche scuole e le dispute del Peripato fiaccavano Tali agli spiriti ; Galileo rappresenta, inaugurandola, 1' eta futura, le future generazioni, quando la liberta del pensiero avr^ rotto i vincoli della servitii, e I'astrologia ed il Sarsi e il cieco discepolato avran dato luogo al libero esame della ragione. L' uomo che pure non sordo alle sublimi dottrine del Vecchio d' Arcetri, e coll' animo schiuso ad esse, dara nuUadimeno ancora una parte del suo pensiero al servigio dell' antica scuola, e quando, secondo 1' errore di alcuni dell'et^ sua, egli reputera ostili fra loro la fede e la ragione, sara pronto per la fede di far getto della ragione sua, piuttostochd investigarne con libero esame 1' accordo, questi, non grande ingegno, sar^ del suo tempo la immagine. E Orazio R. ^ senza dubbio quest' uomo. Scrittori flel R.. II marchese Carlo Rinnccini. Aoton Maria Salvini. II canonico Pomenico Moreni. II Tiraboschi. — 11 Passerini. — II Turrini. — II Mamiani e il Centofanti. — Necessita di ritesser la vita del Rucollai per il proposito nostro. Difficolta pel difetto di docnmenti. — Condizioni generali del secolo decimosettimo. fe un secolo di eontrasti politici e morali. Contrasti nelle arti, nelle lettere, nella filosofia. Che han scritto di R. sono varj, contemporanei a lui e posteriori. Ma gli uni e gli altri piti che la vita deir uomo ne scrissero o lodi, o cenni necrologici, o per la scienza ne toccarono di sfuggita. II marchese Carlo Rinuccini, accademico della Crusca sotto il nome di lAetOy disse le lodi di R. nelr Adunanza pubblica che in onore di esso fu fatta nella sala terrena del palazzo del duca Strozzi, a'di 11 settembre 1698, e ce lo riferisce il Diario stesso delFAccademia, ove leggesi : Quest' elogio perd non e a noi pervenuto, ossivvero sar^, come tant'altre cose di importanza maggiore, sepolto in qualche libreria privata de'nostri Signori fiorentini. L' Orazione in morte del Eucellai scritta da Anton Maria Salvini, non d che una bella sequela di lodi delI'uomo e dell'opere sue, un rimpianto solenne per la perdita dell' illustre Accademico contemporaneo, che lo scrittore jpropone ad esempio imitabile di virtii e di dottrina. H canonico Moreni ha discorso dell'Imperfetto nelle prefazioni a quella parte di scritti che ha pubblicati di lui ; ma son cenni, son lodi, che se bastano a darci un' idea dell' uomo, non valgono a mostrarcelo, come vorremmo, in relazione a'suoi tempi, e molto meno ci chiariscono del come e del quanto quei tempi potessero sulla vita e sulle dottrine di esso. Cosi il Tiraboschi nel volume ottavo della sua Storia delta Letteratura ItcHiana, cosi il Passerini nella 6renealogia della famiglia Ricasoli, e il prof. Turrini nella sua Prefazione ai JDidoghi Filosofici di R. sulla Provvidenza, han dato di lui alcuni cenni brevissimi a mo' di biogralia, per guisa che anco in essi 1' attinenze dei tempi colla vita e coU'opere letterarie e scientifiche del nostro scrittore non spiccano, ne ti accade di rinvenire descritte. L' illustre Mamiani e il Centofanti han toccato del platonismo di questo seguace ed amico del Galileo, ma Than fatto di volo, encomiandone la purezza del dettato e la ricchezza feconda dell' idioma sapientemente adoperato ne' suoi Dialoghi. Se non che giova riconoscere che per 1' intendimento loro, questi cenni o que' tratti bastano all' uopo, n^ pud da' lettori ricercarsi di piii. Ma 'per il fine che mi sono prefisso, apparisce altresi manifesto come sia cosa necessaria il ritessere piil completamente la vita di lui, per quanto mi d oggi concesso. Dico cosi, imperocche molti documenti preziosi, che potrebbero assai illuminare questa storia e la mente del critico non mi ^ stato eoncesso di esaminare. Non parlo qui de'Dialoghi Filosofid, de'quaU I'erede signor Alberto Ricasoli Firidolfi tiene due copie, una delle quali, in quattordici tomi manoscritti, ^ come autografo, perch^ corretta di mano del RuceUai; che questi Dialoghi anzi mi consent! (e glie ne rendo pubbliche grazie) di esaminare minutamente per confrontarli coUe copie che sono nella Biblioteca Nazionale e Palatina in Firenze ; ma io alludo ad altri documenti preziosi pel critico, cio^ lettere, corrispondenze e scritti minori che si trovano altrove sventuratamente, e che tanto lume avrebbero potuto recare al soggetto. Non pertanto cercheremo nel tessere questa biogralia del RuceUai di riempire, quanto e piii possibile, il vuoto che la mancanza di documenti lascia, con indagini indirette, e col raziocinio; e quelle che abbiamo tra mano bastera, credo, all' intento. Ma prima di seguire il nostro scrittore nella via della 8ua vita, penetriamo un istante nel consorzio in cui egli fiorisce, e ricordiamone intanto i caratteri e le quaUt^ pill generali, ch6 le particolari noteremo via via procedendo. I ricordi del passato quando non si restringono a una cronaca arida e secca acquistano un pregio indipendente daU' importanza degli avvenimenti che ci rammemorano. Come il piil piccolo vaso e r utensile piii umile coperto dalla ruggine del tempo diventano ne' nostri musei 1' oggetto prezioso di una grande curiosity ; cosi f atti pur semplici, ritrovati nella distanza dei secoli col loro carattere reale e native, acquistano un pregio singolare, e anche un certo attraimento per colui che studia la storia con un po' di immaginazione e di critica, e che nelle sue ricerche e letture ha per canone e guida la massima morale di non ritenere per indifferente nulla di cid che 6 umano. Che ^ mai pertanto il secolo decimosettimo? Si dice generahnente che esso appartiene all' et^ moderna; che la servitil del Medioevo e scomparsa; che la imitazione del Rinascimento ^ tramontata : Bacone, Cartesio, Galileo sono apparsi di gia suir orizzonte, ed hanno inaugurato il mondo moderno. Ed e vero, ma solamente in parte ; imperocche essi, sorgendo, trovino da sgombrare dal cielo del pensiero nubi ancor dense, e questo non fanno ne posson fare in un attimo, sibbene gradatamente. Le inveterate abitudini, le antiche affezioni, le tendenze ormai radicate non si cancellano, non si mutauo a un tratto; ci vuole la esperienza longanime, si richiede un conllitto inevitabile tra il vecchio ed il nuovo, che trovansi Y uno dinanzi aU' altro. Ed ecco il perche, non altrimenti che nella natura accade, cosi uell' ordine storico del pensiero e dell'azione e sempre vauo cercare quelle divisioni recise che si trpvano nelle matematiche. Si direbbe che la storia del pensiero e un sorite, in cui ogni conclusione posteriore ritiene a suo termine medio e necessario la conseguenza dell' argomento immediatamente anteriore. Ed infatti il secolo decimosettimo, a chi ben lo riguardi in s^ stesso e nelle manifestazioni di ciascheduna delle molteplici attivit^ umane, ^ senza dubbio un secolo di contrasti. L' Italia (ch6 io parlo dell'Italia principalmente) scissa in molte parti, e pero debole; deboU adimque ordinariamente anco gli animi, o forti di fortezza apparente e non propria: essa, T Italia, teatro a' litigi tra' piccoli, a guerre tra' grandi prepotenti, riaperta ad armenti stranieri, come terra di pascoli eletti. Principi italiani, mentre la madre comuue era in servitii, non pure non amare di unirsi in lega tra lore, travagliarsi invece tra loro stessi con inganni e veleni per mania di possedimento. Amore di guerra, gelosia di acquistare territoriuzzi italiani a danno di principe italiano compagno; non generosity, non altezza d' animo, non dolce superbia di procurare od almeno di preparare all' Italia quell' onorata condizione che al suo glorioso nome si conviene, regnavano in quei tempi. (BOTTA, Sioria d' Italia, vol. I, pag. 620.) Quivi le successioni de' principi hanno luogo rapidissime, e cosi ad ogni istante I'ltalia ci presenta un aspetto nuovo, mentre si trova costretta a sottostare a idee nuove, a nuovi capricci de' suoi principi nuovi. In meno di'settant' anni tra duchi, dogi, papi ella ne vede sorgere e sparire novanta, e insieme ad essi vede sparire e risorgere contrasti a dismisura; e se per un momento arride U sereno della pace, gli ^ per rendere agli occhi degli uomini piil fosco il tempo di gara che ne succede. II gran politico e gran raggiratore del decimoterzo Luigi favoreggia intanto il duca di Nevers 6 lo vuole ad ogni costo porre in possesso di un' eredita, la quale assicura alia Francia il punto piil considerevole dell' alta Italia. La Germania, la Spagna ed anche Carlo Emanuele gli muovono contro, e la terra di Mantova e posta a sacco dagli Spagnoli. Conchiuso il trattato di Cherasco, Mantova e il Monferrato rimangono al duca di Nevers; Alba, Torino e alcune altre terre alia Savoja, la quale alia sua volta ^ costretta a cedere Pinerolo. Ma Richelieu non h sodisfatto; egli vuole stremata la potenza d' Austria e di Spagna, in Italia precipuamente ; e contro la Germania presta ajuti a Gustavo Adolfo di Svezia, confisca la Lorena, e, collegati essendo la Francia, la Savoja e i duchi di Parma e di Mantova, indice guerra agli Spagnoli. E la Toscana, i cui Granduchi predilessero sempre la pace, trovossi pure travolta nella comune ruina; e se i primi anni di regno scorsero a Ferdinand© II calamitosi per gli orrori della pestilenza e della fame, non mancarono poi a turbarlo gli orrori, non gravi meno, della guerra contro i Francesi prima, poi contro Urbano VIII, che pari al Cardinale di Francia nelle pretese, non nell' astuzia, per favorire i Barberini suoi nipoti, vuol togliere ad Odoardo Farnese, cognato del Granduca Mediceo, i dominj di Castro e Ronciglione. E mentre in Roma trattasi legalmente la faccenda, il cardinale Barberini assalta il feudo di Castro, e se ne impadronisce. Sdegnato il Farnese, passa col suo esercito, per la Toscana, negli Stati del Papa, e sparge dovunque spavento e terrore. Ferdinando II, riuscitagli vana una conciliazione, trascinato dalle insolenze de' Barberini e dalle controversie onde tormentavalo la corte di Roma, si mette in punto di guerra, e per f arsi sicuro all' interno, esilia quanti religiosi ed ecclesiastici vi sono nativi delle Romagne, e col cognato sconfigge le armi del Papa, il quale cede alia forza e al diritto, restituendo al Farnese il ducato. E cosi di questo passo per tutto il secolo e per tutta la Italia andarono le cose; e i popoli si vendevano, e si lasciavano vendere quantunque se ne dolessero, mentre e dissensi e contrasti e debolezze e frodi e vilt^ costituivano allora la totality di quel fantasma volubile che si chiama anc'oggi politica. E di tal fatta, e non altrimenti, le condizioni morali. Che, pur restringendoci alia Toscana, noi vediamo i suoi principi altalenare tra il bene ed il male continovamente. Or ligi alia Spagna, or al Papa, or ai frati, or aUe cortigiane; e Ferdinando 11, uomo prudente, ma non sempre coraggioso, cade nella pusillanimity. E mentre dianzi ti si mostra superiore alle minaccie del governo di Roma, vedi poi che lascia, durante il suo regno, radicare negli ecclesiastici arbitrario esercizio di giurisdizione politica, pel quale vanno in breve vieppiii sperdute le antiche consuetudini deUa repubblica, e le ordinanze del duca Cosimo, e per timore dell' Inquisizione abbandonare il disegno di erigere un monumento a Galileo. E nel medesimo tempo (come vedrem--o poi pill particolarmente) ama e protegge gli studi, coltivandoli, e in essi trova conforto o distrazione agli affanni politici e famigliari; e a chi gli dimostra come, facendo egli ammaestrare il popolo, sarebbero venuti a mancare artigiani e servitori, risponde compiacersi assai piii d' esser principe d' uomini che di bestie. Che se dalle Corti si viene a' nobili e si scende al popolo, noi assistiamo a' contrasti medesimi, alle medesime scene di discordie, di debolezze, d' immorality. Ogni privilegio ^ pe' nobili, oppressione 6 pel popolo; inani per i primi le leggi, eccessivamente rigorose al secondo*; impedito il popolo di portar armi, padrone di cingeme quando e quant' e' vuole il signore e di accerchiarsi di bravi, per aver mezzo cosi d'insolentir sopra i deboli. Indi le vendette, i tradimenti, e quella riazione sanguinosa dell'oppresso contro I'oppressore; d veramente una societa ingiusta senza grandensea, passionata senza generosita, dove niuna esaltazione, ma ragionamento e calcolo e frode e intrighi indecorosi predominano. E pjsrfino nel vestire servility e contrasto di gusti si fanno palesi. Sono state tante (dice il Rinuccini ne'suoi Bicordi Storicl) le vanita del vestire che in questo secolo sono seguite, che si rende impossibile di poterle non solamente narrar tutte, ma anco la maggior parte di esse: tuttavia non lascia egli di notarne qualcuna, prima degli uoraini, poi delle donne ; dopo di che in generale ha detto, che E quest' eclettismo esteriore era non altro se non un riflesso dell' interno eclettismo e contrasto di quelle menti e di quelle volonta, sicch6 i medesimi uomini, come, per esempio, R. nostro co' suoi amici, avresti veduti a un' ora portare impettiti e gravi il vestito ricamato di seta nera e con frange e con nastri rasati, ad un' altr' ora coraparire al pubblico in farsetto e in pianelle. N^ poteva essere a meno che accadesse quella volubility e imitazione servile delle mode di Francia, imitatori com' eran gi^ divenuti quegli animi del pensare francese. Imperocch^ le guerre, la letteratura e le dispute clericali di quella nazione occupavano gi^ gl' intelletti italiani; e il nostro paese che, come nota il Guasti, aveva mandate Leonardo e r Alamanni a portar suUa Senna le arti e le lettere, tornava a scuola dai discepoli, tutto trovando ne' Francesi grande, a cominciare dal re. II quale, per mantenere il credito, spargeva anche in Firenze quelle pensioni, che il monaco Mabillon rifiutava, e il Dati e il Viviani soUecitavano. Scritti varj di LORENZO Panciatichi. Se entriamo nel sacrario delle arti, delle lettere e delle scienze, noi vediamo riflesse le condizioni medesime di contrasto, e di fare spensierato, che le politiche e le morali condizioni ci offriroiio. Alcuni artisti si buttavano all' esagerato, al teatrale, sostituendo al vero r artificioso, il forzato al semplice ; gesti violenti anco negli affetti pacati, panni svolazzanti anco in sale chiuse, riputando triviality la naturalezza; sicch^ i michelagnoleschi fanno Veneri cLe sembran Ercoli, e si presta culto alia me'diocrit^, si segue il traviamento. E Lodovico Caracci che tenta in Bologna coUo studio di veri capiscuola, opporsi a' degeneri imitatori, riesce a fondare una scuola che ha per carattere r eclettismo, stimando arte suprema accordare non solo ma fondere quanto i grandi artisti avevan di mejglio ; ne egli ne i suoi cugini sepper mai all' eclettismo aggiungere il pensiero ispiratore, preferendo, come dice lo stesso Cantil (Storia Universale, vol. XVII, pag. 816), di avvicinarsi ai fenomeni della natura e supplire al genio colle rimembranze. Percio i migliori di loro scuola fecero riazione contro questa infelic^ idea. II cavaliere d'Arpino proclama I'idealismo, ma condannando i marinisti materiali della pittura, diventa egli il Marini della pittura stessa per la ricerca affettata dell'ideale. A Guide Reni che vagheggia il soave, si contrappone il Guercino che si d^ a' gagliardi contrasti di luce e d'ombra: alia facility del Berrettini la creazione fiera del Rosa. Matteo Roselli contrasta con Carlo Dolci; il primo sereno, quieto, corretto, il secondo smorfioso alquanto, e coloritore con non abbastanza armonia. Cosi nella scultura e neir architettura, le quali pure ci presentano piil cadute spensierate che creazioni e voli generosi, contrasti, esagerazioni ; e 1' alito dell' affetto che spira ne' rozzi tentativi del trecento, non ritrovi in esse ora piiH ; n^ vecchio viiol trovare un accordo, un legame, un'armonia. Intendimento quant' altro mai salutare e generoso, ma che appunto per esser concepito da menti ineguali a si grande lavoro, rimane frustrato o contraffatto, e piucch^ il nuovo farlo sgorgare naturalmente dall' antico, e ajutarne, quasi a mo' di levatrice, il parto desiderate, trascurano inesperti e loro malgrado il primo per il secondo, o il secondo pel primo. E un eclettismo quello che esce dalle mani di questi uomini; 6 la figura mostruosa che Orazio ci dipinge nel principio della sua Arte Poetica. Or bene, in quel secolo abbiamo da un lato Platone ed il neoplatonismo, dall' altro Aristotele e 1' ipse dixit de' suoi seguaci. Qua Galileo, 1^ il Peripato : qui il Cartesio, li Huet : qui 1' ardito proposito e la ferma volont^ del tutto esaminare ; qua la tirannica pretensione del tutto imporre e far accoglier per fede; da una parte la liberty,, spesso sconfinata, del Bruno e del Campanella, dall' altra parte 1' inquisizione pronta a tai'pare le ali, se vogliam temerarie, di quegli ardimentosi sfidatori del cielo. In una parola noi siamo sempre con un piede nel Medioevo, con 1' altro nella Riforma. Ella 6 questa che si combatte una vera guerra da giganti, nella quale le intelligenze di coloro che non son ingegni potenti, si debbono trovare in baUa di impulsi diversi, che, come dissi, se ne disputano ad ogni istante il dominio. A larghissimi tratti noi abbiam vedute come in ispecchio le condizioni politiche, morali e intellettuali di questo secolo ; imperocch^ senza questo lavoro preHininare noi reputassimo di non potere arrivare a conoscere determinatamente 1' uomo di cui teniamo discorso, e i suoi scritti, e la storica importanza di essi. La vita di ogni individuo ^ un problema, per risolvere il quale condizione necessaria si 6 di saper dove questa vita si svolse, e in quale civilt^. Poich^ la civUtlt d' un secolo viene sempre essenzialmente espressa dal tutto insieme delle opinioni, preoccupazioni e tendenze, forme e gradi di cultura proprie o particolari a ciascuno degli ordini sociali che in esso si comprendevano ; 6 insomnia lo specchio della vita interna dell' individuo in mezzo agli uomini del suo tempo. Nascita del Racellai. — Suoi parent!. — Antichitli e nobilU delle due famiglie Ricasoli e Racellai. — Loro attinenze con le glorie politiche e letterarie dell* Italia. — I Ricasoli, i Racellai ed i Medici. Perch^ Orazio piacchd Ricasoli appellino gli scrittori col nome materno de* Racellai. — Qaesti e le dottrine platoniche. L' accademia istituita da Gosimo e Ficino. Intendimenti di questo. Saoi scritti. Platonismo cristiano di lui e de*8aoi accademici. Si nominano. Bernardo Racellai. — Sue qualiti, opere, pregi di esse. — Fa parte deir A (Epist. 1*). E percio egli loda Porfirio anche nella teorica dei sacrifizii, e non nega che le anime umane vengan giu da una certa parte del cielo, e vi risalgano, e agli angeli assegna un tenuissimo corpo; dottrine tutte, che non il Platonismo solo, ma questo e le emanazioni alessandrine ci possono spiegare. Gli 6 per cio che 1' Accademia istituita dal nostro Marsilio piii che Platonica dovrebbe appellarsi neoplatonica, per un certo neoplatonismo che si distingue ad un tempo dal Platonismo schietto, e dal neoplatonismo alessandrino, trasformati entrambi cosi dal cristianesimo come da una certa mistura di dottrine e di forme aristoteliche; essendo in questo aspetto neoplatonici e fondatori e continuatori di essa. I quali furono in grandissimo numero, contemporanei ed amici del Ficino, come egli, distinguendoli in tre classi, scrive a Martino Uranio, e li nomina tutti. Fra i primi che meritano speciale menzione sono (scrive il medesimo Galeotti) Giovanni Cavalcanti, che Marsilio chiamava 1' Eroe e amico unico e i fiorentini il di lui Acate, il quale per tutta la vita fu il confidente de'suoi pensieri piU riposti, e il confortatore delle sue amarezze: Angiolo Poliziano, cui dette il nome di Ercole, che egli consultava in tutte le difficoM filologiche, che fii tra' suoi piil caldi ammiratori, e con sommo conforto lo vide poi in eta matura piil propenso alia filosofia platonica: Giorgio Antonio Vespucci, Francesco Diacceto, Pico della Mirandola, e altri molti, tra cui Giovanni Canacci, Bindaccio Ricasoli, e Bernardo R., i quali ultimi tre andavano ogni giomo a tenergli compagnia quando desinava, e con essi conversava, ora scherzando piacevolmente, ora trattando gravi argomenti di filosofia. Bernardo, antenato illustre di Orazio R., era uomo di sublime e grave ingegno, a niuno secondo per civile prudenza, casto nel parlare, aflFezionato a' costumi antichi, e nulla non v' era in lui che non fosse veramente patrizio o senatorio. La sua vita politica ci dimostra com' egli sostenne sempre le cariche piU rilevanti, ambascerie importantissime, e sebbene stretto per sangue alia famiglia Medicea, non fu tra i suoi amici, e seppe ad essa mostrarsi spesse fiate contrario. Egli fu chiarissimo letterato, scrittore di storie. uno di coloro che la lingua del Lazio seppero mantenere in onore grande, come ce ne attesta la sua Orazione: De auxilio Typhernatibus (idferendo, modello di perfetto latino ; il De Bello Pisano ; il De Bello Italico, in cui si descrive la storia della venuta di Carlo VIll in Italia, e il Bellum Mediolanense, e sovrattutti il suo De Urbe Boma che voile dedicate al suo figlio Palla, nel qual libro, illustrando Sesto Rufo e Public Vittore, raccolse quanto si trova negli antichi scrittori intorno alle antichit^ di Roma, e quanto ^ proprio a dare una idea di quella regina delle nazioni. (Passerini, Curiosita Storiche.) Lo stile di R. e piano ed elegante, ed Erasmo da Rotterdam, nel libro ottavo dei suoi Apoftegmi, ebbe a dire che niuno meglio di lui »' era mai avvicinato a Sallustio. Fattosi strada coUa sua dottrina, Bernardo fu dunque chiamato a coinporre la schiera eletta delFAccademia ficiniana; e nelproferire il suo nome, in ogni cuore fiorentino risvegliasi ormai istintivamente la memoria degli Orti famosi. Morto Lorenzo il Magnifico nel 1492, il quale, come abbiamo notato, avea ampliato e protetto sempre V Accaderaia Platonica, fino a rinnovare i banchetti solenni co'quali Platone era solito di celebrare il suo di natalizio ; i componenti di essa poterono ancora per due anni, ospitati e protetti dal cardinale Giovanni e da Piero de' Medici, far le loro adunanze in quel portico novello di Atene, quale era divenuta la Villa a Careggi, frammettendo sempre, per suggerimenti e per esempio di Lorenzo, scrittore e poeta Italiano gentile, e dello stesso Marsilio, il quale dettava un elogio italiano dell' Alighieri, e traduceva il libro De Monarchia^ le letterarie discipline in mezzo alle disputazioni filosofiche. Per.la qual cosa ebbe grande vantaggio*la nostra lingua; che tutti i Platonici ripresero lodevolmente a scrivere nella lingua di Dante e del Boccaccio, e chi raggiunse V apice dell' eleganza e della dolcezza fu indubbiamente il Poliziano. Se non che nel 1494 cacciati, per la debolezza vergognosa di Piero figlio di Lorenzo, dalla citt^ di Firenze i Medici, e posti dalla plebe a sacco i loro palagi, il Ficino, se voile continuare i suoi studi diletti, fu costretto ad abbandonare Firenze e la villa, e ricovrarsi nella rustica solitudine del suo Montevecchio. E quei sapienti che gli facevan corona dovetter lasciare il noto asilo, il luogo memorando de'loro divini convegni! Ma la grand' anima del Ficino spird sempre nel petto di quegli amici e discepoli le sublimi dottrine e le belle virtil ; e Bernardo R. diede ad essi cortese ospitaUt^ nella sua casa in Firenze, e poi nel suo giardino, sul principio del secolo decimosesto, donde 1' Accademia platonica prese nome d' Accademia degli Orti Oricellarj. Quivi convennero principal! Niccolo Machiavelli, Luigi di Piero e Luigi di Tommaso Alamanni, Piero del Riccio detto il Crinito, Antonio Brucioli, Giovanni Corsi, Francesco Vettori, Pietro del Nero, Giovanni Canacci, i due Francesco da Diacceto, I'uno detto il Nero, Y altro il Faona^zo dal color delle vesti, Giovanni Corsini, Cristoforo Landino, Piero e Niccold Martelli, Giovanni Cavalcanti e il Martini, i quali due ultimi il Ficino chiamd nel 1499 esecutoridel suo testamento; e per tacere di molti altri, i figli di Bernardo R.. In questo giardino veramente platonico si addita ancora il luogo, dove quei dotti uomini si radunavano, e dove sur un cartello di porfido sta scritto: Ave Hospes. Quelle volte e quei viali risuonarono di voci sapienti, e il Diacceto vi leggeva i suoi Libri sul Bello, il Machiavelli i suoi discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e i Libri suW Arte della Guerra, T Alamanni il Trattato della Coltivazione. L' amore delle dottrine Platoniche divenne fin d'allora viepiii tradizionale nella famiglia de' R., che lo serbarono sempre come una gloria superba, quasi depositarii di preziosa reliquia, ereditata con tante altre grandezze da tempi pill fortunati e migliori. E dopo due anni il ritorno de' Medici in Firenze, morto Bernardo nel 1514, i suoi figliuoli Giovanni, Palla, Cosimo, e il nipote Cosimino, non furono men gloriosi ed ardenti seguaci delle vestigia pateme. E Marsilio Ficino e i tre Pulci e il Poliziano e Pico della Mirandola, ormai spenti, doverono a questi esser modelli sublimi, immortali, sovrattutto Bernardo. Leone X e il Machiavelli furono condiscepoli di Giovanni, il Diacceto maestro a lui di filosofia e di eloquenza. Ebbe anch'esso anima platonica, come conservaronla tale Palla e il nipote. E li pure all' ombra di quegli Orti, in quell' atmosfera piena di vita e di scienza, die mano Giovanni al suo poema suU' Api, modello tra le scrittnre di tal genere, a tale che vi ha chi scrisse sembrare che le api stesse, ronzando d'intorno al poeta per libare il succo dei fieri, se gli posassero talvolta sulla penna, infondendovi quella dolcezza che tanta spirano i versi suoi. L'Accademia degli Orti col sacrofuocodella scienza e delle lettere nutriva ancora e conserva va quelle non meno sacro della liberty e della repubbUca ; e i liberi insegnamenti del Machiavelli e del Diacceto congiunti alle* divine speculazioni platoniche non poterono rimanersene privi di frutto. L'oppressore cardinale Giulio dei Medici pesava suU' anima libera di quei platonici, come suU'ardente gioventii fiorentina, la quale correva volentieri ad udirli. Fu allora che la quieta stanza di Sofia videsi trasformata in sede di una congiura a danno del despota, alia quale presero parte moltissimi, tra cui i due Alamanni, il Buondelmonti, il Diacceto. Sventuratamente scoperta, mentre quest' ultinlo spirava la grand' anima sua per mano del carnefice, e molti altri niigravano in esilio forzato, I'Accademia Platonica fii sbandata, e non pot^ piii fin d' allora (1522) proseguire le sue adunanze in quegli orti di sapienza e di pace. De'R., quantunque amici di liberty, pur legati strettamente alia famiglia de' Medici in parentela, non apparisce che alcuno pigliasse parte a quella congiura; che anzi noi conosciamo la sorte di Palla, quando nel 1527, unico superstite de'figli di Bernardo, mostratosi dalla parte dei Medici, allorchd furono ricacciati dalla citt^, videsi invaso il palazzo, guaste e ftirate le suppellettili, e la vita in pericolo. Quel Palla bensi, che, ristaurata la potenza medicea, veduto il nuovo Duca della Repubblica andare a poco a poco erigendosi in assoluto signore, pentitosi della protezione accordatagli, si oppose unico poi nel 1537 all'elezione del nuovo despota, morto Alessandro, e dichiard doversi a Firenze restituire la prima liberty. Invano ; che Cosimo de' Medici fu proclamato il Secondo Duca. II giardino stette in propriety de'R. fino al 1573; dopo il qual tempo passd venduto, per mena certamente de' Medici, per sei mila ducati a Bianca Cappello, che di luogo consacrato alle sovrane armonie della scienza platonica, mutollo in sede di delizie e di volutta a' cortigiani medicei. Ed ora questo gran monumento ricco di tante memorie e propriety di una nobile dama Bussa, la contessa Orloff, la quale, curando il decoro di questo luogo, ha speso ingenti somme per abbellirlo, e farvi miglioramenti notevoli. Se pero 1' Accademia degli Orti non pote daDa congiura in poi radunarsi, e gli Orti stessi furono con pensiero ingeneroso venduti, la tradizione platonica non si spense guari, nd si poteva. Troppi erano gli uomini grandi, il cuore de' quali batteva per le idee del divino Ateniese; troppo viva era in essi la memoria del Ficino e di Bernardo ; troppo cdnsone ormai le platoniche divinazioni al sentimento italiano, rispondenti troppo alia bellezza del cielo che aUe pendici di Firenze, alia torre di Arnolfo, e a Italia tutta divinamente sorride. II Casa, lo Speroni, il Patrizi platonici tutti legano i tempi di Bernardo e dei figli ai tempi del platonico Orazio. Ma pur nella famiglia medesima de'R. questa fiamma si conserve viva sempre, e se un uomo tra essi debole o degenere potd r avidity del danaro preferire al glorioso possedimento di quel luogo; sacro ormai come tempio, o cederlo, vinto dair altrui minacce, i piii di loro dovettero deplorare sififatta perdita; mentre, contemperate dalF indirizzo dei tempi, predilessero sempre le dottrine della illustre Accademia. E 1' avo matemo di Orazio R., cultore del neoplatonismo, conobbe Torquato Tasso ancor giovane a Napoli, e il Tasso, platonico in certi punti, ricorda quell' avo con parole di molta lode e di molta familiarita nel suo Dialogo che ha per titolo : II Goneaga o del piacere onesto. (Dialoghi del Tasso, per cura di Cesare Guasti, Tip. Le Monnier, vol. I, pag. 60). Ed 6 a questo punto che comparisce sulla scena della vita Orazio nostro, di animo nobile, d'ingegno elevate, il quale doveva come riunire in s^ e nell' opere sue la tradizione neoplatonica custodita gelosamente nel seno deDa famiglia materna. II conservarsi, come tesoro santo^ r amore delle dottrine dell' Ateniese e del Ficino da' R., le case dei quali furono teatro in cui i piii dotti si raccolsero sempre, non pud da noi non risguardarsi come un' occasione, un motivo intrinseco dell' indirizzo filosofico del nostro filosofo, o almeno come un elemento sostanziale che doveva concorrere insieme con altri, e potentemente, a informare lo spirito scientifico e letterario di lui. Un Ricasoli infatti diede a Orazio la vita; ma i R. ne informaron la mente, in quella guisa medesima che coUe sostanze di Monsignor Delia Casa ereditd, come scrive il Casotti, il suo spirito, la sua virtii. (Elogio di R.). Non anticipiamo il racconto ; ma possiamo dire fin d' ora che R. nostro, ammiratore e seguace delle dottrine platoniche, dovS sognare sovente i deliziosi sapienti convegni nell' avito giardino, e pitl d' ogni altro dolersi che quel monumento di virtii e di dottrina non potesse piii, fatto albergo ai disordini di Bianca Cappello, e poi di un cardinale de' Medici, ispirare nell' animo siio il forte volere, i gravi pensieri, che quei liberi ingegni vi aveano raccolti e maturati. Nondimeno egli, R., per far rivivere quell' avite conversazioni, e perpetuare cosi la tradizione domestica, raduner^ nelle stanze della sua casa i celebri eruditi del tempo suo, e dietro le orme de' suoi parenti, ascolterh e detter^ precetti di sapienza e di virtti, non potendoli ancora di liberty. Ch^ in luogo della voce sdegnosa del Diacceto, degli Alamanni e del Buondelmonti, che nel sacro ricinto de'suoi Orti venduti echeggiava minacciando i fautori del dispotisDio, gli oppressori dell'antica e gloriosa repubblica, qui nelle stanze del R., uomo di corte insieme con dotti uomini di corte, si udiranno parole di dottrina, rime d'amore, rim-, proveri pur anco ai costumi guasti della Corte e del Clero ; ma non saranno piii, no, gli energici avvisi del Machiavelli e degli altri per trattener la caduta di una liberty che vedevano precipitare ; saranno i timidi lamenti di un bene irremissibilmente perduto, deboK querele di uomini curvati sotto il gravame della servittl, proteste inconsapevoli talora, sommesse sempre, perch^ i Medici ormai signori assoluti, se splendidi e munifici protettori delle scienze,'non sono tali da consentire si grande temerity, e il tribunale 6 la ad impaurire gli intelletti, e a tarpare le libere ali del pensiero e della coscienza. Cosi i motivi generali esteriori ed intrinseci delI'avviamento educative e scientifico di R. apparvero a me, ed io credo pure al leggitore, distinti. Vediamone ora lo svolgimento successive nel cammino della sua vita. Prima edacazione e istrazione del Bacellai. Fa segnace del Galilei. ~ Lo dichiara egli stesso ne* suoi scritti. — Abitudini sue e motteggi de* suoi amici. — Lorenzo Panciatichi. — Luigi Ricasoli Rncellai. La Corte Toscana e R.. Suo cortigianesimo e suo disprezzo della Corte. ~ Contrast© de* tempi che anche su questo pimto si ripercuote nell* uomo. — Sua missione diplomatica a Vienna «^'Varsavia. II 'signer Luigi Passerini che piii largamente di ogni altro s' intrattenne suUa vita di R. (Genealogia della Famiglia Bicasoli, Tipografia Cellini, pag. 84 e segg.) discorrendo della prima educazione di lui ci dice che Ma i nomi di quegli uomini chiari non li sappiamo, nd I'esame accurate che su tutte le opere di R. abbiamo fatto, n^ altre ricerche diligenti ce li han rivelati. Gli ^ certo perd che Galileo fu udito dal R., e questo possiamo asserire con sicurt^ piena. Imperocche il signer Passerini si appoggi, come noi, nell' afifermar cio sopra quelle che il nostro scrittere nel suo Discorso centre il Freddo Positive dice in principio, e che ^ prezzo delr opera rammentare. Questo e qualche altro passo delle opere sue, provano essere stato il R. discepolo del Galilei, non gia nel significato ristretto che si suol dare a questa parola, ma in quanto egli giovane piil volte ascoltd da' labbri medesimi del Galileo la esposizione delle dottrine di lui; e a questi passi si appoggiano il Nelli, il professor Palermo, il conte Mamiani ed altri che ne favellarono. e pone in nota che cio ricavasi da alcuni frammenti di oi)ere del medesimo esistenti nella sua libreria. E il professor Palermo e il conte Mamiani chiamano con sicurezza piu che discepolo, amico del Galilei V Imperfetto. E il canonico Moreni batte la medesima strada, aUora che discorre di lui, e si maraviglia, e a ragione, che il Tiicaboschi, laddove nel tomo ottavo della sua Storia della Letteratura italiana si trattiene a parlare di R., nol collochi tra' piii solenni filosofi di quel fioritissimo secolo, in cui \isse 1' immortal Galileo di lui maestro. (Saggio di Dialoghi filosofici del Bucellai dato dal Moreni. Tipografia Magheri, 1823, pag. xxi. Firenze.) E le dottrine del gran filosofo poteron davvero anch'esse ed efficacemente sull' animo del nostro scrittore, come su di uomo tenero amico della verity. Galileo infatti aveva trovato nella selva opaca il vello d'oro: egli aveva ritornato a vita sotto un certo rispetto il metodo di SoCrate e lo aveva riconsegnato alle intelligenze stanche ormai di servire ciecamente all' autorita di Aristotele. Ecco il perch^ R. vedi abbracciare del Galileo le teorie con animo aperto. Ed ei pud dirsi che dififerisce dagli altri segi\aci del Galileo e che li supera in questo ; gli altri svolgon le dottrine metodiche del Galileo nell' osservazione dei fatti esteriori e delle loro leggi ; mentre che R. si propone di svolgere quel metodo stesso in ogni disciplina filosofica, cio6 anche nella osservazione dell' uomo interiore; quantunque nelle conseguenze della sua lilosofia seguiti piii il probabilismo accademico, come vedremo in progresso. n R. dov6 avere altri maestri e di rettorica e di filosofia, e compiere nella sua gioventii studj ordinati; e di cio fan testimonio le opere sue eruditissime, e nello stile e nella lingua adorne di tante bellezze. Oltrediche era questo il costume de' ricchi e de' nobili di que' secoli ; che allora, come ne ricorda il buon Moreni (Dial, fil., pag. Vill), quanto piil erano eglino di nobilt^ forniti e al di sopra degli altri, tanto piii e'si credeano in debito ad esempio ancora, ed eccitamento altrui, di viemaggiormente nobilitarla coUe virtii, e colle lettere, ben persuasi che senza il di loro corredo, soccorso e accoppiamento, niente o assai poco ella nello spirito signoreggiar suole o suUa opinione degli uomini. D R. educate fin da giovanetto da' suoi genitori e maestri nel sentiero della scienza e della virtii, fu quanto e piii di altri compreso di cid, e la verity di questa sentenza tradusse egregiamente in atto nella sua vita fino all' estremo; si che il Magalotti, quando avvenne nel 1672 il 16 febbraio la morte di lui, mestamente scriveva a Luigi Del Riccio. (Lettere Familiari, tomo II, pag. 28) A dieci anni fu decorato delle divise equestri delrOrdine di Santo Stefano; a sedicirimasto privo del padre, ebbe il Priorato di Firenze, istituito dal suo avo Giuliano; e i cavaKeri di quell' Ordine lo elessero gran Contestabile nella solenne adunanza tenuta in Pisa. A 27 anni sposo Maria Felice de' nobili Altoviti, egregia donna, e dalla quale ebbe nove figU, tra cui Luigi il maggiore, che seguendo le orme del padre fu anch' esso, • giusta ne dice Salvino Salvini ne' Fasti Consolari dell' Accademia Fiorentina, e secondo che ne porgono argomento sicuro gli scritti eruditi di lui, lo splendore della patria, e 1' ornamento non meno delle accademie che delle corti dei principi. Orazio RuceUai pari av^ndo alle doti della mente quelle del cuore, fu caro a quanti lo conobbero, venerate anco da' grandi, e mite senza che cio vietasse a lui di essere nelle sue poesie e cicalate acuto e pungente, e dei vizi rampognatore mordace. Fu come i suoi genitori uomo pio e religioso, anco troppo talora, fino a sapere di eccessiva misticit^ nei suoi scritti. Ebbe sua dimora in Firenze; pero talfiata recossi e abitd in Roma, dove aveva possedimenti, e spesso, dopo le politiche incombenze a Vienna e in Polonia, ritiravasi specialmente gli ultimi aniii nella quieta villa al PoggiaJe, ne' dintorni di San Casciano. Le sue abitudini come d' uomo che vuole stare in una custodia di cristallo, meticolose sempre e, come a dire, scetticamente impacciate, che ti sembrano un debole si, ma pur verace riflesso del suo carattere, de' suoi scritti e del suo tempo, e pero mi ci fermo. Tanto era della sua salute eccessivamente riguardoso, che certi suoi incomodi e certe curiose precauzioni per questi, diedero ansa ai motteggi e alle canzonature poetiche de'suoi amici accademici, non disdette neppure da Luigi suo figlio, e accademico anch'egli. E Cesare Guasti scrive di lui motteggiato dal Panciatichi: E infatti nel bel suo ditirambo di im BevUore brillo, a Panciatichi deride cosi il Bucellai: « Pupilletto, Vezzosetto, Caro Orazio RuceUai, Gioiellino degli amici, E splendor deUe morici, Dimmi 3e io son cotto, filosofo mio dotto, Tu che trovasti, Tu che redasti Fralle cose paterne indite e rare Le pillole che fanno indovinare. » Dalle quali ultime espressioni ricavasi conferma ancor di quello che nel precedente capitolo andava accennando, sul trasmettersi quasi per tradizione ciascun de' R. di padre in figlio, iino ad Orazio, la dottrina platonica. E delle medesime sofisticherie ragiona quasi sul serio il figlio Luigi'nella Cicalata della Ipocondria: i Ditemi un poco, egli esclama, quella difficoM di respirare che tiene sempre sospetto d' asma il nostro filosofo (chd Orazio era cosi antonomasticamente appellato) pud ella essere altro che 1' ipocondria pettorale ; la quale mentre impedisce V esalazione di quelle si vive favilluzze, gli mantiene sempre piena di filosofia la lingua e il petto? Cosi la vivezza dell'Imperfetto, mio genitore, con cui le piii difficili cose del Timeo spiega si chiaramente, A daU'emorroidale prodotta; ond'egli, che bene il ravvisa, per aggiungere coi nuovi sopravvegnenti spiriti vigore ed impulsi all' intelletto, ad ora ad ora 1' emorroidi rimpinza, perch^ ella per quella via non gli scappi fuori; cbe perd a ragione dal suo gran panegirista (il Panciatichi) fu chiamato (( Gioiellino degli amici E splendor delle morici. » Ma odansi, di grazia, de'motteggi ancor pitl acuti che alle sue abitudini legate si fecero: e con cid intanto il lettore^ si far^ meglio un' idea di quel che allora erano I'Accademie in generale, e dove gli eruditi e i letterati snervavano 1' ingegno. In un altro ditirambo D' una che per febbre deliri motteggia da capo il Panciatichi il nostro Orazio cosi: « Malan che il ciel vi dia^ Sto male, ho le petecchie, ho quel sudore Che di luglio uccideva il mio Priore. Solamente sdraiato sugli marraori Queir omazzo attendea V alba deir jomo, Quand' ecco in un istante > Di strida e d' ululati, Di singulti e latrati Himbomba Parione,* E corron le persone A casa V Imperfetto Che faceva all' amor col cataletto. Corse Razzullo,* e senza aver pigrizia II Priapo * volo della sporcizia, Per dichiarazione di questi versi giova recare alcune parole di Luigi R. nella Cicalata suir Ipocondria : « N^ meno provvidente si dee reputare mio padre, diligentissimo Ipocondriaco, al quale venne, poche settimane sono, in villa, una specie di granchio nella penna, che debilitando quelle sue dita, ferme gliene tenne e inabili a scrivere per due momenti ; onde esso temendo d' improvviso accidente d' apoplessia, acciocch^ col mote non gii piovesse nuovamente flussione, mando tosto a cercare del medico tre miglia lontano ; e intanto tenne immobile nella medesima positura la mano e le dita per aria, finche il medico non vi arrive che gli die licenza di muoverle. » E appresso : «E per certo s'udirebbero piu rade, o forse non mai, le scalmane, se tosto che 1' iiomo dal natural temperamento si sente fuori, alia prima gocciola di sudore, anche d' agosto, si ritirasse nella piii tepida stanza ; e fino quando gli sudano le tempie per rnangiare il marinate, o altra cosa acetosa, proibisse il far vento per cacciar le mosche da tavola. i> Strada in Firenze^ ove era il palazzo Ricasoli^ convertito oggi in Locanda. II Biscio7ti nella stampa annoto : « Si crede foss% un plebeo. » Ma neW esempl&re oggi Riccardiano, suppli a penna : « Vogliono alcuni che in quel tempi si denominasse Razzullo il poi famosissimo dott. Francesco Redi. » * II Priapo della sporcizia, in lingua Jonadattica, il Priore della Sporta, convento e spedale dei frati di San Giovanni di Dio. Vedilo ricordato anche nella Controccicalata. II Panzacchi, che forse ^ questo Priore, praticava molto in casa del march. Corsini ; dove, oltre gli altri divertimenti che le brigate ne traevano da lui, uno Che appunto colla barba veneranda, Facea le fregagioni A certi suoi malati vagabond! Che pativano un po'di mal di pondi. Che c' 6 e che non c' fe ? Chi ha mal ? che cosa 6 stato ? Grida il Priore : Oiin6 ! lo son, che son spacciato. \r 6 cascata la gocclola. Che gocciola, Signore? Gocciola di sudore,' Gocciola amara e tetra Che alia mia tomba incavera la pietra.* Deh! cantatemi tutti I'Epicedio! Sudai di luglio e non c' e piii rimedio. E via di questo gusto canzonature sopra canzonature, che io debbo tralasciare per non digredir troppo dal pill importante. II riferito per6 credo basti a dipingere, tolta 1' esagerazione, il carattere di questo era il farlo predicare : nella qual funzione faceva e diceva cose stravagantissime. Una volta gli fu fatta questa burla. Avendo i signori Corsini adunata una buona conversazione al loro giardino vicino alia porta al Prato, e volendo far predicare questo frate su quelle parole del Vangelo, Modicum et videhitis me etc. ; ed avendo fatto accomodare una grande asse sopra un vivaio o tinozza d'acqua; fattolo quivi sopra salire; quando si fu bene incalorito, ed ebbe molte volte esclamando ripetuto : Modicum, et videhitis m.e; nei ripetere Taltra parte del testoi Modicum et non videhitis me ; gli fu tratta di subito I'asse di sotto, e il caro frate, cadendo nell' acqua, tutto quanto vi si tiiffo. Accorsero i servitori a trarnelo, e lo condussero in una stanza a rasciugare : ed alcun gentiluomo fu nel1' istesso tempo a confortarlo e a dargli ad intendere che era stata una disgrazia dalla veemenza del suo dire procurata. (C. Guasti. In nota agli Scritti varj- del Panciatichi.) * Vedi di sopra la nota alle parole quel sudore ec. Scherza su quel verso : Gutta caval lapidem, non vi, sed scepe cadendo. uomo, le esitanze e i timori del quale per la salute rassomigliano alquanto agli scrupoli ed ai timori incessanti di trasmodare che nelle opere scritte di lui trapelano ogni momento; e a farci meglio conoscere le consuetudini spensierate di quella et^ della quale giova veraraente ripetere : che non sappiamo se rimpiangere que' tempi o compiangerli; perch^ rimane a sapere, se quello fosse un ridere consolato, od un amaro sorridere. (GUASTI, Ibid.) Come i suoi antenati, cosl Orazio entro presto nella Corte, e a dieci anni fu ascritto tra' paggi ; e fin da quel giorno incomincio la sua vita di cortigiano sotto il governo di Cosimo II. II quale, quantunque di ottima indole e di buone intenzioni, non poteva per la mal ferma salute aver grandi cure del govemo. II Rucellai perd dovette incominciar a nausearsi fin d'allora della sfarzosa vacuity della corte, cui Cosimo U, per distrarsi dal fastidio del governo, riempi di nani e di buflbni e di lusso spagnolesco, seguendo cosi le misere inclinazioni di un tempo ancora piii misero e ostile alia liberty dello speculare e del vivere. E piii ancora dov^ 1' animo suo disgustarsi del fare artificioso dei Principi e delle Corti, quando, morto Cosimo II, e Ferdinando II destinato a succedergli s'instruiva, giovinetto ancora, nelle cose di Stato, le due principesse Gristina di Lorena e Maddalena d' Austria tennero per ben sette anni le redini del govemo toscano. Amministrando con femminil leggerezza, incorsero in gravissimi errori. Tra questi non pot^ loro perdonarsi V aver allontanato dal consiglio e dal governo il Segretario di Stato Curzio Picchena, uomo di probity sperimentata e di costumanze severe, al quale le aveva Cosimo raccomandate ; sostituendo in sua vece Valerio Cioli, uomo raggiratore, avido, menzognero, che presto pose le finanze e tutta V amministrazione in disordine. E fu pure per i mali consigli del Cioli se le due donne, con grave danno della Toscana s'indussero a rinunziare in favor del Papa il Ducato di Urbino, il quale, appartenendo alia fanciullina Vittoria Della Rovere unica erede del morto Duca Federigo, e promessa sposa a Ferdinando II, doveva come patrimonio della moglie (deplorevoie uso del tempo) tornare alia casa Medicea. Deboli, incerte, pusillanimi queste due principesse avevano troppi e spesso ingiusti riguardi verso la nobilt^ ; il perche codesto ordine di cittadini, soverchiamente privilegiato, lo fecero montare in tanta baldanza, che impunemente opprimendo la plebe, la eccitava a tali vendette e delitti, cui le leggi piii non potevano impedire. Ed 6 naturale ! tirannia nemica di liberty ^ sempre generatrice esecrata di licenza e delitti. Ma cid nondimeno, in tanto contrasto di grandezza e di miseria, di virtii e di vizio, di dispotismo e di liberty,, R. pur disgustato, lo vediamo anziche allontanarsene, continuar I'abitudini di famiglia, proseguir nella Corte, e sotto il reggimento di Ferdinando, salito al trono nel 1627, diventa r suo gentiluomo di camera. Egli, Orazio, si fa, come tutti gli altri letterati del tempo, sempre piii ligio al Granduca; ne dico cid a caso ; cM alcune lettere ''di lui ritrovate da me fra le carte di Ferdinando II e del cardinale Leopoldo ce ne oiBFrono prova manifesta. Biasimera poi con nobili versi i vizi dei principi e dei cortigiani; dispregier^ con isdegni generosi quelle catene dorate ma pesanti sempre, e il contrasto dei tempi vedremo qui pure riflettersi nei pensieri e nolle azioni del nostro lilosofo. Ma intanto ei si piega, ei fa getto della indipendenza del suo spiiito, cotanto necessaria soprattutto a un iSlosofo. E poi se biasima la Corte e i cortigiani, non tocca ne biasima punto il malo govemo, si i vizi particolari del govemante; d questo un biasimo come di famiglia grande ma quasi privata; ne la patria sua ricorda mai, e non ha mai un pensiero per essa ; sembra quasi Y abbia dimenticata, o non sappia che ella ^ in servitu; solamente la Corte, TAccademia e la villa formano il mondo del nostro filosofo. Mi si permetta in grazia dell' opportunita, ch'io tolga da un de' capitoli prossimi, qualcuna delle sue parole servili inverso il Granduca; indi alcune altre che contro la corte ed i principi lancia sdegnato ne'suoi sonetti, e giudichi il lettore s'io sia, nelle mie aflfermazioni, fuori del vero. E nell' occasione della nascita d' un suo figlio, pur di Roma un anno dopo, il 10 dicembre 1639, (V. Garteggio idem, lett. 304, filza idem), V annunzia al suo padrone serenissimo cosi : E in altre lettere scritte al granduca medesimo per domandargli favori, poich^ sembra in certi momenti ii suo patrimonio abbia sofferto gravi avarie, e per rendergli grazie dei soccorsi somministratigli, arriva a dire che la sua vita medesima ^ a Ferdinando obbligata per legge di natura. Ed io non so dove pescarmi servility maggiori di queste, n6 qual' altr' uomo mai che piii fedelmente di lui mi narri colla sua propria bocca inconsapevolmente le tristi condizioni di quegli spiriti. Egli ^ questo il pid alto grade della cortigianeria, ^ la negazione di quel che gli antichi con aurea parola chiamavano umano decora ! quantunque la generale consuetudine di parole tanto serviH togliesse loro gran parte dell' abiezione che a noi sembrano avere. Ma ecco I'antitesi, il contrast© de' tempi nell'uomo, e Tuomo che li spiega. II R., dopo quelle ligie proteste di servitil par ti diventi a un tratto un altro uomo, allorche quasi libero cittadino scrive cosi contro i Principi e contro le Corti: « La beUa verita, ch' ove s' apprende Puo far d' alte virtii feraci i regni. Ma con lume piu vivo entro s* accende Gli uinili alberghi e ne' piu pari ingegni, Non sopra eccelse raura unqua risplende. Dove il mentire e 1' adular s' ingegni, Anzi la vista a' regnatori offende, Quasi infausta nemica a' lor disegni. L' inclita Maesta temano i regi, Non cangi all' opre lor specchio si fine, E sembrin macchie impure ilor bei fregi. Quelle ch' usan chiamar virtu divine, Arti fian di malizia, e gli alti pregi Di lor gloria maggior frodi e rapine. » Comunque Ferdinando II, e a buon diritto, fece di R. giovine ancora assai conto, e nell' eta di 30 anni, sapendolo esperto nella ragione civile, gli die a sostenere le due ambascerie, a cui ho accennato di sopra, e la prima nel 1635 a marzo per Vienna, appresso rimperatore Ferdinando per rallegrarsi delr elezione dell' arciduca Ferdinando suo figlio a re dei Romani, come ne attestano i documenti che si trovano nel nostro Archivio Centrale di Stato (FU^a Medicea, n** 4389) ; 1' altra a Varsavia, nel medesimo tempo, per condolersi col re di Polonia Vladislao IV, per la morte del Cardinale suo fratello, e per trattare il matrimonio della principessa Anna dei Medici col principe Reale {FU^a Medicea, n° 4795). In queste due legazioni ei diede prova di molto sapere e di altrettanta cortesia, e le letter e stesse dei Principi e degli ambasciatori toscani presso quelle due Corti addimosfcrano quanto R. fosse stimato e gradito, e pel suo sapere e gentilezza di maniere ammirato da tutti. Sicchd il Tartaglini ambasciatore del Granduca a Vienna scrivendo di lui, il 9 marzo 1635, al ball Cioli segretario di Stato ebbe a dire: (FiUa Medicea,n'*4^S8d) E al cavalier Poltri il medesimo Tartaglini aggiungeva: Del rimanente, avremo meglio piii tardi, discorrendo dell' opere del RuceUai, campo di vedere quanto ei fosse nella ragion civile versato ed accorto, e quanto giustificata fosse 1' ammirazione, che coloro i quali tenevano allora gli alti ufficj del governo portavano a lui, che Lorenzo Magalotti per la sua prudenza qualificava come V uomo piu esperto a f of mare il more di un principe. Ufftcj di R. nella corte di Ferdinando II. Qnalita di qaesto principe. £ di Leopoldo. Benemerenze di essi nella protezione e cultara degli stadj. Si restituisce a vita V Accadeniia Platonica. Si fonda TAccademia del Gimento. R. poeta, letterato o filosofo. — Lodi a lui de^contemporanei e dei posteriori. Rovai. Redi. Crescimbeni. Moreni. Pallavicini. .Uffiicj di R. nell* Accademia della Crusca. Esercizio di versione da* classici antichi introdotto dal R. nelr Accademia. Se e quanto R. conobbe il greco. R. e i suoi Dialoghi filosofici. L’elogio a lui del SaMni. L’Accademia in sua casa. Materia e disegno de* suoi DialoghL Relazioiil di lui co* dotti del tempo, e co* principi. I quali r ajutano sempre. Traversie nella sua vita, — economiche, — moral!. Rassegnazione sua. II R. e Cosimo III. Questi non e, come generalmente si crede, nemico degli studj filosofici e e letterarj. — Morte di R.. — Si chiude con lui V etk del Rinascimento. — Onori al merito di quest' uomo prodigati anche dai posteri. — Come anch' io intendaonorarlo con questo libro. Torna, pertanto, R. dalla missione politica sulla fine del 1635, rientrando nel suo ufficio di gentiluomo di camera di Ferdinando 11, e dedicandosi pure senza interruzione a' suoi studj, a' quali trovava, giova ricordarlo, impulso grande ed esempio ne'molti eruditi fiorentini del tempo e negli stessi principi, il Granduca e Leopoldo. Ferdinando II ai guasti deUe due reggenti Cristina di Lorena, madre di Cosimo 11, e Maddalena d' Austria sua moglie, le quali avevano empita la corte di lusso e di intrighi, tolto alia giustizia il suo corso con le immunity e gli asiK delle chiese, tento ogni via di rimedio, da eccellent' uomo ch'egli era. E se nella politica non gli arrisero sempre idee felici, e seguitd ora piti ed ora meno le orme spesso non imitabili degli avi suoi, e alia prndenza non seppe costantemente unire il coraggio, tuttavia delle scienze, delle lettere e delle arti fu quanto e piii de'suoi predecessori amico e cultore, e ai suoi aiBFanni cercd distrazione, proteggendole regalmente e promovendo soprattutto le scienze esatte e le naturali. L' Emitiani Giudici (e credo in parte a ragione, ma in parte pure esageratamente) attribuisce questa protezione ad un fine politico e la spiega cosi : E Leopoldo fratello a lui minore di et^ non fu di certo minore a lui per scienza e per I'amore di essa. E il conversare frequente col Galileo Io rese esperto a schivare up. servile ossequio al Peripato, e a farsi della osservazione, dell' esperienza e della geometria criterio alia liberty dell' intelletto; e la filosofia naturale del Galileo e della sua scuola trovo HI esso e nel Granduca due propugnatori ardent! ed ^fficaci. Nutriti ne' buoni studj, contribuirono a mantenere in vita e in vigore le Accademie toscane, dove ridioma nostro potd almeno trovar salute dal contagio generale del tempo, e le scienze naturali uno incremento grandissimo. Nessun' altra et^ parmi possa vantare come questa di Ferdinando e di Leopoldo, tanto viva operosit^ di scienza e di lavoro letterario, destata per impulso di questi due principi. E Leopoldo, il quale sebbene avesse anco nelle faccende governative la plena fiducia del fratello, che del consiglio e dell' opera di lui sempre si valse, pure non avendo in mano la somma delle cose, che tutta era nel Granduca riposta, trovava piti largo campo per promuovere e favorire le lettere, le arti e le scienze. Difatti benemerito del nostro splendido robusto e gentile idioma con animo appassionato e caldo facilitava e sollecitava i lavori del Vocabolario, accudiva alle pubblicazioni di vari testi di lingua. Arricchiva di nuove collezioni la GaUeria di Firenze, che da lui riconosce molto del suo presente splendore. Rifondava, e questa fu delle prime sue cure, sulF esempio del vecchio Cosimo, Y Accademia Platonica, perch^ Dante e Petrarca fossero illustrati a seconda di quella filosofia; e sebbene il ritorno all' idee platoniche non fosse veramente un favorire la tendenza degli intelletti in quelr etib, n^ un avvantaggiare la filosofia Galileiana (Vedi Notizie istoriche premesse ai Saggi di Nat. Esp.^ Firenze, 1841, pag. 60), era pure un forte attacco, comunque indiretto, alle dottrine scolastiche fatte da lungo tempo cibo quotidiano ed unico della numerosa mediocrity; e per questi fatti e per questo colpo indiretto sarebbesi meritato Leopoldo da qualunque ingenuo e libero storico il nome di Benemerito, quando anche non vi avesse aggiunto tutto cid che voile operare a promuovere direttamente la nuova Filosofia delrUniverso. Nell'avvantaggiare le lettere, la filosofia e le scienze ebbe sempre in costume Leopoldo di associarsi agli uomini che pitl si erano in quelle varie discipline segnalati; cosi nel favorire lo studio della lingua nativa conveniva cogli Accademici deUa Crusca a pubbHcare opere poetiche o testi di lingua, radunava presso di s^ i Dati, i R., i Redi, i Magalotti a richiamare la filosofia di Platone; istituiva a bella posta una congrega in sua casa a raccogliere, pubblicare e ristampare le opere del Galileo, del Castelli, del Torricelli e dei matematici antichi nuovamente illustrati e dichiarati. E anco lo stupendo concetto di fondare un' Accademia destinata espressamente alia Filosofia sperimentale, si deve in particjolar modo alia gran mente del principe Leopoldo, il quale voile nel 1657 stabilire delle regolari Adunanze, nelle quali sotto i suoi occhi la nuova filosofia sperimentale, gi^ nelle domestiche mura promossa, avesse culto quotidiano e sistema, con Vincenzo Viviani, BorelU, Rinaldini, Marsili Magalotti, OKva, Bellini, Redi, molti dei quali fregiarono indi le famose University di Pisa, di Firenze, di Siena, inauguratori sovrani di quella Riforma proclamata dal Galileo e dal Torricelli. Orazio R. fioriva in mezzo a quegli uomini grandi, ed emulo della loro operosita e di operosita esempio ad essi costante, nei rumori della Oorte schivando Tozio coltivo sempre come nelle mura domestiche la morale e gli studj, ed ivi al pari del Redi trovo mezzi e pascolo airansietli irrequieta del sue spirito filosofico. Venuto presto in fama di molto sapere, il Granduca e Leopoldo non potevano non prenderlo in considerazione alta, e oltre le missioni politiche, che sopra mentovammo, gli affidarono la direzione degli studj del principe Francesco, e nel 1657 la sopraintendenza della Biblioteca Lanrenziana, che insieme alia Galleria veniva con regia profiisione arricchita. Le piii illustri Accademie fecero a gar^ per ascriverlo tra loro, e prima la Fiorentina della quale fa consolo nel 1653. E anche dell' Accademia della Cnisca fa singolare omamento e sostegno, e ne ebbe piti volte r Arciconsolato. Voile, imitando in ci6 la modestia di Socrate e la moderazione di Pittagora, giusta ne scrive Anton Maria Salvini, essere chiamato in essa V Imperfetto, e fece per impresa un disegno in matita rossa corretto con midolla di pane, col motto : per ammenda, Mostrossi il nostro Autore poeta, letterato, e filosofo, e in queste tre qualita riusci a' suoi contemporanei famoso, come le lodi di essi a lui prodigate fan fede. Infatti lo stesso granduca Ferdinando e Leopoldo a lui versi richiedevan sovente come da alcune lettere sue in risposta a loro ricavasi. Egli, R., scrisse rime di amore, filosofiche sociali, religiose, ed anche disoneste ; scrisse cicalate e panegirici, e dialoghi filosofici. Certamente questa mischianza di contradittorj non potra a meno di colpire la riflessione del lettore; molto piii se egli ricordi le qualita morali e anzi gli scrupoli che, come nel fisico, cosi nel morale assalivano di continuo il nostro filosofo. Perch^ mai egli a lato di poesie che ti discorrono soavemente dell' anima, dell' amore, della Provvidenza, che ti lodano la verginit^ di santa Maria Maddalena, • osa porre lubrici scherzi, immorali canzoni? Questo e un primo problema che fra poco risolveremo. Intanto vogliamo finir di vedere in qual conto cospicuo e come letterato e poeta e filosofo lo tenessero i suoi contemporanei, e anche i ppsteriori vicini a noi; indi ridurremo coUa critica al suo giusto valore le lodi. Francesco Rovai amico, a quel che sembra, di Orazio, e cantore delle Muse egli pure, indirizzandogli una sua canzone in morte d' un barone Bettino Ricasoli, cosi gli parla: « Dillo tu che sublime Sovra Eliconia ascendi, Orazio amato, e vai per i' aure a volo, Di' se de' colpi suoi fleri, tremendi Alcun giammai segno di piaga im prime Suir Apollineo stuolo ; Dical tua cetra i cui sonori carmi Al tempo ed air oblio spezzate ban V armi. )» E il Redi, pur amico di R., e scrittore forbitissimo di lingua nostra, pote dire di lui, che E per tacer d' altri, il Crescimbeni neir Arcadia dice che : E nel secondo volume della Volgar Poesia, aggiunge che : Ed anco come letterato accademico ne'suoi Discorsi, nelle sue invettive, e nelle sue cicalate, apparve a quegK eruditi modello di scrivere, e lo encomiarono profusamente, ora ammirando Y eleganza del dettato, or il brio e le facezie di che le andava adornando. E il canonico Panciatichi, con lettera in data di Parigi de' 24 ottobre 1670, volendo esaltare la gran perizia che aveva nella nostra lingua la duchessa di Vitry, cosi dice : Da che si vede com' era egli tenuto per letterato e scrittore in gran conto, e a molti, se non a tutti i suoi contemporanei, superiore. E il cardinale Pallavicino che quantunque, come dice il Giudici, se la piccasse un po' troppo per modello di stile, pure ne ^ di certo maestro, in questo modo scrivendo al R. de' suoi componimenti giudicava: (1666) E veramente R. si mostra qui, come nella versione di molte altre cose latine fatta man mano ne' suoi Dialoghi FUosofid, del latino idioma egregio conoscitore, non senza difetti che faremo poi notare aver esse comuni col tempo; il tempo poi questa conoscenza delle antiche lingue prediligeva, ch^ 1' et^ del Rinascimento non era ancora spirata, e dovea anzi chiudersi col nostro Filosofo. II quale, come quel che piii d' ogni altro de'suoi contemporanei ea; ^ro/i2550 si occupo nella filosofia di Platone doveva (e naturale arguirlo) il greco conoscere profondamente, e piil che non il latino. Se non che noi restiamo su tal punto tra il si e '1 no, e ci nasce anche il dubbio ch'ei ne avesse una notizia non troppo grande, e che per la versione e interpretazione del testo si servisse di traduzioni gia fatte dagli anteriori neoplatonici, dal Ficino pr^cipuamente ; molto piii che neoplatonicamente nella massima parte le teorie e le dottrine del divino Filosofo spiega ed illustra, cogl' intendimenti di Marsiho, di Plotino e di Giamblico, n^ si cnra, se non di radissimo, di ricondurre al suo verace e legittimo valore i pensieri deirAteniese; ne una parola greca ne'quattordici volumi de'suoi Dialoghi ti ^ dato trovare scritta, molto meno una frase ; e se v' ^ una parola greca § logos scritta italianamente. E vero che percorrendo le sue lettere, ne troviamo una principalmente diretta di villa al Redi, il 13 novembre 1662, e dove dice tra le altre cose : E piil volte di aver letto sul testo or quella or questa cosa, di sua propria voce conferma ue' Dialoghi, e nel prime Dialogo sul Timeo assevera aver per questo riscontrato tutti quanti i testi mighori ed esaminato (perd) qualunque de' piii reputati interpreti e piii autorevoli. Ma come ognun vede, questi passi vengono piii in conferma de' nostri sospetti che contro; e ad avvalorarli vo'recare qualche espressione che ho trovato nella difesa del signor Tommaso Segfii, com' accademico detto 1' Ardito, contro le accuse dategli dal Kucellai, in uno di quei soliti finti battibecchi di quegli Accademici. In questa difesa mentre si ricava la conferma che R. studid sempre e profondamente le Matematiche, lo che si .vede chiarissimo ne' suoi Dialoghi sulle armoniche proporzioni, e ch' ei dettd rime lubriche, v'^ pur conferma del nostro pensiero sulla poca scienza sua del greco. Tra le altre cose egli, il Segni, dice al R.: Entrasti dopo cio nella mia traduzione della cornmedia di Plauto, dicendo che io I'ho fatta a non so che mio fine. A questo non ti rispondo perch^ io non t' intendo ; se tu ti dichiari megHo, ci sar^ la risposta anche per questo, non dubitare. Questa commedia si recita domani, vieni alia stanza, che ci sar^ qualche cosa per te; gli ^ giomo di festa; tu non sarai impedito da' tuoi gravissimi studj delle Mattematiche ; nou biasimo la scienza, non ti alterare, che io so benissimo che si 6 lo pifl hello e lo piii utile studio che possa fare un giovane nohile come tu se'; ma infatti vuoi sapere a cid che ti serve, giacch^ io non veggo che tu sappi coUegare insieme quattro periodi, che provino e concludano mai nulla ; e non hasta sap*er quattro proposizioni, e poi volere orare alia presenza di cosi dotta Accademia : innominato Ricasoli, e' ti hisogna studiare, e leggere gli autori buoni, e leggergli nella lor lingua^ non si fidare dei trdduUori. > V 6 un proverbio latino che dice : in vino Veritas. ed h in questo modo in realta; or credo non men vero rimanga il proverbio temperato cosi: in ludo Veritas; poich^, in mezzo alle finte accuse, come nei nostri scherzi, cosi in quelle tiritere accademiche e spensierate un barlume di verity sempre traluce. E lo prova R. avendo realmente scritto rime iramorali, araico del Giraldi, e conosciuto profondamente le matematiche; e I'accusa di R. stesso intorno alia nullita del merito nella versione di Plauto fatta dal Segni, della quale, per fermo, come di nessun pregio non si fece da' contemporanei e posteriori letterati menzione mai. Ora io ripefco che I'esser venuti in chiaro della non grande esperienza del nostro Filosofo intorno al greco, fa molto, perchd ci spiega come pitl che le vere dottrine platoniche, le interpretazioni neoplatoniche accettasse e trasformasse nel suo lavoro scientifico. E perch^ su questo punto non mi rimanesse dubbiQ veruao, io voUi confrontare i passi del Timeo, tradotti dal R., col testo, e indi con le traduzioni latine anteriori; e cid mi servi di riprova irrefragabile. Nel 1650 il nostro R. era nominato dalr Accademia membro della Deputazione del Vocabolario, e prendeva a fare lo spc^lio delle Lettere di Monsignor Delia Casa, e delle storie del Machiavelli. Cio rilevasi da' diarii dell' Accademia e da una lettera scritta da lui al cardinale Leopoldo. Ma pitl che per le rime, per le cicalate, e i discorsi accademici, venne egli in alta venerazione presso i contemporanei come filosofo. Ch^ tale, vedemmo, antonomasticamente chiamavanlo, e consultavanlo come un oracolo, sicch^ ei fu della rinnovata Accademia Platonica r anima e il duce, in quella guisa che il Ficino due secoli innanzi. 11 Redi appella i Dialoghi filosofici di lui E basta leggere le lettere che R. scriveva in risposta al Cardinale Delfino, per vedere come in riverbero, in qual alto pregio quel Patriarca tenesse i dialoghi dell' Imperfetto; e come il Delfino, cosi il Magalotti, il Dati e tutti quei grandi eruditi, che convenivano in sua casa ad ascoltarne lettura. Imperocch^ la casa de' R. era una vera e propria Accademia. II R., come abbiam detto sopra, dovea ricordarsi degli Orti di sua famiglia; doveva udire in cuor suo potente ancora la voce dell'avo Bernardo e di quei grandi sostenitori delle dottrine Platoniche e della liberty. Egli aveva perduto que' luoghi memorandi ; gli dovea risospirare, e in qualche modo farli rivivere. E' mi sembra veder quella casa; mi sembra di veder lui, co' suoi figliuoli, e con illustre schiera di dotti, intento a favellare delr uomo, dell' uni verso e di Dio ! E di queste adunanze fa parola appunto il Tiraboschi nell' ottavo volume della sua Storia, dove discorrendo del fiore in che allora, nel secolo decimosettimo, erano le Accademie fiorentine pubbliche e private, dice che tra quest' ultime, celebre singolarmente fu quella del prior Orazio R.; e riferisce le parole di Lorenzo Magalotti, il quale in una lettera indirizzata a Luigi Del Riccio incitalo a procurare che non si abolisca quell' istituto, e si rallegra che egli abbia si buoni assegnamenti per farlo sussistere, cioe il Salvini, il Lorenzini e rAverani. E anco il Negii appella a questa riunione di letterati {Storia degli Scrittori Fiorentini) dicendo: Ma il Salvini, nelP Elogio al Filosofo^ ci dipinge a colori vivacissimi il fare di lui, e le sue relazioni, e i suoi modi e le dotte adunanze, e le erudite conversazioni. E, magnificata indi il Salvini la gentilezza e vigoria deir idioma nostro, soggiunge pitl sotto : E giacche sono sul toccare de' Dialoghi vo' dirne qui tosto piti ampiamente, la materia e il disegno.^ Di questi dialoghi, in numero di sessantacinque, sono stati pubblicati solamente trentadue, quelli cioe intorno la Filosofia antica della natura, esclusa la platonica, e il trattato della Provvidenza; * per il che sarebbe desiderabile vederli pubblicati per intero ed ordinatamente. Era ben naturale adunque che R., di si vasta erudizione e di tante belle qualita adorno, riscuotesse Tammirazione de'dotti suoi contemporanei e principi d' allora, e tutti si attribuissero a ventura ed onore di potersi chiamare suoi amici. Talche una lunga schiera de'piii segnalati uomini del tempo vediamo f ar corona all' illustre seguace di Galileo, al cultore della filosofia neoplatonica, all' ultimo figlio del Rinascimento filosofico itaUano. II Magalotti, il Redi, i due Falconieri e il Filicaia sono in continua corrispondenza di affetto e di scienza con lui, e si legati in amicizia che niun di lore ardisce porre un' opera in luce senza aver prima consultato gli altri per averne le critiche, e fatte su quelle le opportune correzioni. E Lorenzo Magalotti pone talvolta ne'suoi scritti dialogici a interlocutore principale il nostro Orazio, e gli scrive lettere sopra un Effetto Vedi : Indice delV opere di R.. delta neve e sul Bibollimento del sangue^ secondo i pensieri del Galileo; in quella guisa medesima che il Rucellai scrive al Magalotti rime confidenziali, in cui gli apre Y animo suo, e dimostra la sfiducia grande ne' suoi proprj lavori, e minaccia di gettare al fuoco i suoi dialoghi filosofici e si pente de'trascorsi di gioventii. 11 Filicaia gli dedica un sonetto in sua lode, e il Redi ne discorre, encomiandolo nel suo Ditirambo. II Viviani, nel ragguaglio deU'ultime opere del Galileo, parlando di una lettera di esso, dice che e Monsignor Giacomo Altoviti amante delle belle arti, il marchese Vincenzo Capponi, il Dati, il Pallavicino, il Buonaccorsi, il Magiotti, il primo de' suoi interlocutori, e uno di quelli che composero, come si esprime il GaUleo, il. suo triumvirato, tutti li vediamo in corrispondenza d' affetto e scientifica col nostro filosofo ; il quale nelle sue lettere, dimostrasi deferente a tutti, e modestissimo, e quasi trepidante ogni volta che a qualcuno di loro invia, richiesto, qualche suo filosofico componimento. E le lodi riguarda sempre come eccesso di bont^ deir animo di quei che gliele fanno, non mai effetto de' meriti proprj, mentre egli trova sempre che lodare negli scritti degli altri. E i principi govemanti lo venerarojio anch' essi con reverenza ed affetto speciale ; e lo ajutarono sempre, poich^ dalle sue lettere ricavasi aver egli avuto alcuni disastri in famiglia come abbiamo gia veduto superiormente. Infatti da Pisa, ov'era gran Contestabile, soUecita dal Principe Leopoldo con lettera del 28 aprile 1653 soccorsi profittevoU per i disastri economici della sua casa, afline di potere con piii quiete e piCi comodamente esercitare in qualche trattenimento studioso gli scarsi talenti ch' ei si ritrova. A questo decadimento delle sostanze di R., accenna pure il Panciaticlii nella sua Contraccicalata alia Cicalata sulla lingua lonadattica (1662) dove apostrofa il Priore Orazio cosi : « Sovvegnati del viaggio da par tuo clie tu facesti in mia compagnia a Pisa, Lucca ec, quando tu gridasti il Meschini^ (gia somigliere del tuo corpo, ed ora nel nuovo governo revisore generale, per quanto io intendo, delle tue possessioni) perche ti lasciava andare coUe gomite rotte ec... > Oltrediche egli fu pure da morali traversie angustiato molto talora; come quando ei seppe ucciso in rissa un de' suoi cari figli, Giuliano, in casa d' una cortigiana, del quale eccesso il vino non sembra essere state r ultima cagione. A questo fatto egli accenna in una delle sue lettere (Firenze 8 settem'bre 1668) al Patriarca d'Aquileia, dove spicca in tutta la sua pienezza e r affetto di padre, la mitezza sua e il sentimento religioso che dominavalo tutto. Questo scriveva I'onorando vecchio pochi anni avanti la morte sua, sollecitata fors' anco da questi colpi della sventura ch' ei rassegnato riguardava pur come segni incomprensibili della Provvidenza divina, di cui si bene favelld ne' suoi libri. E anche da Cosimo III ebbe a soffrire dispiaceri. Imperocche se ei fece sembiante, succeduto che fu a Ferdinando di onorare R., confermandolo nella carica di gentiluomo di Camera, a poco a poco lo allontand dalla Corte. Perd da alcuni storici (come il Maffei) si 6 detto e si dice ancora che Cosimo III non fu troppo tenero ma anzi ostile alle lettere ed alle scienze filosofiche, e che percio era ben naturale s' allontanasse dalla Corte quei che le coltivavano. In questo vi 6 per lo meno esagerazione, ed una conferma che preso per alcune cagioni I'uomo in dispetto, spariscono troppo spesso dalla memoria e dagU occhi quei lineamenti veri che a scemare la bruttezza del quadro sarebbe giusto considerare. 11 liglio primogenito di FerdinandoII quantunque meschinamente bigotto, e inabile a generosi pensieri in politica, pure non solamente la teologia, come dice il Canttl, Storia Universale, ma favori anzi ed amd le scienze e le lettere, e a persuadersene basterebbe gettare uno sguardo sul grandissimo carteggio ch'egli e il suo segretario privato canonico Basetti ebbero con tutti i primi uomini dotti del secolo nostrani e stranieri. Questo voluminoso epistolario trovasi nell' Archivio centrale in Firenze, e tra le altre vi si ammirano lettere dell' Autore delYArmonia prestabilita^ il Leibnitz. Sarebbe anzi desiderabile che qualche studioso prendesse quelle filze neglette in accurata disamina, e ne traesse ad utility della scienza e a vantaggio di quel principe quella luce che finora non h comparsa fuori, ed ^ per lo pitl sconosciuta agli occhi degli storici nostri. Non possiamo dunque alia cagione supposta attribuire Tallontanamento di R. dalla corte; sibbene forse la salute vacillantissima di lui di^ ragione a Cosimo III di non adoperarlo piii negli ufficj di suo Gentiluomo. II R. infatti moriva poco tempo dopo che si fu allontanato dalla Corte Medicea. Ma la morte trovoUo col volto ridente, come Socrate, e con costanza serena. Egli moriva nell'et^ di TOanni, stile comune, in mezzo alle lacrime de' suoi e degli amici, la piii bella e confortevole benedizione ad un'anima che lascia la prigione del corpo. Cristiano, ebbe pure i conforti soavi di quella religione, in nome della quale ei filosofava con afietto di innamorato, e pieno di fiducia di vedere svelata nell' eternity a' suoi sguardi la verity, la bont^ e la bellezza infinita. L'avello de' suoi maggiori fu pure sepolcro a Orazio nostro nella Chiesa di Santa Maria Novella in Firenze ; e col richiudersi di quella lapide si cliiuse insieme il periodo del Rinascimento filosofico itaUano. Pero rimasero le opere di lui, monumento prezioso; perche un giomo se ne imparasse la importanza vera, che pur troppo non ravvisarono (n^ lo potevano) i suoi contemporanei. Tuttavia i Dialoghi di R. ne furono pascolo a quegli uomini colti anco appresso.E Anton Maria Salvini, poco dopo la morte del loro autore scriveva a Lorenzo Adriani ragguagliandolo delle veglie che si facevano allora quasi seralmente nell' Accademia della Crusca, per la nuova edizione del Vocabolario: Leguntur in hoc eruditorum hominum codu scriptiones varied cdque pulcherrimce, ac jprcesertim Horatii Oricdlarj Dialogi quibus dodissimus ille senex disputans more Socratico philosophiam fere amplexus est universam. Huitis contentum scribendi laborem nee aetas extrema tardavit^ qui jamdudum vita functus, magni sui, atque operis desiderium reliquit. E il Crescimbeni scriveva pure: se, di piti, si consideri che frammiste a queste lubriche che si attribuiscono al nostro Priore, si leggono di suo, firmate, poesie onestamente amorose ; e che nella sua Cicalata in quartine fatta in lode del Cacio Lodigianoy non certo in sospetto di apocrifia, perch^ scritta di sua mano, e riconosciuta da lui che ne fa menzione negli altri suoi scritti, egli si compiace d' incastrarvi non pochi equivoci disonesti ; io credo che la critica imparziale non potr^. risparmiare al Filosofo Platonico la non troppo onorifica paternity di quelle eleganti bruttezze. Oltredich^ abbiamo visto un suo amico medesimo Tommaso Segni, accademico, quantunque in istato di esagerazione e di finzione burlevole, pure accennare a questo peccato del R. nella sua difesa contro un' accusa data a lui da quest' ultimo, che in alcuni suoi scrit ti .deplora poi queste sue giovanili leggerezze e le riprova. Ma per non stare troppo sulle generality, e addentrarsi alquanto invece nell' analisi delle sue poesie, incomincieremo dal notare come R. nei suoi sonetti filosofici discorrendo della Provvidenza divina, conformemente alle dottrine neoplatoniche e al domma cristiano, asserisce non potersi comprendere Dio che con la Fede, quantunque le opere di sua Provvidenza od il mondo, ch^ e, per usare la frase de' sapienti ripetuta dopo con tanta compiacenza da Galileo, codice vivo di Dio, dimostrino chiaramente che e' c' 6. A prima vista si scorge qui la sua grande sfiducia nelle forze delPumana ragione, che reputa da sola insufficiente a levarsi oltre la sfera del mondo, per discorrere col suo lume naturale dell'Ente Infinito e dei suoi attributi divini. Sentesi qui una tal qual'aura di scetticismo, che gli antichi sistemi risuscitati dal rinascimento, e tra loro combattentisi, dovevano aver iinito con ingenerare in quegP intelletti spossati, nelle menti di quei filosofi allora che si stava compiendo la piti grande delle rivoluzioni intellettuali, e la riforma si veniva mano mano estendendo. Egli, il nostro scrittore, viene qui sulForme del Ficino a professare che Religione e Filosofia son sorelle, e la prima la maggiore; anzi -poich^ filosofia ^ Simore e studio di verity e di sapienza, e Dio solo ^ principio di sapienza e fontana di verity, ne consegue che legittima filosofia non sia altro che la vera religione. Quindi se la fede non ^ I'unico fondamento della scienza, pur n'6 engine grande e primaria; e per di piti, mediante la sola fede noi ci accostiamo a Dio : imperciocch^ Platone scriva nel Timeo che dell' eterna essenza non si puo dir altro, se non che ella ^ cio che e, e che ^ alI'uomo nascosta, iinche pero, aggiugne Ficino- e il R. in sentenza cristiana, Iddio stesso non riveli s6 alia umana creatura. Ed ecco il perch^, siccome il Ficino venne a dichiarare che voleva piuttosto credere divinamente che sapere umanamente, professando la fede divina essere infinitamente piti certa della sapienza degli uomini, la credulity che viene dalla fede essere sempre confermata dalla scienza vera (Epist. lib. V, p. 1.), esister nel mondo invisibile le cose vere, e nel mondo visibile rombi?a solamente della verity; cosi il R. non isdegna, ma ama la filosofia; pur come i neoplatonici d' allora, come gik il Ficino, come il Bessarione, voleva unita alia religione e dipendente da questa, perche da se sola incapace, la filosofia, a farci comprendere Dio, che essendo Verity perfetta e il sommo Bene (Cfr. Platone nel Fedro) noi mortali non possiamo per le natural! vie afferrarlo, o non riusciamo ad averdi esso che una nozione o rappresentazione analogica, guardando, anzich^ il padre, il figlio, cioe le cose belle, vere e buone di quaggiti. Questi concetti fondamentali intorno la comprensione di Dio per I'umano intelletto, R. voile esporceli in quattordici sonetti, ne' quali, in sostanza, e'non fa che riprodurre quelle esclamazioni e quelle espressioni di maraviglia che di tratto in tratto ritroviamo ne' suoi Dialoghi filosofici delta Provviden^a^ magnificando le opere della creazione ed i portenti che Ella n' ofire, per risalire ad un Ente che tutte le cose dell'universo ha fatte e ordinate; ed e questo, a dir vero, non altro che questo il concetto che sotto varj aspetti ei ci viene difiusamente ripresentando. Infatti egli professa che « A quel sovrano ed invisibil nume Nostro intelletto non puo mai trar Y ali, » imperciocch^ non ha pupille uguali a si gran vista Per jiffisaiie in quell' eterno lume. Ivi fermare il guardo lian per costume Sol r angeliche menti ed imniortali. » {Sonetto 29 del Cod. Magliab. Poesie di Diversi, p. 234.) E passando via via in rassegna i regni della natura, minerale, vegetabile ed animale, ascende iino all' uomo di cui dice: (Sonetto 34 loc. cit. pag. 239.) (.o7t (I Dialoghi della Frovviden^a^ edit, dal Turrini; Le Monnier, p. 385). Indi la ideality, platonica deU' amore, che il Petrarca traduce cristianeggiandola mirabilmente ne' suoi versi, imitati si ben? dal R.. II Petrarca infatti, questo Raffaello nell' arte della poesia, con generoso ardimento tolse, per cosi dire, nuovo Prometeo dal cielo, dove Platone guardando lo contemplava, V archetipo della beUezza perfetta, animatrice di amore; e recandolo, egli cristiano, in sulla terra, per megUo ammirarlo fecelo reale di una realty non inane nd effimera, nel volto divinizzato di Laura : « E in umil donna alia belta divina. * Personificando in costei vero e buono, bellezza e virtil, realizzava I'idea, ideal^zzava la reaM. Era un connubio divino che il poeta deU' amore cristiano cantava, sostenuto da quelle medesime ali amoroso, da cui fa il filosofo spirituale di Atene, ma purificato dalla religione, eccitato dalla cavalleria. La religione inalzava ad uguagHanza la donna; come redenta, la faceva rispettabile da disprezzata che ell' era. La cavalleria la rendeva anmiirabile, ispiratrice delParti e delle virtii militari : i trovatori, eccitatrice delle arti di pace e della poesia; i poeti italiani, divina, potente su i destini dell' uomo cui conduce alia virtii per la strada deUa bellezza. II Petrarca non canta perd un amore che non sente, nd le lodi di una donna che ei non conosce. Egli conosce, ammira, desidera, ama Laura e per essa risale al cielo; egli conserva, armoneggia ed innalza 1' elemento cristiano dei trovatori e dei poeti italiani nell'ideale platonico del bene e della virttl. fi veramente un' armonia divina, che incomincia dal cuore del poeta, si avviva sul volto della donna amata, per avere il suo compimento 1^ dove senza velo e confine si ammirano le eteme figlie di Dio! U R. ha piena la mente di queste idee ; egli ama secondo il concetto platonico e petrarchesco, e questa teoria egli pure, mi si passi la frase, viene personificando in dieci sonetti, dei quali piii che la met^ rimangono inediti ancora ; ond' io credo mio debito di dame qui un saggio, ma senza potere affermare in qual tempo ei gli scrivesse, e se per donna reale o immaginaria, quantunque dall'esame loro mi paia piii probabile che in gioventii e per donna vera. Egli in uno de' sonetti inediti si rivolge alia donna amata con questi accenti, non nuovi, gli 6 vero, ma pur delicatamente vestiti: oc Non di vostra belta caduca e frale, Amo quel fuoco vil che i sensi accende, Ma pill a dentro sen va Talma e comprende Un bello incorruttibiie, immortale. Qoal da »pecchio tersiMirao ed eguale Da be* yoaif occhi nn non so che risplende, C*ha deiretemo, e luminosa rende Qadia forma ch' k in voi breve e mortale. Non quel che srnonta in un baleno, e fugge False lustro di ben vo cercand' io Che pria ne abbaglia, e poi ne accende e strugge. Ma sj di raggio in raggio a quel rn'invio Sol che non ha chi lo ricopra e adugge, E contempl^do voi, mi volgo a Dio. » In yerit^ che noi dimentichiamo il seicento qui^ come pure negli altri sonetti, i quali per6 ci rammentano troppo 11 Petrarca, imitato talvolta dal R. diremo quasi con plagio. Per esempio, in questo seguente, pure inedito, in morte della sua amata, e adomo indubitatamente di gusto delicatissimo: (C(mL Magliab. Foesie di Diversi, VII, n* 3). Quella che dal mio cor non parte mai. Bench^ vederla agli occhi miei sia tolto, Spesso tra 1 sonno. con pietade ascolto Dirmi : non pianger pih ch* hai pianto assai. Son vivi in ciel di queste luci i rat, Che vedesti languir, misero e stolto, E bench^ spirto dal suo vel disciolto. Son quella e t*amo pur quanto t'amai. Dal tribute mortal libera e franca Quest' alma attende alle celesti porte La tua, ch' k senza me di viver stanca. Deh! vieni, o mio fedel, c\\*k miglior sorte Qoder V immenso ben che mai non manea, Che un breve corso di continua morte. it Mi si confessi giusto: chi non sente qui Tanima del Petratca che inspira? chi dal seicento non ritoma per questi yersi alle pure regioni del trecento, ed oblia i trascorsi scapestrati di quella et^? Non ti par egli ad ogni espressione ti ritomi sulle labbra quel lamento diyino : « khimh \ terra h fatto il suo bel viso Che solea far del cielo E del bel di lassb fede tra noi ? E come in questo, cosi negli altri sonetti di amore, de' quali a maggiore conferma di quel che vo esponendo aggiungo alcuni in appendice nella piccola Antologia degli scritti di R., i concetti platonici chiaramente tralucono. Ad illustrazione dei medesimi io preferirei invece di riportarmi alle parole stesse dal R. adoperate intorno V Amore nel dialogo decimo deUa Fromidenza, modello di eloquenza e di stile, e che valgono a compiere a maraviglia le osservazioni premesse. Ma poich6 ci dilungheremmo qui troppo, nol fo, e rimando il lettore a quello scritto gi^ edito, potendo in questa guisa da se medesimo ritrovare tosto la verita di quanto io venni dichiarando su questo importante subietto. Io chiudo per6 ripetendo che questi versi del Rucellai nulla per il pensiero tenendo del seicento, ti riconducono a' giomi pill belli della italiana poesia, e ti legano quasi il trecento col secolo dell' Achillini, del Marini e del Preti! Sembra F ultimo respiro che in questi versi d' amore trar volesse la musa Petrarchesca, soffocata, per cosi dire, in quella gravosa atmosfera. Non cosi riguardo alle figure, alle imagini ed alio stile, dir si pud di tutte le altre poesie esaminate fin qui nel loro contenuto o materia. II diffuso e il cicaleggio accademico trovi sovente frammisto al forte e robusto pensiero; troppo uso di mitologia, che giudichi abuso, e che ti accenna una volta di piil 1' et^ del rinascimento imitatrice esagerata dell' antico non aver ancora finito il suo tempo. Non di rado accanto ad un' immagine mite, delicata e serena, un' altra immagine tronfia, rigogliosa e syentata, tolta a prestito dalla scuola Mariniana ; come, per esempio, in un sonetto scritto da vecchio, il buon R. confessa di amare sempre, e dice nientedimeno che arde qucA Etna, senza pensare che neanche le Guardie del f uoco (oggi Fompieri) se c'erano, avrebber potuto spengerlo con tutti i mezzi dell' arte loro ; e dopo soggiunge che arde qucd dgno, senza riflettere alia sconcezza di quelF animale colle penne abbruciaccliiate sul dorso. Ma in generale nello stile si modera, ed appartiene, credo, alia seconda maniera di poetare, alia quale noi accennammo in principio di questo Capitolo. Percid quelli de' suoi contemporanei, i quali erano imbevuti deir aria medesima respirata dal R., ma perd non eccessivamente viziati, levaronlo a' terzi cieli, pur come illustre poeta, e il medesimo Redi, il piii puro di tutti, ebbe lodi lusinghiere per lui. Ma noi oramai abbiamo, dopo il discorso, un criterio sicuro per ricondurre gli encomj al lor giusto valore, e per conchiudere che Orazio Ricasoli R. fu poeta piti imitatore che originale ; che nel loro contenuto molteplice e contrario le sue poesie, nonch^ nella forma esteriore, ritraggono fedeli il secolo nel quale egli fiori, i contrasti del tempo nel quale egli visse; e che se talvolta sorretto dalle ali poderose di un grande intelletto che ei prese a duce, il Petrarca, seppe farsi soUevare ad altezze non comuni; piii spesso perd ei non potd non lasciarsi sviare dal volo sfrenato de'suoi contemporanei, e non precipitare con essi nel vano, nel lubrico, nelr eccessivo. delle prose letterarie e scientifiche di orazio rica soli R.. SoxirABio. — La Prosa nel seicento. — Anche in essa R. veriflca il nostro concetto. Contrast! nella natura diversa di questi scritti letterarj, — Si noverano. — Invettiva all' Ornato (conte Ferdiuaodo Del Maestro) e air Ardito (Toramaso Segni). Discorso di R. nel rendere rArciconsolato. Cicalata sulla lingua lonadattlca. Scherzo in lode delF Uccello. Elogio di san Zanobi. Versione della Lett&ra di Cicerone ad Quintum Fratrem. — Critica. Discorso della Fortuna. I) suo discorso contro il Freddo Positivo, — Riepilogo di questo discorso. Segue il metodo del Galilei. Lettero familiari e politiche. Osservazioni. — Suo libello sulla pianta e rigiro della Corte di Roma. Disegno di questo scritto. Giudizio. Nei suoi discorsi, nelle sue prose letterarie e scientifiche obbedisce egli R. alia medesima legge, verifica il nostro concetto? £ bene ricordare che anco la prosa di quel tempi fu viziata ugualmente che la poesia; cio ^ chiaro, imperocch^ gli uomini come pensano, scrivono; come riflettono, parlano; la parola essendo segno d'idea. I professori d' eloquenza, i predicatori, gli accademici ed i filosofi mostrarono allora vergogne rettoriche da fare sgomento, curiose dicerie, stucchevoli, inani. GIUDICI, StoTia della letteratura itcdiana Tuttavia, come nel pensiero e nelle condizioni poUticlie e religiose del tempo, gi^ a lungo discorse di sopra, cosi nelle prose avemmo in quel secolo un contrasto, e non sempre sconsolante, specialmente in Toscana. II DaviJa nelle guerre civili di Francia, il Bentivoglio in quelle di Fiandra, Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino nelle Storie del Concilio di Trento, il Galileo e i suoi numerosi discepoU, il Redi, il Dati, e molti altri si tennero lontani dalle stramberie di dizione del secolo, ed alcuni sono splendido testimonio deir indipendenza del pensiero italistno, che sorge animoso ed affronta ogni genere di persecuzioni. Leggendo le prose di R. varie e diverse per natura, assai bene troviamo riconfermato il giudizio nostro sulla intima e profonda rispondenza de' tempi air uomo, e dell' uomo a' suoiscritti. Accademico della Crusca segue 1' andazzo dell' Accademia, e chiacchiera in bugnola, e finge inveire contro questo e quell' Accademico, e cicaleggia sur un nome o sopra un verbo, con quell' ardore col quale oggi un deputato fa e svolge un' interpellanza per cogliere in fallo il paziente ministro ; tesse 1' elogio di san Zanobi, il protettore delr Accademia; discorre sulla Fortuna, fa panegirici dei Granduchi, incensa nelle sue lettere Cardinali, sdrucciola al solito in indecenze e in equivoci; e poi in quelle stesse lettere ragiona gravemente di studj, e di scienza ; in quelle stesse Accademie svolge con gran dovizia di dottrina ed acume di riflessione subietti filosofici, facendo tesoro delle tradizioni scientifiche, degl ' insegnamenti del Galileo e dell' esperienze del Cimento ; traduce nel nostro idioma la lettera moralissima di M. TuUio Cicerone a Quinto fratello, e mette in mostra come i pi'egi cosi i difetti pericolosi di alcune Corti d' Europa, e quello che piil sorprende, non la risparmia neppure alia Gorte di Roma, svelando di essa i rigiri, in un suo scritto iuedito ed incomplete, ma dotto per riflessioni di diritto e politiche, ritrovato da me nella Filza Strozziana 330"* dell' Archivio Centrale di Firenze. Questo scritto lo avr^, credo, non letto ad alcuno, come le sue poesie contro le Corti, o se si, indubitatamente in segreto a qualche fido amico suo, perch^ seegliloavesse resopubblico, sono certochene avremmo notizia da' contemporanei, non foss' altro per le molestie a ctd egli sarebbe andato incontro. Si vede tosto come questa diversity di soggetti sia iin accenno non dubbio di quel contrasto di opinioni, che tanto nel suo paese, quanto nella mente di lui doveva aver luogo in quel tempo, in cui, come abbiam tante volte ripetuto, il mondo antico faceva quasi 1' ultimo sforzo contro il nuovo che sorgeva in Europa, e che ormai era impossibile arrestare nel suo moto veloce e potente. Del resto, oltre agli scritti accennati qui nel loro concetto generico, e che specificainente nominerd nell'indice delle opere di R., sembra esser stato egli I'autore di qualche altro scritto importante, smarrito ora, o con altri, de'quali abbiamo esatta contezza, giacente in biblioteche private. Ma contentiamoci di quel che c' d, ne ritomiamo a' lamenti. Era uso, per esercizio di lingua, che gli Accademici della Crusca fingessero di darsi delle accuse e delle impertinenze a vicenda, e in queste finte battaglie non ^ da dire quanto volentieri s' impelagassero. D R., quantunque mite per natura, non rimase perd dietro ad alcuno nella fierezza delle sue invettive, tanto che in una di esse, in risposta all' accusa datagU dall' OrncUo^ ossia dal conte Ferdinando del Maestro, (il quale con frasi arditissime, e con risonanti periodi accuso Y Imperfetto, ultimo Arciconsolo nel 22 maggio 1652, come colpevole della pigra lentezza in cui erano caduti gli Accademici nell' adempimento degli obblighi loro con tanto discapito e vergogna deir Accademia), fu giudicato aver troppo ecceduto, e che di tante villanie dovesse con pena condegna pagare il fio. (V. Diario del Buonmattei, segretario.) E davvero questa replica ^ ingegnosissima e curiosa, e fatta con arte fina di molto, e ci fa senapre piii lamentare che ingegni si eletti stremassero in quelle futility le loro forze. I periodi e lo stile e la lingua di questo scritto son veramente ammirabili, se tu eccettui al solito una tal quale tendenza al tronfio, e quel dondolare il dettato per troppo desiderio di leggiadria, difetto del tempo rimproverato anco al Bartoli. Ed ^ percid tanto piii notevole come di frasi esagerate e di paroloni riprenda accortamente V avversario, egli che vivea nel seicento, e non immune da' secentismi, e lo richiami al puro e soave idioma toscano con tanta religiosa osservanza da'maggiori custodito. E per dare un' idea del suo fare nelF invettiva, riferisco qui la chiusura di questa risposta, la quale ^ degna di considerazione. Dopo avere ben bene rimbeccato I'accusatore, e dimostrato che invece di torti egli, r ImperfettOy aveva ragioni da vendere, e meriti da mostrare a esuberanza, e Y Ornato d' ogni pregio disadomo, vile, calunniatore e macchinatore della rovina dell' Accademia, cosi finisce a lui rivolgendosi : II lettore sente di quanto veleno sian ripiene quelle parole, e come per la quanta sua questo scritto sia modello, tanto che lo stesso Omato si dolse anche in progresso perche la piil bella cosa che avesse a que' di fatta il prior R., I'avesse fatta contro di lui. Di altra sua invettiva, fiera atroce e sanguinosa, come place chiamarla al Moreni, abbiamo notizia solo perch^ la difesa di Tommaso Segni, scrittore, secondo il Salvini, di alta reputazione, e contro cui quest* accusa di R. era diretta, ci attesta essere stata scritta dal Priore Imperfetto. E da'titoli di usurpor tore, di sfacdatOj di stravagmite, di infamatore, che possono formare la corona del piii famoso malvivente, e coi quali il Segni apostrofa il nostro Orazio, si rileva che egli non doveva anco in questa accusa avere scarseggiato di epiteti, tutt' altro che accademici, in quelle sproloquio smarrito, e dove davvero la vigoria delrintelligenza, indebolendo, smarrivasi. Come vuolsi pertanto che occupati quegli uomini, o per giuoco, o sul serio, a tirarsela giti senza misericordia e spesso, in quelle adunanze, dove i Principi stessi, vedendone iltomaconto, intervenivano e fingevano di ridere ; come vuolsi che stemprati gli ingegni cosi, alzassero il capo al di sopra delle mura della citta, e assorgessero al nome di indipendenza, di nazione, d' Italia ? Se riscuotevansi talvolta contro il vieto e malo governo che di lor si faceva, erano come i garriti di scolaretti che dicon male, quando non sente, del loro maestro severo, in quella stanza, su quella panca, e non altro; che anzi quando il maestro ritoma, si chetano e ne hanno pitl soggezione di prima. Non m' intratterro a parlare del discorso del Rucellai, recitato nel 1651, nel rendere P arciconsolato in mano del Timido (Desiderio Montemagni) e pubblicato dal Fiacchi nella sua coUezione d'opuscoli scientifici (T. XXI, pag. 59) e il cui autografo trovasi in un manoscritto miscellaneo della Magliabechiana, segnato N. 1422. E un discorso di non molta importanza, e, come possiamo immaginarci, pieno di comphmenti, di scuse, di proteste, di nullita ec. ec, come ognuno soleva fexe, e R. pitl d' ogni altro per la qualita modesta, anche troppo, dell' animo suo. fi scritto anche questo in ottima lingua, ma con il solito vizio del tempo, il diffuso, ed un po' di quel rigoglio accademico. E neppure, se non per aggiunger prova alia mia prima asserzione che 6 come la stregua a cui ricondurre ogni mio discorso, io m' intratterrd con lunghe parole ad esaminare una sua cicalata suUa lingua lonadattica, che trovasi nelle Frose Florentine (Parte prima, Vol. I, Venezia, 1730) e la cui contraccicalata fu letta nella Accademia della Crusca la sera dello Stravizzo del 10 settembre 1667. Daro un accenno di quel che si tratta, per mostrar anco qui quanto allora, pur negli scherzi, si mirasse all' esagerato, e si coprisse, quasi inconsapevolmente, di nomi pomposi la nullity delle cose, dei concetti, degli uomini, e si cercasse ogni strada per ridere, e come R. partecipasse anche in cid a'vizj del tempo, e in ogni verso se ne facesse 1' immagine. Tra le molte e moltiformi accademie che spuntavano come 1' erba sul suolo d' Italia, e precipuamente in Toscana, in Firenze, vi era quella de' Mammagnuccoli, capitanata da Paolo Minucci, (il Puccio Lamoni del Malmantile). Erano una conversazione di galantuomini (Nota del Minucci alia stanza 26, cantare 3** del Malmantile) i quali facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e particolarmente nel giuocare, e nello spender bene il loro danaro, e d' essere il fiore della reale e onorata scapigliatura. Avevano un loro capo che si chiamava I'Abate, dal quale erano gastigati quando facevano qualche errore nel giuocare o nello spendere; ma pero tutto era in galanteria. Le loro adunanze si facevano in casa r Abate, dove si giuocava a giuochi piii di spasso che di vizio; e si facevano aitre allegrie di cene, di merende ed altri passatempi. Costoro erano tutte persone gravi e quiete e della piti riguardevole civilta, e percio la loro conversazione si bramava da molti che v' intervenivano ; sebbene non fosse ammesso a quella veruno che non avesse provata prima la sua dabbenaggine, e non fosse stato riconosciuto dall' Abate e da altri suoi consiglieri meritevole d'esser ammesso : la quale dabbenaggine in un certo loro gergo equivaleva a furberia. Perch^ vi era anche un gergo o parlare furbesco, noto solo agli adepti, che riconosceva per padre il Burchiello; ed era pure in grand' uso fra loro la lingua lonadattica, cosi detta per ironica ampoUosit^, quasi composta dell' ionico e dell' attico dialetto, la quale da quel gergo difFeriva, non essendo composta di parole che avessero in qualche modo analogia con le parole vere delle cose che si volevano significare, ma di vocaboh che del vero vocabolo avevano le prime lettere. Or appunto sulla origine, bellezza e propriety di questo linguaggio, chiamato dagli stessi Accademici scioperatissimo, intess^ una cicalata il nostro R., plena, a dir vero, di gaiezza curiosa, e che desterebbe sovente il riso, se .dalle considerazioni fatte di sopra, e che sorgono nella mente spontanee, non ci fosse piii sovente che mai trattenuto. E anche qui i Principi intervenivano, lodavano, e sorridevano, e come ! quando per esempio, invece di dire: ioho mangiato una minestra di miglio brillata, leggevasi: io ho mangiato una minestra di miUe prelati; voi avete della rosa sotto il coUare, per dire della roccia; per il Dante della Beatrice, il Damo della Bea; la mula delV Arcidiacono per la musica delV Arciduca, ec. Or mi si dica: non par egh quasi impossibile uno stranissimo cozzo questo, di vedere un uomo che sale in bugnola. con tanta spensieratezza e che scherza su tali puerilita; e quel medesimo uomo illustrar poi le pagine del divino Platone, e filosofare quasi Socrate novello, giusta lo chiama il Salvini? Se la ragione di ci5 non trovassimo noi nella condizione dei tempi che aveva preso sopravvento su lui, di certo saremmo tentati di ritrovarla, per segtdre la teorica di alcuni fisiologi, in qualche oncia di cerveDo che egli avesse di meno, al di sotto cioe del peso de jure, per secemer le idee, e per fare ordinate le digestioni dei proprj ragionamenti. Dicesi anche, e il Passerini ed altri ne fanno menzione, che R. voile pure in prosa dar saggio delle sue debolezze erotiche, e della sua ability negli equivoci, in uno scherzo in lode dell' Vccello. lo ne ho fatto ricerca, ma non mi e stato dato imperocch^ autore di questo come di altri drammi fu Giovanni Andrea Moniglia ; e R. non fece che gli argomenti e le descrizioni in prosa di ciascun atto ; descrizioni assai vivaci, quantunque sempre un po' verbose, e nelle quali egli dimostra una cognizione vasta e minuta della raitologia. Che egli poi fosse, come si dice, assai padrone del latino e delle bellezze di quella lingua apprezzatore autorevole, oltre 1' accorta interpretazione che nei suoi dialoghi filosofici fa sovente di squarci di classici, e argomento sicuro la Traduzione della prima Lettera del libro 1° di Cicerone ad Quintum Fratrem superiormente notata. Ed io ho detto gi^ come questo esercizio, si proficuo per ogni rispetto, introdusse R. nel suo secondo Arciconsolato (1650) tra gli Accademici della Crusca ; e come il suo desiderio ed i suoi eccitamenti non andaron delusi. Se devo dar pero il mio giudizio intorno a questa versione, sembrami che in mezzo a' molti pregi, come la scelta di soggetto morale, la lingua, la fedelt^, la eleganza, scoprasi il difetto di una eccessiva imitazione del periodo latino e del giro ciceroniano, e di quel Lei invece del tu adoperato, che ti divien quasi ridicolo, una volta che pensi esser traduzione dalla lingua del Lazio. II buon Canonico Moreni troppo facile alia lode e troppo inclinato alia scusa, vuole giustificare in cio R., notando come appaia che egli con si fatto signorile trattamento abbia qui voluto conservare la stessa sostenutezza, che Cicerone uso col fratello suo in questa seria, e quasi rimproverante lettera ; come se r altezza o propriety, o la bassezza e indecenza del linguaggio stesse nel lei o nel tti, o non piuttosto nella gravita del concetti che possono manifestarsi propriamente anco col dolce tUy appellativo con il quale il Casa monsignore, e il Moreni canonico si rivolgevano a Dio stesso nelle loro pregliiere, senza credere, io penso, di mancare a lui di rispetto. Deve dirsi pertanto come questa fosse una tra le altre curiose debolezze del prior R., che viveva in quel tempo come di grandi imprese, cosi di stravaganze e di capricci fe^ condissimo. Voglio riportar qui due soli versi della fine di quella lettera, e che mi si dica se non par di vedere il grave Cicerone comparire ad alcuno diuanzi vestito con seta, nastri e rasi, e fare mutatis mutandis un complimento galante a una signora di conoscenza che incontra, mentre lo stesso monsignor Della Casa lo vede da lontano e sorride. « Cio conseguir^ ella facilissimamente (ecco le parole) se penser^ che io, cui sopra di ogni altro ha premuto sempre in dar. gusto, mi ritrovi di continuo con esso lei e intervenga a tutti i suoi discorsi ed azioni. Resta adesso che io la preghi ad avere ogni possibil cura della sua salute, s' ella vuole che io e tutti i suoi godiamo la stessa, e le bacio le mani. > E Cicerone fatta la reverenza d'uso, se ne va Via pe' suoi fatti. Del resto, se questa traduzione imita si brutto costume, allora assai in yoga anco nella Francia, dove appunto nelle Orazioni di Cicerone, traducevasi la parola Quirites col francese Messieurs ; ^ poi precipuamente pregevole per il fine morale per cui essa fu fatta, ed d anco questa una lodevole espiazione per le mende di disonesta dalle quali non serbossi immune. scrivendo, il nostro filosofo. Quantunque di non grande importanza a prima giunta, ptir mi sembra che questi fatti sieno, a chi gli osserva con occhio imparziale, di lume e di prova sempre maggiore, e prendano qui per noi un' importanza che altrimenti non avrebbero. Non siamo neanco alia met^ della strada; eppure trapeliamo gi^ qual possa esser la natura della via che ci tocca ancora a percorrere, e quale la m^ta. Piii c' inoltriamo, e r orizzonte nostro si dilata, ed i colori della pittura che abbiarao dinanzi prendono un aspetto vie piti deciso, determinato e perfetto. Dallo stato fisico, fisiologico e morale noi ci avviciniamo sempre piCi all'intellettuale, che tutti gli comprende ed informa : noi vogliamo cogliere il pensiero del pensiero nel R., come filosofo della natura, dell' uomo, e di Dio. Ed infatti, senza por mano ancora alia sua macchina filosofica, noi abbiamo in tre scritti suoi piii spiccato il pensiero filosofico di lui, abbiamo non piii tanto il letterato e 1' accademico, quanto il ragionatore. Quantunque, come di altri e accaduto, un suo discorso sulla Fortuna sia rimasto inedito, pure siamo in grado di ten^er parola del concetto che dovea informarlo, argomentandolo dall' altre opere sue filosofiche, dove appunto della fortuna discorre. Ed aggiungo anzi che non sarei lontano dal credere che questo discorso sulla Fortuna non fosse su per giii se non quello che nel corpo di quel suoi dialoghi sul medesimo soggetto ritrovasi. Comunque, e da notarsi che questo discorso egli lesse a' 20 febbraio 1654, in una solenne Accademia che fu pubbKcamente tenuta nella Sala de' Bona del Palaz zo Pitti, per onorare il principe Giovanni Adolfo, fratello al re Gustavo di Svezia. Arciconsolo allora era Lorenzo Magalotti (intimo di R.) come ricavasi dal Diario deU'Accademia, e letto da quello un elegante proeraio, discorse poi V Imperfetto della Fortuna con sottigliezza, novita ed erudizione piii che ordinaria (Vedi MORENI, Prose, pag. XX in nota), mostrando come fecero innanzi il Petrarca, lo Speroni, e molti altri la fortuna non esser che nome vano in se stessa, e invece sotto tal nome cui il volgo o pensatori traviati diedero corpo e figura, nascondersi I'esecuzione del volere divino; e combattendo il caso contro Epicuro, e recando a sostegno de' suoi pensamenti i pitl celebrati autori antichi e contemporanei. Conforme poi alle teoriche Galileiane e coUe leggi del suo metodo sperimentale e condotto il discorso del R. contro il Freddo positivo. Discorso ingegnosissimo per argomenti di prova, e, secondo il Dati, mirabUe (Vedi Dati, Lett, a pag. 69), che il nostro prior Orazio recito in un' Accademia fatta a bella posta in ossequio e trattenimento del famoso cardinale Delfino, patriarca di Aquileia, il quale trovavasi allora di passaggio in Firenze, e a cui R., lo vedemmo, era legato in amicizia, giusta ne fanno fede le lettere indirizzatesi scambievolmente. Non e qui ufficio nostro il farla da fisici, e per6 non discutiamo sul valore reak delle ragioni addotte dal R. in appoggio della sua tesi: vogliamo solamente presentare il disegno di questo suo lavoro, per dimostrare come nella filosofia naturale egli, quantunque nel platonismo cercasse di rinvenire armonia con quelle medesime verity dimostrate dalla filosofia moderna, in tutto seguitasse il metodo inaugurato dal Galileo, con cui si rapidi progressi pot6 fare la scien za fisica, che fu solamente allora creata. Egli dunque voile provare il freddo essere privazione di calore, contro lo Smarrito (il Dati) e il SoUecito (il Capponi) che fortemente mantenevano il freddo essere positivo e reale. Si fatta questione, ne ricorda il Moreni, (Prose ecc, pag. XXI) comincio a ventilarsi nell'Accademia del Cimento con grave dissenso di vari insigni soggetti, che la coraponevano, in tal materia, e che tento di risolvere il dottor Giuseppe Del Papa con la sua celebre lettera a Francesco Redi, sostenendo che il freddo non e che una sempKce privazione, ed un mero discacciamento del caldo, e non gi^ una sostanza positiva e reale come pare la volesse il Dati, versato assai, del resto, in cose naturali e di fisica. E il Rucellai, con grande compiacenza, premette come Platone dice, dal.tramescolamento del fuoco con gli altri elementi nascerne il moto, e dal moto le generazioni. > E non solamente per eccitare il caldo nei nostri sensi vuolsi il moto, ma lo stropicciamento dei calorifici con le parti sensibili. > Tutti gli atomi, che non sono calorifici dicogli sieno frigorifici, e in tal caso solo gli concedo, che 6 il medesimo essere il freddo privazione del caldo. > Le cose lisce appajon piil fredde delle rozze, perch^ si turano i passi agli stropicciamenti degli atomi, uscendo e entrando pe' nostri pori. > Ci par freddo il piede, essendo nel letto, e non la coscia, perch^ il freddo lo consideriamo e conosciamo in comparazione del pii\ caldo. > 11 secco e il buio, che sono privazioili, non forman patimenti, come fa il freddo. > Si vede, che del fuoco n' 6 tenuto conto, e gli h stato assegnato la propria stanza ; il che non si vede seguir del freddo ; bench^ dicano nelle neve, e nel ghiaccio ch' 6 una minima parte e un accidente dell' acqua. > L' umido e il caldo esser cosa vera e sostanziale, ma il secco e il freddo esser di loro la privazione. > Dicono il freddo aver azione e moto come si vede nelle sperienze del caldo e del freddo e delli agghiacciamenti ecc. > Scorgesi qui, io diasi,.applicato nella sua pienezza il metodo del Galilei, ed una prova novella percid di quel contrasto di pensieri e dottrine che andiamo man mano riscontrando nel nostro filosofo. Che se innanzi di passare alia esposizione e all' esame diretto dei suoi pensieri filosofici intorno all'uomo, alr universe e a Dio, vogliamo ancor piii vedere quanta rispondenza ci sia tra lui e la sua eta, non dobbiamo che gettare uno sguardo, ancorch^ rapido, non tanto sulle sue lettere, quanto sopra il suo breve, incompleto, ma pure importante scritto che porta per titolo: Pianta della Corte e del Rigiro di Roma. Son dodici pagine in 4*, divise in due capitoli, il secondo dei quali non terminato. Le lettere del prior R. pertanto non destano, per verity, in generale grande interesse, imperocche scarse di numero le conosciute, e non aventi una qualit^ scientifica; ma o accennino all' invio di scritti scientifici a' suoi amici, o parlino di cose domestiche, o sieno incensate alia bont^ de' Principi suoi padroni ; nondimeno esse servono a chiarirci alcun po' delle relazioni sue con i dotti contemporanei, e delle qualit^ deiranimo suo, e del tempo in cui alcuni lavori filosofici furono da esso scritti, e dell' ordine da assegnarsi loro; e qualcuna di esse, diplomatica, manifesta nell' uomo nostro accorgimento non comune e conoscenza profonda del cuore umano. Stando alia numerazione delle lettere familiari, data dal canonico Moreni, esse non sarebbero in numero minore di cento; ma pubblicate non ne abbiamo che 36; e io, coU'aiuto del chiarissimo cavalier Cesare Guasti, ne ho potute ritrovare alcune altre, 8 o 10, di poco conto perd, inedite, nella Biblioteca Palatina tra gli Autografi, e nell'Archivio Centrale di Stato in Firenze. Quelle edite, come bene giudicd il Moreni stesso, {Prefae, alle Led., pag. VIII) quasi che sempre conservano un non so che di grave e di eloquente, e mai sempre appaiono scritte con facility di stile. Se non che, per dir il vero, in qualche parte scorgesi, ed in special guisa in quelle al cardinale Giovanni Deliino, una monotonia di sentimenti e di idee, altresi in lui inevitabili, perdxh quasi tutte aggiransi, con maniere pero varie e distinte, suUe di lui lodi e ordinariamente su di uu medesimo soggetto. Ed aggiungo che per istile, che a lettera si convenga, troppa contorsione e ridondanza di period! alcuna fiata tu vi ritrovi, non dicevole, parmi, a chi deve tra parenti ed amici discorrere, e manifestare, tutt' altro che in una Accademia, i proprj pensieri. Nello stile adunque ritrae del secolo, e nei pensieri anco talora ; sicche quando egli scende al faceto fiorentino, vedi cid farsi da lui con isforzo, e non con quella tanta facilita che riscontri nella propriety del dettato, giustamente encomiata dal Moreni e da altri. Sul contenuto di queste lettere sarebbe superfluo intrattenersi, dappoich^ lungo il corso del nostro cammino ne abbiamo fatto tesoro e ne faremo ancora per illustrare V uomo, gli atti e V opere sue letterarie e filosofiche. E neppure minutamente ci fermeremo nelle politiche, delle quali assai duolci di non avere che due tre, mentre e probabile che altre piii ne giacciano ignote. Scrive in esse al signor Poltri, allora Segretario delle LL. Altezze in Firenze, e lo ragguagUa dello stato di Vienna e di Polonia, ed esamina le condizioni interne ed intemazionali di quei paesi, e piil specialmente le quaUt^ di quei principi. Ed ^ notevole, invero, che egli in quel tempo di vincoli al pensiero e di animi proni all' adulazione dei potenti, fino a encomiarne le ingiustizie e gli abiti malvagi, dimostrisi indocile a questo difetto, sicche dimentichiam volentieri le piaggerie al suo Granduca, e le eccessive proteste di devozione e di servitii, e conyeniamo anche una volta col Magalotti che lo appello r uomo piil proprio a forniare un principe (Vedi Palermo, Manoscr. Pal.^ Vol. Ill, Avvertiinento). Se non che confrontando le date, rincrudelisce la piaga, dappoich^ osservisi come le piil libere o meno serve di queste lettere scrivesse piii giovane, le piCl ligie piil vecchio ; quasi coll' affievolirsi del vigor dell' et^, quelle pure di liberi sensi deteriorasse, o per timore di perdere protezione, o per altra causa di debolezza li tacesse, sentendoli uguali, ossivvero scrivesse al suo principe altrimenti da quelle che avrebbe desiderate. Ed infatti chi ha letto in quali termini R. protestasse a Ferdinand© II dei Medici e ad ogni principe la servitii sua e de' suoi figli, pud scorgere il divario profondo che v' ha nelle condizioni dell' animo suo in quel tempo, e quando cosi scriveva al Poltri, da Varsavia, intorno alle qualita del re Vladislao, presso cui era stato dal Granduca inviato in legazione straordinaria : Noi vediam qui come R. sembri assolutamente sciolto da qualunque legame, e non guardando in viso a persona, ne censuri aspramente i vizi e tanto piti gU dispregi in un Re il quale preferisca V utile proprio al bene del popol suo, o questo solamente ricerchi, perch6 appunto gli ^ via ad ottenere il proprio vantaggio. Lo che dimostra bene quanto rettamente pensasse intorno ai doveri di un principe R., e quanto, conoscendo le bugiarde apparenze delle corti, egli di certo avesse bramosia di smascherarle ad utility dei soggetti; e cid vedesi piu ampiamente nella parte morale dei suoi dialoghi; ma il volere rimaneva pressochd inefficace o sortiva un efFetto ben lieve, una volta che ritornato in patria lasciavasi vincere da miUe riguardi che un uomo dabbene ma debole co-stringono, se non altro, a rimanersene muto di fronte a ogni abuso. Dove poi nel R. piil si vede spiccare quel conflitto di sentimenti si 6, rho gi^ detto, nel suo scritto su Roma. Non giova riandare le condizioni poUtiche ^ religiose d' Italia e della Toscana principalmente in quel tempo; ch^ ci sembra sufficientemente aver chiarito tal punto. Giova pero averle in mente ora coUe quality morali del filosofo, per apprezzare in lui, amico di Principi e di Cardinali, quella liberta di pensiero che sembra scuotere a un tratto ogni giogo, sfidare il passato ed il presente, protestando contro certi non lodevoli usi della Curia Romana. Si; protestava di fatto il filosofo, e la sua coscienza sapeva bene distinguere, quantunque scrupolosamente cattolico, il principio dagli uomini, la bont^ di un' istituzione ed i vizi di chi la sostiene ; se non che apparisce che egli non avesse coraggio di pubblicare tale protesta, e fors'anco quello di terminarla, sebbene tante verita gli piovessero dalla penna e dall'animo. Sono i due sentimenti che contrastano in un medesimo uomo, il sentimento del vero, il sentimento del timore, e il secondo sciaguratamente prevale. Nel V Capitolo pertanto, R., con ampiezza di vedute dimostra : come V tiguaglianjsa di tutte le condizioni degli uomini, alle pretensioni di Boma fu sempre giovevole, sinche le dignita e le grandezse furon premio solamente dei meriti e delle virtu, E nel secondo: come tutti i Governi ove s' intruda V avarizia e V ambizione rovinano, e quello di Boma con esse piu che mai si sostiene, E per giungere aUa dimostrazione della prima tesi egU osserva, come la Repubblica universale di Roma ebbe per suo sostegno nel suo istituto originario quel misto perfetto dei tre stati, monarchico, Ill aristocratico e democratico, reputato per la forma piii durabile e meglio ordinata • di tutti i governi, dove ella si mantiene nella sua bene accordata armoida, e che r uno stato di essa ben corrisponde, e serve di correggimento all' eccesso dell' altro. Ella d questa, si Bcorge tosto, la teoria stessa di Cicerone e del Machiavelli riprodotta nel suo genuino significato, 1' accordo della quale pero coll' indole della vita del Rucellai tutto intento al servizio di un principe assoluto, sarebbe per noi sempre un eninuna, dove non avessimo la via a spiegarlo nelle ragioni tante volte, discorse. E soggiunge E ponendo in rafironto cio che di Roma discorre Quinto Cicerone al fratello, con quello che era Roma in quei di, e alia stretta somiglianza delle due Rome guardando, soggiunge (notisi, di grazia, perche qui si ritorna all' antico) che egli ha voluto registrar cid in questo luogo perche si conoscc che o sia la postura del cielo, o sia pure la necessity dei medesimi fini negli ultimi tempi della Repubblica romana, forse come oggi adulterati e guasti, hanno come posto i temperamenti conformi, influiscono similmente negli animi la stessa maniera e inclinazione di costumi, e nell'una e nelr altra etade s' introdussero e stabihrono nella Corte di Roma contro la virtil e contro la piet^ della sua primiera istituzione, tutte quelle arti che piii si producono dair opere della malizia, che dalla carita e dalla devozione. Si pud dunque concludere, che la macchina del rigiro di Roma stia appoggiata sopra r estremo del vizio, non sopra 1' eccesso della virtii, perche qua e talmente raffinata la fraude, che quanto gli uomini sono piti nemici, tanto piii usano tra loro atti di confidenza, e piii liberty di tratto. E le destre che sogliono essere testimonii di fede, sono in loro violate dall'inganno, e dalla malizia di farsela 1' un V altro a tempo, e con vantaggio, e quegli solamente 6 stimato piii valent' uomo, che pu6 piti. Quindi avviene che qualunque e reputato uom di valore nelle altre regioni del mondo, venendo a Roma si perde, trovandosi in una diflerente scuola da quelle, ove s'apprende ad esser soggetto grande con le virtuose azioni. Quei dunque, che si mette a vivere in questa Corte non basta che e' sia letterato e sapiente, quanto se gli conviene il saper ben discernere i vizii altrui. Ceda perd alio stile del paese, mantengasi per sd nelI'arti virtuose, ma assuefaccia I'animo educato ne'buoni costumi a non si scandalezzar de' pessimi. Se il Bianchi Giovini avesse scritto il rigiro di Roma, credo che avrebbe potuto scriver in questo modo ; piii liberamente, non giudico. Egli seguita sempre su questo piede, ed e cosa ammirabile, senza intaccar mai i principj, guardando ai vizi degli uomini, e dando cosi una lezione a noi che gli uni cogli altri tramescolando, condanniamo con maliziosa leggerezza i primi in un co' secondi, dimenticandoci o fingendoci di dimenticare i canoni piii elementari di logica, per non dire di buon senso e di buona fede. Ambizione, interesse private, ipocrisia, inganno ed invidia, ecco adunque, per cosi dire, i fili conduttori nell' intricato labirinto della Corte di Roma per chi vi s' introduce e pretende di avvicinarsi al suo centre, dappoiche fu distrutto quel principio d' ordine nell'armonia dei tre elementi dello stato perfetto, e incominciossi a misurare V ability degli uomini, non dai meriti dalle virtii, ma si daU- interesse e dal genio di chi comanda. Ognuno cerca per aggiungere il suo talento di tener quella via che stima pitl opportuna, di tener dietro a quel flip che pensa o vede piu atto a condurlo ; sicche ognuno s'infinge per quel che non ^, e si maschera dell' estremo contrario di quel ch' e' si sente dentro nella sua propria natura. La virtii dunque nella Corte di Roma sempre adonesta gli avanzamenti quantunque non abbia parte nell' avanzare. Evvi dunque una Koma apparente, e una Roma reale; e R. ve le descrive a meraviglia con una vigoria di concetti e di immagini, che sembra il Frate Ferrarese avergli in certi dati momenti spirata in petto la disdegnosa anima sua. lo rimando, a persuadersene meglio, il lettore alia fine di questo libro, 1^ dove ho riprodotto per intiero e per la prima volta qtiesto libello incompleto, ma pur bastevole perchi^ ci facciamo un' idea chiara dell' animo di R. intomo al govemo di Roma, che si fondava, secondo lui, sopra Y ambizione e V interesse private. E tanto egli era cattolico e distinguevabene religione da uomini di Chiesa, che questo primo capitolo fa terminare cosi: II secondo capitolo e breve, non compiuto, e insieme importantissimo, in quantochd volendo provare come tutti i governi ova s' intruda 1' avarizia e 1' ambizione rovinano al contrario di quelle di Roma; il R. stabilisce essi vizj essere il tossico che la giustizia distributiva corrompe e distrugge, e i fatti antichi e modemi lo confermano, seguendo le teorie deir Alighieri professate nel De Monarchia. Intorno alia nobilt^, espone in un modo determinato come questa giustizia distributiva, senza la quale riman cadavere, e imperdsenz' anima e senza vita ogni stato, intenda ad uguagliare gli uomini sotto le leggi della virtii, la quale solamente pud esser base di differenza tra gF individui, e non le ricchezze ed il genio, cio^ il capriccio e 1' ingiustizia. Cid espone in brevissime pagine col solito vigore di argomenti, coUa solita leggiadria del dettato; ma rimane qui, come si vede, al principio, almeno in questa copia, I'originale della quale, e chiss^ che tutt' intiero, sar^ forse con altre cose smarrito o nascosto. Mentre io deploro 1' incompiutezza di questo scritto,in cui da cima a fondo si sente un' aura dell' dra modema che spira, e la coscienza deU' uomo per la forza oltrepotente del vero distrigata un istante daUo scrupolo e dal timore, protestare contro i vizj o le loro sembianze; tuttavia mi riconforto nella certezza che il lettore avr^ aggiunto un argomento di piil a sostegno di quel ch' io scrissi in principio, e che d come il perno su cui gira, pud dirsi, e consiste il mio librc' Ad eliminare poi anche Tombradel dubbio che potesse sorgere, per avventura. sulP autenticit^ di questo scritto, riporto qui Qui R. non 6 piil I'uoino del Medioevo e del Rinascimento; non ^ piil 1' uomo ligio all' autorit^; e il filosofo modemo che evitando gli eccessi del Bruno, riprova gli scandali del chiericato, ne condanna, per ainore della religione che ei professa, gli abusi; e innamorato del vero e della virtil, al pari di Platone, richiama con severe e giuste rampogne a tornare nella via smarrita lo stesso sacerdote, il quale, immerso talvolta nello interesse mondano, posterga i principj deir Evangelio, egli del Vangelo e della carit^ cattolico banditore. in nota, come a confronto, cio che trovo scritto dal R. stesso, nel suo trattato della Provvidenza, pag. 368. Tip. Le Monnier. — « Ed io vi replico esser verissimo die tutte le cose che si fanno fannosi per divino volere; e questo il fato si h. cio 6, decreto infallibile di quanto ab eterno e' dispose ; ma dagli uomini per lo libero volere le cose si deterrainano, come dianzi si disse. E siami lecito, signor Elea. far qui riflessione sopra cio che avete mentovato di Roma; come Roma antica, mentre fu appoggiata al valore, al buon costume e alia virtii diquegli animi, si feo padrona del mondo; ma degenerando da' suo' principii si spense, perchfe cosi voile la divina predeterminazione per mezzo del libero arbitrio mal guidato dagli Qomini. E questa Roma moderna. che fondata su la pieta su la poverty e su I'esempio del mondo anch' essa signora divenne, mutando costurai pill che mai si mantiene: manifesto segnale come malgrado de'vizii piii licenziosi degli uoraini la religione sostiene loro, non essi la religione sostengono, la quale pero vince ogni regola perch^ ella k forte braccio e onnipotente della Provvidenza divina. Come ci condurremo quind' innanzi nel nostro lavoro. Esposizione de'Dialoghi filosofici. Critica. — Perche si pretermettera la critica minuziosa delle dottrine filosofiche del Bucellai. — lucertezza del tempo preciso in cui farono scritti i Dialoghi. — Certo e pero che son parte di mente matura. — Quattro codici manoscritti de* Dialoghi, e qaali di essi pud considerarsi autografo. — Parole del prof. Palermo. — Una lettera di R. al Granduca, intorno air ordine di quest! Dialoghi. — Noi segniamo, neir esporli, questo ordine. — Si riporta, e perche, V intero Preambolo ad essi del Bucellai. Quando nei precedent! capitoli si e discorso della vita e degli scritti minori di questo filosofo, dopo aver dato uno specchio generale delle condizioni intellettuali, politiche e morali d' Italia nel secolo decimosettimo ; a ciascun argomento facemmo precedere sempre una descrizione pitl particolareggiata di esse, secondo che appunto il subietto nostro particolare esigeva. Venendo ora a discorrere dei Dialoghi filosofici di lui, stimiamo meglio invertire quest' ordine, senza recar percio verun pregiudizio alia chiarezza e alio sviluppo logico della dimostrazione. Imperocchd di gia con sufficiente ampiezza abbiamo tracciate certe linee che della figura ci somministrano un disegno abbastanza determinate, sicch^ pitl non vi sia da smarrirla, e non ci resti che colorirla piii e piii, e ridurla a compimento maggiore. E pero la nostra mente condurr^ quind' innanzi il suo lavoro cosi: stabilito Tordine materiale, e il fine di que'Dialoghi con critica e precauzione, adoprando in ci5 il finqui messo in sodo con evidenza da altri; ne esporremo con qualche larghezza il conteniito, come di un' argomentazione e de' dati di un problema farebbesi, e indi, fermatili bene, procureremo di scioglierlo, rivolgendoci ad un esame piii accurato ed attento delle diverse opinioni filosofiche che combattevansi allora, e ponendo in chiara luce quel che veramente il Kucellai ha fatto, quanto e come le abbia adoprate, con quali intendimenti e criterj, ed il posto precise, per conseguenza, che gli si spetta nella storia del pensiero italiano. Ne questo disegno esclude aflfatto che man mano si espongono le dottrine del nostro filosofo e s' iacontran de' punti cardinali che servono a qualificare il suo metodo e il suo sistema, noi possiamo farli rilevare, e notarli, e raccomandarli alia considerazione del leggitore; ch^ poi essi devono trovarsi come di riscontro alle loro sorgenti generali, apparseci nell' esame del pensiero di quel tempo, e queste e quelle ricondurci sicuri al punto d' onde muovemmo, e che nel cammino ci servi sempre come il centro di un circolo serve ai punti della sua circonferenza. Aggiungasi che pel fine e intendimento nostro non importa guari intrattenersi minutamente sulla critica delle dottrine di questo filosofo, bastandoci, a mostrarne il suo eclettismo e scetticismo, di fermar Y attenzione su que' punti che lo appalesano piii, e indi non ci venga attribuito a soperchio se oltre I'appendice di cose scelte letterarie, scientifiche e morali, nello sviluppo di questa parte del libro intrecciamo la citazione di varj e non brevi pezzi di questi Dialoghi, che pitl fanno all' uopo. Imperocche appunto trattisi qui di esporre i pensieri filosofici d' un autore, la maggior parte degli scritti del quale sono inediti, come puo ricavarsi dalla Nota di essi. Cosi facendo, penso inoltre di rispanniare ai lettori quella lunga fatica che ho dovuta spendere io nello scorrere tutti da cima a fondo questi Dialoghi, che pel diffuso stancano spesso; ed infine riferendo qui nel mio Hbro le cose pitl importanti di questi, mentre lo pongono, risolvono, sto per dire, o almeno agevolano di assai la risoluzione del problema ; lasciando poi a chi avesse in animo d' intrattenersi sull' ultimo sviluppo che ebbe il platonismo nel secolo XVII col R., il quale chiude il ciclo del Rinascimento in Firenze, di recare piii attenta anahsi nei suoi libri su cio ; come ad altri altre cose ; io per me che considero R. da un punto di vista meramente storico e ne noto, per tal rispetto, Y importanza, non son tenuto a quel lavoro di paragone, a quello studio di trasformazioni e trapassi che le dottrine platoniche subirono dair origine loro conosciuta fino aH^ Imperfeito; lavoro del resto della somma importanza e di grandissima utiKt^, e che io auguro all' Italia si faccia presto e da uno de' suoi ; e credo aver motivo di acquietarmi nella speranza che questo augurio trover^ sollecito il suo compimento feKce. E per primo il tempo preciso in cui questi dialoghi farono scritti, non possiamo determinare a puntino, malgrado che nolle sue lettere R. accenni ad alcuni di essi che aveva allora, mentre scriveva, compiuti, o si accingeva a distendere. Quel che bene si scorge (e del resto per noi piii importante), d che tutti questi Dialoghi sono parto della sua mente matura, imperocch^ solamente dal 1665 in poi troviamo da lui uomo adulto fatto cenno agli amici ed al Principe di questi lavori scientifici, intomo ai quali indefessamente aveva per lo innanzi lavorato e proseguiva ora a lavorarvi. Omettendo di citare le lettere scritte dal nostro filosofo a messer Giacomo Altoviti, al Patriarca Delfino ed al Redi, nelle quali fa menzione or di questo or di quel soggetto filosofico trattato da lui, e che man mano ricopiato 1' avea ad essi e ad altri amici o illustri personaggi per mezzo di quelli mandavalo; io, come il chiarissimo professore Palermo nel Vol. Ill, dei Manoscritti palatini^ daro intorno a questi dialoghi un qualche cenno, e verrd con un brano di let^era scritta dal R. al granduca Ferdinando II, nel maggio del 1665, a stabiUre 1' ordine (un po' incerto nelle diverse copie) e a conoscere il disegno che I'autore aveva architettato intorno quest' oper a, che per mala ventura rimase incompiuta. Delle quattro copie di questi Dialoghi filosofici da me tutte esaminate con diligenza, la Palatina, la Magliabechiana, e quelle che si conservano nella libreria privata dei Ricasoli Firidolfi, le piii emendate sono queste ultimo due, copie entrambe, la prima in dodici tomi nella massima parte corretta e aggiustata dall' autore, e che per6 fa citata dagli accademici della Cru sca come r originale. La seconda in quattordici tomi apparteneva a Lorenzo Pucci, e Anton Maria Salvini vi acconcio di sua mano gli sbagli propri del copista. Gi^ discorrendo della vita scientifica dell' Imperfetto (cap. Ill), avemmo occasione, ^ vero, di conoscere lo intendimento acui egli mirava principalmente con questo scritto; ma era al disegno materiale ^ non inutile il far seguire il preambolo di R., nel quale espone ampiamente il concetto primo di essi. Nel primo esemplare della libreria Ricasoli, pertanto, i Dialoghi in numero di 65 sono cosi disposti nelle tre viDeggiature. che eseguird volentieri. Le invio il preambolo, onde si ricava 1' ordine e la distinzione di tutto il mio proponimento. Dipoi ho stimato bene lasciare il primo Dialogo contro i sofisti, che serve solamente per introduzione alle varie opinioni de' Filosofi intorno ai principii della natura, non essendo ripulito ; e mando il secondo dialogo sopra I'opinione di Talete Milesio, che tenne r acqua per principio universale di tutte le cose ; proposizione non molto difficile a esser trattata. Appresso, saltando il numero di 25 dialoghi gik fatti, ma non pienamente corretti, e due o tre a' quali non ancora ho messo mano, sopra V opinione d' Aristarco Samio, le trasmetto i tre primi Dialoghi sopra il Timeo di Platone, dei quattordici che ne ho imbastiti; parendomi che questi trattino, sopra tutti gli altri, cose molto malagevoli a spiegarsi. Delia prima villeggiat ura, che 6 la Tusculana, ho da fare due o tre dialoghi innanzi al Timeo; e dopo uno sopra la filosofia d' Aristotele, che non ho ancora cominciato. (Vedi conferma nella Trovvidensa^ Le Monnier, pag. 188, dove si rileva che questo trattato della Provvidenza va dopo il Timeo) E appresso ne vengono sedici dialoghi sopra r opinione d' Epicuro, che ho messo insieme, ma non ancora bene ridotti ; e diciotto contro il medesimo Epicuro, della Provvidenza divina, che gli ho finiti, ma non messi al polito. Della seconda Villeggiatura, «h'^ r Albana, dov'entrano dialoghi della natura dell'anima vegetativa e della sensitiva, compresa da molti dialoghi di notomia, gli ho tutti distesi, ma non rivisti; e ne ho da fare due di pianta sopra Tanima ragionevole. Delia, villeggiatura Tiburtina, ch'd 1' ultima, la quale contiene materie morali, ne ho fatti parecchi, ma ne avrei da fare altrettanti. Vero e che ho repertoriato ogni cosa ; e se ho tempo e quiete, che mi viene interrotta spesso e dalle cure familiari, e dai disastri della casa, che mi tengono in liti continue, spero in diciotto mesi o due anni ridurre ogni cosa al suo termine. Ci trover^ delle cassature e delle rimesse, qualche errore d' ortografia, per la rarity che abbiamo di copiatori che intendano. > Cio nella lettera. Ma il suo proposito, negli otto anni che sopravvisse, non gli venne fomito; lasciando, come si ^ detto, alcuni dialoghi senza 1' ultima mano, alcuni ammezzati, e quali poco nulla fuori il disegno. E quanto alia lor disposizione, parrebbe anche questa, aggiunge il professor Palermo, non fosse in tutto fermata. Poiche nell' originale i dialoghi contro Epicuro seguono i primi sedici ; onde noi gli abbiamo allogati anche cosi. Ma nel dialogo XXII si rammenta il Timeo, come discorso dinanzi; e il Timeo vuol prima di sd i quattro dialoghi intorno alle matematiche. E forse pero nella copia Pucci ai primi sedici attaccansi questi, in tre, e quindi il Timeo; e nella copia Palatina il Timeo senz' altro avanti ai Dialoghi contro Epicuro. lo pure nel discorrere terrd quell' ordine come il pitl logico e naturale, e vi porrd tutta la cura ch' essi meritano, poichd, quantunque vi sia del mancante, pure bastano a costituire un importante e quasi compiuto edificio, e a rappresentarci intiero il sistema ed il metodo di questo filosofo toscano. N^ ^ meno utile, com' ho gi^ detto, premettere qui per intiero il preambolo cheva in testa ad essi dialoghi, e che ci dimostra con maggiore chiarezza r obietto principale e nobilissimo loro. fi un' orazione toccante quant' altra mai e di bellissima lingua, che varr^ a riposare, ricreandola, la mente del leggitore, il quale pure da essa potra fin dai primi periodi rilevare la natura deUa filosofia che R. vuole insegnarci. Dietro alia meditazione dunque della virtii, io mi ridussi, siccome voi vedete, sotto '1 benigno, e salutifero cielo di questo novello Tusculo, dove 1' orribile rammemorazione sfuggendo, e' rischi della mortifera pestilenza, che poc'anzi incominciata a Napoli, o per la corruzione dell' aere, o pe' venti, che dalle parti Orientali soffiando, seco ne la portaro, s' e nella citta di Roma miserabilmente appigliata, nulla dimora parve agli occhi miei piii gioconda, n^ piii sicura, e piii lieta di questa, ne cotanto in si spaventosi tempi per le nostre speculazioni appropriata. Vennemi qui subito in mente di quelle cotanto feconde, che M. TuUio ci fece gi^ sopra di questa virtii in quelle torbide congiunture delle soUevazioni civili, e si al medesimo m' accinsi, forse con troppo animo, anch'io per I'amenita, e per le solitudini di queste ville, desiderosamente cercandola. Ora nel levare, ch'io feci degli occhi al cielo, mi ricordai di quanto ne ammonisce il nostro Poeta: « Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira, Mostrandovi le sue bellezze eterne. » > Percid mi misi a guardar fiso d' intorno a questo nostro Emispero, e oltre agli stupori, che di lassii in varie guise agli occhi nostri lampeggiano, volt^mi a basso, e posi mente alle innumerabili creature, onde si vede la terra a maraviglia ripiena. Qui considerai con qual ordine, e magistero elle sono dalla virtuosa, e poderosa mano guidate della Provvidenza suprema, ch' elle paion fatte tutte per noi, e come dalla loro ingegnosa architettura apprese lo intelletto umano i piii industriosi esempli, e coll' imitazione della natura fecesi maestro dell' arti, talmentech^ i' mi rimasi siccome attonito a prima vista, e adombrato da una virtii si grande, che da 1' essere a tutte quante le cose, e reputaila in ogni modo per 1' oggetto piti proprio delle nostre meditazioni ; imperocche mi si fe' innanzi per ricordanza quel che il Timeo ne insegna, cioe, le infinite bellezze, e maravigliose di questo mondo visibile, essere lo specchio di quelle piii perfette, e piii ragguardevoli, che sono nel mondo intelligibile raccolte insieme, anzi nello intelletto divino per guisa, che sovvenendomi di que' versi : « Quanto per mente, e per occhio si gira Con tant' ordine fe', ch' esser non puote Senza gustar di lui, chi eio rimira; » mi fissai in esso quel piii, e credei senz' alcun fallo da si ammirabili e da si ben regelate fatture, qualche sembianza della ragione universale agevolmente comprendere, di maniera che io pensai di accenderne in me un certo lume pitl spiritoso, e piii vivo per additame a voi le forme pitl simili nella virttl, e con esso lei mettervi sulla via maestra del vivere ; ma appena i' volli ne' segreti profondarmi della natura, e di Iddio, ch' io immantenente rimessi 1' animo, e quanto pitt nel pensier mi stendeva, quel pitl m'accorsi la virttl, ch'egli hanno in s6, vincere ogni sentimento umano, e vie piii di riverenza esser degni, ch' agl' intelletti de' mortal! in verun conto proporzionali ; anzi e' mi parve miracolo, che noi possiamo cogli occhi distinguere, ed abbracciare coll' inmiaginazione 1' ampiezza di una tal macchina, non che noi dobbiamo intendere con qual concerto ella si govemi, e lo spirito, che dentro la muove, e impercio Dante, che in prima ne invitd alia contemplazione del cielo, ce ne modera poi I'ardimento, dicendo : « Perche appressando s^ al suo desire Nostro intelletto si profonda tanto, Che retro la memoria non puo ire. » riflessione veramente proporzionata ad un uomo; 1' altra e d' Apollo, o di chiunque si sia : € Cognosci te stesso, > che era scolpito in fronte al famoso Tempio di Delfo ; proposizione divero, e ammaestramento degno di un Dio: e '1 medesimo Socrate, il piii savio per awentura di tutti gli uomini, a tai fondamenti appoggid la sua vera scienza; perciocch^ stracco dagli studj meno che utili delle cose naturaU, in ch' e' conobbe poco, q nulla potersene approfittar r uomo, tutto alia cognizion di sd stesso si diede, ciod a dire, alia Filosofia Morale, ch^ egli ebbe per irreprobahil dottrina, e per V unico oggetto, e pel giovevole dell' intelligenza umana. Verremo pertanto con amendue le sopraddette proposizioni i nostri presenti trattati regolando ; ravviseremo in prima la fallacia della Filosofia naturale, onde molti si danno a credere d'intendere quel che per Io pitl e' non son capaci d' intendere. Quindi al frutto discenderemo delle morali, facendoci dalla costituzione dell' Uomo, e delle quality, e degli strumenti, che Io compongono ; imperocch^ con tal ordine procedendo, dalle azioni pitl brutali de'sensi, riconoscendo voi stessi, salir potrete di grade in grade alle pitl sublimi dell' intelletto ed all'altezza gloriosa della virttt, onde 1' uomo s' illumina, e conservasi tanto piii simile a Dio. Incomincieremo percid domani a discorrere; e perch^ le giornate, che son lunghe, e Tore calde ne obbligano a qualche lodevol trattenimento, a niuno piii profittevole repute potersi donare il tempo, nd scegliersi materia che pitt di questa all' et^ vostra sia confacevole ; oltre che in si calamitosi tempi godono le nostre vite sicura franchigia in questo aere salubre dalla pestilenziosa mortality., che Roma atrocemente distrugge; nelle cui miserie ogni tribunale, ed ogni pill fruttifero studio senza giudici, e senza contradittori rimaso, e si senza maestri, o discepoli, ogni arte, e ogni Accademia oziosa lasciata; i pitt litterati uomini in tutte le pitl nobili professioni sotto si purissimo cielo a loro salvezza rifuggiti si sono; dove noi in conversando con loro, ed or I'uno, or I'altro scegliendo per si deliziose gite de' tesori di questa, e di queir altra scienza per bocca loro faremo raccolta, e perfettamente ammaestrati ne diverremo; e 'n fra gli altri D. Raffaello Magiotti, che con esso noi qui ^ dimora, fia il nostro Socrate sapientissimo in tutti i discorsi, il quale ben sapete essere insigne e nell'uno e nell' aJttoo idioma ftreco, e Latino, maestro perfetto di Geometria, ed esimio in tutte le antiche, e modeme fildsofiche speculazioni, il cui chiarissimo ingegno in si alte materie, pitl che I'autoritib de'nomi le sperienze convincono, e V evidenza delle ragioni. Qaal concetto abbia della scienza il Bucellai, e soe diiferenze da Flatonc. — Quali erano, secondo R., i fondamenti del sapero, i criteij e il metodo. — Varie opinioni sai principj passivi delFuni ^ verso. NecessittL, noli ' esaminarle, di spogliarsi da qualunque preconcetto. — Gaida e fine deir esame la sentenza socratica « Hoc unum scio quod nihil scio. » — Sfiducia del Bucellai nelle forze dell* umana ragione. — II perche di qaesto. — II probabilismo accademico si scorge qui fin da* primi passi ; e la fede come ancora di certezza, e di salate. Talete Milesio o dell'acqua. Anassimene o dell* aria. Graclito del fuoco. Galileo. GIRGENTI (vedasi) o i quattro elementi. — Parmenide o d*uno eterno. — Anassimandro o dell* infinite. — Necessity deirinfinito. — II finite non e privazionc di questo. — Cartesio, o Tidea dell'infinito prova della sua realty. — Dato ruomo finito, convien ammettere l*ente infinite. — E questo secondo argomento il Bucellai tiene per piti stringente di quelle del Gartesio. — Ma si 1* nne che Taltre sone argementi prebabili. — Anassimandro e della luce.— Galileo. — II Bucellai nen nega 1* influsse degli astri sal mendo e le cose umane ; combatte per6 1* astrologia. — La Genesi, sant*Agestino, Dante e 1* opinioni di Anassimandro e Galilee suUa luce. — Platooe, la luce e 1* anima dell* universe. Ma ^ tutte un pud easere. — Anassimandro o de*celeri. — Zenene ed altri filesofi. — Si conchiude coll* « Hoc unum ado quod nihil ado » di Sucrate. — La fede. 11 R., come tutti i filosofi, vuole esaminare i tre obietti della scienza, Fuomo, runiverso, Dio. Incomincia daj mondo, passando in rassegna le opinioni degli antichi intomo a' principj di esso naturali, guidato dall' aforisma « quest* uno io so che nulla io so » e dalr autorita. E sul punto di prender le mosse per questo viaggio, egli infrena, per cosi dire, i destrieri della fantasia, perchd questa non lascisi traviare dalle apparenze, e pel troppo desio di sapere, non cada in presunzione smodata, ne, giusta V ammonimento platonico, 0, per dir meglio, di Socrate, la scienza sia confusa colla opinione; o, peggio ancora, questa pigli luogo di quella appresso colore che vogliono intendere tutto alia rinfusa e senza scelta veruna, e quello pure che non d da loro, n^ a' proprj intelletti proporzionale. E a ragione Socrate discorrendo della opinione che, al contrario della scienza, giudica le cose per quel che a lei dettano le immagini e il sogno, chiamavala una certa demenis^a dell' anima, imperciocch^ mentr' ella s' ingegna di giungere al vero, fa si che V intelligenza prevarichi, e per lo piii determini il falso ; anzi, se pure il vero determina, cio fa ella per caso, talmentech^ se scienza fosse 1' opinione, la scienza consisterebbe in apporsi. Ond' 6 che per riparare a cio, i primi sapienti della Grecia (detta da Diodoro Siculo la scuola del genere. umano) aprirono una via maestra, la dialettica, per la quale il naturale discorso, non a benefizio di natura, ma si camminasse sotto 1' indirizzo della ragione. il notorio come nella dottrina di Platone si distinguesse la fede, la scienza e 1' opinione, e come secondo Platone la scienza consiste nel giungere agli universali, cio^ alle idee che sono la essenza intelligibile delle cose ; essenza intelligibile delineata coUa definizione^ e secondo cui si pud giudicare con certezza delle cose stesse. La opinione invece consiste in un giudizio piii meno probabile secondo le apparenze deUe cose, piuttostochd secondo Fidea loro. La fede 6 un giudizio secondo Fautorit^. Ora R. pone queste distinzioni platoniche, ma senza seguime la dottrina, perchd quantunque egli pure ponga la scienza nel conoscer le cose in s^ stesse mediante le idee, nega che si possa mai giungere alia certezza se non mediante la fede ; talch^ la scienza per lui diviene scienza o certezza nella fede ; da sd sola non 6 che opinione piii o men probabile, o doxa, EgU esclude solamente le matematiche, le quali, a parer suo, ci recan certezza. Ma ^ notabile anche in tal parte com'egli si allontani da Platone, il quale anzi poneva le matematiche in secondo luogo, dando il prime luogo alia scienza delle essenze o degli archetipi etemi, e alia scienza che vi conduce, ciod aUa dialettica. Finalmente vuol notarsi che, secondo Platone, la sola fisica non pud uscire dai confini della probabilita : mentre che pel R. non pud uscirne la metafisica e la fisica, ma soltanto la matematica. A Jeracio poi, sofista interlocutore, che esaltando la autoritit del sommo dialettico Aristotele, dichiara infalUbile, e i dettami di lui come oracoli, si che asseveri tutto per la dialettica e perd per Aristotele poter sapersi, e comprendersi le cose di quaggiil e quelle anche di sopra, il sacerdote Magiotti, guidator de' dialoghi, oppone che quantunque il filosofo di Stagira sia grande, e dette abbia grandissime verity, pur le cose da lui proferite non son tutte vere; e soggiunge come r eccesso della fiducia proveniente dalla logica meni a disordini gravi, se ci si arroghi d'intendere quello che ^ racchiuso nella intelligenza divina, e che il piccolo seno deUe menti nostre non cape; quantunque il discorso per quest' arte si elevi all' alta contemplazione divina ; ma altro, pel R., d contemplare e il toccar coUa mente le cose superiori, altro d lo intenderle ed aveme possesso. Di guisa che anco pel R. la filosofia sarebbe scienza delle ragioni supreme delle cose. Ma ognuno di gi^ si accorge della sfiducia che il filosofo fiorentino sperimenta e professa intomo alle forze deUa umana ragione ; intravede subito che malgrado abbia R. presi a guida i due noti aforismi sulla indagine della verity, pure nel suo procedere innanzi ha sempre tese le orecchie alia placida armonia della sua fede, in cui spesso lo vedremo quietarsi, a mano a mano che egli procede tra i rumori discordanti delle opinioni e del dubbio. Vuole avvertirsi ancora come R. non distingua quello che i Platonici tutti distinguevano, e segnatamente Proclo ; anzi quello che d pur necessario distinguere secondo la verita dei fatti, cio^ tra dialettica di Platone e logica d'Aristotele. La dialettica di Platone d la scienza dell' idee archetipe o universali, a cui si giunge per contemplazione, discemendo Fidentico e il diverso. Invece la logica d'Aristotele espone le leggi formali del nostro pensiero. Quindi mentre la logica di Aristotele, considerata da s^ sola, pud servire anco al sofista, la dialettica di Platone no, perch^ consiste nel cogliere la genuina idea delle cose. Si pud errare secondo i Platonici, ma perchd non si contempla bene abbastanza, come si pud errare dal fisico non osservando con esattezza i fatti ; ma la contemplazione come 1' osservazione non possono per s6 medesime condurre all' errore. E tanto poi ^ voro di questa sfiducia di R. che per bocca del Magiotti, in quel tempo nel quale il Galileo, suo maestro, creava la fisica, e il Cartesio riportava una non piil udita vittoria sulle scoperte delTanima, dice: E conchiude queste che io con Toce militare, ma significativa, chiamevQi parole di consegna, dicendo che la vera filosofia non consiste nell'imparar molte cose, nel saper tutte r arti ; ma e' la riduce solamente alia cognizione di sd stesso, e a quella vera e irreprobabil proposizione di Socrate : « Quesf uno f so che nulla iosoE nel muoversi dubbi a vicenda nelle prossime conversazioni, dice consistere la giusta maniera per ritrovare la vera ragione delle cose, e non affidarsi aUa sola autorit^ nei maestri. Sfiducia adunque o fiducia limitatissima nelle forze della umana ragione, la consapevolezza della propria ignoranza, 1' universale consentimento, I'esame, e soprattutto la Fede^ sono le Encore di salute dell' umano sapere, i fondamenti di esso per R. ; V autorit^ umana una riprova probabile di verity, Y autorit^ religiosa il porto dove ogni tempesta del dubbio si calma, ed ogni nube d' ignoranza sparisce. Vediamo intanto com' egli osservi questi criterj, ed applichi questo metodo alle indagini sue., Deposta qualunque maniera di anticipate giudizio a favore piil di una che d' un' altra opinione, e di che prega caldamente gli ascoltatori, R., col Magiotti, si fa da'primi principj che gli antichi opinanti attribuirono alle cose natural!, non dal lore principio agente, cio^ dalla Cagion Primaria, dispositrice di tutte le cose, increata e senz' altre origini che da sh stessa ; imperciocch^ di questa per quella guisa che ne hanno speculate i grandi uomini, faveller^ in piii appropriate luogo ; ma dai principj materiali che essi appellano causa passiva, conciossiachd dalla cagion prima ricevono tutti la lore impressione. Ed in sedici Dialoghi, ch' io chiamo fisid, (e, si noti, non gi^ nel significato di scienza sperimentale, come oggi si prende, ma nelr altro antico di speculazione filosofica intorno ai principj delle cose), riferisce le molteplici e diverse opinioni intorno a cio professate dagli antichi filosofi, con questo intendimento che cio^, mostrando le ragioni apparenti che militano a favore di questa e di quella sentenza si fra di loro contrarie, e facendo si che, una per Tina a tutte quelle opinioni, per le ragioni probabili clie le sostengono, inclinino gli ascoltatori; se ne deduca per conclusione finale la verity di quello aforisma socratico, e, come il gran Vecchio faceya, cosi noi in quella specie di scettico ondeggiamento, lo poniamo a base e a pietra angolare del nostro sapere. Ella ^ questa, come ognuno si accorge, del trattato filosofico di R. una parte negativa. E di Talete Milesio per prime discorre, come di quello che pensd incominciamento universale della natura esser I'acqua, in cui gli sembrd tutte le cose si disciogliessero ; imperciocch^ I'acqua assottigliandosi in yapori finissimi aria si facesse, e pigliando corpo visibile se ne formassero le materie piii dure, divenisse terra, e fino si convertisse in sassi. E poi, perch^ osservo tutte le semenze delle cose esser umide, tutte le diverse specie e composti degli umidi fossero sotto il genere puro, semplice e universale dell' acqua, e il fuoco stesso avesse bisogno dell' umido per mantenersi, perch^ non la quantita e 1' eccesso dell' umido, ma la quality, in proporzione di loro essere, ^ quella che le suddette cose in vita sostiene. Ed aggiunge il Magiotti, come anche Zenone, il capo e maestro degli Stoici, tenesse per fermo che Iddio per s^ in ogni natura convertisse I'acqua, e che egli come virtii prolifica di tutte le cose nell' acqua risedesse : adunque I'acqua era creduta da lui il cominciamento materiale e passive del tutto, perciocch^' Zenone osservd ogni misto nella sua putrefazione risolversi in una massa, nella quale ^ manifesto al sense che predomina 1' umido; e sembra di piti al R. ricavarsi dalla stessa Genesi la prima generazione dei corpi misti e viventi farsi dalla virttl vivifica di Dio posta suU' acqua. Anzi alcuni de' primi dottori della Chiesa, san Giovanni Crisostomo, Agostino, Procopio, seguiti dal Pererio, il luogo del Genesi, ove si dice che lo spirUo del Signore si trasportava sopra le acque, espUcano cosi, cio^ che una virtii divina e vitale disponeva le ^cque alia concezione e generazione delle cose. Adunque (dice il Rucellai) tennero anch'egUno che Domeneddio, primo agente, si valesse dell'acqua, si come prima e comune materia passiya, ove s' imprimessero tutte le diverse forme. E accennate con precisione altre fra le opinioni di Talete e Zenone intomo all' altre cose deUa natnra, e osservato come Talete negasse il vuoto, e come Zenone quant' alia terra abbia detto cose che mirabilmente ai nostri sensi s' acconciano, espone il nostro filosofo la dottrina di Anassimene, seguita poi da Diogene, che fa deir aria il principio naturale e causa passiva di tutte le cose, come quella che d per tutto e prima dell'acqua che di essa componesi, riferendo i dati di possibilita che dall'aria, come I'acqua, cosi le altre cose per mezzo di questa divengano, si che per le ragioni che Anassimene ne porta sia giocoforza, dice il Magiotti, che ne' sensi di lui si discenda, abbandonando Talete. Pare da non lasciarsi sotto silenzio come R. prenda un po' all' ingrosso queste antiche dottrine. Secondo gli Jonici e secondo Eraclito, il primo principio delle cose, acqua, aria, fuoco, non sono gi^ r aria, 1' acqua e il fuoco quaU appariscono, ma un intimo e occulto principio che in tutti gli elementi si tra^orma, e che pitl si manifesta in cio che a noi apparisce essere o acqua o aria o fuoco. E qui riferisce pure il pensiero di Anassimene intorno alia struttura dell' universe, E all' Imperfetto che esclama : il medesimo Magiotti socrMicamente risponde : Ed Eraclito fu quelle che ebbe si fatta opinione, cio^ dal fuoco incominciarsi ogni cosa e nel fuoco tutto dissolversi ; e 1' acqua e 1' altre cose credette esser pezzetti e corpusculi di fuoco insieme congiunti. Mi si conceda fermare il pensiero un poco su questa opinione del Galileo riferita dal R.. Essa, per quahto noi sappiamo, non trovasi nei libri di Galileo stesso, ma sembra una ipotesi che il grand' uomo ponesse innanzi ragionando cogli amici e di^cepoU. II qnal supposto ci riesce confermato dalle seguenti parole del R. : Inoltre 6 molto singols^re che in questa ipotesi Galileo precedeva i modemi sostenitori deir unit^ delle forze fisiche. Ma con quanto ritegno il feujeva! aggiungendo solo che questa non gli pareva piii inverosimile di tant' altre opinioni spacciate fuori per vere : e non osava chiamarla, non che vera, verosimile. II R. aggiunge, come Galileo al padre Campanella, il quale consigliava il gran matematico a metter fuori certi suoi pensieri come una nuova e ben fondata filosofia, rispondesse : che non voleva per alcun modo con cento pitl proposizioni apparenti delle cose naturah screditare e perdere il vanto di died o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazioni esser vere. E tomando al nostro R., egU argomenta con questo tutte le cose farsi per via del moto o del caldo, poich^ il caldo si produce dal moto, e il moto si eccita dal fuoco (materia sottilissima che 6 per V aria e penetra per tutto) e anche la stessa terra, come anco i modemi pensano, dice il Magiotti, riceve dal fuoco suo intemo lo impulso onde salgano i vapori per I'aria. Dichiara indi, esponendone le probability, come Parmenide, per render conto dell' apparenza dei sensi, la quale basa sopra una maniera costante di rappresentarsi le cose. tenesse anch' egli il fuoco etereo principio della natura, perd anche la terra. E cosi di Empedocle di Agrigenfco il quale riconosce in un modo espresso quattro elementi, la terra, Tacqua, Faria e il fuoco: e il fuoco, come agente della produzione, esercita secondo lui la parte principale. E il Magiotti ne illustra si bene la ragionevolezza dell' opinione, che i suoi interlocutori abbandonato Talete, Anassimene ed Eraclito, nella sentenza di Empedocle sono costretti di convenire. E questo artificio dialettico, si stupendamente adoperato da Platone in quel dialoghi, dove via via esclude le diverse opinioni, senza esprimere una conclusione positiva, e maestrevolmente, parmi, seguito del pari dal Rucellai in questi dialoghi, all' obietto che ho dichiarato. E, indi, tornando a Parmenide, e discorrendo delr unico principio, ciod dell' una eternOy dice, iUustrando i concetti di lui, che il non essere non potrebbe esser possibile, che ogni cpsa esistente e una ed identica, che pure cid che esiste non ha punto principio, che egU 6 invariabile, indivisibile, e che ogni movimento 8 cangiamento 6 una pura apparenza. E cosi quantunque abbia egli ben presupposto un principio unico, immobile, eterno, tali attributi non d^ poi cui si convengono, poich^, dice monsignor Limeo interlocutore, non si pud negare che non ci lasci luogo Parmenide a salire un po' piii in su, e a presupporre un' unit^ superlativa e assoluta, che non ammette in sd stessa diversity anco insensibile, e un' immobility perfetta, semplicissima e mai sempre costante ad un modo che in s^ non abbia movimento alcuno, avvegnachd per lei tutti i moti e tutte le operazioni dell' universe si tacciano, ed abbiano essere e vita. Scende poi al sistema di Anassimandro che ripone nell' infinite il principio delle cose, e al figUo Luigi, che dice dell' infinito essere impresa vana il farellare, poicM non potendosi intendere, 6 gran segnale ch'ei non si dia, risponde il Bucellai col suo Magiotti che gli ingegni umani non sono adequati a tutti i possibiliy e che percid il non comprendere una cosa non ^ per noi prova che la non ci sia; come anche in questo caso altro si 6 il conoscere quel che ^, e come e'ci sia r infinito, altro s' egli 6 : e mentre la prima inda^ gine a noi mortali rana riuscirebbe, la seconda e agevolissima ad effettuarsi, per modo che sia giocoforza il confessar3 che per necessity T infinito ci sia. Da questa conclusione di R., apparisce come egli attribuisse forae alia ragione la capacity di giungere alia certezza solamente in qualche cosa. In qual cosa? Nell' aflfermare che Dio c' d, che c' ^ il mondo, e che noi esistiamo ; negando poi alia ragione di poter sapere per sd sola, fuorch^ con opinioni probabili, quel che siano le cose del mondo, e I'uomo, e Dio. Ma per quello che riguarda le dottrine di Anassimandro, R. ricorda come quel filosofo dicesse che 1' infinito e la sostanza prima, contenente tutto in s6 stessa, e in cui avvengono e produconsi i cangiamenti perpetui delle cose; come dall' infinito si dividono i contrarj per un continue movimento, nello stesso modo che essi ritornano a lui. Tutto ci6 che d contenuto nell' infinito va soggetto a cangiamento, ma d immutabile egli stesso. E cosi si confonde 1' infinito agente colla materia per Anassimandro, e, come per lui, anco per altri filosofi antichi e recenti. Mentre R., quantunque dica r infinito non potersi intendere, perch^ non ha proporzione col finite, e quindi doversi contentare di assoggdtare lo inteUeUo a tenerlo per fede, ei lo distingue bene e ferma il finito non esser privazione dell' infinito, sibbene solamente il nulla infinite o finite ^ incompatibile coU' Ente infinite, si come Y Ente finite o infinite ^ incenipatibile eel nulla infinite. E ci5 dimestra cen eleganti parele ; ceme pure dimestra centre Anassimandre, scerdandesi alquante dell'intendimente negative a cui mira in questi DicHoghi eel sue metede di successiva eliminaziene, dimestra, ie dice, geemetricamente la impessibilit^ che 1' infinite asselute si cemunichi alle cese finite e che ci siane due infiniti, applicande alia dimestraziene la terza prepesiziene del trattate di Galilee su i meti unifermi. E in sentenza platenica seggiunge pei ceme tutte le cese finite e le lere perfezieni si staccane dall' infinite, cied da quel perfettissimi esemplari etemalmente lecati nella mente di Die, createre perd della materia dal nulla, e che raccoglie nell' atte prime, ciee nel prime cencette dell' epere sue, una virtii seminale e ideale, ceme direbbe Platene, di tutte le cose fatte, quante in petenza di farsi. Vedesi con quanta chiarezza il nostre neeplatonice ricordi ed accelga i pensieri dell' Ateniese, contemperati sempre dal Cristianesime, e cen quelle stile che e degno di si alte dottrine le renda accessibili ad ogni intelletto, pregio invere da tenerne cento in une scrittore di materie filesefiche. E stabilita la necessity, del1' infinite, soggiunge : Che e' si vegga V universe mutabile, variabile e in tutto diverse dall'essere dell' infinite, questo ^ chiaro. Adunque come s' intend' ella ? E a Luigi che risponde : oh ! questo noi non glielo sappiam dire, cosi (prego si avverta) discorre: e questo vale che, dato I'uomo, ^ data 1' esistenza di un ente, e che questo ente ^ limitato. E anche in quel che con discorso metafisico applicato a naturali proposizioni 6 venuto provando, conchiude che non v'§ da riporre certezza, ma solamente ritenerlo come probabile; e pero meglio stimare di rifugiarsi nella fede che le cose razionalmente probabili illumina di verita, e conchiudere anco una volta col detto sapiente di Socrate : Quesf uno io so, che nulla io so, Ne'quattro dialoghi suUa luce (9-12) meramente fisici, egli riporta le dottrine di Anassimandro e professa, esponendole, le opinioni del Galileo con trepidazione per timore di guastare cid che dice il grand' uomo a cui professa venerazione, e dichiara tutto cid che di buono dice intomo al sole e sua natura essere del filosofo illustre. E anzi tutto ^ notevole questo passo in cui si esprime per guisa da non lasciar dubbio che egli crede agrinflussi degli astri sulle cose terrene: E nel dialogo sopra Xenofane, (dial. 16) detto chiaro che egli ha per impresa impossibile e vana Y astrologia, conclude che mentre non puo negare V influsso fisico degli astri, sulle cose della natura, e anco sull'uomo che della natura fa parte, aggiunge pero che a voler fare 1' astrologo, vuolsi sapere e accorgimento non ordinario, jBnezza e malizia ingegnosa; e soprattutto il cicalar di molto ^ giovevole a interessare e prendere gli animi, di cui si predicono gli avvenimenti ; nulladimeno da chiunque fa si fatto mestiere agevolmente s'inciampa. Gli ^ degno senza dubbio di nota questo, perch6 distacca il Rncellai dal Rinascimento, che trovava appunto spiegazione del risorgere cosi alacremente tutto Tantico nell'idea stessa della civiM e della filosofia Platonica e Aristotelica, e precisamente nel loro concetto intomo al mondo. Qual infatti era esso concetto? Quello di un movimento circolare, concetto antichissimo, che noi ritroviamo anche nell' liidia. Platonici e Aristotelici immaginavansi il mondo siccome una vastissima sfera, ma pur limitata, che avendo in se molte sfere concentriche, girasse intorno a se e ad esse, e per modo che il ritorno periodico della tale o tal'altra posizione degli astri nel cielo si congiungesse ad un periodico rinascere degli avvenimenti nel mondo per Tinflusso che quelli esercitavan su questi. Lo che invero pu6 essere una tra le altre- cagioni che spiegano la fede che quel filosofi ed eruditi del Rinascimento avevano del doversi rinnovellare in ItaHa gli antichi sistemi, le antiche civilt^ per definire con essi i loro problemi intorno al triplice obietto della filosofia. La luce pertanto in modo vario e per mille maniere d^ 1' essere, per Anassimandro, a tutte quante le creature, e senza di essa qualunque cosa riducesi al nulla. II sole ^ il fonte primiero della luce, ma non I'unico, come ne confermano parecchie esperienze, ed essa 6 una cosa da se, che in gran dovizia ritrovasi nell' astro maggiore del sistema nostro. La luce che Platone nel Timeo e altri filosofi poser nel fuoco e la dissero la quintessenza piii fina e piU lata di esso, forma i colori nelle sensibili cose, ^ Y elixir vUtB della natura, e in tutte le cose rinviensi, ed d secondo il Galileo (che pur qui R. chiama principQ de'filosofi, e scorta e direttore dei suoi discorsi) 1' ultima ed estrema espansione della natura. E qui cita molti esempi addotti dal gran fisico e matematico per dimostrare che in tutte le cose c'^ mistura di luce o etere, o fuoco, secondo che questa sostanza gli d parso chiamarla cosi o cosi dai filosofi. E R. tiene come Platone, Galileo e Descartes gli atomi, che come il tutto cosi 1' etere o il faoco la luce compongono, ma pero soggiunge col Magiotti che il definire gli atomi, rotondi, o acuti, o piramidali, d parlare per ipotesi, non perche dessi gli abbiano visti. Comunque, e dal vedere come Galileo provi col fatto ogni cosa esser permista o vivificata dalla luce cominciamento naturale di esse, e dall' osservare come ci6 sembri confermato dal Genesi e dai Santi Padri, ben deduce potersi commendare in questo senso quella proposizione platonica che assegna 1' anima universale del mondo, e come per quest' anima egli intender dovesse la luce. Odasi, di grazia, il ragionamento erudito : E santo Agostino, quel sottilissimo ingegno, nelle sue Confessioni : QueUa liice soUilissima sopra ogni cosa, alimentata da vivificante colore, quarito tempo ignorai che f OSS' ella cagione delV ornamento delV universo ! Fino a che agli occhi miei annebbiaii non rifulse U lume eterno del Vero! La qual luce alia bellezza ed alio spirito, sopra d' ogni altra creatura, si rassembra di quel primo ed ineffabil lume, che etemalmente e senza fine risplende; di cui elia d qua tra noi la piii famiglievole immago. Che irapero fu detto 1' eterno Fattore: Luce della luce, e fontana di lume. Ed in altro luogo: Delia luce Egli la luce, e '1 giorno. > E simigliantemente sant'Agostino, coUa sua acutezza, si andava rivolgendo per Tanimo dicendo: Ma che pro dunque a me ne veniva, che tu, Signore e Dio mio, Verita, fossi luddissimo corpo, ed to particella d'un corpo tcde? Oh! quanti sentimenti al nostro proposito trar si possono da queste scritture! Percio duirque si puo credere, con essa luce (come piii attiva, piii semplice e piii pura, e impero, come principio, pitl alle divine cose somigliante) si dessc, per mano del Sovrano artefice, il cominciamento e 1' omamento a tutto il mondo visibile ; locandopoi quella per la maggior parte, come in sua miniera, nel sole. II che viemaggiormente si autentica dal nostro medesimo divin Poeta, in quei versi : « Lo ministro maggior della natura, Che del valor del cielo il mondo imprenta, E col suo lume il tempo ne misural » Cosi dunque, avendosi la luce, a cagione di sua purissima natura, non dico per la pitl simile tra le cose visibili, ma almanco per la meno dissimigliantiB alia divina sostanza ; puossi commendare in cid quella proposizione Platonica. Perchd Platone, col lume solo della natura, giunse a fare una si maravigliosa graduazione: ponendo tanti termini di mezzo tra Dio e la materia, per render meno discrepante e meno discorde I'ammirabil concetto e fabbrica del mondo ; mentre co'mezzi all'uno e all' altra confacevoli va regolando la differenza che e tra '1 composto inferiore e il Supremo Compositore, e quale attaccatura, e per qua'mezzi, possa darsi tra loro. E imper6 mi cred' io, quandunque alcun dato avesse a quelle intelletto perspicacissimo ad esplicare quel detti della Genesi: E lo spirito di Bio id andava sopra le acque. E disse Iddio : Sia fatta la luce, ed ecco la luce; egli, non giungendo tant' oltre al lume della Fede, conformando tal sentenza a'proprj Bentimenti, avrebbe rispo^to, che questo era Iddio ; il quale, coll'occhio della sua divina Mente, se ne giva yagando, e riguardando in qua e in 1^ sopra il chaos ; e che secondo gli esemplari e le idee perfettissime, in essa raccolti ab atemo, disegnasse tutte le forme delle cose fattibili, ed innanzi ad ogni . cosa facesse la luce, che ebbe dall'eterno Motore (quantunque Egli in sd stesso sia mai sempre stabile e fermo) gl' impulsi primieri, cio6 a dire dall' atto primo V attivit^ e il moto, ond'ella avesse la mano (come principio della natura e anima dell' universe) in tutte le formazioni e nella perpetuity delle produzioni, che ad ora ad ora si rinnovellano nella materia. Che appunto disse il Timeo, Iddio col valore di sua somma onnipotenza, senza mezzi, aver creato 1' anime, gli spiriti e gl' intelletti universali, siccome sostanze prime, e viepitl alia sua divina natura conformi ; aUe quab* desse la cura e '1 disegno, sotto la sua assistenza come Architetto sovrano, di formare tutte le cose pitl materiaU e corporee, ove esse locar si dovidno. Talmentech^ dove noi non comprendiamo quale sia quell' anima universale, che egli intendeva per collegatrice delle cose divine coUe naturaU, possiamo noi, con piU fondamento ancora che non avea egli, creder che cid sia la luce; la quale fosse da Dio creata, onde ella desse all' universe sensibile, ad esempio dell' archetipo, la sua piil bella, visibile e maravigliosa forma. Che impero sembrami tornarci mirabilmente in acconcio quel luogo di Dante nel Paradiso: cDunque nostra veduta, che conviene Esser alcun de'raggi della Mente, Di cui tutte le cose son ripiene.» > Abbiamo per conseguente gran cagione d'immaginarci, ancorch^ nol possiamo con prove infallibili fermare per vero, la luce essere quel movimento occulto e perpetuo, sparso e disseminato per tutte le cose viventi ; risvegliato per lo prime impulso nella natura universale dall' atto primo, che d Iddio. > j& prcfbdbUe, disse, non infallibilmente vero ; che la ragione d agitata e ravvolta nel contrasto di opinioni diverse che il vero le adombrano sempre, e mai per intiero gliel mostrano, finchd 1' anima sia mischiata col corpo. E di questi quattro dialoghi la conclusione non d percid a dubitarsi che sia identica nella sostanza alle altre, e confermisi ivi appunto lo scetticismo in cui si mantiene nel discorrer dei principj della natura il tilosofo nostro, in questa parte de' suoi dialoghi che noi chiamammo distruttiva. Uguale d poi la conclusione a cui R. arriva dope aver favellato de' colori, ed esposte intomo ad essi le opinioni dei varj filosofi, e cercato di avvicinare, come sempre fa, col modemo 1' antico, Galileo con Platone. II qual Platone, come Democrito ed Epicure, fa i colori consistere in una fiammella a cui perd 6 necessario il concorso del sole; questo fulgore di luce riflette variamente dai corpi colorati secondo i modi varj coi quali i raggi del sole gli feriscono, e secondo le positure e figure delle superficie dei corpusculi componenti quello o quell' altro oggetto che i raggi ricevono o ribattono. E come Aristotele, cosi il R. opina i colori non esser sostanze,ma accidenti, effetto cioe di luce cadente nei corpi, luce che forma i colori. Conchiude pero che queste sono opinioni di filosofi, ma noi non possiamo ritenerle per veri assoluti ; e pero ritomare all' aforisma: Hoc unum scio quod nihil sdo. Io mi astengo da riferire la esposizione che nel Biajogo quindicesimo fa il RuceUai delle opinioni intomo al principio passive delle cose professate da Zenone, da Archelao, da Filolao Pittagorico, da Protagora, e da Senofane, dope le quali egli conchiude nella medesima guisa, non senza prima aver magnificato certe stupende divinazioni di quegli antichi filosofi, e allettato gli ascoltatori, per bocca del Magiotti, ad abbracciare ad una ad una le loro opinioni diverse. Questo viaggio di R. a traverse le varie e molteplici sentenze de' filosofi intorno al cominciamento passive del mondo, piii che viaggio, adunque, ti si rassomiglia all' ondeggiare irrequieto di una nave che sospinta in alto mare, e pur volendo pigliare una direzione a porto sicuro, venti contrarj e tra s^ lottanti ne la tengono perplessa, mentre nell' animo del pilota suscitano come una tempesta di dubbj suUa sorte avvenire del legno ch' e' guida. E uno scetticismo non disperato no, ma, se m'e lecito la frase, imo scetticismo fiducioso e credente, che si pone a fondamento di tutto il sapere, giusta 1' insegnamento Socratico, la consapevolezza della propria ignoranza; fondamento negativo per R., in quantochd la fede religiosa solamente rende certi gli argomenti probabili della ragione; e che per il Cartesio si converte nella certezza della coscienza del proprio pensiero, vale a dire in un fondamento positivo dello scibile umano. Capitolo Nono. ESPOSIZIONE DEL TIMEO DI PLATONE, Ammirazione del Racellai pel Timeo di Platone. Opinione e scienza. — Necessita di un Principio primo. — Plotino. Trimegisto. — II Rueellai non e dualista, come Platone. — Fine della creazione, il buono. — Obiezione e risposta. — Neirorditfe delPuniverso si legrge il verbo di Dio. Gli archetipi eterni. Platone manca della fede, e per5 neir attinenza di causalita tra Dio e il mondo cade in errori. — La mente divina forma di tutte le forme. — La mente umana e le idee. — Loro natura. — II Rueellai combatte Aristotele, Trimegisto e la creazione. — II mondo non e Dio; ne Dio e Tanima di esse. — Ma e sua Icgge. — Ne I'amore, per se, e anima deiruniverso. — Desso come armonia ed ordine pu5 appellarsi anima del mondo. — % pel Rueellai, lo Spirito Santo. Del !Bmeo di Platone il Rueellai d^ tutta la struttura, esponendolo, col riprodurne tradotti i punti piU qualificativi, e commentandoli. Desso,' il nostro filosofo si accosta, direi quasi, con religioso tremore e come compreso nelP animo di alta maraviglia a questo monumento divino del genio Ateniese, che pare scriva dal cielo le cose stupende di lassil agl' intelletti finiti degli uomini. E per6 egli, a malgrado che i voli della mente cerchi infrenare coUa ragione e V esame, pur non di rado accade che amniiri piii di quel ch' e' discuta, magnifichi piii che esamini, e Tidealismo pla. tonico lo preoccupi tutto, e dimentichi la voce del Galileo. E su' principj della natura discorrendo in sentenza platonica, osserva come a ragione il j&losofo ponga per universale fondamento ch' e' si dee innanzi tutto distinguere qudlo che sempre c, da queUo che mai e, e che ha nascimento ; e come il primo lo comprende la ragione, 1' opinione per via de' sensi il secondo; vale a dire che a Dio non si pu6 arrivar con i sensi, ma si r animo il pud seguire meditandolo, e raffigurandolo nelle sue contemplazioni per cagion prima, universale, assoluta. 11 secondo (cio^ I'universo) accorgerci ch'ei c' ^, perch^ il senso lo vede, e varie opinioni formarsi delle cose naturali, e la certa verita di come elle siano non esserci mai chi V aggiunga; dappoich^ il senso non sia che un vestigio dell' intelletto, e 1' opinione e V immaginazione una copia di esso confusa ed abbozzata; ed i sensi ingannin sovente. Edefinite il divario tra opinione e scienza, tra senso e intelletto, R., siccome Platone, riconosce dialetticamente la necessity di un Principio primo delle cose, o come i Teologi, di un principio prindpiante della natura, in cui stieno gli archetipi eterni delle cose create, le quali sono alia lor volta imagini imperfette di quelli. Onde a ragione Plotino chiama la natura forma di tutte le forme^ ma con tale infinita disparity, che Iddio, principio principiante di tutte le cose, eccetto della materia eterna per Platone, ma pel R. anco di questa (nel che discostasi dal Maestro, come per senten za contraria alia fede piil che ei la stimi contraria alia ragione stessa) infuse nel mondo create o formato grimpulsi della sua conservazione e dello svolgersi continovo suo. E dove sulla ragione dell'origine dello universo, opera bellissima e imagine di qualche cosa di etemo, discorre, dimostra esser lo stesso Platone rimasto trepidante come dinanzi a cosa troppo sovrumana, e quasi, come santo Agostino, aver egli medesimo confessato ch' e' conviene credere per intendere, non volere intendere per credere. N^ si diparte da Platone, anzi concorda con lui il R. nel dire che fine della creazione fu a Dio perfettissimo il buono, e questo per formare con amore una cosa, la quale e' voleva che riuscisse oltre ogni paragone bellissima ; E nel Paradise, mostrando di scorgere tutte quante queste cose sublimi nella incomprensibil luce della Divina Mente: « Pero che'l ben, ch'6 del voler obietto, Tutto s' accoglie in lei, e fuor di quella £ difettivo, cio che 6 li perfetto. » > Per lo che vien dimostrando anch'egli che questa copia non giugne a gran via alia perfezione del suo originale. > E, come Dante, recasi qui pur David a sostegno della dottrina platonica, laddove il Cantore de' Salmi enumera, come Platone fa, i principali e piii sovrani attributi di Dio, in cui stanno gli archetipi etemi delle cose, e dice come nella creazione, prima di tutti cominciamento universale di qualunque sua fattura formo egli i cieli nel suo intelletto ; con che interpreta] R. aver voluto David, come Platone, significare che avanti di creare le cose fuori di s^, Iddio avesse ingenerato oft aitemo in s^ medesimo I'idea di quella fabbrica che poi fece, e con la formasfione dei cieli neW intelletto^ volersi indicare il mondo intelligibile, il mondo archetipo eterno, in sentenza stessa platonica. E come beUo cred il mondo, perche la perfezione assoluta del bello ?ibbraccia anche la perfezione assdluta del buono, ambedue contenute in unit^ perfetta della volonta, onnipotenza e sapienza divina, cosi lo creo dunque anche buono, formandolo con armonica proporzione, daUa discordanza riducendolo a consonanza, dal disordine alFordine. E le forme che non riescono buone e belle, non per colpa di Dio, ma per vizio della natura si trovan nel mondo, e sono occasione a lui eterno Facitore per ispargere, dice Platone, suir universo i suoi beni. II quale, soggiunge il Magiotti, piii che e' pud si studia farci comprendere questa creazione del mondo. Onde il poeta : « Nel suo profondo vidi che s* interna Legato con amore in un volume Cio che per I'universo si squadema. » > Ed il Petrarca ben distingue 1' idea dalP esemplare in quel sonetto maraviglioso che incomincia: c In qual parte del cielo, in qualMdea, Era Tesempio onde natura tolse Quel bel viso leggiadro, in che ella volse Mostrar quaggiu quanto lassii potea. > II qual mondo visibile, vuole il Timeo, ma il Rucellai non consente, che per divino privilegio o per merito dell' amma universcde che da Dio fatta immortale lo informa, sia anch' egli, quantunque continuamente morendo, immortale. E ascendendo piii particolarmente alle idee, agU archetipi etemi, egli, R. col Ficino dichiara, come Platone ne insegna, la Mente Divina esser forma di tutte le forme, idea di tutte le idee, le quali tutte in s6 le comprende, idee a cui le sensibili forme si rassomighano come le ombre ai corpi. La idea dunque di ciascheduna cosa, bench^ in riguardo al nostro intendimento di diverse cose paia composta (ei soggiunge) e da movimenti varj distratta in qua e e in 1^, in Dio eUa e una sola, e sempli(?e e ferma ed etema, possedendole tutte insieme, Ed oltre convenire in questo intendimento, il Rucellai, a conforto di esso, le ragioni di dotti antichi e di santi ne adduce, specialmente deU' Ipponese, e lo stesso libro dell' EcclesiasHco e di Giobbe. Ed e degno di considerazione cio; imperocchd quantunque apparentemente egli esca qui fuori un po' del suo consueto e sistematico probabilismo, pure in realta vi rimane; ch^ questo vero non in quanto la mente umana lo ritrova e proferisce si 6 vero, e da accogliersi con certezza, sibbene perch^ gliene viene conferma inMlibile dall' autorit^ dei Ubri santi. Perd come le idee diverse dalle opinioni, le intelligibili cose diverse dalle opinabili, ossia, come le prime notizie intelligibili si attacchinO a noi, ^ pel Eucellai un mistero e con rAlighieri ripete: aPero Ih donde vegna lo intelletto Per le prime notizie uomo non cape E del primo appetibile V affetto. » E s' intrattiene a provare ancora piuttosto come esse idee riseggano in Dio, e le cose a somiglianza di quelle si facciano. « le cose tutte quante Hann' ordine tra loro, e questa 6 forma Che r universo a Dio fa somigliante. Qui veggion Y alte creature 1' orma Deir eterno valore il quale ^ fine Al quale ^ fatta la toccata norma. Neir ordine ch'io dico sdho accline Tutte nature per diverse sorti, Pill al principio loro e men vicine* Onde si muovono a diversi Porti Per lo gran mar dell' Essere e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. Evidentemente scorgiamo noi qui come il Rucelki rigetti la opinione che lo intelletto umano sia tanquam tabfda rasa^ in cui si venga a scriver man mano, e pur senza sottoscriversi alia teoria della Eeminiscen^a nel senso platonico, ammetta invece la umana mente illustrata da un lume supemo impresso in essa "da Dio, quantunque poi non sia ben chiaro sul come cio avvenga, e anzi. reputi questo un mistero, come detto abbiamo di sopra. Ci6 che puo dirsi per i passi gi^ riferiti o per altri che giova per brevity tacere, si ^ questo, che per lui la partecipazione delFidee eterne all' intelletto umano ^ fatta non per immediata intuizione^ ma per impressione, Perocch^ egli dica che le idee sono nell' animo come lineamenti divini ivi stampati da Dio. Nonostante egli segue I'Ateniese nella strada che mena al conoscimento perfetto delle idee, che sono nella mente eterna, asserendo egli pure essere a cid necessarie cinque condizioni. E adopera V esempio del cerchio, cui V animo nostro vuol sapere che sia. Del rimanente R., come Platone e i neoplatonici del suo tempo, in questa parte e cosi anche nelle altre del suo lavoro filosofico, ritiene e professa il principio I'occasione della cognizione venire da' sensi, che la suscitano, e la fanno ricordare alia mente, in questo significato perd che le notizie prime siano state impresse in essa da principio dalla onnipotenza e provvidenza divina. Veduti gli archetipi etemi, a immagine dei quali venne formate il mondo, si discorre dell' anima di esso secondo Platone, di cui riferisce R. testualmente i concetti, senza metter (com' e' dice) in questione se cid sia vero o no. Ed io credo poter far grazia al lettore ed a me di questa lunghissima e diffusa esposizione, che non ^, come altrettali, al mio soggetto. E cosi pure della esposizione di quel sistemi falsi che ammettono il mondo da s^ essere o governarsi (naturalismo) o Dio stesso essere (panfeismo), che R. condanna e beff'eggia, ammettendo determinatissimamente la creazione ex nihilOy secondo il concetto cristiano, e la fede. Belle pagine invero son quelle, e dove si appalesa in tutto il suo splendore la luce di erudizione immensa che irradid la mente di questo filosofo fiorentino ; se non che la h null' altro che erudizione ; mentre valore speculative, propriamente tale, invano pur qui tu ricerchi. Chiudero questo capitolo recando un altro ragionamento di R. preso da Ermegisto nella sostanza, e col quale egli svolge pitl e piil il suo pensiero sulla creazione del mondo fatta da Dio. c Tutte quante le cose che si apprendon co' sensi, (egli dice) fatte sono, e tutto di si fanno e fannosi non generate da per s^ ma da altri. Adunque qualcuno ci ha da essere, che generate le abbia, il quale generate non sia, e delle generate cose piil antico: e delle cose generate nd uno pu6 esser piA vecchio di quelle che generate non ^. Ma il Facitore h piii potente di lore, e unico e solo in verita, sa ogni cosa perch^ niuno a lui va innanzi. Le generate cose visibili sono, egli invisibile, e pero fa a fine di rendersi visibile, per lo che sempre fa, e a lui solo si compete degnamente la appellazione di Dio, di Fattore, di Padre. Dio per V onnipotenza, Fattore per I'operazione, Padre ^ per la bont^, ond' E^li opera, n^ ci ha cosa di mezzo fra il genitore e il generato, n^ altro fiiori di questi due: uno per propria natura la natura dell' altro riguarda mai sempre, e V efficiente e '1 fatto sono vicendevolmente uniti in guisa perd che I'uno preceda e 1' altro seguiti. Nd la struttura di cose tanto diverse malagevole si 6 vero disdicevole alia divina maest^ ; la costituzione di tutte le cose ridonda in gloria unica a Dio. Perch^ da lui che fa, nieijte di reo, niente di deforme precede; siflEatte passioni seguono solamente le operazioni create. Delia generazione la perseveranza fa pigliar piede al male, e per tal cagione istitui Dio con la corruzione loro la mutazione delle cose, come una certa purga via via di essa generazione, e cosi per mezzo di una continua mortality, conservasi perpetua al mondo la vita. Iddio ha una sola e sua propria natura, e questa si d il buono, e il buono d quella virttl onde tutte le cose operano; quanto ^ generate, da Dio generate si § cio^ dal buono, che ^ quelle che pud e fa ogni cosa. Iddio nel cielo semind V immortality, in terra la mutability, in tutto quanto il mondo la vita e il moto, a simigiianza dell' agricoltore cbe sparge i semi nel grembo della terra, in un luogo appropriate il grano, in un altre Torzo, e in quelle e in quell' altro altra sorta di seme, il medesimo dove riannesta, e dove peta le viti, e altre maniere di frutti, nelle stesso mode fa Iddio. > E se il mondo nen 6 Die, neppure Die ^ 1' anima del mondo, preva R. in altri Dialoghi, e sostiene come Egli sia mente Creatrice e Prevvidente in quelle, senza infermarlo, come fa anima cerpe, nd tramescolandosi con esse perch^ egli immense nen pud esser circescritto da termini, senza cessar d' esser Die ; perfettissimo nen pu6 nell' imperfetto stare, che ^ il mondo. Iddio crea, e la sua mente divina gli 6 legge ; imperocchd essa in un medesimo punto pensa, cenosce perfettissimamente e delibera impermutabilmente con sapienza infinita, e con immutabile ennipetenza, e tutto ipso facto, senza replica, a quelle ebbedisce, e perd legge si ^ la mente divina. come ritratto e immagine del suo facitore, ma non gi^ reputd che Iddio anima fosse del mondo, quantunque anima di ragione dotata e fabbricata dal maestro etemo delle sovrane intellettuali cose e divine assegnasse all' universo. > La mente divina pertanto 6 pel R. legge impermutabile all' universo, e concorda in ci6 che ne dice Cicerone: Legem video sapientissimorum fuisse sentendam, neque hominum ingeniis excogitatam, neque sdtum aliquod esse populorum sed cetemum quiddam quod universum mundum regeret imperandij prohihendique sapientia. Ita principem legem illam et ultimam mentem esse dicebant omnia ratione aut cogentis aut vetantis Dei, vita autem est cum mente divina et ratio est recta summi Jovis ; ergo divina mens summa lex est Insomma 1' anima dell' universo d pel R. lo Spirito Santo, che e Luce ed Amore, d la Provvi denza, o I'Arte divina. E va egli man mano avver tendo come Platone nella graduazione degli enti per r universo e nello spiegare la formazione del mondo sensibile e spirituale siasi accostato alia dottrina della creazione, e conchiude sovente com' egli abbia davvero avuto a logger la Genesi. E tanto e' crede probabile cid, che espressamente in un Dialogo pone a confronto i passi biblici sulla creazione dell' universo con quel di Platone, per vedere a luogo a luogo dove elle si rassembrano, e dove egli, Platone, abbia fallato. In che appunto noi abbiamo una nuova testimonianza di fatto degli intendimenti filosofici del nostro Neoplatonico. Egli accetta da Platone le sue dottrine finch^ armoneggiano colla Teologia cristiana, e a tal fine cerca volta a volta in questo sense ultimo d'interpretarle; e dove le vede troppo palesemente discordi, se ne diparte, e alia rivelazione intieramente si appiglia. Or questo studio comparativo tra i testi biblici sulla creazione e quei di Platone che vi si approssimano, e importantissimo a chi voglia, come ho accennato innanzi, vedere gli estremi svolgimenti del neoplatonismo nel secolo^decimosettimo. Si fa R. un ultimo quesito, se cioe in sentenza platonica I'Amore sia anima del mondo, o la parte pitl nobile opitl sovrana di essa. E teologicamente discorre di Dio sommo Bene e sommo Amore, della Trinity dapprima, indi dell' amore necessario e dell' amore libero, quelle nelle cose insensibili, nella madre natura e negli animali bruti ; questo nelle creature intelligenti, per le quali esso non ^ che un.concordamento tendente alia perfezione della divina uniti; e percio disse Platone, amore essere quell' armonia e quell' ordine che richiama le cose discordanti alia Concordia ed all' uno, E in questo senso deve intendersi ammetter egli 1' amore come anima del mondo, e porzione piii perfetta di essa, e 1' immaginarsi che ei fa due Veneri generatrici di due amori, naturale 1' uno, divino 1' altro, entrambi maestri di tutte le arti e di tutte le operazioni. {Segue) IL TIMEO. - DELL'ANIME RAZIONALI. Qaesiti. Natura deir anima razionale. — Non e particeUa deiranima uniyersale. et intiera e perfetta da sd. — In che il Rncellai si discosta qai da Platone. Spiritualitd. deiranima. Perfezione maggiore negli spiriti angelici. Immortality. — Argomenti di ragione probabili. — Cartesio e la sua teorica dell' idee connessa alia questione deUMmmortalitll. — Passo di questo filosofo. — Altre prove d' immortality. Intomo a questo argomento il Bucellai si propone di vedere se sieno da per loro le anime razionali ovvero porzioni dell' anima universale; in che erri Platone, a ft differenza del nostro credere; e quali motivi senza lume della fede ne persuadono, e con Socrate e col divino lilosofo e con molti altri maestri di sovrano lume ancorch^ Gentili, che le anime nostre sono immortaU. E per primo si studia di dimostrare la natura di queste anime, e come non sieno particelle dell' anima universale, possedendo 1' anima nostra invece una sua propria sostanza, ed essendo una certa essenza intellettuale da s6, che si forma semplicemente dall'intelletto divino, come ammette Platone, £ da notare qui come si avveri quel che abbiamo avvertito altra volta, ciod quanto il filosofo nostro s' ingegni di ridurre a vera sentenza in conformity del Cristianesimo le parole di Platone, che per contrario, nel Timeo, sostiene I'anime particolari essere particelle della universale. E dice poi Platone (continua R.) r anime esser fatte per le cose celesti e immortali, e perch6 r uomo si faccia imitatore di Dio, servendosi per ci6 anco dei sensi, tra' quali il piii degno e il piA umano, la vista e I'udito. Nel che, soggiunge egli, discorda alquanto la verity nostra perch^elle sono create da Dio di ugual perfezione di mano in mano in quel punto che fornita di fare tutta la struttura del feto nelFutero matemale, il corpo ne divengS; capace, messoinsieme con tutti quanti i suoi organi ben che teneri e male abbozzati, e sono anime intere e da per loro, n^ vi ha anima comune onde le nostre razionali porzioni sieno di essa in alcun modo. E della differenza tra questa e quelle e tra quelle e le anime dei bruti lungamente favella, sempre appigliandosi pitl ch e ad argomenti probabili di ragione, a precetti di fede religiosa. E il contrasto interne dell' uomo che proviene dalla Ubert^ del volere e da' sensi e il supremo e invincibile argomento a sostegno della spirituality dell' anima umana, e della sua gran diflferenza con ogni altra che Platone ponga nel mondo, o che negli animali ci sia. Stabihsce quindi, anco secondo 1' opinare di lui, la perfezione maggiore degli spiriti angelici, chiamati da Platone SEGUE IL TIMEO. — DELL'ANIME RAZIONALI. Demoni, o Dii, percM immagini pitl perfette che Panime nostre dell' idea eterna; e afferma non potersi dare accostamento di termine tra il corporeo e lo incorporeo, r immateriale e 1' incomposto, 1' anima insomma, la quale sebbene non si veda n^ si tocchi, pur si manifesta che ella c'^ dalle sue operazioni ammirabili, giusta ne dice pure Platone. Confessa pero al solito che in somiglianti materie, come si ^ dell' infinite, dell' incorporeo e delle operazioni lore, come della immortality non vi ^ da aspettarsi mai prove convincenfi^ oltre queUe delta nostra infcHlibiLe cattolica doUrina, perche eUe non sono da noi^ ma si bene favellare se ne puote e trovarci da proporre molte verosimiglianjs^e e probabilUa. Nondimeno con tutti gli argomenti che adopera Platone e i filosofi spiritualisti, specialmente tra' nostri il Ficino e indi anco il Cartesio, di cui espone ed ammette, temperandola col neoplatonismo, la dottrina della cognizione, e le cui ragioni sulla immortality paiono anco al R. ben fondate, egli vien dimostrando man mano la spiritualita e immortality delr anima con discorso vivace e stringente, e ribattendo con arguta confutazione gli argomenti in contrario, specialmente pohendo in evidenza gli errori, nei quali su cio cadde Tertulliano, e rilevando le contradizioni frequenti di quella intelligenza. Non repute inutile pertanto a questo punto riferire ci5 che R. per bocca del sacerdote Magiotti, dice intorno alia teorica delle idee di Cartesio, teorica della cognizione che egli connette stretto con quella della immortality, e se ne vale come argomento, sempre s'intende, probabile, coll' uniformarsi intieramente alia fede. Confesso bene, che il volere riconoscere del tutto dair idee, ch' e' chiama innate, e che esse ci sieno, non che dell' essenza, dice solamente dell' esistenza divina, r ho per intraprendimento troppo ardito, e da non se ne uscire con onore, chi volesse, seguitando Renato, col proprio intelletto giungere a si sovrane cose, senza gli anticipati giudicj dell' immaginazione, percM io per me non so ritrovare modo da figurarmi come cio segua: impercid che avendo noi si fattamente impastate le parti intelligibiU con le sensibili, la maniera di distinguere totalmente le loro operazioni 1' una senza I'altra, cio^ a dire quella dell' intelletto senza quella del senso, io non mi rincuoro di rinvenirla. > La opposizione che fa il nostro autore alia dottrina del Cartesio sull'idea innata di Dio ^ notevole molto, perch^ viene ad escludere in lui la dottrina delle intuizioni ontologiche o anche ideali, che abbiano per obietto Iddio e gli esemplari etemi. Scintilla della divinity si pud dire, che sia non solamente quel lume di conoscere le cose esteme per via de' sensi, il che hanno parimente gl' irrazionali, ma di pill quel conoscere di conoscere, ch' e un atto proprio deir intelletto, e della mente astratto da' sensi, pe r il quale ci si apre la strada al raziocinio, e al discorso, con cui noi salghiamo piu in su, che le sensibili cose non sono comech' esse ne facciano la scala per soUevarvisi sopra alquanto. Per lo che disse Plotino nelr ordine della cognizione 1' ultimo grado tiene il senso, il sommo V intelletto ; il senso nel conoscere tiene la linea retta, V intelletto la circolare, rivolgendosi in sd stesso, e pero 1' anima per la vegetazione, per il senso, e per V immaginazione si affaccia fuori di s^, ma per e' moti deir intelletto si rende capace di riflessione in 8^ stessa, e cotale operazione si maravigliosa del conoscere di conoscere, 6 presa da molti filosofi, anche di pit! acuto intendere, per grande argomento dell' immortality, delle Anime, ma viemaggiore a me pare che sia non le avere innate in noi le idee dell' esistenza, ed essenza di Dio, e non da quQsta per I'ordine delle medesime idee, passare ad avere plena notizia dell'essere una cosa cogitante che non pud essere distesa, e perd essere incorporea e poi di essere insieme una cosa distesa, e non cogitante, e perd essere corporea, onde se ne ricavi essere 1' uomo fatto di due •cose totalmente diverse e distinte, talchd 1' una potendo stare senza 1' altra, possa ricevere la posizione cogitante da per s^, cio6 a dire la mente, e 1' anima incorporea, e perd immortale. Ma si bene questi lumi di ragione, o di divinity, che sono in noi ancor che annebbiati, e indistinti, si ritrovi in noi medesimi talento d'avvedersi ch'e' ci sieno i principj di molte e molte cose, le quali -noi ci accorghiamo avere molto pill ampio spazio di quello che non ^ conceduto a noi di giugnere a capire per possedere in verun mode scienza di loro intera e perfetta, e non avendo in noi r intero della perfezione delle cose di cui noi conoschiamo i principj, da' quali ci sentiamo abili a conoscere piti, bench^ piii non arriviamo a conoscere : adunque trovandosi in noi le misure proporzionate, e lo acume per arrivarci, e venendoci impedito 1' uso e '1 potere da queste grossolane membra mortali, e da questi organi, che noi abbiamo limitati, ed angusti, i quali paran la vista all' occhio dell' anima: egli ^ molto ragionevole di credere, che abbia a essere in noi, quando che sia, I'adempunento del conoscere 1' intero delle cose, di cui noi scorghiamo i primi semi, e lampeggiare le scintille, il che non potendo conseguir qua, ^ verisimile, che ci sia riserbato ad altro luogo, cui le anime nostre destinate sieno, spogliate e libere da questa gravosa soma corporea; e qui si addice meglio la considerazione che Iddio 6 veritiero, e non cooperatore ad illusione massime in certi principj e fondamenti, che si scorgono bene e fermamente stabiliti a sostenere una mole di pitl alta architettura che none quella, che alia nostra veduta si concede. Impercid che se 1' anima per s^, e per sua propria natura avesse terminate le vie del sapere, quieterebbe s^ medesima a que' soli principj, ne s' imm^ginerebbe piii oltre di quelli immensi spazj dello scibile ch' ella s' immagina, credendosi che quello che gliele impedisce fusse il suo ultimo fine; imperciocche quando uno vivendo racchiuso in una angusta spelonca, condottovi da lontane parti di notte al bujo, e che ivi brancolando con esso le mani, . ben grossi e sodi pilastri vi ritrovasse con archi sopra, certo ^ ch'egli s' immaginerebbe qualche alta e gran fabbrica dimorarvi sopra all' occhio del giorno, e non indamo si forti fondamenti esservi stati sotterrati, o che almeno alcuna volta stata vi fosse ; se pero un si fatto uomo cotanto stolido non fosse, o ch'entro vel ponessero di nascita, che impercid non avendo per innanzi veduto altra cosa finora di li si facesse a credere che quelle pareti, e quelle volte fossero i termini estremi del mondo. Cid verisimilmente succede alle bestie, le quali non hanno talento di credere che ci sia da sapere piii di quello che elle sanno. > Ma pitl R. si compiace d' intrattenersi nella prova a posteriori della esistenza di Dio e della immortality dell' anima umana, e in cid pure si vale dei vigorosi argomenti dei piii riputati filosofi, come e precipuamente di quello che ricavasi dall'ordine del mondo, e dall' indefinito desiderio di beni insiti in noi, e della sempre incompleta soddisfazione che i beni finiti della terra e dei sensi ci recano. E s' intrattiene molto pur qui, ma assai piii nel trattato della Prowiden^a^ come vedremo fra breve, a discorrere di questa natura di beni, e in che il vero bene consista, seguendo in tutto le traccie neoplatoniche e stoiche, e come i beni di fortuna son tali solamente in quanto s' indirizzano al conseguimento della virtii, in che sta il vero bene. Or facendosi cid appunto per la ragione, mediante la quale si arriva alia bonta, alia giustizia ec. e questi essendo attributi di natura sempiterna, ne viene che Fuomo abbia I'anima immortale. E come questo, cosi molti altri argomenti verosimili e proba bili della immortality dell' anima, reca R. a so stegno di essa, di Platone, di Socrate, di Pittagora, di Cicerone e di Seneca, il qualp ultimo par talrolta r ammetta, tal'altra no; ma io credo non essere neces sario fermarcisi per riferirli, bastandoci di porre in sodo com'egli, il nostro filosofo, cerchi corroborare quanto piii pud con argomenti probabUi della ragione quello che intomo all' anima umana e a' suoi futuri destini ritiene per fede, e d i rilevare com' egli faccia anco qui uno sfoggio vastissimo di erudizione nel recare gran dissima copia delle opinioni de' piii antichi e se gnalati pensatori su tale subbietto. E via via ch' e' li reca, li rimprovera o corregge in quel ch' essi hanno di non razionale, o di contrario alia fede, come la pa lingenesi o la trasmigrazione dell' anima di Platone, ossivvero ne interpreta ciiriosamente le frasi, come il demons di Socrate, per esempio, nel quale vuol ravvi sare I'Angelo Custode dei cristiani. E finalmente ritorna R. a discorrere della cosmologia, della formazione cioe del mondo e figura sua in sentenza platonica, rigettando pero come detto si 6 la eternity della materia, e dove pu5, a sostegno delle dottrine platoniche, riportandone i detti di Galileo e questi con quelle conciliando, come contro la incorruttibilit^ dei cieli. Eccone il brano, e avremo terminato 1' esposizione del Timeo. Imperf. — Nascemi nell' intelletto una nuova opposizione da farvi procedendo secondo V ordine platonico, e estraendoci dalla fede. Convien supporre la materia informe per s6 discordante e de'contrarj compostaessere eterna, altrimenti se creata fosse da Dio, potriessegli apporre che egli avesse errato tirando i principj tumultuosi e contradj, mentre poscia egli ebbe mestiero di ridurli alia similitudine, anzi alia unitade. Biionac, — Avea mestiero di ridurre all' unitade i contrarj, acciocche permanendo uno, e perfetto huniversale, essi operassero di lor natura i loro effetti speciali, nella parte spicciolata di quello a modo di contrarj: ma si ben sotto le debite regole e proporzioni tra loro ridotti per tal maniera che non isvariassero dair ordine dato loro e mantenessero perpetue le specie, mentre di mano in mano si rifiniscono gli individui. Imperf, — Operano i contrarj naturalmente da contrarj, e cid ^ d' uopo per la corruzione de' composti, riducendoli ai loro principj come udiste poc'anzi. Ma opera la proporzione, e la analogia ch' egli ebbero per lo componimento, e per hunit^ del tutto ; richiamandoli via via mai sempre al rifacimento di quelle cose individuali che periscono per mantenere nel loro debito pieno le specie, altrimenti se fosse un elemento solo nulla si genererebbe giammai. E o vero sarebbe r universe una cosa tutta, una, soda e ferma, con la figura solamente esteriore che ritonda gli assegna il Timeo^ e allora fuori che nella grandezza, che differenza fareste voi da esso a una palla di Travertine? si pure se da principio senza contrarj create avesse tutte quante le cose, elleno sarebbero sempre ferme, e le.stesse in perpetuo impermutabile stato, senza che n^ una giammai se ne riformasse di nuovo, di che come udiste si ^. dichiarato molto bene il Ficino. Mag, — Oh come bene si B&k un bellissimo luogo, che io vi verrd dicendo a cotesto alto concetto, che, avete detto signor Gioseppo intorno all'esser necessario che la creazione dell' Universo si facesse dei contrarj a volere la perpetuity de' moti e delle generazioni, e ch' essi armonizzati fossero con esso le lor medie proporzionali per renderlo uniforme e si somiglievole all' unitade del mondo archetipo ! Impercid che egli h certo, che senza Tarmonia rimaneva tra detti contrarj la materia informe e scompigliata e disordinati moti, e senza le contrariety, restaya il mondo senza operamento che sia, e senza il fruttifero movimento per le generazioni disfacendosi, e rifacendosi di continuo, c onciossiacosach^ qtiando non di marmo lustro, o di porfido si fosse 1' universo tutto, ma di qualunque altra gioia piii dura, pit! preziosa e piii fine, qual maraviglia, o stupore recherebb'egli, e che nobilta o maestria sarebbe in lui, a petto a quello che ci si scorge, con le continue fabbriche che ci si formano per mezzo delle corruzioni e delle generazioni, senza perder mai un minimo che di sua intera pienezza e di sue alte e basse maravigliose strutture? Come ben dunque si affi^ a codesto concetto quel pensiero non punto meno alto, che pone il nostro Linceo in bocca al Segredo contro V incorruttibilit^ peripatetica de'cieli, riputando viepiil nobile e di piii pregio la terra per la generazione e corruzione che in essa si fa, che ne dessa n^ i cieli sarebbero, n^ gli astri e pianeti se veramente incorruttibili fossero, avvertendo alle tante e si belle mutazioni, che in quella si fanno di pitl sovrano e ingegnoso magistero, che se ozioso si stesse ancorchd di qualunque pit! pregiata e speziosa materia fosse composta. Perchi§ altro (die' egli nei Massimi Sistemi) verrebbe essa ad essere salvo, che una vasta solitudine di arida e spessa arena, e si infruttifera e vana, o una massa di dia spro, o quando bene si fosse un adamante sfavillan tissimo saria sempre un corpaccio inutile, con quella differenza ch'^ tra un animal vivo e un morto, e il medesimo della luna di GiOve, e di tutti gli altri orbi, potrebbe dirsi, e vien poi seguendo con una maravi gliosissima e bella riflessione, che se il popolo chiama preziose le pietre, le gemme e V oro, e vilissima la terra, cio awenire per la dovizia di questa e carestia di quelle. Imperd che dove della terra ce ne avesse penuria chi non ispenderebbe una soma di diamanti e di rubini, e quattro carrate d'oro, per aveme so lamente tanta in un piccol vaso da piantare un gelso mino, un arancio, ivi veggendoli nascere, crescere e produrre si belle fronde e fieri e frutti cosi odorosi e saporiti? E il volgo loda un belUssimo diamante (dice egli) perch^ all'acqua pura si rassomiglia, e poi per dieci botti d' acqua non il cambierebbe. Per la qual cosa, conchiude con molta ragione, che questi detrat tori della corruttibilit^ si meriterebbero che un capo di Medusa gli cangiasse in statue durissime; e vera mente non quality e attribute di piil valore si dona dalla scuola peripatetica a'cieli, anzi farsi lore torto, la corruttibilita e generazione togliendo loro, il cui di scorso si accoppia mirabilmente con la interpretazione del Ficino, ch' espone lo altissimo concetto platonico, dove chiaramente si ricorda che anche Platone ebbe per piCi nobile e per piii ammirabile, anzi per neces saria la struttura dell' universe sensibile con muta menti continui, e con esse le produzioni varie derivanti dalla generazione e corruzione, che se stabile, neghittoso e fermo senza moto si dimorasse ancor che d'oro e' fosse, o di qualunque pit! preziosa gemma di sua indefinita grandezza come verbigrazia sarebbe state, se di una cosa stessa e senza contrarj lo architetto supremo fabbricato lo avesse. E perd il divino filosofo,'^nch' elli antepone la corruttibilit^. del mondo, dei cieli, dei pianeti e degli astri a quello incorruttibile che per accrescer loro pregio assegno loro poi dopo Aristotile di sua propria immaginazione, avvenga che egli avesse bevuto suo prime latte dalla disciplina accademica. Oggetto di questo trattato di R.. Suono. Ordine. — Armonia. — Proporzione. — Passo dell' autore. — Platone e le proporzioni armoniche. II medesimo e il diverao, — Anco pel Rucellai tatto e armonia. — I tre regni della natura. — L' armonia e Tanima anivorsale platonica. — 11 corpo nmano e le armoniche proporzioni. La materia. Giudizio di R. su questa parte delle dottrine platoniche. E'prende inoltre, R., in nove Dialoghi a discorrere delle proporzionalita armoniche, delle ragioni musiche in genere e delle loro applicazioni all' aniina platonica, aggiungendo, egli dice, molte cose e ripetendo di quelle che della musica pitagorica, secondoch^ di essa riferisce Marsilio Ficino, egli pronunzid. E si rif^ da certi principj universali esposti nel trattato suo della Geometria, (Vol. 3° del Codice Ricasoli, corretto dair autore, dove si trovano tre dialoghi sopra la matematica), che egli prova con Galileo esser Vabhicd dell'umano sapere; i quali principj ne condurranno agevolmente a tutte le cose particolari di questa armonia. Ogni suono ^ aria percossa che ne viene per varj modi, increspamenti e vibrazioni alle orecchie; e secondo la intensity di forza della causa produttrice il suono 6 pill meno grave, pitl o meno acuto, ed ha ragione Aristotile allorchd dice, che il suono troppo acnto muove assai il senso in breve tempo, e il grave quando 6 soperchio in piii tempo lo muove poco, a somiglianza d' tm ago, il quale se tosto ne tocchi qualche parte con la sua punta, a un tratto la ci punge, se a bell'agio, piega solamente e avvalla un poco la parte ch' e' tocca, ch' altri non se . ne sente. E le cagioni che il Mersennio, (maestro di musica che il Rucellai dta spesso e cui segue) non che i piii celebrati maestri all'acutezza e gravity di suoni attribuiscono e il nostro filosofo accetta, sono la figura, la radezza o density, sottigliezza ec, insomma proporzionalita : ritenendo pur con Democrito che da'corpi sonori escano minutissimi corpicciuoli od atomi, non pero ammettendo, come Democrito fa, ch' essi sieno queUi che formano il suono. Discorre elegante delle somiglianze tra il suono, la luce e gli eflfetti loro, e delle loro diversity, sempre fisicamente. E mi sia lecito di far a meno di esporre tutto cid di cui il nostro autore, seguendo le tradizioni pittagorica e platonica su tal proposito, ampiamente faveUa ricavandolo dal Ficino ; e che se pud in qualche guisa destare interesse per uno storico della musica. come quello in che si fa tesoro degli svolgimenti successivi della scienza dell' armonia dagli antichi fino al Galileo (del quale apprezza ed accoglie le analoghe scoperte) per noi d un fuor d' opera, e ce ne possiamo passare senza il menomo pregiudizio. Piuttosto io riferisco qui il concetto della fine di questo trattato delle Musiche Proporzioni, che assommando i concetti generali qui esposti, d altresi ponte tra le due rive, tra il trattato in genere cioe, e le sue applicazioni all' anima platonica. Qui dunque ritomando a'primi principj della proporzione, postavi innanzi e con tanto sapere avvertita dair accademico nostro Linceo, convien restare ragionevolmerite convinto, tutti i primi element! della geometria e tutte le proporzioni che in essa si contengono essere gli elementi primi altresi della sapienza universale. Onde Iddio a tutte sue infinite e maravigliose opere si volse, e perd in qualunque scienza e naturale e intellettuale trovansi si fatte proporzioni, si come i primi fondamenti di tutto lo scibile. Platone pertanto s' immagind che 1' anima (universale) toccasse il medesimo, cioe 1' intelletto, e mente divina ricettacolo perfettissimo ed unico delle infinite idee, le quali per V unit^ perfetta di colui che oft ceterno le concepio, s'identificano in un'idea sola; onde I'esemplare dell' universe sensibile ch' ella dico si dirami poscia nel diverse che viene a significar la materia per s^ varia, disordinata e incomposta, di cui il visibile mondo crear volea, per la qual cosa a fine di fabbricarlo ornato, e maravigliose e si degno delle mani perfette onde egli uscio, coUegare il voUe per quanto per lo suo difetto e' poteva patire e assimigliarlo alr unit^ e perfezione del mondo archetipo, e per6 non altra maniera ci adopero che la mentovata armonia, la quale tratta dall'uno perfetto si venisse scompartendo con musiche proporzioni, tra loro tendenti alrunisono, onde la varieta divenisse per merito loro talmente bene ordinata e perfetta, che dalla moltitudine per la commensurabilita loro fosse atta a richiamarsi nell' uno ; impercio fe' agguaglio dell' anima a un triangolo, il cui angolo superiore toccasse il medesimo, e allargandosi poscia co' lati nel diverso, questi venisse proporzionevolmente digradando, come ne spose il Timeo, nelle duple e triple, e si parimente nelle sesquialtere, e sesquiterze proporzioni; laonde per I'ordine perfetto -e per lo regolato movimento, che la fabbrica di questo universe ricevette da quest' anima armonizzante all' imitazione dell' Idee in una Idea sola identificate insieme dalla moltiplicit^ delle parti riducessesi per quanto era in lui, e s' immedesimasse nell' uno, cio6 a dire, in quell' unit^ ch'egli ha tutto insieme senza dargliene un aJtro compagno, e a lui somiglievole, la qual' anima mercd di suo toccamento con esso il Medesimo il mantenga uno, perpetuo, immutabile, e si ne'suoi movimenti ordinate che immobile resti nel suo tutto, per quel mode che Parmenide ne insegno, awenga che di sua natura e per difetto della materia mutevole, e forse mortale, movibile e diverse nel novero vario e senza novero delle sue membra. E infatti R. ammirando 1' universe, ritrova tutto armonia, musiche proporzioni, e con eleganza di dettato lo espone e lo prova nelle stelle, nel mondo, nei loro giri costantemente ordinati, nella vegetazione, negli organi degli animali, nei sensi dell'uomo, nelle sue intellettuali potenze. E non solamente nell'unit^, ma sibbene nella varieta sublime dello universe, queste armoniche proporzioni sono, ch6 nel variarsi concordemente 1' universale componimento con i definiti armoniosi intervalli e divisioni finissime, la concord auza e requisono armonioso e la commensurabilit^ corrispondente di tutte le parti 1' una coll' altra, vi si rivede in somma e singolar perfezione, a modo che seppero r uno appo r altro distinguere nelle regioni dell' acuto e del grave i maestri migliori nel genere non solamente pill perfetto molteplice e delle duple e delle triple, e si nel superparticolare, e delle sesquialtere e delle sesquiterze, ma di ben mille e mille altre che ha saputo conoscere e misurare la madre natura sotto il Maestro di Gappella Supremo^ e dove da' nostri musici si trovano le consonanze aggiustate con limitati interstizj deH' arte : Indi affine di dilucidar meglio come, in sentenza platonica, debba intendersi che la simetria, I'armonia e il moto sieno anima dell' universo, e qual natura Platone attribuisca a quest' anima universale, il Buonaccorsi riassume i principj platonici circa la costruzione dell' universo, e dimostra che Platone ancorch' e' voglia 1' anima universale che sia ragionevole, pure non le attribuisce gli effetti della ragione, che negli esseri propriamente razionali osserviamo. E continuando R. ad illustrare questi concetti deir Ateniese, osserva come in siffatte applicazioni deU'armoniche proporzioni all' anima dell' universo pitl che noi faccia lo stesso Ficino (piii metafisico di Platone talvolta) egli si rende intelligibile, aggiungendo pure come se a quel filosofo fossero state note tant'altre consonanze minori che dopo'diluiper buone accettate si sono, e molte eziandio delle irrazionali, che al supremo Compositore razionali saranno, avrebbe dichiarato di sicuro la divina mane averle adoperate tutte in questa fabbrica dell' universo e delle anime umane ; le quali soggette anch' esse alia misura, all' armonia, se travalichino i confini di essa, malvagie divengono. Discorre quindi della fabbrica del corpo umano e delle sue parti, e, per incidenza, della materia, e dice che noi la materia la appelleremo madre e ricettacolo di quelle cose che generate e visibili sono, non terra ne aria ec, per guisa che il Dafinio osservi esser sott' altre parole questa la sentenza di Aristotele circa la materia; e R. risponda: Perd il Magiotti soggiunge: € Eisponderanno i platonici su' loro altissimi fondamenti metafisici che la materia 6 qualcosa perch6 la sua forma informe 6 invisibile anch' essa suo attaccamento speciale e sua dependenza dallo intelligibil mondo nella mente divina, cio^ a dire, ha sua idea particolare per sd, ond'ella ^ simulacro ed immagine ancorch^ visibile non sia, nd per noi e per la nostra veduta, ^ necessario che tutte le cose che sono fatte sieno, o che non le veggendo non abbiano a essere ; e se la non fosse nulla per s6 ma un solo componimento insieme dei quattro elementi, le forme sole degli elementi e non la materia da s^ avrebbero il loro esemplare, e V idee loro per entro il ricettacolo della mentc divina. > A cui infine VImperfetto: lo non credo necessario seguitar passo passo il Rucellai nel commento che fa a questa parte del Timeo di Platone, avendo, parmi, citato quel che di piii importante ho creduto trovarvi: nd al mio soggetto richiedesi altro di quel che ho stimato far qui ed ho fatto, di un trattato che non h se non una prolissa esposizione e dichiarazione delle opinioni platoniche in queir argomento : opinioni che noi abbiamo visto in qual conto e' le tenga R. e com' e' le consideri nella massima parte qual una sublime poesia del filosofo atenieie, piuttostoch^ teoriche le quali nolle loro particolarit^ abbiano un fondamento sul reale e sulla esperienza. Importanza di questo trattato. Meg^lio che in ogni altro scritto del Bucellai si fa qui palese la natura del suo filogofare. Prove di ci5. — Obiezioni di Epicaro e risposte. — L'ordine deiraniTerso e argomento del Provvedere di Dio. Qaesti e la natura. Essa non h per »i che una voce generica. II Caso. — Si combatte. 611 atomi. — Si nega ad essi, contro Platono ed Epicure, la eternita. — Si confuta V accozzamento foi^tuito di quelli. Galileo. — La creazione. — Si ritorna alia Provvidenza di Dio; prove per eliminazione. Obiezione e risposta. Galileo e il Bucellai. Dio non informa il mondo come anima corpo. L* esempio del sole. Ficino. La fedo. Creazione ex nihilo. Bagioni probabili. — Bipete Tautore: fine della creazione il buono. II Yero Bene. I beni del mondo ban ragione di mezzo, di fine no. Se v' ^ libro nel quale, pitl che in ogni altro scritto filosofico del Bucellai, ritroviamo delineati gl'intendimenti di lui, questo si ^ della Frowidema, dove ragionando in sedici dialoghi contro Epicure, il quale nega il provvedere etemo di Dio, espone in termini netti e precisi la natura e il metodo del suo proprio filosofare, e le tentate armonie, e il rifugio nella fede e nell'autorit^ religiosa, e la grande sfiducia nelle forze deir umana ragione, e il probabilismo, non la certezza, degli argomenti che essa, la ragione, secondo lui nelle questioni seinpre ne somministra. E siffattamente cid accade, che pur tralasciando Tesame d'ogni altra parte filosofica da lui scritta, quelle di questa sola ne basterebbe a persuaderci della verity della tesi nostra : imperocch^ come in una sintesi tutti gli element! qua si ritrovano che costituiscono tutte le parti del suo filosofare. Egli qui si propone di votare la dialettica faretra contro I'empie e stolte proposizioni d'Epicuro, che dairordine dell' universe la Prowidenza ne toglie, e di vedere, divisando co' lumi soli del ragionevole e naturale discorso, se Teterno provvedimento nell'essere universale si ravvisi, ed attiene il proposito ; e poi quantunque argomenti solidi in sostegno di essa egli, il R., ne rechi ed anzi dichiari che cid meditando con una qualche scintilla di ragione, si passi molto avanti, pure finisce poi in un e quasi pianta al raggio di sole egli sorride al lume infallibile della fede divina. E come negli altri dialoghi, la scelta degli interlocutori conferma pur qui la sua natura, dappoich6 anco in questi abbiamo il sacerdote Magiotti che fa da Socrate, e a terminare il trattato, il Nicheo, il quale fondatissimo in tutte le scienze pitl gravi, ma sopra d'ogni altra nella teologia, in cui, giusta ne dice il Magiotti stesso, ha saputo la pitl giovevol parte riscegliere, cio6 la cognizione dei dogmi, Tesposizione delle sacre lettere e la perizia delle lingue ; e che udito discorrere VImperfetto e gli altri della Prowidenza^ e contro r ateismo, e il sospetto di Guidobaldo Trifonio che fosse assai malagevole di trovare argomenti ad acquietar I'intelletto naturalmente ragionandone, quantunque ciascuno di essi interlocutori stesse fermo con s6 medesimo, n^ revocasse in dubbio cid che in chiaro si scerne coU'occhio purissimo della fede, esclama: E se dopo si accomoda ai loro desiderj e ne discorre, egli e un discorso teologico piu che di ragione, e a quel discorso il Trifonio, che la facea qui, pur credente, da avversario e sofistaj conchiude : Ond'io soggiungo che se dovessi definir questo trattato della Protwidenza (e con esso ogni altro trattato filosofico del Eucellai) nol saprei meglio di cosi: poich^ R. non solo consideri la Frovvidmsa in generale sibbene anco in particolare, il provvedere diDio nel mondo e nelP uomo. E di fatto egli a favellare di Bio vuole unito il concento sublime della natura; e qui, Platonico a tutta prova nel tratteggiare il dramma del dialogo, dove egli ha un' arte di dire e di rappresentare raffinatissima, apre il cuore con respiro tranquillo all' armonie dei luoghi deliziosi, e li presso la rinomata fontana di Belvedere, nei contorni di Eoma, va, raerc^ di si bella apertura, meditando per la chiarezza dell'aere I'ampiezza e gli stupori del cielo, e per le pianure di Eoma le varie bellezze della terra, le quali del Provvedere etemo recheranno contro Epicuro i piii potenti argomenti. I quali, sull'ordine dell' universe posando, devono esser per il Eucellai riprova, non prova, di quest' arte divina nel mondo, perocch^ con I'occhio acutissimo della fede egli scorge chiarissimo Iddio e le sue miracolose operazioni a pro nostro. Questa riprova h un soprappitl od un esercizio dialettico fatto a modo Socratico, di un credente, non rindagine di un filosofo, il quale coUa ragione solamente a guida osservi, induca, argomenti e conchiuda; non valendosi come tale, dei dettami della fede, e facendo conto che e'non vi siano. Alia domanda infatti se col naturale raziocinio alle prove si perviene di Dio provvidente, il Magiotti risponde E co'medesimi argomenti di san Tommaso, e dei Padri e de'filosofi cristiani, corroborati fin dov'e'pud dalle dottrine di Platone e de'filosoli gentili, ribatte le opinioni di Epicure e di Lucrezio centre il Provvedere di Dio, sia che dicano la natura divina eterna e beata godere in sd perpetua pace e tranquillity, lontana e disgiunta per lungo intervallo dalle cose nostre, e da' benefizj non poter esser presa; a cui R. risponde che anche Iddio, perche Iddio e'sia, 6 forza che e'sia sommo e infinite bene ed amore, che tanto si § a dire avere infinite carit^ e beneficenze, senza alcuno intendimento di premio, esercitandolo a diritta ragione: sia che altri ostacoli ne rechino in mezzo al suo cammino, egli considerando la natura di Dio, e Y ordine sublime delF universe e del microcosmo, li supera e ne trionfa. E quando rinnova Epicuro con Lucrezio la difficoM che Dio provvedendo turberebbe la sua quiete, ed egli solo non potrebbe in un tempo stesso badare a tante faccende, sostenere la soma dell'universo; soggiunge: E al sostituire che gli epicurei voglion fare della natura a Dio, in cotal guisa risponde : Combatte indi il fortuito e fortunoso accozzamento degli atomi secondo Epicure; n§ in cid pure discostasi da quel ch' era state dagli anteriori filosofi allegato in contrario, ond'io me ne passe; e poi dice che non essendo noi la misura di tutte le cose che sono, ancor che alcune di esse si scontrino inutili o dannose e far centre percid al provvedere di Dio, non possiamo dirlo non conoscendone i fini e 1' ordinamento. Dope di che seguitando, com' egli dice, le sue prohdbilita interne alia Provvidenza, viene dal generale al particolare, esaminandola nei varj regni della natura," minerale, vegetale, animale ed umano. E continua a combattere il case, e la insipienza sua e I'agitazione disordinata degli atomi. a formare lo inestimabile ordine e concento di questo teatro dell' uni verso e la perfezione di sue opere e di suo movimento. I quali atomi se in sentenza di Platone etemi chiamar si possono, quantunque il mondo ebbelo esse pure per fatto dopo da Iddio, il Kucellai sebbene ritenga che esistano con Epicuro e Platone, nega pero che si possano appellare come tali, cioe eterni, doYC dice : E riguardo al case conchiude con Galileo ch' e' non sa quel che sia e in qual maniera possa operare si ordinatamente ; e confessar dunque si dee, eziandio per via di ragion naturale, che r alto e supremo artefice, e non il case, sia quelle che il formi, regga e addirizzi in tutte quante 1' opere^sue. E la geometria dell' universe ^ come Sole che fuga le ombre del caso dalla natura, ed ^ V A JB C delk sapienza universale, come argutamente chiamoUa il GaKleo stesso, dopo che Platone aveva chiamato Diogeometrizzante in tutte le opere della sua infinita sapienza. Le quali al postutto pitl che parlare al nostro intelletto lo abbagliano di loro luce infinita, ed il loro linguaggio travalica ogni nostro comprendimento, sicche poco nulla intendiamo, studiando, salvo che la nostra socratica proposizione : Perd noi possiamo sempre indagare se fra le cose del mondo visibili, ci venga fatto di ritrovare questa natura questo reggitore del mondo, e che Iddio non sia. E di vero se ei ci si ritrova, egli ha da essere il meglio del mondo. E siccome il meglio di tutto ^ Tuomo, vedasi se V uomo 6 da tanto, da volgere tutte le macchine deir universo, a suo senno, remossa in prima la opinione che gli angeli dei cristiani o i demoni di Platone e di Socrate, i quali primi non altro sono, per i credenti, che esecutori o iniziatori degli ordini e degli awisi di Dio e di sue grazie dispensatori ; e i secondi non altro essendo che spiriti fabbricatori delle cose manuali, mentre Iddio h delle ragionevoli; cid h uno sporre le cagioni seconde sotto lo indirizzo e I'onnipotente braccio della primaria, la quale assista e governi tutto per si fatte menti. Adunque se non ci ha meglio deir uomo, e, quel che ^ meglio, ministro subordinato si 6 della divina volenti; la volenti divina, che da s6, o per mezzi subordinati amministra con tanto ordine tutte le cose, essa si h che ha in mano il provvedimento e reggimento dell' universo, come interpreta-il nostro Tullio; n^ ^ convenevole a noi stremare per tal modo la di lui infinita onnipotenza, la sua suprema ragione, la sua sapienza infallibile, per dame il vanto a chi d da meno e ha 'minor forza e potenza, anzi, che piil schernevole si ^, alia combinazione eventuale degli atomi e alle stravaganze incostanti e disordinate che il caso farebbe da s$, se e' non se gli desse si alto e sapientissirao sopraintendere. Impero 5 fuori d' ogni credenza che altri che Dio sia quello che tutto abbia fatto e tutto muova e sostenga. E Si]r Imperfetto il quale osserva come quel presupposto dell'incorporeo, e del non potere esser tocco e toccare egli le cose tangibili sia un gran punto e un grande argomento a pro d' Epicure negatore della Provvidenza, rispondesi per mezzo del Magiotti questo che io stimo opportune di riferire per intero, perch^ sembrami un punto importantissimo. Molteplici e varie poi sono le quistioni che a mano a mano mette in campo e risolve il filosofo nostro su questo soggetto, ma io credo potervi sorvolare, fermandomi alle principali; come questa anco nel Timeo ragionata, se Iddio sia 1' anima dell' universe, e cosi lo diriga e lo muova e a lui provveda come 1' anima al corpo nostro, a un dipresso come la pensarono i Greci, i quali tennero Dio anima del Mondo, tra' quali Aristotele e Crisippo della setta stoica. Al che si oppone con forza R. dimostrando I'assurdo in cui cadrebbesi, cio ammesso; come fece appunto di sopra nel Timeo, discorrendo di questa medesima ipotesi. Ond' ^ che egli, per il Cristianesimo non cade nel Panteismo, n^, come Platone, nel dualismo, ma con la Creazione distinto fa Dio dal mondo, quantunque ne sostenga la Provvidenza sopr' esso. E contrp il Panteismo rinnuova spesso i suoi argomenti, guardando principalmente agli attributi divini, e com'essi disconvengano e siano anzi contrarj alle qualit^ deU'universo e della materia, che imperfetta e non etema e mutabile si ^ all' incontro di Dio eterno, immutabile e perfezione assoluta, il quale se ^ tutte le cose, e perd Iddio d 1' universe in quanto senza di lui I'universo non sarebbe mai state, n^ senza di lui sarebbero al presente nd al future, non d gi^ vero che tutte le cose e 1' universe Iddio sieno ; e come il sole il quale percuote nelle cose e le cose illuminate il sole non sono, cosi Iddio ^ tutte le cose perch^ tutte le cose per lui sono, e senza lui non sono, ma desse non sono Iddio, perch^ dalla materia imperfetta fabbricate sono, dov' egli perfettissimo si e. E in somma come dice del sole Marsilio Ficino : Sol est imtar Dei, aspectu ante omnia venerandus: est amplificatio qucedam subita et latissima absque detrimento sui, 6b exuberantem bonitotem largitatemque suam cunctis sese libentissinie larffiens, causa conservatioque, et excitatio omnium quce nascuntur; absque hujus prcesentia mori cuncta videntur, hujus aute^n prcesentia reviviscere. Simigliante definizione, piii altamente levandosi, pud farsi di Dio, e perd: Deus est omnia, ma non le cose sono Iddio. E il Trifonio in altro Dialogo dopo queste proposizioni soggiunge: Ma R. qui si discosta, abbandona ed avversa anche Platone, come lo ha abbandonato sempre dove cose contrarie alia fede professa; egli dice per il Magiotti: E come la materia, cosi gli atomi non possono essere eterni. Imperocch^ se il mondo in tutte le sue parti ^ imperfetto e corruttibile, come vorremmo che nei suoi componenti primarj sia eterno e senza mancamento? Delia stessa natura e il composto che sono i componenti suoi. E molto meno poi se noi volgeremo r occhio a quel che veramente sia quest' eternity. Impero dunque pongo da un lato si fatti argomenti, accorgendomi bene che mi si replicherebbe da qualcheduno de'piii maliziosi, co'diluvj e con gli incendj varie volte avvenuti nel mondo le buone arti essersi spente e ritornata la ruvidezza e I'ignoranza de'secoli ; essersi le scienze o disperdute o soppresse, i hbri arsi e divampati, e si nell' acque affogate le memorie deir istorie preterite ; molte essersene deteriorate, se non del tutto ite male ; e percio rinascerne alcuna fiata di quelle che noi non sapevamo che mai state fossero, altre restaurate le quali erano divenute peggiori ; n^ percio aversi prova sicura che niuna nata ne sia dai suo' primi principj ; impercio che esser puote che di 1^ da innumerabili secoli fossero in fiore, e che ad ora ad ora si perdano, e ad ora ad ora si rinnoveUino, tornando a maggiore o a minore perfezione gU ingegni e r etadi : che impero di si fatte ragioni io non fo conto, naturalmente favellando, quantunque noi abbiamo per fede con sicurezza irrefragabile gli anni della creazione del mondo : mentre di cotanto pitl forza sono le altre che addotte si sono, per render con tanto piii vaUde ragioni convinti colore che, per sola miscredenza o miUanteria d' ingegni o mahgni o di soperchio vivaci, pongono difficult^ eziandio alle cose piil chiare secondo r ordine della natura, perch^ 1' hanno sottoposte i nostri maestri all' autorit^ della fede. > Ne gK sfugge robiezione deir^^r nihilo nihitf che dal nulla non si fa altro che nidla; che perd Cicerone: erit aliquod quod ex nihilo oriatur aut in nihilum suhifo occidat? Quis hoc phisicus dixit unquam? € 11 Magiotti vi risponde: Se noi favelliamo del mondo Archetipo, e eterno nella mente di Dio siccome le idee di tutte le cose che f urono, che sono e che saranno e di tutte le possibili ad una onnipotenza infinita : ma il mondo sensibile e la materia F ha fatto 1* artefice sovrano a quegli esemplari dal nulla : n^ dee ci5 parer gran cosa a un Dio onnipotente e infinite. E come gli uomini dal nulla possono far anch' essi qualcosa, come di trar fuori da quelle una nuova forma, a maggior forza Dio infinitamente onnipotente dee poter fabbricar la materia ex nihilo, e di cid noi dobbiamo restar persuasi che sia cosi; come quantunque sia impossibile a intender che sia eternita 6 del pari impossibile a restar persuaso com' ella non sia, perchd voltandoci indietro per la graduazione d' innumerabili principj 1' uno dell' altro, ^ forza di giungere ad un principio non principiato ed eterno. E se Dio che onnipotente si ^, pu6 adoperar gl' impossibili a noi, quale ardimento sar^ dell' uomo che voglia gl' impossibili limitargli ch' a lui possibili sono, quantunque r uomo non giunga a capirli, e di quel che egli afierma non abbia voluto convincercene con argomenti, ma 8i d' autorita proferire? Imperocche Iddio voglia merito da noi, e per intiera fede ; anzi fortiticandocela con si chiari esempi, con rivelazioni e co'detti d' uomini ec E qui superfluo che io rintessa quelle che dice il R. intomo al fine per cui Dio provvide alia bellezza della donna; poiche gi^ sufficientemente V ho chiarito 1^ dove ho discorso dell' amore secondo il nostro filosofo ; e siccome qui si rannoda la teorica della reminiscenza Platonica, e della creazione ab ceterno dell'anime, la quale dottrina di Platone ei vuol conciliata con quello che ne insegna la fede mentre rigetta la tavola rasa dei Peripatetici, io ne ho riferito ampiamente a suo luogo. Ne basti pertanto osservare: 1° com' egli, R., per bocca del prete Magiotti, a torto, e troppo tolga all' intelligenza e alia razionalit^ delle donne, in compenso delle quali privazioni dice aver Iddio dato loro appo I'uomo la raccomandazione della bellezza; sendo esse, pur razionali, animali si imperfetti e dell' uso di ragione cotanto manchevoli a petto agli uomini che non a torto disse quel savio infra Io stremo peggiore deUe nature ragionevoli e '1 meglio delle sensibili, la natura donnesca essere stata locata; 2** come il nostro filosofo in sentenza platonica e petrarchesca le bellezze della donna, raggio delle divine, abbia il supremo Provvidente create agli uomini come gradino per ascendere a sollevarsi alle bellezze infinite. Dei mali. — Necessita di questi nel mondo. I yeri mali. — La morte non e un male. — £ cosl la poverty, la perdita delle riccbezze, le ingiuste persecuzioui ec. I mali occasione e strumento di bene. II dolore. La infelicita. Del dono della ragione. — Saa natura. — Malizia e ragione. — Libero arbitrio e prodestinazione. — Liberta e fato. Passo dell'Autore su questo punto. Epilogo delle probabilita ragiouevoli intorno 1* esistenza di Dio provvidente. — Bifugio nel la fede. Intricata e ritale questione ne'tre dialoghi 11, 12 e 13 aflfronta e definisce ilRacellai col metodo 8te8SO,e co'medesimi intendimenti, la quale d necessaria a risolversi per chiunque favelli di provvidenza; la questione del male nel mondo, che egli reputa, come i beni, dipendere da essa. E prima di tutto, con a maestro e duce Platone, che dei veri beni e veri mali divinamente discorre, pone la necessity de' mali nel mondo; e al signor Elea che obietta veder noi il giusto esser oppresso e percosso dalla sferza dei mali, e 1' ingiusto trasportato nelle regioni della felicity, sicch^ Dio mostrarsi o non provvidente o non equo, risponde Per la qual cosa facciamo esamine un poco sopra di questi mali si gravi che non sono in poter nostro di ributtargli; e veggiamo, se mali dir si deggiono, onde, dall'esser noi sopraifatti da quelli, abbia a dependere quel giudizio, che con tanta franchezza forma Epicuro, dell'essere Iddio a tal cagione o non giusto, o vero non provvidente ; e incominciamo dalU ultimo, di tutte le cose piii terribile alPuomo, dico dallo spaventoso accidente della morte, che indifferentemente e alP improvviso, e d' innumerabili spezie e in ogni e qualunque et^ cade sopra noi viventi mortali. E, quantunque per lo lume vivissimo della fede Y immortality dell' anime nostre ne sia manifesta, pure non di meno, poich^ si risponde a Epicuro, all' Epicurea favelliamo e di sue opinioni vestiamoci, supponendo con falsa dottrinach'elle mortali esser potessero: imperd che in tal caso eziandio male non h la morte, nd che Iddio provvidente non sia, si come egli ebbe per indubitabile, cid dee essere argomento. Dicamisi un poco: quando bene I'anima mortale si fosse, che torto riceve T uomo dove prima o poi egli adempia il termine a lui prescritto del vivere, posto anch'egli come le altre cose caduche e finite a discrezione degli accidenti fortuiti che provengono dalle seconde cagioni? Per modo che non pena n^ gastigamento d' Iddio, ancor che provvedente, la morte degli uomini chiamar si dee: imperd che non piti ragione ha di dolersi morendo colui ch' h stato ingenerato a condizione di ritomare a quelle ch' egli era anzi che ingenerato fosse, di quelle che avrebbe chi non fii mai, dolendosi perche ingenerato non fue ; con cio sia cosa che a colui che non ^, non manca mai nulla; n6 ha desiderj o bisogni, n^ passioni o diletti se non quello che ^; e il mancamento e il dispiacere di esser manchevole non da altro si deriva, salvo che dove non si conseguisca cid che ottenere si vorrebbe; n^ dolersi puote ed esser misero se non colui che abbia senso. Adunque non altro la morte si ^ che ritornare a non essere, cid 6 a non avere di nulla mestiere e a restar franco da ogni tormento, si come era prima che fosse. E poi ; che ^ il nostro vivere perch' e' s' abbia V uomo ad atterrire della morte? Alcuni piccoli animalucci non giungono a vivere un di intiero, de' quali chi arriva alle venti ore di vita pud chiamarsi decrepito : e ch' ^ di piii nostra vita comparata all'eterno? Adunque, sela morte ne finisse del tutto, si come tiene stoltamente Epicure, cid fora ricondurci a'nostri principii: cheimpero lamentarsi non gli si conviene di torto alcuno. E quei mali che accompagnano la morte (la quale ^ un punto di tempo si momentaneo che non tocca i vivi e non s' appartiene ai morti) o non sono che una necessity alio scioglimento che si fa di tutte le parti sensibili a poco a poco, accid che si come passo passo si andd formando, cosi lentamente a suo disfacimento venga il composto: quindi le malsanie avanti le debolezze provengono d'anno in anno secondo il vigore e il temperamento che loro piii o meno fii conceduto da vivere. Ma quanti per la crapula, per le libidini e per ben mille sofferenze cagionate dall'ambizione o dalr avarizia si smenomano la vita loro, mal servendosi e consumando gli strumenti datine per nostra conservazione ! > E indi il nostro scrittore passa a discorrere degK altri mali, la poverty, la perdita delle facolt^, i disfavor! de' principi, le infermiii,, le servM, gli esilj, le ingiurie, le calunnie, le ignominie, le ingiuste persecuzioni, la perdita delle provincie, e de' reami interi a' Re che giustamente li posseggono ; e di nuovo il giusto oppresso, ringiusto esaltato; e vi risponde, e risolve la questione^ mostrando come cid non dal caso n^ da Dio, si da noi stessi molte volte dipenda, e dalla nostra ingiustizia del vivere, e come alcune cose che a noi sembrano mali,, Iddio a fine di bene ce le mandi. Convione pero dire che R. scendendo a parlare de'mali particolarmente, e'si dimostri troppo stoico, per dirla pi^ conformemente alia quality della £ua dottrina, troppo mistico, sicch^, a m,o' d' esempio, discorrendo della poverty e del suo contrario, la ricchezza, mentre, e a ragione, encomia quella virtuosa come germe e fondamento di felice tranquillity, troppo invero questa dispregi e condanni, sbagliandone Tabuso con I'uso. Bello perd 6 il quadro che fa degli onori dispensati sovente a' men degni, e de' dispregi a chi invece onori avrebbe meritato per le sue virt^. La provvidenza divina, dice I'autore nostro, die alI'uomo i mali, e lo sottopose al dolore, in quanto intendimento suo si fii quello di renderlo perfetto e agevolargli le vie a scuotere il giogo dei sensi e si indurargli sotto quello dell' anima razionale. Adunque il dolore patir si pud, ed ^ dono del prowedere supremo; con cid sia cosa che a gloriosi trionfi ne mena, la sicurezza e la liberta ne conserva dell' animo, e ne fa esser gli uomini sopra gli uomini, anzi, come Seneca tenne, uguali o superiori agli Dii : Ferte fortiter, die' egli, habetis quo antecedatis deum : ipse extra patientiam malorum est : vos supra patientiam. Iddio per renderne degni di sua alta beneficenza, perfetti ci vuole negli atti della ragione, in cui sopra gl' irrazionali privilegiati ci ha : e gU uomini di virtii bramosi, anticipatameate apparecchiandovisi, debbono gaiamente a tutti i patimenti essere esposti e si aspettarseli, per conseguire i doni dell' onesto e la turpitudine viziosa iscansare. L' infelicity, in qualunque modo ella ne accada, la pill fedele maestra si d ddl' adoperar ragionevole ; perchd essa e quel fuoco onde si alluma la luce, quasi che spenta, della ragione, per cui altri si perfeziona e rendesi degno degli infiniti beni della Provvidenza Divina. Ne' tre ultimi dialoghi di questo trattato, il Rucellai s' intrattiene a discorrere del dono della ragione e della liberty, che il Prowedere etemo ha fatto agU uomini, si che essi si distinguano dai bniti, e per ultimo riepiloga contro Epicure gli argomenti gi^ espressi, sull' esistenza di Dio, e sulP arte sua divina nel mondo. E nella prima questione egK definisce la ragione alia peripatetica, e com' egli dice, vendendo le descrizioni per definizioni, e gli effetti per le cagioni, imperocch^ se non si pu6 arrivare alia cognizione del senso, molto meno si pu6 giungere a sapere quel che sia la ragione di cotanto piii pregio e piii sovranamente prodotta. E indi lungamente discorre della malizia cui la ra gione raffina, e de' mali usi che di questa fa Tuomo; e mentre questi acerbamente condanna il Bucellai, come prodotti dal Kbero arbitrio delF uomo traviato, quella difende come dono sqxiisito e stupendo dell'Etemo Prov veditore; n^'perchd Tuomone abusa,il dono devesi spre glare, o tenere in non cale; e conclude con V aggua glio del sole dicendo r o per varie vie si disperdono? Qual colpa la ragione ci ha, se fluttuando per furiosi turbini di violente pas sioni, tutti fantasimi dell' anima, torbida e confiisa si rende la cognizione del vero? Perch^ accagionare la ragione, se le varie facce che ci si volgono davanti de' mal regolati e incostanti appetiti, per esse ci si mo strano falsificati e varj da quel che sono i suo'lumi negli oggetti che noi miriamo? Non i raggi della ragione, ma si la materia ov' essi percuotono, trasforma sua purissima luce in variati colon; onde quello che per s^ d lucido e puro, torbido, o si vero di tinte non sue colorato rassembra ? E perch' essi da luce proven gono, ed alterati ne sono i riverberi, distinzione ne rendouo, ma s) rea distinzione e mentita, che abbaglia e delude in noi V elezione, rivolta i talenti in malizia, seduce la vista dell' anima ed aguzzala in yedere quel che non d; ond' ella allettata da immagini false, ivi si studia di giugnere, e si adoprando astutamente il male^ perfeziona le qperazioni viziose: per la qual cosa Marsilio Ficino, corona della patria nostra, disse divi namente in simil proposito: Sicut miopia terrena a coda lumen reddit opacum, facUque colorem ex lumine, sic corpus circa animam reddit ex inteUigeniia sensum. Non h dunque colpa del lume ragionevole, per s6 mai sem pre chiarissimo, ma di noi che tortamente il guardiamo^ con frapponimenti che ingannano e insozzano i suoi riverberi, si che ei non ci si mostra bene, non per suo, ma si per nostro difetto. II sole, dice il prefato autore, trapassa di presente per la chiarit^ de'cristalli, che non parano, o rigettano indietro il vivo lume ch' e' ne tramanda ; ma dove ne' corpi terrei ed opachi si ab batta, inetti a imbevere la luce, voglionci replicate pcrcussioni de'raggi suoi, che pria gli riscaldino, ac cendangli ed assottiglino ; e poscia suo lume vi penetjfa a fecondarli. N6 piii, n6 meno, i rai vivificanti deUa ra gione umana, ch'6 pur favilla della divina, per la purity e.trasparenza degli organi intemi, passano agevolmente a {ax lume all'occhio dell' anima; ma se le tenebre de' sensi brutaU e la materiality delle passion! terrene fiannosi loro innanzi, non perdono que' raggi loro luci dezza, ma le tenebre non la comprendono ; e per6 o il lume della ragione dall' occhio mentale smarriscesi, poi ch6 esse gliele tengono, o vuolci tempo e atti iterati di loro vigorosi percuotimenti, accid che disciolgano, liquefacciano e si consumino quelle grossezze, anzi ch' e' passino a rendere sinceri all' anima gli oggetti dell' immaginativa e veridica V elezione della volont^; cosi come non ^ colpa del sole se suo' rai non s' insinuano si di leggieri per la durezza e asperity della terra, n^ anche ^ colpa della ragione se suo' lumi trovano I'opacit^ degli affetti che gli ribatte, e si presta loro I'imperfezione de' suo' inform! aspetti, per falsificame la luce. Impercid, signor Elea, la colpa tutta e di noi, e V uomo quando usa bene la ragione, e I'ottimo di tutti gli animali, quando male, e pessimo di tutti. Che poi I'usino pochi per lo nostro naturale iucitamentode'sensi, non d colpa della ragione, n6 cid si dee apporre al j)rovedimento divino: ma noi proprii ne semo i colpevoli, impercio che la ragione n' 6 data, accio che I'uomo, come buon villano, il campo del cuor suo diligentemente lavori, si che quello che v'^ duro, spezzi e quello che mal cresce, ricida; e con imperio d'animo debbia governare tutte le corporal! parti; se cid non adempie, d! lui fallo si ^. non del dono della ragione, n^ del domatore sovrano, perch^ molt! pravamente si vagliano di tal beneficio. Con tutto che tant! e tanti scialacquino i patrimonii, perde forse merito lor padre di cotanto utile lasciato loro? Quanti sono che, volendo far male, giovarono altrui, e ben lor nacque ? e come non si dee saper grado di cio a' primi, cosi n^ meno averne odio a' secondi. FoUe discorso saria, sa d'un principe, che di una alcuna nobile e salutevole vivanda regalo ne facesse, lamentare ci volessimo, perch^ male ne avesse fatto, o per la mal sana disposizione di noi medesimi, o pe'rei condimenti, onde cucinata I'avessimo. Elea. Non hanno colpa i principi se di qualche loro grazia male ci venga, perch^ essi saper non poteano che cid ne dovesse accadere ; ma il provveditore etemo non puote scusarsi di non antivedere le cose avvenire. Era dunque migliore, o non darci la ragione, o si levarci Y elezione dell' operare, che damela per male servircene. > E con questo si scende a risolvere Taltra quistione importante del libero arbitrio dell' uomo, ch.e, appunto dal malo uso ch' e' se ne fa, alcuni vorrebbero escluso e rimesso nelle mani volubili della fortuna e del caso, o in quelle ferree di una cieca ed irrevocabile necessity,. Difende R. la liberty d' elezione nell'uomo, della quale ad esso solamente fu fatto dono tra gli animali quaggiiH, perch^ e ragionevole appunto, e accorda questa liberty colla predestinazione, invadendo cosi, mi sembi^a, un campo che piii che suo, 6 di teologizzante, mentre invero assai debolmente ragiona della liberty in s6 filosoficamente considerata. In sostanza la predestinazione puossi invero accordare con la liberty, purch6 si badi al concetto di questa medesima predestinazione. Ch' d ella mai inf atti ? Iddio in cui il passato e il futuro s' immedesima nell' eterno presente, non puo, umanamente parlando, non prevedere ogni azione dell' uomo, e in tanto prevede, egli predestina; se non che quell' idea di tempo che nelle due parole s' inchiude non vale per Iddio, si per noi che finiti siamo e nella successione del tempo ; ond' 6 che la liberty umana in nulla rimane impedita; imperocchd non perch^ Iddio prevede che I'uomo determina, impercid egli determina; ma perche I'uomo 6 per determinare di suo arbitrio, inipero Iddio, che ha cognizione infallibile, prevede ; c e, se 1' uomo fosse per determinare il contrario, Iddio previsto 1' avrebbe, si come colui che errar non puote nelle sue previsioni. Adunque I'atto della determinazione 6 libero, ancor che Dio lo preveda; ma r atto dell' esecuzione non ^ libero, e perd Iddio o il permette o lo predetermina o toglie ch' e' non awenga, perch^ cosi predetermino. > Ond' ^ che Iddio pone Fanima razionale per entro la corporale materia, accio che la parte inferiore alia superiore ingaggi battaglia, e con questa gli nomini da per loro prodi si facciano contro gli empiti degli appetiti espugnandoli con la ragione. Ma raffiguriamo ci6 ne' sentimenti piii che umani di Pittagora e di Plato, i quali col barlume della natura nell'infinita beneficienza di Dio ragguardando, ben si awiddero il merito della sublime condizione deiranime non esser merito bastevole per lo godimento di quella; e si da questi astri immaginati, ove secondo loro Iddio le teneva in serbanza, con la viziata natura della materia vile mischiandole, le lasciava in suo arbitrio, accio che col divino talento della ragione sapessero di proprio volere i vizii vincere e far si che i sensi servi fossero e instrumento della ragione, non questa instrumento di queUi; per lo cui merito o le stelle piCi luminose o' Campi Elisi per lor felice magione dopo morte assegnarono ; ma, altrimenti oprando, da' corpi umani la trasmigrazione davano dell' anime in que' delle bestie i cui costumi brutali piii a' vizi loro si confacessero. Imperciocch^ la ragione non d essa il merito d«' beneficj divini, ma si lo strumento che messer Domeneddio ne porge loro, bene usandola, a meritevoli farsene. E perch^ pugna forte la natura della materia corporea contro a' dettami della ragione, n^ Iddio vuol per miracolo perfezionar la materia, quindi nasce il libero arbitrio in si fatto contrasto di due contrarj stimoli, il, quale, dov'e'si volge, all'un di loro d^ lavittoria: e perch^ a nostra imperfetta natura sono piii i vizi che le virtudi conformi, non volendo Iddio fame oprar bene di potenza, perch^ i meriti degni meriti non sarebbono appo di lui, ne viene che il minor numero se ne approfitti: e per6 la ragione nulladimeno d prowedimento sovrano datone a dar regola al nostro libero arbitrio, ancor che forse il minor numero se ne vagliano. Adunque il farsi meritevole de' beni di Dio non in aver la ragione consiste, ma nel volerla spontaneamente adoprare, potendo fare il contradio. Imperf. — In somma ell' d una proposizione molto difficile a intendersi questo libero arbitrio, com' egli stia collegato con la predeterminazione di Dio. Mag. — Udite piii innanzi e con piii chiarezza. Cid che sono per deliberare ed eleggere gli uomini, il vide Iddio ab aterno; ma videlo, non lo sforzd; seppelo, no '1 determind; il predisse, non V ordind. > E indi R. combatte la necessity che gli stoici affermano darsi nel nostro acconsentimento, che non altrimenti spontaneo sia ma risultante dalle cagioni antecedenti per fatality impermutabile. E gli oggetti che ad agire ne stimolano dimostra col senso comune, e coir esperienza, esser bensi cagioni prossime e particolari, non principali ed universali, e come lo acconsentimento e la deliberazione nasca da noi si come il principle del moto alia trottola il d^ chi la tira, ma il volgersi in giro per merito si ^ di sua propensione e figura. E nel mondo evvi anco il fato a cui Tuomo soggiace senza che quelle contrarii il libero arbitrio di questo. Fato, il quale non d che volere divino, pare al Bucellai che nominar si debban le morti repentine, e ogni e qualunque altro accidente nel qual cagion prossima particolare non si ravvisa che a quella innanzi ne disponga, ma che immediate e all' improwiso dalla cagione universale discenda, laonde niuna libera determinazione di nostro ai:bitrio luogo ci abbia. E riepilogando, il nostro filosofo dice, cadendo poi nel suo solito probabilismo : Per la qual cosa a ragione fu chiamato il fato; inJuerens rebus mobUibus immobUe promdentim decreturn, quod singula 5wo ordine loco et tempore firmiter reddit. E in ci5 distinguono gli autori la provvidenza divina dal fato; quella dicono, vis in Deo et potestas omnia videndi, sciendi^ et gubemandi indivisa stipata et uniter juncta ; ma il fato lo pongono partitamente nelle cose particolari: la provvidenza ^ in Dio solo locata, e a lui solo sta in petto: il fato h il decreto e resecuzione di essa applicata alle cose speciali. La provvidenza dunque ^ in Dio e il fato nelle cose discende da Dio ; e perd la provvidenza h prima del fato, si come il sole ^ innanzi al lume, V eternity al tempo: Providentiam rerum omnium jundim esse fatum per distributionem singtdarum? Seriem nexumque eausarum in ordine in loco in tempore. E di queste cause si prevale secondo lor virtii o dote data loro da Dio. Pendentem a divino consilio seriem ordinemque causarum chiama il fato Pico della Mirandola. Ma le cagioni seconde 1' adopera per quel modo ch' elleno usate sono di adoperarsi, e percio delle libere determinazioni nostre mosse dagli. impulsi o degli appetiti o della ragione, secondo che bene o male deliberiamo; il cui effetto segue o non segue secondo la predeterminazione divina ; e noi degli atti nostri volontarj, o ragionevoli o irragionevoli, abbiamo il merito e il demerito. Che iraperd per divino provedere la ragione n' ^ data a correggimento di nostro libero arbitrio, da' cui moti bene o male regolati la virtii o il vizio ne risulta, quantunque non se ne adempiano gli efiFetti. Cosi anche naturalmente favellando, la predeterminazione e prescienza delle cose col nostro libero arbitrio coUegare si puote, cui la ragione soprasti ; e perd non n'^ data indamo come altri vanamente si presuppone. Elea. — Oh quanto malagevole si 6 il poter fermare ci6 con tutte quante le argute ragioni addottene dal nostro Magiotti, autenticate eziandio daU'autorit^ di grand! uomini, le quali son belle si e appariscenti, ma in somma poi non provano! Mag. — Egli ^ sufficiente lo 'ntendere che quantunque non rintendiamo possa essere anzi abbia del verisixnile che si fiatta coUegazione si dia, e che noi non giunghiamo a poter provare il contradio; impercid che chi 6 colui che osa senza forza di manifeste dimostrazioni contradire a' proprj sentimenti ? II libero arbitrio noi ce '1 sentiamo in noi da per noi : che gli effetti poi di esso dipendano da piii alta cagione, cio eziandio n' ^ indubitabile e aperto per chiarissimo e continuato sperimento. Come dunque volere affermare che tale collegamento non ci abbia? Adunque acquietamci, senza negare o affermare sopra il modo come e'si sia col nostro usato rifugio. Quest' uno i' so, che nulla io so : che d'intorno a qualunque cosa noi non intendiamo per lo piii vero e indubitabile d' ogni scienza che sia. > E col riassunto delle probability ragionevoli intorno all' esistenza e al provedere eterno di Dio, si compie questo trattato, eliminando sul bel prime 1' opinione di Epicure che la speranza e il timore siano i due fattori di Dio nella mente dell'uomo, o, per dir meglio, riducendo questa proposizione al sue giusto valore, che e la speranza e il timore di Dio, il quale nolle opere sue e nell'arte sua divina si manifesta, non sono da fantasmi o da immaginazione. E conchiude il Magiotti : E il signer Giovanni Nicheo Dalmatino, che sopraggiugne, abbiam visto in principio della Esposizione con quali parole si rivolga, domandato, a chi cerca altri argoraenti sull' esistenza e prowidenza di Dio, e •come dope aver detto che grandiose segno di tal verita si ^ V universal consentimento in tale credenza, che equivale a un dettame di natura, si rifugia in argomento di teologia rivelata e conchiude : Al che tutti s' acquetano, come vedemmo, e la ragion di loro, chiuse le ali, si riposa timorosa e tranquilla, come Colombo, nel nido securo di una religiosa credenza. II detto di Socrate e quelle di Tale to. — Fatti interni: psicologici e morali. — Nosce te ipsum. Dell' anima in generale. — Galileo. t presunzione voler comprendere quel che Taninia sia. Studio proficuo de' suoi strumenti. — Notomia. — Proemio del Rncellai alia parte morale. Qui e aristotelico.Riepilogo. — Laragione ed il scnso. — Loro contrarieta nel riconoscere il bene. — Tre sorte di beni ; dell' anima, della fortuna e del sense. — Apprezzamento di essi. La vera scienza morale e il timore di Dio. L' anima umana, perche ragionevole, ecapace del timore di Dio,e, pero, di Tirttj. Anche qui R. e mistico. — Operazioni delr anima e della volonta. Errore e dubbio. Buono e reo. La vera felicita. — iJ la vera virtu. Stoicismo. Aristotele. A^irtii cardinali. — Ldro definizioni ed uffici. — Estremi delle virtu. — i\.pplicazione delle virtti alia societa umana. — Fine di essa. Doveri. Divisione di essi. Cicerone. Sentenza esagerata intorno le donne. Goudusione. Fin qui ^ stato un discorso per il regno della natura sensibile, e per il regno della natura divina. Accompagnato apparentemente il Kucellai dalla voce di Socrate, osservd, come vedemmo, le stupende regioni di questi due regni, ma le ragioni delP esser loro non impard con certezza, si discopri col lume incerto dell'intelletto come probabili, perche la loro certezza solamente la fede ci manifesta, e il probabilismo (che infine non d se non uno scetticismo) razionalmente fayellando, si fu la conclusione delsuo lunghissimo esame: probabilismo e scetticismo, io ripeto, che come per incanto tramutossi in evidenza, allorch^ V autoriU divina sopraggiunse, e le nebbie della ragione, quasi raggio di sole, penetrando disciolse. Or la guida del Eucellai muta, e come Virgilio al limitare del Paradiso ced6 V ufficio di condottiero per Dante a Beatrice, cosi il detto Socratico sul limitare della coscenza umana si rist^, e a quel di Talete d^ luogo, perche serva di guida al Filosofo nell' esame dei fatti interiori, psicologici, io dico, e morali. In un modesto preambolo accenna egli a tutto cio; e nella Villeggiatura Albana che comprende due Dialoghi, il secondo de' quali diviso in 31 capitoli, discorre della psicologia e antropologia, molto imperfettamente per 6, si che non ha importanza, abbozzo piii che discorso, 6 percio anch' io spendo poche parole in compendiarla, per quel tanto che al mio ufficio sodisfi e non piCi. Badare, egli dice, agli antidoti contro le malattie deir Anima ^ necessario, e cid si fa e si consegue anzi tutto, conoscendo bene s6 stessi. Nosce te ipsum; conoscendo cio^ intieramente gli organi nostri, sede delr inteUetto e dell' altre potenze dell' Anima, e imparando a tener bene d' accordo i due movimenti contrari sotto le leggi del dovere. E cid, applicando pure la scienza della Natura a correggimento dell' Animo, affine di conseguire quella felicity espressa in quelle parole : E siccome nell' individuo tre operazioni diverse ma congiunte si osservano, vegetativa, sensitiva e ragionevole, giova dire le opinioni che in antico si ebbero della sede di queste potenze, cio^ della natura delr Anima; discorrendo poi partitamente dell' anima vegetativa, indi della sensitiva, e per ultimo della ragionevole, ossia dell' anima in questi tre aspetti diversi. Poscia il filosofo si propone di far riflessione siccome rUomo per mezzo dalle quality eccelse dell'anima deve istruire s^ stesso neUe virtii morali, per conseguire il bene perfetto, che spesso in oggetti onninameirte ad esse contrari noi andiamo cercando. D disegno di queste parti si ^ chiaro, e precede con discorso naturale della mente, e giusta il buon metodo: 1' Uomo ^ problema a s^ stesso; ogni sosprro, ogni movimento, ogni pensiero, ogni volizione 6 un complesso di fatti che TUomo produce e che avendo in s^ del misterioso vuol sapere di essi il perche. L'Uomo 6 un creatore finite di cose indefinite; egli compie degli atti agevolmente, ma quegli atti li diresti divini, se non lo sapessi finite, tanta 6 la lore grandezza, la lore portentosit^ ! Egli si vuole conoscere e ne ha tutto il diritto. E *a che sapere delle cose che lo circondano, se ignora Tessere proprio? Ei vuol saper com'^, chi ^, dov'^, dov'andr^; ^ ben naturale ! A che darmi questa sete insaziabile di scienza, di amore, di infinite, se poi, come a Tantalo, ella dovesse formare a me uno strumento d' un eterno martirio? A che fomirmi di tanti organi stupendi, di tante facoltS, prodigiose; a che sottoporre al mio volere in me stesso tanti abili ministri di arte e di ingegno; a che questa ragione, questo volere, s'io son condannato come un organismo di cera a restarmene immobile, o, come macchina, a muovermi senza sapeme il come e il perche? Oh! dunque rUomobisogna conosca sd stesso, il sue corpo, la sua anima, le facoM di ambedue, se vuol dir di sapere alcun che. Questa sentenza del conoscer s^ stesso e adunque la base del verace sapere. Obbediamola, e, guidati da essa, studiamoci. L' anima, lo abbiamo veduto, ^ di piii sorte; quindi conviene vedere prima dell' anima in generale. II Galileo interrogato che fosse quest' anima naturale, rispose : non lo so. Tutte le definizioni date dagli antichi suir anima si accordano a dire che essa ^ un movimento. Ma pero il movimento ^ un effetto, dice il Rucellai col Galileo, e resta sempre a sapersi quel che r anima sia veramente. Chi produce questo effetto nel mondo? chi ^ I'origine di questo moto universale? Platone reputa etemo questo moto, ed erra stimandolo etemo colla materia, sibbene dee ritenersi eterno con Dio ; ^ egli dunque Dio stesso, che 6 anima dell' Universe, d egli Dio il moto che 6 anima del Mondo? fi presunzione il rinvenire se questo moto sia veramente r anima del Mondo e percid dobbiamo starcene quieti a quello che gi^ per lo innanzi abbiamo veduto, e non andar pitl oltre in quest' indagine, imperocch^ chi vuol saper pitl innanzi della verity, va a caccia della bugia. E qui invero si ferma R. quasi scoraggiato della ricerca, per passare all' esame di cid che si vede, e di cid che si tocca, cio6 della fabbrica esteriore delrUomo, osservando come dalla fabbrica dei diversi ingegni e deUe varie maestranze degli organi dei corpi che vivono. argomentare si puo la quality delle anime che quelli informano ; sicche giovi discorrere della notomia, non ad uso della medicina o physice, come avrebbero detto gli scolastici, ma si all' esame delr operazioni dell' anima sensitiva e della ragionevole, cio^ Metaphysice ; esaminando cio6 i /?ni a'quaH son formate quelle parti e quegli organi, e 1' ordinamento loro sotto il regime volontario dell' anima umana o ra^ gionevole. E nel suo trattato d' anatomia segue il Rucellai i pill dotti Naturalisti del tempo, e soprattutto il dottissimo medico di Firenze Rodrigo de Castro, il quale fii autore del libro SuUe Meteore del corpo Umano. L' egregio lettore mi permetter^, e non a malincuore, ch' io gli risparmi la descrizione di questo trattato, che del rimanente non contiene in s6 altra importanza tranne quella di essere basato sulle cause finali e d' essere informato al principio universale delr ordine e della proporzione. E questo ^ tutto quello cui nella seconda Villeggiatura accenna 11 R.; poco importante, come ognun vede, ed imperfettissimo, e che era forse per lui un abbozzo di un lavoro pii compiuto e a cui come ad altri manco al filosofo nostro 11 tempo di porre mano, o di dar T ultimo tocco. Reputo piuttosto, come quello che merita piii, di intrattenermi con alquanta maggiore larghezza sul trattato delle facolta interne e morali, nella Villeggiatura Tiburtina compreso, che quantunque imperfetto ancli' esso, pure per natura sua e all' obietto nostro giovevolissimo, ed incomincio pertanto dal riportame il Proemio, pubblicato dal signer Fiacchi, come ho avvertito nel Cap. 7**, (Collet, degli opmcdi Scientif. 1814) ma ignorato quasi generalmente, e che ^ bene risottoporlo all' attenzione del letterato e del filosofo, percM oltre a designare in esso quel che intende contengano i suoi dialoghi sulla morale, d come uno specchio fedele della qualita loro e del sistema, ed agevola la strada alia critica nostra. Pboemio alla Villeggiatura Tiburtina. Per modo che fatta questa pausa di parecchie ore di tenebre, egli h ben ragione ch' e' ci ritorni alia vista e alia mente quell' ammirabile opera dell' Onnipotente mano di Dio con le indefinite specie che ne giungono a un tratto agli occhi e alia fantasia di si varie e leggiadre particolari sue creature, che tutto il corpo universale del mondo con si stupenda consonanza e armonia compongono insieme. Per lo che alio scoprimento di si belle varietadi e di tante sorte di cose, che annoverare e distinguere non si ponno in un' occhiata sola, e di si diverse tinte e lumeggiamenti, onde si scorge tutta la terra colorata e distinta; chi non rimarrebbe attonito e stupefatto, se non 1' avesse di giorno in giorno per lungo corso di anni osservate e vedute, e perdutone con I'uso quotidiano degli occhi, la maraviglia? Tutto questo per I'appunto 6 intervenuto a me stamattina su lo spuntare dell' Alba, in questa nostra uscita per andarcene a Tivoli da Nemi partendoci. Perch^ al primo raggio lucente, che in un attimo si distese con 1' illuminazione della terra e del cielo dall' uno all' altro orizzonte : io non potetti far di meno in quel subito di non rimanere strabilito da tali e si maravigliose bellezze, che mi vennero di presente a ingombrar le palpebre come di cosa nuova e non piii veduta, e ipsofatto aprironmi altresi la mente a piii subUmi e piii nobili considerazioni. Impero dunque quantunque volte meco pensando riguardo alia lucidezza del cielo, e alia vaghezza della terra, io rinnuovo subito tra me stesso le usate riflessioni avvertendo con quante diverse situazioni e riverberi di luce questo tutto adorno sia ; ravviso di quanti vari colori da essa dipinto venga questo nostro Emispero, variato per ben mille vaghe maniere di lumi e d' ombre. Vagheggio con sommo diletto quante positure difformi vi si rinvengano di piani, di valli, di colline e di monti che lo disagguagUano nella rotondit^ sua: osservo di quante maniere sia divisato da una banda di boschi verdissimi, dair altra di amene campagne, e di campi aperti, Golmi e fluttuanti d'oro ad ogni aura che spiri; scorgo dove acque nitidissime che a guisa di tante vene serpeggiando e correndo lo irrigano, dove Tampiezza dei mari che ondeggiando ne vengono ad ora ad ora con tempi ordinati alle prode; e insomma innumerabili differenze di cose che in qua e 1^ disseminate si mirano; le quali avvegnachS per difetto della capacity nostra, ne appaiano confuse ed a case; pur tuttavia elle sono ordinate e disposte con ammirabile simmetria dalla madre natura e da colui che la guida. Laonde se 1' ordine altro non d che una composizione di pill cose insieme adattate e accomodate a' lor luoghi prescritte con sommo e alto sapere dall' opportunity dei siti, e da' tempi in che esse s' addicano, e se bellezza e compiacenza veruna de' sensi nostri dar non si puote senz' ordina, e tutto quello ch' 6 brutto e spiacevole, per6 spiacevole e brutto si ^ peych^ ^ disordinato ed a caso; confessare pur mi conviene che nella confusione di si leggiadre e dilettevoli composizioni e disposizioni, ordine maraviglioso e misura e propoBzione vi sia, comecch^ da' vostri occhi non se ne discema cosi perfettamente la distinzione. > Dalla bella vista dunque di co^ varie ed alte maraviglie, le quali noi in viaggiando con la considerazione godiamo stamane ; mi si leva eziandio con gran diletto il pensiero alia contemplazione delle altre cose belle, le quaH presentemente non ci si rappresentano all' occhio : lasciamo da un lato il far ricordanza delle diversity* de' pesci del mare con tante dissimili figure, e co'lor proprii colori; delle bestie della terra d'indefinito numero, che niuna si rassomiglia alia sembianza dell' altra, e '1 simile degli augelletti svolazzanti per r aria ; ma che direm noi della maestria industriosa per la quale con si differenti e si minute fabbriche e ordigni son fatti tutti quanti gli animali, e quali picciolissimi ingegni sieno scompartiti entro di essi con finissimo lavoro, ciascuno a varie ed ammirabili operazioni adattato? Qual'S si stolido che non rimanga a un tratto preso dalla beltade e leggiadria delle donne, che creature ragionevoli sono, facendo reflessione con qua' proporzioni corrispondenti di vari lineament! si bene innestati insieme sia formata una faccia delicata e gentile? e con qual tenerezza e delicatura risplendano a chi le mira le fattezze loro; e con che elegante artifizio fuori dalle labbra con dolci moti balenando un riso aggradevole, I'alme ammalii con soavissimo incanto? E chi ^ colui che sperimentato non abbia i vivi e chiarissimi lampi, i quali scappando in un attimo dalle loro ardenti pupille ne feriscono i cuori e 1' alme senza discemere ove sia il dardo, e dove Tarco, e la mano che lo scocchi? Ma contempliamo altresi la variety dell'effigie degli uomini, la robustezza delle membra loro con si nobile proporzione scolpite dal Maestro Sovrano, e la destrezza e la dispostezza in tutte quante le azioni, e il valore che avvezzandosi egli acquistano per combattere talora e farci stare ogni piti temuta fiera? e finalmente tutte quelle cose che la natura di miracoloso ha in essi locato sopra g? irrazionali anche nelle parti corporee. Per guisa che se Y uomo solo e per natura e per dono di ragione dilettasi e conosce quel che 1' ordine sia, e '1 bello, e '1 modo, e V armonia di tutte le cose visibili e apparent!, appagandovi entro la reflessione, il che non dimostrano di conoscere n6 pigliame alcun diletto gli altri animali; e se cotanto maravigliose cose noi risguardiamo nelle parti che hanno gli uomini a comune co' bruti, e nelF artifiziosa composizione degli organi loro, fatti apposta dalla natura per le operazioni sovrane a cui ci rende abili V Eterno architetto ; di quanta maggiore ammirazione c' ingombrerem noi se trasporteremo sifiFatte meditazioni dall'occhio alr animo, cio6 da' miracoli delle cose che si veggiono o che veder si possono, a quelle che si fanno entro a quegli organi per oi)era di ragione, e che dall'intelletto solamente comprender si possono? Molto piii avremo diletto e consolazione senza alcun fallo nella bellezza, nella impermutabilit^ e fermezza loro, e si nell'ordine che puote osservarsi nelle azioni buone, nelle deliberazioni giuste, e convenevoli, e nei giudicj retti della porzione interiore dove consiste V operar ragionevole, e V ammirabile leggiadria dell' onesto cotanto reputato da' filosofi, e per cui 1' uomo non a torto merita il nome di saggio. > Ora per quella maniera che i lineamenti del volto e le proporzioni delle parti corporee, e la loro convenienza insieme compongono quel vago aggregate che per maestria della natura fa risplendere e piacere cotanto il bello, e'l leggiadro ne' corpi; non altrimenti per r opera tanto pii\ sagace e maravigliosa della ragione e per lo suo alto magistero dalle convenevoli azioni, dagli atti dell' intelletto e dai lodevoli costumi trainee fuori 1' ordine, la simmetria e la bellezza delr animo di piiH eccellente perfezione senza veruno agguaglio che sia; laonde con giustissimo titolo gli antichi savi anche di bello posero nome all' onesto, a differenza del suo contrario che essi addimandarono turpe, cioe deforme veramente e fuori d' ogni regola e misura. Di modo che restiamo pure persuasi come nella stessa guisa che la bianchezza delle cami, I'oro inanellato de' capelli, la grazia d' un riso che esce con vezzosi moti da una leggiadrissima bocca, il fulgore e la vivacity spiritosa di due nerissime piipille che ne passano da un lato all' altro senza accorgercene per mezzo del cuore, e le guance di rose e le altre nobili e diligenti fattezze bene accoppiate, e disposte in un volto dalla natura spesse volte piu ad una femmina favorevole che all' ^Itra, son tutte cose che il rendono bello ed adomo, e fannolo riguardare, ammirare ed amare con sommo piacimento e dilettazione da chiunque si sia. Maggiormente senza verun paragone dee muoverci e dilettare la candidezza della mente e de' costumi, la vivezza e '1 lume chiarissimo dell' intelletto, la grazia e la nobilta del tratto e delle maniere, e la gravity et il decoro delle azioni che sono i lineamenti perfetti che forma il magistero accurato della ragione, e fa bella e ragguardevole un' anima, e rendela amabile e aggradevole e nobile e gentile e sopra tutte le altre in grandissimo pregio, ed estimazione; e questa si h la vera bellezza che si appfeUa dai sapienti onest^, il che non pud fare giammai la bellezza di un volto corporale ben fatto, il quale ^ solamente bastante a destare lo stimolo vehemente de' sensi ; dove all' eccelsa maraviglia dell' altra con altrettanta violenza si risentono le parti superiori e le facoM piii preclare dell' anima,. cioe a dire I' intelletto, e la mente, conciossiache quelle bellezze che all' onest^ si appartengono, sono d' intera,^ e non corruttibile fattura; dove 1' altre caduche sono, e transitorie, e le riguarda solamente con dilettazione la porzione sensibile. > Ecco perch^ gl'irrazionali, che non hanno misure da cio, non si muovono n6 si appagano se non di quello che il senso detta loro, e che e presente, n^ del passato del fiituro fanno verun conto. che sia. Ma I'liomo con la ragione intende alia conseguenza delle cose, a'principj, alle cagioni e a' progress! loro, e con le passate paragona la simiglianza delle present!, e a queste appoggia r investigazione e la conoscenza dell' avvenire, e per tal via esamina e considera e quasi dispone tutto il corso della sua vita, appressandosi al vero, la dove Tuomo savio s' immagina cha 1' eccellenza del bello con giusta misura sia collocato. Per tale attitudine e inclinazione a noi soli conceduta, tutti quanti siamo tirati alia bramosia della cognizione e della scienza; e perciocche (come abbiam dimostrato sin qui) delle naturali operazioni, di quelle eziandio che tutto giomo da noi si scorgono e che noi adoperiamo o per diletto o per V uso del vivere, non ci e lecito o possibile di rinvenire i principj loro; n^ le loro speciali cagioni ancorche gli occhi nostri apertamente le mirino; a tale intenzione nel cominciamento de' nostri discorsi proposi quellasentenza di Socrate ; parendomi sempre piti evidente noi non potere ad altra scienza rivolgerci che alia cognizione di noi stessi, e di noi alia notizia di quelle porzioni che quantunque non si veggiano, si adoperano e regolansi da noi medesimi, e riduconsi a quella perfetta bellezza, che risplende viepiii e con pitl verita all' occhio delle nostre menti, che quell' altra all* occhio corporale non fa. Per la qual cosa applichiamo ogni nostra cura, e ogni soUecitudine neir investigazione del vero, intomo a quello ci driuscibile di aggiugnerlo, che in quel bello dimora, in quel buono cosi sublime, il cui esemplare, il cui ammirabil ritratto dalla Divina mente staccandosi, ne f u si altamente nell' anima impresso, cio^ il lume della ragione dalla cui accurata meditazione arrivasi con I'intelletto e con I'opere al vero, al buono al bello, all'onesto; prima a conoscere quale veramente e' sia, e vagheggiarlo con sommo deaio, per indi imitarlo con I'esercizio della retta intenzione e della virtil. Ora se noi proviamo a qual segno ci muove e ne innamora quelr ordinamento si ben tirato di parti perfettamente locate a' lor luoghi della belta corporale onde sfa villa quel lampo, quel non so che il quale i piii reputati filosofanti rag^o appellarono della Divina PulcritudiQe; che dovrebbe operare in noi, a che amore, a che consolazione destarci quell' armonia si perfetta di convenienze tanto rettamente ordinate insieme, e si leggiadre e si ammirabili della heliA dell' onesto? il quale piil accertatamente nominar si puote non raggio solamente ma vivo e ben condotto ritratto di quell' originale eterno della sapienza infinita, 1^ dove il sommo bello di tutti i belli, il sommo buono di tutti i buoni e 1' infinite e sommo sapere d' ogni altra sapienza in una perfezione unica e infinita si altamente rifulge ; e se la schiettezza e modestia sola degli ornamenti arroge qualcosa di piii alia bellezza corporea, dove la falsificazione e '1 liscio la sminuisce e la toglie ; non altrimenti la purity e integrity de'costumi gentili e delle maniere con I'ornamento solo delle scienze, e dell'arti pitl nobili, fanno piii bella e pitl vaga 1' onesto dell' animo, e rccanle piti chiaro splendore che non fa la gloria vana e I'ostentazione e 1' ambizione, la quale eziandio con le dignita e con esso gli onori non meritati di piil alto grade adultera e guasta e corrompe i bei lineamenti delr anima. E qui rammemoriamoci per paragone delle belle giovani di Marino che non accattano i rossetti dair arte per farsi belle e leggiadre, ma serbano intatto quel finissimo velo di candide e lucide carni federate di rose, le quali non col cinabro o col bianco ma solamente coir acqua fresca ravvivano, a difierenza delle nostre bellezze di Eoma, che false si veggiono e dipinte co' lisci, e affatturate e guaste con V affettazione degli ornamenti soverchi e delle artifiziate invenzioni. Ma per maggior riprova di quanto i' vi propongo, passiamo di grazia a pitl precisa simiglianza di questo onesto col bello, e rimarremo sicuramente convinti esser di gran lunga pitl leggiadro 1' onesto che il bello. Ecco: il bello e la bellezza dei corpi sono nomi universaK che tornan bene, e s' applicano a innumerabili cose, come s' 6 a tutte quelle tanto naturali, quanto fabbricate dall'arte in cui si ravvisi a un tratto perfezione di misure e di proporzioni che tirino gli occhi di ciascuno a guardarle, a lodarle ad ammirarle; e cionon solamente segue nel rimirare una vaga e bella faccia femminea, ma un cavallo o altro animale eziandio, che nella sua specie sia ben formate dentro alle sue debite proporzioni, le quali dal loro sesto naturale non escono punto n^ poco; il simile d'una bella pianta, d'una selva ben posta e ben ordinata, che vi diletta senza scorgerne il perche ; e infine tutte quelle belle cose, che noi abbiamo con tanto nostro piacimento ammirate, e nel tutto generalmente e nelle parti sue ciascuna da per s6 di beM intera, e perfetta nel suo essere, bench^ ella sia parimente porzione della bellezza del tutto insieme : nel medesimo mode delle cose perfezionate dell' Arte il piii per imitazione della natura, belle ci convien dirle, e per tali celebrarle ; come delle pitture e delle sculture addiviene, delle fabbriche magnifiche e dei palagi, e di tante e tante altre fatture ben fatte di mano in mano secondo la qualita loro e secondo I'ordine, la simmetria e '1 componimento speciale che loro s' addice per 1' uso a che elle hanno a servire, e per la mostra che elle hanno a fare. Ma nella stessa guisa che nella leggiadria e nella vaghezza delle opere della natura, noi ammirato abbiamo V alto intendimento di chi 1' ha fatte ; n6 piil n^ meno nelr artifizio e lavoro di quelle fabbricate dall' arte, non ci dimentichiamo di lodare la maestria e '1 lavoro di colui che meglio I'abbia sapute ridurre a fine: e come nel maestro della natura noi veneriamo Y infinite e onnipotente sapere le sue opere contemplando; cosi dobbiamo non tq,nto lodare la mano degli artefici, quanto riconoscere di essi I'ingegno e Tintendere che da quella infinita sapienza piglia il suo lume primiero, ed ammirare viepitl I'intelletto e la ragione di quelle che opera, che r opera istessa ; anzi si dee riconoscere che quella bellezza del lavoro, che noi cotanto lodiamo, non ^ veramente titolo che meriti esso lavoro, ma conviensi alia mente e alFingegno del lavorante; e pero anche la bellezza delle corporali cose non 6 attribute che propriamente a' corpi belli si richieda, ma all' intendimento di chi seppe la belt^ donar loro, al Divino se delle cose naturali favelliamo, e alia ragione infusa nell' uomo, che 6 parimente cosa divina, se discorriamo delle cose dell' arte. Ora se il bello veramente 6 bello non per rispetto al corpo dov' egli e introdotto, ma per rispetto alia mente di chi con istudio e diligente applicazione lo conduce a fine; la lode che si da per usanza a una cosa bella non cade appropriatamente sopra la cosa, che riceve sua perfezione d' altronde, e non trae essa da sd medesima le sue prerogative del bello, ma sempre si dee riferire a colui che il bello ha saputo darle; e insomxaa quella bellezza che noi tanto commendiamo nella cosa bella, non ha essa il merito di esser tale, come I'ha chi bella I'ha fatta. > Quanto dunque ci convien confessare che sia piii bella la bellezza dell' animo che la bellezza dei corpi? perch^ se questa dei corpi, la quale con iscalpello o altra manuale maestranza si forma entro materia grossolana, vile e terrestre ne' corporali lavori, ricevendo il componimento suo e la maestria dalla prima Idea deir Architetto, ha in se un non so che del Divino; quella degli animi che si perfeziona e adornasi di gentili e saggi costumi, di azioni e pensieri prudenti, e di atti tutti ragionevoli, quanto pitl veramente pud dirsi neir opera e nelF operante, tutta insieme cosa divina, essendo 1' operante e 1' opera tutta insieme in s6 stessa della medesima condizione, e perd tanto piii maravigliosa, e sopra 1' ordine della natura pud dirsi; perche con la ragione, che e scintilla di Divinita, non si abbellisce materia vile e terrena, ma si purifica e si perfeziona un' anima, che ^ della mano divina creatura tanto perfetta facendosi leggiadra e pura dalla belta dell' onesto, che sottraendola fuori dalle macchie fangose de' sensi corporei, nella sua prima divina sembianza la riconduce. > L' Onesto impercid da grandi uomini si distingue in due sorter Tuna consiste nella grandezza e eccellenza dell' animo che e bellezza vigorosa, e da uomo grande e di alti e generosi sentimenti dov' abbia modo di esercitarli ; 1' altra che sta posta nella conformazione col dovere e nella moderazione, e nella modestia per cui rifulge la continenza, I'umilt^ e la temperanza che sono le virttl, le quali formano nella pill ben misurata proporzione i lineamenti e le fattezze di questo bello, che si chiama onesto. Con esso s'impara a non temere, per fare il giusto, di niente che sia; a dispregiare con fortezza le cose umane, dove iia di mestiere, e non credere intollerabile cosa alcuna che possa all' uomo intervenire; non bramare se non il diritto, e deUberare con ottimo cuore e con ben ponderata ragione tutte le cose che s'hanno da fare e da dire, e da cui derivar non ne possa n6 pentimento proprio, n^ detrimento altrui; onde traluce fuori da tutte le azioni umane quel non so che di vago e di maraviglioso che si chiama Giudicio, il quale puo chiamarsi la grazia e '1 compimento della beM deirOnesto; si come la gentilezza e '1 nobile portamento e '1 moto vivace degli occhi e delle membra, la grazia si e e 1' ornamento piti leggiadro che risplenda nella bellezza dei corpi. Tutte quante le operazioni dunque giuste, ragionevoH e ben temperate dalla prudenza e delle altre virttl convenevoli sono, e percid decorose e belle; come le ingiuste e fuori di ragione disconvenevoli, senza decoro e deformi. Per la qual cosa da dubitare non 6 che le virttl non sieno le piti aggradevoli ed ammirabili parti e piii delicate di quel belle che chiamasi onesto, si come i vizj del turpe e deforme. Ma per quel modo che la vaghezza corporale difficilmente dura e mantiensi senza la sanity e sejiza una ben formata complessione ; cosi la leggiadria e la belt^ dell' animo che ci d^ negli occhi con V avvenenza dei costumi e del tratto e delle amabili maniere, di rado si conserva senza una buona e sana mente, e senza la robustezza di una ben ferma e retta intenzione ; percioc^h^ quel tutto insieme che noi scorghiamo nell' adoperar nobilmente e saggiamente ne d^ il primo indizio (egli ^ vero) e la prima raccomandazione per giudicar poi con le debite riprove, che 1' onesto sia vera, stabile, ferma in tutte sue parti e non variaoile, incostante, malfondata e finta. Ma perch^ sia Fargomento pitl forte di si fatta riprova, e con piil prestezza si rinvenga, se 6 sincero quel non so che il quale spioca fuori talvolta dalle decorose maniere, o che abbia veramente Y eccellenza in s6 del bello e del maraviglioso che si richiede all' onesto, tutto consiste nell' osservare se il modo di contenersi in tutte le azioni sia al maggior segno differente dall' operare irragionevole; e di vero che quel bello che da noi si appella decoro, gravita e avvenenza di costumi, il quale lampeggia fuori del portamento d' un uomo savio, tira r appro vazione di tutti coloro i quali hanno nell'ordine, nella fermezza e nella moderazione de' detti e de' fatti buon gusto, e tutto il compiacimento loro; per lo splendore e *1 lumeggiamento piil vivace e pitl chiaro di questo decoro, e di questa bellezza dell' animo, Tintelligenza e 1 giudicio si 6, e se cotanto si lodano e approvansi le attitudini e moti del corpo e la di lui dispostezza che vagUono alle azioni corporee; molto pill i movimenti e le attitudini ben regolate dell' animo che servono alle opere della ragione, nelle quali avvegnach^ tutti gli onesti uomini, come dicono i Franzesi per dar loro quel giusto titolo che meritano le persone veramente di garbo, non abbiano tutti i medesimi talenti, solamente che in ciascun di loro stia sempre ferma la mente retta, e invariabile 1' uso della ragioue, non si toglie loro la venust^ dell' onesto, non altrimenti che non perdono la grazia e la bellezza delle attitudini corporali quegli che in esse non siano abili alle medesime cose, imperciocch^ altri sono agili al corse, altri sono isciolti nel danzare, altri nel maneggiare un corsiero, e altri forti e robusti in varie operazioni della ginnastica; ma in somma qualunque cosa che noi adopriamo con 1' intelletto e col raziocinio ha sempre piu garbo e piil nobilt^ di quelle che si fanno coUe forze e con la destrezza del corpo ; ma fermisi insomma per proporzione infallibile e universale che 1' onesto ha per compagna mai sempre la virttl, nh puote dalla virtil sradicarsi, e dove non d virtii non d perfetta onesto, ma solo sembianza d' onesto. L' onesto dunque ^ bellezza vera, costante e incorruttibile, non solamente generica, ma particolare eziandio; percioccM e bella la virtil in genere, che d T aggregate di tutte le bellezze insieme deU'onest^; ma tutti gli atti virtuosi, ciascuna opera di ragione, e tutte le sue facolt^ da per se, hanno la perfezione speciale ma intera di questa miracolosa belleiza, che onest^ da' sapienti si appella; e insomma tutto quello che ci muove al dovere, che ci sprona al convenevole, e che ne indirizza per le vie dell'operar virtuoso, tutto quello, che regola i nostri Sin qui abbiamo ragionato di quel bello che si chiama dai filosofi morali onesto, il quale d^ la forma perfetta agli animi nel modo che il bello visibile abbellisce le fattezze dei corpi; per lo che non reputo in questo luogo che sia alieno dalla materia proposta discorrere dell' utile il qnale, a' detta di molti, vien giudicato 1' opposto dell' onesto, che tanto s'^ dire turpe e deforme; ma essi scambiano i termini e nomi, perciocch^ quello che onesto non ^, utile non si puo dire, il quale presso gli stolti ha tale la sembianza per la cupidigia loro, che utile lo credono perch^ si studiano di conseguire cose ingiuste e disdicevoli, senza pensar piii innanzi se dannoso sia a sd e al prossimo; perciocche oltre al male, che da essi altrui pud prodursi o col torre il loro, o col fare lor cosa che sia ingiuriosa o spiacevole, ridonda anche in biasmo e in inquietudine e in gravi pericoli di chi 1' usa e di chi lo cerca con aspettativa mal pensata di trame profitto, perch^ utility, vera e stabile dar non si puote, dove non sia congiunto 1' onesto, e 1' utile per ci6 ^ utile perch^ e onesto; ne onesto si d^ mai che utile non sia. Ora facciamo un po' avvertenza, vi prego, in che grado stiano amendue 1' uno con 1' altro, e per qual maniera possano far lega insieme. Aflfermero primieramente con Marco TuUio, che il vero onesto con I'util vero sono in istrettissima confederazione, non potendosi trovar cosa effettivamente giovevole che onesta non sia. Imperciocch^ quello, che dagli uomini poco savi utile falsamente si presuppone, e quello che ^ veramente contrario all' onesto, non utile anzi detrimento e disutile nominar si dee. Erran pero colore che reputan questa sorta d' utile al pari dell' onesto, delusi dagli affetti soveichi dell'amor proprio e dell'interesse, imperciocche dove sia cosa contraria al dovere, ancorch^ paia che metta conto di conseguirla, ci ^ la turpitudine, con esso la qualv^ cosa utile accoppiar non si pud per v runa r^aniera che sia, perch^ senza 1' onesto util vero non trova gi^ mai. Ed d tanta la virtil e 1' e^cellenza dell' onesto, che ancorchd e' sia utile, non perche egli e utile far si dee, ma perch^ egli 6 onesto, anteponendosi tal nome e tal riguardo air utile che util sia congiunto col diritto e coll' onesta ; anzi 1' util vero degenererebbe dall' onesta che seco dimora, qualora il fine di quello si preferisse al fine delP onesto. E percid r onesto sola ne ha da indurre a operare senza far considerazione all' utility, se non secondariamente a voler che essa non isvarj e non s' allontani dall' onesto, il quale quantunque per nostre sregolate passioni e' ci paresse contrario al nostro utile, sempre com' egli d onesto, utilissimo si ^. E per ci6 niuna cosa ^ giovevole che non sia onesta, diceva Socrate, perch^ quello f:he onesto non e, non puo mai utile divenire, sconvolgasi quanto si voglia I'ordine dell a natura. > E quale utility si pud egli mai trovare dove si oscuri lo splendore e '1 nome d' uomo giiisto, e da bene? E chi ^ colui che recar ci possa tanto giovauiento ohe ci torni con to scapitare per esso la buona fama, la giustizia e la fede ? Perch^ s' hann' eghno a trascurare le cose giuste e oneste per acquistar ricchezze e potenze, che utile vero dir non si possono, qualunque volta perd elle non s' indirizzino ed esercitinsi a questo fine dell' onesta e della virttl, con le quali pill 1' operar ragionevole abhia lustro, e facciasi riconoscere quando le faculty e le grandezze sono rettamente e gloriosamente applicate ? Chi non ha questa mira nel maneggiare i beni della fortuna facendoli servire a quelli dell' animo, ci6 si ^ farsi bestia, o in forma d' uomo govemarsi da bestia. E chiunque afferma che la cupidigia, I'avarizia, 1' ambizione e la vana^loria contravvenendo alia giustizia, possano util cosa chiamarsi, ^ in grave errore o meiitecatto si 6. Come pu6 mai trovarsi utility dove segue o dee seguire rimorso di coscienza o pentimento o dove sovrastar pericoli? Pud bene nominarsi padre della patria Giulio Cesare da' cittadini impauriti; perche egli non sar§, mai altro che un parricida. II comandare agli altri, che dee sostenersi su la base della gloria e dell' amore de' sudditi, come pud esser utile, dove in iscambio si vegga su '1 bilico deir odio e della mala fama ? Ecco la bella e gloriosa utility, di Giulio Cesare dove ell' andd a finire; rimase tra le coltella ucciso in Senato. Ecco dove termino la tirannia usurpata in Atene lor patria da' Pisistrati, e dagl'Ipparchi ; restarono oppressi dal valore e dalla sagacity di Aristogitone e d'Armodio. E per addurre esempi moderni, dove pard la grandezza e la potenza del generate Valdestain che non temeva di chi glieH potesse torre ? Si convert! in tradimento del quale pagd il fio in Egra con sua propria strage; e di si fatti casi e negli antichi e ne' presenti secoli ne raccontano in grandissima dovizia tutte quante le istorie. Utile dunque non pu5 darsi con odio e con pericolo, e con rimordimento interiore, ma vuol esser riguardato dalla stima dei saggi e dall' amore de'buoni, il quale solamente d giusta retribuzione dell' onesto; senza un' utility, ragionevole, ne lecita non si trova giammai, n6 utilita puo dirsi quello acquisto che sia giovevole ad uno e all' altro no; anzi anche le oneste cose disoneste si fanno, dove V utile di qualcheduno possa patire ; chd perd niuna cosa e pitl onesta del mantener la parola, ma perde sua prerogativa, come cid porti pregiudizio a chi ella si mantiene; per esempio (come i poeti fingono) non fu cosa onesta che il Sole mantenesse la parola a Fetonte. E veridicamente parlaudo fu cosa fuori di tutti i termini dell' onesta, e giunse alia scelleraggine che Erode mantenesse la parola a Erodiade. Concludasi dunque che non si da onesto che non sia utile, nd util vero senza 1' onesto, rimanendo chiaramente persuasi che 1' onest§, sia quel nome generico che significa in una parola sola la proporzione e r armonia di tutte le operazioni ragionevoli, e di tutte le faculta ben guidate dell'animo; per quella guisa, che il nome della bellezza ne spiega con un sol vocabolo r accordo insieme in ben regolata forma di tutte le parti, di tutti i lineamenti d'un corpo bello; come di tutte le altre cose che piacciono nel genere loro ; e siccome da tutte le cose belle particolari ne risulta questo nome universale che beltade si appella; cosi da un ben misurato accompagnamento di tutte le virtii morali, e di tutti quanti gh atti virtuosi, si raccoglie insieme questo nome generale, che onesto si chiama; il quale vuol dire e abbraccia, si in genere, come in particolare tutte quante le beUezze delFanimo. Quello dunque che riguarda e s' aspetta in genere alia virtii morale, e alia sua perfezione dicesi onesto; e percio da questo universale potremo nella presente villeggiatura e nolle consuetegite che andremo facendo, potremo, dico, favellare della virtti morale, e delle sue -pit belle parti, esamingtndo i precetti e gli ammaestramenti di essa, che sono le pitl speciose prerogative della bellezza deir animo. Per questa via impareremo a conoscer noi stessi, e quali strumenti dati ne sieno dal Maestro Etemo per conseguire si nobile ornamento, pel quale noi ci sottragghiamo dalla sembianza di bruti, e ci accostiamo con la figura interiore alia simiglianza di Dio. > E un di pill far rilevare al leggitore come il nostro autore si mostri qui nella morale Peripatetico, aristotelico, subito che ripone come lo Stagirita la virtti nel giusto mezzo; lo ch6 h da intendersi non nel mediocre, com' altri ne voUer dedurre, si nella giusta misura, oltre la quale non ^ piil bene, non ^ pitl perfezione, ^ un trasmodare. Stabilito cio, riassumiamo brevemente i quattro dialoghi intomo alia morale, per indi venire alia cons^guenza del sillogismo di cui abbiamo dato le premesse, o alia risoluzione del problema da noi posto in campo. Gli uomini, egli dice nell' argomento del Dialogo 1% ban dunque anima vegetativa, sensitiva e ragionevole, di cui le potenze sono, memoria, intelletto e volonta. L' uomo cx)nsulta, giudica, compara, delibera, vuole. Sovente la parte concupiscibile c iraocibile, come ammette anco Platone, le quali ha dato in servigio della ragione, si trovano a contrast© coUa ragione stessa, e traviano la volonta ; e 1' atto, anzi che virtuoso, e allora vizioso. Imperocch^ la ragione fondi i suoi motivi suUa costanza dei beni, e stimi beni anco i mali preseuti, che pero menano a futura felicita; e gli appetiti invece si curino solamente de'beni presenti, guidino poi partecipino al male. I beni degli appetiti sono pure obietto della ragione che gl'indirizza a sano e giusto fine, subordinandoli alle azioni virtuose. Da si fatte e si diverse apprensioni della ragione e degli appetiti si deriva la contrarieta tra loro nel riconoscere il bene; onde secondo dove aderisca la volenti, formasi la virtil ed il vizio di cui sta per discorrere. Se non che, giusta la sentenza aristotelica, dir si conviene come i beni sieno di tre sorta: beni deiraninna, della fortuna, e del sense. • E beni dell'anima si chiamano quelli che ritroviamo in noi, e che da noi stese* dipendono, come sono le virtii, e la retta intcnzione, i quali, come nel trattato della Provviderzo osservammo, non ci possono esser dati n6 tolti, se non da noi medesimi. Beni della fortuna quelli sono che stan fuora di noi, e ad arbitrio di altri ci vengono dati, e ci vengono tolti, come le ricchezze, gli onori, il pQtere; i quali son beni non veri e fermi, se non s' indirizzano a beni deiranimo e all'opre della virtii. Beni del sense, per ultimo, sono quelli che noi abbiamo a comune co'bruti, e solamente dir si possono beni, in quanto dalla natura si bramano per mantenimento del vivere e della propagazione e conservazione della specie, e terminano ciascuno col termine della propria vita. Nel resto i beni del sense, dice il Eucellai, sono d' ordinario mali e non beni, fondati tutti sulla volutt^ e sul piacere, n^ in altro case beni possono divenire, salvoch^ quando per abito virtuoso, vinti e mortificati tutti gli aflFetti e g? incitamenti lore, I'oprar virtuoso s' ^ a poco a poco convertito in sensualitii, sentendone godimento eziandio nella parte inferiore. E nel V Dialogo dichiara che la filosoila morale, ^ la piil vera e meglio fondata filosolia dell'uomo. E dove sta questa vera apprensione della scienza dell'uomo? Udite la risposta teologica e mistica che egli ne d^: Nel timore di Dio, imperocch^ appunto d intendimento della filosofia morale cristiana insegnare altrui operar bene e non far male, affine di conseguire la felicity vera che 6 il Paradise, e sfuggire il gastigo, la pena, Y infelicity, ossia Y inferno. E cid venivano ad ammettere anche i filosofi gentili, quando aflFermavano il bene consistere nella felicity e nel godimento del sommo Bene. Or la felicity, non la d^ che Dio, e il timore e I'Amore di lui ci ammaestrano a viver bene per conseguirla, perche tutti quanti i beni veri dipendono da Lui. Initium sapientice timor Domini. Voi scorgete qui tosto il nosce te ipsum filosofico innestato alia religione, alia fede, e ad essa consegnato, perche non si diparta da quella via che deve eondurre R. alia meta prefissa. Intanto dalla cognizione dell' uomo, egli dice, e dei suoi istrumenti e facolt^ si apprende la difierenza di lui dagli irragionevoli, i quali hanno anima vegetativa e sensitiva, ma non si aggiunge loro come neU'uomo la ragionevole. E quest' anima che per R., definendola, consiste in un moto continuo e ordinate che ne fa avere sense e ragione, non 6 nell' uomo la somma di tre anime ; sibbene 1' anima umana ha tre doti, della ragione principalmente in s^ stessa, e poi anco quella del senso e della vegetazione. E una unita sostanziale in cui tutte quante le facolta e le potenze dell' uomo consistono. Dotata poi la ragionevole di libertgb, giusta quelle che dimostrd R. nella Prowiden0a, d infinitamente superiore, incomparabilmente piil perfetta deir altre due che ne' bruti si trovano, e per essa I'uomo e capace di atti virtuosi o viziosi di imputazioni morali, di premio o di pena. Imperocch^ il moto sensibile (Capo 3°, Dialogo !•) e il moto ragionevole dell' anima umana non vadan sempre d' accordo, e la vita morale sia soggetta a delle continue perturbazioni, nolle quali I'uomo ha dovere di obbedire al moto ragionevole della mente. Ha il dovere ! perchd 1' uomo ha questo dovere ? d' onde la legge ? Esiste ella questa legge che ha forza di imporsi a tutti gli uomini, con sanzione etema, infinita? II Rucellai non lo dimostra^ o almeno dalle sue parole non ritraesi un argomento che abbia valore di prova. Egli ^ mistico senza dubbio, ^ tradizionalista, pur senza addarsene: e mentre accenna a seguire il discorso naturale della mente, or con questo o con quel filosofo antico, egli non fa altro che commentare quel che la rivelazione gli ha dato a credere. !fe la ragione al servigio della fede. Cos' 6 pertanto questa mente al cui moto ragionevole obbedisce 1' uomo ? Ell' ha significati diversi, ma secondo Platone, cui segue, 6 quella generale consulta e ricettacolo in cui sono comprese tutte le potenze della parte superiore dell' anima, ciod memoria, intelletto e volont^. La prima conserva gli oggetti acquistati co'sensi, i quali oggetti si porgono innanzi air intelletto per 1' immaginativa. L' intelletto gli esamina, e ne d^ alia ragione un giusto ragguaglio. La ragione vi discute e giudica, e poi la volont^ in seguito a giudizio delibera ed eseguisce ; al che fare la volont^ si serve dei due ministri, moto irascibile e concupiscibile, che inviano spiriti sottilissimi ma corporei a produrre i varj movimenti necessarj. Se non che. pur nel giudizio la mente pu6 errare ; in quanto da' sensi posson esser ad essa presentati gli oggetti imperfettamente o per vizio naturale. E, se non errare, pud rimaner dubitosa ed incerta; indi I'opinione, che potendo esser falsa, ^ pericolo che venga scambiata per la vera scienza. Ufficio dunque della ragione si 6 di far in modo che 1' intelletto sia sgombro di passioni, n^ deve cosi subito, e come alia cieca, prestar fede ai sensi, fontana inesauribile di errori, a chi non esamini bene e non tenga come a salvaguardia quel detto di san Paolo: Video aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis mece, E, di vero, dalle facoM ragionevoli si discerne la differenza nell' anima degli atti secondi dai primi: coi quali atti secondi meglio riflettesi, e si pesa col giudizio il valore e la differenza dell' onesto e del dilettovole, e principalmente la diversity del huono e del reo. Imperciocchd il godimento del bene o il patimento del male, giusta ne dice Cicerone, di cui qui il Eucellai si e proposto di seguire le orme, non stiano rispettivamente nel piacere o nel dolore, beni o mali de'sensi; ma nella felicity o infelicity che vien data dalla ragione; felicity vera e perd immanchevole ; mentre tutti gli altri beni di quaggiii, lo dissero stupendamente gli stoici, ci possono venir meno, e a quella vera felicita, cui essi incapaci sono di darci, possono essere mezzo, in quanto ban capacity, indirizzati a lor fini, di divenir beni ancb' essi. La vera felicita pertanto, checche ne dica Epicuro e la sua scuola, sta nel possesso del Bene sommo, cbe R. filosofo teologo, trova nel Paradiso. Ma ancbe di qua, in questa vita, non esclude R. con gli stoici che possano i veri beni godersi, operando secondo virtil ottima e per sempre; virtu che si acquista con la saviezza della ragione, e con gli abiti buoni e con tenere essa in freno gli appetiti siccome auriga gli sfrenati destrieri del suo cocchio, E la virtu ottima che e elk mai? Risponde per lui Aristotile, del quale accetta la definizione non che le classificazioni di essa virtCi. La virtil (Argom. del 2** Dial.) ^ abito per elezione che si contiene nel mezzo per Tappunto fra due estremi: il vizio e operazione dispregiatrice della ragione. L' atto virtuoso non altro e che il ridurre la propria natura all' operare ragioBevole. Distinguonsi poi virtil primarie nell' uomo, o, come si dice, cardinali, e secondarie, le quali dipendono dalle prime. Le virtil cardinali, come per Aristotele, cosi per il Cristianesimo, sono la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza. La prima, secondo Platone, ^ la misura di tutte le altre, ^ V occhio diritto della morality, la vera scoria neir elezione dei fini. Prudenza, 6 bilancia che pesa con somma finezza tutti quanti gli oggetti che desiderare si debbono, o vero sfuggire. Ad essa si riducono. per Plato-ne, tutte le virtil, perch^ 6 questa misura, stando in mano di lei il vero compasso proporzionale per il quale si misurano tutti i fini. La Giustizia dispensa suo diritto a ciascuno si degli utili, come delle prerogative che competono lojx) secondo i gradi dei meriti, della dignity e delle virti\ che egli hanno, e questa distinguesi, come Aristotile e Cicerone fanno, in civile, distributiva, e commutativa. E per la commutativa parla della dottrina del cambio, che, come afferma, toglie in massima parte dal Davanzati. La fortezza, che ne insegna sopra ogni cosa di superar s6 medesimi e soggiogare gli affetti e le passioni e non temer di minaccie, n^ di rischi, nd di morte a pro della religione, della patria e della reputazione. La temperanza, per cui si ritiene a freno ogni smoderata cupidigia, ed d il vero antidote contro 1' ambizione e contro I'interesse soperchio ; e tutte queste virtii primarie manchevoli sono, n6 possono esser vere virttl senza il concorso e '1 sussidio 1' una dell' altra tra loro. E siccome la virtd ^ il giusto mezzo, non la mediocrity, che e difetto, ma il mezzo ch' d il limite tra due eccessi, od estremi, ciascuna di esse virtii ha i saoi estremi in&a i quaU riseggono. Ed io li accenno, ma non mi ci trattengo. Estremi della prudenza sono, (pure secondo Aristotile) la malizia e la stupidita; della giustizia, 1' avarizia, la trascuraggine ; della fortezza, temerity e codardia; della temperanza, gli estremi viziosi di tutte r altre. Dalle quali tutte, e in fra i rispettivi estremi di esse, discendono o stanno le virtii secondarie. Accosto alia prudenza, e come sue figlie, si trovano la perspicacia, la sagacity, I'arguzia, Taccortezza, la dissimulazione (in buon sense), 1' industria ; V astuzia, la circospezione, la sincerity, la segretezza, la fedeM; alle quali tutte comspondono vizj; imperocchd dalla circospezione sia agevole cosa cadere nel vizio della sospensione, della suspicacia, come poi e agevole dall' accortezza cadere nella astuzia in mal sense presa, nella malizia, nella simulazione, frode, tradimento, irresoluzione, stupidity, taciturnity, finzione, adulazione, calunnia: come dalla facondia nella procace loquacity, e nel sofisma, dalla prontezza nelrimprudenza o inconsideratezza. Gli atti virtuosi che seguono la Giustizia sono: Liberality Parsimonia Beneficenza (Jenerosit^ Magnanimita Magnificenza. Le quali virtii posson degenerare e viziarsi, divenendo Ambizione Ladrocinio Vanagloria Lascivia Superbia Prodigality,. Altre virtil secondarie Ragionevoli rimunerazioni e retribuzioni — Carit^ — virttt divina germana della fede e della speranza. La Parsimonia sta a dirimpetto della Liberalita. Son due atti virtuosi. Vizio ^ la Sordidezza. Altre yirtt seguaci della Giustizia sono: Severity, Rigore da un lato, e Equity, e Misericordia da un altro. Eccessi di equity e di rigore. Tirannie Vendette GrudeltS, ec. Degli Atti virtuosi che seguono la Fortezza. Da un lato Y Intrepidezza, il Coraggio, il Valore del cuore e della mano. Vi0j. — Animosity — Iracondia — Audacia Indolenza Furie Ferocia. Dall' altro lato abbiamo seguaci della fortezza : la Pazienza ragionevole la Mansuetudine. Vi0j. Timidity, ViM Codardia. Al^e virtu seguaci della Giustizia. Costanza Fermezza — Lmpermutabilit^. Vi^ij. Ostinazione Pertinacia, Perfidia. Virtu. — Facility di cedere al dovere. — Piacevolezza del tratto. — Moderazione, Gravity, Decoro — Modestia. Visj. — Alterigia, Vanagloria ec. Virtu. Emulazione. ViiSfio. Competenza Mormorazione Falsity Calunnia Superbia ec. Degli Atti virtuosi che seguono la Temperanza. Veramente tutti gli atti virtuosi surriferiti accompagnano altresi la Temperanza, perch^ atto virtuoso non si d^ se la temperanza non moderi I'impeto naturale. Perd tra gli atti piiH confiacevoli ad essa sono da annoverarsi quelli che rattengono gl'impeti della concupiscenza o Fingordigia della gola. Virtit. — Castit^, Pudicizia Pudore OnestS, Ingegno Digiuno Astinenza Sobriety. Vi0j opposti. — Eccessivo rossore, e Libidine, Lascivia, Adulter)' e Ubriachezza ec. Questo per le virtiH in s6 considerate. Or siccome la virtCl solamente 6 base della society, umana, e n' ^ il cemento, bisogna veder di esse 1' applicazione nel consorzio civile, e discorrere con Marco Tullio degli Officj per la society, umana medesima. La quale d da natura, e da ragione: ch6 Dio ha fatto gli Uomini per gli Uomini. E Iddio, poi, diede a tutti il libero arbitrio, accio niuno di noi potesse conseguir lui senza noi stessi, e senza 1' educazione cristiana, e senza gli ammaestramenti spirituali e senza i divini precetti, insegnatici da' Religiosi, da' Teologi e dalle persone devote che Uomini sono; e gli Angioli per la stessa maniera (aggiiinge il buon Bucellai) se noi non diamo le orecchie agli ajuti loro, alle loro savie persuasioni niun utile o giovamento recar ne possano in verun conto che sia. E, come scorgesi, la morale dell' EvangeUo questa, ne io so davvero dove e come si applichi filosoficamente il Nosce te ipsum! Proseguiamo : Gli ufficii, come Cicerone, divide il Eucellai in necessarj e per ele^ione. I primi vengono imposti dalla provvidenza, i secondi dal nostro volere. Sono dessi differenti secondo i gradi e le combinazioni delle persone, e, al solito, si distinguono in doveri verso Dio, verso gh altri e verso noi medesimi, dei quali ultimi pero non discorre. I doveri verso Dio sono necessari; il prime d di gratitudine, impiegando in cid le potenze tutte delle quali ci ha forniti, e conformando la nostra volenti a' suoi decreti, alle ispirazioni che egli ci manda, e la nostra corta inteUigenza alle sue leggi. La fede, 1' amor di Dio, la carit^, sono pure doveri verso Dio stesso, i quali sono il fondamento di tutti gli altri. Accenna indi profusamente il Eucellai i doveri verso gli altri, i primi dei quali sono i doveri conjugali, sendo per primo la society parentale. E ricorda come V Uomo debba tenere uguale a s^ la Donna, e la Donna riconoscere a s^ superiore Y Uomo, e come debba esser tra essi rispetto, discrezione e compatimento ; e amare ugualmente i figli, come i figli amare, rispettare, aiutare i genitori. E intomo alia scelta della moglie, ecco qui coaa ne dice il prete Magiotti, e che io stimo non inopportuno di riferire, in quanto che dalla stima in che si d tenuto e si tiene la donna, si sia potuto e si possa argomentar sempre o comprovare il grado di civiM de'popoli e del consorzio umano in ciascun' eta, e in questo caso pur ne abbiamo riscontro, etarei quasi per dire matematico. € Io son prete, (dice adunque il Magiotti;, e circa al prendersi mogli e mariti non me ne intendo e non oserei dame alcun mio parere, massime in concorrenza dei buoni consigli e de'giovevoli ammaestramenti e fedeli di messer Lodovico Ariosto, per non mentovare il Laberinto di Messer Giovanni Boccaccio, il quale dalle donne ammartellato anzi che no, fu del povero compassionevol sesso troppo rabbioso morditore. Egli e pero bene aver per ricordo che al tempo d' oggi piii Elene si trovano che Penelopi al moodo; e guai a colui che le -pit leggiadre, le pitL graziose pur le donne d' alto ed acuto ingegno s' effigia nella mente per le migliori; imperciocch^ se bella ed avvenente e' 1' ottiene, sembragli averla debita altrui e ch'ella non sia tutta sua; dove ella sia di finezza e acume, tutta nolle foggie I'esercita, e in ornament! novelli, e nel rigirare il marito per piacere agli altri ; anzi, che peggio si 6, ella si tien per prudente, e vuolsi subito meschiar nei consigli; senza che, e' si d tutto di alle novelle, alle contese, alle grida, e allora le par di esser saggia quand' ella non fa a mo' d' altri. Donna savia adunque, o di rado, o non si d^ mai, e tutto che con difetti bisogni averle, il meno dannoso per mio avviso credo che sia se ha qualche specie in lore di Prudenza, dov' elle abbiano poco conoscimento, perche queste sono atte a reggersi, non si dando mai caso che elle sieno buone a reggere altrui; e nolle donne, ancorchd in esse sia la ragione, poche o niuna ne han r uso, che a tal fine definille un Uomo di senno, che la natura femminea 6 posta tra 1' estremo peggior delr Uomo e r eccesso miglior delle bestie. Niuno dunque si lasci svolgere cosi alia prima dalla vaghezza o dalla novit^ del soggetto, o vero dall' allegria e dalle solennit^ delle nozze, imperciocchd dopo il fatto non ci e rimedio, e cotali belle apparenze usansi ad arte, per far rimanere al laccio gli Uomini dolci, e impegnarK con lieto animo alle fatiche perpetue e alia schiavitudine eterna del matrimonio ; anzi la natura medesima, per soccorrere in esse a mancamento del sesso e farle in qualcosa aggradevoli, le ripuli, le liscid, e raffazionoUe al di fuori, e si dono loro la grazia e gli altri arredi del bello; qualunque impero d tenuto a impacciarsi in si fatta rete, pigli innanzi le misure giuste di quel che sono le donne ; e del suo mestiere goda come per trastullo se la sorte gliela da bella, n^ s'inimagini, perche ella si chiami compagna, di poterne trar frutto d' amica, ma la consideri come soggetta, e per dolce maniera di cortesia 1' avvezzi obbediente a non recalcitrare al marito. Percid la jAtL sicura si e r aver la moglie di grossa pasta, e di scarso intendimento ; difettose insomma (si come io dissi) elle hanno da essere e pero Y Uomo apparecchiar si vuole a sofferire i difetti che elle hanno, pregando Dio che buone ne le mandi, ned' e poi il comportarle si malagevole, -atteso che donne elle sono, e tenere di cuore, e il viacolo di quando in quando matrimoniale rinnovella e rinfresca Tamore, e serve di buon condimento alle imperfezioni loro e ne addolcisce la noia. > Si occupa inoltre de' doveri tra i parenti e gli agnati, tra servi e padroni, de'nobili, de' cortigiani, imperocchd r osservanza di questi doveri privati si riversi anche sul pubblico, ed inline de' doveri di cittadini, dei sudditi, e de' govemanti. Intomo a' quali molto ritrae del platonico, e discorre con molta severitit tanto per i prindpi eletti daDio, quanta per quelli eletti dagli uomini. Tocca infine i doveri per elezione, che tanta bene^ volenza conciliano, e intesse come iin piccolo galateo sulla data di quelle di Monsignor suo parente, e cui dimostra avere attentamente esaminato e ritratto nei modi e negli scritti. E accennato alia forza dell' abito, termina questo trattato della morale di R., imperfetto nel contenuto e nel disegno, imperciocch^ egK prometta qui di discorrere in progresso de'temperamenti e degli aflfetti degli uomini, ma non abbia avuto o volenti tempo di dargli compimento, e d' emendare il gi^ fatto. Sufficiente perd invero a chiarirci i termini del quesito, e a porre in tutta evidenza il problema di cui dobbiam dare la soluzione. Agevole a trarsi pur questa; imperocchd non trattasi di andar per il sofistico e il lambiccato : ma si da' fatti lampanti formulare il principio, e porre questo in attinenza con le condizioni generali e particolari del tempo, del quale lo scrittore ^ riverbero indubitato. La critica che potremmo fare alia teorica morale di R. si acchiude in poche parole; imperocchS sia manifesto che egli, piil che neUe altre parti della fillosofia, qui non d^ U giusto valore alia ragione umana. Infatti egli trascura di porre in luce la legge naturale, di cui pur parlano si altamente gli stessi dottori scolastici, come san Tommaso, san Bonaventnra e il Suarez, per tutto sostenersi all'autorita della legge divina, cio^ del Nuovo Testamento. Inoltre, procedendo egli piiH ecletticamente che con ordine interiore di concetti, non sa bene accordare quel suo tradizionalismo con certe altre sue dottrine; giacchd di fatti egli dice la virttt consistere neU'operare secondo ragione: ma potrebbe osservarsi che quando la ragione non ha criterio di ragione in se medesima speculativamente, non pud averlo nemmeno praticamente. II Eucellai rende immagine anco su ci6 de' suoi tempi; ma in che senso diciamo tal cosa h bene sia definito. Le menti, a quei tempi, erano agitate dai dubbi, e il nostro autore dice in piii luoghi come i dubbi combattessero pur la sua mente. L' esame dubitativo fuor d' Italia condusse molti a terminare nel dubbio; in Italia colore che accolsero r esame dubitativo terminarono i piii nel riparo della Fede. Ma dobbiamo distinguere da costoro i filosofi e i teologi non tradizionalisti, e che non accolsero F esame dubitativo, come il Pallavicini nel suo TrattaJto del bene; giacch^ questi ammettevano certezza razionale e verita preliminari alia Teologia, quantunque neUa Teologia ponessero il sommo della sapienza; invece i tradmoncdisti, come oggi li chiamano, alia ragione ricusarono la capacity di riposarsi nel vero e nel certo, che solo ci vengono dalla fede. Ecco il perch^ mentre il Pallavicini, il Suarez, san Tommaso, san Bonaventura con sant' Agostino affermano esser nella ragione la legge naturale del giusto, dell' onesto, alia quale si accorda la legge Divina positiva ; il Eucellai, per lo contrario, parla di san Paolo e del Vangdo, e della legge naturale non tiene gran conto, bench^ aUa sfuggita Taccenni. SouMABio. Opportunita della critica. Importanza storica dei libri di R.. II professor Palermo ha giudicato VTmperfetto imperfettamente. Perche. Quesiti da risolvere. II Rinascimento e le sue qualita. Scetticisrao. Tradizionalismo. Bruno. Campanella. Galileo e il sue metodo di osservazione esterna. — I suoi scolari e rAccademia del Cimento. — Metafisica galileiana. — Sommi capi di essa uei Dialoghi dei Masaimi Sistemi. II Cartesio e 1' osservazione interna. Spinoza e Malebranche. Bacone. II sensualismo di Loke. — Eclettismo di R.. Suo probabilismo. Si provano riandando la sua filosofla. L’Accademia. Cicerone. La fede. Differenza tra' filosofi del Medio Evo e R.. Questi e il Galileo. Nel metodo R. apparentemente h moderno. Perche. Intende solo negativaraente Taforisma socratico. — Ed e semj)re probabilista. — Accordi tentati. — Gli fa difetto la speculazione. E pero riesce eclettico. Breve riscontro di tal fatto nei suoi Dialoghi su' Principii passivi dell' universe, e nel Tim^o, — Platone, il Cristianesimo e Galileo. Cartesio. — Teorica della cognizione. Teorica del volere. — Liberta e fato, Stoicismo ed epicureismo. Libero arbitrio e predestinazione. Psicologia e morale. — II R. e Cousin. Aristotile. Platone. Stoicismo. Cristianesimo. Divisione delle virtti. Cicerone. AQUINO. La Scuola Epicurea e R. Teologia razionale. Platone e il nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si conchiude che nello studio dei ' tre pbietti della filosofia R. e eclettico. La forma esteriore, - lo stile - e la natura de* personaggi ne' Dialoghi di R. sono i;n' ultima conferma della nostra Conclusione. n problema ^ posto, adunque, in termini chiari, fatta che abbiamo la esposizione dell' opere filosofiche di R. ne' precedenti capitoli. Ora e tempo di risolverlo, e la via ci ^ molto agevolata; diro di piii, che dopo il cammino gia fatto, sembrami quasi raggiunta la m^ta, che fa del viaggio nostro il desiderio continovo. Imperocch^, riepilogando, noi ponemmo questo per principio, che R. specchiaVa in s^ Timmagine del suo tempo in Firenze. E ad esso volgendoci, lo vedemmo significare per la storia un potente contrasto di elementi di un' et^ che periva sotto la mole della sua grandezza e un' et^ giovane e superbamente bella, che conquistava il regno delle intelligenze e de'cuori. E tutte le facolt^ dell' antica far guerra a tutte le potenze della nuova in opposizione fortissima. Ed io allora volli condurre il lettore all' esame della vita del R. e delle sue opere letterarie; e questo contrasto manifestossi, credo, chiaro al lettore stesso, come si era mostrato a me dopo la lettura diligente di quegU scritti dimenticati, o non curati a dovere. FilosoJla e autorita religiosa, gravity di discussioni scientifiche e leggerezza di cicalate accademiche; purezza di stile e d' immagini, verbosity ed esagerazione di confronti ; timore soperchio di aver che fare col Tribunale dell' Inquisizione, e contro la Corte di Roma pagine sanguinose ; vita di cortigiano ossequente e rime e lettere contro la corte ed i re ; lodi della castita e verginit^ di Protettori e di SanfS, e scherzi equivoci e sonetti immorali; tutto cio nel R., come precisamente nella comune degli uomini del seicento, scorgevasi in quel trapasso dalla fine del Rinascimento alia Riforma, dal mondo antico al mondo moderno. Un eclettismo inconciliato nei costumi, nella vita, negli scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo eclettismo accoglie in se e manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile, letteraria e morale. Or nello scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro maggiore, senza intrattenersi a lungo via via a rilevar pure inumi, nella vita, negli scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo eclettismo accoglie in se e manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile, letteraria e morale. Or nello scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro maggiore, senza intrattenersi a lungo via via a rilevar pure in esso que' medesimi contrasti ; nondimeno, prevenuti, li notammo man mano, per guisa che, finito I'esame, supponessimo pur compiuta la nostra fatica. Ma se nel mio pensiero ed in queUo del leggitore questa conclusione si 6 gi^ fermata, giova tuttavia, anzi ^ necessario definirla, e in un disegno piil raccolto concentrare con linee brevi e distinte quel che abbiamo osservato lungo la via ; in quel modo medesimo che un pittore, percorsa una vasta campagna, la raccoglie poi tutta su di piccola tela, senza toglierne parte alcuna alio sguardo di chi la voglia fedelmente conoscere. Non a torto pertanto (ce ne siam fatti certi) io comparai il nostro filosofo a un prisma, suUe cui faccie si distinguevano i molteplici raggi del pensiero del tempo suo ; e in che sta, per me, veramente 1' importanza storica di questo scrittore ; per guisa che ognuno il quale non lo consideri, giudicandolo, in tutti i suoi aspetti, b ne falsa il vero suo essere, o ne fa una pittura destituita di valore, od almeno imperfetta. In questo ultimo scoglio sembrami, io lo dico coUa dovuta deferenza, abbia urtato il professore Francesco Palermo, 1' egregio ordinatore dei Manoscritti Palatini in Firenze ; il quale di R. ha pubblicato con un lungo avvertimento, diviso in sette paragrafi, sedici dialoghi sulla filosofia naturale antica, e quegli altri sedici sulla Provvidenza. In quell' avvertimento, bello davvero del rimanente, d^ il concetto e il disegno deU' opera intiera, e la natura di essi Dialoghi chiama fruUo di Galileo, (CONTI, Op. cit,) Tale il metodo del Galilei detto dal R., a buon diritto, il sapientis simo Socrate, come quello che ritomava le menti al r esame del mondo esterno e del mondo intemo, me diante il discorso della ragione, gli assiomi naturali ed i fatti sensibili, ond' e' poteva finalmente creare la fisica, e r Accademia del Cimento ingigantirla dietro le orme di lui, con Benedetto Castelli, il Cavalieri, il Torricelli, il BoreUi, il Viviani, il Eedi, il Cassini e moltissimi altri, i quali, secondando la inclinazione del tempo coll' isti tuire quell' Accademia, applicarono i canoni deUa filoso fia del lore Maestro alle scienze naturali, le conferma rono Bulla strada di progresso indefinito, e le scienze universe sulla via della riforma. Ed invero, in quel canoni del metodo Galileiano, sviluppati ampiamente nei saggi del Cunento, accliiudevansi verity, profonde, le quali non potevano a meno di partorire quegK effetti stupendi; e vi 6 determinato chiaramente il concetto, il fine ed i mezzi di una filosofia che tutto comprende. Cio6, che riconosce le somme verity naturali nell' Anima umana; che adopra la geometria per raggiungere la verity ideale e reale, n6 trascura, anzi esige, 1' uso diligente della esperienza, e indi del ragionamento a cogliere la evidenza: e infine non 6 spregiatrice, come molte iilosofie meschinamente altere, dell' autorit^., mentre la servitii dell' autorit^ stessa rigetta, e la vuole sottoposta essa pure all' esperienza ed al nostro giudizio. Ma la filosofia del Galilei e de' suoi scolari gene ralmente risguardava, giova averlo fisso, il metodo e la sua applicazione particolare alle scienze naturali: a che sticettamente questi si attennero. Ne con cid dire, io intendo negare contenersi nei libri del Galilei sparsa una metafisica, come lamentava ilLibri, il quale, nella sua storia delle Matematiche, si duole altamente del non trovarvi in alcuna parte delPopere del sommo Italianol'esposizionedi essa; la quale, anzi, inclinerei anch'io a creder davvero col Puccinotti (11 JSoem ed altri scriU% Tip. Le Monnier 1864), che valesse a vincere le tenacity peripatetiche, indebolite gi^ dairAccademia Platonica fiorentina. Imperocche fu prime Galileo che dimostro la necessity di dividere fisica da metafisica, e i Umiti veri deUa ragione, la fede religiosa nelle scienze soprannaturaK, la matematica nelle natural!. C!ome Platone, il vero ed il bello professd Galileo per una medesima cosa, nella medesima guisa che il false ed il brutto. E nella giomata prima dei DioHoghi dei Massimi sistemiy il Galileo comprese i sommi capi della Metafisica, che possono qui compendiarsi in due massimi corollarii, siccome avverte il Pucciuotti sopra citato. Prima. Partivasi Galileo dalla Creazione, e veneraya in Dio una sapienza infinita; anzi diceva, il sapere divine essere infinite volte infinite: la mente umana la piii eccellente opera di Die : in essa concreate alcune verity primitive, come preziose gemme nei loro incastri, la di cui luce, per il terrene abitacolo in cui ella ^ posta, § da velami e da caligini oscurata. La pienezza di cotesti veri e in parte nel soprannaturale, e parte disseminata tramezzo alle naturali cose. L'intelletto consegue con la intensivit^ i soprannaturali neUa lor piena luce per mezzo della rivelazione e della fede: i naturali, colla dimostrazione matematica; e onde con questi potenti e benefici ajuti della grazia divina, le menti con piii sollecitudine e costanza e pienezza veggano e profittino di tali verity,, 6 mestieri che V uomo temperi e assottigli quanto piil pud que' velami e quelle caligini di falsity,, che partono dai fermenti e dalle passioni della sua materia: ed ecco il fondamento della morale, e il culto necessario e il merito insieme della virtii umana. Secondo. Per le verity naturali la mente umana procede allo'stesso modo, solamente traendone la dimostrazione, non dalla metafisica, ma dalle matematiche. Ch^ la geometria cammina anch' essa grandissimi spazi, e trascorre la vastit^ delle opere della natura, e contiene nelle sue dimostrazioni la necessity de' suoi veri; riverberando in certo modo e scoprendo quelle matematiche leggi, coUe quali Y etemo intendimento tempera 6 govema 1' universe. Ma la geometria, con le sue mille e mille conclusioni ottenute, 6 sempre a immense intervallo da quanto resta ancora a investigarsi ed intendersi nella natura: epperd si reca allato per sua aiutatrice e ministra la esperienza, la quale, tentando effetti e cagioni, e le attinenze lore, prepara la serie deUe probabilitS;, che la matematica disnebbia colla dimostrazione ; presentandole come verity e leggi natural! alio intelletto, il quale, ove le trovi rispondenti ai tipi concreati delle soprannaturali gi^ disnebbiate dalla metafisica, ossia dalla religione, e se ne nutre e se ne bea. Ma la moltitudine degli intelligibili nell' universe d immensurabile, e questa che il solo Creatore vede per numero, peso e misura in un sempKce intuito, 1' uomo non percorre che lentissimamente, e fra mille ambagi e pericoli, di conclusione in conclusigne. Onde la necessity della modestia e della pazienza nell' investigare e nell'operare degli uomini, nel raccorre ed intendere le veritd, nella fisica del mondo. Comunque, il Cartesio animato come Bacone (cbe pel dispregio alle tradizioni incappd in alcuni errori) e Galileo daU'istesso desiderio di universale riforma, inaugurando piil precipuamente il metodo di osservazione interna, devesi a lui il compimento dei mezzi e gl' istrumenti per la vera filosofia, Tesperienza e la speculazione. La quale ultima per il Cartesio recata invero all' eccesso, chiuso il pensiero in se stesso, n^ riguardando piU alle sue attinenze reali, porto ad errori il filosofo illustre, e porse occasione a scuole diverse arbitrarie ; e basti per tutti lo Spinoza e il Malebranche, in quella guisa stessa che dall' empirismo di Bacone scoppid il sensualismo di Loke. D Cartesio pure comincio dair esame, e per esso istitui un metodo, e indi tento un ordinamento generale di tutte le scienze; se non che, ponendo il dubbio non solo di ogni istruzione ricevuta, ma pur anche del valore delle fiacoM umane, eccedd fino ad essere scontento della logica, dell' algebra e della geometria de' suoi tempi. CONTI. Lo si deduce chiaro dal suo discorso sul metodo. E il Malebranche, il piii grande metafisico che la Francia abbia prodotto, spinto dalla filosofia cartesiana, o meglio dalla parte negativa di essa, il dubbio, si rifugid nel misticismo, e con esso la sua filosofia, ond' e' ritornava alle intuizioni Platoniche, e preveniva Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. Tali erano i principali sistemi che allora signoreggiavano il mondo della filosofia, disputandosi il primaU) deir autorit^, e tra loro contrastandosi. Orazio R. ebbe cognizione di tutti questi elementi, da' quali esci faori 1' et§. moderna: se non che non dotato di molta vigoria di speculazione, o per formarne I'armonia tentata, o per dominarU, nel suo filosofare or I'uno or I'altro seguitd riuscendo eclettico, e per5 speculativamente scettico una seconda volta. Spiego quest' ultima frase, in che ripongo la sostanza della critica, con la quale io do termine a questo libro. La filosofia di R. ammette, lo vedemmo, una prima divisione generale per rapporto al metodo; ciod negativa e costruttiva^ e si nell'una come neU'altra non esce il filosofo da' termini del probabilismo, egualmente che la seoonda Accademia, guidata da Filone che fu il primo neoplatonico di Alessandria; la quale riconoscendo la natura assoluta del vero, ammetteva solo come verosimili le dottrine che ne derivavano. Ad illustrare la qualitit filosofica di R., si prenda in esempio Cicerone. Questo grand' uomo in alcune parti della sua dottrina sembra tenere dell' Accademia Nuova; quando egli, cioe, intorno alia natura del mondo e di Dio afferma con probabilita anzichd con certezza. Ma le probabilitli di Cicerone si ristringono alle determinazioni di problemi che il Paganesimo e 1' estremo corrompimento e infiacchimento della filosofia greca ai suoi tempi aveano coperto d' ombre. Bensi Cicerone non pone in dubbio mai 1' evidenza dei supremi assiomi della ragione ; non in dubbio mai la veracity del testimonio della coscienza psicologica e morale; non in dubbio mai la validity del metodo dialettico e logico; n^ in dubbio mai la conoscenza che Dio e, ed h distinto dal mondo ; n^ in dubbio, finalmente, mai la legge naturale eterna e i doveri e i diritti che ne derivano. Ma R. non fa come il GiureconsultoJRomano; egli se ne sta, sfiduciato della ragione, nel gretto del probabile, e ritiene essa, la ragione, non potergli dare di pill. E, lo ripeto, questo h naturale; imperocchd nello svolgimento della rifiessione filosofica, dovea seguire che fra tante autorit^ opposte, la mente di lui si sentisse quasi smarrita, e che egli, come molti altri, dubitasse della ragione appunto, perch^ si palesava con sistemi tanto contraij, e si rifuggisse nella fede del sovrannaturale, sostenendo incapace la ragione a farci conoscere la verity. Gontro i sofisti, pertanto, ei ripete ed accoglie qiial principio di metodo la proposizione socratica; ma non sa derivarne, come Socrate, il suo mondo intelligibile e certo; I'avrebbe forse potuto fare, perche sorretto dag? insegnamenti di Galileo e di Platone; ma si contenta di meno assai, sapendo bene di sapere per fede, che egli stabilisce come unico fondamento di assoluta certezza, con tal divario nell'intendimento da' filosofi cristiani o dottori del Medio Evo ; che, cio6, mentre essi ponevano la filosofia come preliminare certo della teologia, sicchd d' ambedue si faceva un' unica sapienza, accordando la ragione colI'autoritii (Vedi Beductio artium ad Theologiam di san Bonaventura, e le prime questioni delle due Somnie di san Tommaso e il Gerzone De octdo); R., invece, dichiara la filosofia seienza dei probabili, che delle ultimo ragioni, alle quali conduce, possiamo sempre comecch^ sia dubitare. II R. poi h moderno apparentemente nel metodo, la osservazione, la induzione e 1' esame per fine diretto, onde coglier le relazioni delle idee e dei f^ftti, e giungere al possedimento del vero. Galileo suo maestro osservava, provava, sperimentava, induceva, riprovava nel mondo dei fenomeni, e creava cosi la fisica ; e diceva sapientemente : il tentar r essenze aver egli per impresa impossibile ; e abbatteva V alchimia e quel castelli incantati d' ogni sistema a priori ; riconduceva la ragione al suo posto, e facendola ridiscendere da quelle altezze pericolose, dove temerariamente se n' era salita, la riakava nel fatto, poicM nell' ordine stia la grandezza e la perfezione degli esseri. II R. batte la strada del Galilei, ne accoglie quasi religiosamente i pijecetti ed il metodo, ma a qual fine ? con quali intendimenti ? Per arrivare con Galileo alia certezza naturale delle cose ? Mi sembra che la lunga esposizione del suo lavoro filosofico contenga la risposta genuina e sicura. Notisi frattanto, o meglio ricordisi, che spesso, quasi in ogni dialogo, e, sto per dire, in ogni pagina, R. protesta di voler affidarsi alia sua ragione, di volere starsi all' esame dei fatti sia esterni che intemi nel suo discorso filosofico, e di non accettar ciecamente la autoritil, a cui sembra fare una guerra continua ; e ripete a ogni passo che non si deve formar giudizj sopra quelle che pare a noi, ma e'fa mestieri esaminare le cose, avanti di pronunziar sentenzia ; e asserisce a ogni tratto, che nel muover via via a se i dubbj sta la verace maniera per trovar la ragione delle cose, e non nell' affidarsi alia sola Sbuiorith dei Maestri ; che d percid necessario deporre nelle questioni qualunque maniera di anticipati giudizii a favore piiH d' una che d' un' altra opinione, sia d'Aristotile, o di Platone, o di Pittagora, o di qualunque siasi altro, imperciocchd r apprensione fa in noi grandissima forza, anzi iegli d molto malagevole lo spogUarsene, quando ci si 6 fatto r abito da' primi elementi degli studi (Dialogo J2'', cotitro i Sofisti). II lettore vede che qui tutto in apparenza precede direttamente ; che il filosofo, nel metodo esteriore, ^ seguace del Cartesio e del Galileo, oh' egli e insomnia un moderno. E, voglio avvertirlo, non intendo chiamar filosofo moderno chi d' ogni autorita e sprezzatore, imperocchd allora bisognerebbe non fosse piil uomo, essendo pur essa, I'autoritii, un elemento essenziale deir umana ragione. N^ il Galileo e gh altri fecero getto di quella ; chd anzi studiava il nostro matematico e Platone e Aristotile, e da tutti, siccome Socrate, avea ambizione di intendere, e I'autorM ragionevole di essi fomivagli sussidio a conoscere la verity. Se non che R., che professa di seguire queste onne, e di accogliere in questo aspetto il metodo di esame, nel fatto, e consapevolmente, vi si diparte. II suo metodo ed il suo esame non 6 che un istrumento per la vittoria della fede. In che modo ? Gik prima di porsi in cammino verso i tre obietti della filosofia, la natura esteriore cio^, la nmana e la divina, ha determinato in mente sua il punto preciso a cui egli vuole arrivare, non per teoremi razionali, ma secondo la fede soltanto; e guai altrimenti, con tanta sfiducia in che e'tiene le forze della ragione ! Egli ha detto : — Queste sono le verity inf allibili di nostra fede, alia quale io mi piego interamente : la umana ragione, pud ella, nel suo procedere, condurmi alle medesime verity ? riesce ella a darmene una riprova certa o soltanto probabile? Esaminiamo!— Vedete pertanto che questo esame non h un mezzo per* scoprire la verita, come per il Galileo, per il Cartesio, e pe' filosofi moderni ; R. questa verita nell'ordine degK enti la conosce per fede; il suo esame razionale non ha per obietto di mostrare la potenza della ragione, o anche 1' accordo di questa con la fede; ma in lui e palesemente la preoccupazione di mostrar coUa ragione la impotenza della ragione a dame certezza, per concludere poi a favore della fede che la certezza pu6 venirci solo da questa, e che si accordano con essa le massime probability razionali. In un tal quale rispetto, data la differenza dei tempi, somigliano i Didloghi di R. al Saggio del La Mennais Sulh Indifferensa, ed in un altro rispetto ne dissomigUano. Qual somiglianza ? II La Mennais voile in quel Saggio provare, come R., la impotenza della ragione a faxci conoscere con certezza la verity, certezza che solo vien dalla fede. In che la dissomiglianza ? 11 La Mennais afferma che la nostra ragione da s^ sola si contraddice di necessity ; R., per contrario, afferma che la ragione pu6 giungere a dottrine piU o meno probabili, e, come probabUi, in armonia coUa certezza della fede. Che la ragione non si reputi capace da lui di giungere alia certezza, egli lo mostra da cima a fondo ne' suoi Dialoghiy dove e nella filosofia naturale, e nella morale non arriva colF esame e colla riflessione che a ragioni probabili piii o meno. Orazio Bicasoli Bucellai, la sentenza socratica quesf uno to So che nulla io so accettando solo negativamente, d^ mano per il suo metodo de' probabili alio scetticismo ; in quella guisa medesima ch' ei la rid^ col suo eclettismo. E tanto ^ negativa 1' applicazione dell' aforisma socratico in tutta la parte de' suoi Dialoghi, la quale si comprende nella Villeggiatura Tusculana, che pur le dottrine stesse del Galileo, dove si accennano teorie filosofiche sul mondo, anzich^ semplicemente sperimentali fisiche, non professa guari come certe, ma come tra le probabili le piii probabili, sulla scienza del Mondo, e, come tali, da non escludere che altre in progresso bandiscano quelle. Cosi neU'esporre il Timeo di Platone, cosi nel trattato della Frowidenza^ che chiude la Villeggiatura Tusculana, ei si restringe sempre nel solito probabilismo, quantunque parlando del Provvedere eterno, o dell' Arte divina nel mondo, mostri credere fermamente ch'ella esiste ed opera in esse ; ma le ragioni ed i fatti ritiene nient' altro che come barlumi di quel vero, il quale per la fede religiosa sfavilla alle menti che credono. E molto efficacemente della liberty egli discorre, facendo tesoro degli argomenti recati in campo da'piH reputati filosofi in sostegno di essa; ma con le riserye consnete della Seconda Accademia, e considerando la ragione come regina se non spodestata del regno intellettual/B dell' Uomo, pur di ben misera autorit^ e ginrisdizione sovr' esso. Solamente le verity matematiche hanno yirtd di evidenza per lui, Bicchd per esse la ragione ritorni sovrana, e siano del sapere i primordj sicuri. Nelle morali verity poi lascia egli quel suo metodo dei probabili e afferma con sicurezza ; ma queste affermazioni non procedono da evidenza di ragione, bensi apparisce chiaro che esse procedono dalla dottrina del Cristianesimo intorno ai fini soprannaturali, ed ai precetti per conseguirli ; tanto che le dottrine platoniche, aristoteliche, ec, servono solo di raflEronto al catechismo. Questo sia detto pel metodo della filosofia nelle opere di R. ; su che io stimo aver discorso bastevolmente, dopo Tesame che il leggitore ha avuto occasione di fare da se, con qualche ampiezza, de' Dior loghi filosofici di lui.' Aggiungo ora, ne ^ difficile persuadersene, che egli nel sqo sistema filosofico 6 eclettico, e pero dit mano di nuovo alio scetticismo, riproducendo cosi pure per la centesima volta le condizioni del pensiero in quel secolo, ed espirando inalterata I'atmosfera filosofica del suo tempo. Vuole avvertirsi come i tre punti cardinali, a dir cosi, del suo filosofare dovevan condurre»R. all' eclettismo. Quei tre punti consistono : primOy certezza per la fede ; secondo, cdmputo delle razionaU probability in sostegno della fede; ter^o, esclusione delr autorit^ del tale o del tal altro filosofo particolare, secondo gl' insegnamenti di Galileo. Sicche non avendo R. piena fiducia nella ragione, escludendo le particolari autorita dei filosofi, doveva naturalmente ridursi a cercare i dati del suo cdmputo di probabilita nelle opinioni varie di tutte le scuole, tentandone un accozzo. Aristotile e Platone, Epicure e Cartesio, Galileo e il Tradizionalismo, tali erano le scuole principali che disputavansi il terreno in quel secolo. Lo abbiamo veduto. II R. ve le trova, ne apprende gli intendimenti, ne tenia un accordo; diro con frase piil viva, e che il lettore mi consentir^, ne immagina una confederazione, con a capo, perche sfiduciato della ragione, la fede. II R., pertanto, che ritraeva in tutto del sue tempo, in cui la forza speculativa degl'Italiani era svanita, e non lievemente svanita, di questa vigoria di speculazione non era pur egli a dovizia fornito, per riuscire ad aggiungere intendimento si alto e generoso, a formar ciod questa sintesi, e comporre un' armonia si sovrana. Era dunque inevitabile che in queste armonie tentate ei si smarrisse, riuscendo invece a una fantasmagoria di accordi, cioe ad un eclettismo di quei vari elementi, di quelle dottrine diverse, e perd, lo ripeto, desse mano di nuovo alio scetticismo, poiche r eclettisrao sia di questo una forma particolare. E dico cid, distinguendo le intenzioni dalla essenza speculativa d' un sistema. L' eclettico, per le intenzioni sue, ^ tutt' altro che scettico, anzi vuole opporsi alio scetticismo: ma e scettico speculativamente, giacch^, negando che la ragione abbia potuto mai produrre con un criterio intrinseco suo, una dottrina non esclusiva di sostanziali verity, crede che la filosofia si divida tutta in sistemi particolari ed erronei, dal cui ricucimento possa derivare la dottrina plena, o almanco la dottrina massimamente probabile. Indi apparisce chiaro che, quantunque V eclettico dica valersi d' un criterio interiore od anche della coscienza, principalmente si vale di im criterio esteriore o storico; poichd altrimenti, se fiducia avesse nel criterio interiore, non impugnerebbe la tradizione della filosofia vera, n6 la porrebbe necessariamente divisa in brani od in sistemi erronei. Va bene che lo studio dei sistemi giova, bensi come aiuto, n^ potrebbe giovare, quando nn criterio interiore per eleggere il vero dal falso nei varj sistemi cimancasse. L'eclettico risponderd, forse: Ma in tal caso, soggiungiamo noi, se un criterio interiore vi ha sicuro, gli eclettici ban torto dicendo che tutta la storia della filosofia h una storia di sistemi erronei, e che la verita pud solo venire dal ricucirli insieme. Anche il tradizionalista nelle intenzioni sue e dommatico, ma h scettico speculativamente, poich^ non ammette razionale certezza. Le quali cose ho volute notare per la natura del mio soggetto, a far vedere cio^ che, filosoficamente considerato, R. partecipa dei dubbj del suo tempo, e che egli cerca rifugio dai dubbj dommaticamentenel tradizionalismo, eniditamente nell' ecclettismo. Qual'^ infatti la sua dottrina intorno al mondo, all' Uomo, ed a Dio? Ne'primi sedici Dialoghi, ne' quali si espongono le dottrine de' piii antichi filosofi intorno a'principj universali della natura, e che formano, ho detto, la parte negativa del suo filosofare, R. non acr cenna ad alcun sistema suo particolare intorno al principio materiale dell' Universe, e solamente riducendo al nulla e destituendo d'ogni valore di verity tutti quei sistemi ritornati a vita dal Rinascimento, intona, pud dirsi, 1' estremo funerale a quel grande periodo della nostra filosofia. Bensi noi ci accorgiamo di leggieri come egli in quelle pagine stesse distingua bene, del pari che Galileo e la scuola moderna, la scienza metafisica dell' universe stesso dalla filosofia naturale dalla fisica: progresso grande, invero, questo;unperocch^ per 1' innanzi e nel Medio Evo e presso i Peripatetici formava parte integrale della filosofia la fisica. o filosofia naturale, diversa assai dalla scienza metafisica del mondo, alia quale ben piCi avvicinasi la fisica di Aristotile e di Platone, intendendo essi questa appunto non come scienza tutta di esperimenti esteriori (nd r avrebbero' potuto), ma come cosmologia nel senso che le diamo oggi ; vale a dire la scienza dell' ordine mondano in relazione colPanima umana e con Dio; sebbene ponessero in questa anche lo studio deU'anima, come r ultimo punto a cui la fisica menasse. Comunque, la confusione della fisica coUa metafisica era in que' secoli giunta al colmo, cagionando que' conflitti e quelr eteme dispute che nelle scienze rendonsi inevitabili, ognivolta gli obietti loro per natura ed essenza distinti si mischiano. Ed i fisici che volevano farla da metafisici, ponendosi a ricercare nell' ordine degli enti esterni le leggi che governavangli, presumevano trovarne apche i fini, invadendo per cotal guisa il terreno della metafisica, con indicibile danno della scienza e del suo stesso incremento. Ma R., riconoscendo tutto cio per la benefica influenza delle dottrine e del metodo Galileiano, sfugge i pericoU di queste confusioni peripatetiche, n^ i fini dell' universo d^ per obietto di studio 6 d' investigazioni alia fisica, la quale intende ne' termini stessi del suo maestro, riprovando nel fatto del suo scetticismo, e del senso negative con cui in questa parte intende 1' aforisma socfatico, quella naturale filosofia architettata a priori o con induzioni ed esami troppo superficial! da' filosofi antichi, e ritomate a vita e seguite, qual piii qual meno, da alcune scuole del tempo suo. Tantochfe del medesimo Platone ei rigetta le opinioni intomo alia formazione del Mondo, come quelle che non si fondamentano sulle solide basi relazioni di dipendenza dell' una parte dall'altra, e implicitamente combattuto 1' errore di quei che V uomo dicono operare in tale e in tal modo, col tale o tal organo, perch6 ha quell' organo, non perchd questo I'abbia avuto a quel fine. Ed ecco percid un altro punto capitalissimo nel quale R., pur non escendo dal suo probabilismo, segue la filosofia modema, n^ cade nolle negazioni che delle cause finali si era &tto prima di lui, e si faceva anche al suo tempo. Ma di ci6 basti: ch^ inutile ripetizione sarebbe recar qui nuovamente le parole del nostro Scrittore, dove di queste ragioni finali delle cose tutte dichiara la sua credenza. N6 stard guari piii oltre a ricordare come R. ancora dissenta da Platone che ammette r Anima dell' Universo, mentre si adopera a scusarne r errore, e a conciliare tal dottrina, interpetrandola benignamente, coll' insegnamento fisico galileiano e con quelle religiose della Prowiden0a. Come il lettore ricorder^, R. passando in rassegna i yarj sistemi antichi della filosofia naturale, pose avanti il concetto che Platone ayesse potuto intendere di assegnare al mondo per anima sua la luce, che per Galileo ^ a tutte le cose frammista, ed e la estrema espansione della natura e in essa tutto risolversi di tutto cid che 6 nel mondo con la rarefazione. N6 di cid abbiamo osservato esser pago il Kucellai, che nel Timeo si fa varj altri quesiti intorno a quanto di diverso dal fin qui detto potrebbe immaginarsi aver Platone opinato suUa natura delP anima universale, come, per esempio. se abbia potuto creder esser quella Iddio stesso, o TAmore. Indi dal primo supposto piglia le mosse a confutare il Panteismo e il Naturalismo conforme alle dottrine stesse Platoniche e de' piCi reputati filosofi del suo tempo, da'quali toglie gli argomenti probabili in difesa della distinzione di Dio dal mondo. E cosi dal vedere che per tutto e seme di amore, nelle cose inorganiche, organiche, negli animali e neiruomo, e da considerare i fini della creazione, si domanda se per anima dell' universe Platone possa aver tenuto I'amore, come quello che, necessario, tira a ricongiunger le cose che per il loro difetto dal loro ordine deviano, e, libero, le creature ragionevoli. E ambedue le ipotesi o i supposti spiega affermando che Dio non si deve confondere col mondo, ne ponsare che egli vi si trovi quasi anima in un corpo ; che Y amore puo, ma non come essere vivente, ritenersi per anima universale, sibbene e Dio stesso, h il suo amore, o lo Spirito Santo, il quale, virtii vivifica, e legge impermutabile infinita ha valso air ora della creazione, e varra in perpetuo. E a questo sense crede R. poter ridursi, cristianeggiandolo, il pensiero del filosofo greco, della cosmologia del quale ricorda alcune sentenze da cui puo arguirsi che 1' amore abbia egli considerate se non come 1' anima intera del mondo, almanco come il fiore d'essa, che consiste nel medesimo; quell' amore che appresso i cristiani, in Dante, in Petrarca ec, 20 altro non 6 nel suo concetto divino che la provTidenza, o lo spirito che di s^ tutto riempie 1' iini verso. E quest' accordo tra Platone e la fede in tal subietto palesemente dimostra aver tentato R. ne' suoi Dialoghi ddla Prowidenffa^ ne' quali abbandonandosi spesso a mistici voli, si compiace rinvenire questa profonda armonia tra il precetto di fede e il pensiero del filosofo pagano, il quale, per lui, (ed ^ in fatto), piii d' ogni altro nell' errore della gentility avvicinossi all' idea vera di Dio e de' suoi divini attributi, quasi davvero gli si fosse in parte svelato. E per concludere sull' opinione di R. intomo al mondo, resterebbe a ricordarsi del come egU applichi le armoniche proporzioni aU'anima dell' universo, e in qual modo, altresi, riconosca I'importanza delle matematiche nello studio di esso, e quanto potuto abbia su di lui la benefica tradizione Platonica in questo argomento. i] agevole in brevi parole sodisfare a quest' oggetto, rammentandosi come egU, il nostro scrittore, discorso delle matematiche, esponga neUa sua verity r applicazione che 1' Ateniese fa di esse aU'anima Platonica, senza as^entirvi, non ammettendo Tanima universale ; ed invece riconoscendo in tutto 1' universo la intelligenza geometrizzante divina, il numero, V armonia, dia lode a Pittagora, Platone e a Galileo che fecero base dello studio del mondo le matematiehe, e continui la tradizione perenne, chiamando con essi la scienza delle quantity Vabbkcl di ogni sapere. E come Platone, cosi R., che ne illustra il Timeo^ dall'anima universale passa a discorrere del1' anime razionali e della loro immortality. II lettore ha tenuto dietro all' esposizione di questi argomenti, n^ vale qui, anco in succinto, ritornare sopr' essi pid. Certo, il nostro filosofo, ritagliando pur qui dalle teorie platoniche sull'anima tutto quello che alle dottrine del Cristianesimo contrasta, gli argomenti di Flatone sulla natura ed immortalitS; di quella accetta ed espone, e cosi di Socrate, di Pittagora e di Cicerone, de' Dottori e de' Padri, come poi del Ficino e de' neoplatonici del secolo decimoquinto, e anco del Cartesio, contemperati da quello che la fede cristiana ne insegna, onde dal grado di argomenti probabili assorgano alio splendore della certezza. Ch^ col lume della ragione solamente nelle prove dell' immortality dichiard anche qui nmi esservi da aspettarsi mai prove convincenti^ oltre quelle della nostra infalUbile cattolicd dot-trina, percM elle non sono da rioi, ma si bene favellar se ne puote, e trovarci da proporre molte verosimiglianze e probability. E dove dell' idee parla, tenta (lo vedemmo) un accordo tra gli archetipi etemi di Platone a' quaK s' inalza la mente umana e le idee innate del Cartesio. Imperocchd e' rigetta 1' opinione aristotelica, tornata, tra' moderni, in vita da Condillac, che lo intelletto umano sia tanquam tabula rasa, in cui si venga a Bcriver man mano, e, pur senza sottoscriversi alia teoria della reminiscenza nel sense platonico, ammette invece la mente umana illustrata da un lume supemo impresso in essa da Dio, quantunque poi non sia ben chiaro del come cid avvenga, e anzi reputi questo un mistero, nel tempo che Platone ammette chiara e determinata la cognizione delle idee eterne. Non esclude la relazione obiettiva di queste, e accostasi alia teorica delle idee secondo il Cartesio, temprandola col suo neoplatonismo, e combatte il Gassendi, non escludendo per6 quel che gli sembra contenere di buono, fino a dire che ritagliando un po' di qu^ e un po' di 1^ si puo venire a un terzo ripiego di verosimiglianze. E in fatti ritiene come probabile che Iddio creando ranima e infondendo in essa il lume delle idee, queste per la nebbia del corpo e de' sensi yengano ad essere alquanto nel loro fulgore offuscate, e i nuvoli della materia parino la vista all' occhio deiranima, per modo che anche da tal fatto del conoscimento imperfetto attuale delle idee e delle cose arguir si possa Tadempimento per noi del conoscere intiero in altro luogo che sia. Ma, convien dirlo, a me sembra che in questa teoria della cognizione e in quest' accordi e' non riesca ben chiaro a determinar cosa pensi ; e che il suo probabilismo assuma qui la qualita dell' esitazione e della incertezza, e che in questa e'faccia pur altalenare la mente del critico. Causa al certo non secondaria di tutto ci5 le deboli ali del suo speculare, ben diverse dalla semplice erudizione, che mentre al probabilismo suo pud dar la quality di erudite, non vale ad aggiungere vigoria a quelle intelligenze spossate da' contrasti di si diverse dottrine. Che se dall' intendere dell' uomo passiamo al volere, noi, nel combattere ardente che fa il Kucellai ogni obiezione della scuola epicurea e determinista, la quale niega la liberta umana, avemmo luogo di riscontrare anco qui il neoplatonico cristiano, il quale, facendo tesoro di' tutti quanti gli argomenti che dalr antiche scuole fino a' suoi tempi a sostegno di essa si recarono, manifesta 1' ampia erudizione della sua mente da un lato, e dall' altro il suo intendimento di una sintesi delle opinioni diverse, come per esempio quella della liberty e quella del fato, lo stoicismo e r epicureismo, del libero arbitrio e della predestinazione, siccome riscontrossi ne' Dialoghi della Provvidenza. Cio che preme di notare si d in primo luogo: che alle varie facolta dell' anima non fa corrispondere altrettante anime, e, come a- dire, giusta il pensiero platonico, la vegetativa, la sensitiva, e la intellettiva, radice della conoscenza e del volere ; sibbene pur ammettendo queste distinzioni, le considera come quality di un' anima sola, creata da Dio, allorch^ il corpo deiruomo venne formato. In secondo luogo: che il R. ponendo in sodo, con tutti gli argomenti pro7 babili de' quali puo disporre, la liberty dell' arbitrio umano, ci stabilisce le fondamenta della morale, precisamente come Platone faceva, e la possibility per r uomo di tendere al conseguimento del bene perfetto e della perfetta felicity. Basta il ricordare il Proemio alia Villeggiatura Tibnrtina per rendersene persuasi, e riandar col pensiero principalmente i due be'Dialoghi che nel trattato della Provvidenza si trovano, dove del dono della ragione, e della liberty e del fato discorre. Come in principio della esposizione della sua psicologia e filosofia morale osservammo, giova rammentarci qui esser questa la parte piil manchevole e imperfetta ie^ Dialoghi; pur tuttavolta sufficiente alr intendimento mio, che ^ quello di dimostrare il suo eclettismo, e V applicazione mancata in lui del Nosce te ipsum. Vuolsi avvertire qui come succedesse al Rucellai quello che poi succedette al Cousin, qualunque siaperaltririspetti la diversita d'ingegno, d'inchnazioni e di successi dall' uno all' altro. II Cousin, cosi nelle sue Lezioni di storia della filosofia, come in ogni altra sua opera, sempre ripete per gl'insegnamenti di Cartesio la necessity, dell' osservazione interiore o dello studio della coscienza umana ;sicche parrebbe ch' egli lo studio de' sistemi avesse dovuto subordinare a questo esame interiore, e al criterio della coscienza. Ma invece lo studio storico de' sistemi ^ V intendimento eclettico ed espresso del Cousin che reputa trovare in essi la integrita della filosofia. Similmente R. ripete il Nosce te ipsum di Socrate ad ogni istante; ma in fatto poi si vale piCi eruditamente dei sistemi che non delr esame interioi:^. E come la interpetrazione negativa del questo io so che nierUe to so valse al R. d'impulso ad una speculazione erudita, piuttostoche ad una speculazione spontanea; cosi la parte dubitativa negativa delle dottrine cartesiane servi d' impulse al Cousin per il suo Edettismo. Ed infatti, lasciando d' intrattenersi suUa psicciogia^ cui il medesimo R. guarda e passa, nella parte morale, senza dimenticare la stregua infallibile de' suoi ragionamenti, le verita della fede, egli non voltando le spalle alle teorie morali platoniche, pur quelle di Aristotile e degli stoici cerca studiosamente di conciliare insieme, giusta pud vedersi nella definizione della virtii e nella classificazione degli ofBcj umani. Si pud dire anzi che egli non abbia fatto che seguir passo passo or questo or quel sistema e quel metodo; che il suo, piCi che un trattato, anco incomplete, sia piuttosto uno specchio delle sottili distinzioni di quelle virtii e di quel doveri, che Cicerone viene nei suoi libri enumerando. Imperciocchd il leggitore abbia in mente quali fossero intomo la morale o la teorica delr operare i pensieri di Platone, di Aristotile e della Scuola Stoica. — Platone ammise Dio esecutore e mallevadore della Legge morale. La qual legge, imposta al volere deiranima, da Platone stesso riconosciuta e per la prima volta dimostrata immortale, riducesi alia pratica della virtii, che 6 la imitazione dell'Archetipo sommo, ciod a conformare le nostre azioni alle idee, anteponendo all' amore dei beni sensibili quello del buono assoluto. La virtii d una ; ma comprende in se quattro elementi, che corrispondono alle quattro virtti conosciute da noi sotto il nome di cardinal!, sapienza (sofia), coraggio o costanza, temperanza e probity giustizia. L' applicazione della legge morale non gi^ alia volontS; degl' individui, ma a quella del popoli e delle nazioni, costituisce la politica nel senso di Platone, il quale, oltrech^ veniva meno a s6 stesso, allorch^ distinti nello stato i tre ordini, ottimati o sapienti, guerrieri ed operai, questi faceva servi, non punto mostravasi alia corruzione dei tempi superiore, quando, per esempio, pigliando a massima che 1' utile non dev' essere un diritto esclusivo e che dalla society umana vogliono eliminarsi i sospetti di prole illegittima, ne inferiva la comunanza dei beni e delle donne. Per Aristotile il bene morale ^ la felicitit, il bene assoluto e la beatitudine perfetta che comprende V attivit^ perfetta e il godimento perfetto. Base dell' operare umano ^ la libert^i, il cui esercizio perfetto fa raggiungere la felicity, che ^ la somma dei godimenti. II bene finite non § che un accostamento al bene assoluto: desso bene s'identifica col fine, e perd la ricerca del bene e del fine si unificano. II mezzo pertanto di conseguir questo bene, ossia la felicity, § la Yirtti. La quale consiste nell' evitare i due estremi del vizio, come la vilta e la superbia, tenendoci nel giusto mezzo. La giustizia poi d tutta la virtti; h la virtd nelle relazioni che gli Uomini hanno tra loro (Lib. V, Etica Nicomachea). Or bene, ognun vede subito come la base su cui si fonda la giustizia d per Aristotile opposta a quella su cui la stabilisce Platone. Imperciocchd Aristotile parta dallo studio delrUomo e dei fatti sociali, e sia guidato, come Platone, dall'ideale del bene assoluto, ed essere divino; ma pero il suo ideale 6 il tipo perfetto della virtd, cio^ la beatitudine, che • comprende attivita perfetta e godimento i)erfetto ; mentre 1' ideale Platonico contiene r unita perfetta, assoluta, e percio il niodo di render giusto rindividuo e lo stato e per Platone queflo di nniiicarli il piii possibile. E infine quail erano gl' intendimenti degli Stoici? € Insegnano (riepiloga il Paysio nella sua SL deUa FUosofia) che ogni male ed ogni bene ^ solo apparente o relativo, tranne il vizio che d un male vero e positivo, e la virtii che ha in se un valore assoluto. La virtii ^ una sola, un solo il vizio, e tutte le buone azioni fra loro, come fra loro le cattive, sono equivalenti ; ma la virtti si esercita in quattro modi principalmente, colla prudenza, col coraggio o fortezza d'animo, colla temperanzia e colla giustizia; e dicasi lo stesso del vizio, le cui forme stamio negli otto contrarj avendo ciascuna virtii due contrarj opposti. > La virtii che consiste nel vivere secondo la legge della ragione bene ordinata come il yizio (^ una conseguenza della ragione disordinata o pervertita, che non sa vincere le cattive inclinazioni, sradicare gli affetti colpevoli) conduce alia felicity, riposta nel vero vivere, cio^ in quello stato dagli Stoici chiamato apatia^ nel quale 1' animo senz' essere insensibile, e pero libero da ogni passione, e, in genere, da tutto che possa turbare la pace interna. Questa la mercede alia virtd promessa, questo il premio accordato al sofo o saggio, r apatia. Frammezzo alle contraddizioni e agli errori dello stoicismo, che qui non giova rimettere in mostra, ognuno scorge nel sistema un germe di nobiK dottrine, fatte per elevar 1' Uomo e destare in lui il sentimento della propria dignity dagli Stoici (s(^giunge il Paysio giustamente) portato fino all'orgoglio presuntuoso, e direi quasi feroce, che i beni menzogneri disdegna, e i inali pcggiori non cura, anzi disfida. » Si fractus illabatur orbis Impavidum ferient ruince. » (HoRAT., lib. Ill, od.S.) Ebbene, ne'due Dialoghi della morale del RuceUai, non che sparsi poi in tutti gli altri, precipuamente nel trattato della Provvidenza divina, noi ritroviamo predominare quest! tre sistemi da me riandati di volo, e del quali egli cerco, tolto da ciascuno il non buono, T accordo, subordinandolo sempre, s' intende, ai principj della morale cristiana che irraggia e vivifica V umana coscienza. Pone egli, con Aristotile, mezzo della felicity la virtii che sta tra due estremi ; con che non dee intendersi il mediocre, sebbene la giusta misura oltre la quale e un trasmodare. La ragione, egli dice poi con Platone, fonda i suoi motivi sulla costanza de' beni, e con gli Stoici stima beni anco i mali present!, che perd menano a felicity. E distingue con Aristotile tre sorta di beni, ieWAnima, della fortuna e del senso^ e che nel definir giusto la natura di quest! beni, e aggiunge quale tra essi costituisce il fine vero dell' Uomo sta la filosofia morale che ^, dice egli, la pii\ vera e megliofondata filosofia deU'Uomo. La quale null'altro 6 alia per fine che il timore di DiOj in che sta il vero mezzo di conseguire la vera felicity, ciod il Paradise, che equivarrebbe al possesso del Bene sommo, assoluto di Platone. Qui R. segue addirittura le credenze religiose, alle quali vuol ricoUegati i sistemi di morale antica rivissuti ne' contemporanei : tantoch^ pur lo Stoicismo che qui parrebbe escluso, ricomparisce a ogni tratto, ed in pagine, a dir vero, beUissime; imperciocchd soventi fiate il filosofo nostrp vada ripetendo che la virtil dee esercitarsi ad ogni costo, e malgrado tutto ; e nell' esercizio di essa debba Y Uomo ritrovare quaggiii la vera felicity. Pero quantunque R. abbia posto a fondamento della morale la libertlL umana, siccome vedemmo, pur n^ dell' origini del dovere, n^ del percM della Legge morale ragiona, cbe ha fondamento nel divino e trae dalla mente eterna la sua forza, la sua sanzione : invece li pone come postulati necessarj e gia consentiti da chi lo segue nei suoi discorsi, quantunque non manchi di distinguere tra legge divina e naturale, e tra naturale e positiva. Nella divisione poi delle rirtii e nell' analisi di esse e degli opposti loro, segue Aristotile, Cicerone e san Tommaso, come pure segue questo e Platone neUo stabilire il fine della Society umana, cbe riconosce nel Bene comune, nell' utile coordinato all' onesto : ond' 6 ch' ei tiene per principal fondamento dell' umano consorzio e regolatrice degli Uffizj umani la giustimy e poi le altre virtii, cbe insieme a tutte le loro compagne secondarie definisce con san Tommaso, come quest! le avea alia sua volta definite con Cicerone e con Aristotile. E nel dividere gH ufficj stessi dell' uomo, segue il R. Cicerone; anzi, ricordisi, egli quind' innanzi non fa cbe ripetere in compendio tutto cid cbe il giureconsulto romano lascid scritto intorno a sifiiatto argomento, temperandolo sempre con 1' insegnamento cristiano. In conclusione, come nel tempo suo anco nolle questioni supreme morali riscontravasi un contrasto di dottrine, la platonica, 1' aristotelica, la stoica, la epicurea, la cristiana; cosi negli scritti morali del R. tutti questi diversi elementi ritrovansi in un singolare eclettismo riuniti. E bo detto ancbe la scuda epicureaj e non a case; imperoccb^ R. stesso non escluda che pure i beni del senso ordinatamente goduti sieno fonte di felicity, e mezzo al conseguimento del vero bene; nel che scorgesi tosto bensi la diflferenza tra lo intendimento Epicureo e quelle di lui ; poich^ mentre Epicure e i suoi seguaci nei beni del senso ordinatamente goduti fanno consistere il vero fine della natura umana; R. tempera e corregge tale dottrina, restituendo a' beni sensibili il valore e V ufficio che ad essi si compete, vale a dire di mezzo al raggiungimento del fine supremo dell' uomo, che 6, giusta Platone e il Cristianesimo, il Bene Sommo, Iddio. Proferendo questa parola, entriamo finalmente nei penetrali della teologia : esaminiamo brevemente se pur in essa il fiucellai verifica il nostro concetto, dope di che, dato un rapido sguardo alio stile e a' personaggi de' suoi Dialoghi, avrd terminate. Come Platone, cosi R. riguarda Dio ente eterno, infinite, beato in sd e finalita suprema, nella cui mente riseggono gli Archetipi eterni ; pero mentre Platone cade nel Dualismo, facendo coeterna a Dio la materia, egli, R., col Cristianesimo si scosta qui dall' insegnamento platonico, e professa Dio creatore ex nihilo, tomando poi con V Ateniese e Pittagora a considerarlo com' eterno geometrizzante, ordinatore e provvidente, e da questo attribute di Dio, dall' Arte divina che si manifesta nel Monde trae argomenti probabili dell' esistenza del supremo Facitore, non escludendo perd affatto la possibility della prova a priori^ quelle, per esempio, del Cartesio, che dall' idea dell' infinite argomenta la sua realty; ma pure stabilendo sempre a cardine de'suoi ragionamenti le verity della fede. E nel passare in esame il trattato sue della Provvidenza, credo il lettore abbia veduto R. far tesoro di tutta la tradizione filosofica teistica contro r Epicureismo, specialmente della filosofia de' Padri del Cristianesimo, sovrattutto dove discorre del mali e delr origin loro, dimostrando come di veri mali sia solamente V uomo autore e capace, perchd dotato di libero arbitrio ; e come Iddio, essere perfettissimo e prowidente per sua natura, non possa essere origine di male vero ; mentre quello che a noi nella natura sembra male, o ^ limit e naturale delle cose, siccome la morte, e pero non e male in s6 ; ovveramente 6 del fatto, che giudichiamo esser male, sconosciuto a noi il fine o Tordinamento, e in tal caso egli e questo un errore delle nostre corte intelligenze; e qui, in tali dottrine, come vedesi, ha seguito Platone, e gli Stoici, e la tradizione universale cristiana. Ma per 6, ricordiamoci anco una volta, egli, affermando tutto ci6 col lume naturale, dichiara di non potere escire da' limiti del probabilismo, e di esser necessario lo starsi a quel che la Fede ce ne disvela, imperocch^ V uomo che colla sua ragione sola vuol troppo scoprire la verity, vada a caccia deUa iugia, Platonico adunque egli e nelF ammetter Die e nel provarne la sua esistenza ; Cristiano nell' ammetterlo come Creatore ; probabilista nelle sue conchisioni di ragione ; mistico e tradizionalista ne' suoi intendimenti e nel suo metodo reale, generalmente seguito nell'intiera opera sua. Egli e dunque R. nell' esame de' tre obietti deUa filosofia, V Universe, 1' Uomo, Dio, una seconda volta scettico filosoficamente, poich^ egli non esce dalr eclettismo. Imperocch^ (ho dimostrato) 1' eclettico, sfiduciato dal contrasto turbinoso delle opinioni e de'sistemi diversi, abbia perduto ogni stima nel criterio interiore della coscienza, che ei reputa incapace da sola a riconquistare le regioni della verity ; ma pur bramoso di questa, si pone a sceglier tra le tante teorie quel che gli pare sufficiente a ricostituirsela innanzi gli occhi, formosa piil ch' e' pud, affine di sottrarsi alia desolazione del nulla. Se R. abbia vissuto in un' et^ di contrasti, vide il lettore diflfusamente. Ond' ^ che la cagione del suo eclettismo ne sorge evidentissima, e tale che raentre giustifica in parte almeno il suo errore, stabilisce il punto di vista importante sotto il quale si pud considerare quest' uomo, e mostrarlo ai cultori delle disciphne filosofiche, agli studiosi delle leggi con le quali il pensiero umano si svolge nelle vicende de' secoli. Un' ultima considerazione. Essa risguarda la strutturade'DmZa^'Aitilosofici delnostro scrittore, forma esteriore, ciod, stile e personaggi ; ritrovando anco in questa un triplice riscontro della verita del soggetto propostomi, e, fin qui, io credo, dimostrata. Non occorre dopo il gia osservato superiormente, riandare anche per capi, le condizioni della lingua e letteratura del tempo. Noi le abbiam presenti, e basta esaminare la forma esteriore e lo stile de' Dialoghi di R., perchd sia evidente la rispondenza tra le prime e i secondi. Qual' e infatti la forma de' suoi scritti filosofici ? II dialogizzare socratico, forma prediletta nell' antichita, risuscitata in Italia fin dal trecento dal nostro Petrarca. Quella forma preferita pur anco dal Galileo, siccome la piii acconcia a dar calore di vita alle dottrine, ed a rappresentarle alia mente, direi, come esseri animati. II Eucellai, anch'egli ammiratore delle dottrine platoniche, e seguace almeno esteriormente del metodo di Socrate e del Galileo in quel secolo, oltre dettar le opere sue nella lingua volgare, predilige acconciarle a quella forma cosi semplice, come efficace, e che tanto bene opponevasi anco in cid al fare irto e disarmonioso de' Peripatetic! eccessivi e della Scolastica (specialmente de' seguaci di Scoto e degli Averroisti), la quale, per cosi dire, gelava il pensiero in quelle forme secche ed incadaverite, e rendeva gravosa la scienza destituendola di ogni attraimento ; con che non vogliaino offendere la temperanza de' libri di san Tommaso, pur nelle forme sillogistiche. Imperciocch^ la scienza sia non un che morto, ed astratto, ma parlandoci dell' universo, delle meraviglie dell' uomo, della vita divina e delle loro relazioni, debba esser anzi supremamente viva, ed adoma di bellezza giovanile, perch6 sia quanto pud piii fedele imagine di quegli obietti. Ed ecco I'arte stupenda dell' Ateniese, ne'cui 2)ia?o^M tu senti spirare quell' anima dell' universo che nelle sue poetiche speculazioni si finse; il cuore dell' uomo battere ad ogni istante di palpiti sovrumani e rispondere alle celesti armonie, e Iddio come sole intelligibile scaldare, fecondandoli, i germi preziosi di quella mente, dove sorrise perenne la primavera del bello. Orazio R. commosso da questi concenti divini, voile nell'opere sue imitare Platone e la sua arte; e, per dir vero, nelle sue platoniche descrizioni, nelr introdurre il discorso suUe diverse materie con abbastanza facility, e saper man mano socraticamente procedere nella risoluzione dei varj quesiti imita bene il Maestro. Se non che i difetti dell'et^ sua pur qui compariscono, la difiFnsione ed il tronfio, sicchd tu incontri, per esempio,uninterlocutore che senzainterruzioniperprender fiato e per rompere la monotonia prosegue per lunghissimo tratto a favellare, mentre passeggiano, come se si trovasse in una scuola, sur una cattedra; e le immagini e le frasi ritraggono talora di quel colorito che i tempi seco portavano, come ho avuto luogo di fare osservare per le poesie e per le prose letterarie di lui. Con tutto cid la lingua d tersissima e ricca, e in generale lo stile allettevole e ripieno di pure bellezze : e ti 6 dato in questi Dialoghi ammirare delle voci preziose, sicch^ il filosofo italiano pud trovar qui, come nei Dialoghi stupendi del Tasso, e nell'opere volgari di Monsignor Piccolomini, la genuina favella dottrinale, anzich^ pescarla ne'libri stranieri. E la natura diversa de' personaggi adoperati dal R. e un' ultima conferma delle nostre persuasioni. Infatti basta a tutti ricordare chi pone a maestro e mantenitore principale de'suoi Dialoghi iilosofici. fi il Magiotti, un neoplatonico vero, e seguace delle dottrine fisiche del Galilei; ma sacerdote, e soverchiamente inclinato al tradizionalismo, per guisa che laragione destituisca del suo legittimo valore, e criterio supremo della verity professi solamente la fede rivelata. E gli altri poi, credenti tutti, fingono di tenere o da Epicuro, o da Cartesio, o da Aristotile, e al piii giovane, Luigi suo figlio, per il quale precipuamente questi Dialoghi furono scritti,fa il Eucellai rappresentare la parte fanciulla della ragione sola, che cerca liberarsi dai dubbi che I'assalgano; dubbi che vengono passo passo fugati dagli altri coll' autorit^ di Platone e degli antichi e moderni filosofi, corretti perd, io lo ripeto, dal concetto cristiano ne' loro argomenti probabili, per trovar quindi V intera pace deir anima nella certezza evidente della verity della fede. Come vedesi, adunque, i personaggi stessi manifestano la natura del filosofare del Eucellai, il suo metodo, il suo fine, e dimostrano essi pure quant' io non andassi errato definendo la filosofia o il probabilismo filosofico del Eu cellai : un viaggio alia fede e colla fede per la natura e per la ragione. Concludendo, io dico che in quella guisa che nel consorzio civile del secolo XVII, pure nel Eucellai trovammo i contrasti delle abitudini, de' pensieri e delle dottrine, giusta che ce ne fecero testimonianza e la sua vita, e le sue poesie, e le sue prose letterarie e scientifiche, ed infine i suoi Dialoghi filosofici. Che percio egli vale meglio di ogni altro a rappresentarci il suo tempo, le quality costitutive di esso in Firenze, imperciocche mentre tutti gli altri, chi ad una piuttosto che ad un' altra opinione assentiva, chi un sistema piuttosto che un altro seguitava, o nella fisica, o nella filosofia; il Eucellai che chiude V eik del Rinascimento, tien dietro a tutti, e da tutti trae a comporre Tedifizio suo, i cui materiali concilia ecletticamente con la verity della fede che gli fa da cemento : e, altresi, perch^ questa conciliazione ha piil dell' accademico che deir intimamente speculative; speculazione, che salvo le scienze naturali, era molto fiacca a que' tempi nella sua patria. Sembranmi chiare le premesse, legittima la conclusione ; per il che io dovrei aprir 1' animo alia speranza di non aver fatto inutile cosa, n^ al mio illustre Concittadino reso onore vanamente. II benevolo lettore che mi accompagnd lunghesso la via, non serapre, a dir vero, amena e leggiadra, giudichera : e il suo giudizio, qualunque e' sia per essere, riterro come impulse sapiente e amorevole a nuove e maggiori fatiche, delle quali sar^ sempre mio fine la Verita ed il suo Amore* ai OTTAVB. ALLA SERENISSIMA MARGHERITA D'ORLfiANS, Frincipessa di Toscana. Per un mazxolino di Fiori donatole il giomo di Santa Mar^herita dal Priore Orazio R., Quando lacrime sparge il di nascente Dal sen delPalba in rngiadoso nembo, Ghiare conche eritree del mar iremente Teti gli appresta, e le raccoglie in grembo. Poi spiega il Sol dal lucido ori'ente De'raggi onde si veste aurato lembo, E con alta virtii di sue faville Ragnna in perle Talbeggianti stille. Ma non tutte del mar Palta Reina Accolse in Bh le prezi'ose prede; Oh! a te di quella inargentata brina Tatto cosperso il bianco sen si vede, E 1 sol degli occhi tuoi le tempra, e a£&na In piii pregiate e chiare perle, e cede Quel cbe risplende con eterni ardori A te, donna reale, i primi onori. Or qual pegno al tuo nome in si bel giomo Bender potr6 d* ossequioso affetto? Questo di bianchi e casti fiori adomo Ficciol fascio odoroso al Regio petto Ahi non s^ aggaaglia, ch' il falgor d^ intorno Fa parer negro ogni piu cbiaro oggetto; Qual sotto a'rai del sol smonta e s'imbrana YergogDando di se 1' argentea Luna. Dun^ue h vano tentar I'alto pensiero, Che seguir non lo puo mio stato umile, Ma pur conMo troppo ardito, e spero Che lo mio buon voler non prenda a vile QuelPeccelsa bonta nota alFImpero, Che pur suole aggradir dono servile, Se un timido rossor purpuree rose In fra ^1 candor di questi fiori ascose.Si querela che il sonno tenga troppo chiusi gli oechi della sua Donna, Ombra il sonno e di morte, i sensi atterra, E gran parte di vita alPuom ritoglie, Che quasi dal suo vel Talma discioglie, E n'insogna le vie per gir sotterra. Sonno s* altrui dk pace, a me fa gaerra, Che '1 vivo lume a quei begli occhi togUe, L^ dove amor del Paradiso accoglie II piii bel raggio che risplenda in terra. Ben a giusta ragion lagnar si vole Questo mio cor, ch^in preda al sonno oppresso Scorge in si lunga notte il suo bel sole; Se 1 Poeta, che gih, d' Apollo istesso Segui la fronda, si di lei si duole Che 1 batter gli occhi suoi fusse si spesso. Sentimenti amorosi in morte di sua Donna, Qaella che sola ai miei pensier risponde, E i sensi del mio cor penetra e intende, Talor tra 1 sonno a consolarmi scende Fercbe tregua il mio duol non aye altronde. iDdi lace si pura in me trasfonde, Cbe quasi senza vel V alma comprende : Quantu e la su di bello, e come splende Quel Yolto in Giel che poca terra asconde. Dicemi: apprendi che caduca e frale Nel mondo ogni bellezza a morte fugge, E contro morte il sospirar non vale. Ogni cosa col tempo il tempo strugge, Ma se miri il mio ben fatto immortale, Non ha chi lo contrasti, o chi V adugge. Sentimenti amorosi secondo il concetto Platonico, che Dio creasse V anime particolari degli uomini dagli avanzi delVanima universale del mondo. Con eterne faville il sommo sole Suo divino valor nel moudo accese, E quelPalta ragion dal Ciel discese, Ghe spirto infuse a cosi vasta mole. Ma percb6 si belF opra adempir vuole, I preziosi avanzi in man riprese, E vostr^ alma gentil formarne intese Con divine virtudi al mondo sole. E se mille anni, e mille altri compose Spiriti accesi da si ardente zelo, Qualche raggio piu vivo in voi nascose. E 'n porgervi natura il mortal velo Tanta cbiarezza e leggiadria ripose, Cbe ben traspare in voi cbe cosa e Gielo. Desiderio che ha Vanima d*unirsi a Dio, Padre del Giel, che le beiralme accogli Quasi figlie smarrite entro al tuo seno, Dall^ atre nubi a lucido sereno Teco r inalzi su gli empire! sogli, Dal tenebroso carcere ritogli La mia, cli^e mai si presso a venir meno, £ di questo mortal limo terreno La man che pria vestiUa or ne la spogli. Se col tuo sangue ricomprar yolesti Da rio seryaggio i miseri mortali, Gosi gran somma anco a mio pro spendesti; Da si caduchi ben, si grayi mail Per gir lieta a goder beni celesti, Tu sol puoi darle il volo, impennar Tali. DELLA CORTE E DEL RIGIRO DI ROMA, L’ngniaglianza di tutte le condizioni degli uomini alle pretensioni di Roma fa sempre giovevole, sincbe le digniti e le grandezze fiiron premio solamente de'meriti e delle yirth, Capitolo Peimo. La costituzione di questa Repubblica universale di Roma si forma dal concorso di tutte le Nazioni cattoliche, e dalr aMuenza continua de' pretendenti, i quali, gonfiando le rele delle proprie speranze, qua si trasportano da qualunque regione del mondo. Ebbe per suo sostegno nel suo originario Institute quel misto perfetto de' tre Stati Monarchico, Aristocratico e Democratico, reputato per la forma piti durabile, e meglio ordinata di tutti i govemi, dov' ella si man* tiene nella sua bene accordata armonia, e che runo stato di essa ben corrisponde e serve di correggimenio alP eccesso deir altro. Nel Papa risplende la Maest^ del primo, che ha in s^ la plenitudine dell* autorita Ec^lesiastica indipendentemente da ogni altro fuori che da Cristo, di modo che niuno, ne -il Collegio stesso de' cardinali contradice a quel che e' delibera, se non per ragion di consiglio; ne' cardinali, come senatori apostolici, si raffigura lo stato degli ottimati; il quale farebbe perfettamente il suo officio, dove i Papi con esso loro consultassero gli afifari maggiori di Santa Ghiesa; staccandosi poi dalla suprema potesta le deliberazioni ben purgate et assicurate dalle passioni, e da genj; ma T autorita maggiore del Sacro Collegio si conosce nelPInterregno, rendendo i cardinali venerabili a ognuno la voce attiva e passiva che egli hanno al papato negli altri ordini del Clero universale, si de' vescovi, si de' prelati, e si pure de' sacerdoti, e de'religiosi; come altresi nella moltitudine innumerabile de' pretendenti si considera lo stato popolare, imperocche egli avevano grandissima parte nell'elezione de'Papi; a' vescovi apparteneva dare il lor voto per le discordie di Religione, e per la riforma de'costumi Ecclesiastici nella celebrazione de' Concilii, e dal concorso di essi insieme con 1' autorita de' Pontefici se ne formavano quei sacrosanti Decreti. II Clero poi aveva il gius dell' elezione de' vescovi, e questi, quasi sto per dire, indipendentemente reggevano gli affari spirituali e temporali delle lor chiese: masopra ogni altra cosa, che fa riguardevole e stimabile il comune del popolo h, che ciascuno, di qualunque qualita o condizione, e ngualmente abile a divenire Principe, Padrone di Roma, e capo di questa Repubblica, perche la Provvidenza Divina, che la sostiene, a tutta 1' umana generazione benignamente sguardando, h volta con pari misura al bene comune di tutti; appresso di Lei solo le tenebre dell'ignoranza e de'vizi, e la chiarezza della virtu ne distinguono, dove, quantoanoi. roscurita e lo splendore del.sangue, la poverty e le ricchezze disagguagliano. Era danque ben dovere che la Bepubblica generale di tntti i Gristiani si accomanasse a ciascuno, non ammettesse differenza di gradi, ma fosse madre amoreyolo ugualmente di tutti i Gattolici, e fin tanto cbe ella si mantenne nel vigore del suo fondamentale instituto, e cbe gli interessi priyati non guastaron questi ordini, e non isconcertarono U temperamento di cosi ottimo e profitteyol governo, qual requisito migliore potea ritrovarsi, cbe la parity di tutti gli stati degli uomini tanto celebrata a Roma, per costitnirla una patria veramente comune? Cosi invano si sforzavano le due Ministre del mondo, dico la natura e la sorte, di dar talvolta ad un'anima nobile o un vil corpo, o un yil mestiero, e si ad un soggetto di concetti bassi, e di peDsieri oscuri cbiarissimo nascimento, percbe in Roma si uguagliayano gli uomini, yeggendosi taluno col mezzo della yirtu d^ infima miseria a stato reale eleyarsi. Altri, per lo contrario, di gran riccbezza, e di splendido lignaggio in brevissimi spazi yenire al nulla, e perdersi ben tosto fra la caligine della propria ignoranza, per guisa cbe con I'opere solamente lodeyoli^ e giuste, e non con le qualita accattate dalla fortuna, poteya ognuno partecipare di qualunquepiu degna prerogatiya, essere ascritto a quel sagrosanto Senato, e diyenire Vicario di Cristo, e Principe di si gran condizione. Ma a poco a poco una tale ottima instituzione traligno ancb' ella in abuso, percbe tra V ayarizia di que* cbe comandano, e V ambizione di cbi pretende s' introducesse nel Reggimento Ek^clesiastico la parzialit^ degli affetti, e 1' util priyato si mise sotto il pubblico bene. La potesta dello stato maggiore assorbi la forza, e sconyolse le operazioni degli stati minori; ruppersi quelle bilancie cbe teneyano equiponderato il goyemo, e rimase confusa in loro la distinzione de' pesi, si cbe delle tre forme sopraccennate altro non ci resta cbe la figura et i nomi : quindi ^, cbe la parity degli stati nella Corte di Roma senza il pareggiamento de' meriti h dannosa, anzi cbe no, la quale si dee bene reputar dai plebei, cbe s’inalzano indegnamente ad uguagliarsi co^ nobili, non da' nobili, cbe contro a ragione si yengono a pareggiare co' plebei; conciossiacbe in quella giiisa cbe lo splendor e della stirpe non conyiene cbe abbia yantaggio sopra la nobilta de' costumi, e degli ornamenti delP animo cbe illustrano ancbe i piu yili; cosi non debbono pareggiarsi quest! con quelli, quando con 1’azioni virtuose e grandi non si solleyino dalla bassezza di lor natali. Ecco come si sono smarrite le yere yestigia della yirtu cb' erano tanto piii calcate in Eoma, quanto per una si gloriosa competenza gareggiavano tra lore gli ingegni, allorche gli uomini eziandio di piccol essere avean questo unico mezzo di farsi grandi, e che il saper solamente e '1 yalor degli ignobili era preferito alia dappocaggine, e alPignoranza de' nobili. Ma percbe oggi si misurano le abilita degli uomini non da' meriti, o dalle yirtu, ma si dall' interesse e dal genio di cbi comanda, imperciocche gli ignoranti e plebei sono di numero molto maggiore, perde notabilmente la condizione delle famiglie piu illustri, e screditansi i sentimenti migliori di cbi porta gli stimoli dell' onore dalla nascita e dalla educazione: cosi presero yantaggio i costumi peggiori de' mercenarii, e le buone arti, e la reputazione, assodate prima con 1' esempio, e con 1' avanzamento di quegli, vennero a spegnersi del tutto con 1' accrescimento, e con la stima di questi. Per tal via si sono tolti dall'uso comune di Roma tutti i termini dell' onore, restan priye d'ogni fede le promesse et i giuramenti, e dismisersi insensibilmente il yalor dell' animo e i sentimenti cavallerescbi, cbe fanno risplendere un uomo ben nato, e si pure mantengono in creanza e ben collegate tra loro le conyersazioni civili. E perche all' abito clericale non bene si confa V esser pregiato in opera d' arme, e farsi largo con la spada, sottentrano piu ageyolmente nell' usanza degli uomini le occulte ingiurie, e la tacita, fraudolente perfidia, yiepiu da temere cbe non e se affrontata ed aperta. Gobi col dominio degli infimi resta come del tutto abolita la coscienza dell' uomo onorato e da bene, e yiziaronsi ancbe i nobili, percb6 con I'uguaglianza delle fortune indistintamente si miscbiarono i sangui e si corruppero gli animi, lasciandosi yolgere all'uso e alia natura degli altri, e poi yestendo il manto sacerdotale sotto gli onesti titoli della pazienza e della Legge divina, cbe per ogni altra cosa dispregiano, d' ogni generosity si spogliarono, ond' egli hanno convertito in altrettanta vilti d' animo 1' antico sperimentato valore. Per la qual cosa non ci essendo tra gli uomini altro tribunale aperto contro la dislealt^, e contro i mancamenti della parola, se non prendersi (cavallerescamente parlando) V un dell' altro soddisfazione con V arme, perche que8to in Roma sta cbiuso, si sono nutriti, e confermati sempre yiepiu i mancamenti, e gli inganni dalla continiia impunita cbe e' godono senza legge civile o cavalleresca venina. L' interesse dunque si e lo intendimento primario e la scorta de' pretensori, e dove I'uomo studia al giiadagno, per lo pill studia eziandio alia fraude e all'inganno; perci5 i \incoli deir amicizie non li coUega qua in Roma la similitiidine delle nature, o delle virtti, o vero un desiderio reciproco I'uno di giovare all' altro, ma si le congiugne una mutua speranza, cbe ba Y uno di giovare a se per mezzo dell' altro, e dove quelle la fortuna buona o contraria non ba forza per dislegarle, come non ebbe parte nell'unirle insieme; queste la sorte quasi sempre le annoda, et ad arbitrio suo le discioglie. Cbi viene dunque a pretendere a Roma, ricerca sopratutto la traccia degli interessi d'ognuno; e dove trova apertura, quivi s'ingegna di concatenare i suoi in guisa tale, cbe 1' altro si pensi di migliorare per mezzo di quegli le condizioni de' proprii ; lo spendere offizii per motivo di meriti, e di magnanimita di cuore, non e piu in uso, ne le dimostrazioni di generosita ban credenza ; e se talora se ne vede qualcbe atto apparente, dicasi pure cbe e' ci h dentro qualcbe occulto interesse cbe gli da fondamento, e lo muove; altrimenti cbi si fonda sull'aura e corre dietro alle voci, senza cbe e' ci entri di mezzo alcuna di queste cagioni, rimane in poco d' ora agevolmente cbiarito. La speranza di compiacere ad un fautore potente, il reputare cui si favorisce per mezzo efficace a qualunque intendimento privato, fanno operare con caldezza, e chi sapra in Roma rinvenir questo filo, et attaccarcisi con proporzione, avra vantaggio notabile nelle fabbriche de'proprii concetti. L' importanza e dunque conoscer le cose nelle lor prime cagioni, e farsi scaltro nel bene intendere le cifre degli animi, le quali molte volte altro significano neU'interno, di quel che indicano altrui i caratteri esterni. Per tal conto e necesaario lo informarsi de'fini particolari, e de'pubblici, delle nature, de^ temper am enti e de^ genii, delle dependenze e degli odii occulti di ciascheduno ; delle speranze e de' timori, che vegliano ne'cuori di chiunque pretende, e si ancora delle sostanze e delle fortune loro, perche si antiveggouo per questa via di molti successi, e sono tanti sentieri aperti agli avanzamenti altrui, col saper ben yolgersi per i quali, quando la via maestra e chiusa, si perviene sovente col rigiro pe' traghetti e per vie traverse, dove non si e potuto arrivar per lo dritto. Pero si vede che lo interesse affina gli ingegni, e come suol far la virtu, insegna anch' egli a superar le passioni, e molti atti di avvedimento e d'industria, che v61ti a fine d^ onore e di gloria sarebbon virtuosi, si adulterano per la corrotta e maculata intenzione, a che incamminati sono; la soUecitudine, la vigilanza, la destrezza e le altre operazioni migliori delFanima usate ad esser ministre per qualificar le azioni buone, servono per render piu fraudolenti i pensieri viziosi dell' avarizia, della vendetta, deir ambizione, delP invidia, che sono 1 sensi piu comuni di quel che pretendono a Eoma, i quali usando il bene male, e valendosi della piu oculata prudenza per giungere dove essi bramano, avviene che molti si chiamin grand' uomini e saggi, cio argumentandosi dall' operazione de' mezzi, che direbbonsi misleali, pigliandosi la riprova da' fini. Per questo i vizii in mano a costoro peggiorano quel piu, con cio sia che non solo sono prodotti dal senso, ma camminano sotto sembianza d' una simulata virtu, e sono regolati dalla finezza e dal discorso dell' intelletto. Ma odasi cio che dice di Eoma Quinto Cicerone #al fratello quando e'chiedeva il Consolato : «Fissatevi (diceva egli) nell'animo queste tre cose, e dite da per voi stesso: loson uomo nuovo; domando il Consolato; e, quel che e piii notabile, questa Roma e mescolata di varie nazioni, dove sirag^irano molte insidie, molta fallacia, e vizii di tutti i generi. Qui si ha da patire V arroganza di molti, la perfidia di molti, la malevoglienza e la superbia di molti, e di molti pure gli odj, et infinite molestie : m' avveggio ch' e' ci fa di mestieri un gran consiglio e una grand' arte a voler vivere tra' tanti uomini, e tra tante sorte di mali per ischivar le offese, per ischivar le bugie e gli scherni, e per ischivar le insidie; ed e malagevole ad un uomo solo adattarsi a tanta variety di costumi, di discorsi e di volont^, massime che in questo fuor di misura ell' e viziosissima, che posta di mezzo la pecania e' regali, ciascheduno della virtii si dimentica, e della dignita. » Sin quidisse Quinto al fratello; il che ho voluto registrare in questo luogo, accio si conosca che o sia la positura del Cielo, o si pure la necessita de' medesimi fini, negli ultimi tempi della Repubblica Romana (forse come oggi) adulter ati e guasti, hanno come posto i temperamenti conformi; influiscono similmente negli animi la stessa maniera e inclinazione di costumi, e nell' una e nelP altra etade s' introdussero e stabilironsi nella Corte di Roma contro la virtu e contro la pieta della sua primiera instituzione, tutte quelle arti che piu si producono dall' opera della malizia, che dalla carita e dalla devozione. Si puo dunque concludere, che la macchina del rigiro di Roma stia appoggiata sopra I'estremo del vizio, non sopra I'eccesso della virtu; perche qua e talmente raffinata la fraude, che quanto gli uomini sono piu nemici, tanto piu usano tra loro atti di confidenza, e piu liberta di tratto. E le destre che sogliono essere testimonii di fede, sono in loro violate dall' inganno, e dalla malizia di farsela I'un I'altro a tempo e con vantaggio, e quegli solamente e stimato piu valent' uomo, che puo pi^. Quindi avviene che qualunque e reputato uomo di valore nell'altre region! del mondo, venendo a Roma, si perde, trovandosi in una differente scuola da quelle, ove s' apprende ad esser soggetto grande con le virtuose azioni. Quei dunque che si mette a vivere in questa Corte, non basta che e' sia letterato e sapiente, quanto se gli conviene il saper ben discernere i vizii altrui. Ceda pero alio stile del paese, mantengasi nelP arti virtuose, ma assuefaccia r animo educato ne* buoni costumi a non si scandalizzare da' pessimi. Molti giungono a Roma, e se di eubito e all' improvviso loro precipitano addosso similisorte di mali, si perturbano e sovente escono de' termini, e yi ruinan sotto; ma se loro si da punto di tempo, il far passaggio dalla virtu al vizio e molto piu agevole, che non e quello da' vizii alle virtu, perche son mali che feriscono solamente le opinioni accreditate nel mondo, e trapelano cosi ad ora ad ora nella consuetudine e negli animi nostri che altri non se ne avvede ; e, guastandosi poscia, appaiono con 1' uso men disgustevoli, ci si fa il callu, perdecisi la faccia, e non tan to si smarrisce lo stile di operar bene, ma si eziandio 1' arte d^l conoscerlo. Questo si e il vero modo di spegner le leggi, di 6ontaminar la religione, di tor via la vergogna, perche non si ha timore dell' infamia. L'autoritk resta senza un minimo fondamento, 6 gli esempli e le memorie migliori si dimentican tutte. Cosi la fortuna ha deformato la faccia bellissima della virtu. Ognun t' offerisce la vita, il sangue, la roba, quando il bisogno h discosto ; ma quando s' appressa, non che gli amici, i piii cari parenti mutano faccia, e di presente si rivoltano. Gli uomini nocivi sono, come industriosi, lodati, e quegli che tra tanti cattivi vogliono esser buoni, perdono il credito, e sono come sciocchi e timidi biasimati. Eoma finalmente e commercio, dove si spacciano mercanzie di grand' importanza, le quali stanno esposte alia forza della pecunia, che vince tutto, e insieme a chi sa meglio romper la fede, e con piu astuzia aggirar i cervelli, i quali, tutti all' ambizione e al^util proprio donatisi, cercan tirarsi innanzi per quella via, che lor piii torni in acconcio, non riguardando all' onesto ; e perche alia larghezza delle distribuzioni di Roma sempre molti ci pongon 1' occhio per una stessa cosa, quindi deriva I'invidia e conseguentemente r odio tra' concorrenti ; ciascuno spera avanzarsi su I'oppresoione degli altri, e niuno conseguisce una cosa, che non paia ad nn altro di perderla, onde si nutriscono sempre i disgnsti, e qua di continuo sta accesa una guerra civile di competitori, la quale, se fusse in sua liberta e non raflrenata dalle cautele, che lo stesso interesse mette in ciascuno di non gnastare i suoi fatti, si vedrebbono inimicizie scoperte, sollevazioni perpetue, e tale effrenato stimolo metterebbe r arme in mano a ciascuno per cavar V anima alP altro, ma cosi resta il fuoco del? odio racchiuso e coperto in ognano dalle ceneri de' particolari rispetti, e pero altro suonano le parole di quel cbe sentano i cuori. L'apparenza deWoltie totalmente contraria alia sostanza degli animi ; alia largbezza delle promesse non corrispondono gli effetti, ed armasi la fraude dove non puo apertamente impugnar la spada lo sdegno. Niuno percio si stupisca della doppiezza di questo clima, e delle male arti cbe ci s^ adoprano, perche dove lo interesse e la cupidita signoreggia, la virtu vi perde il sno luogo, ed e minor male per la sussistenza del governo di Eoma la simulazione e V inganno, postovi dalla necessita del suo fondamento, che Y impeto scoperto delF ira, instrumento abile a precipitarla ben tosto. Tolgasi dunque, se s5 puo, dalla Corte di Roma il fine del guadagno, o si vero e forza per men reo partito lasciar correre questi mezzi per arrivarci. Vero e che per entro a un labirinto cosi intrigato di tante insidiose e fallibili vie, niuna che si tenga da uno pu6 servire di norma e d' esempio aU' altro; le medesime scorgono gli uni al papato, e gli altri alia propria ruina; e sin quelle della virtu e del vizio ne menano sovente ad uno stesso confine ; la fortuna e *1 caso ci fanno la maggior parte^ e le congiunture son quelle che apron molte volte il cammino, e ne guidano a lieto fine; percio si scorgono gran variety di maniere et infiniti imitamenti di virtu, e di costumi varii per accomodarsi alle opportunity de' tempi, e a quello che altri s' immagina viepiu profittevole. Tutti gli nomini s* ingegnano sopra ogni cosa di parere quel che non Bono, non di mutarsi da quel che sono ; V avaro si vedra talora donar del suo, et usar atti di liberalita, per poter poi torre con piu dovizia V altrui; il superbo e *1 vendicativo riesce pieno di cerimonie saperchievoli e di sommissione ed umilta, per serbar a suo luogo di vendicarsi e di esercitar V alterigia. Chi e piu artifizioso e sagace cerca di far lo stordito, e a bello studio si lascer^ volgere a tutti i genj per apparire altrui facile, e troppo credulo e buono. Alcnni sMmmaginano che il dare ad intendere di essere santo sia il vero modo di tirarsi innanzi ; pero si fingono di stretta coscienza, e col viso pallido, e col collo torto formano V instituto al di fuori della lor vita; ma sotto il mantello deUa pieta e degli scrupoli, le azioni d^ ognuno censurano, tengono mai sempre Farco teso, e sotto specie di bene scoccano a tempo colpi da maestro, che coll^ acume di una sola parola modesta tolgono la reputazione a chi e' vogliono, anzi con un sogghigno che ti fanno talora^ e col tacere, accreditano un^opinione maligna contro a qualcheduno, e non fanno manco male collo star cheti e col celare la verity, che s^ ei rappresentassero il falso ; e quauti ci sono, che della lode istessa si vagliono per ruinar la fortuna di qualcheduno, onde saggiamente di loro disse Tacito: pesHmum inimicorum genus laudantisl Tali sono le maschere varie di Roma^ dov' ognun cerca infingersi di verso da quel che egli e, rifuggendo per meglio coprirsi all' estremo contrario di quel che e' si sente dentro nella sua propria natura. Per tal maniera gli uomini travestono, non ispogliano, le passioni, e da essi i difetti si palliano per non lasciarsi appostare, non si vincono per emendarsene. Di qui e, per quanto io m' avviso, che Roma si dica teatro del mondo, perche compariscono in esso tutte persone contraffatte da quel ch'elle sono; chi e d'un partite, a un tratto diviene sviscerato dell' altro, e, secondo che vuol la fortuna, si veggiono tuttodi cambiare varie sorte di scene, I'invidia, la malignita e lo sdegno, e si amore fa le sue parti, per6 1' amor proprio, che quanto h piu tenero di se stesso, tanto h piu crudele nel tiranneggiare altrui. Questi h quegli che raggira tutto, muove gli ingegni e le macchine, e apre tante sorte di vie, le qaali si trovano tatte piene d^ impedimenti e di spine, fnor che quella della moneta, o pure d' accomodarsi ai genj di chi govema. Di queste, la prima non e battata per tatti, e chi ne ha 1 modo diviene superbo, imperciocche gli pare di poter soperchiare gli egoali, e riescon costoro per la maggior parte ignoranti, perche fidandosi nella forza di loro ricchezze non fanno procaccio di altri mezzi per rendersi degni, e rade volte accade che Domenedio accoppj negli uomini i beni della fortana e quegli dell'animo. Alia seconda, di seguire i genj, e piu acconcia la gente d' animo e di nascita vile, che non sono gli uomini ben nati, e virtuosamente educati, percio quegli ban piu vantaggio nel prender le inclinazioni de' Principi, i quali, per quanto amino I'ossequio e la riverenza nel pubblico, aborrisconla in privato, perche lor reca soggezione ; pero scelgono per loro domestici uomini entranti, prosuntuosi e arditi, e soyente yiziosi, in essi confidano, scuoprono i lor pensieri, e le loro magagne sicuramente, e se ne vergognan meno che non farebbon co' savii, co* virtuosi, e con le persone moraK; quegli dunque piu agevolmente s^ inoltrano nella lor grazia, e con essa montano piu presto in altezza, e torniam dunque a dire, che nella corruzion de'costumi e utile si de'plebei, ma notabil danno de' nobili la parity degli stati tanto celebrata a Roma. Imperciocche salendo in gran posto la gente bassa, e condizione mutando, non lascian i vizi da privato, ma piglian ben tosto quegli de' grandi, e le virtii non V imparan mai; e come e costume degli infimi esser nelle avversitadi abietti, e nella prosperita insolenti, cosi essi, come da prima a' maggiori servilmente obbediscono, cosi di poi a' minon imperiosamente comandano. £cco perche la nobilt^ si co^ rompe, conciossiache dove innanzi, premiandosi sol la virtiir con essa si adornavano gli animi e nobilitavansi eziandio de* plebei, oggi per avanzarsi conviene che s' awiliscan coi vizi i buoni costumi, e corrompasi la coscienza de' nobili; ma chi ha stimoli d' onore, per quanto e' s' ingegni nelle cose lecite e oneste di andare a' versi di chi governa, non ci si abbandona poi talmente che e^ chiuda gli occhi a quel che si dee; andra penetrando le inclinazioni, e con quelle procurera si di confarsi, ma insieme studiando di acquistare stima d* uomo da bene, e concetto per la virtu, non perche questa debba avanzarlo, ma perche tirato avanti uomo virtuoBO almeno ne adonesti V avanzamento, a lui se ne ascriva la gloria e '1 merito ; dove quando si viene innanzi senza virtu, tutto s' attribuisce alia sola fortuna, e sovente volte rinalzamento di questi fa spiccar meglio ie macchie de^ loro demeriti alio splendore della dignita medesima, che indebitamente loro e stata concessa; questi esaltati ricevon appena che un applauso lieve del volgo, che e guidato dagli eventi, e lasciasi abbagliar la vista dal lampeggiar deir orpello; ma il meritevole, benche dispregiato e negletto, ha per se il partito de'savi, che col paragone della prudenza discernono anco per entro alia rozzezza e alia oscurita dello state la purita perfetta e la chiarezza delP oro. Gran forza e quella della verita, che finalmente non ha paura della bugia, e si schermisce da se contro Pingiuria de' tempi, e contro alia malignita degli uomini, ne e mai pericolo che i concetti ben fondati de' pochi restino offuscati da' giudizi vani de* piii ; la virtu rifulge eziandio dentro alle tenebre, ne s' imbratta mai^ perche se la tenga sotto i piedi e in mezzo alle sordidezze della poverta la fortuna contraria. Ella si fa conoscere, e place eziandio ne'nemici, non che negli uomini miseri. E se un uomo degno non e portato a gradi maggiori, il biasimo torna addosso a chi dovea avanzarlo, e non a chi riceve Tingiuria. Sarebbe bella che il credito d* un uom meritevole avesse a dipendere dal capriccio d' un Principe molte volte poco prudente, e che gli s' avesse a rivoltare la mala ventura in colpa ! Infelici dicansi coloro che non hanno meriti^ e percio ne anche reputazione, quando bene sono aggranditi, perche troppo ben si discerne quel che ne dona la virtii, da quelle che ne comparte la sorte, la quale puo ben rendere gli uomini miseri, ma non gli pu6 gia render indegni; anzi essa molte volte sostiene gli non degni per non gli lasciare in preda alio scheme e alia lor propria ruina, dove i virtuosi tien bassi, perche non abbiano tant' arbitrio e autorita sopra gli altri;posson ben essere ugaali i gradi degli onori tra gli uomini tanto buoni, quanto cattivi, ma saranno sempre disugnali que' della gloria ; nb perche i peggiori s' armin d' invidia e di fraude, et allora acquistin potenza, posson mai con gli uomini savii gareggiar di virtii, avvenga che e' si trovino in bassissimo stato. La virtu dunque nella Corte di Roma sempre adonesta gli avanzamenti, quantunque non abbia parte nelr avanzare. Ma la fortuna e quella che distribuisce le grazie, la quale sul bel principio fa pomposa mostra de' doni suoi, e pare che ella si faccia altrui innanzi col viso lieto e col grembo aperto, ma di subito poi cambia faccia, e vuol vender carissimo quel che ella offeriece in dono. Stolto e colui che abbandona la propria quiete dietro alle sue fallaci lusinghe, e che a guisa del Cane d' Esopo lascia il ben eh' ei possiede, per gir dietro ad un' ombra d' un meglio dubbioso. fi vero che alcuna volta ell' aggrandisce una casa e quella riempie di tutti i suoi beni, e sta in suo, arbitrio d' alzar gli uomini ad esser pari e superiori de' Re; ma quel che ella dona ad una famiglia, sel fa pagare a gran costo della roba, del sangue e della reputazione d' infinite altre, e per una ch' ella soUievi, mille sotto la sua condotta pericolano. Laonde mi sembra su le rive del Tevere fiorire piu che in altro clima quell' albero fruttificante, onde alcuni Poeti favoleggiarono che si ritrovi nelle larghe e fertili possessioni della fortuna, da' cui sempre verdi rami pendono frutti di varie sorte, e non meno degli amari e velenosi, che dei saporiti e soavi, di quegli che porgono altrui salute, di quelli che danno la morte. Alle cui radici anelano i pret«ndenti ambiziosi, tanto i nobili, quanto i plebei, tanto gli idioti, quanto i dotti, gare^giando tra loro de' posti migliori; quindi s'odono tuttodi querimonie I'uno dell' altro, quivi essere gli uomini martoriati ognora dalla lunga impazienza: e chi potrebbe esplicare lo sbigottimento, il dibattito, e I'ansieta di colore, che stanno a gola aperta bramando che caschi loro qualche vivanda megliore ? Chi si vede appena giunto con piu improntitudine degli altri romper la calca, et accostarsi di subito a pi^ del tronco, V uno, che non paia sue fatto, si sospinge oltre tra gente e gente, oh' altri non se n'avvede. Chi corrompe qualcuno per farsi far largo, e finalmente ognuno si studia con que' modi ch' e' puo di passar oltre, et alcuno, giuntovi sotto, ci s' inerpica sopra. Quelr altro il prende di dietro, e s' ingegna di trarlo a basso, 6 per tal modo tra tanti contrasti e tra le scosse dell' albero, dove cade una cosa e dove un' altra ; e a colui che a pena v' arriva cade un porno de' piu delicati e salubri ; a coloro che piu lo sbattevano, cadono in mano le foglie, a molti piovono i fiori, talora un ramo si scoscende, che percuote chi si era fatto piu innanzi, e con furia ricaccialo indietro. Et ad alcuni vien cadendo da ultimo qualche frutto sustanzievole, quando, gia ritiratisi indietro, pareva di loro ogni speranza fuggita. Ne piu ne meno avvengono gli accidenti di Roma; non ci ha regola per argomentare gli eventi, ne si puo ben giudicare il punto cattivo, o '1 buono ; ogni voce, ogni atto, ogni sospetto gli muove e perturba, gli attrista^ gli allegra; ora le speranze si risuscitano, ora si moiono, quegli si picca di sgarir la fortuna, e si trova alia fine sgarito ; questi con la pertinacia la vince, e in cotsll guisa senza riprova alcuna di quel che abbia av venire, gli uomini, fortuneggiando in Roma tra venti contrarii, sono in qua e la da varii flutti e da varii casi sempre vacillando menati. Impercio accade che alcuni gia con le membra cascanti e deboli tornano ad esser da capo, e pur ritengon viva la loro ostinata ambizione, e andando invano per tutta la lor vita dietro alia gloria e agli onori, inonorati rovinano ; perch5 e' si vede chiaro la fortuna non voler mai ad alcuna legge soggiacere degli uomini, ed ogni regola, ond'ella si voglia acciuffar pe' capelli, riesce vana et inutile, perche d' ordinario da chi la segue si scosta, et a chi piu la fugge, e a lei non bada, va incontro : cosi a Saul, che cerca I'Asine, getta nelle mani un Regno, et Assalon, che va dietro al Regno, trovasi per la chioma appiccato ed ucciso. Quant o e bella Roma, quanto e ella appariscente a chi la uiira in un' occhiata, a chi n' ode parlar di lungi ! Quanto ingegnosa e colma d' industria, quanto e devota e santa, quanto e benigna e cortese, quanto di tesori doviziosa e prodiga a chi la vede nel frontespizio, e nella superficie di fuoril Ella si scorge alzarsi al Cielo con superbi edificii, testimonii marayigliosi deir antica grandezza, delP onnipotenza Bomana ; qua V abbondanza delle statue e de^ marnii fanno sin oggi risplendere la maestria e Greca e Latina. Qua i giardini vincono quegli dell' Esperia e gli Orti favolosi d' Armida ; le fontane paion fiumi volanti per 1' aria e tutte le altre delizie di Eoma tolgono il yanto al lusso, alle sontuosita de' Persiani. Se le devozioni isguardiamo, qua tutti Yocaboli di pieta, titoli di carita, ammaestramenti di pazienza, e atti di umiltade. Qua Corpi e Sangue de'martiri, qua raemorie scolpite di virtu cristiana. Qua Templi marayigliosi, che fanno fede di religione ben fondata; qua tutti gli aruesi piu sacri e piu yemerabili, si della nascita, si della vita, si della morte di Cristo rifuggiti a mettersi in salvo nel Grembo della sua Ghiesa; e di questa chi ne siede al governo, se non il Vicario di Cristo? Chi ode i complimenti e le o£ferte, chi da orecchie alle cerimonie, agli accoglimenti de' cortigiani, incontra subito maniere dolci e aggradevoli, parole significanti stima ed affetto. La casa, via rojba, il sangue e la vita non par che sia propria, ma in preda al servizio et a'vbleri d'ognuno; la sommissione assoggettisce altrui, si contrasta tuttodi non il prime, ma r ultimo luogo; si fa a gara a chi vuol essere piu immeritevole, piu servitdre, piu minimo di tutti gli altri. Chi non esagera a prima giunta la prontezza degli amici, le grazie e '1 patrocinio de' graiidi ? Chi considera le ricompense che ci sono, i premii proposti, 1' entrate grossissime a vita, che non si sa onde si vengano, il dominio sopra di esse negli altrui stati, che i Principi proprii non ci posson metier la mano, le dignita eminenti, le grandezze, le porpore, e '1 poter comandare, e sovraneggiare al mondo intero, a che ognuno puo giugnere? Qual altrettanto maggiore invito possono havere g\i stranieri per correre a si belle, a si pregiate fortune ? Ma chi poi penetra a dentro, chi pon V occhio con attenziono a quel che e Roma sotterranea, dico sepolta ne' cuori, nelle menti de' pretensori, negli animi di chi domina, trova ben il contrario di quanto ella fa pompa di fuori. Le delizie di Rama sono il piu delle volte veleno ; sino i giardini, e le foreste a chi troppo ci bada V uccidono ; le macchine piu superbe e piu maestose sono oggi guaste, e rotte, e minaccian sempre rovine. L' arti e' costumi che ci s' adoprano son molto poco conformi a' titoli di santit^ e agli abiti ond'essi rifulgono ; le Reliquie e' luoghi santi a pena restano esposti al culto e alle visite de' Pellegrini, e servon nel resto per istrumenti d' ipocrisie, e per metter al coperto le passioni e gli affetti sregolati de' grandi, e sin Tautorita apostolica la fanno far gioco alia potesta temporal e e agli interessi di chi si vuole aggrandire. Le cirimonie e le cortesi maniere, che son' elleno altro che parole senza significato bfferte, e sembianti senza affetti, e una vana significazione di onore p'osta nell' apparenza de' volti e vana, in quanto e' s' onorano in vista coloro, i quali talora si hanno in dispregio ; bugie le quali bene spesso si rivolgono in tradimenti, e infine un capitale di finzioni e di lusinghe in diritto ad un grosso e disorbitante guadagno, se i premii, le facolta immense, e le grandezze, queste si dispensano ad arbitrio, e non per giustizia, e tutto quello che faceva star bene molti degni e meritevoli, cola tutto ad arricchir6 smoderatamente una sola famiglia? Qua finalmente sotto la formalita de'nomi e dell'abito esterho e sotto speciose voci si nascondon le occulte Industrie; sotto le lodi delle virtu si usano di nascosto i vizii, pero in Roma si sostengono le opinioni e le apparenze, piu che le operazioni del bene; si fa caso degli errori superficiali, e gastigansi con severitii le parole ne'poveri e neMisgraziati per tener in piede i piu grossi, e far godere V impunitade a' maggiori. Per tal via co' riti e coUe formule, co' titoli, co' vestiti, con le Congregazioni, co' solennizzamenti si tesse un ordine bene ag^ustato, che forma il ritratto apparente di Roma, significante altrui quello ch'ella dovrebbe essere, non quelle cVella e, dentro alia quale si cela un disordine, e un caoa di fini, di speranze, di timori, d' incamminamenti a caso, d' accident! impensati, d'odii, di finte amicizie, di gelosie, di martelli, d' invidie, di beni, di mali che non s' intendono, non hanno riscontro, e tengon le menti degli uomini mai sempre sospese. Perci6 si veggono i pretendenti sempre mesti, sempre astratti da loro stessi, e si per la continua apprensione di loro medesimi favellare come matti perche non ritrovan mai il bandolo in gual posto si dieno dell' amicizie, dei favori, delle speranze, e delle paure nelle quali e' si trovano martirizzati in ogni tempo su la ruota della foriuna, guidata dall' ambizione e dalP interesse, dove sta fondato e si regge questo governo di Roma. Per la qual cosa egli e molto ragionevol di credere, che la divina onnipotenza lasci correre questi vizii e queste macchie nel rigiro di essa, perche a quest' ombra riluca quel piii la verity infallibile della sua Chiesa e I'autorita ben fondata conceduta all'altissimo ministerio del suo vicario in terra, a fine di far conoscere che e' ne ha dato il reggimento a uomini che hanno il libero arbitrio, e che possono involgei*si fra le passioni mortali e terrene, benche non errare nel maneggio delle cose celestiali e divine ; e cio contro 1' ereticale nequizia, che presume temerariamente controvertere, per li abusi della corte de' preti, la potesta che e data loro miracolosamente da Dio. Come tutti 1 Goyerni eye s*intruda Tavarizia e T ambizione royinano, e quello di Boma con esse piti che mai si sostiene. Capitolo Secondo. Con r occasione del primo Capitolo mi vien in acconcio di far meco medesimo considerazione, per qual maniera il governo di Roma, il quale nella poUtica e nel rigiro de' pretendefUi si regge su' fondamenti dell' interesse e dell' ambizione, pur si sostenga e viva, mentre tutte le altre forme di Stati, dove s' introducono si fatti vizii, per quella guisa che apertamente dimostrano gli esempli antichi e moderni, cosi agevolmente si spengono, imperciocche essi vizii sono il tossico che la giustizia distributiva corrompe 6 distrugge, senza la quale riman cadavero, e impercio senz'anima e senza vita ogni Stato. Egli h dunque in prima da sapere che lo intendimento della giustizia distributiva si e d^uguagliare gli uomini sotto le leggi della virtu, pareg^iare in loro gli eccessi delle fortune, e solo V uno dalF altro distinguer secondo che i beni delFanimo, non quelli del corpo, fauno gli uni piii degli altri rilucere. Questa tende ad abbassare la superchievole baldanza de^ ben avventurati e de' ricchi, e soUevare altresi la virtu e la modestia do^miseri; per tal via si minuisce il soperchio alia fortuna mal adattata, e rifannosi i danni, ed arrogesi al poco di chi e uomo prode, ma dalVingiurie della sorte contro al dovere abbattuto. Cosi i grandi non sono della sorte seguaci, anzi essi correggono i difetti di quella, e fannola divenir premio della virtii; imperciocche non ci e cosa che maculi i cuori di ruggine peggiore, quanto il ferire gli uomini nella stima di lor medesimi, che e la piu potente passione che ne domini, delF amor proprio. Per6 la di£Perenza infra gli uguali, che si fa o per ragion di ricchezze, o per genio, e non per motive di virtu, che e un contrassegno lucidissimo impresso nelP anime, che distingue gli uomini V uno dall^ altro, produce sovente che, per uno che si grati£chi, mille se ne offendono, e Pamore che si sveglia in quelle, non pu6*agguagliare gli odii occulti che si destano in tanti e tauti altri: e siccome, difiPerenziando le persone a capriccio, agevolmente si spingono gli uomini alia impazienza e a^ rancori ; cosi, distinguendoli pel merito, si accrescono negli altri gli stimoli alVoperar virtuoso et onesto. Per tal modo gastigandosi i viziosi, e i migliori e i piu degni premiandosi, s' uguagliano quelle bilancie, che conservano in equilibrio i governi, tolte le quali tutto si confonde e disordinasi, conciosiacosache si destano le invidie, e quindi a tempo e a luogo tutte le sollevazioni civili. E questo perche non ci ha favilla che nodrisca e accenda sdegno piu fervido nelle menti de' valor osi e de' saggi, quanto il vedersi oltrepassare soggetti facoltosi e ignorantL PercHe messer Domeneddio ha messe le differenze delle facolta e della potenza tra gli uomini, affine di lasciar loro 1' arbitrio della giustizia distributiva, BOYvenendo i mono ai piii bisogaosi, e dal fango il pregio della virtu sollevando; anzi perci6 negli Stati cbe sono d^ ugaaglianza amatori, e^ titoli e le dignitli, che dispareggiano J gradi, senza misura sono dannevoli, dove postergati i rigaardi di chi e piii degno di piacimento si scompartiscono, e per inclinazione de* grandi; e non pare le retribuzioni piu sustanzievoli, ma eziandio gli atti semplici d^ apparenza e di stima mal ripartiti partoriscon de' mali nel consorzio civile ; e viepi^ d^ ogni altra cosa cnoce a chi merita veggendosi, o per trascuraggine di mente, o per piacimento mal regolato di chi govema, scemar senza ragione da quel grado, ov' ei fu una volta debitamente locato ; imperocche e nemica mortale la nostra natora di tornare indietro, e *1 piu possente affetto che h in noi e il pregio in ciascuno di se medesimo, il quale com' egli e in minima parte deteriorato et offeso, sempre dispiace; ma dov' egli h offeso senza ragione accendesi un' esca, e risvegliansi si fatte scintille, che dov'elle havessero libero il campo, o le congiunture V aprissero, s' allargherebbon bentosto in un gravissimo et inestinguibile incendio. DIALOGHI FILOSOFICI, IL TIMEO. Delle idee. Dafinio. Scusatemi, a interrogare per questa volta io voglio essere il primo. Desidererei capir bene innanzi a ogni cosa, qual differenza si faccia dairidee agli Esempli? Buonaccorsi. Quella che si fa dal proponimento primario nella mente dell' Architettore a' disegni. Secondo questi, donque, volendo Iddio che le forme si stampassero del mondo sensibile della natura nella materia, non parye degna cosa a Platone che quella penetrar dovesse nel segreto di si alta mente a contemplare quegli originali eterni ; onde e' presuppone che per via delPanima se le ne faccia vedere cotesti esempi. Imperfetto. II medesimd appunto intese il Petrarca, ne e vero? e'ldistinse in quel suo maraviglioso sonetto, che qualunqueabbia buon gusto nella Poesia Toscana sa per lo senno a mente: «In qnal parte del Ciel, in quale Idea £ra V esempio onde Natura tolse Quel bel viso leggiadro, in ch' ella volse Mostrar quaggiti quanto lassu potea? > Insomma e' dicono il vero, e' fu grandissimo Platonico. JBtwnaccorsi. — Tale appunto si e la distinzione che fa il Timco dairidee agli esempi. Magiotti. — Ora a voi appartiene, signor Gioseppe, di dame piii ohiaramente ad intendere il valore di queste Idee, onde voi siete state richiesto. Buonaccorsi, — Avete ragionato si dottamente, che a me non mi da il cuore se non di autenticare, secondo lo incominciato ordine, quanto avete detto voi con esso 1' autorita di qualche valent' uomo e del medesimo Platone in varj luoghi di altri Dialoghi, che ne favellano ; e avvenga che io avessi stimato starmi meglio il tacere, e ch' i' non abbia veruna fidanza di potere internarmi tant' oltre per andare del vero alia radice, e per recare lumi maggiori ai nostri intelletti, come di cose che troppo in su, ch' essi non vanno^ hanno la residenza loro ;' pur tutta via (come Plotino ne ammonisce) h degna cosa si alti principii udire, e udendogli ammirargli, e ammirandogli stimarsi beato nel riconoscere il loro autore. Pregovi ben, Don RaflFaello, a soccorrermi di quando in quando, secondo la memoria vostra e il vostro felice ingegno nuove cose da dire vi suggeriscano : ma per dare autorita a quanto discorso avete sin qui d' intorno al mondo intelligibile, e all' Idee che si contengono in grembo a Dio, ascoltate, di grazia, come tutto cio in due versi mette Boezio nel suo libro De Consolatione: c Tu cuncta superno DucM ah exemplOf pidchrum pulcherrimiu ipee Mundum tnente gerens aimilique imagine format. » Qui dunque ripigliando i nostri detti, signor Magiotti, io non vi niego che Platone, se alcun raggio in lui di verita rivelata fosse disceso, il quale aperte meglio le.vie della mente gli avesse, e ch' egli con ragionevole occhio vi si fosse rivolto, ch'e'poteva per awentura giungere a piu appropriata definizione delle divine * quality ; ma non pertanto egli e di somma lode meritevole, avendo per nn certo 1ampeggiare solamente di natura, e in forza (siami lecito dir cosi) di piu che umana immaginazione favellato di quelle con tanto decoro e si al vero approssimatosi e toccolo in molte proporzioni; anzi, che dich'io? e'mi sovviene presentemente de^ lumi soprannaturali ch' egli ebbe dalla legge Mosaica, nel tempo che nell'Egitto e'peregrino, come sanGiustino Martire attesta, filosofo molto celebre della Scuola Platonica. Ma il proferire molte di si fatte proposizioni, ch' e' vi apprese, non estimando cosa sicura per timore degli Atoniesi e delle rigorose pene delPAreopago, contro chiuDque rinnovare osasse cos'alcuna d'intorno alia loro religionC; quelle medesime procuro avvedutamente di farsele proprie, e sotto gli oscuri velami delle filosofiche speculazioni la verity Teologica ricoprire. Impercio dice il medesimo Santo, quando Platone esplica nel Tinieo la natura d' Iddio, dicendo come poco anzi vi recitai : « Primieramente egli e da sapere che cosa sia quello che sempre e, e che non e generato, e quello che e generato, e voramente mai non e; > che ci6 da Mose e^ ricavasse, cui Iddio apparendo la prima volta disse: « Io sono quello che sono. » E mandandolo agli Ebrei comand6gli che dicesse loro ecu le stesse parole : « Colui che e, mi ha mandate a voi. » E il medesimo Santo Filosofo soggiugne, che quello che parimente in un altro luogo mette Platone : « Certamente Io stesso Dio, come suonan le antiche parole, comprende il principio, il fine e il mezzo di tutte le cose, > per « quelle antiche parole > la legge di Mose egli intendesse, ma che non ebbe in animo far di lei menzione, sapendo quanto quella dottrina a' Greci contraria fosse. E parve al detto Santo non altrimenti potersi intendere conciossia cosa che e' mostra aver raccolto e da Diodoro, e da altri storici Mose essere stato il piii antico legislatore ; anzi quando egli le leggi promulgo, i Greci non avere ancora le lettere ritrovate da poter scrivere le Storie. E dell' Idee, ne piu, ne meno, onde noi al presente favelliamo, crede san Giustino che Platone da quel luogo della Genesi le abbia tratte tradotto dal Santo, e cosi dal greco a noi portate: « Che Iddio in principio fece il cielo e la terra ; e che la terra era; pero non ancora visibile e fabbricata. > Dove il santo filosofo giudica quel detto da Mose « che la terra era > essersi inteso per la terra che prima era; impercio che aveva detto Mose : e della medesima similmente detto avea: «Fece Iddio il cielo e la terra; » stimo che volesse intendere quella secondo r Idea ch' era avanti nella mente d' Iddio essere stata creata sensibile. Per la qual cosa non a caso favella il nostro filosofo veramente divino, ed e degno di somma commendazione, massime ch' egli era della scuola di Parmenide, il quale a differenza di lui mesce insieme e confonde le superne e divine cose con esso le inferiori e naturali, e Dio stesao con la materia e con Tuniverso sensibile. Dove il divino nostro filosofo il valore riconoscendo sovra il natural corso ammirabile di colui, pe '1 quale et a cui tutte le cose vivono, di somma reverenza esser degno, e si egli solo essere di sapienza e di potenza infinita capace, con singolar riguardo in ver cotanta perfezione, le distingue nella sua immaginatura e trova la via che le cose di sopra adoperino in quelle di sotto senza permischiamento insieme; e f a i suoi sforzi. con r acume di sua mente di adattare le misure e 1' ordine di atti succedevoli nelP infinite, le differenze di gradi e la variety dell' Idee nel Medesimo, e la moltitudine nell' unitade, senza Tanita disgiangere, senza diversificare il Medesimo e senza t6rr6 V incommensurabilita e la perfezione assolnta deir iQfinito. Con le cui sottilissime considerazioni di cose incompatibili fra loro, e si impossibili secondo lo nostro compasso, rasseiubragli poter reggere i miracoli soprannaturali della infinita onnipotenza diyina, e se non co* termini nostri corti e finiti renderne bene intendenti di si alte maraviglie, metterne almeno tra via, e recare un certo bagliore alle tenebre di nostra ignoranza, che si alto splendore da per se non patisce, accio che quindi staccandoci dalle cose inferiori spicchiamo un volo piu in su, che conceduto ne sia a formare giudicio di un Dio, delP Autore della natura, della Primaria Cagione, e delle operazioni eccelse che a Lui solamente possibill sono. Viene, dunque, e cosi favella il Ficino a interpretazione de' sentiraenti platonici intorno all' Idee, che la mente divina e forma di tutte le forme, e Idea di tutte quante V Idee, la quale in se tutte le comprende. Ora, perch^ la* forma termine si chiama e mi sura, misura e termine alle cose do-^ nando; il Sommo Bene, la Divina Mente (aflterma Plotino) come forma di tutte le forme, e misura e termine di qualunque cosa che sia, il che autentica mirabilmente il nostro autore nel Filebo, chiamando il Sommo Bene principio e misura dell* universe cose che sono. Imperfetto. — Verbigrazia, V Idea sar^ il genere di tutti i generi che piglia e abbraccia in se tutte le forme, tutte quante le specie visibili delP universo, con esso gli individui ancora. Luigi, — r mi sarei presupposto che I'ldea universale fusse il genere di quelle idee che dalle scuole volanti si tengono e sparte per V aere, e per6 fuori della Mente Divina dimorare, e che da esse tutte le speciali cose pigliano Pessenza loro. Buonaccorsi, — La divina mente, come Idea di tutte le idee, in se non comprende coteste si fatte Idee, comunque se le figurino o le scuole nella guisa che voi dite, o qualunque altro si sia, ch' io non vo' perder tempo al presente e starmi ma pensare s' elle ci sieno veramente, o ch' elle vagliano. Affermo bene che cio il nostro filosofo iu alcun modo non tenne, siccome da vari luoghi apertamente si ritrae, ne sono in quella sovrana Mente le forme delle sensibili cose, ma si bene le Idee delle forme, come che da lui merce dell' Idee queste abbiano 1' esser loro. Impero che V Idea mancando di tutte le Idee, la forma mancherebbe di fcutte quante le forme, e fiiiirebbesi il mondo, nello stesso modo dove non si trovasse piu facitore di vasi, o di essi vasi le forme rompendosi, il vasajo non ne farebbe piu. Per questo ne avvertisce Marsilio, che le forme, sostanze non sono, ma si iniinagini solamente delle vere sostanze e queste sono le Idee, cui le sensibili forme si rassomigliano, come le ombre a' corpi. E Alcinoo a piu distinto spiegamento : L' Idea rispetto a Dio 6 la sua intelligenza ; per rispetto al mondo sensibile Tesemplare; rispetto a se stessa Tessenza. Di maniera che Tldee non sopra alcun fondo materiale e corporeo riseggono, ne tra loro si confondono, come le forme su la materia; per lo che tra V Idee della Mente Divina e le mondane forme, yerun' altra simiglianza non ci ha, salvo che quella, la quale e da un ritratto air originale ; anzi e molto piii divario senza paragone tra quegli infiniti originali e perfetti di vera e incorrotta sostanza, che nelP alto segreto di sua mente il Supremo Artefice riposti tiene, i quali per via di disegni ed esempi dalla natura si copiano, che e' non e infra una tela dipinta e un uomo vero e di carne viva. Con cio sia cosa che questi quantunque tra loro diversissimi, pur tutta via alia materia universale riferendosi, posson chiamarsi tutt' una ; ma qual similitudine ci puo egli entrare tra la Divina Essenza infinita e perfetta comparata con essa la materia abitacolo di tutti i difetti, di tutti i mali V L' Idea dunque di ciascheduna cosa, benche in riguardo al nostro intendere di diverse cose paja composta 8 da movimenti vaij distratta in qua e la; in Dio elP e una sola, 6 semplice e ferma ed eterna, possedendole tutte insieme ristrette e present!, che pe' nostri fallaci giudicj vengono rimescolate, e rivoltolate col tempo, come delle sensibill forme adiviene, e quasi elle fossero appunto volanti a caso fuori di Dio, perche noi non siamo atti a concepire com' elle riseggono in Dio ; ma non mai fuori di Dio proferi Platone ch' elle si dimorassero, mentre e' disse poc' anzi: Lui nel fare il mondo avere imitato un esempio eterno e non generato : e poco piu in giii, ch' e' formo 1' universo simigliante a se stesso. Per qual modo dunque fuori della Divina Mente potea un esempio eterno trovarsi, e come rassembrar lui, se gli originali, onde il mondo e' ricavo, fossero fuor di Lui? Fermisi dunque su '1 presupposto platonico ch' e' ci sono le Idee, ed essere nella Divina sua Mente; impero che quale osera mai affermare che Iddio alcuna cosa abbia fatto, la quale prima col suo alto intendere esattamente riconosciuta non abbia ? Ora s' e' la riconobbe avanti di farla, erano appresso di lui si fatte cognizioni anticipatamente al mondo creato e queste quelle sono, che dal Timeo appellansi Idee. Ma odasi di grazia Alcinoo che sopra cio lo comenta : « L' Idee intendimenti sono di Dio eterni e perfetti, e quindi gli esempi eterni parimente di tutte le cose che dalla natura si fanno dependenti dal principio esemplare ch' e 1' Idea di tutte le Idee. » Ed eccovi pure in questo luogo distinto 1' esempio dell' Idea, si come dianzi vi si accenno. Bafinio. — Sono considerazioni altissime (egli e vero) di quel finissimo ingegno, ma io le ho piuttosto per immaginazioni concepute nella sua mente, che per immagini eterne della Divina. Impercio che da Dio si opera in an istante, e non con atti disgiunti e temporalmente. Buonaccorsi. — Da Dio si opera in uno stante, non ve '1 saprei contradire; ma tutta 1' Etemita e un punto presenter ed instantaneo dinanzi et lui (come poco fa si ragiono), e nel suo infinito indivisibile tutti gli atti, che differenti e innumerabili sono appresso di noi, i quali per nostra imperfezione d'intervalli di tempo abbiamo mestiere per pensare, nonche per adoprare, appresso di Lui e un atto unico e solo, e permanente, e impermutabile; e a volere che lesae opere temerarie non fieno ed a caso, conviene abbiano innanzi all' opera lo intendimento e la precognizione, le quali da noi due operazioni separate si giudicano, 1' una innanzi all'altra; ma in lui in un istesso punto si accozzano senza differenza di tempo ; e tale anticipata cognizione 1' Idea primaria si e, dalla quale si abbracciano in s^, e contengonsi tutte quante 1* Idee ; e pero non senza molta ragione potette intendere il nostro filosofo e tirarlo all' Idee (come dice san Giustino martire)quel luogo della Genesi: « Che la terra era, > come sopra memorato abbiamo; ma che tale precognizione per r Idea antecedente all' opera pigliar si debba, cio ne viene con aperta sentenza dichiarato e rinforzato dall' acutissimo Vescovo Hipponense nel libro Della Cittd d' Iddio, Qual vero religioso potra negare le Idee, o non professarle per vere? Certamente nessuno il quale non ardisse afFermare che le cose che da Dio sono, non abbiano motivo ond' elle sieno, n^ da lui sostenimento ricevano, e cho quello che per lui si fa, senza conoscimento o ragione si faccia; che sarebbe un volere ch' egli operasse quanto egli adopera sconsideratamente e senza badarvi; le quali cose essendo fuori di ogni ragionevol convenienza, egli e necessario di confessare I'ldee. E nello stesso luogo riferisce cio che spiega Varrone, che la favola di Minerva, nata dal cervello di Giove, dell' Idee simbolo sia, le quali in una perfetta e intera sapienza si ragunano nella mente divina. Ma questo e poetico ritrovamento, dove con verita infallibile la sapienza che ha sua sede nella mente divina pare che questo accennar voglia, mentre cosi parla essa medesima di suo nascimento nelP Ecclesiastico : « lo dalla bocca dell' Altissimo uscii fuori e primogenita sono di tutte quante le creature. » Anzi dove dal santo Vescovo medesimo s' interpreta quel luogo di san Giovanni, testimone si veritiero delle cose soprano: s' intende cio delle medesime Idee, per tal modo discorrendola: « Quello che per esso fatto fue e vita; intendesi in Lui, nella qual vita vide tutte quante le cose quando e' le fe', e cosi fecele si come e' le vide, non fuori di se stesso veggendole, ma dentro se stesso e per si fatta maniera annoveio tutte le cose che e' face. > Che avete voi da ridire signor Dafinio verso un veracissimo maestro Cattolico? Dafinio, — lo oppongo a fine d' imparare, non per contradirvi. MagioUi. — Eccomi in vostro aiuto,^ signor Gioseppe, con un liiogo di Giob che mi e paruto addirsi con maravigliosa convenienza alP Idee. Da esso si fattamente si descrive la sapienza con la quale il sommo Motore fe^ il tutto. « Onde viene la sapienza, e quale e il luogo deir intelligenza ? Ella e ascosa a gli occhi di tutti i viventi, ed e occulta per infino a gli uccelli del Cielo. Iddio solo ne sa la via, e coDosce sua residenza ; impercioche egli in una oqchiata scorge tutti i confini del mondo, e tutto quello ch^ e sotto il cielo riguarda. Quando egli dava il tratto a^ venti, quelli posando come ancora Pacque a certa misura; quando sua legge imponeva e suo or dine alle pioggie, e assegnava la via alle sonanti procelle, alP ora egli la vedeva, la contava, la regolava, e investigavala. » Al qual fine dal nostro Dante si nomina Iddio, « Golni che mai non vide cosa nuova ; » perche tutte avanti che fatte fossero vedute le avea per entro 1' infinito comprendimento della sua Divina Sapienza, nella quale -sguar dava, ricercando seco medesimo Finfinita conserva delle sue perfettissime Idee. Parv' egli ch' e' torni bene a quella anticipata cognizione delF Intelletto Divino, a quel? unita maravigliosa di tutte quante le Idee, al cui esemplare rimirandolo, esso formo tutte quante le cose di qua? Buonaccorsi. — Gran rinforzo ne avete recato, signor Magiotti, adducendone cotesto belli ssimo luogo di Giob, che si adatta per V appunto a quell* altro di san Giovanni esplicato da sant' Agostino : ma dee ora tirarsi innanzi il ragionamento co'nostri autori Platonici, i quali sopra cotali fondamenti di yerita debbono giustamente acquistar gran fede. Che queste Idee ci sieno argomenta Alcinoo cosi: « Owero Pintelletto e egli Iddlo, o veramente una cosa si e, la quale inteude in lui; onde le cognizioni eterne e immobili nella Divina Mente, e quests Pldee sono, misure giustissime e perfette delP eterno potere, ch' egli cape solamente, e scorge in se stesso, senza di materia tramesoolaraento veruno. > Se dunque vero h che lo intelletto sia diverse daU'opinione vera, anche lo intelligibile sar^ dalP opinabile differente ; e pero sarannoci le intelligibili cose diverse dalle opinabili, che viene a dire le prime notizie intelligibili, siccome si hanno le prime delle sensibili e per6 ci sono le Idee ; ma lo intendere si fatto attaccamento non h da uomo come la Divina nostra Commedia nel Purgatorio: « Per5, la onde vegna lo intelletto Dalle prime notizie, nomo non sape E de*primi appetibill TafTetto.* Soggiunge poscia : « Essendo lo intelletto primario bellissimo, conviensi che lo intelligibile oggetto di lui bellissimo sia, ma niuna cosa piu di lui ^ bella, perche sempre intende se stesso e le sue cognizioni; e questa sua operazione e Tldea. > Paionvi cose astratte e metafisiche n' e vero ? Ma cotauto eccelsa materia di ragionare avendo tra mano, ed essendo sublimi, e grandi, e con si alto intervallo sopra lo nostro intendere simiglianti proposizioni, quanto ch' elle nell' ampio albergo soggiornano di quella Mente Sovrana Sopra simiglianti considerazioni astratte e inesplicabili si yiene da Jamblico alia formazione continua dell' Universo conformandosi alP intenzione Platonica: «Iddio forma il mondo e riformalo, non per via di celestiali movimenti, non per mezzo deUa materia mondana, ma con esso V intelligenza per merito dell' anima sempiterna che a lui ha dato.» Ecco che per tal maniera egli ne spone cio che voi, signor Magiotti, poco avanti toccaste ; segue poi: « Perche nella Potenza Divina non sempre vegliano e operano a un mode le ragioni seminali generative negli esempli formal!, si come alcune altre viepiu immobili che precedono le seminali, coadiutrici di esse; ne adiviene che la potenza di amendue queste ragioni, ch6 in sostanza le Idee sono, e dope le Idee gli esempi eterni, vada innanzi alPuniversa generazione che nel mondo sensibile di continuo si fa; dopo queste gli influssi adoperano, e le celesti quality, si come il moto, e in ultimo la faculty della materia. > Laonde Trimegisto in si fatto proposito anche piu chiaramente : « Iddio e pieno di tutte le Idee, e spargendo le qualita nella sfera maggiore (cosi chiama la materia) stando egli in sua fermezza stabile, dalla sua piti somma altezza in questo mondo nostro sensibile semind le Idee, la detta sfera. circondando delle qualita universali e particolari di tutti gli Enti. » Magiotti. — A cio si accorda mirabilmente il detto di Jamblico : « II mondo, essendo opera di Dio, conviene per si fatta guisa da lui fabbricato sia, che a qualche Idea esemplare di esso nel suo edificare riguardato abbia, allor ch'egli con maravigliosa provvidenza per propria bonti alia struttura s' accinge di cotanta macchina. » Dafinio, — Questi sono pensieri che meno difficili ne paiono, perche a noi medesimi gli adattiamo, e nolle menti nostre sperimentiamo questi atti disgiunti, anzi che ad alcun' opera uoi ci mettiamo. Venendogli dunque alia Divina Mente applicando, non e malagevole il cosi figurarsegli; ma immaginandoci poi la Divina Potehza con quelle alte e ineflfabili prerogative d' infinite, di unit^, di eternita, di stability impertnutabile che alia soprana eccellenza di sua condizione vengono richieste, volerle assugettire a distinzioni di tal fatta, e a misure che si affanno a noi, e si considerare P Idee innumerabili e infinite, e poi che elle in una Idea sola s' immedesimino, e che il numero dell' unitade (se pero numero chiamare si dee) non si alteri con la moltitudine, qui e dove nostro apprendimento vacilla. Buonaccorsi. — Dio, di grazia, per far la cdsa con gli esempli piu chiara, iiditene uno, che ne mette molto proporzional mente Ploti"no : MagiottL — Piui appropriatamente, per quanto i' m' avviso, torna al paragone del mare il vasto Oceano del tutto, che unico e anch'egli (come Platone afferma) per I'ordine 6 per I'armonia, la quale dalle forme senza novero ch'egli ha in se, e di tante ragioni, il piu ch' ella puo le raccozza insieme ; e come 1' onde del mare non sono altro che il mare, cosi le forme nel mondo non sono altro che il mondo. Di maniera che merce di questa armania rendesi il mondo a Dio simiglievole, che per cio il nostro filosofo, piu innanzi favellando, Iddio generate lo chiama; ma non altramente deir agitato mare, e da' soffi de' venti in yarie guise trasformato e commosso, non serba anch' egli senza yicissitudini o divariamenti quella perfetta concordanza e unione che nelr infinite ed eterne Idee si mantiene. Prima impercio che le forme varie sono di lor natura locate nella materia, avvegna che la materia, come V acqua del mare, sia tutt' una con le forme; ma la materia per se stessa di contrarii e conposta; per modo che, e forme vegetabili, e forme sensibili, e forme ragionevoli, e di altra guisa in questo visibil mondo si rappresentano ; ne deir ordine armonico puo tanto il valore, che tra di esse qual piu e qual meno a quel supremo esemplare non venga a rassomigliarsi ; talmente che differmita considerabile ci ha non che nolle spezie, negH individui loro, ancorche di quell' unica, perfetta e non mai permutabile Idea, che le contiene in se tutte, sieno simulacri; che per cio, come le onde marine, le quali piu variate, e di colore sono^ e di profondita, e di grandezza, e svariatamente corrono allido; anche le forme in questo mar profondo delr universo valicano tutte a diverse rive, dove le Idee, che in Dio sono, per lui sono, e a lui tutte sono sempre ugaalmente e con eterna costanza ; anzi le forme stesse razionali che d'una sola ragione pare abbiano da essere, le qnali nolle ragionevoli creature sono vestigii piu adattatamente impressi entro la corporale materia, della suprema ragione, per quanto a quella Divina Norma,' ch' e senza mendo, vie piu che le altre rassembrino; pur tutta via si divariano sovente volte e stravolgonsi da gli affetti soperchievoli e dalle smoderate corporali perturbazioni, dalle quali ad ora ad ora sregolando si viene lor bene ordinato adoprare, ch' esse te le scompongono, e traggon fuori dalla loro formosa e ben proporzionata figura. Per la qual cosa piii o meno alia bella divina sembianza si vengono accostando, e non serbano uguali, e mai sempre a un modo le loro doti sovrane. Perche tal verita insegao Beatrice con savio ammaestramento al nostro Dante nel suo entrare del Paradiso: Adunque non ^ tavola rasa nella mente de' fanciulli, dove si scolpiscano via via insegnando loro cose nuove, e non piii da essi udite e vedute; ma le notizie prime di tutte le cose impresse ne gli animi loro, avanti ch' e' nascessero, di mano in mano si risvegliano che vi dormivano, e in ispezialit^ stuzzicandogli con esso gli Elementi Geometrici, P ono concatenato con 1' altro, e mettendo per cosi dire a lieva Tordine di que' primi semi, ' gli uomini delle scienze di tntte quante le cose a poco a poco ricordarsi farebbono. Imperfetto, — Si; vol ci sponeste, Don Raffaello, con grande evidenza alonni giorni fa : come i primi element! geometrici sono lo A^ B, C di tutta la sapienza universale £ino alia Divina. MagioUi. — Dissilovi, e molte probability ve ne mostrai, se Yoi ne avete ricordanza; ma di questa sapienza infinita che e in Dio di tal sommo bene, quale ^ colui che ne ottenga poi conoscenza intera, aon dico intendimento perfetto, imperocch^ ci6 non h da noi? Per essa dunque tutte quante le cose virtu acquistano, e pregio di bonta, e di sapere, e per ta^ragione e utili si chiamano, e dilettevoli, e saggie, e si tali ne riescono a chinnque acconciamente assaporare le sa, e drizzale al vero uso; ma senza simigliante conosoimento, o senza al bene sovrano rivolgersi da qualunque cosa die di- sapere ci paia, o d' intendere, e che buona, o giovevole noi giudichiamo, niuna utility, nessuna ferma e stabile compiacenza, nulla verity si ritrae, e cio non per altro adiviene, se non perche uscendo le nostre menti dalla vera sedia della ragione, alia contemplazione di quella superna Idea, non giustamente, ne con la dovuta chiarezza ci addirizziamo. Per la qual cosa tal cognizione agevolmente si scambia, secondo le varie torbe apprensioni, e le torbid^ iuclinazioni de gli uomini da'proprii affetti mal consigliati; che altri questo dono divino sel credono nella voluttSi ritrovare de'sensi; altri nell' ambizione lo si figurano; chi nelle opinioni non sane di stravolta e prosuntuosa curiositade; e a pena che i veri filosofanti nella sapienza e nella verity il ripongono, e bene spesso anch' eglino troppo temerariamente del proprio senno pavoneggiandosi, piii oltre del licito e del possibile si traviano, e nella soperchia luce si acciecano. Egli e dunque manifesto che ogni anima.ugualmente la saviezza desidera ed il buono, e, per conseguirlo, fa tutto quello ch'Ella sa, secondo perd i bugiardi o veri oggetti che se le parano davanti ; ma ci6 tutto consiste nel saperlo rettamente riscegliere e ravvisare, il quale in somma non altrove che nella meditazione di Dio st^ riposto: dalla cui Idea primaria (torno a dire) cioe dalla sua infinita sapienza quelle prime faville nell^ anima nostra discendono, le quali, come si e detto, Idee seconde si chiamauo da Platone, tramandate in noi dall' Eccelso Manifattore, per fame lume tra il vero e lo iatelletto, dove con esso il guardo interno disappassijonatamente vi ci fissiamo, e con quello ardente, e ben regolato amore, che Ma siffatte purissime scintille del divin fulgore noi non le abbiamo in noi da per noi ; e quelle che dal fuoco impuro dalle corporali passioni vi si accendono alcuna volta, e con esse si permischiano, ancorche accoppiamenti sieno mal messi insieme, e come abbozzi per un certo modo di quelle, pur tuttavia per difetto della materia ov' elle si rinvoltano, come delle chimere addiviene, delle abbarbagliate immagi nazioni e de' sogni, non mai alia verity delle scienze ne menano, ma sempre a fallaci e stravolte opinioni, che dal vero ne discostano, e concetti ne formano di la da ogni regola di ragione; e di qui procede che invece di recarlume, torbidezza s^ adduce e fassi nugolo alia bella chiarezza del rintelletto; che il buono, e il vero, quanto a sua intenzione appetisce, e cio imperciocche V immaginazione male s^ in forma da quelle passioni, che fuori del sentiero battuto del vero senza ch^ ella se ne accorga te la ritorcono e te la disviano. « lo veggio ben si come gi& lisplende Nello intelletto tno retema lace, Che Yista sola sempre amore accende ; E s'oltra cosa nostro amor seduce, Non e, se non di quella alcun vestigio Mal conosciuto, che quiri trainee. » BttorMCcorsi, — Si disse quel sublime ingegno ch'e dellft Poesia Toscana onore e lume, nel quale egli e un gran dire ch' e' ci si ritrovi ogni cosa. E certamente V uomo ottenebrate avendo le lucidissime e vivacl potenze dell^ anima da^ vapori sensibili e dalP ombre corporee, fisandosi troppo in cotanta fulgidezza per lo soperchievole abbagliamento se gli cansa il vedere, o si veramente le ali del intelletto nostro cui solamente si alte ragioni stanno esposte, dalla pania delle terrene voglie invischiate trovandosi, non si ponno staccare, ne rilevarsi pnnto da terra ; e per quanto nostra mente procnri di pervenirvi pi^ d' appresso ch' ella puo, non di meno seguendole svariatamente, e senza filo, su '1 buono la strada manca, e invece di aggiagnerle si perdon di vista quel piii. Per lo che dal vero sciontifico deviandosi^ alia fallacie si donano gli uomini, e hannole per reali e per vere; e 88 per caso ad alcuna verita pervengono (il che di rado accade per si£fatte Tie) cio succede a simiglianza de' ciechi (come chiaramente Platone nel Sesto della EeptMlica) cui viene a sorte camminato pe '1 diritto, a differenza di quegli che giran girano per quella o per quell* altra via, e mai non ne vengono a capo. Le Idee dunque, cioe le cognizioni e le cagioni delle cose vere, con lo intelletto e non con esso i sensi comprendersi per quello che veramente elle sono ; e conviene la loro perfezione nel loro vero essere raffigurare, 6 amare il loro sovranissimo Autore. H che esplica il filosofo oiostro nel Convivio^ con la sua usata ammirabil maniera : « L* animo della Divina Bellezza innamorato allor che e' gusta pe '1 suo verso, e intende le ragioni divine, non piu i simulacri ma le cose vere in se stesso partorisce, e partorite nodriscele, e con perfetta e ben accesa disianza richiama ad alta voce la ragione dietro a' sensi sviata; per tal modo divenendo I'uomo familiare di Dio e vie piii immortale degli altri.> Yedete dunque come dalla conoscenza delle Idee, la notizia vera delle cose che sono ne risulta, non tanto esse riconoscendo da Dio, ma ancora da noi medesimi, non come cognizioni impresse con esso lo studio ne gli animi nostri, ma si per la reminiscenza nella nostra mente resuscitate quelle che generate vi furono con esso noi per merito della Divina sapienza, e che dal loto vile e dal contagio corporeo bruttate vi erano e cancellate, senza lo ripulimento delle studiose contemplazioni che ve le ravvivino. Le quali del tutto si perdono o o£Fuscansi per lo contradio, facendo che per ci6 tutti gli oggetti scontraffatti a falso lume si veggiono, e totalmente dal vero diversi. Luigi, — Come sarebbe a dire? MagioUi. — Come, verbigrazia, alia nostra vista per alcun mezzo trasparente si ma gi*ossolano o mal pnlito qnalcbe oggetto passando, che per esso sua immagine si stravolga e sformi, tuttp altro da quel che e' ci rassembra e' lo giudichiamo ; o pnre come nuvoletta tenera, e sottile, cbe yoli per r aere sereno, da noi scorta talora, la quale, o per lo risguardamento uostro mal situato, o vero per la grossezza de^ vapori si da lungi sguardandola in figura di Lione o di Drago, o s'in forma d'Uomo ci si rappresenti, o di altre varie sembianze, cui, se awicinare potessimo le pupille, tutta nebbia confusa, informe e indistinta per awentura parrebbeci, e che tosto e ad ogni aura leggieri sfuma, e si si dilegna; o si veramente dove un alcuno schizzo casuale o d' inchiostro o di altra tintura, il quale da presso non e salvo che scarabocchio sformato, un ben ordinato disegno di regolati lineamenti tal volta da discosto ci sembra ; tale per le stesse ragioni all' occhio della mente e dello intelletto gli oggetti non di rado intemamente si storcono e si trasfigurano ; ma non altramente che non h mancamento del Sole, se variamente ci paiono le cose da quelle che elle sono in varii luoghi mirandole, in diversi tempi, e sopra diversa materia; cosi non h difetto di quella pura semenza di luce, che nelPanima nostra fa lume, e riluce ugualmente ad ognnno, ma si de* mezzi, ond' ella trapassa, o delle corporali pareti, ond' ella rende i riverberi, o della positura, onde gli oggetti si o no aUa lor vera veduta si guardino^ imperci6 che tatto sta nel pigliare il verso e '1 vero diritto per giustamente scerneirle; nel mantenere ben puri e mondati gli organiele vie per cui passano le spezie da qualunque intasamento de gli affumicati vapori, che in alto levano gli affetti piu bassi e piu irragionevoli, acci6 che non vi si faccia ragunata di f uliginose fumicazioni, le quali spesso da' varii accendimenti de' sensi vi si tramandano. In si fatto modo per 1' use de' saggi ammaestramenti, e con la continua disciplina delle meditazioni scientifiiche, e con esso lo incamminamento ben guidato della ragione si conserva e chiara, e pari, e liscia la lucidezza delP immaginativa, che non s' intorbidi e render possa le immagini vere e reali, e non isformate, ed impure all' acume delle luci men tali, che pigliando pe '1 suo vero filo la chiarezza di que'raggi divini scorgano e intendano le cose, come in fatto stesso elle sono^ al loro etemo principio Yolgendosi, e da quello riconoscendole con perfetta contemplazione. Imperfetto. — Di vero, che i luoghi ne piii degni, ne piu proprj esser ponno a fame co' suoi veri lumi discernere le beUezze della divina sapienza, ch' e V idea universale (come si e ^etto piu e piu volte) di tutte le cose che sono ; irapercio che convien farsi dall' amore verso Iddio, e dall' adorare una cotanto sublime cosa, quale e la cagione prima di tutte le altre cagioni, e non ficcarvi la vista a fine d' intenderla con soperchievole bramosia, e con ismoderato ardimento. E' vuol essere amore filiale, nel modo che il figliuolo r occbio al padre contegnoso rivolge e rimesso, e non gliene squaderna in faccia prosontuosamente e senza la dovuta venerazione. Per tal maniera si aggiugne con 1' affetto dove con r intelletto non si puote pervenire. BuonaccorsL — Eccovi un altro luogo vie piu dottrinale per ammaestrarne nel divino conoscimento, in quella lettera che Platone scrive agli amici di Deone, esplicata da Marsilio Ficino con la sua solita sottigliezza ed acume. Ivi egli dice che V animo nostro non ha via di capire V Idee che sono nella mente di Dio, se non conosce antecedentemente tre cose, e in quarto luogo, la scienza non ne abbia, e nel quinto finalmente ch' e' non apprenda il mezzo per il quale una cosa e conoscibile, e che veramente stia a quel modo; per esempio, 1' animo nostro e mosso alia scienza di sapere quel che sia il Cerchio: primieramente bisogna sapere questo nome del Cerchio; in secondo luogo la sua propria definizione, e che a lui solo si convenga; terzo, s' immagini disegnata essa figura circolare awertendo, ch'essa il vero cerchio non e, ma solamente la sua immagine; quarto si rappresenti alia mente la forma del medesimo Cerchio, cioe il di lui esemplare generate con esso lui ; quinto, con si fatta elevazione di mente trapassi a coatemplare Fldea del medesimo, quale ell^ era nella mente di Dio ; onde a simile apprensione vera e scientifica quale e colui che aspirare possa in questa vita, se non se V animo umano, con la filosofia, di 8U0 caduco corporale meditando la morte, come di tntti suo* sensi, da essi per tal modo si tragga fnori, e rivoltisi a Dio ; che impero Pico della Mirandola nega la mente delr uomo potere intendere le Idee, se non giunto a simile stato sublime, ch' h V ultimo grado della perfezione contemplativa; e nel Htneo, come averete udito, dice Platone agli Dii appartenersi dMntendere le Idee, e a quegli uomini pochi, come si 6 a que^ soli, i quali merce della filosofia si sollievano al* Taltissime speculazioni d'Iddio. Luigi. — E questi saranno quegli (m'immagino io)i quali dimenticatisi, non che di qualunque altra cosa, dell'essere vivi, tutti alle potenze superiori dannosi in preda, e abbandonano le inferiori^ che viene a dire datisi alia contemplativa, perdono affatto Tuso della vita attiva. Dafinio. — Si vede che io non sono di cotesti che voi dite ; impercio che riconosco bene tutte queste proposizioni Platoniche essere di que' grandi ingegni acumi sottilissimi: ma son modi, per arrivare a intendere le Idee, malagevoli molto, e assai piu che non e la materia medesima delle Idee; m' e nondimeno di alto rilevamento e di sommo diletto V udirli, e sentomi vostra merc^ cr;escer V ali per alzarmi vie piu che io per me valevole non sarei, di modo che eziandio che io non giunga a intendere, posso dirvi, signer Buonaccorsi, con molta ragione cio che fa dire a Beatrice Io nostro Poeta: « Voi mi levate si, ch' io son piu ch* io. » Luigi. — Io sto cheto perche io credo ch' e' nasca da me e invidio agli esimj vostri talenti che dalla volgare schiera degli uomini vi traggon fuori. • MagioUi, — Anzi io professo che col non intendere si alte cose s' imparl assaissimo, comprendendo sempre con maggiore evidenza la proposizione di Socrate, che si fatte materie sovrane dalla nostra caduca condizione in tutto e per tutto s'ignorano. BwmaccorsL — Questa h una materia, onde si favella, ampla e malagevole, e per6 la mente ci 'si affatica a pensarci, nonche la lingua nel proferire tante e si varie proposizioni che non averebbe mai fine; e pero vi prego^ Don Raffaello^ dite un po' voi, lasciandomi in tanto ripigliar lena. (Segue) IL TIMEO. Sopra VAnima del Mondo, MagioUi. — Se il mondo Dio si e, tutt^ insieme unico e intero, come si fanno a credere foUemente costoro; quest' altre Deit^, onde favellato abbiamo, che assegnarono i piu de' Gentili a tutti gli operamenti generici delP uni verso, Dii interi non saranno, ma porzioni di Dio^ e la terra che e parte del mondo, sar^ parte di Dio, e per tal modo sarebbe divisibile Iddio. Di piu; regioni del mondo grandissime, che inabitabili sono, ed incolte per la lontananza del Sole, per lo freddo delle nevi e dei ghiacci, che non mai vi si liquefanno, le quali sarebbon membra divine a siffatti patimenti sottoposte^ verrebbero a dimostrare che Iddio non fosse altrimenti impassibile. E non che le sopraddette regioni, ma tutte le minuzie del mondo, s^ egli e Dio, saranno particelle di Dio ; laonde qualunque parte che Tuomp e gli altri animali calpestano del mondo, calpesteranno sacrilegamente una parte di Dio. Ogni fiore che si colga, ogni erba che si divella, qualunque barba che si diradichi di sotterra, BB,rk uno strappare le viscere, dilacerare le membra della divina sostanza^ e qualsisia cosa che nelPuniverso si corrompa e guasti, corromperassi una parte di Dio. E tali cose posson pensarsi non che raccontarsi senza vergogna? E per5 divinamente il nostro sublime Filosofo nella Bepubhlica : Quel che e uno, vero, intero e perfetto siccome e Dio, per qual maniera anche con la immaginazione si puo egli dividere in parti? Dafinio, — Noi ci formiamo a nostro arbitrio V essere di Dio, senza cho niuno V abbia veduto, e sappia come e qnale e^ si sia, e poi dichiamo il mondo non potere essere Iddio, perche e' non e a quel modo che noi immaginati ci siamo; se quello ch* e Dio fosse e dovesse essere nel modo che dite Yoi, allora voi avreste ragione; ma che ne sappiamo noi ch' e' sia tale ? Magiotti, — Certo e, che come sia Iddio ben nel Cielo si puo immaginare, ma non gia qui tra noi; noi possiamo bene e dobbiamo credere ch' e* sia sopra ogni nostra immaginazione piu perfetto di quel che noi possiamo comprendere, e non crederlo ne figurarcelo gia mai con quelle imperfezioni che dette si sono, a voler ch'e' sia Iddio. E pero quando noi nominiamo Iddio, noi intendiamo quel principio supremo che senz'aver avuto principio, ha dato principio a tutte le cose che sono, le quali sono a lui sottoposte, ed egli a niuna; il perfetto di tutti i perfetti, cui nulla si pnote aggiungere ne torre, Toriginale primario di tutte le cose buone, di tutte le cose vere, di tutte le cose belle, di tutte le sapienti, intelligibili e razionali cose, le quali non son parte di Lui, ne della sua propria essenza, ma copie, abbozzi, e imitamenti, e per lo piu non ben messi insieme, di lui; quel che pu5 cio ch* e' vuole, e nulla ci ha che possa sopra di lui, e pero niuno il puote offendere ne e capace di senso umano, ne puo patire per avvenimento che sia, perche ogni avvenimento per lui viene, o da esso si puote impedire : e impercio Parmenide chiama uno il primo Ente che vuol dire Iddio, che non ha ne moltitudine, ne parte, ne tutto^ ne principio^ ne mezzo, ne fine, perche e infinito, informe, ne da verun luogo puo essere circoscritto, ne si ferma per cosa che lo trattenga, ne ha movimento di luogo, o di agitazione, ne si fa gia mai in conto, o per modo veruno, non e il medesimo, o diverso a se o ad altro, ne si^nilene dissimile, ne uguale, n^ disuguale, perche niuna cosa il misura ned' e per novello ne per antico, ne in tempo, ma sempre senza tempo, non generato giammai, ne si genera al presente, n^ fu mai, ne fatto e ora, ne si far^, ned' ^, ne dope sara, ne e partecipe di sostanza, perche egli e solo e V unica e universal essenza del tutto. II si faceva, e fu gene' rato, e tempo preterito, U sard e si fard e future, egli e e si genera e si fa, e presente, che son misure di tempo, ed egli non iatk sotto le condizioni del tempo, e pero non ha veramente niun nome che appropriatamente gli torni, niuna defiinizione che gli si addica, ne di lui si puo concepire da noi aggiustato.sentimento, o opinione, o scienza verace, e perci6 n^ nominare degnamente si puote, ne agguagliarlo con parole mortali^ ne pensare, ne cognoscersi, ne da nessuno ente che sia formarsene concetto, o aver sense, o lume 81 chiaro, che vi aggiunga, perche nostra ragione 1^ non si stende. Egli e insomma V ottimo di tutte quante le cose che sond, ma e* non e niuna delle cgse per ottinie ch^ elle ci paiano, perche egli e sopra 1' essenza di tutte. E se Iddio non fosse tale, quale volete voi che fosse questo che da noi si chiama Iddio, e si adora, e si reverisce, si come il meglio di tutto queUo ch* e, perche ogni cosa per lui e ? E pero Iddio e in questo modo, o non ci potrebhe essere di altra maniera. Imperfetto, — II meglio che ci abbia tra tutte le cose visibill e il piu perfetto, senza dubbio veruno, ch' egli e il mondo, impercio che chi fa, chi produce, e si smisuratamente adopra tante e si meravigliose operazioni, come fa Tuniverso, e quale con maggior ragione e sapere di esso? Magiotti. — Non puote essere il meglio e il piu perfetto, quello dove giungono le misure del quanto e dove i nostri sensi si allargano, cui competa il nome sovrant) di Dio; ma ha da esser quell' ottimo, e perfettissimo che sdegna gli argomenti umani e dove niuno puo alzar le vele con la navicella del proprio ingegno, perche di cotesto non si puo andar piu in la, ne anche da i compassi infiniti della menta divina, conciossia cosa che essendo egli infinito, infiniti e senza termine sono gli attributi che a Ini si convexigono. ne dalla nostra immaginazioiie si pQ6 sapere cotanto addentro, per modo che niente ci ha da coireggere come saocede negli sbagli e ne' difetii del mondo, che per hi reita, e nudyagit^ natnrale della materia, a otta a otta danno in fnori, n^ con esso V oirdine di chi lo regola pii6 ammendarsi in gnisa, che e' non iscaopra V imperfezione di sua natora. Per la qnal cosa il mondo, ne qnell' ottimo si e, n^ qnel peifettissimo snperlatiyo infinito, al quale si aggiugne sohunente dalla perfezdone e dalla bonta infinita ed assolnta di an Dio, qaantnnqne riesca ai nostri occhi 1' nniverso a. ammirabile, e qnanto a noi la pin beUa, la piu perfetta cosa che sia, per merito del magistero sovrano che lo fabbrico, e che veramente in loi si scorgano marayigliose cose della Omiipotenza Divina; laonde con somma saviezza disse Plotino: « dall' imperfetto ci e la progressione fino al perfettiBsuno, e dove la perfezione intera non sia, non si pao dare V nltono fine il qnale per sna incommensnrabiliia divenga infinito; e U mondo (assolntamente parlando) perfetto non e, perche a cagione deUa materia patisce; > e pero, dice il Ficino, «gK e indivisibile, e sottoposto a diseioglimenti contimii, e come di natora divisibUe ha mestieri di chi il mantenga conginnto, il quale di sua natora perfettissimo' sia, ed intero, e da se stesso, e per se stesso, e come infinito fdori di totte le'misore, e di totte le immaginazioni deDe cose finite: impercio che il sommo di totte qoante le cose e cosi alto, che vince la nostra vedota, e da qoesto solamente deesi credere che abbia il mondo V essere, il vigore, Y ordine, il moto e qoeQe innomerabili perfezionicomparatiYee positive, ch'egli ha, in come lavoro dell' etemo motore, che impero si raggoardevole lo ci rendono e ammirando, e cio perche ^H e opera sovrana e immensa di Dio, ma non gia perche e' sia Dio. Dafimo. — Se r oniverso secondo la mente de' sopraddetti filosofi fosse egli Iddio, Terrebbed a oscire d' inconyenienti molto notabili, cioe, o che ToniTerso sia fiitto dal nolla, che non si ammette in modo alcono da venmo filosofante, o che diano due principj eterni, e inereati, V agenie e il paziente insieme, di una stessa dignitade e potenza, il che non pa6 tomar mai alia ragione de'piii esperti contemplativi; dove se Iddio e la materia fosser tutta una, sarebbe una Deitit sola etema, cio^ il mondo medesimo. Buofiaccorsi. — Tutto il ragionamento precedente del nostro Magiotti batta a terra, anche secondo i lumi della filosofia, cotesto presupposto, perche Iddio se fosse la materia, di difetti sarebbe pieno e di errori, che non si deve presupporre di un Dio^ ne puo essere una medesima sostanza fatta di due cose contrarie assolute, onde immedesimare si potessero in un solo soggetto e le condizioni ottime di Dio e le prave quality della materia. ImpefeMo. — Parmi aver letto, e non mi ricordo dove, che Iddio h non Ente, e si altresi la materia e non ente ; adunque che contrariety ci sarebb^egli se ci6 vero fosse? Buonaccorsi. — Egli ^ il Ficino che lodice: « Iddio, ch'e'chiamano il primo Ente, e veramente non Ente per rispetto a gli Enti a' quaU egli e primo e superiore ; ma la materia e non ente, perch* ella h inferiore a gli Enti ; » ora considerate s' e' sono Iddio e la materia veramente contrarii. Ma con altro argomento risponde Alcinoo, e di vero con somma saviezza, contro V opinione che il mondo Dio sia : « Niun corpo (die* egli) esser puote Iddio; imperocchd se Dio fosse corpo, di materia e di forma composto sarebbe, e perd non saria semplice come all' essere di Dio vien richiesto, ne imper6 principio per s^, solo, increato, come Iddio esser conviene. Ora non potendo esser corpo, non puote in veruna ragione essere Iddio V universo corporeo. » MotgiotU, — Gli Stoici dividono la natura universale in due parti, r una che fa, V altra che a farsi maneggiabile e atta si e. Nella prima la virtii della vita e del sense consistere ; la materia per s^ infingarda, e oziosa nella seconda; ne Y una poter stare senza V altra nell* Universo: ma non puo gill essere il medesimo quello che adopera, e quelle in cui si adopera, come se tutta una avesse da essere il vasaio che il fango, e il fango che il vasaio ; e costoro danno in si fatto delirio che reputano queste due diversissime cose il medesimo Iddio e il mondo; TArtefice e la fabbrica! La materia, come affermauo Jamblico e Plotino, avere Tessere da Dio e ordinarsi di continao talmente, cbe a Dio sta Tordinarla stabilmente. E la materia da lui ricevere la sospinta, e ordinarsi mobilmente ricevendo da Dio la sua tempera secondo gV iutervalli de^ tempi, come dall^ Orivuolaio V orivuolo, il quale quando egli e suUa fine, per farlo ritornare al suo essere, sempre si ricarica, se no finirebbe il suo movimento 6 non andrebbe piu; nello stesso modo la materia di sua natura imperfetta, cammina di continuo al ritornare nel disordine del Caos, perche via via col suo disfacimento ella quanto a se vi ritorna, ma di presente il maestro eterno la ritempera e la rimette su Tordine, e falla camminare compostamente per via delle continue generazioni, e di mano in mano ch'Ella va a perdere sue forme, riformandola per mezzo di quegli esempi eterni, e cio si fa per rispetto a Dio infinitamente, non mutandosi unqua Iddio, ma indefinitamente secondo la materia, riformandosi di continuo essa materia. Luigi, Che cosa e egli dunque questo Universo che anima tutte quante le cose, (secondo il nostro vedere) le forma, nodrisce, accrescele e crea ? tutte quante in oh le riceve e seppelliscele, e di tutte ugualmente e Padre, perche del medesimo nascendo si fanno, e nel medesimo morendo disfannosi} s' e' non e Iddio onnipotente, dalla cui virtCi tutte le cose €he sono hanno T essere loro? MagioUi. — L' Universo non e Padre delle cose che sono, ma r intelletto Divino e Padre del Mondo (dice il medesimo autore) e la materia Madre : e V ornamento del Mondo, e prole Divina nelP utero materiale^ e pero noi scorghiamo la prole, ma non semo atti a vedere gli artifizi ammirabili per cui ella si concepisce, e come ella si fa, e per questo prendiamo errore, stimando il nostro occhio e i no&tri sensi misure competenti delle cose che sono, il che h falsissimo. £ pero non e il mondo Dio, ma per V onnipotenza di Dio egli 6 quel che egli e ; noi scorghiamo gli efifetti e non la cagione, e come detto si e, gli pigliamo ignorantemente da quella in iscambio, facendoci a credere con somma demenzia che quel che e fuori della nostra veduta non sia. Iddio ^, ed e per se^ e tutte le cose sono per lui, ned esso e obbediente o sottoposto ad alcuna natiira, ma egli e coloi che regge e governa, e che formo la natura. {Segue) IL TIMEO. Se VAmore sia V anima del Mondo, Imperfetto. — via ponetevi costi a sedere pro Tribunal!, e discorrete altamente come h nostro uso. MagioUi. — £cco fatta Tobbedienza, e ricomincio a dire, essendosi favellato con piu Dialoghi sopra il Timeo, prima intorno alia sostanza Divina,e poi intorno al mondo intelligibile, e air Idee, si come alti esemplari del nostro sensibile, e delle forme che questo adomano. E si parimente avendo discorso sopra r opinione dell^ anima universale e quanto i sentimenti di Platone si accostino in molte parti alia nostra verity, mi 6 venuto in amore di ragionare parimente co^ sentimenti Platonic! sopra TAmore, il quale sia esso veramonte o V anima del mondo, o la porzione piu nobile e piu sovrana di essa, e cio in seguimento del proposito tenuto sin qui. Sommo e infinito bene e Iddio; il sommo e infinito bene, impercio che di essenza perfettissima egli e, e anche oggetto di infinito amore, e insieme di godimento infinite, e di perfetta beatitudine a chi lo possiede, si come eziandio sommo e assoluto appetibile di tutte le cose^ e appetibile a chiunque il conosce, e non V ha in s^. Ora perche egli e sommo e infinito bene, e oggetto altresi d^ intendimentp infinito, e per6 Iddio solo nella sua eterna mente il concepisce e intende, cio^ egli solo cape s^ stesso. Questo concetto dunque, questa cognizione ch^ egli ha eternamente di se medesimo, quell^atto primiero si h, onde s^ingenera lo intelletto divino, come sopra si b mentovato, il quale e la sapienza impermutabile ed etemale, che tanto si e a dire 11 discorso eminente e non errante che fa Iddio sopra *1 suo essere divino, ottimo e inefiPabile, e perci6 amalo infinitamente per lo infinito merito di sua perfezione e bont^, e tale e 11 figliolo di Dio, il Yerbo divino di cui ragionato abbiamo, e per il quale yiene constituita la persona prima del Padre correspettiva e distinta dalla seconda che e il suo £gliuolo, in tutto e per tutto uguale a lui. Da questo atto poscia di cognlzione e d' intendimento sovrano che fa Iddio di questo bene etemo ch^egli possiede in s^ stesso, subito ch* e conceputo dal Padre per oggetto di beneficenza infinita, a misura di sue altissimo valore infinitamente V ama, e quindi procede quello ardentissimo primo amore equivalente alia perfezione di esso infinito bene, per la cui strabondevole fecondit^ sparges! pel Indefinitamente per lo tutto quella fuocosa e inestingoibile carit^, dalle cui fruttlficanti faville tutte le cose che sono hanno essere* e vita. E simigliante infinito Amore procedente da amendue le altre persone, 11 Divino Spirito si e, il quale secondo la verita nostra h la terza Divina Persona in essenza, e per divinita uguale ad amendue le altre del pari, e dal nostro Poeta Teologo altamente espostoci nel Paradlso. Canto X: « Guardando nel sao Figlio con 1* Amore Che rnno e Taltro eternal mente spira, Lo primo ed ineffablle Yalore, > per cui le scintille di suo fuoco amoroso, cioe a dire le divine grazie si spandono di sua Providenza onnipotente e benefica per tutti quanti gli ordini della natura. Per le medesime scintille poi prese fuoco eziandio ogni altro amore, imperciocche innumerabili amori si accesero nella natura universale dalle faville infinite di questo amor primiero, come bene ne awertisce 11 medesimo Divino Poeta, perche esso amore aperse 11 varco della creazione deirUniverso alio sparglmento de' suoi benl portati su le all della sua arden* tissima carlt^, de* quali egli era infinitamente ripieno, solamente per diffondergli altrui, che egli non era in nessun conto bisognevole. c Non per avere a s& di bene acqaisto, Gh'esser non pu6, ma perchd suo splendore Potesse risplendendo dir: snssisto; In saa eternitii, di tempo faore, Faor d*ogni altro comprender come i piacque, S*aperse in nuovi amor Tetemo Amore. N& prima, qnasi torpente, si giacque, Ch^ nh prima ne poscia precedette Lo discorrer di Dio sovra queste acque. » Qaesto amore, dunque, raccendendosi con iscintille senza novero in tntte quante le creature, viene ripercosso da loro piu o meno direttamente a riamare e adorare il bene in£nito, secondo ch^ esse piu o men chiaro il rafQgurano e se-,condo le proporzioni e disposizioni, ch^elle hanno piti o meno atte a riceverlo, e a rimandarne a lui per diritto filo, o per via di varii e moltiplicati ripercotimenti^ i riverberi, o si pure stravolgendogli troppo dal loro vero corso per la positura mal situata de* proprii affetti, non in Lui, ma in altre creature erroneamente te gli fermino. Luigi. — Questa h Teologia molto leggiadra^ ma per mio conto ricerca piu esatta ospressione. MagioUi. — I' torno a repetere che Iddio e sommo e infinite bene, e per6 bene non ci ha, il quale in Lui non sia, e che non discenda da Lui, e intanto il bene e bene, in quanto egli b comunicabile; ed essendo Iddio bene infinite, anche infinitamente comunicabile convien che sia^ e per6 tutti i beni, che beni da noi si appellano, beni non sono, dove non si spicchino da questo unico infinite bene, e dove non sieno riordinati a Lui. Per la qual cosa non ci hanno beni in noi, nh fuori di noi, se non gli spande il supremo benefattore Iddio come miniera e principio di tutti i beni. c Dunque air essenzia, ov* e tanto avYantaggio Che ciascun ben che fuor di lei si trova Altro non h che di suo lame un raggio, canta il medesimo nostro Poeta. Vero e ch'essi si adnlterano sovente da noi, e fannosi degenerare dall' esser beni, qnalanque volta secondo il loro diritto non si rivolgano, e se si torcono non si riordinino a lui. Ora qaale e il veicolo per cni fassi penetrarc la divina beneficenza in fra tutte le cose create, salvo che lo spargimento delle faville di qnesto ardentissimo primo Amore da iai procedente e ugnale a lui, le quali in quelle si appigliano pin o meno, per qnel modo ch'elle ne sieno secondo loro capaci : cioe questo desiderio, questo appetite ch* e innestato nella natura universale di finire beni si grandi, pe* quali ella si mantenga viva e perpetua. Imperd merce di questo amore primiero fontana di tutti gli amon accendonsi suo' vivissimi raggi in ogni sorte di creature o vegetabili; o sensibili, che sono semi della sua profonda e inesausta beneficenza, e scintille vive della sua immensa carita; e percio Tamano, e si Tamano di voglia siccome quelle che accese ne sono ad una cieca obbedienza della sua volonta cotanto loro giovevole per la loro prima conservagione; e Tamano gli individui loro, ancor che per avventura non sappian di amarlo, conciossia cosa che intendimento e^non abbiano da conoscerlo, che avrannolo forse in se le specie e generi loro, e se non questi, hallo e V ama e V adora la madre natura, ch* h il genere.di tutti i generi, la quale accendesi alTesecuzione del suo altissimo provvedere, divenendo in qaesta bassa circonferenza ministra della Divinitade. Ma tali beni che dall^ infinite e sommo bene si diramano parrebbero quasi beni finiti, e terminabili, se non ci fosse anche a chi comnnicare i beni etemi nel loro essere intero e perfetto, che sono i veri beni e proprii di un sommo ed infinite bene: per lo che tra le cose note a noi, appresso V intelligenze saperiori, che Tamano, impercio che sanno perfettamente quel che elle amano, adorandolo a vise aperto, hannoci gli uomini, i quali ci rassembrano capaci dello sfogo della divina bont^ intorno a gli eterni beni ; e di ragione debbono e dovrebbono amarlo sopra ogni cosa che sia, avendone cotanta arra ne'beni sparsi per V universe, e tanti e si be'raggi per riconoscerlo, scorgendolo manifesto nella bellezza del tntto e nolle bellezze tante e si varie di esso; e quando e'non fosse altro, conoscono per alto privilegio di averne la cognizione, e la bramosia cui h credibile che sia data, perche Iddio gli abbia fatti degni eziandio di ricevergli, il che non si ravvisa negli irrazionali che hanno i desiderii loro, e loro affetti^ e passioni Dei primi moti solamente, dove gli uomini hanno ne gli atti secondi lumi da distinguere e scerre il meglio dal peggio ; che pero disse Salustio filosofo : Grirragionevoli adoperano I'ira, e la cupidity per natura; i ragionevoli per volonta. Di maniera che le razionali creature debbono accendersi, e '1 possono spontaneamente, al riconoscimento e al desiderio volontario dello spandimento delle grazie divine^ e alia gratitudine di sna infinita beneficenza ; impera che essi beni non piu beni sarebbero in noi se non pigliassimo il loro vero lume, e lo accendimento loro da questa primo Amore, e non si riconoscessero da noi, e desiderassersi con piena liberta di volere e con atti riflessi corrispondenti a lui che ne gH ofiPerisce e dona si largamente. Di qui e che le razionali creature hanno virtii di distinguere e desiderare questi beni per mezzo di quest o amore scambievole tra Dio e noi, il quale da lui per venire a noi si diparte, e accendesi in noi per ritomare a lui, talmente che amore dee essere in noi un ripercotimento di Amore, e un rivolgimento e un ricongiungimento continue con esso le cose divine, e un concordamento tendente alia perfezione della divina unitade. E per cio Amore, disse Platone, h quelParmOnia e quell' ordine che richiama le cose discordanti alia Concordia ed aU'uno; per guisa che nolle creature dotate di ragione si eccita il lume del conoscimento e le faville di amore verso il sommo bene, e di tutti i beni che si drizzano a Lui daUa luce splendentissima di questo primo amore e di questo fuoco divino, qualunque volta la parte inferiore non recalcitri alia snperioro, e le torbide passioni do' sensi non ofiFuschino la bella luce della ragione. Impercio che i principali movimenti delPanima sono Pintelletto e la volenti, e le altre potenze sono o a questi, o per questi. L' intelletto ha per oggetto il vero, la volenti ha per oggetto il bnono, ma perch^ ne V uno ne V altro qua si pu6 consegaire perfettamente da loro, quindi molte fiate V amore del vero e del buono si lascia in noi traviare dalle opinioni e dai sensi, e scambia poscia il vero dal falso, il bnono dal reo. e non al sommo bene, ma si follemente rivolgesi altrove. Ma saviamente lo c'insegna Platone nel Fedro, dicendo cosi: «Che in noi sono due faculty, le quali hanno gran forza o potere di guidarci a lor senno : V una si e la cupiditib innestata in noi, di quel che piil ci diletta : V altra una tale opinione acquistata cbe brama il buono. Queste alcuna Yolta convengono insieme, alcuna altra contrastano e tnmultuano in noi, ed ora V una ed ora V altra vince. Quando r opinione sotto la scorta della ragione ne conduce a quel che veramente h V ottimo, tale si e la virtu vera e F adoperar ragionevole; ma dove la cupidita senza ragione alle voluttli ne travia, e in noi imperiosamente comanda, qnesta chiamasi cupidigia, che muta nomi, seconda a quale effetto ella stoltamente ne mena. E tale si e quell' amore malusato e trasportato fuori del sentiero del vero amore ch' e quelle solo, il quale all* ottimo ne insegna la via.» BuotMccorsu — Con chiarissima distinzione considerate avete, Don Baffaello, i movimenti di questo prime amore, e quanto sieno poderose e di quanto ben piene le forze sue ; impercio che primo amore convien chiamarlo; con ci6 sia cosa che tutti i moti nel mondo, e negli ordini vaij delle creature, tntti quanti gli stimoli e desiderj di chiunque si sia, sono impulsi di quell' amore, ch' h V origine impero di tutti gli amori. Ecco la natura percb^ si muov' ella alle generazioni se non per amore, ed essa nel suo universal movimento non erra? e se ragione e al mondo, come tiene il nostro filosofo,e non si regge e governa a caso, come la nostra verita il vieta di credere, questa e ella altro cbe amore ? il quale tira a ricongiugnere le cose, che per loro difetto dal loro ordine si deviano; per lo che nasce spesso il tumultuoso combaitimento di quelle che fuori di ogni loro dovuto luogo a. trovano ; cosi talora e co* venti, e co' turbini, o con le tempeste, o co'folgori, tutte impetuosamente si commuovono. ch'e' pare ch'e' si sconvolga il mondo. E percio essendo tratte fuori dalla loro natural positura s' infuriano per ritornarci e per ricongiugnersi ciascuna dijnano in mano con quello che loro torna meglio e si addice. Ne piu ne meno le razionali creature si muovono con tutti i lor moti, quali essi sieno, o buoni, o mali, sempre per amore; se buoni per amore alia virtu o alia bellezza degli animi, che gli addirizza alia divina pulcritudine ; onde il Poeta: « Che mentre il segui al sommo ben tMnvia; » se mali, perche scambiando gli oggetti che gV inducono ad amare, studiano di conseguire quel che egli amano per le vie non vere, « Immagini di ben segnendo false. » Impero V avaro ama le ricchezze, il lascivo i diletti carnali, e via via di tutti i vizj e falli degli uomini, fino 1' ambizione, anzi Tira, gli odj, e si le malevoglienze, le maledicenze, e le vendette medesime nascono da amore per levarsi d'intomo cio, che impedisce loro di godere quel che egli amano ; il che acutamente ci ammaestra san Tommaso, che intanto odiamo un oggetto, in quanto e'ci puo vietare il bene che noi amiamo; ma non di meno in si fatte passioni d^ amore, non mai i mortali si satollano, impercio che anche conseguendo cio che par loro di volere, il vero oggetto delV amor loro non consegmscono, ancor che e' si pensino di trovarloci entro. Impero V amor vero e reale scorge gli uomini alia sapienza e all* amor divino. L* amore stravolto da* sensi, e che tormina nolle cose corporee, ha solamente per fine se stesso, cioe a dire ama quello che reputa dargli piacere e utile, sodisfacendo in tutto per quanto e* puo ai corporali appetiti. Per la qual ragione dicesi amor proprio, il quale da regola a* movimenti, e alle operazioni de gli uomini, che non sanno sollevarsi a Dio. Uditelo dal Poeta nostro sovrano, che lo ci esplica mirabilmente nel Purgatorio, al diciassettesimo Canto. « Ne Creator, ne creatura mai, Comincid ei, figlinol, fu senza amore, natural e o d'animo; e ta '1 sai. Lo natural fu sempre senza errore; Ma Taltro puote errar per malo obbiotto, per troppo, o per poco di vigore. Mentre ch'egli e ne*primi ben diretto E ne* second! s^ stesso misura, Esser non pu5 cagion di mal diletto ; Ma quando al mal si torce, o con piii cura, con men che non dee, corre nel bone. Contra 11 Fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi, ch' esser convione Amor sementa in voi d' ogni virtute £ d^ogni operazion che merta pene. » E piu abbasso^ nel medesimo Canto, strettamente al nostro proposito: « Amor nasce in tre modi in vostro limo. te chi, per esser suo vicin soppresso Spera eccellenza, e sol per questo brama Ch*el sia di sua grandezza in basso messo. I) chi podere, grazia, onore e fama Teme di perdor perch' altri sormonti, Onde si attrista si, che '1 contrario ama; Ed 6 chi per ingiuria par ch'adonti Si, che si fa della vendetta ghiotto; E tal conyien, che il male altrui impronti. » Per lo che riconoscesi manifesto che anche il desiderar male, e il far male altrui, nasce da amore, come detto si e, ma da amor soverchio di se medesimo, impero che la volontft non puote per alcun modo che sia amare semplicemente il male, ma si V ama, e il desidera sovente volte in altri a fine sempre e per amore del proprio bene, ch' essa s' immagina, dove e' non e delusa da' sensi, e da gli affetti corporei; conciosiache e' non intendono gli uomini, e non sanno aprir le ale, onde salgano in alto a questo primo amore, ne sanno volare alia fiamma vivace di questo fiioco purissimo e ardente, il quale dissemina ampiamente le sue lucidissime scintille per lo tutto a conservazione e vita del tutto, e alia ricongiunzione per quanto si puo con 1* unita del suo divino facitore, come detto avete : ma lo stravolgimento nasce in noi dal mal giudicio dell' elezione, e dall' abbacinamento della vista dell'anime nostre, per entro le sensibili vestimenta che ne ricoprono, e nascondonne il purissimo lume, lasciandone a pena che un mal distinto bagliore, e tutte le bellezze, che qua tra noi rifulgono, eziandio quelle che ne' volti risplendono di bella donna, sono riflessi e specchi della bellezza suprema; e colui il quale riguardando con amore in essi, ivi i raggi ferma della vista amorosa, e non sa alzargli al lor perfettissimo originale, ne va errato a guisa di quello, che mirando il Sole nell'acqua chiara, non altro Sole che quello s' immaginasse nel cielo; il che appunto ne awertisce Marsilio nostro, che la belta e un certo atto, vivacita e grazia che risplende ne' corpi per lo raggio della sua prima Idea, e consiste nelV ordine, nella proporzione e nel lume, qualita e sembianze che si possono agevolmente guastare, e trasfigurarsi, riraanendo solamente il corpo; e pero la bellezza e incorporea, e qualunque ama solamente i corpi non ama vero oggetto di amore, ne bellezza sincera, per cio che questa riceve il lume dal Volto Divino, e 1' ordine e la proporzione dalla Divina sapienza. Per la qual cosa (die' egli) cbiunque ama il lume del Sole, non dee amar quel corpo dove batte il Sole, ma riferire suo amore al Sole medesimo, ch' h la cagione ne' corpi illuminati di essi riverberi ; impercio che lo splendore del Volto Divino che nelle cose belle rifulge h T universale della bellezza, e Tappetito che a quella si volge e 1' universale amore, e quindi nasce poi U particolare amore a particolare bellezza ; e percio scambiano di leggieri gli uomini questa bellezza da quella, e '1 riflesso adombrato dalla luce chiarissima, che lo indora. Magiotti. — Yolevaci a' miei scarsi talenti il soccorso appunto del signor Gioseppe, che ne ha dilucidato cosi bene I'ombre del mio dire; perche non solamente non h colpa o fallo veruno, ma e legge della natura e di Dio, che gli uomini, e le donne, anziche gli uomini eziandio tra loro scambievolmente si amino, ma amino la bellezza delP animo adorno della virtu ch' e figura e immagine vera di Dio, e non terminino I'amor loro con esso Tappetito nelle forme corporee apparenti, conciossiache questo amore sia anzi awersario d'Amore, si come quello che dalle bellezze dell' Idee ne ritorce il guardo alia deformita della materia, e ivi si ferma. Dafinio, — Ma lo appetite che voi dite non e egli parte di amore? MagioUi, — Son faville scappate fuori dal fuoco dell' amor vero, che si appigliano nella pece o nel ferro, i quali pero ne scottano i sensi e arroventano il cuore, benche ciecLi afPatto di luce; impero che amando le corporali bellezze, come loro ultimo fine, non si amano come Architetture divine, e percio ancor che in esse in fatto stesso amino Iddio, come fulgor primo di quelle, e come oggetto vero di amore, non sanno di amarlo, e amandolo, il disamano, perche invece di ordinare T amore a lui, amano quelle, si come incentivi non all' amor divino, ma all' amor proprio e alle proprie volutta; e per tal modo spengono nella corporalita materiale, non che la fiamma del vero e lecito Amore, ma il lume della ragione. Amar dunque si dee con amore (ne ammonisce il saggio nostro filosofo) per tal guisa che cio sia venerare la sapienza e temere dell' onnipotenza divina con ammirazione di lui ; e questo si e amare con vera dottrina d' amore, impero che con ragione rammemoraci nel Fedro, che la faccia bellissima della Sapienza, dove si potesse con esso gli occhi riguardare, all'ora altri si accorgerebbe che cosa sia veramente amore. Seguitiamo, dunque, il discorso, e si repetiamo, come questo Amor primo, onde tutti gli amanti si accendono, e razionali, e irrazionali, lo spirito divino si e, come si disse, il quale portandosi sopra 1' acque, fu ministro della creazione di tutte quante le cose, riducendole alia prospettiva dell' essere; e che parimente per via delle inspirazioni accende e volge i cuori delle ragionevoli ai loro supremo benefattore ; ed e insomma la terza persona della Trinity ; essendo Iddio Padre per V onnipotenza, Figliuolo per la Sapienza, e Spirito Santo per I'Amore. Come Padre crea, come Figliuolo ordina e dispone, e come Spirito Santo sparge la vita e conserva, e tutti richiama al loro Autore, che pero Dante favellandone neir Inferno, ne le distingue con evidenza: « Giustizia mosse il mio alto fattore : Fecemi la divina potestate, La somma sapYenza e il primo amore. Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed io eterno duro: » con quel che segue. Ma ora adattiamo un poco al nostro vero Timmaginazione platonica, esaminando con sollecito studio in qua' pensieri elle si confrontino tra loro, che certo e maravigliosa cosa a udire come il nostro Autore a tanta verity avvicinato si sia; ma ci6 a voi si appartiene di fare, signor Gioseppe, cotanto pratico nella platonica dottrina, che in essa errar non potete (come fare' io) nel referirlaci, e nel metterla con esso la nostra in agguaglio. Buonaccorsi, — Non per la ragione, che la vostra modestia mi suggerisce, ma per darvi un po' di riposo, ubbidirovvi, Don Raffaello carissimo, incominciando anch' io col nostro eccelso Maestro a repetere il medesimo, che detto si e ; come Iddio e sommo e infinito bene, V occhio della cui alta mente in se risguardando concepisce V intendimento di se medesimo^ e a simiglianza di specchio purissimo e tersissimo, ella piglia in se, e rende con que'divini reflessi Timmagini infinite ed eterne della sua infinita Sapienza; e queste secondo lui so no intelletto divino, il quale comprende in sh tutta insieme 1' Architettura perfettissima dell' intelligibil mondo, con tutte quante le Idee delle cose possibili a farsi da una onnipotenza infinita, le quali fornite perfettamente di fare dalla sua infinita sapienza si ragunano, e disegnansi nel ricettacolo della sua mente, e ivi in quella unita indivisibile insieme congiunte, dimorano in una idea «ola, di che altre volte ragionato si e in proposito dell' Idee: la cuiinfinita ed eccelsa bonta e bellezza rimirando egll con occhio desioso e benefico, giacche per se tutta la possiede e non pu6 contenersi di non comunicarla altrui, e quindi nacquc il primo amore, come pur voi diceste, il quale voile Orfeo essere stato locato nel seno del Gaos nato innanzi al mondo, appellandolo percio antichissimo di somma psrfezione e di gran consiglio. Per lo che Parmenide si lascio intendere, Iddio innanzi a tutte le altre Delta aver conceputo Amore. Nel Caos parimente lo ripone il Divino filosofo, quivi trasmesso dalla Divina Sapienza alia formazione e armonizzamento delPuniverso, da esso amore la bellezza ricevendo e r ordine. Imperfetto. — Ma quale e la via e il modo onde Iddio incominciando da se ordina questo filo, secondo lo intendimento platonico ? Buonaccorsi. — Volendo la Provvidenza suprema, e questo sommo e infinito bene comunicare, e mettere in opera i frutti della sua infinita bonta, e non avendo nulla fuori di se, delibera a quelli esemplari eterni che detto abbiamo del1' intelligibil mondo, la creazione del mondo sensibile, per la cui e£Fettuazione dispose valersi di questo Amore. Dafinio, — Meglio si desidererebbe da me capire la sentenza platonica intorno alia nascita di questo amore. Buonaccorsi. — Fatevi conto che la Divina Mente, cioe il suo perfettissimo intelletto si rivolga a Dio come sommo benC; onde essa mente e per lo suo chiarissimo raggio illustrata, e dallo splendore di quel raggio accendesi eziandio una viva cupidita di propagare fuori di se si maravigliosa luce, e qaesta alta e ardente cupidita del sommo bene amore si e. Adunque la mente ch' e accesa accostasi a Dio, e accostaDdosi riceve le forme prime divine^ che sono la bontii, la sapienza e la bellezza infinita del sommo bene ; e per tal maniera si dipingono spiritualmente tutte le cose che sono, 6 che esser possono per lui, ed esse pitturc sono le Idee infinite del Mondo Archetipo, le quali nel mondo corporeo aveva determinato con fabbrica piu massiccia imitare; e qaeste Idee sono, appresso Platone, ne gli animi razionali (come si disse) ragioni e notizie; ma nella materia immagini e forme ; queste impercio rifulgouo nella Divina mente con raggio lucidissimo; nell'anima in modo men chiaro; nel mondo in gaisa molto piu oscura. Per la qual cosa, awertisce sottilmente questo grand' uomo, a fine di mettere ordinatamente in filo le intelligibili cose, e trovarvi qualche attaccatura per le sensibili per quella via pero ch' ei puo, che Tunita divina sia termine dal quale ogni e qualunque cosa ch' e, e che puo essere, e misura senza confusione e senza moltitudine; la mente poi e una certa moltitudine ordinatissima dell' Idee stabile e eterna : la ragione dell' anima, moltitudine di notizie e di argomenti, mobile si ma ordinata ; 1' opinione una moltitudine d' immagini disordinate, e mobili: I'unita non solamente unisce le parti deU'anima tra loro, e con tutta I'anima, ma eziandio tutta I'anima unisce con quella unita, ch'e dell' universo cagione; la medesima anima in quanto ella riluce per lo raggio della mente divina, le Idee di tutte le cose per la mente con atto stabile contempera; in quanto ella si rivolge a se medesima, le ragioni universali delle cose considera; in quanto ella risguarda i cor pi, le particolari forme rivolta alia sede deir opinione, e si le immagini delle cose mobili ricevute pe' sensi ; in quanto ella declina totalmente alia materia, usa la natura per istrumento col quale muove essa materia e formala, onde le generazioni, e gli augumenti, e i contrarii loro procedono. Innanzi dunque che la mente da Dio ricevesse le Idee, a lui si accosto, e avanti che si accostasse era la fiamma accesa di quello appetito del buono, e del bello cotanto perfetto nella sua essenza, e prima che si accendesse aveva il divino raggio ricevuto per conoscere la perfezione di se stesso; e anzi che si fatto splendore lo suo intendimento illuminasse, gia esso desiderio ardente al riguardamento di lui medesimo si era rivolto : ora, come dice Ficino, il primo voltamento a Dio del divino intelletto e '1 nascimento d'Amore; la grazia poi del mondo Ideale la bellezza si e perfetta, primo raggio della Divina bonta, alia quale di pre sente che amore fu nato, tir6 o rapi tutte le forme a quel lame, onde il me' che si potea in questo mondo visibile impresse restassero, e adorne ; per si fatta maniera traendola fuori della confusione del Gaos ; che impero fa saggiamente creduto per entro al Caos essere stato locate Amore, accio che con la saa yivifica fiamma e fulgidissima si rendesse maneggiabile la materia corporea e dura, alia perfezione conducendola di si bell' opera, e si perche le tenebre da lei discacciasse, e riducessela a quell' armonia e a quell' ordine che fa essere 1' uni verso opera degna di chi 1' ha fatto. Ch'fe egli altro dunque questo amore secondo Platone, se non quell' auima universale, o la porzione primaria e piu perfetta di essa, ch' e's'immagina dalla natura del Medesimo avere avuto suo cominciamento, e poi a intenzione di farla confacevole e attiva a siffatte operazioni, diramarsi nel Diverse? Laonde della natura di questo e di quelle essere stata insiememente composta; impercio te la veste della luce corporea, la quale e' cre6 innanzi a ogni cosa del mondo, come si e detto : di maniera che ben puo dirsi 1' anima del mondo platonico non essere salvo che amore, cioe a dire quell' appetite universale, quel caldo vivifico disseminate nella natura del tutto, il quale acceso da quell' Amore prime, muove tutte quante le cose alia generazione continua, onde di mano in mano che per la naturale mortalita di tutte le cose inferiori gl' individui periscono, merce di esse amore rifacendosi, conservansi eternalmente le specie lore, e mantiensi il tutto immortale. E cio voile intendere per mio avviso Marco Tullio nelle Questioni Accademiche, quando disse: Ex mtmdi ardore motus omnis oritur: is autem ardor non dlieno impulsu, sed sua sponte movetur; animus sit necesse est, ex quo efficitur animantem esse mundum, Eccovi dunque in questo ardore del mondo che anima il mondo, essere chiarissimamente spiegato amore. Per la qual cosa non a torto s' immagino il divine filosofo esserci due Veneri, con esse distinguendo le operazioni intelligibili dalle sensibili in quanto alia fattura dell' universe ; ed esser genitrici di questi due amori, naturale e divine; la prima Venere tutta adorna del divine fillgore, lo sparge alia seconda Venere; la prima suUe ali del 'prime amore e rapita air in su a riguardare la bellezza di Dio, e cingersi della purita de'suoi raggi; la seconda pigliandone, il me' ch'ella puote, suoi vivificanti riflessi, si rivolge alPingiu, colorando con essi, piu al simile che riuscir le possa, la divina pulcritudine ne'corpi mondani, aiutata a cio da quell' amore, che nell'anima universale risiede, e da gli stimoli alia natura, e per tal via da questa Venere seconda raccolgonsi e trasfondonsi le scintille, che schizzan fuori dal divino fuoco amoroso in tutti i corpi del mondo, i quali per merito di quel lume riescono belli secondo la capacita loro, e accendonsi di un ardentissimo appetite a tutte quante le generazioni; e per tal eflfetto (cotanto alto sail Trimegisto) ch' egli affermo proferirsi dalla voce del Verbo Divino ad ogni e qualunque cosa creata questo comandameuto: Germinate, crescete e propagate le universe cose che sono, le quali opere mie sono : col quale fiato amoroso e benefice impresse nella natura e razionale e irrazionale gli appetiti del generare e dell' operare secondo suo alto volere. In prova di che Platone nel Convivio esplica cosi: Iddio nel creare il mondo avere innestato in qualunque delle cose da lui create una tale amorosa concupiscenza, che aspirando ad una certa simiglianza e congiugnimento venissero con simili impulsi propagandosi a conservarsi perpetue : e pitt abbasso seguitando, dice : « Questo gran Dio (intende d' Amore) e cotanto ammirando, si ritrova in tutte quante le cose, che si contengono nell' ampio giro della natura universale, e s' introduce e spargesi per tutte le creature, e umane, e divine, e pero egli e grande, e molta, anzi tutta 1' intera efficacia, in qualunque cosa che sia, ha Amore; » che per tal conto i' appella di poi Padre di tutte le delizie, di tutte quante le piii vaghe leggiadrie e bellezze e avvenenze che dar si possono, e si di tutte le grazie, e di ogni qualsisia desiderio e generazione ; e in somma 1' adornamento piu perfetto degli uomini e degli Dei, e cio non si ved'egli essere 1' istessa cosa che 1' anima dell' universe, come altresi ne vien dimostrando Apulejo di quest' anima favellando : Illam celestem Animam fontem animarum omnium optimam et sapientissimam, virtutem esse genitricem subservire fabricatori Deo? Ora questa Virtu Genitrice puo ella chiamarsi altrimenti che amore? Anzi, per rendere tanto maggiormente palese come per tutte le divine cose e piu alte amore si spande, eccovi citato il Divinissimo Poeta nostro favellando del Paradiso : « In questo miro ed angelico templo, Che solo amore e lace lia per confine, » e piu innanzi: « Ricomincio: noi semo usciti fuore Pel maggior corpo al ciel eh' e pura luce; Luce intellettual piena d' amore, Amor di vero ben pien di letizia, Letizia che trascende ognl dolzore. » Di modo che e' si vede e nelle cose naturali e nelle umane, e piu di ogni altro luogo e piu puramente nelle cose divine, essere sparse amore. Imperfetto, — lo ho notato quel che dice Trimegisto che mi ha fatto stupire, e sembrami, ch* e^ sia il crescUe et multiplicate et replete terram secondo la divina favella. Buonaeeorsi, — E pero quando il vero e vero, cioe quelle che ci par vero e veramente vero, gl'ingegni di piu alto acume ci danno sovente dentro eziandio col lume naturale. Ma ritornando a questo Divino Amore, raccogliendo insieme tutto il discorso, puo dirsi che per merito di questo amore primiero, in sentenza di cotanto grand' uomo, tutte le fatture deir Universe, accese di si fatte faville, si volgano e amino Dio ; le divisibili alP indivisibility suprema ansiosamente aspirando ; le di£ferenti e varie alia simiglianza e uniformita; le discordi all'armonia; le sparse e disgiunte al lore piu desiderabile ricongiugnimento; le multiplici e numerabiH alia perfezione dell' uno, cioe a dire conspirano tutte air unita delP Universe, come il simulacro piu perfetto che mostrar si possa a' nostri occhi del mondo divino ; per tal modo insomma, anche le cose indefinitamente difformi al Medesimo si chiamano, dal quale tutti i beni innanzi si dipartono a fin di spargersi per via di questo nel Diverse, e quindi desiderosamente a quello si studiano di far ritorno, si come a lore unico perfetto e sommo bene, il quale reputano tutti quanti i Platonici esser posto nel centre di questo circolo universale; dal qual centre tutti i divini raggi si partono, ed a lui si ripercuetone qualunque volta per la colpa degli impedimenti di mezzo, piu e meno materiali e corporei da lore dirittura non si divarino, e altra via prendane fuori del giro piu perfetto della ragione. Dafinio, — Qui correrebbe piu bene 1' esempie del Sole constituite, secondo la sentenza Gopernicana, nel mezzo del nestre sistema, che quindi spandende i raggi per tutto illumina piu agevolmente tutte le cose, che per altra via. MagioUL — Non impediamo al signer Gioseppe il corse del ragionamento, che e materia melto difficile. Btionaccorsi. — E per cio quanto bene disse Apuleje, censiderande anch' egli essere una sfera d' infinita retendit^ V essenza del tutte, nel cui centre risedesse il divine Sole ad illurainamente e vivificamento continue di tutte quanto quello ch' e, e si spandende i raggi di quell' infinite amore alia cemunicaziene de' sue' boni, essi vie piu adoperassero perfettamente, e mineri impedimenti patissere di mane in mane nelle ceso piu vicine a lui, che nelle piu lontane. Corpora calestia quanto Deo finitima sunt, tanto ampUus de Deo capere, multoque minus qua ah illis sunt secunda, et ad hcec usque terrena pro intervallorum modo ; ita Deum per omnia permeare ! Magiotti, — Ma Dante, in cui al mio parere si trova ogni cosa, le ci esprime con evidenza grande, e nel prime del Paradise, e poi nel venfcettesimo canto anche meglio: « La gloria di Colui, che tutto move, Per r iiniverso penetra, e risplende In una parte piiif e meno altrove. Nel ciel che piil della sua luce prende ec. E poi nel ventottesimo benche e' favelli dell' ordine de' Beati, vien poi alle cose sensibili: che vuol dire, come nella mente divina s' accende 1' amore, che volge cioh la intelligenza, la quale ama il suo Creatore, e ardendo d^amore da lui si parte e ritorna a lui: il che applica Dante, si come per amoro tiitte le cose create da Dio si partono, e a lui ritornano, a) moto delI'universo e de' celestiali cerchi dicendo nel Paradise: ^ « £ questo cielo non ha altro dove Che la mente divina, in che s' accende L*amor che il volge e la virtti ch'ei piove. » E dimostra poi che 1' ultimo Cielo sia dall' Empireo com preso, il quale non e se non luce ed amore, per il quale tutti i movimenti si ordinano de gli altri Cieli, e poi il moto, e )' ordine si regola da tutti gli ordini della natura, il che si ricava dal resto di quel che dice il medesimo Poeta : c Luce ed amor d' un cerchio lui comprende, Si come questo gli altri; e quel precinto Colui che il cinge solamente intende. Non e suo moto per altro distinto; Ma gli altri son misurati da questo, Si come diece da mezzo e da quinto.» Ghe vuol dire, come questo Amore onde arde lo Empireo, senza aver moto da altri che da Dio, mubve qualunque altro moto soprano o inferiore che si dia. E ci6 e egli salvo che quelle operazioni che assegna il divino filosofo air anima del mondo ? Per si fatta dunque ragione, hen confessar si dee che amore sia veramente 1' anima delr universe. Btwnaccorsi. — Ecco perche ne dice V Areopagita medesimo : « amore e un cerchio huono, il quale sempre da bene in bene si rivolge; in quanto Iddio e atto di tutte le cose, e quelle aumenta, dicesi bene; in quanto le abbella e fa leggiadre, dicesi bellezza; si come bene, crea, regge, e provede; si come bello, illumina, e grazia dona loro, e vaghezza. » Luigi, — Gio e appunto quelle ch* i bramava di sapere, in qual modo stessero in Dio e congiugnessersi insieme bonta e bellezza, e che legamento fosse tra loro. MagioUL — La bonta infinita di tutte le cose h Iddio solo ; la belta e raggio di Dio sparso in que cerchi che intorno a Dio, come centro loro, si volgono. D Sommo Bene e la sopra eminente essenza di Dio : il Sommo Bello quel raggio si e che da esso sommo bene rifiilge per lo tutto, penetrante prima nella mente sovrana, quindi nelP anima dell' universe, e nolle altre razionali anime, indi nella natura e nella materia, e la perfezione interna genera quasi sempre la perfezione di fuori; e pero la Divina bonta la bellezza produce, e si pero la bellezza vera dicesi da' Platonici fiore di bonta; laonde per merito di questa belt^ esteriore T interna bonta alletta ad amare, e qualunque ama la bellezza secondo il dovere, essa ne conduce gli amanti ad amar la bontade; per lo che con giusta ragione da Platone amore si appella (come che in sostanza e' sia desiderio di bellezza), bellissimo, e ottimo, e per cio donatore di tutti i beni a' mortali. Questo raggio, impero, colora in quattro cerchi le spezie di tutte quante le cose. Ecco nella mente divina dipigne I'Idee, ove il raggio e nel suo piii perfetto vigore; neir anima poi la ragione, nella natura i semi, e nella materia le forme, nolle quali cose esso splendore viene di cerchio in cerchio dalla sua perfetta luce smontando, ma 1^ dove la divina bonta adopera immediatamente, le cose perfettissime sono: V Fer6 se 11 caldo amor la chiara vista Delia prima yirtu dispone e SiegDa, Tutta la perfezion quivi s' acquista. » Dimaniera che Iddio e la bellezza, la quale tutte le cose desiderano, come detto si e, e nella cui possessione tutte si abbellano, tutte si contentano, e quindi 1' amore in qualunque creatura si accende, concedendo Iddio lume del vero a gli animali razionali, e fuoco di carita, il quale va sempre crescendo, come il Poeta stesso : « Lo raggio della grazia, onde s' accende Yerace amore, e che poi cresue amando. E in un altro luogo, ec. « Perch e s' accrescera ci6 che ne dona Di gratuito lame il sommo Bene; Lume che a lui yeder ne condiziona: » il che ci sentiremo dentro di noi adivenire, dove noi andiamo mantenendo vivo col vero amore questo lame della grazia, finche chiamati siamo a lui per goderloci a occhi veggenti. Imperci6 che la perpetua invisibil luce del divino sole sempre a tutte le cose con la sua presenza da conforto, vita e perfezione, e dona loro virtu di augumento, e pero Iddio se sopra tutto PUniverso spandere. Zoroastre, se bene ho a mente, pose tre principii del mondo, signori di tre ordini, Iddio, la mente, e ranima, cui rispondono le spezie divine; idea, ragioni e semi. Le Idee da Dio date sono alia mente, perch e esse con la bellezza loro richiamino la mente in Dio; le ragioni intomo alia mente, perche elle si conducano per la mente nelFanima, e si addirizzino Tanima alia mente. I semi circa all' anima, impero ch^ mediante V anima passino nella natura, e dalla natura con V ordine e con 1' armooia si richiamino alle operazioni dell' anima. Per lo medesimo ordine poi dalla natura nella materia discendono le forme; ma queste non sono nel filo delle spezie divine, le qaali pure da esse prendono il diritto loro, e con esso T ordine deir anima alP Idee, e per queste all' unita prima si vadano accostando, per quanto esse capaci ne sono. Tale si e il sistema Platonico per cui si coUegano le cose divine ed eterne, con le temporali e sensibili; e quindi da qaesti quattrp circoli riflettono gli splendori della Divina Bellezza che si rivolgono piu o meno lungi al centro ch' e Iddio : e'l primo amore da tali splendori acceso, da moto e attitudine a tutte quante ie operazioni dell' universo, o vegetabili, o sensibili, o razionali ; le Idee, le ragioni, e' semi, che per via di quest' amore, di quest' Anima universale discendono nella natura, e secondo il luogo dove discendendo si posano, mutan nome, sono ie cose vere, ma le forme poacia de'corpi sono piu tosto ombre delle cose vere. Ora chiunque queste attentamente rigaarda, puote ammirare ed amar quelle, perche in esse scorge, e riconoscevi il divino fulgore, e per esso sale ad amare Iddio stesso; e come diceste, signer Grioseppe, niuno amatore amando si satolla per qualunque conseguimento qua tra noi di ogni bellezza che sia, impercio che quel che e' vorrebbe non conseguisce, 1' occulto sapore della Divinita gli amanti non assaggiano, quantunque ne sentano suavissimo odore, che gli alletta ad amarlo. E cosi per questa fragranza si appetisce il sapore nascoso, ma sovente non sappiamo, ne ravvisiamo in che, che e^ si sia. Quel, fulgore della Divinita che risplende nel corpo bello costrigne gli amanti a stupirsi, e venerare esso corpo come statua di Dio, ancorche e'non si rinvengano in essa delr originale, e pero non veramente la materia corporea si ama, come di sopra ne avvertiste, ma la divina belt^ che in essa riluce, e vorrebbe Puomo trasformarsi nella cosa amata (dice Marsilio) perche in quelP atto amoroso senza saperlo appetisce di farsi Iddio. Sospirano gli amanti, perche si avveggono di lasciare se medesimi, e non si trasformano in quel che e' vorrebbono; percio che vogliono, e non sanno quel che essi vogliano. Laonde colui che antepone la forma del corpo alia bellezza delP animo, non usa bene la dignita di amore ; conci6 sia cosa che la belta corporale sia splendore neir omamento di colori e di linee che agevolmente si cancellano e oscuransi; quella delPanima risplende nella consonanza delle scienze e de' costumi, che sono imitamenti piu al vivo della divina sembianza. Lo splendore del volto divino nelle sopraddette cose e 1' universale della bellezza, I'appetito che a quelle si volge e I'uni versale di amore, e quindi si deriva poi il particolare amore a particolar bellezza, la quale nella convenienza deUe parti con esso i nostri occhi, che la mirano in un modo a questo, e in un mode a quelle consiste, e nella approvazione che da noi se ne fa col desiderarne V acquisto, nasce il particolare amore, che per ci6 scambiano tal volta gli uomini, se non ci badano diligentemente, o che non abbiano le vere seste ne gli occhi lore, la bellezza vera dalla falsa, e '1 riflesso dal lame. Per lo che Delia mente delF uomo e situato da Dio un eterno amore di vedere e godere F universale beltk, e con esso gli stimoU della particolare, sed essa non ci abbarbaglia i sensi, ci moviamo alle virtu e appetiamo la sapienza, che sono i pin be' ritratti di Dio e di piu perfetta maniera. Per guisa che Platone, nell'Epistola al Re Dionisio : « L' animo dell' Uomo desidera intendere le cose divine, riguardando in qneUe che a lui sono piu propinque, e a tal cagione amore secondo lui e interpetre e mezzano per far trasvolare le umane alle divine cose, e far discendere le divine a noi; » il che amava meglio Cicerone dicendo: maltAerim divina aA nos, e quindi con somma ragione appellasi amore un mezzo tra le cose mortali e le immortali. II raggio di qualunque bellezza (come bellezza e\V e) discende innanzi da Dio, poi trapassa nella mente, e neir intelligenza, e quindi nell* anima, come per materia di vetro, e dall^ anima passa nel corpo, preparato a ricevere tal raggio, e da esso corpo formoso trainee fuori massime per gli occhi come per trasparenti finestre, e da essi penetrando negli occhi, che in quelli riscontrano, per quegli ferisce V anima e acceudevi lo appetite, e r anima ferita, e P appetito acceso ne induce a bramare il refrigerio, c ci6 ottiene qualunque volta il ricondace a quelle alto luogo, onde il primo raggio discese pe' gradi del corpo della cosa bella ed amata alia bellezza dell' anima di essa cosa amata, di poi alia mente e alU Idea di quella, e in ultimo a Dio, ch'e lo splendor primario, e Pe tutto insieme di ogni bello che sia. E per quale altra cagione hanno piu forza gli occhi di accendere i cuori, che le altre belle fattezze deWolti, se non perche amore che nasce in ciascuno h invitato a penetrare fin entro alle bellezze dell' anima, e qaindi risalire a Dio, e non terminare lo appetito solamente nella superficie corporea? Udite il Petrarca com'e'favella quando e'ragiona de gli occhi: « P«r divina bellezza indarno mira Chi g\i occhi di costei gia mai non vide Gome soayemente ella gli gira.» E nelle canzoni Degli Occhi: « Gontar porria quel che le due divine Luci sentir mi fanno. » E nell^ ultima : e quel che segue, sempre discorrendo sopra gli effetti am-^ mirabili di questo Giove per lo giovamento e beneficenza ch' e' rende al tutto, ma per via di questo amore di quest' anima dell'universo; laonde amore, ch'e della sostanza di Griove, e Dio anch'esso, o e il fiore, e il lume piu puro dell' anima, o e T anima stessa del mondo, la quale ordina, unisce, e mantiene immortale la natura delle cose mortali, perche per se morendo tutte, sua merce tutte si ringiovaniscono e si si risuscitano ; cosi per virtu di quest' anima universale, dico di questo ferventissimo amore dal Medesimo, cioe dal sommo bene^ tanti bem al Diverso comunicabili si fanno, e quindi al Medesimo con armonici numeri si riconcatenano, e dal Medesimo via via nel Di verso, e dal Diverso nel Medesimo, con perpetua amorosa circolazione ritornano, e percio o r anima del mondo e ripiena di amore, o T amore e r anima egli del mondo, come mirabilmente disse Torquato Tasso, in quel suo sonetto esplicando in pochi versi quasi tutta la nostra dottrina. « Amore alma e del mondo amore h mente Che volge in ciel per corso obliquo il sole, E degli erranti Dei Palte carole Bende al celeste suon veloci o lento. L^aria, ]' acqua, la terra, il foco ardente Misto a' gran membri dellMmmensa mole Nudre il suo spirto, e s' uom s' allegra, o duole Ei n' e cagiono, o speri anco o pavente. Pur, benche tutto crei, tutto governi E per tutto risplenda, e 'n tutto spiri, Fiti spiega in noi di sua possanza Amore; E, disdegnando i cerchi alti, e supemi, Fosto ha la reggia sua ne* dolci giri Be* bei nostri occhi, e '1 tempio ha nel mio core. » Amore e dunque esso 1' anima dell' universo, perche qualunque desiderio che si accende in tutte quante le creature di ogni sorta ch' elle si sieno, quale appetito che sia il quale regna nel tutto e nelle sue parti e si nelle specie e negli individui del mondo, ha suo primo impulso da quelle incentivo sovrano che ci muove ed eccita al godimento del buono perfetto, conciosiacosa che tutti i beni comparativi, che veramente beni sono, dal superlativo del sommo bene ne piovono sopra di noi; e se gli appetiti nostri si smoderano, e pigliano i mali per beni, cio non da amore, che non erra nel suo fine, ma nasce da noi, e dalla nostra imperfetta e cieca natura, i quali scompigliando co' fiati delle disordiaate passioni quelle faville, te le deviano dal vero riflesso loro, cioe dal diritto incamminamento al lor bene, onde sfavillarono da prima, scambiandolo col falso bene, che bene ci rassembra, impercio che noi non sappiamo alzarci dalle terrene cose, ed in queste fermando il pensiero non come mali, ma siccome beni gli bramiamo. M' immagino ch' e' vi paia esserci noi troppo distesamente dilungati dal filo ; ma se amore e veramente I'Anima dell' Universo, o Fanima di quest' anima, sara stata simile proposizione parte principale, e molto ben fondata, e non digressione dell' incominciato ragionamento. Imperfetto, — Ora che ne dite: non vi par'egli che il concetto di quest' Anima universale, di questo amore, che da moto, regge, e mantiene, e ordina il tutto, e riscalda di esso le parti, e svegliale a gli appetiti delle generazioni, e della conservazione di tutte le spezie, e dell' universo medesimo, sia una cosa in tutto e per tutto al divino spirito somiglievole, del quale poco fa discorse si altamente il nostro Magiotti ? MagioUu — E quello che ha proferito con si sovrano ragionamento il signor Gioseppe, e spezialmente la difinizione cotanto sottile ed arguta ch'egli ha seco medesimo pensato intorno alia differenza che dar si possa tra questo amore, e 1' anima del mondo, quanto perfettamente si adatta al divino spirito! poiche (diss'egli) che credeva poter essere per awentura questo amore quella porzione del1' Anima Platonica, solamente nel Medesimo consistente, e il fiore per cosi dire di essa Anima. Ora se Platone non imbrattasse per un certo modo la sua anima con esso il componimento del Diverso, mala facesse essere perl'appunto questo amore del Medesimo solamente fatto, che ci averebb'egli da ridire, perche e' non fosse tutt' una col nostro divino spirito dispensatore per 1' universo tutto, e a tutti gli ordini delle Creature, delle celestiali grazie e degli aiuti soprani ? Quanto poco e mancato a Platone a non dir tutto vero? Dafinio, A questo modo Platone con altri vocaboli avra quasi senza errare intesa e espostane la Trinity ; se e' 1' ha fatto per proprio lume, ell' e intelligenza piu che da uomo. MagiotH, — E intelligenza certo piu che da nomo, e da non potersi intendere salvo cbe su '1 fondamento del credere, e chi presume piii oltre e matto, come disse il nostro Dante: Puossi egli dir piu? Ma e' non seppero perfezionare questi Platonici il concetto intero delle tre persone e un solo Iddio, nel modo, ch' «lle sono, impercio che, come bene osserva il cardinale Bessarione, seppe Plato ne riconoscere Iddio come la prima mente, e il suo divino intellotto colmo delle Idee, che tanto si ^ a dire la sua infinita sapienza, siccome figliolo seco coetemo ed ngaale, e come della medesima natura chiam5 la divina sostanza col vocabolo del Medesimo e dell'uno. Ma non giunse poi a far rassomigliare tanto cbe basti Y anima deir universo al divino spirito, facendola staccare si dalla sustanza del Medesimo ; ma rinvolgendola nel Diverso con le sensibili cose e corporee, te la permiscbi5 nel suo componimento, e percio riconobbela come inferiore e non uguale a Dio, e al suo Divino intelletto; e questo impercio cbe tra due cose tra se per si grande intervallo distanti, e di disuguaglianza infinita, reputo convenirci, per necessita, de^mezzi, n^ potette capire che la Divinitli pura ed intera tra le cose corporali e sensibili a mescolare si avesse, cotanto tra se differenti e lontane, senza patire macchia o difetto, e percio stimo r anima composta dell' uno e delP altro, accio che fosse mezzana per traportare la ragione ad armon^zzare e perfezionare si vasto ed alto edificio, e non trapasso a conoscere che la purita, semplicita e chiarezza perfetta, quale ella e in Dio, non teme ombra, o contaminamento da veruna cosa che sia. Periculum status sui Deo nuUum est, disse Tertulliano. Buonaccorsi. — V noto che Ermete si approssima alia verita nostra piii che cioe a dire dell' essere divino, e della TrinitJi delle persone. Imperfetto, — E' mi sowiene di un altro luogo di Dante, nel Paradiso, che mi pare piii bello^ e ch' esprima bene, e nel quale discorrendo della Trinitib specifica in ultimo lo Spirito Santo: « Nella profonda e chiara snsslstenza Dell* alto lume parremi tre giri Di tre colon e d'una contenenza: E run dairaltro, come Iri da Iri, Parea reflesso, e il terzo parea fuoco Che quinci e qaindi egualmente si spiri. » Con esso il ben fondato appoggio della fede, che si contenta di non intendere quel che ella crede, possonsi dire cose altissime intorno ietlla Trinita ; ma gli altri che fondano il loro sapere tutto su lo intendere, salgano pure in su quanto si vogliano, che ognun di loro in qualche parte vacilla; impercio che non ha si gran seno la nostra comprensione. MagioUL — E di qui nasce, che Trimegisto piglia equivoco, e non si dichiara bene in quel suo elevatissimo presupposto, e Platone non resta capace che un Dio possa adoperare nella materia senza termini di mezzo alPuno e all^ altra in gran parte confacevoli ; laonde e^ s^ immagina quest' anima composta del Medesimo e del Diverso, e svaria dalla verita, che in noi s^innesta per grazia e per merito della fede. Imperfetto, — Ma che vuol dire che la Genesi ancora mette che Iddio spendesse sei giorni neUa creazione dell' Universo, e il settimo si riposasse? II tempo, come pure detto avete, non s' incominci6 egli a computare dopo la creazione, cioe a dire I'ordine successivo de' giorni, de' mesi e degli anni, la cui misura sono le revoluzioni quotidiane del Sole? e poi sempre sete venuto affermando per cosa indubitabile che Iddio onnipotente non abbia mestieri di distinzione di tempi, e di differenze, e di atti nel suo adoperare, contrario a quelle che pone il Timeo. BuonaccorsL — Iddio con sua onnipotente mano opera in uno istante, dico col suo Verbo onnipotente nel modo che ne avvertisce Trimegisto scrivendo a Tazio, che il sommo Architettore col Verbo, non con le mani, ha fabbricato il mondo. II suo Verbo dunque con un atto solo indivisibile per5 e' fa tutto. Imperfetto. — Ora dunque che cosa vuol' ella dire la Genesi cental divisione di giorni, che suppongono atti diversi? Ella ne pone pure una verita infallibile ? E poi dice che Iddio si riposasse: puo capire in un Dio la fatica, la lassezza e perci5 V aver uopo di quieto ? Saracci sotto qualche mistero. Buonaccorsi. — Cio dice la Scrittura, non perche Dio operi con atti distinti, ma perche delP ubo de gli atti distinti abbisogniamo noi a fine d' intendere una operazione individua e cotanto immensa di un Dio ; e pero la Scrittura, e per avventura Dio medesimo nella creazione del mondo, e del tempo, si accomodo al nostro modo, e alle misure che capiamo noi. Dafinio, — Ancbe Platone e Trimegisto V avran detto pel medesimo fine, non perche e' non avesse a sapere quali sono le alte condizioni dell' onnipotenza divina, e per tale effetto le assegnasse le nostre a farci intendere il suo mo' di operare. Magiotti. — Non dico ch' e' non possa essere, ma e' non e in verun conto vcrisimile, che alcuno che sia aggiugnesse a quello che si arriva solamente con la iidata scorta della grazia e del lume divino, che per Y acquisto di una tal yerita dona Iddio a suo' fedeli solamente, e non si puo gia mai acquistare per natura, o per istudio. £' giunse pur troppo innanzi col barlume del suo acutissimo ingegno; ma non potette, ne seppe dare il suo legittimo e giusto peso alia divina onnipotenza, e per quanto e' si alzasse con le misure, non seppe interamente uscire dalle nostre bilancie; e pero ne parla il filosofo nostro come s' ella avesse bisogno di un' operatrice sotto di lei a fare andare con ordine il mondo, e farlo vivere vita perpetua, quasi Iddio disagiare si avesse, e partirsi da suo sovrano seggio, quando dovesse adoprare da se, ne gli bastasse il vigore del suo divino sermone quando disse per stabilir di pianta in un attimo I'Universo intero, si come e'fe', e si farlo camminare con ragione in virtu di quell' editto irrevocabile che e impermutabile legge ed eterna della sua volonta. Cambise, Xerse e Dario, come considera Apulejo, standosene come serrati in un Tempio nella Citta capitale de' loro reami a render co' popoli piu venerabile la loro maestli, e piu sti' mabile e autorevoie la loro potenza, faceano abbidire prontamente, e senza disdetta veruna le leggi loro per Tampiezza de'lor dominj. E Filippo Secondo Re di Spagna ne' tempi modemi usava dire, che dalP Escuriale governava piu d^un mondo; ed hassi a dabitare se un Dio immobile e perfetto per sua natura possa, senza muoversi, con an volger di ciglio reggere e moderare il governo delP Universo? Se con un tocco di tromba una moltitudine ne gli eserciti di presente, ciascuno per ciascuno, si mette all' opera di quello gli si appartiene obbedendo, senza scattare punto a gli ordini del loro generale, e pure le leggi de gli uomini imperfette sono e mutabili a capriccio dei Principi, e o per ribellione de'popoli alterar si possono, o perche non da tutti s' intendano ; e la voce sonora della Divina parola non si ha da udire per tutto e' suoi decreti, e le sue leggi che non variano, e che sono di infinita luce e chiarezza, come affermano i sacri proverbi : mandatum Domini lucema est, et lex lux, 6 per cio etemi sono, n^ patir possono alterazione o dubbiezza ; hassi a mettere in disputa s' essi s' odano a un tratto per tutto, e non si esegyiscano dalla natura e da tutte le minime parti del tutto, senza ch'egli si abbia a muovere dal suo altissimo Trono per farle eseguire ? e che perci6 se gli convenga assegnare un' altra cosa, che se, per ministro subordinato, come si e V anima del mondo, accio che ella vada ad ogni minima particella di esso portandole gli ordini ec? Iddio strabondevole di forze e di potenza, di augustissima specie, Genitore delP immortalita e la virtu stessa di tutte quante le virtu, la cui legge sola h perfetta, e impermutabile, per cui tutti quanti i semi fanno le special! operazioni loro nelle nature diverse di tutte le cose ; e i Cieli, e gli Orbi, e i pianeti e tante altre stelle, con le loro speciali revoluzioni si volgono per la medesima con tanto ordine, e regola bene armonizzata e distinta? Non perche dunque Iddio fosse bisognevole di tempi e di atti diversi, ma a maggiore intelligenza nostra, la Sacra Scrittura divise in piu atti un atto solo del divino adoprare^ e in piu tempi la sua operazione instantanea, dicendo che Iddio e il suo alto intendimento conobbe di far cosa buona, e conosciutala delibero con esso la volont^, e deliberatala col suo Verbo e col suo spirito fece il mondo, cosa per cosa, nella divina settimana per fame capaci i mortali, che cio dovean credere, e non erano atti ad intendere, essendo necessarie si fatte misure a noi per capire quel che non e da noi. Dafinio. — Tant' h, io non ^ni rinvengo per qual ragione noi abbiamo da a£fermare che Platone non Tabbia fatto al medesimo fine, con diverso modo dal nostro. Magiatti. — No, perche ne il filosofo, ancor che Divino veramente chiamar si debba, parlando cose che il tacere e bello, non poteva senza lume soprannaturale, onde ha privilegiato solamente i suoi fedeli la Divina prowidenza^ per quanto e' si sollevasse alle piu alte cime, non poteva mai, dico, si a dentro penetrare, come noi facciamo con la fede, nella cognizione imperscrutabile della divina onnipotenza ; e si camminava, e vi saliva tentoni, e non era atto a spiccare nn volo sicuro si come riesce a noi illustrati da si chiaro fiilgore. E poi Platone non averebbe formata Tanima inferiore, come si h detto, rendendone per ragione ch'ella dovesse mescolarsi dove non conveniva si permischiasse Iddio, e perche in somma non capiva benissimo qnello che veramente fosse Iddio; imper6 egli reputo necessaria qnesta anima fatta si da Dio^ ma disseparata da lui per la forma* zione del mondo, non potendo rimaner capace che la sovrana parity della divina essenza dovesse mettersi in risico di macolarsi in fra le cose nostre inferiori, e cio e impossibile scorgere cosi per V appnnto il vero, si come egli e ancora che dinanzi a gli occhi de^ mortali se ne spanda il lustro ed una vivace splendenza. Dafinio, — Se Apulejo T intend' egli, perche tal cosa di una onnipotenza assoluta di Dio non Fha da capire Platone ingegno divino? Buonaccorsi, — E per questo convien confessare che ana si ampia materia, a si alta, che si distende in vie piii largo, ed immenso spazio, ohe il seno non e delle menti nostre, avendo colmo, per grande e spazioso ch' (b' fosse, quello del nostro divino filosofo, nel volerlo abbracciare e comprendere UQ tal concetto tutto insieme, e ben verisimile che glie ne scappasse fuori qualche particella, ancor che atta ad ogni capacita, introducendovela sola, nel mpdo che poche gocciole di acqua son quelle che fanno traboccare il vaso quando egli e gia pieno; e pero ne prese la vasta mente Platonica quanto ella poteva di si larga e strabondevole e infinita materia; ma perche essa mente era finita, non la potette capire e rattener tutta ; o si pure egli e ragionevole di credere, ch' egli avesse lette e studiate le sacre pagine di si alta proposizione, e per farsela sua fosse constretto a mutar qualcosa, e mutasse questo; e Apulejo disse quello, e si abbatte a dire il vero, ma non giunse poi tant^oltre a un gran pezzo quanto Platone, e il meglio 11 tolse da lui. Imperfetto, — Egli e certo che la verita si fa lume da Be, ma e cosi grande e cosi lucido ^ suo spandimento, ch' ella ne abbaglia. Sant^ Agostino non die* egli discorrendo sopra quel luogo del Vangelo: per Verhum Dei facta sunt omnia, in questa maniera ? Inveniuntur ista et in libris Philosophorum, et quia unigenitum habet Deus per quern facta sunt omnia, illud potuerunt videre quid est^ sed viderunt de longe. MagiottL — Anzi, tutto il contrario, impercioche per qual maniera ci6 sia, o ch* e* se 1' abbia immaginata da se, o no, e* s* h approssimato col suo falso tanto innanzi al vero, che piu tosto si pu5 dire ch' e' si tocchino V un V altro con un sottilissimo confine. Ita .... finitima sunt falsa veris, disse Marco TuUio; e Dante: € Cos! parlar conviensi al vostro ingegno, Perocche solo da sensato apprende Ci6 che fa poscia d' intelletto degno. > E pill abbasso: lo fo dunque conto che il moto non sia altro che questo, e pero secondo il declive che le cose incontrano, per varie sorte di canali e secondo le forze e le resistenze in che elle si awengano, V una a petto all'altra, nasconne tante varieta di moti nella natura, e air insu, e all' ingiu, e pe' lati, e non V ho per cosa soprannaturale, e che quindi poi ne vengano gV impulsi alle sensibili cose : ma egli e che noi altri uomini abbiamo questo mode di fare, che quando noi non giunghiamo a intendere una cosa, o noi siamo cotanto temerarj che, perch6 noi non V intendiamo, la neghiamo ; o tanto facili, che le assegniamo nna cagione sopra naturale, senza sapere quelche ella si sia per quietarci nella nostra insaziabile curiositade; tratto di coteste cose del moto, perche in che modo stieno i movimenti delP anima imraortale e di sovrana fattura, ancor che io vi opponga per mantenere il discorso, e investigare meglio il vero; io so e credo quel che io debbo credere; ma che da noi si possa giugnere col nostro intendere per le vie cbe voi fate, oh ! questo io T ho quasi per impossibile. MagioUi. — Ma quando fosse quel che voi dite, pur ci vorrebbe un geometra perfettissimo, e sopra le cose nostre inferior!, il quale avesse saputo con sopra natural maestria fabbricare e situare questi canali e queste vie col loro debito declive maggiore, o minore, e posto a^ lor luoghi si ordinatamente, e dato a tutte le variety degli umori che vi debbono scorrere, i lor varj pesi a ragione, come non solamente nell' universe, ma anche nel microscomo camminar si veggono tutte quante le cose con ordine, e proporzibne, e tanti moti di vita non cessar mai finche e^n6n si muore. Ma pure dope morte finiscono, avvegnache i canali iie' cadaveri si scorgano interi, e non guasti, e gli umori vi si ritrovino ; ma perduto il raoto, adunque, questi movimenti maravigliosi non hanno 1' impulso loro dal declive, quantunque forse il declive gli agevoli loro, e ne apra loro le vie ; e pero e' convien credere cbe r anima abbia sospinta, e con altra forza sospinga e muova le cose, che con quella cbe voi dite ; e s' ella venisse d* onde voi mi date ad intendere, le maestranze appareccbiate con ordine, e con regola cotanto eaatta, non sarieno da cagione corporea, ma da cagione intellettuale e divina, cb' e principio universale di moto, perch' essa e quella che adatta si maravigliosamente e dispone le cose a pigliare il moto ed operare con tant^ proporzione e virtu. Bafinio. — Anche le anime vegetative, e le sensitive averanno a vostra detta il loro movimento da Dio. Adunque anch* esse immortali saranno ? Magiotti. In sentenza platonica (contradicendo per6 in qualche piccola parte a Platone) egli e assai agevole a sopire la vostra dificult^, impercio che si come le anime razionali adoperano in virtu di quel moto, vita, e azione, innestato dal Supremo Arteiice per entro la sustanza loro perfetta, intera e incorporea per impulso di forza infinita; cosi il moto loro (come detto si e) e si la vita e 1' azione loro viene a essere perpetua e immortale ; ma nell' anime irrazionali, le quali pare che Platone abbia anch' esse per immortali, nulla di meno, ancor che mortali elle sieno, il lor moto, la lor vita, e la loro azione dall' anima universale riceve lo impulso, il quale compone in quelle 1' azione con quelle ordinaraento cb' esso moto ritrova addirsi alia disposizione varia de' temperamenti e degli organi che hanno da muoversi; onde o la vegetabilit^ sola ne resulta, o la sensibilita con esso la vegetabilita insieme congiunta; imperocche esso movimento delF anima universale da sospinta alia disposizione delle parti official! de^ corpi, e inducevi la vegetazione, e^ sensi per il modo che noi veggiamo ; e que8ta puo cbiamarsi sustanza mliteriale, e corporea, perche quest' anima vegetabile, e sensibile, non e anima da s^ senza essi organi, e disposizioni che concorrono insieme all' azione 6 alia vita, e mancando e morendo gli individui, e disfacendosi la struttura de gli organi loro, esso moto, e azione, cbe ha Purto si bene ordinato dalla ragione e dal movimento dell' anima del mondo, finisce di esser anima propria, e rimane nell'universale componimento dell'anima del mondo. Ma ne anche ^ difficile il rispondervi nella vera nostra dottrina: impercio che l6 anime razionali ricevono I'impressione de'moti loro dalla forza infinita della mano divina, quando ella le crea sustanziali, e incorporee, allor che finito di fare il feto, informano il suo corpo, e perche il moto, la vita^ e le azioni loro sono totalmente nell' anima, e dalla disposizione di esse membra organali anzi ricevono impedin^ento e contradizione, che sveltezza e sussidio a' lor moti divini. Essa anima e anima ancorche fuori de' corpi, ed ha fuori di essi piu libera 1' azione, il moto, e la vita; e percio, anche morendo i corpi, ella vive immortale. Le anime vegetative poi, e )o sensibili corporee sono si come detto si e; concio sia che la parte della vita e dell' azione loro consiste nell' attitudine e positura corporale organica, e ne' temperament! varj degli umori composti insieme, e parte nel moto, il quale avvenendosi in esso corpo e disposizione atta a riceverlo, tra '1 temperamento degli umori, tra la disposizione degli organi, essi corpi ottengono le azioni loro per un modo o per 1' altro dal moto assegnato alia natura da Dio; e percio esse anime per tal maniera ricevon potenza di vivere le vite loro ; delle cui vite e Tesoriera la madre natura per compartirle di raano in mano alle nascenti cose, e succedenti V una dopo 1' altra in perpetuo. fi impero che questo moto, che s' infonde ne' corpi dal ventre della terra, ond' egU esce, e dagl' impulsi delle operazioni natural!, e fuoco, e aere, e umidore ne mena seco, e con fluidezza e agib'ta indicibile per essi organ! discorrendo in varie guise, rende vivificazione continua e accrescimento nelle vegetabili creature, e un eccitamento di senso nelle sensibili, per quel sovrano modo che da noi non s^ intende ; ed essendo esse anime e formandosi per loro un componiiuento di corpicelli, e un temperamento corporeo che le racchiude; corporali e materiali si chiamano, perche per se nulla non sono senz' essi corpicelli bene accordati a ricevere il moto nel corpo maggiore dell' individuo. Buonaccorsi, — Quel che mi fa maravigliare si e, come Yoi abbiate a mente tanti e si be' luoghi trovati anche negli autori di piu credito gentili ; ma a maggior miracolo della sapienza, e contemplazione di quell* uomo esimio di Socrate, se ne leggono molti, e n^* Apologia^ e nel Fedone, e non solo per r immortality dell' anima, ma si e avanzato lino a far conoscere la necessita del Purgatorio, e del Paradiso, e deir Inferno ; e avvegna che con qualche differenza da quel che veramente e' sono, pure ebbe talento da conoscergli ; e come che piii e piu altri ne abbiano scritto con favolose invenzioni, Socrate ne ha favellato da senno nel punto della sua morte, aUor che da ognuno e'si dice il vero, e che lo intelletto non va vagando dietro a favole finte. lo so che questi sono luoghi letti, riletti, e considerati da tutti noi piu e piu volte, ma toman si bene al nostro proposito, ch' egli e ragionevole di replicargli ; ed io me ne piglio Tassunto, e vovegli tutti recitare da capo per maggiore autentica di quelle che ha ragionato si dottamente Don Raffaello sin'ora. Ascoltatemi, dunque, vi prego, che io vo'contarvi cio che viene ragionando nel Fedone con singolare e sagacissima saviezza, per rendere s^ medesimo persuaso dell' immortalita dell' anima in quell' ultimo punto ch'egli era su il morire, assegnando all' anime de gli uomini luoghi appropriati secondo i meriti fabbricatisi nella vita di qua; seutite di grazia. Ei si fignra qnesta terra non avere il colmo piii alto della sua sfera in questa superficie, dove ditnoriamo noi ; anzi noi, e tutti quanti gli altri sog^ornare nelle cavitk della ten*a, e tale essere queste regioni, dove noi abitiamo, imperci6 che e' si fa a credere la vera, nobile e piu pnra superficie, 6 sommita di essa, sopra di quella esser locata, che da noi chiamasi atmosfera ; anzi piu in su che 1' aere non e ne'confini del cielo; verbigrazia (che so io?) in quella purissima e lucidissima sostan^a che etere si appella; e di quaggiu da questa bassa parte dove noi stiamo, veggendosi il Sole e gli astri, si come anche in questi bassi paesi tante belle e maravigliose fatture isguardando variate con tanti e si diversi colori, che in queste nostre abitazioni si perfette ci paiono, niuna di loro aver che fare con le piu eccelse ch' e' si vien figurando lassu, ed essere queste imperfettissime e impurissime in agguaglio di quelle, che si vedrebbero da chiunque si potesse fermare su Tali in que'superni luoghi, ed ivi mirasse quelle onde son ricavate queste, che scorgerebbe e quelle di 'tal sorta, e piu altre stupende manifatture, e lumi, e colori, oltre ad ogni comparazione beUissimi sopra qualunque di queste, che corrono agli occhi di noi altri mortali abitanti in si fatte concavitadi. £ cio con molta maggior differenza di quel che si facessero i Pesci dal fondo del mare, i quali per entro quelle arene e pantanose caverne, non avendo volo da alzarsi su la superficie deir acque, ne vita da reggervi, mirano i raggi del Sole e delle steUe penetranti giu per lo filo dell' onde tutti annacquati, e adombrati, e confusi; laonde per cio sMmmaginassero di simiglievole maniera essere veramente le stelle, e il Sole, quali eglino le scorgono di colaggiu ; cosi e a noi, che non avendo piurae da travolare sopra quelP etere, abbacinati standocene entro V umidore grossolano di questi vapori, ci crediamo la luce del Sole e le altre cose belle, che lassti scintillano^ non essere piu leggiadre e piu vaghe di quel che a noi e conceduto di scernerle. In quelle altissime piagge, adunque, e le piante, e tutti quanti i germogli, e le cose animate, reputa che ivi sieno di somma perfezione e Don a mutatnenti suggette e a corruzioni in verun conto che sia; e le gemme piii preziose di qua, e' Topazii, e' Rubini, e'Diamanti stessi, e le Perle, e le altre gioje di piii alto pregio, essere la feccia piii impura di quelle che lassii si ritrovano; e in somma quelle sovrane regioni di si nobili cose essere adorne, e di oro, e di argento, e di altre simiglianti chiarissime e lucidissime sopra ogni vostro credere e conoscimento, che quivi nascono e piii perfettamente si conservano, per guisa che a vederle e a goderle sia veramente uno spettacolo d' incomparabile godimento^ e beatitudine. Quivi trovarsi e Paesi Mediterranei e creature ragionevoli, molte di piii schietto intendimento, che qua tra di noi non sono, e di tanto in tanto avervi delP Isole, le quali non lungi poste da terraferma sono circondate dall'aere, conciosia cosa che quello, ch'e a noi e alle nostre Pacqua e '1 mare, a loro essere 1' Etere : e in fine tutto la ritrovarsi temperatissimo, e per le stagioni, e per Taure che vi spirano, e vivervi quelle fortunate genti di continuo senza ammalarsi, e forse senza morire. Di piii giudica che vi si scorgano ricchi tempi sacrati a gli Dii. e con esso gli Dei medesimi convivere gli uomini, e conversare domesticamente. Imperfetio. — Mi rassembra che Socrate quasi tenga che tali maravigliose e ragguardevoli regioni sieno i pianeti e gli astri, dove appunto Platone colloca la dimora delP anime, assegnata loro quando da Dio dopo V anima universale si formarono; a'cui beati luoghi le piii pure di continuo dopo lunghe peregrinazioni facciano ritorno. Buonaccorsi. — S' immagina appresso che per entro tutta questa gran terra si trovino innumerabili concavita di luoghi circolari, parte piii profondi e parte piii alti, e piii ampi, e parte che abbiano apertura e spazii eziandio minori di quelli, che abbiamo noi, e piii cupi anche de' nostri, e tutti questi incontrarsi sotterra scambievolmente tra loro, con varii andamenti ed uscite ; pe^ quali e grandi acque, dove caldissime, dove freddissime, e voragini, e fiumi di fuochi in varii luoghi di esse sotterranee spelonche muoversi e raggirarsi; e in altre di esse cavity credono che umori fangosi vi stagnino e sieno menati in giu e in sn ondeggiando, a simiglianza di uno qualcbe gran Taso pensile che si agiti 6 muova. Dopo cio, della maggiore e pin ampla voragine favellando, che \k sotto dimori, la quale per tntta quanta Tampiezza entro terra trapassa e distendesi, mostra che da Omero fa chiamata il Baratro profondo sotto terra, e da molti altri Poeti nominata Tartaro, nel quale tutti i fiumi sotterranei concorrono, e indi si spandono, ed esconne ad innafQare la superficie nostra terrestre in mari, in laghi, in fonti e in fiumi Tarii disseparandosi, e con Faria e co' fiati interiori, come anche col movimento interne di queste acque, formarsene i venti, i turbini, e terremoti, che scaotono la terra; e di tal sorta di acque tiene parimente che sia Acheronte, e la Palude Acherusia, e la Stigia, e il Piriflegetonte, e Cocito. Ora essendo per tal maniera disposte si fatte cose, e sopra detti luoghi i morti pervenendo, dove dal suo proprio demone ciascnno si conduce, quivi innanzi a ogni cosa giudicati sono secondo loro meriti, o demeriti di chi visse onestamente, e con dirittura di ragione, o di chi fe' il contrario. Coloro, che tennero, vivendo, una mezzana via, valicando Acheronte sopra alcuni carri, pervengono alia Palude Acherusia, e quivi si purgano dalle colpe loro, pene patendo pari aUor falli. Purificati poscia^ assoluti rimangono, e ciascun di loro a proporzione delle opere buone e lodevoli ne riportano condegna mercede. Ma queUi i quali nella malattia e putredine delle enormita de' delitti di varie sorte insanabili sono, precipitano nel Tartaro, d'onde mai non ritornano. Alcuni poi, che peccati avranno commesso curabili, ma grandi, per essere prima venuti a pentimento, caderanno si nel Tartaro, e condannati sarannovi per un anno o piu ; ma poi da quell' onde gittati fuori^ quali per lo Gocito, come i micidiali, quaU per lo Piriflegetonte, come i violatori del Padre e della Madre, solamente che pentiti e' ne fieno, vengono a galla su la Palude Acherusia, di dove chiamano ad alta voce, stridendo, que^ tali che gli hanno o£fesi, e pregangli a lasciargli varcar la Palude, ed essere da' lor castighi prosciolti ; il che se ottengono, pongono fine a' lor mali; quando che no, nel Tartaro rigettati sono, si dura pena imponendo loro i Giudici. Ma gli uomini pii e giusti trasvolano a piu alte regioni, abitando quelle beate Provincie, e purissime, che abbiam detto starsi cotanto sopra terra; e parimente quelli, che avendo in molte loro opere fallito, si sieno dipoi sufficientemente purgati per mezzo della filosofia, essi pure senza corpi vivendo, hanno ottenuto in sorte dimore anche piii belle delle sopramentovate, le cui maravigliose bellezze non e facile ad uomo di dimostrare : « e pero (dice Socrate) deesi, o Simmia, porre ogni studio in questa vita e conseguir la virtu, e la sapienza, perciocche bellissimo e 'I premio e di gran cose si e la speranza, Che poi esse, che contate vi ho, sieno a punto in si fatta maniera, non e da uomo di senno r affermarlo : nulla di meno si convien credere, o che tali elle sieno intorno alle anime nostre e all* abitazioni loro, o ad esse simiglianti; e conciosia cosa che egli appaja con tanta verisimilitadine che le anime nostre sieno immortali, mette conto correre un si bel risico. Egli e adunque ragionevole munirsi ed allestirsi a questa peregrinazione, ed abbellirsi delli ornamenti della virtu, cioe della temperanza, della giustizia, della fortezza, della liberty dell'anima, e della scienza della verita, aspettando il tempo ed apparecchiandosi per essere pronto quando ne chiami il fato.» Di si fatte considerazioni sopra V anima immortale, e sopra sue degne prerogative aveva poco innanzi Socrate per tal modo ragionato, quantunque non con certezza indubitabile di affermativa, siccome colui che per altissima immaginazione naturale, e non per divino soccorso di fede ne favellava ; diceva bene, che tutto quello, il quale intorno a ci5 si discorre, saria di animo troppo debole e pigro chiunque sottilmente non V esaminasse, o repudiasselo, e da esso si dipartisse senz' avere innanzi, con ogni acutezza di ragione, adoperati tutti i pesi piu legittimi de gli argomenti, e badatoci ben bene fino all' ultimo sforzo del nostro intendere. « Impercioch6 (segue poi) fa di mestieri I'una delle due, o apprendere in qual modo elle possano essere, o rinvenirne totalmente il vero, e dove qaesto conseguir non si possa, appoggiarsi ad una delle pin forti e piu stabili ragioni umane cbe se ue abbiano, scegliendo quella cbe abbia meno inciampi, ne debbasi percio rifiutare, ed ivi posarsi; acci6 cbe sopra di essa portati come sopra un legno de* meno gelosi, valichiamo per le difficultose tempeste il mare di questa vita, mentre non se ne abbia qualcbe pin sicaro e piu ben fondato mode, quasi un piu fermo yeicolo che ne conduca; come sarebbe a dire, qualcbe divina parola, la quale piu sicuramente, e con minor risico lo ci faccia trapassare ;» la qual divina parola si 6 quella, cb' h toccata per sovrana grazia di udire a noi introducendone nel Porto della verita, con esso grirrefragabili insegnamenti delle sacre carte. Ora, cbe dite di qnesto filosofo esimio, che tanto s' inoltro col lume della natura solamente, a scorgere i lumi della fede? Ma piu eziandio percbe avea descritto la felicita de^gpusti nell'altra vita in quel discorso antecedente al Fedane, dov* e' forma la propria apologia: ivi dopo aver fatto suo calculo di quel che torni meglio immaginarsi intorno alia morte, considera brevemente quello che awerrebbe quando di la non ci fosse nulla, il che non ammette in verun conto per credibile; e viene poi discorrendo cosi della beatitudine delle cose di lit: «S* egli e vero, si come io credo, che la morte sia an passaggio da queste a regioni piu felici, dove albergano e vivono i defunti; ci6 h molto piti desiderabile e foi*tanato, uscendo gli uomini dalle mani e dall' arbitrio di coloro, che si annoverano da noi e tengonsi per giudici, per condurci dinanzi a quegli che veramente Giudici si nominano e giastissimi Giudici sono, i quali temperano colli e correggono tutti i Giudici fatti qua, come s^ ^ o Minosse, Radamanto, ed £aco, e Trittolemo, e tutti quanti gli altri semidei, che giustamente e fedelmente vissero. E simigliante trasmigrazione non e da apprezzare? Andar di Ik, e ritrovarsi a conversare con Orfeo, con Museo, con Esiodo, con Omero e con tanti e tanti altri santi e valorosi uomini, e un tale stato non e da anteporre a questo, dove noi oggi dimoriamo? Che consolazione sar^ la mia, quaudo io arriverd da Palamede, da Ajace figliuolo di Telamone, e da si grand! soggetti fatti rei a torto per la nequizia de* Giudici nostri, paiagonando insieme il mio caso co' loro ? Ed ivi trovare savie persone le quali esaminino e conoscano senza errare chi da yero e sapiente, o chi lo si crede di essere e poi non sia, 6 udire schiettamente la sentenza loro senza passioni, e parlare, e conferire insieme i pareri non e ella questa una scuola di perfetta sapienza? Ne e pericolo che vi si moia, ne di essere come colpevole ucciso; anzi, nelle felicitli loro per tutto '1 tempo perpetuo essere immortali. Per la qual cosa torua conto pigliare gioconda speranza della morte ; e questo seco medesimo reputare per vero, e per infallibile, che nulla di 1^ possa intervenire di male a gli uomini da bene, o vivi, o morti, ne tal cosa per yeruna maniera che sia da gli Dii porsi in non cale, e per6 io stimo piu utile senza paragone il morire che il yiyere. » Imperfetto. — Ma della trasmigrazione dell' anime destinate a purgarsi ne'corpi degP irrazionali, io non odo ch'e ne dica nulla? MagioUL — Platone ne fayella e nella fine del Timeo, e da molti altri luoghi si ricaya ch'egli si fatto sentimento ayea come uscito dalla scuola Pittagorica : ma si come colui il quale scorgeya la yerit^ per barlume, riconobbe non solamente che F anime immortali fossero, ma che di 1^ ci fossero i premj e le pene, e fino quel terzo luogo per purgarsi dalle colpe; il che eziandio de'cristiani ereticalmente e per estrema foUia hanno osato di mettore in dubbio, acciecatisi da per loro nel lume della fede, quando si yede che il lume solo naturale e stato bastante a insegnarlo a'piti sayj gentili; ma perche senza la yeritk rivelata andavano tentoni e al buio, cio ricercando, non h gran cosa che nel modo dell* essere e fignrarsi simili cose sopra il nostro intendere, non tenessero il fermo a una cosa sola, ne giugnessero per V appunto al yero, ma si bene yariando le maniere, e il concetto, avessero per molto chiaro la proposizione di esse in uniyersale. Ptionaccorsi. — V rimango trasecolato come Socrate giugnesse fino a conoscere che chi mdore senza sacramenti pericola, e chi con esso i sacramenti si salva ; impercio cbe nel medesimo Fedone fa awertenza che quegli i quali instituirno i riti e le cerimonie, non essere stati altrimenti stolti e yili uomini, ma sotto velami di parole aver voluto significare cio che di vero detto si e, a£Fermando che chinnque non purgato dalle sagre costumanze discendera air altra vita, esso vi precipiter^ nel fango rinvolto ; ma coloi il quale fia purificato e contrassegnato co' sacri instituti, vi andra per abitare con gli Dei. Imperfetto, — lo confesso che questo e un gran dire per uno che la nostra religione non professi. MagwUi, — Egli e che la verita e una (come piu e piu volte si e replicato), e qualunque si studia ricercarla con disappassionata bramosia, ne puo arrivare gran parte, perch' ella ne passa d* avanti ; e s' eila non si puo apprendere per r appunto cosi com' ella e, pur quella luce, awegna che adombrata e non ben distinta ne disfavilla. Dafinio. — In fatti se noi non avessimo la certezza della fede, e' si cammina con supposti molto fallibili naturalmente discorrendo, massime in quella si gran differenza che si stima essere tra gli irrazionali e noi, che ce ne sono di quelli cui non manca se non la parola a parer uomini. Magiotti. — Per quanto alcune bestie arrivino di lor natura ad esser scaltre e avvedute, a badarci bene, poche o niuna giungono ad avere T accorgimento e la distinzione, per debole ch* ella sia, che hanno anche i bambini innanzi a gli anni della discrezione. E poi di queste s\ difficili proposizioni hannosi da addurre veirisimigliame e non prove, altrimente il credere a che noi siamo fenuU non sarehhe piu ere' dere, Egli e bene il vero che la divina bonta ha dato a tutti gli uomini intelletto e ragione, a fine ch^ essi eziandio da per loro, meditando col lume della natura, acquistino certi chiarori di sapienza ben fondata, con esso i quali ponderando in si fatta materia il concorso delle verisimilitudini per rispetto alio contrarie, che s'oppongono, e che negano la immortalita ; quelle ch' e' trovano in maggior copia e di piu vif^ore a petto alF altre, dieno aiuto a' sensi, accio che e' si rendanO piii agevoli a credere, quel che e' non sono atti ad intcndere. E coloro che si lasciano assorbire dair ignoranza e trascarano la Divina grazia, e gli instramenti dati loro per esercitarsi in una studiosa, assidua, e acuta contemplazione intorno a si alte cose, o chiuggano affatto gli occhi, e credano, e se cio non fanno, tal sia di loro ; impercio che eziandio i piu dotti e sayj gentili, come avete inteso, hanno talento di pervenirvi ; ora se questi uomini di si sovrano intendimento, e per essere gentili, con libera conscienza di tenere e pubblicare cio che loro piii ragionevol parea, hanno si fermamente insegnato altioii r immortality dell'anime; convien pur confessare che le probabilita grandi ci abbiano e senza paragone in piu novero e di piu forza che dalla parte ayversa non sono. Dafinio, Noi siamo tanto gelosi di questo vivere, che in dubbio non e gran cosa che gli uomini, come condizione tanto per loro desiderabile, abbian piu volentieri tenuto e per piu vera Timmortalita delPanima che la mortalita; imperci6 che a quel tornare a non essere, chi e colui che non si senta tutto turbare, e raccapricciarsi, meditandoci sopra ? E pero anzi la passione che la ragione ha dettato loro questo parere, come piu confacevole alia nostra natural propensione. Magiotti. — Un Socrate tanto superiore ad ogni umana affezione, di cosi sublime sapere, si spogliato di tutte quante le cupidigie deUa terra, e tanto indifferente del vivere, alia sola virtti tenendo fisso il pensiero e il volere, si ha da credere che, deluso dalla propria voglia di vivere, mentre lietamente moriva, abbia in questo a fallire? Per la qual cosa puo sicuramente affermarsi lui aver ci6 giudicato per forza dMntendimento, non per stimoli di umanitade. Dafinio, Son cose che la fede ce le insegna, e noi dobbiamo crederle; ma iTho per troppo ardimento farsi a credere di capirle naturalmente. Buonaccorsi. — Gnardate se la veritii ci viene tra le mani, dove noi non ci turiamo gli occhi, e la vogliamo conoscere ! Secondo Platone le anime ritorneranno a'corpi umani; secoDdo Porfirio le anime sante non ritorneranno a' mali del mondo. Congiungansi (dice sant'Agostino) queste due sentenze, che ameudue insieme dicono il vero, quantunque paia che, ognun da se, e Platone e Porfirio si contradicano ; impercio che V anime non ritorneranno (egli e vero) a' mali del mondo, ma si bene ritorneranno a'corpi, per essere o nell' Empireo eternalmente .premiate con esse le membra corporee, o nell' Inferno punite. Dafinio, Gia noi sappiamo manifestamente V immortality deir anime, e solamente vi ho contradetto, acci6 che, rispondendomi, ambo venghiate a proforire si belle e maravigliose proposizioni, come fatto avete; come altresi accio che niuno si persuadesse ch' ella si chiara fosse per lame naturale, che si perdesse o nulla valesse il lume della fede, nel modo e per la stessa ragione ch'e stato il vostro giudizioso pensiero. MagioUi, Ed io ho difesa questa verity infalHbile con si gran copia d' argomenti di probability., che udito avete, perche non si avesse per impossible, e si tenesse alieno e lungi da ogni sussidio di naturale ragionevolezza quelle che noi siamo obbligati di credere; laonde dovesse essere in gran parte compatibile, come ben fondata su prove autentiche, e per argomenti forti in natural discorso, V opinione d' Epicuro, e di chiunque vuole dell' anime la mortalita: e fin qui mi sembra essersi a sufficienza ragionato che le razionali anime immortali sieno, parendomi ora mai tempo che dal signor Gioseppe si ripigli il filo del Testo Platonico, secondo la fattura che il Timeo s'immagina di questa anima universale, da cui pur troppo deviati ci siamo. Luigi. — Ma dell' anime ragionevoli quali sieno le faculta loro, a differenza delle sensibili, e quali stromenti ell' abbiano per le loro operazioni, avremmo caro di udire. MagioUi, Non e tempo a proposito di favellarne adesso, essendo una materia da se, la quale a suo debito luogo verr& proposta, concio sia cosa che la dottrina del Timeo, cni abbiam dato principio, verrebbe presto presto in dimeaticanza, poiche giunti noi siamo a casa, e il ragionare e andato piu oltre che io non credeva, e sono tre quart! di ora ch' e' sono sonate le ventiquattro ; risolviamo quanto prima di andare a cena, e domattina che riposato avremo e con gli spirit! piu quieti, tirerassi innanzi il ragionamento d! quest' anima universale secondo il Teste, e a vo! si appartiene discorrerne, signor Gioseppe. Buonaccorsi, Quando sarete desti, e che vi parra 1' ora, venitemi prontamente a trovare, che io obbediro ai vostri comandi, quando vi sia in piacere, perche (come ben sapete) io dormo poco, non avendo fumi di vino da digerire, che mi vadano in su. Che gli uomini non abbiano qua ferma dimora, e che ad altri luoghi destinati sieno dal Fautore Eternale, tra molti e molti argomenti che se ne scernono, quello pare a me sopra gli altri aver grandissima forza, della inistabilita degli animi loro, imperciocche della varieta dilettandosi mai sempre senza costanza veruna, niuno soggiorno ci ha, quantunque soUazzevole e desiderato da loro, il quale allorche e' vi giungono gli fermi e gli quieti, e noioso in breve loro non divenga, altrove ben tosto rivolgendo il pensiero. Ecco noi, attediati dalle bellezze piu deliziose e piu magnifiche di Tusculo, alle piu naturali e di niuno artificio di Nemi in si virtuosa conversazione venuti semo, che meritamente esser questi i piu grati diporti di Diana gli attribuirono, e non molto andra che anche qui rincrescevole la dimoranza ne fia, e ad altri paesi dirizzeremo il desio ivi perfetto e non mai sazievole godimento aspettando, ma cio indamo, imperciocche stabile fennezza non otterremo gia mai, finche vita avremo : si parimente, di qualunque altro diletto favellando, cui volga I'umana condizione sua cupidigia, quella nel conseguirlo non ferma il volere, anzi sovente disvuole cio che pur voile teste, il che ne insegna Lucrezio in que'versi, favellando degli uomini: « Haud ita vitam agerenty ut nunc plerumqite videmua: Quid aibi quiaque velit, nescire, et qucerere semper; Commutare locum, quasi oniLs deponere posait. Exit acepe foras magnis ex cedibus iUe, Esse domi quern pertaesum est, subitoque reventat; Quippe /oris nihilo melius qui sentiat esse. Currit, agtns mannas, ad villam prcecipitanteTy Auxilium tecteis qvMsi ferre ardentilms instans; Oscitat extemplo, tetigit quom limina villce; Aut alit in somnum gravis, atque ohlivia qua^t; Aut etiam properans urbem petit atque revisit. Hoe se quisque modo fugit : etc, » cioe a dire, annoiato fin di se stesso si fugge, e da se allontanar si vorrebbe, cio e V anima che s^ inquieta e trasporta il corpo in qua e in la, sua debita residenza qui non avendo; solamente lo studio della scienza (non ci ha dubbio alcuno) ne appaga, ne mai ci satolla, percbe questo solo e degno pasto e proporzionato delPumano intendimento, si come cibo divino, conciossia cosa che ha per oggetto e per fine la verita delle cose. « lo veggio 1)611 che giammai non si sazia Nostro intelletto, se '1 ver non lo illustra, Di faor dal qual nessun vero si spazia, » dice Dante, adornamento e lume della Poesia Toscana. Ma egli e ben d' awertire, che il sole per quanto illumina, e si comprende in un attimo di sua luce V ampiezza^ nondimeno mirandolo fisso ci abbaglia, e nol possiamo patire, non che distinguer raggio per raggio. Nelio stesso modo e^ si scorge a un tratto la chiarezza della verita universale, cioe lo splendore che ne circumfulge della sapienza divina; ma chiunque si affisa in lei, perdesi, la vista confondesi, ne si possono per alcun modo discernere a un per uno i lumi di sua infinita virtude, cioh a dire le cagioni special! de'miracoli della natura : Molto si mira, e poco si discerne > disse lo stesso Poeta. Per guisa che ne apparisce (egli e il vero) un certo bagliore, e abbiamo le imagini delle cose vere nelPanima; ma in ogni modo si annebbiate rimangono intra le caligini onde noi siamo involti, che per una piccola favilla che in noi di quando in quando del vero riluca, ne aduggia la mente per lo piu una nuvola viepiu grande del falso. Cio riconobbe Socrate, come che piu altamente di ogni altro e^ contemplasse quest a lampada accesa, imperocche avvidesi ben tosto di non aver V occhio dell' aquila, e quietandosi anch' egli all' imperfezione dell' umana natura, pronunzio al mondo quella sentenza che noi dicemmb da prima: Qiiesf uno to so, che nulla io so. Sopra I'esperienza, dunque, di cotant'uomo chiarito anch'io, m'acciiigo solamente alia meditazione di me medesimo, mosso da quel savio ammaestramento, scolpito cola nel Tempio d' Apollo : Conosci te stesso. Tale si e la vera e piu sincera scieiiza^ ove dee studiarsi ciascuno di pervenire, a intendimento di potersi di se medesimo valere a ragione, usare de' proprj strumenti per quello a che dati ne furo, e non iscompor 1' ordine col quale a perfettissime operazioni gli dispose il Maestro Eterno. II piu delle creature noi veggiamo esser composte di corpo e di spirito, e niuna piu soUecita cura per natural talento porsi da loro, quanto di conservare e 1' uno 6 gli altri insieme congiunti a mantenimento ciascuna del proprio individuo ; per la qual cosa elle s' ingegnano di ristorargli, e da tutte le corporali infer mit^ di tenerli sani, solamente a fine di sottrargli da ogni rischio di separazione; il medesimo ne piu ne meno gli uomini fanno, imperocche null' altro per loro s'attende che ad investigare rimedj contr' a' mali del corpo, ma poi poco o nulla si bada agli antidoti contro le malattie dell'animo. Di questa arte nuova di medicina von-ei, impercio, che maestri esperti noi divenissimo, e si come i medici il piu della dottrina loro nella Notomia ripongono, ancora a noi tutta la nostra in essa fondare e richiesto, cioe nel conoscimento con ogni studio di noi medesimi. Ma lo intendimento nostro fia al sicuro d' assai piu pregio, conciossia che i medici riveggon sottilmente ogni minuzia del corpo umano, e gli ordigni considerano, e lo intrecciamento di tutte le membra, di tutte le viscere e di qualunque delle piu minime particelle interiori, a fine d' intendere le operazioni yitali ; ma cio e solamente per temperarle e per ricomporle, qualunque volta stemperare e scomporre si veggiano; dove in questa disciplina novella s^insegna la valuta si e la situazione degli organi in quanto e' servono per canali de' sensi ; ma perche e^ sono ancora la sede delP intelletto e deW altre potenze deiranima, imparasi eziandio per tal via come mantenere ben d' accordo due movimenti contrarj sotto le leggi del dovere, e come P intemperanza deU'uno moderare con la temperanza deU'altro. Di modo che questa utile e salutifera scienza della Notomia, adottata con proporzione e a soccorso della natura, e altresi a correggimento dell' animo, essa ne fia giovevole per a quella felicita per venire, ove ansiosamente aspirano i saggi, cioe a godcre mente sana ia corpo sano; percio mirabilmente Platone nel Timeo definisce la sanit^^ essere una comuae concordia delP anima e del corpo, cioe quando il corpo e valido e fermo sotto un animo molto piu valido; ma acciocche in tal materia con debito ordine io proceda, diro, come in principio mi si parano innanzi tre operazioni tra se diverse insieme congiunte nelV uomo, le quali pure in varie sorte di specie si raffigurano r una diversa dalP altra. Ecco, nelle piante e 'n tutte quelle cose che si nutriscono e crescono, opera la vegetativa sola, imperocche esse mancano del sentimento ; ne' bruti la sensitiva insiememente con la vegetativa, essendo che la seconda e consecutiva della prima, e pero crescono, nutrisconsi, e di piii hanno sensi; ma agli uomini si dee arrogere la ragionevole, che e la piu perfetta, ond' egli hanno senso, crescono altresi e nutrimento rioevono, ma soprattutto gl'informa lo intelletto e la mente. Tali sono quelle diverse qualitadi o moti (che noi dir gli vogliarao) che anime da' naturalist! si chiamauo, cioe tre forme dove elle sono disgiunte e in oggetti di specie disformi allogate, conciossiache ciascuna da loro V essere, la vita ; ma egli h manifesto che chi e piu perfetto nella sua fabbrica e capace di tutte queste operazioni varie, e impero nell' umana natura esse si riconoscono si per movimenti diversi, ma a una medesima e sola forma adattati, cioe a dire come potenze distinte d'un'anima sola, in quanto che tutte hanno a essere instrumenti della ragionevole, e sotto di quella operare: percio (se ben mi torna in mente) dissivi un giorno esger raccolte in questa piccola architettura delP uomo tutte le potenze delP universo, e sino trovarsi effigiata in lui 1' imagine della divina mente, la quale allora quel piu risplende, che noi stenebrare la sappiamo da' nugoli degli aifetti, e tener monda e ben custodita dalle sozzure e dalle corruttele dei sensi. Ora dunque per piu agevole intelligenza di questo dir ne conviene (non mi sembra del tutto inutile, ovvero lontano dalla materia proposta) il venire in ragionamento sopra le opinioni che s' ebbero negli antichi secoli da quel grand' uomini intorno a quest' anima, talmente che molti 1' assegnarono all' universo, come principio in esso e cagione del moto, pel quale si trasfondesse e si traducesse da piu alto cominciamento la virtu seminale nella natura maestra di tutte le innumerabili generazioni che si fanno nella materia. Quindi con viepiu agevolezza trarremo argomento di quel che sia 1' anima che essi appellano vegetativa, e si pure gli organi dove s' attaccano i suoi movimenti speciali, come e a dire nelle piante; indi trapasseremo alia sensitiva, dove acconciamente si potr^ dell' edificio de' corpi trattare, per poter poi, staccati dalle sostanze piti basse, favellar dell' anima ragionevole e delle quality eccelse ch'ella ebbe in dote dal. suo Fattore; poscia farem riflessione siccome r uomo per mezzo di quelle dee istruire se stesso nella virtii morale che alle leggi ci regola dell' intelletto, mantiene incorrotta in noi la sembianza della suprema ragione, e apreci la via e ne illamina per ritrovare quel bene perfetto, che noi tuttodi alia cieca in qaa e 1^, e spesso in oggetti a lui del tutto contrarj andiamo cercando. Offizi della facoltd delta ragione. Luigi, Nella regione, dunque, di sopra ha suo trono la ragione. Magiotti, E per cio ad essq, si appartiene di comandare a quella che sta di sotto, e governarla e tenerla a freno, come compos ta d^ una moltitudine di yassalli, per lo piii sfrenati e senza regola, e percio da questa sotto il suo comando si conviene all' altra obbedire. Luigi, Ma se ella e piena di tumulto e di confusione recalcitrer^ per lo piu. Laonde non occorreva darlaci, mentre alia parte razionale diventa molte volte contraria e rubella. MagioUi, Anche questa « atta a divenir ragionevole se alia ragione obbedisce, e a^suoi savi ricordi; anzi a quella sovrana dominatrice tocca di rimetter Y altra al debito segno, e valersene a tutte le azioni lecite e lodevoli, che eUa risolve di fare. Essendo^ dunque, la ragione signora nella superior parte del corpo, ivi e dovere che alloggino i suoi piu principali e piii confidenti rainistri; acciocch^ le assistano siccome consiglieri primari, e questi sono le facoltk, pero dette potenze principali delP anima. Luigi, Ma queste quali son elleno ? Imperfetto, — Memoria, intelletto e volont^; ma dichiaratene di grazia qua' sleno veramente gli offizii loro. Magiotti. —La memoria conserva nelF archivio e nella segreteria che ella ha in custodia e sotto sua chiave la maggior parte degli oggetti varii che le sono cola entro tramandati da' cinque sensi che detti abbiamo ; per le cui porte s' intromettono come dispacci di belle e varie no vita tutte le specie, e immagini esteriori sensibili; e siccome molte, data loro a pena un' occhiata, yi si ripongono senza badarci come di non grande importanza; alcune poi di maggior rilievo dall' immaginativa o fantasia, come detto si e, pongonsi innanzi all'intelletto, dove egli, come dentro uno specchio ben chiaro, a posat'animo le rimira; avendo egli r incumbenza di considerare diligentemente e di intendere quel che esse sono, recandone poi alia ragione un giusto e puntuale ragguaglio. Questa appresso ne discorre seco maturamente, e esaminano insieme con aweduto raziocinio e con ponderate riflessioni se elle son buone o triste; e per tal modo ne nasce il giudizio, col cui consiglio la volonta delibera di fame conto o di lasciarle. E percio di si ben ayvertita deliberazione, e della esecuzione di essa, ne ha la cura la volonta, la quale firma il decreto di volerle, o di non le volere secondo la disposizione del sopraccennato consiglio supremo. Luigi, Dell'ingegno pi6 o meno vivace degli uomini nel discorso di questa porzione superiore, voi non ne avete favellato punto ne poco, quale e la sua funzione. E' si dice pur tutto di: il tale ha belPingegao, ha ingegno vivo, e uomo d'ingegno spiritoso; insomma pare che chi non ha bell' ingegno, non abbia discorso ne attitudine, e quasi stolido o mentecatto sia. Magiotti. L' ingegno, per dir quello che all' improwiso mi viene ora in mente, crederei che fosse una fabbrica interna dell' uomo, che si forma per mezzo dell' intelletto e della memoria; e percio giudico che 1' ingegno si risvegli con agevolezza in una mente doviziosa d' immagini varie, raccolte insieme in piu tempo, o dall' osservazione d' innumerabili cose di diversa maniera passate pe' sensi, o dalla lettura di piu e piii sorte di sentenze, le quali cose abili sieno a muoversi con agility e dieno stimolo e apertnra alia chiarezza dell' intelletto di inventare e di formare di quelle medesimef accozzandole o innestandole tra loro con bel modo, nuovi e maravigliosi disegni per entro la mente, onde ne result! un concetto leggiadro e vivace, il quale ancorche di piti e piu belle cose altre volte a noi note composto sia, giunga nondimeno nuovo, e generi maraviglia in chi Tode; tanto che perche un ingegno produca e fabbricbi da se medesimo, vuolci la memoria che presti delle piu belle immagini che ella in se contenga, e la fantasia e r intelletto lucido e distinto il quale le sappia con belP ordin collegare e attaccare V una con V altra in guisa, che di piii cose vedute a avute fra mano, se ne concepisca un' altra da se, nuova e non piu veduta o sentita. £ allora piu belli e piu vaghi si partoriscono simili concetti ingegnosi, quanto maggiore raccolta e di piu pregiate cose abbia la memoria fatta innanzi conserva. Yero e che glMngegni si variano r uno dall' altro e piu pronti riescono e piu veloci, e vie piu atti a bizzarri e spiritosi concetti; e con piu o meno prestezza te gli formano secondo i temperamenti diversi della corporatura di chi gli possiede. Imperciocche come gli spiriti che salgono dalla porzione inferiore abbiano la lor tempera fervida e secca; di subito con la vivacita loro da uno moto e stimolo all' intelletto e alia memoria, che molte volte, senza dar tempo a veruna ponderazioue degli atti secondi, di presente alzano moli ingegnose di vari pensieri alti e di spirito ; e quindi giudicherei che nascesse quello che entusiasmo si chiama, il quale non rassembra dissimile a' sogni, imperciocche i sogni si formano dormendo di pezzi dalla immaginativa, e lo piu sovente senza conclusione; e i parti dell' ingegno stesBO negli uomini appena desti, e a cervello riposato la roattina al buio, anch' eglino vengono in luce alia mente, e rappezzansi parimente di varie specie, onde io repute ch' e' sien anch' essi (sto per dire) sogni a proposito. E cio piu o meno vivacemente succede, e piii tosto, o piu tardi, secondo che la fierezza o agility degli spiriti muova le potenze deH'anima a simiglianti operazioni. e all'ora dicesi deir uomo che egli abbia piu o meno pronto V ingegno. Di qui parimente avviene che chi ha piu bello ingegno, abbia sovente meno giudizio, imperciocche T uno colla sua teraperatura minuisce V abilita dell' altro ; essendo che 11 giudizio Yuole lentezza e flssazione di riflessioni fatte dalla ragione 6 dair intelletto insieme, per esaminar sottilmente e rivedere 11 conto a cio che sovvien loro. La cul savia operazione ha duopo dl spiriti meno ferventl, e che vadan di passo e non corrano con Tali spiegate a dar moto alle loro azionl e deliberazioni ; e per cio V Ingegno ordinariamente da per se sapra formare abbpzzi blzzarrl e graziosl, e molte volte subllmi e n(»blli conforml alle specie, che gli spirltl agili e accesi a un tratto nella mente soUievano, ma non mai ben forniti di fare, se '1 giudizio con la su^, esattezza non da loro Tultima mano. La qual cosa chiaramente si osserva neU'esempio de'pittorl tra' quail molti che hanno spirito piu elevato e piu vivo si veggono fare in un baleno schizzl di varie figure ciascuna da se atteggiate con si bella propriety ed espression di aflFetti, che sembrano aver moto e vita; ma al comporne poi una tavola o una storia tutta insieme, non riescono nel disporle con maestrla a' lor debitl luoghi, ne' quali tornino bene per esprimere le attitudini e i sentiment! corrlspondenti T una delP altra con ben aggiustata simetria) Intorno a quello che slgnificare elle abbiano, perche a cio fare vuolsi attenta applicazione e fermezza, che e opera dl giudizio, 11 quale mlsuratamente ne forml la composizione, e piu e piii volte cancelli e rltaccia; ne tal cosa si puo comporre e mettere insieme In un attimo a forza di vlvezza d' ingegno, come 1 priml sbozzi si fanno, obbedendo la mano alia velocity de* mossl fantasmi. Convien dunque fermar per vera e per indubitabile sentenza, che quanto piu V uomo con la continuazione dello studio e sotto una bene accurata dlsclpllna negli annl piii teneri abbia megllo assodato e fissato 11. giudizio, anche nelle persone dl spirito e d' ingegno ; cotanto piii chlari e distintl e meglio perfezionati vengon gli abbozzi loro Ingegnosl; onde la differenza in tantl e si varj modi da un Ingegno alP altro si scorge; e questo e quello cbe io so immaginarmi intomo agli nomini d' ingegno, e quel che veramente questo sia, e che adoperi nel ricettacolo della nostra mente. Ma per affermare quel ch^ egli e, e se tale sia quale detto abbiamo, e se di tal maniera si facciano le operazioni sue, come anche delle altre facolta delP anima, Y bo per cosa molto oscura e fallace. Imperfetto, Io stimo certo cbe voi abbiate detto quanto se ne possa dire, e sembrami in ci5 essere pienamente sodisfatto. Ma tornando alia volonta, questa entro di se puo dire il si o il no; ma chi eseguisce sotto il suo ordine? Magiotti, — Per eseguire quel cbe si e in si prudente conBulta determinato di volere, o non volere una cosa, egli e d'uopo cbe la volonta abbia i ministri sotto di lei, a cui ella dia gli ordini. Luigi. Ed essi ministri dove alloggiano ? Magiotti, — Questi i sopraccapi sono della regione piu bassa, nella quale comandano i due moti piu principali sensibili, cbiamati il concupiscibile e l’irascibile ; l’uno e l’altro promotori e caposquadra di tutti gli affetti dati per guardia e per satelliti alia ragione, accioccbe eseguiscano con prontezza quanto da quella vien loro imposto: verbigrazia, i moti del concupiscibile hanno da desiderare e cercare il conseguimento di quel cbe la volonta, d' ordine della ragione ba determinato per buono; ovvero ad accendersi il moto dell' irascibile per aborrire e per torsi davanti quel cbe la ragione col suo consiglio ba giudicato per non buono. Imperfetto. — Questi duo adunque (che appetiti si cbiamano) in vigor degli ordini eseguiscono quanto la volonta comanda loro; ma in cbe modo e con quali strumenti cio fanno? Magiotti, — Spediscono ciascun di essi numerose scbiere di spiriti, e di quelli di mano in mano, cbe sono sotto la condotta o giurisdizione delFuno o dslP altro arruolati, a dar sospinta a' movimenti necessarj delle mani, dei piedi e delle altre membra corporee a fine di pigliare ii possesso di quel che place alia ragione, a per mettere in fuga e discacciare cio che le displace. Luigi, Ma come si fanno elleno tante operazlonl la dentro in si poco spazio? Magiotti, — Egli e da sapere come queste operazlonl fannosl dagli spirit! che sottilissimi sono, quantunque corporei ; ma le azlonl della mente sono Incorporee come chi le governa e dispone, e pero gli organi nostri aprono loro gran vie per Insensibili e minime che elle ci paiano. Eccitandosi dunquein questa parte inferiore delP anima nostra divers! affetti 6 perturbazionl, secondo la varieta degll oggett! che per via del sensl se le rappresentano ; subito la parte ragionevole sommlnistra e prescrive il modo di regolare e modlficare essi affetti, lasciando bene a nostra disposizione ed arbitrlo di consentirv! o no con la volonta. Laonde se la parte razionale si lascla vincere dalP affetto, e qudlo fa che 11 moto irraglonevole le detta, egli e segno che la volonta sprezza gli ordini della ragione, e f a a modo degli appetlt! disobbedienti, dove se ella alia ragione accostandosl e alle sue savle persuasioni, volta le spalle alP affetto e lo doma, allora essa la volenti regge e fa altresi la porzione inferiore ragio- nevole divenlre. Vero e che le faculta dell' anlma ragione- vole non vogliono mai quello che non sia effettivamente buono, o che da loro per buono accettato non sia. Orazio Ricasoli-Rucellai. Ruscellai. Keywords: gl’amori di Linceo, imperfetto? perfetto – perfetto bugiardo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rucellai”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruffolo: la ragione conversazionale dal guazzabuglio al possibilismo come terapia eutimistica – la scuola di Cosenza – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cosenza). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Torna a Roma dal fronte della campagna greco-albanese della seconda guerra decorato con IV medaglie al valore per diverse intrepide azioni contro il nemico, in cui e ferito con arma da fuoco trapassante il petto. Organizza in seno al ministero dell'interno una cellula di resistenza partigiana, che gli vale l'attestazione di partigiano combattente e una medaglia di bronzo al valore partigiano. Per via della delazione di un componente del gruppo di resistenza è arrestato dalla banda Pollastrini-Koch e incarcerato alla pensione Jaccarino in via Romagna. Trasferito in Regina Coeli, condivide la cella con PINTOR e SALINARI, discutendo del dopo liberazione. Trasferito a via Tasso e interrogato da Kappler. L'iniziale sentenza di morte e commutata in deportazione. Qualche ora prima dell'ingresso degl’alleati in Roma, all'abbandono di Roma da parte dei tedeschi, usce dal carcere insieme per essere avviato su uno dei III torpedoni in attesa a Piazza S. Giovanni per essere deportato in Germania. Un IV torpedone e invece quello destinato all'eccidio di La Storta dove e ucciso BUOZZI. Lee SS gli impedeno il suo proposito di salire proprio sul IV torpedone, scostato dagl’altri, avvalorando la tesi che l'eccidio e pre-meditato e non una reazione impulsiva del comandante. Costretto a salire su uno dei restanti III torpedoni, si getta mentre il convoglio e in marcia. Riusce a far perdere le tracce e a liberarsi nonostante le S. S. hanno fermato il convoglio e lo insegueno nella campagna nei pressi di Ficulle. Dell’arresto e prigionia da conto in "Roma -- storia della mia cattura e fuga dalle S. S. dai nazisti” (Roma). Al termine della guerra, ha la carriera di notaio a Grosseto. Uomo colto, conversatore brillante con battute spesso umoristiche. In occasione della trasmissione "Testimoni oculari" di S. Zavoli, circa la detenzione a Via Tasso, venne intervistato il fratello Sergio. La sua condizione di laringectomizzato per il tumore alle corde vocali, e probabile causa della mancata intervista. Tuttavia non è citato nella trasmissione, in quanto il fratello omite di nominarlo nell'intervista, causando uno spiacevole dissapore familiare, tenuto conto delle drammatiche e indimenticabili circostanze di quei momenti vissuti insieme. Amico e intrattenne corrispondenza tra gl’altri, con ORLANDO, LEVI, RAGGHIANTI, BALDINI, TROMBADORI, VALERI, MORANTE, CASSOLA, MELLONE (‘Fortebraccio’), GUERCIO, RIPELLINO, GABRIELLI, E STERN. Notevole la mole dei suoi saggi filosofici e il cui interesse di pensiero, investe gli argomenti più disparati. Altri saggi: “La cosmologica” (Roma, Signorelli), opera poetico-filosofica. Fonda la “metafisica possibilista” basata sulla teoria della relatività generale e della fisica dei quanti; "America come pre-testo" (Roma, Ventaglio); "Il possibilismo: suggerimento filosofico eutimistico-terapeutico” (Roma, Mancosu); "Guazzabuglio"; “Quadri di una esposizione” (Roma, Barone); “Guazzabuglio” (Roma, Croce); “Oltre gl’ali di Icaro” (Roma, Mancosu). Nicola Ruffolo. Ruffolo. Keywords: Icaro, Cosmologica, possibilismo, guazzagublio, lo specchio del diavolo, implicatura eutimistica-terapeutica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruffolo” – The Swimming-Pool Library.  

 

Luigi Speranza—GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rufino: la ragione conversazionale del commentario filosofico – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Aquileia). Filosofo italiano. Aquileia, Udine, Friuli-Venezia Giulia. He comments some ‘saggi’ by Origen. Tirannio Rufino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rufo: la ragione conversazionale -- NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo Italiano. Scolaro di Panezio. Combatte sotto Numanzia agl’ordini d’Emiliano SCIPIONE (si veda) come tribunus militum ed e pretore urbano. Al pari di MARIO (si veda) – e SCEVOLA augure, R. segue come legato Quinto Metello nella guerra contro Giugurta. Quando Mario, quale console, assunse il comando dell’esercito, R. ritorna a Roma. Console. R. segue l’amico Marco Scevola l’augure nel suo pro-consolato d’Asia. Condannato ingiustamente per accuse di nemici che si è procurato con la sua rigida onestà, R. vive da prima a Mitilene e poi a Smirne, e rifiuta l'invito di SILLA (si veda) di accompagnarlo a Roma. CICERONE conosce Rufo a Smirne. A Smirne, Rufo scrive un "De vita sua" e una storia di Roma. È oratore. I suoi discorsi hanno per la loro aridità impronta del Portico. Coltiva gli studi giuridici. Militari romani e politici romani. Console della Repubblica romana. Muore a Smirne. Gens: Rutilia. Console. Militare, politico e storico romano. Comincia la sua carriera militare al seguito d’Emiliano Scipione Africano minore, nella guerra in Spagna. R. è legato di Quinto Cecilio Metello Numidico, proprio nel corso della guerra contro Giugurta, durante la quale, fra i sotto-posti di Metello, vi è anche Gaio Mario. Si distinse nella battaglia del Muthul, nel corso della quale fronteggia un attacco di Bomilcare e organizza la cattura o il ferimento della maggior parte degl’elefanti da guerra numidici. Eletto console, ha come collega Gneo Mallio Massimo, il quale arriva secondo all'elezione. Le sue iniziative principali riguardarono la disciplina militare e l'introduzione di un migliore sistema di addestramento delle truppe. Legato di Quinto Mucio Scevola (si veda) l’augure, governatore della provincia d'Asia. Aiutando il suo superiore nei suoi sforzi di proteggere i provinciali dalle malversazioni dei pubblicani, R. si guadagna l'inimicizia dell'ordine equestre, al quale i pubblicani appunto apparteneno. Venne citato in giudizio con la grave accusa di estorsione ai danni di quegli stessi provinciali che lui ha fatto tutto il possibile per proteggere. L'accusa è sfacciatamente falsa. Ma, poiché le giurie della quaestio de repetundis -- il tribunale preposto al giudizio dei governatori e amministratori provinciali accusati di ruberie -- sono scelte fra i cavalieri, la sua condanna è cosa certa, a causa del risentimento che essi provano per lui. R. e difeso da suo nipote Gaio Aurelio COTTA (si veda), e accetta il verdetto con la rassegnazione che si addice a uno seguace del Portico e allievo di Panezio quale era lui. R. si ritira a vita privata dapprima a Mitilene e poi a Smirne -- forse un atto di sfida nei confronti dei suoi persecutori. È infatti accolto con tutti gl’onori nella medesima città nella quale, secondo i suoi accusatori, si è comportato da funzionario corrotto -- e dove Cicerone lo incontra non più tardi. Sebbene invitato da Lucio Cornelio SILLA (si veda) a fare ritorno a Roma, R. declina l'invito.  Durante il suo soggiorno a Smirne, R. scrive la propria autobiografia e una storia di Roma. R. ha infatti una profonda conoscenza della filosofia, della letteratura ma anche del diritto, e scrive dei saggi giuridici, dei quali alcuni frammenti sono citati nel “Digesto.” R. su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Momigliano, R. in Enciclopedia Italiana. R., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. R., su sapere; Agostini, R., Enciclopedia Britannica; R., su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Predecessore Console romano Successore Quinto Servilio Cepione e Gaio Atilio Serrano con Gneo Mallio Massimo Gaio Flavio Fimbria e Gaio Mario II V · D · M Storici romani . Portale Antica Roma   Portale Biografie Categorie: Militari romani Politici romani Storici romani Militari Storici Nati a Roma Morti a Smirne Consoli repubblicani romani Rutilii Stoici. R., who came after BRUTO, is the first tribune of the people, then Consul, and subsequently proconsul of Asia. His ancestors had been both censors and consuls. All that is related of him is, that he is in high esteem with OTTAVIANO, who supports all his own plans by the reasonings of this great lawyer. Wise Romans. To the list of wise men recognised by the Greeks, the Romans are proud to add other names from their own history, thereby associating their philosophic principles with patriotic pride. From their mythology ENEA is selected, the man who crushes his desires that he may loyally co-operate with the destiny of his people. From the times of the republic SCIPIONE africano minore and his gentle companion LELIO; whilst in R. a Roman is found who, like Socrates, would not, when on his trial, consent to any other defence than a plain statement of the facts, in which he neither exaggerates his own merits nor makes any plea for mercy. Nam cum esset ille vir [R.] exemplum, ut scitis, innocentiae, cumque illo nemo neque integrior esset in civitate neque sanctior, non modo supplex iudicibus esse noluit, sed ne ornatius quidem aut liberius causam dici suam, quam simplex ratio veritatis ferebat. Cic. de Or. -- cf. Sen. Dial. Publio Rutilio Rufo. Keywords: Filosofia romana. Luigi Speranza, “Grice e Rufo” – The Swimming-Pool Library. Rufo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruggiero: la ragione conversazionale di Remo e di Romolo – filosofia meridionale --  scuola napoletana -- filosofia campaniana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Scrive “Critica del concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la mancata distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo aderito all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del liberalismo lo rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non perdere la cattedra presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le altre saggi, di una imponente Storia della filosofia  e di una Storia del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella storia della filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini, e, auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed apostolo di fede nell'umanità.  Saggi: Storia della filosofia,” “La filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari, Laterza); “Rinascimento, riforma e contro-riforma” (Bari, Laterza); “La filosofia moderna: cartesianismo” (Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza); “Da Vico a Kant” (Bari, Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel; (Bari, Laterza); La filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica italiana meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”, Firenze, Vallecchi, “Storia del liberalismo” (Bari, Laterza); “Filosofi” (Bari, Laterza); “L'esistenzialismo” (Bari, Laterza); “Scritti politici”, Felice, Bologna, Cappelli,  La libertà, Mancuso, Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica, I filosofi che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto filosofico (Napoli, Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia e politica (Firenze, Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, La coscienza critica del liberalismo; Sgambati, Tra ethos e pathos.  Il diritto pubblico romano lascia, assai meglio del diritto privato, osservare le discontinuità e le suture, a testimonianza  delle sue radicali trasformazioni. Esso non presenta  un processo di sviluppo dall’interno, ma piuttosto  un’opera di lento accrescimento dall’esterno, che  fa coesistere il nuovo e l’antico, come per dissimulare i mutamenti da un periodo a un altro. La preoccupazione costante dei ROMANI è di salvare la continuità storica delle loro istituzioni, di sforzare il  primitivo regime cittadino, fino a includervi tutto  il ricco contenuto degl’acquisti posteriori. La città  è per essi un più saldo organismo che non la polis  dei Greci: il principio della sovranità popolare, come  fondamento della costituzione, vi è assai più stabilmente riconosciuto e presidiato, e, principalmente,  le magistrature cittadine vi rivestono quel carattere  e quel prestigio monarchico, che vivamente impressiona un greco romanizzato come Polibio. Lo spirito militare è in gran parte causa della maggiore  coesione e dell’acentramento della vita pubblica. Ma esso è anche il principio della espansione della  città in più vaste associazioni politiche, aventi per  base l’autonomia municipale, limitata soltanto dalle  esigenze della difesa dal nemico esterno. L’interesse  militare suggerisce infatti la prima grande federazione che, col nome di lega latina, aggruppa alcune  città sotto l’egemonia romana; che sarà il modello  delle future aggregazioni.   Il principio federale è quello che salva il nucleo  della città, pur mirando oltre la sparsa vita cittadina; e ad esso Roma si attacca per salvare sé stessa  insieme con le sue conquiste. Il lento processo di  assimilazione dei popoli soggiogati compiuto dalla  civiltà romana si fonda tutto sulla preventiva dissoluzione degl’originari stati nazionali e indigeni  e sulla trasformazione di essi in aggregati municipali  autonomi, e solo militarmente legati a Roma. L’idea  del decentramento amministrativo è certo una delle  più grandi che il diritto pubblico romano ci abbia  tramandato. Ma essa ha per l’antichità un valore  anche maggiore che per noi, perché storicamente  l’autonomia municipale è un passo importantissimo  nella formazione del nuovo principio dello stato, che  sorge sulla rovina delle nazionalità, e sul riconoscimento delle più minute unità cittadine, confluenti  con la loro vita propria nel più vasto organismo  politico. Si forma così una patria communis, che ha  sotto di sé una patria particolare, domus od origo  Questa doppia istanza della vita pubblica, che  da una parte favorisce la profonda esigenza del self-government t dall’altra include il particolarismo locale, come momento subordinato, nella più comprensiva vita statale, è una grande creazione romana. I  greci, che anche seppero moltiplicare, in numerose  colonie, la vita delle proprie città, non riuscirono  tuttavia a trarre dal particolarismo cittadino nessuna idea superiore e comune; cosi perdettero il  frutto del loro lavoro in una dispersione incapace di  [Mommsen. Le droit public romain, Paris] riflettersi nel suo principio creatore. Essi posero in  vita una folla di particolari in luogo di una universalità vera e propria; ciò che ne distingue l’opera  nettamente da quella dei ROMANI. Il municipio costituito in seno allo stato e subordinato allo stato è certo una delle manifestazioni  dìù notevoli e feconde dell’età di SILLA (si veda). Il periodo  sillano rappresenta però ancora un’età di transizione  tra i due momenti, della città e dello stato, quando l’antico particolarismo è quasi vinto, ma ancora non  balza fuori la nuova universalità. Il progresso, lungo  questa via, fino all’età di GIULIO (si veda) Cesare, è rapido e sicuro.  E vi ha contribuito, più che l’accrescimento diretto  del numero dei cittadini, mediante l’estensione del  diritto di cittadinanza, l’incorporazione di un numero sempre maggiore di stati clienti, il cui regime  consta, senza eccezione, di due elementi: dipendenza  legalmente determinata in rapporto allo STATO ROMANO; indipendenza, o meglio, autonomia amministrativa. Il processo di romanizzazione è sollecito  per la sua stessa spontaneità. In presenza delle progredite istituzioni romane, le città della provincia  sono volontariamente tratte ad imitarle, abbandonando i vecchi costumi nazionali, presto riconosciuti  inadeguati alle esigenze della vita cittadina. Un segno della spontaneità di questo lavoro d’assimilazione è la scomparsa delle stesse tradizioni della  religione locale nell’occidente romano, come il druidismo nella Gallia. Roma, da parte sua, è parca nel concedere come  un premio ambito ciò che pure è suo interesse  precipuo di largire. Essa non accorda a tutte le città un’adeguazione politica completa, ma la lascia sperare alle più fedeli. Al di sotto delle città latine che  hanno tutte la piena cittadinanza, vi sono città sine suffragio o città di semi-cittadini, con diverse gradazioni di privilegi e più o meno scarsa reciprocità  verso la capitale. La più grande forza di attrazione  è da Roma esercitata per mezzo delle colonie, formanti la vera ossatura romana della vasta compagine  imperiale. Con l’estendersi delle conquiste, i piani  coloniali vengono ampliati e coordinati. Da Caio GRACCO (si veda), autore di un primo grande disegno organico,  a GIULIO (si veda) Cesare ed ai suoi imperiali successori, si svolge  un fecondo lavoro, che ha per scopo di popolare di  Romani le regioni occupate e di saldarle alla madre  patria. Il principio veramente romano che presiede  a questo lavoro è epigrammaticamente espresso dal  motto: ubicumque vicit Romanus, habitat. Ma se noi guardiamo nel suo insieme la configurazione politica del grande stato federale sull’unire  della repubblica, e prima che GIULIO (si veda) Cesare avesse stampato  nel diritto pubblico i segni del suo genio precursore,  essa ci colpisce con l’aspetto di un ingombro congestionante e poco vitale. L’impero è tutto ricondotto alla metropoli. I magistrati municipali di Roma  sono i signori del mondo, l’Italia e la provincia non  sono che un’appendice della capitale. Il rigido principio della conquista sforza fino alle estreme conseguenze il potente particolarismo nazionale dal quale  prende le mosse; e tutta la vita locale, fuori di Roma,  nel tempo stesso che viene elevata a una coscienza  nuova di sé, viene mortificata e depressa da una  taccia d’irrimediabile inferiorità rispetto alla nazione dominante. Manca un’idea unica che attraversi  e vivifichi tutte le membra del grande organismo. Il legame che lo connette è estrinseco e sovrapposto,  riassumendosi nella forza dell’imperium, che sanci-    [Sbn-ec., ad litio.] sce una eguale schiavitù ai popoli sotto la potenza  militare romana. Piccole città isolate e sterminati  regni sono aggiogati disordinatamente allo stesso  carro; purché l’esterno legame sia salvato, Roma  non si preoccupa della vita che internamente si  svolge nei suoi domini e la lascia in balìa all arbitrio di despoti indigeni. Essa regna sul mondo, ma  non lo governa; si appaga di un compito estrinseco  di polizia, che dia sicurezza ai propri commerci. La  sua coscienza mondiale si compendia nell’idea dello sfruttamento del mondo a suo profitto. Questa deficienza veniva osservata specialmente dagli orientali,  presso i quali erano più vive le esigenze della comunione spirituale dei popoli formanti uno stesso stato.  Apollonio di Tiana, anche quando l’impero aveva  portato molto più avanti il lavoro di unificazione del  mondo, lamenta l’eccessiva materialità del governo  romano, che si strania ed aliena gli spiriti. Una profonda trasformazione di regime s’inizia  però con GIULIO (si veda) Cesare, che, per l’immatura fine, non riesce  a portarla a compimento. Cesare dà il colpo di grazia  al nazionalismo latino e fonda la nuova idea imperiale, distaccandone il centro dal territorio di Roma  e idealizzandolo nella persona del monarca. La legge  cesarea dei municipi comincia col parificare, in  diritto, tutte le città, e col trasformare, conseguentemente, il significato della preminenza di Roma. Questa non è più l’impero stesso, ma la prima delle  municipalità dell’impero, e le sue magistrature scendono al livello di semplici cariche municipali. La  figura del monarca si distacca nettamente da quella  del magistrato. Non è più il princeps, cittadino tra  [Sef.k. Gesch. des Untergangs der antiken Welt. Berlin.  UI.'p. 110.   2 PiiiLosrn.. Apoi. Ty.. ep.] i cittadini, ma il dominus che trascende tutto il  mondo parificato al suo cospetto e riceve la propria  autorità direttamente dal divino. Questa idea è affatto  nuova allo spirito romano. GIULIO (si veda) Cesare l’attinge all’Oriente  e l’adatta arditamente ai suoi piani. Essa ha un  significato teocratico e mistico, che viene accolto  con diffidenza e senza convinzione dalla scesi frivola dell’ultima età repubblicana, ma conquista  l’età seguente, dominata da uno spirito di concentrato fervore religioso. L’Oriente riuscirà ad imporla  all’Occidente solo quando gli avrà comunicato la  sua fede viva ed ardente.  Il dominus compendia l’unità religiosa e l’unità  giuridica della vita. Sotto il primo aspetto, egli è il  re-divino, l’incarnazione vivente della divinità, che allaccia, con la gerarchia ordinata dei suoi ministri,  tutto il mondo sottoposto. Sotto l’aspetto giuridico,  egli è il re-proprietario, al quale appartengono per  diritto proprio le persone e i beni dei soggetti. Quell’unità che i popoli sono incapaci di concepire  sotto l’astratta luce ideale dell’impero, e che pure è  un bisogno sensibile, immediato della loro esistenza,  essi la vedono incarnata e personificata nel Signore.  In questo foco si accentra tutta la sparsa vita spirituale di genti e razze diverse, che vi ravvisano un  senso alla propria riunione sotto un giogo comune  e sollevano e riscattano la loro schiavitù nella visione di un alto fine religioso di cui sono partecipi.  GIULIO (si veda) Cesare ha una chiara percezione dell’aspetto religioso della sua missione : la SANCTITAS REGNVM è per  lui il fondamento stesso del nuovo regime monarchico, da cui soltanto possono irradiarsi una potenza  e un prestigio coestesi alla vasta mole dell’impero. [Svet.. Jul. Caes.] Le conseguenze di questa premessa sono, per  il diritto pubblico, inestimabili. Al decentramento  politico e amministrativo, airindifferenza per la vita  locale delle città e degli stati particolari, in una  parola al regime del mero stato di polizia, subentra  un regime accentratore, dove un sovrano assoluto  vigila per mezzo d’un esercito di funzionari sull andamento di tutte le cose del regno, che ormai gli  appartengono, e spoglia città e cittadini di quelle libertà che contraddicono all’onnipotenza del proprio  dominio. Una volta che il mondo non è più un aggregato inorganico di città, ma forma un’unità reale  e vivente, è giusto che tutte le sue parti, cospirino  per quel eh’ è possibile al fine comune, rinunziando  all’autonomia che disgrega e disperde le forze. GIULIO (si veda) Cesare e sul punto di realizzare questa vasta  trasformazione politica; pero mancò non soltanto a  lui la vita, ma anche ai tempi la maturità necessaria  per portarla a compimento. Più di tre secoli occorreranno per attuare la monarchia da lui vagheggiata. Per il momento, gl’immediati successori rinunziano  ai più arditi piani e si pongono sul terreno delle istituzioni vigenti, col proposito di piegarle gradatamente ai loro fini. OTTAVIANO (si veda) è, almeno all’apparenza,  ben poco innovatore. Egli conserva integro il principio della sovranità popolare, ripristina le magistrature repubblicane sospese nel tempo della guerra  civile, riconosce un potere sovrano al senato. L’idea  dell’impero emerge per lui dallo stesso regime politico tradizionale, di cui porta a compimento lo spirito monarchico che già gli e immanente. Nella  sua concezione, il principe è il primo cittadino tra  i cittadini, il primo magistrato tra i magistrati. Egli  anzi si guarda accuratamente di legare a questo nome  [Mommskn. Le drolt pnblic romain.] cariche e prerogative nuove ed inusitate, e si avvale  invece degli stessi poteri che gli fornisce la tradizione repubblicana. Attribuendosi l’imperium o potenza proconsolare, egli ha il comando in capo esclusivo delle milizie di tutto l’impero; e poiché questa  posizione preponderante dal punto di vista della  forza può apparire eslege a Roma e nell’ Italia — sottratta giuridicamente al potere proconsolare — OTTAVIANO vi aggiunge la dignità consolare, alla quale più  tardi rinunzia per assumere il tribunato del popolo,  la magistratura più popolare e praticamente efficace . Così, per via di successive sovrapposizioni di  cariche preesistenti, come il pontificato e la censura oltre quelle già nominate, si forma il potere  nuovo del principe, e si consolida con un prolungamento, dapprima limitato e poi indefinito, della  durata delle cariche stesse. L’impero si costituisce  cosi condensando le forze più vitali delle istituzioni  repubblicane, senza innovazioni apparenti, capaci di  suscitare reazioni popolari. Dopo il regime eccezionale della dittatura militare e del triumvirato, esso  ha perfino l’aspetto di una reintegrazione delle magistrature ordinarie.  Alla monarchia vagheggiata da GIULIO (si veda) Cesare subentra,  almeno in principio, una DI-ARCHIA, una divisione del  potere tra il principe e il senato. Tutta la provincia  viene separata in due parti, imperiale e senatoriale,  con diversi magistrati; e al senato viene attribuita  ramministrazione dell’ Italia, che OTTAVIANO non crede  opportuno prendere per sé, ritenendo più facile usurpare le libertà della corrotta capitale e della lontana  provincia anzi che quelle più tenaci dei municipi    1 Mommsen] OTTAVIANO rifiuta la censura, ma la riassunse Domiziano,  per l'opportunità che gli offre questa carica di influire sulla  nomina del senato.] italici. Di fatto però questa di-archia si converte  gradatamente in una vera monarchia, perché l’imperatore può esercitare una preponderante influenza  sulla costituzione e sul funzionamento del senato,  che finisce col divenire un passivo strumento nelle  sue mani. Con felice incoerenza, OTTAVIANO però tien fermo  al principio cardinale della concezione monarchica  del suo grande predecessore, accettando l’idea della  divinità dell’imperatore, pur contraddiente a quella  della sovranità popolare, che informa di sé la nuova  carica. L’apoteosi del principe, cioè il riconoscimento della sua divinità dopo la morte e la conseguente attribuzione degli stessi onori riserbati agli  dèi, — altari, culto e sacerdoti appropriati— costituisce la parte più importante della riforma religiosa  d’OTTAVIANO. L’influsso sempre più vivo dell’Oriente  spingerà i suoi successori ad ingrandire questo culto,  includendovi l’adorazione dello stesso imperatore  vivente: una trasformazione piena di significato,  perché con essa l’apoteosi si distacca dalla vecchia  concezione occidentale della religione dei MANI, che  in un primo tempo aveva giovato ad accreditarla,  e s’innesta nello spirito teocratico dell’Oriente. L’unificazione religiosa dell’impero completa e  ribadisce l’unificazione politica. Il culto dell’imperatore si eleva sui culti particolari delle singole nazioni  e diviene per i popoli il simbolo di una comunanza  spirituale di vita e quasi l’atto di adesione a un  identico destino storico. A questo punto terminano  le storie particolari delle genti, o meglio confluiscono  nella storia universale. Il migliore ammaestramento  filosofico che ci vien offerto dalla conoscenza dello  sviluppo del diritto pubblico romano sta per l’appunto nella conquistata coscienza dell’unità e dell’universalità del piano della storia, che vince la  sparsa frammentarietà delle storie del passato, chiuse  a guisa di monadi in sé stesse e ricomincianti sempre dal nuovo il proprio lavoro. Roma provoca il  brusco risveglio delle genti, rompe l’isolamento della  loro vita, le costringe, pur riluttanti, a entrare nella  vasta orbita della sua azione e a collaborare a una  opera comune. La cittadinanza che l’impero largisce  egualmente a tutti i suoi abitanti esprime la nuova  patria ideale e comune, che si eleva sulle patrie  particolari e che gl’uomini accettano quasi come  un segno del riscatto dalla schiavitù del suolo che  li lega e li circoscrive materialmente. Essa è  una prima rivelazione dell’umanità a sé stessa: una  umanità ancora pregna di materialità ingombrante  e passiva, che non sa guardare oltre i rapporti contingenti e terreni della vita ed esaurisce i suoi compiti spirituali nell’adorazione d’un padrone comune;  ma eh’ è tuttavia il primo momento di una rivelazione che non si esaurisce in essa e crea forme di  consapevolezza sempre più profonde. LA FILOSOFIA ITALIANA •i3 (ì.  I»K  huGGiKKO.  La  filosofia  coniemfor>tnea.DA  MACHIAVELLI  A  GIOBERTI 1.  La  fortuna  dei  nostri  filosofi. Con la filosofia italiana vogliamo rifarci dall’origini. Se c’è un paese che può  vantare uno svolgimento originale di pensiero, dal rinascimento ai nostri giorni, questo è appunto l’Italia. E nel tempo stesso, sembra che nessun paese puo deplorare, con  maggior diritto  dell’Italia, il disconoscimento più pieno della sua vita mentale. Il nostro rinascimento è in generale conosciuto. Ma, dopo, ci si sequestra dalla circolazione del  pensiero europeo. Vico è lettera morta  fuori d’Italia;  e l’epoca piu tardi offre questa stranezza, che vengono elevati a fama europea filosofi mediocri  come Hamilton, Cousin e più tardi Lotze, mentre sono ignorati SERBATI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), e SPAVENTA (vedasi) -- tre filosofi geniali, che proseguono la tradizione speculativa del pensiero europeo, proprio quando sembra interrotta, nella fine apparente  dell’idealismo. R. non sta a fare un ridicolo processo agli stranieri per averci  dimenticati. Noi per i primi non ci siamo dimostrati all’altezza del nostro passato. E le stesse condizioni civili e politiche d’Italia purtroppo contribuisce alla sprezzante dimenticanza  Si,  perché  la  circolazione del pensiero avviene in modo diverso nei tempi moderni che nel Rinascimento. Allora potevamo,  anche politicamente schiavi, dettar le leggi della cultura agli stranieri. Allora infatti la vita del  pensiero è l’universalismo astratto, naturalistico, che neutralizza le differenze della  storia. La sua espressione è il concetto della sostanza di BRUNO (vedasi), l’unità indifferente degl’opposti. Invece,  s’inizia un movimento profondo d’individuazione. È il  periodo dello storicismo. Il pensiero non vive più astratto dalla sua vita storica, e, fuori dell’individuazione politica, sociale, morale d’un popolo è nulla. È flatus vocis. Cosi si sono affermate la cultura della Germania, quella della ‘Gallia, e quella di Oxford -- culture di popoli formati. La nostra no. Noi avemmo due grandi filosofi. SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi). Ma sono un’anticipazione sulla nostra realtà storica. Noi non h celebrammo che quando volemmo far la nostra storia. Il loro pensiero rifulge di vivida luce coll’unificazione. Ma divienne cosa  morta un anno piu tardi..E l’Italia che si forna nel ’fiO  non è rosminiana né giobertiana. Perché? Purtroppo è nota la decadenza mentale e morale di quella Italia. La sua voce non è più la voce generosa di Gioberti, ma la molle cantilena di ROVERE (vedasi) e l’accento rauco di FERRARI (vedasi). In un corso di filosofia che resta celebre nella storia della nostra filosofia, il terzo dei grandi  filosofi italiani, SPAVENTA (vedasi), ri-evoca le glorie del nostro passato, e spiega a una folia d’ignari lo svolgimento originale della filosofia italiana: nella nuova luce da lui diffusa sulla nostra  filosofia. BRUNO (vedasi) e CAMPANELLA (vedasi) trovano il loro posto nella storia della filosofia come precursori di Cartesio, di Spinoza e di Locke. VICO (vedasi), come il geniale pre-sentimento del criticismo. E infine, GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), e GIOBERTI rappresentano la coscienza via via più compiuta del criticismo, come questo s’è svolto in Germania per opera di Fichte e di Hegel. Ma SPAVENTA (vedasi) avverte che la caratteristica dell’ingegno italiano in tutti i tempi è quella d’essere precursore, d’avere il pre-sentimento d’una verità, ma di non saperla svolgere, e di falsificarne perfino il senso e la portata. Ma colla rinnovata coscienza della propria storia, SPAVENTA (vedasi) spera che l’Italia risorta allora a unità politica, riprende,  in una piena consapevolezza, il posto che le spetta nella cultura. Ed egli stesso ne addita la via, con uno sforzo tenace per porsi all’altezza del movimento storico, comprimendo ogni impulso della sua filosofia originale per ri-vivere intensamente la filosofia altrui; facendosi scolaro, per poter diventare il maestro degl’italiani. Ma l’Italia alla quale SPAVENTA parla non è in grado di  capirlo. Ell’è quella stessa Italia che ha pervertito la filosofia di GIOBERTI (vedasi) in una speculazione flaccida e senza sangue -- la  filosofia dei bramani, come lo stesso SPAVENTA (vedasi) dice. Ond’è che il geniale hegeliano parve a taluni un mistico, ad altri un sovvertitore della scolastica; a nessuno quello che in realtà è. I falsi nazionalisti gli rimproverano il suo hegelismo; i  falsi hegeliani il suo nazionalismo. In verità gli rimproveravano gli’uni gl’errori degl’altri. Dalla doppia taccia SPAVENTA (vedasi) è immune: egli che sente, si, ITALIANAMENTE la filosofìa. Ma la pensa universalmente. Il primo insegnamento di SPAVENTA (vedasi), come quello ilei suo granile conterraneo, SANCTIS (vedasi), è dunque infruttuoso; a riceverlo, le menti sono impreparate. Non cosi oggi, che nella rinascente italianità. noi impariamo a vivere in comunione col nostro passato, consci che ogni sviluppo della vita speculativa è possibile solo mediante una piu salda continuità colla tradizione storica. L’Italia nostra non s’è fatta net 1860 ma si va facendo ai nostri giorni: quella stessa Italia che va conquistando una posizione sempre più eminente  tra i popoli, afferma la forza interiore di questa ascensione col rinnovamento della sua coscienza speculativa. In tale rinnovamento. risorgono i nostri grandi, SANCTIS (vedasi). SPAVENTA (vedasi); attraverso essi, noi ci colleghiamo al nostro passato. Io esporrò brevemente l’ammaestramento loro e di quelli che proseguendone l’opera hanno contribuito con loro al presente risveglio  su questo passato. Il Rinascimento e Machiavelli. Gl’albori della filosofia sono da ricercare nell’umanismo. Ivi la filologia già lascia intravvedere il principio e l’indirizzo della filosofia; ivi già s’accenna quel ritorno all’antico di CICERONE (vedasi) che è invece creazione del nuovo. Sotto i colpi dell’umanismo comincia il dissolvimento della scolastica, che prosegue poi, più rapido,  nel rinnovamento della vita civile e politica, e della speculazione che l’esprime. Qual è il significato della scolastica? Essa è un connubio del cristianesimo  col LIZIO. Il Dio che s’era umanizzato in Cristo si naturalizza nella logica del LIZIO: diviene l’ente, l’oggetto, nei quadri della sillogistica. Il monumento della scolastica è la prova ontologica d’AOSTA. Questo naturalismo è già  un grande progresso: non è il naturalismo fisico dei pre-socratici, non il naturalismo ideale degl’accademici, ma è naturalismo divino. Per mezzo suo si svolge la contra-dizione del cristianesimo, colla sua doppia affermazione dell’umanità e della divinità del divino. E il naturalismo del rinascimento che sorge come negazione di quello scolastico, contiene in realtà la doppia esigenza, nella sua unica aflermazione del divino e l’umano della natura. Con esso s’inizia l’età umana della fìlosofia. Quanto al suo procedimento speculativo, la scolastica si compendia nei princìpi della sillogistica; la sua visione etica del mondo, poi, nell ascetismo e nel misticismo: la speranza messianica implica la svalutazione della realtà attuale e della vita. E il rinascimento è l’anti-tesi di  entrambi gl’indirizzi: esso è la sopravvalutazione della vita  — quella che la libertà comunale, gl’attivati commerci e i rapporti politici promoveno e intensificano; e in pari tempo esso è l’atteggiamento della filosofia speculativa, che non ha una realtà fatta innanzi a sé, da sillogizzare, ma crea la sua realtà, osservando, provando, inducendo. Nascono cosi due scienze, la politica e la  fisica, ambedue dal me Essa è la sola cosa stabile ed eterna: ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla; anzi è nulla tutto ciò che è fuor di questo uno. Spinoza non parla con maggior vigore, ma a differenza di BRUNO (vedasi), egli non indietreggerà d’un passo dalla posizione conquistata. Il filosofo italiano, come già TELESIO (vedasi), e poi CAMPANELLA (veasi), alterna il nuovo col vecchio: più veemente di Spinoza, è assai meno coerente, e accanto al nuovo Dio lascia sussistere l’antico. Più oscillante ancora di BRUNO (vedasi) è CAMPANELLA (vedasi), benché rappresenti un’esigenza nuova del pensiero speculativo. La difficoltà del concetto di sostanza è che la filosofia, naturalizzandosi nell’oggetto, non può spiegare sé stessa. La sostanza  è conosciuta ma non si conosce: come ciò è possibile? Come può l’uomo, un semplice modo od accidente, conoscere la sostanza, ed elevarsi a Dio, se è semplice effetto? come l’effetto ritorna alla causa? Il problema che il concetto della sostanza apre alla speculazione è quello del conoscere, e ad esso s’appuntala filosofia del frate di Stilo. CAMPANELLA (vedasi) è confusamente il Cartesio ed il Locke della fìlosofla italiana. Muove dal dubbio scettico e trova la certezza nella coscienza di sé, nel xensus SPAVENTA (vedasi), Saggi di critica, Napoli.. LA  FILOSOFIA ITALIANA abciilus, ma d’allra parte fonda la conoscenza della natura sul semplice sensus addilux. Le due esigenze restano in lui inconciliate: per avere una conciliazione si dovrà giungere fino a  Kant. Ond’è che la certezza delle cose esteriori sembra a CAMPANELLA (vedasi) ora uno sviluppo, ora una caduta, ora un incremento, ora un limite. 15 l’intonazione generale della sua filosofia è, nella metafisica, il razionalismo, la dottrina delle primalità fondata sul sensus abditiis; nella teoria del conoscere l’empirismo, la mera certezza sensibile e la concezione dell’intelletto come  semplice senso illanguidito. Ma se per questo verso egli fa un gran passo su BRUNO (vedaso), gli resta poi di gran lunga indietro pella convinzione e la fede nell’infinita presenza del divino nell’universo. CAMPANELLA (vedasi) è in qualche modo, e quasi inconsciamente, il filosofo della restaurazione cattolica, come fha definito SPAVENTA (vedasi). Egli, col suo razionalismo,  non toglie i ceppi alla scienza, se non perché questa se li rifaccia da sé medesima e si sottometta liberamente. Ma l’entusiasmo di BRUNO (vedasi) non trova il suo riscontro che nello sforzo tenace di BONAIUTO Galilei. Con questo la scolastica, solo virtualmente superata nella filosofìa del rinascimento, è vinta per sempre. Il naturalismo non è più soltanto celebrato come nuova  tendenza dello spirito, ma è l’attualità spirituale: nella scienza s’umanizza la natura, che non è più la mera privazione degli scolastici, né la divinità ancora trascendente della speculazione, ma è la scienza stessa, l’atrermazione dell’umanità concreta del mondo, di quel mondo che non ci è estraneo ma interiore, e che vive della stessa nostra vita di ricerca e di conquista incessante. DA  MACHIAVELLI A GlOBERTI Vico. Tra MACHIAVELLI (vedasi) e VICO (vedasi) corrono due secoli, e ratteggianieiito mentale è profondamente mutato. All’apparenza li direste vicini, rivolti come sono tutti e due al passato, per attingere d’esso la loro forza. Ma con che occhio diverso lo guardano! MACHIAVELLI (vedasi) vede nel passato il mezzo per liberare il presente dalle  accidentalità storiche e per contemplar l’uomo nell’intimità della sua natura, delle sue passioni: egli fonda così la politica. Con VICO (vedasi), il naturalismo umano del rinascimento è già sorpassato, e l’esperienza storica non suggerisce più alcuna distinzione tra sostanza ed accidente, ma la considerazione dello sviluppo, dello spiegamento della mente umana. VICO (vedasi) fonda la  storia. Le due mentalità sono profondamente diverse. La tradizione dei politici si continua attraverso GIUCCIARDINI (vedasi), PARUTA (vedasi), SARPI (vedasi), ed ha un lontano rappresentante in GALIANI (vedasi). Anche questi, come VICO (vedasi), fa la critica del suo secolo, e del giacobinismo che quello prepara; ma la sua critica non pre-annunzia il secolo seguente; essa è quella del politico, che, incapace d’intendere l’aspirazioni, ha  e.sperienza per avvertire le sue fanciullaggini e sorridere alle sue illusioni. La critica di VICO (vedasi) è al contrario novatrice. Essa investe tutta la filosofia, il cartesianismo e il sensismo. All’universalità astratta del primo che non spiega la scienza, perché vuol fondarla sulla rivelazione immediata dell’evidenza VICO (vedasi) contrappone l’intuizione genetica delle cose, che le [ P. un'acuta osservazione di CROCE (vedasi): la filosofia di GALIANI (vedasi), in Critica, spiega nel loro farsi, nel loro sviluppo: e prelude cosi allo storicismo. E mentre il sensualismo trae dall’esperienza sensibile un motivo tutto materialistico. VICO (vedasi) svolge, da quella stessa esperienza, l’universale fantastico, la  poesia e la lingua, nella loro originalità spirituale: e cosi prelude al romanticismo – e a GRICE!. Queste geniali intuizioni sono comprese in un’unità potente: è la mentalità umana che nel suo sviluppo s’afferma come dispersa nel senso e nella fantasia e s’unifica e si riflette nel pensiero. VICO (vedasi) perciò intravvede una metafisica della mente, una storia ideale, eterna, pella quale  corrono le storie delle singole nazioni: nelle modificazioni della mente sono per lui da ricercare i momenti dello sviluppo storico. Ecco la grande originalità di VICO (vedasi): per MACHIAVELLI (vedasi) l’umanità era natura, sostanza, e perciò fatale nel suo corso, nella sua logica interiore. Con VICO (vedasi) sorge il concetto della mentalità, della provvidenza immanente nello  sviluppo della nazione. In MACHIAVELLI (vedasi) c’è ancora, contro l’apparenza, l’intuizione teologica del mondo, e la tristezza d’un’attesa messianica: l’uomo è fatto trascendente a sé medesimo. In VICO (vedasi) non più. Nella sua concezione storica l’umanità è tutta spiegata. Ma pure quello stesso VICO (vedasi), che scrutando la storia di Roma, attua magnificamente la sua  idea,  lascia poi intatto il pregiudizio dell’elezione arbitraria degl’ebrei. Nel passare alla storia di Roma, VICO (vedasi) aveva compiuto il suo grande  sforzo,  e vi s’era esaurito, senza aver più la forza di ri-passare alla storia degl’ebrei, come osserva CROCE (vedasi) nella sua bella monografia su VICO (vedasi). È viltà? È pregiudizio? Forse, con più verità, è un difetto intrinseco dei sistema:  VICO (vedasi) non sa uscire dal particolarismo ristretto dell’unità nazionale: manca a lui il concetto dell’università del particolare, deiriimanità della  nazione, che è l’opera del secolo seguente. E perciò quel passaggio dai romani agl’ebrei, che a noi sembra oggi cosi facile, non è possibile al suo genio. VICO (vedasi) non ha mai il riconoscimento che gli spetta, né in Italia né fuori, né  vivente né dopo morto. S’impadronirono della sua dottrina i positivisti, e falsificarono nel modo più barocco la sua celebre formula della conversione del vero col fatto. Rivendicarne la memoria e perseguirne la speculazione è stata l’opera di SPAVENTA (vedasi), di SANCTIS (vedasi), e più ancora, di CROCE (vedasi). Per merito loro la profonda lacuna della nostra cultura è colmata.  Con MACHIAVELLI (vedasi) e con VICO (vedasi) noi possediamo gl’esponenti maggiori della storia della nostra filosofia, dal Rinascimento VICO (vedasi) colla sua intuizione d’una  metafìsica della mente umana è il pre-sentimento del criticismo, che si svolge poi in Italia per opera di  GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), e GIOBERTI (vedasi). La  posizione storica di questi  filosofi è stata fraintesa generalmente, e da loro medesimi per primi, finché la critica di SPAVENTA (vedasi) non ne ha liberato la dottrina dall’involucro contingente e svelata la stretta parentela colla filosofia tedesca. La spiegazione del fraintendimento ci è data dalla considerazione dell’ambiente nel quale sorsero e si svilupparono le dottrine. L’Italia è infestata dal sensualismo, e la  stessa filosofia  kan-liunn non vi s’introduce che attraverso reclettismo e la psicologia degli scozzesi: il valore sommamente originale del concetto della soggettività ne vien completamente perduto. Nel rinnovamento cattolico, che s’inizia in questo stesso periodo, il sensismo vien minato alla base, ma non già in nome del criticismo. Il sensismo è, nelle sue ultime conseguenze, scettico;  è un vano gioco d’elementi soggettivi, che non fonda l’oggettività, il sapere. Ma il criticismo, si soggiunge, non è anch’egli chiuso nel soggettivismo delle forme del senso e dell’intelletto? e non va a finire del pari nello scetticismo? Con questa critica si pretende di disfarsi di Kant, e si cre Sono curiose queste citazioni di VICO (vedasi) che s’in1 H. Arie, storia e fìlosofta, Firenze. contrailo presso i positivisti; se ne trovano oltre che in CATTANEO (vedasi), VILLARI (vedasi), CAHELLI (vedasi) e Wngiiilli (vedasi). VICO (vedasi) diviene un precursore del positivismo, la sua formula della conversione del vero col  fatto, identità del pensiero e dell’essere, come mentalità, sviluppo, viene dai più intesa nel senso che la verità sta nel fatto e non già nella mente.  Ma pure queste reminiscenze vichiane trattengono i positivisti dal cadere in una metafìsica materialistica. Sono tutti assai prudenti, anche perché non hanno nulla da dire: il più arrischiato forse è ANGIULLI (vedasi), che è d’ingegno un po’più filosofico degl’altri. Ma il suo programma positivistico non manifesta alcun contenuto nuovo di dottrina. FI quando il positivismo, pella logica  stessa del suo movimento, degenera ovunque nel materialismo, i nostri positivisti sono pronti a sconfessare la conseguenza d’essi non voluta delle dottrine. VILLARI (vedasi) polemizza coi materialisti. GABELLI (vedasi) distinse un vecchio ed un nuovo  positivismo, e manifesta la sua avversione per quest’ultimo. Certo in questi pentimenti c’era qualcosa d’ingenuo, proprio di chi  non sa valutare la portata d’una dottrina, mentre l’accetta; e i materialisti galli sono più conseguenti dei positivisti italiani, nel negare quell’idealità vaghe che questi lasciavano ancora ondeggiare al di sopra dei fatti. Ma se in ciò i nostri sono meno filosofi, sono poi più di buon senso nelle loro riserve, perché dopo tanti sforzi per liberarsi d’una metafìsica pseudo-idealistica, non volevano  trovarsi impegoiati in una altra metafìsica, di tendenze materialistiche. La trivialità di questa metafìsica non tarda a manifestarsi. Essa sorge dal connubio tra la filosofìa e la biologia; e il suo nome era il monismo: un nome che dice tutto, anche più del contenuto di dottrina con cui lo si è voluto giustifìcare. I suoi fautori sono medici, naturalisti, botanici, fisici, e via discorrendo. La loro  opera sarebbe certamente andata dispersa se MORSELLI (vedasi) non avesse avuto la felice idea di raccoglierla e disciplinarla in una Rivista di filosofia scientifica, che resta come prezioso documento della filosofia italiana. Ma l’esagerazioni più stravaganti del positivismo materialistico si videro nella scuola d’antropologia, fondata da LOMBROSO (vedasi), notissimo autore di saggi  in cui il genio e la delinquenza s’accoppiavano in una felice coincidentia oppositorum. Di queste dottrine non ci occuperemo, perché son divenute di competenza forense, e funestano le squallide aule delle nostre Corti d’Assise. Accenneremo soltanto a una propaggine del positivismo italiano che per opera specialmente di FERRI (vedasi) s’è innestata nella dottrina socialistica. E del  FERRI (vedasi) raccomando la lettura d’una prefazione a una sgrammaticata traduzione italiana deWAntidiiliring d’Engels, che è un bel documento del livello di cultura del nostro ex-socialista. Ma con tutto ciò, del positivismo italiano noi non avremmo che notizie scarse e frammentarie, s’esso non fosse stato conglobato e quasi condensato in una dottrina unica d’ARDIGÒ. Di questo  perciò vogliamo occuparci un po’più estesamente. La filosofìa d’ARDIGÒ ha quello stesso motivo naturalistico che abbiamo osservato nel positivismo della Britannia; essa è l’indiflerenza tra il sensismo e il materialismo, senza per altro il rigore logico di MORE GRICE TO THE Mill – GRICE e Baker, MILL -- e la veduta vasta, per quanto superficiale, di Spencer. Mentre infatti  l’empirismo della Britannia è veramente monistico, nel senso che, ammesso il fatto naturale della sensazione, ritiene poi derivata e posteriore la distinzione del soggetto e dell’oggetto, ARDIGÒ invece tradisce fin dal principio la sua preoccupazione dualistica, propria del realismo ingenuo. Perciò ammette come fondamentale la distinzione del senso interno e del senso esterno,  dell’auto-sintesi e dell’etero-sintesi, cioè d’una parte l’associazione dei dati psichici stabili che costituiscono il me di GRICE – PERSONAL IDENTITY, I AM NOT HEARING A NOISE --, dall’altra l’associazione degli stati psichici accidentali che costituiscono il non-me. Questa è prova dell’inferiorità della dottrina in quistione rispetto alle altre forme di positivismo, perché la distinzione non fa che adombrare quella tra la materia e la sensazione – WHAT’S THE MATTER? NEVER MIND! --, e giustifica quell’illusorio raddoppiamento del mondo nella conoscenza, che ad empiristi come Avenarius o Mach parrebbe una mostruosità. Il termine comune di materia psichica, nei due campi, del senso interno e del senso esterno, non è in effetti altro che un nome, che si può  trasformare a piacere in un altro, l’indistinto, che ARDIGÒ (vedasi) pone a fondamento della realtà. Si vuole che ARDIGÒ fa una critica dei-rinconoscibile di Spencer, e c’è veramente un saggio suo su questo soggetto. Ma bisogna proprio dire che egli sia andato in cerca della pagliuzza nell’occhio del fratello, senza accorgersi del trave che ha nel proprio. Almeno il povero Spencer  poteva illudersi di veder il divino in quel suo inconoscibile, mentre nel caso dell’indistinto, nemmeno questa immaginazione è più possibile. Con questo concetto del neutro d’ARDIGÒ l’epurazione degl’in-conoscibili, degl’in-coscienti e simili prodotti del facile eclettismo è compiuta, e non resta che l'innocua sodilisrazione (ti dire uno, quando le cose, a dispetto del positivista, pare  che vogliano dire due. L’indistinto o neutro d’ARDIGÒ non contiene dunque più alcuna traccia del divino. L’idea del divino è del tutto radiata dai quadri di questa filosofia, e al suo posto subentra il concetto dell’infìnito o della virtualità permanente dell’esperienza: un concetto che, come quello inilliano della possibilità delle sensazioni dimostra, si. la preoccupazione immanentistica del positivismo, ed è perciò da lodare nel movente psicologico della sua formazione, ma è nel fatto insufficiente, come quello che si travaglia ancora nel dualismo del LIZIO, e dissimula, nella sua apparente facilità, il problema non risoluto, e l’ignoranza dei potenti sforzi che la speculazione di venti secoli ha compiuto per giungere al graduale superamento di esso. Questo cenno sul  motivo fondamentale dell’opera d’ARDIGÒ può bastare, come un saggio della sua filosofia. Lo svolgimento della dottrina, secondo i criteri direttivi dell’empirismo, è dato dal tentativo d’aggruppare in varie forme e in varie guise il materiale plastico della sensazione: un campo di ricerche che l’empirismo nella Britannia  aveva già da tempo sfruttato, e che con ARDIGÒ non è in grado  di dar nuovi frutti. Dal dualismo si val al  monismo. Nell'imperversare delle dottrine materialistiche, molte voci modeste sono soffocate, che forse in un ambiente più propizio avrebbero potuto esercitare un’efficacia maggiore. La loro influenza sulla filosofia italiana è assai scarsa, in un tempo in cui il materialismo domina la vita sociale nelle sue più cospicue manifestazioni. Esse  nondimeno riuscirono a formarsi un teatro più ristretto, ma insieme più consono alla loro intonazione: la cattedra. E come già nella Gallia lo spiritualismo eclettico, svalutato dai nuovi indirizzi, si conserva nella cerchia universitaria, così nell’Italia positivistica e materialistica s’ha un insegnamento universitario con tendenze spiritualistiche. Noi abbiamo già accennato a quel dualismo  platonizzante che si delinea nelle opere di ROVERE (vedasi), FERRI (vedasi) e BERLINI (vedasi). Come quello che, bilanciato tra i due domini estranei del pensiero e dell’essere, naufraga poi nello spiegare la mediazione d’entrambi, il conoscere, esso non poteva riuscir vincitore di quel positivismo che vive nella medesima diffìcoltà, e solo cerca di dissimularla colle sue poco fondate  asserzioni. Né il dualismo,  nella forma datagli da BONATELLI (vedasi) o da CANTONI (vedasi), per quanto più corretto e rammodernato, ha migliori probabilità di successo. In fondo la difficoltà resta identica, e al più veniva spostata in più remote regioni. Nella sua vita infaticabile di studio e di ricerca, BONATELLI (vedasi) non riusce mai a migliorare la posizione iniziale della sua filosofia, che noi conosciamo dal saggio, Pensiero e conoscenza. Là egli, ispirandosi a Lotze, muove dal soggettivismo empirico della coscienza e invano si tortura per conseguire l’oggettività del conoscere. Il pensiero è da lui ridotto al semplice pensato, alla mera forma indifferente a ogni contenuto, qual’è quella della logica del LIZIO, e cosi fin dal principio gli è preclusa la via  a concepire la relazione tra il pensiero e l’essere. Egli afferma, si, che pensare è giudicare, ma non intende il valore e la portata di questa grande verità della R.,  La  filosofìa  contemporanea. LA  FILOSOFIA  ITALIANA lilo.solia  kantiana, che è neutralizzata dall’intuizione fondamentalmente platonica della sua dottrina. Di qui, se il pensiero è il semplice pensiero, la certezza del reale  non è che un’inferenza, un’analogia, per cui noi interpretiamo le cose esterne a noi nei termini della nostra esperienza soggettiva SOMEONE IS NOT HEARING A NOISE GRICE. Ma¬ cho cos’è la realtà in sé stessa? Ora è qualcosa di simile ai reali di Lotze, ora è lo stesso pensiero inteso come norma ideale a cui tentano d’adeguarsi le singole conoscenze. Soluzioni deboli, come si  vede, perché col principio d’analogia crediamo di muovere, ma in realtà non moviamo un passo fuori della mera soggettività; e la norma ideale, d’altra parte, posta fuori del pensiero attuale, è la mera oggettività, a cui manca il ponte di passaggio verso il soggetto. Oggettività pura e semplice, e soggettività pura e semplice, dunque: qui la soluzione, in fondo, non fa che ridarci tal quale  il problema. Il platonismo del primo saggio si trova immutato negl’altri; al più s’epura. Nell’opuscolo PERCEZIONE GRICE POTCH e pensiero è detto che l’oggetto GRICE OBBLE opera sul soggetto, imprimendo in questo l’immagine di sé stesso; immagine che non è per nulla sfigurata e deformata dalla passione del conoscente, perché il mutamento subito da questo consiste  soltanto in ciò, che egli conosce ciò che prima non conosce – GRICE NEGATION AND PRIVATION KNOW. La conoscenza viene così sempre più alleggerita di quel compito copernicano che Kant aveva voluto imporle e quindi ridotta a una mera duplicazione inesplicabile d’una realtà in sé bell’e fatta. Il termine della speculazione di BONATELLI (vedasi) è, per questa via, il  capo [BONATELLI (vedasi), Pensiero e conoscenza Bologna. BONATELLI (vedasi); Percezione e Pensiero Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, volgimento completo della tesi critica: la forma non è più del soggetto ma appartiene all’oggetto GRICE OBBLE in sé, e al soggetto non viene attribuito che la semplice modilicazione sensibile, o, in altri termini, la materia 11 che  significa, se non mi sbaglio, volere ricondurre la tesi dualistica all’assurdo. Un altro dualista orientato verso la  filosofia di Lotze è CANTONI (vedasi),  pur colla sua vasta, ma poco profonda, cultura critica. Nel suo lodevole tentativo d’acclimatare la filosofìa critica in Italia, egli introduce quel famoso problema sull’origine psicologica dell’a-priori che ha grande fortuna in Germania,  e che costituì per lungo tempo il capo dei naufragi di molti critici. Nell’intento  di CANTONI (vedasi), quel problema dove salvare la critica dal mero soggettivismo in cui pare la chiude la critica: il riconoscimento della formazione psicologica dell’a-priori dove infatti segnare il punto di convergenza della doppia azione del pensiero e della realtà. Ma per quella legge dell’eterogenia  dei fini, la cui fecondità è sorprendente, la ricerca di CANTONI (vedasi) è viziata precisamente da quello stesso soggettivismo contro il quale egli crede di combattere. Come infatti si può parlare di formazione psicologica dell’a-priori, tranne che questo non venga inteso che come il semplice a-priori della coscienza empirica, e non della coscienza e insieme della  realtà? Esso dunque  presuppone qua una coscienza, là una realtà bell’e fatta, e dice: questa coscienza nell’appropriarsi quella realtà procede per gradi; è prima un mero a posteriori, e si a priorizza a poco a poco con lo spogliarsi del contenuto sensibile e col concepire la forma astratta delle cose che il pensiero può padroneggiare -- concepire universalmente, necessariamente -- appunto perché è vuota di contenuto Ma questo,  è il falso a priori analitico da cui Kant s’era liberato nella sua critica, e che poi Lotze, con un anacronismo,  aveva voluto ripristinare. Esso non regge se non in quanto si pone il pensiero d’una parte e il reale dall’altra, e si fa giocare il pensiero con sé stesso, nella sua vuota interiorità. E questo fa appunto CANTONI (vedasi), il quale, una volta fuori della buona via, parla d’applicazione delle categorie al reale, d’una corrispondenza Ira quelle e questo con un completo capovolgimento di tutti i principi fondamentali del kantismo. Un filosofo raccolto e con una simpatica intonazione mistica è ACRI (vedasi), personalità assai caratteristica della filosofìa italiana. In un periodo di grande rozzezza spirituale, quando il materialismo regna incontrastato, ACRI (vedasi) osa scuotere il giogo della dittatura e affrontare direttaniente il nemico. Rivolgendosi ai naturalisti, ACRI (vedasi) dice: voi colla vostra cellula credete di spiegar tutta la vita della coscienza, e in realtà non spiegate niente; nella cellula nulla c’è che chiarisca la medesimezza della coscienza, e l’unità sua, e la sua facoltà formativa, e quella speculativa, e quella volitiva, e nulla c’è che chiarisca  la più umile dell’operazioni sue  E ricorre, per mostrare l’impossibilità di comporre l’uno coi più, al grazioso esempio dell’aquila d’ALIGHIERI che sembra un unico essere, ed è un’accolta d’esseri; e da da lon[CANTONI (vedasi). Kant, Milano. ACRI (vedasi) Videmus in aenigmate,  Bologna. --tano l’illusione di dire; io, io, nienlre in realtà, a sentirla da vicino, dice noi, noi. Ma il  platonismo d’ACRI (vedasi)  riproduce, in più sublime sfera, la stessa difficoltà, e, in fondo, la stessa illusione dell’aquila d’ALIGHIERI. Poste l’idee, non si spiega più il pensiero; e posta l’intuizione immediata della verità ideale, riesce inesplicabile la rillessione dell’auto-coscienza. Quindi invano cerca ACRI (vedasi) d’adombrare con immagini poetiche il principio della riflessione,  che in realtà manca nella sua filosofìa. ACRI (vedasi) ricorre all’esempio dello scintillio della luce stellare. Ma questo esempio appunto tradisce la difficoltà dell’accademia. Lo scintillare della stella è la mera apparenza della riflessione ilella luce, è l’illusione soggettiva della nostra visione. La dottrina della coscienza è così la nota fuori posto nella concezione d’ACRI (vedasi); questi  abbracciamenti tra Platone e Kant, a tanti secoli di distanza, hanno sempre qualcosa di fittizio. GRICE LO CHIAMA KANTOTLE O ARISKANT, VIS-A-VIS PLATHEGEL OR HEGPLATO. Nei nomi di BONATELLI (vedasi), di CANTONI (vedasi), e d’ACRI (vedai) si compendia l’indirizzo dualistico della FILOSOFIA ITALIANA. Più recentemente esso ha avuto un altro  prosecutore in SARLO (vedasi), fondatore della rivista la Cultura filosofica. Questa, sorta in anti-tesi col positivismo e coll’agnosticismo, e riprendendo alcuni motivi di Lotze, cerca di svolgere e ravvivare il dualismo, col porlo in contatto colle dottrine gnoseologiche e colle ricerche di psicologia sperimentale. E torna infine opportuno parlare a questo punto d’un filosofo, che nell’ultimo  decennio ha compiuto uno sforzo notevole per conquistare una veduta idealistica della realtà: intendiamo dire di VARISCO (vedasi). In “Scienza ed opinioni,” egli si muove ancora nel campo della metafisica dommatica. Il mondo è da lui inteso come un insieme d’elementi originari o monadi che operano gl’uni sugl’altri. L’azioni reciproche tra le monadi sono in effetti di due specie.  Determinano cioè; una variazione in ciascuna monade; una variazione tra le monadi, ossia ne modificano raggruppamento -- la  distribuzione spaziale. I fatti della prima specie sono psichici, quelli della seconda, fisici. Questo è il dualismo della metafisica dommatica, e consiste nel considerare le relazioni del mondo fisico come affatto fuori della monade, mentre ripugna alla monadologia  ammettere azioni infra-monadiche  -- le monadi non hanno finestre; e una volta ammesse, risulta inconcepibile la conoscenza di quelle relazioni, perché non si comprende dove mai esse cadano, se son fuori della monade. Ma coll’approfondire il concetto della monadologia, VARISCO (vedasi) supera il dualismo della metafisica dommatica. Nel volume: I massimi problemi il dualismo  tra fisi e psiche ha un significato gnoseologico, nel senso che quella distinzione non è più tra due realtà estranee l’una all’altra, ma si costituisce nel dominio stesso della conoscenza. La realtà fisica di “Scienza e opinione” diviene una psichicità, un complesso di sensibili: il soggetto, la psichicità della posizione, diviene l’unità del molteplice sensibile. Su questa dualità originaria, VARISCO (vedasi) eleva la sua costruzione. D’una parte la realtà dei sensibili si costituisce secondo le sue leggi; dall’altra la realtà del soggetto, secondo il principio dell’unità di coscienza. In tal modo il dualismo non [VARISCO (vedasi), I massimi problemi, Milano, dove è riassunta la dottrina. Ancora Scienza ed opinioni, Roma] è risoluto; e questo perché VARISCO (vedasi) non  ha svolto il concetto dell’unità della coscienza in tutta la sua portata, eliminando quel residuo del LIZIO che sta nel porre, di fronte alla coscienza, dei sensibili non sentiti, delle potenze che aspettano di porsi in atto. Insoinma l’ombra del dommatismo, «Iella precedenza di quei sensibili di fronte all’atto dell’auto-coscienza permane sempre, e in veste psicologica si ripresenta quella  realtà fìsica di “Scienza ed opinioni,” che VARISCO (vedasi) non ha mai veramente risoluta. Per superare il dualismo, egli fa ricorso a un concetto della filosofia di SERBATI (vedasi), quello dell’essere in universale; ma ne muta profondamente il significato, che non è più per lui trascendentale, ma empirico, ed esprime soltanto l’identità del pensato, l’indifferenza di soggetto e oggetto;  in altri termini, quella psichicità primaria su cui deve fondarsi la dualità di fisi e psiche. VARISCO (vedasi) compie un notevole sforzo per mostrare come questo indifferenziato, per un’intima esigenza, si differenzi: e ciò mostra che egli è bene addentro nella difficoltà dell’idealismo; ma non mi pare che risolva il suo problema, perché non veggo il principio della differenziazione, il  soggetto. Quel differenziarsi è perciò ancora da lui inteso nel senso della metafisica dell’essere e non del conoscere, vale cioè a fondare una monadologia e non una fenomenologia. Per giungere a questa è necessario spogliarsi del tutto della preoccupazione di una realtà fatta, sia come natura, sia come potenza del pensiero, e guardarsi dall’anticipare in qualunque modo il mondo sull’atto  concreto del pensare. Già nella dottrina che VARISCO (vedasi) accenna della personalità s’intravvede il principio d’un approfondimento dell’idea del soggetto. Riporto le seguenti sue parole: Quando ciò di cui giudico sono io stesso, il mio fare non è più soltanto ri-costruttivo; è veramente costruttivo. L’io, ossia l’iinità dell’auto-coscienza ben diversa dalla pura unità della coscienza,  dal soggetto animale, non esiste che in quanto afferma sé stesso – cf GRICE I’M NOT ON THE FIRST ROW, I’M ON THE STAGE Bene, ma una volta inteso che riprodurre è in verità, nel mondo della coscienza, della realtà in fieri, un produrre, bisogna andare avanti, approfondire il concetto della riflessione creatrice, che è il cardine della filosofìa, svelare tutti i tesori che esso  racchiude: allora solo si vedrà, nella trasparenza della coscienza, tutta la realtà nella sua pienezza. VARISCO (vedasi) invece si ferma a metà: egli infravvede, ma non svolge, il motivo fecondo dell’iilealismo. Il criticismo italiano è per molli rispetti benemerito della nostra cultura, per avere alacremente pronio.sso gli studi storici, che fra noi facevano difetto. Si pensi che perfino i due più profondi filosofi italiani, SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi), spropositarono talvolta nel modo più deplorevole la storia della filosofia, si da falsare la loro stessa posizione storica di fronte alla speculazione. E nel campo della storia della filosofia si sono specialmeiile distinti FIORENTINO (vedasi), TOCCO (vedasi), MASCI (vedasi), TARANTINO (vedasi), CHIAPPELLI (vedasi), ed altri ancora. Ma, quanto all’atteggiamento dottrinale, il criticismo ha uno stretto rapporto coll’indirizzo di cui abbiamo testé parlato. Il criticismo si svolge infatti più specialmente nei confini segnati dall’analitica trascendentale di  -- VARISCO (vedasi), I massimi problemi,  Kant. Di qui. il limite della sua forza speculativa e dato dalle antinomie; limite che si vuol poi superare colla dimostrazione della vanità d’ogni metafisica – H. P. GRICE, “METAFISICA”: Reason still speaks to us, but not in the form of assertions, but IMPERATIVES! Ma colla metafisica il criticismo è costretto, suo malgrado, a fare i conti, quando vuole spiegarsi quell’a-priori che esso accetta da Kant. Non appena esce dalla semplice distinzione tra il problema della formazione  empirica delle conoscenze e quello della loro validità, e vuol cercare di spiegarsi il come e il perché di quest’ultima, eccolo già alle prese colla metafisica. Il valore, come abbiamo già notato, è un concetto neutro, bilanciato tra il pensiero e l’essere; la spiegazione del valore è dunque il problema metafisico del rapporto tra il pensiero e l’essere. In che modo risolverlo? Il criticismo, non  sapendo vedere nelle categorie altra cosa che quel semplice fatto del valore, ha esaurito già la sua provvista, e non può chiedere perciò al suo Kant quella spiegazione ulteriore; esso allora la perseguiterà attraverso la psicologia, la biologia, e finirà col ritrovarsi in una posizione che aveva già oltrepassata colla sua premessa. Questa difficoltà del criticismo si rivela nel modo più  caratteristico nella parabola descritta dal suo primo rappresentante in Italia, FIORENTINO (vedasi), che non riuscì a mantenersi nella sua posizione iniziale, ma, cedendo all’urto delle nuove ricerche biologiche, contro cui s’era già abbattuto il criticismo in Germania, fini col fraintendere del tutto il significato dell’a-priori kantiano, contaminandolo di naturalismo evoluzionistico. Più  fedele allo spirito del criticismo è MASCI (vedasi), che se ne può considerare come il maggiore rappresentante. Le sue istanze negative contro i fraintendimenti dei principi fondamentali del criticismo sono solide, ma la fondazione postiva di quegli stessi principi dà luogo alla difficoltà già notata a proposito del criticismo in genere. Giustameute MASCI (vedasi) difende l’a-priorità  dello spazio e del tempo, come funzioni spirituali, dal psicologismo, che colla semplice costruzione delle rappresentazioni di spazio e tempo s’illude di aver soddisfatto all’esigenza dell’estetica trascendentale. Col suo mosaico delle sensazioni esso crede di costruir la forma, invece la presuppone a ogni passo. Né migliori surrogati della deduzione del criticismo offrono le ricerche  biologiche sull’a-priori, che non riescono addirittura a rendersi conto del problema di cui si tratta. Un altro errore che si suol commettere nell’interpretazione del critiismo, è quello di ridurre la realtà alla mera rappresentazione – H. P. GRICE, P. F. STRAWSON, D. F. PEARS, ‘REDUCTION” --; cosi, osserva MASCI (vedasi), si fa svaporare il reale, mentre, secondo i principi del criticismo, la serie psichica non ha maggiori diritti al riconoscimento della serie fisica. Ma esistono fisi e psiche come due realtà per sé? Qui sta il problema. K pare che MASCI (vedasi) a un certo punto sia sulla via di risolverlo secondo il criterio dell’idealismo assoluto, col riconoscere l’inanità della riflessione che vuol risalire a una realtà oltre l’atto dell’auto-coscienza. Però non  riesce a rendersi conto che al di là di quell’atto non c’è una realtà che sia a noi preclusa pella scarsezza delle nostre facoltà mentali, ma che non c’è proprio nulla, fuori che la proiezione della nostra ombra – PROBLEM WITH BEING ON STAGE IS THE SHADOW -- GRICE. E una volta perduto il criterio dell’unità concreta, fisi e psiche gli restano innanzi come due fatti distinti, che  egli pur sente [MASCI (vedasi), Il materialismo psico-fisico, Napoli] il bisogno ili unificare. E concepisce cosi il suo monismo. Non si tratta di sapere né come la materia genera il pensiero, né come questo genera l’azioni  materiali. Porre cosi il problema è renderlo insolubile, perché l’idee di materia e spirito sono generalizzazioni unilaterali, astrazioni nostre, operate in direzioni opposte, d’un processo che in realtà è unico. E per conseguenza cerca di trasferire quell’unità in un passato in cui psiche e tisi erano indill'erenziate. La monadologia d’una  parte e il principio dell’auto-coscienza dall’altra: questa a me pare la doppia esigenza inconciliata in cui si travaglia la filosofia di MASCI (vedasi). E nella stessa difficoltà s’imbatte un altro filosofo, MARTINETTI (vedasi), che vi resta impigliato, benché faccia un grande sforzo per liberarsene, cercando di fondere la metafìsica dell’essere colla metafisica del conoscere. Come già   Bnirac, egli concepisce il reale come una pluralità di monadi, o per togliere la possibilità d’un fraintendimento storico di centri coscienti o unità sintetiche di soggetto oggetto. Ma questa pluralità, realisticamente intesa, è incompatibile colla monadologia. Posta la monade, o comunque il rapporto soggetto-oggelto, è con ciò tolta la realtà  nel significato realistico delle altre monadi, la  cui esistenza è possibile solo come iilealilà nella monade. Lo svolgimento dell’idealismo è consistito nell’approfondire questo concetto nuovo dell’idealità, in cui s’è riconosciuta la realtà vera e concreta: così è stato abbattuto il vecchio concetto del mondo come totalità naturale, e s’è costituito il nuovo concetto del mondo come esperienza assoluta. MARTINETTI (vedasi) invece tien fermo ancora all’idea del mondo come un tutto naturale e dissemina lungo d’esso i suoi centri coscienti, senza  intendere che questo è incompatibile col concetto nuovo dell’idealità che egli mostra d’accettare. Ond’è che, malgrado tutti gli sforzi, egli resta un realista, e, come tale, si mostra impigliato in una difficoltà insolubile allorché vuol superare il disgregamento dei principi  coscienti in una unità superiore. Una volta posta dommaticamente  la plu MARTINETTI (vedasi), hitroiiuzlone alla metafisica, Torino -- ralità delle coscienze, l’unitù o sarà un nome, o un principio trascendente, perché lo ripeto, la pluralità, come tale, è fuori dell’atto di coscienza. Dato questo residuo di dommatismo, un vero superamento della metafisica dell’essere non è più possibile  a MARTINETTI (vedasi), il quale non riesce che a una conciliazione apparente tra quella metafisica e la metafisica del conoscere, col mostrare che la stessa instabilità dei centri coscienti, per cui essi si sviluppano e si potenziano in sintesi sempre più alte, si dà nel campo del conoscere come processo delle conoscenze dalle forme più semplici e imlilTerenziate del senso alle sintesi più  alte dcH’iiitellelto e della ragione. Qui non fa che ripro. Purtroppo egli sa per esperienza che la gente a cui osa parlare di Hegel è solita di prendersi segretamente gioco di lui, e allora conclude che l’hegelismo non si può dimostrare che ad un hegeliano. E allora insorge più grave un nuovo problema. Come si fa a diventare hegeliani? Qui le cose si complicano, una volta che non si può  diventare hegeliani se già non si è tali. Ecco l’antinomia da risolvere; e l’unica via possibile è d’ammettere che hegeliani si è in quanto si nasce. Questa è per lui una vera rivelazione: egli finirà per convincersi di essere hegeliano per diritto divino, e dall’alto di questa convinzione potrà lanciare uno sguardo di commiserazione ai non eletti, rassegnarsi alle defezioni dei suoi scolari, e  abbandonarsi, senza nessuna preoccupazione d’essere inteso o compreso, alle sue contemplazioni. La filosofia di VERA è appunto la contemplazione del sacerdote di Brahma. Il termine a cui s’appunta Vera, Inlroduclion à la philosophie de Hegel, Paris, in. l’idealismo assoluto è l’idea nella sua vuota universalità, senza più nessun contatto col mondo della vita. Per toccarla bisogna  porsi al di sopra della sfera del sentimento, abdicare alla propria coscienza individuale, e purilicarsi di tutta la propria contingenza umana. Che cosa crede VERA (vedasi) di conquistare in un tal modo è difiìcile dire; non certo l’universale concreto di Hegel. Ed è davvero impressionante vedere come le pagine piene di vita della fenomenologia o della logica, dove tutto il mondo della  storia si fonde in una grandiosa epopea, diano luogo, per opera del sonnolento hegeliano, a un annacquato platonismo che prende le idee per entità e per mere rappresentazioni di cose, e le dialettizza in un nebuloso empireo. Qui si compiva quel pervertimento dell’hegelismo in una metafisica dell’essere, assai peggiore dell’antica, perché cristallizzava l’idea nelle cose, e deduce i cavalli  dagl’asini, commisurando la deduzione al grado progressivo di perfezione delle relative idee. Di fronte a una tale metafisica è la benvenuta la reazione dello Schopenhauer, contro cui pur sente bisogno VERA (vedasi) di protestare. Con ben altra mente concepiva l’hegelismo SPAVENTA (vedasi). GIOBERTI (vedasi) dice, non diversamente da Hegel: pensare è creare. L’idea del pensiero come creazione è l’idea della filosofia di Kant, mentre Cartesio e Spinoza non sono giunti che al concelto del pensare come causare. Ma GIOBERTI (vedasi)  s’è elevato al nuovo principio tutto d’un colpo, per una subitanea esplosione: egli intuisce ma non prova la creazione; questa per lui è un fatto, indeducibile e indimostrabile. Eppure egli stesso, in un passo importantissimo  delle Postume, integra la formula del pensare = creare, coll’altra: provare è creare. Il pensiero prova l’atto creativo col ri-produrlo e ri-crearlo dentro di sé;  ma ri-produrre è produrre, e ri-creare è creare. Ecco il grande concetto della mentalità, la quale non si svolge per accrescimento e ri-produzione del suo prodotto, ma per creazione del nuovo: il prodotto stesso non esiste che in questo  nuovo produrre; l’atto creativo, che in questo atto che lo ri-crea. A tale conclusione non è giunto GIOBERTI (vedasi), il quale, anzi, dall’idea che provare è creare aveva voluto inferire che la creazione è indimostrabile. Ma poiché il carattere essenziale della mentalità è appunto il provare in ciò la mente si distingue dalla sostanza che si definisce soltanto, il problema che la filosofia di  GIOBERTI (vedasi) apre ai successori è: provare la creazione. Ed è questo appunto il problema di SPAVENTA (vedasi). GIOBERTI (vedasi)  dice: essere è creare, pensare è creare, creare è pensare. Questa identità bisogna provare. Creare è l’ente concreto, soggiunge SPAVENTA (vedasi), è fare, realizzare, individuare, sostanziare, entare, far esistere; è la realtà, l’assoluta realtà. È  assoluta realtà, perché, per GIOBERTI (vedasi), Dio stesso è creare, creare sé stesso. Toglieteci creare e avrete il niente. Eppure non si ha mai il niente; giacché togliere qui è pensare; il pensare rimane, e ci è sempre. Ciò vuol dire: il creare, tolto, rimane; perché il togliere stesso è creare: cioè come semplice togliere    negare    è momento del creare. Ora come si prova la realtà, il  creare? Il pensare è; non può non essere. Il pensare prova sé stesso: negare il pensare è pensare. 11 Pen-, GIOBERTI (vedasi), Nuova ProtoloQla, SPAVENTA (vedasi), LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari Appendice: Schizzo d’una storia della logica. LA FILOSOFIA ITALIANA inesauribile ricchezza è il grande pregio della logica hegeliana. Essa spiega il processo originale, creativo,  per cui il pensiero creando le proprie determinazioni crea sé medesimo; è la storia ideale, eterna del pensiero, prospettata nel sistema della scienza. Sta qui il significato dell’affermazione di SPAVENTA (vedasi), che la spiegazione del creare è la logica. Questa logica, di cui SPAVENTA (vedasi) toglie ad Hegel, dice cosi, lo scheletro, è da lui svolta nel suo carattere più profondo,  perché concepita nel suo motivo storico cartesiano. L’interpretazione delle tre prime categorie, l’essere, il non essere, il divenire, costituisce di per sé sola il documento maggiore dell’originalità di SPAVENTA (vedasi). L’essere è da lui inteso come la posizione immediata del pensiero, come il semplice pensato. Esso è l’assoluto astratto, è il pensiero che s’estingue neH’cssere. Ma io  penso l’essere, e in quanto lo penso, l’essere non è più il semplice astratto, ma il mio astrarre, il mio pensare. Dunque, per virtù stessa del pensiero, l’estinguersi del pensiero nell’essere è in verità un distinguersi. Pella grande importanza dell’argomento, ripeterò testualmente il nostro autore. Fissando l’essere, egli dice, io non mi distinguo come pensiero dall’essere; io mi estinguo come  pensiero nell’essere; io sono l’essere. Ora questo estinguersi del pensare nell’essere è la contradizione dell’essere. E questa contradizione è la prima scintilla della dialettica. L’essere si contradice, perché questo estinguersi del pensare nell’essere, e solo cosi è possibile l’essere, è un non estinguersi: è distinguersi, è vivere. Pensare di non pensare, fare astrazione dal pensare, cioè fissare  l’essere, è pensare; è astrazione, cioè pensare. Questa contradizione delpensiero che s’estingue nell’essere, e in quanto s’estingue, pensa, e cioè si distingue e risorge, è il divenire, inteso come pensare. Essere e non Essere, in quanto inverati nel Divenire, non sono più quel che sono prima d’essere inverati; ma sono ciascuno quella stessa unità nella differenza che è il divenire; e in quanto  tale unità, sono davvero, cioè attualmente, distinti. In quanto veramente uno e distinti, si dicono appunto inverati; cioè momenti del divenire. SPAVENTA (vedasi), La fllos. Hai. conseguenza un’altra distinzione: quella della verità in sé e della verità per noi, di una metessi e d’una mimesi, nella lingua di GIOBERTI (vedasi). Questa propedeutica, egli dice alludendo alla fenomenologia, che è scienza, e prova il primo della scienza, ci è solo in quanto ci siamo noi, coscienza o spirito finito: noi dobbiamo elevarci alla scienza, non siamo immediatamente scienza. La vera scienza, invece, ci è in sé assolutamente; è non solo umana, ma divina; quando l’altra è solo umana, e non divina. È divina come momento della vera scienza, non come propedeutica; Dio non ha bisogno  di propedeutica. Quanti c.avilli per dissimulare un passo falso! In fondo qui SPAVENTA (vedasi) è un dommatico della più bell’acqua, un platonico che distingue una verità in sé e una verità per noi, mentre ciò ripugna nel modo più completo all’idealismo. La ragione dell’errore è che a SPAVENTA (vedasi) manca del tutto una fenomenologia dell’errore; quindi egli non riesce a  svolgere il concetto della verità come sviluppo, come processo, che pure è nello spirito della sua fìlosofìa; ma Unisce inconsciamente coll’oggettivarla in un che di fatto e di compiuto, in una realtà in sé. Qui c’è ancora un residuo della mentalità dell’hegeliano, che mentre ammette il progresso, il movimento, e simili, è condotto poi, per la sua soverchia fedeltà alla lettera, a negare tutte  queste cose,  allorché è giunto al culmine della speculazione. Ma non è qui che bisogna vedere nella sua più grande vivezza la filosofia di SPAVENTA (vedasi). Quello stesso SPAVENTA (vedasi)  che afferma il carattere astrattamente divino della scienza, dice poi, con quanta maggior verità!, che l’apriori è la stessa potenza della natura, la potenza umana, la quale risulta e si concentra  e s’individua da tutta la sparsa attualità antecedente: e perciò è insieme un assoluto a posteriori. Qui s’intravvede il vero SPAVENTA (vedasi), il filosofo che meglio d’ogni altro comprende l’umanità dell'assoluto, di quell’assoluto che non è lontano da noi, ma ci è intimo, e non è fuori della nostra contingenza, ma è questa stessa contingenza, sub specie aeterni. Egli dice. Tutti coloro  che fanno ad Hegel due accuse opposte, di relativismo e d’assolutismo, sono il trastullo d’una illusione ottica, propria della posizione in cui si mettono; ciascuna parte prende di mira nell’assoluto hegeliano quell’elemento che a lei fa male agl’occhi: i semi-soggettivisti, l’esperienza, il fenomeno, la manifestazione, il divenire; gl’oggettivisti, il pensiero; nessuna ha l’animo e la potenza  d’aflìssarlo come quello che è veramente, vale a dire come ragione assoluta, al di là della quale, oltre e fuori, non vi ha nulla, e il relativo e il cosi detto assoluto non sono che enti astratti, e come membri scissi dall’unità organica e viva: da un lato viene scambiata la relazione col relativo come opposto all’assoluto, e daH’altro l’assolutezza coll’assoluto, come opposto al relativo. Ai  primi io dico: il processo dal primo pensabile dal puro essere al pensabile assoluto all'assoluta soggettività del mondo, come unità di conoscere e volere, di verità e bontà, e da questo come prima esistenza, esteriorità omogenea e indifferente o spazio, all’intimità o soggetto corporeo, Scritti flios. eli., Paolotlismo, positivismo, razionalismo. all’animale, al senso, come senso umano o  spirituale, allo spirito o soggetto assoluto, questo processo non è un gioco vano del pensiero con sé stesso, solamente nel mio intendimento, o un pallido riflesso d’un lontano ed invisibile oggetto; ma, come atto infinito, come il pensiero che si determina in sé medesimo e si raccoglie nelle sue determinazioni e si condensa e concentra e si compie e pone come assoluto pensiero, è l’atto  dell’assoluto, il suo intendimento, la presenza sua, lui stesso. Ai secondi dico: questo processo, appunto come produzione, osservazione critica che il pensiero fa di sé stesso, e in quanto il pensiero, e non altro che lui, principia originalmente e investe sempre e conchiude quella che si chiama comunemente esperienza, e non s’esercita fuori e senza di questa come in vuoto aere; questo  processo è non solo empiria, ma l’assoluta empiria; e ha sempre più valore d’ogni frammento e articolo sconnesso a cui si dà tal nome. Qui, pur con qualche reminiscenza dello schematismo hegeliano, c’è  il pensiero che concentra tutta la vita dell’hegelismo. Di fronte al concetto della relazione assoluta, che è quello stesso del fenomenizzarsi della realtà nel pensiero umano, scompare  ogni dualità del pensiero in sé e del pensiero per noi, d’un processo della coscienza e d’un processo della scienza; e in quanto la realtà non è il mero contingente né il mero assoluto, ma il processo assoluto del contingente, essa non è soltanto una soluzione o una cosa bell’e fatta e anticipata senza problema, né qualcosa che si perseguita sempre e a cui non s’arriva mai, un eterno problema SPAVENTA (vedasi). Principii d’etica, Napoli. l’idealismo assoluto che non è mai soluzione, ma è l’eterno problema che è l’eterna soluzione, l’assoluta possibilità che è l’assoluta attualità. Svolgere questo concetto è soddisfare all’esigenza millenaria posta. Qui, come si vede, GENTILE (vedasi) riprende e svolge il concetto della dialettica, accennato da SPAVENTA (vedasi) nel suo saggio sulle prime categorie della logica di Hegel: è la dialettica dell’essere e del pensiero, che, sola, a noi sembra feconda e rispóndente allo spirito dell’idealismo post-hegeliano. L’assoluta a-priorità della sintesi, in questo dialettismo, è l’assoluta [GENTILE (vedasi), L’atto del pensare come atto puro, Annuario della biblioteca fllosoofca di Palermo, immanenza del pensiero, come  atto puro o pensiero concreto. Come tale esso è pensiero nostro; fuori di quest’attualità  non v’è il pensiero, ma il pensato, che è natura, materia. E il ritmo dialettico del pensare è appunto il convertirsi del pensiero in pensato, dell’alto in fatto, per risorgere poi eternamente da sé medesimo. Questa dottrina dell’assoluta immanenza, per cui la vera concretezza è il pensiero attuale, e che  perciò nega esplicitamente ogni anticipazione della realtà come potenza sull’atto del pensare, ed è la più recisa negazione del vecchio concetto del mondo come il tutto dell’immaginazione, è stata appena abbozzata in poche pagine da GENTILE (vedasi). Ogni ulteriore discussione intorno ad essa è prematura; bisognerà prima conoscerla nel suo pieno svolgimento. Abbiamo seguito lo  sviluppo della filosofia italiana. Questo sviluppo non ha subito nessuna brusca interruzione come falsamente si è creduto. Il naturalismo del rinascimento precede e pre-annunzia il movimento cartesiano, e similmente la dissoluzione del naturalismo, che avverrà in Germania per opera di Kant e dei suoi successori, s’inizia già in Italia con VICO (vedasi), e prosegue poi, a un secolo di  distanza, con SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi), che inconsapevolmente attuano l’esigenza posta dalla metafisica della mentalità. La filosofia speculativa  ITALIANA entra in un periodo di decadenza. L’ultime apparizioni della metafisica sono tenui e senza consistenza, come l’ombre della caverna platonica. Il positivismo in Italia sorge colla giusta esigenza d’una dottrina che non vuole anticipare col pensiero sulla realtà, ma finisce ben presto col falsare la sua premessa in un miscuglio ibrido di dottrine e in una mal dissimulata simpatia pel materialismo. I suoi primi accenni sono opera di specialisti, come CATTANEO (vedasi), CABELLI (vedasi), VILLARI (vedasi) ed altri ancora. Privi di vera originalità, ma corretti nella loro povertà. Le sue ulteriori  esplicazioni sono orientate verso la scienza e particolarmente la biologa. Il rappresentante maggiore di questo indirizzo è ARDIGÒ (vedasi) che, per il suo sforzo serio e tenace di pensiero, pur senza dire quasi niente di nuovo, eleva il positivismo italiano quasi all’altezza di tutti i positivismi del mondo. La rinascita della filosofia speculativa è segnata d’un approfondimento del dualismo  tra il pensiero e l’essere, che già s’accenna nelle opere di ROVERE (vedasi) e FERRI (vedasi), e per cui si passa dal dualismo dommatico di BONATELLI (vedasi) al dualismo gnoseologico di VARISCO (vedasi). Il criticismo, come quello che non svolge la potenza dell’a-priori, si travaglia nello stesso problema, e non riuscendo a superare la posizione della metafisica dell’essere,  finisce col ricadérvi, annullando cosi il concetto dello spirito, ch’esso attinge originariamente alla filosofia critica. E infine, librato sulle due metafisiche, in una posizione incerta, ma pure interessante ed originale, MARTINETTI (vedasi) segna il punto in cui la mentalità del criticismo si volge verso l’idealismo assoluto. Ma la linea classica della  METAFISICA ITALIANA è ripresa  da SPAVENTA (vedasi), che promuove l’indirizzo della filosofia di GIOBERTI (vedasi) con quella più chiara coscienza della sua vera natura, chft poteva esser data dalla cultura hegeliana. Con SPAVENTA (vedasi) comincia implicitamente il processo dissolutivo della filosofìa di Hegel, che è in pari tempo costitutivo d’una metafisica che mira a svolgere nella sua pienezza la potenza  umana della realtà, l’a-priori critico, negando nel modo più reciso ogni trascendenza. Le tappe di questo cammino sono segnate da CROCE (vedasi) e da GENTILE (vedasi). Con essi, gli sforzi della filosofìa italiana convergono verso una dottrina dell’assoluta immanenza, che, come assoluto idealismo, sarebbe anche in pari tempo l’assoluto positivismo. Abbiamo seguito, nelle  esplicazioni originali della sua vita, lo sviluppo della filosofia contemporanea. Nelle diflerenze degl’indirizzi e delle correnti, s’avrà già potuto osservare quell’identita spirituale profonda, che vince l’apparente atomismo delle dottrine, e per cui quel pensiero è l’unico pensiero contemporaneo, nei vari momenti del suo corso vitale. E sorgono ora le domande: a che mai esso tende? È  una vita che si dissipa in un gioco senza scopo, in una ridda di teorie di cui l’una vive della morte dell’altra, in una rassegnata attesa che suoni la propria ora? O è un momento di vita questa morte; e allora a che vive quella vita? Qui la facile sapienza agnostica si accontenterebbe di rinunziare a comprendere l’intimità più profonda del pensiero, col chiamar vana la pretesa per cui noi,  atomi sperduti neU’immensità del pensiero, vogliamo erigerci a giudici del pensiero: come può un elemento trascurabile adeguarsi al tutto? Ma a noi ripugna questa dotta ignoranza. Noi abbiamo la ferma coscienza che il pensiero non è la vuota immensità che ci opprime, perché al di sopra di noi, ma è pensiero nostro, è l’intimità di noi a noi stessi. La vastità non deve opprimerci,  perché non ci sta di fronte distesa, ma è dentro di noi raccolta, nello stesso processo continuo della ricerca, per cui progrediamo d’una posizione all’altra. La storia del pensiero del mondo non è che la semplice storia psicologica di ciascuno di noi, che vive in sé i momenti di quel pensiero universale. Questa convinzione ci è di grande conforto. Nella nostra storia intima noi ricordiamo  mille sconfitte e mille vittorie, ricordiamo la ridda delle teorie, che sembrano nascere soltanto per perire; e nondimeno questo non ci suggerisce alcuna considerazione pessimistica, perché la salda coscienza del nostro pensiero attuale è coscienza di forza, di vita e non già di morte; e noi inneggiamo perfino alla morte perché sentiamo che del trionfo su di essa è materiata la nostra vita.  Cosi è di tutta la storia. Noi qui abbiamo scritto l’epigrafe di molte dottrine: è la stessa epigrafe che abbiamo scritta sui momenti oltrepassati della nostra vita; colla stessa fiducia noi possiamo renderci interpreti della vita che si concentra e s’individua dalle varie correnti della filosofia, perché sentiamo che è la vita stessa che s’agita in noi e che ci dà forza di dominare i momenti di vita  oltrepassata. La storia non è fonte di pessimismo, e neppure di facile ottimismo, ma di forza, di tenacia, di lavoro. Ormai il positivismo è finito, il kantismo dà gl’ultimi aneliti, e l’improvvisazioni filosofiche, che un tempo son parse le prime espressioni d’una altra filosofia, ci fanno appena sorridere; sono forse dei vagiti; come riconoscere in essi le nostre voci? A taluno pare che noi  parliamo qui con troppa sicurezza. Ci si dice: siete voi ben sicuri di non essere dei tardi epigoni d’un lontano movimento di filosofia? ombre e non corpi vivi? È questo il problema che la storia deve risolvere; e allora si vedrà se noi    parlo, s’intende, in nome dell’idealismo — se noi, che diamo principio a rinnovar la fìlosofìa, siamo nella mattina per dar fine alla notte, o pur nella  sera per dar fine al giorno, come dice il nostro BRUNO (vedasi). Nella filosofia si compie la critica del movimento kantiano, che culmina in Hegel. Ma questa critica, lungi dall’essere dissolutrice come i suoi inconsapevoli ministri hanno creduto, è la vera critica integratrice, che comincia a colmare l’abisso tra Kant ed Hegel e a svolgere i motivi delle loro dottrine. La filosofia kantiana,  col suo concetto della cosa in sé, apre largo adito alla trascendenza nelle sue varie forme, che si possono compendiare tutte nel dualismo, non  risoluto, dell’essere e del pensiero. Hegel, negando questo dualismo, e unificando la logica dell’essere e quella del conoscere, sopprime virtualmente l’idea della trascendenza, ma nel fatto poi la ripristina nel seno stesso dell’immanenza da lui  scoperta: scienza e coscienza, logo e natura, natura e spirito; ecco in una veste nuova l’antiche forme del dualismo. Nella decadenza e nel discredito della filosofia idealistica che comincia dopo Hegel, pare che siano naufragate tutte le sue più geniali intuizioni: il naturalismo e il positivismo dichiarano bancarotta della metafisica, ed esaltano i fatti, l’esperienza. Eppure, nella loro lingua  infantile e confusa, essi sono gl’esponenti di quella stessa esigenza che pone l’hegelismo: la negazione del trascendente, l’immanentismo assoluto. Nella storia della filosofia ricorre spesso questo tema immanentistico: col LIZIO, di fronte alla dottrina dell’idee, con BRUNO (vedasi) e Spinoza, di fronte alla scolastica. Ma questo continuo ricorrere è un continuo progredire;  cosi l’ultima  sua apparizione non è più quella d’un’immanenza puramente ideale, né divina,  ma schiettamente umana. Ma se sotto questo aspetto, come espressioni d’esigenze, il naturalismo e il positivismo hanno pella storia un grande valore, lo stesso non può dirsi del modo con cui hanno cercato d’attuare il proprio tema. Noi perciò nel corso della nostra  esposizione, mentre abbiamo accentuato  l’importanza ideale di queste dottrine, ci siamo guardati con cura dal  farne un’ampia esposizione, perché l’ignoranza dei loro autori è tale, che non sanno essi stessi dove risegga l’originalità della loro posizione, e Uniscono col dare un ricalco di temi oltrepassati, confusi insieme nell’ibridismo più strano. Ma il significato ideale del naturalismo, che sorge dalle scienze biologiche, è  questo: che vana è la pretesa di voler far del pensiero un’entità vaga e nebulosa, venuta su chi sa come, a illuminare il mondo della materia, mentre bisogna indagare la genesi del pensiero, se si vuol dare una spiegazione propria d’esso., E il significato del positivismo sta nella negazione d’ogni vuota ideologia, che pretende fare a meno dei fatti e anticipare in qualunque modo su d’essi  col pensiero. Si tratta insomma di quell’eterno motivo immanentistico con cui la cultura ha compiuto la critica. Ma il significato ideale del naturalismo e del positivismo sta soltanto nei nuovi problemi e non già nelle soluzioni loro; perché il naturalismo, nel suo tentativo d’indagare la genesi biologica del pensiero retrocede al periodo pre-cartesiano della  storia. ]cioè alla dottrina  degl’influssi fìsici tra l’anima e il corpo; e d’altra parte il positivismo, col richiamarsi al fatto come a realtà assoluta,  ricade in quella trascendenza, che esso aveva già implicitamente negata. Il fatto porta con sé una duplice affermazione di trascendenza: d’un lato, nella fissità delle sue linee, esso è posto come trascendente di fronte al pensiero; dall’altro, in quanto è un complesso di determinazioni finite, è trasceso in quanto pensato. Quindi, una duplice incongruità, della realtà naturale di fronte al pensiero e viceversa,  e una duplice inesplicabilità dell’una pell’altro. Come espressioni di problemi, il naturalismo e il positivismo conservano un valore attuale; come soluzioni, il primo va a finire nella deificazione di sé stesso -- ciò che se era grandioso in un BRUNO è ridicolo in un contemporaneo; e il secondo ha per suo termine l’agnosticismo, cioè la propria sterilità ed impotenza. La contradizione del  positivismo sta nel dissidio tra ciò che esso dice di fare e ciò che realmente fa: sorge in nome dell’immanenza e intanto vive nella trascendenza, ora agnostica, ora materialistica. Questa è la sua contradizione; ed ecco che a risolverla sorgono le nuove filosofìe, che tutte vogliono porsi come continuatrici dell’opera del positivismo. È notevole questo fatto, che ogni pensatore, il quale sia giunto a una visione concreta e immanente dei problemi filosofici, ha sentito il bisogno di battezzare la sua filosofia come il vero positivismo; ciò dimostra che quanto v’è di più vitale nell’esigenza del positivismo non è quello che si disperde e s’annulla nelle scuole positivistiche, ma è piuttosto quel momento del nostro sviluppo spirituale che ci è di sprone a conquistare una visione  immanentistica della vita. Ma l'immanentismo che da principio sorge come esplicazione di quello spirito positivo che è in tutti i pensatori, è la più povera forma d’immanentismo: quella del senso, della coscienza immediata. Ed è il tema più frequente che ricorre in quel periodo, e che vale a caratterizzarlo tutto. Tanto nella forma d’un empirismo, come in un Mill, in un Mach, o in uno  Schuppe; o di un fenomenismo, come in tutte le scuole kantiane; o d’un intuizionismo come nella filosofia di Bergson e in altre ancora, è sempre l’identico motivo fondamentale, che si ripete su scale diverse. Noi abbiamo osservato come il principio dell’esperienza immediata si annulli da sé medesimo, e lungi dal fondare un’assoluta immanenza, è fatalmente spinto verso il trascendente.  E il trascendente, di fronte ad esso, è tutto il pensiero, in quanto costituisce un suo osi avviene che dalla cultura falsamente soggettivistica e individualistica, per cui il pensare è il riuscire del concetto, e la vita è un semplice rischio, si passa, in base all’esigenza d’un’intimità più profonda, a una celebrazione del trascendente, al misticismo, che assume in certi pensatori un’intonazione  veramente elevata. Ma il misticismo non migliora la posizione logica dei problemi, e determina invece il momento in cui l’esigenze stesse del pensiero, che s’è svolto nei limiti di determinate premesse, rendono quelle premesse insuflicienti, ed esprimono un bisogno di rinnovamento. Cosi avviene che quell’immanentismo della vita che era nelle convinzioni del pensiero del secolo XIX e che non aveva potuto trovare nel positivismo la sua formulazione adeguata, non riesce neppure ad esprimersi in questa filosofìa dell’esperienza immediata, che anch’essa sconfina nella trascendenza. L'esperienza storica dei secoli ha mostrato che l’attuazione del principio immanentistico si compendia nella risoluzione di due problemi, che in fondo si riducono ad un solo: quello  dell’umanità della storia e quello del valore umano della realtà fisica esteriore. La filosofia che ora abbiamo considerata era insufficiente a risolvere l’uno e l’altro problema. Il positivismo meccanizza lo sviluppo della storia, creando un naturalismo, e cioè una trascendenza, nel seno stesso dell’umanità, col suo concetto della massa cieca e brutale; e la stessa fìlosofìa intuizionistica ed  empiristica è incapace di comprendere il valore della storia. La coscienza della storicità del reale è in aperta antitesi con una concezione immediata della vita. E d’altra parte il riconoscimento dell’umanità del cosi detto mondo fìsico non puo esser dato da nessuna delle due dottrine: né dal positivismo, che non ha neppure coscienza del problema, né dalla filosofìa dell’immediato, che si  mostra, già nella sua premessa, come dualistica, e per cui la realtà esteriore, sia come mondo fìsico, sia come scienza naturale, costituisce alcunché di trascendente. Tuttavia già in questo campo si preparano i germi d’un rinnovamento. Colla critica delle scienze comincia infatti, nel seno stesso della filosofìa empiristica, un rapido processo di dissoluzione di quel naturalismo, che aveva  solidificato i concetti delle scienze empiriche, rendendoli quasi materia opaca di fronte al pensiero, mentre sono pur opera sua. Noi abbiamo confutato questo indirizzo, mostrando che esso idealmente non rappresenta alcunché di nuovo di fronte alla soluzione di Kant del problema della scienza, e che anzi è soltanto a mezza via tra il puro dommatisino e Kant, ciò che rende equivoca la  sua posizione e paradossali taluni dei suoi assunti, che invece, svolti lino alla line, conterrebbero dei motivi profondi di verità. Ma il valore storico di questa critica delle scienze è assai grande, quando si pensi che essa ha di fronte da combattere, non già Kant, bensì quel naturalismo e positivismo che rendeno la scienza impenetrabile al pensiero. Così, avere riscoperta l’azione immanente  dello spirito in quel campo che gli si era reso del tutto estraneo. e mostrato che il mondo della scienza. che è il mondo stesso della natura, ri-entra nella sfera dell’arbitrio umano; e avere perciò annullata quella concezione rigidamente meccanica del mondo che non solo i positivisti, ma, pare incredibile!, perfino i kantiani avevano instaurata: tutti questi sono meriti veramente grandi di  quel vasto movimento di critica delle scienze. Cosi s’è andato via via dissolvendo quel concetto del mondo come una realtà solidificata di fronte al pensiero, e s'è compreso sempre meglio il valore immanente dell'esperienza, che non è meramente riproduttiva d’una cosa in sé, ma produttiva di realtà e  Louvain, in 2 voli., l’uno contenente i testi, l’altro una ri-costruzione storica delle  lotte tra AQUINO e averroisti. colle sue esigenze storiografiche, e assai spesso le falsilica e le perverte. Non contenta di promuovere la conoscenza dei fìlosofi medievali, essa ha voluto copiarli, re-integrando una pretesa sintesi scolastica, creata dall’immaginazione pseudo-storica d’uno storico di valore, uscito dalle sue file, Wulf. Di fronte al pre-esistente AQUINO, la scolastica ha  voluto assumersi il compito più ampio di ricalcare non solamente l’orme  d’AQUINO (vedasi), ma anche quelle d’altri dottori, agostiniani e sentisti, che, un tempo nemici dell’angelico, vengono ora da Wulf scoperti come suoi collaboratori, nell’opera. da veri certosini!, di comporre uno smisurato mosaico scolastico, al quale è dato l’improprio nome di sintesi. Collaboratori sono in  certo e profondo significato tutti i filosofi, quale che sia la loro divisa; ma la collaborazione wulfìana tende a sopprimere l’individualità d’ogni singolo pensatore e d’inserirne le dottrine, come materiale amorfo, in una costruzione anonima, avulsa dalla storia, perché non più partecipe della mobilità del divenire, ma statica e inerte, atta soltanto ad accrescersi per successive sovrapposizioni.  antiche o nuove che siano. Scolastica sarebbe quindi non più una tisonomia storica che si trasforma, ma un masso immobile di pietra, che Wulf si dà cura di sottrarre ad ogni movimento, anche esterno, col separare nettamente la scolastica dall’anti-scolastica, cioè col sostantivare, in un’altra unità separata e rigida, tutti quei moti divergenti e disgregatori, che pur appartengono allo stesso  pensiero medievale e che, inclusi con sano criterio storico nella scolastica, le conferirebbero quella mobilità viva che appartiene a un vero organismo. Questo pregiudizio più che scolastico falsifica la storia della filosofia medievale di Wulf, opera immeritainente celebrata, perché non può non suscitare, nei critici meglio disposti ad apprezzare il lavoro altrui, che un senso di dispetto o  di deplorazione, al constatare come una cosi vasta e profonda conoscenza del pensiero medievale si falsifichi e s’annulli, per colpa di un testardo proposito di voler trattare la storia con un criterio decisamente anti-storico. Pereant historiae, purché sia salva la scolastica: par che Wulf ragioni cosi. E in effetti, separando scolastica ed anti-scolastica, papa ed anti-papa, nel cuore stesso  della storia medievale, dove la separazione degl’elementi organici è più aspra e, diciamo pure, ripugnante, è tanto più facile perpetuare la separazione in seguito, quando l’anti-scolastica diviene a sua volta un’età storica, e accrescere la scolastica dei magri doni dello spirito, che le piovono addosso di tanto in tanto. È sorta cosi la scolastica, quella scuola che, pur avendo di fronte ad AQUINO (vedasi) l’incontestabile vantaggio di spaziare in un cielo storico incomparabilmente più vasto e di non accontentarsi d’un AQUINO ischeletrito, mutilo, custodito nella solitudine e quasi nel deserto dei secoli, ha poi sùbito voluto rinunziare ai suoi privilegi storici, facendo della storia una pesante cappa di piombo. Confesso che la lettura del corso di Mercier m’è costata assai  più fatica che non quella delle somme d’Alessandro o d’AQUINO o dell’opus oxoniense di Duns. La ragione è che si tratta d’una fatica senza premio, che inaridiva progressivamente e senza recupero le proprie fonti e l’energia della resistenza. In fondo, non c’è che la struttura esterna massiceia, pesante, d’AQUINO, senza lo spirito d’AQUINO (vedasi), tormentato dal problema  insolubile di costringere nelle forme aristoteliche una materia ribelle. Mercier raccatta nella storia quel poco che è compatibile colle sue premesse dommatiche: il criterio cartesiano dell’evidenza, il problema della criteriologia, inteso come un’attenuazione della critica gnoseologica, il pseudo-empirismo dei positivisti, e sopra tutto il formalismo della logica analitica. La criteriologia  forma il segreto della composizione di tutto il mosaico: essa ripristina dopo Kant il dubbio cartesiano, limitato ai soli oggetti della conoscenza, dichiarando illegittimo il problema del valore delle facoltà conoscitive: un valore che viene dommaticamente presupposto. E del primo dubbio si sbriga facilmente col riconoscere l’evidenza immediata d’alcuni principi d’ordine ideale, ai quali  si dà cura di negare ogni carattere sintetico e attribuisce invece un valore meramente analitico, che avvalora la loro intatta oggettività. Ma tra i princìpi in questo modo sottratti al dubbio, v’è il principio di causa, il cui valore oggettivo consente di passare, senza salti, dalla sfera dei giudizi ideali a quella dei giudizi empirici; il mondo della natura e della scienza viene agevolmente rimorchiato dal principio d’identità. L’ontologia e la cosmologia del corso merceriano procedono di pari passo dalle premesse criteriologiche testé enunciate; idealismo e positivismo sono insieme saldati dal concetto di causa, che vanta titoli eguali presso l’uno e presso l’altro. E l’idealismo salva la trascendenza di Dio, l’immortalità dell’anina, la rivelazione, con tutto il pesante bagaglio  della dommatica cristiana; il positivismo consente alla neo-scolastica di modernizzarsi, di koketlierenm direbbero i tedeschi, colle scienze della natura e 'l’indulgere il più ch’è possibile al gusto dei tempi. Una tale filosofìa è criticata in quanto è esposta; non si saprebbe se più deplorare l’ignoranza che vi si dispiega di tutta la storia del pensiero moderno o l’ingenuità di certi passaggi  me'ntali, quello p. es., mediato dal principio di causa. Io rispetto assai più il dommatismo puro, lo schietto AQUINO, che nega la storia del pensiero e si chiude nelle vecchie e venerande formule; ma almeno non si lascia cosi facilmente misurare dalla mentalità moderna come questa filosofia che le s’accosta troppo da presso, e si trastulla ingenuamente coi suoi problemi. Il neo,  anteposto al suo nome, vale a designare null’altro che l’infantilità. Il movimento scolastico italiano sorge come una copia fedele della scuola di Lovanio. GEMELLI  e CANELLA fondano una Rivista di filosofia scolastica sul modello della rivista belga ed accettano, nel programma, l’ideologia merceriana: MATTIUSSI (vedasi) lo spaventa con il veleno di Kant, dove gli lascia  intravvedere il rischio di rinnovare la miseria d’Abelardo, non più per amore d’una bella Eloisa, ma della filosofia di Kant. Noi pretendiamo, dice l’apocalittico MATIUSSI (vedasi), che nell’opera del filosofo di Koenigsberg dal principio alla fine ogni cosa è impossibile e il disegno n’è contradittorio, che tutto è rovina e che qualunque asserzione s’ammetta di quello sic che egli da sé  nuovamente disse, ne rimane tronco alla radice dell'essere conoscitivo; ed è veleno, del quale basta una goccia per dare la morte alla scienza e all’intelletto. E in un altro suo scritto. Il Problema della conoscenza,  MATIUSSI mostra di porre allo stesso livello la critica di Kant della ragione e il dubbio di Mercer sull’oggettività della conoscenza additando, nel dommatismo puro, la via  della salvezza dell’anima e del corpo. Questa recrudescenza di animosità da parte dei dommatici deriva in gran parte dalla scandalosa impressione che sul loro animo fa il tentativo di CHIOCHETTI (vedasi), animoso e ardente filosofo trentino, il quale si propone d’acclimatare negl’ambienti scolastici il sistema di CROCE (vedasi). Iinfatti pubblica una serie di articoli su quella filosofìa,  nella Rivista di GEMELLI, facendo precedere all’esame della filosofia di CROCE un excursus storico sulla speculazione tedesca che ne costituiva il fondamento. Il piano storico del lavoro è sbagliato, in quanto che la genesi della filosofia di CROCE (vedasi) si spiega rimontando non la corrente centrale, metafisica -- CROCE dice teologica --  Kant-Fichte-Schelling-Hegel-SPAVENTA;  ma una corrente laterale che ha per suoi estremi VICO (vedasi) e SANCTIS (vedasi). L’interessamento di CROCE pelle grandi filosofìe tedesche interviene in un secondo momento, come per meglio intonare, storicamente, un pensiero già in gran parte formato per via diversa. A ogni modo, lo sforzo di volere attribuire un interesse centrale a una filosofia che ripudia ogni centro fisso  dell’interesse speculativo, costituiva per CHIOCCHETTI una propizia opportunità per poter superare, insieme con Croce, tutta la speculazione classica, e per liberarsi, cosi, del pesante fardello della storia. Alla filosofia crociana egli fa larghe e importanti concessioni: la teoria dell’arte, dell’ateoreticità dell’errore, e principalmente quella del concetto concreto, che culmina nella  circolarità creatrice dello spirito. Fa naturalmente le sue riserve. Ammettiamo anche noi un divenire, un progresso, ma non possiamo concepirlo senza ricorrere a un principio che non sia principiato, perché personale nel senso più alto della parola; un principio fine a sé stesso e fine del tutto, un (ictus parus personale, dal quale e per il quale il progresso esiste, un centro di riferimento di  tutta l’attività. Moveva alcune critiche in parte calzanti. Il concetto di persona, il valore della persona: ecco quello che manca, soprattutto nella dottrina di Croce, e rende vano e senza significato il divenire della realtà attraverso le forme. Anche il concetto dello spirito come circolo o come ininterrotto e ordinato arricchimento d’attività, per avere un senso, dev’essere concetto e deve  inchiudere in sé come elemento essenziale il fine dell’attività progressiva, la persona; se no abbiamo l’assurdo del progresso in infìnitum, checché opponga Croce. Ma il vizio più grave che svaluta l’adesioni non meno delle critiche, sta in un fraintendimento, che non saprei spiegarmi con motivi puramente mentali -- ateoreticità dell’errore, Chiocchetti! --: quello del concetto puro di Croce coll’unìversale in re d’AQUINO (vedasi). In fondo, accettando l’universale concreto, CHIOCCHETTI non vi riconosce che il progenitore scolastico, dimenticando, o mostrando di dimenticare, che in esso c’è l’appercezione pura di Kant, la risoluzione dell’oggettività naturale, in una parola, lo spirito. Affermare che l’Individualismo e universalismo fanno centro in Europa, donde  s’irradia la storia del mondo; tutte le conquiste della civiltà estra-europea sono infatti europee nello spirito e nell’impulso; l’Africa particolarmente è il supremo sforzo e il massimo rispltato della storia europea. Questo non porterà nome di uomo o di popolo, perché le massime creazioni sono anonime: il genio può riassumere l’incoscienza d’un popolo, non dare la propria fisonomia  alla sua coscienza. Il suo carattere ideale è chiuso tra due fdosofle, che rappresentano il suo trionfo e la sua degradazione. Dopo Tenorrae abbacinante filosofia di Hegel, che ri-assunse tutta l’antichità e aperse l’era moderna, la degradazione è precipitosa; Hegel solleva il mondo nelle idee, i positivisti distrussero le idee nei fatti; la loro filosofia era la sola conveniente a una fase  industriale, che isola gl’individui livellandoli invece d’unificarli; l’inconoscibile, del quale l’interpretazione istintiva è ideale e pregio della vita, venne dichiarato inutile, la storia cessò di chiedere le rivelazioni del passato ai grandi pensieri per impararle dalla parzialità dei piccoli documenti, le leggi non furono che disposizioni nelle apparenze fenomeniche, la morale un mutare di  costumi, le idee una metamorfosi delle sensazioni. La superlicialità rese tutto facile, e la volgarità parve la sicurezza del reale. L’uomo, senza lo spasimo dell’infinito nel cuore e la luce divina nel pensiero. I La Hiuolta ideale^  Laterza. ritliscese nell’animalità, ultimogenito d’una serie, anziché primogenito della creazione. Contro questa degradazione positivistica o industriale, che  annulla le grandi conquiste ideali dello spirito, e si riassume nell’individualità nuda e atomistica e nell’umanità identica e vuota, e abbassa la coscienza all’inconscio, la responsabilità all’eredità del passato, la creazione all’associazione, ORIANI (vedasi), echeggiando alcuni concetti dell’idealismo, s’afferina fautore d’un superiore individualismo, in cui fa consistere l’originalità del  pensiero nioderno. Ed enuncia il principio che l’individuo non è tale che nell’unità delle proprie antitesi: sopprimete in lui il temperamento della razza, il carattere della nazione, la lìsonomia della famiglia, e la sua originalità s’annebbia. Ma l’individualità vera non è quella che s’allerma nell’isolamento; la grandezza delrindividuo si misura dalla quantità dell’anime che può assorbire e  significare: nessun individuo ha niente da dire finché parla di sé stesso. E l’inclusione, in esso, d’un più vasto mondo, crea la sua responsabilità storica, momento negativo essenziale di quella liberazione e sublimazione del mondo, che si compie nell’alTermazione piena di sé stesso. L’individuo è la storicità vivente: bisogna affermare, esclama ORIANI (vedasi), che tutto quanto forma  il nostro spirito è un legato della storia pelle generazioni future, quindi il nostro interesse nel presente soltanto un’eco del passato, che ridiventerà voce nell’avvenire. Ogni cooperazione umana aumenta di responsabilità crescendo d’importanza, giacché la superiorità non è che il diritto di soffrire più in alto, pensando per quelli che non pensano, amando per quelli che non amano,  lavorando per quelli che non possono. E questa sublimazione dell’umanità nell’individuo forma la sua libertà concreta, liberatrice, che non discorda dalla necessità, ma ne è la coscienza immanente. L’affermazione d’essa si compie attraverso i gradi necessari della progressiva complicazione della vita umana; la famiglia, la nazione, lo stato, l’umanità; cioè attraverso le successive  negazioni della soggettività, che si riconquista, integra, solo al termine del laborioso pellegrinaggio. Quindi nella famiglia gli sposi debbono sparire nei genitori sacrificandosi alla devozione dei figli; quindi nella società gl’interessi individuali saranno sempre subordinati a quelli. £ il solito pregiudizio logico-formale, che svaluta il pensiero nell’atto stesso in cui intraprende la sua ricerca,  abbassando le leggi al di sotto della massa caotica dei fatti. E Pareto, non certamente a sua lode, ci dà un’applicazione esatta del suo principio, coll’addensare prodigiose masse d’esempi e collo svuotarle in pretese leggi ed insignificanti uniformità, che rappresentano il residuo d’una morta astrazione. Egli vuole classificare l’azioni umane secondo i principi della classificazione detta  naturale in botanica e in zoologia; anzi, neppure l’azioni concrete formano oggetto della sua elaborazione, ma gl’elementi di quelle azioni. Del pari sic il chimico classifica i corpi semplici e le loro combinazioni, e in natura si trovano mescolanze di tali combinazioni. L’azioni concrete sono sintetiche; esse hanno origine da mescolanze, in proporzioni variabili. E lascia impregiudicato  l’ulteriore problema se siffatto essere sia impersonale  -- panteismo -- o personale -- teismo. Troppo a buon mercato! Il compito d’una metalisica del conoscere comincia proprio qui, dove VARISCO (vedasi) s’arresta perplesso: ma egli è arrivato esaurito, con  un essere indeterminatissimo, proprio dove l’idealismo concentra la massima concretezza dello spirito. Il suo errore è comune  a tutta la metafisica dell’essere, che vuota progressivamente, lungo la scala degl’esseri, i suoi concetti, e cerca infine  Cosicché, mentre GENTILE è venuto fuori dalla tradizione propriamente hegeliana, che ha avuto in SPAVENTA uno dei suoi esponenti maggiori, CROCE ha subito solo rinilusso indiretto generale --  egli dice nella prefazione alla Logica (Ifllfi)    è insieme annullare  il concetto STATICO del sistema fìlosolìco, surrogandolo col concetto DINAMICO – cf. Luigi Speranza, “STATICA E DINAMICA DI GRICE” -- delle semplici sistemazioni storiche dei gruppi «li problemi, delle quali ciò che persiste e sopravvive sono i singoli problemi e le loro soluzioni e non già l’aggregato e l’ordinamento esterno, che ubbidisce ai bisogni dei tempi e degli autori  e passa con questi, o si serba e s’ammira solo per ragioni estetiche, quando pur abbia tal pregio. In questa più recente fase, CROCE ha finito col capovolgere la posizione iniziale della sua filosofia di fronte al problema storico: passando via via dalla considerazione della storia come arte, a quella che ne fa una forma di realtà autonoma, inferiore alla filosofìa, a quella dell’identità e  reciprocità piena colla filosofia, finalmente a quella della sopravvalutazione della storia rispetto alla pura filosofìa, CROCE ha, come si vede, descritto un ciclo, nel quale dobbiamo riconoscere che la sua filosofia si è molto arricchita ed ha sempre meglio appagato quell’esigenza verso la concretezza, che lo sprona. Nella sua citata autobiografia mentale egli ci dice cl^e l’esigenza  immanentistica è ormai cosi viva in lui, che gli fa immaginare non senza diletto che abbandona un giorno la filosofìa nel significato comune, per narrare la storia pensata. Ormai egli ha là preparazione necessaria pel cimento: la storia della storiografia italiana, che egli va pubblicando a puntate nella serie della Critica può significare già un avviamento a questo indirizzo. Ma per un  filosofo l’abbandono della filosofia non può avere che un significato, a sua volta, filosofico o dialettico; non certamente quello d’un mero passaggio d’una sfera d’attività ad un altra. E per ora, quell’abbandono ci viene spiegato nel suo più vero senso dall’ultima monografìa filosofica che Croce pubblica da qualche mese: Sulla  filosofia Pella bibliografla e le discussioni intorno alla filosofia di Croce, R. rimanda al voi. Casteli.aso, Introduzione allo studio dell’opere di Croce, note bibllografiche e critiche. Bari] teologizzante e le sue  sopravvivenze  (Napoli), (love i filosofì stessi vengono incitati ad abbandonare una folla di problemi insolubili, eufemisticamente chiamati problemi massimi ed eterni. Per Croce, conforme al suo coerente immanentismo, vale il principio dell’unità del problema colla soluzione, secondo il quale un problema acquista carattere di problema solo nel punto in cui viene risoluto. Quindi i pretesi problemi insolubili, che formano il tormento di tutte le filosofie, sono in realtà non-problemi, ma miscugli ibridi di rappresentazioni e di concetti, adeguati piuttosto ad alcune forme d’esperienza religiosa anziché all’esigenze  razionali dello spirito. Tra questi primeggia il problema della conoscibilità del reale, del rapporto tra il pensiero e l’essere, in cui Croce ci mostra la presenza d’un interesse meramente teologico, e cioè compatibile soltanto con una intuizione dualistica del  reale. La filosofia di GENTILE (vedasi) segue, in quest’ultimo periodo, un inverso processo di sistemazione e d’accentramento.  Quando R. chiude, con una sommaria esposizione dei suoi capisaldi, la r  edizione della presente storia, il pensiero di questo filosofo è in gran parte disseminato nei suoi lavori storici; e soltanto una breve monografìa. L’alto del pensiero come atto puro, lascia presentire la peculiarità d’un atteggiamento mentale del tutto nuovo. Da quel tempo in poi, GENTILE (vedasi) lavorato a  sviluppare la sua dottrina dell’idealismo attuale, le cui tappe più importanti sono costituite dal sommario di pedagogia come scienza filosofica, Laterza; La riforma della dialettica hegeliana, Messina; Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa; Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa. Per ragioni di spazio, R. è scostretto a sorvolare sulla fase preparatoria e formativa di  questa fìlosolìa, che ha le sue tappe nettamente segnate dall’informa della dialettica e dal sommario di pedagogia. Il primo saggio ci spiega in che modo GENTILE sia  riuscito —  affatto indipendentemente da CROCE —  a rompere lo schematismo hegeliano, utilizzando l’importanti indagini di SPAVENTA sulle tre prime categorie della logica di Hegel. Una volta inteso l’essere, il  non-essere e il divenire, non più come posizioni logiche oggettive del reale, ma come momenti della coscienza, dove il divenire, sintesi dei termini precedenti, esprime il processo stesso del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti e rig di in cui l’analisi lo decompone, tutta la sopra-struttura della logica hegeliana viene inevitabilmente sconvolta. Il sommario di  pedagogia, nella sua introduzione, compie, in rapporto alla fenomenologia, la stessa istanza critica che la riforma della dialettica compie in rapporto alla logica di Hegel. Il pensiero puro, come non ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere del conosciuto, secondo gli schemi della logica formale per giungere alla piena coscienza di sé, perché s’afferma a priori come pensiero  consapevole e attuale; così non ha neppur bisogno d’attraversare i gradi psicologici della conoscenza, cioè la sensazione, l’intuizione, ecc., perché 1«  1,’csscre che Hegel dove mostrare identico ai nonessere nei divenire che solo è reuie, non è i essere che egli definisce come l’assoluto indeterminato -- TassoUito indeterminato non può essere che l’assoluto indeterminato! --  ma l’essere del pensiero che deHniscc e, in generale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo -- perché, se fosse, ii pensiero non sarchile iiueiio che è, ossia un atto --, e perciò ponendosi, divenendo -- Teoria generale della spirito come atto puro, R. T.a  tllosotla contemporanea. non può mutuare d’altri che da sé, non solamente la sua forma,  ma anche il suo contenuto.  Cosi Gentile porta al suo estremo l’idea implicita in ogni filosofia idealistica, che il pensiero non può originarsi che da sé, mostrando che qualunque dato o presupjpostc che si voglia anticipare alla sua attività ha il valore di cosa posta da quella stessa attività. Di fronte al comune psicologismo, tale istanza critica culmina coll’identificazione del pensiero e della sensazione, nel senso che  qualunque esigenza ideale s’attribuisca alla sensazione fuori di ciò che ne costituisce un dato irriducibile, dove si rivela una falsa posizione fdosofica è un’esigenza mentale, inclusa cioè nell’attualità del pensiero. Con l’efl'ettuata identificazione, vien negata una fenomenologia dello spirito nel significato hegeliano, cioè come una progressiva deduzione ed implicazione di gradi spirituali;  ma viene nel tempo stesso affermata una nuova fenomenologia del sapere e della realtà come consapevolezza, che coincide colla storia stessa, nella concretezza del suo divenire. L’assoluto psicologismo ha il valore d’un assoluto storicismo. Posto infatti che il pensiero non deriva che da sé la realtà propria, e che questa derivazione è la sua eflettiva e pratica esplicazione, il corso ideale del pensiero non è che la storia reale del peìisiero stesso e quindi del mondo. Qui l’idealismo gentiliano si pone come la negazione recisa d’ogni realtà che s’opponga al pensiero come suo presupposto e del pensiero stesso concepito come realtà già costituita fuori del suo svolgimento, come sostanza indipendente dalla sua reale manifestazione. La realtà dello spirito o delle cose, posta fuori della soggettività pensante, forma la così detta natura, distinta dal pensiero non come oggetto da Oggetto, ma come oggetto da soggetto, ossia inclusa e risoluta nel pensiero, nell’atto stesso in cui questo la riconosce distinta da sé, e cioè, pensandola, la pone, e ponendola la nega come già posta o presupposta. La natura si svela cosi una realtà  pensata, un processo logico esaurito e  pietrificato, capace tuttavia di risollevarsi all’attualità spirituale, in quanto lo spirito lo pensa e l’include nel suo processo, che ha un cominciaraento spontaneo, assoluto, in quel pensare. Nulla dunque è fuori dello spirito, « se Tesser fuori è un riconoscimento, cioè un porre fuori mediante l’attività del pensiero. Né vale appellarsi all’ignoranza, come documento delTirriducihile esteriorità  di taluni fatti alla coscienza; perché la stessa ignoranza non è un fatto senza essere insieme una cognizione: cioè ignoranti siamo solo in quanto o noi stessi ci accorgiamo di non sapere, o se n’accorgono altri; sicché l’ignoranza è un fatto, a cui l’esperienza può appellarsi solo poiché è conosciuto. La coscienza si pone pertanto come una sfera 11 cui raggio è infinito: come centro assoluto  e  immoltiplicabile nella cui unità converge la molteplicità degl’oggetti, che esiste solo in virtù del suo riconoscimento. L’unità della coscienza, del soggetto, è la pietra angolare di questa filosofia: essa include non soltanto i cosi detti fatti dell’esperienza esterna, incomprensibili nella loro struttura fuori della sintesi mentale; ma anche gl’atti dell’esperienza interna e dei soggetti empirici  umani o sub-umani, la cui pluralità è del tutto identica a quella degl’oggetti naturali e si risolve quindi nell’unità dello spirito che attualmente la pensa. Un mondo ideale policentrico, monadistico, rappresenta per Gentile un residuo di naturalismo ingiustificabile, poiché non c’è esperienza umana che coltra il mutuo trascendersi delle monadi e raccolga la loro sparsa idealità in un  principio unico, il quale verrebbe perciò spostato all’infinito. Mentre invece, l’esperienza nella sua concretezza esige l’assoluta immanenza di quel principio, fuori del quale anche la pluralità svanisce. Il rapporto tra me e un altro soggetto empirico – il tu, il noi -- non può esistere fuori della mia coscienza che lo pone; se mai trascende la sfera della coscienza, ogni mutua intelligenza  sarebbe preclusa; ma, appunto perciò l’atto di coscienza che include l’altro – il tu del noi --  in me e nel tempo stesso lo distingue da me, costituisce la soggettività più profonda in cui si risolvono le soggettività  empiriche. l’io  e l’altro, e che forma la comune radice d’esse. Quell’atto dunque non è mio, perché  tale  appartenenza significherebbe già la sua riduzione al soggetto empirico, ma è l’io, è ratTermarsi concreto d’un rapporto nella forma della soggettività mentale. Gentile dà a questo io il nome di soggetto  assoluto o trascendentale; ad esso, a differenza dall’io empirico – cf. H. P. Grice, “Personal Identity,” Mind,  attribuisce  l’identità  universale  e immoltiplicabile,  che  vince  la  sparsa  attualità  del monadismo. Con  questo  concetto,  egli  è  in  grado  di  risolvere le varie antinomie che hanno travagliato il pensiero di molti filosofi, come quelle del realismo e del nominalismo, dell’universale e dell’individuale, ecc. fino alla recente vexata quaestio della distinzione tra l’attività teoretica e l’attività pratica e del primato dell’una o dell’altra. Nell’attualità dell’Io assoluto v’è  la ragione unitaria di ciò che nelle antinomie si polarizza, e  insieme la spiegazione del modo con cui la polarizzazione avviene, quando lo spirito, affiorando alla superficie, perde l’intimo contatto con sé stessa e converte in determinazioni statiche e rigide gl’astratti momenti della sua sintesi originaria. Cosi il rapporto del teoretico e del pratico è da Gentile compreso nell’unità a priori dello spirito, che è atto intelligente o riflessione attiva, cioè unità dinamica di teoria e prassi; mentre la difTerenza nasce nella sfera superficiale della coscienza, dove i 'due momenti si solidificano in entità distinte. Tale unificazione spirituale, per Gentile, non vuol essere assorbimento del molteplice nell’uno ed estatica contemplazione dell’uno, ma realizzazione e comprensione dell’uno nel molteplice, e insieme differenziamento e moltiplicazione  dell’uno; insomma quello spiegamento dello spirito, che riconduce a sé, alla propria identità, gl’atti della sua reale esplicazione. In questo principio è riposto il criterio dello storicismo di GENTILE. Vi sono due modi di concepire la storia. In questa posizione si risolve l’antinomia storica, secondo la quale lo spirito è affermato come storia, perché è svolgimento dialettico, ed è negato  come storia, perché è atto eterno fuori del tempo. E si risolve nel concetto del processo che è unità, la quale si moltiplica restando una; d’una storia, perciò, hleale ed eterna, che non è  (la confondere con quella di VICO,  che ne lascia fuori di sé una che si svolge nel tempo; laddove reterno, nella concezione di Gentile, è lo stesso tempo considerato nella sua attualità. Ma di fronte a  questa molteplicità vera e attuale che s’esplica nella storia, e la cui concretezza sta nel suo svolgersi dall’unità e nell’unità dello spirito, v’è un’altra e diversa molteplicità, astrattamente fissata nell’oggetto del pensiero ed esistente indipendentemente dall’atto mentale. Mentre la prima appartiene alla logica del pensiero puro, 1’altra rientra nella logica astratta del pensato. La differenza nasce dalla dialettica stessa del pensiero; che, in quanto è atto, è dillerenziamento ed esplicazione di sé; ma l’atto, una volta compiuto e isolato dalla soggettività creatrice, si converte in un fatto, cioè si naturalizza e diviene una realtà intelligibile e non più intelligente. A questo pensato s’appropriano non le categorie della  dialettica, che concernono il pensiero in fieri, ma quelle della logica formale, le quali determinano la struttura dell’oggetto mentale come puro oggetto. Tuttavia la peculiarità del processo spirituale sta in ciò che in esso l’astrattezza di quella posizione oggettivistica è non solo negata, ma  anche allcrmata. il pensiero concreto, nell’atto in cui nega il pensato come tale, l’afferma come  momento inseparabile del suo sviluppo. La dialettica viva dello spirito sta in questo continuo naturalizzarsi e straniarsi del pensiero, del soggetto, nell’oggetto; e in questo ri-affermarsi di sé, attraverso la stessa oggettivazione, che è ri-soluzione dell’oggetto come tale e sua inclusione nel proprio ciclo. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa, Conforme a queste  premesse, GENTILE ammette due logiche, l’una che è grado all’altra; Se dialettica diciamo la logica del concreto, ossia del puro conoscere, che è riinità del soggetto e dell’oggetto, oltre la dialettica bisogna pure ammettere, come grado alla stessa dialettica, una logica dell’astratto, ossia del pensiero in quanto oggetto, nel momento dell’opposizione, senza di cui non è attuabile l’unità in cui il concreto risiede  Nel sistema di logica come teoria del conoscere GENTILE finora ci ha dato una logica del pensato; ad essa terrà dietro la dialettica, cioè il sistema dell’attività pensante, di cui non possediamo che i capisaldi, già esposti nelle pagine precedenti. La diflerenza del pensiero GRICE IMPIEGARE e del pensato GRICE IMPIEGATO e della molteplicità immanente  all’uno e all’altro vale anche a determinare il rapporto tra le forme assolute, e che > Donde la necessità di porre su due plani ben distinti le relazioni interne del pensato e le relazioni nelt’atto del conoscere, la relatività delle determinazioni del reale e quella del momenti del processo conoscitivo, l’/o penso della logica kantiana e il soggetto assoluto della metafisica. quindi una metafisica  della mente deve seguire una via multo più indiretta e faticosa per fondare la spiritualità del reale. Dalla critica del giudizio di Kant, alla filosofia della natura di Schelling e di Hegel, via via fino al contingentismo di Boutroux, all’evoluzione creatrice di Bergson, al realismo d’Alexander, al hegelismo d’Hamelin. è tutta una serie di sforzi per questa via più ardua; essi valgono almeno a  segnalare la presenza d’un problema di cui l'attualismo s’é sbrigato troppo a cuor leggero. Tutto ciò che forma oggetto della metafisica dell’essere non s’illumina in un fiat col porre l’equazione tra l’essere e l’esser conosciuto; cosi non si fa che porlo semplicemente a foco;  ma  si  tratta  poi di  conoscerlo  clTettivainentc; se no, si trasferisce il mistero da una posizione all’altra, senza  accrescere d’un sul iota la nostra conoscenza della realtà. Pretendere di aggiogare il mondo all’atto del pensiero, senza che questo si faccia concretamente coscienza, autorivelazione, atto del mondo, è un faticare per trascinarsi dietro la propria ombra: agendo nihil agere. Questi cenni critici preludono a un esame particolareggiato della filosofia di GENTILE, che io mi propongo di  pubblicare nell’appendice al presente saggio, e ad una revisione della mia posizione idealistica, di cui ho cominciato a dare qualche sporadico saggio negli scritti pubblicati in questi ultimi anni. In questa nota si fa cenno unicamente dei saggi che hanno attinenza col testo. Per una bibliografia più estesa, rKBKBWEG. Gniiulriss der Gescliichle der Pliitosoiìhie: die Pliil. seit lieginn des  neiinzehnten Jahrhitiiderls); ed. da Heinze. Berlino, litoti.INTRODUZIONE. Sulla filosofia contemporanea in generale, ampi ragguagli si trovano nelle riviste, come La critica, la Rivista di filosofia, la Cultura filosofica, la Zeitschrift fiir Phltosophie und phitosophische Kritik, la Revue de Métaphysique et de Morale, il Mind. inoltre WiNDELBANU, Lehrbuch der Geschichte der  Philosophie, Strassburg, Tùbingenl; Hoffdino. Moderne Philosophen, Leipz.; MARTINETTI, Introduzione alla metafisica, Torino;  SARLO, Studi sulla filosofia, Roma; V'illa. La psicologia, Torino; L’idealismo moderno, Torino; ALIOTTA, La re-azione idealistica contro la scienza, Palermo; su di essa, v. la mia recensione in Critica. Il concetto della nazionalità della filosofia, da cui prende le mosse la nostra introduzione, si trova sviluppato nelle opere di SPAVENTA. specialmente: LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari. LA FILOSOFIA TEDESCA. KOlfe. Die Philosophie der Gegenwart in Deutschland, Leipzig, Cahitolo I: intorno alla tlissoluzioni- tlclPhi-gelismo, J. H. Erdmaxn, Gniiulriss der Gesrhichle der l‘hilosophie, i-(l. da B. Erdinann, Berlin. Per la scuola di Tubinga: Baur, Die Tiibinger Schiile vnd ihre Stelliiny zur Geyenioart, Tiibingen; Zkller, C. tiaur et fècole de Tiibitmue. Ir. fr., Paris; Strauss, Dos l.ebeit Jesii. Tùb.; Der alte iind tiene GItinbe, Leipzig. Un parallelo tra Strauss e Renan si trova nei Vorlrdge und Abhnndiungeii geschichtlichen Inhalts dello Zeller. Sul materialismo storico: Marx. Dos Kapital, Krilìb der itolitischeii Oekoiwmie, ed. dalVEngels (Hamburg); ifisère de la pbilosopltie, Paris; Encels, llerrn Kngen Dùhrings Gmaitilzang der Wisiseiischnft, Stuttgart. In proposito I.abriula, Saggi intorno ulta concezione mnlerialislictt della,, storia (3 v(dunii. Roma; (!. Gentile. La /i/osoflo di Murjc, Pisa; Croce. Materialismo storico ed economia marxista, Bari. Sulla psicologia dei po- pedi: Xeilschrift far Vólkerpsgcliologie and Spracliaa's- senschaft, ed. da .\1 Lazahls e H. Steinthal, Sul naturalismo: BCchneh, KrafI and Staff, Frankfurt a M..; E. nu Bois Reymond, Die sieben Weltrdihsel, la:ipzig,: sono le opere più significative. Inoltre: Duhkixg, Cursus der PliUosophie; Logik und ÌVissenscbaftsIheorie, Leipz; Th. Fechne;h. Zend-Aiiesta, Leipzig; Hartmann, Philosophie des Vnbeaaissten, Berlin; Kalegorienlehre, Leipzig; Drews, Das Ich als Grand-problem der Metaphgsik, Freiburg. Sul naturalismo in genere, cfr. .4. Lance, Histoire da matèrialisme, tr. fr., Paris, Lotze: Mikrokosmos, Leipzig, vedi; Logik, Leipzig; Metaphgsik, Leipz.. Sul Lotze: Caspari, //. L. in seiner Slellang za der durch Kant begriindeten neaesten geschichte der Pbilosophie Breslau; H. Schoen, La métaphgsigue de H. L., Paris; Wallace, Lectures and Essags, Oxford (vi si parla del Lotze in appendice); R., La filosofia dei valori in Germania, Trani (estr. dalla Critica). Laas, Idealismas und Positivismus, Berlin, Schlppe, Erlienntnistheoretische iMyik, Bonn, ; (inindriss der Erkenntnistheorie iiiid l-f>iiik, Berlin. Rehmke, l.ehrhiich der itUgemeinen Psiirbolofiie, Hainlniri!. Leipzig); Pliilosopbie ah Griindiuhseiisfbafl, Leipzig: organo della cosi della illosolia del dalo è la Xeitschrift fiir immanente Philoxophie. Sulla teoria degli oggelti. efr. gli art. di A. Meinono nella Xeitschrift fiir Phil. tt. pliit. Kritik; in particolare: Veber die Stellung der Geuenstandtheorie im Stistem der IVi.s- senschaften. Cfr. inoltre le Vntersuchaniien zar Gegenstandtheorie iind Psr/chologie, ed. dallo stesso Meinong. Circa roricnlanienlo generale della dottrina, v. la relazione delTHoFLER al Congresso inlernazionale di Psicologia, Roma: Sind wir Psiicholoìiisten?. Per l’empirio-criticismo: Avenarius, l’hitosuphie ids Den-ken der Welt gerndss dem Prinzip der kleinsten Kraft- masse. Prolegomenu zìi einer Kritik der reinen Erfahriing. Leipzig (Berlin); Kritik der reinen Erfahriing, 2 voli., Berlin; Der menschiirhe Wetthegriff, Leipzig. SiiirAvenarius v. il saggio del Wundt in Philosophische Stiidien; un articolo assai limpido è quello del Delacroix. A., in Renne de métaph. et de mor., Petzoi.dt, Einfiihrnng in die Philosaphie der reinen Erfahriing, Leipzig; E. .Mach. Die Prin- zipien der Mechanik in ihrer Entinickeliing hislorisch- kritisch dargestellt, Leipzig; Die Prinzipien der Wàrnilehre historisch-kritisch entinickelt, Leipzig; Die Anaigse der Empfìndiingen, Jena, Erkenntniss nnd Irrtnm, Leipzig. Cornelius, Einleiinng in die Philosophie, Leipzig, Di tendenze alOni, olire l'Helinoltz e il Kirchoff, è IL Hertz: v. l’interessante introduzione ai suoi Prinzipien der .Mechanik, Leipzig. Sulla fìlosolia dell’illusione: .A. Spir, Pensée et realité, tr. fr.. Lille; Esqiiisses de philosophie cri- tiqiie, Paris. Recentemente H. Vaihinokr, Die Phi¬ losophie des Als Oh, Berlin. Alb. Lance, Geschichle des Mnte- rialismiis nnd Kritik seiner Bedeiitnng in der Gegenwart, Iserlohn, Leipzig); O. Liebmann, Kant nnd die Epigonen, Stuttgart; Znr Analysis der Wirklichkeil, Strassburg; A. Riehl, Der philosophische Kriticismiis und seine liedeutung fiir die positive Wis- senschdft, Leipzig. Sul k.TnIismo inatemalico-platonizzunte, Cohen, Knnts Theorie der Erfahrung, Berlin; System der Phiiosophie: 1 parie: Logik der reineii Erkennlniss. Berlin: EtUik des reinen Willens, Berlin; recentemente, Aesthetik des reinen Gefùhls, Berlin. Sul Cohen v. il recente fase, dei Kantstudien, Natorp, Platos Ideenlehre, Leipzig; Die logischen Grundlayen der exakten Natunvissenschoften, Leipzig, Cassirer, SuhslanzbegriU und Funktions- hegritf, Berlin. Sulla lllosofla dei valori, oltre le opere del Lotze cit.: C. Siuwart, l.ogik, Tiibingen; Bergmann, Reine Logik, Berlin, Win- DEi.BANn, Reitrdge zur Lehre vom negntiven Vrteil (Slniss- hiirger Abhundliinyen zur Philopophie E. Zellers 70 Geburtstag, Kreib. i. Br., ; Prdiudien, Aufsatze und Heden zur Einleituny in die Phiiosophie, Freiburg i-Br.; Vgm System der Kategorien (Phitos, Abhandl. C. Siywurt zu seinem 70 Gehurtstuge gewidmet, Tiibingen; Veber Willensfreiheit, Tiibingen; 7,um Regriff des Gesetzes (Rerirht iiber den Intern. Congress fiir Phit., Heidelberg). H. Rickert, Der Gegenslund der Erkennlniss, ein Hei- triig zum Problem der philos. Transsrendenz, Freiburg (Tiibingen); Zwei Wege der Erkenninistheorie. In proposito, v. il cit. mio scritto: L(t filos. dei valori in Gemi, Sullo storicismo, oltre i saggi del Windelbaiid: \\'. Dilthey, Einleitung in die Geistesuiissen- srhaflen, Leipzig; P. Barth, Die Phiiosophie der Geschichte als Sociologie, Leipzig; G. Simmel, Die Probleme der Geschichtsphilosophie, Leipzig; Rickert, Die Grenzen der naturwissenschaftlichen Be- griffsbildung. Eine logische Einleitung in die hislori- schen Wissenschaften, Freiburg i-Br.; S. Hbs- SEN, Individuelle Kausalitàt, Berlin, Sulle scienze sociali: C. Bolglé, Les Sciences sociales en Allemagne, Paris, Simmel, Einleitung in die Moralwissen- schaften, Berlin; Phiiosophie des Geldes, Stammleh, WirtschafI und Rechi nach der ma- terialistischen Geschichtsau/fassung, Halle, 1896 (Leipzig); Die Lehre von dem richtigen Rechte, Berlin, Sul movimento teologico: \. Ritschl, Die christliche Lehre oon der Rechfifertigung und Versdhnung, Bonn; W. Hermann, Die Religion In Verhàltnis zum Welferkennen und zur Sitllichkeit, Halle; sul Ritschl e il ritschlìanisnio, v. le importanti osservazioni del Boutroux, Science et religion, Paris, Harnack, L’essenza del Cristianesimo, tr. it., Torino, Sul neo-kantismo in genere, v. la rivista Kantstudien, che si va pubblicando sotto la direzione del Vaihinger e ora anche del Bauch. Sulla psicofisica, Ribot, La psgchologie allemande conlemporaine, Paris. Sul psicologismo cfr.; Husserl, Logische l'ntersucliungen, Halle; F. Brentano, Psgchologie vcm empirischen Standpunkte, Leipz. (il secondo volume, preannunziato, non è stato poi pubblicato). Th Lipps, Grundtatsacben des Seelenlehens, Bonn; Leitfaden der Psgchologie, Leipzig; A. Meinong, Psgchologisch-elhische Untersuchungen, Graz, Ehrenfels, Sgstem der Wertlheorie, I: Allgemeine Wert- Iheorie. Psgchologie des Begehrens; II: Grttndzilge einer Ethik, Leipzig. Intorno a questa dottrina, cfr. Orestano, Valori umani, Torino, Wundt, Sgstem der Phitosophie, Leipzig; Einleitung in die Phitosophie, Leipzig, Paulsen, Einleitung in die Philo- sophie, Berlin; Sgstem der Ethik, Berlin, Bergmann, .Sgstem des objectioen Idea- lismus, Marburg, Sul naturalismo: E. Haeckel, A'aturliche .Schopfungsgeschichte, Berlin; Die Weltràthsel, Bonn; VV. Ostwald, Vorle- sungen ilber Naturphilosophie, Leipzig, Busse. Geist und Kórper, Seele und Leib, Leipzig, Nietzsche, Die Geburt der Tragodie aus dem Geiste der Mgstik, Leipzig; Als sprach Zarathustra, Chem- nitz, Leipz.; Jenseits uon Gut und Róse, Leipzig, Sul Nietzsche cfr. il saggio del Berthelot, pubblicato nel volume: Éuolutionnisme et Platonisme, Paris, Sulla metafisica del Irasccndentc: R. Eucken, Geschichte und Kritik der Grundbegri/fe der Ge- genwart, Leipzig, pubblicato per la terza volta col nuovo titolo: Geistige Stromungen der Geyen- G. R.. La filosofia contemporanea. wart, Leipzig; Der Kampf um einen geisligen Lebensinhalt, Leipz.; Ln visione della vita nei grandi pensatori. Ir. il., Torino; J. Volkelt, Erfahrung and DenUen, Hamburg iind l.eipzig; Th, Lippe, Naturphilosophie (in; Die Philosophie in Beginn des zwanzigsten Jahrhun- dert. ed. dal Windelband, Heidelberg: manca nella 1* ediz.); J. Cohn, Allgemeine Aesthetik, Leipzig; Vo- raussetzungen and Ziele des Erkennens, Leipzig, MCnsterbero, Philosophie der Werle, Leipzig, LA FILOSOFIA FRANCESE. Damiroji, Essai sur la philosophie en France, Paris; H. Taine, Les philosophes frangais, Paris: F- Ravaisson, La philosophie en France, Paris, Boutroux La philosophie en France (Congresso di flios., Heidelberg). Cfr. inoltre VAnnée philo- sophique. ed. dal Pillon, e la Revue de métaphsique et de morale, ed. dal Léon. Sull’eclettismo: CousiN, Fragments philosophiques, Paris: del Joifproy il la¬ voro più importante e significativo è la Préface à la tra- duction des esqttisses de phil. morale de Dugald Stewart, Paris; Ad. Garnier, Traité des facultés de Vàme, Paris; Ch. de Rémusat, Essai de philosophie Paris, Sulle dottrine biologiche della scuola eclettica c’è un’ampia rassegna del Saisset, L àme et le corps (in Revue des deux Mondes). Cfr. intorno all’eclettismo in generale il mio scrilterello: L’eclettismo francese {Rivista di filosofia). Sul positivismo: Coiute, Cours de philosophie. positive, Paris; E. LittrA. A. Comte et SI. Miti, Paris; La Science au point de ime phiio- sophique, Paris; A. Cournot, Essai sur les fonde- menls jfe nos connaissances, Paris; I raité de i’enchainement des idées fondamentales dans les Sciences et dans l’histoire, nuova ediz. a cura di Lévy-Bruhl, Paris; H. Taire, De V Intelligence, Paris Sulla metafisica positiveggiante. VacheROT, La métaphysique et la Science, 2 voli., Paris, Sui nuovo spiritualismo: F. Ravaisson, La phil. en Frutice oìt.; P. .Ianet, l.es cuiises fìnales, Paris; Princiiies de métaphysiqtie et de psycologie, Paris: c una raccolta di lezioni universitarie, inte¬ ressante per valutare la mentalità di questo indirizzo. E. Vacherot, Le nouveau spiritiialisnie, Paris. Cfr in proposito il mio articolo; Il nuovo spiritualismo fran¬ cese iliivista di filosofìa). Per la filosofia della libertà: SéCBETAX. La philosophie de la liberlé, Paris. L’articolo di P. Janct sul Sé- cretan, a cui si allude nel testo, fu pubblicato nella Renile des deux Mondes ristampato, con una risposta del Séeretan, nel voi. cit. del J.: Psych. et inétaph. Sul fenomenismo: Cn. Renoi'VIEH. Es- sais de crilique générale: 1. Logiqiie, Paris. Psgchotogie rationelle, Paris; IH. Princ.ipes de la nature, Paris; Inlroduclion à la philosophie ana- lytique de l'histoire, Paris; La nouvelle mo¬ nadologie (in collaboraz. con L. Prat), Paris; Le personalisme, Paris. Cfr. inoltre VAnnée philoso- phiqiie, ed. dal Pillon. dove sono raccolti molti articoli del Renouvier e dei suoi seguaci.- J. .1. (ìolrd. Le phénomène, Paris; Les trois dialectiques IReniie de mét. et de mor.; Philosophie de la religion, Paris, Boirac, L'idée dii phénoméne, Paris, Lachelieb, Dii fondement de l'in- diiclion. Illùse de doctorat, Paris; Psychologie et métaphysique, in Rev. pliilos. Questo saggio è stato poi ristampato in appendice alla ediz. del Fon- deni. de l'induct.; Kssngs on some unsettled Questions of Politicai Economo, Lond., : importante il saggio V, dove si parla della dottrina della definizione. Bradley, The Principles of Logic, Lond.; Bosanquet, Logic or thè Morphology of Knowledge, Oxford; Baldwtn, Thought and Things: A stiidg of thè deiielopment and meaning of thought or Genetic Logic, London. Sulla psicologia dell’empirismo: Tu. Ribot. La psgchologie anglaise. Paris. Sull’etica: Mill. Utilitarianism, Lond., dal Frasers Magazine; Spencer, Data of Ethics. Cfr. Guyau, La morate anglaise “and lack thereof” – H. P. Grice, Paris. Spencer, First Principles, Lond. Sullo Spencer Gaupp, Spencer, Stuttgart. Sulla dottrina della scienza: Maxwell, Discourse on moleculs Scientiflc Papers, ed. Niven: Matter and motion, London; Clifforb, Lectures and Essags, London. Sul prammatismo: Peyrcb, How lo make our ideas clear (thè Popular Science Monthly; James, Principles of Psychologu, Boston; Will lo belieue, New-York, Grice: “He willed that he was an Englishman; he failed!” ; The narieties of Religious Experience, New-ork and London; Pragmatism: A new nome for some old ways of thinking, New-York; Dewey, Studies in logicai Theory, Chicago. Per la letteratura sul prammatismo, cfr. il Journal of Philosophy, Psycology and Scientiflc Methods, ed. da Woodbridge. Per l’umanismo, cfr. Schiller, Études sur l humanisme, trad. fr., Paris. Sulla LOGISTICA: Russell, The principles of mathematics, Cambridge; L. Couturat, Les principes des mafhématiques, Paris; Hodgson, Time and Space, Lond.; The Methaphysic of Experiencei, Lond. Quest’opera non è a nostra conoscenza diretta, ma ne abbiamo avuto notizia da due articoli, l’uno di Sarlo, La metafìsica dell'esperienza delTHodgson, Riuista fllosoflca; l’altro di Dauriac, in L’année philosophique. SulThegelismo inglese: Stirling, The secret of Hegel, Lond.; Wallace, Introduction to thè sludy of Hegel's Hhilosophy Oxford; E. Caibd, Hegel (Blackwood’s Phil. Classic,) Edinb.-Lond.; Baillie. The oriyin and significance of Hegel’s Logik, London; J. MacTaooart, Studies in thè hegelian dialfclic, Cambridge; Studies in hegelian cosmology, Cambridge. Di Green, cfr. Introduction to Hume's Treatise on Human Nature (nell’ediz. delle opere di Hume. a cura di Green e Grose, Lond.; Prolegomena to ethics, ed. da Bradley, Oxford. Sul Green, PARODI, Vidéalisme de J. H. G., in lìev. de métaph. et de mor. Bradley, Appearance and Realily. d Methaphysical Essay, London. Intorno alla fìlosofla della religione cfr. .Newman, Ari essay in nid of a Grommar of assent, Lond.; l.e dèueloppement du dogme chrétien par Breinond, Paris. L’autobiografla del N. è stata tradotta col titolo: Il cardinale Newman, Piacenza; Tyrrel, La religion exterieure, tr. fr., Paris; Cairo, The euolution of Religion, Gifford Lec- tures, Glasgow, Wallace, Lectures and Essays on Naturai Theology and Ethics edito postumo dal Caird, con una biografia), Oxford. Baillie, An outline of thè idealistic construction of Experience, London. Wabd, Natura- lism and agnosticism, London; The renlm of ends, or Pluralism and Theism, Cambridge; Rovce, The spirit of Modem Philosophy,Boston;  The  world  and  thè  indinidual,  New-York, LA  FILOSOFIA  ITALIANA. SPAVENTA, LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari; FIORENTINO, LA FILOSOFIA IN ITALIA, Napoli; GENTILE, LA FILOSOFIA IN ITALIA, pubblicata nella l» serie della Critica. Un ricco materiale di recensioni, varietà,  documenti si trova ne La Critica, Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia, diretta da CROCE. Sul  Rinascimento:  Spaventa,  Saqgi di  crilica,  Napoli; Gentile,  TELESIO,  Bari, e  Storia  della  filosofia  italiana (Vallardi, Milano);  Fazio  Allmaybh,  Galilei  nella  collezione  del  Sandron: I grandi Pensatori, Palermo. Sulla posizione storica di MACHIAVELLI non è stata aggiunta ancora una sola linea a quanto dice Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana. Di BRUNO v. l'edizione dei dialoghi italiani cur. Gentile: dialoghi metafisici, Bari; dialoghi morali, Bari, nella collana di classici della filosofia, cur. Croce e Gentile. Su BRUNO, v. Spaventa,  Saggi di critica; inoltre La fìlos. ital. nelle sue relaz. ecc., e Gentile, G. fì. nella storia della cultura, Palermo. Intorno  a CAMPANELLA, v. l'opere testé citate di SPAVENTA. Fondamentale è il saggio d’AMABILE, La congiura, il processo e la follia  di CAMPANELLA, Napoli, Morano, e Campanella nei castelli di Napoli, in Roma e in Parigi. Su GALILEI, cfr. il volume cit. di Fazio. Di Vico si va curando un’edizione completa delle opere nella collezione del Laterza Scrittori d'Italia. Nei classici della filosofia è stata testé pubblicata, cur. Nicolini, un’edizione della scienza nuova, con ampie annotazioni e un’importante prefazione. Su Vico cfr. Spaventa, La filos. ital.; SANCTIS, St. della  letter. it.] Croce, La filosofia di Vico, Bari, e Gentile, La prima fase della  filosofia di Vico nella miscellanea di studi in onore di Torraca, Napoli. Di GALLUPPI, Saggio filosofico sulla critica della conoscenza, Napoli. Vari accenni a Galluppi si trovano nelle opere di Spaventa; v. inoltre: Gentile, Da Genovesi a Galluppi, Napoli. Rosmini-Serbati, Saggio sull’origine dell’idee, Roma. Intorno a R.: Gioberti, Degl’errori filosofici di Serbati, Bruxelles; Spaventa,  Scritti filosofici, ed.da Gentile, Napoli; Gentile, Rosmini e Gioberti, Pisa. Di Gioberti si può vedere La protologia, cur. da Gentile, Bari, nella collana di classici della  filos., ecc.). Inoltre: Spaventa, La filosofia di Gioberti,  Napoli; La filos. ital. ecc.; inoltre il saggio di  Gentile,  R. e ROVERE,  Del rinnovamento della filosofia in Italia, Parigi; Confessioni d’un metafisico, Firenze; Ferri,  Essai sur l'histoire de la philosophie en Italie, Paris; Il fenomeno sensibile e la percezione esteriore, ossia i fondamenti del realismo, Lincei; Bf.htini, Idea d’una filosofia della vita, Torino, Ferrari, La filosofia della rivoluzione, Londra. Sul positivismo: Cattaneo, Opere edite e inedite, Firenze; Villari, Arte, Storia, Filosofia, Firenze;  Gabelli, L’uomo e le scienze morali, Milano; Angiulli,  La filosofia e la ricerca positiva, Napoli; La filosofia e la scuola, Napoli; Ardigò, Opere filosofiche. SuIl’A. Marchesini, La vita e il pensiero d’Ardigò, Milano. Organo del positivismo, dal è la Rivista di filosofia scientifica, ed. da Morselli. Inoltre la Rivista di filosofia e scienze affini, edit. da uno scolaro d’Ardigò, Marchesini. Questa rivista s’è fusa colla Rivista filosofica di Cantoni  in una Rivista di filosofia ed ha assunto un indirizzo eclettico. Intorno alla filosofia dualistica: Bonatelli, Pensiero e conoscenza, Bologna; Percezione e Pensiero, Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Cantoni. Kant, La filosofia teoretica, La filosofìa pratica; La filosofia religiosa, la critica del giudizio e le dottrine minori, Milano, Acri, Videmus in aenigmate, Bologna. Sarlo, Studi sulla filosofia, Roma; I dati dell’esperienza psichica, Firenze; inoltre vari articoli pubblicati nella Cultura filosofica da lui diretta. Vahisco, Scienza e opinioni, Roma; I massimi problemi, Milano. V'arisco pubblica un altro volume: Conosci te stesso, Milano, di cui abbiamo parlato nell’Appendice. Sul kantismo: Fiorentino, ELEMENTI DI FILOSOFIA AD USO DEI LICEI, ED. DA GENTILE, NAPOLI; Masci, Una polemica su Kant, l’Estetica trascendentale, e l’antinomie, Napoli; Le forme dell’intuizione, Chieti; Il materialismo psicofisico e la dottrina del parallelismo in psicologia, Napoli; Martinetti, Introduzione alla metafisica, Torino, Suirhegelismo: Vera. Iniroduction à la philosophie de Hegel. Paris; La logique de Hegel, Paris; Spaventa, La filosofia  di Gioberti. Napoli; Saggi di critica filosofica, politica, religiosa, Napoli; Esperienza e metafisica, cur. Jaia, Torino-Roma; Scritti filosofici, con note e un discorso sulla vita e sulle opere dell’autore, cur. Gentile, Napoli; Principi di etica, cur. Gentile, Napoli; Da Socrate a Hegel, saggi, cur. Gentile, Bari; La filosofia italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, cur. Gentile, Bari;  Logica e metafisica, cur. Gentile, Bari. Della Storia della letteratura italiana di Sanctis è stata fatta testé una nuova edizione cur. Croce nella collana  Scrittori d'Italia. Sul  marxismo: Labriola, Saggi intorno alla concezione materialistica della storia: In memoria del manifesto dei comunisti, Roma: Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma: Discorrendo di socialismo e  di filosofia. Roma; Croce. Materialismo storico ed economia marxistica, Palermo. Di Croce cfr.: La filosofia dello Spirito. Estetica, come scienza dell’ESPRESSIONE e linguistica generale, Palermo, Bari; Logica come scienza del concetto puro, Bari; Filosofia della Pratica. Economica ed etica, Bari; Saggi filosofici: Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari,  La filosofia di Vico, Bari;  v. inoltre la Critica, cit. Intorno a questa rivista sono sorte due collane di testi: Classici della filosofia moderna, e Filosofi d’Italia, pell’editore Laterza di Bari. Di Gentile, oltre gl’articoli che va pubblicando in Critica: Rosmini e Gioberti, Pisa; Il concetto scientifico della pedagogia, Roma; Da Genovesi a Galluppi, Napoli; Il concetto della storia della filosofia,  Pavia dalla  Rivista filosofica; Il  modernismo e i rapporti tra religione e filosofia, Bari; L’atto del pensare come atto puro, Palermo, Annuario della  biblioteca filosofica. R. rimanda all’appendice pella rassegna bibliografica degli scritti. NOTA  BIBLIOGRAFICA. Avvertenza. Nel testo abbiamo generalmente rispettato la cronologia: ma evidentemente, dove si parla di filosofi  contemporanei,  è il criterio dell’esigenza di pensiero ch’essi rappresentano quello che decide del posto che spetta a ciascuno. Lo stesso criterio vale per ciò che concerne i vari  periodi dell’attività  fllosoflca d’uno stesso pensatore. Guido De Ruggiero. De Ruggiero. Ruggiero. Keywords: storia della filosofia romana, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruggiero” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Rusca: la ragione conversazionale dell’apollo lizeo – lizio – lizeo – I viali dei giardini dell’apollo lizio – lizeo – Apollo in riposo – la scuola di Venezia -- filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Studia filosofia. Vicario generale di Padova della congregazione del S. Uffizio. Ricopre quindi il ruolo d’inquisitore. Scrive “Syllogistica methodus”; “De caelesti substantia”; “De fabulis palaestini stagni ad aures Aristotelis peripateticorum principis” e l’ “Epitome theologica”. Vescovo di Caorle. Uno dei presuli che più si spese per le necessità della sua diocesi. È infatti ricordato per gl’mponenti restauri della cattedrale che volle fossero eseguiti per salvare l'edificio dall'imminente rovina. Durante questi restauri ricopre il soffitto della cattedrale con stucchi e da all'edificio una struttura barocca. La ri-consacrarla, apponendo alle pareti XII croci in cotto. Inoltre, fa completare la realizzazione dei nuovi reliquiari per le insigne reliquie dei santi patroni (Stefano proto-martire, Margherita di Antiochia, e Gilberto di Sempringham) e provvide al rinforzo della struttura del campanile. Al completamento di tutti i lavori, vuole che alle solenni celebrazioni presenziassero musici provenienti da Venezia. A memoria di tutto ciò, resta la lapide, affisse alla parete sinistra del duomo. D[EO] O[PTIMO]. M[AXIMO] LÆVITÆ STEPHANO PROTO-MARTYRI FR·PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CONSECRAVIT MARINO VIZZAMANO PRÆTORE. Ricordato per la sua premura nel risollevare le sorti economiche. Ri-pristina  la mensa episcopale e provvide al sostentamento dei sacerdoti istituendone la confraternità. Si adopera per correggere i comportamenti dei fedeli e dei sacerdoti stessi. Fa erigere nella cattedrale un altare dedicato a S. Antonio di Padova. In Duomo a Caorle resta la pala d'altare di S. Antonio con la lapide, affissa alla parete destra dove sorgeva l'altare, che recita: ILL.[VSSTRISSI]MI ET R[EVERENDISSI]MI EPI CAPRVLEN. VNAM MISSAM LECTAM QVOTIDIE ET DVAS CANTATAS QVOLIBET MENSE AD HOC ALTARE S. ANTONII CELEBRARI CVRANTO TENENTVR VT IN ACTIS D[OMINI] OCTAVII RODVLPHI NOT[ARII]. VEN[ETII]. DIEI FR. PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CAPRVLEN. EREXIT VNIVIT DISPOSVIT. Consacra la chiesa di S. Maria Elisabetta al Lido di Venezia.  R. Rusca, Il Rusco, overo dell'historia della famiglia Rusca, Marta, Venezia, Perissuti, Notizie divote ed erudite intorno alla Vita ed all' insigne basilica di S. Antonio di Padova, Padova,  Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello, Manfrè, Padova, Sbaraglia, Supplementum et castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci, S. Michaelis ad ripam apud Linum Contedini, Roma. Bottani, Saggio di Storia della Città di Caorle, Bernardi, Venezia, Musolino, Storia di Caorle (La Tipografica, Venezia); Gusso e Gandolfo, Caorle Sacra (Marcianum, Venezia); Ughelli, Italia sacra sive de episcopis Italiæ, et insularum adjacentium. Pietro Martire Rusca. Rusca. Keywords: “Syllogistica methodus”, “Aures Aristotelis peripateticorum principis”; “Defensionem Vestigationum Peripateticum”, il liceo fuori dal liceo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rusca” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rusconi: la ragione conversazionale dell’attacco e contro-attacco – la romanitas di Tertulliano –la scuola di Meda --  filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Meda). Filosofo italiano. Meda, Monza e Branzia, Lombardia. Insegna a Trento e Torino. “La teoria critica della società” -- Istituto storico italo-germanico. Altre saggi: “Crisi di sistema e sconfitta operaia” (Einaudi); “Scambio, minaccia, decisione”; “Sociologia politica (Mulino); “Se cessiamo di essere una nazione” (Mulino), in cui ripercorre il dibattito sul concetto di nazione – “la nazione italiana”; “Resistenza e post-fascismo” (Il Mulino); “Come se Dio non ci fosse” (Einaudi), “Italia – lo stato di potenza, la potenza civile” (Einaudi); “Cefalonia: quando gl’italiani si battono” (Gli struzzi  Einaudi); “L'azzardo” (Mulino); “Cavour: fra liberalismo e cesarismo” (Il Mulino); “Cosa resta” (Laterza); “Seduzione” (Feltrinelli ); “Attacco” (Mulino). Gian Enrico Rusconi. Rusconi. Keywords: romanità, italianità, il concetto di nazione in Hegel, “God save the queen” – the national anthem – l’inno nazionale -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rusconi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rustico: la ragione conversazionale della tutela di Roma -- il portico romano. Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. A friend of ANTONINO (si veda). According to Antonino, R. teaches him, amongst other things, the importance of both character development and careful study. He also introduces him to the writings of a former slave by the name of Epitteto. R., on the other hand, teaches law. He presides over the trial of Giustino detto il Martire – rightly condemning him to death (“He didn’t believe in Rome’s tutelary diety, viz. Giove.”). Grice: “Strictly, he should be listed under “Giunio,” since “Rustico” – meaning ‘Rustic,’ what was he was _called_!” Quinto Giunio Rustico.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruta: la ragione conversazionale dei corpi sani – l’intersoggetivo è la psiche sociale – filosofia fascista – filosofia meridionale – la scuola di Belmonte Castello -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Belmonte Castello). Filosofo lazio. Filosofo italiano. Belmonte Castello, Frosinone, Lazio. Insegna a Napoli. Conosce e frequenta CROCE. Sviluppa una filosofia in armonia con l'ideologia del regime fascista. Saggi: “Il gusto d'amare” (Millennium); “Insaniapoli” (Campus); “Il segreto di Partenope” (Napoli, Millennium); “L’inter-soggetivo e la psiche sociale” (Milano, Sandron); “Il ritorno del genio di VICO” (Bari); “Politica e ideologia” (Milano, Corbaccio); “La necessità storica dell'Italia nuova” (Napoli); “Diario e lettere” (Bari); “La nascita della tragedia ovvero Ellenismo e pessimismo” (Bari). Enrico Ruta. Ruta. Keywords: l’intersoggetivo e la psiche sociale, corpori sani, il concetto di necessita storica in hegel – il concetto del sociale – il carattere del popolo italiano, lo stato italiano – la missione del popolo italiano – la patria italiana, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruta” – The Swimming-Pool Library. Ruta.

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