Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossi:
chiave universale, o la ragione conversazionale e l’implicatura di Vico – la
scuola d’Urbino -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Urbino). Filosofo marchese. Filosofo italiano.
Urbino, Marche. Studia ad Ancona, Bologna, e Firenze sotto GARIN. Insegna a Castello
e Milano. Lavora all'Enciclopedia presso la casa editrice Mondadori.
Insegna a Cagliari, Bologna, e Firenze. Si occupa di storia della filosofia. Cura
edizioni di diversi filosofi, tra i quali CATTANEO (Mondadori) e VICO (Rizzoli).
Le collaborazioni con giornali vanno dalla rubrica "Filosofia" sul
settimanale Panorama alla rubrica "Storia delle idee" per il
supplemento culturale La Domenica del quotidiano Il Sole 24 ore. Della rivoluzione
di GALILEI (si veda) sostiene che la scienza vive un vero e proprio mutamento
di paradigma. Il carattere rivoluzionario dei mutamenti nel modo di fare
scienza avvenuti all'epoca di GALILEI grazie a una serie di fattori: la visione
della natura, non più divisa tra corpi naturali e artificiali, la dimensione
continentale (e, in prospettiva, mondiale) della cultura, l'autonomia da Roma,
la pubblicità dei risultati. Un'altra importante novità e costituita dal
formarsi di un'autonoma comunità scientifica, una sorta di autonoma repubblica
della scienza dove non esiste l'ipse dixit. Si dedica al tema della
memoria, in chiave filosofica e storica, in “Il passato, la memoria, l'oblio”.
Analizza e denuncia l'esistenza di diverse forme di ostilità alla scienza -- il
primitivismo e l'"anti-scienza -- che, come forma di reazione allo
sviluppo tecnologico e industriale, propugnano come soluzione di tutti i mali
il ritorno a un mondo pre-moderno idealizzato e il rifiuto della razionalità.
Dei Pontani di Napoli. Dei lincei. Saggi: “Acocio” (Milano, Bocca); “Favole
antiche” (Milano, Bocca); “Dalla magia alla scienza” (Bari, Laterza); “Clavis
Universalis: arti della memoria e logica combinatoria” (Milano, Napoli, R.
Ricciardi); “I filosofi e le machine” (Milano, Feltrinelli); “Galilei” (Roma-Milano,
CEI-Compagnia Edizioni Internazionali, “Il pensiero di Galilei: una antologia
dagli scritti, Torino, Loescher); “Le sterminate antichità: studi vichiani” (Pisa,
Nistri-Lischi); “Storia e filosofia: saggi sulla storiografia filosofica,
Torino, Einaudi); “Aspetti della rivoluzione scientifica, Napoli, Morano); “La
rivoluzione scientifica” (Torino, Loescher, Pisa, Edizioni ETS, “Immagini della scienza,” Roma, Editori
Riuniti); “I segni del tempo: Storia della nazione italiana in Vico” Milano,
Feltrinelli); “I ragni e le formiche: un'apologia della storia della scienza,”
Bologna, Il Mulino); “Storia della scienza,” Torino, Pomba, “La scienza e la
filosofia dei moderni: aspetti della rivoluzione scientifica,” Torino,
Boringhieri, “Paragone degli ingegni moderni e post-moderni,”Bologna, Il
Mulino, “Il passato, la memoria, l'oblio: sei saggi di storia delle idee” (Bologna,
Mulino); “La filosofia,” Torino, Pomba, “Naufragi senza spettatore: l'idea di
progresso,” Bologna, Il Mulino, “La nascita della scienza” Roma, Laterza, “Le
sterminate antichità e nuovi saggi vichiani,” Scandicci, La Nuova Italia, “Un
altro presente: saggi sulla storia della filosofia,” Bologna, Il Mulino); “Bambini,
sogni, furori: tre lezioni di storia delle idee, Milano, Feltrinelli); “Il
tempo dei maghi: Rinascimento e modernità, Milano, Cortina, Speranze, Bologna,
Il Mulino, Mangiare, Bologna, Il Mulino,
Un breve viaggio e altre storie: le guerre, gli uomini, la memoria
(Milano, Cortina); saggi in onore di R., Vergata e Pagnini, Nuova Italia,
Firenze, Segni e percorsi della modernità: saggi in onore, Abbri e Segala,
Dipartimento di Studi Filosofici dell'Siena, Rainone, «Rossi Monti, Paolo»
in Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Abbri, Nuncius, Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Un maestro, Pisa, Edizioni della Normale, Tra BANFI e Garin: la
formazione, in Rivista di filosofia, Treccani Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Enciclopedia
multimediale RAI delle scienze filosofiche -- Per una scienza libera,
intervista. Storia Moderna, : memoria e reminiscenza, sul RAI Filosofia, su filosofia rai. Il Fondo
Rossi nella biblioteca del Museo Galileo. CLAVIS UNIVERSALIS ARTI MNEMONICHE E
LOGICA COMBINATORIA DA LULLO A LEIBNIZ MILANO - NAPOLI RICCIARDI EDITORE MCMLX CLAVIS UNIVERSALIS
DELLO STESSO AUTORE: Per una storia della storiografia socratica, nel vol.
Problemi di storiografia filosofica, a cura di A. Banfi, Milano, Bocca, Giacomo
Aconcio, Milano, Bocca, 1952. Il «De Principiis» di Mario Nizolio, nel vol.
Testi umanistici sulla retorica, a cura di E. Garin, Roma-Milano, Bocca, 1953.
Francesco Bacone, dalla magia alla scienza, Bari, Laterza, 1957. Su alcuni
problemi di metodologia storiografica, nel vol. Il pensiero americano
contemporanco, Milano, Ediz. di Comunità, 1958. Altre ricerche di storia della
filosofia pubblicate nella « Rivista critica di storia della filosofia », anni
1950 segg. C. Cattaneo, L'insurrezione di Milano, Milano, Universale Economica..
O . Cattaneo, La società umana, Milano, Mondadori (antologia). E. TayLor, Socrate, Firenze, La
Nuova Italia, 1952 (prefazione). F. Bacone, La nuova Atlantide e altri scritti,
Milano, Universale Economica (introduzione, traduzione e note). G. B. Vico,
Opere, I classici Rizzoli, Milano, Rizzoli, 1959 (introduzione e note). PAOLO
ROSSI CLAVIS UNIVERSALIS ARTI MNEMONICHE E LOGICA COMBINATORIA DA LULLO A
LEIBNIZ MILANO - NAPOLI RICCARDO RICCIARDI. Il termine clavis universalis fu
impiegato, fra il Cinquecento ed il Seicento, a indicare quel metodo o quella
scienza generalissima che pongono l’ uomo in grado di cogliere, al di là delle
apparenze fenomeniche o delle « ombre delle idee », la trama ideale che costituisce
l’essenza della realtà. Decifrare l'alfabeto del mondo; riuscire a leggere, nel
gran libro della natura, i segni impressi dalla mente divina; scoprire la piena
corrispondenza tra le forme originarie e la catena delle umane ragioni;
costruire una lingua perfetta capace di eliminare gli equivoci e di svelare le
essenze mettendo l’uomo a contatto non con i segni, ma con le cose; dar luogo
ad enciclopedie totali, a ordinate classificazioni che siano lo specchio fedele
dell'armonia presente nel cosmo: al tentativo di realizzare risultati di questo
tipo, ad analizzare, difendere e propagandare queste posizioni e la visione del
mondo ad esse collegata furono intenti, fra la metà del Trecento e la fine del
secolo XVII, quanti si volsero a discutere i temi del lullismo, a dettare le
regole della memoria artificiale, a compilare grandiose enciclopedie e
complicati teatri del mondo, a ricercare l’alfabeto dei pensieri, a farsi
sostenitori delle aspirazioni della pansofa e delle speranze in una totale
redenzione e pacificazione del genere umano. Si tratta di atteggiamenti, di
progetti, di temi che ebbero diffusione vastissima, che esercitarono un peso
decisivo sulle ricerche di logica e di retorica, che condussero a studiare e ad
approfondire, da un ben determinato punto di vista, il problema della lingua e
quello della memoria, le questioni attinenti alle topiche e alle
classificazioni, ai segni e ai geroglifici, ai simboli e alle immagini. È senza
dubbio difficile per un uomo moderno rendersi conto del peso che una produzione
libraria dedicata a quest'ordine di problemi ebbe ad esercitare sulla cultura,
anche su quella filosofica. Resta il fatto che ad elaborare le regole del
discorso, quelle dell’ argomentazione e della persuasione, a stabilire i canoni
dell’arte della memoria, ad insegnare il tipo di collegamento che deve
sussistere tra i luoghi della mnemotecnica e le immagini che in essi hanno da
essere collocate, a studiare le figure della grande arte di Lullo, ad elaborare
le complicate regole della combinatoria, si dedicarono intere generazioni di
uomini colti dal primo Rinascimento fino all’età di Leibniz. Che le tecniche
della memoria artificiale e della logica combinatoria siano scomparse dalla
cultura europea non è probabilmente un male; male è invece che molti storici
abbiano creduto o tuttora credano di poter intendere polemiche e discussioni e
significati di teorie, strap- pando violentemente quelle discussioni e quelle
teorie da un contesto storico preciso nel quale quelle tecniche, oggi ben
morte, erano invece vive e vitali. Chi, occupandosi della cul- tura del
Cinquecento e del Seicento, non ha per esempio inteso il significato della
connessione logica-retorica e ha creduto di poter tracciare una storia della
prima senza minimamente occuparsi della storia della seconda, ha raggiunto, in
genere, conclusioni abbastanza desolanti. Dire, come molti han fatto, che
«testi insignificanti » ebbero grande diffusione in tutta Europa, significa, in
ultima analisi, cercare di sfuggire, con un giro di parole, ad un problema
storico ben determinato: che è poi quello delle ragioni di quella singolare
fortuna e dei motivi che spinsero filosofi come Agrippa e Bruno e Bacone e
Cartesio e Leibniz e uomini come Alsted e Comenio e scien- ziati come Boyle o
Ray a prendere estremamente sul serio quelle discussioni, a impegnarsi in una
valutazione della loro funzione e del loro significato, a interpretarle e
adattarle a più diverse e complesse posizioni di pensiero. Certo, ove non si
vogliano eliminare dalla storia, come frutto di errori e di illusioni, gli
scritti latini del Bruno, vari capitoli del De Augmentis, i frammenti giovanili
di Cartesio, una metà degli opuscoli di Leibniz, ove non si vogliano re-
spingere ai margini della cultura uomini come Alsted e Co- menio, bisognerà
rendersi conto che anche la cultura del Sei- cento (non solo quella delle età
precedenti) è, nelle sue stesse linee di fondo, assai lontana da una mentalità
post-illuministica. Poiché è proprio il razionalismo illuministico che segna,
da questo punto di vista, una svolta decisiva: una serie di problemi che
avevano appassionato per secoli i cultori di logica e di retorica, i teorici
del discorso e gli studiosi del linguaggio vennero eliminati per sempre dalla
scena della cultura europea, perdettero significato e senso, apparvero
manifestazioni delle folli aspirazioni di secoli che si erano posti sotto il
segno delle empie ricerche astrologiche, magiche e alchimistiche, o sembrarono
i relitti, ancora presenti nell’ età della nuova scienza, delle tenebre medievali.
Accettando come valido il quadro storiografico estremamente parziale elaborato
dagli illuministi nel corso di un’aspra lotta ideologica, non poca della
storiografia dei secoli successivi ha preferito sorvolare su alcuni aspetti,
che furono in realtà decisivi, della cultura dell’età barocca. Gli interessi
del Bruno per la combinatoria e la mnemotecnica vennero considerati come
«curiosità e bizzarrie »; si preferì sorvolare sul fatto che Ramo e Bacone e lo
stesso Leibniz ave- vano visto nella « memoria » una delle sezioni nelle quali
si articola la nuova logica dei moderni; non si tenne conto che la dottrina
baconiana delle tavole e dell’induzione, che quella cartesiana
dell’enumerazione erano state elaborate su un terreno storico preciso con
riferimenti a testi diffusissimi e a discussioni ormai secolari; si vide in
Comenio solo il pedago- gista moderno e in Leibniz solo il teorico della logica
formale. Di quel complicato groviglio di temi connessi alla cabala e alle
scritture ideografiche, alla scoperta dei caratteri reali, al- l’arte della
memoria, all'immagine dell’albero delle scienze, alla mathesis e alla
caratteristica universale, al metodo inteso come miracolosa chiave
dell’universo, alla scienza generalissima, si preferì sbarazzarsi facendo ricorso
ad una generica e misteriosa entità “platonismo” sempre presente, come uno
sfondo non chiarito e un indistinto panorama, dietro le opere dei grandi e dei
piccoli pensatori. Questo libro è nato dal tentativo di chiarire, almeno nelle
sue linee fondamentali, quello “sfondo” e di individuare gli aspetti generali e
particolari di quel “panorama”: non mediante riferimenti generici, ma
attraverso l’analisi diretta di una serie di testi editi e inediti, un esame
della diffusione di determinati libri e di determinate idee, una ricerca
dell’azione esercitata da quei libri e da quelle idee sulla “filosofia” (in
particolare sulla logica) dei pensatori moderni di maggior rilievo. i La
funzione, il significato, gli scopi delle arti della memoria e della logica combinatoria
si andarono, di volta in volta, variamente configurando Le formule, da secoli
ripetute, di un arte veneranda acquistarono in ambienti diversi da quelli
originari, significati assai diffe- renti: quella che era apparsa a molti, fra
il Trecento e il Quattrocento, una tecnica neutrale utilizzabile nei discorsi
per- suasivi indipendentemente dalle circostanze di luogo e di tempo, finì per
rivelarsi strumento di ambiziosi progetti di riforma, per caricarsi di
significati metafisici, per connettersi al temi della cabala dell’esemplarismo
mistico e della pansofia. Da questo punto di vista fra i testi di ars
praedicandi o di ars memoriae del Trecento e del Quattrocento e i testi del
Bruno e del Camillo esiste una incolmabile differenza: a uno strumento concepito
in vista di finalità pratiche e mondane, nell’ambito della retorica, si è
sostituita, dopo l’incontro con la tradizione del lullismo, la ricerca di una
cifra che consenta di penetrare i segreti ultimi della realtà, di ampliare
smisura- tamente le possibilità dell’uomo. Non diversamente, inserendo la
dottrina degli aiuti della memoria nei quadri di una dottrina del metodo o
della logica, o richiamandosi alla carena e al- l’arbor scientiarum, Ramo,
Bacone e Cartesio muteranno pro- fondamente il senso di problemi tradizionali.
L'antico pro- blema della memoria artificiale, piegato a nuove esigenze e
profondamente trasfigurato, faceva il suo ingresso nella logica moderna, si
legava ai temi del linguaggio universale e della scienza prima o generale. Ma al
di là di questi “mutamenti” e di queste “trasfigurazioni” resta ben salda una
effettiva con- tinuità di idee e di discussioni: una continuità che ha carat-
tere europeo e che è accertabile mediante la documentazione della diffusione di
un grandissimo numero di testi e di molte idee in gruppi di uomini ben
determinati. Nel corso del Set- tecento i testi di Pietro da Ravenna e di
Cornelio Gemma, di Alsted e di Pedro Gregoire, di Schenkelius e di Rosselli, di
Bisterfield e di Wilkins, che erano stati studiati e letti e com- mentati da
Bruno e da Bacone, da Comenio da Cartesio e da Leibniz vengono eliminati dalla
cultura europea. Anche il lullismo, che era stato in Francia, in Germania e in
Italia, una delle componenti fondamentali della cultura, una delle “sette”
filosofiche più fortunate e accademicamente più forti, si localizza nella città
di Magonza e nell’isola di Maiorca, assume carattere esclusivamente erudito, dà
luogo, nella se- conda metà del secolo, solo alle malinconiche esercitazioni di
qualche professore, si riduce a manifestazione di una menta- lità
irrimediabilmente arcaica e provinciale. Non diversamente le arti della memoria
artificiale, nate con Cicerone e Quinti- liano, riprese da Alberto e Tommaso,
considerate essenziali all’esercizio della virtù cristiana della prudenza,
coltivate da Lullo, da Bacone e da Leibniz, vengono respinte ai margini della
cultura, vanno infine a far compagnia, nelle collane di libri occulti, ai testi
dell’ antroposofia e dello spiritismo. Appellandosi ad un “calcolo” logico e
soprattutto ad un “simbolismo” di tipo matematico Leibniz aveva dato in realtà
un colpo mortale a quei “simboli” intesi come «pitture ani- mate prodotte
dall’immaginativa » che avevano riempito per tre secoli non pochi testi di
retorica di pedagogia e di filosofia. Con Leibniz, ed anche per opera di
Leibniz, scompariva un intero mondo; non solo un certo modo di intendere la
fun- zione delle immagini e dei simboli, ma anche un modo di intendere il
compito della logica e i rapporti di questa con la metafisica. Quando Collier
pubblicò la sua Clavis universalis, questo termine, già carico di tanti
significati, aveva perso ogni senso, era solo un'etichetta, estranea al
contenuto dell’opera. Rifiutando gli aspetti arcaici del pensiero leibni-
ziano; respingendo l’esemplarismo di derivazione lulliana, le stravaganze della
cabala, i sogni della pansofia, tutta l’atmo- sfera — alquanto torbida —
dell’enciclopedismo dei due secoli precedenti, il razionalismo settecentesco
coinvolgeva però nella condanna — con conseguenze storiche assai importanti —
an- che i progetti di una caratteristica universale e di un simbolismo logico
avviati da Dalgarno e da Wilkins, condotti avanti da Leibniz. Non a caso
Emanuele Kant, a quasi un secolo dalla comparsa della Dissertatio de arte
combinatoria, esclu- deva radicalmente che le idee composte potessero essere
rap- presentate mediante la combinazione di segni e paragonava la
caratteristica di Leibniz agli inconcludenti sogni dell’ alchimia. L’opera di
Leibniz veniva così identificata con quella di un teologo e di un metafisico
speculativo, la sua fama era affidata alla Teodicea e alle discussioni sul
problema del male. Come ha scritto con molta esattezza il Barber, che ha
studiato in modo egregio le reazioni di un secolo di cultura francese al
leibnizianesimo, l’avvento del nuovo empirismo « swept Leibniz too into the
class of the outmoded exponents of apriori : DR, Si : systems ». Per veder
ripresi i progetti di Leibniz bisognerà attendere per due secoli: fino ad
Augustus de Morgan e a George Boole; come logico, Leibniz verrà rivalutato,
agli inizi del nostro secolo, da Louis Couturat e da Bertrand Russel; del
vescovo di Wilkins si parla con una certa simpatia, forse per la prima volta
dopo il Settecento, nel volume The meaning of meaning di Ogden e Richards
pubblicato a Londra nel 1923. La sviluppo ottocentesco della logica formale, il
costituirsi della logica simbolica come scienza derivava dalla « graduale
acquisizione della sempre più netta consapevolezza della sua natura di tecnica
deduttiva indipendente dai presupposti di una visione generale del mondo »
(Barone) dallo svincola- mento « da ogni preoccupazione ontologico-metafisica »
(Preti). Come già aveva notato Husserl, la logica formale moderna era nata «
non da riflessioni filosofiche sul significato e sulla necessità della mathesis
universalis, ma dalle esigenze della tecnica teoretica deduttiva della
matematica ». I riconoscimenti delle « geniali anticipazioni » presenti nel
pensicro di Leibniz ebbero origine precisamente su questo terreno. Ma su un
altro terreno, radicalmente diverso, si era mosso Leibniz e, prima di lui, si
erano mossi Bacone e Cartesio. Quelle “anticipazioni”, quei “precorrimenti” che
Far- rington, Beck' o Russel, trattando rispettivamente di Bacone, di Cartesio
e di Leibniz, hanno così acutamente segnalato sono senza dubbio di grandissimo
interesse ed ogni ricerca volta a determinarne meglio la portata e la fecondità
per i contem- poranei è non solo legittima, ma auspicabile. E tuttavia sotto-
lineare le differenze, battere sulla diversità, sulla alterità è, quanto meno,
altrettanto importante: per dissipare cquivoci, per mostrare che cosa fu, nella
realtà, quello sfondo indistinto sul quale campeggiano i ritratti dei nostri
illustri antenati. Co-
me ha scritto di recente Augustin Crombie, a proposito dei lu- minosi
precorrimenti presenti nell’opera di Galileo, « it is not by reading our own
problems backwards that historical expe- rience is enlightening, but by
exposing ourselves to the surprise that thinkers so effective should have had
aims and presup- positions so different from our own ». Chi abbia familiare la letteratura sul Rinascimento
vedrà chiaramente quanto questo libro debba alle ricerche di Garin sulla
cultura e, per quanto riguarda la
“continuità” delle “idee” fra il Quattrocento e il Settecento, alle conclusioni
cui è giunto, di recente, Delio Cantimori. Desiderio inoltre esprimere la mia
gratitudine al Padre Miquel Batllori dell’ Istituto Storico della Compagnia di
Gesù, al prof. Frangois Secret, a Mrs. G. Bing del War- burg Institute, agli
amici Paola Zambelli e Cesare Vasoli che mi hanno variamente consigliato,
fornito pubblicazioni e indicazioni di articoli e di studi. Ringrazio inoltre
il dott. Luigi Quattrocchi dell’Istituto Italiano di Amburgo che mi ha
procurato le fotografie di alcuni manoscritti leibniziani c la direzione della
« Rivista critica di storia della filosofia » che mi ha consentito di
riprodurre qui quelle parti del libro che erano apparse, nella rivista stessa,
sotto forma di saggi. AvveRTENZA: Nelle note, a indicare le biblioteche qui di
seguito elencate, si sono usate le seguenti abbreviazioni (ma si veda anche l’
Indice dei manoscritti: Ambros. . Ambrosiana Ang. Angelica Anton. Antoniana
Archiginn. Comunale di Bologna Braid. Braidense Casan. Casanatense Class.
Classense Fir. Naz. Nazionale di Firenze Laur. Laurenziana Marc. Marciana Pad.
Civ. Civica di Padova Par. Naz. Bibliothèque Nationale Pavia Univ.
Universitaria di Pavia Ricc. . Riccardiana Roma Naz. Nazionale Centrale di Roma
Triv. Trivulziana Vatie. Apostolica Vaticana. In un testo fondamentale della filosofia
moderna, com- posto alla metà del secolo dei lumi, Hume, discorrendo del
discernimento e della memoria, affermava che mentre i difetti del discernimento
non possono trovar rimedio in alcuna arte o invenzione, i difetti della memoria
possono sovente essere attenuati od eliminati «sia nel campo degli affari come
in quello degli studi ». Accennando al « metodo », alla « opero- sità» e alla «
scrittura » come opportuni aiuti a una debole memoria, scriveva: «quasi mai
sentiamo indicare la scarsa memoria come la ragione del fallimento d’una
persona nelle sue iniziative. Ma nell’antichità, quando nessun uomo poteva
conseguire successo se non possedeva il talento della parola, e quando il
pubblico era troppo delicato per reggere ad ar- ringhe rozze ed indigeste del
tipo di quelle che gli improv- visati oratori dei nostri giorni propinano alle
assemblee, la facoltà della memoria aveva la massima importanza e, per
conseguenza, era assai più stimata di oggi ».' Hume, che negli anni della sua
formazione intellettuale aveva « segretamente divorato » i testi ciceroniani,
era ben con- sapevole dell’esistenza storica di una tecnica o arte della me-
moria che, come risulta dal suo brano, è per sua natura con- nessa al fiorire
di una civiltà che fa largo posto alle tecniche del discorso e ad un mondo nel
quale la retorica si presenta come un elemento vivo della cultura. Negli anni
in cui Hume scriveva, le ricerche volte alla fissazione e alla elaborazione 1
D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui princìpi della morale, a cura di
M. Dal Pra, Bari, 1957, p. 267. Cfr. il testo inglese ed. L. A. Selby Brigge,
Oxford. Sul problema della memoria cfr. anche A Treatise of Human Nature, cd.
by L. A. Selby Brigge, Oxford (sulla memoria e l'immaginazione). Sull’ assenza
di ogni sensazione di piacere o di pena nell'esercizio della memoria] delle
regole della memoria artificiale erano ormai definitiva- mente scomparse dalla
scena culturale europea e si erano rifu- giate sul piano delle curiosità e
delle stravaganze. Non si era trattato solo di un corrompersi delle arti del
discorso di fronte alla minore delicatezza degli uditori: l’enorme diffusione
della stampa (e quindi dei repertori, dei dizionari, delle bibliografie, delle
enciclopedie), la progressiva affermazione delle nuove logiche (da Ramo a
Bacone, da Cartesio ai Portorealisti) ave- vano dato in realtà un colpo mortale
da un lato alla tratta- tistica retorica e dall’altro a quella produzione di
opere di mne- motecnica (a quella trattatistica strettamente collegata) che ave-
vano letteralmente invaso l’ Europa. Solo tenendo conto della diffusione che la
mnemotecnica aveva raggiunto non solo in un ambito letterario e filosofico, ma
anche all’interno delle scuole e dei programmi d’insegna- mento, ci si possono
spiegare le proteste e le ironie che contro di essa da più parti si levarono
nei secoli stessi del Rinasci- mento. Nel decimo capitolo del De varitate
scientiarum, dedi- cato appunto all’ars memorativa, Agrippa si scagliava con
vio- lenza, contro quei zedulones che, nelle scuole, impongono agli studenti lo
studio della memoria artificiale o che riescono a spillar quattrini agli
incauti facendo leva sulla novità dell’arte. Far ostentazione di capacità
mnemoniche gli sembrava cosa puerile; spesso, concludeva, si giunge a
manifestazioni di tur- pitudine e di impudenza: si sciorinano tutte le merci
dinanzi alla porta mentre la casa, all’interno, è completamente vuota.
Ricordando Simonide, Cicerone, Quintiliano, Seneca, Petrarca e Pietro da
Ravenna fra i maggiori teorici dell’arte memorativa, egli da un lato notava la
insufficienza della memoria artificiale ove non sussistesse già robusta la
nazuralis memoria c dal- l’altro si scagliava contro il carattere mostruoso
delle immagini e la pesantezza delle formule in uso nella mnemotecnica. I cul-
tori della quale, gli sembrava, intendono far impazzire me- diante l’arte
coloro che non si accontentano dei confini sta- biliti dalla natura.” ° H. C.
Acrirra, De incertitudine et vanitate scientiarum, in Opera, Lugduni, per
Beringos Fratres, 1600, II, pp. 32, 33 (copia usata: Triv. Mor. K. 403). Con
altrettanta decisione, vent'anni più tardi, Erasmo, nemico dei ciceroniani e
della retorica, si pronuncerà contro l’uso dei loci e delle immagini che non
fanno — affermava — che rovinare e corrompere la memoria naturale. Con più iro-
nia, un altro grande critico delle degenerazioni pedantesche e delle
precettistiche dell’umanesimo rifiuterà questo tipo di let- teratura,
insistendo, con una crudezza che va certo spiegata anche mediante il riferimento
ad una situazione culturale pre- cisa, sulla sua stessa mancanza di memoria: Il
n'est homme è qui il siese si mal de sc mesler de parler de memoire, car je
n’en recognois quasy trace en moi, et ne pense qu'il y en ayt au monde une
aultre si mervcilleuse en defaillance... Si jc suis homme de quelque legon, jc suis homme de
nulle retention... Ma memoire
sempire cruellement tous les jours... Proprio sul terreno dell'educazione c
partendo dal presup- posto che « sgavoir par coeur n'est pas “gdvolt, c'est
tenir ce qu'on a donné en garde à sa memoire »,° Montaigne polemiz- zava contro
l'apprendimento mnemonico in nome di una cul- tura « viva»: non si chieda conto
al discepolo delle parole della lezione, ma del suo senso e della sua sostanza;
gli si chieda non la testimonianza della sua memoria, ma della sua vita; lo
stomaco non ha adempiuto alla sua funzione se non quando ha mutato la forma e
la struttura degli alimenti, iden- tico è il compito della mente." Non si
trattava di generici riferimenti alla libertà della mente di fronte ad ogni
precet- tistica; la polemica di Montaigne assomiglia solo nella forma a quella
che potrebbe condurre un professore dei nostri giorni [D. Erasmo, De razione
studii, ed. Frocben, 1540, I, p. 466. ! MoNTAIGNE, Esseis, I, 9; II, 10 (ediz.
Garnier, Parigi, s. d., I, p. 25; 374). > Essats, I, 25 (vol. I, p. 119). € «Qu'il ne
luy demande pas seulement compte des mots de ca legon, mais du sens et de la
substance; et qu'il juge du profit qu'il aura faict, non par le tesmoignage de
sa memoire, mais de sa vie... C'est tesmoi- gnage de crudité et indigestion,
que de regorger la viande comme on l’a avallée: l'estomach n'a pas faict son
operation, s'il n'a faict changer la faccon et la forme à ce qu'on luy avoit
donné à cuire... On nous a tant assubjectis aux chordes, que nous n’avons plus de
franches allu- res; notre viguer et liberté est esteincte ». (Essai, contro gli studenti che imparano le
lezioni a memoria. Egli aveva di fronte obbiettivi precisi: Si en mon pais on veult dire qu'un
homme n°a point de sens, ils disent qu'il n'a point de memoire; et quand je me
plains du default de la mienne, ils me reprennent et mescroyent, comme si je
m’accusois d’estre insensé: ils ne veoyent pas de chois entre memoire et
entendement... Mais il me font tort, car il se veoid par cxpérience que les
memoires excellentes se joignent volentiers aux jugements debiles... Ils on
laissé, par escript, de l’orateur Curio que, quand'il proposoit la distribution
des pieces de son oraison en trois ou en quatre, ou les nombres de ses
arguments ou raisons, il luy advenoit volentiers ou d’en oublier quel- qu’un,
ou d’y en adjouster un ou deux de plus. J'ay tous- jours bien evité de tomber
en cet inconvenient, ayant hai ces promesses et prescriptions...” In realtà, nonostante le proteste di Erasmo e
di Montaigne, quelle odiate « prescrizioni » erano destinate a diffondersi
sempre più ampiamente durante tutto il secolo XVI e a pro- lungarsi poi fino in
pieno Seicento. A_metà del secolo XVII Wolfang Ratke protesterà, da un punto di
vista simile a quello dei grandi umanisti, contro l’apprendimento mnemonico e
contro gli esercizi di mnemotecnica.* Ancora negli ultimi anni del secolo i
‘““ciceroniani”, che non avevano affatto disarmato nonostante Erasmo, Montaigne
e la grande crisi ramista e car- tesiana, si facevano con successo sostenitori,
in sede pedago- gica oltreché retorica, della necessità e dell’utilità della
me- moria artificiale. Quella vasta produzione di trattati di ars memorativa
alla quale si rifaceva la Art of Memory del D’As- signy, che non a caso veniva
dedicata nel 1697 ai « giovani studenti di entrambe le università »,° non era
stata soltanto espressione di pedanteria grammaticale: in essa aveva trovato
forma quel panmetodismo che, nel corso del Cinquecento, aveva contrassegnato
tutta la cultura. La fisionomia, i tempe- ramenti, le passioni, le proporzioni
del corpo umano, il di- [? Essais * Pàdagogische Schriften des Wolfang Ratichius und seiner
Anhinger, Breslau, 1903. Cfr. E. Garin, L'educazione in Europa, Bari, Assicny,
The Art of Memory. A treatise
useful for such as are to speak in Publick, London, 1scorso, la poesia,
l'osservazione della natura, l’arte del gover- nare e quella militare: tutto
venne in quell’età codificato e ridotto in arte. In quel periodo della cultura
che è stato felice- mente chiamato «l’età dei manuali », in quel secolo che «
fu instancabile nel ricercare princìpi normativi di valore generale e perenne
da calare in comodi schemi didascalici »,°° proprio mentre si veniva chiarendo
la impossibilità, per quelle codifi- cazioni, di passare dal piano delle
topiche e dei teatri univer- sali a quello del metodo,!! si andava rafforzando
l’esigenza di un’arte capace di presentarsi come la chiave della realtà, come
arte universale e somma, capace di risolvere di colpo tutti i problemi dando
luogo ad una tecnica suprema che rendesse di fatto inutili tutte le varie
provvisorie e particolari tecniche. L’idea di un’arte del ricordare e del
pensare che si svolga in modo “meccanico” acquisterà nuovo vigore quando, fra
la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, si stabilirà un contatto
profondo fra le ricerche di arte della memoria ispirate a Cicerone a
Quintiliano alla Retorica ad Herennium, quelle derivanti dal De memoria et
reminiscentia di Aristotele dai commenti di Alberto, Tommaso, Averroè e infine
quelle diret- tamente legate alla ars magra di Lullo. Avrà allora nuovo rilievo
il concetto di un meccanismo concettuale che, una volta messo in moto, possa
svolgersi da solo, in modo relativamente indipendente dall’opera del singolo,
fino alle ultime conse- guenze, fino alla comprensione totale, ponendo gli
uomini in grado di leggere nella sua integrità il gran libro dell’universo. Per
rendersi conto del peso che questa idea eserciterà nel seno stesso della
filosofia moderna basterà pensare alla macchina che Bacone intendeva costruire
mediante la sua nuova logica, al mirabile inventum cartesiano cercato, prima
che nella geome- tria analitica, nei testi di Lullo e di Agrippa, ai libri «
porta- tori di luce universale » di Comenio, infine a quella mirabile chiave
che intendeva essere la “caratteristica” leibniziana. L'antico sogno lulliano
di un’arte che sia contemporanea- [Firpo, Lo stato ideale della Controriforma
(Agostini), Bari. Cfr. R. KLEIN, L’imagination comme vétement de l’ dame chez
Mar- sile Ficin et Giordano Bruno, in « Revue de Métaphysique et de Mo- rale] mente
logica e metafisica,'° che, a differenza della logica tra- dizionale, tratti
non delle seconde, ma delle prime intenzioni, che mostri la corrispondenza tra
il ritmo del pensiero e quello della realtà, che disveli, mediante combinazioni
mentali, il vero senso dei rapporti reali, aveva trovato piena espressione, nei
secoli del Rinascimento, nei tormentati scritti di mnemo- tecnica del Bruno. E
non a caso, oltre che alla lettura dei testi di Lullo, Bruno ebbe a richiamarsi
alla scoperta, fatta in anni giovanili, del trattatello sulla memoria di Pietro
da Ravenna," che era invece di precisa ispirazione “retorica” e
“ciceroniana”. Quando nel De umbris idearum Bruno si muoverà sul piano dei
nessi immaginativi, delle connessioni tra immagini e figure e lettere, affiderà
proprio al connubio tra meccanismo logico e meccanismo psicologico quella
possibilità di una immensa estensione del sapere o di una nuova inventio che
era al cul- mine delle sue aspirazioni: in quel punto apparivano saldate
insieme, nei testi bruniani, le aspirazioni del lullismo e le tec- niche
sull’uso dei luoghi e delle immagini che derivavano dai testi di retorica
antica e dai trattati sulla memoria artificiale del Rinascimento. Leggendo le
pagine vivacemente polemiche contro l’arte della memoria (quelle di Ratke come
quelle di Erasmo o di Montaigne o di Agrippa) è certo difficile non
simpatizzare in qualche modo con quella polemica condotta, in nome della libera
spontaneità dell’uomo, contro gli schemi e la pedan- teria e le prolissità di
una rigida precettistica. Ciò non toglie 12 R. LutLi, Opera omnia, Mainz,
Sciendum est ergo, quod ista Ars est et logica et Metaphysica... Mctaphysica
considerat res, quae sunt extra animam, prout conveniunt in ratione entis;
logica etiam considerat res secundum esse, quod habent in anima... sed hacc Ars
tanquam suprema omnium humanarum scientiarum in- differenter respicit ens
secundum istum modum ct secundum illum ». Cfr. anche Opera, ed. Zetzner,
Strasburgo: Logicus trac- tat de secundariis intentionibus... sed generalis
artista tractat de primis... Logicus non potest invenire veram legem cum
logica: generalis autem artista cum ista arte invenit... Et plus potest
addiscere artista de hac arte uno mense, quam logicus de logica uno anno ».
(Copia usata: An- gelica, CORSANO, Il pensiero di BRUNO nel suo svolgimento
storico, Firenze; Tocco, Le opere latine di G. Bruno, esposte e confrontate con
le italiane, Firenze] che di fatto proprio quella precettistica (quella
derivante da Cicerone come quella derivante da Lullo) ebbe ad incidere, per vie
sotterraneee, sulla formazione della nuova cultura con- dizionando il
costituirsi stesso della logica nuova da Bacone a Leibniz. In varie guise
collegata agli sviluppi delle arti del discorso e alle tecniche della
persuasione, ai tentativi di co- struzione di una nuova enciclopedia, alle
controversie sul rami- smo e sul lullismo, alla magia, alla medicina e alla
fisiogno- mica, la trattatistica sulla memoria artificiale si colloca dun- que,
fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, al centro di un giro di
discussioni e di problemi cui appaiono interessati non solo i teorici o cultori
della retorica, ma filosofi e logici c cultori di scienze occulte e medici ed
enciclopedisti di varia provenienza e natura. Le “bizzarrie” della mnemotecnica
andranno così da un lato a intrecciarsi a problemi di logica e di retorica e
dall’altro a connettersi alla rinascita del lullismo e alla creazione di lin-
guaggi artificiali nonché a quella ambigua atmosfera magico- occultistica che
appare in molti casi collegata al rifiorire di interessi per l’ars magra di
Lullo. Le discussioni sulla mnemo- tecnica non saranno in tal modo senza
risonanza su due grandi problemi della cultura filosofica del Seicento: quello
del me- todo o della logica inventiva e quello della sistematica classifi-
cazione delle scienze o costruzione di una enciclopedia del sapere. Gli uomini
— scrive l’anonimo autore di un trattato quattrocentesco sulla memoria —
inventarono arti diverse c numerose per aiutare e potenziare l’opera della
natura. Con- statando la labilità dell’umana memoria, legata alla fragilità
della natura dell’uomo, escogitarono un’arte mediante la quale fosse possibile
ricordarsi di molte cose che, per via naturale, non potevano essere ricordate.
Nacque così la scrittura e poiché in tempi successivi gli uomini si resero
conto di non poter portare sempre seco le scritture e che non sempre scrivere
era possibile, inventarono, fin dai tempi di Simonide e di Demo- crito, l’arte
della memoria artificiale. Questo avvicinamento dell’arte mnemonica alle altre
tecniche che aiutano l’opera della natura, presente in questo co- me in tutti i
trattati rinascimentali sulla memoria, non è, come vedremo, senza significato.
Ma più che da questo accosta- mento si è colpiti, esaminando i trattati di ars
memorativa composti fra la metà del Trecento e la metà del secolo XVII, dal
costante, insistente richiamo alla psicologia aristotelica, ai grandi manuali
della retorica latina, ai testi sulla memoria e ai commenti di Alberto Magno e
di Tommaso d’Aquino. In molti casi i trattati che andremo esaminando non fanno
che esporre, commentare, amplificare regole, dottrine, precetti che risalgono a
molti secoli prima e che, elaborati in Grecia e in Roma, giungono ai filosofi
del Rinascimento attraverso l’opera dei grandi maestri della scola- stica.
Certo, anche quelle regole e dottrine andranno mutando valore e portata e
significato a contatto con tradizioni culturali differenti e con differenti
ambiti di civiltà: quegli aiuti della memoria che appaiono connessi nel Medio
Evo con l’ars prae- dicandi, diventeranno in BRUNO gli strumenti di un’arte che
vuol riprodurre le strutture della realtà, mentre Bacone e Descartes li
inseriranno, come elementi essenziali, all’interno della nuova metodologia
delle ricerche naturali. Tuttavia, chi voglia intendere il significato e
l’origine storica di quegli “aiuti alla memoria”, non potrà non aver presenti
le fonti alle quali con maggior insistenza quelle dottrine si richiamavano.
Appunto di quelle fonti si intende qui dar conto brevemente. Il De memoria et
reminiscentia di Aristotele si presenta come un trattato di psicologia e non
come una dissertazione sulla mnemotecnica, ma contiene tuttavia alcune
affermazioni che verranno sfruttate in epoche successive in vista della
costruzione di una tecnica del ricordare. I teorici della mnemotecnica si
richiamano alle seguenti dottrine aristoteliche: La tesi della necessaria pre- senza
dell'immagine o fantasma (gAvtacpa) in vista del fun- zionamento della memoria
(pvt ). Il necessario ricorso all'immagine, che è una specie di sensazione
senza materia o di sensazione indebolita, fa sì che fra la memoria e l’immagi-
nazione ( pavtagia «leSntx4 ) da un lato e la memoria e la sensazione
dall’altro intercorrano rapporti assai stretti. La tesi che il ricordo o
memoria riflessa o attualizzazione della memoria scomparsa dalla coscienza (
&v&pvrotg ) sia facilitato dall'ordine e dalla regolarità, come avviene
per esempio nel caso della matematica, mentre ciò che è confuso e disordi- nato
difficilmente può essere ricordato. c) La formulazione di una legge
dell'associazione secondo la quale le immagini e le idee si associano in base
alla somiglianza, alla opposizione, alla contiguità. In un passo del De memoria
che avrà particolare fortuna Aristotele affermava: «talora il ricordo sembra
partire dai Zuoghi (Toro). La ragione di ciò è che l'uomo passa rapidamente da
un termine all’altro, per esempio dal latte al candore, dal candore all’aria,
dall'aria al- l’umidità, dall’umidità al ricordo dell’autunno, supponendo che
si cercasse di ricordare questa stagione ». All’impiego delle im- magini
Aristotele si riferisce del resto anche nel De anima: «E chiaro che
l'immaginazione è qualcosa di distinto dalla sensazione e dal pensiero.. essa è
in nostro potere quando lo vogliamo, e si può infatti porre qualcosa davanti
agli occhi come fanno coloro che vanno riempiendo i luoghi mnemonici e
fabbricano immagini (év toîs pwapovizotîe aiSepevor xa ciòwioror9ivte: ),
mentre la sensazione non di- pende da noi. Oltre ai luoghi cit. nel testo cfr.:
per i rapporti fra immagine e sensazione: De anima; Rhet.; per i rap- porti fra
memoria e immaginazione: Sec. An., II, 19, 99b 36-100a 4; Metaph.; De mem., 1,
450a 22-25; per i rapporti fra memoria e sensazione: Mezaph., A, 980 a 28-29;
De mem., 1, 450a 30-b 3. Come è stato notato la traduzione di &vapwoxg con
remini- scentia, pur legittimata dal riferimento a Platone in Prim. An., non
corrisponde al senso che il termine ha in Aristotele. La àvapynog è una
attualizzazione della memoria, una ricostruzione del ricordo che richiede una
conoscenza del tempo non spontanea come nella memoria (De mem., 450a 19), ma
riflessa (452b 7; 453a 9-10) e che è quindi caratteristica solo dell’uomo. Del
De memoria et reminiscentia cfr. l'edizione con traduzione inglese e commento
di G.R.T. Ross, Cambridge, 1906. Utile il commento del TricoTr, nella
traduzione dei Parva naturalia, Parigi, 1951, pp. 57-75. Scarsa la trattazione
della memoria nelle opere sulla psicologia aristo- telica: A. E. CHaicHer,
Essai sur la psychologie d’A., Parigi; J. Nuyens, L’évolution de la psychologie
d'A., Lovanio, 1948; C. W. SHUTE, Psychology of A., New York. Sulla presenza di
una mne- motecnica presso i Greci cfr. la testimonianza della RAetorica ad He- [Nel
De oratore di CICERONE, la memoria viene trattata come una delle cinque parti
che costituiscono la tecnica dell’oratore. Dopo aver fatto riferimento
all’episodio del poeta Simonide (primum ferunt artem memoriae protulisse) che
aveva identificato i corpi dei partecipanti a un banchetto sfigurati dal crollo
del soffitto ricordandosi il posto (/ocum) che essi avevano occu- pato,
Cicerone metteva in luce la opportunità, in base al presupposto che l’ordine
giovi alla memoria, di scegliere dei luoghi, di formare le immagini dei fatti o
concetti che si vogliono ricordare, di collocare quelle immagini net luoghi.
L’ordine secondo il quale sono disposti i luoghi metterà in grado di ricordare
i fatti. L'arte della memoria appare in tal modo paragonabile e analoga al
processo della scrittura: i luo- ghi adempiono alla stessa funzione della
tavoletta cerata, le immagini hanno la stessa funzione delle lettere. L'uso delle
immagini appare fondato sulla necessità di un ricorso al piano del senso e
sulla maggior persistenza della memoria visiva («ea maxime animis adfigi
nostris quae essent a sensu tradita atque impressa; acerrimum autem ex omnibus
nostris sensibus esse sensum videndi »). I luoghi dovranno essere molti, chiari
c collocati modicis intervallis; le immagini risulteranno tanto più efficaci
quanto più atte a colpire le facoltà immaginative («est utendum imaginibus
agentibus, acribus, insignitis quae occurrere celeriterque percutere animum
possint. Il De institutione oratoria di Quintiliano. Pur avanzando qualche
riserva sull’utilità della € mnemo- tecnica, Quintiliano, che inizia anch’egli
la sua esposizione con il racconto di Simonide, dedica all'argomento una
tratta- zione assai più ampia e dettagliata di quella ciceroniana. Sulla
costruzione dei /xoghi della memoria artificiale Quintiliano renniun. Scio
plerosque Graccos, qui de memoria scripse- runt... ». Sulla tecnica della
memoria in Ippia d’Elide cfr. l'ipotesi avan- zata da O. Arett, Bettriige zur
Geschichte der antiken Philosophie. Sono da vedere anche: J. A. ErnESTI,
Lexicon teclnolo- giae Graccorum rhetoricae, Lipsia; Lexicon technologiae Lati-
norum rhetoricae, Lipsia. Laurap, Manuel des etudes grecques et latnes, La
mnémotechnie des anciens, Les Humanités, si sofferma a lungo: per raggiungere
risultati efficienti è opportuno servirsi, egli afferma, di un edificio
collocando le varie immagini nei singoli luoghi ordinatamente disposti all’in-
terno delle singole stanze. « Visitando mentalmente l’edificio » (che può
essere anche un edificio pubblico o può essere sosti- tuito dai bastioni di una
città o da una giornata suddivisa in varî periodi o da una costruzione
immaginaria e « non-reale ») sarà possibile « riprendere » le diverse immagini
(e quindi ri- chiamare alla mente i fatti o i concetti che esse esprimono) dai
diversi loghi nei quali esse sono rimaste custodite. La RAetorica ad C.
Herennium (MI, 16-24). In questo scritto di autore ignoto che i medievali,
attribuendolo a CICERONE, qualificano come rhetorica nova o secunda (per
distinguerlo dal De inventione o rhetorica vetus) ritro- viamo presenti le
stesse regole e gli stessi precetti ai quali ci siamo riferiti parlando di CICERONE
e di Quintiliano. La distinzione fra memoria naturale e memoria artificiale
appare formulata con estrema chiarezza: « sunt igitur duae memo- rine: una
naturalis, altera artificiosa. Naturalis est ea quae nostris animis insita est et simul
cum cogitatione nata; artifi- ciosa est ea quam confirmat inductio quaedam et
ratio prae- ceptionis ». Fra i
/uoghi, che per ricordare molte cose do- vranno essere assai numerosi, troviamo
elencati: aedes, interco- lumnium, angulum, fornicem et alia quae his similia
sunt. Le immagini, che sono le formae o notae o simulacra di ciò che si intende
ricordare, vanno collocate nei luoghi: «allo stesso modo infatti in cui coloro
che conoscono le lettere dell’alfa- beto possono scrivere ciò che viene dettato
e recitare ciò che scrissero, così coloro che hanno appreso l’arte mnemonica
pos- sono collocare nei luoghi le cose che hanno udito e da questi ripeterle a
memoria ». Mentre le immagini sono variabili, i luoghi dovranno essere fissi («
imagines, sicut litterae, delentur, ubi nihil utimur; loci, tanquam cera,
remanere debent ») e ordinatamente disposti: ciò darà la possibilità di
richiamare mentalmente le immagini indifferentemente dall’inizio, dal termine o
dalla metà di un ordinamento o elenco.'* !° Sull’epoca di composizione della
Rhetorica ad H. cfr. la introduzione di F. Marx all'edizione di Lipsia. Sulla
posizione dei me- [Il De bono e il
commento al De memoria et reminiscentia di Alberto Magno; la Summa theologiae e
il commento al DE MEMORIA ET REMINISCENTIA d’AQUINO. Le trattazioni della
memoria contenute nel De Bono di Alberto e nella Summa di Tommaso !* si
richiamano esplici- tamente alla fonte aristotelica e a quella
pseudo-ciceroniana. Per Alberto, « ars memorandi quam tradit Tullius optima est
»; i precetti della mnemotecnica servono all’etica e alla retorica; la memoria
delle cose che concernono la vita e la giustizia è duplice: naturale e
artificiale. « Naturalis est quae ex bonitate ingenii deveniendo in prius
scitum vel factum facile memo- ratur. Artificialis autem est, quae fit
dispositione locorum et imaginum ». Come in tutte le altre arti, anche qui
l’arte e la virtù aggiungono perfezione alla natura e poiché nella nostra
azione «ex praeteritis dirigimur in praesentibus et futuris et non e converso
», la memoria si presenta, accanto alla intelli- gentia e alla providentia,
come una delle tre parti che costi- tuiscono la virtù della prudenza. Come ha
ben chiarito la Yates,!” l’autorità alla quale si appellavano Alberto e Tommaso
nella loro considerazione della memoria come parte della pru- denza era il De
inventione ciceroniano e poiché Cicerone nella sua seconda retorica (la
Rhetorica ad Herennium) aveva di: stinto tra memoria naturale e memoria
artificiale dettando le regole per la acquisizione della memoria artificiale
mediante l’impiego dei loc: e delle imagines, quella distinzione e que- dievali
di fronte a questo saggio. L'attribuzione del testo a Cornificio: RapHaeL
Recius, Utrum ars rhetorica ad H. Ciceroni falso iscribatur, in Ducenta
problemata in totidem institutionis oratoriae Quintiliani depravationes,
Venezia, 1491. Per la posizione di Valla sull'argomento cfr. VALLA (si veda),
Opera, Basilea, Cfr. ALBERTI Magni, De
Bono, Monasterii Westfaliorum in aedibus Aschendorff, 1951, vol. XXVIII, 249
segg. Il commento di Alberto al De memoria ct reminiscentia in Opera, ed.
Borgnet, IX, pp. 97 segg.; quello di Tommaso in Opera omnia, ed. Fretté,
Parigi, e In Avristotelis libros de sensu et sensato, de memoria et
reminiscentia commentarium, Roma, YatEs, The Ciceronian Art of Memory, nel vol.
Medioevo e Rinascimento, studi in onore di NARDI, Firenze] ste regole entravano
ad occupare un posto di primaria impor- tanza nella discussione di Alberto e di
Tommaso sulla me- moria come parte della prudenza. Di questa alta considera-
zione della € mnemotecnica “ciceroniana” è del resto precisa testimonianza l’ampiezza
della discussione di Alberto e la sua minuziosità: praticamente vengono
esaminati, nel De dono, tutti i precetti contenuti nella Retorica ad Herennium.
Basta, a titolo di esempio, riportare qui il passo di Alberto che si riferisce
al carattere «inconsueto » che devono avere le immagini: « Ad aliud dicendum,
quod mirabile plus movet quam consuetum, et ideo cum huiusmodi imagines
translatio- nis sint compositae ex miris, plus movent quam propria con- sueta. Ideo
enim primi philosophantes transtulerunt se in poe- sim, ut dicit Philosophus,
quia fabula, cum sit composita ex miris, plus movet ». Il richiamo ad
Aristotele è particolar- mente significativo: questi testi di Alberto e Tommaso
si pre- sentano infatti come un tentativo di fusione tra il testo aristo-
telico e quello ciceroniano. Ciò appare particolarmente evi- dente nella
trattazione della Summa theologiae tomistica. Muovendo dalla nota
identificazione della memoria con una parte della prudenza (« convenienter
memoria ponitur pars pruden- tiae... necessaria est ad bene consiliandum de
futuris »), Tom- maso mette a confronto la possibilità che ha la prudenza di
essere aumentata e perfezionata ex exercitio vel gratia con quella che si offre
alla memoria di essere perfezionata me- diante l’arte (« non solum a natura
perficitur, sed etiam habet plurimum artis et industriae »). Le quattro regole
della me- moria artificiale enunciate da Tommaso riguardano: l’uso delle
immagini (« quasdam similitudines assumat convenien- tes »), l'ordine che
facilita il passaggio dall’uno all’altro con- cetto o dall’una all’altra
immagine («ut ex uno memorato facile ad aliud procedatur »); la necessità della
concentrazione in vista della costruzione dei luoghi; la frequente ripetizione
in vista della conservazione dei concetti (« quod ea frequenter meditemur quae
volumus memorari »). La prima e la terza di queste regole derivano dalla
R&etorica ad Herennium, la se- conda e la quarta dal De memoria et
reminiscentia aristo- telico: non a caso, nel commento al De memoria, la prima
regola apparirà eliminata, la terza verrà adattata al testo aristotelico
mediante l’esclusione del riferimento alla costru- zione dei luoghi. Accanto
alle citazioni di Aristotele, di CICERONE e dello PSEUDO-CICERONE (si veda), di
Quintiliano, di Alberto e d’AQUINO, compaiono spesso, nei trattati di ars
memorativa composti fra il Trecento e il Seicento, i nomi di Platone (per il
luogo del Timeo, che fa riferimento alle maggiori capacità mnemoniche della
adolescenza, di Seneca (che in De deneficiis, Itocca, a proposito della memoria
dei bencfzi ricevuti sia il tema della frequenza sia quello dell’ordine), di
Agostino (per i ben noti passi sulla memoria nelle Confessioni e per i brevi
riferimenti in De Trinitate). Lo stesso sommario elenco di queste « autorità »
basta da solo a mostrare come quella trattatistica di ars memorativa che si
diffonde largamente in Europa dopo il Trecento si richiami ad una assai antica.
e non mai inter- rotta tradizione. Attraverso una vasta produzione la cui
storia attende ancora di essere puntualmente indagata, questa tradi- zione si
era andata svolgendo secondo diverse linee di svi- luppo e su piani differenti:
mentre il testo aristotelico affron- tava questioni connesse con il problema
della sensazione (non a caso i commenti medievali al De memoria et
reminiscentia appaiono sempre connessi a quelli al De sensu et sensato), della
immaginazione e dei rapporti fra anima sensitiva e anima intellettiva, i testi
di Cicerone, di Quintiliano e dello pseudo- Cicerone si erano mossi su un piano
tipicamente ed esclusi- vamente « retorico » richiamandosi all'arte della
memoria come ad una tecnica i cui compiti e i cui problemi si esaurivano
totalmente sul piano di una funzionalità in vista dei partico- lari fini
perseguiti dall’oratore. Dal De rhetorica di Alcuino al tentativo di Giovanni
di AQUINO in Aristotelis libros de sensu et sensato. Si ergo ad bene memorandum
vel reminiscendum, ex praemissis qua- tuor documenta utilia addiscere possumus.
Quorum primum est,
ut studeat quae vult retinere in aliquem ordinem deducere. Secundo ut profunde et intente eis mentem
apponat. Tertio ut frequenter medi- tetur secundum ordinem. Quarto ut incipiat
reminisci a principio. Salisbury di far rivivere gli ideali dell’eloguentia,
fino allo Speculum maius di Vincenzo di Beauvais, tutta la grande retorica
medievale si era collocata sotto il segno delle opere ciceroniane. Onde, com'è
stato giustamente notato, si può parlare di retorica scolastica solo ove si
elimini quasi comple- tamente dal termine “scolastica” il riferimento alla
“autorità” di Aristotele. In Alberto ed AQUINO i due piani sui quali si era
andata svolgendo nel corso del Medioevo la trattazione della memoria (il piano
speculativo e quello tecnico) appaiono per la prima volta strettamente connessi
e intrecciati: la psicologia razionale di Aristotele costituisce, per i due
grandi maestri della scolastica, lo sfondo e la cornice entro la quale quella
tecnica (che aveva avuto in CICERONE ec nella rhetorica secunda la sua
espressione più alta) andava collocata, inserita e giustificata. Come lYates ha
messo opportunamente in luce, questo sfondo rigidamente razionalistico della
mnemo- tecnica albertino-tomista costituiva molto probabilmente la [Di Atcuino
cfr. la Dispetatio de rhetorica et de virtutibus sapientissini Regis Karli et
Albini magistri (in Mine, P. L., in Ham, RAetores latini minores, e ora, in
Howett, The Rhetoric of Alcuin et Charlemagne, Princeton. Nella trattazione
delle cinque parti della retorica (trattazione che riproduce direttamente o
indirettamente quella ciceroniana) ci si limita ad affermare che l'arte della
memoria è stata raccomandata da Cicerone. Nel De dialectica (Micne, P. L.) la
logica viene sud- divisa in due parti: dialettica e retorica (K. Logica in quot
species dividitur? A. In duas, in dialecticam et rhetoricam). Mentre la tratta-
zione della dialettica derivava da Isidoro, da BOEZIO (si veda), dall’anonimo
Categoriae decem (ritenuto una traduzione agostiniana delle Categorie
aristoteliche), la trattazione della retorica, fondata sulla partizione delle cinque
grandi arti del De inventione, era assai vicina (come ha notato Howell) allo
spirito della trattazione ciceroniana. Più ampi riferi- menti alla memoria
appaiono presenti in Marciano CAreLLA, V, ove ci si richiama all'episodio di
Simonide (intellexit ordinem esse qui me- moriae praeccpta conferet), e nella
Novissima Rhetorica del BoxncowPAGNO
dove ci si richiama ad un abecedario immaginario come strumento per
l'arte della memoria. Leggo il passo di BONCOMPAGNO (si veda) sulla memoria
nella trascrizione che da TOCCO, Le opere latine, cit., p. 25 dal Cod. marciano
lat. cl. X, 8, f. 29v. Pa- gine essenziali sulla retorica medievale ha scritto
E. R. Curtius, Europiische Litteratur und lateinisches Mittelalter, Berna, 1948
(trad. fr. Parigi, 1956, pp. 76-98). °° F. A. Yates, The Ciceronian Art of
Memory] base del tentativo compiuto da Alberto e da Tommaso di sganciare
nettamente le tecniche della memoria artificiale dal piano magico-occultistico
dell’ars rotori o di un'arte “magica” della memoria intesa come “arte somma” o
come chiave della realtà universale. Nell’ars motoria, come poi avverrà più
tardi in taluni testi del pieno e del tardo Rinascimento, il problema dell’arte
memorativa appare infatti strettamente collegato a quello di un'arte segreta o
scientia perfecta capace di con- durre ad omnium scientiarum et naturalium
artium cogni- tionem mediante il congiungimento delle regole dell’arte con
formule di invocazione, figure mistiche e preghiere magiche.” Comunque stiano
le cose, è certo che sulla via inaugurata dai due grandi domenicani, la via
cioè di una sintesi tra le dottrine aristoteliche e quelle ciceroniane, si
muoveranno non pochi scritti di arte mnemonica. Chiaramente su questa linea è
per esempio il domenicano Bartolomeo da San CONCORDIO (si veda). Nel capitolo
dedicato a quelle cose che giovano a buona memoria » da lui inserito ne Gli
ammaestramenti degli antichi, frate Bartolomeo (dopo aver richiamato la Rée-
thorica ad Herennium, il Timeo, il De memoria e il secondo libro della Retorica
di Aristotele, l’Ars poetica di Orazio) fa- ceva larghe citazioni dal commento
di Tommaso al De me- moria e dalla « seconda della seconda » della Summa: «Di
quelle cose che huomo si vuol ricordare pigli alcune conve- nevoli simiglianze,
ma non del tutto usate; imperrocchè delle cose disutate più ci meravigliamo...
Conviensi che quelle cose che huomo vuole in memoria ritenere, egli colla sua
consi- derazione l’ordini sì, che ricordandosi dell’una vegnia nel- l’altra ».
Il riferimento alla dottrina ciceroniana dei luoghi e delle immagini appare
altrettanto esplicito: « Di quelle cose che vogliamo memoria havere, doviamo in
certi luoghi allogare imagini e similitudini ». Gli VIII precetti esposti da CONCORDIO:
I. apparare sin da garzone; II fortemente attendere; III ripensare spesso; IV ordinare;
V cominciar dal principio; VI pigliar simiglianza; VII non gravar la memoria di
troppe cose; VIII usare dei versi e delle rime -- appaiono quindi Cfr. il cap.
Salomon and the Ars notoria in THORNDIKE, History of magic and experimental
science, New York] ricavati da una sintesi tra i varî testi ai quali egli si è
richia- mato.?° Esclusivamente ispirato alla RAetorica ad Herennium (no-
nostante che l’autore dichiari due volte di «discostarsi da Tullio ») è invece
quel trattatello trecentesco in volgare sulla memoria artificiale che è stato
erroneamente attribuito a Bar- tolomeo. Accanto alla definizione del luogo («
una cosa dispo- sta a poter contenere in sè alcuna altra cosa ») e della imma-
gine («il representamento di quelle cose che si vogliono tenere a mente »)
compaiono in questo breve scritto sia la distinzione fra luoghi naturali «
facti per mano di natura » e artificiali « facti per mano d’huomo », sia le
regole relative alla costru- zione dei luoghi e al carattere simbolico delle
immagini: « An- cora conviene che la imagine sia segnata da alcuno segno il
quale si convenga per la cosa per la quale è facta, cioè che la imagine del re
pare che gli si convenga il segno della corona et a’ cavalieri il segno dello
scudo... Ancora conviene che a la imagine si faccia alcuna cosa, cioè che la
proprino, quanto agli acti, quelle cose che a loro si convengono, si come si
conviene ad uno lione dare l’imagine apta et ardita... Adunque veg- giamo
sempre che ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come nelle carte si
convengono porre le lettere. Questo tipo di rapporto fra luoghi e immagini, che
risale alla Retorica ad Herennium, e che resterà per tre secoli uno degli
assiomi fondamentali dell’« arte », appare del resto pre- sente anche in altri saggi.
L’arte della memoria per due, luoghi et imagini, è facta. E’ luoghi non hanno
diferentia da le imagini se non perché sono imagini fisse sopra le quali,
siccome sopra a charta, alcune imagini sono dipinte... ?2 Fra BartoLoMEo di San
CONCORPIO (si veda), Ammaestramenti degl’antichi. Il testo, per intero
riprodotto in appendice, è contenuto nei codici Palat. 54 e Conv. soppr. della
Nazionale di Firenze. Un altro commento alla RAetorica ad Herennium ( è
contenuto nel Cod. Aldino di Pavia: cart. sec. XV, di cc. III con numerazione
di mano più recente. Il Textus de artificiali memoria: Mo passamo al texoro de
le cose trovate et de tutte le parte de la Rectorica custodevole Me- moria.
Expl.: Con le cose premesse cioè con Studio, Fatiga, Ingegno, Diligentia. Finis
commenti in particulari. onde i luoghi sono come materia e le imagini come
forma ».5! Le varie regole presenti nel trattatello precedentemente citato
tornavano, con lievi differenze, anche in questo scritto. Ma della diffusione
negli ambienti domenicani del secolo XIV dell’ars memorativa fanno fede, oltre
i testi citati, anche quella connessione, che in molti casi venne a stabilirsi
fra l’ars me- moriae e l’ars praedicandi. Non a caso Lodovico Dolce, che fu nel
Cinquecento uno dei più noti volgarizzatori dei pre- cetti della retorica e di
quelli della mnemotecnica, si richia- mava nel 1562? alla Summa de exemplis et
similitudinibus di Fra Giovanni GORINI (si veda) di S. Gimigniano come ad uno
dei testi capitali dell’arte mnemonica e collocava il suo nome, accanto a
quello di Cicerone e di Pietro da Ravenna, nell’elenco dei fondatori dell’arte.
In quel testo che si era pre- sentato come « perutilis praedicatoribus de
quacumque mate- ria dicturis », la costruzione di analogie fra i vizî e le
virtù da una parte e i corpi celesti e i moti della terra dall’altra dava luogo
appunto ad una tecnica del costruire immagini capace di consentire al
predicatore una ordinata esposizione e di col- pire in modo efficace e
persuasivo la fantasia degli ascoltatori. Accanto a preoccupazioni di questo
genere, un vero e proprio interesse per una tecnica della memoria non era stato
del resto affatto estraneo ai cultori di quella scienzia quae tradit formam
artifictaliter praedicandi*" che aveva avuto nel Trecento una 24 Cod.
Magliab. La data in fine (Explicit et finitus die X mensis junii millesimo
CCCC® XX° Indit. XIII per Petrum quon- dam Ser Petri de Pragha) fa riferimento
alla stesura della miscellanea nella quale il cod. è contenuto. Altri passi,
diversi da questo qui ripor- tato, di questo stesso cod. furono trascritti dal
Tocco, Le opere latine. Dialogo di DOLCE (si veda) nel quale si ragiona del
modo di accrescere et conservar la memoria, in Venetia, appresso Sessa, prima
cdizione, Triv. Mor. Il saggio di GORINI (si veda) e pubblicato a Venezia: Semma de exemplis et
similitudinibus rerum noviter impressa. Incipit summa insignis et perutilis praedicatoribus
de quacunque materia dic- turis fratris Johannis de Sancto Genuniano, Impressum
Venetiis per Johannem et Gregorium de Gregoris. L'espressione è di BASEVORN (si veda), autore di una
Forma praedicandi. Il saggio è stato pubblicato in appendice a Charvanp, Artes
praedicandi, contribution] è larghissima diffusione. Per uno dei maggiori
teorici della predicazione, Waleys, la divisio thematis esercita una funzione
precisa : Dato vero quod tantum una fiat divisio thematis, adhuc illa divisio
erit bene utilis, tam praedicatori quam auditori. Non enim propter solam
curiositatem, sicut aliqui cre- dunt, invenerunt moderni quod thema dividant,
quod non consucverunt antiqui. Immo, est utilis praedicatori, quia divisio
thematis in diversa membra pracbet occa- sionem dilatationis in prosccutione
ulteriori sermonis. Auditori vero est
multum utilis, quia, quando praedicator dividit thema et postmodum membra
divisionis ordinate et distinctim prosequitur, faciliter capitur et tenetur tam
materia sermonis quam etiam forma et modum praedicandi. In quel singolare
prodotto di cultura che fu la medievale ars praedicandi le esigenze della
persuasione retorica, della co- struzione di immagini capaci di dar luogo ad
emozioni ben controllabili si connettevano in tal modo con i precetti relativi
all'ordine e al metodo concepiti come strumenti per imprimere nella memoria i
contenuti e la forma dell’orazione. In molti trattati quella caratteristica
tematica speculativa che faceva da sfondo alle trattazioni di Alberto, di
Tommaso, di frate Bartolomeo viene decisamente abban- donata. Come avviene per
esempio nelle Artificialis memoriae regulae di Iacopo RAGONE (si veda) da
Vicenza conservate in varì manoscritti l’interesse dell’autore si volge
l’histoire de la rhetorique au Moyen Age, Paris. Si vedano i cataloghi dei mss.
compilati da H. CapLan, Mediaeval Artes praedicandi. A Hand-List e A supplementary
Hand-List, Cornell Studies in Classical Philology, Ithaca, e, dello stesso
autore, A late mediaeval Tractate on Preaching, nel vol. Studies in Rhetoric and Public Speaking in honour of
Winans, New York, Cfr. Waters, De modo
componendi sermones, in ChÒartanp, Artes praedicandi. n Nel codice
marciano il trattato di RAGONE (si veda)
è conservato in due esemplari (di diversa mano). Un terzo esem- plare è nel
codice marciano, un quarto nel cod. dell’Ambrosiana. Lievi le differenze. I
passi qui citati sono stati tra- in modo esclusivo ad un esame ampio e
dettagliato delle tecniche di ricerca dei luoghi: 53r. Iussu tuo, princeps
illustrissime, artificialis memorie re- gulas, quo ordine superioribus diebus
una illas exercuimus, hunc in librum reduxi tuoque nomini dicavi, imi- tatus
non modo sententias, verum et plerunque verba ipsa CICERONE et aliorum
dignissimorum philosophorum qui accuratissime de hac arte scripserunt. Praeceptore
CICERONE ac etiam teste AQUINO, artificialis memoria doubus perficitur: locis
videlicet et imaginibus. Locos enim consideraverunt necessarios esse ad res
seriatim pronunptiandas et diu memoriter tenendas, unde sanctus Thomas oportere
inquit ut ca que quis memoriter vult tenere, illa ordinata consideratione
dispo- nat ut ex uno memorato facile ad aliud procedatur. Ari- stoteles etiam
inquit in libro quem de memoria inscripsit: a locis reminiscimur. Necessarii
sunt ergo loci ut in illis imagines adaptentur ut statim infra patebit. Sed imagines
sumimus ad confirmandum intentiones, unde allegatus AQUINO: oportet, ait, ut
eorum quae vult homo memorari quasdam assumat similitudines convenientes. Dopo
essersi rapidamente richiamato alla fonte ciceroniana e a quella tomistica,
Ragone passa a trattare, in modo molto più articolato di quanto non avessero
fatto gli autori da lui citati, delle caratteristiche della memoria «locale » :
53 v. Differunt vero loci ab imaginibus nisi in hoc quod loci sunt non anguli,
ut existimant aliqui, sed imagines fixe super quibus, sicut supra carta, alic
pinguntur imagines delebiles sicut littere: unde loci sunt sicut materia,
imagi- nes vero sicut forma. Differunt igitur sicut fixgum et non fixum.
Consumitur autem ars ista centum locis, quatenus expedit pro integritate
ipsius. Sed, si tue libuerit celsitu- dini, poterit eodem alios sibi locos
invenire faciliter per horum similitudinem. Sed oportet omnino non modo bona,
verum etiam optima diligentia ac studio locos ipsos notare et firmiter menti
habere, ita ut, modo recto et scritti dal Cod. marciano 274 ai ff. 53-66; si è
fatto ricorso, per la com- prensione dei passi dubbi, sia all'altro esemplare
contenuto nello stesso Codice, sia al Cod. T. 78 sup. dell'’Ambrosiana, ff.
1-21v. Il testo del Ragone è dedicato al Marchese di Mantova: Ad illustrissimum
princi- pem et armorum ducem Iohannem Franciscum Marchionem Mantue.
Artificialis memorie regule per Iacobum Ragonam vicentinum. Nel cod.
dell'’Ambrosiana il titolo è invece: Tractatus brevis ac solemnis ad sciendam
et ad conseguendam artem memorie artificialis ad M. Mar- chionem Mantue retrogrado
ac iuxta quotationem numerorum, illos prompte recitare queas. Aliter autem
frustra temptarentur omnia. Expedit igitur ut in locis servetur modus, ne sit
inter illos distantia nimis brevis vel nimium remota sed moderata ut puta sex
vel octo aut decem pedum vel circa iuxta magni- tudinem camere; nec sit in
illis nimia claritas vel obscuritas sed lux mediocris. Et est ratio quia nimium
remota vel an- gusta, nimium clara vel obscura causant moram inquisi- tionem
imaginative virtutis et ex consequenti memoriam retardant dispersione rerum que
representande sunt aut earum nimia conculcatione, sicut oculus legentis tedio
af- fligitur si litterc sint valde distincte et male composite aut nimis
conculcate. Loci vero quantitas non est adeo su- menda modica, ut numero
videatur esse capax imaginis, quia violentiam abhorret cogitatio ut si velles
pro loco sumere foramen ubi aranca suas contexit tellas et in illo 54r. velles
equum collocare, non videretur modo aliquo posse / equum capere. Sed ipsorum
locorum quantitas sumenda est ut statim inferius distincte notatum invenies. I
luoghi dovranno dunque esser disposti in modo da consen- tire una facile e
rapida lettura: la loro distanza e la loro gran- dezza sono state stabilite
sulla base di alcune osservazioni di natura psicologica. Si tratta ora, sempre
sulla base di osserva- zioni dello stesso tipo e tenendo conto di determinate
asso- ciazioni che si presentano fra i varî contenuti della memoria, di
procedere ad una scelta dell’« edificio » nel quale i luoghi (e di conseguenza
le immagini) dovranno essere collocati : 54 r. Oportet etiam ne loci sint in
loco nimium usitato sicut sunt plateac ct ecclesie, quoniam nimia consuetudo
aut aliarum rerum representatio causant perturbationem et non claram imaginum
representationem ostendunt sed confu- sam, quod summopore est cavendum, quia si
in foro locum constitueres et in co rei cuiuspiam simulacrum locares, cum de
loco simulacroque velles recordari, additus, reddi- tus, meatusque frequens et
crebra gentis nugatio contur- baret cogitationem tuam. Studebis ergo habere
domum que rebus mobilibus libera sit et vacua omnino, et cave ne assumas cellas
fratrum propter nimiam illarum similitu- dinem, nec hostia domorum pro locis
quia cum nulla vel parva tibi sit differentia idco confusio. Habeas ergo do-
mum in qua sint intra cameras salas coquinas scalas vi- ginti, et quanto in
ipsis locis dissimilitudo maior, tanto utilior. Nec sint camere iste ct
reliquie excessive magne vel parve, et in earum qualibet facies quinque locos
iuxta distantiam dictam superius scilicet sex aut octo vel decem pedes. Et
incipe taliter ut, a dextris semper ambulando vel a sinistris quocunque altero
istorum modorum ex apti- tudine domus tibi commodius fuerit, non oportcat te
re- trocedere. Sed, sicut in re domus procedit, ita continuen- tur loci tui per
ordinem domus, ut sit facilior impressio ex ordine naturali. Sulle
caratteristiche “materiali” dei luoghi (grandezza, lu- minosità, non-uniformità,
ecc.), sulla scelta e la funzione delle immagini, si sofferma, con altrettanta
minuziosità l'anonimo autore di un altro testo manoscritto °° che risale, molto
pro- babilmente, allo stesso periodo e agli stessi ambienti culturali. De
ordine locorum. Circa cognitionem et ordinem locorum debctis scire quod locus
in memoria artificiali est sicut carta in scriptura, propterea quod scribitur
in carta quando homo vult recordari et non mutatur carta. Ita loca debent esse
immobilia, hoc est dicitur quod locus de- bet semel accipi et nunquam dimitti
seu mutari sicut carta. Deinde super talia loca formande sunt imagines il-
larum rerum vel illorum nominum quorum vultis recor- dari sicut item scribuntur
in carta quando homo recordari vult. De forma locorum. Loca debent esse facta
ct ita formata 42r. quod non sint nimis parva nec nimis magna / ut verbi gratia
non debes accipere pro uno loco unam domum vel unam terram vel unam schalam,
nec etiam, sicut dixi, nimis parvum locum scilicet unum lapidem parvum nec unum
foramen vel aliud tale. Et ratio est ista: nam humanus intellectus non circa
magnas res nec circa parvas colligitur et imago evanescit; sed debes accipere
loca me- dia scilicet terminum clarum et non nimis obscurum, nec enim debes
accipere loca in illo loco nimis solitario, sicut in deserto vel in silva, nec
in loco nimis usitato, sed in loco medio: scilicet non nimis usitato nec nimis
deserto. Et 2° I passi di seguito citati nel testo sono stati trascritti dal
Cod. mar- ciano Ars: memoriae artificialis incipit. Ars memoriac artificialis,
pater reverende, est ca qualiter homo ad recordan- dum de pluribus pervenire
potest per memoriam artificialem de quibus recordari non possit per memoriam
naturalem). Dello stesso trattato ho visto altri tre esemplari: il Vatic. lat.
Practica super artificiali memoria. Pater et reverende domine. Quatenus homo ad
recordandum) che reca solo l’inizio del trattato; il Vatic. lat. Ars memoriae
artificialis est qualiter homo ad recor- dandum de pluribus pervenire possit)
che reca il trattato quasi com- pleto; il Vat. lat. Ars memoriae artificialis
est qualiter homo) che, come il Vat. lat., si interrompe dopo le prime pagine.
Al £. 68r. è ripetuto l’inizio del trattato.] nota quod predicta loca bene
scire debes ct ante et retro et ipsa adigerc per quinarium numerum, videlicet
de quinque in quinque. Et debes scire quod loca non debent esse dissimilia, ut puta domus sit
primus locus, secundus locus sit porticus, tertius locus sit angulus, quartus
locus sit pes schale, quintus locus sit summitas schale. Et nota quod per
quintum vel decimum locum dcebes ponere unam manum auream aut unum imperatorem
super quin- tum vel decimum locum; qui imperator sit bene atque imperialiter
indutus, vel aliquid aliud mirabile vel defor- me, ut possis melius recordari.
Et haec sufficiant quantum ad formam locorum. Nunc autem videndum est de ima-
ginibus per predicta loca ponendis. De imaginibus. Est enim sciendum quod
imagines sunt sicut scriptura et loca sicut carta. Unde notatur quod 42v. aut
vis recordari propriorum nominum aut appellativo- rum aut grechorum aut illorum
nominum quorum non intelligis significata aut ambasiatarum aut argumentorum aut
de aliis occurrentibus. Ponamus igitur primum quod ego vellim recordari nominum
propriorum. Sic enim ponere debes imagines in proprio convenienti loco et ipso
sic facto: cum vis recordari unius divitis qui nominatur Petrus, immediate
ponas unum Petrum quem tu cogno- scas qui sit tuus amicus vel inimicus vel cum
quo habuisti aliquam familiaritatem, qui Petrus faciat aliquid ridi- culum in
illo loco, vel aliquid inusitatum, vel simile dicat... In secundo loco ponas
unum Albertum quem tu cognoscas, ut supra licet per alios diversos modos, vide-
licet quod dict:;s Albertus velit facere aliquid inusitatum vel deforme
scilicet suspendens se et ut supra. In tertio loco, si vis recordari istius
nominis equi, ponas ibi unum equum album, magnum ultra mensuram aliorum, et qui
percutiat quenpiam tuum amicum vel inimicum cum calcibus vel pedibus
anterioribus, vel aliquid simile faciat ut supra. Dalla lettura di queste lunghe citazioni ci sì può fare
un’idea abbastanza precisa di quale fosse l’effettivo “funzionamento” dell’ars
memorativa di origine “ciceroniana”. La qualificazione non è inutile perché la
mnemotecnica dei lullisti e degli aristo- telici è fondata su procedimenti
affatto differenti. Per realiz: zare l’arte mnemonica è necessario, in primo
luogo, disporre di una specie di struttura formale che, una volta stabilita,
possa essere sempre impiegata per ricordare una serie qualunque di cose o di
nomi (res aut verba). Questa struttura formale o fira e sempre reimpiegabile
(come dicono i teorici della mnemotecnica, la carta o la forma), viene
costruita in modo arbi- trario: si sceglie una località (edificio, portico,
chiesa ecc.) che può essere “fantastica” o reale e già di fatto conosciuta e si
fissano all’interno di questa località un certo numero di luoghi. Il carattere
arbitrario o convenzionale di queste scelte è, come abbiamo visto, limitato da
un certo numero di regole che riguardano: le caratteristiche della località e
dei luoghi (ampiezza, solitudine, luminosità ecc.); il modo nel quale i luoghi stessi devono
essere ordinati. È da ricordare infine che la maggiore o minore ampiezza di
questa struttura formale condiziona la quantità dei contenuti che in essa
possono essere inseriti: nel caso per esempio che si sia costruito un insieme
di cento luoghi, questa struttura potrà essere impiegata per ricordare una
quantità di nomi e oggetti fino a un massimo di cento (al problema della multiplicatio
locorum o del progres- sivo allargamento della struttura verranno non a caso
dedicate molte discussioni). La struttura formale così ottenuta si presta ad
essere riempita da contenuti mentali di qualsiasi natura e di volta in volta
variabili (/magines delebiles o materia o scrittura). Per effettuare questo
“riempimento” si fa ricorso alle immagini che devono simbolizzare, nel modo più
adatto a colpire in modo duraturo la mente, le cose o i termini che si vogliono
ricordare. Anche qui, l’arbitrarietà nella scelta delle immagini appare
limitata da regole che concernono: la “mostruosità” o “stranezza” delle
immagini e il loro carattere direttamente evocativo di contenuti. Le singole
immagini vanno infine collo- cate nei singoli luoghi “provvisoriamente” (in
vista cioè del ricordo di una particolare serie di nomi o di cose). Ripercor-
rendo mentalmente (in modo semi-automatico) la località pre- scelta o la
struttura costruita, si potranno aver presenti imme- diatamente, attraverso il
richiamo delle immagini e la sugge- stione da esse esercitata, i termini o le
cose appartenenti alla serie che si voleva ricordare. Data la struttura fissa
dei luoghi, termini e cose ricompariranno nel loro ordine originario e
quest'ordine sarà a piacere invertibile. Il problema della dispositio locorum e
della formazione delle immagini occupa, nelle trattazioni alle quali ci siamo
riferiti, una parte assai rilevante. Proprio su questo tipo di codificazioni
insisterà la maggior parte dei trattati quattro-cinquecenteschi,‘' ed è al
carattere esclusivamente “tecnico” che questi trattati vanno assumendo, che ci
dobbiamo richiamare per spiegarci la loro sostanziale uniformità. Gli autori
che si occupano dell’ars memorativa non si presentano mai come de- gli
inventori, ma sempre come dei “chiarificatori” dell’arte: essi si limitano a
trasmettere una serie di regole già codificate, cercando di esporle in forma
particolarmente accessibile e di giungere, se possibile, a qualche integrazione
o migliora- mento. Magari attraverso la riduzione delle regole ad uno
schematico formulario,®? l’arte dev’essere resa facilmente e so- # Si vedano
per esempio oltre ai due mss. dell'Ambrosiana (anche nel Cod. Angelica), il
Cod. marciano (De Memoriae locis libellus) e, alla Casanatense, il Liber seu
ars memoriae localis. Una breve trattazione in volgare degli stessi problemi è
nel Cod. Riccardiano: Appresso io Michele di Nofri di Michele di Mato del
Gioganti ragioniere mostrerò il prencipio dello ’nparare l’arte della memoria,
la quale mi mostrò il maestro Niccholo Cicco da Firenze, quando ci venni,
cominciando per locar luoghi nella casa mia. E queste sono lc otto sopradette
figure della memoria artificiale e tutti i modi, atti e cose che s’appartengono
in essi. E maturamente studiare et sapere, e verrai a perfezionare e a notizia
vera di presta scienza. È quanto avviene nel cod. dell’Ambrosiana, Regulae
artificialis memoriae. Locorum multitudo; locorum ordinato; locorum meditatio;
locorum solitudo; locorum designatio; locorum dissimilitudo; locorum mediocris
magnitudo; locorum mediocris lux; locorum distantia; locorum fictio. Locorum
multiplicatio: addendo diminuendo per sursum et deorsum, per antrorsum et
retrorsum, per destrorsum et sinistrorsum. Imaginum: alia in toto similis; alia
in toto dissimilis: per oppositionem, per diminutionem, per transpositionem
locorum, per alphabetum, per transuptionem locorum, per loquelam ». Si veda
anche, sempre all’Ambro- siana, il Cod. E. 58 sup., Ars memoriac. Locorum
multitudo, ordi- natio, permeditatio, vacuitas sive solitudo, quinti loci
signatio, locorum dissimilitudo, mediocris magnitudo, mediocris lux, distantia,
fictio. Locus multiplicatur: addendo, diminuendo, mutando (per sursum, deorsum,
antrorsum, retrorsum, dextrorsum cet sinistrorsum), mensurando (longum, latum,
profundum). Idolorum: aliud in toto simile, aliud in toto dissimile per
contrarium, per consuetudinem, per transpositionem (per alphabetum, sine
alphabeto), aliud parum simile per compositio- nem, per diminutionem, per
transpositionem, per trasunptionem (lite- rarum vel silabarum), per loquelam ».
Del trattatello qui trascritto dal Cod. Ambrosiano E. 58 sup. esiste un altro
esemplare, quasi identico, nel Ms. 90, f. 84v. della Casanatense. L'idea di
rendere l’arte rapida- mente acquisibile attraverso uno schema, si presenta
strettamente assoprattutto rapidamente acquisibile. Su quello che abbiamo chia-
mato il carattere “tecnico” di questi trattati, giova d’altra parte insistere
per intendere le finalità che essi si proponevano e il clima culturale entro il
quale essi poterono trovare larga dif- fusione. L’arte “ciceroniana” della
memoria si presenta, nel Quattrocento, come del tutto priva di finalità e di
intenti di carattere speculativo, si pone come uno strumento utile alle più
varie attività umane. Il trattatello manoscritto di GUARDI (si veda) (o Girardi
(si veda) eximii doctoris artium et medicinae magistri si propone per esempio
di insegnare a ricordare: i termini sostanziali e accidentali, gl’autori citati
(auczoritates), i discorsi comuni (orationes stmplices), il contenuto di
lettere, di collezioni e di libri di storia (epistolas, collectiones et
historias prolixas), le argomentazioni e i discorsi scientifico-filosofici
(argumenta et orationes sillogisticas), le poesie e i termini appartenenti a
lingue non conosciute (versus et dictiones ignotas, puta graecas hebraicas),
gli articoli del codice (capita legum). Sul modo di ricordarsi delle
ambasciate, delle testimonianze, degli argomenti insistono del resto tutti i
testi che si presentano talvolta come un adatta- mento delle regole della
mnemotecnica alla finalità di una vittoria nelle discussioni.” ciata all'altra
di una serie di versi mediante i quali si potessero rapida- mente mandare a
memoria le regole dell’arte. Si vedano per esempio i versi ai quali fa ricorso
il magister Girardus – GIRARDI (si veda) nel trattato contenuto nel Cod. sup.
dell’Ambrosiana c, in altro esemplare, nel cod. dell'Angelica, e il Tractatus
de memoria artificiali carmine scriptus che ho visto nel cod. dell’Ambrosiana.
Un altro esemplare nel Ms. dell’Angelica. Cfr. il già citato Cod. Marciano. De
ambasiatis recordandis. Si vis recordari unius ambasiate quam facere debes,
pone in loco imaginato ut supcerius scribebam... Si ambasiata est nimis
prolixa, tunc pone unam partem ambasiate in uno loco et aliam partem in uno
alio loco ut supra, quia memoria naturalis adiuvabit te. De argumentis
recitandis. Argumenta si recitare velis... De testis recor- dando. Si vis
recordari unius testis ponas primam particulam in illo loco, primam in primo,
tertiam in tertio et sic de aliis successive... ». Ma si veda anche il Cod.
Ambrosiano Ambasiatas vero sì commode volueris recordari.. Sulla costruzione di
argomenti insistono molto trattati. Si veda per esempio il Cod. Marciano. Legata
per le sue stesse origini agli intenti pratici della retorica, l’ars memorativa
intende dunque presentarsi come un aiuto per chi è impegnato in varie guise in
attività mon- dane e civili. Il Congestorius artificiosae memoriae di Romberch,
un testo che ebbe nel Cinquecento diffusione eu- ropea, si presenta come
un’opera utile a teologi, predicatori, professori, giuristi, medici, giudici,
procuratori, notai, filosofi, professori di arti liberali, ambasciatori e
mercanti. Che testi di questo genere potessero effettivamente presen- tare una
qualche reale utilità appare senza dubbio difficilmente credibile. Tuttavia se
dobbiamo prestar fede a una serie nume- rosa di testimonianze, gli assertori e
i teorici della mnemo- tecnica erano giunti a risultati di un qualche rilievo.
Il celebre Tomai (si veda), autore di un trattatello sulla memoria artificiale
(Venezia) che ha enorme [Tractatus de memoria artificiali adipiscenda eaque
adhibenda ad argumentandum ct respondendum (Inc.: Ne in vobis, fratres, imo
fili carissimi opus omittam devotionis). 35 Congestorius artificiosae memoriae
]oannis Romberch de Kryspe, omnium de memoria pracceptione aggregatim
complectens. Opus omnibus Theologis, praedicatoribus, professoribus, iuristis,
iudicibus, pro- curatoribus, advocatis, notariis, medicis, philosophis, artium
liberaliun: professoribus, insuper mercatoribus, nuncits, et tabelariis
pernecessarium, Venetiis, in aedibus Georgii de Rusconibus (Triv. Mor.). Phoenix
seu artificiosa memoria domini TOMAI (si veda) memoriae magistri, Bernardinus
de Choris de Cremona impressor delectus im- pressit Venezia. Una copia di
questa edizione originale curata dallo stesso autore è contenuta, insieme a due
altri incunaboli, nel cit. Cod. Marciano. A questa prima edizione si richiamano
le citazioni del testo e quelle riportate nell'appendice. Le regulae
dell'operetta di TOMAI -- dalla prima alla dodicesima -- sono presenti nel Cod.
Vat. lat. (Fenix domini TOMAI memoriae magistri. Expl.: Finis. Deo gratias
matrique Mariae) e sono in parte riprodotte anche nel Cod. Aldino di di Pavia.
Cfr. Magister TOMAI de memoria. Expl.: Expliciunt regulae memoriae artis
egregii ac rmemorandi viri Petri Magistri de Memoria. Su Pietro da Ravenna
cfr., oltre al TiraposcHi, Storia della letteratura italiana, Modena,; BORSETTI
risonanza e non sarà senza influenza su BRUNO, afferma di poter disporre di più
di centomila luoghi che si era andato costruendo onde riuscir superiore a tutti
nella conoscenza del diritto romano. Cum patriam relinquo — scrive — ut
peregrinus urbes Italiae videam, dicere possum om- nia mea mecum porto; nec
cesso tamen loca fabricare. Di fronte al suo maestro Alessandro Tartagni da
Imola, a Pavia, TOMA si mostra in grado di recitare a memoria totum codicem
iuris civilis, il testo e le glosse, di ripetere parola per parola le lezioni
di Alessandro e più tardi, a Padova, aveva stupefatto il capitolo dei canonici
regolari recitando a memoria prediche intese una sola volta. Della sua abilità
egli parla del resto a più riprese in pagine nelle quali un’accorta auto-
propaganda si associa al manifesto desiderio di suscitare nell'animo dei
lettori una stupefatta ammirazione per tanto prodigio. Mi è testimone Padova. Ogni
giorno leggo, senza bisogno di alcun libro, le mie lezioni di diritto, proprio
come se avessi il libro dinanzi agl’occhi, ricordo a memoria il testo e le
glosse e non ometto la benché minima sillaba. Ho collocato in XIX lettere
dell’abecedario ventimila passi del diritto civile e, nello stesso ordine,
settemila passi dei libri sacri, M carmi di OVIDIO. CC sentenze di CICERONE, CCC
detti dei filosofi, la maggior parte dell’opera di VALERIO Massimo. Historia
Gymnasti Ferrariac, P. Ginann I, Scrittori ravennati. Alla Classense di Ravenna
è da vedere, per una biografia, il Cod. Mob. contenente la genealogia dei TOMAI
(si veda).Le ragioni del termine phœnix contenuto nel titolo sono chiarite dal stesso
TOMAI. Et cum una sit foenix et unus iste
libellus, libello si placet Foenicis nomen imponatur. Ma alla fenice fanno riferimento, nello stesso senso,
anche altri saggi: si veda per es. nel cod. Palat. 885 della Naz. di Firenze il
Liber qui dicitur Phenix super lapidem philosophorum -- Post diuturnam operis
fatigationem. Expl.: de lapide philosophorum natura et compositione sive
fixione quae dicta sunt observentur. Deo gratias. Finis). Phoenix seu artificrosa memoria. Phoenix seu
artificiosa memoria, cit., ff. 92v.-94v. (cfr. i passi ri- portati
nell’appendice). Ma si veda anche quanto scrive TOMAI. In magna nobilium
corona, dum essem adolescens, mihi semel fuit propositum ut aliqua nomina
hominum per unum ex astantibus IMMAGINI E MEMORIA LOCALE. Meno sospette delle
testimonianze dell’interessato appaiono quelle di Eleonora d’Aragona, che
chiamava l’intera città di Ferrara a testimoniare della prodigiosa memoria di
TOMAI o di Bonifacio del Monferrato che, dopo aver constatato la sua
straordinaria virtù, lo raccomanda caldamente ai re, ai principi, ai magnifici
capitani e ai nobili italiani, o infine del doge Barbarigo. Comunque stiano le
cose, è certo che la straordinaria fama della quale gode in Italia questa
singolare figura e affidata, più che alle sue pur non trascurabili cognizioni
giuridiche, al fatto che egli si presentiva come la vivente dimostrazione della
validità di un'arte alla quale si volgevano, in quell’età, le speranze e le
aspirazioni di molti. Professore di diritto a Bologna, a Ferrara, a Pavia, a
Pistoia, a Padova, TOMMAI contribuì senza dubbio a diffondere, in tutta Italia,
l’interesse per l’ars memorativa. Conteso al doge veneziano da Bugislao duca di
Pomerania e da Federico di Sassonia, TOMMAI vide aperte dinanzi a sè le porte
di Wittenberg. Dopo aver rifiutato un invito del re di Danimarca, passa a
Colonia e di qui, accusato di poco corretto comportamento -- scholares itali
non poterant vivere sine meretricibus – e costretto a ritornarsene in Italia.
La notorietà di questo personaggio e l’ammirazione per la sua opera non saranno
senza risonanze. La Phoenix seu artificiosa memoria del Ravennate esercita su
tutta la successiva produzione di mnemotecnica una larghissima influenza e a TOMMAI
si rifaranno, come ad un eccelso maestro, tutti i filosofi italiani. La
diffusione di questo saggio, stampato per la prima volta a Venezia, poi
ripubblicato a Vienna, a Vicenza, a Colonia, tradotto in inglese da una
precedente edizione in lingua francese, basta da sola a mostrare come del dicenda recitarem. Non negavi. Dicta ergo
sunt nomina. In primo loco posui amicum illud nomen habentem, in secundo
similiter, et sic quot dicta fuerunt, tot collocavi, et collocata recitavi ». i
Il testo della lettera di Eleonora d'Aragona è in Phoenix seu artifi- ciosa
memoria] fossero interessati alla memoria locale ambienti non soltanto italiani.
L’operetta di TOMMAI appare costruita secondo i già ben noti schemi della
tradizione ciceroniana CICERONE. Più che sulle regole concernenti la ricerca
dei luoghi, TOMMAI volge tuttavia la sua attenzione alla funzione esercitata
dalle immagini e si sofferma a lungo sul concetto che l’immagini, per essere
davvero efficaci, debbono porsi come dei veri e propri eccitanti dell'immaginazione.
Solitamente colloco nei luoghi delle fanciulle formosissime che eccitano molto
la mia memoria e credimi. Se mi sono servito come immagini di fanciulle
bellissime, più facilmente e regolarmente ripeto quelle nozioni che avevo
affidato ai luoghi. Possiedi ora un segreto utilissimo alla memoria
artificiale, un segreto che ho a lungo taciuto per pudore. Se desideri
ricordare presto, colloca nei luoghi vergini bellissime. La memoria infatti è
mirabilmente eccitata dalla collocazione delle fanciulle. Questo precetto non
potrà giovare a coloro che odiano e disprezzano le donne e costoro
conseguiranno con maggiore difficoltà i frutti dell’arte. Vogliano perdonarmi
gl’uomini casti e religiosi. Avevo il dovere di non tacere una regola che in
quest'arte mi procurò lodi ed onori, anche perché voglio con tutte le mie forze
lasciare successori eccellenti. Opere come quelle del Romberch e di TOMMAI
avevano intenti eminentemente, se non esclusivamente] praedizioni viennesi, l’edizione
di Londra, che è senza data: il trattato viene presentato, senza nome
dell’autore, da Copland come The art of memory, that otherwise is called the
Phenix, an essay very behouefull and profitable to all professors of science,
granmarians, rhetoricians, dialectyks, legystes, philosophers and theologians.
Stampato da Middleton si presenta come a translation out of French into English,
edizione di Colonia e Vicenza. Per la rinomanza di TOMAI in Germania è da
ricordare che Agrippa si vantò di averlo avuto maestro e che un ampio elogio di
TOMAI, maestro di memoria, è inserito nell’Abecedario aureum dell'Ortwin,
Colonia. Phoenix seu artificiosa memoria] tici”: si rivolgevano ai filosofi solo in
quanto anch'essi, così come i medici o i notai o i giuristi, sono impegnati in
terrene faccende. Con tutto ciò anche in questi trattati, nei quali l’in-
teresse tecnico appare dominante, si affacciano dei motivi (cone per esempio
quello delle immagini) che hanno stretti rapporti con la cultura
rinascimentale, e temi, quale per esempio quello del rapporto arte-natura, che
erano stati e soprattutto saranno ampiamente dibattuti in sede più
specificamente filosofica. «La memoria locale è un’arte con la quale riusciamo
a ricordare facilmente e ordinatamente molte cose delle quali, con le forze
naturali, non sarebbe possibile che noi avessimo o così pronta o così distinta
memoria », si afferma nell’ Urb. lat. e su questo motivo, il cui spunto appare
già presente nei saggi di CICERONE e di Quintiliano, si ritornerà da più parti
con accenti significativi. Mentre contrapponeva i risultati dell’arte a quelli
della natura, l'anonimo autore del ms. lat. conservato alla Marciana,
avvicinava non a caso l’arte mne- monica agli altri ritrovati della tecnica e
tuttavia, proprio in quel punto, sentiva il bisogno di porre l’arte sotto il leggen-
dario patrocinio di Democrito ‘' e di presentarsi come il chia- rificatore
delle straordinarie difficoltà e delle « oscurità » conte- nute nella RAetorica
ad Herennium : 42 Urb. lat.Cod. marciano. Il brano di seguito citato nel testo,
che trascrivo dal cod. cit., è già stato pubblicato da Tocco, Le opere latine
di BRUNO, che fa riferimento al Cod. Marciano. Tocco nota come ritorni in più
di un trattato di memoria artificiale il nome di Democrito come fondatore
dell’arte. Cfr. Cod. marciano: Tractatus super memoria artificiali, ordinatus
ad honorem egregii et famosissimi doctoris nec non et comitis Troili
Boncompagni P. F. Homines enim mortales memoriam labilem conspicientes fuerunt
conati quemadmodum fuit Democritus, Simonides et CICERONE per artem adiuvare.
Ma cfr. anche, nello stessocodice, al f. 5, le Regulae memoriae artificialis
ordinatae per religiosum sacrae theologiae professorem magistrum Ludovicum de
Pirano ordinis Minorum (Inc.: Democritus atheniensis philosophus, huius artis primus
inventor fuit). Il richiamo a Democrito appare fondato, come chiara TOCCO sulla
testimonianza di GELLIO secondo la quale Democrito si sarebbe cavati gl’occhi
per meglio concentrarsi nei suoi pensieri] Ars memoriae artificialis, pater
reverende, est ca qualiter homo ad recordandum de pluribus pervenire possit per
memoriam artificialem de quibus recordari non possit per memoriam naturalem.
Debetis enim scire quod sic natura adiuvatur per artem adiunctam sicut sunt
navigia ad mare transfretandum quia non potest transfretari per virtutem et
viam naturae, sed solum per virtutem ct viam artis; unde philosophi vocaverunt
artem adiutricem nature. Sicut enim invenerunt homines diversas artes ad
iuvandum diversis modis naturam, sic etiam videntes quod per na- turam hominis memoria
labilis est, conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu
memoriam ut homo per virtutem artis recordari possit multarum rerum quarum non
poterat recordari aliter per memoriam natu- ralem et sic adinvenerunt
scripturas et viderunt non posse recordari horum quae scripserant. Postea in
successione temporis, videntes quod semper non poterant secum por- tare
scripturas, mec semper parati erant ad scribendum, adinvenerunt subtiliorem
artem ut sine quacumque scrip- tura multarum rerum reminisci valerent et hanc
vocave- runt memoriam artificialem. Ars ista primum inventa fuit Athenis per
Democritum eloquentissimum philosophum. Et licet diversi philosophi conati
fuerint hanc artem declarare, tamen melius et subtilius declaravit suprascrip-
4Iv. tus philosophus Democritus huius artis / adinventor. Tulius vero
perfectissimus orator in cuius libro Rhetori- corum de hac arte tractavit licet
obscuro et subtili modo in tantum quod nemo ipsum intelligere valuit nisi per
divinam gratiam et doctorem qui doceret ipsam artem qualiter deberet
pratichari. Ad una diversa atmosfera culturale e a temi legati alla
“psicologia” e alla “filosofia” più che alla retorica, ci riportano invece
altri scritti del tardo Quattrocento nei quali l'influsso delle impostazioni aristoteliche
e tomistiche è assai più forte di quello esercitato dalla tradizione della
retorica ciceroniana. Si tratta, come è ovvio, solo di una differenza di grado
poiché, come abbiamo visto, proprio attraverso Alberto e Tommaso, l’arte
ciceroniana della memoria era entrata a far parte del patrimonio della cultura
scolastica e tuttavia, in qualche caso, si assiste, leggendo questi trattati,
all’interessante tentativo di ricavare direttamente dai testi aristotelici
alcune regole della memoria artificiale. In questo senso è tipico il De
nutrienda memoria, pubblicato a Napoli nel quale CARPANIS (si veda) si propone di presentare le dottrine svolte da
Ari- stotele nel De memoria et reminiscentia « condite col sale d’AQUINO. Il
sensus communis appare a CARPANIS (si veda) simile a una gigantesca selva – “silva
maxima” -nella quale vengono accumu- landosi le immagini provocate da ciascuno
dei cinque sensi. Su questo caos agisce l’intelletto con una triplice
operazione: in primo luogo prende coscienza delle immagini, in secondo luogo le
connette secondo un ordine preciso e in terzo luogo infine (quasi deambulans
per pomerium) lega l’una all’altra le cose simili riponendole in archa
memoriae. Quando di quelle cose si parli, l'intelletto « quasi de armario
pomorum cibum sumens, verba per dentes ruminantis intellectus emittit. La
memoria, a sua volta, si muove su un duplice piano: quello del senso e quello
dell’intelletto. La memoria sensitiva (vis quaedam sensitivae animae) appare
strettamente congiunta col corpo e capace di ritenere corporalia tantum; quella
intellet- tiva, al contrario, è armarium specierum sempiternarum. Alle
principali tesi di Aristotele l’autore accosta, quasi sempre, la citazione di
passi tratti dal De triritate di Agostino: così la dottrina aristotelica del
carattere corporeo dei contenuti della memoria sensitiva viene accostata al
passo di Agostino sulla memoria delle pecore che, dopo il pascolo, tor- nano
all’ovile; mentre la nota tesi agostiniana della identità tra memoria
intelletto e volontà viene citata a conferma del carattere intellettivo di una
delle due parti nelle quali la memoria si suddivide. Anche la dottrina degli
aiuti (admin: cula) della memoria risente da vicino della sua origine tomi-
stica: accanto all’ordine (bonus ordo memoriam facit habilem) e alla
ripetizione (ex frequentibus actis habitus generatur) CARPANIS (si veda)
colloca fra gli aiuti principali la similitudo e la contrarietas. Senza far
ricorso all’arte della memoria locale [De nutrienda memoria CARPANIS (si veda) regnante serenissimo et illustrissimo Domino
nostro D. Ferdinando Dei gratia rege Sicilie, Hierusalem et Hungarie, contenuto
nel cit. Cod. marciano De nutrienda memoria, cit., f. 97 v. De nutrienda
memoria. l’autore giunge in tal modo a fissare alcune regole ricavate, anziché
da CICERONE, dalla psicologia aristotelica. Contrarietas secundum dicitur
adminiculum ubi notan- dum est quod quando res diversorum ordinum et quali-
tatum essent recitandae in una orationc vel in una sen- tentia eloquendac, tunc
ordo subsequens debet esse con- trarius immediate antecedenti, ut si videlicet
memoranda essent libertas servitus frigus estas divitiae paupertas pictas
crudelitas iusticia impictas, sic ut sunt hic nominata ordi- nabis; non autem
dices: libertas, frigus servitus estas divitiae pietas paupertas crudelitas.
Graveretur cnim memo- ria sic inordinate procedens cuius ratio videtur quia...
contraria non se compatiuntur ad invicem immo iuxta se posita nullo medio,
motum habent contrarium et ope- rationem ad invicem contrariam. Sic itaque,
sicut motum nullo medio ad invicem habet contrarium, sic in memorando nullum
aliud habendo vei querendo auxilium, mo- vebunt memoriam. Ars cnim imitatur
naturam. Un tentativo dello stesso genere è presente anche nel De omnibus
ingeniis augendae memoriae di CARRARA (si veda) pubblicato a Bologna. Anche in
questo caso le os- servazioni di Aristotele sull’ordine, sul passaggio del
simile al simile, sulla contrarietas vengono interpretate come vere e pro- prie
“regole” dell’ars memorativa. Ma oltre che per queste de- rivazioni
aristoteliche e per la proposta di un particolare tipo di 48 De nutrienda
memoria. Inc. contenuto, accanto a quelli delle opere di TOMAI e di CARPANIS
(si veda), nel Cod. marciano: CARRARA, De omnibus ingentis augendae memoriae ad
prestantissimum virum Aloisium Manentem incliti Venetorum Senatus Secretarium.
Impressum Bononiae per me Platonem de Benedictis civem bononiensem, regnante
inclito prin- cipe domino Iohanne Bentivolio, secundo anno incarnationis,
dominicc die XXIHI Januarii. Al testo di CARRARA (si veda) attingerà
largamente, senza citare l’autore, GRATAROLI nei suoi Opuscula dedicati alla
memoria, Basilea. Su CARRARA (si veda) cfr. TiraBoscHi, Storia della
letteratura. De omnibus ingentis. Primum est ordo et reminiscibilium
consequentia. Cum cam didicimus ex ordine cum connectione et dependentia si
aliquo eorum erimus obliti, facile, repetito ordine, reminisci poterimus.
Alterum est ut et uno simili in suum simile pro- memoria locale” fondato sulla
suddivisione in cinque parti del corpo degli animali," il saggio di
CARRARA (si veda) è importante perché mostra la stretta connessione che venne a
stabilirsi, all’interno di una certa tradizione aristotelica, fra arte della
me- moria e medicina. Richiamandosi a Galeno e ad Avicenna CARRARA (si veda)
affronta, in primo luogo, il problema di una localizzazione della memoria,
passa poi a discutere delle principali malattie che ostacolano l’uso della
memoria, si sofferma ad esporre una serie di regole concernenti l’uso di cibi e
bevande, il sonno e il moto, e giunge finalmente alla formulazione di un vero e
proprio ricettario. All’idea di una terapeutica della memoria, già presente nel
Regimen aphoristicum di Arnaldo da Villanova, e diffusa nella medicina
medievale, si richia- mava, accanto a CARRARA (si veda), anche Matteolo da PERUGIA
(si veda) che pubblica un opuscolo di medicina mnemonica. In entrambi i saggi è
non a caso assai frequente il ricorso ad Avicenna. La tesi sostenuta da CARRARA
(si veda) che l’umdità sia di ostacolo alla memoria è per esempio già presente
nei testi del medico arabo -- qui autem habent locum dominatum humiditate non
rememorant, quia formae non finguntur in humido -- ma il saggio di CARRARA (si
veda) a differenza di quello del
Matteolo e degli altri già presi in esame, appare fondato su numerosissime
letture. Oltre ai già noti classici della memoria, comparivano qui i nomi di
Galeno, BOEZIO (si veda), Ugo da San Vittore, Giovanni Scoto e Averroè.
vehamur: ut si Herodoti obliviscamur de Tito Livio recordati latinae historiae
patre, in Grecae historia patrem Herodotum producemur. Tertium est ut contraria
recogitemus... ut memores Hectoris, remini- scimur Achillis ». ! De omnibus
ingentis, Il passo può esser letto nella trascrizione che ne ha dato TOCCA. Si
veda per esempio: Tractatus clarissimi philosophi et medici Ma- theoli perusini
de memoria et reminiscentia ac modo studendi tractatus feliciter. L'opera insiste
sul regime da seguire in vista della buona memoria. Sull’autore cfr. Tira-
BoscHI, Storta della letteratura. Averrois Cordubensis, Compendia librorum
Aristotelis qui parva na- turalia vocantur, in Corpus Comm. Av. in Arist.,
Cambridge (Mss.). Attraverso un contatto con la tradizione della medicina e con
certe tesi dell’aristotelismo, la trattatistica sull’ars memoriae del tardo
Quattrocento sembra dunque avvicinarsi a temi e a problemi che rivestono un
interesse non meramente “tecnico” e non soltanto “retorico”. Tuttavia, ed è
opportuno non di- menticarlo, quando a metà del Cinquecento si verificherà
l’in- contro fra la grande tradizione del lullismo e l’ars reminiscendi di
derivazione “retorica”, saranno proprio i trattati stretta- mente tecnici dei
“ciceroniani” ad esercitare una funzione es- senziale. In realtà quell’arte dei
luoghi e delle immagini, nono- stante la sua apparente neutralità e
atemporalità, era legata alla cultura del Rinascimento da una molteplicità di
rapporti, e solo tenendo presenti tali rapporti sarà possibile spiegarsi le
ragioni per cui testi spesso aridi e quasi sempre speculativamente inof-
fensivi eserciteranno un fascino notevole sulle menti di Agrippa e di BRUNO.
Chi ponga mente all'importanza dei segni, delle imprese e delle allegorie nella
cultura rinascimentale, chi richiami alla mente i saggi ficiniani sui simboli e
le figurazioni poetiche che nascondono divini misteri e avverta il significato
di quel gusto per le allegorie e per le forme simboliche presente negli scritti
di LANDINO (si veda), di VALLA (si veda), di PICO (si veda), di POLIZIANO (si
veda) e di BRUNO (si veda), non potrà non rilevare la risonanza che l’arte
della memoria in quanto costruttrice di immagini e destinata ad avere in una
età che ama incorporare le idee in forme sensibili, che si diletta a trasferire
sul piano delle discussioni intellettuali la febbre e la fortuna, che vede nel
geroglifico il mezzo usato per rendere indecifrabili i precetti religiosi, che
ama l’abecedario e le iconologie, che concepiva verità c realtà come qualcosa
che si va progressivamente disvelando attraverso il segno e la favola e l’immaginie.
Su questi temi cfr. Cassirer, Individuo e cosmo nella filosofia del
Rinascimento, Firenze;Monnier, Le Quattro- cento, Losanna; CH. LeMMI, The
classical deities in Bacon. A study in mythological symbolism, Baltimore; KriIsTELLER,
Il pensiero filosofico di FICINO (si veda), Firenze; GARIN, L'UMANESIMO
ITALIANO, Bari; Medioevo e Rinascimento, Bari. Essenziale resta ]. Seznec, La
survivance des dieux antiques, Londra] In un testo caratteristico e giustamente
famoso, Alciati, mentre parla di un’ars quaedam inveniendorum et excogitandorum
symbolorum, si sofferma a lungo a discorrere delle differenze che intercorrono
fra schemata, imagines e symbola. In un libro altrettanto fortunato, RIPA (si
veda) presenta una « descritione d’imagini delle virtù, vitii, affetti,
passioni umane, corpi celesti, mondo e sue arti
annunciando che il suo saggio -- che è veramente la chiave
dell’allegorismo) doveva servire per figurare con i suoi proprî simboli tutto
quello che può cadere in pensiero umano. Alla voce memoria troviamo la
rappresentazione di « una donna con due faccie, ve- stita di nero et che tenga
nella man destra una penna et nella sinistra un libro »: le due facce stanno a
significare che la memoria abbraccia « tutte le cose passate, per regola di
pru- denza in quelle che hanno a succedere per l’avvenire »; il libro e la
penna, simboli della frequente lettura e della scrit- tura, « dimostrano, come
si suol dire, che la memoria con l’uso si perfettiona ».°” In un manuale di
iconologia, compo- sto negli ultimi anni del Cinquecento, ritroviamo in tal
modo da un lato l’antica idea dell’uso e della scrittura come aiutidella
memoria (due secoli più tardi Hume parlerà dell’« ope- rosità » e della
«scrittura »), dall’altro l’eco di quelle discus- sioni sulla memoria e la «
prudenza » che avevano appassio- nato Alberto Magno ed AQUINO. Ma era l’idea
stessa di sulla iconologia le ); ma cfr. anche M. Praz, Studies in Se-
venteenth Century Imagery, Londra, Yates, The French Academies, Londra. It was on the image-level of
the mind -- if one may speak thus -- that the Renaissance men achived his
ounified outlook. Uno storico
dell’arte come WaetzoLp, Diirer and his Time, Londra, giunge del resto a non
dissimili conclusioni. Più recente R. }. CLEMENTS, Icornography on the nature
and Inspiration of Poetry in Renaissance Emblem Litterature, in PMLA, Omnia A.
ALCIATI (si veda) Emblemata, Antverpiac, Braid. È il titolo dell’Iconologia di RIPA
(si veda), edizione padovana. Ripa, /conologia, Sulla Allegoria della prudenza
del Tiziano Panorsri scrive uno splendido saggio -- ora ristampato nel vol. The
meaning of visual arts, New York. Sulla prudenza come « me- una
rappresentazione sensibile delle “cose” e dei “termini” c di una
“personificazione” dei concetti alla quale il Ripa (e molti altri con lui) si
ispirava, che aveva indubbiamente assai stretti legami con quella sezione della
mnemotecnica che aveva per scopo la costruzione delle immagini. All’interno
stesso della più ortodossa tradizione dell’ars memorativa ciceroniana non erano
mancate espressioni di una particolare sensibilità per il problema delle immagini.
Certe pagine dell'Oratoriae artis epitoma (Venezia) di PUBBLICIO (si veda)
giovano senza dubbio a comprendere come tra queste immagini e quelle delle
iconologie sussistesse un legame reale. Le intentiones simplices e spirituali,
afferma Pubblicio, non aiutate da nessuna corporea similitudine, sfug- gono
rapidamente dalla memoria. Le immagini hanno appunto il compito, mediante il
gesto mirabile, la crudeltà del volto, lo stupore, la tristezza o la severità,
di fissare nel ricordo idee termini e concetti. La tristezza e la solitudine
saranno il simbolo della vecchiaia, la lieta spensieratezza quello della
gioventù, la voracità sarà espressa dal lupo, la timidezza dalla lepre, la
bilancia sarà il simbolo della giustizia, l’erculea clava della fortezza,
l’astrolabio dell’astrologia. Ma soprattutto gio- verà richiamarsi, nella
costruzione delle immagini, all'opera dei poeti, di VIRGILIO (si veda) e di OVIDIO
(si veda). Le loro raffigurazioni della Fama, dell’ Invidia, del Sonno potranno
essere felicemente ri- prese in quella collocatio in locis che fa uso di
immagini rare ed egregie.®° Simboli e immagini in funzione del ricordare: anche
quando l’idea di una collocatio imaginum in locis verrà abbando- nata
definitivamente, resterà ben salda l’idea dei simboli e delle immagini come aiuti
della memoria. La Istoria universale pro- moria del passato, ordinamento del
presente, contemplazione del futuro » Panofski avrebbe potuto citare, accanto a
fonti meno note, anche 1 passi, assai significativi, di Alberto Magno e d’AQUINO.
Ma resta egualmente significativa la penetrazione, entro le arti figurative,
dell’antico tema della connessione memoria-prudenza. Publicii Iacobi, Oratoriae
artis epitoma, sive quae ad consumatun spectant oratorem, Venezia. L’opera di
PUBBLICIO (si veda) e ristampata a Venezia (Erhardus Radtolt augustensis
ingenio miro et arte perpolita impressioni mirifice dedit) e successivamente ad
Augusta. Qui si è fatto uso dell’inc. dell’Angelica di Roma. Oratoriae artis
epitoma] vata con monumenti e figurata con simboli degli antichi pubblicata da BIANCHINI
(si veda) dove unire alla facilità dell’apprendere e del comprendere la
stabilità dell’ordinare e del ritenere; la dipintura proposta al frontispizio
della Scienza Nuova di VICO dove servire al leggitore « per concepire l’idea di
quest'opera avanti di leg- gerla, e per ridurla più facilmente a memoria. BIANCHINI
Veronese, La istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli
degl’antichi, Roma, Braid VICO (si veda), Opere, cur. NICOLINI (si veda),
Milano e cfr. R., Schede vichiane, in La Rassegna della letteratura italiana. Si
verificano, in quel settore della cultura che qui ci interessa, due importanti fenomeni.
Il primo è la diffusione in di quell’arte della memoria locale che aveva avuto la
sua più organica e completa trattazione nel saggio di TOMAI. Il secondo è il
contatto che venne a stabilirsi fra quella tradizione mnemotecnica che risale a
CICERONE, a Quintiliano, alla Rhetorica ad Herennium, ad AQUINO e l’altra,
diversa tradizione di logica combinatoria che fa capo alle opere di Lullo.
Cusano, Bessarione, PICO (si veda), Lefèvre d’Etaples, Bovillus e poi Lavinheta
e Agrippa e BRUNO (si veda) contribuiscono a diffondere le opere di Lullo,
l’interesse per l’ars magna e la passione per la combinatoria entro tutta la
cultura europea. Il significato della loro adesione ad una tematica che appare
così profondamente estranea ad una mentalità post-cartesiana e post-galileiana
è necessariamente sfuggito sia a quegl’interpreti che vedeno nell’ars magna una
specie di sommario elementare o preistorico di logica simbolica, sia a coloro
che hanno preferito sbarazzarsi, con facile ironia, delle stranezze di molti fra
gl’esponenti più significativi e più noti di una non trascurabile stagione
della cultura occidentale. L'interesse per la cabala e per le scritture
geroglifiche, per le scritture artificiali e universali, per la scoperta dei
primi princìpi costitutivi di ogni possibile sapere, l’arte della memoria e il
richiamo continuo ad una logica intesa come chiave capace di aprire i segreti
della realtà. Tutti questi temi appaiono inestricabilmente connessi con la
rinascita del lullismo nel Rinascimento e formano, davanti a chi affronti
direttamente i saggi da Agrippa a Fludd, da Gassendi a More, una sorta di
inestricabile groviglio del quale non appare del tutto lecito sbarazzarsi
facendo ricorso ad una generica e misteriosa entità “platonismo”. In realtà
molti dei temi che formano quel groviglio hanno non pochi e non trascurabili
riflessi anche sui problemi della speculazione e della scienza: dalla teoria
baconiana e vichiana VICO del SEGNO dell’immagine
e del linguaggio, alla discussione baconiana e cartesiana sull’albero delle
scienze e sulle facoltà; dalle polemiche sul significato della dialettica e sui
suoi rapporti con la retorica, a quelle concernenti le topiche e il problema
del metodo e infine a quelle stesse trattazioni di filosofia naturale che fanno
appello alla struttura logica della realtà materiale, all’abecedario della
natura o ai caratteri impressi dal divino nel cosmo. Non si ha qui la pretesa
di dar fondo a questi complessi problemi. Si ritiene tuttavia che ad una
maggiore comprensione di talune delle questioni precedentemente indicate possa
giovare non poco un esame, analiticamente condotto, della diffusione del
lullismo e del suo connettersi con la già fiorente tradizione dell’arte
mnemonica. In una lettera dedicatoria premessa al suo commento all’Ars brevis
di Lullo, Agrippa traccia un sommario quadro della diffu- [Faccio uso
dell'edizione delle opere e dei commenti lulliani pubbli- cate a Strasburgo dai
fratelli Zetzner. Si dà qui, per comodità del lettore, un sommario del
contenuto di questa edizione (che verrà di seguito indicata semplicemente con
ZetznER). Raymundi Lullii Opera ca quae ad inventam ab ipso artem universalem
scientiarum artiumque omnium brevi compendio firmaque memoria apprchendendarum
locu- pletissimaque vel oratione ex tempore petractandarum pertinent. Ut et in
candem quorundam interpretum scripti commentarit... Accessit Va- leriù de
Valerits patrici veneti aureum in artem Lullii generalem opus, Argentorati,
Sumpt. Hacr. Lazari Zetzneri (Triv., Mor.. L’opera fu ristampata; parzialmente
riprodotta: Stoccarda. Il volume contiene i seguenti scritti: Opere autentiche
di Lullo: Logica brevis et nova; Ars brevis; Ars magna generalis ultima;
Tractatus de conversione subiecti et praedicati per medium; XII principia
philosophiae, sione del lullismo nella cultura europea: Daguì e il suo
discepolo Janer sono ben noti e celebrati in ITALIA, l’insegnamento di FCorboba
ha avuto vastissima risonanza nelle scuole europee, Lefèvre d’Etaples e
Bovillus sono stati, a Parigi, devotissimi a Lullo, infine i fratelli
Canterio hanno mostrato non solo alla
Francia e alla Germania, ma anche all'ITALIA, le mirabili possibilità
dell’arte. Mentre si richiama ai grandi maestri del lullismo, Agrippa chiara
anche breve- [Opere apocrife e attribuite a Lullo: De auditu kabbalistico seu
kabbala,; Oratio exemplaris (sic, errore di numerazione nelle pagine); /n
RAesoricam Isagoge; Liber de venatione medii inter subiectum et praedicatum.
Commenti: BRUNO, De lulliano specierum scrutinio; De lampade combinatoria
lulliana; De progressu logicae venationis; Acrirra, In artem brevem Raymundi
Lullit commentaria; VALERIIS, Opus aureum in quo omnia breviter explicanter
quae R. Lullus tam in scientiarum arbore quam arte generali tradit. Su Daguì
che tenne pubblici corsi di lullismo nella cattedrale di Maiorca, sul suo
discepolo Janer, sul filosofo platonico Còrdoba che difese Daguì dalle accuse
di eterodossia in una commissione nominata da Sisto IV, sul lullismo del
Lefèvre e del Bouelles, sui fratelli Andrés, Pedro e Jaime Canterio cfr.: T. e
|. Carreras y ArRTAu, Filosofia cristiana, Madrid,, nel quale si trovano
notizie bio-bibliografiche sui singoli autori. Stru- mento essenziale per la
storia del lullismo è: E. RocENT y E. Duran y Renats, Bibliografia de las
impressions lul-lianes, Barcelona (per le edizioni, numerosissime, del commento
di Agrippa). Per le notizie sulle opere edite e inedite, sui manoscritti ecc. si vedano:
Littré, in Histoire littéraire de la France; E. Lonc- [PRÉ, voce Lulle in
Dictionnaire de théologie catholique; J. Avinvò, Les obres autèntiques del Beat
Ramon Lull, Barcelona; C. Ortaviano, L'ars compendiosa de R. Lulle avec une
étude sur la bibliographie et le fond ambrosien de Lulle, Paris. Per la diffusione del lullismo, particolarmente
in ITALIA, sono assai importanti gli studi di Miguel BatLLORI che, oltre a una
preziosa Introducion bibliografica a los estudios lulianos, Mallorca, ha
pubblicato: E/ Lulismo en Italia, Madrid, Rev. de Filos. de l’ Inst. L. Vives;
La obra de R. Lull en Italia, in « Studia, Palma de Maiorca, ag.-sett.; Le
lullisme de la Renaissance et du Baroque: Padoue et Rome, in «Actes du XIéme
Congrès Int. de Philos. », Bruxelles (per una completa informazione cfr.
Bibliografia del P. Miguel Batllori S. I., Torino] mente la portata e il senso
della combinatoria lulliana, le ra- gioni della sua superiorità e della sua
efficacia: l’arte — afferma — non ha nulla di volgare, non ha a che fare con
oggetti determinati e proprio per questo si presenta come la regina di tutte le
arti, la guida facile e sicura a tutte le scienze e a tutte le dottrine. L’ars
inventiva appare caratterizzata dalla generalità e dalla certezza; con il suo
solo aiuto, indipenden- temente da ogni altro sapere presupposto, gli uomini
potranno giungere ad eliminare ogni possibilità di errore e a trovare « de omni
re scibili veritatem ac scientiam ». Gli “argomenti” dell’arte sono infallibili
e inconfutabili, tutti i particolari di- scorsi e princìpi delle singole
scienze trovano in essa la loro universalità e la loro luce (« omnium aliarum
scientiarum prin- cipia et discursus tanquam particularia in suo, universali
luce, elucescunt »); infine, proprio perché racchiude e raccoglie in sé ogni
scienza, l’arte ha il compito di ordinare, in funzione della verità, ogni
sapere umano.° Agrippa, che pure scriverà molti anni più tardi una pagina
feroce contro la tecnica lulliana,' poneva dunque in rilievo, nella prefazione
al suo commento, due delle fondamentali caratteristiche con le quali l’arte
lulliana si presenta alla cul- tura del Rinascimento. In primo luogo essa
appare come una scienza generalissima e universale la quale, richiamandosi a
princìpi assolutamente certi e a infallibili dimostrazioni, con- sente la determinazione
di un criterio assoluto di verità; in secondo luogo, proprio perché si
costituisce come la scienza delle scienze, l’arte è in grado di offrire il
criterio per un pre- ciso e razionale ordinamento di tutto lo scibile i vari
aspetti * H. C. AcrIPra, /n artem brevem... commentaria, Zetzner, Acrirra, De
wvamitate sciertiarum, in Opera, Lugduni, per Beringos Fratres, 1600, 2 voll.,
vol. II, pp.
31 segg. (De vanitate, De arte Lulli, De arte memorativa). Cfr. lo stesso testo nella versione italiana di
L. Dominichi, Venezia, 1549 (copia usata: Braidense. Nel Saggio
bio-bibliografico su C. Agrippa di HeLpa BuLLortA Bar- RAacco, in « Rassegna di
filosofia, non si fa cenno al commento lulliano di Agrippa. L'opera non è
databile con precisione. G. A. Prost, Les sciences et les arts occultes au
XVIè*me stècle, Paris, la assegna con argomenti forse insufficienti. Certamente
lo scritto è antecedente (cfr. Claudius Blancheroseus H.C. Agrippae, in Fpist.,
Opera, del quale mediante successive sussunzioni del particolare al enerale
vengono tutti, senza esclusioni, ricompresi e inverati nell’arte. Il giovane
Agrippa non aveva fatto altro in realtà che esporre vivacemente e chiarificare
temi largamente diffusi. Sul- l'efficacia «inventiva » dell’arte e sulla sua «
finalità enciclo- pedica » egli non era stato il solo ad insistere. Il tema di
una logica intesa come chiave della realtà universale, come discorso
concernente non i discorsi umani ma le articolazioni stesse del mondo reale si
congiunge infatti strettamente, nei testi stessi di Lullo e in quelli del
lullismo, con l’aspirazione ad un ordinamento di tutte le scienze e di tutte le
nozioni che corrisponda all'ordinamento stesso del cosmo. Giustamente si è
potuto parlare, a questo proposito, di una « direzione logico- enciclopedista »
del pensiero lulliano che si pone, come motivo centrale e dominante, accanto
alla direzione mistica e a quella polemico-razionalista. L'apprendimento delle
regole dell’arte e la ordinata classificazione di tutte le nozioni im- plicano
e presuppongono d’altra parte la costruzione di un sistema mnemonico che si
presenta come parte integrante e costitutiva della logica-enciclopedia. Ma
giove a questo punto, per chiarire questi problemi, delineare brevemente alcuni
degli aspetti fondamentali della problematica connessa al lullismo facendo
riferimento sia ai testi di Lullo sia a quelli della tra- dizione lullista. Nei
testi di Lullo l’arte si presenta come una «logica » che è anche e contemporaneamente
« metafisica » (« ista ars est et logica et metaphysica ») ec che tuttavia
differisce dall’una e dall’altra sia «in modo considerandi suum subiectum » sia
«in modo principiorum ». Mentre la metafisica considera gli enti esterni
all'anima « prout conveniunt in ratione entis », e la logica li considera
secondo l’essere che essi hanno nell'anima, l’arte invece, suprema fra tutte le
umane scienze, considera gli enti secondo l’uno e secondo l’altro modo. A
differenza ° Cfr. Carreras y Artau, Filosofia cristiana, Introd. all’Ars
demonstrativa, in R. Lutt, Opera omnia, Mainz. Gli otto volumi dell’edizione di
Mainz numerati della logica che tratta delle seconde intenzioni, l’arte tratta
delle prime intenzioni; mentre la logica è « scientia instabilis sive labilis
», l’arte è «permanens et stabilis »; ad essa è possibile quella scoperta della
« vera lex » che è invece pre- clusa alla logica. Esercitandosi per un mese
nell’arte si po- tranno non solo rintracciare i princìpi comuni a tutte le
scienze, ma anche conseguire risultati di molto maggiori di quelli
raggiungibili da chi si dedichi per un anno intero allo studio della
logica." Opportune premesse all’acquisizione del- l’arte appaiono non a
caso, da questo punto di vista, la cono- scenza della logica tradizionale e
quella delle cose naturali: «Homo habens optimum intellectum et fundatum in
logica et in naturalibus et diligentiam poterit istam scientiam scire duobus
mensis, uno mense pro theorica et altero mense pro practica. Presentandosi
strettissimamente connessa alla conoscenza delle cose naturali, alla
metafisica, all’ontologia l’arte mostrava da un lato la sua irriducibilità sul
piano di una conoscenza formale e dall’altro i suoi legami con quella
metafisica esem- plaristica e con quell’universale simbolismo che costituiscono
insieme lo sfondo e la premessa delle dottrine lulliane. La scomposizione dei
concetti composti in nozioni semplici e irri- ducibili, l'impiego di lettere e
di simboli per indicare le no- zioni semplici, la meccanizzazione delle combinazioni
tra i concetti operata per mezzo delle figure mobili, l’idea stessa di un
linguaggio artificiale e perfetto (superiore al linguaggio comune e a quello
delle singole scienze) e quella di una specie di meccanismo concettuale che si
presenta, una volta costruito, assolutamente indipendente dal soggetto umano:
questi ed altri caratteri dell’ars combinatoria han fatto sì che storici in-
signi, dal Biumker al Gilson, abbiano avvicinato — e non X (il VII c I'VIII non
furono pubblicati) furono curati, per i primi tre volumi, da Ivo Salzinger. Su
questa singolare figura e sulle vicende dell'edizione maguntina cfr. Carreras y
Artau, La filosofia cristiana, Cfr. Ars magna generalis ultima, cap. CI De
logica, in ZETZNER Cfr. Ars magna generalis ultima, in ZETZNER, erroneamente —
la combinatoria alla moderna logica formale. A differenza di altri storici meno
provveduti, tuttavia, sia il Biumker sia il Gilson avevano chiaramente presente
il peso esercitato sul pensiero di Lullo da quell’esemplarismo e da quel simbolismo
al quale ci siamo ora riferiti. Dio e le dignità divine appaiono a Lullo gli
archetipi della realtà mentre l’in- tero universo si configura come un
gigantesco insieme di sim- boli che rimandano, al di là delle apparenze, alla
struttura stessa dell’essere divino: «le similitudini della natura divina sono
impresse in ogni creatura secondo le possibilità ricettive della stessa
creatura, e ciò secondo il più e il meno, secondo che esse più si avvicinano al
grado superiore nel quale è l’uomo, così che ogni creatura, secondo il più e il
meno, porta in sé il segno del suo artefice ».!° Anche gli alberi, teorizzati
nell’Arbre de Sciencia, non of- frono in alcun modo l’esempio di una
classificazione formale del sapere: essi rimandano, attraverso un complicato
simbo- lismo, alla realtà profonda delle cose, quella realtà che al filosofo
spetta appunto di scoprire individuando i “significati” delle varie parti degli
alberi. Le diciotto radici dei primi alberi, che rappresentano il mondo delle
creature, corrispon- dono non a caso ai princìpi stessi dell’arte. Di modo che,
come è stato giustamente notato,"! le radici o fondamenti reali ° Cfr. C.
Barumker, Die curopaische Philosophie der Mittelalter, nel vol. Allgemeine Gesch. der
Phil., Berlino, 1923, pp. 417-18; E. Gitson, La philosophie franciscaine, nel
vol. Saint Frangois d'Assise ecc.,
Parigi. Un'ampia e precisa esposizione della combinatoria lul- liana è in
PLatzeck, La combinatoria luliana, in « Revista de Filosofia Franziskanische
Studien. Assai notevole è lo studio di Yates, The Art of Ramon Lull, Journal of
the Warburg and Courtauld Institutes nel quale vengono posti chiaramente in
luce i rapporti tra la logica c la cosmologia lulliane. Del tutto insufficiente
appare, alla luce di questi studi, la interpretazione e l'esposizione del
PrANTL, ediz. 1955, III, Compendium artis demonstrativac, in R. Lutt, Opera,
Mainz, Carreras y ARTAU, La filosofia cristiana. La versione catalana
dell’Arbor scientiae nell’edizione delle Obres de Ramon Lull, Palma de Mallorca.
Le più recenti edizioni latine sono Lione (ediz. precedenti: Barcellona;
Lione). delle cose, i princìpi dell’arte, e le dignità divine appaiono, nella
terminologia lulliana, termini assolutamente intercam- biabili ed equivalenti.
Gli strettissimi legami fra l’arte e la teoria degli elementi sono stati del
resto messi in luce di recente, con molta pene- trazione, da un ampio studio di
Yates. Il tradizionale approccio logico alla dottrina lulliana (del tipo di
quello presente nella trattazione di Prantl) si è rivelato a Yates parziale e
insufficiente. Un accurato studio dell’inedito Tractatus novus de astronomia
non solo ha posto in luce il significato della applicazione delle regole
dell’arte alla astrologia, ma ha anche chiarito come nelle varie opere di Lullo
i nove princìpi divini (le cui influenze sono state identifi- cate nel
Tractatus de astronomia con quelle dei segni dello Zodiaco e dei pianeti)
costituiscano la base effettiva della uni- versale applicabilità dell’arte allo
studio della medicina, del diritto, della astrologia, della teologia e, come
avviene nel Liber de lumine, della luce. Che sulla base dell’esemplarismo
lulliano si potesse pervenire a una specie di identificazione dell’arte con una
cosmo- logia è mostrato, fra l’altro, da uno dei primi testi del lullismo
europeo sul quale la Yates ha opportunamente richiamato la attenzione. Tomàùs
le Myésier, autore dell’ Electorium Re- mundi (Par. Naz. Lat.) composto ad
Arras," fu amico personale e discepolo entusiasta del Lullo. In una specie
di grande compilazione, egli intende presentare i caratteri essenziali della
dottrina del suo maestro: all’arte spetta una funzione precisa: la difesa della
fede cristiana contro gli averroisti e il riconducimento di tutti gli uomini
alla com- prensione della verità e dei misteri divini. Proprio nella parte espositiva
o introduttiva si rivelano chiaramente le connes- sioni fra arte e cosmologia:
il circolo dell’universo, la cui rappresentazione grafica viene accuratamente
descritta dall'autore, comprende la sfera angelica attorno alla quale ruotano
il primo mobile, l’empireo, il cristallino, la sfera delle stelle fisse e le
sette sfere dei pianeti. La terra, sulla quale sono rappre- [YATEs, The Art of
Ramon Lull, cit. 19 Parigi, lat. La data di composizione è in fine al testo:
per Thoman Migerii. In attrebato] sentati un albero un animale e un uomo, è
circondata dalle sfere dell’acqua, dell’aria e del fuoco. Ad ognuno dei nove
segmenti nei quali il cerchio dell’universo è diviso corrispon- de una delle
nove lettere dell’abecedario lulliano (BCDEFGHIK) nel suo duplice significato
di predicato assoluto e relativo, mentre, secondo gli insegnamenti di Lullo,
alcuni dei signi- ficati delle lettere cambiano in corrispondenza alle diverse
sfere. L’ Electorium de le Myésier non rimase certo un caso iso- lato: la
presenza di interessi di tipo cosmologico all’interno di quell’ampia
letteratura lullista che si diffonde in tutta Europa è ampiamente
documentabile. Ad una adesione, o quanto meno ad una spiccata simpatia per il
lullismo, corrisponde in moltissimi testi l’idea del rapporto necessario che si
pone fra la costru- zione di un’arte indifferentemente applicabile a tutti i
rami del sapere e la delineazione di un'immagine gerarchica e uni- taria
dell’universo. Proprio sull’esemplarismo e sulle dignità divine come fondamenti
primi dell'arte lulliana insiste, non a caso, il primo grande filosofo europeo
che si muove entro l’orizzonte del lullismo. « Primum fundamentum artis — scri-
verà Cusano — est quod omnia, quae Deus creavit et fecit, creavit et fecit ad
similitudinem suarum dignitatum ».!* I prin- cìpi dell’arte combinatoria
(donitas, magnitudo, aeternitas, po- testas, sapientia, voluntas, virtus,
veritas, gloria) apparivano qui, ancora una volta, come principia essendi et
cognoscendi, non meramente formali, ma esprimenti le caratteristiche divine e
di conseguenza quelle di tutti gli esseri esistenti. La metafisica
esemplaristica costituiva la garanzia della assoluta infallibilità di una
logica attinente non ai discorsi, ma alla realtà. Mentre polemizzava
implicitamente con il Gerson e proponeva una 14 Cfr. A. Yates, The Art of Ramon
Lull, Cod. Cus. PLatzecg, La combinatoria luliana. Dello stesso autore si vedano anche: E!
/ulismo en las obras del Cardinal N. Kreos de Cusa, in « Rev. Espafiola de
Teologia; Los postumos datos lulisticos del Dr. M. Honecker y las glosas del
card. N. de Cusa sobre el Arte
luliana, « Studia monographica », 1953-54, pp. 1-16; Lullsche Gedanken bei
Nikolaus von Kues, « Trierer Theologische Zeitschrift. riforma terminologica
dell’arte lulliana, il Cusano, in una sua postilla all’Ars Magra, mostrava di
accettare la sostanza del- l'insegnamento di Lullo: Praedictorum principiorum
nomina sunt apud philosophos inusitata et tamen iuxta figmentum inventoris propositae
artis res vera significantia. Ergo, cum propter nostram af- firmationem vel
negationem nihil mutetur in re... et omne verum vero consonet... praefata ars
non est repudianda propter suorum nominum improprietatem [che era la tesi di
Gerson]; quin potius, ut possit concordari cum scientiis aliis, est ad corum
terminos exfiguranda,!% Ancora più strettamente legata alle impostazioni
esemplaristiche del lullismo è, d’altra parte, la dottrina cusaniana
dell’ascesa e discesa dell’intelletto secondo la quale è possi- bile elevarsi
alla conoscenza di Dio muovendo dalla somi- glianza con le divine perfezioni impressa
nelle creature, e di scendere dalla conoscenza dell’essere divino e dei suoi
attributi alla conoscenza della realtà che di quella perfezione è lo
specchio.!’ Nel Liber de ascensu et descensu intellectus, composto dal Lullo a
Montpellier, era stato ampiamente svolto il tema, poi ripreso dal Cusano, di
una conoscenza che procede attraverso la ricerca delle analogie e dei segni —
alla rico- struzione di quel divino modello che ha presieduto alla co-
struzione del reale. Attraverso la descrizione della compli- cata scala degli
esseri, dalla pietra al fango alla pianta al bruto all'uomo al cielo all'angelo
a Dio, questo tema si era andato identificando con l’altro, ben noto, di una
ricostruzione minuta, ed “enciclopedica” delle complesse gerarchie del co- smo.
Questa stessa impostazione “cosmologica” troviamo pre- sente in quel Liber
creaturarum di Raimundo Sibiuda (Sa- [15 Cfr. Honecker, R. Lulls Wahlvorschlag
Grundlage des Kaiserwahlplanes bei N. von Cues?, « Historisches Jahrbuch. Sul
Iullismo del Cusano si vedano gli studi di F. Kraus, di J. Marx, di F. Tocco,
di E. pe VANSTEENBERGHEN segnalati nel ca- pitolo Influencias lultanas en
Nicolàs de Cusa della cit. Filosofia cri- stiana det Carreras v ArtAu,
Ganpittac, La philos. de N. de C., Paris, e J. E. HorMann, Die Quellen der
cusanischen Mathematik, Heidelberg. Cfr. Carreras v Artau, Filosofia cristiana,
bunde, Sebond) che influirà sullo stesso Cusano, su Lefèvre d’Etaples, Bovillus
e Montaigne e che fu composto (negli stessi anni che videro Cusano appassionato
lettore e trascrittore dei testi di Lullo. Anche qui, accanto alla dottrina
dell’ascesa e discesa dell’intelletto, accanto all’affermazione di un’arte
concepita come « radix et origo et funda- mentum omnium scientiarum », il cui
possesso è raggiungi- bile in brevissimo tempo con risultati mirabili (« quia
plus sciet infra mensem per istam scientiam quam per centum an- nos studendo
Doctores), troviamo l’immagine di una scala naturale i cui vari gradini vanno
ritenuti a memoria e rappresentati mediante figure: «et haec est prima
consideratio in hac scientia radicalis et fundamentalis, scilicet considerare
istos gradus in se, et bene plantare et radicare cos in corde et figurare sicut
in natura realiter ».!* La ordinata successione dei gradi ci offre un'immagine
unitaria, gerarchica e organica dell’universo: il primo grado comprende le cose
che sono, ma non vivono né sentono né intendono (minerali e metalli, cieli e
corpi celesti, oggetti artificiali); il secondo comprende ciò che è e vive, ma
è privo del sentire e dell’intendere (i vegetali); il terzo gli animali che
sono vivono e intendono; nel quarto infine, ove risiede l’uomo, sono presenti
l’essere il vivere il sentire e l’intendere. L’uomo, come microcosmo, riassume
in sé le proprietà stesse dell’universo, è la vivente immagine di Dio. Che
l’arte lulliana rinviasse a una descrizione della realtà universale e che
questa descrizione si andasse configurando a sua volta come una vera e propria
enciclopedia è cosa che, dopo le considerazioni fin qui svolte, dovrebbe
risultar chiara. Nell’Arbre de Sciencia, composto a Roma, l’impiego degli
“alberi” veniva esplicitamente presentato come un mezzo per rendere l’arte più
« popolare », più direttamente e facil- mente acquisibile e l'enciclopedia si
presentava come parte in- tegrante della grande riforma del sapere progettata
da Lullo. !* R.
Sabunpe, Liber creaturarum, ed. Wolfangus Hoffmanus, Frankfurt s. Main. Alla base dell’enciclopedia, articolantesi in
sedici alberi, sta un'idea centrale: quella di una fondamentale unità del
sapere umano che è in stretta relazione all’unità essenziale del cosmo. Una
suggestiva illustrazione del manoscritto ambrosiano che contiene la versione
catalana del testo di Lullo, mostra il filosofo e un monaco ai piedi
dell'albero delle scienze. Al mo- naco, la cui figura ritorna accanto a quella
di Lullo in tutte le illustrazioni dei vari alberi, Lullo si era rivolto per
conforto dopo che il suo piano missionario, che includeva la propaga- zione
dell’arte, aveva trovato fredda accoglienza presso Bonifacio e proprio il
monaco (così racconta Lullo nel prologo) lo aveva consigliato di presentare la
grande arte sotto una nuova forma. Le diciotto radici dell’albero delle scienze
sono costituite dai nove principi trascendenti (o nove dignità divine) e dai
nove princìpi relativi dell’arte (differentia, concordantia, contrarietas;
principium, medium, finis; matoritas, aequalitas, minoritas). L'albero si
suddivide in sedici rami, ciascuno dei quali corrisponde ad uno degli alberi
che formeranno la fore- sta della scienza: l’arbor elementalis, V’arbor
vegetalis (bota- nica e applicazioni della botanica alla medicina), sensualis
(esseri sensibili e senzienti e animali), imaginalis (quegli enti mentali che
sono similitudini degli enti reali trattati negli alberi precedenti),
Aumanalis, moralis (etica, dottrina dei vizi e delle virtù), imperialis
(connesso all’arbor moralis, si riferi- sce al regimen principis e alla
politica), apostolicalis (governo ecclesiastico e gerarchia della Chiesa),
celestialis (astronomia e astrologia), angelicalis (gli angeli e gli aiuti
angelici), eviter- nalis (immortalità, mondo ultraterreno, inferno e paradiso),
maternalis (mariologia), christianalis (cristologia), divinalis (teo- logia,
dignità divine, sostanza e persone di Dio, perfezioni e produzioni divine).
L’arbor exemplificalis (nel quale vengono esposti allegoricamente i contenuti
degli alberi precedenti) e l’arbor quaestionalis (nel quale vengono proposte
quattromila questioni riferentisi agli alberi precedenti) si presentano come
«ausiliari » rispetto al corpus dell’enciclopedia. 1° Cod. Ambrosiano D. inf. fol. 37v. L’illustrazione è riprodotta
negl’Obres de Lull, cit. La stessa immagine an- che nell'edizione latina,
Lione, De L’arbre de Sciencia ho usato la versione castigliana stampata a
Bruxelles dal Foppens (Braid. L'unità del mondo del sapere appare dunque
fondata sul fatto che i princìpi assoluti e i princìpi relativi dell’arte
costi- tuiscono la comune radice del mondo reale e del mondo della cultura. Su
queste radici (simboleggiate dalle nove lettere dell’abecedario lulliano)
poggiano infatti sia l’arbor elementalis i cui rami indicano i quattro elementi
semplici della fisica, le cui foglie simboleggiano gli accidenti delle cose
corporee, e i cui frutti fanno riferimento alle sostanze individuali come l’oro
e la pietra, sia l’arbor Aumanalis che raccoglie, accanto alle facoltà umane e
agli abiti naturali, anche quelli artificiali o le arti meccaniche e liberali.
L'immagine lulliana dell’albero delle scienze, non a caso ripresa da Bacone e
da Cartesio, sarà particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agirà a lungo nel
pensiero europeo l’aspirazione lulliana verso un corpus organico e unitario del
sapere, verso una sistematica classificazione degli elementi della realtà. Non
mancheranno certo suggestioni derivanti da altre fonti e da altri ambienti di
cultura, ma Lefèvre d° Etaples e Bovillus, Pedro Gregoire e VALERIIS (si veda),
Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai
testi di Lullo e a quelli del lullismo. In quell’ideale pansofico che domina
tutta la cultura del secolo XVII si insisterà da un lato sul necessario
possesso dell’intero orbe intellettuale e dal- l’altro sulla conoscenza di una
legge, di una chiave, di un linguaggio capace di dominare il tutto e di
permettere una diretta lettura dell’alfabeto impresso dal creatore sulle cose:
cosmo reale e mondo del sapere appariranno realtà da cogliere nella loro
sostanziale unità e identità di struttura, nella loro profonda “armonia”. Sui
testi della pansofia seicentesca do- vremo ritornare. Per ora basterà fermarsi
brevemente su alcuni testi cinquecenteschi nei quali questi aspetti
dell’eredità lul- liana si espressero in modo compiuto e coerente. Lo scritto
In RAetoricam Isagoge e pubblicato a Parigi, da Remigio Rufo Candido
d’Aquitania dietro incitamento di Lavinheta, uno dei più rinomati lullisti
dell’epoca. Attributo a Lullo, e ristampato nelle edizioni delle opere di Lullo
dello Zetzner, lo scritto rivela chiaramente il suo carattere di opera
pseudo-lulliana: frequenti appaiono i riferimenti a Cicerone e a Quintiliano,
ai dialoghi platonici, alla mitologia e alla storia greche e romane. In un saggio
composto che venne considerato come un’opera autentica di Lullo, troviamo una
singolare mescolanza di retorica, di co- smologia e di aspirazioni
enciclopedistiche. Nella prefazione indirizzata dal Rufo ai suoi discepoli, i
fratelli Antonio e Francesco Boher, la finalità enciclopedica dell’opera veniva
presentata come strettamente connessa alle esigenze della reto- rica e ai
bisogni dell’oratore: « Per consiglio e ispirazione del nostro amico Bernardo
di Lavinheta studiosissimo di Lullo, portiamo alla luce questa Retorica
affinché in questo libro, come in uno specchio nitidissimo, possa essere
contemplata, o meglio ammirata, l’immagine di tutte le scienze. È infatti
necessario che l’oratore sia a conoscenza di tutto e si impa- dronisca con
diligenza di tutto quel mondo delle scienze che vien detto enciclopedia. Per
questo, l’autore volle abbracciare con brevità e stringatezza tutte quelle cose
che son relative alla comprensione di ciascuna scienza ».?° Nel testo
pseudo-lulliano non mancavano, naturalmente, le tonalità occulte caratteristi-
che della magia rinascimentale e della letteratura lulliano-al- chimistica: Ex
tenebris lux ipsa emergit. Ipse enim posuit tenebras latibulum suum, qui apparuit in
monte circumdato caligine et nebula. Qui rationem dicendi discere volunt, opus
habent ut eam silentio adipiscantur. Hinc silentium Pythagorae Crotonesis. Traduco
dalla prima edizione: Raemaundi Lulli Eremitae divinitus illuminati, in
Rhetoricen Isagoge perspicacibus ingeniis expectata, Ve- nundantur in
Ascensianis Aedibus. Il passo cit.
è tratto dalla lettera dedicatoria di Remigio Rufo (su questo per- sonaggio
cfr. Carreras y Artav, La filosofia cristiana). La stessa opera è inserita
nella edizione ZETZNER. Ho trovato indicato il Cod. Vat. Lat. a proposito di
un’opera inedita di Lullo: la RAetorica Nova della quale esistono vari altri
manoscritti (Parigi Lat.; Monaco Staatsbibl.; Ambrosiana. Il codice Vaticano
indicato contiene invece, insieme agli Sratuta pesciven- dolorum Urbis, una
redazione manoscritta dell’opera apocrifa In Rheto- ricam Isagoge (si tratta di
un cod. cartaceo che reca due fogli bianchi e non numerati all’inizio. Lo
scritto pseudo-lulliano occupa carte. Il codice è stato rilegato assieme ad un
cod. pergamenaceo che contiene gli Statuti sopra indicati). Gli altri tre
codici (parigino, monacense e ambrosiano) contengono invece effettivamente lo
scritto di Lullo sulla retorica. Dopo un sommario riferimento ai subiecta
dell’arte lulliana (Deus, angelus, coelum, homo, imaginativa, sensitiva, vege-
tativa, elementativa, instrumentativa) ed ai praedicamenta, il testo si
articola in una lunga serie di quadri sinottici nei quali viene accumulato ed
esposto, secondo un rigido ordina- mento, tutto il sapere. La considerazione
dell’imaginativa si trasforma in tal modo in una classificazione degli animali,
delle varie parti del corpo umano e degli esseri umani che vengono curiosamente
suddivisi sulla base della loro apparte- nenza ai quattro elementi della
fisica: Terrestres, ut agricolae, metallarii Aquatici, ut mautae et piscatores
Acrei, ut funambuli et schenobatae Ignei, ut fabri, Cyclopes. Hominum quidam
sunt Allo stesso modo sotto il subrectum angelo, troviamo la Hie- rarchia
angelorum, mentre la trattazione dei predicati dà luogo ad una classificazione
dei diversi tipi di narrazione storica e di dimostrazione dialettica, delle
varie parti della retorica, delle sezioni dell’etica e dei tipi di virtù,
infine delle arti mec- caniche e liberali dall’agricoltura, alla pastorizia,
alla caccia, all'arte scenica, alla culinaria, ai lavori manuali, alla
filosofia, alla musica, alla geometria, alla matematica, alla medicina. Ben più
significativo di questo trattato retorico-enciclope- dico è il De arte
cyclognomica di GEMMA, autore di un testo sulla cometa e di uno scritto sui
prodigi e le mostruosità della natura.” Gli interessi del Gemma sono rivolti
prin- 21! Cornelius GemMa, De arte cyclognomica tomi II doctrinam ordi- num
universam, unaque philosophiam Hippocratis Platonis Galeni et Avistotelis in
unius communissimae et circularis methodi speciem refe- rentes, quae per
animorum triplices orbes ad spherae caelestis simulitu- dinem fabricatos, non
medicinae tantum arcana pandit mysteria, sed et imveniendis costituendisque
artibus ac scientiis caeteris viam com- pendiosam patefacit, Antverpiae, cx
officina Plantini, Vaticana (Palat.), ma della stessa edizione esiste un
esemplare alla Braidense e uno all’Angelica. Cfr. anche De naturae divinis
characteri- smis, seu raris et admirandis spectaculis, causis, indiciis,
proprietatibus rerum in partibus singulis universi, libri Il, Antwerpiae, ex
off. Chr. Plantini (Vatic., cfr. Racc. Gen. ] cipalmente alla
medicina, ma il suo trattato si propone di giungere alla unificazione dei
metodi di Ippocrate e Platone, Galeno e Aristotele e di fondare un metodo
universale valido così per la medicina come per tutte le altre arti e scienze.
Il metodo viene suddiviso dal Gemma in tre parti a seconda che la conoscenza si
volga alla comprensione delle cose passate, allo studio delle cose presenti, e
alla divinazione di quelle future. Nel primo caso abbiamo la memoria et eius
artificium methodicuni; nel secondo la scientia etusque adipiscendae me-
thodus; nel terzo la praedictio eiusque methodus. Ricercando una via
compendiosa alla verità, il Gemma insiste a lungo sulla funzione essenziale
delle immagini, delle rappresenta- zioni simboliche, dei circoli lulliani, ma
concepisce le stesse immagini in funzione di un metodo inteso come ordinata
classificazione di tutti gli elementi che compongono il reale: « Tota vis
igitur agendi dextere et facile cognoscendi per rerum causas in ipsis ordinibus
potissimum collocatur. Ordo enim intelligentiae signum est... ».°° Alla
minuziosa, ordinata elen- cazione degli elementi naturali e sopramondani e
della facoltà è dedicata la maggior parte dello scritto del Gemma che si
configura come una grande enciclopedia nella quale appaiono largamente
dominanti i temi della sapienza ermetica e pita- gorica. Nel Quaternio
pytagoricus per mundi septenos ordines pari proportione distributos," la
materia, la qualità, lo spirito, l’anima appaiono suddivise a seconda della
loro appartenenza al mondo intelligibile, alle cose celesti, a quelle eteree,
alle sublunari, alle animate, all’uomo, allo Stato. La tavola, nella quale sono
raffigurate queste partizioni, ha il compito di mo- strare le segrete corrispondenze
tra ciascuno degli elementi, di chiarire il modo in cui il senso o
l'immaginazione, la razzo o Medicina); De prodigiosa specie naturaque Cometae
visa, Antwerpiae, ex off. Chr. Plantini (Angelica). Nell'opera dei CarreRAs y
Artau lo scritto De arte cyclognomica di è stato erroneamente datatoNon si
tratta però di un semplice errore di stampa; gli autori, che hanno lavorato
molto spesso su informazioni di seconda e anche di terza mano, trat- tano del
Gemma nel capitolo dedicato agli sviluppi del lullismo (Cfr. La filosofia
cristiana). De arte cyclognomica De arte cyclognomica] la mens si collegano
alla totalità dell’universo, ai corpi celesti, al calore presente negli esseri
animati, agli spiriti eterci, alle intelligenze che presiedono al moto degli astri.
A questo stesso scopo rispondono sia la rappresentazione grafica dell’anima con
la collocazione delle cinquantuno facoltà presenti nell’uo- mo,” sia la
raffigurazione delle tre scale ciascuna delle quali offre il quadro delle parti
che compongono la metafisica, la fisica e la logica mostrando insieme gli scopi
di queste scienze, i rapporti che intercorrono tra le varie parti delle singole
disci- pline, l'ordine nel quale dev’esser collocata ogni parte in rela- zione
all’ordine universale.? AI fondo di queste fantastiche classificazioni, alla
base delle strane figure che riempiono il testo di GEMMA, dietro questa
incondizionata adesione ai motivi più torbidi della tradizione ermetica resta
però ben saldo — ed è questo che si vuol sotto- lineare — il presupposto di una
necessaria unità del sapere che è specchio della fondamentale unità del cosmo:
« mediante l’idea stessa della divina Virtù, le ragioni di tutte le cose
risplendono in ciascuna delle particelle del mondo ». Que- st'affermazione — e
lo ammetteva esplicitamente lo stesso Gemma — costituiva il primo, essenziale
fondamento di tutta l’Arte.?* Su questo stesso terreno, anche se con una
fondamentale diversità di tono derivante dal prevalere di interessi di tipo
logico, si muove l’opera di Pedro Gregoire di Tolosa che fu pubblicata per la
prima volta a Lion; il titolo è già di per sè indicativo: Syntaxes artis
mirabilis in libros VII digestae per quas de omni re proposita, multis et prope
infinitis rationibus disputari aut tractari, omniumque summaria cognitio haberi
potest. Accanto
al consueto tema [De arte cyclognomica, De arte cyclognomica, De naturac
divinis characterismis, cHoc ergo sit primum artis nostrae fundamentum VENEZIA,
apud Jo. Dominicum de Imbertis. L'altro tomo del- l’opera ha per titolo:
Sintareon artis mirabilis alter tomus in quo om- nium scicntiarum et artium
tradita est epitome, unde facilius istius artis studiosus de omnibus propositis
possit rationes et ornamenta rarissima proferre (Archiginn.). L’opera fu ristampata dall’editore Zetzner a Colonia] di un’arte capace di giungere alla
individuazione degli assiomi comuni a tutte le scienze e di elaborare assoluti
criteri di certezza, tornavano qui molti dei problemi già affrontati, in quegli
stessi anni, da Agrippa e da Lavinheta, ma il tentativo del Gregoire non si
risolveva in un semplice “commento” all’arte lulliana. A differenza dei
commentatori egli, dopo aver accennato a Lullo e ai principali teorici della
sintassi univer- sale, elaborava una vera e propria enciclopedia delle scienze
non indegna di essere accostata, almeno per quanto concerne la vastità di
interessi e la grandiosità, al De augmentis baco- niano. Essa si fondava su uno
speculum artis nel quale veni- vano presentati da un lato i « modi quaerendi
examinandi disputandi et respondendi » e dall’altro le classi o cellulas alle
quali ogni sapere dev'essere riferito. Il riferimento ai princìpi assoluti e
relativi dell’ars magna era qui esplicito, ma altret- tanto e forse più
interessanti sono le pagine nelle quali l’aspi- razione ad un sapere
enciclopedico e universale si congiunge alla fiducia in una sostanziale
intercomunicabilità fra tutte le scienze. Ed è da sottolineare il fatto che
questa affermazione dell’unità del sapere si converte, immediatamente dopo,
nel- l’altra, ad essa corrispondente, dell’unità essenziale del cosmo: «
Poiché, come afferma Cicerone, nulla v’è di più dolce che il conoscere tutto e
l’indagare su tutto, giunsi alla convinzione che i particolari precetti delle
singole scienze, distinti l’uno dall’altro, possono essere racchiusi in
un'unica arte generale mediante la quale essi giungano a comunicare
reciprocamente. In tutte le cose è sempre possibile rintracciare un unico ge-
nere nel quale concordano e al quale partecipano tutte le specie, nonostante
che esse differiscono in talune proprietà; è chiaro di conseguenza che, una
volta pienamente conosciuto il genere, la nozione delle specie apparirà più
facilmente, allo Commentaria in Sintaxes Artis Mtrabilis, per quas de omnibus
dispu- tatur habeturque ratio in quibus plura omnino scitu necessaria...
tractantur. Il secondo tomo ha per titolo Sintarcon artis mirabilis in libros
XL digestarum tomi duo. Nel terzo e nel quarto acutissimae ac sublimes
tractationes de Deo de Angelis et de Immortalitate animae continentur. Le
citazioni che seguono sono tratte da quest'ultima edizione (Archiginn.). Per
più ampie notizie sull'autore cfr. CARRERAS Y ArtTAU, La filos. Cristiana]
stesso modo che conosceremmo la divisione in rivoli e lc parti- zioni dei fiumi
una volta che, dalla fonte, fossimo giunti, se- guendo l’alveo, ai luoghi nei
quali si effettuano le separazioni. Allo stesso modo non apparirà impossibile e
assurdo che le diverse opere delle diverse arti vengano realizzate mediante un
unico strumento. Così infatti tutti i particolari corpi na- turali sono
composti dalla diversa mescolanza dei quattro ele- menti e tutte le piante e
tutti gli animali partecipano ad un’unica forza vegetativa e per essa crescono,
e tutti i sensi sono contenuti in uno stesso corpo e le cose corporee € quelle
incorporee consentono nell'uomo che consta di anima e di corpo, lo stesso Cielo
ultimo abbraccia naturalmente e conduce e muove in un solo ambito, in un solo
moto e in un solo influsso tutte le cose inferiori che tutte in esso concordano
». Il fondamento della “scienza unificata” era dunque una concezione
platonico-pitagorica o, se si vuole, “magica” della realtà intesa come un tutto
unitario e vivente. La estendibilità dell'Arte o dell’unico metodo a tutte le
discipline e a tutti i rami del sapere è possibile in virtù di un presupposto
“meta- fisico”: quello di un cosmo nel quale si rispecchiano le idee della
mente che ha presieduto alla sua creazione e al suo ordi- namento: « E
finalmente tutte le cose sono create e rette dal- l’unica mente di Dio, ogni
luce delle stelle partecipa della luce del sole e tutte le virtù partecipano
della giustizia. Dio e l’uomo, infine, convengono e convivono in un’ipostasi
unica: in nostro Cristo. E poiché così stanno le cose... senza alcun dubbio la
mente e la ragione dell’uomo possono estendersi a tutte le arti, ove siano
guidate da un ottimo me- todo generale del sapere e del comprendere... A
ciascuna delle scienze particolari appartengono delle nozioni — o preludi
universali — mediante le quali l’arte e la perizia vengono facilmente
potenziate. A conclusioni non diverse giunge il patrizio veneto Valerio de VALERIIS
(si veda) che nell’Opus aureum riprende, modificandolo e integrandolo, il
progetto lulliano dell’arbor scientiarum. Nel testo del De VALERIIS il problema
dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con
quello della formula- [Commentaria] zione delle regole della combinatoria. L’opera
è ripartita in quattro parti. Nella I vede trattata la cognizione necessaria al
raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Nella II si mostrano i XIV alberi
dalla cui conoscenza dipende l’intera conoscenza degl’enti. Nella II illustrano
con esempi ciò che è stato esposto. Nella IV parte, infine, si mostreremo in
qual modo l’arte generale vada ridotta a questa impresa, insegnando a
moltiplicare i concetti e gli argomenti quasi all’infinito, mescolando le
radici con le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le
regole con tutti questi e molti altri modi L’interpretazione che, nella IV
parte dell’OPVS AVREVM di Valeriis, venne data delle figure dell’arte appare
fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e, molto probabilmente, anche
dalle saggi di BRUNO il quale e venuto pubblicando le sue opere lullistiche e
mnemotecniche. Più che ad Agrippa e a BRUNO, il de VALERIIS si richiama
tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de aliorum dictis non curamus,
Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una dot- trina dei predicati
assoluti e relativi. L'esigenza di un’arte aurea nasce in ogni modo, anche in
questo caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e caotico dell’orbe
intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno di un
singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi
conto dell’ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad
una situazione nella quale gli uomini, dopo infinite fatiche, potessero
riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec
sine maximis in- commoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut
philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et
viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici
harum arborum umbra perpetuo et secure quiesce- [Sul De Valeriis (si veda) cfr.
CarrERAS y ARTAU, La filos. Cristiana. Per la prima edizione dell’opera si veda
RocenT Duran, Bibliografia. La citazione riportata nel testo dall'Opus aureun:
in quo omnia breviter explicantur quac R. Lullus tam in scientiaruni arbore
quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER De VaLeriis, Opus
aureum, ed ZetznER] 61 re »)."! Anche per il de VALERIIS le radici degl’alberi
coincideno con i princìpi dell’arte, mentre lo stesso ordine di successione dei
vari princìpi venne presentato come dipendente dalla natura -- magnitudo vero,
quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae
consilio. É proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far
ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi dell'Arte ai
subiecta. Nell’'uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da
impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e
tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di
imperfezione, dev’essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita
alla pietra -- che occupa il gradino infimo -- dev'essere attribuita anche ai
vegetali che occupano il II grado della scala naturale. Ciò che comporta una
imperfezione, se conviene all’inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore
deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite a Dio,
anche se convengono alle cose inferiori. Il divino Lullo ordina secondo nove
soggetti e XIV alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte
cose in ogni disciplina si formi questa scala.. Quelle del Gregoire e di de VALERIIS
sono posizioni tipi- che: da impostazioni di questo genere trarrà nuovo
alimento e nuova forza l’idea di una sintassi universale che fornisca, oltre
che la chiave dei misteri dell’ideale e del reale, anche il criterio assoluto
per la costruzione di una completa enci- clopedia delle scienze. Da Lullo fino
a Alsted e a Leibniz resta ben salda la convinzione che l’arte lulliana o
cabala dei sapienti o arte aurea o combinatoria o scienza generale costituisca
la scoperta meta- fisica della trama ideale della realtì.. DI RaiMonpo Lutto.
Il problema di un rapido e facile apprendimento delle regole dell’arte e
dell’ordine nel quale le nozioni sono disposte all’interno dell’“enciclopedia”
si presenta, nell'opera di Lullo e in quella dei lullisti, non come marginale o
secondario, ma 3 De VALERIS, Opus aureum, De Valeriis, Opus aureum, come costitutivo
ed essenziale. Le figure ruotanti, gl’alberi, le tavole sinottiche, le
sistematiche classificazioni si presen- tano in quei testi come gli strumenti
dei quali far uso per tra- sformare in un tempo straordinariamente breve (si
oscilla a seconda degli autori da un mese a due anni) un uomo incolto in un
sapiente, in un uomo cioè le cui possibilità di conoscenza e di azione siano
enormemente più vaste di quelle offerte dalla logica e dalla filosofia
tradizionali. È dunque naturale che, da questo punto di vista, il problema di
una tecnica memorativa o, nella terminologia del lullismo, di una confirmatio
memoriae si presentasse strettamente connesso a uello della combinatoria e a
quello della classificazione enci- clopedica degli elementi della realtà e
delle componenti del mondo del sapere. Si parlerà comunemente di art: ficium
mnemonicum, di systema mnemonicum, di logica me- morativa per indicare da un
lato le grandi costruzioni cosmo- logico-enciclopediche e dall’altro le
formulazioni o i manuali di tecnica combinatoria. Alsted, che presentava la sua
enciclopedia come artium liberalium et facultatum omnium systema mnemonicum e
Mink che intitolava logica mnemonica la sua esposizione e revisione dell’ars
magna lulliana, si richiamavano ad una tradizione precisa che ha le sue radici
nei testi cinquecenteschi del lullismo europeo e nell’opera stessa di Raimondo
Lullo. Nel prologo alla Logica Nova, scritta in catalano a Genova e tradotta in
latino a Montpellier l’anno se- guente, Lullo esponeva il suo programma di
applicazione dei princìpi dell’arte generale alla logica (considerata come
disci- plina e arte particolare) e contrapponeva la sua nuova logica a quella
tradizionale insistendo sulla facilità di acquisizione e di ritenzione della
sua logica compendiosa : Idcirco ad prolixitatem et labilitatem huiusmodi
evitandum (divino auxilio mediante) cogitavimus Novam et compen- diosam Logicam
invenire, quae citra nimiam difficultatem et laborem ab inquirentibus cam
acquiratur, et ac- quisita in memoria plenarie conservetur, ac inibi totaliter,
et facillime teneatur. Liber de nova logica, Mallorca, Cit. in CaRRERAS Y
ARTAU, La filosofia cristiana. Sulla
necessità di un apprendimento mnemonico dei princìpi dell’arte Lullo ritornerà
più volte (« diximus de diffinitio- nibus principiorum, quas oportet scire
cordatenus... »).°* Non si trattava solo di un accorgimento che riguardasse la
“messa in movimento” della complessa macchina lulliana: tutti gli elementi più
strettamente “tecnici” dell’arte (le figure, gli alberi, i versi) rispondevano
a intenti dichiaratamente mne- monici.**° Proprio nei versi dell’Aplicaciò de
l'Art general, un poema didattico che esponeva in forma “popolare” i vantaggi
derivanti dalla applicazione dell’arte alle varie scienze, Lullo insisteva sulla
miracolosa drew:tà della sua com- binatoria e sulle possibilità di un rapido e
insieme duraturo apprendimento: Que mostrem la aplicaciò Del Art general en
cascuna Que a totes està comuna E per elles poden haver En breu de temps et
retener.?° AI problema della memoria e dell’Ars memorativa Lullo aveva del
resto rivolto in modo più specifico la sua attenzione fin dai suoi primi
scritti. Sulla base della tripartizione delle tre virtù © potenze dell'anima
razionale (memoria, intelletto e volontà) già presente nel Libre de
Contemplaciò en Dèu del 1272, egli aveva progettato la costruzione di tre
grandi 54 Ars brevis, VI, 10. 95 Sul carattere mnemonico delle figure e dei
versi varie buone osser- vazioni nell'opera dei Carreras y Artau. A intenti
mnemonico-divulga- tivi rispondeva per esempio la Lògica en rims 0 « nuovo
compendio » del Compendium Logicae Algazelis (vv. 6-9 e 1574-80): en rimes e’n
mots qui son plans per tal que hom puscha mostrar logica e philosophar a cels
qui no saben lati ni arabich... Per affermar e per neguar a. b. c. pots aiustar
mudant subject e predicat relativament comparat en conseguent antesedent. 16
Aplicaciò de l’Art general, in Obras rimadas de R. Lull, Palma de M., arti
l’ars inventiva, l’ars amativa e l’ars memorativa”" connesse rispettivamente
all’ardor scientiae, all’arbor amoris e all’arbor reminiscentiae. L’Art amativa
(1290), completata dall’Arbre de filosofia d'amor (1298), l'Art inventiva
(1289) e l’Arbre de Sciencia (1295) rappresentano la parziale realizzazione di
questo progetto. Del 1290 è l’Arbre de filosofia desiderat: ciò che è «
desiderato », e nel corso dell’opera solo parzialmente realizzato, è appunto
quell’arte della memoria da lungo tem- po progettata. Muovendosi entro l’arbre
de filosofia e seguen- done la complessa struttura sarà possibile, secondo
Lullo, giun- gere ad intendere le cose vere, ad amare quelle buone e a
ricordare artificialmente le cose passate. Il tronco è l’ente dal quale
derivano i rami e i fiori che rappresentano contempora- neamente i nove princìpi
e i nove predicati dell’arte. Le let- tere da è a et designano i diciotto
principi-fiori dell’ars ma- gna, le lettere da / ad « i XVIII princìpi-rami. La
struttura dell’albero è quindi la seguente: FIORI TRONCO RAMI b. bontà
differenza potenza Ente Dio creature I. C. grandezza concordanza oggetto Ente
reale fantastico m. D durata contrarietà memoria ENTE | genere specie n. E
potenza principio intenzione ExTE movente movibile D) F sapienza medio punto
trascen- EnTE unità pluralità p- e.
volontà — fine vuoto [dente] Ente
astratto concreto q. Ah. virtù maggiorità opera ENTE intensità estensione r i. verità eguaglianza
giustizia Ente somiglianza dissomiglianza s. K gloria minorità ordine Ente
gencrazione corruzione tt. Facendo uso della tecnica inventivo-espositiva, che
trova più ampio sviluppo nell’ars brevis e nell’ars magna, Lullo si richiama
alla figura circolare, alla definizione dei princìpi, a dieci regole, infine
alle proposizioni e alle questioni. La tecnica memorativa risulta dalla
sistematica applicazione di d (memoria) a ciascuno dei rami simboleggiati da /,
m, n, ecc. Ne risultano nove combinazioni dl, dm, dn, ecc., in ciascuna delle
quali la memoria artificiale si realizza attraverso parti- [Regole per la
memoria sono già presenti nel Liber de contemplaciò. Cfr. Carreras y ArtaAU, La
filos. Cristiana] colari accorgimenti giungendo a risultati di volta in volta
differenti. Accanto alle ingenue “regole” già presenti nella trattatistica
antica e medievale di medicina applicata alla me- moria, troviamo qui presente
il ricorso alla concordantia, alla contrarietas, alla differentia (dp:
memoria-unità pluralità; ds: memoria-somiglianza dissomiglianza) e alla
subordina- zione del particolare al generale (4n: memoria-genere specie). Lullo
si muove dunque, in questo caso, sul terreno di quella rudimentale psicologia
delle associazioni che deriva, diretta- mente o indirettamente, dalle opere
aristoteliche. Le regole della memoria contenute nell’Arbre de filosofia
desiderat sono state ampiamente riassunte cd esaminate dai Carreras y Artau.?*
È quindi più opportuno richiamare qui l’attenzione su alcune opere inedite di
Lullo che non sono state, a tutt’oggi, fatte oggetto di specifico esame. Si
tratta, in primo luogo, dell’inedito Liber de memoria conservato in due
manoscritti, Montpellier. In questo scritto, che viene presentato dall’autore
come la realizzazione di un progetto lungamente meditato (« finivit Raymundus
librum memoriae quem diu desideraverat ipsum fe- cisse »),‘° Lullo fa
riferimento ad un d/bero, l’arbor memo- riae, che non appare elencato tra i
sedici alberi dell’Arbre de Sciencia del 1295. Nell’arbor memoriae vengono
elencati e classificati nove tipi di memoria ciascuno dei quali è posto in
corrispondenza con ciascuno dei nove princìpi, dei nove 38 La filosofia
cristiana. Il Dictionnaire de Theologie
catholique e il Lirtré, Histoire littéraire de la France, vfanno riferimento a
due manoscritti: Parigi Lat.; Innichen; Ho trovato inoltre sc- gnalati il ms. Univ.
di Torino e il Vat. Urb. lat. Il
manoscritto torinese è andato distrutto. Il Cod. Vat. Urb. lat. non contiene il
Liber de memoria, ma un’opera apocrifa attribuita a Lullo Non ho visto il ms.
di Innichen. Le citazioni sono tratte dal parigino lat. alle cartev. Inc.: Per
quendam silvam quidam homo ibat. Expl.: Ad gloriam et honorem Dei finivit
Raymundus librum memoriae quem diu desi- deraverat ipsum fecisse. Et finivit in
Montepessulano in mense februarii, anno CCCIIH ab incarnatione Domini Nostri
Iesu Christi. 4° Par. Lat.] princìpi relativi, c delle nove quaestiones. Ecco
l’inizio del trattato: Per quendam silvam quidam homo ibat considerando quid
erat causa quia scientia difficilis est ad acquirendum, facilis vero ad
obliviscendum et videbatur ci quod propter de- fectum memoriae istud erat eo
quia sua essentia non bene est cognita atque suae operationes sive condiciones
naturales, et ideo proposuit de memoria facere istum li- brum ad memoriam caque
ci pertinent agnoscendum. Subicctum huius libri est ars gencralis, coque cum suis
principiis et regulis memoriam intendimus investigare... Est autem memoria ens
cui proprium et per se est memo- rari. Dividitur iste liber in tres
distinctiones. I est de arbore memoriac et de suis conditionibus de principiis
artis generalis cum suis diffinitionibus et regulis. II distinctio est de
floribus memoriae et de principiis et re- gulis artis gencralis ipsi memoriae
applicatis. III distinctio est de quaestionibus de memoria factis ct de solutionibus
quaestionum. Et primo de prima dicemus. Arbor memoriae dividitur in IX flores
ut in sc patet. 17r. I flos est b et b significat / bonitatem [dantem in] >
memoriam receptivam ct utrum; II flos est C, et C significat magnitudinem
concordantiam memoriam remissivam et quid est; d significat durationem
contrarietatem memoriam conservativam ct de quo; E significat potestatem sive
principium memoriam activam et F significat sapientiam medium [materiam]
memoriam discretivam et quantum; G significat voluntatem finem memoriam
multiplicativam et quale; H significat virtutem maioritatem memoriam
significativam et quando; I significat [veritatem] aequalitatem memoriam terminativam et ubi; K
significat gloriam, minoritatem memoriam complexionativam et quomodo et cum
quo. In arte ista alphabetum ABECEDARIVM
supradictum cordetenus scire oportet... Facendo ricorso alle tavole e alle
figure dell’Ars brevis e dell’Ars magna è possibile, correggendo e integrando
in due o tre punti il manoscritto," rendersi conto di come si confi-
gurasse per Lullo la progettata applicazione dell’ars generalis. Le parole
poste fra sono supplite, quelle poste
fra parentesi quadre sono giudicate da espungere. Spesso con il termine
supplito si propone la correzione di evidenti errori di trascrizione. I termini
posti fra parentesi quadre nella tabella che segue manca- no o risultano
alterati nel codice.] allo specifico campo della memoria. La struttura della
combinatoria lulliana appare in questo caso la seguente: D PRINCIPI PRINCIPI
SUBIECTA QUAESTIONES ASSOLUTI RELATIVI MEMORIA {b. bonitas [differentia]
receptiva utrum c. magnitudo concordantia remissiva quid d. duratio
contrarictas conservativa de quo e. potestas principium activa [quare ] f.
sapientia medium discretiva quantum g. voluntas finis multiplicativa quale h.
virtus maioritas significativa quando i. veritas acqualitas terminativa ubi k.
gloria minoritas complexionativa quomodo ct cum quo. Non è certo il caso di
addentrarsi qui in una spiegazione del complesso funzionamento dell’applicazione
dell’ars generalis al subiectum memoria. Una tale spiegazione richiede- rebbe
fra l’altro la preliminare chiarificazione dei procedi- menti della
combinatoria i quali, anche di recente, sono stati esposti e discussi in modo
egregio da Platzeck. Basta soffermarci su un passo particolarmente indicativo
del tipo di problemi ai quali si volge l’attenzione di Lullo. Nel brano che
segue Lullo affronta da un lato il problema del rapporto tra la facoltà
memorativa e il corpo e dall'altro fa leva sul passaggio dal generale al
particolare per gettare le basi di una tecnica del ricordo: Memoria est in loco
ut per regulam de i in tertia parte. Quod amiserat principium distinctionis
signatum est et est in loco per accidens non per se, hoc est ratione cor- poris
cum quo est convicta, quoniam memoria per se non est collocabilis eo quia non
habet superficiem sed est in loco in quo corpus est, ct sicut corpus est
mutabile de loco in locum, etiam memoria per ipsum. Memoria vero mutat obiecta
de uno loco in alium non mutando se, sed mutando suas operationes obiective
recipiendo spe- cies quae sunt similitudines locorum cum quibus est dis-
cretiva et multiplicativa ct ideo secundum quod ipsa est conditionata cum loco,
debet artista uti ipsa per loca et ideo si vult recordari aliquid traditum
oblivioni, consi- derat illum locum in quo fuit et primo in genere, sicut In
qua civitate, post in specie, sicut in quo vico, post [PLATZECcK, La
combinatoria luliana] in particulari, sicut in qua domo seu in aula seu in
coquina 21v. / et sic de aliis et ideo per talem discursum memoria
multiplicabit se. Nonostante che l’attenzione di Lullo sia qui chiaramente
rivolta al processo di successiva determinazione dei particolari (nella sua
terminologia la tractatio de generali ad specialia postea descendens) è
difficile non avvertire nel passo ora citato l'eco, sia pure attenuata, di
quella discussione sui “luoghi” che caratterizza tutta la mnemotecnica di
derivazione « cice- roniana ». Gli stessi esempi portati da Lullo (la città, la
strada, la casa, la stanza, la cucina) sono tipici di quella termi- nologia
della quale i “ciceroniani” avevano fatto un uso larghissimo. Per il tramite
dell’agostinismo qualche elemento di quella tradizione dev’essere penetrato
all’interno dello stesso pensiero di Lullo. I rapporti tra lc tecniche
memorative escogitate da Lullo e la tradizione ciceroniana sono certo assai
tenui e difficilmente determinabili e tuttavia sarebbe grave- mente errato,
continuando ad interpretare l’arte lulliana come un abbozzo di “logica formale”,
sottovalutare il peso che sui progetti dell’arte esercitò quella tematica di
derivazione ago- stiniana che vedeva nella distinzione di memoria, intelletto e
volontà l’espressione simbolica delle tre persone della Trinità. Di fatto, come
nota Yates, l’arte appare anch'essa concepita a immagine e somiglianza della
trinità divina. Nella sua pienezza essa consta di tre facce o aspetti: il primo
(che si realizza mediante la combinatoria o la nuova logica) agisce mediante
l’intelletto; il secondo me- diante il quale si esercita la volontà (e a
quest’aspetto si rife- riscono le opere mistiche di Lullo); il terzo che
concerne la memoria e trasforma l’intera arte in un grande sistema di
mnemotecnica.!* 44 Sul rapporto fra la mnemotecnica ciceroniana c l’opera di
Agostino cfr. YATES, The ciceronian art of memory, nel vol. Medioevo e
Rinascimento, studi in onore di NARDI, Firenze. Si veda a questo proposito il
Cod. della Naz. di Parigi: Liber iste [si tratta del Liber memoriae] valde
utilis est et asso- ciabilis cum libris Intellectus et Voluntatis in uno
volumine quantum ad invicem sunt se iuvantes ad attingendum secreta rerum. Sull'arte
concepita a immagine della Trinità cfr. Yates, The art of Lull, Sull’effettiva
influenza di questa impostazione agostiniana esiste com'è noto una larga
documentazione. Oltre ai nume- rosi passi del Liber de contemplaciò e
dell’Arbre de filosofia desiderat ricordati dai Carreras y Artau si vuol qui
segnalare, come particolarmente indicativo, un altro scritto inedito di Lullo,
il Liber de divina memoria, Messina. In quest'opera l’indagine sulla memoria
ap- pare piegata, secondo una curvatura tipicamente agostiniana, a precise
finalità teologiche. Trascriviamo, dal ms. ambrosia- no, l’inizio del trattato:
22r. Deus cum tua misericordia incipit liber de tua memoria. Quoniam de divina
memoria non habemus tantam noti- tiam sicut de divino intellectu et voluntate,
idcirco inten- dimus indagare divinam memoriam ut de ipsa tantam notitiam
habeamus quantam habemus de divino intellectu et voluntate. Ex hoc habebimus
maiorem scientiam de deo... De divisione huius libri: dividitur iste liber in
quin- que distinctiones. In prima tractabimus de memoria ho- minis, in secunda
investigabimus memoriam divinam per divinum intellectum, in tertia divinam voluntatem,
in quarta divinam trinitatem, in quinta et ultima divinas rattones. Memoria
humana est potentia cum qua homo recolit ca quae sunt praeterita et ad hoc
declarandum damus istud exemplum. Potentia imaginativa non habet actum scilicet
imaginari in illo tempore in quo potentia sensitiva attingit suum obiectum cet
de hoc quolibet potest habere experientiam, a simili dum homo attingit obiec-
tum pensatum seu imaginatum in tempore presenti tunc memoria non potest
memorari illud obiectum quia intel- lectus et voluntas hominis impediunt
quominus memoria 22v. habeat suum actum quia intellectus intelligit ipsum
obiectum et voluntas diligit seu odit illud et per hoc ostenditur quia memoria
est potentia per se contra illos qui dicunt quod memoria non est potentia per
se sed est radicata in intellectu et simul sunt una potentia, quod falsum est
ut super declaratum est. Littré (Hist. litt. de la France) fa riferimento al
Cod. della Staatsbibl. di Monaco, il Longpré (Dicr. de Théol. cat.) segnala,
accanto a quello di Mo- naco, il Vat. Ott. lat. Cod. Ambrosiano segnalato dall’
Ottaviano. Inc.: Deus cum tua misericordia incipit liber de tua memoria. Quo-
niam de divina memoria. Exp/.: Ad laudem et honorem Dei finivit Raymundus istum
librum in civitate Messanae mense Martii anno. Fra le due opere sulla memoria
delle quali abbiamo fatto cenno, si colloca infine un terzo testo sulla memoria
— il Liber ad memoriam confirmandam — anch'esso inedito, composto a Pisa nel
1308 durante il sog giorno nel convento di San Domenico.“ Il trattato si apre
con la dichiarazione dei fini che si propone la confirmatio memoriae («ratio
quare presentem volumus colligere trac- tatum est ut memoria hominum, quae
labilis est et caduca, modo rectificetur meliori ») e con la distinzione fra le
tre po- tenze naturali dell'anima — capacitas, memoria, discretio — ciascuna
delle quali può essere perfezionata mediante l’im- piego di una particolare
tecnica. A ciascuna delle tre potenze naturali corrisponde in tal modo una
potenza artificiale ac- quisibile mediante l’arte. A quest’ultima spetta fra
l’altro il compito di dar luogo ad un tipo di apprendimento e di tra- smissione
del sapere che non affatichi inutilmente e bestialmente i giovani: Ir. Primo
igitur ut laborans in studio faciliter sciat modum scientiam invenire et ne,
post amissos quamplurimos la- bores, scientiae huius operam inutiliter
tradidisse noscatur, Iv. sed potius labor in requiem et sudor / in gloriam
plena- ric convertatur, modum scientiae decet pro iuvenibus in- venire per quem
non tanta gravitate corporis iugiter de- primantur, sed, absque nimia vexatione
et cum corporis levitate et mentis laetitia, ad scientiarum culmina gra-
dientes equidem propere subeant. Multi enim sunt qui, more brutorum, literarum
studia cum multo et summo labore corporis prosequuntur absque exercitio ingenii
arti- ficioso, sed et continuis vigiliis maceratum corpus suum iuxta labores
proprios inutiliter cxhibentes. Igitur decet modum per quem virtuosus studens
thesaurum scientiac leviter valcat invenire et a gravamine tantorum laborum
relevari possit. Di questo testo ho visto le tre redazioni manoscritte
conservate nei seguenti Codici: Ambrosiana.; Monaco, Staatsbibl; Parigi Naz.
lat. Vat. lat, che ho trovato segnalato a proposito del Liber ad memoriam
confirmandam, non contiene opere di Lullo. Nella tra- scrizione mi sono servito
dei tre codici indicati. L'indicazione delle carte si riferisce al cod.
monacense. Per il testo completo dell'operetta cfr. l’appendice. L’arte si
presenta dunque come uno strumento di libera- zione da una pedagogia
inutilmente sopraffatrice: il tema di un rafforzamento “artificiale” delle
potenze naturalidell'anima si legava al motivo, tipicamente francescano, della
letizia spi- rituale. La capacitas può essere perfezionata mediante
l’attenzione e l’ordinata partizione degli argomenti. Al perfezionamento della
memoria vera e propria vengono dedicate osservazioni che presentano un notevole
interesse c che differenziano in misura notevole questo dagli altri testi
lulliani sull’argomento: 2v. 3r. Varie cose sono da sottolineare in questo
brano: in primo luogo il richiamo all’aristotelico De memoria et reminiscentia
Venio igitur ad secundam, scilicet ad memoriam quae quidem, secundum antiquos,
alia est naturalis, alia est ar- tificialis. Naturalis est quam quis recipit in
creatione vel generatione sua secundum materiam ex qua homo gene- ratur et
secundum quod influentia alicuius planetae su- perioris regnat: et secundum hoc
videmus quosdam homines meliorem memoriam habentes quam alios, sed de ista
nihil ad nos quoniam Dei est illud concedere. Alia est memoria artificialis et
ista est duplex quia quaedam est in medicinis et emplastris cum quibus habetur,
et istam reputo valde periculosam quoniam interdum dantur tales medicinac
dispositioni hominis contrariae, interdum super- fluae et in maxima cruditate
qua cerebrum ultra modum dessicatur, et propter defectum cerebri homo ad demen-
tiam demergitur, ut audivimus et vidimus de multis, et ista displiciet Deo
quoniam hic non se tenet pro contento de gratia quam sibi Deus contulit unde,
posito casu quod ad insaniam non perveniat, nunquam / vel raro habebit fructus
scientiae. Alia est memoria artificialis per alium modum acquirendi, nam dum
aliquis per capacitatem re- cipit multum in memoria et in ore revolvat per
scipsum quoniam secundum Alanum in parabolis studens est ad- modum bovis. Bos
cnim cum maxima velocitate recipit herbas et sine masticatione ad stomachum
remittit quas postmodum remugit et ad finem, cum melius est dige- stum, in
sanguinem et carnem convertit: ita est de studente qui moribus oblitis capit
scientiam sine deliberatione, unde ad finem ut duret, debet in ore mentis
masticare ut in memoria radicetur et habituetur quoniam quod leviter capit
leviter recedit et ita memoria, ut habetur in Libro de memoria et
reminiscentia, per saepissimam rei- terationem firmiter confirmatur. (tale
richiamo che è presente sia nel ms. parigino sia nel mo- nacense, è invece
assente in quello ambrosiano. Il ms. parigino reca inoltre un erroneo Aristotelem
in luogo di Alanum) c l’insistenza sulla reiteratio come elemento essenziale al
raf- forzamento della memoria; in secondo luogo l’assenza di ogni ricorso o
riferimento all’arbor memoriae e l’aperta polemica contro i peccaminosi ed empi
tentativi di una applica- zione delle tecniche mediche alla memoria; in terzo
luogo, infine, la distinzione (che vien fatta risalire agl’antichi fra memoria
naturale e memoria artificiale. Si tratta di affermazioni e di tesi che
consentono di stabilire una connessione fra la trattazione lulliana della
memoria e quell’ambito di discussioni che si collegavano da un lato al De
reminiscentia aristotelico e dall’altro alla persistenza di motivi di deriva-
zione retorica. Mentre l’uso del termine discreto pare rin- viare al concetto
aristotelico di rem:niscentia, l’accenno agli antichi sembra confermare, ancora
una volta, una conoscenza, sia pure indiretta, di alcuni elementi attinti alla
tradizione della mnemotecnica ciceroniana CICERONE. Ci siamo così a lungo
soffermati su questo testo perché esso è indicativo di un atteggiamento
caratteristico sul quale gli specialisti di Lullo non hanno ancora
bastantemente ri- volto la loro attenzione: non si procede in quest'opera ad
applicare le regole dell’arte allo specifico settore della me- moria, ma si
pone l’intera struttura della combinatoria lul- liana a servizio della memoria
artificiale. Ad multa recitanda consideravi ponere quacdam nomina 3v. relativa
per quac ad omnia possit responderi. Ista enim sunt nomina supra dicta quid,
quare, quantus et quo- modo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti ra-
tiones in oppositum factas vel quaccumque advenerint tibi recitanda et quam
admirabile est quod centum possis ra- tiones retinere ct ipsas, dum locus
fuerit, bene recitare... Ergo qui scientiam habere affectat et universalem ad
om- nia desiderat, hoc circa ipsum tractatum laboret cum dili- gentia toto
posse quoniam sine dubio scientior crit aliis... Primum igitur per primam
speciem nominis quid, poteris certas quaestiones sive rationes sive alia
quaecunque volue- ris recitare evacuando secundam figuram de his quae con-
tinet, per secundam vero poteris in duplo respondere seu recitare et hoc per
evacuationem tertiae figurae et multi- plicationem primac. Il Liber ad memoriam
confirmandam ci è pervenuto solo in tre tardi manoscritti del secolo XVI, i
quali, oltre a numerosi errori, presentano differenze spesso notevoli. Il
riferi- mento alquanto generico alle quaestiones; l’insistente richia- mo ad un
Liber septem planetarum (è il Tractatus novus de astronomia) nel quale
sarebbero definite la capacitas, la memoria e la discretio; la confusa
esposizione della tecnica della evacuatio e della multiplicatto che già
nell’Ars magna era stata chiaramente teorizzata; l'impossibilità nella quale ci
troviamo, date le divergenze fra i codici, di controllare l’autenticità del
richiamo al De memoria aristotelico: questi ed altri elementi non possono non
indurre a molta cautela. Il testo è senza dubbio autentico, ma esso ha
probabilmente subìto notevoli alterazioni. Le conclusioni cui siamo giunti,
relativamente ai rapporti di Lullo con la tradizione della mne- motecnica
aristotelica e “ciceroniana”, possono dunque essere considerate valide solo in
quanto esse, come abbiamo cercato di mostrare, risultano confortate
dall’analisi delle altre opere inedite sulla memoria. Nel caso del Liber ad
memoriam confirmandam sussistono dunque solo alcuni dubbi. Assai chiaro è
invece il caso del ms. Urb. lat. che è stato erroneamente considerato come una
delle redazioni del Liber de memoria. Qui ci troviamo in presenza di un tratto
di memoria locale, conce- pito secondo i più rigidi e convenzionali canoni
della mne- motecnica ciceroniana, e falsamente attribuito a Lullo. Tra-
scriviamo qualche passo: Localis memoria per Raimundum Lullum. Ars memora- tiva
duobus perficitur modis scilicet locis et imaginibus. Loci non differunt ab
imaginibus nisi quia loci sunt an- guli, ut quidam putant, sed imagines quaedam
fixae Cod. cart. La Localis memoria per Raimun- dum Ltullum è alle carte. È da
notare che nel Catalogus omnium librorum magni operis Raymundi Lulli proxime
publico co- municandi, pubblicato a Magonza da Salzinger si trova elencata una
Ars memorativa (Inc.: Ars confirmat et auget utilitates) della quale si trova
un esemplare nel cod. della Staatsbibl. di Monaco (cfr. Littré, Hirst. litt. de
la France). L’attri- buzione a Lullo veniva tuttavia successivamente rifiutata
dallo stesso Salzinger che ometteva lo scritto dall'elenco delle opere lulliane
che si trova nell'edizione di Magonza] super quas, sicut super cartam,
dipinguntur imagines de- lebiless Unde loca sunt sicut materia, imagines sicut
forma. Oportet autem ut locis serbetur modus ne scilicet inter ca sit distantia
nimium remota vel nimium brevis, sed moderata ut quinque pedum vel circa; non
sit etiam nimia claritas vel nimia obscuritas sed lux mediocris... / Inveni
igitur, si poteris, domum distinctam caminis XXII diversis et dissimillibus. Habcas
semper ista loca fixa ante oculos sicut situata in cameris et scias ante et
retro illa recitare, per ordinem etiam scias quis primus, quis 339 v. secundus, quis tertius et sive de aliis... /
Si detur tibi aliud nomen notum, puta Joannis, accipe unum Joannem tibi
notum... et ipsum collocabis in loco... Che un’opera di questo genere,
appartenente ad una tra- dizione culturale assai differente da quella nel cui
ambito si era mosso Lullo, venisse attribuita al filosofo di Maiorca non è
tuttavia senza significato. Nel secolo XVI, mentre nell’am- bito del lullismo
ortodosso si vengono sviluppando in fun- zione mnemonica i temi della
combinatoria, si realizza l’in- contro, al quale più volte abbiamo accennato,
fra la tradizione ciceroniana CICERONE e quella lullista. A questo incontro
darà risonanza europea l’opera di BRUNO. Ma quasi settan- t'anni prima della
comparsa del De umbris idearum, del Cantus circaeus e del De compendiosa
architectura et commento artis Lullii (pubblicati tutti a Parigi) uno dei più
rinomati maestri del lullismo europeo, legato al gruppo di Lefèvre, aveva tentato
una sintesi fra l’arte “ciceroniana” della memoria e la combinatoria di Lullo. Presso
l’editore Zetzner di Colonia, che aveva pubblicato la grande raccolta dei testi
lulliani e dei commenti a Lullo, Alsted curava la stampa della Explanatio
compendiosaque applicatio artis Raymundi Lullit del francescano Lavinheta.‘*
L’opera era stata 1° Bernarpi De LavinHETA, Opera omnia quibus tradidit artis
Ray- mundi Lullii compendiosam explicationem et ciusdem applicationem ad logica
rhetorica physica mathematica mechanica medica mataphysica theologica ethica
iuridica problematica, edente Johnne Henrico Alstedio, Coloniac, Sumptibus
Lazari Zetzneri bibliopolae (Trivulz. Mor. pubblicata per la prima volta, a
Lione, quasi un secolo avanti. Mentre si scagliava nella prefazione contro i
ridicoli aristotelici e gli inetti ramisti persecutori di Lullo e del lulli-
smo e intolleranti di ogni libertà (« Itane docuit Aristoteles ut aliis docendi
cathedram iusserit clausam? Minime vero... »), Alsted metteva in guardia i
lettori da quel tanto di « scola- stico » e di « papistico » che era ancora
presente nell’opera di Bernardo: «Sed ostendit praxin philosophiae lullianae
more suo et sui saeculi, id est barbare et papistice. Date itaque ope- ram ne
impingatis ad duos istos scopulos. Ciò che aveva entusiasmato Alsted, al di lì
degli « scogli » della barbarie scolastica e del cattolicesimo, era il
tentativo, presente nell’opera del Lavinheta, di costruire sui fondamenti
dell’arte lul- liana una vastissima enciclopedia delle scienze. L’applica-
zione dell’ars Lullii, come chiariva il titolo, concerneva in- fatti la logica
la retorica la fisica la matematica la meccanica la medicina la metafisica la
teologia l’etica e la giurispru- denza. Nella sua partizione e classificazione
delle scienze Lavin- heta si era richiamato all’immagine lulliana dell’unico
albero del sapere rispetto al quale le varie discipline particolari si
collocano come i diversi rami di un unico tronco. Pur intro- ducendo nella sua
trattazione partizioni e distinzioni assai lontane dal lullismo (per esempio i
tre rami del trivium), Bernardo aveva attinto largamente, in particolare nella
sua logica, alle figure della combinatoria. Ma il suo intento di servirsi
dell’ars magna in vista di una ricerca di princìpi uni- versali e necessari
capaci di unificare tutto il sapere, si rivela con molta chiarezza nella
sezione intitolata /ntroductio in artem Raymundi Lullit: « È necessaria
un’unica arte generale che abbia princìpi generali, primitivi e necessarii,
mediante i quali i princìpi delle altre scienze possano essere provati e
esaminati... Le arti e le scienze speciali sono troppo prolisse e la breve vita
dell’uomo richiede che l’intelletto possegga un qualche strumento universale. Nella
sua ampia trattazione Bernardo inseriva un vero e proprio trattato di
cosmologia e di filosofia naturale (nella discussione della terza figura),
intere opere di medicina (Hor- 3° De necessitate artis.] tulus medicus, De
medicina operativa, ecc.) e considerazioni sull’ars praedicandi e sull’interpretazione
delle Scritture: egli si muoveva in tal modo sullo stesso terreno della Rhetorica
pseudo lulliana e dava l’avvio a quell’enciclopedismo su basi lulliane al quale
dettero la loro piena adesione, negli ultimi anni del secolo, sia il Gregoire
che il de Valeriis. Con il corso del Lavinheta alla Sorbona era rientrato
trion- falmente a Parigi, dopo la grande parentesi mominalista ini- ziatasi con
le polemiche di Pietro d’Ailly e del Gerson, l’in- segnamento del lullismo. Ove
si tenga presente la grande risonanza che ebbero nel mondo dei dotti le lezioni
del Lavin- heta, la sua intensa attività editoriale nei maggiori centri europei
da Parigi a Lione a Colonia, la sua “fortuna, può apparire particolarmente
interessante anche la tematica sulla memoria elaborata nell’ultima parte della
Explanatio. Bernardo si propone qui di costruire un'arte ca- pace di servirsi
contemporaneamente e delle tecniche memo- rative elaborate da Lullo e di
quelle, già larghissimamente sviluppate, che erano state ricavate dai saggi di
CICERONE e di Quintiliano. La definizione della memoria naturale, della quale
La- vinheta si serve, è ricalcata sui testi lulliani e sui commen- tari
medievali al De reminiscentia aristotelico: « Est memoria naturalis illa
potentia cui proprie competit recolere, de cuius organo in tractatu philosophiae
naturalis dictum est. Nam ipsum est in occipite ad modum pyramidis et ipsa potentia est
spiritualis. Cuius officium est
species per intellectum ac- quisitas conservare et similitudines earundem
(imperio volun- tatis) intellectui repraesentare ».”! Per quanto concerne la
memoria artificiale, Lavinheta ri- prende invece, quasi con le stesse parole, i
concetti espressi da Lullo nell’inedito Liber 24 memoriam confirmandam :
LavinHETA, Explanatio (edizione LuLro, Monaco
(Staatsbibl.)). Artificialis memoria duplex est: quacdam est in
medicinis et em- plastris, quam Doctor noster re- putat valde periculosam ex eo
quia [De memoria, dell’ediz. Alia est memoria artificialis et ista est duplex
quia quaedam cst in medicinis ct emplastris cum quibus habetur, et istam reputo
citata.] interdum dantur medicinac contravalde periculosam quoniam inter- riac
dispositioni hominis in tanto dum dantur tales medicinac dîs- gradu caliditatis
quod cerebrum positioni hominis
contrariac, In- dessicant et sic homines in dementerdum superfluae ct in maxima
tiam et stultitiam deveniunt. cruditate qua cerebrum ultra mo- dum dessicatur,
et propter defec- tum cerebri homo ad dementiam demergitur, ut audivimus ct
vidi- mus de multis, et ita displiciet Deo... Introducendo una separazione fra
le «res sensibiles quae sensu capi possunt» e le «res intelligibiles quae
intellectu solo capiuntur », Bernardo apriva però subito dopo la strada alla
distinzione fra due tipi di memoria artificiale: « Secun- dum hanc duplicem
differentiam, duplex est modus artifi- cialis memorandi. Primus facilior est
longe secundo ». Il me: todo più facile di quello lulliano al quale Lavinheta
fa qui riferimento è quello — a noi già noto — della memoria “lo- cale” o
“ciceroniana”. Per ricordare gli oggetti che cadono sotto i sensi e i prodotti
dell’immaginazione si fa ricorso, secondo i canoni tradizionali, ai luoghi ordinati
e alla collo- cazione delle immagini nei luoghi: « stabilienda sunt specifica
loca in aliquo familiari spacioso et communi quemadmodum est ecclesia,
monasterium aut domus... sui oppidi aut sui civi- tatis ». Ritorna,
naturalmente, il precetto dell’ordine dei luo- ghi (« memoria ab inordinatione
confunditur ») e quello della collocazione nei luoghi delle similitudines o
immagini: «et sic procedendo de loco in loco similitudines rerum collocet... et
id etiam ordine retrogrado facere potest et pluries debet illa discurrere ».°?
Si riaffacciano i temi consueti della iconologia alla quale è affidato il
compito di rappresentare e richiamare alla memoria le «cose intellettuali »:
oggetti « meramente intelligibili » come gli angeli potranno essere raffigurati
« que- madmodum est in Ecclesiis cum figurare, ut esset parvulus infans cum
aliis », mentre per fissare nella mente concetti (per esempio: « Dominus est
illuminatio mea et salus mea ») ci si servirà largamente delle figure
emblematiche: «si porrà nel luogo designato l’immagine solenne di un uomo ben
vestito che tiene in una mano un lume e nell’altra del sale, e benché sale e
salute significhino cose diverse, tuttavia per [Explicatio] quella certa
somiglianza che i due termini hanno ‘n voce, l’una cosa condurrà a ricordare
l’altra »."? Di fronte agli oggetti della speculazione, a quelle cose cioè
« quae sunt remotissima non modo a sensibus, vero et ab ima- ginatione », la
tecnica “ciceroniana” della memoria si rivela tuttavia insufficiente. In questi
casi è necessario far ricorso ad un secondo, più complicato tipo di memoria
artificiale, volgersi all’ars generalis escogitata da Lullo. Qui — afferma
Lavinheta — piegando ad un uso nuovo la vecchia terminologia ciceroniana CICERONE
— tutti i possibili oggetti del sapere ven- gono « collocati in pochi luoghi »
e, attraverso i princìpi, le figure, le regole, le guaestiones, l'artista può
impadronirsi in modo duraturo di tutto lo scibile La combinatoria di Lullo era
dunque apparsa al Lavinheta contemporaneamente come una logica e una
mnemotecnica: da un lato essa si poneva come lo strumento universale (1nstru-
mentum universale) mediante il quale tutti i princìpi delle scienze particolari
potevano essere sottoposti ad esame, dal- l’altro essa si identificava con un
grande sistema di ars remi niscendi che aveva assai più ampie possibilità di
applicazione dell’ars memoriae di derivazione retorica e ciceroniana. Per
rendersi conto di come posizioni di questo genere giungessero ad incidere
profondamente in ambienti assai vari, non è ne- cessario richiamarsi ora ai
testi, da questo punto di vista deci- sivi, della pansofia e
dell’enciclopedismo seicenteschi. Tredici anni prima della pubblicazione
dell’opera del Lavinheta, si erano riuniti, a Cracovia, i rappresentanti del
corpo accademico per prendere in esame la consistenza o meno dell’accusa di
magia che era stata lanciata contro
Murner, autore di una Logica memorativa, chartiludium logicae sive
totius dialecticae me- moria pubblicata nel 1509. Nello scritto, che propugnava
la combinazione di un sistema di concetti con un parallelo si- 33 Explicatio,
cit., p. 654. 54 Explicatio] stema di simboli plastici, erano evidenti gli
influssi lulliani.*° La relazione finale, scritta da Ioannes de Glogovia sulla
questione, è un documento singolare. Meglio di un lungo discorso essa ci dà la
sensazione precisa della larga diffusione (anche negli ambienti accademici) di
un certo tipo di discussioni € vale anche a mostrarci la presenza di quella
connessione, che andò stabilendosi particolarmente nelle università tedesche
del Rinascimento, fra la logica e la mnemotecnica: Ego magister Ioannis de
Glogovia Universitatis Cracoviensis Collegiatus testimonium do veritatis patrem
Murner hanc chartiludium praxin apud nos finxisse, legisse et usque adco
profecisse, quod in mensis spatio etiam rudes et indocti sic evaserint memorcs
ct eruditi, quod grandis nobis suspicio de prae- dicto patre oriebatur, quiddam
magicarum rerum infu- dissc potius, quam praecepta logicac tradidisse. L’idea
di una logica memorativa o di una sostanziale af- finità e parentela fra la
logica e l’arte della memoria sta in realtà alla base di tutti i tentativi, che
si rinnoveranno nella cultura europea dal primo Cinquecento fino a Leibniz, di
utilizzare l'eredità lulliana per costruire un’ars generalis uni- ficatrice di
tutto il sapere c un sistema mnemonicum o enci- clopedia delle scienze. La
riforma della logica di Bruno e l’enciclopedismo di Alsted si muovono, da
questo punto di vista, su un terreno comune. Non è certo un caso che tra le [Murner,
Logica memorativa. Chartludiun logicae sive totius dialecticae memoria et novus
Petri Hispani textus emendatus, cum jucundo pictasmat, cxercitio, Bruxelles,
Noot (Parigi, Naz.). Cfr. anche la Invectiva contra astrologos, Argentinae, Rés.
Non sono riuscito a vedere il Chartiludium institutae summarie doctore Thoma
Murner memorante ct ludente, Argentinae, per Johannen Priis, che contiene una
riduzione delle Istituzioni giustinianee in quadri sinottici co- struiti sulla
base degli stemmi e delle imprese dei vescovi e dei prin- cipi imperiali. L’università
di Treviri rilasciò una dichiara- zione dalla quale risultava che Murner e in
grado di insegnare le Istituzioni nello spazio di quattro settimane servendosi
di un metodo fondato sulla memoria artificiale. Su Murner cfr. Carreras Y
Artau, La filosofia cristiana,e, per le influenze di Lullo, A. Gortron, Ein
/ullisticher Lehrstuhl in Deutschland, Estudis Universitaris Catalans. Cit. in
PrantL. fonti della “caratteristica” leibniziana si trovino, accanto ai
principali testi del lullismo europeo, non poche e non secondarie opere di ars
reminiscendi. Un'altra cosa va infine sottolineata: il sospetto di magia che
aveva colpito il buon Murner era in realtà, almeno in parte, pienamente
giustificato. La logica memorativa, la com- binatoria, l’ars inveniendi e l’ars
reminiscendi si configurano spesso come progetti di fondazione di un’arte
mirabile capace di condurre, come per una rapida scorciatoia, entro i più se-
greti recessi della natura. Anche la logica o l’arte di Bruno, profondamente
legata al lullismo, alla “memoria”, alla ca- bala, agli emblemi, apparirà assai
simile a un prodotto di magia. Pio V, Enrico IH di Francia, l'ambasciatore
spagnolo alla corte di Rodolfo II, lo stesso MOCENIGO vedranno in BRUNO l’inventore
e il possessore di un'arte segreta capace di ampliare, in modo smisurato, le
possibilità di do- minio dell’uomo. Dal sospetto di magia questo tipo di logica
si libera del resto assai tardi. Nella Historia et commendatio linguae
charactericae universalis, Leibniz, mentre distingue la vera dalla falsa
cabala, si preoccupa ancora di liberare la combinatoria dall’accusa di magia. Già
a partire da Pitagora, a CROTONE, nella CALABRIA ITALIANA, gl’uomini furono
persuasi che i più grandi misteri sono nascosti nei numeri. Ed è credibile che
Pitagora introduce in Grecia dall’Oriente questa opinione come molte altre
cose. Ma ignorandosi la vera chiave dell’arcano, i più curiosi sono caduti
nelle futilità e nelle superstizioni, donde è nata quella certa cabala volgare
molto lontana da quella vera e le molteplici inezie con un certo falso nome di
magia di cui sono pieni i libri. La trad. del passo (Gerhardt) è in Barone, Logica formale e logica
trascendentale, I, da Leibniz a Kant, Torino. Non pochi esponenti della cultura
del tardo Cinquecento identificarono la combinatoria lulliana con una logica
me- morativa. Quest'ultima si presentava da un lato come l’ars ultima o
l’instrumentum universale capace di sottoporre ad esame tutti i principi delle
scienze particolari, dall’altro come un grandioso sistema di ars reminiscendi
che costituiva il fondamento di un organico e completo sistema mnemonicum o
generale enciclopedia di tutto il sapere. Da questo punto di vista l’ars
memoriae di origine retorica e ciceroniana di CICERONE poteva apparire —
accanto alla combinatoria e alla mnemo- tecnica di derivazione lulliama —
elemento essenziale alla costruzione della pansofia: alla nuova logica, capace
di ri- specchiare nella sua struttura le strutture stesse del mondo reale,
avrebbe fatto riscontro una enciclopedia o teatro uni- versale che, di quella
logica, fosse il naturale compimento. Comune presupposto a quella logica e a
quel teatro era una dottrina “speculare” della realtà, la tesi di una perfetta,
to- tale corrispondenza fra i termini e le res. Nel capitolo che precede ho
cercato di indicare le fonda- mentali linee di svolgimento della tradizione del
lullismo. Anche entro la complessa tradizione della mnemotecnica retorica e
ciceroniana di CICERONE, la cui diffusione procede contemporaneamente a quella
del lullismo, intervennero alcuni essenziali mutamenti. Questi concernono non
l’apparato tecnico dell’arte mnemonica che resta sostanzialmente immutato,
anche se va ampliandosi mediante numerosi accorgimenti, ma il significato
stesso che l’arte viene ad assumere all’interno del mondo della cultura.
Quell’ars memoriae che era stata valutata un accorgimento utile ai predicatori,
una tecnica utilizzabile dai politici dai letterati e dai giuristi, acquisce in
taluni ambienti, un ben diverso significato. Nei saggi di BRUNO essa appare per
esempio strettissimamente collegata alla tematica di una me- tafisica
esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala, alle discussioni sui
rapporti logica-retorica, agli ideali della pansofia, alle aspirazioni del
lullismo. Mentre si connetteva a questi movimenti e a queste correnti, l’ars
memoriae si andava caricando di significati metafisici, veniva piegata a
diverse esigenze di pensiero. Quella limpidità di espressioni e quella
chiarezza teoretica che avevano caratterizzato le pagine di CICERONE, di
Quintiliano, di Alberto, d’AQUINO, di TOMAI scompaiono definitivamente nella
trattatistica: un gusto di tipo barocco per i geroglifici, gl’abecedarii, i
simboli, le immagini, le allegorie appare ora nettamente dominante. Fra i saggi
sulla memoria o quelli di TOMAI da un lato e quelli di BRUNO dall’altro esiste, da questo punto di vista,
una differenza incolmabile. Nel primo caso assistiamo al tentativo di
elaborare, con strumenti razionali, una tecnica retorica fondata su uno studio
delle associazioni mentali. Nel secondo caso siamo in presenza di un complesso
simbolismo che serve da velo ad una sapienza riposta attingibile solo
attraverso la ambiguità degl’emblemi e l’allusività delle immagini, dei sigilli
e delle imprese. Ad uno strumento costruito in vista di finalità pratiche e
mondane si è sostituita la ricerca di una cifra o di una chiave che consenta di
penetrare entro il segreto ultimo della realtà e della vita. Non sono più i
teorici della retorica o gli studiosi di dialettica ad occuparsi dell’ars
memoriae: Agrippa e CAMILLO (si veda), PORTA (si veda), ROSSELLI (si veda) e BRUNO
(si veda) considerano le regole della memoria come strumenti da impiegare in
vista di finalità assai più ampie di quelle, limitate e modeste, della retorica
o della dialettica. In ciascuno di questi filosofi troviamo presenti ed
operanti i temi del lullismo e della cabala, della magia e dell’astrologia,
l’eredità dell’Ars notoria, dei testi ermetici, dei saggi di PICO (si veda) e
di FICINO (si veda). BRUNO, commentatore di Lullo e innovatore dell’Ars
memoriae, vede derivare da una fonte comune la teologia d’Eriugena, la
combinatoria, i misteri del Cusano, la medicina di Paracelso. Sono posizioni e
riferimenti, al suo tempo, già ampiamente diffusi. Ha visto la luce, a Parigi,
il De usu et mystertis Notarum Liber da
Gohory (Leo Suavius) avvocato al parlamento di Parigi e diplomatico,
grande commentatore dell’opera paracelsiana e traduttore del Principe e dei
Discorsi di MACHIAVELLI (si veda), studioso insigne di alchimia, di botanica e
di teoria della musica. Nella sua discussione sul segno egli fa riferimento
costante alla magia di Tritemio, alla cabala cristiana, all’Ars notoria, ai
saggi di PICO e di FICINO, all’ars memoriae, alla combinatoria lulliana, al
Teatro del mondo di CAMILLO. È, la sua, posizione oltremodo indicativa di un mutamento
di valutazioni. Ma prima di trarre conclusioni potrà esser di qualche giovamento
cercare di seguire la diffusione, in Europa, di taluni SAGGI ITALIANI
particolarmente fortunati; considerare alcuni di quei seatri del mondo nei
quali i temi della cabala e quelli di un enciclopedismo su basi metafisiche si
sovrappongono agli originari intenti mnemonico-retorici; soffermarsi infine su
alcuni testi nei quali i temi della combinatoria lulliana e quelli dell’arte
mnemonica confluiscono in modo partico- larmente evidente. Convenientemente
addottrinato da madama Logica, l’eroe di quel singolare poema
allegorico-didattico che è il Pastime of Pleasure di Hawes, continua la sua non
lieve ascesa nella Torre della Dottrina ed entra nella stanza di dama Retorica.
Dopo aver accuratamente enumerato le cinque parti della retorica ed aver
chiarito la connessione intercorrente fra queste e le varie facoltà dell'animo,
la dotta dama, facendo riferimento alla memoria, così si esprime: Y£ to the
orature many a sundry tale one after other treatably be tolde. Sul Gohory cfr. L. THorRNDIKE,
History of Magic and Experimental Science, New York; Wacker, Spiritual and
Demonic Magic from FICINO to CAMPANELLA, London] Than sundry images in his
closed male each for a mater he does than well holde like to the tale he does
than so behold and inward a recapitulacyon of each image the moralyzacyon which
be the tales he grounded pryvely upon these images SIGNIFICATION and whan time
is for him to specify all his tales by DEMONSTRATION in due ordre maner and
reason than each image inward directly the oratoure does take full properly So
is enprinted in his proper minde every tale with whole resemblance by this image
he does his mater find each after other without variance Who to this art will give
attendaunce as thereof to know the perfytenes In the poetes scole he must have
intres.? In questo testo,
pubblicato a Londra, veniva per la prima volta formulata, in lingua inglese, la
dottrina della retorica classica. Anche se orientato in funzione di una
poetica, il riferimento alla dottrina dei luoghi e delle immagini non poteva
essere più preciso. Il tentativo di adattare la terminologia della Rhetorica ad
Herennium alle particolari esigenze dell’arte poetica non e senza precedenti;
in questo senso la Poetria Nova composta da Goffredo di Vinsauf costituisce, come
chiara Howell, una delle principali fonti del poema di Hawes. Resta, a
confermare una sostanziale divergenza [Hawes, The Pastime of Pleasure, ed. by Mead,
London. La prima cdizione è Wynkyn de Worde, London. Ampie notizie sull’autore
e sulle edizioni nell’edizione a cura di R. Spindler, Leipzig. Il brano
riportato nel testo è cit. in Howell, Logic and Rhetoric in England, Princeton.
Dal saggio d’Howell (sul quale cfr. la rassegna Ramismo, logica e retorica, «
Riv. critica di st. della filos.) ho ricavato varie notizie sui saggi di
mnemotecnica. Il saggio in Farat, Les arts poétiques, Cfr. HowELL] di
valutazioni circa la funzione esercitata dall’ars memoriae all’interno dell’ars
rhetorica, l’importanza attribuita dallo Hawes all’ars reminiscendi in vista
della formazione del poe- ta. La stessa differenza, che è indice del sorgere di
un inte- resse nuovo per le tecniche della memoria, possiamo riscontrare
confrontando l’edizione del Mirrour of the World di William Caxton sia con le
duc precedenti edizioni sia con il Livre de clergie nommé l’ymage du monde del
quale l’opera del Caxton è la più o meno fedele traduzione. In questa terza
edizione, accanto una brevissima trattazione dell’invenzione, della dispositio
e dello stile e a più ampie considerazioni sulla pronuntiatio, troviamo una
dettagliata esposizione delle tecniche
memorative nella quale tornano, con molta abbondanza di particolari,
temi ben noti: Memory Artificial is that which men call Ars memorativa. The craft of memory by which
craft thou mayste write a thing in thy mind and set it in thy mind as evidently
as thou mayst rede and se the worcles which thou wrytest with ynke upon
parchement or paper. Therfore in this art of memory thou muste have places
which shall be to the like as it were perchenent or paper to write upon. Also
instead of thy lettres thou must imagine images to set in the same places. But if
thou canst not have a corporal image of the same thing as if thou woulddest
remembre a thing whyche is of itself non bodely nor corporall thing but
incorporall, that thou muste yet take an imagce therfore that is a corporali thing.]
L'interesse per questo genere di
discussioni è del resto strettamente collegato alla rinascita, nell'umanesimo
inglese, della grande tradizione della retorica classica, rinascita che appare
per molteplici aspetti legata ai rapidi mutamenti della società inglese,
all’avanzare sulla scena politica e culturale degli uomini di legge, ai
dibattiti sull’efficacia delle prediche religiose, alle controversie
parlamentari. Non
a caso nelle 4 Caxron, Mirrour of the World, ed. Prior, London. L'edizione del Prior è condotta sulle
edizioni previe. La trattazione sulla memoria (cit. in Howett, Logic and
Rhetoric) è ricavata dalla terza edizione: The myrrour, dyscrypcion of the
wordle with many marvaylles, London] scuole e nei colleges l’insegnamento della
retorica e del metodo di trasmissione del sapere occupa una posizione
predominante : un saggio fondamentale, la Pleasant and persuadible art of
Rhetoric di Cox, venne presentato come opera necessaria agli avvocati agli
ambasciatori agl’insegnanti e a tutti coloro che avrebbero dovuto parlare
davanti ad un'assemblea. Alla diffusione nella cultura inglese dell'ideale del
cortegiano e del gentiluomo (esperto insieme di cortesia e di politica)
corrispose il moltiplicarsi dei manuali di retorica e l’intensificarsi di una
discussione che concerne, insieme alle buone maniere, anche problemi attinenti
alla persuasione, alla tolleranza, alla convivenza civile. Solo tenendo
presente questa atmosfera può del resto risultar chiaro il significato
dell’aspra, intensa polemica che si svolgerà negli ultimi anni del secolo tra i
riformatori ramisti e gli agguerriti sostenitori della logica scolastica e
della retorica ciceroniana. Molti dei motivi che abbiamo trovato presenti negli
scritti dell'’Hawes e del Caxton erano stati senza dubbio ricavati da fonti
classiche, e, sia pure parzialmente, da fonti medie- vali. Ma non mancò, anche
in questo particolare settore della cultura, un diretto influsso italiano: esso
è mostrato non solo dall'influenza esercitata in Inghilterra dalla Nova Rhetorica
di TRAVERSAGNIT (si veda) da Savona, ma anche dalla pubblicazione di una Art of
memory that otherwise is called the Phoenix. Presentato da Copland come la
traduzione di un anonimo scritto francese, questo libretto era in realtà (come
già ha notato lo Howell) la traduzione della ben nota Phoenix di TOMAI: TOMAI Et
pro fundamento huius primae conclusionis quatuor regulas pono. I est haec: loca
sunt fe- nestrae in parietibus positae, co- lumnae, anguli et quac his si- milia
sunt. II sit
regula: loca non debent esse nimium vi- Copland (B 3r) And for the foundacion
of this fyrst conclusyon I wyll put IV rules. The I is this. The places are the
windows set in walls, pyIlers and anglets, with other lyke. The Il rule is. The
places ought not to be near together not
L. Cox, The Arte or Crafte of Rhetoric, ed. Carpenter, Chicago] cina aut nimium distantia. III to fare a sonder. The HI rule is sit regula vana
ut mihi videtur... suche. But it
is vain as me se- meth... Dati questi precedenti, appare facilmente
comprensibile come uno dei testi più fortunati e più significativi della
cultura del Cinquecento, la Arte of RAetorique di Wilson, SI RIFA IN MODO
CRATTERISTICO A FONTI ITALIANE costruendo un tipo d’esemplificazione che,
mentre da un lato ricorda da vicino i saggi di TOMAI, dall’altro sembra
anticipare, nell’uso costante di immagini di personaggi mitologici, alcune
tipiche costruzioni di BRUNO. As for example, I will make these places in my chamber. A doore, a
window, a press, a bedstead, and a chimney. Now in the doore, I wil set Cacus
the thief, or some such notable verlet. In the window I will place Venus. In
the press I will put Apitius that famous glutton. In the bedstead I will set
Richard III, King of England or some notable murderer. In the chimney I will
place the blacke smith, or some other notable traitor. Oltre e più che in Inghilterra, l’arte ciceroniana di
CICERONE della memoria trova larga diffusione. Oltre al consueto inserimento
della tecnica memorativa entro le trattazioni generali dedicate alla retorica,
si ha una vera e propria fioritura di saggi specifici. Esce a Strasburgo un’Ars
memorativa AQUINO, CICERONE, Quintiliani, TOMAI, che colloca definitivamente TOMAI
fra i classici dell’arte. A Colonia, Sibutus pubblica un’Ars memorativa, è il
Ludus artificialis oblivionis di Weida pubblicato a Lipsia. A VENEZIA, dieci
anni più tardi, esce un fortunato libretto, il Congestorium artificiosae
memoriae di Romberch, intieramente modellato sul saggio di TOMAI e poi diffuso
in Italia nella traduzione di DOLCE (si veda); a Stra- © TH. WiLson, The Art of Rhetoric for
the Use of All Such are Studious of Eloquence, ed. Mair, Oxford (cfr. Howett).
7 Jo. RomsercH DE Kwrspe, Congestorium artificiosae memoriae omnum de memoria
pracceptiones aggregatim complectens, Venetiis, in aedibus Georgii de
Rusconibus (Triv. Mor.). Yates,
The Ciceronian Art of Memory, in: Medioevo e Rinasci-] sburgo, Fries pubblica
un’Ars memorativa, ancora a Strasburgo vedono la luce la Memoria artificialis
di Riff e i Praecepta de naturali memoria confirmanda di Mentzinger; a
Wittenberg, che e stata il centro di diffusione dell’insegnamento di TOMAI,
esce il Libellus artificiosae memoriae in usum studiosorum di Spangerbergius,
più volte ristampato e incluso nel Gazoplilacium di Schenkel, una raccolta che
fa il giro di tutta Europa. L’aspra polemica di Agrippa contro l’uso e l’abuso
delle arti mnemoniche appare facilmente spiegabile ove si tenga presente questa
vera e propria invasione di testi di mnemotecnica nella vita culturale.
Attribuendo a CICERONE a Quintiliano a Seneca a PETRARCA a e a TOMAI la
responsabilità di questa frenetica mania Agrippa non solo si scaglia contro un
tipo di insegnamento che opprime gli scolari ‘n gymmnastis GINNASIO e contro
una tecnica che mira, anziché alla vera sapienza, alla gloria puerile
dell’ostentazione, ma ripete, con vigore particolare, il vecchio argomento di
tutti gl’avversari della mnemotecnica, lo stesso argomento contro il quale, BRUNO
polemizza aspramente. La memoria artificiale non è minimamente in grado di
persistere SENZA LA MEMORIA NATURALE e quest’ultima viene assai di frequente
resa ottusa da immagini mostruose tanto da generare spesso una specie di mania
e di frenesia per la tenacia della memoria. Accade invece che l’arte,
sovraccaricando la memoria naturale con INNUMEREVOLI IMMAGINI DI PAROLE e di
cose, CONDUCE ALLA PAZZIA coloro che non si accontentano dei confini stabiliti
mento, Studi in onore di NARDI, Firenze, assegna erroncamente la prima edizione
di questo saggio. La traduzione di DOLCE è il Dialogo di DOLCE nel quale si
ragiona del modo di accrescere ct conservar la memoria, VENEZIA, Sessa (Triv. Mor.). La fonte di DOLCE e stata
individuata: cfr. la Plutosofia di GESUALDO (si veda) nella quale si spiega
l’arte della memoria (edizione vicentina, Triv. Mor.).] R9 dalla natura. E una
curiosa posizione, questa di Agrippa, dato che questa contrapposizione dei
diritti della natura alle empie pretese dell’arte provene da uno dei più
ferventi e appassionati sostenitori dell’arte lulliana, da un uomo che dedica
non poche delle sue energie ad un perfezionamento della complicata impalcatura
dell’ars magna. Nei suoi Rhetorices elementa il maggior teorico della logica e
della retorica della Riforma, MELANTONE, assume nei confronti dell’ars memoriae
una posizione non dissimile. Pur senza l’asprezza polemica di Agrippa,
Melantone denuncia la sostanziale sterilità di ogni tecnica intesa al
perfezionamento della memoria naturale. Le cose che sono state scoperte cd
ordinatamente disposte vanno infine ESPRESSE MEDIANTE LE PAROLE. In queste tre
parti si esaurisce tutta l’arte. Sulle altre due parti non offriamo precetti
giacché la memoria può venire assai poco aiutata mediante l’arte. Insistendo
tuttavia da un lato sulla strettissima connessione fra la cogitatio e la
dispositio e dall’altro sulla funzione della topica in vista di un ordinamento
dei concetti originariamente sparsi 12 magno acervo, Melantone venne però a
richiamarsi esplicitamente proprio a quella duplice tesi dell'ordine e della
limitazione sulla quale si e fondata la dottrina dei luoghi e, di conseguenza,
l’intera tecnica mnemonica. In realtà fra la topica intesa come mezzo di
ordinamento dei concetti e la dottrina dell’arte della memoria sussiste, come notare
acutamente Bacone, un rapporto assai stretto. Ciò che qui va posto in rilievo è
invece lo scarso effetto esercitato sugli ambienti italiani da prese di
posizione del tipo di quelle. di Agrippa e di 8 H. C. Agrippa, De vanitate
scientiarum, cDe arte memorativa, in: Opera, Lugduni (Triv. Mor. K. 403).
Agrippa attribuisce ancora a CICERONE la Rhetorica ad Herennium. Rhetorices
Elementa, autore Philippo Melanchtone, Venevia, per Melchiorem Sessam (Ambros.).
Rhetorices Elementa. Un caratteristico esempio della connessione rilevata nel
testo è l' Opusculum de amplificatione oratoria seu locorum usu, per Barlandum
in inclito Lovaniensiun GYMNASIO PVBLICVM Rhetoricae professorem, Lovanii,
Servatus Zaffenus Diestensis, Braid. Melantone: non solo continueranno a
diffondersi i trattati dedicati alla mnemotecnica ciceroniana di CICERONE, ma,
dopo la confluenza della tradizione classica in quella del lullismo, questo
tipo di produzione acquisce nuovo vigore giungendo, ad investire alcune delle
maggiori personalità della cultura. SPANGERBERGIUS. Il Libellus artificiosae
memoriae in usum studiosorum collectus di
Spangerbergius, pubblicato a Wittenberg, può essere preso ad esempio
della vivacità con la quale si presenta, negl’ambienti culturali la tematica
attinente all'arte memorativa. L’autore di questo libretto (che è forse la più
limpida esposizione cinquecentesca dell’ars reminiscendi) non ha pretese di
originalità. Hanc artificialis memoriae lucubratiunculam ex probatis autoribus
utcunque decerpsi et in hanc Epitomem collegi. Presentando l’arte in forma
catechistica egli si preoccupa di due cose: rendere l’arte chiara e rapidamente
acquisibile, presentare una trattazione completa che tenga conto, oltre che
delle fonti classiche, anche delle opere retoriche più recenti. Su alcune delle
definizioni e delle regole di Spangerbergius vale la pena di soffermarsi anche
perché esse possono fornirci, in qualche modo, la chiave necessaria ad
intendere molte delle posizioni presenti nei saggi di BRUNO. Accanto ai
leggendari eroi della memo- ria (Simonide e Temistocle, Crasso e Ciro, Cinea e
Carneade) l’autore ricorda CICERONE, Quintiliano, Seneca e si richiama anche a TOMAI
che cita ripetutamente avvicinando il suo nome, in modo significativo, a quello
del Cusano. Nostro saeculo consumatissimus fuit in hac arte clarissimus 11
Artificiosae memoriac libellus in usum studiorum collectus, autore
Spangerbergio Herdesiano apud Northusos verbi ministro, Wi- tebergae, apud
Petrum Seitz, Angelica. Con il titolo Erosemata de arte memoriae seu
reniniscentiae il testo e ristampato (con la indicazione Authore Ioh. Sp.
Herd.) nel Gazophylacium artis memoriae per Lambertum Schenckelium Dusilivium,
Argentorati, excudebat Bertramus,
Angelica. GI vir Petrus Ravennatus utriusque iuris doctor, deinde Ioannes
Cusanus et alii. Il lullista Cusano diventa, non a caso, uno dei maestri
dell’arte mnemonica. L’idea che le finalità ultime dell’ars Raimundi
coincidessero, in ultima analisi, con quelle proprie dell’ars memoriae e
destinata a rafforzarsi fino a condurre a quella particolare valutazione della
combinatoria lulliana che e tipica dei filosofi e giunge inalterata all’HISTORIA
CRITICA PHILOSOPHIAE di Brucker. Dopo aver definito la memoria come
comprehensio earum quae praeterierunt, come retentio e conservatio ed aver
distinto fra memoria naturale e artificiale, Spangerbergius prende
immediatamente posizione contro l’accusa di una insufficienza dell’arte di
fronte alla perfezione o imperfezione naturale. In primo luogo egli nega la
perfezione della memoria naturale. In secondo luogo pone in rapporto la
perfettibilità di questa mediante l’arte, con la maggiore o minore perfezione
delle doti native. Quanto naturalis memoria est hebetior, tanto ad artificiosam
est IMBECILLIOR. Contra quanto naturalis est vegetior, tanto ad artificiosam
expeditior. La memoria artificiale è definita una dispositio imaginaria rerum
sensibilium in mente, super quas memoria naturalis reflexa commovetur et
adiuvetur, ut prius apprehensa facilius et diutius valeat recordari. Essa è
utile sia all’apprendimento delle scienze, sia a quella transitoria ritenzione degl’argomenti
che è necessaria al poeta, all'insegnante, all’oratore, all’avvocato. Accanto
alla normale dimenticanza delle specie delle cose passate (per corruptionem),
Spangerberg distingue due tipi di amnesia patologica. L’uno derivante dal
sopravvento delle passioni delle malattie della vecchiezza -- per diminutionem
--, l’altro dipendente dall’ablezio o da una lesione agl’organi cerebrali.
Mentre per ovviare alla corruptio è oltremodo utile l’uso dei luoghi e delle
immagini, di fronte alla diminutio e alla ablatio I PRECETTI DELLA PRAMMATICA
DI GRICE DEVONO LASCIARE IL POSTO A QUELLI DELLA MEDICINA. Sulle tracce della Rhetorica
ad Herennium e della Phoenix di TOMAI, la dottrina dei luoghi e delle immagini
viene svolta secondo i canoni tradizionali. Accanto a una distinzione dei
luoghi in tre tipi fondamentali, l’autore enumera X regole (decalogo) sulle
caratteristiche dei medesimi, tratte, in sostanza, dallo scritto di TOMAI. Agli
stessi saggi si rifà la teoria delle immagini. Di nuovo c’è solo la distinzione
fra imagines rerum e IMAGO VOCIS (ACVSTICA). Dalla parte teorica della
mnemotecnica Spangerberg distingue, come fa BRUNO, una parte pratica -- praxis
memoriae -- nella quale le regole della sezione teorica vengono applicate,
attraverso la costruzione di una serie di esempi o modelli, a casi specifici.
Soprattutto preoccupato della creazione delle immagini, Spangerbergius
costruisce, seguendo un metodo rigorosamente dicotomico, una tabella di tutti i
possibili tipi di dictiones: Omnis DICTIO aut est ignota aut NOTA aut est res
invisibilis aut visibilis vel est accidens vel substantia vel est imanimiata
vel animata est nomen commune vel propriun Il primo dei sei casi è quello della
DICTIO IGNOTA. Al posto della dictio della quale SI IGNORA IL SIGNIFICATO si
può collocare, facendo ricorso alla vocalis similitudo, una dictio nota
signiftcante una cosa visibile e similis in voce huic pro qua ponitur -- come
quando, per figmentum, si fa ricorso ad una palam instrumentum al posto della
praepositio palam --, oppure si può procedere, nei casi nei quali sia assente
la possibilità di una similitudine vocale o di suono, per inscriptionem,
ponendo cioè un’immagine in precedenza fissata al posto di ciascuna delle
lettere che costituiscono il termine. Il secondo caso è quello della dictio
nota rei invisibilis -- per es. il termine “giustizia.” Oltre che del fiementum
ce della inscriptio è qui possibile servirsi della comparatio e della
similitudo facendo leva su quelle che in linguaggio moderno sono le leggi
dell’associazione -- nigrum nos ducit in cognitionem albi -- calamus ducit nos
in memoriam scriptoris, ecc. Il III caso è quello della dictio nota di una res
visibilis che sia un accidens. Qui sì ricorre al subiectum principale -- ut
albedo per nivem, ecc.. Il IV caso è quello della dictio nota di una res
visibilis che sia substantia inanimata. Essa è esprimibile attraverso
l’immagine di una persona agens cum tali re. Il V caso è la dictio nota di una
res visibilis che sia substantia animata espressa da un nome comune – il
“cavallo” di Saussure. L’immagine è costruita, secondo i canoni ciceroniani,
col riferi- mento ad una « persona nota. Infine il VI caso è quello della
dictio nota di una res visibilis che sia substantia animata espressa da un nome
proprio – il “Pegaso” di Grice --. Attingendo all’iconologia si dà qui luogo
all'immagine di un uomo (CICERONE) in particolari abiti e particolari positure --
con le chiavi: nel caso di Pietro, con una spada in mano: nel caso di Paolo
ecc. (ROBBING PETER TO PAY PAUL). La classificazione così costruita da Spangerbergius
è in realtà molto più complicata di quanto non risulti da questo già troppo
complicato sommario. In primo luogo vengono accuratamente distinti i vari tipi
di simulitudo e di figmentum. In secondo luogo il reale esercizio della praxis
mnemonica si trova di fronte a casi più complicati di quelli contemplati, che
risultano dall’intreccio di vari tipi di dictio, in una stessa proposizione o DISCORSO.
Ma è alla vivacità delle immagini che conviene, dopo tanti schemi, fare
riferimento perché risulti ancora una volta confermato quel rapporto fra la
pratica dell’ars memorativa e la visione, fra la dottrina dei luoghi e delle
immagini e quelle iconologie, quei simboli, quegli emblemi dei quali tanto si
diletta BRUNO e, con lui, la cultura. Ut si velis habere memoriam horum
nominum: Petrus, flagellum, canis, sus, aqua, vermes, arena; fac talem
colligantiam et imaginationem – ut: Petrus flagello canem percutiat. Canis
vero, verbere commotus, suem mor- [Fra i vari tipi di similitudo vengono
elencati: effictio corporum -- ut cum senem facimus tremulum, incurvum, labiis
demissis, canum; notatio adfectum -- ut cum dicimus lupum voracem, lepores
timidos, sic laeta iuventus, tristis senectus, prodiga adolescentia; etymologia
-- ut Philippus amator equorum; onomatopera: quando sumitur cognitio verbi a
sono vocis -- ut hinnitus equi, rugitus leonum, bombitus apum; rerum effectus:
cum cuilibet mensi officia sua assignamus. Molti degli esempi addotti appaiono
ricavati, direttamente o indirettamente, da un saggio di PUBLICIO (si veda), Oratoriae
artis epitoma, sive quae ad consumatum spectant oratoren, Venezia, Angelica, Naz.
di Roma.] deat. Sus vero, evadere cupiens, vas aquae evertat, in cuius fundo
sint vermes procreati qui tegantur arena ». Forse anche di qualche testo di
questo tipo converrebbe tener conto quando si parla, a proposito della cultura
del tardo Cinquecento, di « barocchismo delle immagini. Ad una atmosfera ben
diversa, permeata di aristotelismo, di magia e di medicina occulta, ci
riportano le pagine sulla memoria di GRATAROLI (si veda) sul quale hanno
richiamato l’attenzione da punti di vista differenti Church e Thorndike.
Rifugiatosi a Basilea dopo la sua conversione al protestantesimo, GRATAROLI pubblica
a Zurigo e poi a Basilea, dedicandoli a Massimiliano, i suoi Opuscula che
conteneno, accanto a un trattato di fisiognomica e ad una dissertazione sui
prognostica tempestatum, un manuale di ars memoriae. Inserito nelle
Introductiones 13 [Su GRATAROLI cfr., oltre a TIRABOSCHI, Church, Riformatori
italiani, Firenze, THORNDIKE. Varie indicazioni di saggi anche nella cheda di
GARIN, Giornale crit. della filos. ital. Sulla posizione di GRATAROLI si veda
il giudizio di THORNDIKE. No man at Bergamo did more to circulate and to perpetuate a varied
selection of curious works, past and present, in the fields of medicine,
natural sciences and occult science than did GRATAROLI (si veda), who turned
Protestant and settled at Basel. GRATAROLI (si veda) artium et medicinae
doctoris OPVSCVLA VIDELICET DE MEMORIA REPARANDA AVGENDA CONFIRMANDAQUE AC DE
REMINISCENTIA TUITIORA OMNIMODA REMEDIA PRAECEPTIONES OPTIMAE DE PRAEDICTIONES
MORVM NATVRAMQVE HOMINVM CVM EX INSPECTIONE PARTIVM CORPORIS TVM ALIS MODIS DE
TEMPORVM OMNIMODA MVTATIONE PERPETVA ET CERTISSIMA SIGNA ET PRONOSTICA, Basileae,
apud Nicolaum Episcopium iuniorem (Triv. Mor., Braid.). cfr. Superiori anno... citius quam voluissem emisi in
lucem amicorum ac typographi coactus instantia. In una terza edizione: Lug
duni, apud Gabrielem Coterium (Triv. Mor.) è aggiunto ai precedenti l'opuscolo
De literatorum conservanda valetudine liber] apotelesmaticae di Johannes ab
Indagine, il libretto di GRATAROLI ha vasta fortuna e diffusione europea
inserendosi in quella trattatistica di medicina e psicologia mnemonica che si
riface ai testi d’Avicenna e d’Averroè. Pur interessato vivamente alla pubblicazione
di testi magici ed alchimistici (GRATAROLI (si veda) si fa editore di testi
pseudo-lulliani, di VILLANOVA, di RUPESCISSA) il nostro medico evita nella sua
trattazione ogni riferimento all’ars motoria e si richiama, al solito, da un
lato ad Alberto Magno ed Averroè, dall’altro alla Rhetorica ad Herennium. In
realtà — cosa che Thorndike non nota — GRATAROLI sfrutta molto ampiamente un
trattato italiano, il De omnibus ingentis augendae memoriae di Giovanni Michele
Alberto da CARRARA (si veda). I venti precetti generali dell’arte presenti nell’opuscolo
del Gratarolo (pAslosophica consilia, canones, et reminiscentiae praecepta) e
quasi tutto il settimo capitolo a paiono infatti ricavati, con leggere
differenze di stile, dal saggio di CARRARA (si veda). Si veda, a titolo di
esempio, la definizione dei quattro moti che costituiscono la memoria e il
comune richiamo a CICERONE ed ad AQUINO: Carrara, Ad memorandum quatuor motus
concurrunt: Motus. spiritus qui a cogitativa ad memorati- [GRATAROLI Ad
memorandum quatuor motus concurrunt: primus est motus spirituum qui a
cogitativa vam figuras transportat.
Pictura fixioque figurarum in ipsa cies ad memorativam figuras aut spe-
transportant. II est [Discours notable
des moyens pour conserver et augumenter la mé- moire avec un traité de la
physionomie, traduit du latin par Copé, Lyon (questo, e un diverso titolo della
stessa trad., in THORNDIKE); The Castel of Memorie, Englished by Fullwood,
London, che ha una seconda ediz. e una terza dieci anni dopo. Nelle Introductiones,
il saggio di GRATAROLI. Il saggio di
DOLCE e quello del Romberch vengono semplicemente citati dal Thorndike accanto
a quello di GRATAROLI come ‘other works on this subject.’ Della produzione di
mnemotecnica — per tanti aspetti legati alla magia — Thorndike non si occupa. (Cod.
lat. Marciana). Il saggio di Carrara occupa i ff. (Bononiae per Platonem de
Benedictis] memorativa. Reportatio carum a spiritibus a memorativa ad co-
gitativam. Actio quac €a cogi- tativa recognoscit, quae proprie est memorari...
Artificiosa memo- ria ut Cicero dicit secundo ad Herennium ex locis veluti ex
cera at tabella, et imaginibus veluti figuris literarum constat. Sic enim fieri poterit, ut quae
accipimus quasi legentes reddamus. CICERONE centum eos satis esse pictura
fixioque figurarum in ipsa memoria. III est
reportatio a spiritibus a memorativa ad cogitativam seu ratiocinativam. IV
est illa actio qua cogitativa recognoscit, quac proprie est memorari. Artificiosa
memoria, ut inquit CICERONE secundo ad Herrennium ex locis veluti ex cera et
tabella et imaginibus veluti figuris literarum constat. Sic enim fieri solet,
ut iudicavit, beatus AQUINO plures. quae accepimus quasi legentes habendo
consuluit. reddamus. CICERONE centum eos satis esse iudicavit. Beatus AQUINO
plures habendo consuluit. Gli stessi riferimenti ai testi di Alberto e di
Averroè per- dono, sc si tiene presente l’esistenza di questa fonte, molto del
loro significato. Di originale, rispetto al trattatello di CARRARA (si veda),
restano, oltre a un fugace accenno all’anatomia di Vesalio, le numerose e
curiose ricette per il rafforzamento della memoria. Saepe lavare pedes in acqua
calida in qua bullierint melissophillon, folia lauri, chamaemelon et similia,
memoriae capiti oculisque valde confert. Quella del sacchegio dei saggi e del
resto un'attività largamente diffusa fra i trattatisti della memoria locale. Si
pubblica a Venezia il Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere et
conservar la memoria di DOLCE (si veda), uno dei più fecondi e superficiali
poligrafi, che e in realtà, nonostante la pomposa presentazione di DOLCE, solo
un volgarizzamento dell’opera del Romberch sulla stesso argomento. NULLA IN
ITALIA SINO A BRUNO che corrisponda alla nuova impostazione che Ramo da al pro-
blema della memoria e tuttavia, valutando quella confusa e [GRATAROLI (si veda),
Opuscula. Sedem vero habet memoria in occipitio in tertio vocato ventriculo
quem et pupim vocant. Longum esset ac pene superfluum hic -- ubi studeo
brevitati -- cerebri totius anatomen describere, quam in multorum libris videre
licet, praesertim doctissimi pariter et diligentissimi Andreac Vesalii] VESALI
(si veda) ] macchinosa costruzione che fu l’Idea del Theatro di CAMILLO (si
veda) converrà tener presente il giudizio entusiastico che, di questo saggio,
detta un uomo come Patrizzi che, appunto nel Theatro, vede realizzato il
tentativo di un allargamento della retorica e di una sua estensione verso la
logica e l’ontologia. Non capendo per la grandezza sua negli strettissimi
termini de’ precetti dei maestri di retorica, uscendone l’allarga in guisa che
la distese per tutti gl’amplissimi luoghi del teatro di tutto il mondo. Intrecciandosi
strettamente ai temi più caratteristici dell’ermetismo, del neo-platonismo e
della cabala, la retorica diventa qui il tentativo di far corrispondere l’articolazioni
oratorie del DISCORSO alle strutture fondamentali dell’essere [alla H. P. GRICE
– “It’s always dicourse with me, never ‘language’!” Senza dubbio, se
confrontata con i grandi testi della retorica, la fumosa costruzione di CAMILLO
non può non apparire se non come la parodia di quanto i teorici rinascimentali
avevano rigorosamente tentato. E tuttavia se le pole- [L'idea del teatro
dell'eccellent. CAMILLO, in Fiorenza (Ambros.). Cfr. anche Opere, Venezia,
Griffo (Braid.). Su CAMILLO cfr. TIRABOSCHI, Storia della letteratura italiana,
Modena; CROCE, Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari; F.
Secret, Le Théatre du monde de CAMILLO et son influence, in « Rivista critica
di storia della filosofia. Sul significato dell’oratoria planetaria e sui rapporti di questa da un lato con la
magia ficiniana di FICINO e dall'altro con la teoria ficiniana di FICINO della
musica cfr. il capitolo PAOLINI (si veda) and the Accademia degl’Uranici nel
vol. di Wacker, Spiritual and De- monic Magic, cit., pp. 126 ss. In particolare
sul Camillo, pp. 147 - 48. 20 Questa, come la citazione precedente, da E.
Garin, Alcuni aspetti delle retoriche rinascimentali, nel vol. Testi umanistici
sulla retorica, Roma et Milano, 1953, pp. 32, 36. Sul carattere « mondano»
della dialettica umanistica che si contrappone alle mistiche cusaniane e fici-
niane ha scritto di recente E. Garin, La dialettica dal secolo XII ai princìpi
dell'età moderna, « Rivista di filosofia » 2 (1958), pp. 228 - 253:
«L'umanesimo opera... nel senso di una smobilitazione di tutti quei simboli che
tendevano a proiettare i termini di un'esperienza terrena e storica sui piani
del divino e dell’eterno. Nei saggi di CAMILLO (si veda), di ROSSELLI (si veda)
e di BRUNO (si veda) si assiste, per quanto attiene alla mnemotecnica, ad una
delle proiezioni alle quali fa
riferimento GARIN. Non a caso Bacone e Cartesio, nella loro utilizzazione
dell'arte della memoria, sono ben lontani da questi atteggiamenti e si
muoveranno sulla strada di una trasformazione della miche appassionate
suscitate dalla comparsa di questa così poco rigorosa parodia e gli interessi
di Francesco I e gl’entusiasmi di Patrizzi e di Ricci per la macchina del CAMILLO
possono essere facilmente ricondotti sul piano della moda, non è possibile
risolvere integralmente la fortuna di CAMILLO sul piano di una storia del
costume. L’idea stessa di un teatro nel quale per lochi et immagini dovevan
essere disposti tutti quei luoghi che possono bastare a tenere a mente et
ministrar tutti gli humani concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo, mentre
ci riporta senz'altro ad una tematica assai vicina a quella dell’ars
reminiscendi, ci mostra anche come, proprio attraverso l’equivoca e torbida
adesione di CAMILLO agl’insegnamenti della cabala, la stessa ars reminiscendi
finisca qui per connettersi ad un duplice progetto che sarà, soprattutto nel
secolo successivo, ricco di impensati sviluppi: quello di una “macchina
universale” o “chiave” della realtà e l’altro, con il primo in stretto
rapporto, di una collocazione organicamente e ordinatamente disposta di tutte
le umane nozioni e di tutti i fenomeni della natura. Mentre l’uso costante
delle immagini veniva posto da Ca- millo in relazione con l’antico tema,
presente in tutta la tra- dizione magico-alchimistica da Zosima ad Agrippa, di
un sapere segreto (et noi nelle cose nostre ci serviamo delle dottrina degli
aiuti della memoria in uno degli strumenti della meto- dologia del sapere
scientifico. Ed è da sottolineare energicamente il fatto che, in questo loro
tentativo, essi si richiameranno a quell’inse- rimento della menzoria nella
logica o dialettica che era stato effettuato dal più noto e discusso
rappresentante della dialettica umanistica: Pietro Ramo. 2! E' da vedere la
descrizione dell’opera di CAMILLO (si veda) in una lettera scritta da Padova da
Zuichemus a Erasmo (Cfr. ALLEN, Opus epistolartm D. Erasmi. Una lettera d’ALCIATI
(si veda) dì inoltre notizie sulla fortuna di CAMILLO (si veda) alla corte di
Francia (Liruti, Notizie, Udine). Cfr. Opere, e SturMius, LIBELLVS DE LINGVA
LATINA RESOLVENDA RATIONE, ediz. Jena, L'idea del teatro. I più antichi e più
savi scrittori hanno sempre havuto in costume di raccomandare a’ loro scritti i
secreti di Dio sotto scuri velami accioché non siano intesi se non da coloro i
quali, come dice Cristo, hanno orecchie da udire, cioè che da Dio sono eletti
ad intendere i suoi santissimi misteri. E Melisso] immagini come di
significatrici di quelle cose che non si deb- bono profanare »), la trattazione
della memoria si collegava strettamente, attraverso la cabala, al progetto del
raggiungi- mento di una « vera sapienza ». Fare della retorica lo specchio del
mondo voleva dire, in realtà, muovere verso una radicale distruzione dell’arte
memorativa e della stessa reto- rica. Al posto di una riflessione sui discorsi
umani, subentrava l'atteggiamento del profeta e del mago. alomone al nono de
Proverbi dice la sapienza haversi edificato casa et haverla fondata sopra sette
colonne. Queste colonne significanti stabilissime eternità habbiamo da intender
che siano le sette saphirot del sopraceleste mondo, che sono le sette misure
della fabbrica del celeste e dell’inferiore... nelle quali sono comprese le
idee di tutte le cose del celeste a all’infe- riore appartenenti... L’alta
adunque fatica nostra è stata di trovare ordine in queste sette misure, capace
bastante distinto et che tenga sempre il senso svegliato e la memoria percossa
et fa non solamente ufficio di conservarci le affidate cose parole et arti...
ma ci dà ancora la vera sapienza nei fonti della quale veniamo in cognitione
delle cose dalle cagioni et non dagli effetti ».?! L’idea, che e cara a CAMILLO
(si veda), di sostituire ai tradizionali luoghi della mnemotecnica ciceroniana CICERONE
luoghi eterni atti ad esprimere gl’eterni di tutte le cose conduce alla
costruzione di un sistema mnemonico su basi astrologico-cabalistiche. Il grande
anfiteatro dalle sette porte non si presenta dice che gl’occhi dell’anime
volgari non possono sofferire i raggi del divino. Et ciò si conferma con lo
esempio di Mosè, il quale scendendo dal monte... non poteva esser guardato dal
popolo se egli il viso col velo non si nascondeva. Et gli Apostoli anchora
veduto Cristo trasfigurato... non sufficienti a riguardarlo per la debolezza
cad- devano... A questo abbiamo da aggiunger che Mercurio Trismegisto dice che
il parlar religioso e pien di Dio viene ad esser violato quando gli sopraviene
moltitudine volgare... I segreti rivelando doppio error si viene a commettere:
et ciò è di scoprirgli a persone non degne ct di trattargli con questa nostra
bassa lingua, essendo quello il suggetto delle lingue de gli angeli... Et noi
nelle cose nostre ci serviamo delle ima- gini, come di significatrici di quelle
cose che non si debbon profanare... Né tacerò io che i Cabalisti tengono che
Maria sorella di Mosè fosse dalla lebbra oppressa per haver revelato le cose
segrete della divinità. L'idea del tcatro] come uno schema vuoto del quale
servirsi per ordinare, ai fini dell’orazione, tutti gli elementi della realtà.
La ricerca dei caratteri planetari e delle « sette misure della fabbrica del
celeste e dell’inferiore nelle quali sono comprese l’Idee di tutte le cose al
celeste e all’inferiore apposte » trasformava un trattato di arte della memoria
in una costruzione di tipo co- smologico-metafisico. Gli interessi per la
tematica dell’astro- logia, le suggestioni dell’ermetismo e della cabala
finivano per far passare in secondo piano, come avverrà poi in Bruno, ogni
finalità meramente retorica. Or se gli antichi Oratori volendo collocar di
giorno in giorno le parti delle orationi che havevano a recitare, le affi-
davano a luoghi caduchi, come cose caduche, ragione è che volendo noi
raccomandare eternamente gli eterni di tutte le cose... troviamo a loro luoghi
eterni. L'alta dunque fatica no- stra è stata di trovar ordine in queste sette
misure... Ma con- siderando che se volessimo metter altrui davante queste altis-
sime misure et si lontane dalla nostra cognitione, che sola- mente da’ propheti
sono state anchor nascostamente tocche, questo sarebbe un metter mano a cosa
troppo malagevole, pertanto in loco di quelle prenderemo i sette pianeti... ma
solamente le useremo, che non ce le propognano come termini fuor de’ quali non
habbiano ad uscire, ma come quelli che alla mente de’ savi sempre rappresentino
le sette sopra celesti misure ». A questi accostamenti di temi retorici a temi
cosmologici, a questa trasformazione dei luoghi della memoria artificiale nei
luoghi eterni della sapienza ermetica, non erano state certo estranee le
suggestioni esercitate, sul pensiero del Ca- millo, dai testi del lullismo e
dal fiorire della cabala cristiana. Per quanto concerne il lullismo abbiamo una
precisa testimo: nianza degli interessi di CAMILLO (si veda) per l’arte, e non
è un caso che Gohory, nel De usu et mystertis notarum, avvicina il nome del
Delmino a quelli dei maggiori commentatori e seguaci di Lullo. D'altro lato,
quando CAMILLO pubblica la sua Idea del Theatro, erano già ap- [RUSCELLI (si
veda) Trattato del modo di comporre versi in lingua italiana, Venezia, CAMILLO
(si veda) m'afferma d’haver fatto lunghissimo studio sopra di quest'arte di
Raimondo.] parsi e si erano rapidamente diffusi in tutta Europa i testi
fondamentali della cabala cristiana: l’ Epistola de secretis di Paulus de
Heredia, le Conclustones e l’Heptaplus di PICO, il De verbo mirifico e il De
arte cabalistica di Reuchlin, il De arcanis catholicae veritatis del Galatin,
lo Psalterium del Giustiniani (1516), le opere di RICCI (si veda), il De
Harmonia mundi di Francesco Giorgio Veneto (si veda), le opere di Agrippa. La
combinatoria lulliana e la grande costruzione cosmolo- gica della cabala si
incontrarono, nel corso del Cinquecento, sul comune terreno del simbolismo,
dell’allegorismo, dell’esem- plarismo mistico. In un passo famoso già Pico aveva
avvicinato l’ars combinatoria a quella parte più elevata della magia natu- rale
che si occupa degli esseri superiori esistenti nel mondo sopraceleste:
l’a/phabetaria revolutto iniziata da Lullo gli cera apparsa strettamente
connessa a quella mistica delle lettere e dei nomi che è parte integrante della
costruzione cabalistica. Haec est prima et vera cabala de qua credo me primum
apud latinos explicitam fecisse mentionem... quia iste modum tradendi per
succes- sionem qui dicitur cabalisticus videtur convenire unicuique rei secrete
et mystice, hinc est quod usurparunt hebrei ut unamquamque scien- tiam quae
apud cos habeatur pro secreta et abscondita cabalam vocent ct unumquodque
scibile quod per viam occultam alicunde habeatur dicatur haberi per viam
cabalae. In universali autem duas scientias hoc etiam nomine honorificarunt:
unam quae dicitur... ars combinandi et est modus quidam procedendi in scientis
et est simile quid sicut apud nostros dicitur ars Raymundi licet forte diverso
modo procedat. Aliam quae est de virtutibus rerum superiorum quae sunt supra lunam et est
pars magiae naturalis suprema ». (Apologia
tredecim quaestionum, quaestio V: De magia naturali et cabala hebreorum). Sulla
funzione delle lettere e dei nomi nella cabala, sull'allegorismo e
l'esemplarismo mistico cfr. il cap. VI del volume ScHorem, Les grands courants de la mystique
quive, Parigi. Ma cfr. anche Zu
Geschichte der Anfinge der Christlichen Kabbala, in Essays presented to Leo
Baeck, London. Importante documento dell’incontro fra Cabala rina- scimentale e
lullismo è l’opera De auditu kabalistico sive ad omnes scienttas introductorium
le cui prime edizioni apparvero a Venezia nel 1518 e nel 1533. Lo scritto venne
concordemente attribuito a Lullo e come tale inserito nell'edizione di
Strasburgo del 1617 (cfr. ZetzxER, pp. 43.111). Sul cabalismo e il lullismo di
PICO (si veda) cfr. M. MEexENDEZ Pelayo, Historia de los Heterodoxos
Espafioles, Madrid, e, soprattutto, GARIN, PICO (si veda), vita e dottrina,
Firenze, c F. Secret, PICO (si veda). Questa tesi pichiana verrà ripresa da non
pochi fra i seguaci della cabala. Il termine cabala venne impiegato a indicare
l’arte di Lullo. L’avvicinamento non e solo esteriore e non dipende solo
dall’equivocità del termine cabala con il quale — come ben chiara Secret — si
intesero nel Rinascimento cose assai diverse. Molti -- soprattutto fra gli
esponenti dei maggiori ordini religiosi -- si volsero alla cabala come ad una
tradizione religiosa alla quale si potevano attingere motivi apologetici, ma è
certo che le lettere c le immagini, le figure e le combinazioni delle figure
riman- davano — nella cabala come nel lullismo — a quel segreto libro
dell’universo che il sapiente ha il compito di leggere e di interpretare al di
là della parvenza dei simboli. Nell’Encyclopaediae seu orbis disciplinarum
epistemon, SCALIGERO (si veda) riprende il progetto di PICO. Nelle conclusiones
divinae, angelicae, philosophicae, metaphysicae, physicae, morales, rationales,
doctrinales, secretac, infernales » egli presenta l’immagine unitaria di un
uni- [PICO e gli inizi della Cabala, Convivium. Alcune osservazioni anche in
Sarton, Introduction to the History of Science, Baltimora. Del tutto
insufficiente: Brau, The Christian Interpretation of the Cabala in the
Renaissance, New York. 27 Oltre al saggio su PICO citato nella nota precedente
sono da vedere, per questi problemi, gli importanti studi di Secret,
L'astrologie et les Kabbalistes chrétiens à la Renaissance, La Tour
Saint-Jacques; Les débuts du Kabbalisme et son histoire à la Renaissance,
Sefarad; Les domenicains et la Kabbale chrétienne è la Renaissance, Archivum
Fr. Praedicatorum; Le symbolisme de la kabbale chrétienne dans la Scechina» de
Egidio da VITERBO (si veda), in Umanesimo e simbolismo, cur. ZUBIENA (si veda) Padova;
Les jéswites ct le kabbalisme chrétien à la Renaissance, Bibliothéque d’
Humanisme et Renaissance. Ma cfr. anche: Jose M.a Mittas VALLICROSA, Algunas
relaciones entre la doctrina luliana y la cabala, Sefarad, ScaricHius pe Lika
(Paul Skalich), Enciclopaediae seu orbis disciplinarum tam sacrarum quam
prophanarum Epistemon, Basileae, Oporinus. Cfr. G. Knasset, P. Skalich, Ein Lebensbild aus dem 16
Jah., Miinster; L. THornpike, History of magic; Secret, La tradition du De omni
scibili à la Renaissance: l'ocuvre de Scaltger, Convivium] verso simbolico
mediante la quale sarebbe stato possibile rinnovare dalle radici e portare a
definitivo compimento, con l’aiuto della sapienza cabalistica, l’arte
miracolosa di Lullo. Tralasciando i plagi di DOLCE (si veda) e gli scarsi,
convenzionali accenni alla memoria contenuti nella celebre Retorica di
CAVALCANTI (si veda) e nella Retorica di CICERONE ad Erennio ridotta in alberi
di TOSCANELLA (si veda) Toscanella, giove dedicare una certa attenzione all’Ars
reminiscendi di PORTA (si veda) nella quale alla distinzione fra medicina o
psicologia della memoria e ars memorativa, ai consueti richiami alle fonti e ai
personaggi del mondo classico, agli ormai noti tentativi di sintesi fra la
tradizione aristotelico-tomista d’AQUINO e quella ciceroniana, si aggiungono
considerazioni di un certo interesse sul geroglifico e sul gesto: due temi sui
quali, com'è noto, si esercita a lungo la riflessione di molti e di Bacone e di
VICO (si veda). Alla discussione di questi argomenti PORTA (si veda) giunge,
non a caso, attraverso il tema delle immagini, quelle pitture animate che
rechiamo nella immaginativa per rappresentare così un fatto come UNA PAROLA. Di
fronte a termini che non simbolizzano cose materiali, come i termini « perché
», « ovvero », «tanto » ecc., è necessario ricavare le immagini dalla
scrittura, riferirsi cioè con immagini appropriate alle singole lettere o
gruppi di lettere che compongono un termine. In molti altri casi è invece
possibile richiamarsi al significato: in questo caso torna opportuno il
parallelo con i geroglifici. Per l’opera di DOLCE cfr. la nota 7 e TiraBoscHi. Sull'opera
di TOSCANELLA (si veda), Venezia), cfr. TiraBOSCHI; sulle partizioni della
retorica cfr. Lu retorica di CAVALCANTI (si veda) -- dove si contiene tutto
quello che appartiene all'arte oratoria, Venezia, Ferrari (Triv.). Ma per rendersi conto della
diffusione delle tecniche memorative nei più noti manuali di retorica, giove
vedere l’opera di TRAPEZUNZIO, Réetoricorum libri quingue, Lugduni, apud Seb.
Gryphium. Le citazioni sono tratte da L'arte del ricordare dei PORTA,
Napoletano, tradotta da latino in volgare per M. Dorandino FALCONE (si veda) da
Gioia, in Napoli, appresso Mattio Cancer (Braid.). FIORENTINO (si veda) (Studi e ritratti della Rinascenza, Bari)
assegna la prima edizione del- l'Ars reminiscendi. A ciò torremo il modo dalli
Egittii i quali, non havendo lettere con che potessero scrivere i concetti degl’animi
loro, e a ciò che più facilmente si tenessero a memoria le utili speculationi
della filosofia, ritrovorno lo scrivere con le pitture, servendosi d'immagini
di quadrupedi, d’uccelli, di pesci, di pietre, di herbe e di simili cose in
vece delle lettere: la qual cosa noi habbiamo giudicato molto utile per le
nostre ricerche, che altro noi non vogliamo ch’usare imagini in vece delle
lettere per poterle depingere nella memoria. Molti fra i più illustri esponenti
della cultura furono come affascinati dal problema della scrittura geroglifica
e, più tardi, da quello della ideografia dei cinesi. La contemporanea
esplosione nella cultura europea del culto per l’ Egitto e della mania per gli
emblemi resta oltremodo indicativa di un clima culturale. Basta, per rendersene
conto, elencare alcune fra innumerevoli edizioni dei Hieroglyphica di Horapollo
(il manoscritto greco e ac- quistato da BUONDELMONTI (si veda), pubblicato nel
testo greco a Venezia, nella versione latina a Parigi, a Basilea, a Venezia, a
Lione e a Roma) o del grosso trattato Hieroglyphica sive de sacris Egyptiorum
aliarumque gentium di VALERIANO (si veda) (Basilea e Firenze, in traduzione francese; a
Lione in latino e A VENEZIA IN ITALIANO) riferendosi al quale il Morhofius,
scrive che il saggio è nelle mani di tutti. Gli EmzQ/emata dell’Alciati sono
pubblicati a Basilea, hanno più di centocinquanta edizioni, numerose traduzioni
e varie edizioni commentate. Uno dei primi seguaci d’ALCIATI (si veda) e il
bolognese BOCCHI (si veda), amico del VALERIANO
(si veda), Symbolicarum Quaestionum Libri. Sono le Imprese illustri di RUSCELLI
(si veda), la fortunatissima conologia di RIPA (si veda). Di questo tipo di
produzione libraria nel quale trovavano espressione temi di derivazione neo-platonica
e cabalistica e ove si manifesta un caratteristico metodo ermeneutico, è
necessario tener [Sulla scrittura degli Egizi cfr. Sul gesto. Potremo parimente
col gesto esprimere alcune significationi di parole. Un muto esprime col gesto
ciò che egli desidera usando le mani in vece di lingua.] conto, come di uno
sfondo culturale, anche nel tracciare le linee di una esperienza speculativa
quale e quella del lullismo e dell’ars reminiscendi. Il fatto che in civiltà
diverse da quella europea e stato possibile giungere ad ‘una sistematica
rappresentazione e comunicazione dei concetti mediante geroglifici o immagini
invece che attraverso le lettere dell’abecedario, mentre da un lato sembra in
qualche modo confermare quelle possibilità sulle quali l’ars memoriae e il
lullismo avevano a lungo insistito, dall'altro anda incontro all'esigenza, così
largamente e profondamente radicata, di una lingua universale che potesse
essere letta e compresa indipendentemente dalle differenze di linguaggio come
il latino o l’iltaliano o gallico (lingua del’oui – lingua dell’oc -- dovute ai
tempi, alle circostanze, alla nazionalità, alla situazione storica. E se si
pone mente al fatto che la stessa tecnica dell’arte memorativa e le regole del
lullismo si presentano di fatto assolutamente slegate c indipendenti dalle
lingue particolari, come il latino o l’italiano o il gallico – lingua d’oui,
lingua d’oc -- ove si consideri appunto la tecnica o arte prescindendo dalla
formulazione delle regole in questa o in quell’altra lingua – come la latina,
l’italiana, o la gallica – lingua d’oui, lingua d’hoc -- si potranno meglio
comprendere gli effettivi rapporti che sussistono fra fenomeni culturali in
apparenza così diversi come l’arte della memoria, la rinascita del lullismo,
l'interesse per i geroglifici, la passione per l’iconologia, il culto per i
simboli e gli emblemi. Non a caso in un testo per molti aspetti interessante,
il Thesaurus artifictosae memoriae del fiorentino ROSSELLI (si veda), pubblicato
a Venezia, ritorna l’ammirazione. Ampie notizie sulle interpretazioni dei
geroglifici in MonHor, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecc.
Sulla stretta connessione fra Egittomania ed emblematismo si vedano le
osservazioni di PANOFSKI, Titian’s Allegory of Prudence TIZIANO, in: Meaning in
visuals arts, New York. Fondamentale resta il lavoro di VoLKManx, Bilder
Schriften der Renaissance. Hieroglyphik und Problematik in ihren Beziehungen
und Fortwirkungen, Lipsia per le relazioni con la memoria. Varie notizie sulla
letteratura attinente ai geroglifici in THORNDIKE. Per i rapporti con la
letteratura emblematica cfr. PRAZ (si veda), Studi sul concettismo, Firenze, e
il vol. II degli Srudies in Imagery, London. Thesaurus artificiosae memoriae authore
P. F. Cosma ROSSELLI (si veda) florentino, Venezia, apud Antonium Paduanium,
(Angelica) per i geroglifici espressioni non di lettere ma direttamente di
concetti (Aegipti) vice literarum, quae tunc temporis inventae non erant, immo
non solum literarum vero etiam vice nominum et conceptuum, animalibus aliisque
rebus multis utebantur »)?! e si riaffaccia l’idea di una trasformazione
dell’ars memoriae in una vera e propria, universale enciclopedia di tutto il
sapere. La dottrina dei luoghi, originariamente concepita come avente una
limitata e precisa funzionalità all’interno della retorica, si trasforma in uno
strumento in vista della descrizione degl’elementi che compongono il reale.
Collocando l’inferno, il purgatorio e il paradiso fra i loca communia
amplissima il domenicano ROSSELLI (si veda) converte il suo trattato prima in
una specie di enciclopedia teologica, poi in una ampia e minuziosa descrizione
degl’elementi celesti, delle sfere, del cielo e dell’empirco, dei demoni, degli
strumenti delle arti meccaniche o figure artificiali e delle figure naturali
come le gemme, i minerali, i vegetali, gli animali, infine le scritture e i
vari abecedarii altri al latino: ebraico, arabo, e caldaico. L'esigenza di un
esatto, compiuto ordinamento di ciascuno degl’elementi della realtà naturale e
celeste appare dominante anche nel più famoso dei teatri: l’Universae naturae
theatrum pubblicato a Lione dal grande giurista e scrittore politico Bodin Qui
siamo ben lontani dall’atmosfera del lullismo e della cabala, qui domi- nano le
esigenze di chiarezza e di rigore caratteristiche dei seguaci di Ramo: la
minuziosa divisione in tavole delle cause naturali, degli elementi, delle
meteore, delle pietre, dei me- talli, dei fossili, degli esseri viventi, dei
corpi celesti appare fondata sulla identificazione del metodo con l’ordine e
con la apta rerum dispositio. Ma è senza dubbio presente, anche nel testo di
Bodin, la convinzione di una piena, continua coe- renza, di una totale coesione
fra tutti gli elementi della realtà. La grandezza divina è rivelata dall’opera
ordinatrice di Dio che ha collocato nelle appropriate sedi le parti
caoticamente [Thesaurus, Bodin, Universae naturae Theatrum in quo rerum omnium
effectrices causae et fines contemplantur, et continuae series quinque libris
discutiuntiur, Lugduni, apud Jacobum Roussin (Braid.)] confuse della materia («
permistas et confusas materiae partes initio discrevit, ac forma figuraque
decenti subornatas, suo uamque in ordine ac propriis sedibus collocavit »); non
dissimile da quello divino è il compito che spetta al sapiente e nulla può
esservi di più bello, più utile e più conveniente di quel paziente ordinamento
enciclopedico del reale che consente all'uomo di riprodurre, nei limiti che gli
sono consentiti, la perfezione dell’opera divina. Coloro che trascurano questa
ri- cerca, dan luogo, anche se sono in grado di discettare sottil- mente, ad
una scienza vana e deforme, mescolando i grani del frumento con quelli della
senape perdono la possibilità di far effettivamente uso del loro sapere. Il
teatro, concepito come coerente e rigorosa dispositio, consentirà invece la
scoperta di quella indissolubile coerenza e di quel pieno consenso degli
elementi del reale (« indissolubilem cohaerentiam, con- tagionem et consensum
») per il quale tutto corrisponde a tutto.?° La concezione ramista del metodo
aveva esercitato, sul pensiero di Bodin, un'influenza decisiva?” e solo chi
tenga presente la identificazione, tanto energicamente sostenuta da Ramo, della
dispositto con la memoria potrà spiegarsi la sin- golare somiglianza fra il
celebre teatro di Bodin e le faticose enciclopedie costruite nel corso del
Cinquecento dai cultori e dai teorici della memoria artificiale. Negli scritti
di CAMILLO (si veda) e in quelli di ROSSELLI (si veda) l'intento
enciclopedico-descrittivo, l'ambizioso progetto di una enciclopedia totale
avevano finito per sovrapporsi nettamente agli ori-[Binari intenti dell’arte
mnemonica. Alle sommarie, stringate elencazioni dei luoghi e delle immagini
presenti nei testi dei teorici quattrocenteschi si sono dunque andate
sostituendo macchinose enciclopedie. Esse non nacquero solo dalla persistenza
di temi caratteristici della cul- tura medievale, né trassero origine solo
dalla tematica del lul- lismo o dal fiorire delle speculazioni sulla cabala;
derivarono ‘anche dal nuovo atteggiamento che molti assunsero nei con- 36
Bopin, Universae naturae Theatrum, cit., Propositio torius operis, si [Cfr.
McRae, Ramist tendencies in the thought of Jean Bodin, Journal of the History
of Ideas] fronti della tradizione dell’ars reminiscendi:** descrivere i luoghi
e le immagini creando una sorta di specchio o di arti- ficiale teatro della
realtà apparve molto più importante che il teorizzare in regole precise la
funzione dei luoghi e delle im- magini in vista del raggiungimento di una
capacità mnemo- nica utile ai discorsi umani. In modo non diverso BRUNO,
appassionato cultore di lullismo e di magia, intende utilizzare i saggi,
antichi e recenti, dell’arte della memoria. Da questo punto di vista potrebbe
presentare un certo interesse l'esame del modo in cui uno scrittore come MAZZONI
(si veda) da Cesena -- De triplici vita – attiva, contemplativa – religiosa --,
Romae -utilizza l'eredità di un noto cultore di mnemotecnica come PANIGAROLA
(si veda) -- L'art de prescher et bien fare un sermon avec la mémoire locale et
artificielle, ensemble l'art de mémoire de Marafiote, Chappuis, Paris. Su
Panigarola cfr. TrraoscHi] Di fronte ai molti saggi che BRUNO dedica all’ars
combinatoria e all’ars reminiscendi, non pochi storici, anche illustri, mostrano
una singolare incapacità di comprensione. All’indagine di temi che per essere
ora morti non sono per questo meno vitali, si preferirono valutazioni negative,
rapide liquidazioni o addirittura esplicite condanne. In questo senso studiosi
come Olschki e RUGGIERO (si veda) ridussero il lullismo bruniano sul piano
delle bizzarrie e delle grossolane illusioni, mentre an- che di recente la
Singer è giunta su queste basi ad esprimere più volte il suo compatimento per
un BRUNO perso dietro i problemi della combinatoria.' Ben altra sensibilità era
stata presente in quegli storici positivisti che, come TOCCO, affrontano
direttamente non solo il problema del lullismo bruniano, ma anche la questione,
ad esso collegata, dei rapporti fra gli scritti sulla memoria e la produzione
italiana e latina di BRUNO. Proprio quegli studiosi che in nome di ! Cfr. Olschki
(si veda), BRUNO, Bari; RUGGIERO (si veda), Storia della filosofia. Rinascimento
Riforma e Controriforma, Bari; D. W. Sincer, BRUNO, Vita e pensiero, Milano. Nessun
risultato nuovo nelle pagine dedicate ai primi scritti bruniani da BapaLoni, La
filosofia di BRUNO, Firenze. Cfr. TOCCO, Le opere latine di BRUNO esposte e
confrontate con le italiane, Firenze, sulla tradizione della mnemotecnica;
sulla importanza delle opere mnemoniche di BRUNO; sulla rigida distinzione fra
opere lulliane e mnemotecniche. Per i rapporti con il lullismo e Cusano si veda
anche lo studio Le fonti più recenti della filosofia di BRUNO, Rendiconti
dell’Accad. dei LINCEI, cl. scienze morali. Nell'opera del BartHoLOMESs, BRUNO,
Parigi, tutta la mnemotecnica viene erroneamente identificata con il lullismo e
TOMAI è scambiato per un seguace di Lullo. Contro la distinzione operata da
TOCCO reagì giustamente TROILO (si veda), La filosofia di G. Bruno, Roma] una
maggior fedeltà storiografica hanno rinunciato alla inter- pretazione
“razionalista”, “moderna” e ‘“avveniristica” del pensiero bruniano, sono
giunti, anche su questo terreno, a più apprezzabili risultati: in questa
direzione di lavoro, richiamandosi alle osservazioni di Yates, di CORSANO (si
veda), di GARIN (si veda), VASOLI (si veda) ha di recente affrontato, in un
ampio, saggio, il problema del lullismo e del simbolismo bruniani. Le esatte
conclusioni di VASOLI (si veda) vanno qui sottolineate. I temi e i motivi della
mnemotecnica bruniana recano un notevole aiuto alla comprensione della
posizione storica e filosofica di BRUNO, dei suoi ideali riformatori, delle sue
speranze di incidere profondamente, con mezzi e metodi di estrema efficacia prammatica,
sulla situazione intellettuale del suo tempo, realizzandovi quel rinnovamento
di cui gli saggi italiani ci offrono così aperte testimonianze. Basta pensare
alla continuità di queste ricerche che si svolgono parallelamente allo sviluppo
di tutta la sua riflessione metafisica nella Clavis Magna, quando pubblica la
De imaginum signorum et idearum compositione, per intendere il legame organico
tra indagine filosofica e tecnica logico-mnemonica. Ché se BRUNO si adopera per
tanti anni a svolgere e a completare con tanta cura la sua dottrina
mnemotecnica, non e certo soltanto per portare il suo contributo ad una moda
del tempo o per indulgere all’illusione prammatica di una scienza che spesso
sembra confinare con la pratica magica o con la rivelazione cabalistica, quanto
piuttosto. per tradurre in un metodo di facile ed immediata efficacia taluni
princìpi centrali della sua dottrina. Cfr. Yates, BRUNO’s Conflict with Oxford,
Journal of the Warburg Institute; The French Acadenmies in the sixteenth
Century, London; The Art of Lull, « Journal of the Warburg and Courtauld Inst.;
The Ciceronian Art of Memory, cit.; Corsano, Il pensiero di BRUNO, Firenze;
GARIN, La filosofia, « Storia dei generi letterari italiani », Milano; VASOLI
(si veda), Umanesimo e simbologia nei saggi mnemotecnici di Bruno, in:
Umanesimo e Simbolismo, atti del convegno
di stud: umanistici, Padova. VasoLi, Umanesimo e simbologia. Sia CORSANO
(si veda) sia VASOLI (si veda) hanno entrambi giustamente insistito sul peso
esercitato, nella formazione filosofica di BRUNO dai saggi sulla memoria di
TOMAI. In un passo della Triginta sigillorum explicatio, BRUNO afferma di
essersi imbattuto nell’arte di TOMAI. Hoc modica favilla fuit, quae iugi
meditatione progrediens in vastis aggeris irrepsit accensionem, e cuius
flammiferis ignibus plurimae hinc emicant favillae, quarum quac bene dispositam
materiam attingerint, similia maioraque flagrantia lumina poterunt excitare. Al
gran fuoco suscitato da quella piccola favilla si vennero in realtà consumando
molte delle conclusioni cui e ervenuto BRUNO a contatto dei peripatetici, nella
dottrina de quali egli e stato allievato e nodrito. Ai procedimenti deduttivi della
scolastica BRUNO finirà per opporre energicamente un processo di graduale
avvicinamento, mediante l’esercizio della immaginazione e della memoria, al
piano della conoscenza razionale; al rigido concatenarsi delle ragioni opporrà
la fuggevolezza delle immagini. Alla riduzione dell’intera conoscenza sul piano
dell’intelletto contrappone la radicale diversità del piano del senso. Stupidi
est dicursus velle sensibilia ad candem conditionem cognitionis revocare, in
qua ratiocinabilia et intelligibilta cernuntur. Sensibilia quippe vera sunt non
iuxta communem aliquam et universalem mensuram, sed iuxta homogeneam,
particularem, propriam, mutabilem atque variabilem mensuram. De sensibilibus
ergo, qua sensibilia sunt, universaliter velle definire, in aequo est atque de
intelligibilibus vice versa sensibiliter. L'impiego delle immagini, il gusto
bruniano per la rappresentazione mediante emblemi e divise appare strettamente
collegato a impostazioni di questo tipo, ma questo stesso gusto bruniano per il
simbolo, per i geroglifici e i sigilli, per le idee incorporate in forme
sensibili non può a sua volta, se ® IoRpaNI BRUNO NoLani, Opera latine
conscripta, Napoli e Firenze, (qui di seguito ‘indicate con la sigla Opp. Zaz. Sul
significato di questo passo, già segnalato da TOCCO, Le opere latine, cfr.
CORSANO (si veda), Il pensiero di BRUNO; VASOLI (si veda), Umanesimo e
simbologia] non arbitrariamente, esser disgiunto da quella grande costruzione
nella quale i temi derivanti dai testi del TOMAI e dagli altri esponenti della
mnemotecnica ciceroniana di CICERONE andano a intrecciarsi con quelli del
lullismo, del simbolismo e dell’esemplarismo metafisico, si collegano con i
motivi più caratteristici della letteratura cabalistica, con gli ideali della
pansofia, con l’eredità delle discussioni dialettico-retoriche dell’umanesimo,
con le aspirazioni ad una radicale riforma religiosa. Mentre veniva inserita
nel più vasto quadro del lullismo, l’intera tematica attinente all’ars
reminiscendi veniva in tal modo spostata su un piano tipicamente metafisico. Da
questo punto di vista l’atteggiamento bruniano finisce con l’apparire per molti
rispetti simile a quello assunto da ROSSELLI (si veda) e dai costruttori dei
teatri del mondo: l’arte non è una tecnica legata alle limitate finalità del
discorso retorico, ma è, sopra ogni altra cosa, lo strumento di cui servirsi
per dar luogo ad un edificio le cui strutture costituiscano l’esatto rispecchiamento
delle strutture della realtà. Le regole della memoria, così come le tecniche
combinatorie, traggono il loro fondamento e trovano la giustificazione della
loro validità nel postulato, chiaramente ammesso, di una piena e perfetta
corrispondenza tra i simboli e le res, tra le ombre e le idee, tra i sigilli e
le ragioni che presiedono alle articolazioni del mondo reale. Su questo preciso
terreno potevano in realtà trovare un punto di incontro quelle retoriche che si
ponevano come lo specchio o il teatro del mondo (CAMILLO (si veda)) e quelle
riforme della macchina lulliana che avevano mantenuto ben saldo il postu- lato
platonico-esemplaristico che era alla base del tentativo di Raimondo Lullo. A
quelle retoriche e a questi commenti lul- liani appare assai vicino BRUNO
quando concepisce l’intero meccanismo dell’arte come la traduzione, sul piano
della sensibilità e dell’immaginazione, dei rapporti ideali che costi- tuiscono
la trama dell’universo: mediante l’allusività delle immagini, le ombre e le «
specie involute » sarà possibile impa- dronirsi (e altra strada non è data
all'uomo) di quelle rela- zioni alle quali, più tardi, potrà pervenire
un'indagine di tipo razionale. Questa impostazione, che è chiaramente legata a
premesse esemplaristiche, non esclude affatto che in BRUNO, come del resto già
in Lullo e nei lullisti, fossero presenti vivissimi interessi di tipo pratico
per una riforma del sapere, per una funzione pedagogica dell’arte, per una
educa- zione della memoria e delle capacità inventive, per una ra- pida
cornunicazione e diffusione della nuova cultura, per la ricostruzione, al di là
della frammentarietà delle singole scienze, di un sapere organico e unitario
capace di porsi a fonda- mento di una enciclopedia o sistema totale. Non a caso
la stessa riforma bruniana viene presentata come il progetto di realizzazione
di un’arte mirabile capace di ampliare smisura- tamente le possibilità di
dominio dell’uomo. Come tale essa fu accolta e valutata in quegli ambienti
platonizzanti parigini nei quali, come mostra Yates, gli interessi per il
copernicanesimo e per la riforma ramista della logica, andavano strettamente
congiunti a quelli per la cabala e per il lullismo. L'inserimento, operato da BRUNO,
delle tecniche retoriche della memoria entro la grande tradizione lullista non
man- cherà del resto di esercitare un influsso duraturo, oltreché negl’ambienti
francesi, anche in quelli inglesi, tedeschi e bocmi. Parigi, Londra, Praga,
Wittenberg, Francoforte erano stati, abbiam visto, centri di diffusione del
lullismo e dell’ars rem: niscendi; in questi ambienti si erano mossi Pietro da
Ravenna e Bovillus, Wilson, Spangerbergius e Lavinheta. Yates, The French Academies; sul
lullismo cfr. anche T. e J. CarrERAs Y ARtAU, Historia de la Filosofia
Espaîola. Filosofia
cristiana de los siglos XIII al XV, Madrid, 1943, II, pp. 207 ss.; A. RENAUDET,
Préréforme et Humanisme à Paris pen- dant les premières guerres d' Italie,
Paris. Esce a Londra, dedicato al
conte di Leicester, il De umbra rattonis et iudicii sive de artificiosa memoria
quam publice profitetur vanitate, edito da Vautrollier, di Dicson che si richiama al De Umbris bruniano.
A Dicson, che compare come personaggio nell'opera De la causa principio et uno --
cfr. Bruno, DIALOGHI ITALIANI, cur. Gentile e AQUILECCHIA (si veda), Firenze --
rispose polemicamente tale G.P., autore di un Antidicsonus cuiusdam
Cantabrigiensis G. P. Accessit libellus in quo dilu- cide explicatur impia
Dicsoni artificiosa memoria, London: nella dedica si fa riferimento a METRODORO
(si veda), ROSSELLI (si veda), BRUNO, e Dicson. Al Sigillus di BRUNO fa
riferimento anche Watson, Compendium memoriae localis, pubblicato a Londra. Da
un punto di vista ramista polemizza contro l'ars memoriae Perkins, Prophetica,
sive de sacra et unica ratione concionandi, Cantabrigiae. La trad. [Dei tre
scritti pubblicati a Parigi, il De umbris idearum è, giustamente, il più noto.
Il tentativo di giustificare con precise ragioni metafisiche gl’elementi
tecnici dell’arte appare qui particolarmente evidente. L’ascesa dell'animo
dalle tenebre alla luce si compie mediante l’apprensione delle ombre delle idee
eterne. Attraverso le ombre la verità viene in qualche modo svelandosi
all’anima prigioniera del corpo. Le idee-ombre, nelle quali si rispecchia la
trama dell’essere, si presentano sul piano della sensibilità e della
immaginazione, appaiono come fantasmi e come sigilli. Attraverso la ritenzione
artificiale delle catene o delle relazioni che intercorrono fra le ombre si
potrà giungere a ricostruire, come per una graduale purificazione, i nessi che
legano le idee per giungere infine, sul piano della ragione, alla comprensione
c al disvelamento di quell’unità che è sottesa alla confusa pluralità delle
apparenze. Su queste tre tesi appare fondata da un lato la riforma bruniana
della combinatoria, dall’altro il particolare uso bruniano delle regole per la
memoria che erano state teorizzate dalla tradizione ciceroniana. Come già era
avvenuto nella Sintares del Gregoire e nell’Opus aureum del De VALERIIS (si
veda), il concetto dell’unità del sapere appare immediatamente convertibile
nell’altro, ad esso corrispon- dente, di una unità essenziale del cosmo:
inglese apparve nel 1606. Il testo dello studente boemo Nostiz, che ascoltò a
Parigi le lezioni di mnemotecnica di BRUNO, è andato perduto. In quest'opera i
nomi di Aristotele, Lullo, Ramo e BRUNO venivano avvicinati in modo
significativo: Artificium
Aristotelico-Lullio-Rameum in quo per artem intelligendi Logicam, Artem
agendi Practicam, Artis loquendi partem de inventione Topicam methodo et
terminis Aristotelico-Rameis circulis modo lulliano inclusis via plura quam
centies mille argumenta de quovis themate inveniendi cum usu conveniens
ostenditur, ductu lo. a Nostitz, BRUNO genuini discipuli claboratum a BERGIO
(si veda), Bregae typis Sigfridianis. Il titolo è stato conservato in BunEMANN,
Catalogus MS Storum membranaceorum et chartaceorum item librorum ob inventa ty-
pographia, Minden. L’avvertenza di Nostitz ai lettori è ripubblicata in Sincer,
Bruno. Sull’autore, la biblioteca di famiglia e conservata intatta a Praga. Cfr.
VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. Cum in rebus omnibus ordo sit atque
connexio et unum sit universi entis corpus, unus ordo, una gubernatio, unum
principium, unus finis, unum primum... illud ob- nixe nobis est intentandum, ut
pro egregiis animi opera- tionibus naturae schalam ante oculos habentes, semper
a motu et multitudine ad statum et unitatem per intrin- secas operationes
tendere contendamus. Talem quidem progressum tunc te vere facere comperies et
experieris, cum a confusa pluralitate ad distinctam unitatem per te fiat
accessio; id enim non est universalia logica conflare, quae ex distinctis
infimis speciebus, confusas medias, exque iis confusiores suprema captant. Sed quasi ex in- formibus
partibus ct pluribus, formatum totum et unum aptare sibi... Ita cum de partibus
et universi speciebus, nil sit seorsum positum et exemptum ab ordine (qui
simplicissimus, perfectissimus et citra numerum est in prima mente) si alia
aliis connectendo, ct pro ratione uniendo concipimus: quid est quod non
possimus intelli- gere memorari ct agere? Unum est quod omnia definit. Unus est
pulchritudinis splendor in omnibus. Unus
e multitudine specierum fulgor emicat.? Nel momento stesso in cui procede ad
una “riforma” della combinatoria lulliana, sostituendo trenta soggetti e pre-
dicati ai nove teorizzati da Lullo e facendo cadere la distinzione fra
predicati assoluti e predicati relativi, Bruno fa am- pio ricorso alla
tradizione ciceroniana modificandone la termi- nologia: ai luoghi della
mnemotecnica corrispondono i su- biecta (soggetti primi); alle :mmagini
corrispondono gli adiecta (soggetti secondi o prossimi). L’antichissimo
paragone della mnemotecnica alla scrittura può in tal modo essere ripreso in
senso diverso. Scriptura enim habet subiectum primum chartam tamque locum;
habet subiectum proximum minium et habet pro forma ipsos characterum tractus
».!° Accanto a questo paragone venerando, ritornava nei testi bruniani la
maggior parte di quelle regole della memoria che abbiamo visto presenti nei
testi. Nei primi paragrafi dell’Ars memoriae si riaffacciano in tal modo le
discussioni sull'arte e sulla natura, sull’ingegno pro- duttore di strumenti
artificiali, sui rapporti fra il segno e l’og- getto significato, ricompaiono i
richiami a Simonide e i pre- [Opp. lat.] cetti relativi alla modica grandezza,
alla convenevole distanza, alla giusta luminosità dei luoghi. La stessa
concezione bru- niana del luogo, che è apparsa al Tocco assai « più larga » di
quella tradizionale, è in realtà anch'essa derivante da testi molto diffusi.
L'idea di servirsi di « oggetti animati » per rap- presentare i luoghi, non è
affatto nuova: è già presente in un testo di un secolo prima, il De omnibus
ingentis augendae memoriae di Michele Alberto da Carrara.!! Anche nelle pagine
del Canzus Circaeus, pubblicato a Parigi, sono facilmente rintracciabili,
dietro il periodare contorto e il barocchismo delle immagini, temi ben noti.
Nel secondo dialogo del Canzus -- che fu ripubblicato con qualche modifica a
Londra l’anno seguente con il titolo di Recens et completa ars reminiscendi --,
la materia già trattata nel De Umbris viene ripresentata con maggiore preoccupazione
per una diffusione manualistica.'? Ponendosi come una tecnica capace di
migliorare, mediante opportuni artifici, la naturale condizione dell’uomo,
l’arte appare accessibile a chiunque. Fra i suoi meriti BRUNO annovera,
significativamente, proprio questa compiuta tecnicizzazione dell’arte: Intentio
nostra est, divino annuente numine, artificiosam metodicamque prosequi viam: ad
corrigendum defectum, roborandam infirmitatem, et sublevandam virtutem memoriae naturalis: quatenus
quilibet (dummodo sit rationis compos, et mediocris particeps iudicii) pro-
ficere possit in ea, adeo ut nemo talis existentibus con- ditionibus, ab
ademptione huius artis excludatur. Quod quidem ars non habet a seipsa, neque ex
corum qui praecesserunt industria, a quorum inventionibus excitati, promoti
sumus diuturnam cogitationem ad addendum, 11 Cfr. qui alle pp. 34 - 35, e si
veda inoltre R., La costruzione delle immagini nei trattati di memoria
artificiale del Rinascimento, in: Umanesimo e simbolismo. Per le regole bruniane
sui luoghi cfr. Opp. Zat., Il giudizio di TOCCO, Le opere latine, è stato
ripreso da VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. Per il testo di CARRARA
(si veda), già sopra cit., cfr.: « Guido pater meus ex animalibus cepit locos
suos et corum ordine ex alphabeto deduxit... asinus, basiliscus, canis,
draco... haec singula in quinque locos dividebat... Nam hunc ordinem ipsa
natura porrexit neque confundi in eis cnumerandis ingenium potest... » 12 Cfr.
Tocco, Le opere latine] tum eis quac faciunt ad facilitatem negotii atque
certi- tudinem, tum etiam ad brevitatemn.15 Espressioni di questo tipo non
devono trarre in inganno. Poche righe più avanti si riaffacciavano i temi,
tipicamente ermetici, della necessità di un personale contatto fra il maestro e
il discepolo e di una necessaria segretezza dell’arte : Hortatur enim Plato in
Euthidemo ut res celeberrimae atque archanac habcantur a philosophis apud se et
paucis atque dignis communicentur... Idem omnibus iis, in quo- rum manus ista
devenerint, consulimus: ne abutantur gratia et dono eisdem elargito. Et
considerent quod figuratum est in Prometheo qui cum deorum ignem hominibus
exhibuisset, ipsorum incurrit indignationem.!4 Assai più interessante di questi
atteggiamenti che ripetono motivi diffusi, è il tentativo compiuto da BRUNO di
mantenere la terminologia dell’arte ben distinta da quella in uso negli altri
campi del sapere. Il termine “subdiectum”, chiarisce BRUNO, ha qui un
significato diverso da quello che al medesimo termine viene attribuito in
logica o in fisica. Esso viene qui assunto secundum intentionem convenientem,
quae technica appellatur, utpote secundum intentionem artificialem. Non è il SOGGETTO
di una PREDICAZIONE formale che, in logica, viene contrapposto al PREDICATO, né
quello della forma sostanziale detto le o materia prima. Non è il SVBIECTVM delle
forme accidentali né di quelle artificiali che ineriscono ai corpi naturali:
sed est SVBIECTVM formarum phantasibilium apponibilium, et remobilium,
vagantium et discurrentium ad libitum operantis phantasiae et cogitativae. Allo
stesso modo il termine “forma” non è usato come sinonimo di idea, così come
avviene nella metafisica platonica; né come sinonimo di essenza, così come
avviene in quella peripatetica. Non indica, come nella fisica, la forma
sostanziale o accidentale informante la materia; né, secondo l’accezione
tecnica, indica una intentionem artificialem additam rebus physicis. L'universo
di discorso del termine “forma” è, per BRUNO, quello di una logica non
razionale, ma fantastica. Forma sumitur secundum [Opp. lat.] rationem logicam NON
QVIDEM RATIONALEM SED PHANTASTICAM quatenus nomen logices amplius accipitur. Quest'ampliamento
della logica tradizionale, questa costruzione di una LOGICA FANTASTICA è in
realtà uno dei motivi essenziali del discorso bruniano. Chi, come TOCCO,
nettamente separa nella produzione bruniana le opere mnemotecniche da quelle
lulliane contrapponendo il carattere psicologico delle prime al carattere
metafisico delle seconde ha distinto, in modo artificiale, ciò che in BRUNO sj
presenta organicamente connesso e ha finito per precludersi la via ad una
effettiva comprensione degli elementi di novità presenti nella posizione
bruniana. L'atteggiamento sostanzialmente nuovo che BRUNO assume nei confronti
della tradizione della mnemotecnica retorica e dell’eredità del lullismo è
determinato proprio dal tentativo di trovare un punto di convergenza o un
terreno comune (o, se si vuole, di operare una sintesi) fra due tecniche che
erano nate da diverse esperienze e che avevano a lungo proceduto lungo due
linee non convergenti. In quanto seguace di Lullo, BRUNO trasferisce
all’interno dell’arte della memoria quelle esigenze metafisiche caratteristiche
del lullismo. In quanto riformatore dell’ars reminiscendi, egli non esita a
servirsi, accostandoli a quelli tradizionali, degli accorgimenti e delle regole
teorizzati dai seguaci della combinatoria. Su queste basi egli conduce la sua
polemica contro i suoi predecessori e su queste basi giunge a differenziare la
sua dalle altre posizioni. In primo luogo egli rifiuta quel rapporto di tipo
convenzionale che i teorici dell’ars memoriae avevano posto tra il luogo e
l’immagine. Contro questa posizione egli sostiene la necessità di una
connessione reale -- che può essere una associazione o un nesso di tipo logico
-- tra il subiectum e l’adiectum. In secondo luogo, e sulla base di questa
esigenza, BRUNO sostituisce ai tradizionali elenchi delle casalinghe immagini
degli oggetti d'uso presenti nei testi, complicate immagini mitologi- [Cfr.
Opp. lat., Tocco, Le opere latine, Opp. lat. Opus est non ita adiecta subiectis
applicari, quasi ca casu et ut accidit proiiciantur... ita adcoque invicem
conneva, ut nullo ab invicem discuti possint turbine.] che ed astrologiche -- attinte
alla tradizione ermetica -- che gli offrono la possibilità di una
rappresentazione visiva non solo del soggetto, ma anche dei rapporti
intercorrenti tra il soggetto centrale e tutti i caratteri e le nozioni che
sono ad esso collegati secondo un ordine sistematico. In terzo luogo, BRUNO concepisce
le figure ruotanti teorizzate da Lullo come strumenti per la memoria
artificiale. Nelle diverse ruote possono essere simbolizzate, mediante lettere
alfabetiche latine, tutti gli elementi costitutivi dell’arte. I centotrenta
luoghi fondamentali ricavabili dalle varie combinazioni, mentre si presentano
come essenziali in vista della piena realizzazione della memoria artificiale,
indicano al tempo stesso anche gl’elementi presenti in un sistema qualunque di
relazioni logiche. Tra logica e arte della memoria non si danno, per BRUNO,
differenze sostanziali. La logica memoraziva che è al culmine delle sue
aspirazioni ha una parentela assai stretta con la metafisica: «l’arte — egli
scrive — è un certo abito dell’anima raziocinante che si distende da ciò che è
il principio della vita del mondo al principio della vita di tutti i singolari.
Esaminando i testi dei grandi commentatori rinascimentali dell’Ars magna,
abbiamo già rilevato come il problema di una tecnica memorativa, rispetto alla
quale gli alberi le ruote le tavole si pongono come strumenti, si presentasse
come costi- tutivo rispetto agli sviluppi della combinatoria. Si è d'altra
parte sottolineato anche il fatto che quest'idea di una logica memorativa si
presenta strettamente collegata a quella inter- pretazione enciclopedistica del
lullismo che, facendo leva sul- l’immagine lulliana dell’albero, trasforma molti
dei commenti lulliani in vere e proprie enciclopedie o tentativi di classifica-
zione degli elementi che costituiscono il mondo reale e il mondo della
cultura." Chi abbia presenti queste conclusioni non potrà certo
meravigliarsi né dell’insistenza bruniana sugli aspetti mnemotecnici del
lullismo, né dei suoi tentativi di de- [Sull’ applicazione delle immagini
zodiacali di Teucro Babilonico all'arte cfr. VASOLI (si veda), Umanesimo e
simbologia. Cfr. Opp. lat., scrizione
degli elementi costitutivi dell'universo mediante il riferimento ai nove
subiecta dell’arte.” Alla luce di queste considerazioni non apparirà più soste-
nibile neppure quella tesi del Tocco secondo la quale un’opera come il De
progressu et lampade venatoria logicorum sarebbe « un compendio della topica
aristotelica » affatto indi- pendente dai commenti all’arte lulliana. Il
ricorso alle immagini del campo, della torre, del cacciatore permette di
collegare questa indagine sulla dialettica ai trattati sulla memoria, mentre
l’esplicito riferimento alle figure consente un accostamento alla tematica del
lullismo. Ma non si tratta solo di ragioni “interne”; in molti dei testi
dell’enciclopedismo cin- quecentesco (si pensi per esempio allo scritto /2
RAetoricam Isagoge) il lullismo appare fortemente intrecciato ai temi della
cosmologia e della retorica.?* Non a caso, anche BRUNO e fortemente interessato
al problema di un’applicazione dell’arte alla retorica e alla fisica:
nell’Artificium perorandi (dettato a Wittenberg c pubblicato dallo Alsted) egli
tenta una applicazione della mnemotecnica lulliana ai diversi tipi del discorso
retorico, mentre nella Figuratio aristotelici physict auditu avvia una
traduzione in immagini dei concetti centrali della fisica aristotelica. Nei
testi londinesi le complesse immagini dei sigilli erano state assunte da BRUNO
a indicare non direttamente gli oggetti da ricordare, ma le regole stesse
dell’arte. Ma più che su questi testi, peraltro molto significativi, gioverà
qui sotto- lineare la valutazione del lullismo che è presente nel De lampade
combinatoria: Agrippa non riuscì a penetrare (« aut prorsus non penetravit, aut
non satis ») nel valore dimo- strativo della combinatoria e si servì dell’arte
per celebrare se stesso piuttosto che i testi lulliani; più degni di considerazione
furono i tentativi di Lefèvre e di BOVILLO (si veda); solo attraverso la
riforma bruniana l’ars magna è giunta al suo pieno compi- [Cfr. Opp. lat., TOCCO, Le opere latine, cCfr. Opp. lat. Si
vedano le considerazioni di VASOLI (si veda), Umanesimo e simbologia. mento ed
è pervenuta al più alto grado possibile di perfezione: « artem hanc a Lullo
adinventam ita complevimus ut ab omni contemptibilitatis praetextu
vindicavimus... ut om- nino impossibile sit ei aliquid amplius adiicere ».°” In
questo rapido quadro assume un rilievo tutto particolare il richiamo a quella
comune fonte dalla quale derivarono la metafisica teologica di Scoto Eriugena,
l’arte lulliana, i misteri di Cusano, la medicina di Paracelso: Hic super
illius adinventionem excolendam claboravi- mus, cuius genium summi
philosophorum principes ha- biti admirantur, persequuntur, imitantur; unde Scoti- gena thcologicam metaphysicam, vel
metaphysicam (quam scholasticam appellant) theologiam, cum subtilibus aliis
extrassisse constat; a quo admirandum illud
vestratis Cusani quanto profundius atque divinius, tanto paucioribus
pervium minusque notum ingenium, mysteriorum, quac in multiplici suac doctrinae
torrente delitescunt, fontes hausisse fatetur; a quo novus ille medicorum
princeps. Paracelsus. Le ragioni di questi accostamenti apparvero già chiare a
TOCCO: l’opera di Lullo fu valutata da BRUNO come una delle principali
espressioni di quel neoplatonismo che, muovendo dalla identità di ideale e
reale, ritiene di poter proce- dere ad una costruzione della realtà mediante la
determinazione del movimento delle idee. Mentre si configurava come un rifiuto
della logica tradizionale e andava sostituendo le immagini ai termini e la
topica all’analitica, l’arte bruniana si muoveva su un terreno ben diverso da
quello delle indagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una
tecnica linguistica o retorica, intendeva aprire possibilità di prodigiose
avventure e di costruzioni totali: « Quaedam vero adeo arti videntur
appropriata, ut in eisdem videatur naturalibus omnino suffragari: haec sunt
Signa, Notae, Characteres et Sygilli: in quibus tantum potest ut videatur agere
praeter naturam, supra naturam, et, si negotium requirat, contra naturam. Il
fine dell’arte non consiste semplicemente in un rafforzamento della memoria o
in un potenziamento delle fa- [Opp. lat. coltà intellettuali: essa «ad multarum
facultatum inventionem, viam aperit et introducit. Non a caso nei testi più
significativi della magia bruniana troviamo ancora presente il ricorso ai
sigilli, ai segni, alle figure che vengono avvicinati ai gesti e alle cerimonie
come elementi costitutivi ed essenziali di quel linguaggio mistico-rituale che,
solo, può aprire la strada a colloqui divini: cum certo numinum genere non nisi
per definita quaedam signa, sigilla, figuras, characteres, gestus ct alias
cerimonias, nulla potest esse participatio. Nella concezione bruniana della
magia come forza ministra e dominatrice della natura, capace di intendere le
segrete corrispondenze fra le cose e di cogliere le formule ultime della
realtà, in opere come il De Magra, le Theses de Magia, il De Magia mathematica
trovavano davvero la loro risoluzione i problemi dibat- tuti nelle opere
mnemotecniche e lulliane.?! L'immagine di un universo unitario che va
interpretato e decifrato mediante i simboli giungeva qui, come già nel Sygilus,
al suo pieno compimento: Una lux illuminat omnia, una vita vivificat omnia. Atque
altius conscendentibus non solum conspicua erit una omnium vita, unum in
omnibus lumen, una boni- tas, et quod omnes sensus sunt unus sensus, omnes no-
titiac sunt una notitia, sed et quod omnia tandem, utpote notitia, sensus,
lumen, vita sunt una essentia, una virtus et una operatio. Alla comprensione
della magia bruniana, del grandioso tentativo del Nolano di dar luogo ad
un'arte capace di av- vicinare gli uomini ponendosi come strumento essenziale
ad una riforma delle religioni, potrebbe giovare non poco un esame,
analiticamente condotto, dei rapporti fra BRUNO lulliano e mnemotecnico e
quello, più noto, delle opere maggiori. Da un tale esame potrebbero forse
derivare anche con- tributi non trascurabili ad una comprensione della lingua e
dello stile bruniani. Nel ritmo convulso della sua prosa ita- liana sarebbe
difficile continuare a vedere (come vuole uno storico insigne della
letteratura) un «affidarsi all’istinto e al- 30 Opp. lat., HI, De Magia). Cfr. VASOLI
(si veda) Umanesimo e simbologia simbolismo. Opp. lat., Opp. lat. l'abbondanza
della vena ». Il compito delle immagini, poste accanto ad un soggetto, è quello
di « presentare, effigiare, de- notare, indicare, per esprimere e significare a
somiglianza della pittura e della scrittura ». La molteplicità delle imma- gini
deve indicare ed esaurire i significati, impliciti ed espliciti, contenuti
nelle idee centrali e costituire con esse una inscindi- bile unità. Dietro il
continuo ritorno delle immagini, l’ab- bondanza delle ripetizioni, il
succedersi dei simboli che in- tendono raffigurare sensibilmente i concetti
stavano in realtà anche precise convinzioni di natura “filosofica”: «
philosophi sunt quodammodo pictores atque poetae, poetae pictores et
philosophi, pictores philosophi et poetae, mutuoque veri poe- tae, veri
pictores et veri philosophi se diligunt et admirantur; non est enim philosophus
nisi qui fingit ct pingit. Esaminando le enciclopedie e i teatri universali
della seconda metà del Cinquecento, considerando i testi bruniani, abbiam visto
che l’ars memorativa di derivazione ‘cicero- niana”, mentre si congiungeva con
l’eredità della tradizione lullista, si collegava anche strettamente ai temi di
una metafi- sica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala, agli
ideali della magia e dell'astrologia, al gusto per le immagini, i simboli, le
cifre, le imprese e le allegorie. La ricerca di una «chiave universale » capace
di decifrare «l’alfabeto del mon- do » e di individuare la trama costitutiva
della realtà, l’aspi- razione ad un teatro enciclopedico che fosse lo «
specchio » fe- dele della realtà, avevano piegato ad esigenze nuove e a fini
diversi da quelli originari le tecniche della memoria arti- ficiale. Inseriti
nel discorso, pieno di toni iniziatici, di una magia rinnovata, gli
accorgimenti per la costruzione di un'arte memorativa avevano finito per
perdere ogni contatto con il terreno delle scienze mondane della dialettica,
della retorica, «della medicina e per apparire miracolosi strumenti per il rag-
giungimento del sapere totale o della pansofia. Su questo terreno si mossero [Cfr.
CORSANO (si veda), Il pensiero di BRUNO, non pochi fra i sostenitori e i
seguaci delle arti mnemo- niche e del lullismo. Negl’anni stessi che vedevano
Cartesio interessato al lullismo e alle arti della memoria, vedevano la luce a
Lione le opere di Paepp. Una di queste, lo Schenkelius detectus seu memoria
artificialis hactenus occultata era un ampio commento dell’Ars memoriae dello
Schenkel, un testo ben noto a Cartesio. Negli Artificiosae memoriae fundamenta
e nella Introductio facilis in praxin artificiosae memoriae, Paepp si sofferma ad
illustrare a lungo le dottrine aristoteliche ciceroniane CICERONE e tomiste AQUINO
sulla memoria, ma mostra di aver subìto anche le influenze del lullismo e dei
suoi esponenti più significativi, da BRUNO allo Alsted. Proprio sulle tracce di
quest'ultimo, in aspra polemica con i denigratori dell’arte, egli sostene la
opportunità di una stretta connessione della logica con la mnemo- tecnica. Mentre
la prima appare necessaria ad alcune arti e discipline, la seconda è
indispensabile ad ogni forma di sapere. Mentre sottolinea la funzione mnemonica
dei circoli lulliani e detta accorgimenti per decifrare i testi dell’ars
notoria, Paepp elimina non a caso ogni distinzione tra “ciceroniani” CICERONE e
“lullisti” collocando in uno stesso elenco, tra [Jon. Paerr, Arzificiosae
memoriae fundamenta ex Aristotele, CICERONE, AQUINO, altisque praestantissimis
doctoribus petita, figuris, interrogationibus ac responsionibus clarius quam
unquam antehac demonstrata, Lugduni, apud Bartholomeum Vincentium; Eisagoge,
seu introductio facilis in praxin artifiosae memoriae, ibidem; Schenkelius
detectus, seu memoria artificialis hactenus occultata (Triv. Mor. Sed miror cur
cidem (i negatori dell’arte) non et logicam artifi- cialem nigro calculo
notent. Ut enim logica artificiosa intellectui rerum cognitionem secutius
venatur, sic artificiosa memoria acquisitam ac comparatam cognitionem tenacius
conservat ac tuetur naturali; quare Alstedius non minus hanc ad omnes artes et
disciplinas, quam istam ad nonnullas necessariam probat. Artificiosae memoriae
fundamenta. Sulla funzione dei circoli cfr. gli Artificiosae memoriae
fundamenta; sulla scrittura segreta da impiegare nell’ in- segnamento dell’
arte cfr. dove vengono dettate due regole fondamentali: Legendum more hebraico,
puta ordine retrogrado; 2) Alpha et omega sunt otiosa id est primae et ultimae
literae non habetur ratio osras
significa ars; codrot ordo, bogamir imago ecc i fondatori e i teorici
dell’arte, Quintiliano e CICERONE (si veda), Lullo e GRATAROLI (si veda), TOMAI
(si veda) e Romberch, ROSSELLI (si veda) e BRUNO (si veda), Schenkelius e
Alsted. Non poche delle sue pagine appaiono dedicate a discutere le posizioni
bruniane e, come già Bruno, anch'egli si richiama alle immagini degli dèi
antichi e dell’astrologia trasformando la sua trattazione in una elencazione di
temi iconografici Saturnus, homo senex, pannosus, capite aperto, altera manu
falcem, altera vero nescio quid panno involutum gestans... Iupiter apud veteres
effingebatur sedens, in inferioribus partibus nudus. Più volte, negli scritti
del Paepp, ritornano dettagliate narrazioni e minuziosi resoconti di miracolosi
fenomeni di capacità mne- moniche.?® Più che a una discussione dei temi
attinenti alla retorica o alla enciclopedia, il Paepp è fortemente interessato
alla descrizione dei mirabili risultati cui si può pervenire con l’aiuto
dell’arte. Le tecniche della combinatoria e dell’ars reminiscendi venivano qui
utilizzate su un piano che presenta non pochi punti di contatto con quello
della magia e dell’oc- cultismo: mediante l’arte è possibile trasformare
rapidamente un fanciullo in un sapiente, entrare in possesso di prodigiose
virtù, giungere a suscitare la stupefatta amimrazione dei dotti e dei reggitori
della cosa pubblica. Già in BRUNO, abbiamo visto, la tematica del lullismo e
dell’ars reminiscendi era apparsa strettamente connessa alle aspirazioni e agli
ideali della magia. L’ars inveniendi e l’arte memorativa si configuravano
spesso come progetti di fonda- zione di un’arte mirabile capace di condurre entro
i segreti della natura e di decifrare la scrittura dell’universo. Non si
trattava solo di ampliare, mediante l’arte, le capacità mnemo- niche: la
tecnica lulliana si pone in BRUNO come ricerca e definizione dei ritmi della
natura; il riferimento ai subiecta dell’arte consente di determinare
contemporaneamente i prin- [Cfr. Eisagoge seu introductio. Per i rapporti del
Paepp con il Bruno cfr. N. Bapatoni, Appunti intorno alla fama di BRUNO, Società.
Per l’uso delle immagini degli dèi antichi in Paepp cfr. gli Artificiosae
memoriae fundamenta. Cfr. Artificiosae
memoriae fundamenta, e soprattutto Schenkelius detectus] cipi del discorso e
gli elementi costitutivi della realtà. All'arte bruniana della memoria, in
quanto prodotto magico o arte segreta capace di ampliare smisuratamente le
possibilità umane, si interessarono com'è noto Pio V, Enrico III, MOCENIGO (si
veda). Un discorso certo molto diverso, ma non in tutto dissimile converrebbe
fare per CAMPANELLA che ama anch'egli presentarsi come dotato di miracolose
facoltà: a FARNESE (si veda) egli assicura di poter insegnare filosofia
naturale e morale, logica, retorica, poetica, politica, astrologia e medicina
con un metodo speciale che avrebbe consentito di realizzare in un anno maggiori
risultati di quelli ordinariamente conseguibili con dieci anni di normale
insegnamento. Questo stesso concetto e la stessa insistenza sulla possibilità
di una straordinaria facilità di apprendimento, ritroviamo nelle pagine della
Città del Sole. Prima di dieci anni, i fanciulli della città solare apprendono
senza fastidio tutte le scienze servendosi di quella gigantesca enciclopedia
che risulta dalle immagini dipinte sulle pareti delle sei muraglie Questo
ricorso all’immagini come elemento essenziale ha, in CAMPANELLA, un significato
non trascurabile. All’enciclopedismo lullista, fondato sui termini e sui
procedimenti logicomate- matici, egli ne contrappone un altro fondato sulle
immagini sensibili delle cose. Nel “De investigatione rerum”, CAMPANELLA fa
riferimento ad una dialettica “ex solo sensu” che classifica gl’oggetti del
senso in nove categorie -- ut quilibet de quacumque re NON PER VOCABVULA tantum,
ut Lullio mos est, sed per sensibilia obiecta ratiocinari posset. A questa
stessa esigenza di un SAPERE NON-VERBALE, fondato sul senso e sulle cose,
rispondono del resto le osservazioni, svolte nel De sensu rerum et magia, sulla
memoria come senso anticipato, le sue critiche alle tesi della medicina
peripatetica, la sua affermazione che sia possibile operare sulla memoria con i
ritrovati della medicina, la identità, più volte affermata, di [Per
l’enciclopedia dipinta sulle muraglie e per la facilità dell’ ap- prendimento
delle scienze cfr. La città del sole, in Scritti scelti di BRUNO e di CAMPANELLA,
cur. Firpo, Torino. Del senso delle cose e della magia, Bari] memoria e
imaginativa. Si comprenderà anche, tenendo presenti queste considerazioni, come
egli potesse guardare con simpatia alla « memoria locale che fa larghissimo uso
di immagini sensibili. Gli stessi risultati cui è pervenuta la mne- motecnica
“citeroniana” appaiono in tal modo a CAMPANELLA una conferma della sua
definizione della memoria come senso indebolito: l’arte della memoria locale,
al senso esposta in cose assai sensibili e note, ponendo le cose cognite per
simi- glianza, mostra che la memoria sia senso indebolito che così si rinnova e
fortifica. Quell’arte della memoria locale, alla quale fa riferimento CAMPANELLA,
non manca certo di cultori: nei saggi di
GESUALDO (si veda) e di MARAFIOTI (si veda), di Johannes Austriacus e di
Bruxius, di RAVELLI (si veda) e di Schenkel,
di Willis e di Azavedo, ritornavano i temi e le regole della 42 Cfr. JoannIs
MarciRI, De memoria artifictosa, Francofurti (Fir. Naz. 3.8.530); la Plutosofia
del Reverendiss. Padre F. Filippo Ge- sualdo dei Minori Conventuali nella quale
si spiega l’arte della me- moria, Vicenza, Heredi di Perin Libraro (Triv. Mor.
H.); F. GiroLamo Manarioro, Nova inventione et arte del ricordare per luoghi et
imagini et figure poste nella mani, Venezia (Triv. Mor. M.); la traduz. latina
dell’opera del Marafioto: De arte remuni- scentiac per loca et imagines ac per
notas et figuras in manibus post- tas fu pubblicata e inserita nella edizione
(qui di seguito ci- tata) del Gazophylacium artis memoriae dello Schenkelius.
Nella stessa edizione è inserito il De memoria artificiosa libellus di Johannes
Austriacus (Angelica, SS.); fra i commentatori del De memoria dello Schenkel
(pubblicata per la prima volta nel 1595) sono da segnalare gli scritti di
Martin Sommer (Venezia) sotto il cui nome si nasconderebbe secondo il Morhof
(Po- Iyhistor, I, p. 374) lo stesso Schenkel e l’Ars memoriae... in gratiam et
usum inventutis explicata, Francofurti, typis N. Hoffmanni, di Francesco
Martino Ravelli (Ravelinus) (Par. Naz. Z. 58347). Più interessante è il
Simonides redivivus sive ars memoriae et oblivionis... tabulis expressa... cui
accessit Nomenclator mnemonicus, Lipsiae, im- pensis T. Schureri, 1610 di
Adamus Bruxius (Par. Naz.) poi ristampata. Ad un anonimo professore di Lipsia
si deve l'Ars memoriae localis plenius et luculentius exposita... cum applica
tone ciusdem ad singulas disciplinas et faculates, Lipsia. Non sono riuscito a
vedere questo testo né JoHANNES VELASQUEZ DE AZAVEDO, Fenix de Minerva y arte
de memoria que ensena sin maestro a apren- der y retenir, Madrid (il titolo
riecheggia quello del Ravennate TOMAI). mnemotecnica “classica”, venivano
commentate e discusse le opere sulla memoria di Aristotele, di CICERONE, di
Quintiliano, d’AQUINO, di TOMAI, si tentano combinazioni e sintesi tra la
mnemotecnica ciceroniana e la combinatoria di Lullo, si costruivano teatri ed
enciclopedie, sî escogitano nuove, più complicate immagini, si conducevano
discussioni sul segno, sul gesto e sul geroglifico. Più che questi saggi, che
contribuiscono a diffondere una tematica già largamente nota e ad alimentare
discussioni da tempo iniziate, appaiono degni di considerazione altri saggi nei
quali la magia non costituisce soltanto — come per BRUNO e per CAMPANELLA — lo
sfondo culturale sul quale si collocano le arti della memoria, ma offre a
queste una precisa giustificazione di ordine teorico. In questi scritti la
connessione tra le tecniche magiche e quelle della memoria viene esplicitamente
teorizzata e l’ars reminiscendi viene presentata come un prodotto di magia.
Nella Magia naturalis di Hildebrand A Lipsia- Francoforte, nel vede infine la
luce, con il titolo Variorum de arte memoriae tractatus selecti, una raccolta
di scritti com- prendente le opere dello Schenkel, del Ravelli, del Paepp,
dell'Au- striacus, del Marafioto, dello Spangerberg. Lo Schenkel, cui toccò in
sorte di essere discusso brevemente da Cartesio, è figura particolar- mente
interessante: fortunato insegnante c diffusore dell’arte mnemonica in ITALIA -- artem hanc — scrive il
Morhofius — magno cum successu suo nec sine insigni suo lucro exercuit ») fu
accusato dì stregoneria durante un suo soggiorno a Lovanio, riuscendo poi ad
ottencre protezione ed appoggio dalla facoltà teologica di Douai. La prima
edizione della sua opera, poi spessissimo ristampata: De memoria liber secundus
in quo est ars memoriae, Leodii, Leonardus Straele. Insieme ai tre opuscoli
sopra ricordati dell’Austriacus, del Marafioto e dello Span- gerberg l’opera fu
ristampata con il titolo Gazophylacium artis me- moriace, Argentorati, Antonius
Bertramus (Angelica). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia pro rege
catholico in calvinistam, Anteverpiae, ec una raccolta di Flores et sententiac
in- signiores ex libris de Constantia Justi Lipsit (Par. Naz.), è stato
ristampato, in edizione moderna, il Com- pendium der Mnemonik, con testo latino
e trad. tedesca a cura di Kliber, Erlangen, Palm. All’insegnamento di
quest'auto- re si richiama anche la curiosa enciclopedia di Aprian LE Cuiror,
Le magazin des sciences, ou vrai art de mémoire découvert par Schen- Relius,
traduit et augumenté de l’alphabet de Trithemius, Paris, ]J. Quesnel, che
amplia molto il testo originario (Par. Naz. la creazione della memoria
artificiale viene presentata come la applicazione dell’arte magica ad una
particolare forma dell’operare umano. Nella Regina scientiarum e nella
Enciclopaedia Pierre Mo- restel insiste su temi largamente diffusi: la regina
delle scienze, che è l’arte di Lullo, non verte su un oggetto particolare, ha
caratteri tali di generalità c di certezza da presentarsi come totalmente
autosufficiente, da essere in grado di consentire il pieno raggiungimento della
verità in ogni ramo del sapere. All’arte mnemonica degli antichi, fondata sulla
dottrina dei luoghi e delle immagini, Morestel contrappone, come nuova arte
della memoria, la combinatoria lulliana. Nei suoi scritti la trattazione dei
temi del lullismo e della mnemotecnica si collega con quella della filosofia
occulta dei filosofi presocra- tici, con l'interpretazione delle favole
antiche, con la tematica della cabala, con la ricerca di una chiave
universale.*' Alla 49 W. Hiupesranp, Magia naturalis, das ist, Kunst und
Wunderbuch, darinne begriffen Wunderbaren Secreta,, Geheimniisse und KRunststi-
che... Leipzig, Cfr. Pierre MoRESTEL, Enciclopaedia sive
artificiosa ratio et via cir- cularis ad artem magnam R. Lullit per quam de
omnibus disputatur habeturque cognitio, s.l., in collegio Salicetano (Par.
Naz.); La philosophie occulte des devanciers d'Aristote et de Platon, en forme
de dialogue, contenant presque tous les préceptes de la phi- losophie morale
extraite des fables anciennes, Paris, T. Du Bray (Par. Naz.); Les secrets de la
nature... contenant presque tous les préceptes de la philosophie naturelle
extraite des fables anciennes, Paris, R. de Beauvais (Par. Naz.); Artis
kabbalisticae sive sapientiae divinae academia, Parisiis, apud M. Mondière (Par.
Naz.); Regina omnium scientiarum qua duce ad omnes scientias et artes, qui
literis delectantur facile conscendent, Tremoniae, apud Jodocum Kalcovium
(lRothomagi2) (Casanat.). La
definizione dell'arte di Lullo, presente in questi testi, è ricalcata secondo
schemi convenzionali: Ars R. Lullii non vul- garis, non trivialis, non circa
unum aliquod obiectum occupata, sed ars omnium artium regina... Huius artis ea
est excellentia praestan- taque, ea generalitas ac certitudo, ut, se sola
sufficiente, nulla alia praesupposita... cum omni securitate et certitudine...
de omni re sci- bili veritatem ac scientiam non difficulter invenire faciat.
Più inte- ressante è l’interpretazione della combinatoria come arte mnemonica:
“ Artificium igitur memoriae, a veteribus traditum, locis constabat et
Imaginibus; quidni igitur dabitur aliqua ars memoriae quae terminis constabit?
Talis est ars Lullii, cuius termini generales patefaciunt adi- medicina
mnemonica di Gratarolo, e quindi alla tradizione dell’aristotelismo, si
richiama invece l’anonimo autore di un Ars magica pubblicata a Francoforte che
dedica alla memoria e alle immagini astrologiche impiegate per rafforzarla, due
capitoli del suo trattato. Nel Pentagonum philosophicum medicum, sive ars nova
reminiscentiae di Lazare Meyssonnier, medico del re di Francia e corrispondente
di Cartesio, cultore di medicina astrologica, di chiromanzia e di fisiognomica,
ritornano i temi della medicina della memo- ria, del lullismo, della cabala.
Nella Belle magie ou science de l’esprit egli presentava, in funzione della
medicina magica, un methode de conduire la raison e una logique naturelle pour
resoudre toutes sortes de questions.'Questa stessa esigenza di un metodo
universale si accompagna, nei testi di medicina magica di Jean d’Aubry, alla
affermazione di una scienza unitaria e suprema rispetto alla quale le parti-
tum non solum ad inventiones plurimas... sed etiam maxime faciunt ad memoriam,
cum sint quasi via artificiosa et methodica ad corri- gendum defectum,
roborandam infirmitatem et sublevandam virtutem memoriac naturalis (Cfr. Regina
scientiarum). Cfr. Lazare MryssonnIER, Penzagonum
philosophicim - medicum sive Ars nova reminiscentiae cum institutionibus
philosophiac naturalis et medicinac sublimioris et secretioris... clave omnium
arcanorum na- turaltum Macrocosmi et Microcosmi, Lugduni, J. ct P. Prost
fratres (Par. Naz.); La delle magie ou science de l'esprit contenant les
fondemens des subtilitez ct de plus curicuses et secrètes connoitssances de ce
temps, Lyon, chez Nicolas Caille (Triv. Mor.). Delle suc competenze
astrologiche ci dà testi- monianza lo stesso Mcyssonnier: « Apres avoir durant
vingi-cinq ans cxaminé soigneusement les écrits et les observations de ceux qui
ont traité de l'astronomie ct de l'astrologie, dressé ct jugé plus de deux
mille figures de nativité, qu'on nomme vulgairement horoscopes... » Cfr.
Aphorismes d'astrologie tirée de Ptolomée, Hermes, Cardan, Munfredus et
plusieurs autres, traduit en frangois par A.C., Lyon, Mi- chel Duhan (Triv. Mor. M.). La teoria del conarinrm sostenuta dal Meyssonnier nel
Pentagonum e nella Belle magie dovrebbe essere studiata anche in vista di una
comprensione dell'atteggiamen- to assunto da Descartes verso questo curioso
personaggio. Per i con- tatti di Meyssonnier con Mersenne c Cartesio cfr. la
lettera di Meys- sonnier a Mersenne ricordata in Adam et Tannery, HI, la prima
lettera a Descartes è andata smarrita e così pure la risposta alla lettera
cartesiana (Adam et T.); si vedano anche le lettere di Descartes a Mersenne
(Adam cet T.,] colari scienze hanno carattere di apparenza. Mentre traccia le
linee di una grande enciclopedia, egli insiste energicamente sulla sostanziale
unità del sapere e sulla artificialità di ogni separazione tra le singole
discipline : « Dans les trois premiers chapitres tu y verras toutes les
connoissances du monde et un ordre de toutes choses.... Et tu apprendras aussi dans le
troisième chapitre qu'il n'y a qu’une seule science parce qu'il n’y en a qu’une
seule laquelle donne reponse sans user d’aucune espece de divination.... La
science... laquelle me donne des resolutions et reponses infaillibles de toutes
choses, comme estant la règle de toute verité ».*° Anche nei testi di Fludd, che è il più noto e signi-
ficativo esponente dell’ermetismo e del simbolismo cabalistico del Seicento,
troviamo un’ampia trattazione, del resto con- dotta secondo canoni assai
convenzionali, dell’arte memora- tiva. Cfr. Jean D’AuBry, Le triomphe de l'archée et la
merveille du monde, ou la medicine universelle ct veritable pour toutes sortes
de mala- dies les plus desesperées... Etablie par raisons necessatres et
demonstra- tions infaillibles, A Paris, chez l’auteur, avvertimento al pubbli-
co, pp. non numerate (Vatic. Racc. Gen. Medicina). In que- sta ediz. francese,
che segue a quella latina — Triumphus archei et mundi miraculun sive medicina
universalis, Francofurti (Braid.) — è compresa, in appendice, la Apologie contre
certatns docteurs en médicine... respondant à leurs calomnies que l'au- theur a
guéry par art magique beaucoup de maladies incurables et aban- donces, già
pubblicata a Parigi. Fra gli scritti più particolar- mente dedicati a Lullo si
veda la traduzione della Blanquerna (Le Triomphe de l'amour et l’eschelle de la
gloire, ou la médicine univer- selle des ames, ou Blanquerne de l'amy et de
l'aimé, Paris, s.d. Par. Naz.), l' Abregé de l'ordre admirable des
connoissances et des beaux secrets de saint Raymond Lulle martyr, s. d. (Par.
Naz.) e Le firmament de la vérité contenani le nombre de cent démons-
trations... qui preuvent que tous les prestres... abbés, commandataires,
prédicateurs et bernabites doivent étre damnés éternellement s'ils ne vont
prescher l’ Evangile aux Turcs, Arabes, Mores, Perses, Musulmans et Mahométans,
Grenoble, J. de la Fournaise (Par. Naz.). Ma si vedano nell’Apologie le otto ragioni, elencate
dal d’Aubry, per le quali i libri di Lullo doivent estre receus de mesme que
ceux d'un Père de l’Eglise ». 4° R. FLupp, Tomus secundus de supernaturali,
naturali, praeterna- turali et contranaturali Microcosmi historia, Oppenheimi,
typis Hie- ronimi Galleri, In piena atmosfera magica ed ermetica ci riporta
anche il Traicté de la memoire artificielle pubblicato a Lione, da Belot e
inserito, a guisa di appendice, nelle Familières instructions pour apprendre
les sciences de Chiromancie et Phystonomie.** L° intera combinatoria lulliana
viene iden- tificata dal Belot con una «memoria artificiale »j mediante la
miracolosa invenzione di Raimondo, « homme d’exquise erudition », è possibile
abbreviare in modo prodigioso il cam- mino della scienza e sostituire al lavoro
di un’intera vita il rapido apprendimento dei princìpi fondamentali e
costitutivi i ogni ramo del sapere. Per svelare l’essenza dell’arte, che Lullo
volutamente nascose sotto una serie di enigmi, per su- perare le posizioni di
Bruno, di Agrippa, di Alsted e di Lavinheta, per mettere l’arte alla portata di
tutti («cet arte estoit necessaire à ceux qui font profession de faire
sermons... ou quelque trafic de marchandise »), Belot propone di asso- ciare la
combinatoria alla chiromanzia sostituendo alle figure della combinatoria e alle
immagini della mnemotecnica cice- roniana, le figure e i termini in uso
nell'arte chiromantica. Nonostante le pretese di assoluta novità, le ruote delle quali [Cfr. Les
Oeuvres de Belot contenant la chiromance, phy- sionomie, l'art de mémoire de
Raymond Lulle, traité des devinations, augures et songes, les sciences
steganographiques paulines et almadelles et lullistes..., Lyon, chez Claude de
la Rivière (Triv. Mor.). Oltre a
questa edizione è da vedere l’altra di Rouen, chez Pierre Amiot, (Triv. Mor.)
poi ristampata a Liegi. Sulle arti « paulines et almadelles » si veda la nota
di L THoRnpikE, A/fodhol and Almadel: hitherto unnoted books of magic in
florentine manuscripts, in Speculum Le
opere del Belot, che si mostrò favorevole alla teoria copernicana e parla di
rourbillons de matière, andrebbero esaminate più detta- gliatamente di quanto
non abbia fatto il Thorndike (History of magic and experimental science) anche
perché in esse sono presenti evidenti tracce delle posizioni ramiste. A BRUNO,
come ad uno dei maggiori teorici dell’arte, Belot si richiama più volte: cfr.
Note bruniane, Rivista critica di storia della filosofia. Les oeuvres de ]can
Bellot, ediz. Per la connessione tra chiromanzia e arte mnemonica cfr. l’opera
di MARAIOTO (si veda)] Belot si serve appaiono ricavate dai commenti lulliani
di Agrippa, mentre non mancano, in più punti, echi della trat- tazione
bruniana. Proprio da Agrippa e da Bruno egli trae infatti la convinzione — in
seguito sostenuta con maggior ampiezza nella RAetorigue — di una stretta
connessione tra retorica-dialettica da un lato e lullismo ed arti segrete dal-
l’altro. Il
titolo del suo trattato è, da questo punto di vista, assai indicativo: La
rhetorique par laquelle on peut discourir de ce qui est propre en l’oraison et
de disputable par dialecti- que, selon la subtilité de l’art lulliste et autres
arts plus secrets qui sont icy compris par une seule legon necessaire en tout
art ».5° Le finalità di una retorica e di una dialettica fondata sul lullismo e
sulla tradizione magico-alchimistica vengono presentate, non a caso, come
coincidenti con quelle che già furono proprie dell’antica sapienza ebraica e
dei sostenitori della cabala: Ce que l’antiquité a recherché avec beaucoup de
labeur toutesfois sans en avoir acquis la parfaite connoissance, je te le donne
tout entier: c'est ce qu'ont voulu acquerir les Prophetes, Mages, Rabins,
Cabalistes et Massorets, et depuis eux le docte H. C. Agrippa. Portando la retorica e la dialettica sul piano
dell’arti segrete, mescolando la combinatoria alla cabala, all’astro- logia,
alla medicina magica, facendo corrispondere alle cinque partizioni della
retorica nuove partizioni attinte alla tradi- zione ermetica,°® Belot porta
così all’esasperazione, intorno alla metà del Seicento, una tematica che aveva
avuto le sue più fortunate espressioni nell’opera di Agrippa, di BRUNO, di CAMILLO
(si veda). Cfr.
Les oeuvres, cit., p. 1 della seconda parte. °l Les oeuvres, cit., prefazione.
Les oeuvres, cit., p. 3 della seconda parte: « Pour les parties, elles
regoivent toutes les cinq pour bonnes et utiles, mais il y en a cinq autres
particulieres aussi: car pour la memoire, elle a l’Art notoire...; pour
l’action ou pronunciation, l’art Paulin et pour les autres parties, a pour
l’elocution l’art d’Almadel; pour la disposition la seconde par- tie de la
Theurgie et pour l’invention l'art des revelations, que Tri- theme dit venir d’
Ophiel, esprit Mercurial] qualche anno prima Bacone e Cartesio avevano assunto
un atteggiamento fortemente polemico contro questo tipo di let- teratura. Su un punto essi avevano concordemente
insistito: su questo piano la combinatoria lulliana e le arti della me- moria
si risolvevano nell’inutile costruzione di giochi stupe- facenti atti a
ingannare il volgo anziché a far progredire le scienze. L’eredità delle
discussioni quattrocentesche sull’ ars me- morativa non era stata tuttavia
raccolta solo dagli esponenti della magia e dell’ermetismo. Su un diverso
terreno, quello di una rigorosa trat- tazione dei temi della dialettica e della
retorica concepite come scienze mondane, in ambienti diversi, attenti alle
dispute lo- giche, interessati agli sviluppi della matematica e della geo-
metria, era andato maturando il tentativo ramista di inserire i problemi
attinenti alla memoria e le regole della mnemotecnica entro una più vasta ri-
cerca concernente la riforma dei metodi di invenzione e di trasmissione del
sapere. Il problema degli « aiuti della memo- ria » giungerà per questa via ad
acquistare una singolare risonanza anche nei testi dedicati, ed una riforma del
metodo: Bacone vedrà nella ministratio ad memoriam un elemento costitutivo del
nuovo metodo delle scienze; Cartesio parlerà, a proposito della enu- merazione,
di un movimento continuo del pensiero che ha lo scopo di recar soccorso alla
naturale infermità della memoria. Più che in Francia, dove pure vedono la luce
non pochi testi di ars memoraziva, la tradizione ciceroniana CICERONE che si
ispira in tutta Europa all'opera di TOMAI, trova in ITALIA, come abbiamo visto,
i suoi più fortunati e clamorosi sviluppi. Per quanto riguarda la Francia è
dunque il caso di insistere — trascurando testi come la Memoria artificialis di
CAMPANO (si veda) e l’Ars memorativa del Leporeus (Parigi) che si [Non ho visto
l'opera di CAMPANO da Novara (si veda) delle cui caratteristiche discorre il
Morhofius; dell’Ars memorativa Guglielmi
Leporei Avallonensis ho visto l'edizione parigina in Chalcographia Iodoci Badii
Ascensii (Triv. Mor. limitano a riecheggiare stancamente l’opera del Ravennate TOMAI
— sulla posizione assunta, di fronte al problema dell’ars me- moriae dal
maggior esponente degli studi logici e retorici di questo periodo della cultura
francese. Invece di teorizzare l’arte mnemonica come una tecnica autonoma,
costruita in vista di fini pratici ben determinati e indipendente dagli svi-
luppi della retorica e della logica, Pietro Ramo si preoccupa proprio dei
rapporti che intercorrono fra la « memoria » da un lato e la dialettica e la
retorica dall’altro. La sua opera di riformatore intende dar luogo a questo
risultato: staccare de- cisamente la memoria dalla retorica, alla quale una
secolare tradizione la aveva assegnata, e servirsene come di uno degli elementi
costitutivi della dialettica o della nuova logica. Ramo, com'è noto, amò
presentare la sua riforma come un ritorno agli insegnamenti della filosofia
classica, come una semplificazione e una chiarificazione di quell’insegnamento
aristotelico che era stato a suo avviso corrotto dalla confu- sione
terminologica degli scolastici e da quella tradizione retorica che fa capo agli
scritti di Quintiliano. Il filosofo che, in una brillante esercitazione, aveva
inteso mostrare la falsità di tutte le proposizioni aristoteliche, non esiterà
poi a dichiarare in modo significativo: « Libros veterum conservemus et ad eos,
cum fuerit opus, recurramus: philosophiamque ex eorum libris collectam puram
veramque doceamus ».° Né esiterà a rintracciare, negli stessi testi
aristotelici, i fondamenti delle sue proprie partizioni della dialettica (« Qui
partitur logicam in inventionem et dispositionem, Aristoteli authore partitur. Per
qualche indicazione sulla bibliografia intorno a Ramo cfr. la mia rassegna
Ramismo logica e retorica Rivista critica di storia della filosofia HI, pAgli
studi indicati in quella sede vanno aggiunti i seguenti: M. Dasson- viLLe, La
genèse et les principes de la Dialectique de P. Ramus, in « Revue de
l'Université d’Ottawa; La dialectique de Ramus, in « Revue de l’ Univ. de Laval
Dion, L'influence de Ramus aux universités néerlandaises du XVII siècle, in
Actes du Xle Congr. Int.
de Philosophie, Louvain, 1Tuve, /Imagery and logic, Ramus and methaphysical
poetics, Journal of the history of ideas, Ramus, Scholae in liberales artes,
Basilea,Scholae in liberales artes. Ancora
ad Aristotele, del resto, egli faceva risalire quella con- giunzione di
filosofa ed eloquenza che verrà teorizzata in una celebre orazione: Aristoteles
intelligendi prudentiam cum dicendi copia coniunxit: et cum antea matutinis
ambulationibus philosophiam solam doceret, pomeridianis etiam rhetoricam docere
coepit ».* Per ricostruire nel suo vero significato il senso dell’insegnamento
aristotelico, per portare alla luce le verità che nei testi aristotelici sono
presenti, anche se solo accennate, è necessario, secondo Ramo, rifiutare ogni
indebita commistione di grammatica dialettica e retorica: alla prima andranno
riferiti solo i problemi attinenti alle etimo- logie, alla seconda soltanto
l’arte dell’invenzione e quella del giudizio, mentre la terza dovrà limitarsi
alla trattazione delle tecniche dello « stile » e del « porgere », alla
capacità di ador- nare e trasmettere il materiale prodotto dalla ricerca
dialettica. Nella storia della logica e in quella della retorica si è
verificato, per Ramo, un errore fondamentale che ha finito per snaturare
profondamente il senso della prima e della seconda. Si è ammesso con Aristotele
e si è poi sostenuto con Cicerone e con la Scolastica che fosse possibile
costruire due diverse logiche valide l'una nel campo della scienza, l’altra nel
regno dell'opinione e del discorso popolare, adatta la prima ai sa- pienti, la
seconda al volgo. Proprio questa duplicità viene energicamente rifiutata da
Ramo: la teoria della inventio e della dispositio è una sola, valida in ogni campo
e in ogni tipo di discorso.® Aver creduto all’esistenza di due diverse logiche
ha condotto a un’ibrida mescolanza di concetti e di termini affine a quella
della quale si è reso responsabile Quintiliano quando, oltre a confondere
dialettica e retorica, ha aggravato ulteriormente la situazione mescolando ai
temi della retorica quelli propri dell’etica: Duae sunt universae et generales
homini dotes a natura tributae: ratio et oratio; illius doctrina dialectica
est, huius grammatica et rhetorica. Dialectica igitur gene- [Cfr. la Oratio de
studiis philosophiae et eloquentiae coniungendis Lutetiae, riedita nelle
Brutinae quaestiones in Oratorem CICERONE, Parisiis, apud Jacobum Bogardum, Padova,
Antoniana. Cfr. Dialectique] rales humanac rationis vires in cogitandis et
disponendis rebus persequatur; grammatica orationis puritatem in ctymologia ct
sintaxi ad recte loquendum vel scribendum interpretetur. Rhetorica orationis
ornatum tum in tropis et figuris, tum in actionis dignitate demonstret. Ab his
deinde gencralibus et universis, velut instrumentis, aliae artes sunt
ceffectae... Aristoteles summae confusionis au- thor fuit: inventionem
rhetoricae partem primam facit, falso, ut antca docui, quia dialecticae propria
est; sed tamen rhetoricae partem facit et eius multiplices artes primo artis
universae loco conturbat in probationibus. Quintilianus concludit materiam
Rhetorices esse res omnes quae ad dicendum subiectac sunt. Dividitur rhetorica
in quinque partes: inventionem, dispositionem, clecutionem, memoriam ct
actionem. In qua partitione nihil iam miror Quintiliamum dialectica tam nudum
esse, qui dialecticam ipsam cum rhetorica hic confusum non potucrit agnoscere,
cum dialecticae sunt inventio, dispositio, memoria; rhetorica tantum clocutio
cet actio.? Sulla separazione della dialettica dalla retorica Ramo ebbe ad
insistere instancabilmente; di fronte all’obiezione che il retore non potrà non
servirsi degli argomenti elaborati in sede di dialettica rispondeva che la
congiunzione dialettica-retorica, presente nei vari discorsi umani, non
escludeva affatto, anzi esigeva, una distinzione ed una separazione precisa fra
la teoria della dialettica e quella della retorica: Non potest... sine numeris
Geometria, Musica, Astrologia consistere: an propterca hae artes numeros
explicare et sune professioni subiicere debebunt. Usus artium, ut iam toties
dici, copulatus est persacpe. Praecepta tamen confundenda non sunt, sed
propriis et separatis studiis declaranda. Le artes logicae comprendono dunque
per Ramo la dialettica o logica e la retorica: la prima si articola nella
inventio e dispositio, la seconda nella elocutio e nella pronuntiatio.
Identificando, sulle traccie di Quintiliano e di CICERONE, la dispositio con il
iudicium (il secondo libro della Dialectica, ® Cfr. Rhetoricae distinctiones in
Quintilianum, Parisiis, apud An- dream Wechelum; CICERONE Ciceronianus ct
brutinae quaestiones, Basilea, Petrus Perna; RAetoricae distinctiones, Scholae
in tres primas liberales artes, Francofurti, apud Andrcam Wechelum (Fir. Naz.).
noto come la Secunda pars Rami, tratta appunto De iudicio et argumentis
disponendis), Ramo fa rientrare nella tratta- zione della dispositio quelle
parti della dialettica che si rife- riscono all’assioma o proposizione, al
sillogismo e al metodo: Duae partes sunt artis logica: topica in inventione ar-
gumentorum, id est mediorum principiorum elemento- rum, (sic cnim nominatur in
Organo) et analitica in corum dispositione.... Dispositio est apta rerum
inventarum collo- catio.... Atque haec pars est quae iudicium proprie nomi-
natur, quia sillogismus de omnis iudicandis communis regula est.... Dialecticae
artis partes duae sunt: inventio et dispositio. Posita enim quacstione in qua
disserendum sit, probationes et argumenta quaerantur; deinde, iis via et ordine
dispositis, quaestio ipsa explicatur.® In uno dei brani precedentemente citati
il termine memoria è comparso, accanto a quelli di ‘nventio e dispositio come
uno degli elementi costitutivi della dialettica (« cum dialecticae sunt
inventio, dispositio, memoria; rhetoricae tantum elocutio et actio »). Proprio
alla memoria spetta, secondo Ramo, un com- pito preciso: essa costituisce un
indispensabile strumento per introdurre ordine nella conoscenza e nel discorso.
Come tale essa non può essere omessa o trascurata: Dicis oratori tria esse
videnda: quid dicat, quo quidque loco, et quomodo: primo membro inventionem,
secundo collocationem, tertio elocutionem et actionem comprehen- dis. Memoria igitur ubi est?
Communis est -ais - multa- rum artium, propterea omittitur. Enimvero, inquam,
inventionem et dispositionem communescum multis esse (ais), cur igitur haec
recensentur, illa contemnitur? 1°
Tenendo presente la funzione ordinatrice attribuita da Ramo alla memoria,
appare molto significativa la identificazione so- stenuta da Ramo, della
memoria (che nella tradizione era una delle cinque “grandi arti” costitutive
della retorica) con la dottrina del giudizio appartenente alla dialettica o
logica. Dispositio, iudicium, memoria diventano in tal modo, in molti °
Animadversionum aristotelicarum libri XX, Parisiis, 1553-1560, vol. II, prefaz.
ai libri IX-XX, p. 1; Institutionum dialecticarum libri tres, Parisiis (rBraid.;
Ambros.). Brutinae quaestiones, testi ramisti, termini intercambiabili, giacché
al giudizio spetta appunto il compito di collocare o disporre le res inventas
entro un ordine preciso e razionale: Dialectico inventionem, dispositionem,
memoriam merito assignamus; clocutionem et actionem oratori relin- quamus...
Iudicium definiamus doctrinam res inventas collocandi, et ca collocatione de re
proposita iudicandi: quae certe doctrina itidem memoriae (si tamen cius esse
disciplina ulla potest), verissima certissimaque doctrina est, ut una cademque
sit institutio duarum maximarum animi virtutum: iudicii et memoriac... Rattonis duae par- tes
sunt: ‘nventio consiliorum et argumentorum, eorum- que iudicium in
dispositione... dispositionis umbra quae- dam est memoria. Tres itaque partes illae,
inventio in- quam dispositio memoria, dialecticae artis sunto. Nonostante i dubbi avanzati da Ramo sulla
possibilità di una disciplina della memoria come arte autonoma, anzi, pro- prio
in forza di questi dubbi, la sua concezione del metodo come disposizione
sistematica e ordinata delle nozioni ten- dente alla costituzione di un ordine
unitario delle conoscenze appare in grado di assorbire molte di quelle « regole
» che avevano trovato un’esplicita teorizzazione all’interno della mnemotecnica
tradizionale. L’ assorbimento della memoria nella logica operato da Ramo, la identificazione
da lui sostenuta del problema del metodo con quello della memoria se- gnava
l’atto di nascita di quella concezione del metodo come esercitante una funzione
classificatoria nei confronti della realtà che avrà grandissima fortuna nel
pensiero europeo dei secoli successivi. Questo tipo di considerazione, mentre
anti- cipava l'atteggiamento che nella discussione di questi temi Bacone
assumerà mezzo secolo più tardi, avvicinava non a caso la posizione di Ramo a
quella di Melantone che negli Erotemata dialecticae aveva visto nel metodo un
habitus videlicet scientia, seu ars, viam faciens certa ra- tione, id est, quae
quasi per loca invia et obsita sensi- bus, per rerum confusionem, viam invenit
et aperit, ct res, ad propositum pertinentes, eruit ac ordine promit. Scholae
in tres primas liberales artes; Dialecticac institutiones, cMELANTONE,
Erotemata dialecticace, in Corpus reformatorum] Ad un sistematico ordinamento
delle rotiones e degli ar- gumenta, ad una ordinata collocatio dei luoghi, alla
costru- zione di enciclopedie intese come classificazioni totali degli elementi
naturali e delle operazioni umane, alla creazione di una sopica universale
avevano del resto mirato non pochi tra i più significativi testi della
mnemotecnica ciceroniana e della tradizione lullista. Il fatto che un giovane
studioso boemo, Nostiz, potesse pensare a una nuova logica fon- data sugli
insegnamenti di Lullo, di Ramo e di BRUNO può suonare conferma di questa
fondamentale unità di impostazioni e di intenti. Per concludere: ciò che
soprattutto è da sottolineare nella posizione di Ramo è il tentativo di
inserire i problemi atti- nenti alla memoria in un discorso assai più vasto che
non riguarda solo la elaborazione di una particolare tecnica utile agli
oratori, agli avvocati, ai poeti, ma concerneva più delicate e complesse
questioni attinenti al metodo e alla logica, la semiotica, e la semantica –
filosofia del linguaggio. Più che ai testi degli storici moderni della
filosofia, che hanno a lungo equivocato sul significato della riforma ramista,
gio- verà richiamarsi alla precisa affermazione di Talon (si veda) (Audomarus
Talaeus), grande teorico della retorica cinque- centesca, discepolo devoto e
collaboratore di Ramo: « quest’ul- timo — egli scriveva — ha ricondotto alla
logica, alla quale propriamente appartengono, la teoria dell’inventio, della
dispositto, della memoria ».'* E gioverà anche rileggere, a chiarire possibili
equivoci, il preciso giudizio di Gassendi: Cum observasset enim quinque vulgo
fieri partes Rhetoricae, inventionem, dispositionem, elocutionem, memoriam et
pronunciationem, censuit ex ipsis duas solum pertinere ad rhetoricam:
clocutionem puta et pronunciationem seu actionem; duas artes esse proprias
Logicac: inventionem puta et dispositionem, quibus, quia memoria iuvatur, posse
illam eodem cum ipsis spectare. Quare et Logicam seu Dialecticam... in duas
partes distribuit: inventionem et iudicium (sic enim potius dicere quam
dispositionem maluit...) atque idcirco artem totam duobus libris com- plexus
est.!4 sa i È i . i Petri Rami professoris regi et Audomari Talaci
collectaneae pre- fationes, epistolae,
orationes, Marburg, Sa P. Gassenpi DiniensIis, Opera omnia in sex tomos divisa,
FIRENZE. De logicae origine et varietate, Logica Rami] Della portata
rivoluzionaria e delle gravi conseguenze che ebbe nella storia della logica una
riforma dall'apparenza tanto inoffensiva ci si è cominciato a render conto solo
in tempi molto recenti. In questa sede e in vista dei limitati fini che qui ci
proponiamo, basterà notare quanto segue: l’atteggia- mento assunto da Ramo
segna una svolta radicale; nella sua stessa direzione, quella di un
assorbimento della dottrina degli aiuti della memoria entro i quadri più
generali della logica e della dottrina del metodo, si muoveranno, sia pure con
intenti estremamente diversi e talora addirittura divergenti, Bacone, Cartesio
e, più tardi, Leibniz. 2. Bacone E CARTESIO: LA POLEMICA CONTRO I GIOCOLIERI
DELLA MEMORIA. Bacone pubblicò l’Advancement of Learning nel 1605, Novum
Organum (la cui stesura era stata iniziata intorno al 1608) c il De augmentis
scientiarum rispettivamente nel 1620 e nel 1623. Le Cogitationes privatac di
Cartesio risalgono al 1619, le Regulae ad directione ingenit furono composte
fra il 1619 e il 1628, il Discorso sul metodo fu pubblicato nel 1637. Nello
stesso trentennio il filosofo inglese e quello francese giungono, relativamente
all’ars combinatoria e all’ars me- moriae, a conclusioni che presentano una
concordanza sin- golare. Sia nelle pagine di Bacone, sia in quelle di Cartesio
!* è rintracciabile la documentazione di una conoscenza diretta dei testi
cinquecenteschi di arte memorativa. Bacone accenna più volte alle « raccolte di
luoghi », alle « sintassi » che gli è avve- nuto di leggere, alla « memoria
artificiale », fa esplicito rife- rimento alla « dottrina dei luoghi » c alla «
collocazione delle immagini », alla «tipocosmia » di derivazione lulliana. Car-
tesio, che è assai più parco di espliciti riferimenti e non ama le citazioni,
accenna tuttavia alla sua lettura dell’Ars memo- 15 Le citazioni dai testi di
Bacone e di Cartesio rimandano rispettiva- mente a: Ocuvres de Descartes, ed.
C. Adam et P. Tannery, Il voll., Parigi, 1897 - 1909; Tie Works of Francis
Bacon, ed. by Spedding, Ellis, Heath,
Londra, 1887-92 qui di seguito indicate con le abbreviazioni Oeuvres ec Works]
rativa dello Schenkelius, ritorna più volte sull’ars memoriae, sulla funzione
che esercitano le « immagini sensibili » in vista della rappresentazione dei
concetti intellettuali, parla, secondo una tipica terminologia, di catena
scientiarum, si interessa vivamente alle mirabili scoperte di un ignoto seguace
di Lullo, si rivolge all'amico Beeckmann per aver notizie e chiarimenti sui
testi lulliani di Agrippa, sul significato e sulle possibilità reali dell'Arte.
Questi temi e questi interessi esercitarono, com’è noto, una notevole
suggestione sul pensiero baconiano c su quello del giovane Cartesio. Ma c’è di
più: alcuni ele- menti attinti alla tradizione dell’ars memiorativa e dell’ars
combinatoria ebbero ad agire in profondità all’interno della stessa
formulazione, baconiana e cartesiana, di un nuovo metodo e di una nuova logica.
Di questo più avanti. Ciò che qui interessa di porre in rilievo è il
significato del rifiuto, che troviamo presente in Bacone e in Cartesio, verso
quelle tecniche memorative che si erano ridotte a giochi intellettuali e si
erano andate caricando di riferimenti a quella mentalità magico-occultistica
contro la quale entrambi i filosofi presero energicamente posizione. La
valutazione dell’arte lulliana che troviamo presente da un lato nella lettera a
Beeckmann e nel Discorso sul metodo e dall’altro nell’Advancement of learning e
nel De augmentis è, da questo punto di vista, quantomai significativa. Di
fronte al vecchio seguace dell’ars Srevis che si vanta di poter parlare per
un'ora intera di un argomento qualunque e di poter poi proseguire per altre
venti ore parlando sullo stesso tema in modo sempre diverso, Cartesio, che pure
è fortemente inte- ressato al problema, ha l’impressione di una loquacità fon-
data su un’erudizione tutta libresca e di un’attività intesa a suscitare
l'ammirazione del volgo anziché al raggiungimento della verità. Questo «
sospetto » cartesiano si trasforma di- ciott'anni più tardi, nelle pagine del
Discorso sul metodo, in una certezza: l’arte di Lullo serve a parlare, senza
giudizio, di ciò che in realtà si ignora anziché ad apprendere verità non
conosciute o a trasmettere verità note. A identiche conclusioni cra giunto
Bacone nel testo, poi tradotto in latino; il metodo lulliano, che gode di
grande favore presso alcuni ciarlatani, non è degno della qualifica di metodo,
mira all’ostentazione anziché alla scienza, fa sembrare dotti gli uomini
ignoranti; fondato su una caotica massa di vocaboli esso sostituisce la conoscenza
dei termini a quella, effettiva, delle arti, assomiglia alla bottega di un
rigattiere ove si trovano molti oggetti, nessuno dei quali ha un grande valore:
Bacone, De augmentis, VI, 2, in Works. Neque tamen illud praetermitten- dum,
quod nonnulli viri, magis tumidi quam docti insudarunt circa Methodum quandam,
legiti- mae methodi nomine haud dignam; cum potius sit methodus imposturae,
quae tamen quibus- dam ardelionibus acceptissima pro- culdubio fuit. Haec
methodus ita scientiae alicuius guttulas aspergit, ut quis sciolus specie
nonnulla eru- ditionis ad ostentationem possit a- buti. Talis fuit Ars Lulli;
talis Typocosmia a nonnullis cxarata; quae nihil aliud fuerunt quam vo-
cabulorum artis cuiusque massa ct acervus; ad hoc, ut qui voces artis habeant in
promptu, ctiam artes Cartesio, a Bceckmann; Ocuvres, A. et T.; Discours (ed.
Gilson). Repperi nudius tertius cruditum vi- rum in Diversorio Dordracensi, cum
quo de Lulli arte parva sum loquutus... Senex erat, aliquantu- lum loquax, et
cuius eruditio, ut- pote a libris hausta, in extremis labris potius quam in
cerebro versabatur... Quod illum certe di- xisse suspicor,
ut admirationem captaret ignorantis, potius quam ut vere loqueretur. Je pris
garde que, pour la logi- que, ses syllogismes et la plupart de scs autres
instructions servent plutòt à cexpliquer à autrui les choses qu'on sait, cu
méme, com- me l'art de Lulle, à parler, sans Jugement, de celles qu'on igno-
ipsas perdidicisse.existimentur.Huius generis collectanea officinam referunt
veteramentarium, ubi pracsegmina multa repcriuntur, sed nihil quod alicuius sit
pretti. re, qu'à les apprendre. L'accusa
di « ostentazione » rivolta alla combinatoria lul- liana assumeva, in pagine
come queste, un significato storico di grande rilievo: ciò che qui si mirava a
colpire era proprio quella riduzione dell’arte sul piano della magia sulla
quale avevano a lungo insistito non pochi dei commentatori cinque- centeschi.
Quest’accusa non era in realtà cosa nuova, anche se nuovo è il significato che
essa viene ad assumere nelle pagine di Bacone e di Cartesio connettendosi alla
polemica baconiana e cartesiana contro la tradizione magico-occultistica. La
valu- tazione presente nel testo baconiano, che potrebbe forse essere posta in
relazione con quella poi presente nel Discorso sul metodo, sembra in realtà
ricalcataproprio sul giudizio di uno dei grandi commentatori di Lullo che non
aveva nascosto la sua simpatia per le arti magiche, Cornelio Agrippa: Hoc autem
admonere vos oportet: hanc artem ad pom- pam ingenii ct doctrinae ostentationem
potius quam ad comparandam eruditionem valere, ac longe plus habere audaciae quam
efficaciae. Fin qui ci siamo riferiti alla combinatoria, ma anche nei
confrontidell’ars memorativa di derivazione “ciceroniana” le prese di posizione
di Bacone e di Cartesio risultano oltre- modo precise e utilmente
confrontabili. Cartesio non esita a definire « sciocchezze » le conclusioni cui
era pervenuto lo Schenkel in un testo sulla memoria nel quale, ac- canto ai
consueti canoni dell’ ars reminiscendi ciceroniana, comparivano i ben noti
riferimenti alle fonti aristoteliche e tomistiche, alla medicina galenica, i
richiami a Simonide, Temistocle e Ciro, ad Agostino e a PICO (si veda), a TOMAI
(si veda) e al lulliano Bernardo di Lavinheta. L’autore di quel libro gli
appare, senz'altro, un «ciarlatano »: a quella falsa arte inutile alle scienze,
egli contrappone la cono- scenza delle cause.'* Non dissimile da questa, anche
se molto più articolata e ricca di riferimenti culturali, è la posizione
assunta da Bacone: egli non nega che coltivando la memoria artificiale sia
possibile pervenire a risultati mirabili, né afferma (come si fa volgarmente)
che le tecniche memorative possano influire negativamente sulla memoria
naturale. Nel modo in cui l’arte viene impiegata, essa gli appare tuttavia
assoluta- mente sterile, serve a far brillare l’arte mentre è in realtà priva
di ogni effettiva utilità. Essere in grado di ripetere subito, nello stesso
ordine, un gran numero di parole recitate una sola volta o comporre un gran
numero di versi estemporanei su un argomento a scelta è possibile sulla base di
un'educazione di alcune facoltà naturali che, mediante l’esercizio, possono
essere portate ad un livello miracoloso. Ma di tutto ciò — pro- dì H. C.
AcriPPa, Opera, Argentorati, Zetzner, Cfr. ScHenkEL, De memoria liber, Leodii,
poi ristampato nel Gazophylacium arti: memoriae, Argentorati (An- elica, Sulle
sue opere e sui suoi rapporti con Leibniz cfr. qui le, Ocuvres, segue Bacone —
non facciamo più conto che della agilità dei funamboli e della destrezza dei
giocolieri. Fra i metodi e le sintassi di luoghi comuni che mi è capitato di
vedere — egli scrive —non vi è nulla che abbia un qualche valore; gli stessi
titoli di quei trattati risentono più delle scuole che del mondo reale, le
pedantesche divisioni dei quali i loro autori fanno uso non penetrano in alcun
modo nelle midolla delle cose. Bacone. Il passo baconiano al quale ci siamo ora
riferiti ha, senza alcun dubbio, il tono di una esplicita condanna. Tuttavia
una cosa va subito posta in rilievo: in Bacone è presente la con- vinzione che
sia possibile fare, delle arti della memoria, un uso diverso da quello
tradizionale. Anziché servirsi di quelle arti per ostentare il prodigioso
livello al quale può esser fatta pervenire una facoltà dell'animo umano,
anziché piegarle a fini miracolosi e ciarlataneschi sarà possibile servirsene
in vista di seri e concreti usi umani; sarà anzi possibile, secondo Ba- cone,
migliorare e perfezionare, in vista di queste nuove fina- [Bacon, Works: «
Neque tamen ambigimus (si cui placet hac arte ad ostentationem abuti) quin
possint praestari per cam nonnulla mirabilia et portentosa; sed nihilominus res
quasi sterilis cst (eo quo adhibetur modo) ad usus humanos. At illud interim ei
non im- putamus quod nazuralem memoriam destruat et super-oneret (ut vulgo
objicitur); sed quod non dextre instituta sit ad auxilia memoriae commodanda in
negotiis et rebus seriis. Nos vero hoc habemus (for- tasse cx genere vitae
nostro politicac) ut quae artem iactant, usum non pracbent parvi faciamus. Nam
ingentem numerum nominum aut verborum semel recitatorum eodem ordine statim
repetere, aut versus complures de quovis argumento extempore conficere; aut
quidquid occurrit satirica aliqua similitudine perstringere; aut seria quacque
in iocum vertere; aut contradictione et cavillatione quidvis eludere; et
similia; (quorum in facultatibus animi haud exigua est copia, quaeque ingenio
et cxercitatione ad miracula usque extolli possunt); haec certe omnia et his
similia nos non maioris facimus quam funambulorum et mimorum agilitates et
ludicra... Verum est tamen inter methodos ct syntaxes locorum communium quas
nobis adhuc videre contigit, nul- lam reperiri quae alicuius sit pretit;
quandoquidem in titulis suis fa- ciem prorsus cxhibeant magis scholac quam
mundi; vulgares et pae- dagogicas adhibentes divisiones, non autem eas quae ad
rerum me- dullas et interiora quovis modo penetrent.] lità, le già esistenti
tecniche della memoria. Intorno alla me- moria — egli scrive nello stesso
capitolo del De augmentis (c questo passo è assente nel corrispondente capitolo
dell’Advancement of learing) si è finora
indagato pigra- mente e languidamente. Non mancano certo scritti sull’argo-
mento intesi all'ampliamento e al rafforzamento della memo- ria, e tuttavia sia
la teorica che la pratica dell’ars memorativa potrebbero essere ulteriormente
perfezionate mediante l’elabo- razione di nuovi precetti o regole.?° Un’arte
memorativa così perfezionata nei metodi e rinnovata nelle finalità appare a
Bacone non solo legittima e possibile, ma necessaria su un duplice terreno:
quello delle «scienze antiche e popolari » e quello « completamente nuovo » del
metodo scientifico di indagine sulla natura. Questa distinzione fra le due
diverse funzioni o i due diversi campi di applicazione dell’arte me- morativa è
esplicitamente teorizzata in un passo del De aug- mentis nel quale ritroviamo
presente anche la distinzione, cara a tutti i teorici della mnemotecnica, fra
memoria natu- rale e memoria artificiale. Sostenere che nella interpretazione
della natura — scrive Bacone — possano bastare le forze nude e native della
memoria senza che la memoria stessa venga soc- corsa mediante tavole ordinate,
sarebbe come sostenere che un uomo, senza l’aiuto di alcuno scritto e
affidandosi alla sola memoria, possa risolvere i calcoli di un libro di
efemeridi. Ma, lasciando da parte la nterpretatio naturae, che è dottrina com-
pletamente nuova, un solido amminicolo della memoria può essere di grandissima
utilità anche nelle scienze antiche e po- polari.*! 2° Bacon, Works, Circa
Memoriam autem ipsam, satis segniter et languide videtur adhuc inquisitum.
Extat certe de ea ars quaepiam; verum nobis constat tum meliora praecepta de
memoria confirmanda et amplianda haberi posse quam illa ars complectitur, tum
practicam illius ipsius artis meliorem institui posse quam quae recepta est».
Bacon, Works, Atque omnino monendum, quod memo- ria sine hoc adminiculo
(scriptio) rebus prolixioribus et accuratioribus Impar sit; neque ullo modo
nisi de scripto recipi debeat. Quod etiam in philosophia inductiva et
interpretatione naturae praecipue obtinet. Tam enim possit quis calculationes
ephemeridis memoria nuda absque Scripto absolvere, quam interpretationi naturae
per meditationes et vires memoriae nativas et nudas sufficere; nisi eidem
memoriae per [Della funzione esercitata dagli aiuti della memoria (mi-
nistratio ad memoriam) nella logica baconiana e dell'influenza dei trattati
rinascimentali di mnemotecnica sulla costruzio- ne baconiana del nuovo metodo
delle scienze (la :interpre- ratio naturae) parleremo più oltre. Ci limiteremo
qui ad indi- viduare l’eredità delle discussioni rinascimentali sulla memoria
artificiale in quella parte della ricerca baconiana che fa riferi- mento alla
logica tradizionale. Quest'ultima, secondo Bacone, mantiene la sua piena
validità nel campo dei discorsi, delle dispute, delle controversie, delle
attività professionali, della vita civile; l’altra, la nuova logica induttiva,
è invece indispen- sabile nell’ambito della progressiva conquista, da parte
del- l’uomo, della realtà naturale. La prima di queste due logiche, secondo
Bacone, esiste di fatto, fu creata dai Greci e in seguito, per molti secoli,
ripresa e perfezionata; la seconda si presenta invece come un progetto o
un'impresa non mai tentata. La trasformazione di questo progetto in una
esecuzione effettiva presuppone che venga radicalmente modificato
l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura e che mutino, di conse-
guenza, le stesse definizioni di filosofia e di scienza. Ma nell’ambito degli
scopi che si propone la filosofia tradi- zionale la vecchia logica nor si
presenta come un fallimento. Su questo punto Bacone è assai chiaro: ove si
vogliano sol- tanto coltivare e trasmettere le scienze già esistenti; ove si
desideri insegnare agli uomini a restare aderenti alle verità già dichiarate e
a far uso di esse, ad apprendere l’arte di in- ventare argomenti e di trionfare
nelle dispute, quella logica si mostra perfettamente funzionale, anche se
bisognosa di integrazioni e perfezionamenti. Là ove si occupa dei caratteri
della logica nuova, Bacone dichiara ripetutamente di non inte- ressarsi
affatto, in quella sede, delle arti popolari o opinabili, né di pretendere in
alcun modo che la nuova logica possa ser- vire a realizzare quei fini per i
quali fu costruita la logica tradizionale. Nelle scienze fondate sull’opinione
e sui giudizi tabulas ordinatas ministretur. Verum, missa interpretatione
naturae, quae doctrina nova est, etiam ad veteres et populares scientias haud
quicquam fere utilius esse possit quam memoriae adminiculum soli- dum ct bonum;
hoc est, Digest probum et eruditum /ocorum com- muntum. Il passo ora citato non
figura nel corrispondente luogo dell'’Advancement of learning, in Works, HI,
probabili, nei casi cioè in cui si tratta di costringere non le cose, ma
l’assenso, l’uso delle anticipazioni e della dialettica, afferma Bacone nel
Novum Organum, è buono (bonus) men-tre esso appare condannabile dal punto di
vista della logica nuova. La dialettica ora in uso, si afferma ancora nella
pre- fazione alla Instauratio magna, non è assolutamente in grado di
«raggiungere la sottigliezza della natura », ma essa può essere usata
efficacemente nel campo delle cose civili e delle arti che concernono il
discorso e l’opinione ». Solo quando si voglia trionfare non degli avversari,
ma delle oscurità della natura, giungere non a cognizioni probabili, ma a
conoscenze certe e dimostrate, non inventare argomenti ma opere, sarà
necessario far uso della interpretatio naturae che è infinita- mente diversa
dalla anzicipatio mentis o logica ordinaria. Nell'ambito di questa logica
ordinaria, del tipo di discorso che mira alla persuasione o al raggiungimento
dell’altrui as- senso, che non mira all’invenzione delle arti e delle opere, ma
degli argomenti, le tecniche memorative esercitano una pre- cisa funzione. Nel
capitolo quinto del quinto libro del De augmentis dedicato all’ars retinendi
ricomparivano in tal modo, nella trattazione baconiana, i motivi, ormai ben
noti, dell’ars memorativa “ciceroniana”: la dottrina dei loc: e delle 1m2a-
gines, la tesi di una necessaria convenienza tra le immagini e i luoghi, il
riconoscimento della necessità di rappresentare sensibilmente i concetti
mediante immagini ed emblemi. Il tema di una topica o sistematica raccolta di
luoghi veniva ri- preso in queste pagine: si è soliti affermare — scrive Bacone
— che la raccolta dei luoghi può essere dannosa al sapere; la fatica necessaria
ad effettuare tali raccolte viene al contrario sempre ricompensata perché nel
mondo del sapere non è pos- sibile giungere a risultati ove manchi la solida base
di una vasta conoscenza. I luoghi «forniscono dunque materiale all'invenzione e
rendono più acuto il giudizio consentendogli di concentrarsi in un sol punto ».
I due principali strumenti dell’arte della memoria sono laprenozione e
l'emblema. La prima ha il compito di porre dei limiti ad una ricerca che # Per
le differenze fra la logica ordinaria e la logica nuova cfr.: Par- fis
instaurationis secundae delineatio et argumentum, Works; Distributio operis,
Works; Praefatto gene- ralis, Works; Novun: Organum, risulterebbe altrimenti
infinita, di limitare il campo delle no- zioni e di stabilire confini entro i
quali la memoria possa muo- versi agevolmente. La memoria ha infatti
soprattutto bisogno di limitazioni: l'ordine e la distribuzione dei ricordi, i
luoghi della memoria artificiale «già in anticipo preparati » i versi sono per
Bacone le principali di queste limitazioni. Nel primo caso il ricordo deve
accordarsi con l'ordine stabilito, nel secondo porsi in specifica relazione con
i luoghi usati, nel terzo deve essere una parola che si accordi con il verso.
Nella for- mulazione delle immagini i luoghi introducono quindi ordine e
coerenza, ma le immagini, a loro volta, possono essere più facilmente costruite
facendo ricorso agli emblemi. Questi ul- timi, secondo Bacone, « rendono
sensibili le cose intellettuali e poiché il sensibile colpisce più fortemente
la memoria, si imprime in essa con maggiore facilità ». Del tutto simile alla
funzione esercitata dagli emblemi è quella dei gesti e dei geroglifici: gli emblemi
non hanno dunque una funzione limitata allo specifico settore della memoria, ma
funzionano come veri e propri mezzi di comunicazione. Nel caso dei gesti ci
troviamo in presenza di «emblemi transitori », nel caso dei geroglifici di «
emblemi fissati mediante la scrittura ». Il rapporto gesti-geroglifici è
identico, da questo punto di vista, a quello che intercorre fra linguaggio
parlato e linguaggio scritto. Mentre i geroglifici, in quanto emblemi, hanno
sempre qualcosa in comune con la cosa significata (sinzlitudo cum re
significata), i caratteri reali o ideogrammi non hanno nulla di emblematico. Il
loro significato dipende solo dalla conven- zione e dalla abitudine che su di
essa si è in seguito istituita. Il carattere della convenzionalità accomuna i
caratteri reali alle lettere dell’alfabeto, ma i primi, a differenza delle
seconde, si riferiscono in modo diretto alla cosa significata, rappresen- tano
cose e nozioni, non parole (nesther letters nor words,... but things or
notions). Un libro composto con caratteri reali può quindi essere letto e
compreso da persone appartenenti a differenti gruppi linguistici e parlanti
lingue diverse che accettino per convenzione i significati dai vari ideogrammi.
Proprio alle discussioni sulla memoria artificiale si erano 29 Cfr. Advancement
of Learning, Works; De augmentis; Works, collegate, nel Rinascimento, le
considerazioni sul gesto c sul geroglifico. L’approfondimento del problema
delle immagini conduce PORTA (si veda), nella sua ARS REMINISCENDI a prendere
in esame questo tipo di problemi. Una volta definita l’immagine come pittura
animata che rechiamo nella imaginativa per rappresentare così un fatto come UNA
PAROLA, PORTA si trova di fronte ad una grave difficoltà. Non nel caso di tutti
i termini linguistici ne nel latino ne nell’italiano — PORTA nota — è possibile
la costruzione di immagini appropriate. LE PAROLE che ci occorrono a ricordare
altre hanno le loro immagini, altre ne stanno senza. Nel caso di un termine che
NON simbolizza una cosa materiale -- come « perché », «ovvero », « tanto » ecc.
-- è necessario ricavare le immagini dalla scrittura: far corrispondere cioè
immagini adatte alle singole lettere o gruppi di lettere che costituiscono un
termine. In altri casi è invece possibile il ricorso al SIGNIFICATO e a questo
proposito torna opportuno il parallelo con i geroglifici. Gl’egizi non avendo
lettere con che potessero scrivere i concetti e a ciò che più facilmente si
tenessero a memoria le utili speculationi della filosofia, ritrovorno lo
scrivere con pitture, servendosi d’imagini di quadrupedi, d’uccelli, di pesci, la
qual cosa noi habbiamo giudicato molto utile per le nostre ricerche, che altro
noi non vogliamo ch’usare imagini IN VECE DELLE LETTERE per poterle dipingere
nella memoria. Altri significati, prosegue PORTA, potranno essere espressi
mediante un gestio alla Sraffa. Potremo parimenti con un gesto esprimere alcuna
significatione di parole. Conclusioni di questo stesso tipo si trovano presenti
nel THESAVRVS ARTIFICIOSÆ MEMORIÆT PHILOSOPHIS di ROSSELLI (si veda) e nel De
memoria artificiosa libellus d’Austriacus che, proprio come Bacone, fa rientrare
un gesto – H. P. Grice, HAND-WAVE HW] e un geroglifico nella più generale
categoria di “segno.” Cfr. L’arte del ricordare di PORTA napoletano, tradotta
da latino in volgare per FALCONE (si veda) da Gioia, Napoli, Mattio Cancer
(Braid.): sulla scrittura degli Egizi, sui gesti; ROSSELLI (si veda), THESAVRVS
ARTIFICIOSÆ MEMORIÆ, Venezia; JoHanNnES AustRIACUS, De memoria artificiosa
libellus, Argentorati, Antonius Bertramus (Braid.; Angelica). Sulla Egittomania
e sulla diffusione c la moda degli emblemi nella cultura dei secoli XVI e XVII
si vedano le considerazioni precedentemente svolte. La trattazione baconiana appare dunque, dopo
quanto si è detto, profondamente influenzata da una veneranda lettera- tura
concernente i segni e le immagini, ma l’eco delle discus- sioni rinascimentali
sui luoghi e sulle immagini risulta ancora più evidente nel Novum Organum ove
Bacone giunge a ripetere la tradizionale partizione dei /oci: «loci in memoria
artificiali... possunt esse loci secundum proprium sensum, ve- luti janua,
angulus, fenestra, et similia, aut possunt esse per- sonae familiares et notae,
aut possunt esse quidvis ad pla- citum (modo in ordine certo ponantur), veluti
animalia, her- bae; etiam verba, literae, characteres, personae historicae et
caetera; licet nonnulla ex his magis apta sint et commoda, alia minus. L’uso
dei /oc: appare a Bacone in grado di esaltare le forze della memoria al di
sopra dei suoi limiti na- turali («huiusmodi autem loci memoriam insigniter
iuvant, camque longe supra vires naturales exaltant »). Accostando l'ordine, ai
luoghi e ai versi, insistendo sul valore delle immagini sensibili (quicquid
deducat intellectuale ad ferien- dum sensum — quae ratio etiam praecipue viget
in artifi- ciali memoria — iuvet memoriam), Bacone mostrava inol- tre di
accogliere pienamente i risultati essenziali cui erano pervenuti i teorici
della memoria artificiale. Più sottili, meno espliciti, e quindi più
difficilmente de- terminabili sono, sempre relativamente a Bacone, i rapporti
con la tradizione della combinatoria. A Lullo Bacone accenna soltanto una
volta, in una frase che suona — ab- biamo visto — esplicita condanna. Tuttavia
chi ponga mente ad alcuni temi caratteristici della filosofia baconiana, non
potrà non esser portato a rilevare la concordanza di certe so- luzioni con
quelle presenti in quelle sintassi universali, di precisa derivazione lulliana,
alle quali Bacone fa più volte esplicito riferimento. All’immagine lulliana
dell’ardor scien- trarum, presente nel del De augmentis, si connette, non a
caso, il progetto di una scienza universale o filosofia prima o sapienza
(Scientia universalis, Philosophia prima sive Sapientia) ben distinta dalla
tradizionale metafisica. Quest’ul- tima si configura per Bacone come una fisica
generalizzata fondata sulla storia naturale » che mira da un lato alla de- terminazione
delle forme e dall'altro a quella delle cause fi- nali. La filosofia prima
concerne invece quella porzione dell’albero delle scienze che è come una «
parte comune della via », che precede la partizione e la suddivisione dei vari
rami del sapere. Gli assiomi che non sono propri delle scienze particolari, ma
comuni a molte scienze non sono in alcun modo riducibili a semplici
similitudini: essi appaiono invece a Bacone segni e vestigi della natura
impressi in materie e soggetti differenti: neque similitudines merae sunt —
quales hominibus fortasse parum perspicacibus videri possint — sed plane una
eademque naturae vestigia et signacula diversis ma- teriis et subiectis
impressa ». Attraverso quella organica rac- colta degli assiomi, della quale
Bacone lamenta l’assenza, sa- rebbe possibile porre in luce l’unità della
natura. Per concludere: la vivace polemica baconiana contro i fu- namboli della
memoria non investe le tecniche memorative in quanto tali, ma i ripetuti
tentativi che erano stati fatti per ridurle sul piano delle arti occulte e
della magia. Pie- gata alle più serie finalità della retorica, inserita nella
logica della persuasione, l’ars memorativa conservava ancora un suo posto ed
una sua precisa funzione nella nuova enciclopedia delle scienze. Infine il
progetto baconiano di una scientia uni- versalis, mater reliquarum scientiarum
si presentava, proprio come era avvenuto nella tradizione lulliana, come volto
a de- terminare un’unità del sapere che trova la sua giustificazione e il suo
fondamento nell’unità stessa del mondo reale. b) Descartes. Intorno alle
discussioni sulle immagini e sui simboli pre- senti in taluni testi cartesiani
si son scritte, anche di recente, cose assai acute e stimolanti anche se non
sempre storica- mente esatte. A proposito di alcuni passi degli Olympica con-
cernenti la rappresentazione, mediante corpi sensibili, delle cose spirituali,
un insigne studioso di Cartesio ha parlato dell’« idée aristotelicienne de la
philosophie qui n'est pas mise en cause» altri, riferendosi a quelle stesse
note cartesiane e cercando di coglierne «la résonance intérieure et profonde»,
Per il già ricordato giudizio su Lullo cfr. De augmentis, Works; sulla
filosofia prima De augmentis, Works, Sulla distinzione tra la filosofia prima
baconiana e la tradizionale metafisica è da vedere il preciso giudizio d’Anperson,
The phi- losophy of F. Bacon, Chicago] ha visto in esse l’espressione di un
uomo «qui est à la re- cherche de l’inspiration pure »; altri infine,
riferendosi alla immagine cartesiana dell’albero delle scienze, ha lungamente
dissertato sulle ragioni della scelta cartesiana dell’immagine di una realtà
vivente e sulla « circulation de la vie » presente nell'albero stesso.?* Ove si
abbandoni il progetto di rintrac- ciare il senso di interiori risonanze e si
tengano invece pre- senti i risultati cui erano giunti quegli enciclopedisti e
quei retori del Cinquecento che si erano occupati delle immagini e
dell’immaginazione, dei simboli e della memoria, dell’unità delle scienze e
delle tecniche combinatorie, sarà forse possibile — pur raggiungendo più
modesti risultati — illuminare al- cuni testi particolarmente oscuri e dare, a
molte delle affer- mazioni ed osservazioni del giovane Cartesio, un senso pre-
ciso e ben determinato. Una cosa va subito notata: la “condanna” cartesiana
delle arti della memoria, alla quale abbiamo fatto riferimento nel precedente
paragrafo, è, così come quella baconiana, assai meno recisa di quanto non possa
a prima vista apparire. In un passo, volto a commentare e a criticare l’Ars
memorativa dello Schenkelius, Cartesio mostra infatti di accertare e la
terminologia c la stessa impo- stazione del problema della memoria presenti
nella trattati- stica di derivazione “ciceroniana”: non solo egli attribuisce
all’immaginazione la stessa funzione mnemonica che ad essa attribuivano i
teorici della memoria artificiale, ma riconosce che quest’ultima non è, in
quanto tale, priva di reale efficacia. All’Ars memorativa dello Schenkelius
egli infine contrappone, ed è questo il punto che presenta un interesse
particolare, una vera arte della memoria della quale offre, in una pagina
circa, le regole fondamentali. All’ordine solo apparente pre- 26 Cfr. H.
Gounier, Le refus du symbolisme dans l'humanisme car- tesien, in Umanesimo c simbolismo,
atti del IV convegno internaz. di studi umanistici, Padova; CORTE, Lu
dialectique poétique de Descartes, in « Archives de Philosophie: Autour du
Discours de la méthode; P. Mesnarp, L'arbre de la sagesse, nel vol.
miscellanco, Descartes, Cahiers de Royaumont, Paris, Nello stesso volume è da
vedere, su questi problemi, il saggio di M. TH. Spoerri, La pwuissance métapho-
rique de Descartes. Cfr., per un più ampio esame, GouHier, Les premières
pensées de Descartes, Paris, Vrin, I
sente nell’opera dello Schenkel egli intende sostituire un retto ordine che
deriva, a suo avviso, dalla costruzione di imma- gini poste, l'una con l’altra,
in un rapporto di reciproca di- pendenza: dalle immagini di oggetti connessi
tra loro ver- ranno ricavate nuove immagini o almeno, da tutte quelle im-
magini, se ne ricaverà una sola; ogni immagine andrà inoltre (a differenza di
quanto avveniva nell’opera dello Schenkel) posta in rapporto non solo con
quella a lei più vicina, ma anche con le altre. L'immagine di un'asta gettata a
terra farà così da collegamento fra la quinta e la prima immagine, quest’ultima
sarà collegata alla seconda da un dardo scagliato verso di essa, alla terza da
un qualche altro rapporto reale o arbitrariamente costruito.”’ In questo suo
breve progetto di un nuova tecnica me- morativa, Cartesio appariva
evidentemente influenzato dai ri- sultati dell’ars reminiscendi. Proprio a
questi suoi interessi per l'Arte, che non si esauriscono affatto sul piano
della semplice curiosità intellettuale, appaiono infatti da collegare alcune
si- gnificative espressioni presenti in quelle pagine di diario note come
Cogitationes privatae. In esse ritorna una dottrina cara a tutti i trattatisti
della memoria artificiale da TOMAI (si veda) a Schenkel, quella relativa all'impiego
delle immagini corporee o sensibili in vista della rappresentazione dei
concetti astratti o « cose spirituali »: « come l’immaginazione [Descartes,
Qeuvres. Perlegens Lamberti Schenkelii lu- crosas nugas (lib. De arte memoriae)
cogitavi facile me omnia quae detexi imaginatione complecti: quod sit per
reductionem rerum ad causas; quae omnes cum ad unam tandem reducantur, patet
nulla ope esse memoria ad scientias omnes. Qui enim intelliget causas, elapsa
omnino phantasmata causae impressione rursus facile in cerebro formabit. Quac
vera est ars mermoriae, illius nebulonis arti plane con- traria: non quod illa
effectu careat, sed quod chartam melioribus occupandam totam requirat et in
ordine non recto consistat; qui ordo In eo est, ut imagines ab invicem
dependentes efformentur. Ipse exco- gitavi alium modum: si ex imaginibus rerum
non inconnexarum ad- discantur novae imagines omnibus communes, vel saltem si
ex om- nibus simul una fiat imago, nec solum habeatur respectus ad proxi- mam,
sed etiam ad alias, ut quinta respiciat primam per hastam humi proiectam,
medium vero, per scalam ex qua discendent, et secunda per telum quod ad illam
proiiciat, et tertia simili aliqua ratione in rationem significationis vel
verae vel fictitiac. Sulla scrittura e gli altri aiuti alla memoria cfr.
Entretiens avec Burman, Paris, si serve di figure per concepire i corpi, così
l'intelletto si serve di taluni corpi sensibili, come il vento e la luce, per
raffigurare le cose spirituali. Cose sensibili possono aiutarci a concepire quelle
dell'Olimpo: il vento significa lo spirito, il moto con il tempo la vita, la
luce la conoscenza, il calore l’amore, l’attività istantanea la creazione. Il
fatto che Cartesio, nell’età matura, giunga a un radicale rifiuto di ogni
simbolismo, non elimina, per lo storico, il compito di andar rintracciando le
origini, spesso legate a temi culturali assai “torbidi” di una filosofia che si
svolse sotto il segno della distinzione e della chiarezza razionale. Non a
caso, negli stessi anni in cui escogitava una nuova tecnica memorativa,
Cartesio pareva anteporre i risultati dell'immaginazione e della poesia a
quelli della filosofia e della ragione; si dilet- tava, come già tanti fra i
“maghi”, alla costruzione di «automi» e di «giardini d’ombre »; si in- formava
del significato dei commenti lulliani di Agrippa; si interessava all’ordo
locorum;?* insisteva, come già avevano fatto tanti fra i commentatori di Lullo,
sull’unità e sull’ar- monia del cosmo: « Una est in rebus activa vis, amor,
cha- ritas, armonia... Omnis forma corporea agit per harmo- niam ».°° Non si
trattava solo di giovanili concessioni ad una moda filosofica. Molti anni più
tardi, dopo aver letto e meditato il Pansophiae Prodromus di Comenio, Des- [Descartes,
Ocuvres, Ut imaginatio utitur figuris ad corpora concipienda, ita intellectus
utitur quibusdam corporibus sensibilibus ad spiritualia figuranda, ut vento,
lumine: unde altius phi- losophantes mentem cognitione possumus in sublime
tollere... Sensibilia apta concipiendis Olympicis: ventus spiritum significat,
motus cum tempore vitam, calor amorem, activitas istantanea creationem. Mirum
videri possit, quare graves sententiac in scriptis poctarum magis quam
philosophorum. Ratio est quod poctae per enthusiasmum ct vim imaginationis
scripsere: sunt in nobis semina scientiae, ut in silice, quae per rationem a
philosophis educuntur, per imaginationem a poctis excutiuntur magisque elucent
» (Oeuvres). « On peut faire un jardin des ombres qui representent diverses figures,
telles que les arbres et lcs autres... dans une chambre faire [que] les rayons
du soleil, passant pour certaines ouvertures, representent diverses chif- fres
ou figures» (Ouvres). « Inquirebam
autem diligentius utrum ars illa non consisteret in quodam ordine locorum
dialecticorum unde rationes desumuntur. (Oewvres, Descartes, Ocuvres] cartes
insisteva ancora (pur rifiutando come impraticabile il disegno comeniano) sullo
stretto parallelismo intercorrente tra una conoscenza unica, semplice,
continua, riducibile a po- chi princìpi » € la «una, semplice, continua, natura
» rispetto alla quale la conoscenza si pone come una pittura o specchio. Quemadmodum
Deus est unus ct creavit naturam unam, simplicem, continuam, ubique sibi
cohaerentem ct res pondentem, paucissimis, constantem principiis clemen- tisque
ex quibus infinitas propemodum res, sed in tria regna minerale, vegetale et
animale certo inter se ordine gradibusque distincta perduxit; ita et harum
rerum co- gnitionem esse oportet, ad similitudinem unius Creatoris et unius
Naturae, unicam simplicem, continuam, non interruptam, paucis constantem principiis (imo unico Principio principali)
unde caetera omnia ad specialis- sima usque individuo nexu et sapientissimo
ordine deducta permanent, ut ita nostra de rebus universis et sin- gulis
contemplatio similis est picturae vel speculo uni- versi et singularum ceiusdem
partium imaginem exactis- sime repraesentanti.5! Comunque sia da valutare il
senso di queste caratteri- stiche espressioni cartesiane, certo è che il
programma del giovane Cartesio — un uomo che non ha ancora « preso partito sui
fondamenti della fisica» e che è solo «un ap- prenti physicien-mathématicien
sans métaphysique » — può apparire, da questo punto di vista, singolarmente
vicino a quello presente nelle sirtassi e nelle enciclopedie lulliane del tardo
Cinquecento: dietro la molteplicità delle scienze, il loro isolamento, si
nasconde un’unità profonda, una legge di connessione, una logica comune. Una
volta liberate le sin- gole scienze dalla loro maschera, sarà possibile
rendersi conto di una carena scientiarum nel cui ambito le singole scienze [Descartes
à Mersenne in Ocuvres, Supplément. La lettera fu in precedenza pubblicata in
Spisy Jana Amosa KomensgeHO, Korrespondance, a cura di Kvacala, Praga. Il Zbro
cui faceva riferimento Cartesio in una lettera (Oexvres): «j'ai lù
soigneusement le livre que vous avez pris la peine de m' envoyer... » era il
Pansophiae Prodomus di Comenio (Cfr. Oeuvres, Supplément, ove si ricorda anche
una lettera di Mersenne a Haak nella quale Cartesio è segnalato come uno dei
filosofi più competenti a parlare intorno all'opera del Comenio). potranno
essere ritenute con la stessa facilità con la quale si ricorda la serie dei
numeri: Larvatac nunc scientiac sunt: quae, larvis sublatis, pul- cherrimae
apparerent. Catenam scientiarum
pervidenti, non difficilius videbitur cas animo retinere, quam seriem
numerorum.?? Il problema dell’enciclopedia appare qui, una volta an- cora,
collegato in modo oltremodo significativo a quello della memoria. Questi stessi
termini e gli stessi concetti ritroviamo
attribuiti a Cartesio nel
Commentatre ou remarques sur la Methode de Descartes del Poisson, mentre, nella
prima delle Regulae, Cartesio afferma che la connessione sus- sistente fra le
singole scienze è tanto stretta da rendere l’ap- prendimento di tutte le
scienze insieme più facile della se- parazione di una di esse dalle altre: il
legame di congiun- zione e di reciproca dipendenza tra le scienze, esclude che,
in vista di un apprendimento della verità, si possa scegliere una scienza
particolare: «credendum est, ita omnes [scien- tias] inter se esse connexas, ut
longe facilius sit cunctas simul addiscere, quam unicam ab aliis separare. Si
quis igitur serio rerum veritateminvestigare vult, non singularem aliquam debet
optare scientiam: sunt enim omnes inter se coniunctas et ab invicem dependentes
»."° Se ci volgiamo ai testi del lullismo seicentesco, ad opere che sono
ben lontane dall'atmosfera cartesiana, permeate di magia e di occultismo,
miranti alla fondazione della medi- cina universale e dell’enciclopedia totale,
piene di riferimenti alle fonti della tradizione ermetica, troviamo presente la
stessa insistenza sulla catena scientiarum, sulla molteplicità solo ap- parente
delle scienze, sulla corrispondenza tra un armonioso e ordinato sapere e
un’armonica natura, sulla necessità di una sapienza che superi la fittizia
parzialità dei singoli rami del sapere. Il medico e mago Jean d’Aubry, seguace
e tradut- tore di Lullo, mentre si difendeva dall’accusa di aver operato 9?
DescarTEs, Ocuvres. Sono da vedere, su questo passo, le precise osservazioni di
R. KLIbansky, The philosophic character of history, nel volume miscellanco
P/ilosophy and history, Oxford, Descartes, Oeuvres, secondo magia, accennava
proprio a questi concetti. A pro- posito della catena scientiarum egli si
richiamava in modo assai significativo al commento alla creazione di Pico
condotto secondo gli insegnamenti della cabala: P. Poisson, Commentaire, p. 73
Il regne je ne sgai quelle liaison, qui fait qu’une verité fait décou- vrir
l’autre, et qu'il ne faut que trouver le bon but du fil, pour aller jusqu'à
l’autre sans inter- ruption. Ce sont à peu-près les paroles de M. Descartes que j’ay
leies dans un de ses fragmens manuscrits: Quippe sunt conca- tenatae omnes
scientiae, nec una Jean D’AuBry, ipologie, 1638. Qui doute que les parties de
la doctrine (que les sots et les igno- rants appellent sciences, comme sil y en
avoit plusieurs) ne se trouvent
enchainées l’une avec l’autre,
qu'il est impossible d’estre entendu en la moindre sans avoir une pleine connoissance
de tou- tes; l’Eptaple de Pic de la Mi- rande sur les jours de la création
perfecta haberi potest quin aliae et l’armonie di monde de Paul sponte
sequantur, et tota simul Venitien vous le montrent...?* encyclopedia apprehendatur.34 Lo studio delle
connessioni esistenti tra il progetto car- tesiano di una scientia penitus
nova?" e gli interessi di Car- tesio (evidenti nelle lettere al Beeckmann)
per una matematizzazione della fisica, è cosa che esce dai limiti della
presente ricerca. Quest'ultima può tuttavia servire a mostrare il carattere
eccessivamente semplicistico dei tentativi — che si sono più volte ripetuti —
di identificare senz’altro la mathesis universalis cartesiana con una pura e
semplice esten- sion del metodo matematico a tutti i campi del sapere.’ La
scientia nova deve «contenere i primi rudimenti della ragione umana e far
uscire la verità da qualsiasi soggetto »: essa è la fonte di ogni altra umana
conoscenza. Il progetto cartesiano, poi tanto ricco di complessi e
importantissimi svi- luppi, aveva in realtà tratto alimento, così come quello
di [Poisson, Commentaire ou remarques sur la Methode de Descartes, Vandosme
(Cfr. Oeuvres). Ausry, Le triumphe de l’archée et la merveille du monde, cit., ediz.
parigina del 1661 (Vatic. Racc.
Gen. Medicina. IV. 1347): Apolo- gie contre certatns docteurs ecc., in
appendice, pagine non numerate. Cfr. Ocuvres, Cfr. per esempio Larorte, Le rationalisme
de Descartes, Paris. Per una più
esatta valutazione: NOCE (si veda), sulle Meditazioni metafisiche, Padova Bacone,
da un terreno storico preciso: quell’enciclopedismo di derivazione lulliana che
aveva profondamente imbevuto di sé la cultura e che raggiungerà non a caso,
proprio nel secolo XVII, la sua massima fioritura. Nei commenti lulliani di
Agrippa, nella Syntaxes del Gregoire, nell’Opus aureum del De VALERIIS (si
veda), nella Explanatio del Lavinheta, così come più tardi nella Regina
scientiarum del Morestel e negli scritti del d’Aubry, ci si era volti alla
ricerca di un «unico strumento » comune a tutte le scienze, di un’unica «chiave
» o «sapienza» capace di garantire as- soluta certezza e assoluta verità, di
fornire infallibili solu- zioni e risposte, di porsi come regola di ogni
possibile scienza particolare. Alla grande diffusione di questo tipo di
lettera- tura e di questi testi, noti e celebrati, più volte tradotti e più
volte riediti nei principali centri della cultura europea, alla conoscenza
diretta o indiretta che di essi ebbero Bacone e Cartesio, va fatta risalire
l’immagine, comune ai due filo- sof, dell’ardor scientiarum. Da questo terreno
storico traeva anche origine la loro ricerca — destinata poi ad orientarsi in
maniera così profondamente divergente — di una scientia universalis o sapientia
madre e fonte e radice unitaria di ogni ramo del sapere: Bacone, De augmentis,
in Works. Quoniam autem partitiones scien- tiarum non sunt lineis diversis si-
miles, quae cocunt ad unum an- gulum; sed potius ramis arbo- rum qui
coniunguntur in uno trunco (qui etiam truncus ad spa- tium nonnullum integer
est cet continuus, antequam se partiatur in ramos); idcirco postulat res
ut priusquam prioris
partitionis membra persequamur, constitua- tur una Scientia universalis,
quae sit mater reliquarum ct habetur in progressu doctrinarum tan- quam portio viae communis an- tequam
viae se separent cet di- siungant. Hanc Scientiam Philo- Descartes, Regulae, c
Pref. ai Principes, in Ocuvres. Quicumque tamen attente respe- xerit ad meum
sensum facile per- cipiet me nihil minus quam de vulgari Matematica hic
cogitare, sed quamdam aliam me expone- rc disciplinam, cuius integumen- tum sit
potius quam partes. Haec enim prima rationis humanae ru- dimenta continere, et
ad veritates cx quovis subiecto cliciendas se extendere debet; atque, ut libere
loquar, hanc omni alia nobis hu- manitus tradita cognitione potio- rem, utpote
aliarum omnium fon- tem, esse mihi persuadco... Ainsi toute la philosophie est
comme un arbre, dont les racines sont sophiac primae, sive etiam Sa- la
méthapysique, le tronc est la pientiac.. nomine insignimus. physique, et les
branches qui sor- tent de ce tronc sont toutes les autres sciences. Gli aiuti della memoria nel metodo baconiano:
tavole, to- pica, induzione. Ponendo mente alla dottrina ramista secondo la
quale la memoria si presenta come una delle parti o sezioni della dia- lettica,
acquista particolare significato la classificazione ba- coniana della logica
presente nell’Advancement of learning e in seguito ripresa nel De augmentis
scientiarum. Per Bacone la logica comprende quattro parti o sezioni de-
nominate arzi intellettuali: tale quadripartizione è fondata sui fini o gli
scopi che l’uomo si propone di realizzare. L'uomo: trova ciò che ha cercato;
giudica ciò che ha trovato; rittene ciò che ha giudicato; trasmette ciò che ha
ritenuto. Siamo quindi in presenza di quattro arti: l’arte della ricerca o
dell'invenzione (art of inquiry or invention); l’arte dell'esame o del giudizio
(art of examination or judgement); 3) l’arte della conservazione o della
memoria (art of cu- stody or memory); l’arte della elocuzione o della
comunicazione (art of elocution or tradition). In questa classificazione Bacone
si richiamava da un lato alle tradizionali partizioni della retorica,
dall'altro alle posizio- ni ramiste: si discostava da entrambe queste posizioni
quando dava al termine « invenzione » un significato molto più ampio di quello
tradizionale distinguendo nettamente fra invenzione degli argomenti e
invenzione delle scienze e delle arti. In quest'ultimo settore Bacone riscontra
le maggiori deficienze: Advancement of Learning, Works,; De augmentis, Works mentre
per l’invenzione degli argomenti è più che sufficiente la logica tradizionale,
per consentire all'uomo l’invenzione di nuove arti e quindi il dominio della
natura è necessario procedere ad una riforma del metodo scientifico fornendo
alla conoscenza umana un nuovo organo o strumento logico."° La
interpretatio naturae o la nuova induzione, teo- rizzata da Bacone nel secondo
libro del Novum Organum è quindi solo una delle due parti nellequali si
articola l’arte dell'invenzione la quale è, a sua volta, una delle quattro
parti nelle quali si suddivide la logica baconiana. La riforma dell’induzione
scientifica è quindi solo un aspetto e una sezione di quella generale
restaurazione del sapere che Bacone ha in animo di realizzare. Quando si cera
mosso sul piano delle «scienze antiche e popolari o della logica ordinaria,
Bacone cerca di chiarire la funzione della memoria e delle arti memorative
nell’ambito di quella parte dell’ars inveniendi che mira non ad inventare opere
ed arti, ma si limita ad inventare argomenti e si pone come una tecnica della
per- suasione. Il problema dell’ars memorativa e della memoria si porrà
tuttavia, per Bacone, anche nell’ambito della inter- pretatio naturae o della
nuova logica. Le considerazioni svolte da Bacone nella Delineatio sulla totale
e assoluta diversità fra la logica ordinaria e la logica della scienza, sulla
radicale differenza di fini e di procedi- menti delle due logiche, non gli
impediranno di richiamarsi, nel caso della ministratio ad memoriam (che è parte
inte- grante e costitutiva della nuova logica) a un ordine di con- siderazioni
assai simile a quello al quale aveva fatto riferi- mento muovendosi sul piano
delle «arti del discorso » 0 della «logica ordinaria ». Nel caso dei discorsi
ec della in- venzione degli argomenti, le difficoltà nascevano dalla pre- senza
di una molteplicità di termini e di argomenti; sul ter- reno delle opere e del
metodo scientifico, le difficoltà nascono dalla presenza di una infinita
molteplicità di fatti. La dot- trina baconiana degli aiuti della memoria,
svolta nella Delt- neatto e più tardi ripresa nel Novum Organum, risulta da un
adattamento a questa diversa situazione delle regole che 39 Advancement, Works]
guidavano l'invenzione degli argomenti e che costitutvano l’arte del ricordare
e disporre gli argomenti. Per realizzare discorsi coerenti e persuasivi, per
inventare argomenti era necessario, secondo Bacone: 1) disporre di una raccolta
di argomenti estremamente ampia (promptuaria); 2) disporre di regole atte a
limitare un campo infinito e a determinare un campo di discorso specifico e
limitato (topica). Il compito attribuito all’arte della memoria consisteva
nella elaborazione di una tecnica (fondata sull’uso delle pre- nozioni, degli
emblemi, dell’ordine, dei luoghi, dei versi, della scrittura, ecc.) che
mettesse l’uomo in grado di realizzare con- cretamente le due possibilità ora
indicate. In sede di metodologia scientifica (nterpretatio naturae) le cose non
procedono per Bacone in maniera molto differente: «Gli aiuti della memoria —
egli scrive adempiono al se- guente compito: dalla immensa moltitudine dei
fatti parti- colari e dalla massa della storia naturale generale, viene di-
staccata una storia particolare le cui parti vengono disposte in un ordine tale
da consentire all’intelletto di lavorare su di esse e di esercitare la propria
funzione... In primo luogo mo- streremo quali siano le cose che devono essere
ricercate in- torno ad un dato problema: il che è qualcosa di simile ad una
topica. In secondo luogo in quale ordine esse vadano disposte e suddivise in
tavole... In terzo luogo mostreremo in qual modo e in quale momento la ricerca
vada integrata e le precedenti carte o tavole siano da trasportare in tavole
nuove... La ministratio ad memoriam si articola quindi in tre dottrine:
l’invenzione dei /oci, il metodo della tabula- zione, e il modo di instaurare
la ricerca ».!° 4° Partis instaurationis secundac delineatio, Works, IMinistra-
tio ad memoriam hoc officium praestat ut ex turba rerum particula- num, ct
naturalis historiae generalis acervo, particularis historia excer- patur, atque
disponatur eo ordine, ut iudicium in cam agere, et opus suum exercere
possint... Primo docebimus qualia sint ca, quae circa subiectum datum sive
propositum inquiri debeant, quod est instar topicae. Secundo, quo ordine illa
disponi oporteat, et in tabulas digeri... Tertio itaque ostendemus quo modo et
quo tempore inquisitio sit reintegranda, et chartae sive tabulae praecedentes
in chartas novellas transportandae... Itaque ministratio ad memoriam in tribus
(ut dixi- mus) doctrinis absolvitur: de locis inveniendis, de methodo conta-
bulandi, et de modo instaurandi inquisitionem. La memoria abbandonata a se
stessa, afferma ancora Ba- cone nella Delineatio, non solo è incapace di
abbracciare la immensità dei fatti, ma non è neppure in grado di indicare gli
specifici fatti dei quali si ha bisogno in una ricerca par- ticolare. Di fronte
alla storia naturale generale (che corri- sponde a ciò che in sede retorica è
la promptuaria o indiscri- minata raccolta di argomenti) sono dunque necessarie
regole per determinare il campo della ricerca e per ordinare i con- tenuti di
questo campo. Per rimediare alla situazione di na- turale fragilità della
memoria e metterla in grado di funzio- nare come strumento di conoscenza ci si
richiama dunque: 1) ad una topica o raccolta di luoghi che insegna quali siano
i fatti sui quali bisogna indagare in relazione ad una data ricerca; 2) alle
sadelae che hanno il compito di ordinare i fatti in modo che l'intelletto si
trovi di fronte non ad una realtà caotica e confusa, ma ad una realtà
organizzata. Quanti da Ramo a Melantone, da Pietro da RAVENNA (si veda sotto
TOMAI) a ROSSELLI (si veda), dal Romberch a GRATAROLI (si veda) avevano rivolto
la loro attenzione ad una discussione dei problemi attinenti alla topica e alla
memoriaartificiale, avevano insistito proprio sulla funzione dei /uoghi come
mezzo per delimitare un campo di ricerca altrimenti infinito e per introdurre
ordine in questo campo. Per Melantone (ma molti altri autori potrebbero es.
sere citati al suo posto) i /oc; admonent ubi quacrenda sit materia aut certe
quid ex magno acervo eligendum et quo ordine distribuendum sit. Nam loci
inventionis tum apud dialecticos tum apud rhetores non conducunt ad inveniendam
materiam, quam ad cligendam postquam acervus aliquis... oblatus fuerit. La
Partis instaurationis secundae delineatio, alla quale ci siamo ora riferiti,
risale al 1607 circa; ma nelle opere della piena maturità Bacone sarà su questi
temi altrettanto espli- cito: nel decimo paragrafo del secondo libro del Nowvum
Organum si afferma: «la storia naturale e sperimentale è tanto varia e sparsa
da confondere e quasi disgregare l’intel- letto ove non sia composta e ridotta
in ordine idonco. Bi- sogna pertanto dar luogo a tavole e a coordinationes
instantiarum in modo che l’intelletto possa agire su di esse ».‘! Le ce- lebri
sabulae baconiane costituiscono, anche nel Novum Or- ganum, parte integrante
della ministratto ad memoriam. Ad esse spetta un compito preciso: organizzare e
ordinare i con- tenuti della storia naturale. Dopo che il materiale è stato or-
ganizzato nelle tre tabulae l'intelletto si trova di fronte ad una serie
ordinata di fatti, non è più «come smarrito »: da questa situazione trae inizio
quel procedimento che Bacone chiama la nuova induzione. L’intero procedimento
induttivo baconiano che non è certo il
caso di fermarsi qui ad esporre ha senza
dubbio i suoi fondamenti proprio nella dottrina delle tabulae. Que- stultima
appare costruita in funzione di un ordinamento della realtà naturale capace di
introdurre nella molteplicità caotica dei fatti fisici una disposizione e un
ordine tali da con- sentire all’intelletto di andar rintracciando connessioni
reali. In questo senso la compilazione delle sabulze si presenta stret- tamente
connessa a quella invenzione det luoghi naturali che attirerà per lunghi
periodi l’interesse di Bacone. Il primo, or- ganico tentativo compiuto da
Bacone di gettare le basi di una invenzione di luoghi naturali e di un metodo
di tabulazione risale al 1607-1608 e non a caso, in questi anni, Bacone usa i
termini topica e tabulae (o chartae) come sinonimi. Nei Cogr-tata et visa del
1607 troviamo annunciata con molta precisione la funzione attribuita alle
tavole : Ante omnia visum est ci tabulas inveniendi sive legi- timae
inquisitionis formulas, hoc est materiem particula- rem ad opus intellectus
ordinatam, in aliquibus subiectis proponi, tamquam ad exemplum cet operis
descriptionem fere visibilem. Nel Commentarius solutus, egli annota
rapidamente: « The finishing the 3 tables, de motu, de calore et frigore, de
sono ». Se ci volgiamo a considerare gli appunti del Commentarius ci troviamo
in presenza di una elencazione Ja Liu i > Novum Organum. Historia vero
naturalis et experimentalis tam varia est et sparsa, ut intellectum confundat
et disgreget, nisi sista- tur et comparcat ordine idoneo. Itaque formandae sunt
tabulae et coor- dinationes instantiarum, tali modo et instructione, ut in cas
agere possit intellectus ». 4° Works] di veri e propri luoghi naturali
raggruppati in diverse carte.!? Non diversamente sono strutturate le tre brevi
opere che risal- gono a questo periodo e che rappresentano la prima realizza-
zione del programma indicato nei Cogitata et Visa e nel Com- mentarius solutus:
la Inquisitio legitima de motu, la Sequela chartarum sive inquisitio legitima
de calore et frigore, la Historia et inquisitio prima de sono et auditu."'
Nella prefazione alla prima di queste tre operette Bacone, mentre poneva in
luce la funzione essenziale che spetta alla topica c alle tavole, distingueva
due differenti tipi di tavole: quelle che devono riunire i fatti più visibili e
che si riferiscono a un determinato oggetto di ricerca (machina intellectus
infe- rior seu sequela chartarum ad apparentiam primam) c quelle che hanno il
compito, più alto, di aiutare l'intelletto a cono- scere « ciò che è nascosto
penetrando in tal modo fino alla « forma » delle cose (machina intellectus
superior sive sequela chartarum ad apparentiam secundam). Le diciannove tavole
elencate da Bacone nella Inquisitio legitima de motu costitui- vano una topica
o «sistemazione provvisoria » che avrebbe dovuto consentire il passaggio alle
tavole del secondo gruppo. Queste ultime (la machina superior) non sono in
realtà che le tabule presentiae, absentiae, graduum del Novum Organum. L'immagine
baconiana dell’universo come labirinto e come selva, la sua convinzione che
l’architettura del mondo « sia piena di vie ambigue, di fallaci somiglianze, di
SEGNI, di nodi e di spirali avvolti e complicati, condiziona, in modo radi-
cale, la dottrina baconiana del metodo. Uno dei compiti, se non il compito
fondamentale, del metodo è, per Bacone, quello di introdurre ordine in questa
caotica realtà. Nella Delineazio Commentarius solutus, Works. Tria motuum ge-
nera imperceptibilia, ob tarditatem, ut in digito horologii; ob minu- tias, ut
liquor seu aqua corrumpitur ct congelatur cte.; ob tenuitatem, ut omnifaria
aeris, venti, spiritus... Nodi et globi motuum, and how they concur and how
they succeed and interchange in things most frequent. The times and moments
wherein motions work, and which is the more swift and which is the more slow ».
44 I tre scritti sono rispettivamente in Works; Inquisitio legitima de motu,
Works. Praefatio gencralis, Works] troviamo, a questo proposito, un'ammissione
quanto mai significativa : la verità, scrive Bacone, emerge più facilmente
dalla falsità che dalla confusione (« citius enim emergit veritas e falsitate
quam e confusione »). Il compito, essenziale e fondamentale, di una
eliminazione della confu- sione figurava, nella stessa opera, fra gli aiuti
della memoria.*' « Eliminare la confusione », porre rimedio alla povertà di
conoscenze fattuali dando luogo a raccolte di istanze certe: questi appaiono a
Bacone i compiti fondamentali del nuovo metodo di interpretazione della natura.
Di fronte a questi compiti le sue stesse tadulae gli appaiono nulla più di
semplici esempi di un gigantesco lavoro che attende di essere realiz- zato («
neque enim tabulas conficimus perfectas, sed exempla tantum »).'* La stesura di
una logica del sapere scientifico, alla quale Bacone aveva dedicato non poche
delle sue fatiche fino dagli anni del Valerius Terminus, fu addirittura inter-
rotta perché Bacone era fermamente persuaso che la costru- zione di tavole
perfette costituisse l'elemento decisivo in vista della fondazione di un nuovo
sapere scientifico. La storia na- turale, la raccolta organizzata dei fatti, la
limitazione e la delimitazione dei diversi campi di ricerca, la costruzione di
una serie di elenchi di luoghi naturali appartenenti ad un campo specifico (le
Aistoriae particulares): tutto ciò gli apparve così importante da indurlo a
interrompere la stesura del Novum Organum e a parzialmente svalutare quella
stessa « macchina logica » che era stata per molti anni al centro dei suoi interessi.‘
La ordinata raccolta di materiali, la costruzione di una organizzata
enciclopedia di tutti i fatti naturali raccolti nelle storie particolari,
l’apprestamento di una raccolta di fatti o «storia generale » che fosse in
grado di fornire nuovi mate- riali alle stesse storie particolari (Sylva
silvarum): tutti questi progetti apparvero a Bacone, almeno al termine della
sua 4° Delineatio, Works, cfr. anche Novun Organum, Novum Organun. Sul
significato, da questo punto di vista, dell’ ultimo paragrafo del libro I del
Novum Organum cfr. B. FarrINGTON, F. Bacon: philosopher SCIA science, New York,
1949, trad. ital. Torino] vita, assai più importanti di ogni indagine volta a
perfezio- nare l’apparato teorico delle scienze. Ognuna delle storie par-
ticolari alle quali Bacone lavora affannosamente (il suo progetto comprendeva
centotrenta storie) risponde a una duplice esigenza: eliminare le opinioni
tradizionali muo- vendosi entro un campo di fatti accertati; disporre i fatti
entro i campi particolari dando luogo ad una raccolta ordinata. Ove si passi da
una considerazione generica ad una diretta lettura di queste « storie »
baconiane, ci si renderà conto che esse si presentano appunto come raccolte di
luoghi naturali e che esse rappresentano il tentativo di portare a compimento
quel lavoro di raccolta già iniziato nella Inquisizio legitima de motu, nella
Inquisitio de calore et frigore, e nella Historia et inquisitio prima de sono
et auditu. Sostituendo alle raccolte di luoghi retorici una raccolta di luoghi
naturali, piegando l’arte della memoria a fini differenti da quelli
tradizionali, concependo le sabulae come mezzi di ordinamento della realtà
mediante i quali la memoria prepara una « realtà organizzata » all’opera
dell’intelletto, Bacone ave- va introdotto, entro la sua logica del sapere
scientifico, alcuni tipici elementi derivanti da una precisa tradizione. Da
questo punto di vista la sua « nuova » logica era assai più vicino di quanto
egli non ritenesse alle impostazioni che un Ramo o un Melantone avevano dato
alla dialettica quando l’avevano con- cepita come lo strumento atto a disporre
ordinatamente le no- zioni. Vale la pena di ricordare ancora una volta la
definizione che Melantone aveva dato del metodo quando lo aveva quali- ficato
un’ars che quasi per loca invia et per rerum confusionem trova e apre una via
ponendo in ordine le res ad propositum pertinentes e la definizione ramista
della dispositio (che si identifica per Ramo con il iudicium e con la memoria)
come apta rerum inventarum collocatio. AI di là di tutte le grandi differenze
che si possono senza dubbio elencare, il concetto baconiano del metodo della
scienza si muove ancora su questo terreno: // metodo è un mezzo di ordinamento
e di classificazione degli elementi che compon- gono la realtà naturale. La
dottrina della ministratio ad me- moriam aveva esercitato, da questo punto di
vista, un peso decisivo sulla costruzione baconiana di una nuova logica e di un
nuovo metodo delle scienze. Gli atuti alla memoria e la dottrina dell’
enumerazione nelle Regulae. Gli echi della trattatistica rinascimentale sulla
memoria artificiale ricompaiono, oltre che nei frammenti del giovane Cartesio,
anche nel testo delle Regulae. Quando, nella regole, Cartesio concepisce la
scrittura come un'arte esco- gitata a rimedio della naturale labilità della
memoria e parla di un intelletto che « va aiutato dalle immagini dipinte dalla
fantasia » non fa che ripetere nei loro termini più tradizionali, luoghi comuni
presenti in quasi tutti i testi della mnemotecnica di derivazione ciceroniana:
Anonimo (Marciana, lat. ). vVescarTEs,
Regulae, in Ocuvres, X, p. 454. . operae practium est omnes alias Sicut enim
invenerunt. homines [dimensiones] ita retinere, ut fa- diversas artes ad
iuvandum di- cile occurrant quoties usus exigit; versis modis naturam, sic enim in quem finem
memoria videtur videntes quod per naturam me- a natura instituta. Sed quia haec
sacpe labilis est... aptissime scri- bendi usus ars adinvenit; cuius ope
freti... quaccunque erunt re- stituenda in charta pingemus. moria hominis
labilis est, conati sunt invenire artem aliquam ad iuvandum naturam seu memo-
riam... et sic adinvenerunt scrip- turam... A questa stessa assai antica
tradizione si era del resto ri- chiamato Bacone nel De augmentis quando aveva
visto anche egli nella scrittura il principale aiuto alla memoria: adminiculum
memoriae plane scriptio est, atque omnino monendum quod memoria, sine hoc
adminiculo, rebus prolixioribus impar sit, neque ullo modo nisi de scripto
recipi debcat.5! Il ricorso cartesiano alle « immagini corporee », ai simboli,
alla scrittura acquista tuttavia, all’interno della complessa me- todologia
delle Regw/ze, un senso particolare. La scrittura e la «rappresentazione sulla
carta » servono a sgombrare l’animo da ogni sforzo mnemonico, a liberarlo da
esso, in modo che °° A queste conclusioni, sulla base di una trattazione più
analitica degli scritti baconiani, ero già pervenuto nello studio Bacone, dalla magia alla scienza, Bari,
Works, la fantasia e l’intelligenza possano essere completamente ri- volte alle
idee o agli oggetti presenti: fiduciosi nell’aiuto della scrittura afferma Cartesio non affideremo nulla alla memoria, ma,
lasciando libera e completa la fantasia alle idee presenti, rappresenteremo
sulla carta qualunque cosa si vorrà ricordare; nessuna di quelle cose che non
richiedono perpetua attenzione, se può esser messa sulla carta, deve essere
impa- rata a memoria, affinché un ricordo inutile non sottragga parte della
nostra intelligenza alla cognizione dell'oggetto prc- sente. Ai segni o simboli
arbitrariamente scelti (a, b, c. ecc. per le grandezze note; A, B, C, ecc. per
quelle ignote) è affi- data questa funzione mnemonica: essi saranno proprio per
questo « brevissimi » di modo che « dopo aver scorto distin- tamente le singole
cose, possiamo percorrerle con un moto celerissimo di pensiero e insieme quanto
più è possibile simultancamente. Il problema della notazione o della scrittura
e quello, Qeuvres: nulla unquam esse memoriac mandanda ex iis, quac perpetuam
attentionem non requirunt, si possimus ea in charta deponere, ne scilicet
aliquam ingenii nostri partem obiecti prae- sentis cognitioni supervacua
recordatio surripiat... nihil prorsus memo- riac committemus, sed liberam et
totam pracesentibus ideis phantasiam reliquentes, quaecumque erunt retinenda in
charta pingemus; idque per brevissimas notas, ut postquam singula distincte
inspexcrimus... possimus... omnia celerrimo cogitationis motu percurrere et
quamplu- rima simul intucri. Quidquid ergo ut unum ad difficultatis solutionem
crit spectandum, per unicam notam designabimus, quae fingi potest ad libitum.
Sed, facilitatis causa, utemur characteribus a, b, c, etc. ad magnitudines iam
cognitas, et A, B, C, etc., ad incognitas cexpri- mendas... ». 53 Ancor più
chiaramente che nelle Regulae (si veda il passo citato nella nota precedente)
il problema della notazione o dell'impiego dei simboli algebrici si collega,
nel testo del Discours de la méthode (cfr. Ocuvres; ediz. Gilson) al problema
della ritenzione e della memoria: « Je pensai que, pour les considérer micux en
par- ticulier [si fa riferimento ai rapporti c alle proporzioni], je les devais
supposer en des lignes, à cause que je ne trouvais rien de plus simple, ni que
je puisse plus distinctement représenter à mon imagination et à mes sens; mais
que, pour les retenir ou les comprendre plusieurs ensemble, il fallait que je
les expliquasse par quelques chiffres, les plus courts qu'il serait possible ».
Il termine chiffres è tradotto, nella edizione latina, con «characteribus sive
quibusdam notis» (cfr. Oewvres) ad esso strettamente connesso, degli aiuti
della memoria (« utendum est... memoriae auxiliis », dice il titolo di una
delle regole) vanno in tal modo a intrecciarsi strettamente, nel pensiero
cartesiano a quelli dell’intuizione e di quel « moto continuo e non interrotto
del pensiero » nel quale consiste la deduzione. Nel corso della regola III
Cartesio chiarisce le ragioni della presenza, accanto all’intuito, di un altro
« modo di conoscenza che avviene per deduzione ». L'’intuito, che è «un
concetto della mente pura tanto ovvio e distinto » da escludere ogni
possibilità di dubbio, è richiesto non per i soli enunciati (« ognuno può
intuire che egli esiste, che egli pensa, che il triangolo è delimitato soltanto
da tre linee » ecc.), ma anche per qualsiasi tipo di discorso: 2 e 2 fanno il
medesimo di 3 e 1; non soltanto si deve intuire che 2 e 2 fanno 4 e che 3 e 1
fanno pure 4, ma anche che quella terza proposizione si conclude
necessariamente da queste due.?* La deduzione, di principio, si riduce dunque a
intuizione. A tale riducibilità di principio non corrisponde tuttavia una
riducibilità di fatto : di qui la necessità di introdurre un diverso termine,
quello di deduzione. Molte cose vengono sapute con certezza nonostante non
siano evidenti di per sé: una verità, di per sé non auto- evidente, può essere
infatti la necessaria conseguenza di una ininterrotta catena di verità
autoevidenti attraverso la quale, con un moto continuo di pensiero, « passa »
la nostra mente. Ogni passo di questo moto o ogni « anello della catena » viene
afferrato mediante una intuizione immediata, ma la conclu- sione, vale a dire
la necessaria connessione tra il primo e l’ul- timo anello della catena non è
presente alla mente con la stessa evidenza che caratterizza la intuizione
intellettuale. Sappiamo che l’ultimo anello è congiunto con il primo. Non
vediamo tuttavia, con un solo e medesimo sguardo, tutti gli anelli intermedi
dai quali la connessione dipende: ci limitiamo per- tanto a passarli l’uno dopo
l’altro in rassegna e a ricordare che i singoli anelli, dal primo all’ultimo,
stanno attaccati ai 34 Qeuvres. At vero haec intuitus evidentia et certitudo,
non ad solas enuntiationes, sed etiam ad quoslibet discursus requiritur. Nam;
exempli gratia, sit haec consequentia: 2 et 2efficiunt idem quod 3 et 1; non
modo intuendum est 2 et 2 efficere 4, et 3 et |] cf- ficere quoque 4, sed
insuper ex his duabus propositionibus tertiam illam necessario concludi ». più
vicini. La distinzione fra intwstus e deductio è fondata ap- punto su ciò:
nella deductio si concepisce un movimento o una successione che è del tutto
assente nell’ /nzetzs; alla de- duzione non è necessaria quella attuale
evidenza che è pre- sente nell’intuito: la deduzione mutua in certo modo la sua
certezza dalla memoria.” Nel caso di deduzioni non particolarmente complesse o
di brevi « catene » è sufficiente la memoria naturale; ove tut- tavia le «
catene » siano così ampie da oltrepassare le nostre capacità intuitive e le
deduzioni corrispondentemente com- plesse è necessario per Cartesio «
soccorrere la naturale infer- mità della memoria » (« memoriae infirmitati
succurrendum esse »). La conoscenza di una necessaria connessione tra il primo
e l’ultimo anello della catena richiede infatti la dedu- zione dell’ultimo
anello: dedurlo vuol dire pervenire ad esso passando «con moto continuo e non
interrotto del pensiero » da anello ad anello. Ove venga trascurato anche un
solo anello la deduzione apparirà impossibile o illegittima. In questo senso va
soccorsa la memoria: La deduzione si compie talvolta mediante una così lunga
concatenazione di conseguenze che, quando perveniamo ad esse, non ci ricordiamo
facilmente di tutto il cammino che ci ha condotto fin lì: per questo diciamo
che si deve > Qeuvres. Hinc iam dubium esse potest, quare, prae- ter,
intuitum, hic alium adiunximus cognoscendi modum, qui sit per deductionem: per
quam intelligimus, illud omne quod cx quibusdam aliis certo cognitis necessario
concluditur. Sed hoc ita faciendum fuit, quia plurimae res certo sciuntur,
quamvis non ipsac sint evidentes, modo tantum a veris cognitisque principiis
deducantur per continuum ct nullibi interruptum cogitationis motum singula
perspicue intuentis: non aliter quam longae alicuius catenae extremum annulum
cum primo connecti cognoscimus, etiamsi uno eodemque oculorum intuitu non omnes
intermedios, a quibus dependet illa connexio, contemplemur, modo illos
perlustraverimus successive, et singulos proximis a primo ad ultimum adhaerere
recordemur. Hic igitur mentis intuitum a deduc- tione certa distinguimus ex co,
quod in hac motus sive successio quac- dam concipiatur, in illo non item; et
praeterea, quia ad hanc non ne- cessaria est praesens evidentia, qualis ad
intuitum, sed potius a me- moria suam certitudinem quodammodo mutuatur ». (Cfr.
anche le regole, Ocuvres.] portare aiuto alla debolezza della memoria mediante
un continuo movimento del pensiero?" Quel processo che Cartesio chiama
enumerazione o indu- zione (enumeratio sive inductio) costituisce appunto
questo giuto alla memoria. Il fine che si propone questa minsstratio ad
memoriam (per usare il termine baconiano) è l’acquisizione di una rapidità o
celerità nella deduzione tale da ridurre al minimo, pur senza totalmente
eliminarlo, il ruolo esercitato dalla stessa memoria e tale da conferire ad un
insieme di co- noscenze troppo complesso per essere abbracciato da una sola
intuizione, l'immediata evidenza che è privilegio della stessa capacità
intuitiva: «Se mediante diverse operazioni ho conosciuto quale sia il rapporto
tra la grandezza A e B, poi tra Be C, poi tra C e De infine tra D e E, non per
questo vedo il rapporto tra A e E, né lo posso ricavare con esattezza dalle
cose già cono- sciute se non mi ricordo di tutte. Per questo le percorrerò
tante volte con una specie di moto dell’immaginazione che in- tuisce le singole
cose e insieme si trasferisce nelle altre, finché abbia imparato a passare
dalla prima all’ultima con tanta celerità che, quasi non lasciando alcuna parte
alla memoria, mi sembri di intuire tutto insieme. In tal modo, mentre si aiuta
la memoria, si corregge anche la tardità dell'ingegno e si amplia in qualche
modo la sua capacità ».' E’ tuttavia possibile, ritengo, mettere in luce alcuni
punti le) di contatto più profondi di quelli finora rilevati tra il testo %
Qeuvres. Hoc enîm sit interdum per tam longum conse- quentiarum contextum, ut,
cum ad illas devenimus, non facile recor- demur totius itineris quod nos co
usque perduxit; ideoque memoriae infirmitati continuo quodam cogitationis motu
succurrendum esse dicimus ». Ocuvres: « Si igitur, ex. gr., per diversas
operationes cognoverim primo, qualis sit habitudo inter magnitudines A et B,
deinde inter B et C, tum inter C et D, ac denique inter D et E: non idcirco
video qualis sit inter A et E, nec possum intelligere praecise ex iam cognitis,
nisi omnium recorder. Quamobrem illas continuo quodam imaginationis motu
singula intuentis simul et ad alia tran- seuntis aliquoties percurram, donec a
prima ad ultimam tam celeriter transire didicerim, ut fere nullas memoriae
partes reliquendo, rem totam simul videar intueri; hoc enim pacto, dum memoriae
subveni- tur, ingenii ctiam tarditas emendatur, ciusque capacitas quadam ra-
tione cxtenditur.] cartesiano delle Regulae e quella tradizione di ars
memorativa alla quale ci siamo fin qui richiamati. Beck, che sulla metodologia
delle regulæ ha scritto pagine assai acute, ha nettamente (e a mio avviso
giustamente) distinto due diversi significati o due differenti accezioni del
termine enumerazione in Cartesio. Quando fa riferimento, nel Discorso, alla
enu- merazione Cartesio parla infatti da un lato d’enumerazioni complete, denombrements
entiers, e dall'altro di revisioni generali, revues générales. La traduzione
latina del Discorso, rivista come è noto dallo stesso Cartesio, chiarisce ancor
me- glio la distinzione qui adombrata: l’espressione denombrements entiers
viene tradotta con singula enumerare, quella revues générales con omnia
circumspicere. Comunque sia da considerare la distinzione fra questi due
diversi aspetti o queste due diverse funzioni dell’enumerazione, resta il fatto
che con questo termine Cartesio sembra far riferimento: a quel rimedio alla
memoria che deve essere presente, abbiam visto, nel caso di deduzioni
particolarmente complesse o di catene
troppo lunghe; all’ordinamento delle condizioni dalle quali dipende la
soluzione di un problema particolare e a quell’iniziale ordinamento dei dati
che è preliminare ad ogni ricerca e che mira all’ « isolamento » e alla
determina- zione del problema stesso. « Enumerazione o induzione — scrive
Cartesio nelle regola — è una diligente e accurata ricerca di tutto quanto
concerne una questione proposta, sì che da essa si possa con- cludere con
certezza ed evidenza che nulla è stato ingiusta- mente tralasciato. La funzione
attribuita alla enumerazio [Beck, The Method of Descartes, a study of the regulæ,
Oxford. Sull'enumerazione cartesiana: Husert, La théorie cartesienne de
lenumeration, in « Revue de metaphysique et de morale ; Sirven, Les années
d'apprentissage de Descartes, Paris; Gitson, ediz. del Discosrs, Paris; N. KeMr
SMITH, New Studies in the Philosophy of Descartes, London, Qetivres Qeuvres. Est
igitur haec cnumeratio sive inductio, corum omnium quae ad propositam aliquam
quaestionem spectant, tam dili- gens et accurata perquisito, ut ex illa certo
evidenterque concludamus, nihil a nobis perperam fuisse praetermissum ». appare
qui assai diversa da quella alla quale abbiamo fin’ora fatto riferimento.
Enumerare vuol dire qui procedere ad una classificazione logica (che si svolge
normalmente prima del processo deduttivo) in vista di una determinazione e
limita- zione dei problemi. Si tratta, come dice esattamente Beck, di un «
preparatory making-out of the field of knowledge in which a proposed investigation
of some particular problem is presently to take place. A Beck, che è
esclusivamente interessato ad un esame della struttura formale del metodo
cartesiano c delle relazioni intercorrenti tra i vari scritti di Cartesio, è
sfuggita (così come agli altri interpreti)? la sostanziale affinità tra questa
accezione del termine enumerazione e la topica baconiana che si presenta
anch’essa, non a caso, come un aiuto alla memoria. Il prin- cipale compito
degli aiuti alla memoria consisteva per Bacone nella costruzione di regole atte
a limitare il campo infinito. Ad una perfetta conoscenza dei testi cartesiani
non corrisponde, così nel caso di Beck come in quello del Gouhier, una
altrettanto perfetta conoscenza dei testi filosofici e non filosofici
circolanti nella cultura francese ced europea del primo Seicento. Si veda per
esempio (per re- stare nei limiti dei problemi qui trattati) come Gouhier, nel
suo bel libro su Les premières pensées de Descartes, liquidi in due righe il
problema dei rapporti tra Cartesio e la tradizione del lullismo senza aver
preso visione dell’unico studio sull'argomento e senza rendersi conto che il
giudizio cartesiano su Lullo (parler sans jugement des choses qu'on ignore »)
non è che la ripetizione di un luogo presente nei testi filosofici da Agrippa a
Bacone. Anche l’espressio- ne cartesiana «in quodam ordine locorum
dialecticorum unde ratio- nes desumuntur » fa riferimento, contrariamente a
quanto mostra di credere Gouhier, ad un ben preciso tipo di letteratura; così
come l'affermazione una est in rebus activa vis ecc.» e il proposito di
servirsi di «cose sensibili » per raffigurare lc « spirituali » ec l’imma- gine
della catena scientiarum risultano del tutto incomprensibili e gra- tuiti, pur
prestandosi ad eleganti considerazioni di carattere specula- tivo, ovc non
vengano intesi nei loro rapporti con un ambiente e con una tradizione.
Cartesio, che aveva letto le pagine dello Schenkel, non aveva certo bisogno di
ricorrere a Keplero per concepire le cose corporee come simboli di quelle
spirituali. Ma del passo cartesiano che fa riferimento all’ars memoriae dello
Schenkel, Gouhier elimina la seconda metà (che risulta difficilmente
comprensibile a chi non abbia visto il testo di Schenkel) senza poter spiegare
in alcun modo in che cosa consiste il « nuovo procedimento » che Cartesio
ritiene di aver inventato.] della conoscenza umana e a determinare quindi un
campo di conoscenza specifico e limitato: « dalla immensa moltitudine dei fatti
viene distaccata una storia particolare le cui parti vengono ordinatamente
disposte... in primo luogo mostreremo quali siano le cose che devono essere
ricercate intorno a un dato problema, il che è qualcosa di simile a una topica;
in secondo luogo in quale ordine esse vadano disposte e suddi- vise. L’enumerazione,
come aiuto alla memoria, ha quindi per Cartesio il compito di svolgere una
accurata ricerca di tutto quanto concerne una questione proposta; quella sorta
di topica che costituisce per Bacone il
principale aiuto della me- moria ha esattamente lo stesso compito e la stessa
funzione: mostrare quali siano le cose che devono essere ricercate intorno a un
dato problema. Dopo aver preliminarmente isolato e determinato un problema o
una questione (proprio questo, ab- biam visto, era il compito che la tradizione
retorica affidava ai loci) si doveva, secondo Bacone, procedere ad un ordina-
mento, ad una suddivisione e ad una classificazione delle cose concernenti la
questione proposta. Su questo punto c da que- sto punto di vista la posizione
di Cartesio non è in alcun modo differente. Se si dovessero considerare una ad
una le singole cose che riguardano la questione proposta non sarebbe
sufficiente la vita di nessun uomo. Ma se tutte le cose vengano disposte
nell'ordine migliore, in maniera che siano ridotte il più pos- sibile a classi
determinate, sarà sufficiente vedere esattamente una sola di queste, oppure
qualcosa di ciascuna, o almeno non ripercorreremo mai niente due volte invano;
ciò è di tanto giovamento che spesso, in base a un ordine bene stabilito, si
compiono rapidamente e senza difficoltà molte cose che, al primo aspetto,
apparivano immense. Qcuvres. Addidi etiam enumerationem debere esse
ordinatam... si singula quae ad propositum spectant, essent separatim
perlustranda, nullius hominis vita sufficieret, sive quia nimis multa sunt,
sive quia sacpius cadem occurrerent repetenda. Scd si omnia illa optimo ordine
disponamus, ut plurimum, ad certas classes reducentur, ex quibus vel unicam
exacte videre sufficiet, vel cx singulis aliquid. Non è qui nostro compito esaminare le
differenze inter- correnti tra l’induzione baconiana e la inductio o enumeratio
cartesiana. Al di là delle differenze si voleva qui sottolineare, nel pensiero
dei due « fondatori » della filosofia moderna, la presenza e la persistenza di
temi legati ad antiche e recenti discussioni sulla memoria. A queste
discussioni vanno colleate non solo gli interessamenti di Bacone e di Cartesio
per i problemi della mnemotecnica, non solo l’immagine dell’arbor scientiarum e
i progetti di una scientia universalis o sapientia, ma anche la dottrina,
baconiana e cartesiana, degli «aiuti della memoria. Non si tratta dunque solo
dei « residui » di una tradizione veneranda, degli echi ultimi, ormai privi di
importanza e di significato storico di un fortunato genere letterario; né si
tratta di concessioni ad una « moda » assai diffusa. Nella l’nterpretatio
naturae di Bacone e nelle Regulae ad directionem ingenti di Cartesio ci sono
apparse presenti al- cune tesi legate alla tradizione retorica dell’ars memorativa: al necessario isolamento di una
questione si giunge mediante una preliminare classificazione degli elementi
costitutivi del problema; l’ordine è elemento ineliminabile e costi- tutivo di
tale classificazione; queste ordinate e artificiali classificazioni
costituiscono il necessario rimedio alla insufficienza e alla labilità della
memoria naturale. Come già aveva fatto Ramo, anche Bacone e Cartesio avevano
dunque inserito, nella loro logica, una dottrina degli aiuti della memoria: en-
trambi considerano una tecnica del rafforzamento della me- moria strumento
indispensabile alla formulazione e al “fun- zionamento” di una nuova logica o
di un nuovo metodo. Con Ramo, Bacone e Cartesio l’antico problema della memoria
artificiale che aveva per oltre tre secoli appassionato me- dici e filosofi,
studiosi di retorica, enciclopedisti e cultori di magia naturale, aveva fatto
in tal modo il suo ingresso, sia pure piegato a nuove esigenze e profondamente
trasfigurato, nei quadri della logica moderna. Attraverso l'influenza eser-
citata dal pensiero baconiano sulle ricerche linguistiche che si vel quasdam
potius quam caeteras, vel saltem nihil unquam bis frustra percurremus; quod
adeo iuvat, ut sacpe propter ordinem bene insti- tutum brevi tempore et facili
negotio peragantur, quae prima fonte videbantur immensa.] svolsero in
Inghilterra nella seconda metà del Seicento, attra- verso l’opera di Alsted e
di Comenio questo stesso problema apparirà ancora una volta essenziale alla
costruzione di dizionari totali, di linguaggi perfetti e di universali
enciclopedie. Non a caso nella tradizione lulliana si era lungamente insistito
sulle connessioni che intercorrono tra la memoria, la logica e l’enciclopedia.
« Si igitur ordo est memoriae mater, logica est ars memoriae » scriverà lo
Alsted; e non a caso, avviando i suoi progetti di una caratteristica uni-
versale, Leibniz si volgerà — oltre che a Bacone, Alsted e Comenio — a Lullo e
ai suoi grandi commentatori del Rina- scimento e si richiamerà a non pochi e
non secondari testi di ars memorativa. L'ideale enciclopedico che, da Bacone a
Leibniz, domina la cultura del secolo XVII si mostra operante, con forza sin-
golare, nell’opera vastissima di Alsted, maestro di Comenio a Herborn [cf. H.
P. Grice, “Harborne”], editore di testi del BRUNO, seguace di Lullo e di Ramo,
riformatore dei metodi dell’edu- cazione e dell’insegnamento. Percorrendo i
molteplici scritti, i numerosi manuali e infine il grande Systema mnemonicum
dello Alsted, ci si rende ben conto che dietro la sovrabbon- danza delle
citazioni, la ricchezza strabocchevole dell’erudi- zione e l'apparenza
antologica delle opere, dietro la mesco- lanza spesso caotica di temi di logica
di retorica di fisica e di medicina, sono presenti motivi essenziali: destinati
a eserci- tare un'influenza decisiva sul costituirsi, agli inizi del Seicento,
dell'ideale pansofico e dell’enciclopedismo. Riformare le tecniche di
trasmissione del sapere; dar luo- go ad una classificazione sistematica di
tutte le attività ma- nuali e intellettuali: entrambi questi progetti si
risolvono, per Alsted, in quello della costruzione di un nuovo « sistema » che
riunisca in un unico corpus, in un organo totale delle scienze, i princìpi di
tutte le discipline. Solo attraverso l’enci- clopedia, che rivela i rapporti
tra le varie discipline e porta alla luce la sistematicità del sapere, potrà
essere costruito un nuovo metodo, potrà essere definito un nuovo, organico pia-
no degli studi.’ L’esplicita adesione di Alsted alla tematica del lullismo, la
sua insistenza sul valore della memoria come tecnica dell'ordinamento
enciclopedico delle nozioni, possono essere intese solo in funzione di questo
suo grande progetto. ! Per i rapporti fra l'enciclopedia e il piano degli studi
cfr. GARIN, L'educazione in Europa, Bari. Sul lullismo di Asted cfr. Carreras y
ARTAU, La filosofia cristiana, Madrid; V. OsLer, s.v. in Dictionnaire de
Théologie Catolique. Molte opere inedite in Niceron, Mémoires, Parigi. Alla
ricerca di una via compendiosa capace di dischiudere all'uomo il possesso di un
sapere totale si volsero, secondo Alsted, i tre maggiori studiosi di logica che
siano apparsi sulla terra: Aristotele, Raimondo Lullo, Pietro Ramo. Essi si
rivolsero agli uomini, che erano alle origini della storia, « pror- sus feros
et cyclopicos » e, quasi tenendoli per mano, li condussero verso i pascoli
amenissimi della scienza ». Al di là delle differenze, i tre grandi filosofi
ebbero uno scopo e un me- todo comune «ad quem collinearunt, licet in modis
dissi- deant »: in questo senso le loro dottrine possono e debbono essere
conciliate.? Nella Panacea philosophica seu... de armo- nia philosophiae
aristotelicae lullianae et rameae® Alsted tenterà, con grande ricchezza di
riferimenti, una con- ciliazione dei tre metodi, ma già nella Clavis artis
lullianae che qui più da vicino ci interessa e che risale all'anno prece-
dente, troviamo presente questa stessa preoccupazione. Nel terzo capitolo
dell’opera, De tribus sectis logicorum hodie vi- gentibus, Alsted volgeva la
sua attenzione alla situazione, in Europa, degli studi di logica. Dopo aver
tracciato un breve quadro dell’aristotelismo e aver ricordato, fra gli
aristotelici contemporanei, MELANTONE (si veda) e Goclenius, SCALIGERO (si
veda) e ZABARELLA (si veda), PICCOLOMINI (si veda) e Suarez, egli lamentava lo scarso vigore della
setta dei lullisti tedeschi e paragonava la triste situazione della logica
tedesca, intieramente dominata dalle controversie fra aristotelici e ramisti,
al fiorire degli studi lulliani in ITALIA. I grandi commentatori di Lullo, da
Agrippa a BRUNO, dal Gregoire al De VALERIIS (si veda), non sono stati in grado
di chiarire il complesso funzionamento della combinatoria, hanno aggiunto
oscurità ad oscurità, hanno mescolato i loro sogni alle tenebre del lullismo.
Per risollevare le sorti 2 Cfr. Clavis artis lullianac et verae logices duos in
libellos tributa, id est solida dilucidatio artis magnac, generalis et ultimae
quam Raymun- dus Lullus invenit... edita in usum cet gratiam corum, qui
impendio delectantur compendiis, et confusionem sciolorum qui iuventutem
fatigant dispendiss, Argentorati, Sumptibus Lazari Zetzneri Bibliop.,
prefazione, (Copia usata: Triv. Mor.). Panacea philosophica seu Encyclopaediae
universa discendi methodus. De armonia philosophiae aristotelicac, lullianae et
rameae, Herbornae, Braid. della setta lulliana è necessario richiamarsi
all'opera del La- vinheta, di Fernando de Cordoba, di Lefèvre d’Etaples, di
BOVILLO (si veda), dei fratelli CANTERIO (si veda), di PICO (si veda) e
riprendere dai fondamenti il grande progetto di Raimondo: trovare una scienza,
conosciuta la quale, tutte le altre possano essere senza fatica né difficoltà
conosciute, e che, come il filo di Teseo, costituisca il criterio di verità di
ogni aspetto e di ogni manifestazio- ne del sapere. Quest’ars generalis, che
Alsted avvicina ripetu- tamente alla cabala, potrà essere realizzata mediante
la de- terminazione dei « termini generalissimi » e dei « princìpi ge- nerali »
presenti in ogni singola scienza e la successiva indivi- duazione dei termini e
dei princìpi « comuni », costitutivi cioè di ogni possibile sapere."
Esistono quindi, per Alsted, assiomi o princìpi universali comuni a tutte le
scienze, operanti in ogni ricerca. Le scienze e le tecniche si presentano, ad
un primo sguardo, come un [Cfr. Clavis artis lullianae: Tantum de Rameis
restant philosophi in Germania minus celebres Lullisti. In Germania, dico quia
in Hispaniis, Galliis et ITALIA sunt quamplurimi de hoc grege, ct nominatim
quidem in ITALIA sunt speculatores... qui huic arti sunt deditissimi... Haec
duo sectae, Peripatetica dico ct Ramaea in pracsen- tiarum sunt florentissimac,
superest tertia, puta Lullistarum, quae hodie ferme "Multis pro vili, sub
pedibus jacet”. Il giudizio sui commentatori era particolarmente aspro: Nam
commentatores (utinam fuissent commendatores) lulliani, tenebras potius et
nebula offu- derugt quam lucem ‘attulerunt, aut facem practulerunt divino
operi. Aut enim sua somnia immiscuerunt, aut obscura per acque obscura
explicarunt ». Lo scopo della divina arte di Lullo fu di «talem inve- nire
scientiam, qua cognita, reliquae quoque sine difficultate ulla labo- reque
magno cognoscerentur, et ad quam, tamquam lydium lapidem, flum Thesci ct
Cynosuram omne scibile examinaretur ». L’avvicina- mento dell’arte lulliana
alla cabala è, nell'opera di Alsted, continuo e insistente. Si veda per es. la
Tabula ad artis brevis cabalae tractatus et artis magnac primum caput pertinens
c il giudizio su Lullo: « Quum Lullius fuerit mathematicus et kabbalista,
impendio delectatus est me- thodo docendi mathematica et kabbalista, ideoque
circulus adhibuit, quos non nemo concinne vocavit magistros scientiarum. Et huc
facit tritus versiculus: Omnia dant mundo Crux, Globus atque Cubus. Può essere
di qualche interesse notare che, fra i cultori dell'Arte, Alsted ricorda anche POLIZIANO
(si veda) «qui, opino per hanc artem, se disputare posse de omnibus
pollicebantur ». Per i richiami di Alsted a BRUNO cfr. le mie Note bruniane,
Rivista critica di storia della filosofia] insieme caotico, come una
disordinata foresta: dietro quel caos apparente sono rintracciabili le linee di
un ordine pro- fondo; la rigida separazione fra le scienze è solo provvisoria;
quell’intricata foresta potrà rivelarsi l’ordinata ramificazione di un unico,
comune albero del sapere dal quale si dipartono, secondo una razionale
successione, i rami delle singole scienze e delle differenti tecniche. In vista
della costruzione di un nuovo metodo universale è necessario riportare ordine,
coe- renza e sistematicità in quel caos, penetrare coraggiosamente in quella
foresta per chiarire l’ordinata struttura dei suoi rami, per svelare
l’esistenza di un tronco comune e portare infine alla luce le comuni radici. Da
questo punto di vista, il problema del metodo si risol- veva integralmente in
quello di un ordinamento delle nozioni, di una sistematica classificazione
degli oggetti che co- stituiscono il mondo e dei concetti che sono stati
elaborati dall'uomo. La logica, strumento del metodo, ha il compito di ordinare
e di classificare: La sola logica è l’arte della memoria. Non si dì nessuna
mnemotecnica al di fuori della logica. E pare che di ciò si sia accorto
Raimondo Lullo che, nel suo opuscolo De auditu kabbalistico, scrisse queste
parole: Il metodo vien costituito non solo per l’esercizio dell’umano
intelletto, ma anche perché fornisca un rimedio alla dimenticanza”. Se dunque
l’ordine è la madre della memoria, la logica è l’arte della memoria. Trattare
dell’ordine è infatti il compito della logica ».* L’intera enciclopedia si
presenta in tal modo come un grande Systema mnemonicum e la logica si presenta
come una directio intellectus che è, al tempo stesso, una confir- matto
memoriae. Precisamente su questo terreno Alsted tenta di realizzare una
conciliazione tra la dialettica rami- [Cfr. Systema mnemonicum duplex... in quo
artis memorativae prae- cepta plene et methodice traduntur: et tota simul ratio
docendi, discendi, Scholas aperiendi, adeoque modus studendi solide explicatur
et a pseudo-memoristarum, pseudo-lullistarum, pseudo-cabbalistarum im- posturis
discernitur atque vindicatur, Prostat, in nobilis Francofurti Paltheniana (Angelica).
Systema mnemonicum duplex, Logicae duplex est finis et duplex obiectum; primus
est directio intellectus, secundus est me- moriae confirmatio] sta e la
combinatoria lulliana. Non a caso, nel System mne- monicum duplex, dopo aver
definito il metodo come instrumentum mnemonicum quod docet progredi a ge-
neralissimis ad specialissima » egli inserisce nella sua trattazione le tre fondamentali
leggi della dialettica ramista: Prima lex est lex homogeniae... secunda lex
dicitur coordinationis tertia lex dicitur transitionis. Eredità lulliane ed
influenze ramiste, echi delle ormai secolari discussioni sull’arte della «
memoria locale, andano in tal modo a congiungersi in funzione
dell’enciclopedia. Ma più che a una riforma della logica Alsetd era
indubbiamente interessato ad una riforma della pedagogia: una nuova
organizzazione dell’insegnamento, delle scuole, dei metodi didattici doveva corrispondere,
punto per punto, al nuovo ordinamento del mondo del sapere. Riducendo a sistema
— come scrive Bayle — tutte le parti delle arti ? Cfr. Systema mnemonicum
duplex. Seguendo una tradizione che risale al Lavinheta, Alsted avvicina i
circoli dell’arte lulliana ai «luoghi » della mnemotecnica di derivazione
ciceroniana di CICERONE: « Circulus in arte lulliana est locus et quoddam quasi
domicilium in quo instrumenta inventionis collocantur. (Clavis artis
lullianae). Ma, oltre alle opere già ricordate sono da vedere: Artium
liberalium, ac facultatum omnium systema mnemonicum de modo discendi, in libros
septem digestum et congestum, Prostat; Encyclopaedia septem tomis distincta,
Herborni Nassaviorum (Angelica; Braidense). Fra le opere di carattere religioso
€ pedagogico si vedano: Theatrum scholasticum, Flerborniae, 1610; (che contiene
un Gymnasium mnemonicum; Trigae canonicae, Francoforte (contenente una Artis
mnemologicae explicatio); la Dissertatio de manducatione spirituali,
transubstantiatio- ne, sacrificio missae, de natura et privilegiis ecclesiae,
Ginevra (cfr. Padova, Antoniana). Un certo interesse presenta anche la
classificazione delle scienze matematiche contenuta nel Methodus admirandorum
mathematicorum novem libris exhibens universam ma- thesin, Herbornae
Nassaviorum, Mathesis est pars encyclopaediae philosophicae tractans de
quantitate communiter... Ordo scientiarum mathematicarum hic est. Scientiac
mathematicae sunt pu- rae vel mediae. Purae sunt quac occupantur circa solam
quantitatem: quales sunt arithmetica et geometria. Mediae sunt quae occupantur,
circa quantitatem haerentem in corpore: ut cosmographia, uranoscopia,
geographia; vel in qualitate ut in optica, musica et architectonica, Padova,
Civica). pi Bayle, Dictionnaire historique et critique, Amsterdam, e delle
scienze, Alsted intendeva in realtà lavorare — come poi Comenio — per un sapere
unitario capace di riscattare e di liberare gli uomini. La ricerca di un
metodo, di una logica, di un linguaggio che consentano all’uomo di penetrare e
di dominare tutto, che garantiscano all'uomo il possesso dell’enciclopedia,
della sapienza universale: questo fu la pansofia. E nell’ideale pansofico,
proposto alla cultura di tutta Europa (ma la /anza linguarum fu tradotta anche
in arabo e in persiano e pene- trò fin nell’ Estremo Oriente) dall'impeto
riformatore di Co- menio ritroviamo chiaramente presenti non solo gli insegna-
menti di Bacone e di Alsted, di Ratke e di Andrei, ma anche molti dei temi
derivati dalla tradizione dell’ars memorativa e da quella, essai più vigorosa,
dell’enciclopedismo lullista.'° Mentre andava chiarendo le linee fondamentali
del suo pensiero, nella Conatuum pansophicorum dilucidatio, Co- menio enumerava
gli autori che lo avevano preceduto, le opere dalle quali il suo tentativo
poteva trarre conforto e ispirazione. Fin dall’antichità uomini insigni
tentarono di raccogliere il complexum totius eruditionis; in questo senso operò
Aristotele indicando le tre leggi necessarie al raggiun- gimento di quella
onniscienza che è possibile all'uomo: la principiorum universalitas, l’ordinis
methodus vera, la ve- ritatis certitudo infallibilis. A queste stesse leggi —
prosegue Comenio — si son richiamati quegli studiosi che, nell’età moderna, si
sono fatti autori di enciclopedie, di polimatheie, di sintassi dell’arte
mirabile, di teatri della sapienza, di pa- nurgie, di grandi restaurazioni, di
pancosmie. I titoli cui Comenio fa riferimento ci rimandano ad opere ben note:
agli scritti di De VALERIIS e del Gregoire, alle opere di CAMILLO e di Patrizzi
che vengono accostate (e l’accosta- [Sulle origini della pansofia: PeuckeRT,
Pansophie. Ein Versuch zur Geschichte der weissen und schwarzen Magie,
Stuttgart. Sugli ideali pedagogici: L. Kvacata, }. A. Comenio, Berlino, c ora GARIN, L'educazione in Europa. Sul
lullismo di Comenio brevissime, insufficienti annotazioni in CARRERAS Y ARTAU] mento
è significativo) alla /nstauratio magna di Bacone. Di fronte a questa eredità,
Comenio ripete il solenne motto di Seneca: Molto fecero quanti vennero prima di
noi, ma essi non terminarono l’opera; molto resta e molto resterà ancora da
fare; neppure fra mille secoli sarà preclusa ad alcuno fra i mortali
l’occasione di aggiungere ancora qualcosa. Ri- chiamandosi a questa eredità
Comenio intende dunque rea- lizzare un’opera universale e anch’essa, come già
quella dei suoi predecessori, non è costruita solo per l’uso degli eru- diti ma
per quello di tutti i popoli cristiani. Muterà il destino stesso della razza
umana quando sarà realizzata quella pansofia che è « universae eruditionis
breviarum solidum, intellectus humani fax lucida, veritatis rerum norma
stabilis, negotiorum vitae tabulatura certa, ad Deum denique ipsum scala beata.
I richiami di Comenio ai teatri, alle sintassi, alle enciclopedie basterebbero
da soli a documentare l’esistenza di una effettiva continuità di temi e di
motivi, il persistere di interessi comuni fra i maggiori esponenti
dell’enciclopedismo lullista e i teorici della pansofia. Ma non meno evidenti —
anche se assai meno noti — sono i rapporti che legano l’opera comeniana a
quella dei maggiori teorici dell’ars me- morativa per tanti aspetti connessa alla
rinascita del lullismo. Solo chi abbia presenti le discussioni sulla funzione
mnemonica delle immagini, tanto diffusa fra gli esponenti dell'Arte, potrà
rendersi conto dell'ambiente nel quale ebbe a maturare il tentativo come- miano
di fondare sulle figure e sulla visione ogni duraturo e stabile apprendimento.
La prima parte dell’ Ordis sensualium
pictus si presenta, non a caso, come una omnium principalium in mundo rerum et
in vita actionum pictura. Per quanto qui esposto cfr. Philosophiae prodromus et
conatuum pansophicorum dilucidatio. Accedunt didactica dissertatio de sermonis
latini studio perfecte absolvendo, aliaque erusdem, Lugduni Batavorum, Officina
David Lopez de Haro. La prima edizione dell’opera è Londra, L. Fawre et S.
Gellibrand. Ho visto l'edizione nell’esemplare dell’Angelica al quale è stato
legato assieme il FABER FORTVNA sive ars consulendi sibi ipsi ttemque regulac
vitae sapientis, Amstelodami, ex officina Petri van der Berge] et nomenclatura
», e chi ne scorra le pagine piene di figure e di simboli troverà appunto,
ovunque presente, la tesi che la realtà delle cose dev'essere intuita e vista
attraverso le immagini delle cose. Fondamento di un erudizione non astratta e
scolastica, ma « piena e solida », non oscura e con- fusa, ma «chiara e
distinta e articolata come le dita della mano », è la «retta presentazione, ai
sensi, delle cose sensi- bili ». Solo per questa via, la via dell'immagine, del
senso e della memoria, sarà possibile giungere poi alla più alta educazione
dell’intelletto. Alle immagini vien dunque attri- buita una funzione decisiva:
esse sono «le icone di tutte le cose visibili dell’intero mondo, alle quali,
con modi appro- priati, saranno riducibili anche le cose invisibili ».
Riprendendo il motivo centrale della Cirsà del Sole campanelliana di CAMPANELLA
Comenio giunge a significative conclusioni: al nostro fine servirà validamente
anche questo: dipingere sulle pareti delle aule il sunto di tutti i libri di
ciascuna classe, tanto il testo (con vigorosa brevità) quanto le illustrazioni,
ritratti e rilievi, che esercitino ogni giorno i sensi e la memoria degli
studenti. Sulle pareti del tempio d’ Esculapio, come ci hanno tramandato gli
antichi, erano scritte le regole di tutta la me- dicina che Ippocrate, di
nascosto, copiò da capo a fondo. Anche Dio infatti dovunque riempì questo
grande teatro del mondo di pitture, di statue e di immagini, come vive rap-
presentazioni della sua sapienza ». Non si trattava solo della generica
accettazione di mo- tivi diffusi: l’« alfabeto filosofico » proposto da
Comeniocontro quella « permolesta ingeniorum tortura » che è la sil- labatro,
nel quale le lettere son riprodotte accanto all’imma- gine dell'animale «cuius
vocem litera imitatur »,!” non fa che riprodurre, con intenti solo in parte
diversi, quegli « al- fabeti mnemonici » che troviamo presenti in tutti i testi
quattrocenteschi e cinquecenteschi di ars reminiscendi. A questa stessa tecnica
del raffrozamento della memoria (lar- [Orbis senstalis picti pars prima. Hoc
est: omnium principalium in mundo rerum et in vita actionum pictura et
nomenclatura, cum titu- lorum iuxta cetque vocabulorum indice, Noribergae,
Sumtibus Joh. Andr. Endteri haeredum, anno salutis. Si vedano, in particolare,
le pagine della prefazione. Cfr. Orbis sensualis picti pars prima, cit.,
prefazione] ghissimamente impiegata dallo stesso Comenio nel DE SERMONIS LATINI
STUDIO), ai teatri del mondo, alla ca- bala si richiamano poi quelle numerose
pagine di Comenio nelle quali vien presentato quel Theatrum sapientiae cui
dev'essere attribuito, per la nobiltà degli oggetti che racchiu- de, il più
solenne nome di Templum. Il tempio della panso- fia cristiana è costruito
secondo le idee, le norme, le leggi divine, è consacrato a tutte le genti di
ogni lingua: in esso sono « collocati » le facoltà, gli oggetti prodotti dalla
forza naturale presenti nel mondo visibile, l’uomo e i prodotti dell'ingegno
umano, le realtà interne dell’uomo, Dio e le potenze angeliche, i prodotti
della vera sapienza: di fronte a queste pagine comeniane è difficile non
ricordare le mac- chinose costruzioni emblematiche di De VALERIIS (si veda) e di
CAMILLO, le grandi rassegne della realtà universale presenti nel Thesaurus artificiosa
memoriae philosophis di ROSSELLI (si veda). Anche il progetto comeniano di una
enciclopedia totale » appare del resto profondamente legato alle impostazio- ni
del lullismo, alle discussioni sulla catena scientiarum, ai progetti, così
numerosi nel Cinquecento, di una scienza uni- taria o arte universale.
L’oggetto della sapienza — scrive Comenio nel Pansophiae prodromus — è stato di
volta in volta attribuito alla filosofia, alla medicina, alla teologia, al
diritto; è stato concepito come oggetto di una scienza par- ticolare;
identificato con una visione parziale che allontana ogni speranza di pervenire
alla totalità, alla comprensione dell’unità del mondo. Alla visione totale,
alla lettura del gran libro dell'universo si potrà giungere attraverso un pro-
cesso graduale che va dall’enciclopedia sotto la specie sensi- bile (orbis
sensualis) all’enciclopedia sotto la specie intellet- tuale (orbis
intelletualis): alla visione unitaria, che è lo scopo più alto del sapere, non
si potrà invece mai giungere me- [Il testo della Dissertazio didactica de
sermonis latini studio in Pan- sophiae prodromus. Per il tempio della pansofia
cristana cfr. Pansophiae christianae templum ad Ipsius supremi Architecti
Onnipotentis Dei ideas, normas, legesque Istruendum, et usibus Catholicae Iesu
Christi Ecclesiae, ex omnibus gentibus, tribubus, populis et linguis collectae
et colligendae consecrandum ». Cfr. anche la Pansophiae Diatyposis
iconographica, Amstlelodami] diante la successiva aggiunta di considerazioni
parziali. Tutti i tentativi di giungere all'unità mediante l’enumerazione e la
collezione delle soluzioni e delle tecniche particolari, sono miseramente
falliti: da un lato si son confezionati gigante- schi ma inutili elenchi che
volevano esaurire, in una mint- tiarum confectatio, la totalità delle parole e
delle cose; dal- l’altro si son costruite ordinatissime enciclopedie simili più
ad eleganti catene dai molti anelli che a macchine capaci di funzionare in modo
autonomo e cocrente. Ne son derivati ordinati mucchi di legna disposti con gran
cura e pazienza, ma non si è riusciti a dar luogo a quell’albero vivo delle
scienze verdeggiante di fronde e ricco di rami e di frutti che trae alimento e
vigore dalle sue proprie radici. Dar vita a quell’albero («at nos scientiarum
et artium radices vivas, ar- borem vivam, fructus vivos desideramus »), sarà
possibile solo attraverso la visione unitaria del tutto, la pansofia che è
insieme possesso del tutto e viva immagine del vivente uni- verso: Pansophiam
dico, quae sit viva universi imago, sibi ipsi undique cohaerens, seipsam
undique vegetans, seip- sam undique fructu applens. A quegli inutili, pedante-
schi elenchi di parole e di cose andrà quindi contrapposto il promptuarium
universalis eruditionis, il libro della pan- sofia: qui la compendiosità, la
chiarezza, il rifiuto di ogni oscurità, la « perpetua connexio causarum cet
effectuum » la ordinis continuo fluentis series a principio ad finem» so-
stituiranno la caoticità e l’oscurità delle precedenti compila- zioni.!’ In
realtà l'enciclopedia comeniana, per quanto attiene ai motivi di fondo, non si
muoveva su un piano molto diverso da quello sul quale si erano mossi Cfr.
Pansophiac prodromus, e le considerazioni svolte a questo proposito da GARIN, L'educazione in Europa, Cfr. Pansophiae prodromus: Quas adhuc vidi
Encyclo- paedias ctiam ordinatissimas similiores visae sunt catenae annulis
mul- tis eleganter contextae, quam automato rotulis artificiose ad motum
composito et seipsum circumagente; et lignorum strui, magna quadam cura et
ordine eleganti dispositac similiores, quam arbori e radicibus propriis
assurgenti spiritus innati virtute se in ramos et frondes expli- canti, et
fructus edenti. Cfr. Pansophiae prodromus gli “enciplopedisti” di ispirazione
lulliana. Questa comu- nanza di impostazioni, che sussiste al di là delle
differenze, delle critiche e dei polemici rifiuti, risulterà chiara ove si
prendano in considerazioni alcuni problemi caratteristici) quello dei rapporti intercorrenti
fra la logica e l’enciclope- dia; 2) quello della corrispondenza fra l’universo
dei segni c l'universo delle cose; quello dell’unità del mondo (ritma- to
secondo l'armonia delle leggi divine) rispetto alla quale l'enciclopedia si
pone come uno specchio; infine quello della logica-enciclopedica come «chiave
universale » capace di dischiudere all’uomo i segreti ultimi della realtà. Su
ciascuno di questi punti la posizione di Comenio è precisa: il vocabolario o la
fanua linguarum coincide con la enciclopedia («januam linguarum et
encyclopediam debere esse idem ») e si pongono come una intellectus humani cla-
vis che consente la lettura dell’alfabeto divino impresso sulle cose;
l'ordinamento rigoroso delle nozioni, l’immagine uni- taria e gerarchica
dell’universo sono il frutto più alto del nuovo metodo che è in grado di
ricondurre ogni nozione al suo genere e alla sua specie ut quicquid de ulla re
dicendum est, simul et semel de omnibus dicatur de quibus dici potest »;
l’intera enciclopedia appare fondata su un numero ridottissimo di «assiomi » o
di «sententiae per se fide di- gnae, non demonstrande per priora, sed
illustrandae solum exemplis »; l’intero mondo del sapere apparirà in tal modo
simile a una «catena » la cui struttura appare simile a quel- la in uso nella
matematica. Il rimedio sarà: una conformazione di tutte le arti e le scienze
tale che ovunque si inizi dalle cose più note e il processo verso quelle ignote
avvenga con lentezza e gradatamente, così come, in una catena, ogni anello sostiene
e trascina l’altro anello... Come, presso i ma- tematici, dimostrato un teorema
segue il sapere e dimostrato un problema segue l’effetto, così, nella pansofia,
dimostrata una qualche parte dell’universale dottrina, ne conseguono certezza e
infallibilità. Cfr. Pansophiae prodromus. Sulla coincidenza della Janua
linguarum e dell'enciclopedia cfr. la Janua linguarum reserata aurea, Lugduni
Batavorum, prefazione e l' Eruditionis scholasticae atrium rerum et linguarum
ornamenta exhibens, Norimbergae, Braid.,
e Angelica. L’infinita varietà delle nozioni e delle cose è dunque ri-
ducibile ad un numero limitato d’assiomi o di princìpi. Questa riducibilitù
—che rende possibile la stesura del libro della pansofia — appare chiaramente
fondata, anche in Comenio, su alcuni tipici presupposti: le strutture del di-
scorso e quelle del mondo reale si corrispondono pienamente; le stesse,
identiche rationes sono presenti in Dio, nella natura, nell’arte. Le raziones
rerum sono in ogni caso le stes- se: in Dio sono ut in Archetypo, in natura ut
in Ectypo, nell’arte ut in Antytipo. Di fronte ai dubbi che possono essere
avanzati sulla possibilità di rintracciare una «chiave univer- sale », Comenio
fa appello alla riducibilità del mondo a pochi fondamentali elementi e allo
stretto parallelismo intercorren- te tra le res da un lato ce i conceptus, le
imagines, i verba dall’altro: Per quanto le cose poste al di fuori
dell’intelletto sembrino qualcosa di infinito, tuttavia esse non sono infi-
nite perché il mondo, opera stupenda di Dio, consta di pochi elementi e di
poche forme differenti e perché tutto quanto è stato escogitato mediante l’arte
può essere ricondotto a determinati generi e a determinati punti principali.
Poiché dunque fra le cose e i concetti delle cose, fra le immagini dei concetti
e le parole si dà un parallelismo, e poiché nelle cose singole sono presenti
alcuni princìpi fondamentali dai quali tutto il resto risulta, io pensavo che
quei princìpi fon- damentali, che sono egualmente nelle cose, nei concetti e nel
discorso, potessero essere insegnati. Mi veniva anche alla mente che i chimici
avevano trovato il modo di liberare le essenze o spiriti delle cose dalla
superfluità della materia in modo da poter concentrare in una piccola goccia
una forza ingente di minerali e di vegetali e che questa goccia era, nelle
medicine, di maggior efficacia che i corpi mine- rali e vegetali nella loro
integrità. E non potrà essere escogitato nulla (pensavo) per radunare e
concentrare in qualche modo i precetti della sapienza ora sparsi per i così
ampi ter- reni delle scienze ed anzi, al di là dei loro stessi confini, sparsi
Eadem proinde sunt rerum rationes, nec differunt, nisi existendi forma: quia in
Deo sunt ut in Archetypo, in natura ut in Ectypo, in arte ut in Antitypo Pansophiac
prodromus. all’infinito? Allontaniamo ogni sfiducia perché ogni atto di
sfiducia è una bestemmia verso Dio. Determinando i princìpi e le essenze,
ponendosi come specchio fedele della natura, l’arte ha il compito di rivelare
la profonda armonia che lega gli elementi dell’universo: Omnis harmoniae fons,
Deus, harmonice fecit omnia i musici chiamano armonia la piacevole consonanza
di molte voci e tale, in verità, è l’armonioso concerto delle virtù eter- ne in
Dio, delle virtù create nella natura, delle virtù espresse nell’arte; in Dio,
nella natura, nell'arte si dà armonia e c’è armonia divina e l’arte è immagine
della natura. Di qui nasceva la fede di Comenio nella possibilità di una
partecipazione di tutti gli uomini a una comune salvez- za, la sua convinzione
che, attraverso la conquista della pansofia, potessero terminare per sempre le
guerre, le liti, i dis- sidi dei quali fin’ora si è nutrito il mondo: «cederent
etiam non invitae tam claro lumini errorum tenebrae et hominibus facilius
cessarent dissidia, lites, bella quibus se nunc conficit mundus. L'eredità
dell’ enciclopedismo lullista, la fede nella possibilità di un’arte capace di
porsi come strumento di razionale convivenza tra le genti, l'aspirazione a un
metodo universale o scienza unitaria che riveli la coincidenza tra le strutture
del pensiero e quelle della realtà erano ormai state integralmente accolte, in
quanto avevano di più valido, dai maggiori rap- presentanti della cultura
europea. Bacone, Cartesio, Alsted, Comenio (così come più tardi avverrà con
Leibniz) avevano accolto alcuni temi presenti nella tradizione lullista e li
ave- [Pansophiae prodromus, Pansophiae prodromus. Ma su que- ste conclusioni
cfr. anche la Janua rerum reserata hoc est sapientia pri- ma (quam vulgo
metaphysicam vocant) ita mentibus hominum adaptata ut per cam in totum rerum
ambitum omnemque interiorem rerum or- dinem et in omnes intimas rebus coeternas
veritates prospectus pateat catholicus simulque et cadem omnium humanarum
cogitationum, ser- monum, operum fons et scaturigo, formaque et norma esse
appareat. Pansophiae prodromus] vano inseriti in un più vasto discorso
concernente la logica, la funzione della filosofia, i rapporti fra le scienze,
l'educazione del genere umano. In molti dei testi, numerosissimi, dei sequaci e
dei commentatori di Lullotroviamo invece solo la ripetizione di motivi ormai
tradizionali, l’insistenza su temi ormai trasformati in luoghi comuni, la
pedantesca riesposizione delle regole della combinatoria. Le discussioni
sull’enciclopedia, sulla trasmissione del sapere, sul metodo, sul linguaggio si
andavano ormai svol- gendo, a più alto livello, in ambienti differenti. E
tuttavia anche di questi testi — non pochi fra i quali furono ammirati c
celebrati in tutta Europa e amati e studiati da uomini insigni — gioverà tener
conto. Non solo per sottolineare la presenza operante di un tipo di ricerche
che ebbe eco vastissima, ma anche per rendersi conto di come, su quelle stesse
ricerche, andassero riflettendosi alcune esigenze caratteristiche della cultura
del Seicento. Abbiamo già ricordato i progetti di unificazione delle scienze
presenti nelle opere di Morestell, di Meyssonnier, d’Aubry, ma altri casi sono,
da questo punto di vista, non meno indicativi. A Parigi, veniva pubblicato da
R. L. de VASSI (si veda), consigliere del re, Le fondément de l'artifice
universel... sur lequel on peut appuyer le moyen de pervenir à l’Encyclopedie
ou universalité des sciences par un ordre méthodique beaucoup plus prompte et
vrayment plus facile qu aucun autre qui soit communement receu. Il libro,
nonostante le mirabolanti promesse contenute nella lettera dedi- catoria,
conteneva in realtà solo la parziale traduzione di alcuni scritti di Lullo. Ma
è significativo che l’opera di Lullo venisse allora presentata come l’strumento
atto a consentire il metodico ordinamento delle scienze e la realizzazione del-
l'enciclopedia. In una situazione che il de Vassi giudicava assai poco
favorevole agli studi lulliani («la pratique artift- cielle du Docteur Raymonde
Lulle, mis en oubly par la plus grand part et rejetté communement du commun des
Docteurs) i testi della combinatoria venivano riproposti in fun- 29 Traduit par
Sicur de Vassi, conseiller du Roy, A Paris, dans l'imprimerie d’Ant. Champenois
(Triv., Mor.] zione di un problema che era, in quegli anni, estremamente
attuale. E’ un atteggiamento, questo, che ritroviamo presente anche negli
scritti (ben noti a Leibniz) di Jano Cecilio Frey, medico della regina madre di
Francia, au- tore, oltre che di scritti di medicina e di fisiognomica, di un
compendio di filosofia aristotelica e di una Via ad divas scientias artesque,
linguarum notittam, sermones extemporaneos nova et expeditissima. Nell’edizione
postuma delle sue opere ® troviamo, accanto ai consueti interessi per la retorica
e per il linguaggio, per la logica (via ad scienttas) e per l’enciclo- pedia
(scientiae et artes omnes ordine distributae et desumptae), il tentativo di
ridurre ad assiomi i princìpi di tutte le scienze (ariomata philosophica) e di
tracciare le linee di un ordina- mento degli studi. Le regole dell’arte della
memoria di origine ciceroniana vengono riprese dal Frey e inserite — sulle
tracce del Lavinheta — nella tematica dell’ars combinandi. Non a caso la
pAilosophia rationalis viene ripartita dal Frey in logica, dialettica e arte
memorativa -- philosophia rationalis est logica et dialectica et ars memorativa.
La costruzione di una assiomatica delle scienze (riduzione di tutti i termini
fondamentali delle singole scienze ai prin- cìpi di una combinatoria
riformata), la determinazione dei rapporti fra i vari rami del sapere sono i
temi centrali anche [L'opera e pubblicata a Parigi (excudebat Langlaeus) (Braid.). Del Frey sono da ricordare il
Compendium medicinae e | Onmnis homo, item amor et amicus, item Physiognonia
Chiromantia Onciromantia, Parigi. Di questi ultimi due scritti e del panegirico
com- posto dal Gaffarcl (Lacrimae sacrae in obitum Ilani Caecilii Frey medici,
Parigi) dà notizia il THORNDIKE, History of magic and experimental science, New
York. È da vedere anche l'Universae philosophiae compendium luculentissimum, ad
mentem ct methodum Aristotelis concinnatum, Parisiis, excudebat D. Langlaeus (Par.
Naz.). Jani Caecitu Frey, Opera quae reperiri potuerunt in unum corpus
collecta, Parisiis, J. Gesslin (Copia usata: Angelica). Philosophia rationalis
est logica et dialectica et ars memorativa. Dialectica quidem dans materiam
disputandi et argumenta. Logica dans formas argumentandi. Dialectica vel
lullistica, vel peripatetica, vel ramea » (Opera). Per la ripresa dei
tradizionali motivi della mnemotecnica ciceroniana si vedano] del macchinoso
Digestum sapientiae (di Ivo de Paris e del grande Commento all'arte lulliana di
PACE (si veda), scolaro di ZABARELLA (si veda) e profugo a Ginevra, professore
a Heidelberg e a PADOVA. Quest'ultimo testo, compilato da uno fra i più acuti e
più noti traduttori e commentatori dell’Organon aristotelico, da un uomo che e,
oltre che logico insigne, giurista di gran fama, sarebbe, di per sé, meritevole
di un lungo discorso. Ma giove invece soffermarsi con una certa ampiezza su un
testo che ha immediata risonanza curopea
e godette poi di fortuna grandissima: il Pharus scientiarum d’Izquierdo. Alla
costruzione dell’arte universale o «scienza delle scienze — afferma Izquierdo —
hanno lavorato nei secoli Aristotele e CICERONE, Quintiliano e Lullo.
Quest’antica aspirazione verso una logica prima che possa illuminare, come un
faro, il cammino ai naviganti nel mare della sapienza, ha trovato espressione nella
Sinzaxis di Gregoire, nel Digestum di Ivo de Paris, nella Cyclognomica di GEMMA
(si veda), da Flandre, nel Novum Organum di Bacone. Per condurre a termine
l’opera da questi autori avviata, è necessario rendersi conto di tre cose: 1)
l'enciclopedia (la scienzia circularis o orbicularis degli antichi) non
consiste in un aggre- [L’opera di Ivo De Paris, Digestum sapientiac, in quo
habetur scien- tarum omnium rerum divinarumn atque humanarum nexus et ad prima
principia reductio, fu pubblicata a Parigi. Un'altra edizione, più nota, a
Lione. Cfr. CarrERAS y ARTAU, Op. cit.. Pace, L'art de Raymond Lullius
esclaircy... divisé en IV livres ou est enscigné une méthode qui fournit grand
nombre de termes universels d'attributs, de propositions et d’argumens par le
moyen desquels on peut discourir sur tous sujets, Paris, F. Julliot (Par.
Naz.); Artis lullianac emendatae libri IV, Neapoli, ex typ. Secundini
Roncalioli (Par. Naz. Rés.). Sul grande commento aristotelico - In Porphyrii
Isagogen et Aristotelis Organtm commentarius analyticus, Aureliac - si vedano,
fra l’altro, le considerazioni di Colli, introduzione alla versione italiana
dell'’Organon, Torino; SepastIan IzquierDo S. ]., Pharus scientiarum ubi
quidquid ad cognitionem humanam humanitus acquisibilem pertinet, ubertim juxta
atque succincte pertractatur, Lugduni, sumptibus C. Bourget et M. Liétard (Par.
Naz.). Cfr. Carreras Y Artau, Cenat, E/ P. S. Izquierdo y su Pharus
scientiarum, « Revista de filosofia] gato di tutte le scienze, ma in una
scienza speciale (« in spe ciali quadam scientia consistere ») che comprende in
sé la totalità di tutte le scienze ivi compresi i princìpi della stessa scienza
speciale o universale; alla logica parziale di Aristotele, va sostituita una
logica integra che comprenda, oltre all’ars intelligendi perfezionatrice
dell’intelletto, un’ars memorandi che soccorre alla memoria, un’ars imaginandi
e un’ars experiendi che si volgono ad accrescere le capacità della fantasia e
quelle dei sensi esterni; a metafisica deve procedere con assoluto rigore
dimostrativo secondo il modello delle scienze matematiche: se i metafisici
avessero ragionato dimostrativamente muovendo, al modo dci matematici, da
princìpi evidenti, avrebbero già costruito gran parte della me- tafisica ». In
questo modo di concepire la funzione della filosofia prima e in questa
auspicata estensione del metodo mate- matico alla metafisica, operavano senza
dubbio suggestioni cartesiane. Che si fanno ancor più evidenti quando
l’Izquierdo (dopo aver criticato l’arte di Lullo per la barbarie della sua
terminologia, l'insufficienza delle combinazioni binarie e ternarie,
l'incapacità a discendere dai termini universali a quelli particolari)
identifica la combinatoria con un calcolo. Solo la matematizzazione dell’ars
combinandi potrà consentire la creazione di quell’unico strumento di tutte le
scienze « per quod immediate fabrica scientiae humanae construitur et absque
ullo termino semper augetur ». L’idea di avvicinare l’Ars magna ai procedimenti
della matematica, assimilando la combinatoria ad un «calcolo », sarà ripresa,
com'è noto, dal Leibniz e sarà feconda di importanti sviluppi. Ma negli anni
nei quali Leibniz si volgeva alla combinatoria, si tratta, contrariamente a
quanto molti han ritenuto, di idea non peregrina. La ritroviamo per esempio,
chiaramente formulata, negli scritti di quel singolare venditore di fumo che fu
il padre gesuita Atanasio Kircher,*° celebrato per le sue mirabili competenze [
Sul Kircher cfr. Carreras Y Artau, THORNDIKRE, History of magic, Couturat, La
logique de Leibniz, FriepLanpER, A. Kircher und Leibniz. Ein Beitrage zur
Gesch. der Polyhistorie im XVII Jahrh., Atti della Pontificia Accad. romana di
archeologia », Rendiconti, in fisica e in archeologia, in filologia e in
egittologia, in storia e in teoria del linguaggio, autore, fra l’altro, del
celeberrimo Mundus subterraneus e di un trattato, altrettanto noto, sui mi-
steri dei numeri.?° Ed è significativo, importante per l’inten- dimento di un
ambiente culturale, che l'accostamento dell’Arte ai procedimenti matematici,
l'esaltazione della combinatoria di Diofanto (« Diophanti nobilis mathematici
ars combinato- ria ») alla quale veniva ravvicinata la combinatoria di Lullo,
ci appaia presente non solo negli scritti di logici insigni, come l’Izquierdo,
ma nelle opere confusissime di un uomo come il Kircher per tanti aspetti legato
ai temi della tradizione erme- tica e della sapienza gnostica, ai motivi della
magia e della cabala, alle speculazioni sui misteria numerorum. Nonostante le
sue tirate retoriche sul valore del metodo sperimentale e la sua difesa della
nuova scienza, Kircher credeva alle qualità occulte, alle « simpatie » e ai
poteri dell’immaginazione, riat- fermava la teoria della generazione spontanea,
era convinto dell’esistenza di demoni girovaganti per le miniere, era pronto,
in ogni caso e in ogni circostanza a sottolineare gli aspetti « miracolosi » e
meravigliosi » della realtà. Quando l’impera- tore Ferdinando III, durante le
aspre polemiche suscitate in Germania dall’apparizione del Pharus scientiarum
dell’ Iz- quierdo, fece appello alla dottrina del Kircher per essere in-
formato sulla reale utilità dell’arte lulliana e sulla possibilità di una sua
ulteriore semplificazione, il gesuita tedesco elaborò una complicata riforma
che si rifaceva in gran parte al Pharus dell’ Izquierdo.?! Mentre riprendeva le
critiche del suo pre- decessore, Kircher si volgeva però, con prevalente
interesse, alla costruzione delle immagini, alle allegorie, alla elaborazione
di figure e di simboli, ai misteri dell'alfabeto. Negli ultimi decenni del
secolo, soprattutto ad opera dei °° KircHer, Mundus subterraneus, Amstelodami,
apud Joannem Janssonium et Elizeum Weyerstraten; Arithmologia sive de abditis
numerorum mysteriis, Roma, KircHer, Ars
magna sciendi in XII libros digesta, qua nova et universali methodo per
artificiosum combinationum contextum de omni re proposita plurimis et prope
infinitis rationibus disputari omniumque summaria quaedam cognitio comparari
potest, Amsterdam, gesuiti, il lullismo si legava ancora una volta
all'atmosfera, ormai torbida ed equivoca, dell’ermetismo e della magia. Nei
farraginosi scritti di un altro gesuita, il padre Caspar Knittel, troviamo solo
un’ampia esposizione delle regole della combi. natoria e la stanca, monotona ripetizione
delle tesi del Kir- cher.*° Nei primi anni del Settecento, un grande erudito,
il Morhofius, esprimeva, su queste riforme e questo tipo di pro- duzione
magico-filosofica, un giudizio che può essere ripreso: « illa vero consistit in
eo nel Knittel emendatio, quod nova comminiscatur Alphabeta, aliis literarum
formis alioque or- dine, quae mihi res exigua videtur »." In tutt'altro
senso, intorno alla metà del secolo, aveva par- lato dell’ « alfabeto »
Bisterfield che aveva progettato un alfabeto filosofico dopo aver raccolto e
ordinato, in accuratissime tavole, tutti i termini tecnici e tutte le
definizioni impiegati da ciascuna scienza. Nella creazione di 22 Sull'ipotesi
di una presa di posizione dei Gesuiti in favore della magia contro la nuova
scienza cfr. L. THorNDIKE, History of magic, KNITTEL S. J., Via regia ad omnes
scientias et artes, hoc est ars universalis scienttarum omnium artiumque arcana
facilius pene- trandi, Pragae, J. C. Laurer (Par. Naz.); ma è da ve- dere anche
la Cosmographia elementaris, Norimbergae, J. A. et Endteri (Angelica)
MorHorius, Polyhistor literarius philosophicus et practicus, Lubecca, Ho fatto
uso dei due volumi delle opere: Bisterfieldus redivivus, seu operum
Bisterfieldi... tomus primus-secundus, Hagae Comitum, ex typographia A. Vlacq,
1661. Il primo volume contiene: Alphabeti philosophici libri tres; Aphorismi
physici; Sciagraphia Analyseos (pp. 191-211); Parallelismus analy- seos
grammaticae et logicae; Artificium definiendi catho- licum (pp. 1-104);
Sciagraphia Symbioticae (pp. 3-144). Il secondo volume contiene: Logica; DE
PVRITATE ORNATV ET COPIA LINGVA LATINAE; Ars disputandi; Ars combinatoria; Ars
reducendorum terminorum ad disciplinas liberales technologica; Ars seu canones
de reductione ad praedica- menta (pp. 42-46); Denarius didacticus, seu decem
aphorismi bene discendi; Didactica sacra; Usus lexici. (Angelica). Del
Phosphorns catholicus, seu queste tavole, nella ricerca di perfette definizioni
si esauriva per Bisterfield la stessa enciclopedia, quel pictum mundi
amphitheatrum che è « ordinatissima compages omnium disci- plinarum ».'° Più
che sulla logica e sul metodo (inteso come regola dell'intelletto e rimedio
alla naturale debolezza della memoria) Bisterfield insiste infatti
sull'importanza decisiva della praxis logica che è una «artificiosa coniunctio
» dei ter- mini della logica e di quelli dell’enciclopedia, una mescolanza
degli instrumenta della logica con l’universale enciclopedia. Alle radici
dell’enciclopedia stanno i termini trascendentali (« termini trascendentales
sunt primae universae encyclopae- diae radices »): da essi muovono l’analisi
(che è riduzione di un discorso o di un testo ai suoi termini semplici) e la
genesi (che è simplicium combinatio): come per una scala si potrà pervenire a
quell’artificium definiendi che consente una esatta definizione di tutti i
termini dell’enciclopedia e una risolu- zione di tutti i termini nei termini
primari o fondamentali.?* ars meditanti epitome cui subjunctum est consilium de
studiis felici- ter instituendis ho visto l'edizione Lugduni Batavorum, H.
Verbiest (Angelica). Alphabeti philosophici libri tres, Cfr. Alphabeti
philosophici libri tres, Praxis logica consummatur, si omnes termini logici,
cum universa encyclopaedia misccantur; Logica. Usus seu praxis logica est
artificiosa instrumentorum logicorum ct terminorum enciclopaediae coniunctio...
In praxi logica singulos terminos logicos cum singulis singularum disciplinarum
terminis conferri debere. Cfr. Alphabeti philosophici libri tres. Termini
trascendentales sunt primae universae encyclopaedia radices; Sciagraphia
analyscos, Analysis est accuratum de textu seu dissertatione in sua principia
resoluto iudicium. Totuplex sit analysis quotuplex in textu adhibita fuit
genesis, idque ordine retrogrado. Analysis autem upote praxis frugalem
compendiorum ac tabularum cognitionem prae- supponit; A/phabeti philosophici
libri tres, p. 110: «Praxis logica est vel simplicium combinatio vocaturque
Genesis, vel combinatorum reductio vocaturque analysis, vel denique mixta estque
vel Genesis- analysis vel Analysis-genesis cuius varietas est infinita;
Artificium definiendi, Artificium definiendi catholicum est quod do- cet modum
omnium encyclopaediace terminorum definitiones accurate inveniendi ac
diiudicandi. Scopus huius artificii est foclix id est facilis, solida ac
practica, et quoad in hac vita fieri potest, certa perfec- taque universa
encyclopaediac cognitio. Definitiones sunt omnis ge- neseos et analyseos claves
et normae. Omnis enim mentis et entis, cum Sull’importanza delle definizioni
che sono claves et normae della praxis logica, Bisterfield insiste senza posa.
Tantum scit homo solide quantum scit definire: per giungere a deft- nire
esattamente gli enti reali e gli enti di ragione, gli enti separati e quelli
collettivi, gli enzia positiva e quelli priva- tionis, è necessario in primo
luogo un dizionario (romencla- tura) dei termini impiegati nei vari discorsi
propri delle sin- gole discipline. Sulla base del dizionario verranno costruite
le tavole che sono «totius mundi totiusque encyclopaediae re- praesentationes
». Mediante le tavole verranno posti in luce i termini omogenei, quelli
subordinati e quelli coordinati. La costruzione di una tabula primitiva,
comprendente i termini comuni a tutte o alla maggior parte delle scienze,
avvierà alla comprensione di quell’armonia delle scienze che, Bisterfield se ne
rende ben conto, è insieme basis et clavis della prassi logica. L’armonia delle
scienze è la base e la chiave della prassi logica. Quest'armonia è quella
soavissima convenienza per la quale non solo tutte le scienze concordano con
tutte, ma anche le parti con le parti di ciascuna; ed è così grande
quest’armonia che uomini valorosissimi credono che non si diano più scienze, ma
una sola scienza, o piuttosto che sia unico il corpo e il sistema di tutte le
scienze.Per realizzare quest’unico systema, per giungere alla indi- viduazione
dei termini trascendentali cui tutti gli altri appaiano analiticamente
riducibili, Bisterfield aveva ritenuto indispensabile una elencazione minuziosa
e accuratissima delle reductionem, tum deductionem complectuntur, si singula
definitionum verba in primos terminos per scalam descendentem et ascendentem
resolvantur, sic enim erunt omnigenae reductionis claves, argumento- rum
compendia, propositionum fontes, syllogismorum et methodorum lumina. Sulle
definizioni’ cfr. Artificium definiendi. Sulle tavole cfr.: Tabulae
fundamentales (quae sunt certae terminorum homogcanorum subordinationes et
coordinationes) sunt faciles, sed accuratae totius mundi totiusque encyclopac-
diae repraesentationes. Universa illa inductio ac structura tabularum nititur
panharmonia tum rerum tum disciplinarum. Tabula primitiva est prima
simplicissima universalissima adeoque brevissima totius mundi totiusque encyclopaediae
repraesentatio... cam vocabimus catholicam ». Logica, p. cose e delle nozioni.
Il teatro del mondo, con le sue tavole che rappresentano tutto ciò di cui può
discorrere la mente umana, si poneva ancora una volta a fondamento dell’arte,
della logica, della scienza delle scienze: «I termini trascen- dentali sono le
radici prime dell’universale enciclopedia che è ordinatissima raccolta di tutte
le discipline o anfiteatro di- pinto del mondo. L’universale artificium
definiendi insegna ad accuratamente rintracciare e giudicare le definizioni di
tutti i termini dell’enciclopedia. La prassi logica viene realizzata quando
tutti i termini logici vengono mescolati con l’enciclopedia universale. Le
tavole universali costituiscono il no- bilissimo alfabeto di tutte le discipline.
Esse devono contenere tutto e devono rappresentare tutto ciò di cui la mente
umana può discorrere e chi meglio possiederà le tavole avrà più fermi i semi
della scienza. Esse sono le attrezzatissime officine di ogni pensiero e ci
pongono sotto gli occhi tutto ciò intorno a cui e muovendo da cui si può
discorrere. Di qui possono essere ricavati tutti i temi, tutti gli argomenti,
tutti gli as- siomi, tutti i sillogismi, tutti i metodi. Cfr. ARTIFICIVM Grice
(non-natura) definiendi; Alphabeti philosophici libri tres; Logica. All’inizio
del suo Essay towards a real character and a philosophical language, pubblicato
a Londra, sotto gli au- spici della Royal Society, Wilkins, chiarendo le linee
fondamentali del suo progetto di una lingua « filo- sofica », « perfetta» o
«universale », rimandava il lettore a quellepagine dell’Advancement of learning
e del De aug- mentis scientiarum nelle quali Bacone aveva enumerato le 1 An
essay towards a real character and a philosophical language by Witkins, D. D.
Dean of Ripon and Fellow of the Royal Soctety, London, printed for Sa.
Gellibrand and for John Martyn printer to the Royal Society, (Ambros., Villa Pernice). Su Wilkins, vescovo
di Chester e membro della Royal Society, autore del celebre scritto The
discovery of a wordl in the moone, cfr. Niceron, Mémoires, Paris. Fra i
contributi di maggior rilievo sono da segnalare: HENDERSON, The life and times
of }. Wilkins, London, Stimson, Wilkins and the Royal Society, in «Journal of
modern history, Jones, Science and language
in England of the mid-seventeenth century, in « Journal of Engl. and Germ.
Philology, poi ripubblicato nel volume The seventeentài century, Standford; C.
AnpRrape, The real character of Bishop Wilkins, in « Annals of science; F.
ChÙristensen, /. Wilkins and the Royal Societys reform of prose style, Modern
Language Quarterly; R. H. Svyrret, The origins of the Royal Society, in « Notes
and records of the Royal Society of Lon- don; C. Emery, John Wilkins universal
lan- guage, in « Isis»; B. De MotT, Comenius and the real character in England,
in « PMLA; Science versus mnemonics, în « Isis. Scarso interesse presen- tano
le osservazioni contenute nel noto volume citato da H. P. GRICE, di Ogden e Richards,
The meaning of meaning, London. Sulle idee astronomiche di Wilkins sono da
vedere i saggi di McCottey, in « Annals of science », PMLA e in « Studies in
Philology. Una parte dell’Essay di Wilkins fu ripubblicata in TecHmer, Beitràge
zur Geschicthe der franzòsischen und en- glischen Phonetik und Phonographie,
Heilbronn] differenze esistenti tra i geroglifici e i «caratteri reali ».? I
primi, in quanto emblemi, « hanno sempre qualcosa in co- mune con la cosa
significata »; i secondi — aveva scritto Ba- cone — «non hanno nulla di
emblematico », sono caratteri costruiti artificialmente il cui significato
dipende solo da una convenzione e dall’abitudine che su di essa sì è andata in
se- guito istituendo. Anche le lettere dell'alfabeto derivano da convenzione,
ma i caratteri reali, a differenza delle lettere alfabetiche, rappresentano non
lettere o parole, ma diretta- mente cose e nozioni (« neither letters nor
words... but things or notions »): « È da qualche tempo cosa assai nota che in
Cina e nelle regioni dell’ Estremo oriente sono oggi in uso dei caratteri reali,
non nominali; che esprimono cioè non let: tere c parole, ma cose e nozioni. In
tal modo genti di diver- sissime lingue, che consentono su questo tipo di
caratteri, co- municano tra loro per scritto; e in questo modo un libro,
scritto in quei caratteri, può essere letto da chiunque nella sua propria
lingua... I caratteri reali non hanno nulla di emble- matico e sono in qualche
modo sordi, costruiti in modo ar- bitrario (ad placitum) e poi accolti per
consuetudine come per un tacito patto. È chiaro poi che questo genere di
scrittura esige una grandissima quantità di caratteri che devono es- sere tanti
quante sono le parole radicali (vocabula radicalia)». Alla creazione di una
lingua universale e artificiale, che climini la confusione delle lingue naturali
e ne superi le de- ficienze e le imperfezioni, contesta di simboli che fanno
ri- ferimento non ai suoni, ma direttamente alle «cose », si de- dicheranno,
nella seconda metà del secolo, non pochi cul- tori inglesi di logica e di
problemi del linguaggio : esce a Londra uno scritto di Francis Lodowick: The
grundwork or foundation laid (or so intended) for the framing of a new perfect
language; appare il Lagopandecteision, or an introduction to the universal
language di Urquhart- Cfr. Bacon, Works, by J. Spedding, Ellis, Heath, Londra;
HI, Sui linguaggi universali nell’Inghilterra: O. FunckE, Zum
Weltsprachenproblem in England, Heidelberg, c le brevi indicazioni contenute in
L. Coururat-L. LeAau, Histoire de la langue tniverselle, Paris (cfr. la
recensione di VAILATI (si veda), Scritti, Firenze] quhart, il notissimo
traduttore di Rabelais; quat tro anni dopo Beck pubblica la sua opera The
universal character by which all nations may understand one ano- ther's
conceptions; le Tables of the universal character e V Ars signorum, vulgo
character universalis et lingua philosophica di Dalgarno vedono la luce, sempre
a Londra; infine, Wilkins pubblica il già ricordato £Essay towards a real
character and a philosophical language. Per comprendere il significato di
queste opere (e delle altre dello stesso tipo) e la funzione storica da esse
esercitata, per intendere l’atmosfera culturale dalla quale esse trassero
alimento e dalla quale derivarono le ragioni della loro dif- fusione e del loro
successo, bisognerà tener conto di tre grandi fenomeni storici che
caratterizzano (per quanto qui ci concerne) la vita intellettuale inglese. Si
tratta: 1) in primo luogo della profon- da, decisiva azione esercitata in
Inghilterra dall’opera di Ba- cone e dai gruppi “baconiani” della Royal
Society, impe- gnati in una dura lotta contro la retorica del tardo umanesi- mo
e in un'appassionata difesa della nuova scienza; 2) in se- condo luogo di
quella grande “rivoluzione” (che non fu solo « mentale » perché investì non
solo le idee e la cultura, la letteratura e il modo di pensare, ma anche le
istituzioni accademiche e scientifiche, il modo di insegnare, di impa- rare e
di vivere) che conseguì ai grandi progressi della “fi- losofia sperimentale” e
degli studi fisico-matematici; 3) in terzo luogo, infine, della profonda
risonanza che l’opera, l'insegnamento, le utopie, le speranze di Giovanni Amos
Co- menio ebbero su molti ambienti della cultura filosofica, poli- tica,
religiosa dell’ Inghilterra del Seicento. Cominciamo dunque da Bacone, anche perché
le sue af- fermazioni sui caratteri reali (il termine avrà, in Inghilterra e
fuori, una fortuna grandissima), la posizione da lui assunta nei confronti del
problema del linguaggio, costituiscono, in tutte queste trattazioni di lingua
universale, dei presupposti implicitamente (ma quasi sempre esplicitamente)
presenti. Sul carattere « materialistico » delle teorie linguistiche di Ba-
cone, Richard Foster Jones ha scritto pagine di grande rilie- vo nelle quali,
fra l’altro, è stato anche dimostrato il gran peso esercitato dalle tesi
baconiane su quella « rivoluzione stilistica » che caratterizza, in
Inghilterra, durante la Restau- razione, gli sviluppi della prosa secolare
(testi di storia, di filosofia naturale, di politica) e religiosa (libri di
edificazione, prediche, preghiere). Foster Jones ha parlato di una «an- tipatia
di Bacone per il linguaggio». In realtà si tratta di qualcosa di più che di una
«antipatia: l’atteggiamento di Bacone è fondato sulla convinzione che il
linguaggio, come del resto gli altri prodotti dello spirito umano, costituisca
o possa costituire un ostacolo, del quale tuttavia in quanto crea- ture umane
non si può fare a meno, alla autentica compren- sione della realtà, sia, in
altri termini, qualcosa che s! frap- pone fra l’uomo e i fatti reali o le forze
della natura. Per « avvicinarsi alle cose » è necessario da un lato rifiutare i
nomi che non corrispondono a cose reali, dall’altro impa- rare a costruire
parole che rispondano alla realtà effettiva delle cose. Gli :4ola che si impongono
all’intelletto per mezzo delle parole — afferma Bacone nel Novum Organum — sono
di due generi: o sono nomi di cose che non esistono, o sono nomi di cose che
esistono, ma confusi, mal definiti e astratti dalle cose in modo affrettato e
parziale. I primi sono legati a determinate teorie fantastiche (la for- tuna,
il primo mobile ecc.) e, mediante un rifiuto di quelle teorie è possibile
liberarsi da essi. Nel caso dei secondi il problema è molto più complesso
perché qui si ha a che fare con una inesperta « astrazione dalle cose » che ha
dato luo- go a nozioni confuse. Queste affermazioni di Bacone ci consentono di
chiarire ulteriormente la sua posizione di fronte al linguaggio: le no- zioni
devono essere astratte correttamente dalle cose e corrispondere ad esse; ove la
nozione sia stata costruita in modo vago e impreciso il nome risente di questa
vaghezza e im- precisione. Inoltre i nomi attribuiti alle cose, le parole,
eser- citano a loro volta un'azione sull’intelletto: le parole indi- canti nozioni
vaghe «ritorcono e riflettono sull’intelletto la [Oltre al saggio qui sopra
indicato si vedano: Science and english prose style in the third quarter of the
seventeenthà century; Saence and criticism in the neo-classical age of english
literature] loro forza » e condizionano negativamente la sua stessa ri- cerca
di nozioni precise. In tal modo le parole « riflettono i loro raggi e le loro
immagini fin dentro la mente e non solo sono dannose alla comunicazione, ma
anche al giudizio e all’intelletto. Quando, attraverso un'osservazionepiù ac-
curata e una più attenta opera di «astrazione », si tenta di far meglio
corrispondere le parole alla natura, «le parole si ribellano » e danno luogo a
infinite, sterili controversie che hanno per oggetto non la realtà, ma solo i
nomi e le parole. Il tentativo di impiegare definizioni precise del tipo di
quelle usate dai matematici non appare a Bacone molto utile: « trat- tandosi di
cose naturali e materiali, neppure le definizioni possono rimediare a questo
male, perché le stesse definizioni constano di parole e le parole generano
altre parole ». Era, questa, una conclusione assai significativa e la critica
(svolta da Bacone nel Novum Organum) del termine « umido » è preziosa per
intendere il suo punto di vista: la equivocità del termine « umido » dipende
per lui dalla equivocità della nozione di « umido » che indica una molteplicità
di comportamenti diversi e che è stata « astratta superficialmen- te e senza le
dovute verifiche soltanto dall’acqua e dai liqui- di comuni e volgari ». Di
fronte a questa varietà di signifi- cati, non si tratta, per Bacone, di dare
una definizione che determini il campo di applicazione del termine « umido »
predeterminando l’uso possibile di quel termine e limitan- done il senso, ma di
elaborare, sulla base «di uno studio dei casi particolari, della loro serie e
del loro ordine », una nozione che riconduca ad unità la diversità dei
comporta- menti e serva da criterio per spiegare questa diversità. La validità
di questo criterio sarà però, sempre e in ogni caso, dipendente dalla maggiore
o minore corrispondenza alle cose della nozione così elaborata. Si comprende in
tal modo come Bacone possa giungere ad una identificazione dei termini “
nozione » e « parola » (« mala et inepta verborum imposi- to », « nomina temere
a rebus abstracta » ecc.) che è in contrasto con gli accenni convenzionalistici
pur presenti nella sua trattazione del linguaggio. In conclusione: ciò che Ba-
cone non è in alcun modo disposto ad accettare è una teoria che identifichi la
verità di una proposizione con la coerenza logica tra i termini che compongono
la proposizione stessa: la ricerca si riporta di continuo alle cose, alle
qualità sensibili e alle proprietà dei corpi materiali. L'ispirazione fonda-
mentalmente « materialistica » di questa concezione del lin- guaggio si fa
particolarmente evidente quando Bacone crea una specie di graduatoria
rispecchiante «i diversi gradi di aberrazione e di errore presenti nelle parole
»: il genere di nomi meno difettoso è quello dei nomi di alcune sostanze ben
note (creta, fango, ecc.); più difettoso è il genere di nomi indicanti azioni
(generare, corrompere, ecc.); più difettoso di tutti è il genere dei nomi di
qualità (grave, denso, leg- gero, ecc.).° Bacone aveva dunque contrapposto le
«cose» alle parole, aveva insistito sulla necessità di un linguaggio che
rimandasse, il più direttamente possibile, alla realtà e alle operazioni o
forze presenti nella natura, aveva accentuato i pericoli presenti nell’uso del
linguaggio, aveva pensato ad una lingua artificiale, composta da simboli di
tutte le parole radicali che potesse
climinare alcuni o molti di questi pericoli. Ma Bacone — e questo è altrettanto
importante — era stato anche il /eader dell’anticiceronianismo, si era fatto
assertore dei brevi aforismi contrapponendoli al corposo pe- riodare dei
seguaci di Cicerone, aveva sostenuto la necessità di un ritorno allo stile
«attico» o «senechiano » mirante alla espressività e alla chiarezza, vicino
alla « brevità » degli Stoici, « grave » e « sentenzioso », lontano dagli
abbellimenti retorici, dalle fioriture stilistiche, dall'impiego delle analogie
ce delle metafore, Bacone polemizza contro le scolastiche dispute di parole e
aveva contrapposto al linguaggio in uso nelle scuole – Bologna e i mertoniani
-- una lingua breve ed essenziale, precisa e cruda, capace di rimettere
nuovamente l’uomo — dopo tanti secoli di tenebre e di volontario acciecamento —
a contatto con il mondo. ® Cfr. Bacon, Works (Redargutio philosophiarum); sugli
idola fori: (Advancement); HI, (Cogitata
et visa) e Novum Organum, Cfr.M. W. CroLt, Attic prose in the seventeenth
century, Studies in philology; Artic prose: Lipsius, Montaigne, Bacon, in
Schelling anniversary papers, New York; The baroque style of prose, in Studies
in English philology; a miscellany in honour of Klaeber, Minneapolis, Negli
scritti dei seguaci e degli ammiratori di Bacone, nelle opere di molti fra i
maggiori difensori della nuova scienza troviamo, energicamente riaffermate, le
posizioni ora delineate. Basterà qualche esempio. Webster, cap- pellano
nell’armata del Parlamento, acceso sostenitore della filosofia baconiana,
attacca con estrema violenza nell’Academiarum Examen (Londra) la retorica e
l’oratoria che servono solo per adornare e sono soltanto l’abito e la veste
esteriore di ben più solide scienze, respinge gli studi grammaticali che gli
appaiono inutili ad un reale progresso della conoscenza e insiste sulla
opportunità di una symbolic and emblematic way of writing che superi la
confusione e le imperfezioni delle lingue naturali. Nelle Considerations
touching the style of the holy scriptures di Boyle troviamo lo stesso disprezzo
per ogni inutile abbellimento dello stile. In un interessante brano
autobiografico lo stesso Boyle contrapponeva la sua propensione per la
filosofia sperimentale e per la conoscenza delle cose alla sua avversione e al
suo disprezzo per lo studio delle parole insistendo anche sull’ambiguità e licenziosità
dei termini scientifici che è esiziale al progresso della vera filosofia: my propensity
and value for real learning gives me such aversion and contempt for the empty
study of words. Boyle si e a lungo interessato ai problemi di una lingua
artificiale; sui danni che derivano alla scienza dalla confusione delle lingue
naturali si sofferma a lungo un altro fervente baconiano, Childrey, che nella
sua Britannia Baconia (Londra) afferma che il volto della realtà non va
sfigurato imbrattandolo con il belletto del linguaggio (not disfigure the face
of truth by daubing it over with the paint of language). Anche Sprat, la cui
History of the Royal Society rispecchia anche le opinioni dei suoi illustri
colleghi, condanna l’uso delle metafore, la viziosa abbondanza delle frasi, la
continua variabilità delle lingue come altrettanti mali dai quali gli [Wessrer,
Academiarum examen, Londini, cfr. R. F. Jones,
The works of the honourable
Boyle, ed. Birch, London] uomini di scienza debbono liberarsi.’
Difendendo la Roya! Society dagli attacchi di Henry Stubbe che aveva osato
assa- lire tutti i « true-hearted virtuous intelligent disciples of our Lord
Bacon », George Thompson scrive: "Tis Works, not Words; Things not
Thinking; Pyrotechnie [chimica], not PhAilologie; Operation, not merely
Speculation, must justifie us physicians. Forbear then hereafter to be so
wrongfully satyrical against us noble Experimentators, who questionless are
entred into the right way of detecting the True of things. Le ricerche tendenti
alla costruzione di una lingua filosofica o perfetta trovarono un terreno oltremodo favo- revole
nell’atmosfera culturale che abbiamo ora delineato. E queste diffuse esigenze
di chiarezza e di rigore, questi progetti di una lingua simbolica trassero
senza dubbio alimento dagli sviluppi degli studi matematici, anche se sarebbe
impresa disperata sostenere che i progetti di una lingua universale, ai quali
qui si fa riferimento, dipendano o storicamente derivino da quegli sviluppi. Il
rigore delle dimostrazioni matematiche, il largo impiego, in matematica, di
simboli contribuì però senza dubbio a rafforzare l’idea che fosse possibile,
per gli scienziati, ridurre il loro stile a quella mathematicall plainess di
cui parla, nella History of the Royal Society, il baconiano Sprat: essi hanno
avuto la costante risoluzione di rifiutare tutte le amplificazioni, digressioni
e ampollosità dello stile: hanno voluto far ritorno alla primitiva purezza e
brevità, a quando gli uomini esprimevano molte cose all’incirca con un egual
numero di parole. Hanno richiesto a tutti i membri della So- cietà: un modo di
parlare discreto, nudo, naturale; espres- sioni positive; sensi chiari; una
nativa facilità; la capacità di portare tutte le cose il più vicino possibile
alla chiarezza della ® THoMas SpraT, The history of the Royal Society of
London, London, Cfr. H. FiscH and H. W.
Jones, Bacon's influence on Sprat's History, in « Modern Language Quarterly
Grorce THomprson, Mtooxoplag. Londra, Cfr. R. F. Jones] matematica; una
preferenza per il linguaggio degli artigiani, dei contadini, dei mercanti
piuttosto che per quello dei dotti ».!! A conclusioni più precise di quelle
dello Sprat giunge- vano quegli studiosi che avevano, almeno in parte, subito
l'influenza delle posizioni di Hobbes e accolto la sua definizione dei termini
come simboli di relazioni e di quantità e la sua concezione del linguaggio come
calcolo. Da questo punto di vista è tipica la posizione di Ward, professore di
astronomia ad Oxford, che vede nella symbolicall way invented by VIETA (si
veda), advanced by Harriot, perfected by Oughtred and Des Cartes il rimedio
migliore alla verbosità eccessiva dei matematici. Quel tipo di scrittura,
secondo Ward, può essere esteso all’intero linguaggio in modo che, per ogni
cosa e nozione possano essere trovati simboli appropriati e tali da eliminare
ogni confusione: «I was presently resolved that symboles might be found for
every thing and notion ». Con l’aiuto della logica e della matematica (0y the
help of logic and mathematics) tutti i discorsi umani potranno essere risolti
in enunciati (resolved in sentences), questi in parole (words) e, poiché le
parole significano nozioni semplici o sono in esse risolvibili (eszher simple
notions or being resol- vible into simple notions), una volta rintracciate le
nozioni semplici e assegnati ad esse dei simboli, sarà possibile rag- giungere
un discorso rigorosamente dimostrativo tale da ri- velare (e l’aggiunta è
importante) le nature delle cose (the natures of things). « Un linguaggio di
questo tipo — conclu- deva Seth Ward — nel quale ogni termine sarebbe una de-
finizione e conterrebbe la natura della cosa, potrebbe non ingiustamente essere
denominato un linguaggio naturale, e potrebbe realizzare quell’impresa che i
Cabalisti e i Rosa-cruciani hanno invano tentato di portare a compimento quando
ricercavano, nell’ebraico, i nomi assegnati da Adamo alle cose. A una lingua
universale, composta di caratteri « incomparabilmente più facili di quelli
attuali » e a un “dictionary of sensible words” che fornisse la necessaria
terminologia al meccanicismo hobbesiano, lavora anche, dopo la metà [Sprat, The
history, Warp, Vindiciac academiarum, Londra, Cfr. R. F. Jones, in The
seventeenth century, Petty, membro della Società reale e gran- de pioniere
negli studi di economia politica. « Il dizionario di cui ho parlato — scrive in
una lettera a Southwell — ave- va lo scopo di tradurre tutti i termini usati
nell’argomentazione e nelle materie più importanti in altri termini equiva-
lenti che fossero signa rerum et motuum ».'* Anche Boyle, in una lettera, aveva
visto nel carattere interlinguistico dei simboli matematici, una prova della
possibilità di costruire una lingua composta di caratteri reali. In verità,
poiché i caratteri che impieghiamo in matema- tica sono compresi da tutte le
nazioni europee nonostante che ciascuno dei tanti popoli esprima questa
comprensione nella sua lingua particolare, non vedo alcuna impossibilità a
fare, con le parole, ciò che già abbiamo fatto con i nu- meri. Gli stessi
cultori di algebra e di matematica non furono del tutto estranei a queste
discussioni sul linguaggio, sulla scrittura, sui simboli. Abbiamo già visto
quali fossero, su questi argomenti le opinioni dell’astronomo e matematico Seth
Ward, ma anche negli scritti del grande matematico Wallis il problema dei
carazteri o delle note da impie- gare nell’algebra veniva presentato come un
aspetto del più generale problema dei segni, delle cifre e delle scritture.
For- temente interessato agli sviluppi storici dell’algebra, Wallis metteva
chiaramente in rilievo, nelle pagine del De algebra, i vantaggi che
presentavano, di fronte alla troppo prolissa simbologia di Viète i characteres
o le notae compendiosae di William Oughtred. Nella Mazhesis universalis
troviamo, numerosissimi, i riferimenti al problema della scrittura in genere e
della scrittura occulta in specie: haec qui- dem occulte scribendi ratio,
flagrante nuper apud nos Bello intestino, admodum erat familiaris». Non a caso,
nel De loquela sive sonorum formatione, premesso alla sua Gram- 1° Cfr. The
Petty papers, ed. Marquis of Lansdowne, Londra; Petty-Southwell Correspondence,
cd. Marquis of Lansdowne, Londra. Ma è da vedere anche l’Advice to Hartlib,
Londra, nel quale si accenna al problema dei caratteri reali. Lettera allo
Hartlib, in Works, ed. Birch, ly ip; matica linguae anglicanae, Wallis si era a
lungo soffermato sulle questioni attinenti alla grammatica e ai suoni. Infine
nel De algebra, accanto ad un ferocissimo attacco alla in- competenza
matematica di Hobbes (turpissimis paraloismis ubique scatet liber iste),
troviamo un ampio capi- tolo dedicato ad illustrare i vantaggi che presentano,
per il matematico, le tecniche dedicate al rafforzamento della me- moria. L'influenza
esercitata dall’insegnamento di Comenio sui progetti miranti alla costruzione
di una lingua universale è stata ampiamente e minuziosamente documentata.'*
Nessun libro dedicato alla lingua perfetta era apparso in Inghilterra prima del
viaggio di Comenio a Londra; dopo quel- l’anno si ebbe una vera e propria
fioritura di questi testi. E non si trattava di una coincidenza: Hartlib — che
!5 Il De algebra tractatus historicus et practicus ciusdem origines et progressus
varios ostendens è contenuto nel secondo volume delle Opera mathematica,
Oxoniae, ex Theatro Sheldoniano (Braid.). Sui caratteri di Viète e di Oughtred
cfr. . Per i riferimenti alla scrittura presenti nella mathesis universalis,
sive arithmeticum opus integrum tum philologice tum mathematice traditum cfr.
nella stessa ediz. delle opere. Per l'attacco ad Hobbes cfr. Opera (ma su
questo argomento e sui numerosi scritti antihobbesiani del Wallis cfr. SortaIs,
La philosophie moderne depuis Bacon jusqu'à Leibniz, Paris), sulla memoria è da
vedere il capitolo del De algebra (in Opera) intitolato De viribus memoriae
satis intentae, experimentum. La prima edizione della Grammatica linquae
anglicanae cui pracfigitur de loquela sive sonorum formatione tractatus
grammatico-physicus. Ho visto l’ediz.: Oxoniae, typis L. Lichfield (Braid.).
Sul Wallis matematico cfr., oltre ai correnti manuali di storia delle
matematiche, ]. F. Scort, Mathematical work of |. Wallis, London, l’opera gram-
x maticale è stata studiata da M. LeHNERT, Die Grammatik des ]. Wal- lis,
Breslau. 1 Cfr. StiMson, Comenius and the Invisible college, in « Isis»;
Scientists and amateurs. New York; B. Mott, Comenius and the real character in
England, cit.; sui rapporti Comenio - Wilkins cfr. M. Spinka, /. A. Comenius,
that incomparable Moravian, Chicago] era stato per lunghi anni in
corrispondenza con Comenio e che apparve, agli uomini del suo tempo, il
difensore e il diffusore, in Inghilterra, dell’opera comeniana — fu il più
appassionato sostenitore ed editore di opere sulla lingua uni- versale. Hartlib
pubblicò nel 1646 l’opera del Lodowick (A common writing); incoraggiò numerosi
tentativi per la crea- zione di un vocabolario dei termini essenziali; fu in
corri- spondenza con Boyle su questi problemi; contribuì alla pubblicazione
dell’Ars signorum del Dalgarno. Espliciti riferimenti a Comenio troviamo
presenti negli scritti di Henry Edmundson (Lingua linguarum) e di Webster
(Academiarum examen), mentre Wilkins, il più noto e celebrato fra questi teorici
della lingua perfetta, fu aiutato e incoraggiato da un altro discepolo inglese
di Comenio con cui egli ebbe rapporti di viva amicizia: Theodor Haak. Lo stesso
Comenio, dedicando nel 1668 alla Royal Society la sua Via lucis vestigata et
vestiganda, affermava che l’opera di Wilkins, pubblicata in quello stesso anno,
rappresentava la realizzazione dei suoi programmi e delle sue più alte aspi-
razioni. Proprio nella Via Zucis, che circolava manoscritta in Inghilterra,
Comenio aveva ripreso, con ampiezza molto maggiore, le osservazioni di Bacone
sui « caratteri reali ». I caratteri simbolici usati dai Cinesi — scriveva —
consentono a uomini di differenti lingue di intendersi reci- procamente: se
tali caratteri sembrano cosa buona e vantag- giosa, perché non si potrebbero
dedicare i nostri studi alla scoperta di un «linguaggio reale », alla scoperta
cioè « non solo di una lingua, ma del pensiero e delle verità delle cose
stesse? ». Se la molteplicità delle lingue «è derivata dal caso o dalla
confusione, perché non si potrebbe, facendo uso di un procedimento consapevole
e razionale, costruire un’unica lingua
che sia elegante e ingegnosa e appaia in grado di su- perare quella dannosa
confusione? Se abbiamo la possibilità di adattare i nostri concetti alle forme
delle cose, perché non dovremmo avere quella di adattare il linguaggio a più
esatte espressioni e a più precisi concetti? ».!” 17 Per la Via lucis, che non
sono riuscito a vedere nel testo originale, ho fatto uso della traduzione di
Campagnac: The Way of light of Comenius, London. Il problema di una lingua
universale si era posto come centrale nell'opera comeniana: nel suo pensiero
era senza dubbio presente l'esigenza di una maggior precisione termi- nologica,
di un linguaggio più chiaro, accessibile e rigoroso, ma alla base del suo
progetto non stavano preoccupazioni di “logica” o di “metodologia”; stavano
quelle aspirazioni e quelle esigenze tipicamente “religiose” che avevano
trovato espressione nei testi del lullismo e del neoplatonismo, nelle idee di
universale pacificazione — sulla base di una comune lingua — sostenute dai
panteisti, dai cabalisti e dai Rosa- cruciani. Più che i testi dei lullisi — ai
quali abbiamo spesso fatto riferimento — sarà opportuno ricordare qui la fede
di uno dei maestri di Comenio — Johan Valentin Andrei — in una mistica armonia
delle nazioni (la respublica christia- nopolitana) realizzabile mediante un
nuovo universale lin- guaggio e le osservazioni di Jacob Boehme, un pensatore
ben noto a Comenio, su un originario linguaggio della natura (Natursprache) che
è stato sommerso dalla confusione delle lingue e che va ricostruito e
ricompreso per la salvezza del genere umano.'* Anche per Comenio — come già per
i se- guaci di Lullo e per l’Andreîi — il linguaggio reale o «la perfetta
lingua filosofica » ha dve scopi fondamentali: 1) porre l’uomo a rinnovato
contatto con la divina armonia che è presente nell’universo mostrandogli la
piena coincidenza tra il ritmo del pensiero e quello della realtà, tra le cose
e le parole; porsi quindi come base, l’unica possibile base, per una piena
riconciliazione del genere umano, per una du- ratura, stabile pace religiosa.
Nella moltitudine, varietà e confusione delle lingue, Co- menio aveva visto il
maggiore ostacolo alla diffusione della luce e alla penetrazione, presso tutti
i popoli, della pansofia. Quando sarà costruita «una lingua assolutamente
nuova, !* Cfr. J. V. Anprea£, Fama fraternitatis, pp. 3, 12-13 cit. in B. De
MotT, Comenius and the real character; Jacos BoEH- ME's, Simmiliche Werke, ed.
a cura di K. W. Schiebler, Leipzig, assolutamente chiara e razionale, una
lingua pansofica e uni- versale, allora gli uomini apparterranno a una sola
razza e ad un solo popolo. Sulla par pAilosophica, sulla concordia mundi,
sull'unità del genere umano avevano a lungo insistito, nei secoli del
Rinascimento, PICO (si veda) e Sabunde, Cusano e Guillaume Postel ed è
precisamente a questa tradizione che si richiamavano le speranze
millenaristiche di Comenio. Ma sull'importanza e sul significato dei dissensi
di carattere ter- minologico, sulla necessità di una lingua comune,
sull’opportunità di preservare gli elementi comuni della fede ab- bandonando le
vane « dispute di parole » si era lungamente e ampiamente discusso, durante la
Riforma, negli ambienti più diversi. Non è certo il caso di affrontare qui un
problema così complesso, ma vale certo la pena — anche se in vista di scopi
assai limitati — di indicare qualche posizione ca- ratteristica. Bedel, che fu
in Inghilterra uno dei maggiori sostenitori dell’irenismo e della conciliazione
fra luterani e calvinisti, attribuiva carattere soprattutto ver- bale alle
controversie fra le sètte ed era fortemente interessato ai progetti di lingua
universale di Comenio e dei comeniani inglesi. Ma anche negli scritti dei
teorici della lingua uni- versale questo interesse “religioso” appare quasi
sempre in primo piano. La lingua filosofica — afferma Wilkins — chiarirà le
attuali divergenze in materia religiosa ed esse si riveleranno inconsistenti,
una volta che il linguaggio sarà stato liberato da ogni imperfezione ed
equivocità. L’eliminazione degli equivoci linguistici contribuirà grandemente,
secondo Beck, al progresso della religione nel mondo. Petty vuol tradurre tutti
i termini usati nelle argo- mentazioni in altri termini che siano signa rerum
(« tran- slate all words used in argument and important matters into words that
are signa rerum »), sostiene energicamente una distinzione fra termini
significanti e termini privi di significato, e concepisce l’intero suo dizionario
in funzione di una chiarificazione dei termini della vita religiosa.
Determinando l’esatto significato di God e devill, angel e wordl, heaven e
hell, religion e spirit, church e christian, catholic e pope, si giungerà alla
conclusione che le liti e le guerre fra le di- verse sètte si sono fondate solo
su divergenze terminologiche e che esiste invece la possibilità di una
effettiva intesa sulle nozioni e sulle cose. Anche nell’Ars signorum di
Dalgarno troviamo presente un tentativo di questo genere realizzato mediante un
complicato sistema di divisione dei concetti e di appropriati simboli. Nella
History of the Royal Society, Sprat parla di una filosofia dell’umanità che su-
eri le differenze e le ostilità di carattere religioso: «not to lay the
foundation of an English, Sotch, Irish, Popish [ROMANA] or Protestant
philosophy, but a philosophy of mankind ». Non si tratta solo della convinzione
che la nuova « filosofia speri- mentale » possa affratellare gli uomini al di
là delle separa- zioni politiche e delle differenti convinzioni religiose, si
tratta anche della speranza (ed è questo aspetto che si vuol qui sot-
tolineare) che la stessa organizzazione scientifica possa costi- tuire un
potentissimo mezzo per il ristabilimento della concordia mundi, dell’unità
religiosa e spirituale del genere umano. Non diversamente, del resto, la nuova
scienza era stata intesa da Bacone come uno strumento di universale redenzio-
ne dal peccato originale.? Ove si rinunci a proiettare all’indietro nel tempo i
nostri interessi e i nostri problemi per attribuirli agli uomini che scrissero
ed operarono alla metà del Seicento, bisognerà ren- dersi conto che i progetti
di una lingua « perfetta » o « uni- versale » sui quali in quegli anni si
affaticarono non pochi studiosi, traevano senza dubbio alimento dall’atmosfera
cul- turale legata alla nascita della nuova scienza, dai progressi della fisica
e da quelli della matematica, ma non intendevano certo limitarsi a fornire
chiarimenti semantici agli studiosi di filosofia naturale. Quelle «lingue »
avevano scopi assai più vasti e più ambiziose finalità: intendevano essere
stru- menti di redenzione totale, mezzi per decifrare l’alfabeto divino. Si
connettevano storicamente ai sogni di pacificazio- !° The Petty papers;
Datcarno, Ars signorum, in The works of G. Dalgarno, Edinburgh. Per il passo di
Sprat, cfr. The history, cit., p. 63. Sull’unità religiosa quale fine
dell’organizzazione scientifica insi- ste anche Hartlib. Per questa posizione
cfr. TuRNBULL, Hartlib: a sketch of his life and his relations to |. Comenius,
Londra; Harglib, Dury and Comenius, Londra] ne e alle utopie millenaristiche di
quegli autori che abbiamo fin qui — nel corso di questo libro — preso in esame.
Nell’Ars signorum di Dalgarno e nell’Essay to- wards a real character di John
Wilkins troviamo considera- zioni sui geroglifici e gli alfabeti, sulle
scritture normali c cifrate, capitoli dedicati a discussioni sul linguaggio e
sulla logica, sulla grammatica e sulla sintassi, pagine e pagine nelle quali si
procede ad una minuziosa classificazione degli ele- menti e delle meteore,
delle pietre e dei metalli, delle piante e degli animali, delle attività umane
e delle arti liberali e meccaniche, dizionari dei termini essenziali propri
delle varie lingue, dizionari « paralleli », troviamo infine la pro- posta di
una lingua artificiale. E’ lo stesso intreccio di temi, per noi moderni così
sin- golare e caotico, del quale abbiamo tante volte riscontrato la presenza in
tutte quelle opere e quelle enciclopedie che, di- rettamente o indirettamente,
si richiamano al filone logico- enciclopedico del lullismo. Per amore di
chiarezza e di bre- vità, oltre che per facilitare il lettore, si cercherà,
nelle pagine che seguono, di individuare, enumerandole successiva- mente,
alcune tesi concernenti la lingua perfetta o universale che rivestono
un'importanza centrale e che appaiono re- ciprocamente connesse. L'esposizione
del contenuto delle va- rie opere servirà di volta in volta a documentare e a
chiarire il significato di ciascuna delle affermazioni che seguono. I teorici
della lingua perfetta, filosofica o universale
muovono dalla contrapposizione tra lingue natu- [L’opera di Wilkins è
suddivisa in quattro parti: Prolegomena; Universal philosophy, Philosophycal
grammar, Real character and. philosophical language. Il titolo dell’opera del
Dalgarno è il seguente: ARS SIGNORVM: VVLGO CHARACTER VNIVERSALIS ET LINGUA
PHILOSOPHICA QVA POTVERVNT HOMINES DIVERSISSIMORVM IDIOMATVM SPATIO DVARVM
SEPTIMANARVM OMNIA ANIMI SVA SENSA NON MINVS INTELLIGIBILITER SIVE SCRIBENDO
SIVE LOQVENDO MVTVO COMMVNICARE QVAM LINGVIS PROPRIIS VERNACVLIS PRAETEREA HINC
ETIAM POTVERVNT IVVENES PHILOSOPHIAE PRINCIPIA ET VERAM LOGICES PRAXIN CITIVS
ET FACILIVS MVLTO IMBIBERE QVAM EX VVLGARIBVS PHILOSOPHORM SCRIPTIS, Londini,
cxcudebat J. Hayes sumptibus authoris (Ambrosiana, Villa Pernice, e Par Naz.).]
-rali e lingue artificiali e intendono costruire una lingua artificiale o
sistema di segni che risulti comunicabile e comprensibile (quindi adoperabile
sia nel linguaggio scritto che in quello parlato) indipendentemente dalla
lingua na- turale che effettivamente si parla. I caratteri dei quali la lingua
è composta, sono effables in ogni distinct language, in ogni caso le regole
della lingua universale non è detto che coincidano con quelle proprie delle
lingue naturali. La lingua artificiale è resa possibile dal fatto che le
nozioni interne o apprensioni delle cose (internal notions or apprehension of
things) o immagini mentali (mental ima- ges) sono comuni a tutti gli uomini,
mentre i nomi attribuiti alle nozioni e alle cose sono, nelle varie lingue
naturali, suo- ni o parole (sounds or words) nati dalla convenzione o dal caso
mediante i quali si esprimono, diversamente da lingua a lingua, le nozioni
interne o immagini mentali. A nozioni comuni, non corrispondono quindi, allo
stato presente delle cose, espressioni (expressions) comuni: creare
artificialmente queste ultime è appunto il compito che si propongono i teo-
rici della lingua universale.” 3) La lingua artificiale (che farà corrispondere
all’ac- 22 J. Witxins, Essay, cit., To the reader. 23 J. WiLkins, Essay, As men
do generally agree in the same principle of reason, so do they likewise agree
in the same internal notion or apprehension of things. The external expression
of these mental notions, whereby men communicate their thoughts to one another is
to the EAR -- by sounds, and more particularly by articulate voice and words.
That conceit which men have in their minds concerning a horse or a tree, is the
notion or mental image of that beast or natural thing, of such a nature, shape
and use. The NAME given to these in several languages – such as Latin, or
Italian --, are such ARBITRARY sounds or words, as nations of men – such as the
Romans -- have agreed upon, either causally or designedly, to express their
mental notions of them. The written word is the figure or picture of that
sound. So that, if men should generally consent upon the same way or manner of
expression, as they do agree in the same notion, we should then be freed from
that curse in the confusion of do with all the unhappy consequences of it.] -cordo
già presente nella sfera delle immagini mentali anche l'accordo nelle
espressioni) costituisce dunque un efficace rimedio alla babelica confusione
delle lingue – dopo la scolastica latina -- e potrà eliminare le assurdità e le
difficoltà, le ambiguità e gli equivoci di cui son piene le varie lingue
naturali, come il italiano e il francese. Tutta prima parte (Prologomena)
dell’opera di Wilkins è dedicata a un esame, assai ampio e minuto, della
situazione in cui versano le varie lingue, dei mutamenti e delle corruzioni
(changes and corruptions) che in esse si verificano, dei loro difetti
(defects), del problema dell'origine del linguaggio. Wilkins parte dal
presupposto — comune del resto a tutti questi studiosi — che ogni lingua
naturale sia di necessità imperfetta. Ogni mutamento che si verifica nel
patrimonio linguistico coincide per lui con un processo di graduale corruzione.
Every change is a gradual corruption – witness the passage from Cicero’s Latin
to Alighieri’s Italian! Nel mescolarsi della nazione romana mediante i
commerci, nei matrimoni tra sovrani, nelle guerre e nelle conquiste, nel
desiderio di eleganza dei dotti che conduce a respingere la forma linguistica
tradizionali, egli vede altrettanti fattori di corruzione. Tutte le lingue, ad
eccezione di quella originaria di ROMOLO, sono state create per imitazione
(‘mitation), derivano dall’arbitrio o dal caso. In tutte le lingue sono quindi
presenti difetti che, con l’aiuto dell’arte, possono essere eliminati. Neither
letters nor languages have been regularly established by the rules of art. La non
artificialità delle lingue, quella che noi chiameremmo la loro spontaneità,
appare a Wilkins una specie di vizio d’origine e di peccato originario, la
fonte di un inevitabile processo di degenerazione, la radice di una confusione
sempre maggiore. In poche centinaia di anni — egli afferma — alcune lingue
possono andare completamente perdute, altre si trasformano fino a diventare
inintelligibili. La grammatica (unica arte che po: trebbe introdurre ordine nel
linguaggio) si è costituita più tardi delle lingue stesse e si è quindi
limitata a prendere atto di una situazione dominata dall’ambiguità dei termini
che assumono, a seconda dei contesti, una enorme varietà di si- gnificati.
Identica è, su questo punto, la posizione sostenuta da Dalgarno: l’arte ha il
compito «di porre rimedio alle difficoltà e alle confusioni di cui son piene le
varie lingue, eliminando ogni ridondanza, rettificando ogni anomalia, togliendo
di mezzo ogni ambiguità ed equivocità. La lingua artificiale –
DEUTERO-ESPERANTO -- vien presentata come un mezzo di comunicazione enormemente
più « facile » di tutti quelli attualmente in uso. Nelle pagine di Dalgarno e
di Wilkins ritroviamo presenti quelle mirabolanti promesse che aveva- no
riempito, per due secoli, i frontespizi delle opere lullia- ne e mnemotecniche.
Nello spazio di due settimane, afferma Dalgarno, uomini di differenti lingue
potranno giungere a comunicare per scritto e oralmente « non minus intelligibi-
liter quam linguis propriis vernaculis ». In un mese, secondo Wilkins, un uomo
di normali capacità intellettuali può im- padronirsi della lingua universale ed
esprimersi in essa con la stessa chiarezza con la quale si esprimerebbe in
latino dopo quarant'anni di studio. La lingua artificiale esercita una funzione
terapeutica nei confronti della filosofia che puo esser liberata dalle sue
malattie (l’uso dei sofismi e l’abbandono alle logomachie) e, per la sua
esattezza, può porsi come valido strumento per un ulteriore perfezionamento
della logica. In una parola l’Ars signorum non solo rappresenta un rimedio alla
confusione delle lingue, non solo offre un mezzo di comunicazione più facile di
qualunque altro finora conosciuto, ma anche cura la filosofia dalla malattia
dei sofismi e delle logomachie, e la provvede di più elastici e maneggevoli
strumenti opera- tivi (c0/edly and manageable instruments of operation) per
definire, dividere, dimostrare ecc. Dall’adozione della lingua artificiale
risulterà facilitata la trasmissione delle idee fra i popoli. I confini della
conoscenza potranno in tal modo essere allargati e potrà esser perseguito, con
nuovo vigore, quel bene generale dell’uma- 24 Per quanto qui esposto cfr.
Witkins, Essay. Sulla grammatica cfr.: The very art by which a language such as
Italian should be regulated, viz. grammar, is of much later invention than the
language itself, being adapted to what is already in being, rather than the
rule of making it so. Per Dalgarno, cfr. Funke, Weltsprachenproblem, WILKINS,
Essay, Datcarno, Ars signorum] nità (general good of mankind) che è superiore a
quello di ogni particolare nazione. La nuova lingua puo contribuire in modo
decisivo allo stabilimento di una vera pace. Questo progetto contribuirà
grandemente a ri- muovere alcune delle nostre moderne divergenze in religione
smascherando molti stravaganti errori che si nascondono sotto le frasi
affettate; una volta che queste saranno filosoficamente spiegate e ritradotte secondo
la genuina e naturale importanza delle parole, si riveleranno inconsistenti e
contraddittorie. I segni dai quali è costituita la lingua universale sono
caratteri reali nel senso attribuito da Bacone a questo termine): segni
convenzionali che rappresentano o significano non i suoni e le parole, ma
direttamente le nozioni e le cose. Riprendendo le tesi di Bacone e
richiamandosi alle discussioni allora assai diffuse sui geroglifici, Wilkins
distingue dalle normali lettere dell’alfabeto (originariamente inventate da
Adamo – o Romolo – o Ennea – o il fondatore di Troia) le note (rotes) che sono
for secrecy e for orevity. AI primo tipo ‘appartengono la Mexican way of
writing by pictures e i geroglifici egiziani che sono rappresentazioni di
creature viventi o di altri corpi dietro i quali gl’Egiziani nascosero i
misteri della loro religione »; al secondo tipo appartengono quelle letters o
marks dei quali ci si può servire, come di una forma di scrittura abbreviata,
per esprimere una qualsiasi parola. In tutto diversa è la fun- zione del « real
universal character » che « should not signi- fie words, but things and
notions, and consequently might be legible by any nation in their our tongue
».?* Tutti i caratteri, secondo Wilkins, significano naturally o by
institution. Quelli che significano naturalmente sono pictures of things o
altre immagini o rapppresentazioni simboliche. Gl’altri derivano il loro
significato da una conven- [Wikkins, Essuy, cit., Epistola dedicatoria. 28
Sulle note e i geroglifici egiziani J. Witkins, Essay; parlando dei caratteri
reali Wilkins fa riferimento a Bacone (« hath been reckoned by learned men
amongst the desiderata) e alle pagine di Bacone sulla scrittura cinese:
mediante i caratteri reali « the inha- bitants of that large kingdom, many of
them of different tongues, do communicate with one another, every one
understanding this common character, and reading in his own language.] zione ARBITRARIA
LIBERAMENTE – pel libero aribtrio -- ACCETTATA. A quest’ultimo tipo appartenono
i caratteri reali che dovranno essere semplici, facili, chiaramente
distinguibili l’uno dall'altro, di suono gradevole e di forma graziosa, come
nell’ITALIANO, e, soprattutto, dovranno essere methodical. Rivelanti cioè la
presenza di corrispondenze, di relazioni e di rapporti fra segni. Fra i segni e
le cose esiste una relazione univoca ed ogni segno corrisponde al una cosa o
azione («to every thing and notion there were assigned a distinct mark): il
progetto di una lingua universale implica dunque quello di una enciclopedia,
implica cioè la enumerazione completa e ordi- nata, la classificazione rigorosa
di tutte quelle cose e nozioni alle quali si vuole che, nella lingua perfetta,
corrispon- da un segno. Poiché la funzionalità della lingua universale dipende
dalla vastità del campo di esperienza che essa riesce ad abbracciare e del
quale riesce a dar conto, al limite la lin- gua perfetta esige una preliminare
classificazione di tutto ciò che esiste nell'universo e che può essere oggetto
di discorso, richiede una enciclopedia totale, la costruzione di « tavole per-
fette ». In vista di questa classificazione totale, di questa riduzione a
tavole delle cose e nozioni, viene elaborato un metodo classificatorio fondato
sulla divisione in categorie ge- nerali, in generi e in differenze. Solo
mediante questa grande costruzione enciclopedica ogni segno impiegato potrà
fun- zionare come il segno di una lingua perfetta: fornire cioè una esatta
definizione della cosa o nozione significata. Si ha infatti definizione quando
il segno rivela il « posto » che la cosa o azione (indicata dal segno) occupa
in quell’insieme ordinato di oggetti reali e di azioni reali rispetto al quale
le tavole si pongono come uno specchio. Inizialmente i costruttori di queste
lingue universali segueno una strada in parte differente. Iniziano la raccolta
di tutti i termini primitivi (primitive o radical words) contenuti nelle varie
lingue per giungere alla costruzione di un dizionario essenziale. In questa
direzione si e mosso lo stesso Wilkins in un’opera che riecheggiava nel titolo
una espressione di Co- [Sugli alfabeti cfr. J. Wilkins, Essay, sulla
distinzione dei caratteri e sulle loro caratteristiche] menio: Mercury or the
secret and swift messenger. I termini radicali apparivano qui a Wilkins in una relazione
meno ambigua con le cose di quanto non fossero i derived words.° A questa
stessa ricerca dei termini primitivi (si ricordino a questo proposito le tavole
dei termini fondamentali del Bister- field) si erano dedicati, in Inghilterra,
Lodowick nella sua opera sul linguaggio perfetto e Beck nell’Ur:iversal
character. Quest'ultimo aveva impiegato, come caratteri, i numeri arabi dallo 0
al 9; le combinazioni di tali caratteri, esprimenti tutti i termini primitivi
di ciascuna lingua, erano disposte in ordine progressivo da 1 a 10.000, un
numero, questo, che appariva a Beck sufficiente ad esprimere tutti i ter- mini
di uso generale. Ad ogni numero corrispondeva un ter- mine di ogni lingua: ne
risultava un « dizionario numerico » i cui termini venivano poi disposti
alfabeticamente (a seconda delle varie lingue) in un altro dizionario
alfabetico. Ciascuno dei due dizionari serviva in tal modo da chiave all’altro.?! L'adozione dei caratteri reali
con l’annesso progetto di una costruzione di « tavole complete » fece poi
passare in se- conda linea la ricerca dei radicals words: si trattava ora di
procedere alla riduzione di tutte le cose e le nozioni alle ta- vole («the
reducing all things and notions to such kind of tables »). Costruire una
raccolta di questo genere apparve a Wilkins un’impresa più adatta ad una
accademia e ad un’epoca che a una persona singola: la principale difficoltà
consisteva proprio nella completezza (« without any redundacy or deficiency as
to the number of things and notions ») e nella siste- maticità (regular as to
their place and order). Il problema dei termini primitivi o radicali non poteva
tuttavia essere eluso: le tavole non potevano evidentemente contenere dav- vero
tutto. Le cose e le nozioni in esse classificate ed enume- rate erano solo
quelle che rientravano (si era deciso di far rientrare) nella lingua universale
o « cadevano all'interno del discorso »: «a regular enumeration and description
of all [ J. WiLkins, Mercury or the secret and swift messenger, ahewing how a
man may with privacy and speed communicate his thoughts to a friend at a
distance, London (ediz. London). Cfr. EMery, Wilkins' universal language, those
things and notions to wich names are to be assigned... enumerating and
describing all such things and notions as fall under discourse... ».?* La
completezza della lingua veniva fatta dipendere dalla completezza delle tavole
che erano presentate come uno spec- chio dell'ordinamento del mondo reale, ma
per realizzare una completezza che non fosse irrealizzabile (enumerazione com-
pleta) Wilkins riprese l’esigenza che era stata alla base della ricerca dei
radical words. Le tavole non dovevano contenere tutto, ma soltanto le cose di «
a more simple nature »; quelle di «a more mixted and complicated signification
» dovevano essere ridotte alle prime ed espresse mediante perifrasi (per:
phrastically). Il dizionario alfabetico inglese posto da Wilkins in appendice
alla sua opera intende rispondere a questo scopo: mostrare come tutti i termini
della lingua inglese possano essere in qualche modo riportati a quelli elencati
e ordinati nelle tavole. Per realizzare l’ordinamento in tavole di tutte le
cose e nozioni Wilkins fornisce un elenco di XL generi, ciascuno dei quali
viene poi suddiviso secondo le differenze che (fatta eccezione per alcune
classificazioni zoologiche e bota- niche) sono sei di numero. I primi sei
generi, che compren- dono « such matters, as by reason of their generalness, or
in some other respect, are above all those common head of things called
predicaments », sono: I. Trascendentale generale 4. Discorso 2. Relazione
trascendentale mista Dio Relazione trascendentale di azione 6. Mondo Gli altri
trentaquattro generi sono ordinati come segue sotto i cinque predicamenti : 22
J. Wikins, Essay, cit., pp. 20-22 e numerosi passi contenuti nel- l’epistola
dedicatoria. % Wilkins, Essay: An alphabetical dictionary wherein all english
words according to their various significations are either referred to their
places in the philosophical tables, or explained by such words as are in the
tables. Wilkins, Essay. Per l'esposizione che segue cfr. anche .; c il
riassunto delle varie parti dell’opera. Erba considerata secondo: Animali:
Parti : Sostanza Elemento Pietra Metallo Foglia Fiore Seme Arbusto Albero .
Esangui . Pesce . Uccello . Bestia . Parti peculiari . Parti generali QUANTITÀ
(Cf. Grice) Grandezza Spazio Misura Privata : Pubblica : QUALITÀ (Cf. Grice).
Potere naturale Abito Costumi Qualità sensibile Malattia Azione Spirituale
Corporea Movimento Operazione RELAZIONE (Cf. Grice). Economica Proprietà
Provvigione Civile Giudiziaria Militare Navale Ecclesiastica Ciascuno di questi
XL generi viene suddiviso secondo le sue differenze e si enumerano poi le varie
specie ap- partenenti a ciascuna delle differenze «seguendo un ordine e una
dipendenza tali che possano contribuire a una defini- zione delle differenze e
delle specie, determinando il loro si- gnificato primario ». Dell’ottavo genere
(pietra) vengono per esempio enumerate sei differenze: Le pietre possono essere
distinte a seconda che siano: Volgari o senza prezzo Di prezzo medio Preziose:
Meno trasparenti Più trasparenti Le concrezioni terrestri sono: Solubili
Non-solubili Ciascuna delle differenze è suddivisa nelle varie specie. Le «
pietre volgari » (prima differenza) comprendono per esem- pio otto specie che
non vengono (questo accorgimento è essen- ziale alla tecnica di Wilkins)
semplicementeelencate, ma variamente raggruppate, all’interno della tavola, e
classificate a seconda della maggiore o minore grandezza, dell’uso che se ne fa
e dell'impiego nelle arti, dell'assenza o presenza di elementi metallici, ecc.
Di questo tipo sono le tavole di Wilkins, che occupano poco meno di trecento
pagine, in corpo fittissimo, della sua opera. Mediante questa ordinata
classificazione delle cose e nozioni alle quali « devono essere assegnati i
nomi in accordo alle loro rispettive nature, si è realizzata quella universal
philosophy che sta alla base della lingua perfetta e che indica l'ordine, la
dipendenza e le relazioni tra le nozioni e tra le cose. Mediante l’uso di
lettere e di segni convenzionali è ora possibile dar luogo a un linguaggio
universale che è il corri- spettivo della « filosofia universale ». I generi
(ci limitiamo qui ai primi nove) vengono indicati come segue: Trascendentale
generale Ba Relazione trascendentale mista Ba Trascendentale di azione Be
Discorso Bi Dio Dx Mondo Da Elemento De Pietra Di Metallo Do Per esprimere le
differenze vengono indicate, nell’ordine, le consonanti B, D, G, P, T, C, Z, S,
N; le specie vengono indicate ponendo, dopo la consonante che indica la diffe-
renza, i segni seguenti: a, a, €, i, 0, ò, Y, yi, yo. Per esempio: Di significa
« pietra »; Did significa la prima differenza che è « pietra volgare »; Diba
indica la seconda specie che è « ragg »; De significa elemento; Ded significa
la prima differenza che è « fuoco »; Deba denoterà la prima specie che è «
fiamma », Det sarà la quinta differenza che è « meteore » e Dera la prima
specie della quinta differenza che è « arcobaleno ». Individuando la posizione
che un dato termine occupa nelle tavole si potrà definirlo, determinare cioè
con sufficiente chiarezza il “primary sense of the thing’. Le tavole di Wilkins
forniscono senza dubbio non poche informazioni: per esempio il significato del
termine « diamante » risulterà, in base alle tavole, esser quello di una
sostanza, di una pietra, di una pietra preziosa, trasparente, colorata, durissima,
bril- lante. Ma varrebbe la pena di soffermarsi su alcune tipiche definizioni
come quella di «bontà » 0 di « moderazione » v di «fanatismo ». La formazione
del plurale, degli aggettivi, delle preposizioni, dei pronomi, ecc. consente a
Wilkins di giungere, sia pure assai faticosamente, alla costruzione di una vera
e propria lingua. Dell’uso di questa, impiegando prima le lettere alfabetiche
poi i più complessi « caratteri reali » egli ci offre un esempio con la
traduzione del Pater noster e del Credo. In modo non dissimile aveva proceduto Dalgarno
quando aveva costruito, nell’Ars signorum, vulgo character universalis et
lingua philosophica, una classificazione logica di tutte le idee e di tutte le
cose dividendole in diciassette classi supreme: A. Essere, cose M. Concreti
matematici ». Sostanze N. Concreti fisici E. Accidenti F. Concreti artificiali
I. Fsseri concreti B. Accidenti matematici (composti di sostanza e acci- ID.
Accidenti fisici generali denti) G. Qualità sensibili O. Corpi P. Accidenti
sensibili v. Spirito T. Accidenti razionali U. Uomo K. Accidenti politici
(compesto di corpo e spirito) S.
Accidenti comuni Ciascuna delle diciassette classi supreme veniva suddivisa in
sottoclassi che si distinguevano per la variazione della se- conda lettera.
Ecco, a titolo di esempio, la sottoclasse di K : Ka. Relazione di ufficio Ko.
Ruolo del giudice Kn. Relazione giudiziaria Kwv. Delitti Ke. Materia
giudiziaria Ku. Guerre Ki. Ruolo delle parti Ska. Religione I termini, compresi
in ciascuna delle sottoclassi, si distin- guono per la variazione dell’ultima
lettera. In questi termini la lettera s, non iniziale, è « servile » e non ha
un senso logico determinato, r indica l’opposizione, / il medio fra gli
estremi, v è l'iniziale dei nomi di numeri. Sotto Ska (religione) sono compresi
i termini seguenti: Skam: grazia Skag: sacrificio Skan: felicità Skap:
sacramento Skaf: adorare Skat: mistero Skab: giudicare Skak: miracolo Skad:
pregare L'introduzione della lettera ” consentirà la determinazione degli
opposti che sono, in questo caso, natura che si op- pone a grazia; miseria che
si oppone a felicità; profanare che si oppone ad adorare; lodare che si oppone
a pregare. Riproducendo nei dettagli questa classificazione Leibniz comporrà quelle
ampie tavole di definizioni che costituiscono il più importante documento del
suo progetto di una universale enciclopedia. La funzionalità di queste
complicate lingue artificiali è evidentemente legata (sia nel caso di Wilkins
sia in quello di Dalgarno) alla maggiore o minore funzionalità della loro
macchinosa classificazione delle cose e delle nozioni. A proposito di
quest’ultima, resta da sottolineare una tesi caratteristica delle posizioni
delle quali qui ci occupiamo e alla quale abbiamo più volte accennato.
L’enciclopedia, l’in- sieme delle tavole — e quindi la lingua artificiale che
ne è il correlato — appaiono valide in quanto costituiscono lo specchio
dell’ordine presente nella realtà. La classifica zione dev'essere fondata
sull’ordine delle cose; i rapporti di relazione fra i termini riproducono
rapporti e relazioni reali: apprendendo i caratteri e i nomi delle cose,
verremo istruiti similmente nelle zazure delle cose: questa duplice conoscenza
dev’essere congiunta. Per realizzare davvero ciò è necessario che la stessa
teoria, sulla quale il nostro progetto è fondato, riproduca esattamente la
natura delle cose Couturat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Paris (Phil. Witkins, Essay. By learning the
character and the names of things, we should be instructed likewise in their
natures, the knowledge of both which ought to be conjoyed. For the accurate
effecting of this, it would be necessary, that the theory itself, upon which
such a design is to be founded, is exactly suited the nature of things. Non a
caso Wilkins, che pure dedica ai problemi del linguaggio non poche delle sue
energie, ripete, con Bacone e con i baconiani: as things are better then [sic] words,
as real knowledge is beyond the elegancy of a speech like the Italian speech. I
segni della lingua perfetta o universale consentono dunque di individuare con
la massima precisione il posto che ciascuna cosa (o azione) occupa nelle
tavole, permettono cioè di collocare esattamente ogni singolo oggetto naturale
in quell'ordine universale che è rispecchiato dalla ewrniversal philo- sophy o
enciclopedia. Mediante questa collocazione si possono individuare le relazioni
tra la cosa significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie, si
possono determinare i rapporti intercorrenti tra la cosa stessa e le differenze
c i generi dai quali essa è contenuta come elemento. Perché si potesse giungere
con la necessaria rapidità a realizzare queste collocazioni, giungendo in tal
modo a precise, esaurienti de- finizioni, Wilkins aveva elaborato tutta una
serie di accorgimenti di tipo mnemonico: « Se questi segni o note vengono
costruiti in modo da essere in un reciproco rapporto di dipen- denza e di
relazione conveniente alla natura delle cose signi- ficate, e similmente se i
nomi delle cose vengono ordinati in modo da contenere nelle lettere o suoni che
li compongono una specie di affinità e opposizione in qualche modo rispon-
dente alle affinità e alle opposizioni delle cose significate, si avrebbero
ulteriori vantaggi: oltre che aiutare la memoria (helping the memory) in modo
ottimo, l’intelletto verrebbe grandemente rafforzato Mott, commen- tando questo
passo, ha scritto con molta chiarezza: «era fa- cile richiamare alla mente il
termine atto a indicare l'oggetto salmone se si sapeva che il termine era
composto di due sil- labe e cominciava con Za, il simbolo del genere pesci...
Una volta ricordato il termine Zara lo studioso, data la sua fami- liarità con
la progressione alfabetica dei caratteri, avrebbe [Witkins, Essay, cif.,
cpistola. 38 J. Witxins, Essay, avuto chiaro il posto del salmone all’interno
del genere pesci e, in ultima analisi, entro l’intero schema della creazione dr
* L’insistenza sul valore mnemonico della lingua univer- sale, presente nell’opera
di Wilkins, non era casuale : una lingua di questo genere sembrava in effetti
esaudire le spc- ranze e realizzare le aspirazioni di tutti quei teorici della
me- moria artificiale che avevano inteso « disporre ordinatamente — entro i
loro complicatissimi teatri — tutti quei luoghi che possono bastare a tenere a
mente et ministrar tutti gli humani concetti, tutte le cose che sono in tutto
il mondo. Tutti i maggiori teorici della lingua universale insistono del resto,
concordemente, sul valore mnemonico dei linguaggi perfetti. Cipriano Kinner,
che collabora con Comenio c che per primo aveva formulato nei dettagli il
progetto di una lingua artificiale, concepiva la sua lingua non solo come un
rimedio alla « babelica confusione delle lingue naturali », ma anche, e
soprattutto, come un potente, prezioso « aiuto alla memoria ». Col suo metodo
gli studiosi di scienze natu- rali avrebbero potuto ritenere le nozioni più
complicate e dif- ficili: «quale botanico, anche espertissimo, potrebbe impri-
mersi nella memoria, fra tanta varietà di autori in contrasto, le nature e i
nomi di tutte le piante? L'adozione
della lingua artificiale i cui termini indicano la natura c le qualità di ogni
singola pianta e il posto che ciascuna pianta occupa nella clas- sificazione
per generi e specie, renderà quest’impresa, in apparenza disperata, possibile e
oltremodo facile: « mediante la lingua artificiale tutto potrà essere ricordato
e recitato senza interruzioni, così come in un’aurea catena, composta di un
migliaio di anelli, se vien mosso il primo anello, si muovono tutti gli altri,
anche se noi non vogliamo affatto che essi si muovano ».°! Non diversamente da
Kinner, anche Lodowick, Edmundson e Dalgarno metteranno in luce il valore
mnemo- nico della lingua universale, mentre Wilkins presenterà più volte, nel
corso del suo Saggio, la sua lingua come un aiuto °° B. De MotT, Science versus
mnemonics, Cfr. G. CAMINO (si veda), Opere, Venezia, A. Griffo. Il testo del
Kinner è contenuto in una lettera a Hartlib pubblicata da B. De Mott, The
sources of the philosophical language, Journal of Engl. and Germ. Philol.] alla
debolezza della memoria naturale. I tremila termini dei quali la sua lingua è
composta, sono certo in numero assai minore di quelli impiegati in una
qualunque lingua cffetti- vamente parlata e tuttavia questi tremila termini «
sono ordi- nati in modo da poter esser ricordati più facilmente di mille
termini propri di una qualunque lingua naturale ».'? In una lettera scritta a
Boyle, Beale, membro della Royal Society, raccomanda l’uso dei mnemonical
characters (così egli chiama i caratteri reali) giacché essi gli apparivano in
grado di introdurre finalmente ordine in tutte le possibili combinazioni di
lettere, di sillabe e di parole.] Come Kinner aveva ben visto, il problema
della funzione mnemonica delle lingue artificiali si presentava strettamente
connesso a quello della classificazione dei minerali, delle piante, degli
animali. Proprio su questo argomento si apre un’interessante discussione della
quale fu prota- gonista John Ray, l’autore della monumentale Historia plantarum
generalis, uno dei maggiori scienziati. Congiuntamente al Willoughby il Ray
collabora attivamente all’opera di Wilkins, elaborando una classi: ficazione
delle piante rispondente agli scopi e alle esigenze proprie della lingua
universale. Alle tavole della grande enciclopedia contenuta nell’Essay towards
a real character and a philosophical language non spettava certo, secondo
Wilkins, una funzione meramente ausiliaria. Nei suoi propositi e nei suoi
intendimenti le tavole « soprattutto quelle concernenti i corpi naturali »
avrebbero dovuto « promuovere e facilitare la conoscenza della natura »
contribuire cioè in modo diretto al lavoro di ricerca svolto dai membri della
Royal Society. Rivolgendosi al presidente e ai membri della illustre accademia
Wilkins affermava: « nelle tavole ho disposto le cose in un ordine che potrà
essere appro- vato dalla Società: in esse potrete trovare un ottimo metodo per
la costruzione di un repository che servirà da un lato a ordinare le cognizioni
già possedute e dall’altro a supplire le eventuali lacune ». Le ambizioni di
Wilkins dovevano essere 42 Per i riferimenti alla memoria: WiLkins, Essay. La
lettera è ripubblicata in R. BovyLE, Works, cir.] presto deluse, ma è certo che
il suo tentativo di una ordinata, completa classificazione dovette interessare
fortemente quanti erano impegnati, in sede di scienze della natura, alla
costru- zione di classificazioni riguardanti campi limitati di esperienza. E’
stato notato, molto acutamente, che Wilkins si proponeva di fare con le parole
ciò che Linneo farà più tardi con le piante: * « scopo principale di queste
tavole — scriveva il buon vescovo di Chester — è di offrire una enumerazione
sufficiente di tutte le cose e nozioni e contemporaneamente di disporle in
ordine tale che il posto assegnato a ciascuna cosa possa contribuire alla
descrizione della sua natura indicando la specie generale e particolare entro
la quale la cosa è collo- cata e la differenza per la quale essa è distinta
dalle altre cose della stessa specie ».! Sulla base di questa convergenza di
interessi e di problemi si verificò, di fatto, una collaborazione fra Wilkins
da un lato e Willoughby e John Ray dall’altro. Le classificazioni di ani- mali
e di piante, presenti nell’Essay, sono infatti opera dei due illustri
scienziati. Ad essi si era rivolto nel 1666 lo stesso Wilkins per poter inserire
nel suo testo una « regular enume- ration of all the families of plants and
animals ».‘*° L' inte- resse del Ray al progetto dello Wilkins non era certo
margi- 41 C. EMery, /. Wilkins universal language, cWiLkins, Essay, Si veda la
lettera di John Wilkins a Willoughby in W. DerHax, Philosophical letters,
London. Il piano di Wilkins relativo alla lingua universale circola; sui
contatti di Wilkins con Ray c Willoughby si vedano le considerazioni di Mott,
Science versus mnemonics. Sull’opera scientifica di Ray che e detto il Plinio inglese e che fu il
primo a far uso del termine specie nelle classificazioni botaniche cfr. E.
GuyenoT, Les sciences de la vie, Paris, OtLiver, Makers of british botany,
Cambridge; Raven, /. Ray naturalist, London, ma sì vedano anche le precise
osservazioni di MarceLLA RENZONI, nell'ampio e preciso commento a Burron,
Storia naturale, Torino] La celebre classificazione del Ray, presente nel
Mezliodus plantarum nova del 1682 non è che una rielaborazione di quella già
pubblicata nell'opera di Wilkins. Sull’opera congiunta di Ray e di Willoughby
(autore della Orzitfologia; della Historia piscium; della Historia insectorum,
cfr. anche E. GurExor, Biologie humaine et animale nel secondo vol. della
Histoire générale des sciences, Paris] nale: l’insigne scienziato si sottopose
all’ingrata fatica di tra- durre in latino, per renderlo accessibile a tutta
Europa, l'intero testo dell'Essay. Le sue divergenze con Wilkins nasceno però
sul terreno del metodo, riguardano proprio gli aspetti mnemonici della lingua
universale. Nella costruzione di queste tavole — scrive Ray a Lister — non mi
si è richiesto di seguire i comandi della natura, ma di adattare le piante al
sistema proprio dell’autore. Io debbo dividere le erbe in tre classi il più possibile
eguali, suddividere poi ciascuna classe in differenze stando attento a che le
piante ordinate entro ciascuna differenza non superino un dato numero fisso. Chi
potrebbe sperare che un tal metodo sia soddisfacente? Esso appare assurdo e
imperfettissimo, debbo dire francamente che si tratta di un metodo assurdo
perché attribuisco più valore alla verità che alla mia personale reputazione. Anche
Wilkins, proprio come Ray, aveva inteso che i suoi schemi « seguissero con
esattezza la natura delle cose », ma, a diffe- renza di Wilkins, Ray trovava
assai difficile iceordare: almeno in sede di botanica, l’a/fabeto e la natura,
l'ordine della me- moria e l’ordine presente nella realtà. Di fronte alle
difficoltà di una classificazione degli animali e delle piante entrava in
crisi, in realtà, quella assoluta regolarità delle tavole che era essenziale al
funzionamento della lingua perfetta: i quaranta generi « may be subdivided by
its peculiar differences, which, for the better convenience of this institution,
I take leave to determine (for the most part) to the number of six. Unless it
be in those numerous tribes of herbs, trees, exanguious animals, fishes, and
birds, which are of too great variety to be com- prehended in so narrow a
compass »."* Sul metodo come ordinata classificazione, come divisione,
costruzione di armoniose tavole e di regolarissime gerarchie, avevano
concordemente insistito, per secoli, i teorici dell’ars reminiscendi. Proprio
nella costruzione dei «teatri » e degli 4? La traduzione di Ray, che fu
effettivamente condotta a termine, non fu mai pubblicata. Cfr. Select Remains
of the learned Ray by Derham, ed. G. Scott, London, The correspondence of Ray,
ed.Lankester, London. Sul significato di queste riserve cfr. Mott, Science
versus mnemonics, Wikins, Essay, «alberi », negli ordinamenti e nelle
classificazioni essi ave- vano visto i più importanti strumenti per realizzare
una me- moria artificiale che potesse soccorrere aila debolezza delle naturali
facoltà ritentive. Da questo terreno storico aveva tratto alimento l’idea, così
diffusa, di una logica memorativa, di una sostanziale affinità tra la logica
(il metodo) e la memoria (come facoltà di ritenere l’ordinato si- stema di
tutte le scienze). In questo senso Ramo aveva attri- buito alla memoria una
funzione ordinatrice e aveva visto nella memoria una parte o sezione del
metodo; in questo senso Bacone aveva concepito la min:istratio ad memoriam (cui
spet- tava il compito di « eliminare la confusione » e di procedere alla
costruzione delle tavole) come parte integrante della nuova logica; in questo
senso, infine, Cartesio aveva inteso la enu- meratio come un soccorso alla
naturale fragilità dell’umana memoria. In questi stessi anni Alsted aveva visto
nella me- moria una «tecnica dell’ordinamento delle nozioni » e aveva sostenuto
la piena risoluzione della memoria « madre dell’or- dine » in una logica intesa
come arte del classificare, come metodo per la costruzione del systema
mnemonicum o uni- versale enciclopedia delle scienze. In modo non dissimile
concepirono il « metodo » gli uomini che si volsero alla non facile impresa di
una integrale, ordinata, coerente classificazione dei minerali, delle piante,
degli animali. Metodo voleva dire per essi « metodica divisione delle diverse
produzioni della na- tura in classi, generi, specie», capacità di costruire una
no- menclatura i cui termini fossero significativi di rapporti fra il singolo
elemento e i generi e le specie di appartenenza, chia- rissero il posto di
ciascun elemento in un sistema più vasto. Proprio nel momento in cui, alla metà
del Settecento, i « metodi » entrarono in crisi e vennero rifiutate le
classificazioni tradizionali troviamo esplicitamente teorizzata, in polemica
contro un recentissimo passato, la funzione mnemonica delle classificazioni e
dei metodi. Rifiutando, in nome di una esatta descrizione, l’idea stessa del «
sistema» e polemizzando contro la tradizione della botanica, Buffon rifiutava
energicamente «tutti i metodi che si sono compilati per aiutare la memoria ».°°
E proprio su questa [Burron, Storia naturale] funzione mnemonica dei metodi
insistono concordemente i maggiori esponenti della botanica del Settecento: «
l’immensa quantità di piante cominciò a pesare sui botanici — scrive lo Adanson
nella prefazione alla Famulles des plantes — quale memoria poteva bastare a
tanti nomi? I botanici, per allegge- rire questa scienza, immaginarono perciò i
metodi ».°! E Fontenelle, nell’elogio pronunciato all'Accademia per la morte di
Tournefort, scriveva: «egli permise di mettere ordine nello straordinario
numero di piante disseminate alla rinfusa sulla terra e anche sotto le acque
del mare e di distribuirle nei di- versi generi e nelle diverse specie che ne
facilitano la memoria e impediscono alla memoria dei botanici di crollare sotto
il peso di una infinità di nomi »°° Non si tratta di accostamenti casuali: per
rendersene conto basta leggere la voce Botanigue della grande enciclopedia il-
luministica: «il metodo serve a dare un'idea delle proprietà essenziali di
ciascun oggetto e a presentare le relazioni e i contrasti esistenti fra le
differenti produzioni della natura... per chi si avvia allo studio della natura
il metodo è un filo che serve da guida entro un complicatissimo labirinto, per
gli altri (già esperti nelle scienze) è un quadro che rappre- senta taluni
fatti, i quali possono farne ricordare altri nel caso che già li si conosca un
solo metodo è sufficiente per la nomenclatura: si tratta di costruirsi una
sorta di memoria artificiale per ritenere l’idea e il nome di ogni pianta
giacché il numero delle piante è troppo grande perché si possa tra- scurare un
tale soccorso; a questo scopo qualunque metodo è buono ». La violenza di questa
polemica, il vigore di questi rifiuti costituiscono, di per sé, una conferma
della persistenza, per tutto il secolo precedente, di una concezione del metodo
come memoria. È contro una concezione di questo tipo che pole- mizzano gli
enciclopedisti: queste divisioni metodiche — è scritto nelle pagine dedicate
alla voce Histoire naturelle — aiutano la memoria e sembrano venire a capo del
caos for- M. Apanson, Familles des plantes, Paris, 1763, p. XCV. B. DE
FonteneLLE, E/oge de Tournefort, Hist. Acad. Sci.. Questo e il passo precedente
sono cit. da M. Renzoni nelle note a Burron, Storia naturale] mato dagli
oggetti della natura... ma non bisogna mai di- menticare che questi sistemi
sono fondati solo su arbitrarie convenzioni umane e che essi non sono d'accordo
con le in- variabili leggi della natura ». Qui non venivano solo rifiu- tati
quegli « aiuti della memoria » che erano stati teorizzati e difesi da illustri
esponenti della filosofia e della scienza; qui veniva rifiutata, in nome di un
deciso conven- zionalismo, anche l’antica idea di una piena, totale corrispon-
denza fra i termini dell’enciclopedia e la realtà delle cose. Anche il
matematismo di derivazione cartesiana ha senza dubbio contribuito a creare
un’atmosfera favorevole alla costruzione di una lingua artificiale – Grice’s
DEUTERO-ESPERANTO], ma l’azione esercitata da Cartesio sui progetti di una
lingua universale è, quantomeno, difficilmente determinabile. In una lettera a
Mersenne pubblicata a Parigi nella raccolta di Clerslier e che poté quindi
essere letta da qualcuno dei teorici del linguaggio universale -- ma siamo sul
piano delle ipotesi e di questa lettura non ho trovato alcuna documentazione
--, Cartesio, pur chiarendo con molta precisione le caratteristiche e gli scopi
di una lingua filosofica, si era mantenuto su un piano assai ambiguo. L'impresa
di una lingua filosofica gli e apparsa, almeno teoricamente, possibile:
stabilendo un ordine in tutti i pensieri che possono penetrare nello spirito
umano, allo stesso modo che esiste un ordine naturalmente stabilito nei numeri,
potrebbe costruirsi una lingua composta di caratteri apprendibili con grande
facilità e rapidità. L'invenzione di questa lingua — aggiunge— dipende però
dalla costruzione della vera filosofia, perché sarebbe altrimenti impossibile
enumerare tutti i pensieri degl’uomini e metterli in ordine. Una lingua di
questo genere, fondata sulla individuazione di quelle idee semplici che sono
nell’immaginazione degl’uomini e delle quali si compone tutto ciò che gli
uomini pensano », sarebbe facile da apprendere e da scrivere e, cosa
fondamentale, aiutera il giudizio rappresentando le cose così distintamente che
sarebbe impossibile ingannarsi, mentre al contrario le parole dell’italiano delle
quali attualmente disponiamo hanno quasi solo significati confusi ai quali da
lungo tempo si è adattato lo spirito degli uomini – cf. H. P. GRICE,
MODERNISM/FORMALISM. A causa di ciò quasi nulla viene inteso perfettamente. Ma
poco più avanti Cartesio ha messo in luce il carattere utopistico di un'impresa
di questo tipo e manifesta il suo radicale scetticismo sulla possibilità di una
pratica realizzazione. Je tiens que cette langue – DEUTERO-ESPERANTO -- est
possible, et qu’on peut trouver la science de qui elle dépend, par le moyen de
laquelle les paisans pourroient mieux juger de la verité des choses, qui ne
font maintenant les philosophes. Mais n’esperez pas de la voir jamais en usage,
cela présuppose de grands changemens en l’ordre des choses et il faudroit que
tout le monde ne fust qu’un paradis terrestre, ce qui n'est bon à proposer que
dans le pays des romans. [cf. H. P. GRICE – IDIO-LECTO]. Una cosa Cartesio vede
con chiarezza: lo stretto rapporto tra la lingua perfetta e la vera filosofia --
quella che Wilkins poi chiam la universal philosophy o enciclopedia. Cartesio
aveva concepito questo rapporto come un rapporto di dipendenza. L’assenza di un
ordinato elenco di tutti i pensieri degl’uomini dal quale ricavare l’elenco
delle idee semplici rende impossibile e illusoria la costruzione di una lingua
universale come il DEUTERO-ESPERANTO. Dalgarno e Wilkins avevano tentato
l'impresa di una classificazione totale delle nozioni e delle cose. Leibniz,
largamente utilizzando questi tentativi, rifiuta esplicitamente, proprio
commentando la lettera a Mersenne ora ricordata, la posizione cartesiana: «
Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non dipende dalla
sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita nonostante che
la filosofia non sia perfetta; a misura che crescerà la scienza degli uomini,
crescerà anche questa lingua. Nell'attesa, essa costituirà un aiuto meraviglioso:
per servirci di ciò che sappiamo, per renderci conto di ciò che ci manca € per
trovare 1 Mezzi per arrivarci, ma soprattutto servirà a eliminare,
sterminandole, le controversie negli ar- gomenti che dipendono dalla ragione.
Perché, allora, calcolare e ragionare saranno la stessa cosa. Descartes,
Oesvres, ed. Adam et Tannery (ediz. Clerselier. Coururat, Opuscules ct
fragments inédits de Leibniz. In una lettera scritta a Francoforte Leibniz
esprimeva il suo entusiasmo per l’opera di Wilkins. Ho letto da poco il
Caraztere universale del dottissimo Wilkins; le sue tavole mi piacciono
moltissimo e vorrei che egli si fosse servito di figure per esprimere quelle
cose che non possono essere descritte che mediante la pittura, come per esempio
i generi degli animali, delle piante, degli strumenti. Quanto sarebbe
desiderabile una traduzione in latino della sua opera! ». La stessa speranza in
una rapida traduzione, Leibniz esprimeva due anni più tardi, in una lettera
all’Oldenburg. Dobbiamo arrivare a dopo gl’anni del soggiorno parigino e
londinese, per trovare espresse alcune ri- serve di fondo: « Sento che
quell’uomo illustre [Hoock| tiene in gran conto il Carattere filosofico di Wilkins
che ho anch'io nella meritata considerazione. Non posso ta- cere, tuttavia, che
può essere realizzato qualcosa di molto più rande e di molto più utile. Di
tanto più grande, di quanto i caratteri dell’algebra sono migliori di quelli
della chimica ».' Il contatto con l’analisi matematica era stato, da questo
punto di vista, decisivo: per Leibniz non si trattava più sol- tanto di
costruire una lingua che fosse in grado di facilitare la comunicazione tra gli
uomini, ma di dar luogo ad una scrittura universale mediante la quale si
potessero, così come in algebra e in aritmetica, costruire infallibili
dimostrazioni. La differente posizione assunta da Leibniz in queste lettere
conferma ancora una volta, dal punto di vista di un problema particolare, la
validità di quella interpretazione che vede nel soggiorno a Parigi e a Londra
una « svolta » nel pensiero leibniziano. In questi anni Leibniz si dedica allo
studio della matematica ed entra in contatto con il cartesianesimo e con le
correnti più vive del pensiero euro-[GerHarDT, Die philosophischen Schriften
von Leibniz, Berlin] peo. L'attenzione per gli aspetti sintattici del
linguaggio, la scoperta della « magia dell’algoritmo » o della « funzionalità »
dei procedimenti puramente formali, l'affermazione della pos- sibilità di una
scienza generale delle forme: questi temi e queste discussioni sono posteriori
agli anni della giovinezza, presuppongono l’accostamento dei metodi della
combinatoria a quelli della matematica e dell’algebra. Il progetto leibniziano
di una caratteristica universale era fondato — com'è noto — su questi tre princìpi:
le idee sono analizzabili ed è possibile rintracciare quell’alfabeto o
ABECEDARIO dei pensieri che è costituito dal catalogo delle nozioni semplici o
primitive; le idee possono essere rappresentate simbolicamente; è possibile una rappresentazione simbolica
delle relazioni tra le idee e, mediante opportune regole, è possibile procedere
alla loro combinazione. Questo progetto di Leibniz non nacque certamente sul
terreno dell’algebra o del formalismo logico. Kabitz ritrovato nella biblioteca
di Hannover l’esemplare, annotato da Leibniz, delle opere di Bisterfield ed è
certo a quest’ultimo autore, oltre che più genericamente alla tradizione del
lullismo, che va fatta risalire l’idea, fondamen- tale per lo stesso
costituirsi della combinatoria leibniziana, di un alfabeto o ABECEDARIO dei
pensieri umani o di un catalogo delle nozioni primitive dalla combinazione
delle quali si possano ricavare tutte le idee complesse. In una lettera scritta
probabilmente al barone di Boineburg e che contiene una delle prime for- [Per 1
rapporti con Bisterfiecld e la presenza di motivi attinti alle correnti
mistiche-pitagoriche: Kasirz, Die Philosophie der jungen Leibniz.
Untersuchungen zur Entwicklungsgeschichte seines Systems, Heidelberg; per i
rapporti con la pansofia: Leibniz’ Verhaltnis zur Renaissance im allgemeinen
und zu Nizolius im besonderen, Bonn, 1912; per i rapporti con Alsted c con
Henry Morc: D. MaHNKE, Leibmizens Synthese von Untversalmathematik und
Individualmetaphysik, Jahrb. fur Philos. u. phinomenologische Forschung .
FeitcHenFELD, Leibniz und Henry More, Berlin G. Couturat, Opuscules et fragments inédits de
Leibniz, Paris, Alcan (di qui in avanti indicato con la sigla Op. seguita dal
numero della pagina); LEIBNIZ, Textes inédites publiés et annotés par Grua,
voll. 2, Paris (di qui in avanti si userà la abbreviazione Grua, seguita dal
numero delle pagine] mulazioni della caratteristica, Leibniz mostrava di
accettare, nella sostanza, il progetto di Kircher: ai concetti e alle nozioni
fondamentali vanno sostituite figure di circoli, di qua- drati, e di triangoli
variamente disposti; mediante la combi- nazione delle figure potranno essere
espresse le relazioni e le combinazioni fra le idee. Accanto a quelli del
Bisterfield e del Kircher, troviamo ricordati, nella Dissertatio de arte
combinatoria, i nomi di Lullo e di BRUNO, di Agrippa e di Grégoire, di Alsted,
di Bacone ec di Hobbes. La critica che Leibniz rivolgeva a Lullo non concerne
minimamente il principio ispiratore della combinatoria: riguardal’arbitrarietà
delle classi e delle radici, la insufficienza delle combinazioni. Il
riferimento a Bacone e giustificato dal fatto che il Verulamio pone fra i
desiderata una logica inventiva. Quello a Hobbes dalla identificazione di ogni
operazione mentale con una computatio. Il riferimento a Hobbes non deve trarre
in inganno. Leibniz si limita ad approvare l’accostamento, presente nei testi
di Hobbes, ma larghissimamente diffuso anche nei testi del lullismo, della
logica ad un calcolo – cf. H. P. Grice, “first-order predicate calculus with
identity. The Merton Calculators. Speranza. Come ha mostrato con abbondanza di
argomentazioni Couturat, il peso esercitato d’Hobbes sull’idea della
caratteristica è assai scarso e, nella interpretazione del calcolo, Leibniz si
allontana in modo radicale dalle posizioni hobbesiane. Prevalgono in ogni modo,
tra le fonti indicate da Leibniz, i testi dei lulliani e degli enciclopedisti:
richiamandosi agli saggi di BRUNO, d’Agrippa, di Alsted, Leibniz fa riferimento
alle più note e celebrate esposizioni e ai più diffusi commenti dell’Ars magna;
nella Sintassi del Grégoire aveva trovato, vigorosamente espressa,
l’aspirazione ad una scienza generale fondata sulla determinazione di una serie
limitata di princìpi e di assiomi; dalla Technica curiosa sive mirabilia artis
di Caspar Schott, uno dei testi più caratteristici della « magia » dei gesuiti
del Seicento, aveva infine attinto notizie sulle lingue universali. Cfr. Op.;
G. Coururat, La logique de Leibniz d’après des documents inédits, Paris, 1901,
tutta la appendice Il e in particolare le pp. 458 - (Qui di seguito abbreviato
con CouTuRaT). ® Caspar ScHotT, Technica curiosa, sive mirabilia artis,
Norimbergae (Triv. Mor. H.). Il problema fondamentale della logica inventiva,
quale viene esposta nella Dissertatio de arte combinatoria, è quello, ben noto,
di trovare tutti i possibili predicati di un dato sog- getto e, dato un
predicato, trovare tutti i suoi possibili soggetti. Trascurando, come è
legittimo fare in questa sede, tutta una vasta serie di problemi più
strettamente tecnici, ci si limi- terà a fornire, sulla traccia della
esposizione del Belaval, un esempio del modo di procedere di Leibniz. Per
risolvere il problema sopra indicato è necessario individuare le idee semplici
e primitive che possono essere indicate con un SEGNO convenzionale, in questo
caso con un numero. Siano i termini della prima classe: 1: il punto; 2: lo
spazio; 3: l’interposto fra; 4: il contiguo; 5: il distante; 9: la parte; 10:
il tutto; 11: lo stesso; 12: il diverso: 13: l’uno; 14: il numero; 15: la
pluralità; 16: la distanza; 17: il possibile ecc. Combinando a due a due i
termini della prima classe -- com2natio -- si ottengono i termini della seconda
classe. Per esempio la quantità -- il numero delle parti -- sarà rappresentata
dalla formula: 14709 (15). Mediante la combinazione dei termini a tre a tre -- com3natio
-- si otterranno i termini della terza classe: per cs. intervallum è 2.3.10,
vale a dire che l’intervallo è lo spazio (2) preso in (3) un tutto (10). E così
di seguito procedendo per comA4natio, comSnatio ecc. Per trovare i predicati di
un determinato soggetto basta suddividere un termine nei suoi fattori primi
determinando poi le possibili combinazioni di questi fattori. I predicati
possibili di intervallo sono: lo spazio (2), l’intersituazione (3), il tutto
(10) presi uno ad uno; poi, presi per com2natio, lo spazio intersituato (2.3),
lo spazio totale (2.10), l’intersituazione nello spazio (3.10); infine, per
com3 natio, il prodotto 2.3.10 che costituisce la definizione di :ntervallo.
Per trovare tutti i possibili soggetti di intervallo (predicato) bisogna
individuare tutti i termini le cui definizioni contengono i fattori 2.3.10.
Tutte le combinazioni risultanti da questi fattori apparterranno necessariamente
alla classe delle nozioni complesse di ordine superiore alla classe cui appar-
tiene intervallo (che appartiene alla terza classe). La linea, che è definita
come un intervallo tra due punti, appartiene alla quarta classe giacché per
definirla occorreranno quattro ter- minì primitivi: 2,3,10 e 1 -- il punto.
Dati n termini semplici e indicando con 4 (2>4) il numero dei fattori primi
costituenti un predicato si daranno 2 "-k soggetti possibili (la pro-
posizione tautologica «un intervallo è un intervallo » è evi- dentemente
compresa in questo numero). La caratteristica, come ha notato con esattezza il
Couturat, non fu tuttavia inizialmente concepita sotto la forma di un’al- gebra
0 di un calcolo, ma sotto la forma di una lingua o scrit- tura universale.*
L’uso XI dell’ars combinatoria consiste in- fatti per Leibniz nell’invenzione
di una «scrittura universale, intelligibile cioè ad un qualunque lettore
esperto in una qual- siasi lingua ». Tra i testi di lingua universale a lui
contempo- ranei, Leibniz ricordava — fondandosi sull’esposizione che ne aveva
fatto Schott — uno scritto anonimo pubblicato a Roma nel quale il metodo era abbastanza
ingegnosamente ricavato dalla natura delle cose: l’autore distribuiva le cose
in varie classi ed ogni classe era formata da un deter- minato numero di cose
»,° per designare un oggetto qualunque bastava indicare il numero della classe
e il numero dell’ og- getto. Le altre due opere ricordate da Leibniz sono: il
Character pro notitia linguarum universali di
Becher (Francoforte) e la Polygraphia nova et universalis ex
combinatoria arte detecta di KIRCHER (si veda) (Roma). Entrambi questi testi
sono costruiti sulla base di un dizionario numerico del tipo di quello al quale
si è fatto riferimento a proposito dell’Universal Character di Beck. E diventato
una specie di luogo comune, nella storiografia leibniziana, quello di
contrapporre agl’informi abbozzi o ai vaghi e confusi progetti di lingua
universale costruiti dai « predecessori, il limpido, scientifico, coerente
piano di una lingua filosofica costruito da Leibniz. In realtà le cose (quando
non si attribuisca a qualcuno la qualifica di prede- [G. e cfr. Betavat,
Leibniz, Paris; Couturat; e, per una più ampia esposizione, BARONE, Logica formale e logica trascendentale
da Leibniz a Kant, Torino; Couturat, G.
Nella Technica curiosa di Schott, per titolo Mirabilia graphica, sive nova aut
rariora scribendi artificia (ediz. di Norimberga) è contenuta una dettagliata
esposizione dell’opera anonima e del
volume del Becher. Le brevi considerazioni svolte da Leibniz sembrano
esclusivamente fondate su questa esposizione.] cessore per evitare la fatica di
leggerne le opere stanno un po’ diversamente. Quando Leibniz formula, nella
Dissertatio de arte combinatoria, il suo progetto di lingua universale, egli
non conosce né l’Ars signorun di Dalgarno. In quegli anni, Leibniz concepiva
ancora, sulle traccie di Bacone e di Kircher, i caratteri della lingua
universale come composti di figure geometriche e di pitture del tipo di quelle
usate un tempo dagl’egiziani e impiegate oggi dai cinesi; pitture che non
vengono ricondotte a un determinato alfabeto o a lettere, il che è causa di
incredibile afflizione per la memoria. Le riserve che egli avanza a proposito
dell’opera di Becher erano, d’altra parte, assai simili a quelle che formula,
indipendentemente da Leibniz, lo stesso Wilkins: l'ambiguità dei termini che,
nelle varie lingue, hanno diversi significati; la impossibilità, data la
mancanza di esatti sinonimi, di una precisa corrispondenza fra i termini di due
lingue; la impossibilità, data la diversità delle regole sintattiche, di una
pura e semplice traduzione dei termini uno in fila all’altro; la difficoltà
infine di ritenere a memoria i numeri corrispondenti non solo alle classi, ma
ai singoli oggetti appartenenti a ciascuna classe. – cf. H. P. GRICE’S EIGHT
DESIDERATA OF A FORMAL LANGUAGE of the MODERNISTI – versus the eight defences
of the ORDINARY LANGUAGE of the neo-traditionalists like Strawson --. Speranza,
“Implicatura conversazionale.” Una scrittura o lingua universale che volesse
evitare questi pericoli doveva quindi essere fondata su un’analisi completa dei
concetti e sulla loro riduzione ai termini semplici. Leibniz legge il Saggio
sui caratteri reali di Wilkins e, probabilmente nello stesso giro di tempo,
l'Ars signorum di Dalgarno. Il suo entusiasmo per l’opera di Wilkins, il suo
desiderio di vedere il Saggio TRADOTTO IN LATINO e diffuso in Europa appare,
dopo quanto si è detto, pic- namente giustificato. Nell’Essay e nell’Ars
signorum egli trova (almeno in parte realizzato) il tentativo — già da lui
stesso auspicato ed avviato nella Dissertatto — di costruire una lingua universale
che fosse anche artificiale e filosofica, costruita cioè non sulla base di una corrispondenza
tra dizionari, ma sul fondamento di una classificazione logica dei concetti. Le
critiche di Leibniz a Dalgarno e a Wilkins G.1V, 73. n G.] nasceranno, abbiamo
visto, solo negli anni del soggiorno a Parigi: in una nota apposta al suo
esemplare dell’Ars signorum e in una lettera all’Oldenburg (scritta da Parigi)
Leibniz criticava i due autori inglesi affermando che, più che a costruire una
lingua davvero filosofica, capace cioè di indicare le relazioni logiche tra i
concetti, essi si erano preoccupati di dar luogo a una lingua che potesse
facilitare il commercio fra le nazioni. La lingua internazionale — aggiunge
Leibniz — è solo il più piccolo dei vantaggi offerti dalla lingua universale :
essa è prima di tutto un instrumentum rationis. Ma nel modo di concepire la
lingua universale (il termine caratteristica reale, sovente impiegato da
Leibniz, deriva in modo evidente dalla terminologia baconiana ripresa anche da
Wilkins) Leibniz non si discostava di molto dalle posizioni tradizionali. Da
questo punto di vista alcune delle sue affermazioni appaiono particolarmente
significative e valgono a mostrarci la effettiva vicinanza di alcune delle sue
tesi con quelle sostenute dai teo- rici inglesi della lingua artificiale. La
lingua universale o caratteristica reale risulta da un sistema di segni che
rappresentano direttamente le nozioni e le cose, non le parole (« peindre non
pas la parole, mais les pensées »), tali quindi da poter essere letti e
compresi indi- pendentemente dalla lingua che effettivamente si parla. La
costruzione di una lingua universale coincide con quella di una scrittura
universale -- nihil refert, an scripturam tantum universalem, an vero et
linguam condere velimus; facile enim est utrumque eadem opera efficere. Pur
dichiarando di volersi discostare dalla tradizione, Leibniz vede nei
geroglifici egiziani, nei caratteri cinesi, nei segni impiegati dai chimici,
gli esempi di una caratteristica reale -- hieroglyphica Aegyptiorum et
Chinensium et apud nos notae chemicorum, Characteristicae realis exempla sunt,
fateor, sed qualis hactenus auctores designavere, non qualis nostra est. G.;
Couturat] La lingua universale può essere appresa in un tempo brevissimo (in
poche settimane, ripete Leibniz con Dalgarno) e serve anche, seppure non
principalmente, alla propagazione della fede cristiana e alla conversione dei
popoli (cette Eesinure ou langue pourroit estre bientost receue dans le monde,
parce qu'elle pourroit estre apprise en peu de semai- nes, et donneroit moyen
de communiquer par tout. Ce qui seroit de grande importance pour la propagation
de la foy, et . pour l’instruction des peuples eloignés. L'apprendimento della
lingua universale coincide con l'apprendimentodella enciclopedia o del
sistematico ordina- mento delle nozioni fondamentali. Il progetto
dell’enciclopedia è organicamente legato a quello relativo alla lingua
universale e da esso inscindibile -- qui linguam hanc discet, simul cet discet
encyclopaediam quae vera erit janua rerum. L'apprendimento della lingua
universale costituisce, di per se stesso, un rimedio alla debolezza della
memoria -- qui linguam hanc semel didicerit, non potuerit eius oblivisci, aut,
si obliviscatur, facile omnia necessaria vocabula ipse sibi reparabit. La
superiorità della lingua universale sulla scrittura cinese sta nel fatto che le
connessioni tra i caratteri corrispondono all’ordine e alla connessione
esistenti fra le cose -- on la pourra apprendre en peu de semaines, ayant les
caracteres bien liés selon l’ordre et la connexion de choses, au lieu que les
Chinois. Su due punti, entrambi di importanza fondamentale, Leibniz si discosta
però dai precedenti tentativi. I caratteri della lingua universale hanno il
compito d’esprimere i rapporti e le relazioni che intercorrono tra i pensieri.
Come nel caso dell’algebra e dell’aritmetica, i caratteri devono servire
all’invenzione e al giudizio. Questa scrittura, scrive Leibniz, e una specie di
algebra generale e offre il modo di ragionare calcolando, di modo che, [G.] invece
di disputare, si potrà dire: calcoliamo. E si trova che li errori del
ragionamento sono soltanto errori di calcolo individuabili, come
nell’aritmetica, per mezzo di prove. Il pro- getto di una lingua universale o
filosofica, ripreso da Leibniz con nuovo vigore dopo la lettura delle opere di
Dalgarno e di Wilkins, puo in tal modo essere accostato a quello già avviato
nel De arte combinatoria e tendente alla costruzione di un’ars inveniendi
concepita come calcolo. La costruzione della lingua universale conduce in tal
modo non solo alla realizzazione di un MEZZO DI COMUNICAZIONE, ma contribuirà
anche, in modo diretto, alla realizzazione dell’ars inveniendi. Il nome – segno
-- attribuito nella lingua universale ad un determinato oggetto o ad una
determinata nozione non serve solo a individuare le relazioni intercorrenti fra
la cosa significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie e a
determinare i rapporti tra la cosa stessa e le differenze e i generi nei quali
essa è contenuta come elemento. Il segno non serve solo a indicare la posizione
che l’oggetto occupa nello schema dell’universo. Serve anche ad indicare l’ESPERIENZE
che devono essere razionalmente intraprese per estendere la nostra conoscenza. Equidem
fateor et res ipsa clamat, non posse nunc quidem ex nomine quod auro (exempli
causa) imponemus, duci phaenomena quaedam chymica quae dies et casus detegent,
donec sufficientia phaeno- mena ad reliqua determinanda nacti simus. Solius Dei
est, primo intuitu, huiusmodi nomina imponere rebus. Nomen – SEGNVM -- tamen
quod in hac lingua imponetur, clavis erit eorum omnium quae de auro humanitus,
id est ratione atque ordine sciri possunt, cum ex eo etiam illud appariturum
sit, quaenam experimenta de co cum ratione institui debeant. Nel lungo
frammento intitolato LINGVA GENERALIS, un sistema di CALCOLO logico concepito
da Leibniz, puo in tal modo presentarsi come il fondamento del progetto
leibniziano di una lingua universale. Per trasformare la caratteristica
(facente uso di simboli numerici) in una lingua che potesse essere parlata Leibniz n fa ricorso, come ha chiarito anche
Couturat, ai metodi n G. e cfr. Grua, 263 - 64. 2! G. VII, 13; Op. 277-79. ?2
CoururaT] teorizzati da Dalgarno e da Wilkins, indica con le nove prime CONSONANTI
(B, C, D, F, G, H, L, M, e N) -- i numeri dall’Ia IX, e con le cinque VOCALI –
A, E, I, O, ed U -le unità decimali in ordine ascendente -- 1, 10, 100, 1000,
10000 -- per le unità superiori
ammetteva l’impiego di dittonghi. Così il numero “81.374” si scrive e si
pronuncia “Mubodilefa”. Poiché ogni sillaba indica, mediante la vocale, il suo
ordine decimale, il valore della sillaba stessa è indipendente dal posto
occupato nella parola. Lo stesso numero può essere espresso con il termine “Bodifalemu,”
che significa “1000 + 300 + 4 +70 + 80000 = 81.374.” Non è il caso di esporre
qui le dottrine di Leibniz concernenti la GRAMMATICA RAZIONALE, né i suoi
tentativi di una semplificazione grammaticale e sintattica del LATINO CLASSICO al
quale egli, dopo i ripetuti insuccessi cui è andato incontro, fa ricorso com’intermediario
fra le lingue viventi e la futura lingua latina universale. È ben certo,
tuttavia, che il problema che necessariamente Leibniz doveva porsi, della
costituzione di un dizionario pone Leibniz di fronte ad una questione nella
quale si sono già imbattuti non pochi fra i teorici della lingua perfetta.
Perché il nome di ogni oggetto o nozione possa esprimere la definizione
dell’oggetto o della nozione in modo che i termini della lingua artificiale
divengano simboli adeguati e trasparenti simili a quella della lingua di Adamo
o ROMOLO, è necessario aver individuato gl’elementi primi e semplici che
compongono l’alfabeto del pensiero. Ma per individuare quest’alfabeto o
ABECEDARIO è necessario un inventario di tutte le conoscenze umane; è
indispensabile disporre di un’enciclopedia nella quale tutte le nozioni siano
classificate nell’ambito di un sistema unitario e appaiano quindi riconducibili
ad un NUMERO LIMITATO di categorie fondamentali. La caracteristique que je me
propose ne demande qu’une espèce d’encyclopedie nouvelle. L’encyclopedie est un
corps où les connoissances hu- [Cfr., su questi argomenti, Coururat, c, dello
stesso autore, Histoire de la langue universelle, Paris. Per una ri- presa, da
parte di Couturat, di questi temi leibniziani cfr. Des rapports de la logique
et de la linguistique dans le probleme de la langue internattonale, Atti del
Congr. di filosofia, BOLOGNA] maines les plus importantes sont rangées par
ordre. Cette En- cyclopedie estant faite selon l’ordre que je me propose, la
Caracteristique seroit quasi toute faite ».° In una serie numerosissima di
abbozzi, di frammenti, di piani, di capitoli o sezioni offerti come provvisori
specimina, Leibniz, rivolgendosi alle società e alle accademie, ai principi e
ai sovrani, andò elaborando durante l’intera sua vita, il pro- getto di
un'enciclopedia universale che non si presentasse sem- plicemente come una
classificazione o un bilancio delle cono- scenze già acquisite, ma avesse
valore dimostrativo, serve cioè di guida alla ricerca scientifica in atto.? Sulle
fonti di non pochi tra questi progetti appaiono essenziali le testimonianze
dello stesso Leibniz. Nella Nova methodus iurisprudentiae troviamo precisi
riferimenti a Lavinheta cui vien riconosciuto il merito di aver individuato
quei termini giuri- dici fondamentali mediante i quali potrà venir costruita la
tavola enciclopedica del diritto.?” In una lettera del 1714, rife- rendosi agli
anni della giovinezza, Leibniz parlava dell’in- flusso esercitato su di lui dal
Digestum sapientiae di Paris. Sull’opera di Alsted, già ricordato nella
Dissertatio per i suoi scritti lulliani, Leibniz ritornò più volte: nel 1681
par- lava di lui con ammirazione, dieci anni prima aveva dedicato un breve
scritto a migliorare e perfezionare la sua grande enciclopedia. Ancor più
profondo è il debito verso Comenio: la mia propria enciclopedia, non differisce
molto da quella di Comenio ed a Comenio
Leibniz aveva attinto la tesi di importanza centrale di una sostanziale,
profonda identità fra la lingua universale e l’enciclopedia. G. Sul carattere
dimostrativo dell’enciclopedia latina e dell’enciclopedia italiana leibniziana
cfr. le utili precisazioni contenute nel saggio di R. McRae, Unity of the
sciences: Bacon, Descartes, Leibniz, in « Journal of the History of Ideas, Dutens,
G. G. Leibmtii Opera Omnia, voll. 6, Genevae, ec cfr. Carreras y ARtAU, La
filosofia cristiana. 2° G. IV, 62; G. VII; Cogitata quaedam de ratione
perficiendi et emendandi Encyclopaediam Alstedii in Dutens, Leibnitit Opera,
cit., V, 183; cfr. Op. 354 - 55. 3° Cfr. Carreras y ARTAU, II, p. 320;
Couturat, 571 -73; /udicium de scriptis comenianis in Dutens, Leibnitii Opera. Facendo
riferimento al commento leibniziano alla lettera di Cartesio sulla lingua
universale, abbiamo visto come Leibniz si rendesse ben conto del perfetto «
parallelismo » esistente tra il progetto della lingua universale e quello
concernente l’enciclopedia. In quel passo, di incerta datazione, egli si era
rifiu tato di far «dipendere» la caratteristica dall’ enciclopedia: «
Quantunque questa lingua dipenda dalla vera filosofia, essa non dipende dalla
sua perfezione. Vale a dire: questa lingua può essere costruita nonostante che
la filosofia non sia per- fetta ».*! Ma, su questo punto, la posizione di Leibniz
pre- senta non poche incertezze : in una lettera a Burnet egli afferma,
muovendosi in una direzione completamente opposta, che i caratteri
presupporrebbero la vera filosofia ed è solo al presente che io oserei dare
avvio alla mia costruzione. Questo
duplice punto di vista, nota BARONE, corrisponde al duplice punto di vista da
cui Leibniz guarda alla caratteristica, considerandola rispettiamente, come
strumento metafisico assoluto o come strumento per la costruzione di
particolari sistemi o calcoli deduttivi – come il sistema Q di H. P. Grice, “a
first-order predicate calculus with identity.” – cf. Myro, SISTEMA G. L'osservazione
è molto esatta. La caratteristica come strumento, come calcolo modellato sul
formalismo dell’algebra, non richiedeva la preliminare fondazione della vera
filosofia: caratteristica ed enciclopedia si risolvevano l’una nell’altra e
procedevano di pari passo. Continuando però a concepire la caratteristica come
chiave universale come lo strumento atto a disvelare le essenze e a decifrare
quell’alfabeto del mondo che corrisponde all’alfabeto dei pensieri, Leibniz si
ritrova-di fronte allo stesso problema che hanno dovuto affrontare i teorici
della lingua perfetta: costruire una universal philosophy che serve di base e
di fondamento alla lingua filosofica. Per rendersi conto di ciò basta
considerare quelle ampie tavole enciclopediche che furono composte da Leibniz. Al
termine della sua attività, dopo aver steso e abbozzato piani e frammenti
numerosissimi di enciclopedie,Barone, Logica formale e logica trascendentale] Leibniz
torna a muoversi, ancora una volta, sul piano stesso sul quale si erano mossi
Wilkins e Dalgarno. In queste pagine l'enciclopedia si configura come una
classificazione logica fondata sulla distinzione scolastica delle sostanze e
degl’accidenti dei principali concetti di tutte le scienze -- dalla matematica,
alla morale, alla politica --, di tutti gl’oggetti naturali -- dai minerali,
alle piante, agli esseri viventi -- e di tutti gl’oggetti artificiali – gl’utensili
e gli strumenti costruiti dalla mano dell’uomo. La classificazione leibniziana
riproduce, con trascurabili differenze, quella dell’Ars signorum di Dalgarno:
Res: Concreto matematico Accidentia: Accidenti comuni Concreto fisico Accidente
matematico Concreto artificiale Accidente fisico generale Concreto spirituale
Qualità sensibili Accidenti sensitivi Accidente razionale Accidente economico
Accidente politico. Anche all’interno delle varie classi e sottoclassi veniva
riprodotta la stessa classificazione. La classe degl’accidenti politici
comprende per esempio, anche per Leibniz: la relazione d’ufficio, la relazione
giudiziaria, la materia giudiziaria, il ruolo delle parti, il ruolo del
giudice, i delitti, la guerra, la religione. Anche nell’elencazione dei singoli
ter- mini compresi in ciascuna delle classi e sottoclassi, Leibniz si
discostava in misura assai limitata dallo schema costruito da Dalgarno. Il
progetto di una enciclopedia dimostrativa — storicamente così importante —
sembra qui abbandonato. Le ragioni di questo mutamento di prospettive
richiederebbero un'analisi particolare. Qui ci si voleva limitare a far
rilevare che l’influenze delle posizioni dei teorici inglesi della lingua latina
come lingua universale non sono presenti soltanto negli scritti di Leibniz.
Facendo riferimento ai testi dedicati alla costruzione delle lingue
filosofiche, abbiamo notato come essi insistano tutti, concordemente, sul
valore mnemonico delle lingue universali: i numerosi riferimenti a questo
problema, presenti nelle opere di Leibniz, risultano anch'essi, dal nostro
punto di vista, oltremodo significativi. Come già Bacone e Cartesio, anche
Leibniz era al corrente o era interessato al problema, così a lungo dibattuto
in Europa, della memoria artificiale. Di questo suo interessamento per l’ars
reminiscendi resta traccia in un gruppo di carte leibniziane ancora inedite:
Phil. VI.19, che è una raccolta di appunti avente per titolo Mremonica sive
praecepta varia de memoria excolenda, e Phil. che contiene una seconda raccolta
di appunti e di riassunti di opere di ars memorativa. Alla carta 5r. del primo
di questi due manoscritti troviamo teorizzata una serie di accorgimenti che
possono essere usati per ricordare facilmente, facendo ricorso alle lettere
alfabeti- che, una serie qualunque di numeri: Sr. Arcanum: qua ratione omnes et
singulos nmumeros, prae- sertim cos quorum usus est in chronologia, atque
aliorum infinitorum, memoriae mandare, corum citra omnem in- genii cruciatum
recordari, ac nunquam oblivisci possis, ne dicam, ulteriora et infinita queas
deducere. Si quis multos numeros citra cruciatum memoriae atque ingenii
memorare cupit, omnino opus est ut subsidio ali- quo utatur. Sunt qui varie rem
tentarunt, absque tamen singulari effectu ac successu, donec non adeo pridem
hunc modum quispiam excogitando invenerit, multis rationibus ipsaque
experientia reddiderit probatum. Alphabeti elementa sunt XXIV: haec dividuntur
in vocales et consonantes. Vocales hac in re vicariam nobis tantum praebent
utilitatem, consonantes vero primariam. / 5 v. Consonantes autem sunt hae:
BCDFGKLMNPQRST, his adiungantur WZV. Numeros habemus hos: 1234567890. Si plures
dantur numeri, ex hisce componuntur, ut ex | et 2 fiunt 12 quemadmodum res est
plana. Iam vero nihil memoriam adeo torquet quam res referta numeris, quos
tamen scire memoriaque comprehendere ma- ximi interest itaque hocce subsidii,
ut utaris, valde pro- dest et conducit memoriam. Reduc consonantes istas ita,
et puta quod sint numeri, sic facile te extricabis: 1234567890 BCFGLMNRSD PK WQ
Z LA CARATTERISTICA LEIBNIZIANA. Il ricorso ai versi, così diffuso nei testi di
mnemotecnica dal Quattrocento fino a Bacone, è presente in un altro di questi
fogli di appunti nel quale Leibniz traduce in latino i versi 33-42 della
Geografia di Marciano d’Eraclea: Haec ergo visum est explicare carmine facili
atque claro, quali utuntur comici. Nam sic iuvatur memoria nec sensus perit et
simile quiddam vita nobis exhibet. Qui vult solutam ferre lignorum struem
prohibebit aegre ne quid illi decidat sed colligatam facile fasciculo geret
Oratio soluta pariter diffluit comprehensa versu mens fidelius tenet. Accanto
ad una critica al Lexicon d’Hoffmann (Anversa), questo stesso concetto ritorna
in un’altra brevissima nota sulla grammatica d’Alvarez (Dilingae, Venezia) e
sulla Grammatica philosophica di Scioppio (Amsterdam). Eos quos in grammatica
sua habet Emmanuel Alvarez Societatis Iesu, ipse Scioppius in GRAMMATICA
FILOSOFICA laudat et disci suadet. Ait cum centum et sexaginta versibus
hexametris feliciter complexum omnes regulas de verborum praeteritis et supinis
et omnem prosodiae latinae rationem centum sexaginta aliis versibus. Hofmanni
lexicon universale maxime nominum propriorum utilis liber. Unum desidero: cum
non posset autor ob rerum multitudinem cuncta plenis edisserere, praeclare
fecisset si ubique indicasset autorem aliquem unde cele- rior in studio peti
possit. Nelle pagine che hanno per titolo Artificium didacticum ed Exercitia
ingenti troviamo, esplicitamente teorizzati, altri caratteristici precetti
dell’arte mnemonica: Artificium didacticum. Semper cognita incognitis miscenda
et temperanda sunt ut labor et molestia minuantur. Ita optime discimus linguas
per parallelismum cum linguis nobis notis, ita scriptum non satis cognitae
lecturae, discendae linguae causa, sumamus librum familiarem nobis cuius sensa
pene memoriter tenemus ut Novum Testamentum. Hinc etiam si cui musicam docere
possem aut vellem, monstrarem cantiunculas sibi notas posset in charta
exprimere si vereretur oblivisci.Cfr. Geographi graeci minores, llr. Exercitia ingenti. Ut Rhetores exercitia
habent orationis, Grammatici exercitia styli, ita ego in pueris exercitia
ingenii institui desidero. Exercitia ingenii nec gratiora nec efficaciora
reperiri posse nititur quam ludos verba quo ordine turbato iterum recitare ope
mnemonices cuiquam facilis, inverso etiam si placet aut per saltus, historias
ab aliis recitatas iterum recitare, extempore describere proelia, itinera,
urbes quorum ipsis via ante audita, historias ab aliis recitatas resumere et
denuo recitare, fingere preces et iubere ut quis ex duorum disputationibus et
concertationibus patrias causas cuiquam implicatas discat facere aut solvere.
Alle carte 16r-16v. è infine presente un ampio e analitico riassunto del
Simonides redivivus sive ars memoriae et obli- vionis di Adam Bruxius (Lipsia).
Ma accanto all’esposizione di tesi tradizionali ricompaiono in questi appunti i
nomi dei teorici del metodo geometrico. Ad essi Leibniz rimprovera di non aver
messo sufficientemente in luce quelle proposizioni primarie che stanno a
fondamento di tutto il discorso. Video cos qui geometrica methodo tractare
scientias, ut P. Fabrius, Joh. Alph. Borellus, Benedictus Spinosa, R. des
Cartes, dum omnia in propositiones minutas divellunt, efficere ut primarias
propositiones lateant inter illas mi- nutiores, nec satis animadvertantur, unde
saepe quod quae- ris difficulter invenies.?6 Su questi appunti inediti di
Leibniz ci siamo soffermati così a lungo non perché essi presentino un
particolare interesse, ma perché essi valgono a mostrare — e la cosa non era
stata finora messa in rilievo — come i numerosi riferimenti di Leibniz alla
memoria e alla mnemotecnica nascano non tanto, come si è fin qui creduto, dalla
lettura delle confuse pagine del Kircher, ma dalla conoscenza effettiva c
dettagliata di al- cuni testi di arte mnemonica, come quello del Bruxius, ben
noti e celebrati nella cultura del Seicento. Questa conclusione riceve d'altra
parte nuova conferma da un csame delle pagine 26 Gli autori cui Leibniz fa
riferimento sono, accanto a Cartesio € Spinoza, il padre gesuit FABRI (si veda),
feroce anti-copernicano ed autore dei Dialoghi Physici, Lyon, e BORELLI (si
veda) il cui Euclides restitutus sive prisca geometriae elementa e pubblicato a
Roma] contenute nel manoscritto Phil. In una nota della quale conosciamo la
precisa data di composizione troviamo, accanto ad alcune regole per la
costruzione di una grammatica razionale, la descrizione dei mezzi mnemonici dei
quali far uso per ricordare una serie qualunque di idee. L'antica dottrina dei
luoghi e delle immagini; la tesi della necessaria riduzione dei concetti e
delle idee sul piano delle figure sensibili; le figure dei patriarchi, degli
apostoli, degli imperatori; i precetti relativi all'ordine e alla collocatio in
locis; le immagini degli animali; gli accorgimenti relativi ai ter- mini delle
lingue «barbare » ricompaiono in questa pagina leibniziana. Certo è che
Leibniz, oltre al Simonides redivivus del Bruxius, lesse e commentò con una
minuziosa (come risulta dalle carte 1r.-4v. di questo manoscritto) gli scritti
di Schenkelius soffermandosi particolarmente su quella parte del- l’opera che è
dedicata all’apprendimento del latino, all’educa- zione dei fanciulli alla
retorica, alle numerosissime regole del- l’ars reminiscendi.! Questi interessi
di Leibniz, queste sue letture non furono senza influenza sulla soluzione di
problemi di carattere più ge- [Schenkel, cui tocca in sorte di essere
brevemente discusso da Cartesio e studiato da Leibniz, è figura particolarmente
interessante: fortunato insegnante c DIFFUSORE dell'arte mnemonica IN ITALIA (artem hanc — scrive il Morhofius — magno cum
successu suo mec sine insigni suo lucro exercuit») fu accusato di stregoneria
durante un suo soggiorno all’Università di Lovanio, riuscendo poi ad ottenere
protezione ed appoggio dalla facoltà teo- logica di Douai. La prima edizione
della sua opera, poi spessissimo ristampata: De memoria liber secundus in quo
est ars memoriae, Leodii, Leonardus Straele. Insieme ai tre opuscoli sopra
ricordati d’Austriacus, di Marafioto e di Spangerberg l’opera e ristampata con
il titolo Gazophylacium artis memoriae, Argentorati, Antonius Bertramus (Angelica.
SS.). Fra i suoi scritti, che comprendono una Apologia pro rege catholico in
calvinistam, Anteverpiae, e una raccolta di Flores et sententiac insigniores ex
libris de Constantia Justi Lipsit (Par. Naz.), è stato ristampato, in edizione
moderna, il Compendium der Mnemonik, con testo latino, cur. Klùber, Erlangen.
All’insegnamento di quest’autore si richiama la curiosa enciclopedia di ApRIAN
LE Cuiror, Le magazin des sciences, ou vrai art de mémotre découvert par
Schenkelius, traduit et augumenté de l’alphabet de Trithemius, Paris, J.
Quesnel, che amplia molto il testo originario (Par. Naz.).] nerale: è indubbio
che per Leibniz l’arte della memoria conserva un suo posto ed una sua precisa
funzione nel mondo del sapere e viene più volte accostata alla logica: nella
Nova methodus di- scendae docendaeque iurisprudentiae la mnemonica, la topica e
l’analitica costituiscono le tre parti della didattica; nel Consilium de
Encyclopaedia nova conscribenda methodo inventoria, la mnemonica viene
collocata fra la logica e la topica; negli /ritia et specimina scientae novae
generalis la sagesse o « perfetta conoscenza dei princìpi di tutte le scienze e
arte di applicarli » viene suddivisa in art de bien raisonner, art d'inven- ter
e art de souvenir; in una lettera a Koch Leibniz giunge ad accogliere la tesi
avanzata da Ramo e ripresa poi fra gli altri da Bacone secondo la quale l’ars
memoriae costi- tuisce una parte o sezione della logica. Sulla funzione mnemo-
nica della lingua universale, dell’enciclopedia, delle tavole, della stessa
caratteristica Leibniz insiste più volte: i caratteri c le figure venivano
concepiti anche da Leibniz, in pieno accordo con la tradizione, come mezzi per
rafforzare l’immaginazione; le tavole gli apparivano, come già a Bacone, ad
Alsted, a Comenio, a Wilkins indispensabili aiuti alla naturale fragilità della
memoria. Combinatoria: his qui imagi- natione firma non valent ad res attente
considerandas succur- ritur figuris et characteribus, ita his qui memoria non
valent nec multa simul exhibere possunt, succurritur ope tabula- rum ».5
Nell’elaborazione dei suoi numerosi, grandiosi progetti con- cernenti la
caratteristica, la lingua universale, l'enciclopedia, Leibniz si era dunque
richiamato di continuo a quelle discussioni sulla combinatoria e
sull’enciclopedia, sull’alfabeto dei pensieri e sulla LINGVA LATINA come LINGVA
VNIVERSALE, sui caratteri reali e sulla memoria che avevano avuto in tutta
Europa un'eco vastissima. Non si trattava di una lieve eredità. Ad anni di
distanza dalla pubblicazione della Dissertatio de arte combinatoria, dopo il
soggiorno a Parigi e a Londra, dopo le grandi « scoperte » matematiche, Leibniz
parla ancora della [Per questi riferimenti alla memoria artificiale cfr.
Durens, Leibnitii Opera.; Op. Sull'uso mnemonico delle classificazioni cfr.
anche la lettera a Wagner in G. e, sui caratteri, palpabili e sensibili: Gaua
-- sua invenzione con accenti caratteristici, con un tono che appare
singolarmente vicino a quello « miracolistico » e «magico » di tanti fra i
lullisti e i maestri di memoria. La mia invenzione contiene, tutto intero,
l’uso della ragione; un giudice delle controversie; un interprete delle
nozioni; una bilancia per le probabilità; una bussola che ci guiderà
nell’oceano dell’esperienza; un inventario delle cose; una tavola dei pensieri;
un microscopio per scrutare le cose presenti; un telescopio per indovinare
quelle lontane; un cal- colo generale; una magia innocente; una cabala non
chime- rica; una scrittura che ciascuno potrà leggere nella sua propria lingua;
infine una lingua che puo venire appresa in poche settimane e che avrà presto
corso nel mondo portando, ovun- que potrà giungere, la religione vera. Non sono
parole dettate dal desiderio di adattarsi a una moda culturale o a un
linguaggio corrente: come già i seguaci di Lullo e i teorici della pansofia
anche Leibniz resta sempre convinto che fosse possibile rintracciare un metodo
che costituisca la chiave della realtà universale; che e possibile dar luogo ad
una scienza generalissima capace di scoprire la piena corrispondenza tra le
forme originarie costitutive della realtà e la catena delle ragioni o dei
pensieri umani. La scienza generale non abbraccia soltanto la logica ma è ars
inventendi e methodus disponendi, è sintesi e analisi, didattica e scienza
dell’ insegnare, è noologia e arte del ricordare o mnemonica, è ARS characteristica
o SIMBOLICA, è GRAMMATICA FILOSOFICA, arte lulliana, cabala dei sapienti e
magia naturale. Dalla tradizione dell’enciclopedismo lullista, da quella della
pansofia, dalle teorie sulla lingua universale Leibniz non accoglie soltanto
una serie di temi di importanza secondaria e marginale. Quella tradizione
operava potentemente su uno dei punti centrali e fondamentali della sua
filosofia: sul concetto stesso di una scienza generale che è anche una, sia
pure «innocente », magia naturale, che è in grado cioè di rivelare le ragioni
presenti ed operanti nel cosmo, di chiarire la strut- [Leigniz, Samtliche
Schriften und Briefe herausgegeben von der Preussischen Akademie der
Wissenchaften, I. R., Darmstad, Introductio ad Encyclopaediam arcanam, in Op.] tura
ontologica della realtà. Su questo punto, che è di importanza decisiva, i testi
sono oltremodo precisi. L'arte — scrive Leibniz nella Dissertatio — conduce con
sè l’animo obbediente attraverso quasi tutto l’infinito e abbraccia insieme
l’armonia del mondo e le intime costruzioni delle cose e la serie delle forme. La
lingua latina come lingua universale, d’altro lato, scopre le interiori forme
delle cose 4° e l’astrazione ha il suo fondamento nella trama ideale della
realtà. Se il nostro animo non trova il genere delle cose lo sa Dio, lo trovanno
gl’angeli e preesiste un fondamento a tutte queste astrazioni. Nella Confessio
naturae Leibniz insiste sul concetto di un’armonia universale che proviene
dallo spirito divino,‘* mentre, in una lettera, troviamo esplicitamente
teorizzata una concezione platonico-pitagorica della realtà nel cui ambito la
matematica diviene veramente lo strumento per penetrare i lineamenti più intimi
e segreti del mondo. Qual'è la ragione dell’armonia delle cose? Nulla: ad
esempio, non si può dar nessuna ragione del fatto che il rapporto di 2 a 4 sia
eguale a uello di 4 a 8, neppure movendo dalla volontà divina. Ciò dipende
dalla stessa essenza o idea delle cose. Le essenze delle cose sono infatti
numeri, e costituiscono la stessa possibilità degli enti, che non è fatta da
Dio, che ne fa invece l’esistenza: poiché, piuttosto, quelle stesse possibilità
o idee delle cose coin- cidono con lo stesso Dio. Essendo Dio mente
perfettissima, è impossibile che non sia egli stesso affetto dall’armonia per-
fettissima. Temi di questo tipo ritornano, con ampiezza molto mag- giore, in
quella serie di saggi che Jagodinski ha raccolto e pubblicato. G. IV, 56. Il
passo è stato sottolincato dal Kasitz, Die p/ulosophie der jungen Leibniz, G.
Lersniz, Sdmtiliche Schriften und Briefe. Su questo passo hanno richiamato
l’attenzione il KaÒitz, Die philosophie der jungen Leibniz, e BARONE, LOGICA FORMALE E TRASCENDENTALE. La
lettera fu pubblicata dal TRENDELENBURG, Hist. Beitrige zur Philos., Berlin. JacopiINSsKI,
Lerbriziana. Elementa philosophiae arcanae. De summa rerum, Kasan; dello stesso
autore cfr. Leibniziana inedita: a proposito dei quali si sarebbe davvero
tentati di dire, con il Rivaud, che «il principio di armonia è stato il centro
in- torno al quale tutte le idee di Leibniz si son venute cristalliz- zando, c
questo stesso principio appare, fin dall’inizio, non una semplice legge logica
ma una necessità estetica e mo- rale. Negli Elementa philosophiae arcanae non
troviamo solo l'affermazione che « existere nihil aliud esse quam harmo- nicum
esse », ma vediamo esplicitamente affermata la dottrina di un ordine logico del
cosmo secondo la quale ciò che distingue una sostanza dall’altra è la sua
situazione nel con- testo razionale dell’universo ».°* Su questo stesso terreno
si muoveva Leibniz quando scrive a Federico di poter dimostrare l’esistenza di
una ratio ultima rerum seu harmonia universalis o quando afferma, in una
lettera alla duchessa Elisabetta, la piena coincidenza tra i caratteri reali e
gli elementi semplici costitutivi della realtà: «la caratteri- stica
rappresenterebbe i nostri pensieri veramente e distinta- mente e, quando un
pensiero fosse composto da altri più sem- plici, il suo carattere lo sarebbe
egualmente... i pensieri semplici sono gli elementi della caratteristica e le
forme semplici le sorgenti delle cose.‘ confessio philosophi, Kasan (testo lat.
con traduzione russa a fronte. Rivaup, Textes inédits de Leibniz publiés par
Jagodinski, Revue de Met. et de Morale. JAGODINSKI, Leibniziana. La lettera a
Federico in G. I; quella ad Elisabetta in Sdngliche Schriften und Briefe. Sulla
presenza di motivi metafisici anche in quei temi di logica che sono alla base
dell’interpretazione panlogistica cfr. JasinowskI, Die analitische Urteilslehre
Leibnizens in ihrem Verhiltnis zu seiner Metaphysik, Vienna. Pur muovendo
dall’accettazione delle tesi di Couturat e di Russell, PRETI, Il cristianesimo
universale di Leibniz, Milano, è giunto a conclusioni che mi pare vadano
sottolineate. In realtà Leibniz non è giunto mai ad uno sviluppo completo della
sua logica ed è rimasto impigliato in gravissime difficoltà perché non ha
saputo mai abbandonare completamente il suo originario platonismo: il criterio
dell’evidenza (intuizione immediata delle idee), il rea- lismo logico (per cui
esistono idee in sé primitive e in sé composte), la concezione secondo la quale
il gioco formale dei simboli doveva riprodurre i rapporti ideali eterni
sussistenti fra le idce le quali erano nella mente di Dio, hanno impedito a
Leibniz di svolgere fino in fondo le sue intuizioni logiche, che pur sono tanto
geniali e nel seguito si mostreranno tanto feconde. In realtà Leibniz crea una
logica sempre con la PR di creare un’ONTOLOGIA e una metafisica. Ma per creare
la logica occorre svincolarsi del tutto da ogni preoccupazione
ontologico-metafisica, e seguire una gnoseologia (quella che, nascendo da Hume,
arriva al positivismo del circolo di Vienna) che Leibniz non avrebbe seguita. A
conclusioni non dissimili, da queste di PRETI, è giunto BARONE, Logica formale
e logica trascendentale, che parla di una « fondamentale differenza fra la logica formale e la logica leibniziana
sempre inglobata e sorretta, anche nelle ricerche più modernamente tecniche,
dall'ideale metafisico della pansofia e che ha sottolineato la presenza, nel
pensiero di Leibniz, di una concezione platonico-pitagorica delle forme che è a
fondamento della formalità degli schemi logici. A conclusioni fortemente
divergenti da queste ora csposte è giunto CORSANO -- Lerbniz, Napoli -- che
acutamente analizza le influenze esercitate sul pensicro di Leibniz dalle opere
di Suarez e ha sostenuto la tesi di un’intima e quasi intera adesione al
nominalismo, dalla quale avrebbe preso le mosse il pensiero di Leibniz. Con
questa tesi, per le ragioni sia pur brevemente accennate nel testo, non mi pare
di poter concordare anche perché non credo, come ritiene CORSANO, che agl’arcaici
e decrepitti motivi di misticismo platonico-pitagorico Leibniz e costretto a
inchinarsi in omaggio alle opinioni dei suoi maestri (Weigel) e per parlare con
un linguaggio accessibile all’arretratissima cultura filosofico-scientifica
della Germania barocca -- Corsano, rec. a Barone, Logica formale e logica
trascendentale, Rivista critica di storia della filosofia. Mostrare la presenza
e il non indifferente peso esercitato da quelle arcaiche sopravvivenze — che
non mi paiono in alcun modo riducibili ad una specie di espediente accademico o
retorico — è in ogni caso il fine che in queste pagine mi sono proposto. IL AD
MEMORIAM CONFIRMANDAM DI LULLO Il Liber ad memoriam confirmandam e composto a
Pisa. A Pisa, Lullo era giunto da Genova, dopo un viaggio assai avventuroso ed
un naufragio del quale egli stesso ci dà notizia. Saraceni ipsum [Lullum])
miserunt in quandam navem tendentem Genovam, quae navis cum ma- gna fortuna
venit ante Portum Pisanum; et prope ipsum per decem millaria fuit fracta, et
Christianus Lullus vix quasi nudus evasit, et amisit omnes libros suos et sua
bona» (cfr. Disputatio Raymundi Christiani et Hamar Saraceni, ediz. di Magonza)
A Pisa, Lullo portava a compimento, fra l’altro, la stesura dell’Ars magna
generalis ultima iniziata a Lione e progettava una crociata appoggiandosi al
governo della Repubblica per ottenere racco- mandazioni per il Pontefice e per
i cardinali. Troviamo Lullo di nuovo a Genova e poi a Montpellier. La data di
composizione dell’opera indicata da S. Garmes: (cfr. Dinamisme de R. Lull,
Mallorca appare quindi oltremodo probabile. A que- sto studioso si deve una
breve ma accuratissima biografia del Lullo: Vita compendiosa del Bt. Ramon
Lull, Palma de Mallorca. Il testo dell’operetta lulliana del quale si dà qui di
seguito la trascrizione è conservato in tre mss.: il cod. dell’Ambrosiana (qui
indicato con la sigla B); il cod., ff. 1 v.-3v. della Staatsbibl. di Monaco
(indicato con M); il cod. lat. della Nazionale di Parigi (indicato con P). Il
ms. B appartiene senza dubbio ad un ramo della tradizione diverso da quello cui
appartengono gli altri due mss. i quali presentano, rispetto a B,
caratteristiche in parte comuni (diverso incipit, assenza della suddivisione in
capitoli, lacune comuni rispetto a B, diversa terminologia ecc.). In P sono
presenti lacune che non sono in M. Oltre che una derivazione di M. da P, è
tuttavia da escludere anche una derivazione di P da M: le divergenze fra i due
mss. dipendono nella maggior parte dei casi da diffe- renti interpretazioni
dovute alle abbreviature presenti nel testo originario o in un subarchetipo
comune. Si vedano a titolo di esempio le varianti corrispondenti alle note. In
nomine Sanctissimae Trinitatis incipit liber ad memo- riam confirmandam. Ratio
quare presentem volumus colligere tractatum est ut memoria hominum quae labilis
est et caduca modo rectificetur meliori. Ipsum quidem dividimus in duas partes
principales, subsequenter in plures. Prima igitur pars est Alphabetum ABECEDARIVM
ideo ut sequitur ipsum diffinimus. Alphabetum ABECEDARIVM ponimus in hoc
tractatu ut per ipsum possimus memoriam diffinire ct in certis et terminatis princi- piis ipsam in duabus
ponere potentiis. Primo igitur significat memoriam naturalem, significat
capacitatem, significat discretivam. Quid tamen sit naturalis memoria, quid
capacitas, quid discretiva, vade ad quintum subiectum per b.c. d. designatum in
libro septem planetarum quia ibi tractavimus miraculose et notitiam omnium
habebis entium naturalium, quapropter ipsorum prolixitatem et sermonem
declarationis hic ad prae- sens exprimere praetermitto, cum intellectus per
unam literam plura significata habentem sit generalioret possit in memoria
plura significata recipere quam per aliam largo modo sumptam. Sequitur nunc
secunda pars quae memoriam dividit in partes speciales pariter et generales de
generali tractans ad specialia postea descendendo. Primo igitur ut laborans in
studio faciliter sciat modum scientiam et ne, post amissos quamplurimos
labores, scientiae huius operam inutiliter tradidisse noscatur, scd potius
labor in . requiem et sudor / in gloriam plenarie convertatur, modum scientiae
decet pro iuvenibus invenire per quem non tanta gravitate corporis iugiter
deprimantur, sed absque ni- mia vexatione et cum corporis levitate et mentis
laetitia ad scientiarum culmina gradientes
cquidem propere subeant. Multi enim sunt qui more brutorum litera- rum
studia cum multo et summo labore corporis prosequun- tur absque exercitio
ingenii artificioso et continuis vi- gilits maceratum corpus suum iuxta labores
proprios inuti- liter exhibentes. Igitur decet modum per quem virtuosus studens
thesaurum scientiac leviter valeat invenire et a gravamine tantorum laborum
relevari possit. Oportet nos igitur conservare ante omnia quaedam prin- cipia
et praccepta necessaria et postrmodum ad specialia condescendere. Primum ergo
oportet praeceptum legis observare, idest diligere Deum ciusque Genitricem
beatissi- mam virginem Mariam. Nam Spiritus Sanctus dat scien- tiam cum
magnitudine ut sit magna, Beata Virgo Maria dat scientiam cum bonitate ut sit
bona. Spiritus Sanctus dat B. 36r. scientiam ut charitas duret, Domina nostra
beatissima dat P. 438v. P. 439r. M. 2r. B. 36v. P. 439v. scientiam ut pietas
duret. Spiritus Sanctus dat scientiam cum potestate ut sit fortis, Domina nostra
virgo beatis- sima dat scientiam ut recolatur. Spiritus Sanctus dat scientiam
contra infidelitatem, Domina nostra virgo Maria dat scientiam contra peccatum.
Spiritus Sanctus dat scientiarp cum ratione, Domina nostra pia dat scientiam
cum patientia Spiritus Sanctus dat scientiam cum spe, Domina nostra sanctissima
pia Virgo Maria dat scien- tiam cum pietate. Spiritus Sanctus dat scientiam cui
sibi placet, Domina nostra dat scientiam omnibus illis qui ipsam rogant.
Spiritus Sanctus dat scientiam ad rogandum, Domina nostra dat scientiam
petendi. Spiritus Sanctus dat scien- tiam divitibus, Domina pia dat scientiam
pauperibus. Spiritus Sanctus dat scientiam cum gratia, Domina nostra sacra-
tissima virgo Maria dat scientiam cum petitione Spiritus Sanctus idiomata dat
pariter et consolationes ab ipso quidem divino Domino nostro Jesu Christo omnia
prospere procedunt et conceduntur et sine ipso fac- tum est nihil et placa
ipsum per devotissimas orationes maxime per orationem Sancti spiritus. Secundo
est OPTIMVM observare modum vivendì in potando et come- dendo praccipue ex
parte noctis vel etiam in dormiendo quoniam ex superfluitate horum corpus
gravitate ponde- rositatis ultra modum aggravatur et anima, corpori adherens,
illius dispositionem sequitur. Nihil enim tam praecipuum scientiam inquirenti
ut moderationem ponat ori suo et palpebris suis non concedat multam dormitionem
et inor- dinatam. Tertium praeceptum invenio quod nunquam deficiat quin maiorem
partem sui temporis scientiae operam tribuat cum affectu quoniam ex hoc
sequitur capacitas, ex hoc memoria, ex hoc discretio naturalis. Sequitur nunc
secunda pars ad specialia descendens. In artificioso studendi modo distinguo
tres potentias natu- rales: una est capacitas, alia est memoria, alia est
discretio. Prima stat in prima parte capitis quae dicitur phantasia, secunda
stat in posteriori, tertia stat in
summitate capitis quae aliis velut regina dominatur. Et bonum est habere bonam
capacitatem, sed melius est habere bonam memoriam, sed multo melius habere bonam discre- tionem. Modo restat
videre de singulis, et primo viden- dum est de capacitate, secundo de memoria,
tertio de discretione. Si igitur aliquis capacitatem lectionis cuiuscunque
facultatis audiendae ambit, regulas quas infra dicam debet diligenter observare, quas si observaverit quod sibi
eveniet experientia demonstrabit in brevi tem- pore. Primo enim, antequam ad
scholam accedat, lectionem statim tam de grammatica quam de logica tam de iure
civili quam de iure canonico et ita de omni- bus aliis scientiis audiendam, si
potest de iure canonico aut civili textum et glossas alias solum textum, et
videbit si credit intelligere; adhuc non
confidens de proprio intellectu dabit tibi materiam speculandi, dum legat,
utrum bene vel male intellexcrit, ct postmodum, quando legetur, erit attentus
lectioni ut intelligat per alium id quod per se ignorabat. Item postquam semel
in domo viderit, facilius postca intelliget, et tali modo ego scientiam mcam
multiplicavi, et ita faciet artista meae artis quoniam sic acquiret / scientiam
quam voluerit. Item secundo dico quod dum erit in scholiis habeat intellectum
ad id quod doctor vel magister tam in sacra pagina quam in artibus dicet, quod
si non, faciliter mens eius spargitur et potius videtur esse in loco ubi habet
mentem quam in scholiis ubi est tam- que / frustra. Ex hoc tamen multi perdunt offi- cium capiendi. Item quia
dum fuerit casus vel scientia, legere mentaliter in se revolvat et dum
questionem se- cundam vel argumentum cuiuscunque facultatis dicit doctor vel
magister vel artista meae artis, primam eodem modo revolvat, et interim quando
dicetur tertia reducat ad memoriam secundam et sic de caeteris, et sic habebit
intentionem capiendi totam lectionem. Posito quod non, nec partem accipiat
quarum paulisper argumentabitur, non autem uno momento poterit habere. Item
quando per sc vel per alium quis vult habere bonam capacita- tem, debet ponere
ordinem in legendis. Nam si vult intelligere unam legem vel decretalem vel
gramaticae vel logicae lectionem, dividat ipsam in duas / tres quatuor partes
secundum quod lectio fuerit parva vel magna quoniam ad capacitatem multum et
forsan magis quam aliud operaretur. Et de primo haec sufficiant. Venio igitur
ad secundam, scilicet ad memoriam quae quidem secundum antiquos alia est NATVRALIS
alia est artificialis. NATVRALIS est quam quis recipit in creatione vel
generatione sua secundum materiam ex qua homo generatur et secundum quod
influentia alicuius planetac superioris regnat et secundum hoc videmus quosdam
homines meliorem memoriam habentes quam alios sed de ista nihil ad nos quoniam
Dei est illud conce- dere. Alia est memoria artificialis et ista est duplex
quia quae- dam est in medicinis et emplastris
cum quibus habetur et istam reputo valde periculosam quoniam interdum
dantur tales medicinae dispositioni hominis contrariae interdum superfluae et
in maxima cruditate qua cercbrum ultra modum desiccatur et propter defectum
cerebri homo ad dementiam demergitur ut audivimus et vidimus de multis (138) et
ista displiciet Dco / quoniam hic non se tenet pro contento de gratia quam sibi
Deus contulit unde, posito casu quod ad stultitiam non perveniat, nunquam / vel
raro habebit fructum scientiae. Alia est memoria artificialis per alium modum
acquirendi nam dum aliquis per capacitatem recipit multum in memoria ct in ore
revolvat per se ipsum quoniam secundum Alanum in parabolis studens est admo-
dum bovis. Bos enim cum maxima velocitate recipit herbas et since masticatione
ad / stomachum remittit quas postmo- dum remugit et ad finem cum melius est
digestum in sanguinem et carnem convertit, ita est de studente qui moribus
oblitis capit scientiam sine deliberatione unde ad finem ut duret, debet in ore
mentis masticare ut in me- ‘moria radicetur et habituetur; quoniam quod leviter
capit leviter recedit et ita memoria, ut habetur in libro de memoria et
reminiscentia, per saepissimam reiterationem firmiter confirmatur. Lectionem
igi- tur diei lunae revolvat die martis et studeat et die martis et die
mercurii et sic de cacteris et talia faciendo scientior erit uno anno audiens
illo qui sex audierit annis et artistae hoc consulo meae artis caeterisque ad-
discere volentibus invenire attingere et habere. Venio ad tertiam videlicet ad
discretivam et dico quod discretio est duplex ut de memoria dixi: alia NATVRALIS,
alia artificialis. Naturalis est quam
quis habet ex dono Dei et de ista non loquor. Alia est artificiosa et ista
acquiritur aliquibus modis. Primo enim acqui- ritur si ea quae in memoria
retinemus diligenter servemus, cum enim aliquid in mente memoramus sive textum
sive glosam sive auctoritatem sive rationem per alium dictam et de illo vel de
simili a nobis petatur, per €a quae iam sunt in nostra notitia et memoria
radicata Z P. 443r. B. 39r. P., faciliter indicabimus cuicumque respondendo,
verum et certum est quod melius discernit sciens quam ignarus propter scientiam
quam habet iam cum memoria acquisitam. Postquam de memoria et capacitate et
discretiva tam in speciali quam in generali pariter et singulari dictum est,
nunc videndum est de memoriac recitatione, et ad multa recitanda consideravi
ponere quaedam nomina relativa per quac ad omnia possit responderi . quoniam
quodlibet corum crit omnino generale ad omnino speciale et habet scalam
ascendendi et descendendi de non omnino generali ad omnino speciale et de non
omnino speciali ad omnino generale. Ista cnim sunt no- mina supra dicta: quid,
quare quantus et quomodo. Per quodlibet istorum poteris recitare viginti
rationes in 0ppositum factas vel
quaecunque advenerint tibi recitanda et quam admirabile est quod centum possis
rationes retinere et ipsas, dum locus fuerit bene recitare. Certe hoc auro
comparari non debet, ergo qui scientiam habere affectat ct universalem ad omnia
desiderat, hoc circa ipsum tractatum laboret cum diligentia toto possc quoniam
sine dubio scientior erit aliis quia nomina sine speciebus aut sine magistro
non possumus recitare ideo ipsas pono: primo cnim quid habet tres species quas
hic propter carum prolixitatem ponere non curo, sed vade ad quintum subiectum
per b.c.d. SIGNIFICATVM in libro septem planetarum quoniam ibi videbis
miraculose ipsas aliqualiter declarare hic intendo, et sic dictum de primis
tribus ita intelligi potest de aliis sequentibus. Primum igitur per primam
speciem nominis quid, poteris certas quacstiones sive rationes sive alia
quaccunque voluerisrecitare evacuando secundam figuram de his quae continet,
per secundam vero poteris in duplo respondere seu recitare ct hoc per
cvacuationem tertiae / et multiplicationem primae, et si per primam tu recitas
viginti vel triginta nomina seu rationes, per secundam poteris quadraginta vel
sexaginta recitare et hoc semper per evacuationem et multiplicationem. Tamen
est multum difficile nisi sit homo ingeniosus et intellectu subtilis et non
rudalis. Per tertiam vero centum poteris recitare evacuando primam et
multiplicando secundam et de aliis poteris sicut de ista cognitionem habere.
Quare firmiter et ferventer praedictas stude species in praclibato septem
planetarum libro quem nunquam eris studere defessus immo eris gaudio cet
laetitia plenus; in dicto libro multa sunt studenti necessaria quae si nota
essent et bene intellecta non possent ullo modo extimari; ideo consulo
cuicumque ut istum habeat prac manibus et P. 444r. prae oculis suae mentis. Ad
laudem et honorem Domini nostri Iesu Christi et publicae utilitati compositus
fuit praesens tractatus in civitate Pisana in monasterio sancti Dominici per
Raymundum Lullum ut prius dominus Iesus Christus in memoria habeatur et verius
recolatur. Cfr. il Doctrinale minus, alias Liber parabolarum magistri Alani
(uno degli auctores octo) in Micne, P. L., 210, col. 585 (DD): Denti- bus
atritas bos rursus ruminat herbas Ut toties tritae sint alimenta sibi / Sic
documenta tui si vis retinere magistri Sacpe recorderis quod semel aure capis.
De memoria et reminiscentia. Sulla multiplicatio et cvacuatio figurarum cfr.
Ars brevis e Ars magna, Zetzner. In nomine... confirmandam Perutilis Raymundi
Lulli Tractatus de Memoria B. hominum ]
om. B. ] hominis P. meliori ] et melioretur B. (4) principales ] et add.
B. diffinimus definimus M. Cap. I (e tutte le successive
intitolazioni dei Cap.) om. MP. diffiniredefinire M. et ] om. B. ipsam ipsum P. Primo ] prima P. significat ] om. B. tamen ] autem B.
subiectum ] librum B. designatum om. B.
designata M. in libro septem ] in
libro octavo positum B. in libro septimo
P. omnium ] omnem B. ipsorum ] ipse MP. sermonem ] cc- riem M. scientia P. intellectus generalior sit add. MP. per unam literam
plura significata habentem sit generalior
pariter in memoria pro litera significata habentem B. ponit in memoria plura significata P. et
possit in memoria plura significata recipere
om. BP. quac memoriam dividit ] quac est de memoria et dividitur B. speciales
spetiales B. specialia spetialem
B. ut laborans in studio laboranti in
studio virtuose B. laboranti in studio studiose P. faciliter ] facile B.
scientiam ] scientiae P. huius huiusmodi M. tradidisse credidisse B. plenarie ] plenariam M.
cum etiam P. gradientes ] gradus BM.
equidem eiusdem B. ] cosdem M. propere
subeant ] properari sublimiter B. absque
nullo add. B. artificioso ] artificiosi B. sed add. MP. labores proprios inutiliter
exhibentes ] labores proprios exercentes conservare MP. Igitur Considerare igitur B. decet docet P. laborum ] aliquando ad4. B.pos- sit
] om. MP. Oportet nos igitur conservare ] Nos igitur conside- ramus B.
principia et praecepta ] praccipitata B.condescendere condescendentia B. beatissimam virginem ]
perbeatissimam gloriosam B. Maria dat scientiam ] om. MP. dat scientiam per
sapientiam add. B. cum potestate ] cum pietate B. ] in po- testate P. virgo ]
om. B. cum ratione ] in ratione P. nostra ] Maria B. cum patientia ] in
patientia P. cum ] in P. nostra
sanctissima pia Virgo Maria ] sacratissima pia virgo B. cum ] in P. petendìi ]
poenitenti BP. cum gratia ] in gratia P. cum petitione ] in petitione P.
Sanctus ] om. MP. et om. B. divino ] Deo pio MP. prospere ] prospera MP. ct
conceduntur ] om. MP. placa ] placare B. orationes Sancti Spiritus ] orationem
spiritus B. Secundo est opti- mum ] Secundum est B. quoniam ] cum BM. horum ]
corum B. inquirenti ] acquirenti B. ut moderationem ponat ori suo ] ut ponat
custodiam in somno B. ] ut moderate ponat ori suo P. invenio ] om. B. nunquam ]
nunque B. quin ] ut B. temporis ] spiritus B. operam ] opera M. (76) cum
affectu ] in af- fectu P. quoniam ] cum M. in artificioso studendi modo ] in
artificio secundo studendi P. quae dicitur phantasia ] om. B. stat ] om. B.
stat ] om. B. summitate ] sanitate P.
sed me- lius est habere bonam memoriam ] sed multo melius est habere
bonam discretionem P. melius ] plus B. discretionem ] discretivam B. primo
videndum ] providendum M. de capacitate ] de bona capacitate M. aliquis ] vult habere bonam 444. B. ambit ]
om. B. diligenter ] diligentia B. evenit ] quod add. B. tempore ] om. B. Primo
] Secundo B. (94) tam ] quam MP. iurc ] om. B. audiendam } auditum M. }
audiendum P. civili ] simili MP. adhuc ] ad hoc MP. de proprio intellectu ]
proprii intellectus B. ] de primo intellectu P. tibi materiam speculandi et ut
viam studendi MP. utrum bene ] num vel benc B. (per sc ] per ipsum B. Item ]
quia add. MP. ego ] om. B. quoniam sic ]
cum B. ] quoniam P. quod ] om. B. intellectum ] inventionem M. faciliter ]
facile B. ] facilius P. tamque frustra } tamquam frustra B. ] om. P. tamen ]
tam P. perdunt officium capiendi } per dictum officium capientur B. Item quia dum fuerit casus vel scientia,
legere mentaliter in se revolvat et ] Item dum sciat causam vel scientiam
litere mentaliter inter se revolvat ut B. ] Item quod dum fuerit casus vel
sententia litterae mentaliter in se revolvat et P. dum questionem secundam vel
argumentum ] dum questionem vel scientiam vel argumentum B. ] dum questionem
sciendam vel argu- mentum P. dicetur tertia ] docetur tertia MP. reducat ad
memoriam secundam ] ducat ad memoriam secundam B. ] ducat ad memoriam
sciendorum P. nec ] nisi B. quarum ] quaerere MP. autem ] enim ad4. B. quando ]
si secundo B. secundo P.legendis ] agendis MP. et est MP. quam aliud ] quam
quodvis aliud M. operaretur ]} om. MP. primo ] priori M. quae quidem ] Memoria quidem B. secundum
antiquos ] in capitulo de memoria add. P. artificialis ] artificiosa M.
secundum materiam ex qua ] ex materia qua B.
et ] etiam MP. secundum quod influentia alicuius planetae superioris
regnat ] secundum que influentia alicuius planetae inferioris regnat B. ]
secundum quod influentia actus planetarum supe- rioris regnat M. ] secundum
quod influentiam accipit planetae supe- rioris regnat P. sed ] et MP.
emplastris ] epistolis M. ] eplis P. cum ] in P. dantur ] dammantur B.
dispositioni hominis contrariae )] dispositio hominis quae contrariae MP.
cruditate ] quantitate B. ] caliditate P. qua cerebrum ] quod certe bene B. ]
quod cerebrum P. de multis ] multos B.
tenet pro contento ] contentat B. stultitiam ] insaniam B. perveniat ]
deveniat MP. habebit ] consequetur B. fructum ] fructus B. scientiae ] suac add. B. Alia est me- moria
artificialis... revolvat per se ipsum ] om. B. Alanum ] Alo- nium M. ]
Aristotelem P. finem ] seriem B. (148) moribus ] munibus B. ] modis M. quod ]
om. B. capit ] ct add. B. et ita memoria ] 0m. B. ut habetur in libro de
memoria et reminiscentia ] om. B. firmiter confirmatur ] firmiter conti- netur
B. ] firmiter confirmiter confirmetur P. studeat et die martis et ] om. B. talia
] taliter B. faciendo scientior ] faciendo quis scienter B. illo qui sex
audierit ] illud quod sex annis audiverit B. attingere ] ctiam add. M. ad ] om.
BM. alia ] est. MP. alia ] est add. MP. est ] om. MP. habet ex dono Dei ] debet
dono Dei B. (164) et de ista ] de qua B. aliquibus ] duobus B. diligenter ]
dili- gentia B. cum ] quando P. sive textum sive glosam sive auctoritatem sive
rattonem per alium dictam ] sine textu sine glossa sine auctoritate sine
ratione per aliud dictum MP. radicata ] radicantur B. cuicumque respondendo
verum ] cuiuscunque unde B. discernit discerit BB. propter scientiam quam habet
] nam rationem quam habet B. acquisitam ] acquisita M. Postquam ] visum est
ad4. B. et ] om. MP. discretiva ] dis- cretione P. dictum est ] om. B.
recitanda } recitandum B. eorum ] illorum B. et habet scalam.... ad omnino
speciale ] om. B. non Jom. B. quantus ] quotus, totus B. quatenus M. oppositum
]oppositionem P. quam admirabile ] quoniam mirabile M. ] quam mirabile P. quod ] quia M. possis ] possit P. fuerit ]
adfuit B. bene ] om. MP. debet ] potest MP.
universalem ad omnia ] utilis omnia B. universalis ad omnia M. hoc ]
homo esse B. ipsum ] istum B. cum diligentia ] cadem diligentia B. ] in
diligentia P. Quia ] quoniam M. aut ] aliquid B. ideo ] labore adeo B. Primo enim quid primo quo B. earum ] illarum
B. ponere om. B. subiectum ] librum B. (201) significatum ) desi- gnatum vel
significatum B. septem ] septimo P. quoniam ] cum B. miraculose ] iam add. B.
aliqualiter ] aliquan- tum B. declarare ] volo add. M. hic intendo... potest de
aliis ] om. MP. sequentibus ] in sequentibus MP. quid ] quod B. recitare
evacuare secundum de his quae continet per scientiam positis add. B. secundam ]
secundam corretto in primam da mano più tarda B. secundam figuram de his quae
con- tinet, per secundam vero poteris ] 0m. B. duplo ] duo P. (214) seu
recitare et ] on. B. si ] sic P. recitas ] duo vel tria nomina seu rationes
add. M. duo e tria sono correzioni più tarde di secunda e tertia. viginti vel
triginta nomina seu rationes } om. M. vel sexaginta ] om. B. intellectu ] multum B. rudalis ] naturalis B.
] non ruralis M. recitare ] om. MP. et ferventer ] om. B. stude } audire B.
quem nunquam eris studere defessus ] quem nunquam eris audire fessus B ]
quoniam eris studendo defessus M. ] quoniam nunquam eris studere defessus P.
multa ] nulla B. studenti ] alia
evidenter B. ullo modo ] modo aliquo B. ] modo P. cuicunque ut ] quoscunque quod
B. oculis suae mentis ] oculis et suae
mentis ferveat B. Lullum ] Lulli MP. UN TRATTATO IN VOLGARE. Il trattatello in
volgare sulla memoria artificiale composto da autore ignoto e qui di seguito
riprodotto, è contenuto nei Codd. Palatino e Conv. Soppr. I 1.47 (carte non
numerate) della Nazionale di Firenze. Contrariamente a quanto afferma Yates
(T%e ciceronian art of memory) questo scritto non può essere attribuito con
sicurezza a Bartolomeo da San CONCORDIO (si veda). Questa attribuzione oltre
che al Manni, risale a TIRABOSCHI, ma come già ha osservato Tocco (Le opere
latine di BRUNO), nel corso del testo si fa riferimento al Rosarum odor vitae
(contenuto negli stessi codici sopra indicati) e probabilmente composto da CORSINI
(si veda), priore della Repubblica fiorentina (cfr. l’edizione del Rosa:o della
vita a cura di Polidori, Firenze, Soc. Tipograf. Ital., 1845). Anche se l’anno
di composizione del Rosaio può presentare qualche incertezza resta il fatto che
l’opera fu composta da un contemporaneo del Petrarca (Ediz. Polidori). A quanto
osservato da Tocco si può qui aggiungere che nel suo riferimento al Rosato
l’autore del trattato sulla memoria parla di 84 capitoli mentre, sia nel Palat.
che nel Cod. I, 1, 47. L'attribuzione a San CONCORDIO appare dovuta al fatto
che in entrambi i codici gli Ammaestramenti degli antichi di Bartolomeo sono
preceduti da una traduzione del capitolo sulla memoria della RAetorica ad
Herennium e seguiti dal trattato sulla memoria artificiale. Nel Palat.1 testi sono
così disposti: Testus memorie artificiose vulgariter scilicet super quandam
partem rectorice.: Bartolomeo da S. Concordio gli ammaestramenti degl’antichi;
Ars memoriae artificialis. Il volgarizzamento del testo della retorica ad
Erennio forma la seconda parte o il sesto trattato del Fior di Rettorica di GIAMBONI
(si veda) (Magliab. Palch., Riccardiano. Cfr. Tocco. ll bro di leggere cui si
fa riferimento nelle prime righe del trattato può essere, come vuole Tocco,
il trattato della pronunzia che è il
terzo del Fior di Rettorica nella redazione di Guidotto da BOLOGNA (si veda) e
in quella di GIAMBONI. Il trattato sulla memoria artificiale fa dunque parte,
con ogni probabilità, di una qualche redazione del Fior di Rettorica. La
trascrizione è condotta sul Palat. 54, ma si è fatto spesso ricorso anche
all’altro codice indicato. Si sono apportate modifiche, oltre che alla
punteggiatura, a talune grafie (per es. nolla = non l’ha; lo = l’ho; vene = ve
ne; a = ha ecc. Poi che aviamo fornito il libro di leggere, resta di poter
tenere a mente, e però qui di sotto si scrive l’arte della memoria artificiale
in si facta forma che non offende la naturale che ha sifatto ordine il libro da
sé che con questa memoria si può d’esso grande parte imparare a mente se
solamente il libro si legge cinque volte ct fra l'una volta et l’altra sia
spazio di mezzo di quello che vuoi tenere a mente, et observando le regole di
questa me- moria non si potrà errare solo in una lettera di tutto questo libro
che tutto non si imparasse a mente. La memoria artificiale sta solamente in due
cose, cioè ne luoghi e nelle imagini. Luogo non è altro a dire se non come una
cosa disposta a potere con- tenere in sé alcuna altra cosa, sicome una casa,
una sala, una camera o simili cose a questa come ab octo dieci anni a te dicte.
Le imagini sono il proprio representamento di quelle cose che noi vogliamo
tenere a mente. Due sono le maniere de luoghi, cioè NATURALE e artificiale. NATURALE
luogo è quello che è facto per mano di natura come c il monte e il piano e gli
albori che per sé sono. Artificiale luogo è quello che è facto per mano d’huomo
sì come è una camera o un cammino, uno versatoio, uno studio, una finestra, una
casa, uno cofano et simili luoghi a questi. Non intendere però tutte le
masseritie minute de la camera però che non ti riverebbe la ragione, ma
vogliono essere masseritie grandi come sono cassoni, soppedani, fortieri, et se
pure alcuna masseritia ci vogliamo mettere, conviene che sia molto riconosciuta
et stia in luogo continuamente palese, come è una barbuta, uno cappello
lavorato, uno elmo da campo v vero cimiero e cose simili a queste. Intorno a
luoghi convengono / più cose avere. In prima avere dentro molti luoghi, cioè
quanti sono i nomi che vogliamo tenere amente però che ogni luogo ha la sua
imagine a pigliare ciascuna imagine e rapresentamento da una cosa sola per sé,
ct però se aremo a tenere a mente XX nomi si pogniano XX imagini per luogo. Et
come dico di XX, così si potrebbe fare di cento, CC, CCC, CCCC, pure che luoghi
assai aviamo. Non obstante che io dica qui di CC e LII, posto che di questi
CCLII viene facta non poca fatica che sono nel librecto dinanzi decto del
rosaio odore della vita capitoli LXXXIIH et ad ogni capitolo si possono
leggiermente accattare tre nomi sì che tre via LXXXIII, CCLII. Ma di più nomi
dire qui di sotto più pienamente. Apresso questo, ci conviene avere e’ luoghi
ordinati, cioè che per ordine l'uno vada dietro a l’altro. Et se quella persona
che vuole usare quella memoria in man- cino, cominci e’ conti de luoghi a mano
mancha et se queste sopra da la drecta mano, se a diricta vada sopra la mano
diricta, in questo modo: che se in una sala aremo da poter pigliare cin- que
luoghi, el primo sia uno camino, el secondo un uscio o un armaro da vasi, el
quarto una colonna overo uno pilastro, el quinto uno versatoio. Incominciamo
dal primo come è il ca- mino, poi il secondo come è un uscio et così per ordine
l'uno dopo l’altro et non si dee mai passare niuno luogo se non che si debbono
sapergli bene a mente come sono ordinati da sé. A presso si conviene che i
luoghi sicno numerati cioè che ogni nego quinto si segni; cioè a questo modo:
che al primo quinto i ponga una mano d'oro che per le cinque dita ripresentino
ji luogo essere quinto; poi il secondo quinto, cioè il decimo luogo, ripresenta
in questo modo o trovata per sapere subito a quanti nomi sta Piero. Subito puoi
avisare se alle due mani sarà il decimo se a due nomi dopo le due mani sarà il
duodecimo / 142r. ct così seguitando si può sapere di molti. Ma questa regola
di queste mani abbi posta qui perché la insegnia Tulio CICERONE et non vorrei
che altri credessi che io non la sapessi, però l’ho posta qui, ma a me pare uno
poco faticosa per tale quale persona. Imperò potiamo lasciare andare testé
questo affanno delle mani del oro, et fare in questa forma: cioè che i luoghi
sempre cag- gino o in cinque o in dicci; în questa forma che se in una sala
sono sci o septe luoghi non tenere a mente se non cinque, et se fussino quattro
forzati tanto che sieno cinque che leggier- mente viene facto poi che si mette
in pratica. Et così similmente vuole andare de decti che se aremo una sala o
una camera dove sieno nove luoghi, forzati tanto che ve ne aggiungi un altro si
che sieno dieci. Se ce ne fussino da dieci in su in sulla sala, non ne tenere a
mente se non dieci. Adunque se arai in una tua casa una sala et in questa
fussino cinque luoghi, una camera et in questa camera fussino dieci luoghi, uno
verone et in questo fussino pure dieci luoghi, un’altra camera et in questa
fussino cinque luoghi, uno terrazzo et in questo fussino dieci luoghi, una
grotta et in questa fussino dieci luoghi, raccogli tutti questi luoghi et vedi
quanti sono, et, quanti sono i luoghi, tanti sono i nomi che puoi tenere a
mente. Sì che se i dicti luoghi sono L, et L nomi potrai tenere a mente sanza
faticha di memoria, et così similmente chi la volessi fare più in grosso,
potrebbe avisare dieci case delle dita sue dove trovasse L luoghi ciascuna casa
et così la farà di cinquecento et di mille et di diecimila sanza fallo, però
che troviamo che Seneca fu giovane esso la fe' di dumilia, ritornando allo
inanzi et allo indietro, come fanno i fanciulli ad a.b.c. quando la dicono alla
dietro. Ancora vogliono essere dicci luoghi noti cioè che bene gli conosciamo
etc. Apresso non vogliono essere troppo grandi né troppo piccoli, ma di mezzana
fog/gia come si richiede alle imagini che qui si pongono. Ancora vogliono
essere i luoghi temperati dove non usi troppa gente però che la troppa gente
guasta il luogo et la nostra memoria. Ancora vogliono essere né troppo chiare
né troppo ob- scure però che la troppa chiarezza et la troppa obscurità fa noia
agli occhi della mente sì che vedere non possiamo i luoghi. An- cora conviene
che i luoghi non si rassomiglino troppo l'uno a l’altro, ma quanto più sono
variati meglio è. Ancora non vogliono essere troppo apresso l'uno a l'altro né
troppo di lungi, ma intorno di cinque o di dicci piedi l'una da l’altra. Et
questo è tutto quello che bisognia a’ luoghi. La imagine non è altro se non,
come di sopra è detto, come il proprio representamento di quelle cose le quali
vogliamo tenere ad mente. Questa imagine ha due proprietà: cioè che ella ha a
ricordare il nome et il sentire. Ricordare il nome è ricordare a mente MARTINO
(si veda) per ordine ciascuno per sé, ricordare sententie è in questo modo che
se io mi voglio ricordare come Troia fu presa
Greci con ferro con fuoco con ruina per cagione di Elena, io pongo in
uno luogo la imagine di Troia come ardeva e come in lei sieno entrati cavalieri
armati. Ancora se io mi volessi ri- cordare della hedificatione di Cartagine la
quale hedificò una donna chiamata Dido, porrò una imagine d’una con molti gua-
tatori di intorno, et così va di simile a simile di molte et infinite
sententic. Hora d'intorno alle imagini sì come di nomi et di sententie vediamo
quante cose sono di necessità. Mostra che sieno sei per ordine. In prima si
richiede che le imagini sieno pro- prie, cioè che se io mi voglio ricordare di
Piero solamente ponga in uno luogo la sua propria imagine, et se io voglio
tenere a mente MARTINO, quello medesimo. Ancora conviene che la imagine non sia
/ equivoca cioè che rapresenti più cose di quelle che vogliamo tenere a mente.
Ancora conviene che le imagini non sieno troppe, cioè più che non sicno di
bisogno non si pon- gano nel luogo, che se io voglio tenere a mente Piero,
solamente porre una imagine che rapresenti Piero, la quale cosa è contro alla
doctrina di Tulio CICERONE. Ancora conviene che la imagine non sia varia, cioè
che abbia alcuna varietà in sé e questa è delle più utili cose che si possa
avere. Questa memoria però sempre ci doviamo studiare di porre imagini di nuove
foggie. Ancora conviene che la imagine sia segnata da alcuno segno il quale si
convenga a la cosa per la quale è facta, cioè che la imagine del re pare che
gli si convenga il segno de la corona, et a’ cavalieri il segno dello scudo, al
doctore il segno del vaso et ad cui uno segno ad cui uno altro come la fantasia
della memoria comunemente si vuole dotare. Ancora conviene che a la imagine si
faccia alcuna cosa cioè la proprino quanto agli acti quelle cose che a loro si
convengono, sì come si conviene ad uno lione dare la imagine apta et ardita et
alla golpe l’acto sagace et abstuto, al sonatore l'apto di sonare stromento.
Adunque veggiamo sempre che ne’ luoghi si convengono porre le imagini sì come
nelle carte si convengono porre le lectere. Qui finisce delle sententie et de’
nomi abbreviato. Ancora doviamo tenere questo modo il quale è molto utile: che
poi che abbiamo imparato C 0 CC nomi et recitargli, non per tanto dobbiamo
conservargli, più inanzi ci doviamo studiare più che possiamo che ci escano di
mente e così facendo escono di mente e i luoghi rimangono voti per gli altri
che volessino imparare. Finis. Deo gratias. Amen. MSS. DI ARS MEMORATIVA Il
Cod. lat. ambrosiano sup. (di carte) contiene i seguenti scritti : Tractatus
brevis ac solemnis ad sciendam et ad consequendam artem memoriae artificialis
ad M. Marchionem Mantuae. Inc.: Iussu tuo princeps illustrissime. [È il
trattato di RAGONE (si veda) da Vicenza del quale abbiamo citato vari passi nel
testo, conservato in due esem» plari di diversa mano anche nel Cod. marciano
cl. VI, 274 ai ff. 15-34 e 53-66 e in un terzo esemplare nel marciano 159 della
stessa classe. Il nome dell’autore (artificialis memoriae regulae per Jacobum
Ragonam Vicentinum) e la data di com- posizione (Kal. Nov.) risultano dal
marciano. Tractatus solemnis artis memorativae. Inc.: Artificiosie memoriae
egregia quaedam. [Di questo scritto si dà qui di seguito la trascrizione. Si è
omesso l’elenco in vol- gare dei « luoghi » che occupa i ff. Exp.: Trespo da
tavola. Zovane fameglio. Tractatus artis memorativae eximii doctoris artium et
medicinae magistri Girardi. Inc.: Ars commoda na- turae confirmat et auget.
Nella trascrizione che segue si è fatto ricorso anche al cod. dell’Angelica che reca lo stesso trattato con
il titolo, di mano più recente, Hic traditur preclarus modus conficiende
memoriae. Inc.: Ars commoda natura e confirmat et augct. Excerpta ex libris CICERONE
de memoria. Inc.: M. T. CICERONE de oratore haec de memoria scripta sunt. Gli
excerpta sono tratti dalla Rhetorica ad Herennium. La data di composizione
della miscellanea si legge in fine al codice al f. 45: Anno scriptus pro
Raphael de Fuzsy. Tractatus solermnis artis memorativae incipit. Artificiosac
me- moriae egregia quaedam atque preclarissima praecepta in lucem allaturi, non
invanum esse duximus quod ipsa sit primum effin- gere cum, iuxta CICERONE
sententia in primo De officiis, omnis de quacumque re sumitur disputatio a
diffinitione proficisci debeat ut sciri possit quid sit id de quo disputatur.
Est igitur artificialis memoria dispositio quaedam imaginaria vel localis vel
idealis mente rerum sensibilium super quas natu- ralis memoria reflexa per ea
summovetur atque adiuvatur ut prius memoratorum facilius, distinctius atque
divitius denuo va- leat reminisci. Vel sit artificialis memoria est decentium
imagi- num quaedam industriosa collocatio qua corum quae in his debite
applicantur ad tempus memorari valeamus. Tertio vero ex menti CICERONE,
Rhetoricorum tertio, sic eius diffinitionem im- plecti possumus: memoria
artificialis est artificium quoddam quo naturalis memoria praeceptoris voce
confrmatur. Differt autem memoria naturalis ab artificiosa. Harum naturalis est
una quae nostris animis insita est et simul cum ipsa creatione nata.
Artificiosa vero est quaedam inductio et praeceptionis ratione confirmatur.
Haec autem ars duobus perficitur: locis videlicet et imaginibus, ut CICERONE
sentit in tertio rhetoricorum a quo non dissentit beatus Thomas illud addiciens
oportere ut ea quae vult quis memoriter tenere ordinata consideratione
disponat, ut ex uno memoratu ad aliud facile procedatur. CICERONE vero sic
inquit: oportet igitur, si multa reminisci volumus, multos locos domus
comparare, ut in multis locis multas imagines comprchendere atque amplecti
valeamus. Aristoteles vero in eo que de memoria scripsit a locis inquit
reminiscimur. Necessarii itaque sunt loci ut res seriatim pronuntiare et
memoriter tenere valeamus. Dif- ferunt autem loci ab imaginibus quia loci sunt
imagines ipsae su- per quibus tamque super carta imagines delebiles, quasi
literae, collocantur. Habeant igitur sc loci sicut materia, imagines vero ut
forma. Differunt quasi ut fixum et non fixum. Et quoniam haec ars, ut dictum
est, duobus absolvitur, locis videlicet et imagini- bus, primum locorum
precepta attingenda videntur. Nam cum ars imitetur naturam in quantum potest,
volenti autem scribere primum carta et
cera preparanda est, quibus loci simillimi sunt. Imagines autem literis,
dispositio autem et collocatio imaginum scripturac, pronuntiatio autem lectioni
comparantur. Illud merito fit ut ex his locis primum diffiniamus. Locus enim,
ut quibusdam placet, est spatium quidam domus proportionatum et condi- tionatum
quo conditionari debet; vel melius, secundum CICERONE, locos appellamus eos qui
breviter perfecte et insigniter manu aut natura absoluti sunt ut eos facile
naturali memoria comprendere atque amplecti valeamus. Haec autem ars centum
locis perficitur. quos hoc pacto nobis constituere poterimus si decem domos
nobis comparare poterimus in quarum singulis decem loci affigantur in diversis
ipsarum domorum parietibus, vel paranda nobis erit una domus quae computatis
cameris co- quina et scalis constituatur centenus numerus apponendo cuilibet camerae
vel scalae quinque locos. Locorum proprietas multiplex est: primo locorum
multitudo, locorum ordinatio, locorum solitudo, locorum meditatio, locorum
signatio, locorum dissimilitudo, locorum mediocris magnitudo, mediocris lux et
distantia. Sequitur de imaginibus. Ima- gines sunt rerum aut verborum
similitudines in mente conceptae. Duplices autem similitudines esse debent, ut
ait CICERONE, una rerum, alia verborum. Rerum autem similitudines constituuntur
cum summatim ipsorum negotiorum imagines comparamus, verborum autem
similitudines exprimuntur cum uniuscuiusque vocabuli memoria a nobis imagine
notatur. Verborum quidem similitudines aliae sunt notae, aliac ignotae,
notabilius aliae animatac, aliae inanimatae. Animatarum quaedam propriae
quaedam communes. Propriarum quaedam duplices, quacdam simplices. Communium
vero tam animatarum quam inanimatarum quacdam simplices, quaedam ex duabus
pluribusne partibus constituuntur, de quibus omnibus dicetur inferius. Et primo
videndum est de nominibus propriis simplicibus et duplicibus. Et premicto pro
generali regula imaginum collocandarum quod in locis semper collocandae sunt
imagines cum motu et acto ridiculoso crudeli admirativo aut turpi vel
impossibili sive alio insueto. Talia enim crudelia vel ridiculosa aut insueta
sensum immutare solent et melius excitare eo quod animus circa prava multum
advertat. Secundo vero noto collocandam circa imaginem ut aliquid agat vel
operet circa se vel circa ipsum locum. Si igitur daretur tibi ad memorandum
nomen proprium, puta Petrus vel Martinus, debes accipere aliquem Petrum tibi
notum ratione amicitiae vel inimicitiae, virtutis vel vituperii vel
precellentis pulcritudinis aut nimiae deformitatis, non ociosum sed se
exercitantem motu aliquo ridiculoso. Si nomen non adsit tibi notus capias
aliquem factum et si non fuerit, recurrendum erit ad regulam dictionum
ignotarum. Duplicia vero sunt cum duo ex istis simplicibus sumptis in recto
casu quae veniunt ad significationem unius simplicis ut Jacobus Philippus,
Johannes Maria. Preniomina vero sunt cum unum preest alteri in unico nomine
quae prelatio semper est in obliquo cum dependentia, ut Johannes Andrec,
Matheus Tomasii. Cognomina autem et agnomina sunt quae parentelae vel ab cunctu
faciunt ad singularem notitiam vel alicuius indi- vidui: ut Franciscus BARBARO et
SCIPIONE Affricanus. Duplicia sic collocanda sunt ut cadem facias etiam ipsam
imaginem ordinate operari. Item de prenominibus ita tamen quod actus attributus
recto habeat se in minus et actus attributus obliquo in maius. Agnomina autem
et cognomina secundum primam sui partem ut traditum est de nominibus propriis.
Secundum vero secundam sui partem prout tradetur de nominibus ignotis. Pro
clariori doctrina notandum est imagines, cx quibus simi- litudines capiuntur,
formari posse dupliciter: aut ex parte rci, aut ex parte vocis. Si ex parte rei
et tunc dupliciter: aut respectu rei propriac in se, aut ex parte methafisicac.
Ex parte rei propriac in se similitudo capitur ut rem ipsam formando in propria
forma et naturali, ct hoc modo in rebus naturalibus maxime convenit. Secundo
modo similitudo capitur ex parte rei methafisicac et secundum eius officium
quod operatur aut secundum instru- mentum cum quo operatur, et isto modo
praccipue operamus in rebus invisibilibus. Si igitur rerum invisibilium vis
tibi imagines servare, si sint res pertinentes ad virtutes vel vitia duplices
possumus similitudines capere scilicet aut capiendo rem in qua est per
excellentiam ut pro superbia Luciferum, pro sapientia Salomonem; secundo modo
methafisice. Divina autem ut dictum et angelos a pictoribus didicimus
collocare. Item de sanctis, ut virtus iustitia angelus anima deus, scilicet
Petrus et cetera.Nominum accidentalium similitudines ita capiuntur
indifferenter videlicet ponendo picturam aut similitudinem aut realem rem cuius
coloris qua nota collocanda demonstratur. Nota vero dignitatum officiorum et
artium mechanicarum sic collocatur, capiendo similitudinem secundum signa et
principalia eorum si- gnificata demonstrativa et declarativa ipsorum, ut si
volumus collocare papam Martinum tibi notum secundum regulam de propriis
habentem unam mitriam trium coronarum et sic de singulis secundum signa
convenientia suis dignitatibus officiis et artibus. Si vis memorari inanimatas
duobus modis id efficere poteris. Primo modo ipsius rei inanimatae
similitudinem capiendo ut aliquid operetur, imaginandus est homo sub concepto
naturali non sub spetiali, nota et talis operatio fiat contra locum vel contra
se. Secundo modo cligendo ordinem alphabeti et ad unum / quemque locum ponendo
unum hominem tibi notum suprastanterm tamque custodem et operarium loci qui
operetur quando necesse est cum re inanimata ut dictum est in praccedentibus
capitulis. Finalis regula de collocatione prosarum versuum am- basiatarum et
ceterorum huiusmodi. Ad apte figendas certa mente epistulas orationes sermones
versus et cetera collocandi ratione potissimum opus esse percipi- tur, ut
videlicet primum res ipsa universa rectissime teneatur ea quae naturali
commendata memoriae congrue despiciatur. In primis enim rei totius summa
simplici imagine vel nota aut ex pluribus aggregata contineatur quae quidem
deinceps partes in suas idonee recitetur. Deinde illae partes in alias
subdividere licebit. Finalis tamen divisio loco uno vel multiplicato capiatur.
Principales autem divisiones ipsis quinariis applicentur, earum vero partes
reliquas in aliorum imaginibus accomodentur. Versus spetialiter vocari possunt
si praeter eorum summam figurationem principio annotentur aut spetiali imagine
aut sillabis vel litteris. Historiac vero per actus annotari possunt ctiam
parte tibi nota. Rubricae collocari solent aut corum summas perstringendo
imagine accomodata aut per verborum similitudines. Ambasiatas vero si commode
volueris recordari ipsas, pro quo ambasiata collocanda est, imagines capies
sive ipsumet in quo pacta sive promissa repones et ex adversis autem illum cui
facienda est ambasiata in illo petita repones, et si sumuntur plu- res res sive
capitula seriatim conclusive per loca dispones. Argumenta possumus congrue
argumentibus applicare quibus absentibus locorum custodibus affigantur. Si enim
sologismus fuerit, maiorem dexterae, minorem sinistrae accomodemus, aut
potuerimus pro maiori tenere imaginem notatam vel medii aut conclusionis. Si
vero fuerit entimema satis erit primam proposi- tionem notare; in iure aut
rubricam cum lege aut scilicet cum cius mente notare ut fucrit. TeAog. Il.
Tractatus artis memorative eximii doctoris artium et medi- cinae magistri GIRARDO.
Ars commoda naturae confirmat ct auget, ut inquit egregius Tullius CICERONE in
tertio rhetoricae, cuius experientiam habemus in duplici arte scilicet
domificatoria qua artifex finalis per hanc intendit defectui naturae providere;
in arte etiam medicatoria minister salutis conatur proposse superflua naturae
expellere ac defectus eiusdem restaurare. Que quidem ars minime foret in- venta
si natura auxilio non cgerct. Verum quia anima nostra in principio sue
creationis nascitur defectuosa in tribus suis po- tentiis clarioribus: scilicet
memoria, intellectu et voluntate. Non tamen dico defectuosa sit quod anima
nostra in principio creationis suac non habeat omnes potentias sibi concreatas,
sed dico defectuosa sit quod in principio nostrae nativitatis anima nostra
nequaquam potest per has potentias suos actus exercere. Non igitur parum utilis
est artificialis memoria, quae commoda naturae amplificat ratione doctrinae.
Huius quippe artis multi fuerunt inventores inter quos quidam nimis occulte,
alii nimis confuse cam tradiderunt. Sed ego zelo sapientiac dilatandae / hanc
artem compendiosis et utilibus verbis declarare intendo, hoc opusculum
dividendo per novem capitula. In capitulo primo ostendetur breviter et
succinete quac sint instrumenta quibus utendum est in hac arte. In secundo
tradetur ars memorandi terminos substantiales.In tertio dabitur ars memorandi
terminos accidentales. In quarto dabitur ars memorandi auctoritates ct
quascumque orationes simplices. In quinto tradetur ars memorandi epistolas
collectiones et quascumque historias prolixas. In sexto tradetur ars memorandi
argumenta ct quascumque orationes sillogisticas. In septimo tradetur ars
memorandi versus. In octavo tradetur et dabitur ars memorandi dictiones igno-
tas, puta graecas, hebraicas, sincathagoremata et capita legum. In nono et
ultimo dabuntur sccreta huius artis. Unde versus: Sedibus humanis trita stans
filia celsi Inexculta cibo mens grave tenet in albo Sed si concipiat post
sernen arca volutum In varias formas parit similia monstro Qui igitur volet
perfectam gignere prolem Promptam facetam recte natam in ordine membri De
multis tractum subiectum forbeat haustum. Pro expeditione primi capituli
prenotan- dum est quod finalis intentio nostra in hac arte est componere librum
mentalem qui quid se habeat ad instar libri artificialis. Nam quemadmodum in
libro artificiali duo sufficiunt instru- menta duntaxat scilicet carta et
scriptura, ita ct non aliter in hoc libro mentali quem intendimus per hanc
artem conficere duo sufficiunt instrumenta: scilicet loca ct rerum
similitudines. Unde egregius Tullius in sua rhetorica loca inquit carte simil-
lima, sicut imagines literis. Dispositio vero imaginum in locis lectioni
comparatur. Sed quia vari sunt modi accipiendi loca in hac arte, sufficiet ad
presens tres modos notare. Primus modus est secundum Tullium, et hic est satis
grossus, accipiendo videli- cet domum realem vel imaginariam in qua diversa
signa noten- tur inter angulos illius contenta. Secundus modus est servando
ordinem scalarum. Tertius est servando ordinem mense vel alium quemvis artificialem
huic consimilem. Verum est tamen quod de novo praticantibus in hac arte bonum
est in primis modum Tullii imitari ut a facilioribus ad difficiliora facilior
sit transitus. Unde versus: Tipicha fortificat poliniam vallis locorum. Hec per
ambages deserti querere noli Que rapuit pacifex iam lux perdit vel atro
Invisaque spernit fugit gravissima quecque Huius vero plus placuit medios
habuisse penatos Incultos natos diversos noto placentes In quorum costis
fingantur ordine quino Que fixa maneant signa distantia tractu.? ® Grosse
INTERLINEARI: Sedibus humanis: in corpore humano; trita: afflicta; filta celsi:
scilicet dci; inexculta: scilicet impleta; grave: graviter; in albo: scilicet
memoria. Giosse INTERLINEARI: Tipicha: figurata; poliniam: memoriam; vallis loco-
rum: scilicet ordinatio; Haec: loca; per ambages: per loca dubia; pacifer:
scilicet intellectus; ian: lux perdit vel atro: per nimiam lucem vel
obscuritatem. Secundum capitulum. Si vis memorari terminos substantiales scire
debes quod tales sunt duplices. Quidam sunt proprii et qui- dam communes. Si
igitur vis memorari terminos communes suf- ficit pro quolibet tali accipere
similitudinem agentem aliquid mirabile vel patientem ct illam memento in suo
loco collocare, praesuppositis his quae dicta sunt de locis in precedenti capi-
tulo. In propriis autem nominibus non sic fit quoniam multorum hominum una est
similitudo communis, accipere igitur pro quolibet nomine proprio aliquem tibi
notum ratione laudis, vituperii vel conversationis et illum memento in suo loco
collocare. Et notatur dictum cst supra
quod similitudo rei memo- randae debet agere vel pati aliquid mirabile quoniam
quanto actio vel passio fuerit mirabiltor aut magis ridiculosa tanto diu-
turnior crit memoria. Unde versus: Usia post rerum recte ponatur in istis / Cum
voles hanc disce viam quac plana patebit Subiectis propriis proprias est darc
figuras Communes aliis: cythara noscetur Apollo.? Tertium capitulum. Si vis
memorari terminos accidentales, quia accidens non habet esse per sc sed totum esse
eius dependet a substantia, pro quolibet tali accidente debes accipere substan-
tivum in quo est per excellentiam: ut pro rubeo rosam, pro albo lilium, pro
fortitudinem Sansonem, pro sapientia Salomonem. Et nota hic tres regulas
solemnes. Prima est quod omne nomen significans substantiam in qua est aliquid
accidens per excellen- tiam significat duo: scilicet substantiam primo et
accidens poste- rius et secundario; et sic monialis significat feminam et
castita- «tem, lupus animal et voracitatem, philomena avem et cantorem. Secunda
regula est quod a tali nomine significanti duo descendit nomen adiectivum vel
verbum, ut de rosa descendit roscus rosea roseum et roseare quod est rubcum
facere. Tertia regula est quod ad commemorandum artificiose derivativa sive
fucrint nomina sive verba aut participia / vel adverbia sufficit habere
memoriam primitivi, et ratio est quoniam omnem derivativum virtualiter
includitur in primitivo et capit naturam
ciusdem. Unde versus: Quod pendet fixum de se vult capere plenum Si varias uno
profers multis ne licebit In derivativis quae sit origo notabis.4 Invisa: loca;
gravissima: dissimillima; quecque: loca; medios habuisse penatos : scilicet
manifestas domos; Incultos: non habitatas; diversos: scilicet colore vel
figura; noto placentes: scilicet voluntati; In quorum: penatum; costis: parie-
tibus; fixa: firma. ì GLossi INTERLINEARI: Usig: scilicet forma; recte: sub
ordine; in istis: sci- licet costis; Subiectis: nominibus; communes:
similitudines. Gtosse INTERLINEARI: OQtiod pendet: illud quod est auribus
pendens; fixum: subiectum; de se vult capere plenum: scilicet in quo est per
excellentiam. Quartum capitulum. Si vis memorari auctoritates ct quascum- que
orationes simplices accipe pro qualibet obiectum principale eiusdem et illius
memento in suo loco collocare praesuppositis his quae dicta sunt supra. Ratio
autem huius est quoniam signum et signatum sunt corrclativa. Unde versus:
Complexum si vis obicctum indicat illud. Quintum capitulum. Si vis memorari
epistulas et quascum- que historias prolixas divide per suas partes principales
ct rursus quamlibet per suas partes donec perveneris ad clausulam; quo facto
age ut dictum est in capitulo praecedenti de orationibus simplicibus. Et ratio
huius est quoniam divisio valet ad tria. Primum animum legentis excitat,
secundo intelligentiam confir- mat, tertio memoriam artificiose corroborat.
Unde versus: Ut plerique volunt tribus divisio valet Animum legentis excitat
mentem quoque probat Intelligentis memoriam roborat atque. Sextum capitulum. Si
vis memorari argumenta et quascum- que orationes sillogisticas sufficit pro
quolibet argumento habere memoriam medii et ratio est quoniam, ut dicit
Aristoteles in primo priorum, medium est in virtute totus sillogismus. Sed quia
difficile est medium invenire secundum doctrinam quam tradit Aristoteles in
fine primi priorum, sciendum est quod medium in proposito nihil aliud est quam
causa conclusionis, idest illud inferens in quo virtualiter consistit
argumentum. Unde versus: Qui nescit causas nihil scit, quia nulla Res est nota
satis, cuius origo latet. Septimum capitulum. Si vis memorari versus hoc potest
fieri altero duorum modorum: primo accipiendo a quolibet versu sententiam
meliori via in qua fieri potest et cum versus bis vel ter replicando; secundo
accipiendo duas vel tres dictiones prin- cipales cuiuslibet versus et cum illis
ipsum versum bis vel ter repetendo. Sic enim ars suppedit naturae et ratio
huius est quo- niam versus ex sua natura valet ad tria. Unde versus: Metra
iuvant animos, comprehendunt plurima paucis Pristina commemorant quae sunt tria
grata legenti. Si vis memorari dictiones ignotas hoc potest duobus modis fieri.
Primo per viam similitudinis, acci- piendo videlicet pro qualibet dictione
ignota dictionem nobs notam habentem aliquam similitudinem cum tali dictione
ignota. Secundo fiat hoc per viam divisionis sillabarum, dividendo scilicet
dictionem ignotam per suas sillabas, et pro qualibet sillaba accipiendo
dictionem tibi notam incipientem ab ca. Unde versus: Ignotum memorari si vis barbarum
nomen Aut summas apparens per partes divide totum. Ultimum capitulum. Pro
cxpeditione completa huius artis facien- dum quod bcatus Thomas in secunda
secundae, quaestione et capitulo. Ponit quatuor documenta quibus proficimur in
bene memorando. Primus est ut eorum quae vult aliquis me- morari quasdam
similitudines assumat convenientes nec tantum omnino consuetas, quia ca quae
sunt inconsueta magis miramur et sic in eis animus magis et vehementius
detinetur. Ex quo fit quod corum quae in pueritia vidimus / magis memoremur.
Ideo autem magis necessaria est huiusmodi similitudinum vel imaginum
adinventio, quia intentiones simplices et spirituales facilius ex animo
elabuntur nisi quibusdam similitudinibus corporalibus quasi alligentur, quia
humana cognitio potentior est circa sensi- bilia. Unde hacc memorativa ponitur
in parte sensitiva. Secundo oportet ut homo ca quac memoriter vult tenere sua
considera- tione ordinate disponat ct cx uno memorato facile ad aliud procedat.
Unde dixit philosophus in libro de memoria a locis videtur reminisci aliquando,
causa autem est quia velocitate ab uno ad aliud veniunt. Tertio oportet quod
homo sollicitudinem apponat et affectum adhibeat ad ca quae vult memorari, quia
quanto magis aliquid fuerit impressum animo co minus elabitur. Unde Tullius
dixit in sua rhetorica quod sollicitudo conservat integras simulacrorum
figuras. Quarto oportet quod ea frequen- ter meditermur quae volumus memorari.
Undec philosophus dixit in libro de memoria quod meditationes servant / memoriam,
quia, ut in codem libro dicitur, consuetudo est quasi natura. Unde quae
multoties intelligimus cito reminiscimur quasi natu- rali quodam ordine ad uno
ad aliud procedentes. Sed quia tota difficultas artis memorativac consistit in
difficili et laboriosa io- corum acceptione et in illa laboriosa adinventione
imaginum convenientium, in hac arte notanda sunt duo pro secretis huius artis.
Primo est notandum pro facili et prompta locorum acceptione quod tota perfectio
huius artis ex parte locorum consistit in centum locis familiaribus quae pro
certa loca habere poterimus duplici via. Primo accipiendo decem domus reales a
nobis opti- me frequentatas in diversibus civitatibus vel in eadem, itaque in
qualibet domo notentur decem loca distincta loco situ et figura ac in
convenienti ordine et aliqua distantia. Secundo possunt ha- beri centum loca
familiaria accipiendo viginti imagines divisa- rum rerum quac tamen sint
ordinatae secundum ordinem lite- rarum alphabeti: ut pro A accipiamus arietem,
pro B bovem, pro C canem, pro D dromedarium, pro E cquum, pro F folium, pro G
griffonem, pro H hircum, pro I idolum, pro K Katerinam, pro L leonem, pro M
monacum, pro N nucem, pro O / ovem, pro P pastorem, pro Q quiritem, pro R
regem, pro S sapientem, pro T turrim, pro V vas olci vel vini. Ita tamen qued
in qualibet istarum imaginum notentur quinque determinata signa quae facient
quinque loca in qualibet, ct hoc quidem facillimum est ut patebit in pratica.
Secundo est notandum cx parte imaginum sive similitudinum quod permaxime perficit
in memorando arti- ficiose servare imaginibus colligantiam. Talis autem
colligantia dupliciter intelligitur. Primo ut quaclibet imago se exercitet ali-
quo modo cum suo loco. Secundo ut una imago se exercitet cum alia: sic prima
cum secunda, tertia cum quarta et sic de aliis. Et est diligenter advertendum
in hac arte quod attestatur egregius Tullius in tertio Rhetoricorum videlicet
quod artis huius preceptio est infirma nisi diligentia et exercitatio
comprobetur. Unde versus: Doctrinae pater est usus doctrina scolaris
Interscissa perit, continuata urget. DOCUMENTI SULL'ATTIVITÀ DI PIETRO DA
RAVENNA Al testo della sua Phoenix seu artificiosa memoria, Ravenna premette,
nella prima edizione a stampa, alcune lettere di previlegio: del Comune di
Pistoia; di Bonifacio marchese del Monferrato; di Eleonora d’Aragona duchessa
di Ferrara. Oltre al testo della lettera di Eleonora, si riproducono qui i
versi scritti da EGIDIO VITERBO in onore del Ravenna e alcuni passi della
prefazione che si riferiscono ad cpisodi della vita del Ravenna. Si è usata la
copia della prima edizione a stampa contenuta, insieme ad altri tre incunaboli,
nel Cod. marciano lat. della classe, ai ff. Elconora de Aragona Ducissa
Ferrariac etc. quod ab omnium bonorum datore immortali deo generi humano
concessum est placrique in orbe terrarum a constitutione mundi usque ad hanc
aetatem excellentes viri evasere, quos inter nunc adest spectatus miles auratus
et insignis utroque iure consultus dominus Petrus Tomasius Ravennas harum
literarum nostrarum exhibitor, qui, practer alias corporis et animi dotes, ita
omni doctrinarum genere et tenacissima memoria refulget ut nedum superiorem,
sed etiam in his parem minime habere videatur. Quod quidem nuper latissime re
ipsa comprobavit non solum nos, sed etiam omnis haec civitas nostra testimonium
perhibere potest. Qua ex re factum est ut cum singulari admiratione precipuaque
charitate complexae inter nostros praeter alios familiarem et domesticum habere
constituerimus. Quamobrem serenissimos reges, illustres principes, excellentes
respublicas et alios quosqunque dominos patres fratres amicos benivolosque
nostros precamur et oramus ex animo ut quotienscunque ei contigerit ipsum
dominum Petrum / tam optime meritum cum
suis famulis et equis usque ad numerum octo cum suis bulgiis forceriis et
capsis cum pannis ct vestibus suis libris vasis argenteis et aliis cuibuscunque
rebus suis ac armis per eorum urbes oppida vicos passus aquas et loca die noc-
teque liberrime et expeditissime absque alicuius datii gabellae ct alius
cuiuslibet oneris solutione amoris nostri et potissimum tam maximarum huius
hominis virtutum causa transire permittant commendatissimumque ipsum semper
habentes ci providere velint de liberrimo expeditissimoque transitu et idonca
cohorte ut opus fucrit et ipse requisiverit. Quod quidem nobis iucundis- simum
semper cerit atque gratissimum, paratissimis ad omnia corum qui sic in eo sc
habuerint beneplacita. Mandamus autem omnibus et singulis magistratibus
quoruncunque locorum nostrorum ct potissimum custodibus passuum reliquisque
subditis nostris ut praedicta omnia ct singula in terris et locis nostris in-
violabiliter servent servarique faciant. Sub indignationis nostrae incursu et
alia quavis graviori poena pro arbitrio nostro eis imponenda; ad quorum robur
et fidem has nostras patentes litte- ras ficri iussimus et registrari ct nostri
maiori sigilli munimine roborari. Datas Ferrariae in nostro ducali palatio anno
nativitatis dominicae Millesimo quatringentesimo nonagesimo primo, indic- tione
nona, die decimo mensis Octobris. Severius. Il Paduae Domino Petro memoriae
magistro. Qui modo pyramides, quid iam Babylona canamus Quid Iovis et triviae
templa superba deae Non magis immensum mirabimur amphitheatrum Nam summe
facerent hoc quoque semper opes Scipio non ultra iactet quod fecerat usus
Agmina qui proprio nomine tota vocat Petrum fama canat quam nobilis ille
Ravennae est Gloria, qui plusque docta Minerva potest Quid magni facere dei
mirabile dictu Nam retinet quicquid legerit ille semel Effatur triplici
quaecunque orator in hora Protinus hic iterum nil minus ore refert Sic reor
hunc genuit doctarum quinta sororum Cui pia musa nihil non meminisse dedit
Frater Egidio VITERBO heremita. Bononiae, Papiae, Ferrariaeque legi et qui me
audierunt mul- ta memoriter scire incoeperunt, et quamvis mea artificiosa me-
moria aliorum auctoritatibus sit comprobata, peccare tamen non puto si acta mea
in hoc libello legentur quae ipsam mirabiliter approbabunt. Dum essem iuris
auditor, nec vigesimum vidissem annum, in universitate patavina dixi mc totum
codicem iuris civilis posse recitare; petii namque ut mihi leges aliquae ad
arbi- trium astantium proponerentur, quibus propositis, summaria BARTOLI dicebam,
aliqua verba textus recitabam, casum adducebam, tacta per doctores examinabam,
lexque ista tot habet glosas dicebam et super quibus verbis erant positae
recordabar, / contraria allegabam et solvebam. Visum est astantibus vidisse
miraculum; Alexander Imolensis diu obstupuit, nec fabulam narro: ego palam
locutus sum in universitate Paduae ex qua in ore duorum vel trium stat omne
verbum; testes huius rei tres habco: magnificum dominum Pasqualicum senatorem
venetum et iuris utriusque doctorem excellentissimum apud illustrissimum
Mediolani ducem nunc legatum, clarissimum doctorem dominum Sigismundum de
capitibus listae civem nobilem patavinum cuius predictus Franciscus fuit
acutissimi ingenii iuris consultus, specta- bilem dominum Monaldinum de Monaldiniis
Venetiis commorantem in quo virtus domicilium suum collocavit. Lectiones etiam
Alexandri Imolensis Paduae legentis copiosissimas memoria tencbam et illas ex
verbo ad verbum in scriptis redigebam, illas etiam postquam finierat, astante
magna audito- rum copia, a calce incipiens recitabam ex suisque lectionibus dum
in scholis audirem carmina faciebam et omnes carum partes in carminibus positas
statim replicabam; et qui hoc viderunt obstu- pucre: huius rei testes habeo
clarissimum equitem et doctorem dominum Sigismundum de capitibus listae et
filium Alexandri Imolensis qui nunc est iuris consultus celeberrimus. Centum et
quatraginta quinque auctoritates religiosissimi fratris Michaelis de Mediolano
Paduae praedicantis immortalitatem animae probantes, coram eo memoriter et
prompte pronunciavi, qui me amplexus est dicens: vive diu, gemma singularis,
utinam te religioni dicatum viderem. Testis est tota civitas patavina, sed
magnificum dominum Ioannem Franciscum Pasqualicum et do- minum Sigismundum de
capitibus listae et dominum Monal- dinum de Monaldiniis testes habco. Petii ego
doctor creatus in universitate patavina, ut mihi in cathedra sedenti, aliquis
de universitate auditor unum ex tribus voluminibus digestorum quid eligeret
praesentaret locum- que in quo legere deberem designaret. Dixi enim supra rc
proposita innumerabiles leges allegabo. Testes sunt clarissimus iuris utriusque
doctor dominus Orsatus Paduae iura canonica legens et doctissimus dominus
Prosper Cremonensis Paduae commorans. Semel in schachis ludebam et alius
taxillos iaciebat aliusque omnes iactus scribebat ct ex themate mihi proposito
duas epistolas dictabam. Posquam finem ludo imposuimus omnes iactus schachorum
cet taxillorum et epistolarum verba ab ultimis inci- piens repetii; hacc quatuor
per me codem tempore collocata fuerunt. Testes sunt dominus Petrus de MONTAGNANO
et NERVOLINO nobiles patavini cives. Dum cssem Placentiae monasterium
monachorum nigrorum intravi ut illud viderem, in dormitorioque cius comitante
mona- cho quodam bis deambulans monachorum nomina quae in ostiis cellarum erant
collocavi; deinde congregatis eis nomine proprio quemlibet salutavi, licet quem
nominabam digito demonstrare non potuissem. Mirabantur monachi quo pacto ego
peregrinus nomina eorum memoriter proferrem, ipsis mirari non desinenti- bus,
dixi tandem: hoc potuit mea artificiosa memoria, quorum unus dixit ergo hoc
Petrus Ravennas facere potuit et non alius. In capitulo generali canonicorum
regularium Paduac, prac- dicationem domini Deodati Vincentini co ordine quo
ipsam pronunciaverat recitavi astante ipsius praedicationis auctore. Sc- mel me
traxit ad sui contemplationem Cassandra, fidelis veneta virgo excellentissima,
quae dum legeret litteras serenissimae
coniugis regis Ferdinandi ad se missas, illas collocavi et recitavi; testis est
illa doctissima virgo, dominus Raimusius doctor excellens ariminensis et
Angelus Salernitanus vir clarus. De mea artificiosa memoria testis est
illustrissimus marchio Bonifacius et eius pulcherrima uxor quae me egregio
munere donavi; testis est illustrissimus Hercules dux et illustrissima uxor
Eleonora; testis est tota Ferraria duas enim pracedicationes cele- berrimi
verbi dei pracconis magistri mariani heremitae recitavi, quo audito obstupuit
dictus magister et dixit: illustrissima du- cissa hoc est divinum et
miraculosum opus; testis est universitas patavina: omnes enim lectiones mceas
iuris canonici sine libro quotidie lego ac si librum ante oculos haberem,
textum et glosas memoriter pronuncio ut nec etiam minimam syllabam omittere
videar. In locis autem meis quae collocaverim hic scribere statui et quae locis
tradidi perpetuo teneo, in decem et novem litteris alphabeti vigintimilia
allegationum iuris utriusque posui et codem ordine sacrorum librorum septem
milia, mille OVIDIO carmina quae ab co sapienter dicta continent, ducentas CICERONE
auctoritates, trecenta philosophorum dicta, magnam VALERIO partem, naturas fere omnium animalium
bipedum et quadrupedum quorum auctoritatum singula verba collocavi, et quando
vires arti / ficiosae memoriae experiri cupio, peto ut mihi una ex litteris
illis alphabeti proponantur, super qua pro- posita allegationes profero, et ut
clare intelligas, exemplum ha- bes: proposita est mihi nunc littera A in magno
doctorum vi- rorum conventu, et statim a iure principium faciens, mille alle-
gationes et plures proferam de alimentis, de alienatione, de ab- sentia, de
arbitris, de appellationibus et de similibus quac iure nostro habentur
incipientibus a dicta littera A; deinde in sacra scriptura de Antichristo, de
adulatione et multas allegationes sacrae scripturae ab illa littera incipientes
pronunciabo, carmina Ovidii, auctoritates Ciceronis et Valerii non omittam, de
asino de aquila de agno de ‘accipitre de apro de ariete auctoritates allegabo,
et quaecumque dixero ab ultimis incipiens velociter repetam. MSS. DI ARS
MEMORATIVA. Una posizione come quella del Rosselli, che pure si muove
nell’ambito della tradizione “ciceroniana” e non ha contatti con il lullismo,
appare per molti aspetti assai vicina a quella che verrà poi assunta da Bruno.
Non mancarono tuttavia, an- che sul finire del secolo, trattazioni di ars
memorativa con- dotte secondo i canoni più tradizionali della mnemotecnica
“classica”. Più che altro per amore di completezza, si dà qui conto di tre
testi manoscritti che risentono fortemente di que- ste impostazioni
tradizionali. Nel primo di questi testi, con- servato nel ms. Palatino della
Nazionale di Firenze (Cod. cart. miscell. di carte. Ai ff. è un anonimo
trattato di mnemotecnica: /Inc.: Queritur primo, quare, antequam hanc,
artificialem memoriam non in aperto tradiderunt. Expl.: Vox continua est de
quantitate continua. Grafia) ritorna, secondo gli schemi ormai ben noti, la
trattazione dei luoghi e delle immagini. Nel secondo, l’ashburnhamiano della
Laurenziana (Cod. cart. in folio di carte) riscontriamo quel feno- meno, che
abbiamo visto tipico, di una trasformazione dei trat- tati di retorica in una
ordinata e sistematica classificazione di nozioni. L'arte della memoria non è
qui fatta oggetto di spe- cifica trattazione; gli intenti mnemonici risultano
chiari dalla disposizione della materia, ordinata in tavole. Si veda per cs. al
fol. La Rhetorica è un’arte di trovare ciò che in ogni cosa sia acconcio a
persuadere. Le fedi con le quali si per- suade sono: Dell’arte cotai sono:
nella vita e nei costumi dell’oratore, in mover l’animo del giudice,
nell’oratione quando si prova o par che si prova alcuna cosa. Questa maniera di
fede si prova e si tratta dall’oratore. Fuori dell’arte cotai sono : leggi,
patti, testimoni, tormenti, giuri. Quest’altra maniera di fede si tratta
solamente dall’oratore. Del manoscritto, già Magliab. della Nazionale di
Firenze, Cod. cart. in folio grande di carte) già segnalato da Yates, si cono-
scono invece sia l’autore, sia il luogo e la data di composizione. Scritto da RICCIO
(si veda) Riccio nel Convento di Santa Maria Novella, il trattato si rivolge «
alla gioventù fioren- tina studiosa di lettere. Yates (The CICERONE Ciceronian
Art of Memory, in Medioevo e Rinascimento, Studi in onore di Nardi, Firenze) ha
visto in questo scritto « qual- cosa di meno astratto che i trattati del
Romberch e del Ros- selli ». In realtà l’operetta del Riccio appare in tutto
convenzionale, ultima eco di una tradizione che si andava ormai spegnendo.
Tuttavia, anche in questo testo, non manca un elemento di novità rispetto alle
fonti classiche. Allo scopo di imprimere meglio nella mente del lettore le
regole dell’arte della memoria, vengono qui impiegati immagini e simboli: in
altri termini, per esprimere i precetti che insegnano a collocare le immagini,
ci si serve di altre, più complesse imma- gini. Dello stesso accorgimento già
aveva fatto uso inella Explicatio triginta sigillorum. Ir. Essendo la memoria
madre delle scienze poi che quello che vera- mente si sa che si ritiene nella
memoria impresso, utilissima è l’arte che rende perfetta questa natural
potenza. Di essa da molti sono stati scritti vari libri, ma non però ho stimato
ch’a me sia negato il formare questo trattato nel quale sotto la simi- litudine
d’un potentissimo Re ch’appresso di sé ha due consi- glieri e tre valorosi
capitani et un servo che provede ciò che fa di bisogno, brevemente e
chiaramente ho ridotto in sette precetti la somma di quest'arte et a voi la
dono. Seconda regola o Primo consiglier o luoghi, son nominati da me, ché tutti
questi tre nomi significano una cosa medesima come si dichiara per la figura
dipinta a uso d’huomo consigliere del Re, ché detto consigliere tiene una mano
sopra a un map- pamondo dipinto nel quale si vede città, terre, castelli, case,
botteghe, così anco chiese, palazzi, vie, piazze, conventi di religiosi e a
molte altre cose. Però io ho fatto molti Alfabeti diversi acciò che tu gli
legga e vi facci pratica, un Alfabeto è di fiumi laghi e pesci, un di pietre
preziose e tutte l'altre pietre insieme, un d’'erbe c piante piccole, un di
fiori, un d’alberi e frutti grandi, un d’animali grandi e piccoli... un di
città, un di casati fiorentini, un d'arti meccaniche e liberali o exercitii o
servitù che si faccino per guadagnare, un d'huomini honorati. PETRARCA MAESTRO
DI ARTE DELLA MEMORIA In un saggio più volte citato nel corso di questo libro
(The ciceronian Art of Memory, nel vol. Medioevo e Rinascimento, Studi in onore
di NARDI, Firenze) Yates ha segnalato una serie di testi di ars memorativa nei
quali compaiono espliciti richiami a Petrarca. Nel Congestorium artificiose
memorie, pubblicato a Venezia, Romberch si richiama più volte a PETRARCA attribuendogli
anche la paternità di non poche affermazioni di carattere tecnico sui /oci e
sulle imagines; nella Plutosofia di GESUALDO (si veda) (Padova) il Romberch
viene addirittura qualificato un seguace della mnemotecnica del Petrarca; nella
Prazza universale (Venezia, Disc.) Tommaso Garzoni include il Petrarca fra i
più noti cultori di mnemotecnica; Schenkel nel Gazophylacium artis memoriae
(Argentorati), dopo aver riportato un lungo passo dei Rerum memorandarum libri
(ediz. di Basilea; ediz. Billanovich, Firenze), fermi che l’arte mnemonica fu
da PETRARCA «avide susceptam et diligenter excultam. Gli sparsi accenni alla
memoria, alla memoria artificiale, agli illustri esempi di prodigiosa memoria
presenti nell’opera del Petrarca sono stati elencati, con la precisione che le
è consueta, da Yates: nessuna specifica regola di mnemotec- nica, né alcuna
esaltazione o raccomandazione dell’ars memo- riae — della cui divulgazione il
Petrarca era tuttavia a cono- scenza («Itaque minus miror tantis nature
preditum mune- ribus artificiosam memoriam contempsisse, que tum primum in
Grecia reperta, apud nos hodie vulgata est », Rerum mem. libri, ediz.
Billanovich) — è presente nell'opera dell’autore del Canzoniere. La tradizione
che vede nel Petrarca un “classico” della letteratura sulla memoria non nasce
tuttavia dal semplice desiderio — così diffuso negli autori di questi trattati
— di invocare sempre nuove “autorità”. Essa ha origini precise: I think one can
see how the tradition about PETRARCA as an advocate of the classical mnemonic
arose. Everyone knew that the great scholastics in treating memory as a part of
prudence had recommended the artificial memory. It was therefore supposed that
when Petrarch treated memory as a part of prudence by giving amongst his
exempla the me- mories of great classical rhetors in which he made allusions to
the classical mnemonic, he thereby meant — though in his own ’humanist’ way —
to recommend it. And it was probably further supposed that in the description
of the memory of his friend he was describing the feats of a modern ’ artift- cial
memory” based on the practice of the ancients. This was certainly the
assumption made by Lambert Schenkel, in the passage referred above. Con le
conclusioni della Yates sembra difficile non concor- dare, anche se l’unico
passo del quale disponiamo per renderci conto delle origini di questa curiosa
tradizione, contiene affer- mazioni che solo parzialmente confortano le
affermazioni ora citate. Qui autem aequus rerum aestimator, considerans quae ex
Francisco Petrarcha hic citata sunt, nempe artificio- sam memoriam sua aetate
vulgatam fuisse, militem illum ami- cum ab adolescentia multorum itinerum
individuum comitem ipsi fuisse, saepe totos dies et noctes colloquiis
traductos, alias- que circumstantias, ac maximam occasionem consequendae huius
artis, vel ab ipso, qui eam tali amico, viro tam docto, negare non putuisset,
vel ab aliis, iudicet illam ab ipso esse neglectam; praesertim cum memoriae
illius excellentia, com- muni omnium fama, celebretur et a scriptoribus in
numerum illorum relatus sit qui admirabili memoria insignes fuerunt, ac scripta
facile testentur quantus ille orator, quantus poeta latinus, quodque italorum
poetarum princeps habeatur, unde recte colligitur artem memoriae avide ab illo
fuisse susceptam et diligenter excultam, atque maximo sibi in studiis omnibus
adiumento et ornamento fuisse ». (Gazophylacium). Comunque stiano le cose, è
certo che la tradizione di PETRARCA maestro e teorico della memoria artificiale
si estende molto al di là dei limiti cronologici indicati dalla Yates (« the
tradition of associating Petrarch with mnemonics goes on even into the early
seventeenth century). Negli scritti di Jean Belot pubblicati e in seguito
riediti, il nome di PETRARCA compare accanto a quelli di Pietro da RAVENNA (si
veda) e di BRUNO (Les oeuvres de M. Jean Belot contenant la chiromance,
physionomie, l'art de memoire de Raymond Lulle, Lyon). Nella lunga nota
integrativa apposta da DIODATI D alla voce Mémotre del- l’Enciclopedia di
Diderot (Ediz. di Lucca) ritro-viamo, accanto a quelli di Pietro da RAVENNA (si
veda), di Jacopo Publicio, del Romberch, di Cosma ROSSELLI (si veda), il nome
di PETRARCA. UN SAGGIO DI CAMILLO (si veda). Di carattere teologico e
cabalistico è uno scritto inedito di CAMILLO (si veda) sul quale richiama
l’attenzione GARIN (si veda), Giornale crit. della filosofia italiana. Cfr. E.
MANDARINI, I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli, Napoli,
e il Ms. Pil. XV, n. ll, in 4°, di cc. non numerate. Lo scritto di CAMILLO (si
veda) inizia con un proemio caratteristico nel quale fra l’altro si afferma: «
Et perché né più degno soggetto, né più alto si tratta del sommo divino,
contenendo la presente opera l’interpretazione dell’Arca del Patto, per la
quale si ha la vera Intelligenza delli tre Mundi, cioè Sopra-Celeste, Celeste
et Inferiore, onde ne risorge la vera Cognitione Theologica, over Divina che
dir vogliamo, qui è esponuto il Senario Canone Pitagorico et sforbito dal
Ternario, cioè Artifex, Exemplar, Hyle. Qui è dichiarato cos'è Materia, Forma
et Privatione. Qui più luoghi delle Sacre pagine enodati et de oscuri fatti
chiari. Qui vedrai accordata la Pitagorica di CROTONE, et Platonica disciplina,
con la philosophia et theologia nostra. Di questo stesso testo di CAMILLO (si
veda) ho trovato un altro esemplare nel Ms. Aldino della Bibl. Univ. di Pavia
(Ms. cart., di cc. scritte e numeate, legatura in cartone, mm.). Anche qui,
come nell’esemplare napoletano, segue un trattato De Transmuta- tone. Tre esser
le une transmutationi, cioè: la Divina, quella delle Parole, et quella ch'è
pertinente alli Metalli. Et tutte tre fra loro haver una maravigliosa corri-
spondenza. Sono ricordati Agrippa e Giovanni da RUPESCISSA (si veda). Le cc.
segg. contengono una trascrizione dall’edizione veneta della Porta della luce
santa. ESERCIZI DI MEMORIA NELLA GERMANIA. Com'è noto, i testi mnemotecnici di
Pietro da Ravenna prima, e di Giordano Bruno poi, ebbero grande risonanza negli
ambienti della cultura tedesca. Il brano qui di seguito trascritto costituisce
un singolare documento dell’interesse, prc- sente anche in ambienti accademici,
per quegli esercizi di memoria che avevano avuto gran voga SOPRATUTTO IN ITALIA.
A questi divertimenti (recitare per esempio indifferentemente dal principio
alla fine o dalla fine al principio una filza di qualche centinaio di termini o
di espressioni inusitate) si dedicavano del resto anche non pochi fra i
maggiori emble- matisti del Seicento. Come ricorda PRAZ (si veda) (Studi sul CONCETTISMO,
Firenze) il gesuita padre Menestrier, celebratissimo autore di un centinaio di
opere di emblematica, fa mostra della sua prodigiosa memoria davanti a Cristina
di Svezia servendosi di esercizi di questo tipo. Il testo che segue è tratto da
Paepp, Schenkelius detectus seu memoria artificialis hactenus occultata,
Lugduni, Trivulziana, Mor. M. Negli scritti di Paepp (cfr. anche Artficiosae
memoriae fundamenta ex Aristotele, CICERONE, AQUINO, ecc., Lugduni, e
Introductio facilis in praxin artificiosae memoriae, Lugduni) è particolarmente
interessante il tentativo di fondereinsieme le figure della combinatoria
lulliana e quelle in uso nella mnemotecnica ciceroniana. Goclenius, nominato
nel testo, è personag- gio assai noto. Si vedano su di esso: Morhof, Polyhistor
literarius philosophicus et practicus, Lubecca, e Thorndike, History of Magic
and Experimental Science, New York. Die XXIX Sept., styli veteris anni, MDCII,
hora octava matutina convenerunt ad aedes celeberrimi ac magni illius
philosophi et profes- soris D. Rudol. Goclenii, clariss. vir ac D. Henricus
Ellenbergerus praeclarus medicinae doctor et professor, Mathias à Sichten
Dantiscanus Borossus, ct M. Christophorus Bauneman Maior stipendiarorum.
Petitque Schenkelius a Goclenio er
Ellenbergero dictari XXV sententias, quas ipsc calamo excepit,
pracposita cuique nota arith- metica, deinde intro vocavit ingenuum ac doctum
adolescentem Dn. lustum Ingmannum, Cassellanum Hessum iuris ac philosophiae studio-
sum cui cae omnes ordine prelectae sunt a Schenkelio, singulae bis interiecto
aliquantulo more, omnibusque dictis tacitus aliquantisper sedit. Deinde exorsus
loqui a prima ad ultimam ordine recto et retro- grado ab hac ad illam sine
mora, haesitatione aut errore recitavit. Cum vero bis terve evenisset ut
dictionem unam alteri pracponeret, ac bis ut synonymum pro synonymo in quibus
facillimus est lapsus ita pro sic, limites pro fines, unico hoc verbo
admonitus, dic ordine dixine ita? synonymum ponis: statim et eadem substituit
vocabula et suo ordine. Postremo intercalari ordine quolibet expresso numero
statim sententiam, aut dicto primo cuiuslibet sententiae vocabulo confestim
numerum indi- cavit. Tum rogavit Dn. Iungmannum Schenkelius an vellet aliquas
praeterea sententias adiici. Alacri animo XXV alias addi optavit. Verum
Schenkelio respondente nimis multas fore, quindecim pettit; quas arti
applicatas eadem dexteritate promptitudine qua superiores quolibet or- dine et
separatim et cum aliis coniunctim intercalari repetiit. Fuerunt autem
sententiae sequentes: Omnia sunt fucata, nihil candoris in aula est. Animus
philosophi debet esse in sagina, corpus in macie. Ut planctae saepius
translatae raro perveniunt ad frugem, sic et ingenia vagabunda. Timiditas
ignorantiam audacia temeritatem arguit. 40. Iuvandi non oppugnandi sunt qui
nobis iecere fundamenta sa- pientiae. Si inter alias a Dominis aliquae
dicerentur sententiae paulo tritiores quas coniiciebat D. Iungmannum antea
memoriter scire, id sincere Do- minis indicavit Schenkelius aliasque illarum
loco accepit. Si quoque aliquae iusto breviores videbantur petivit addi
aliquid. Ut factum in XXIII et XXIV. Sequenti die XXX Septembris denuo
convenerunt su- pra nominati domini ad acdes D. Mathaei Schrodij pharmacopolae
hora nona et ab cisdem dictata sunt quinquaginta vocabula a Schenc- kelio
excepta; et intro vocato Dn. Iungmanno singula semel praelecta, relicto ipsi
paululum morae ad cogitandum et applicandum arti, deinde a primo ad ultimum
ordine recto ab hoc ad illud retrogrado, postea intercalari quocunque numero
dicto subiecit vocabulum, et contra nominato quolibet vocabulo numerum sine
mora, haesitatione vel errore. Interrogavit Schenckelius an placeret dominis
plura dare. Videlicet: numerum illum duplicatum? Quod desiderabat quidem Dn.
Iungman- nus, sed responderunt sufficere, nec se dubitare quin possit multo
plura codem modo recitare. Postea Schenckelio conquestus est Dn. Iungman- nus
dolere se quod non ad quinquaginta sententias et centum vocabula esset
processum, haud dubie se optime repetiturum fuisse; fuerunt autem
sequentia: I. Gobius, 2. Peristroma, 3.
Ficedula, 4. Ephipium, 5. Phalerae, 6. Canabis. Mantica. Locaria. Rursus
oblatis a Schenckelio Dominis ducentis sententiis in quibus sc exercuerat, Dn.
Iungmannus dum specimini se praepararet, et quas iam memoria tenebat; una cum
quadraginta heri pro specimine dicti- tatis, quibus pracpositac crant notae
arithmeticae. Rogavit ut expri- merent quemlibet numerum et Dn. Iungmannus
statim corresponden- tem diceret sententiam quod factum est feliciter, non sine
praesentium admiratione. Cum praesertim magno id fieret numeri intervallo. E.
g. dic 235, dic 27, dic 9, dic 240, dic 228... etc. Postremo Dominis sunt
oblata 250 vocabula scripta in quibus partim se privatim ad specimen
praepararat, partim cum Schenckelio cexercuerat ita ut illa quoque memoria
tencret; quibus iam cadem hora erant apposita 50 alia, ut cum prioribus
trecenta efficerent; et petivit Schenckelius ut Domini quem vellent numerum
proferrent. Quod ita ut modo dictum est de sententiis fecerunt et statim Dn.
Iungmannus vocabulum quodque red- didit. Si semel aut bis non diceret ipsam
sententiam aut vocabulum servato prorsus ordine vocum, monitus rem acu non esse
tactam, veram aut sententiam aut vocabulum illico restituit. Dic subsequenti
primo Octobris interfuit Dn. Iungmannus concioni publicae R. D. Doc- toris
Winckelmanni Concionatoris ac Professoris celcberrimi quam etiam valde attente
audiverunt, ut certius de specimine iudicare pos- sent Eximius Med. Doctor et
Professor Ellenbergerus et D. ac M. Chris- tophorus Baunemmannus, qui una cum
Schenckelio concione absoluta iverunt recta ad aedes pracclariss. D. Goclenii,
ut coram ipsis cam repcteret, quod fecit ita prompte ct exacte ut nihil ex tota
concione esset practermissum. Haec omnia ita ut supra fideliter relata sunt se
habere testamur cum ea nobis praesentibus, videntibus sententias et vocabula
dictanti- bus, gesta sint et probata, omni fraude et dolo seclusis. In quorum
fidem hoc veritati non minus quam equitati debitum testimonium nominibus
nostris subscriptis siglillisgue munitum libenter Schenckelio vel non roganti
dedimus. Marpurgi Hassorum anno, mense, die supra- positis. Rod. Goclenius L.
Professor Henricus Ellenbergerus Med. Doctor et Professor Mathias à Sichten
Dantiscanus Borossus Cristophorus Bauneman Maior stipend. LA VOCE ART
MNEMONIQUE NELL’ENCICLOPEDIA ITALIANA DI DIDEROT Commentando la voce Mémoire
della grande Enciclopedia, DIODATI rimpiangeva che l’autore della dotta
dissertazione non avesse fatto seguire alla trattazione della memoria naturale
una esposizione, altrettanto ampia e precisa, delle regole della memoria
artificiale (Ediz. di Lucca). Per rimediare a questa lacuna DIODATI (si veda) ripete
alcuni dei più tradizionali concetti della mnemotecnica di origine
“ciceroniana”; aggiorna l’elenco degli uomini dotati di prodigiosa memoria
aggiungendo ai nomi di PLINIO (si veda), di Aulo GELLIO (si veda), di Cinea, di
Ciro, di Seneca e di PICO (si veda), quello di MAGLIABECHI (si veda). Si
richiamava ai nomi dei maggiori trattatisti; elencava infine alcune regole di
medicina della memoria e i principali precetti dell’arte della memoria locale.
La lacuna che aveva scandalizzato il buon DIODATI, non esiste affatto nell’
Enciclopedia italiana. Nel primo volume dell’opera (che lo stesso DIODATI aveva
annotato e pubblicato nove anni prima) un’intera sezione della lunga voce Art
appare dedicata alla trattazione dell'Art mnémonique. Del testo, che è opera
dell’Yvon (sulla cui figura e posizione intellettuale cfr. F. VEx- tuRI, Le
origini dell’ Enciclopedia italiana, Roma-Firenze) si trascrivono qui di
seguito le parti essenziali. Nella identificazione dell’arte mnemonica con la
logica, nell’appello alla chiarezza e alla distinzione, nell’idea di un
ordinamento delle idee in una catena di premesse e di conseguenze, infine nel
deciso rifiuto di ogni forma di “memoria artificiale” tradi. zionalmente intesa
sono evidenti le influenze delle posizioni cartesiane. Le due opere alle quali
l’autore fa riferimento sono: Marius D’Assicny, The Art of Memory, London, e
Wix- KELMANN (che è pseudonimo di Stanislaus Mink von Venussheim), Logica
mnemonica sive memorativa, Halae Saxonum. On appelle ar: mnemonique la science
des moyens qui peuvent servir pour perfectionner la mémoire. On admet
ordinairement quatre de ces sortes de moyen: car on peut y employer ou des
remedes physiques, que l’on croit propres à fortifier la masse du cerveau; ou
de certaines figures et schématismes, qui font qu’une chose se grave mieux dans
la mémoire; ou des mots techniques, qui rappellent facilement ce qu’on a
appris; ou enfin un certain arrangement logique des idéesen les plagant chacune
de facon qu’elles se suivent dans un ordre naturel. Pour ce qui regarde les
remedes physiques, il est indubitable qu’un régime de vie bien observé peut
contribuer beaucoup à la con- servation de la mémoire, de méme que les excès
dan le vin, dans la nourriture, dans les plaisirs, l’affoiblissent. Mais il
n'est pas de méme des autres remedes que certains auteurs ont reccomandés...
qu'on peut voir dans l'art mmnemonique de Marius d’Assigny, auteur anglois. D’autres
ont eu recours aux schématismes. On sait que nous retenons une chose plus
facilement quand elle fait sur notre esprit, par les moyens des sens
cxtérieurs, une impression vive. C'est par cette raison qu'on a tiché de
soulager la mémoire dans ses fonctions, en réprésen- tant les idées sous de
certaines figures qui les expriment en quelque facon. C'est de cette manière
qu'on apprend aux enfans, non seule- ment à connoître les lettres, mais encore
à se rendre familiers les principaux évenemens de l’histoire sainte et profane.
Il y a méme des auteurs qui, par une prédilection singuliere pour les figures,
ont appliqué ces schématismes à des sciences philosophiques. C'est ainsi qu'un
certain Allemand, nommé Winckelmann, a donné toute la logique d'Aristote en
figures. Voici aussi comme il définit la Logique. Aristote est représenté
assis, dans une profonde méditation : ce qui doit signifier que la Logique est
un talent de l’esprit et non pas du corps; dans la main droite il tient un clé:
c’est-a-dire que la Logique n'est pas une science, mais un clé pour les
sciences; dans la main gauche il tient un marteau: cela veut dire que la
Logique est une habitude instrumentale; et enfin devant lui est un étau sur
lequel se trouve un morceau d'or fin et un morceau d'or faux pour indiquer que
la fin de la Logique est de distinguer le vrai d’avec le faux. Puisqu'il est
certain que notre immagination est d’un grand secours pour la mémoire, on ne
peut pas absolument rejetter la méthode des schématismes, pourvà que les images
n’ayent rien d'extravagant ni de puérile, et qu'on les applique pas à des
choses qui n’en sont point du tout susceptibles. Mais c’est en cela qu'on à
manqué en plusieurs fagons: car les uns ont voulu désigner par des figures
toutes sortes de choses morales et métaphysiques; ce qui est absurde, parce que
ces choses ont besoin de tant d’esplications, que le travail de la mémoire en
est doublé. Les autres ont donné des images si absurdes et si ridi- cules, que
loin de rendre la science agréable, elles l’ont rendu dégot- tante. Les
personnes qui commencent à se servir de leur raison, doivent s'abstenir de
cette méthode, et tàcher d’aider la mémoire par le moyen du jugement. Il faut
dire la méme chose de la mémoire que l'on appelle teckni- que. Quelques-uns ont
proposé de s’immaginer une maison ou bien une ville, et de s'y représenter
différens endroits dans lequels on pla- ceroit les choses ou les idées qu'on
voudroit se rappeller. D'autres, au lieu d'une maison ou d’une ville, ont
choisi certains animaux dont les lettres initiales font un alphabet latin. Ils
partagent chaque membre de chacune de ces bétes en cinq parties, sur lesquelles
ils affichent des idées; ce qui leur fournit 150 places bien marquées, pour
autant d'idées qu’ils s'y imaginent affichées. Il y en a d’autres qui ont eu
recours è certains mots, vers, et autres choses semblables: par exemple pour
re- tenir les mots d’Alexandre, Romulus, Mercure, Orphée, ils prennent les
lettres initiales qui forment le mot armo; mot qui doit leur servir à se
rappeller les quatre autres. Tout ce que nous pouvons dire là-des- sous c'est
que tous ces mots et ces verbes techniques paroissent plus difficiles à retenir
que les choses mémes dont ils doivent faciliter l'étude. Les moyens les plus
sùrs pour perfectionner la mémoire, sont ceux que nous fournit la Logique; plus
l’idée que nous avons d'une chose est claire et distincte, plus nous aurons de
facilité à la retenir et à la rappeller quand nous en aurons besoin. S'il y a
plusieurs idées, on les arrange dans leur ordre naturel de sorte que l’idéc
principale soit suvie des idées accessoires, comme d’autant de consequences;
avec cela on peut pratiquer certains artifices qui ne sont pas sans utilité:
par exemple, si l’on compose quelque chose, pour l’apprendre ensuite par coeur,
on doit avoir soin d’écrire distinctement, de marquer les différen- tes parties
par de certaines séparations, de se servir des lettres initiales au
commencement d’un sens; c'est ce qu'on appelle la mémotre locale... Les anciens
Grecs et Romains ROMANI parlent en plusieurs endroits de l'art mnemonique
Cicéron CICERONE dit, dans le Liv. II de Orat. que Simonide l’a inventé. Ce
philosophe étant en Thessalie, fut invité par un nommé Scopas; lors qu'il fut à
table, deux jeunes gens le firent appeller pour lui parler dans la cour.
A_peine Simonide fut-il sorti, que la chambre où les autres étoient restés,
tomba et les écrasa tous. Lorsqu’on voulut les enterrer, on ne put les
reconnoître, tant ils étoient défigurés. Alors Simonide, se rappellant la place
où chacun avoit été assis, les nomma l’un après l’autre; ce qui fit connoître,
dit Cicéron, que l'ordre étoit la principale chose pour aider la mémoire. La
voce “caractère” della grande Enciclopedia -- i caratteri tipografici vengono
trattati da Diderot in un'ampia voce, “caractères d'imprimerie”) risulta dalla
collaborazione di vari filosofi. Dopo alcune brevissime definizioni d’Eidous
che distingue fra suoni e SEGNI o figure e fa risalire l’origine dei caratteri
ai primi rozzi disegni tracciati sui corpi materiali, Alembert tratta
brevemente della scrittura in generale cinviando: per una trattazione più
analitica, alle voci “langue” e “alphabet”. Ai caratteri egiziani accenna in
poche righe, rimandando alle voci “hiéroglyphe” ec “symbole”, il celebre
grammatico Marsais. Seguono nell’ordine: una colonna c mezzo d’Alembert
dedicata ai caratteri reali e al problema della lingua universale; una
descrizione dei caratteri dei vari alfabeti e dei segni impiegati in geometria
e trigonometria di Chapelle; una breve voce sui “caractères dont on fait usage
dans l' arithmetique des infinis ancora di d’Alembert; infine una colonna circa
del Venel sui Caractères de la Chimie. Si vuol qui richiamare l’attenzione sul
secondo dei tre “pezzi” scritti dal d’Alembert. In questo testo troviamo pre-
sente la contrapposizione baconiana dei “caratteri reali” (che esprimono non
suoni o lettere, ma cose) ai “caratteri nomi- nali” (o normali lettere
alfabetiche. Vediamo ripreso il parallelo, presente nel “De augmentis” di
Bacone e nell’”essay” di Wilkins, tra gl’ideogrammi cinesi e i caratteri reali
che possono essere letti e compresi indipendentemente dalla lingua che
effettivamente si parla. Vediamo brevemente esposti i risultati cui sono giunti
lo stesso Wilkins, Dalgarno e Lodowick. Le riflessioni di Leibniz sulla
caratteristica e sulla lingua universale -- di questi interessi non fa cenno la
voce “erbnittanisme ou philosophie de Leibniz” -- vengono infine poste in un
rapporto di diretta derivazione con le dottrine dei due autori inglesi e
scozzesi. Le opere di Dalgarno, di Wilkins, di Lodowick alle quali Alembert fa
riferimento nel testo sono nell’ordine: “Ars signorum, vulgo character
universalis et lingua philosophica, Londra; Essay towards a real character and
a philosophical language, Londra; The grundwork or foundation laid, or so
intended, for the framing of a new perfect language, Londra. Les hommes qui ne
formoient d'abord qu'une société unique, ct qui n’avoient par conséquent qu’une
langue et qu'un alphabet, s'étant extrémement multipliés, furent forcés de se
distribuer, pour ainsi dire, en plusieurs grandes sociétés ou familles, qui séparées
par des mers vastes ou par des continens arides, ou par des intéretéts
differens, n'avoient presque plus rien de commun entr'elles. Ces circonstances
occasionnerent les différentes langues cet les différens alphabets qui se sont
si fort multipliés. Cette diversitt de caracteres dont se servent les
différentes nations pour exprimer la méme idée, est regardée comme un des plus
grands obstacles qu'il y ait au progrés des sciences: aussi quelques auteurs
pensant à affranchir le genre humain de cette servitude, ont proposé des plans
de caracteres qui pussent ètre universels, et que chaque na- tion pùt lire dans
sa langue. On voit bien qu’en ce cas, ces sortes de caracteres devroient étre
réels et non mominaux, c'est-a-dire exprimer des choses, et non pas, comme les
caracteres communs, exprimer des lettres ou des sons. Ainsi chaque nation
auroit retenu son propre langage, et cependant auroit été en état d’entendre
celui d'une autre sans l’avoir appris, en vo- yant simplement un caractere récl
ou universel, qui auroit la méme signi- fication pour tous les peuples, quels
que puissent étre les sons, dont chaque nation se serviroit pour l’'exprimer
dans son langage particulier : par cxemple, en voyant le caractere destiné à
signifier Sorre, un An- glois auroit lù o drink, un Frangois dorre, un Latin
bidere, un Grec riverv, un Allemand trincken, et ainsi des autres; de méme
qu'en voyant un cleval, chaque nation en exprime l’idée à sa maniere, mais
toutes entendent le mème animal. Il ne faut pas s’'imaginer que ce caractere
réel soit une chimere. Le chinois et les japonois ont déjà, dit-on, quelque
chose de semblable: ils ont un caractere commun que chacun de ces peuples
entend de la méme maniere dans leurs différentes langues, quoiqu’ils le
prononcent avec des sons ou des mots tellement différens, qu’ils n’entendent
pas la moindre syllabe les uns des autre quando ils parlent. Les premiers
essais, ct méme les plus considérables que l’on ait fait en Europe pour
l’institution d’une langue universelle ou philosophique, sont ceux de Wilkins
et de Dalgarme: cependant ils sont demeurés sans aucun effet. M. Leibnitz a eu
quelques idées sur le méme sujet. Il pense que Wilkins et Dalgarme n’avoient
pas rencontré la vraie méthode. M. Leibnitz convenoit que plusieurs nations
pourroient s'entendre avec les caracteres de ces deux auteurs: mais, selon lui,
ils n’avoient pas attrapé les véritables caracteres réels que ce grand
philosophe regardoit comme l’instrument le plus fin dont l’esprit humain pùt se
servir, et qui devoient, dit-il, extrémement faciliter et le raisonnement, et
la mémoire, et l’invention des choses. Suivant l’opinon de M. Leibnitz, ces
caracteres devoient ressem- bler à ceux dont on sc sert en Algebre, qui sont
effectivement fort simples, quoique très-expressifs, sans avoir rien de
superflu ni d’equi- voque, et dont au reste toutes les variétés sont raisonnées.
Le caractere réel de Wilkins fut bien regu de quelques savans. M. Hook le
recommande après en avoir pris une exacte connois- sance, et en avoir fait
lui-méme l'experience: il en parle comme du plus excellent plan que l'on puisse
se former sur cette étude, il a eu la complaisance de publier en cette languc
quelques-unes de ses décou- vertes. Leibnitz dit qu'il avoit en vàe un alphadet
des pensées humaines, et mèéme qu'il y travailloit, afin de parvenir à une
langue philosophi- que: mais la morte de ce grand philosophe empécha son projet
de venir en maturité. M. Lodwic nous a communiqué, dans les transactrons
plulosophi- ques, un plan d’un a/phabet ou caractere universel d’une autre
espece. Il devoit contenir une énumération de tous les sons ou lettres simples,
usités dans une langue quelconque; moyennant quoi, on auroit été en état de
prononcer promptement et exactement toutes sortes de langues; et de d’écrire,
en les entendant simplement prononcer, la prononciation d’une langue
quelconque, que l'on auroit articulée; de maniere que les personnes
accoùtumeées à cette langue, quoiqu'elles ne l’eussent jamais entendu prononcer
par d'autres, auroient pourtant été en état sur le champ de la prononcer
exactement: enfin cc caractere auroit servi comme d’étalon ou de modele pour
perpétuer les sons d’une langue quelconque. Dopo aver accennato a tentativi più
recenti (Journal Littéraire, sul quale cfr. Coururat-Leau, Historre de la
langue universelle, Paris), Alembert conclude. Mais ici la difficulté est bien
moins d’inventer les caractères les plus simples, les plus aisées, et les plus
commodes, que d’engager les différentes nations à en faire usage; elles ne
s’accordent, dit Fontenelle, qu’ì ne pas en- tendre leurs intéréts communs ».
La sua sfiducia concerneva quindi, esclusivamente, la possibilità di una
realizzazione pra- tica. Su questo punto le opinioni dei collaboratori
all’Enciclopedia si configurano variamente. Per rendersene conto basterà
confrontare la voce Langage nella quale veniva esplicitamente rifiutata la
possibilità, anche teorica, di una lingua universale («Puisque du différent
génie des peuples naissent les diffé- rents idiomes, on peut d’abord décider
qu'il n’en aura jamais d’universel ») con la voce Langue nella quale veniva
esplicita mente riaffermata la speranza in una pratica realizzazione della
lingua universale. Mon dessein n’est pas au reste de former un langage
universel à l’usage de plusieurs nations. Cette entreprise ne peut convenir
qu’aux académies savantes que nous avons en Europe, supposé encore qu’elles
travaillas- sent de concert et sous les auspices des puissances. Firenze
Hannover : Innichen Milano Monaco Napoli Laurenziana Ashb. Nazionale (già
Magliab.): Conv. Soppr. Magliab. cl., cod. Magliab. Palch.: Palat. Palat. :
Riccardiana Ricc. Ricc. Phil. Phil. VII. B. mi, Ambrosiana D. 535 inf.: sup.:
inf.: inf.: sup.: N. 259 sup.: R. 50
sup.: sup.: Staatsbibl. Oratortana Pil. XV n. IT: Parigi Pavia Ravenna Roma
Torino Venezia Bibliothèque Nationale lat. lat. lat. lat. Universitaria Ald.
Ald. Ald. Classense Mob. Angelica (B.5): Casanatense Vaticana Ott. lat. Urb.
lat. Urb. lat. Vat. lat. Vat. lat. Vat. lat.Vat. lat. 5437: 70. Vat. lat. Vat. lat. 6295:. Nazionale Marciana lat. cl.
lat. cl. lat. cl. lat cl. VI, : 25. lat.
cl. Paolo Rossi. Paolo Rossi Monti. Monti. Keywords: Cattaneo, Aconzio, Vico,
Galilei, nato Paolo Rossi, adottato dalla zia materna, Monti, Vico, Vinci,
Garin, Banfi, la storia della nazione italiana, Vico e la storia della nazione
italiana, favola antica, dalla magia alla scienza, bruno. – Refs. Luigi Speranza, “Grice e Rossi:
l’implicatura di Vico” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosso:
all’isola -- la ragione conversazionale all’isola -- a Sicilia – la scuola di
Palermo – la scuola di Corleone -- filosofia siciliana – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Corleone). Flosofo
siciliano. Filosofo italiano. Corleone, Palermo, Sicilia. Scrive tre saggi. Il primo
e “Varie cose notabili occorse in Palermo ed in Sicilia”. Il secondo e “Descrizione
di tutti i luoghi sacri della felice città di Palermo”. Descrive le chiese di
Palermo. Questo saggio è ricordato in vari altri saggi. Il terzo saggio e “Diario
Palermitano”. Il comune di Palermo gli dedica una via. Biblioteca storica e letteraria di Sicilia: Mira/bibl
Siciliana. Ciccarelli e Valenza, La Sicilia e l'Immacolata. Atti del
convegno, Pugliatti, Pittura del
Cinquecento in Sicilia, Electa, Roma. Istituto di studi bizantini e neo-ellenici,
Rivista di studi bizantini e neo-ellenici. Marzo, Biblioteca storica e
letteraria di Sicilia: Opere storiche inedite. Valerio Rosso. Rosso. Keywords:
filosofia siciliana, filosofia italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosso”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rota: la ragione conversazionale e la lavagna del gruppo di
gioco – la scuola di Vigevao -- filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Vigevano).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Vigevano,
Pavia, Lombardia. Italian philosopher. Grice: “Many Italian philosophers would
not consider Rota an Italian philosopher seeing that he earned his maximal
degree without (not within) Italy! And right they would, too!” Saggi: “Pensieri
discreti” (Garzanti). Dizionario biografico degl’italini. Palombi, “La stella e
l’intero – la ricercar di Rota tra matematica e fenomenologia” (Boringhieri);
Senato, “Matematico e filosofo” (Springer). Gian-Carlo Rota. Rota. Aune: “I left the play group
when I realised that Grice could care less about blackboards!” -- Keywords: il
primate dell’identita, Whitehead, fenomenologia, Husserl, Heidegger, tra
fenomenologia e matematica, la stella e l’intero, discrezione, indiscrezioni,
combinatoria e filosofia, la lavagna del gruppo di giocco. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Rota," per
il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rotondi: la ragione conversazionale a Roma antica – la scuola di
Vivocaro -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vicovaro). Filosofo lazio.
Filosofo italiano. Vicovaro, Roma, Lazio. I primi anni di attività della sua “libreria
delle occasione” sono piuttosto travagliati in quanto le autorità fasciste,
infastidite dalla tipologia eterodossa dei testi in vendita, operano diversi
sequestri e infliggono sanzioni. Costretto a chiudere la libreria per evitare
il richiamo alle armi della repubblica sociale. Considerato disertore, si
rifugia con la famiglia a Vicovaro. Individuato in seguito ad una delazione,
riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura e si allontana verso le montagne
che circondano il paese, inseguito dappresso da tedeschi. Disperando di potersi
salvare, si nasconde nei pressi di una casa abbandonata, popolarmente ritenuta
abitata dagli spiriti e qui avviene l'evento fondamentale sopra descritto che
cambia la sua vita e le sue convinzioni, aprendolo alla conoscenza del mondo
spirituale. Improvvisamente ha una visione folgorante nel nielo. Sedetti a
contemplare la scena. Una catena di globi luminosi dall'alto scendevano fin
giù, penetravano nella terra, poi altri che risalivano e poi ridiscendevano
come per riunirsi in un misterioso convegno. Si senteno delle voci indistinte.
Si trattiene ad osservare tale spettacolo misterioso salvandosi, in questo
modo, dal rastrellamento in corso nel vicino paese di Roccagiovine. Questo
primo decisivo contatto con il para-normale
raccontato in "Il protettore invisibile". Tale evento
rappresenta l'inizio del suo studio e del suo interesse nei confronti
dell'esoterismo e della spiritualità. Pubblica massime, proverbi e aforismi di
Roma antica. Dà alle stampe “L’arte del silenzio e l’uso della parola”, un
originale e lungimirante saggio il cui intento si manifesta già dalla dedica,
firmato con lo pseudonimo di Vico di Varo, derivato chiaramente dal suo paese
natale. Viene incaricato di redigere un opuscolo commemorativo in occasione
dell'inaugurazione in Vicovaro del Monumento in onore delle vittime della
strage nazista delle Pratarelle. Svolge una funzione di aggregazione e
catalizzazione culturale in anni difficili in cui certi ambiti di studio
venivano guardati con sospetto, quando non con manifesta ostilità. Partecipa
e svolge un ruolo tutt'altro che secondario nel Cerchio Firenze, una delle più
importanti esperienze para-psicologiche collettive italiane. Lui la sua
libreria, sono ormai un punto di
riferimento di tutto un mondo culturale in espansione e finalmente libero da
ogni censura. Pubblica titoli presso
diverse case editrici -- Mediterranee, Astrolabio, Sugarco, S.A.S. --, firmandoli
oltre che con il suo vero nome con il pseudonimo ‘Amadeus Voldben’, acronimo di
“Volontario del Bene”. Tale nome d’arte sta ad indicare la missione che si e
prefisso e che delinea nel libriccino “I volontari del bene”, vera e propria
bibbia per tutti coloro che si riconoscono nel progetto di diffusione del bene.
Oltre al valore intrinseco degli
scritti, sono le riunioni e la sua stessa presenza in libreria a suscitare
curiosità e interesse presso un pubblico molto ampio che vede in lui una guida
spirituale in grado di fornire suggerimenti mai banali e, da educatore, sempre
comprensibili. Dietro la sua apparente severità, che è semplicemente rifiuto
della superficialità, traspare la disponibilità e l'umanità, accessibili a
chiunque si sforzi di varcare un civico di via Merulana. Si caratterizza
da una produzione culturale ed una serena consapevolezza. Regala gemme di
saggezza e consigli. Oltre ai testi pubblicati lascia altri scritti, alcuni
pronti per la stampa altri bisognosi di revisione, che vengono pubblicati da i
quali si sono impegnati a proseguire l'attività in libreria, mantenendosi
fedeli all'impostazione originaria da lui delineata. La libreria riceve il
riconoscimento di "negozio storico" da parte del Comune di
Roma. Opere: Saggezza ” (I della collana Le Perle, ristampato da
Astrolabio. L'arte del silenzio e l'uso della parola, ristampato dalla Libreria
Rotondi; Saggezza di Roma antica, collana Le Perle). Saggezza dell'antica
Grecia, collana Le Perle). Amore e saggezza nel pensiero, collana Le Perle). Il
giardino della saggezza, collana Le Perle). “Dopo Nostradamus: le grandi
profezie sul futuro dell'umanità” (Mediterranee); “Un'arte di vivere: via
segreta alla serenità” (Mediterranee); “La coppa d'oro: insegnamenti dei
maestri, fonte di luce e di energia, SAS; Le influenze negative: come
neutralizzarle, SugarCo,, Il protettore
invisibile: la guida che ci aiuta nei momenti difficili della vita,
Mediterranee, La voce misteriosa, Astrolabio; Lo scopo e il significato della
vita: perché si nasce, perché si vive, perché si muore, Mediterranee, I prodigi
del pensiero positivo: il suo potere e la sua azione a distanza, Mediterranee, Il
destino nella vita dell'uomo, Mediterranee, La re-incarnazione: verità antica e
moderna, Mediterranee, La potenza del creder e la gioia d'amare: i prodigi
della fede e dell'amore, Mediterranee, Una luce nel tuo dolore, Mediterranee); “Guida
alla padronanza di sé, Mediterranee, La magica potenza della preghiera,
Mediterranee); La chiave della vita, Mediterranee, La presenza divina in noi, Mediterranee, Le
leggi del pensiero: l'energia mentale e l'azione della volontà, Mediterranee);
Le grandi profezie sul futuro dell'umanità, Mediterranee. La potenza creatrice
del pensiero, Mediterranee, Pensieri per una vita serena, Mediterranee); “Ricordo
dei nostri martiri. Commemorazione in occasione dell'inaugurazione del
monumento ai martiri delle PratarelleVicovaro, Tipografia Seti, Roma); “I
Volontari del Bene” (Libreria Rotondi Editrice, Roma); “Reincarnazione e
fanciulli prodigio, Mediterranee, Roma, La reincarnazione: verità antica e moderna,
Mediterranee); “La voce misteriosa”; “Le perle”. L’arte del silenzio e l’uso
della parola. La Libreria Rotondi è segnalata in molte pubblicazioni, tra cui
la Guida ragionata alle librerie antiquarie e d'occasione d'Italia, C. Messina,
Roma); A. Voldben, Il protettore invisibile, Edizioni Mediterranee, Roma, La sua partecipazione agli incontri del
Cerchio Firenze è ricordata in “Oltre l'illusione, Roma, Mediterranee, e “Oltre
il silenzio” L. Campani Setti, Roma, Mediterranee). Dopo Nostradamus, I prodigi
del pensiero positivo, Le influenze negative, Il protettore invisibile: Molte persone
si rivolgevano a Rotondi per ricevere consigli. Una testimonianza letteraria di
questa consuetudine si trova nel romanzo di Giovetti Weimar per sempre (Mediterranee, Roma)
in cui il personaggio si reca presso la Libreria delle Occasioni per ricevere
suggerimenti su questioni spirituali e libri. Libreria Rotondi, Libreria delle
Occasioni (La libreria fondata da Rotondi) La piccola miniera (da Il Corriere
della Sera) Il libraio di via Merulana e i globi luminosi (da La Repubblica)
Cerchio Firenze (Esperienza
parapsicologica collettiva) Andiamo alla scoperta (da La Piazza di Castel
Madama. ‘Vico di Varo’. Amedeo Rotondi.
Rotondi. Keywords: Roma antica, antica Roma, le perle, Vicovaro, filosofia
fascista, il veintennio fascista. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rotondi” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rovatti: la ragione conversazionale dei giocchi e gl’uomini – la
scuola di Modena -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Modena). Filosofo Emiliano.
Filosofo italiano. Modena, Emilia-Romagna. Grice: “I do not know any other philosopher other
than me or Austin who, like Rovatti, is obsessed wiith the concept of a
‘game’!” Studia fenomenologia a Milano con PACI. Insegna a Trieste. Si occupa
dei rapporti tra fenomenologia e marxismo pubblicando “Critica e scientificità
in Marx” e poi focalizzando in vari saggi il tema dei bisogni con riferimento
anche alla psico-analisi. Le questioni concernenti il “pensiero debole” diventano
il punto di partenza di “La posta in gioco: il soggetto” (Bompiani, Milano); “Abitare
la distanza”, “Il paiolo bucato: la nostra condizione paradossale” (Cortina,
Milano); “La follia in poche parole” (Bompiani, Milano); “L'esercizio del
silenzio”; “Possiamo addomesticare l'altro? La condizione globale” (Forum,
Udine); “Inattualità del pensiero debole” (Forum, Udine). Queste questioni
riguardano soprattutto la possibilità di una «logica paradossale» e si
articolano intorno ai temi del gioco, dell'ascolto e dell'alterità, tutti
collegati alla questione della soggetto. Saggio su PACI. Dalla filosofia
del gioco nascono anche “Per gioco: piccolo manuale dell’esperienza ludica”
(Cortina, Milano); “La scuola dei giochi” (Bompiani, Milano); “Il gioco di
Wittgenstein” (EUT, Trieste). Si interessa alla consulenza filosofica, con “La
filosofia può curare? La consulenza filosofica in questione” (Cortina, Milano).
Altre saggi: “Il coraggio della filosofia” in «aut aut». Tiene una
rubrica sul quotidiano "Il Piccolo" di Trieste, “Etica minima”.
Racoglie "scritti corsari" (cfr. Pasolini) in vari saggi: “Etica
minima – saggi quasi corsair sull’anomalia italiana” (Cortina, Milano); “Noi, i
barbari – la sotto-cultura dominante” (Cortina, Milano); “Un velo di sobrietà”
(Saggiatore, Milano); “Accanto a una sensibile sintonia”. Si manifesta nella
sua filosofia una particolare attenzione sul rapporto tra potere e sapere; “Gli
ego-sauri” (Elèuthera, Milano); “Le nostre oscillazioni” (Collana Edizioni
alpha beta Verlag, Merano); “L’intellettuale riluttante” (Elèuthera, Milano); “Restituire
la soggettività. Lezioni sul pensiero di Basaglia” (alphabeta, Merano); “Consulente
e filosofo. Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche” (Mimesis, Milano);
“Abitare la distanza. Per una pratica della filosofia” (Feltrinelli, Milano); “Scenari
dell'alterità, Bompiani, Milano); “Il decline della luce” (Marietti, Genova); L'università
senza condizione” (Cortina, Milano); “Fare la differenza” (Triennale di Milano,
Milano); “Introduzione alla filosofia contemporanea, Bompiani, Milano); “Lettere
dall'università, Filema, Napoli); “Trasformazioni del soggetto: un itinerario
filosofico” (Poligrafo, Padova); “Dizionario dei filosofi” (Bompiani, Milano);
“Elogio del pudore: per un pensiero debole” (Feltrinelli, Milano Intorno); “Il
pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); “Bisogni e teoria marxista” (Mazzotta,
Milano); “Critica e scientificità in Marx: per una lettura fenomenologica di
Marx e una critica del marxismo di Althusser (Feltrinelli, Milano); “La dialettica del processo” (il Saggiatore,
Milano). aut aut. R.: il pensiero debole, sul
RAI Filosofia. Grice: “As Rovatti shows, it is possible to conceive of
conversation as a GAME, with its own RULES, and MOVES. Pier Aldo Rovatti.
Rovatti. Keywords: i giocchi e gl’uomini --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Rovatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovella:
FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- la rgione conversazionale all’isola
-- querce, o della filosofia siciliana – l scuola di Acreide – la scuola di
Siracusa – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acreide). Filosofo siciliano. Filosofo italiano.
Acreide, Siracusa, Sicilia. Studia a Ispica e Catania sotto CARBONARA,
laureandosi con un saggio di estetica, sul rapporto fra contenuto -- o materia --
e forma. Insegna a Noto e Palazzolo. Pubblica “L'uomo” (Giannini, Napol). In una
serrata discussion affronta la meta-fisica ed espone il suo convincimento che
la ricerca senza condizioni, attraverso l'intelligenza attiva e creatrice può
aprire all'uomo orizzonti creativi, seppur rischiosi. La meta-fisica imprigiona
in schemi rigidi e vincolanti. Pervenire all'auto-coscienza è il compito più
degno degl’uomini, che pur problematico in sé non rimaneno imprigionati nel
problematicismo. Altre opera: “Deneb” (Caltanissetta, Roma), romanzo filosofico
che narra la pulsione verso l'oltre, attenuando, così, la precedente critica
verso la meta-fisica e aprendo verso il mistero che comporta il confronto con
tre donne che rappresentano tre volti diversi della verità. La stella “Deneb” è
metafora della pulsione verso l'alto. Abbondano i riferimenti autobiografici da
cui emerge l'attaccamento alla casa natia, che non abbandona, alla famiglia e
soprattutto ad un modello di vita contadina morigerata e sobria. Lo stile è
affabulante. L'auto-coscienza e il trionfo della morte in GENTILE in Il pensiero di Gentile (Enciclopedia
Italiana, Roma). Qui si esamina il momento finale della vicenda umana e
filosofica di GENTILE alla cuia filosofia è legato. “L'errore del cerchio”
(Siracusa). Predomina il colloquio interiore, lo scavo nella coscienza e nella
memoria. Procede come un giallo. Un tema attraversa gl’avvenimenti, la libertà
e la necessità di un suo contenimento. “La fattoria delle querce” (Caruso,
Siracusa). L’epopea della famiglia siciliana Capobianco, governata da una donna
e sviluppata attraverso un intrigo di personaggi e di vicende. I discendenti
Capobianco sono identici agl’ante-nati, e la ricerca della genealogia è il
problema più assillante per i personaggi. Il mito dell'eterno ritorno
dell'identico li e caro. Rimane sempre legato ai miti. Fisiognomica,
astrologia, venti, odori e turbamenti fanno di questa opera un esempio di
scrittura immaginifica e personale. Filosofia di non di facile consume traccia
una “Imago siciliae”. Nella stessa aura de La fattoria sono scritti i racconti. Cambia
di nuovo argomento, inizia quella che lui chiama “la fase cristica”, in cui la
figura di Cristo e il rapporto fra le religioni sono il tema dominante. “L'ora
del destino, dramma in due atti” (Accademia Casentinese di Lettere, Arti,
Scienze ed economia, Castello di Borgo alla Collina, Arezzo, L'Ora in persona di una donna consola il crocifisso
che muore quando una congiuntura astrale perviene al suo compimento. In “Vita
di Gesù” (Prospettive d'Arte, Milano) Gesù è visto nella sua umanità. La
narrazione segue lo sviluppo dei vangeli sinottici, con qualche incursione negl’apocrifi.
L'autore, che pur ne ha le competenze, si tiene lontano dalle problematiche
gesuologiche e cristologiche. Vuole narrare un Gesù “così come parla al
cuore”. L'Angelo e il Re, con prefazione di Pazzi per i tipi di Palomar
Bari. I nove mesi di gravidanza di Maria vergine sono narrati con un andamento
che si mescola di esoterismo e sapienza umana. Maria spesso, nel mistero del
suo concepimento, nella sua realtà quotidiana, vive le vicende del suo
quartiere, con le sue amiche, con qualche momento di gioia esaltata e
prorompente, con un tratto zingaresco. Attratto da zingari e vagabondi di
passaggio, come incarnazione di una libertà che abbiamo smarrita. “Le
Madri” (Utopia, Chiaramonte Gulfi). Vi si sente l'eco di Bachofen. Breve raro
capolavoro, pieno di mistero e poesia, di un potere magico. “Asvamedha” (Utopia,
Chiaramonte Gulfi) raccoglie racconti; “Inizio d'amore” (Studi Acrensi, Palazzolo
Acreide) raccoglie altri racconti che l'autore pubblica in varie riviste
letterarie nazionali, a cura dell'Istituto Studi Acrensi Palazzolo Acreide. I
racconti, dice l'autore, vivono nell'aura dei romanzi di questo periodo. “La
vigna di Nabot, dramma in IV quadri” (Associazione Amici di Rovella, Palazzolo
Acreide) narra le vicende del ersonaggio che incontriamo nel primo libro dei Re
Cap. 21. La prepotenza dei potenti e la sacralità della terra dei padri sono il
filo conduttore del dramma. Nabot muore per una questione di coerenza. Scuderi,
La fattoria delle Querce, in Le Ragioni critiche, Menichelli in Esperienze
letterarie, Jacobbi, Il miracolo Deneb,
in Arenaria, Palermo, Vettori, Il miracolo di Deneb e le profezie di Ruggero,
Arenaria, Monachino Ester, Considerazioni su un romanzo di Rovella, in Le Ragioni
critiche, Catania, E. Messina, Dal bagolaro alla sequoia” (Romeo, Siracusa); Messina,
Alle radici del pensiero. La presenza dei suoi maestri” (Romeo, Siracusa). Giuseppe
Rovella. Rovella. Keywords: romanzo filosofico, querce. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rovella” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Rovere. (Roma). Filosofo italiano. Proposta del provenzale
come lingua internazionale. Alberto Rovere.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovere:
la ragione conversazionale, o le confessioni di un meta-fisico romano – la
scuola di Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Pesaro,
Marche. Essential Italian philosopher. The family originates in Albisola,
Savona, Liguria. Filosofo. Il giure civile del popolo italiano ha nel testo
della legge positiva e speciale autorità sufficiente da soddisfare la giustizia
ordinaria e da risolvere i dubii e acquetare le controversie intorno agl’interessi
e agl’ufficii d'ogni privato cittadino. Di quindi nasce che possono alcuni
curiali riuscire segnalati e famosi al mondo con la sola abilità del pronto
ricordare, dell’acuto distinguere e dell'interpretare acconcio e discreto. Al
giure delle genti occorre, invece, assai di frequente la discussione delle
verità astratte. Perocché esso è indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata
legge. Si connette immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo.
Spesso gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine
sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i
dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della
ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della
scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza
danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si dice
che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo della
scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa talvolta
scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non venni a
recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. Lo stato romano essere certa
congregazione di famiglie la qual provvede con leggi e con tribunali al bene
proprio e alla propria tutela -- tanto che sono competentemente adempiuti i
fini generali della socialità e i particolari di essa congregazione. Lo stato romano
non esiste per la contiguità sola delle terre e delle abitazioni, ma per certo
congiungimento e unità delle menti e degl’animi dei romani. Il che riconosciuto
e fermato, se ne ritrae ciò che pel diritto è primo principio ed assioma, non
potersi da niuno e sotto niuna ragione arrogare la facoltà di offendere e
menomare l'autonomia interna ed esterna dello stato romano insino a tanto che
questo non provoca gl’altri ad assalirlo con giusta guerra. Ed eziandio in tal
caso è lecito di occupare temporalmente il suo territorio e dominare il suo
popolo nei limiti della difesa e dell'equo rifacimento dei danni. L'uomo
individuo può nel servaggio e nelle catene serbare con isforzo la libertà dello
spirito e compiere in altro modo e sotto altre condizioni certa eroica
purgazione e certo mirabile perfezionamento della sua parte interiore e
immortale. Ma ciò è impossibile all’intero popolo romano, il quale nel
servaggio di necessità si corrompe ed abbietta, e quindi GRAVINA chiama assai
giustamente la libertà della nazione romana sacro-santa cosa e di giure divino.
L'anima non è vendibile e non è nostra, dicevano i teologanti per dimostrare da
più parti la iniquità del CONTRATTO. E neppure la libertà è vendibile. E se
l'usarla e abusarla è nostro, non è tale la facoltà e il principio infuso dal
divino con l'alito suo divino e che al dire d’Omero vale una mezza anima. Lo stato
romano possiede onninamente se stesso. Niuno fuori di lui può attribuirsene la
padronanza. Quindi il popolo romano o vivono in se od in altri. Cioè a dire, o
provedono al proprio fine con la legge e ordini propri e componendo un
individuo vero e perfetto della universa famiglia umana. Ovvero entrano a parte
d'altra maggior comunanza con ugualità di diritto e d’ufficio, come quelle
riviere che ne' più larghi e reali fiumi confondono le acque e perdono il nome.
Questa è la generale e astratta dottrina che danno la ragione e la scienza. La
patria romana, impertanto, significa quella contrada e quella congregazione d’uomini
a cui ciascuno degli abitanti e ciascuno dei congregati sentesi legato per tutti
i doveri, gl’istinti, i diritti, le speranze e gl’affetti del vivere comune. La
patria romana, considerata nella sua morale e profonda significazione, è il
compiuto sodamento di ciascuno verso di tutti e di tutti verso ciascuno. Se la
patria romana non ha debito né possibilità di nudrire del suo ogni giorno tutti
i suoi indigenti, spietata cosa sarebbe inibire a questi di procacciarsi altrove
la sussistenza. Prediletta opera delle mani del divino e la nazione romana. La nazione
romana è pura, domandano essi, e tutta omogenea. Questo e il puro principio della
nazionalità romana. Lo stato romano, dipendente come si sia da un altro non è,
a propriamente parlare, autonomo. E e perciò, a rigore di definizione, neppure
la denominazione di stato romano gli si compete. I prìncipi non sono, del
certo, scelti dal divino immediatamente, ma sono dal divino immediatamente
investiti della sovranità romana. Il popolo romano indica l'uomo a cui vuole
obbedire e in quell'uomo è subito la pienezza della sovranità romana che dal
divino gli proviene. Perocché come dal divino è istituito IL FINE della
socievole comunanza, così è istituito IL MEZZO nella autorità del comando. È
sicuro che nella lunghezza dei secoli le volontà e i giudizi umani si accostano
all'assoluto del bene sociale, quanto che la via che viene trascorsa non
procede diritta e spedita ma declina e torce continuo fra molti errori e molte
misere concussioni. La libertà della nazione romana, essendo naturale ed
essenziale agl’uomini e necessaria concomitanza d'ogni bontà, è doveroso per
tutti il serbarla integra nella sostanza. E perciò, né il privato individuo si
può vendere ad altro privato, né tutto il corpo de' cittadini assoggettarsi
pienamente e perpetuamente al dominio d’altro stato. Poco o nessun valore ha il
dissentimento dei piccioli e deboli, quando anche piglino ardire di esprimerlo;
e CHI INVESTIGA LA STORIA DELL’ANTICA ROMA RI-TROVA che DELLE PROTESTE loro
giacciono GRANDI FASCI dimenticati negl’archivi delle Cancellerie. Dacché siete
i più forti, correte poco rischio di vivere ex lege alla maniera dei ciclopi.
Ma confessare il diritto e contro il diritto procedere, non è conceduto a
nessuno. E parlavano meglio quegl’ateniesi che alle querele dei milesi
rispondevano senza sturbarsi. Il diritto è cosa pei deboli e non già pei forti
e pei valorosi. Il popolo romano è autonomo. Con altri vocaboli, lo stato romano,
vero è libero ed inviolabile. E la patria romana, nel significato morale e
politico, è *sinonimo* di STATO romano -- in quanto questo compone uno stretto
e nativo consorzio in cui ciascun cittadino ha debito e desiderio insieme di
effettuare il grado massimo di unimento sociale e civile. S’incominci dall'avvisare chi sono costoro che
si querelano della libertà dello stato romano e ne temono danni così
spaventevoli. Costoro sono i medesimi da cui si alzano lagni e rimproveri
cotidiani per qualunque libertà, eccetto la propria loro. Vogliono limitare la
stampa, limitare la libera concorrenza, limitare IL PARLAMENTO e in fine ogni
cosa col pretesto volgare ed ovvio che il parlamento, il commercio, la stampa
abusano di loro facoltà e trasvanno più d'una volta e in più cose. La volontà
umana, dite, è corrotta e inchinevole al male. Può darsi. Ma privata di libertà
so che depravasi molto di più e i padroni non meno che i servi. Non è lecito
agl’uomini di esercitare nessun diritto qualora difettino pienamente delle
facoltà e dei mezzi correlativi. Perciò il fanciullo, il mentecatto, l'idiota
cade naturalmente sotto l'altrui tutela, e per ciò medesimo la parte meno
educata del volgo ed offesa di troppa ignoranza, o posta in condizione troppo
servile, non ha nel generale facoltà e mezzi proporziod esercitare diritti
politici. Esaminato il fine del viver comune, fatta rassegna d'alcuni principii
direttivi, più bisognevoli al nostro intento e poco o nulla NOTI AGL’NTICHI
ROMANI, segue senza più che noi trapassiamo a contemplare l'ottimo ordinamento
civile. Cosi noi delineeremo qnalche fattezza dell'incivilimento umano,
contemplandolo nella natura primitiva ed universale del popolo romano, ed
avvisandoci di non iscambiare l'alterato e il mutabile col permanente ed
inalterato; e per converso, di non dar nome d'errore emendabile e di accidente
transitorio a ciò che appartiene alle condizioni salde e durevoli della
comunanza civile. Chè nel primo difetto cadono i troppo retrivi ed i
pusillanimi; nel secondo, i novatori audaci e leggeri. GL’ANTICHI ROMANI con
molto senno incominciano dall'insegnar quello che spetta al buono stato della
famiglia, perché della comunanza umana l'individuo compiuto non è lo scapolo,
ma l'ammogliato con prole o vogliam dire la famiglia, rimossa la quale non
rimane intermezzo alcuno che tempri l'amor proprio e la fiera e violenta natura
nostra. L'organizzazione tanto è più
eccellente quanto meno cede alle esterne azioni ed impressioni ed anzi modifica
con maggior efficacia ed appropria a sé quelle azioni. È da confessare che un
gran trovato fece lo spirito umano e giovevole soprammodo alla prosperità del
viver sociale, quando mise in atto quello che fu domandato GOVERNO
RAPPRESENTATIVO o parlamentare. Se dirai: carattere della nazione romana è la
continuità e circoscrizione del suolo d’Italia. E la nazione e nella lingua
romana, la letteratura e le arti. Se le origini e la schiatta; le colonie sono
tal membro e così vivace del corpo della patria onde uscirono, da non potersene
mai dispiccare, e la guerra americana è dalla banda dei sollevati iniqua e
parricida. Gran questione poi insorge sulle genti di confine, le quali
compongonsi il più delle volte di schiatte anfibie, a cosi chiamarle. Quindi
noi vogliamo, per via d'esempio, i nizzardi essere italiani – ROMANI -- e i francesi
li fanno dei loro. La compagnia civile comincia là solamente dove gl’animi si
accostano, e sorge desiderio di regolato e comune operare. La giustizia apre e
chiude i congressi degli dei, non quelli degl’uomini. La voce “nazione romana”
nel suo peculiare e pieno significato vuol dire unimento e società d'uomini che
la natura stessa con le sue mani à fatta e costituita mediante il sangue e la
singolarità delle condizioni interiori ed estrinseche. Per talché quella
società distinguesi da tutte l’altre per tutti gl’essenziali caratteri che
possono diversificare le genti in fra loro, come la schiatta, la lingua,
l'indole, il territorio, le tradizioni, le arti, i costumi. “Nazione romana”
vuol significare certo novero di genti per COMUNANZA DI SANGUE, conformità di
genio, medesimezza di linguaggio atte e pre-ordinate alla massima unione
sociale. Lo stipite umano è ordinato esso pure a spandere discosto da sé le
propagini e i semi. E ogni germe nuovo dee nudrirsi del terreno ove cade, non
del tronco da cui si origina. Sieno rese grazie publicamente da tutta l'Italia
a voi, o Valdesi, che l'antica madre mai non avete voluto e potuto odiare e
sconoscere insino al giorno glorioso che è dal divino coronata la vostra
costanza, e un patto comune di libertà vi riconciliava con gl’emendati
persecutori. S'io credessi quelle armi
che assiepano IL FORO, DICE CICERONE, starsene qui a minacciare e non a
proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto è che quelle
armi NEL FORO induceno per se sole una fiera minaccia, tanto che CICERONE parla
poco e male, e la paura ammazza l'eloquenza. Dal riscontro, per tanto, di tutte
le storie, senza timore mai d'eccezione, e più ancora dalla ripugnanza intima
di certi termini, quali sono felicità a servitù, spontaneità e costrizione,
ricavasi questa assoluta sentenza che in una nazione civile come ROMA, nessun
governo straniero – come Cartagine -- non può vantarsi mai né della legittimità
interiore, né della esteriore che emana dall'assentimento espresso o tacito della
popolazione romana. Non può aver luogo prescrizione, dove i diritti innati o
fondamentali dell'uomo ricevono sostanziale ingiuria ed offesa; e di si fatti è
per appunto la indipendenza o dimezzata o distrutta. Ogni cosa nell'uomo è
principiata dalla natura e poi dalla ragione e dall'arte è compiuta.Voi stesso
l'avete udito? Poerio: E come nò, se rinchiuso è con lui in una prigione
medesima? Pignatelli: E è la vigilia della sua morte? Poerio: Appunto è la vigilia. Sapete che valica la mezzanotte,
una voce improvvisa e sepolcrale veramente rompevane il sonno chiamando forte
per nome alcuno di noi; e quella chiamata voleva dire: vieni, ti aspetta il
carnefice. La notte pertanto che seguitò quel mirabil discorso di Pagano gli
sgherri gridarono il nome suo, e fu menato al patibolo. Pignatelli: Sta per
mezzo a voi quell'omerica figura del conte di Ruvo? Poerio: Nò, ma in Castello
dell'Uovo insieme con altri uffiziali e con l'intrepido Mantone. Nel Castel
Nuovo e in quella carcere proprio dove è Pagano, sta il fratel vostro maggiore,
principe di Strangoli, sto io, il Conforti, Cirillo, Granali, Palmieri, Russo e
due giovinetti amorevoli e cari, cioè l'ultimo figliuolo dello Spanò ed un
marchese di Genzano, bello come l'appollino e di cui sente Pagano particolare
compassione. V'à una cagione suprema di tutte le cose, cagione assoluta e
però insofferente di limiti e incapace d'aumento e di defficienza. Ma se niun
difetto può stare in lei, ella è il bene infinito e comprende infinitamente ogni
specie di bene. Ciò posto, la cagione suprema è altresì infinita bontà che
raggia il bene fuor di sé stessa e ne riempie la creazione ed ogni ente se ne
satura, a dir così, per quanto è fatto capace. Tale contenenza di bene è poi
sempre difettiva perché sempre è finita. Di quindi si origina il male. Non si
chieda dunque perché il divino è permettitore del male, ma chiedasi in quella
vece perché piacque al divino, oltre all'infinito, che sussistesse pure il
finito. Se il vivere nostro presente è condito di molto diletto e noi incapaci
di conoscere e desiderare con ismania istintiva l'eternità, forse potrebbesi
giudicare senza paradosso aver noi sortito quella porzioncella sola e frammento
di beatitudine, brevissima ma sincera e inconsapevole della propria caducità.
Col presupposto della immortalità, bene avverte BRUNO, alcun desiderio naturale
non è indarno e alcuna lacrima non cade senza conforto. Con la immortalità non
è affetto generoso perduto, non ferita dell'animo a cui non si apparecchi
altrove copioso balsamo. Per entro il corso interminato e magnifico de'nostri
destini, ogni male vien riparato, ogni speranza risorge, ogni bellezza
rifiorisce, ogni felicità si rinnova e giganteggia ne'secoli. Poerio: Quando è
possibile strappare dal cuor dell'uomo il concetto e la speranza della
immortalità, il consorzio civile medesimo pericolerebbe di sciogliersi e i
piaceri e le utilità stesse della vita presente verrebbero gran parte impedite
o affatto levate di mezzo. I dotti e i legisti barbareggiavano sempre peggio, e
pareva in loro una sorta di necessità tramutata in diritto, e niun discepolo
mai se ne querela; e le lettere cadevano in tale grettezza, che nelle prose di Giordani
si appuntavano parecchie mende di stile, ma nessuno accusava la tenuità dei
concetti e la critica angusta e slombata. Colletta è stimato dai più uno
storico sovrano e poco meno che un Tacito redivivo, ed altri istituivano
paragone tra il Guicciardini e il Botta, tra Goldoni e Nota. Tale il gusto e il
criterio comune. Pochi grandi filosofi non mancavano neppure a quei giorni.
Basti ricordare Bartolini nella scultura; Leopardi e Niccolini nella poetica;
Rossini, Bellini, Donizetti nella musica. In Italia scemando il sapere e la
potenza meditativa, crebbe l'amore spasimato ed irragionevole della bellezza
dell'abito esterno, lasciando a digiuno la mente e poco nudriti e mal governati
gli affetti. Letteratura e filosofia vasta, soda e ben definita, e parimente
larghe scuole e ben tratteggiate e scolpite mancano alla patria nostra da quasi
tre secoli e piuttosto ne abbiamo avuto cenni e frammenti, e ogni cosa a pezzi,
a sbalzi e a modo d'assaggio. Miei degni signori, il cibo che v'apparecchio è
scarso, scondito e di povera mensa, ma è letteratura e non meta-fisica. Non
appena l'esilio mi astrinse a lasciare l'Italia e fui spettatore d'altro ordine
di civiltà e uditore d'altri maestri, subito mi si aprì dentro l'animo l'occhio
doloroso della coscienza, ed ebbi della mia ignoranza una paura ed una vergogna
da non credere. Per giudicare alla prima prima che tutto è vecchio e trito in
un libro convien sapere dell'autore se nel generale à l'abito di pensar di suo
capo. Ed egli evoca nuovi spiriti di più sublime natura, i quali entrano a uno
a uno dentro la torre. Spirito del mare. Che vuoi? Barone. Sapere l'essenza del
bene e la fonte della felicità. Spirito del mare. Perché lo chiedi al mare?
Barone. Perché tu sai o puoi sapere ogni cosa; tu nei silenzj della notte tieni
misteriosi colloquj con la luna e con le stelle che in te si riflettono; e tu
pur ricevi nell ' ampio tuo seno i fiumi tutti del mondo, i quali ti raccontano
le geste antiche dei popoli e le più antiche vicende dei continenti per mezzo a
cui essi fluiscono senza posa. Spirito del mare. lo non so nulla (sparisce).
Barone. Che tu venga malmenato in eterno dallo spirito delle procelle, e che i
tuoi membri immortali sieno rotti e squarciati mai sempre dalle taglienti
creste degli ardui scogli. La coda del cavallo bianco dell' Apocalisse.
Che vuoi? Barone. Sapere in che consiste il bene, e dove è la fonte della
felicità. La coda. Perché lo chiedi a me? Barone. Tu sai la fine ultima delle
cose, e tu comparirai poco innanzi della consumazione del secolo. La coda.
Quando io comparirò, io ondeggerò nelle sfere, simile alla caduta del Niagara e
più tremenda della coda delle comete. Ogni mio crine rinserra un destino; e
ogni mio moto è un cenno di oracolo; ò trascorsi tutti i cieli di Tolomeo e i
cieli di Galilei e i cieli di Herschel; ò lambita con la mia criniera la faccia
delle stelle, e l'ò distesa sulle penne de' turbini; molte cose ò conosciute,
ma non quel che tu cerchi: io non so nulla (sparisce). Dagli Arabi si travasò
il mal gusto ne' Catalani e ne' Provenzali, e una vena non troppo scarsa ne fu
derivata ne' primi nostri verseggiatori. ALIGHIERI egli pure non se ne astenne
affatto; e noi peniamo a credere che a quel genio sovrano venisse scritta la
canzone lambiccatissima della Pietra. Sa ognuno che nel seicento, con lo
scadere dell' arte, ricomparvero quelle freddure e mattie, e ogni cosa fu piena
di acrostici, d'anagrammi, d'allitterazioni e altrettali sciempiezze. Ma per
buona ventura cotesta sorta vanissima di pedanteria non sembra ai moderni
pericolosa; e dico ai romani, perché appresso gli stranieri non ne mancano
esempj; e molti anno letto in un vivente poeta francese di gran nomea certi
capricci di metri e di rime i quali dimostrano come in lui siensi venuti
rinnovando tutti gli umori e le vertigini dei seicentisti. E nemmanco ci pare
immune dalle stranezze di cui parliamo quel concepimento del Goethe di ordire
la tragedia del Fausto con questa singolar legge che ogni scena fosse dettata
in metro diverso ed una altresì in nuda prosa, onde potesse affermarsi che
niuna maniera del verseggiare ed anzi dello scrivere umano (per quanto ne è
capace il tedesco idioma) mancasse a quel dramma; nuova maniera e poco assai
naturale e graziosa di porgere idea e figura del panteismo. Non può né deve il
poeta scompagnarsi mai troppo dalle opinioni e dai sentimenti comuni dell'età
sua; chè da questi principalmente è suscitato l'estro di lui, con questi
accende e innamora le moltitudini. D'ogni altro pensiero ed affetto, ove li
possieda e li senta egli solo, avrà pochi intenditori, pochissimi lodatori; e
la favella delle Muse langue e muor sulle labbra se non suona ad orecchie
benevole e a cuori profondamente commossi. In Inghilterra il Milton fierissimo
repubblicano e segretario eloquente del gran Cromvello, à quasi sempre poetato
di cose mistiche e teologiche e nulla v'à di politico, nulla d'inglese e di
patrio, né nel Paradiso perduto, né in altri suoi canti. Riuscirà sempre a
gloria grande e invidiata d'Italia che la Gerusalemme del Tasso compaja tanto
più bella e mirabile quanto più in lei si contempla e considera intentivamente
la perfezione del tutto. Certo, il Valvasone è meno forbito ed armonioso del
Tansillo, meno fluido del Tasso seniore, meno corretto, proprio e limato de'
più corretti e limati rimatori toscani; ma non per ciò si capisce come questa
minor perfezione di forma, abbia potuto oscurare nel giudicio de' raccoglitori
e de' critici il gran merito dell'invenzione. Che il Milton siasi giovato dell'
Angeleide non so, quantunque fra i due poemi si vengan trovando molti e
singolari riscontri che non è facile a credere casuali; ma questo io so bene
che a rispetto della guerra degli angeli episodicamente introdotta nel Paradiso
perduto, il Valvasone non perde nulla ad esser letto dopo l'Inglese e con
quello essere paragonato; il che non avviene del sicuro né per l' Adamo
dell'Andreini né per la Strage degl'Innocenti del cavaliere Marino, due
componimenti che dicesi aver suggerito a Milton parecchi pensieri e l'ideal grandezza
del suo Lucifero. L'ingegno poetico, in versificare ciascuno di quei subbietti,
tende a spiegare una novità, un' altezza e una leggiadria suprema di concetto,
di sentimento, di fantasia e di stile. Dove mancasse l'una di tali eccellenze,
l'arte sarebbe difettosa e quindi increscevole. Ci venne osservato (cosa che
per addietro non ben sapevamo) la critica letteraria incominciata in Italia con
ALIGHIERI essere morta col Tasso e gli amici suoi; e come cadde con quel
mirabile intelletto la nostra primazia nel ministero delle Muse, così venne
meno la filosofia estetica; e il nuovo dell' arte non fu capito, l'antico fu
dalla pedanteria svisato e agghiadato. L'arte critica antica ebbe ultimi
promulgatori due grandi ingegni, il Muratori e il Gravina. Della critica nata
dipoi con le nuove speculazioni e con le nuove forme di poesia, non conosciamo
in Italia alcun degno scrittore e rappresentatore. Dopo Omero nessun poeta, per
mio giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo
Shakspeare, gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui
l'animo e la vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati
così nel profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della
drammatica e l'indole propria degl' ingegni settentrionali impedirono a
Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie
poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E
veramente nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto
di rado; e tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro
significate, manca quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante
di Beatrice. Il poeta è dall'ispirazione allacciato e padroneggiato sì forte,
da non saper bene sottomettersi all'arte ed alla meditazione. Il troppo
incivilirsi dei popoli aumentando di soverchio l'osservazione e la critica e
affinandovisi l'arte ogni giorno di più per effetto medesimo dell' esercizio e
dell' esperienza e per desiderio di novità, mena il poeta a scordar forse
troppo l'aurea semplicità degli antichi, il sincero aspetto della natura e i
veri e spontanei moti dell'animo. Il compiuto e l'ottimo della poesia consiste
in racchiudere dentro ai poemi con vaga e proporzionata unità di composizione
tutto quanto il visibile ed il pensabile umano per ciò che in ambedue è più
bello e più commovente. Consiste inoltre nel figurare e ritrarre cotesto
subbietto amplissimo e universale con la maggior novità e la maggiore sublimità
e leggiadria di concepimento, di fantasia, d'affetto e d'elocuzione che sia
fattibile di conseguire. Laonde poi il concepimento, così nel complesso come
nelle sentenze particolari, dee riuscir succoso, vario ed inaspettato e pieno
di recondita dottrina e saggezza; l'affetto dee correre, quanto è possibile,
per tutti i gradi e le differenze, e toccare il sommo della tenerezza e
commiserazione e il sommo della terribilità. Tasso, anima pia e generosa, ma in
cui (non so dir come) nulla v'era di popolare. Quindi egli s'infervorò della
maestà teocratica dei pontefici e aderì alla nuova cavalleria cortigiana e
feudale; quindi pure accettò con zelo e con osservanza scrupolosa l' ortodossia
cattolica, e nella vita intellettuale quanto nella civile, fu dall' autorità
dei metodi e degli esempj signoreggiato. Da ciò prese nudrimento e moto il
divino estro suo e uscirono le maraviglie della Gerusalemme. Nel Tasso poi sono
tutti i pregi e tutta quanta la luce e magnificenza della poesia classica, e
spiccano altresì in lui alcuni attributi speciali del genio italiano in ordine
al bello. In perpetuo si ammirerà nella Liberata ciò che l'arte, i precetti, l'erudizione
e la scienza possono fare, ajutati e avvivati da una stupenda natura poetica. L'ARIOSTO
significa la commedia umana quale la veggiamo rappresentarsi nel mondo, laddove
ALIGHIERI fece primo subbietto suo il soprammondano, e in esso figurò e
simboleggiò le cose terrene. E come il gran Fiorentino nelle fogge variatissime
de' tormenti e delle espiazioni dipinse i variatissimi aspetti delle indoli e
delle passioni, il simile adempiva l'Ariosto sotto il velo dei portenti magici
e delle strane avventure. Ma certo qual narrazione di fatti umani riuscirà più
vasta, più immaginosa e più moltiforme di quella dell' Orlando furioso? Quivi
sono guerre tra più nazioni, nascimenti e ruine di molti regni, conflitto
sanguinoso di religione e di culto, infinita diversità e singolarità di
costumi, e tutto il Ponente e il Levante offrono larga scena e strepitoso
teatro a cotali imprese e catastrofi. Quivi sono dipinte la vita privata e la
pubblica, le corti e le capanne, i castelli ed i romitaggi; quivi s'intrecciano
gradevolmente la cronica, la novella e la storia, e ciò che il dramma à di
patetico, l'epopeia di maestoso, il romanzo di fantastico. Non credo che in
veruna straniera letteratura possa come nella nostra volgare annoverarsi una
sequela così sterminata di poemi eroici e di romanzeschi, parecchj de' quali
brillerebbero di gran luce, ove fossero soli e non li soverchiasse la troppa
chiarezza di Dante, dell'Ariosto e del Tasso. Né reputo presontuoso il dire
che, per esempio, la Croce racquistata del Bracciolini o il Conquisto di
Granata di Girolamo Graziane sostengono bene assai il paragone o con l'Araucana
dell' Ercilla o coi medesimi Lusiadi di Luís Vaz de Camões ai quali ànno
accresciuta non poca fama le sventure e le virtù del poeta; e per simile, io
giudico che l' Amadigi del Tasso il vecchio o l'Orlando innamorato del Berni,
non temono di gareggiare con la Regina Fata di Spenser e con quanto di meglio
in tal genere ànno prodotto l'altre nazioni. Ma non è da tacere che in quasi
tutti questi nostri poemi riconoscesi agevolmente l'uno o l'altro dei tipi che
nel Furioso e nella Gerusalemme ricevettero perfezione, ed a cui poca giunta di
novità e poche profonde mutazioni si fecero dagl'ingegni posteriori; e ne'
poemi eroici singolarmente a niuno è riuscito di ben cantare i difetti del
Tasso, molti in quel cambio li esagerarono. Scusabile mi si fa Marino e scusabili
gl'Italiani, quand'io considero lo stato di lor nazione sotto il crudele
dominio degli Spagnuoli, e fieramente mi sdegno con questi medesimi che nella
patria loro ancor sì potente e sì fortunata, plaudivano a que' delirj e
incensavano il Gongora, meno ingegnoso assai del Marino e di lui più strano e
affettato. In fine, gioverà il ricordare che all'Italia serva, scaduta e
dilapidata, rimaneva pur tanto ancora di prevalenza intellettuale appresso
l'altre nazioni che de' trionfi più insigni e delle lodi più sperticate del
cavalier Marino furono autori i Francesi; e per lungo tempo assai nessuno de'
lor poeti seppe al tutto purgarsi della letteraria corruzione venuta d'oltre
Alpe; testimonio lo stesso Cornelio, alto e robustissimo ingegno, ma nel cui
stile nondimeno avria dovuto il Boileau ritrovare assai spesso di quel medesimo
talco del quale parevangli luccicare i versi del Tasso. Dal Marino incominciò a
propagarsi nel mondo una poesia fantastica e meramente coloritrice, la quale
cerca l'arte solo per l'arte, fassi specchio indifferente al falso ed al vero,
alle cose buone ed alle malvage, alle vane e giocose come alle grandi e
instruttive; sente tutti gli affetti e nessuno con profondità, e nell'essere
suo naturale od abituale, canta di Adone, come di Erode e così delle favole
greche come delle bibliche narrazioni] Fiorirono in tale intervallo tre ingegni
eminenti che forse mantennero alla lirica nostra una spiccata maggioranza su
quella d'altre nazioni. Ognuno, io penso, à nominato ad una con me il Chiabrera,
il Filicaja ed il Guidi. Dal solo Chiabrera fu l'Italia regalata di tre nuove
corone poetiche; mercechè veramente nelle sue mani nacque e grandeggiò prima la
canzone pindarica, poi la canzone anacreontica e infine il sermone oraziano; né
mal s' apporrebbe colui che attribuisse al Chiabrera eziandio la rinnovazione
del Ditirambo. Il Filicaja venne a tempi ancora più disavventurati, e quando
più non era possibile discoprire ne' suoi Fiorentini un segno e un vestigio
pure dell'antica fierezza repubblicana. Ma il senso del bene morale e la pietà
religiosa fervevano così profondi nell'animo suo che bastarono a farlo poeta. Mai
né in questa nostra patria, né fuori sonosi udite canzoni così ben temperate di
splendore pindarico e di maestà scritturale come quelle del Filicaja. Nel Guidi
allato a concetti ed a sentimenti spesso comuni e rettorici, splende una forma
non superabile di novità, di bellezza e magnificenza. Certo, se a Guidi fosse
toccato di vivere in seno di una nazione forte e gloriosa, non ostante la poca
fecondità e vastità di pensieri, io non so bene a qual grado di eccellenza non
sarebbe salita la lirica sua; perché costui propriamente sortì da natura Yos
magna sonaturum, e ce ne porge sicura caparra la sua canzone alla Fortuna. A me
sonerà sempre caro ed insigne il nome di Varano, perché da lui segnatamente, a
quello che io giudico, s'iniziò il corso della poesia moderna italiana; e forse
la patria non gli si mostra ricordevole e grata quanto dovrebbe. Chi trovasse
non poca similitudine tra la mente del Varano e quella del Young, credo che
male non si apporrebbe. Anime pie e stoiche ambidue, e dischiuse non pertanto
agli affetti gentili, diffondono ne' lor versi un religioso terrore e un'
ascetica melanconia che nell'Inglese riescono cupi, inconsolati e monotoni, e
nell'Italiano s'allegrano spesso alla vista del nostro bel sole, e dai pensieri
del sepolcro volano con gran fede alla pace e serenità della gloria immortale. Varano
poi insieme col Gozzi restituì alla Divina Commedia il debito culto; Gozzi con
li scritti polemici, egli con la virtù dell' esempio; ed ebbe arbitrio di dire
a Dante ciò che questi a VIRGILIO: Tu séi lo mio maestro e il mio autore. Se
non che il cantore delle Visioni chiuse e conchiuse l'intero universo nel
sentimento della pietà e nei misteri del dogma, e non ben seppe imitare del suo
modello la nervosa brevità e parsimonia, la varietà inesauribile e la peregrina
eleganza. Se taluno dei suoi piuttosto scarsi scolari volle talora celebrare in
R.. l'ultimo anello della catena che da GALLUPPI si continua in SERBATI e
GIOBERTI, unanime e il consenso dei suoi maggiori contemporanei e dei posteri
nell'affermare il valore pressoché nullo della sua vasta produzione filosofica.
SERBATI e più scolastico, R. più civile. Quello quasi sterile in politica,
questo R. molto feconda, risolvendo i problemi più ardui e interessanti della
vita sociale. Quello è timido, questo R. Coraggiosa. Quello arriva a rifiutare
sul terreno pratico le conseguenze de' suoi principii per un pregiudizioso
rispetto di casta non evitando il disonore di una ritirata e la deformità del
sofisma; R., per lo contrario tutta intrepido si sostenne colla gloria di una
vittoria, colla dignità di una rigorosa coerenza, e colla bellezza di una vera
argomentazione. SERBATI in un bel momento di sua ragione scrive stupende pagine
sulla riforma del clero; poi ha la debolezza di ritirarle, impaurito dalle
minaccia dell'indice. R. è oggi quel che era ne' primi giorni della sua vita
pubblica, e non sa temere altro autorevole indice che quello del buon senso.
Nel suo saggio, intitolalo “Del diritto” (Scolastica, Torino) i ammira il
coraggio della coscienza di un filosofo, e la prudenza d'un uomo di stato.
Riguardo poi ai pregi della forma, SERBATI è semplicemente filosofo, R. è un
filosofo-oratore. Nel primo spicca la pura meditazione, nel R. si unisce il
genio che feconda il deserto delle speculazioni metafisiche, delle avanzate
astrazioni. In SERBATI vi ha una ricchezza povera, cioè una stiracchiatura di
poche idee in molte parole, quasi diffidi della memoria, e dell'abilità del
lettore. In R. vi ha una povertà ricca, cioè molte idee in poche parole; il che
appaga l'amor proprio del lettore, e ne fa liete tutte le potenze della
ritentiva e della ragione. Altri saggi: ““Dell'ottima congregazione umana e del
principio di nazionalità romana e italiana” (Subalpina, Torino); “Pagano,
ovvero, della immortalità”; “Dai Torchi della Signora De Lacombe”; “Prose
letterarie” (Barbera, Firenze). Terenzio Mamiani della Rovere. Rovere. Keywords:
confessioni di un metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico,
Cuoco, Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la
communita di sangue. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Rovere” "Grice e della Rovere," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Rovere
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rovere:
la ragione coversazionale e l’implicature del Deutero-Esperanto – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Direttore
della revista “Universale.” Membro dell’Unione pro inter-lingua, già Unione pro
Latino Internationale. R. elabora un nuovo progetto ispirato aquello di PEANO
(si veda), e lo nomina Latino internazionale, dal Inter-latino. A B. viene
solitamente attribuito anche un altro progetto di lingua filosofica, denominato
genericamente Esperantido. Pubblica la Grammatica de latino internationale,il
Manuale pratico di Interlingua, l'Interlatino e il Vocabolario internationale
Interlingua-english-français-italiano. =e—È—@%6w&b&€——@_ + terror | i %
| AA E il Mamiani: « In ciascuna cosa la natura comincia è l’arte perfeziona,
‘E ottimamente l'Abate Fornari: Che sia naturale - efficacia è cosa certa. e da
questo io argomento che ‘ pi: ella è pure, o può essere, arte. Imperciocchè,
l’arte i che altro è mai se non, come dice il Davanzati, una fabbricata natura?
Dove opera la natura, può l'industria È dell’ uomo studiare i moli che quella
tiene e, imitan- doli o secondando o ndo, Baone l’arte. Non fan cose, ma si
regsono tv una V Sn sì che come ore la DAR non incomincia, |” EG nou 700D
perazione, ivi senza dubbio la i ha luogo.. Può questa non essere ancor nata o
nascer falsa, per poca 0 storta osservazione della natura; ma ciò non.
inferisce che la cosa è impossibile. Confidiamo, dunque, cd A i avere a trovare
un’ arte dell’ eloquenza, e tanto più alacremente ponghiam la mano all’ Dori
quanto più eccelso è il segno a cui miriamo ». SERIA A AE conferma di queste
parole. Costanza. — Che è la favel DE madre natura siamo forniti della favella,
ma ciò che costitui munichiamo. coi nostri simili, questo è tutto. due; E dove
1° uomo non avesse trovato in gent Lio dio del mesifestare i moti. citeremo wa
esempio la. se non un’arte?t— | lel potere di servirci sce il linguaggio con i;
V) interni dell'animo; dove non ci fosse stato nel linguaggio naturale d'azione
il primo anello di comunicazione onde poter procedere a quello artificiale in
gran parte e convenzionale, quest’ultimo non sarebbesi mai inventato, L'arte
pertanto, come accolta di precetti, non sarà mai che il giudizio nutrito e
perfezionato (e questo, ossia le sensitività fregate di molte sperienze
impresse nella memoria, e compendiate, chiamasi 749/026) un corredo di rapporti
in memoria. È dunque un non capire lo stato della questione l’ inchiedere se
abbiano da tenersi a vile i libri de’ precetti retorici od altri o se sia da
deplorarsi 1’ essersì radicato negli animi il detto antico che il parlar
preceda la grammatica, some ogni prima pratica l'arte, © che 1° eloquenza esiste
d’ assai prima degli ammaest ramenti de’ retori come ispirazione di natura.
Imperciocchè la natura deve necessariamente esordire, € poi l'arte da essa
aiutata proseguire, dirozzare; sicchè se l’eloquenza è il cuore che
naturalmente parla, U arte è la ragione che lo rischiara e conduce ». |
Chiuderemo con Dante (Paradiso): Opera naturale è ch' uom favella; Ma così, o
così, natura lascia Poi fare a voi, secondo che vabbella, dE” LE si ose Di
qualche argomento ognun sa parl non sarà capace di aprir bocc politica, ma
saprà tenervi | parlandovi delle vivande - Narra Montaigne (della sua carica a
Carafa, are. Un cuoco a intorno all’ economia a bada mezza giornata ch’ei sa
ammannire. (Essais) che avendo chiesto d un maggiordomo del Cardinal il
personaggio gli fece un discorso di questa | Scienza di bocca con Una gravità
ed un contegno ma- | Ristrale, come se gli tenesse parola di qualche impor-
tante questione di teologia. Gli parlò della diversità Tra appetito e APpetito,
del modo di stimolarlo, delle diverse insalate, della police, delle salse ecc.
ecc. Dopo 1ò entrò a parlare in merito al servizio con belle ed Portanti
considerazioni e tutto ciò gonfiato di rieche agnifiche parole, quali si
impiegano per trattare ;soverno di un impero. store che non sa ] Iscorrere
Particolari Vv alle sue finestre, in > un venditore cli fiammiferi, parlò di
segnito della sua merce, senza mai | 4 iocchezze. SI e EIA In materia adunque
di propria competenza ognuno sa parlare. Ma altro è sapere parlarne, altro è
sapervi tessere un discorso. Appunto, e quì sta la difficoltà, come qui Sta lo
scopo del nostro modestissimo lavoro. Tutti conoscono le proprie faccende,
pochi sapreb- bero farne una narrazione ordinata, pochissimi questa narrazione
saprebbero aiutare con argomenti tali da convincere gli astanti, confutare le
obbiezioni, demo- lire gli avversari. Ma se queste persone interrogaste
ordinatamente, se presentaste loro le possibili obbiezioni, se suggeriste i
dettagli possibili, non ne ricavereste un ordinato racconto? Gli ignoranti non
sanno nep- pure raccontare la propria vita, chè ad ogni momento RE: ritornano
sui loro passi. Ma interrogateli con metodo e ne otterrete un racconto hen
netto ed ordinato. Perchè adunque non si potrà supplire con date regole fisse a
queste interrogazioni ? L’oratoria ha, bisogno dell’ invenzione LA AO della
«disposizione IS dell’elucuzione EST) Girca quest’ ultima parte, il saper ciuè
esporre le cose in maniera conveniente, molti scrissero e serivono tut- todì.
Ma sulle prime due parti da molto tempo si scrive È assai poco. ; Anticamente i
precettisti eran molti, poi sminuirono perchè l’amore per l’eloquenza andò
decadendo e perchè i le loro regole eran troppe e troppo complesse. Fors'an- i
che:siì pretendeva troppo. Le vostre regole, si dice, non danno l’eloquenza a
Di chi ne manca. Ma, adagio, e come volete dar ; l’eloquenza a chi non ha
adatto 1° ingegno? E come volete che Tizio Vimprovvisi un discorso sull’ astro-
nhomia, se d’ astronomia è digiuno? E come esigete ch’ pi senta subito la fallacia
di.un ragionamento s0- fistico se la logica non sa che sia? Come volete Dein
una parola, ch’ ei sia eloquente se non ha vasta col vi: Da > Conoscenza
degli uomini, della vita, delle leggi, Se non bazzica mai con aleuno?
Apprendetegli tutto CID € poi vedrete che coi nostri precetti diverrà buon _
Oratore, i SE S ini sa SCOPO nostro. Noi vogliamo de cameo di ju Ù mite delle
proprie cognizioni = sà | 8COrSO nuo SOR un completo ed ordinato di ‘© ‘0 Scopo
del nostro lavoro. I precettisti, lo abbiam detto, furon molti: da Quin-
tiliano al De Colonia se ne conta un numero non lieve. L'ultimo però che abbia
presentato un complesso or- dinato di regole per improvvisare un discorso è
PAvv. Aureli. Col quale ci è caro trovarci in questo campo | rl’accordo, mentre
dissentiamo profondamente da lui în altro suo studio. 28 Egli parte
precisamente dal concetto concetto RA antichissimo — di stabilire un contesto
generale di interrogazioni ordinate, o per dir meglio di punti comuni c
ordinativi delle proprie idee per qualsiasi ar- gomento da svolgere in un
discorso ». Il suo lavoro sotto questo punto di vista è abbastanza buono, seb-
bene deficiente in molti punti e mancante in modo assoluto di esempi, difetto
questo gravissimo ; impe- rocchè, come ben dice Veronesi, il limitarsi a dettar
tti por insegnare l’eloquenza, senza mai regole e prece rebbe come voler portar
discorsi di uomini eloquenti, sa insoenare il minuetto, deseri vendolo soltanto
e senza vt. mai farlo vedere in atto. ì moderni dividere le eloquenza in sacra
© Foo politica forense SR Ho è ui SR, in ut sacro no i muovere la volontà a
praticare i precetti del Va. gelo. Prende il nome di omelta quando spiega il
Van: | cina ossia Seo qoerai € a) Si ( SS di Tea quando. è e. religiosa; di
discorso funebre se è un defunto. L'elugnenza sacra sarà politica e alla
forense, perchè m 3 delle condizioni principali dell’ eloquenza : la lotta. if
Difatti, per quanto l' eloquenza del foro sla più Udc che quella del pulpito,
pure abbondano i bravi AVVO- cati e scarseggiano i bravi predicatori. anca in
essa uma ha tutto il tempo possibile di studiarla; non si hanno | ‘a temere
confutazioni, incidenti imprevedibili, obbie- | zioni a cui non si poteva
prepararsi; mancando la. molto eloquenti, di saper convincere. Eppoi il
predica- | alisposto anticipatamente a credere a tutto quanto sarà petto dal de
Senza un avversario da atterrare, : di ta dini; (i feta. ece.; ma damn con- :
pr Son cose vecchie, come vecchie sono le ra- i ch'e n egli esporrà per
sostenere la tesi propria: improvvisato nè da una parte, nè dall’ altra, LaIpo
di Ono pro: DIRE d0L orazione fatta pet, Nella predica non c' è mai nulla d°
improvviso, 00 . tore ha generalmente l’ uditorio favorevole, un uditorio mai
sempre inferiore alles “lotta manca sia l’interesse che la necessità di essere
Ria lat ii il mezzo e la nocpssità di essere sogni, $ sa È ‘parte, perchè il 7,
avversario ha et di convincere l’uditorio del contrario e lo tenta in tuttii
modi. dos ra : Le orazioni sacre specialmente le omelie — ic essere in stile piano
ed affettuoso, i sacri | testi non debbono essere citati con soverchia abbon-
danza, nè in modo assoluto mancare. Tenda l’oratore a combattere ogni
obbiezione possibile, a non lasciar. 3. - ‘adito di sorta alla contraddizione;
elevi l'animo degli — uditori con le consolazioni della fede, cogli esempii dei
favori ottenuti dal cielo; conforti additando i sen; 1 3 tieri della speranza;
ferisca i vizi del secolo non con i | SS RIG declamazioni, DEE o lungaggini, ma
dimo- 3 | strando luminosamente com’ essi conducano alla per- | dizione e non
invada poi mai campi non suoi, entrando d È in argomenti profani, ma
circoseriva il suo dire alla’ x i I materia sua. Procuri di dimostrarsi sempre
pio, virtuoso e 88°) piente 6 traduca assolutamente nella pratica della sua i
vita quotidiana tutti i precetti Lr dal Rote So us L’ eloquenza Politica 0
civile tratta dell’ammistra zione dello Stato, delle riforme delle istituzioni,
di quanto concerne insomma Il pubblico bene. L’ oratore civile deve usar e una
grane chiarezza, sorosa ; deve avvalorare il @, non cadere in continue resente
la eravità dell’ as: prosperità, il miglioramento il popolo per indurlo a qual.
che importante ri Ì 0 per rimuoverlo: da qual dI divisamento, è ; rtante saper
ben muovere gli ’attetti. Cc0, a titolo di Curiosità, quel che scrive Edmondo
De Am Amicis, di Castelar, uno dei migliori oratori spagnoli TEA DE E ASOTERAE
vince e trascina amici n torrente n: nemici con u di poesia e di questo
Castelar 7 noto in tutta Europa, è veramente | ‘a più completa espressione I ge
il culto della dp di 7 la sua eloquenza è musica; il suo ragionamento è schiavo
del suo orecchio; ei dice o non dice una cosa, 0 la dice in un senso meglio che
in un altro, secondo che torna o non torna al periodo, ha un’ armonia nella mente,
la segue, la obbedisce, le sacrifica tutto quello che la può offendere; il suo
periodo è una strofa; bisogna sentirlo per credere che la parola umana, senza
misura poetica e senza canto, sì possa avvicinar così all’ armonia del canto e
della poesia. È più artista che uomo politico, ha ‘d’ artista, non ma il cuore;
un cuore di fanciullo, inimicizia. In tutti ‘i suoi nelle Cortes non ha solo 1’
ingegno, incapace di odio 0 discorsi non si trova ingiuria; mai provocato una
seria questione personale; non ricorre mai alla satira, non adopera mai 1’
ironia ; nelle sue più violente filippiche non versa una dramma di fiele; a
prova che, repubblicano, avversagio | di tutti i ministerì, giornalista
battagliero, accusatore osercita un potere, © di chi non è ‘ fanatico per la
libertà, non s'è fatto odiare da ‘DO: suno. E però i suoi discorsi $i godono e
non Si to: mono; la sua parola è troppo bella por esser terribile; ingenuo
perchè ogli possa eser- il suo carattere troppo 1 influenza politica;, egli non
sa armeggiare è buono che a pia DE e questa n'è un perpetuo di chi eitaro un?
tramare e barcamenalsi; egli non orande, è t e al lendere; la sua eloquenza,
quando è pui Ol Sere ed a Sp TS cuni L enera; i suoi più bei discorsi fan
piangere. ra; i ‘per lui la Camera è un teatro. Come i pocti MIMO ‘visatori,
per aver l’ ispirazione piena e serena, egli ha 1 2 bisogno di parlare a Quella
datà ora, in quel determinato punto è con ‘quél certò tempo libeto dinanzi. Ùa
sè. Pèrcid, il giornò che deve patlaré; prende le sue, ILE misure col
Presidente ‘della Camera; il Presidente die i spone în modo thè gli tocchi la
parola quando lè ‘tribune Soho affollate e tutti i deputati al loro posto; il Î
suoi giornali annunziatò la serà innanzi il suo die scorso atfinchè le signore
possano procurarsi il biglietto; ‘egli ha bisogno d’aspettazione. Prima di
parlare è in- ‘quieto, non può posare uù istànte, entra nella Camera, esce,
rientra, torda al discire, gira pei corridoi, và. ci biblioteca à Sfogliare un
dibrò, scappa nel caffè ‘a bere un Biechier d’acqua, par preso dalla fe CATE
sembra che nòn saprà DR due i, 7 do rà Tidere, che si farà fischiàte ; del suo
discorso non gli Timane una sola det ludida nellà mente, ha confusò | tutto, ha
dintenticito tutto. Come | gli domandano sorridendo gli amici. va il polso? i ;
po Giunto il mo SOLA solenne, sale al suo banco col capo basso, tire: SUANL,
pallido, come un condannato che va a RR assegnato a perdere in wn sol giorno la
gloria Ae: oria com _ Ù È ; paro ti - (uistata in tanti anni e con tante
fatiche. n fù: to mento i suoi stessi nemici senton pietà del suo » stato.
volge uno sguardo intorno e dicesi — suo coraggio si rinfranca, la. sh N° Egli
si alza, Seneros! E salvo; il 9) mente si rischiara, il suo discorso gli SÌ
ricompone | testa come un arietta dimenticata; il Presidente, | pros, le
tribune spariscono; egli non vede più che. o do05 non e DIRE CHO la sua voce,
non se ente Ta cose: « to non I più ii i ni iu Di c peo geuti e Pisi lontani
slo. nol Sua mai i aa "inter romperlo; egli fa balenare a suo bell’agio
Dim pagine cala sun MER a VEE da PINCO e coro Qr N così vestita, n ioni bella
anch'essi; © astelar è sienore dell’ Assembléa: tuona, sfolgora, strepita e
scintilla come un fuoco d'artifizie» AUisgae i strappa grida di entusiasmo, i
TUR, immenso | Deguie d' po o seme EROE testa in visibilio. Tale è questo
famoso Castelar, pro- fessore di storia all’ Università, fecondissimo serittore
di politica, d’arte, di religione ; pubblicista che raz- zola cinquantamila
lire all'anno nei giornali. d’Ame- tica, accademico eletto ad unanimità dall’
Academia espanola, segnato a dito per le vie, festeggiato dal popolo, amato dai
nemici, giovane, gentile, vanerello, generoso, beato >. L'eloquenza forense
è quella del Foro o Tribunale. Il Cantù così la tratteo:o cD 3 Ì Demostene
presenta la perfezione del talento d° av Sai € vocato, l age « sione, |
accortezza del ragion « del sofisma, l’arte di con È D « É modello della br vc
che io ce Ri pt Una prodigiosa fecondità di prove Mezzi, Ì A i Ta ] e di non
tendere che alla sua sa, la quale cogli Svolge in tutti i versi con in-
leloquenza orale, l’ eloquenza di viva sa n | Tnt contatto immediato col popolo
La pci di ; che spesso toccano ciò che vi ha più AA Ri i Xabe umano, e talvolta
più politiche che giudiziarie. È: È ivi che essa si trova faccia a faccia col
popolo FORA presentata da dodici cittadini eletti a surte, che 0gel. son vostri
giudici per tornar domani quel che erano Jl giorno avanti e confondersi col
popolo a eni IPRULSE tengono e di cui partecipano a tutte .le opinioni. E ivi
dove Peloquenza ha un Campo v riceverne tutte le impressioni, a subi zioni,
tutto il potere. Il Vero € impossibile, negarlo 3 Si trova solo alle assise ed
è ivi che le anime elette riporte da lusinghieri e Più sinceri. Nej per l’eloquenza,
si è legati, il votante, la rielezione. ergine, pronto a rne tutte le sedu- Liù
ampo dell’eloquenza, è E IE dI andato alla Camera ne e da cui egli spera e si
vota per tutto a tali più Seduee i cultori, pel partito che h che ve lo mantio
Alle assise invece Vi e leloquenza può strappar si AUindi sarà sempre il campo
Auenza e pe suoi verace impressione, giudici, Ivi. hte per l’elo- del
L'eloquenza accademica abbraccia argomenti scien: tifici e letterari; son
discorsi recitati generalmente nelle scuole, nelle accademie, in adunanze di
uomini — colti. Le conferenze scientifiche o letterarie sono oggi abbastanza
in, voga, ma riescono sovente assai mono- tone, perchè il conferenziere manca
di brio, di spirito; | ed usa un linguaggio troppo astruso pei profani. Simile
all’accademica è Peloquenza polemica. x x ori on INTRODUZIONE CONFERMAZIONE 0
sostanza CONCLUSIONE o chiusa. GUSiRi a lor volta | si RO Pi in ‘incipio o
esordio — che ha per iscoperdì i dla benevola attenzione dell’ uditorio mostre
| importanza, la ‘novità, 1” Uta, ola P del soggetto. : ne — colla quale si onu
olgere. TA n DI aha O'CELtO DI definizione — celvè, quella che delimita il
soggetto è o serve Q quindi di complemento alla proposizione. i partizione =
colla quale sì stabilisce la divisione che: si darà al discorso, sì annunciano
i punti salienti del medesimo, o gli oratori a cui separatamente: si
risponderà, se sì tratta di una risposta. La Coxrenmazione è la vera sostanza
del discorso e. consta: — della narrazione o esposizione del fatto che è causa
Î del discorso. Da | della descrizione — delle, qualità intrinseche inerenti.
°° {$}W n al soggetto trattato. o delle relazioni = o rapporti di confronto ch’
esso ha. as con altre cose. i | Tela dimostrazione — ch'è la parte deli
discorso de-- stinata a convincete 1 uditotio. i La cimusa finalmente si
suddivide in : conclusione — brevissimo riassunto di quanto. si; disse. nella
dimostrazione. ricapitolazione — ripetizione sommaria di tutte poI cose, ;
esposte. «NE i Me perorazione — punte destinata a commuovere 1 udi: dia torio.
ST: consistente in LRocHe Elo destinate a rin: 5 TRSCE i ceri STATA Vo)
Jolgimento. di lle parti del discorso Introduzione - Esordio. studio principio
esordio per INSINUAZIONE (IMPLICATURA – GRICE) -- insinuazione di | esordio
ez-abrupto tà di esordio principio, o meglio prcemio, ui né UR accennare
l'argomento Senza COR nè. UE: di pa- i Sia i benevolenza e magari la di i fi
ascoltanti. Tante. volte non tutto questo ci occorre. Sovente siamo certi dell’
attenzione. del pubblico, lo vedian pes pender dalle. nostre no È ten 0 e è
inutile e nociva. Nociva, perchè l'esordio ha da esser breve, di una brevità
proporzionata al discorso, ma È . nza riciri è fronzoli inutili, Un esordio
troppo f semprese a sospettare povertà di argomenti nella . lungo induce
sostanza del discorso. È Altre volte può accadere che della benevolenza dell’
uditorio siam sicuri, e non ci rimane altro che accaparrareene l'attenzione.
csi Ecco qualche esempio di questo penere d'esordio. Di e Ho da parlare dell’uomo;
e 1’ argomento che Studio mi avverte che io debbo parlare a uomini; | poichè
non si propongono questioni simili quando si tema di onorare la verità. fo
difenderò adunque con confidenza }a causa della umanità innanzi ai saggi che a
ciò m invitano, e non sarò scontento di me Stesso, se mì renderò degno del mio
argomento e de? Imei giudici ». t] (Roussrau — Discorso sull’ origine ©
fondamenta della ineguaglianza degli uomini [17583]. i Signori, era mio
divisamento di aspettare che la a degli oratori iscritti contro il trattato
fosse vicina . LS prima di chiedere la parola, onde non N essere costretto ad
abusare della vostra sofferenza sorgendo per due volte a parlare; tuttavia gli
attae chi contro il trattato furono tali, le insinuazioni contro la politica
ministeriale furono di tale specie e le ini i terpellanze e le domande furono
così numerose che | 3 ‘jo estimerei di fallire a quello che debbo alla Came «a
quello che debbo agli oratori che mi hanno prece: DIRE duto in quest'arringo, a
quello che devo al Ministero — e a me stesso, se io aspettassi più oltre per
sorger “a difendere la politica ministeriale ed a ribattere le accuse di cui fu
fatta segno. > x Cavour — Discorso alla Camera 6 Febb. 1855. NI 2 ( Signori,
vi ringrazio di quoste accoglienze ( «che mi confortano; dacchè (non vel
nascondo) mi levo a parlare oggi senza trepidazione. Alle., della parola non
sono più nuovo; ma io non ho que maniera semplice, domestica, casalinga che
{senz essere didascalica) ammaestra € diletta, ou è t tt ‘minzione di forma e
di affetto; non quello stile smt “gliante che, nutrendosi d'immagini, di motafi
re e di antitesi, commuove e trascina, ferisce e risana DA Gua neppure quello
scoppiettio «i frasi, quel fosforo nel I hf x RE sia gorgheggio peo) ch'è rop
Di ì pra Men 90 } sto Gircolo, al quale mal si ad: oncitata ed a sbalzi che
alenni oratori di que dice il tumulto d' una parola e pare eloquenza nelle
assemblee popolari. c Senza che; o signori, quando i0 penso che da que- sta
tribuna voi avete udito il fondatore del nostro Circolo, Francesco De Sanctis,
il cui ingegno critico è ammorbidito dal cuore, ed altri illustri cultori delle
scienze e delle lettere; sono indotto a dire a quella egregia signora (1), la
quale mi ha spronato a parlare: se la punta del rimofs0; come cosa nuova vi
alletta; sarete certamente paga dopo di avermi ascoltato. Le. gentili pressioni
mi hari vinto e se il Bonghi, che ha anni parecchi più di me, fion seppe dir.
no ad una Signora, sono io in colpa il’aver detto sì? (Coxrs G. Capiniiivà — Conferenza.
al Citeolo Filologiéo di Napoli); « Se invece che un modesto . fossi în questo
momento un È del primo grido del bamb linanzi, n i i] RI VOL cultore delli
medicina, io poeta, potrei, parlandovi I > . » e mo che nasce, farvi sfilare
ente di immagini vivaci, tutti i sen” R (1) La Baronessa Manin LIO, ‘amna Dé
Riseig Guevara, dei Duclif b> li eat Ga aaa ni PS o A cis ‘tuosi, SE animo.
Conferenza del dott. Cesari CATTANEO: L'esordio per insinuazione è quello in
cui si nas : RAS ca tutta prima la propria opinione e la si vien di se ne
aggiunge | Roussn scienze e AU — Se il ristoramento delle delle arti abbia
contribuito a purificare i e Ostumi ANIME IETORAE « Veggo, Ateniesi, gli affari
presenti pieni di diffi | denza e Do porelia molti sono stati negletti, | senza
che sia riuscito profittevole il ben parlare; e [i ogli altri si discordano gli
oratori, perchè chi ìla intende a un modo e chi a un altro. È il dar con- |
siglio, che è cosa per sè molesta e difficile, più difficile. 96 EA teniesi, la
rendeste voi. Imperocchè tutti gli altri E È omini sogliono consigliarsi prima
degli avvenimenti, w i Voi dopo di essi. Di qui nasce che per tutto il tempo
che mi torna a mente, 1 riprensori dei fatti vostri ta o riportato lode: di
savi e sinceri parlatori:. ma le asioni più utili vi sfuggono. Contu ttociò,
dopo molti | : pensieri, mi levo a parlare confidandomi che ove VOTE gliate,
lasciati i tumulti e i contrasti, sato sa La ascoltar me come | dice a chi sta
per deliberare sopra negozi di tanta anza, io farò tali proposte da migliorare
le cose. Do senti e da ristorare i danni procurati di a iugfenor he = DasosmENE
- — Orazione intorno alla Pheosi VISSE esordio ex abrupto non è. veramente un
‘esort io | perchè i lascia da parte. qualunque preparazione d Ì si prorompe in
‘eselamazioni repentine. De ‘Eccone un esempio. « Avrò dunque io durato tante
00 Ù messomi i tanti IE per disfare, e e non iFieupara la p ASP li _ 0 italiano
0 toscano, ma fioren- tino e antico fiorentino, patità l'animo di veder con
questi occhi abbatter fe mura di Firenze come se fosse Dl: un ignobil castello?
| mia Ka me, non dic Ta FARINATA DEGLI UsrRtI — Dalle « Storie Pa Piorentine »
di Scipione Ammirato. Nell’esordio si usa sovente la diminuzione, che ha luogo
quando, a schivare la taccia di persone vanaglo- (0) riose, sì dice meno di ciò
che si vuol far intendere. n! «€ Se non sono affatto privo di ingegno, 0
giudici — e he Sento quanto tenue esso sin — ‘0 se alcun eser cizio di
ragionare ecc, > CICERONE — Oraziorie a difesa d’Aulo' Licinio Archia
poeta). EM dda Credere, che Voi, 0 giudici, maraviglia | Prendiate, onde ciò
sia, che tanti oratori sommi ed uomini o stando assisi, io, anzi che altri, mi
| sia in più evato. ire È A Ò P, Vale a dire colui, che nè d’età, nè n ; d
ingegno, Dè d’autorità sono dla esser posto con questi, che siedono, a
paragone. » si Se, come, e fin dove nteresse comune l’opera sua 5 (a ) Ministro
BARAZZUOLI a Genoy DA DALLE CIRCOSTANZE DI LUOGO. « Signori — il vostro egregio
presidente, marchese. srancesco Carega di Muricce, che non dirò vecchio i mio
amico, perchè in lui perenne è la giovinezza dello spirito, invitandomi a
questa conferenza, mi ha provato, — ch'egli fa a fidanza con la cortesia e
l’indulgenza di | tutti voi. Ed io, per esser cauto, avrei dovuto dir no si all
amico mio troppo audace: ma il pensiero mi corse sia queste ridenti contrade,
alle quali mi legano tanti. ricordi della prima giovinezza, ed eccomi innanzi a
Li invoco Monsall e SERI Ea uditori. Qui, N È ae declivii Cavensi,, venni
spesso neg sia anni. {miei primi, e la dolcezza di quelle primavere e edi
quegli > autumni qncor dentro mi suona. Trassi così, da co °° |
contemplazione del bello, l’abito, che non ho I, più solitudine del pensiero,
rinfrancandomi, tra DE pur | gioie dell’arte, dei dolori e delle lotte
politiche. E ripensai anche, o Salernitani, alle vostre 8 arie e a e pa ai o de
10 600) % LI, dl So 40 voi liberamente di eletti studii e di nobili imprese.
Della vostra Salerno narra Livio, chiamandola - Castrum Salerni; il che prova
che forti rocche dovevano custo- dirvi anche prima che, a tenere in freno i
Picentini, parteggianti per Annibale nella seconda guerra punica, fosse tra voi
fondata la colonia romana, della quale Scrive Strabone. Antichissime le vostre
origini, si perdono nei vestigi delle Colonie Tirrene o Pelasghe; e florida
città foste, dopo la longobarda conquista, chè Paolo Diacono vi annovera tra le
opulentissimae unbes della : SERRA Campania, insieme a Capua ed a Napoli mi a.
Io ripensai, 0 Salernitani, alle gloriose iniziative ecc 5-9) (Conte G.
CaprrebLi — Conferenza nella sala dell’ associaz. liberale democratica di
Salerno). L’ austera maestà di Gheorora gi diffond quello che ci circonda parla
troppo cloquentemen del grave lutto che ha colpito la diletta nostra Patria. Sac.
Dott. LuonELLI — Disconeo i commemorativo. pei caduti. dip Amba Alagi. JES ni
Dari CIRCOSTANZE BI TEMPO. wi | Dott. |Doxvivo Noskvzo, i, tenuta alla
scolaresca riunita in Borgo sesia nella ricorrenza Gul 50. ann. dello — Re ca }
Ù la DAGLI UDITORI. n nOi RI NA CaTSono l’esordio da tanti de asconani “come
‘soleva a mò d’esempio praticare Cicerone è op, piene: eo se sono DE peg: ‘Gobi
s6 CO 0 ig come. UO: t ce nelle assemibloo. i EOSONE c Benchè tra voi mi paia
veder molti aver Ta mente sì calmaela fede sì ferma e l’anima sì devota che per
la | presente calamità non si muova o turbi, ma a guisa di duro scoglio sia più
tosto atta a rompere le tempe- stose onde di que:to mondo che lasciarsi da loro
muo- vere e travagliare, e che queste impetuose tentazioni | Siano piuttosto
per chiarire la vostra virtù che per tur- - can barla, pur nondimeno vedendo
alcuni ecc. » "e È SF S. CieRrIANO - Discorso al popolo in cupo di POSERO
3 -5) Da ca ct Ha PRECEDUTO NEL DISCORSO. cA voler fare il mio debito, mi i
converrebbe Du far altro stasera, che ringrazia re il magnifico M Pietro E
delle parole onorevoli, che per sua cortesia ha dette di me, e laudare la sua
magnificenza. ‘del dotto e caldo fficio, che. così è Sprovvedì favore della
liber tà. z - ‘atamente ha 1 fatto a BArToLOMEO 7 Seta Orazione: nell
Accademia. degli Uniti in Ia sa 6) Datr/ csATORE tino. » Jo devo l'onore di
parlarvi a quel. carati er SER | mità con cui i miei concHiadins vollero i ii
da un Mi; col on voto a A in Consiglio. uo "USE (EDO arno mi a G cca
“madre di Vonezia, diede le i velio, i — questa. fiducia con cui Governo,
Provincia e Comune mi consegnarono IE immensamente duraturo e l’immen: — iam
fragile, mentre | mi ic mi a di a ch or _ ‘Das nella sota si cinpertura del Ho
di a SR : >. d'eta = ia Dar ‘SUBBIRTTO. IN, DiscoRSO dell Memore È dA TRS
Che ìl tema Î quale e d ni. Le discepoli, rinnovelli in voi i nobili ent usi RO
iS le vibrazioni all'unisono del sentimenti La Ò procuratevi dal facile
oloquio, dalla copia «li dottrine SO leggiadra parola e dal garbato. put dre.
de — dd egregi Colleghi che mi precedettero in queste confe renze, non lo
sperate. «Non vi intratterranno oggi eroiche azioni, grandi imprese, generose
iniziative, sublimi ideali. Il compito mio è più umile e più modesto, come più
austera è la scienza dei numeri, e chiacciato è l’aere che d’at- torno vi
aleggia ». SI «Buzzi — Conferenza sull’ insegnamento dell’ aritmetica). (
Dispiegati alle patrie aure savonesi, 0 simbolico prezioso vessillo.
Tunonandrai colla gloria delle battaglie i 9 4 . . Ù accrescere l’alloro degli
eroi e le lacrime delle madri. È Ta a mari procellosi e terre lontane, Ma come
omestico palladio ra lerai Î "a È i ecoglierai a te d’imtorno una nume- 1
gia di gente che lavora e vuole che gia tant prospera quanto è SERRE uanto è
bella la terra in cui siamo nati c Allarga le ali tue, o vessili di sotto di
esse, quanti pensano o diletto, e si abbraccino © studiano per l'umano e segno;
i e ad ess nipoti È che il popolo savonese non conosce le è uni le Imvidie;
chiede. “dei È AG È A 5 LAN solo giustizia. per i suoi traffici e per i suoi ce
nè. ad altre gare si accinge. che non siano quelle desti". 7 nate a
rendere, colla gagliarda e onesta ; Cono a più fiorente e Yigorosa l'economia
nazionale. e “a Eco Mostrati,. 10 patriottico vessillo, a o Dean SORBCE.
“grande patria italiana sono amici della civiltà rivendica Gamperta. — Discorso
al Corpo Legislativo. 9) DA UNA 0 PIÙ COMPARAZIONI. Ri. c Chiamato dalla
fiducia, altamente lusinghiera per me, cli questo onorevole Comitato dell’Accademia
di scherma fra i dilettanti delle quattro scuole di Venezia, all'onorifico
incarico di tenere una breve conferenza che serva di prologo, dirò così, alle
brillanti frasi scher- mistiche che stanno fra poco per scaturire dai rino
colloqui fra ferro e ferro ; io volgo estatico gli occhi ame di ; per jono di
religiosa “dai d intorno, per contemplare, pieno di religiosa Ammrazione,
questo meravi i a di cui ogni pi glioso monumento parlante etra attesta una
vittoria e una conquista el Y . UN { i g RI Mare immense dove i Veneti
oscurarono la gloria dei Fenici e de lo scettro e vi » Cartaginesi, dopo averne
ereditato lè sno ali vit Umpero; spiegando il leone di S. Marco È di i di 0 su
tutto l'Oriente, fino alle antiche oe taMmani; ; FE i Mo Mentre Marco Polo conquistava,
mo. su qu ralmente, l' impenetrabile impero dei Mongoli e dei fgli del Cielo.
Allora la mia mente trasognata e in balia (li quelle astrazioni telepatiche che
divagano nel mondo N deifantasmi,sitrasportaa quei tempi gloriosi del medio È
cvoitaliano, ovesi vedevano come dice l’Alichieri: ò È . Cavalier mover campo
iù E cominciare stormo, e far la mostra, 3 y Ò e gir gualdane, Ro Ro Ferir
torneamenti, e correr giostra, si ; ss Lal i R RA — Quando con trombe e quando
con campane, | i | Con tamburi e con cenni di castella, pio3, E cose naturali e
cose TSHRLOI pr “e sa LE a Liza per SA un SRI una sci: rp: Un fiore, i STINO
Quindi, nel vedere intorno ame questa gentile corona | cli vaghe dame, di vispe
donzelle, di baldi giovinotti, i - di proceri maestosi e di brillanti
ufficiali, e contemplando questo azzurro cielo che è sempre stato il sogno |
poeti e dei pittori dì ogni nazione: suggestionato il i A Spirito da quest’
ambiente paradisiaco, dove gli ettl | marini sì confondono con 1 olezzo edi profumi
che i traspirano dal vago sciame femminino, paemi a essere a DR ato come il RA
E Ra 48. a mia festosa Provenza coronata di mirti è d’olivi come l’Argolide dei
poeti ellenici gi dsl stere ad una di quelle corti d'amore. 0 o È quei ludi
floreali, dove tutti i maestri della g@%4 SH vili d’armi in amore, trovatori,
menestrelli accor- niono, nell revano per le prove del loro sapere nella
giostra, nella quintana, e nell’improvvisare lai, madrigali, coble, serventesi
e romanze. Cav. Dott. ALzeRTO Couennt Conferenza sul tema Lu scherma nei poemi
epici del Tasso e dell’Ariosto tenuta a Venezia nel cortile del Palazzo Ducale.
Da UN DETTO 0 ESEMPIO ILLUSTRE. un pensiero: il bene all'ultimo respiro la vita
al allo studio di adempiere la sua missione ». Questo è il giudizio che S.M.
Margherita di Savoia © orante nella suà fede rac- uesto stesso è il giudizio
che © pronunciò col plebiscito di gno, di rimpianto. alla me- di esecrazione
all’assassino. Commemorazione di fatta dall'on, H € Amb il popolo; non ebbe che
della patria; sagrificò fino dovere ed piangente sul cadavere Chiusa nella
preghiera; q Il popolo immediatament Commiserazione e di sd Moria dol Re, S..M.
il Re Umberto ACCHI a Cremona. TTORD S « Signori — Vincenzo Gioberti scriveva
al Massari da Parigi: « Il vostro affetto vale per me più di quello di
cinquanta Principi e cento Ministri » ed in queste parole dell’insigne filosofo
si scorge l'armonia di lui, | nel pensiero e nelle aspirazioni, col patriota
napole- È i tano. Del Massari si può dire ecc. » È Conte G. CAPITELLI. —
Commemorazione x \ di Giuseppe Massari fatta nella Sala $ ) Die Vega dell’
Hotel Royal di Napoli, E ch . E 1000) DA UN'APPROPRIATA CITAZIONE. «PRG 5, Sia
per la entità del programma e la sua estensione, che si può dire abbraccia
tutto ciò che all’ igiene degli alunni e della scuola si riferisce. Ma
nonostante ciò to mi sforzerò di corrispondere all’ impegno assunto nel modo
migliore che mi Sappia, facendo pure asse: È gnamento sulla vostra indulgente
bontà. » i DEFINIZIONE « L’igiene della Semola, di vista generale, comprende,
fisica, vale a dire, 1° igiene d nei loro rapporti imi priamente detto, o l’
igiene Morale, cos gogica, ossia | ice Considerata. da un punto: da una parte
1° igiene egli scolari ‘considerati nediati con il mezzo scuola pro- ®
dall’altra, igiene intellettuale e ne uu i, studiati nei loro l Sistemi di
educazione, VIZI giò . È sa « Quest IgIche pedagogica “mergerà da tutto cid che
io esporiò relativamente allo svilupp fi ‘o i bsicologieo del bambino. 11 Pesto
della n si _ Bogica, propriamente detta, i sarà trattato con la dell'igiene
fisica dei fanciulli, in quanto ha rapport. p: con la scuola, e della igiene
della scuola in quanto di questa esercita. la sua influenza sulla salute degli
scolo: ) = Sio (PAAIZIONIE LR n a “ doo adunsue è lo scopo no sì ì prefigge
Programma stabilito. dal Regio Ministero e | che i Eb svolgerò nell ordine
seguente ecc. VI QI a doo 3 n 3 È 5 sr per îe; natura dell vo =.cic si che lo
RI di essa è dele ul ben delineare w Lon Ù intenda i in dns (be troppo ristro
" Ren Da breve i) da Pe —' | pure; el: La partizione, lo abbiam Mo no, i |
Simo; serve per annunciare i varii punti in cui sì di- - viderà il discorso.
Deve farsi in modo che ogni parte «di essa sia ben distinta ed ordinata, di
guisa tale che o serva di intelligenza all’ altra, giovi alla memoria: di chi
dice e di chi ascolta e sollevi il pubblico dE un attenzione continuata
facendolo riposare a brevi - si intervalli. Nella partizione dev esservi anche
una certa progressione, di modo che il convincimento, la | persuasione vada
costantemente crescendo. La partizione è inutile quando il soemetto è sem- |
plice di sua natura. | Ecco un chiarissimo’ LA esempio della definizione. Prop
OSIZIONE c Farò arcomento dell della digestione. a odierna conferenza |’ iolene
FERTATZAA Derrn1iz LONGO) Ra € Digestione Sì chiama | ti introdotti n
conservarlo eda CR Rousspav Discorso que Segna politica. la Ego c dc Ed ceco un
esempio semplicissimo della partizi « Per rispondere, o signori, io non seguirò
pass i | passo ì varii oratori che hanno ES il trattat giano questo; sistema mi
costringerebbe a moli | lipetizioni, m ma vedrò di fare in modo di non “che nel
complesso del mio dire rimanga senz «alcuno dei principali argomenti de’ mici
uv i € Onde la Camera però possa portare | | giudizio sulla politica del
Ministero, io mi Ia gore ANTA di farvi dapprima una breve e succinta relazione
delle negoziazioni, e di dirvi quindi i motivi che hannoind il Ministero ad
accettare il trattato, per pi endere ultimo ad esaminare gli appunti che contro
il tratta: | Sono stati diretti. > i E nie VAPITOLO VII. Confermazione
eniaMo ora alla sostanza del NA: TURANZALO Nea n: ._ La narrazione è il
racconto dei fatti ©. nella, forma. più adatta a persuadere. i Po La narrazione
qualche volta si ommette, e cioè î Pe quil: fatto è stato. SSRRISICOE narrato
da gua n cche c noti che si i ‘stiporfiuo. cia Que invece alla narrazione sì x
Dai un — 02 — i La narrazione oratoria differisce da ogui altra: il dire dell’
oratore è più largo, figurato e COLDEO, non solo, ma non tien conto
nell’esposizione «del fatto che dlelle sole circostanze che giovano al suo
intento, ogni volta che, senza alterare la verità, può ommettere 0 appena
accennare le altre. La narrazione oratoria deve esser condotta con grazia, per
quanto il com gravità dell’ arzomento » mettendu con accor bella luce le cose
favorevoli all’assunto dell? oratore. Il quale deve tener presente il detto
antico: Quis; quid; ubi; quibus auriliis; cur; quomodo; a? dove? con quali
mezzi? perchè? in qual modo? Tuando?) e cioè che un fatto è suscettibile di
produrre Maggiore o minore Impressione : ci Quid) dalla qualità di chi lo
compie, dalla sua Map 0 SEO da altre doti di lui, vuoi Quis) dall’essere
"appresentato vivamente Ubi) dalle circostanze di porta la tezza in
Privato, Quomodo) dall a maniera in Quando) dalle Cui Seguì circostanz e di
tempo (luce, buio, giorno LESINA n fatti consimili e commenti relativi; “i AE
Rd gliate o principali deli LIuiob dl mezzo TA d5; E vediamo ora quali siano le
fonti generiche ria qualunque narrazione. ‘It Pri ]. ORIGINI, CAGIONI DEL FATTO
RAGYONTO SOSTANZIALE DEL FATTO (7022140 presenti | 7 7 elementi suindicati) LE
CONSEGUENZE DA ESSO DERIVATE; de 6 4. DIFFERENZE che si riscontrano nell’
esposizione del - fatto per parte dell’ oratore dal racconto stesso. come venne
esposto da altri; ; 5. SOMIGLIANZA, Ossia paragone del fatto in parola con 6.
AMMAESTRAMENTI Che se ne ritraggono, | | de: Con quest indice qualunque persona
di discreta col t; tura deve saper.raccontare in bell’ ordine un fatto |
qualsiasi. Quest” indice gli deve far. iscaturire le idee, fornire i materiali
di una narrazione Ri efficace, — ordinata. NES a i ph Prima di chiudere questo
capitolo. amiamo. dare un È esempio del modo di rammentare, colla maggior faci
lità possibile, sia le circostazze di un fatto S sia il sezso di uno squarcio
qualunque. di prosa © poos ‘ome anche di un intero discorso. Rin * In un fatto
storico non importa al lettore letteralmente le parole, ma solo le circostanze
— 6B4 — che noi possiamo suggerire è quello di farne analisi col verso sopra
indicato (Quis; quid; ubi; quibus auzvilite; cur; quomodo; quando) abitualmente
applicato dagli oratori alle diverse parti del discorso, e nel quale si
ritrovano tutte le circostanze possibili di un avveni- mento. > Serva
d'esempio il racconto seguente estratto dal libro VII delle Storie Fiorentine:
- La morte di Ga- leazzo Maria Sforza. € Mentre che queste cose nei modi sopra
narrati tra il Re ed il Papa, edin Toscana si travagliavano, nacque in
Lombardia un accidente di maggiore momento, e _ CHE fu presagio di maggiori
mali. Insegnava la lingua latina ai primi giovani di Milano » Cola Mantovano,
uomo letterato ed ambizioso. Questi o che coli avesse in odio la vita e costumi
del duca, 3 che nua altra di tesa, erano Giovanni Andrea ti e Girolamo Olgiato.
Con essima natura del principe fidenza dell’animo è volontà che li fece giurare
che come la loro patria dalla tirannide d- di quelli giovani venne, per l’età
ei potessero, Ie quel principe sibererebbero. — Sendo” ripieni adunque: a
questi giovani di questo desiderio, il quale sempre ui: cogli anni crebbe, i
costumi e modi del duca © di piusni le particolari ingiurie contro a loro
fatte, di farlo man- «lare ad effetto affrettarono. Era Galeazzo dissoluto e
crudele, delle quali cose gli spessi esempii l’aveano fatto odiosissimo, perchè
non era contento far morire gli. uomini se con qualche modo crudele non gli
ammaz-. zava. Non vivea ancora senza infamia d'aver morto la madre, perchè non
gli parendo esser principe, pre- sente quella, con lei in modo si governò, che
le venne voglia di ritirarsi nella sua dotale. \ Sede a Cremona, nel quale
viaggio da subita malattia presa, morì. Donde molti giudicarono quella dal
figlivolo essere — stata fatta morire. Aveva questo duca, Carlo e Giro- lamo
disonorati, ed a Giovannandrea non avea voluto | la possessione della badia di
Miramondo, stata al suo | propinquo dal Pontefice rassegnata, concedere. Queste
| private ingiurie acerebbero la voglia a questi cloni vendicandole, dì
liberare la loro patria da tanti mali. | Deliberatisi dunque a questa impresa,
ragionarono dlel tempo e del luogo. In castello non parea. loro sì- curo; a
caccia, incerto e pericoloso; nei tempi che quello per terra giva a spassi,
difficile e non riuscibile; no conti iti dubbio. Pertanto SERBATOIO in.
‘qualche io pompa e pubblica festività opprimerlo, dote fussoro certi che
venisse, ed eglino sotto varii colori vi po tessero loro amici ragunare.
Conchiusero ancora che sendo alcuni di loro per qualunque cagione dalla corte
ritenuti, gli altri dovessero per il mezzo del ferro e de’ nemici armati,
ammazzarlo. c Correva l’anno 1496 ed era prossima la festività del natale di
Cristo; e perchè il principe, il giorno di Santo Stefano, soleva con gran pompa
visitare il tem- pio di quel martire, deliberarono che quello fosse il tempo
erl il luogo comodo ad eseguire il pensiero loro. Venuta adungue la mattina di
quel santo, fecero ar- mare alcuni dei loro cendo voler contro la vo più fidati
amici e servidori, di- andare in aiuto di Giovannandrea, il quale glia d’alenni
suoi emuli voleva condurre nelle sue possessioni un ae quedotto, e quelli, così
ar- Dist, al tempio condussero 7 allegando voler avanti partissero prendere
licenza dal Principe. Fecero ancora Venire in quel Inogo sotto v AMICI e
congiunti, dun nel resto dell’; duo Gi ridursi con quelli la terra dove ere-
lebe, e quella con. tro alla duchessa cd ai P dello Stato fare ar- rincipi ia
MTAERO i da mare e per questa via assicurare loro e rendere la ni d libertà al
popolo. Fatto questo disegno, e confirmata — l’anima a questa esecuzione,
Giovannandrea con gli altri furono al tempio di buon’ora. ed udirono messa
insieme. Al duca (avendo a venire al tempio) inter- vennero molti segni della
sua futura morte; si vestì una corazza, la quale subito di poi si trasse; volle
| udire messa in castello, e trovò che il suo cappellano era ito a S. Stefano
con tutti i suoi apparati di cap. pella; volle che in cambio di quello il
vescovo di Como — celebrasso, e quello allegò certi impedimenti ragione- .
voli. Tantochè quasi per necessità, deliberò d’ andare È al tempio, e prima sì
fece venire Giovan Galeazzo Ca n Ermes, suoi figliuoli, che abbracciò e baciò
più volte, . non potendo spiccarsi da loro. Pure alla fine deliberato ; s'uscì
di castello e n’andò al tempio. I congiurati, | intendendo come il duca veniva,
se ne vennero ino Chiesa, e Giovannandrea e Girolamo sì posero dalla È | parte
dest all’ entrare del tempio, e Carlo dalla si i nistra. Entrò il duca circondato
da una moltitudine | grande come era conveniente in quella solennità ad «una
ducal pompa. I primi che mossero furono il Lam- ‘ | pugnano e Girolamo.
Simulando di far largo al prin: uv se gli SRCOH ORI ‘e OICR a: De corte ed ll
68- Taipoznano gli dette due ferite, V uma nel petto è l'altra nella gola.
Altrettanto fece Girolamo. Carlo Vi- sconti con due colpi la schiena e le
spalle gli trafisso. E furono queste sei ferite sì preste e sì subite, che il
luca fu prima in terra che quasi niuno del fatto s'ac- forgesse. Subito il
rumore si levò grande, assai spade si sfoderarono, e quelli ch'erano al duca
più propinquì, avendo gli uccisori conosciuti gli perseguitarono. Gio-
Vannandrea, ritenuto fra le vesti delle donne fu da Un moro. staffiere del
duca, sopraggiunto e morto. Fit ancora da circostanti Carlo ammazzato. Girolamo
Ol- giato pervenne a fuggi Mr Fe ed andarsene alla sua casa dove non fu nè dal
padre nè dai fratelli ricevuto; solamente la madre lo laccoma ti Saro ndò ad un
prete, an- 10 amico, il quale messogli sue case lo conduss uoi panni addosso,
alle e. iorni ; 3 - Due giorni dopo, conosciuto, nella Izia pervenne, dove
tutto l'ordine Applicazione del verso et i | hai Sopraccennato al fatto pre-
Quis? Cola Mantovano, maestro di lingua latina, uomo su ambizioso;
Giovannandrea Lampognano, Carlo Vi ‘> sconti e Girolamo Olgiato. È n Quid?
Cola Mantovano detestando in tutti i suoi ra- gionamenti il vivere sotto un
principe non buono, prende tanta confidenza nell'animo e nella vo- lontà dei
tre giovani, che gli fa giurare di liberare la loro patria dalla tirannide del
principe; in con- seguenza la sua morte è decisa. Il duca è assas- sinato;
Giovannandrea è sopraggiunto e morto da 3: un moro, staffiere del duca; Carlo
Visconti è ue- ciso dai circostanti; Girolamo Olgiato cade nella | | podestà
della giustizia. si ‘Uni? Galeazzo è trucidato in Milano all’ ingresso della o
chiesa di S. Stefano, ch’è scelto a preferenza del | i castello, del luogo
della caccia, del ‘passeggio, del convito: due ferite le riceve nel petto, due
de nella gola, una alla schiena e l’altra alle spalle. > Quibus CUTE Ii
armare i iena più fidi AUS di niro licenza dal principe, prima di andare | in
aiuto di Giovannandrea, che. voleva condur un acquedotto nelle sue possessioni.
Cur? sar liberare la patria di un PRE SEDI uomini, se con qualche modo crudele
non gli am- mazzava, che ha fatto morire la sua madre, che due congiurati ha
disonorati, ed all’altro ha rifiu- tato la badia di Miramondo. Quomodo? la
mattina sentono la messa insieme: il duca non può far celebrare in castello nè
dal cap- pellano, nè dal vescovo di Como; depone la corazza; non si può
spiccare dai,suoi figliuoli. — I giovani congiurati, simulando di far largo al
principe, con armi strette, acute e nascose, l’assalgono. DA Il duca cade prima
che niuno del fatto s'accorga. Il rumore si leva grande, e assai spade si
sfode- È rano. — Qlci : i È È Olgiato procura di nascondersi vestendo — 1 panni
d’ un prete ; muore con coraggio pro- atine; mor s_Qcerd : anno 1496, 26
dicembre. (na . Descrizione € 9 seche inerenti al 0, tratto considera | i,
estesamente e minutamente le cose e le persone. I principali argomenti
intrinseci (che sorgono cioè 4 I dalla cosa stessa di cui si discorre) sono —
oltre quelli ; giù indicati parlando della narrazione — i. Sede l. LA
DEFINIZIONE RARE x i "da SR o) Lola col del raz | del tutto e di ognì
parte, esternamente e interna 3. LE QUALITÀ REST (materiali pure, NR da
esaminarsi in modo ARE O ea x cliamo quì della descrizione di ciò che Srna DAG
a ì gno animale od al botanico. In JUesto So se ne î Scrivono gli organi e le
[oro funzioni e si seguono in tutti i periodi della loro vita animale o et _
Sarà mai possibile dimenticare qualche cosa 0 DrORZ (li materia od esporla
male, a sbalzi, a ritroso, se poniamo mente che la nostra descrizione deve
cominciare dal nascere e terminare al morire, com nascere, il respira; il
crescere, il trasfor il morire. prendendo quindi; il ‘e, il muoversi, il
sentire, il nutrirsi, marsi, il riprodursi, l’ammalarsi, LE QUALITÀ ESTETICHE
ne per enumera Semplicità, elecan 6. LE QUALITÀ’ INTELLETT zione, intelletto,
volontà, e Le qualità materiali v an di talvolta, alle estetiche tal alt
intellettive sempre. NE (memoria, immagina - cc.) We ù deine SI È Or ci si dica
se con quest’ indice possono far difetto LE le idee. Certo esso non mette
veruno in grado di parla; «i cosa di cui nulla sa, ma fornisce i materiali per
un discorso ordinato, ricco, pieno; ma rende certi che la parola non può
mancare, che del subbietto si diseor-. verà senza mai perdersi e confondersi,
senza mai alterare ordine. il più rigoroso. Relazioni. sono le qualità
estrinseche, de qua è che sono fuori della cosa dun ina To parlo a mo?
d’esempio di un estro e ne enu le bellezze, quest’è la descrizione; lo
confronto altri teatri, queste sono le SI I principali argomenti estrinseci
sOnO: l. LE LEGGI (relazioni tra la ‘cosa; in leggi naturali, umane, divine,
RITA FRZDIZIONE OSEASGRAMA 4. 1 MONUMENTI (materiali [muti e parlanti] ) —
morali [istituzioni 0 cerimonie che celebrano qualche avvenimento] ) O. I
DOCUMENTI 6. IL GIURAMENTO T. LE TESTIMONIANZE (divine ed umane — rica- Vate
dai libri sacri o profani) LE INFLUENZE (attive e passive) IL GENERE E La
SPEGIE 10. cauSE E CONSEGUENZE Il. TEMPI E LUO due occhi della Storia) MEZZI E
SCOPo* GHI (Geografia e cronologia, i gl’elementi Telazioni colla Cosa in
discorso, che possono fornire va Dimostrazione A © come quella che si propona
di convincere È l'uditorio. Ad essa molte cure dedicarono gli Goal e molti
scritti ci lasciarono al riguardo. Î ha Ed ecco le norme più IR PeR cloyere
della prova. Nei delitti la prova spetta al P._ % M. ed alla parte lesa; nelle
domande che han per fine. un possesso, un godimento, la prova si addice a chi
la fa; in tutte le asserzioni, la prova si addice a chi. le adduce. Dunque è
nostro interesse, potendo, caricar I l'avversario dell’obbligo della prova. ì
2. L’ostinarsi a negare ciò che è innegabile, “SÉ Yidente, nuoce anzichè
giovare. In questo caso è a me- glio cedere spontaneamente. (Quintiliano). ELI
Quando non si sa che sos contrapporre al un vittorioso argomento avversario, i
Mio terl». Non potendo confutarlo sp buoni ut. l'occuparsene non vale che a
richiamar 1 RON su di esso ed a persuadere chi ascolta du > tratta cli una
ragione vittoriosa, irresistibile. Così dice CICERONE (vedasi). Quintiliano
suggerisce di contrapporre all'argomento Senza replica, altro argomento di
ugual valore: tutto sta nel trovarlo; che la cosa sia. però possibile Li
abbiamo esempii numerosissimi, Specialmente negli studi intorno alla patria di
tanti uomini sommi (Colombo P. es.) per la quale ognuno trova ub- biezioni
serissimo, questioni insolubili, di guisa che la cosa finisce di necessità col
restar dubbia. Ma poichè giudizialmente il dubbio sì risolve sempre a favor
dell’accusato, per un difensore. costituisce sempre una vittoria ìl far nascere
cot; al dubbio. 4 Come i giornali p er esser letti han bisogno della massima
chiarezza, cos) l'oratore per piacere al suo uditorio. La chiarezza non Sarà
mai soverchia in Chi dee parlare al Pubblico: quindi grave errore la troppa
brevità, S PIREO NAPO OPERAI IAT ON " URI g: 3 de % n è. La n * = ai _ —
79 — intuitivo e l'oratore dee persino serammaticare se senza di ciò non
verrebbe inteso (S. Agostino). Nelle repliche cominciar dagli argomenti più
deboli della difesa, come se non valesse la pena di oe- | cuparsene, e finire
ai più forti. È 6. Si lascino agli avversari, sì rispettino, si riconoscano le
ragioni che essi hanno, affinchè essi sen- tansi impegnati a riconoscere quelle
che abbiamo RORA ui si conceda cioè quanto sì può per ottenere ONESTO SDO vuole
(Franklin). x 7. Una delle arti dei grandi a, nelle RE sballate, è di divagare
dall’ argomento e abbagliare — Sa giudici e pubblico con un mare di belle e
splendide | A parole. Ogni parola suscita un “idea. Far passare dei vanti alla
mente degli uditori un mondo di idee belle, vivaci, brillanti, sopratutto
nuove, originali, anche. a costo di esser eccentriche ; stordire, far del
chiasso, dir cose CA IEGGUA ole ER No dire. In una causa sd catia Ve a a del
pubblico, uscendo «dal terreno vero della dise | sione (Veronesi). i 8. Quando
non si può rigettare l'obbligo. | ; prova sull’avversario, confutare
preventivamente | o Obbiegioni e gli argomenti fa Rico de " $ È F pi CERN
questo difficile impegno, le ragioni avversarie sono distrutte prima di esser
messe in campo. La confutazione, scrive il Rodella, è la parte in cui si
ribattono le ragioni dell'avversario. E quì, » l'avversario ha già parlato, e
allora non facciamo ci seguire mano mano le ragioni messe innanzi da lui e le
cerchiamo di distruggere; o non ha ancora par- lato, e allora le preveniamo.
Nella confutazione si ri chiede: — acutezza di mente per iscoprire i difetti
delle ragiori contrarie, pronto ingegno e pratica per sape! cog lierle nella
parte più debole. In questa parte del. l’orazione può ‘tornar in acconcio una
fine ironia, Senza però mettere in dispregio l’avversario ; uno scherzo urbano
ser virà meglio a distruggere l’effetto degli argomenti contrari e a confondere
|’ oppositore. La confutazione deve essere coordinata alla narra- zione, alla
descrizione, allo relazioni e in essi devesi tener calcolo dei seguenti
elementi: — l. DEFINIZIONE. Dalla definizione gi possono trarre argomenti a Per
esempio: « La filosofia morale Una scienza che insegna all’ uomo di PR IrRO 5
farsi migliore, © più felice; donde subito si vede > niuna altra disci-
plina poter essere nè più illustre, nò più magnifica. » (Aristotile) Si può
argomentare dal tutto alla parte, dalla parte pe gn TS = wo abbastanza
CONVINEAATA Tizio » fu trovato IGO azar DRCOLA E NL CREDI Ia DERE À SICA MRI al
tutto, dal genere alla specie, dalla specie al genere, dal più al meno e dal
meno al più, dagli antecedenti ai conseguenti, da questi a quelli, dalla causa
agli Si effetti, dagli effetti alla causa. i È ben naturale che per essere
eloquenti. one È conoscere le leggi del pensiero in quanto si riferiscono — È
all'arte del dire.-« La quale arte, sostenendosi princi- pe: palmente sul
ragionamento, si vuol giovare di quella | che insegna a ragionare, e chiamasi
logica. » DIL 2. ENUMERAZIONE DELLE VARIE PARTI DELLA DEFI- NIZIONE E PROVA DI
ESSE. e e SOMIGLIANZA. CONTRARII E REPUGNANTI. Cont 5. causa ED EFFETTI. —
Dalla grandezza degli. effetti si fa arguire quella della causa o vicegeras sd
ANTECEDENTI E CONSEGUENTI. GENERE E SPECIE 8. SIMILITUDINE, E AUTORITÀ. 30!
NOIE 9. ESEMPI. ni 10. AGGIUNTI DI CIRCOSTANZE DI TEMPO, MODO, EBR- SONA, ECC:
1l. METODO DELL’ ESCLUSIONE. ri molto SETLO por suicidio. Se noi proviamo che non
uù essere RO per tre di queste cause, resterà ben DIRI ch è morto per la
quarta, benchè a prova di essa ci man- chino gli argomenti diretti. 12. FRA DUE
MALI IL MINORE 0 FRA DUE BENI IL MAGGIORE; TESTIMONI. I4. DOCUMENTI PE
MONUVENTI. 15. LEGGI NATURALI, UMANE, DIVINE, RELIGIOSE. 16. ESPERIENZA. | I7.
uso — voce PUBBLICA CONSENSO UN.VERSALE NEI DIVERSI TEMPI E LUOGHI. Ecco un
brevissimo esempio del Ta « Dee Lozio ragioney S80; Olmente esser fuggito,
poichè avere nè amicizia nè buona, 0 tale almeno gi nell’apparenza. (contranit
e vepugnanti) » : “€ Ove Pozio signoreggia luee raggio di Ingegno, ivi non vive
pensiero di Eloria e d’immor- talità, ivi non apparisce nè immagine, nè pur
ombra 0 vestigio alcuno di virtà. (causa ed ePetti). » « E siccome gli Stagni ©
le paludi, putride diven gono nella loro quiete; così i neghittosi s Îvi non ri
marciscono ’ ii li peer si . nell’ozio loro; € ragionevolmente possono così Dod
Ta esser chiamati, come quelle acque morte si chiamano. (somiglianza) > «
Quanto le cose contro natura sono peggiori, più odiose e detestabili delle
altre, tanto più ozio deve esser fuggito, non pur com’ avversario @ nemico, ma
come corruttore e distruttore della ragione, del senso, dell’ umanità. (genere
e specie) » 5 « Esercitano le fiere e gli augelli ed i pesci, eser- citano
Perbe e gli sterpi e gli alberi, gli uffici loro. pi: Quo, natura: nessuna di
tutte i cose. conte- e starsi Le i, a luomo de ei È non eseguirà quello a che
fu PERA È (esempi, leggi naturali). > Li È : Chiusa I rimane a parlare della
chiusa, la quale, 7 siccome abbiamo detto, si compone di quat- Èo Ntro parti. i
Moe. La conclusione, riassume brevemente la so-- È stanza della dimostrazione:
deve esser breve ed efficace; fi tar rimarcare, imprimere nella memoria, i
punti salienti et di argomenti capitali delle addotte ragioni. fi La
ricapitolazione invece, raccoglie per sommi capi | ed in poche ma acconcie
parole tutta la sostanza del SIE perchè l’ uditorio le abbia ben ot alla. c Ma
per non tenervi più a bada, J0coE ] o capi del mio discorso, e poi scendo.
Deesi contribuie lenaro per mantener. le soldatesche che nen) Nformar i
disordini che per avventura vi. allienano; Non già alla prima querela
sbandarle; Si BOSIO da Spedir ambasciatori per ogni parte che istruiscano,
ammoniscano, promuovano a tutta possa il ben della patria; sopra tutto debbonsi
punir quei malvagi che — vendettero la loro fede al nemico, ed averli in abbor-
timento e distruggerli; onde i buoni e leali cittadini si compiacciano d'
essersi y . . . ® a A e appigliati a quel consiglio che più giovi e a loro
stessi ed al pubblico. Se così vorrete governatvi, se vi scuoterete dal ‘vostro
lungo sì, spero che la sorte ancor cangi fac- cia, e lo Stato rifiorisca e
rinvieo letargo, spero, gorisca. Ma se vi sta- rete tuttavia sedendo a vostro
grand’ agia, attenti. solo sino al punto di batter le mani st ad un dicitore, ©
colmarlo di vivi elogi, poi smemorati, come dinanzi, | © inoperosi, e
infingardi; no, Ateniesi, tutta v umana » pradenza non varrà mai da sò sola a
sulvar da patria — «lall’eccidio che le SOVLEStA. DEIANA 1g E | Rd EIZO ron
(Filippica lutorno al Chersonoso) ) } h fact ta omegna a La somma del mio
discorso è ICORI questa, ieitori non vi rende . RO Panno giammai: i le so e nè
stolti; voi sì li farete essere tutto ciò, che a voi sarà in grado.
Conciossiachè non siete già voi che | mirate a quel segno che vi vien da loro
proposto bensì essi tendono tutti cold, ove vi scorgono coll a- ; nima e colle
brame rivolti. Voi dunque, voi dovete a voler la salvezza della patria, e
questa fia salva. Per-. ciocchè, o non. ci sarà chi osì darvi tristi consigli,
0 questi torneranno vani, non essendoci tra voi chi alla loro seduzione
acconsenta. » (Arringa intorno alla distribuzione DA dei cittadini.) È La
percrax ione, o mozione degli affetti, procura di ‘trionfare sulla volontà.
Nelle moltitudini specialmente, pi iesale passioni essendo potentissime, il
sentimento el iti n fantasia hanno il sopravy ento sulla ragione. | |. Non
soffermarsi troppo in questa, ch'è la via del | altrimenti si ingenera
stanchezza e 1° effetto. eno dimezzato. Gli elementi della i ‘Cuore ; ; | mne
vien sciupato o alm | perorazione sono e: Ì. IL CONFORTO © 2 LA PIBTA'
(coll’enumerazione degli altrui và 3. n'amuLaZiIoNE (coi nobili SRRRRL di LA
SPERANZA in o AE LA MANSUETUDINE bi Si ZIAURORSE 6. L'IRA E L’oDIO, in quanto
si promuovano lede volmente contro la colpa 7. 1’ ENUMERAZIONE DELLE VIRTÙ
della persona per la quale sì perora 8. IL RICORDO DELLE UMANE MISERIE per
indurre all’umiltà. Colui può farmi piangere, sentenziò a questo riguardo
Orazio, dl quale senta già dolore, cioè che abbia E nell'anima sua quelle
passioni che vuole in me risve- gliare. Difatti, chi non ha il cuore, prima ed
unica sorgente degli affetti, penetrato da quel sentimento che vuol suscitare
negli altri perde l’opera ed il tempo. Ecco un esempio di Giovanni Grisostomo:
c Or eccolo ridotto all’ ultimo avvilimento: eccolo i cattivo, inferiore al più
miserabile degli schiavi, al | più abbietto supplichevole, al povero la cui
mano è Stesa per implorare l’elemosina del passeggero. Sulla sua testa, sotto i
suoi occhi stanno ognor sospese © sguainate le spade; ad ogni istante ae si
aspetta . l'estremo supplizio e misura nel suo Se ni via che conduce al palco.
Ai piaceri che ‘eli procinto la prisca sua opulenza, succedettero i camnefici,
Al il ricordarsi del tempo felice non può distrarlo nemmeno un momento dall’
idea della sua sventura. J e gii Ma come trovar parole adatte a dipingere P or-
DS rore della sua situazione e la crudele agonia ch’ egli soffre? E perchè mi
sforzerei io di farlo, mentre tutti ne siamo testimoni? Lo avete pur veduto
ieri, quando vennero dalla reggia per ordine dell’imperatore a strapparlo da
questo santuario, dove egli avea cerco un asilo. Il pallore di morte ne indicava
lo spavento, bi: di cni non è ancora rinvenuto oggi: tutto il suo corpo |
scotevasi d’ un brivido mortale, nè aveva membro che si non fosse ‘agitato da
tremito convulsivo; la voce in. Ro: d terrotta dai singhiozzi, la lingua
balbettante, tutti î È sensi agghiadati pel terrore, presentavano lo spetta- |
colo d’un uomo moribondo, e già cadavere. Io non ‘Si voglio aggravare la sua
miseria coll’ deraate A quando essa ormai non dà luogo ad altro sentimento che
alla compassione: e questa per lui imploro. Quanto A più grave è il suo
infortunio, più deve mitigar le ‘nostre ire, calmare il corruccio dell”
imperatore, e muovere a pietà quei duri cuori che poc’ anzi udimmo lanciarci
rimproveri perchè non gli abbiam negato î l’asilo del santuario, che egli veniva
ad invocare. — i Che cosa avvi mai in questo, o miei fratelli, che vi. debba
irritare? i « Come? (rispondete voi) accoglieremo nella Gi un uomo che le fece
una guerra implacabile? st « E nen dobbiamo render piuttosto gloria al Signore,
che ha trionfato del suo nemico a segno da ridurlo a nonaver altro scampo che
nel potere e dla e menza della Chiesa? Sì, nel potere di lei, poichè egli cadde
in questo abisso di miserie per GE SAILE stato il nemicò; nella clemenza,
}cichè oggi ella si com- piace di coprire della sua cgida il suo più CRUISE
persecutore, di ricoverarlo sotto le sne ali, di porlo in sicuro daria
violenza, e di schiudergli il materno suo seno con tutta l’amorevolezza; invece
di vendicarsi clelle sue ingiustizie. Può forse darsi più splendida vittoria?
trionfo più luminoso? € E che, mi direte voi; un vomo macchiato da tanti
ilelitti, un pubblico ladro, reo di tante concussioni, ‘Farà introdotto nel
santo dei santi? e eli amplessi di siffatto uomo saranno un con quisto, un
trionfo per la Chiesa? i « Adagio, o fratelli: voi dimenticate che una pub-
blica peccatrice venne a pittarsi ai Piedi di Gesù Cristo e che li tenne
abbracciati; e lungi dal farne un rim- provero al nostro divin Salvatore, abb
iamo un motivo di più d’ammirare e di riconoscere la sua bontà. Ba- date bene
che questo 240 “Pparente non sia prattosto destato da un segreto desiderio «di
Vendetta; vi rsov- Yenga che siete discepoli di quel Dio che sulla eroce ta fi
a RITA iortizoi CURSI i i) 3 È DI diceva a suo padre: Padre, perdona loro giucchè
noù sanno quel che si facciano. c Sarei io riuscito a muovere i vostri cuori,
attutire — le vostre ire? L° rt avrebbe mai dato Mec veggo scorrere dai subi
occhi. »_ Il fine è destinato, già lo dicemmo, a ringraziare - l uditorio ed a
lasciar grata impressione. Eccone qual che esempio. È SSL PURA onde mi avete
paro vi aa Pen e n Voi pure siete stati messi, nei vostri ue DE vostre
industrie, a dura prova dalla crisi interna q “e da quella che imperversa
ancora al di qua, e al d a dell'Atlantico, ma la bufera, se vi ha colpito, n
‘vi ha travolto, ed è questo il mie i argoment della vostra vitalità. Avanti
dunque; nelle Mao ) abiti e dei feriti; i deboli cadi vono; se qualche vostro
stabil — resteranno SREDIO, MO RR IA strie il commercio genovese. Il governo è
con voi SA perchè il governoècon chicombatte e lavora; guardiamo (quindi
insieme l'avvenire con fede nell’ Italia, nel suo Re, nelle sue libertà, nel
lavoro. Ministro Barazzuosi a Genova « Se una gran legge di natura suona che
tutto ciò che ha un principio debba avere un fine, v'è un'altra legge di
opportunità, quella di finire in tempo. Ed io fipiseo citando un altro fatto
conosciuto in appoggio el principio psicologico di eredità, il quale se si im-
pone come vedemmo all'individuo, alle famiglie, ai popoli ed alle razze, si
impone anche ai pubblici] dei. quali aleuni si mostrano sempre arcigni ed
inconten- tabili, altri gentili ed indulgenti sempre. E per mia 3 Sla
gentilezza e }° indulgenza sono sentimenti ereditari, atavici in queste sale,
> Sat Conferenza sull’Eredità del Dott.'v TEDESCHI A PRE atri 5 CARON, più
Feguenfi. e palo e Verato lo sbadiglio, originato dalla stanchezza noia. Tani
EZZOGO, dalla $ SG « Lo dissi prima, e dissi pure quanto si se a — la sua
contagiosità. È EE 3 « Non ARpirerei Invero al averne subito an prova 0 n Ri
STR: tute se Ne poco ambita, nè vedere gnì Isorgere una RI Fase Cer epidemia di
sbadiglio, per contagio imitatorio. Per cui fo punto! sperando che si sviluppi
invece nel mio gentile uditorio, il contagio di una benevola indulgenza.
Conferenza sul Mal del Secolo del suddetto. Uditorio cortese! Ho finito il mio
dire. Se taluno di voi, uscendo da questo edifizio, mi dovesse incontrare col
sigaro in bocca, mi faccia la grazia di non pensare col Tolstoi, che nella
ebbrezza. nicotinica io cerchi di assopire la mia coscienza de- pressa ed
aggravata dal rimorso di quella noia che so benissimo di avervi cagionata, ma
per la quale voi con. gentile compatimento non vorrete tenermi il broncio. »
OGG VC Conferenza sull'/giene del tabacco, i del Dott. Xypras. ) Ecco qualche
esempio intero di una chiusa: « Voi avete pel passato reso questo servizio all’
Italia: colla condotta da voi tenuta per sette anni, dimostrando nel modo più
luminoso all’ Europa come gli x A | italiani sappiano governarsi con saviezza’,
con prudenza, con lealtà. Sta ancora a voi rendere un ua Sali | se non maggiore
servizio: sta al nostro paese a di- s mostrare come i figli d’Italia sappiano
combattere da valorosi sui campi della gloria. Ed io sono certo, o signori, che
gli allori che i nostri soldati acquisteranno nelle regioni dell'Oriente,
gioveranno più per le sorti future d’Italia di quello che non abbiano fatto
tutti coloro che hanno creduto operare la rigenera zione con declamazioni e con
scritti. « Io ho fiducia, 0 signori, di avervi dimostrato come il trattato si
debba accettare per prepotenti ragioni. Credo di avervi dimostrato altresi
come. esso non possa sortire gravi inconvenienti economici e . finanziarii;
come dal lato militare non presenti quei pericoli che da taluno si vorrebbero
far paventare; finalmente che esso deve avere non tristi, ma liete conseguenze
politiche. « Con ciò, o Signori, non ispero di aver convertito alla mia
opinione quegli oratori che combattono questo grande atto del ministero: ma
almeno confido di ; avervi tutti convinti che nelle negoziazioni che lo hanno
DICI non vi fu atto che potesse. meno- iuderio non ijrono da, altro animati che
dal sincero j Dili e Fota Cn: causa Do HberRy cu MOT EE DES LT MIST RT ENTER,
ROMERO ia sempre li animò e che sempre li animerà e come mi- nistri e come
cittadini. Discorso Cavour alla Camera. Signori! quest’ ‘ultimo pensiero tronca
le parole anche sul labbro mio: la pietà mi stringe: più che di par lare sento
il bisogno di pregare; ma non posso metter termine al mio dire senza dirigere
un ultimo affet- troso saluto a quei valorosi: « Salvete dunque, o degni figli
di una schiatta di eroi! Salvete o generosi, che dalle terre africane dif-
fondeste in tutto il mondo la fama dell’italo nome, mostrando una volta ancora,
che ALAN l'antico valore Negli italici cor non è ancor morto. Ah! voi cadeste
lungi dalla patria, voi moriste senza i baci e senza il pianto dei vostri cari;
le vostre spoglie — insonguinate riposano in una terra che non vi fu madre;
‘forse le ossa di qualcuno di voi giacciono tuttora in- sepolte, esposte agli
insulti delle fiere ed al ludibrio degli elementi. Ma se noi non possiamo
rendere | gli estremi pietosi uffici ai vostri corpi, noi pregheremo per le
vostre anime generose il riposc eterno nel grembo del Dio delle misericordie :
noi ci faremo dn dovere di impadronirci dei vostri nomi per consegnarli cinti.
di luce e di splendore all’ammirazione ed alla ricono- ssoriza dei secoli più
lontani. « Sil i nostri figli e i figli de’ figli, e quanti nasce- ranno da
questi apprenderanno dalle nostre labbra Ì vostri nomi, e li custodiranno nei
loro cuori come RE mblema più puro,come l'ideale più elevato della fortezza,
dell'eroismo e del sacrifizio; e dal vostro esempio dp prenderanno che l'amor di
patria non è un Do me vano senza oggetto, una parola che suona e non crea, ma è
un sentimento forte e gentile, un principio fecondo di alti e sublimi
insegnamenti, una passione m agna: nima inspiratrice delle più generose azioni:
è la virtù dei forti che sacrificano la vita al bene della società: è P'eroismo
dei prodi che consacrano tutto Sè stessi i al bene dei fratelli: è 1° orgoglio
santo di un popolo | che conscio della sublime missione che la divina Prov |
videnza. gli assegna su questa terra, ‘soffre, combatte w è spera, fiso lo
sguardo al benessere comune, l’animo e; OSO ai futuri destini che Dio riserba
all’ umanità! » Sac. Dott. LuompLLI _ Commemorazione dei Rio di Amba SOL SA NR
SEO CAPITOLO XII io vertono tutti n coni alla persona di cui si vuol parlare, e
quindi è in- ? dispensabile avere conoscenza speciale della vita, dei costumi
ecc. delle persone medesime; per poterne — parlare, se non ampiamente, almeno
in modo completo. Gli elementi della vita d’un uomo sono ì Segre n 1. Naserra
(luogo e tempo) 2. Genirorr ed avi (occorrendo) 3. Epucazione Avura
(inclinazioni naturali educatori metodo educativo risultato) srl | 4.
Istruzione (maestri e scuole — studii e viaggi) 5. RirRATTO fisico e morale —
(vedasi, quanto | sh È | dicemmo parlando della Deserizione) Mero 6. OPINIONI
(scienza — oo _ go di —_ Ig “= #. PargNTI, amici e detrattori 8. Opere. (
produzioni del suo ingegno scoperte invenzioni libri ecc. 9, Fasa — Giudizio
dei contemporanei intorno alle sue opere 10. Oxori (titoli, cariche, attestati,
dimostra zioni d'affetto, monumenti, ecc.) Coxpizione economica [patrimonio —
luci ricavati dalle sue opere, dalle sue occupazioni eredità donazioni fonti
disoneste, ecc.] 12, Aveppoti [ { quali potranno però già essere stati
intercalati ad illustrazione dei punti precedenti] 13, Sventune [parte,
narrunione la vita, potranno esser intercalate a loro posto] sventure
economiche morali [derivanti da inaldicenza e calunnia da affezioni dalle
opinioni sue) materiali [colpe, condanne] infermità [dipendenti dalla natura,
da disgrazie, da causa volontaria, da offese altrui] 14. Morre (logo e tempo
funerali sepoltura) 3A 15. GIUDIZIO DEI POSTERI € monumenti postumi. 16. Uommsi
simnianti [differenza o similitudine di tempo, luogo, movente, sorte, ecc.)
Come sarà possibile dimenticar parte. alcuna della ita di un individuo conosca
lo questa tavola? Come fice seppe così mirabilmente da lontano il conobbero. |
tadino, e che scevro di superstizioni come pure sarà possibile non farne un
discorso ordinato e com- piuto? AS Feco un bell'esempio di commemorazione
funebre. è c Ufficio pur troppo grave al cuor d’ un amico, mi chiama oggi
un’altra volta in questo recinto sacro alle ceneri dei nostri più cari, onde
inaugu- rare un modesto quanto espressivo ricordo, che Daf: fetto e la
riconoscenza Vostra, volle dedicato all’ esi- mio concittadino, all’amico del
popolo, all’illustre | letterato ed archeologo del quale tutti deploriamo la
fine. wi “« La bontà dell’ animo ingenuo che Pegregio arte- ritrarre in quel
freddo marmo, ben vel ricorda 0 Cittadini, è quella stessa che appariva in
volto, © si manifestava nei modi dell’ esemplare sacerdote Tommaso Torteroli ;
edi. è > appunto quella che lo rese grato ed- ammirato sai ‘Voi non solo che
lo aveste compagno, maestro, par store, consigliere ed amico, ma bensì pure a
quanti « Io non potrei quindi che con troppo inadeguate 1 che seppe con- parole
ripetere quanto vi consta di lui, | ciliare col proprio ministero i doveri
sacri del di pregiudizi di casta, informò così la sua mente al culto del vero e
del giusto, che il progrésso sociale non solo non avversava giammai, ma
apprezzava, seguiva, e propugnava con affetto grandissimo; e di modi gentili, e
per carattere mite e tollerante, ebbe stima, ammirazione ed amicizia da ogni
ceto, e da ogni maniera di credenti. Perlocchè, se in me non fosse
insufficienza troppa all’alto scopo, più bel campo non avrei ove raccorre fiori
di morale e cittadina virtù da porgere a modello di quella della vita del
Torteroli. « Ma voi il conoscete, voi pur conoscete quanto | ne scrisse
affranto da giusto dolore, 1 erudito e di- stinto fra gli addottrinati sotto
gli auspici suoi; e Ja | presenza vostra, ed il vostro concorso, e del Munici-
pio, nonchè quello di molti assenti, ad onorarne la salma e perpetuare la cara.
memoria,. fanno prova eloquente, e valgono assai meglio di me ad affermare x
l'assunto: quindi è ch'io stimo meglio limitare il mio concetto alla
manifestazione. del pubblico voto, Fo piceno dalla vita. dell’ Mini Estinto sol
quanto È :0 tao cordoglio,, Mi; È | gere al sacerdozio. (e È; assaporare le
dolci goti sl 10 marzo 1810, cresciuto da il an 10) Si stie di fortuna in tempi
meno propizi a chi DT eredi po difetto, seppe sì tosto educarsi allo studio ed
alla” moralità che, distinto fra i condiscepoli, meritò quella stima e quella
reputazione d’esemplarità e di sapere, che ben di rado si acquista in
giovinezza; e con tale arredo, iniziata la carriera ecclesiastica come quella
più conforme alla sua delicata natura, ed unica eziandio in quel tempo, che porgesse
facile accesso o al popolano onde avviarsi in società, prescelto dagli pe
institutori stessi, e designato ai pensionati genitori per ripetere ed istruire
al più giovani, ebbe mezzo di ritrarre qualche sussidio al proprio stato, e si.
| procacciò ad un tempo ausilio necessario per giun- n «Io non dirò per filo e
per segno come Ei lot- “00 tasse di poi nelle proprie strettezze per non
tuffarsi aa È ita parassitica alla quale suol dedicarsi una gran parte di ‘suoi
simili; dirò ‘bensì che non | falo) OO la seducente attrattiva, anzi ebbe ad
primizie come institutore di ma l’anima del Torteroli non nè fatta all
infingardaggine, SE giogo della evirante sirena cin quella v | privilegiata
prosapia: m temprata al servilismo, SCOSSO ancora per tempo il VESTO or RIN
EMANATE AZURE IIINTEIE INIT Tgr N È È Spa ‘che di già lo avvinghiava, con
generoso € fermo ripudio, preferì nell indipendenza coltivare la mente ed il
cuore, e fra gli stenti affrontare rassegnato l'abbandono delle burbanzose
caste, € sopportare co. animo pacato l’ ironia ed i felini attacchi degli
uguali che ne uggiavano il troppo saliente confronto. «E cuore e mente coltivò
per onorare la patria, | per consolare l'affitto, per consigliare, educare e
pro muovere la gioventù allo studio, I” operaio al lavoro ed all'associazione,
e tutti al culto della morale, della libertà e del dovere.cE quanto degnamente
siasi adoperato in quel santo proposito, lo attestano i suoi sermoni domeni-
cali nel breve tempo che la mal ferma salute gli permise di esercitare, con
plauso generale, le funzioni parrocchiali nella cattedrale Savonese; lo attesta
l’ap- #20 pellativo di popolare che voi gLimarbto e ch’Egli e GINA moltissimo,
dappoichè la ondlarità che. altri compra ol usurpa con prestigio per ‘gervirsi
del st: popolo sez mai servirlo,, fu da ni mortata ver la i sua Vul Sings fede
democratica, per lamore è a F feno che portò alle arti ed all'industria per la
semplicità e dolcezza di ragionare e d° ARNO il x : : pic: popolo. E lo
affermato i suoì scritti elaborati pazion temente nell'ufficio di Bibliotecario
civico, unico cd x . i 3 AR sha tia Va WE EPICA ANTITESI MIE 7 III O AC IL, rt
al ni di ars Me A .oltre modesto compenso concesso in vita a tanto si merito
dal suo Municipio. Sa interposti amici, di poter disporre dell ampia gene:
rosità di facoltosi benevoli. Quale si fu adungue IL SE 4A reagente funesto del
suo misero fine?.. To: dirollo corroborata nel’ ultimo — le amiche- voti cure.
‘« Tommaso Torteroli di costituzione linfatica con andò soggetto in gioventù a
fasi e campò malaticcio, con ipo- el che da me e da molti si rammenta ancora,
viag d Le NO PIA a loi {che di lui genitori nella matura età manifestarono
stranezze di mente ed aberrazioni, si avrà ad esu- beranza onde affermare che
il Torteroli per gentilizia e per eventuale“allucinazione fu spinto
inscientemente alla fatalità che ce lo rapiva: ed a buon diritto quindi
conchiudo che quell’ anima esemplare non è .impu- tabile di colpa. i « Sia
dunque condegna lode a voi tutti che col- l'opera e colla presenza vostra
concorreste all’ ono- ranza dell’ Uomo il quale, obliato in vita da chi avria |
dovuto rimeritarlo, e sorreggerlo almeno nella faticos® via, lasciò dovizia
letteraria di affettuosi lavori, e di inestimabile esempio, alla patria ed alla
posterità. (Zol ora, Tommaso, dilettissimo Amico, se il tuo spirito angelico
aleggia qui ad ascoltarmi, condona e e a disadatto mio tlire: e se pur
nonpertanto ques ; LE mio cordoglio alla cara Madre, AR te 3°. SA modesta
virtù, che qui stanno a lato art ; > LO, ri altrove del sangue mio ti
precedette, ah nell’ eterno riposo. » ; LI il troppo presto, i. un'accusa è un
’ anniegtatla, metter in ridicolo l'accusatore è se non altro un i veder
deprimere chi sta wu po' in al s 4 csi (tratta di cause gra avi. i È pari.
Eccone qualche esempi futarei in due modi. “nel dire e nel ripetere, Precetti
oratorii a ncur il far ridere è un mezzo di difesa, @ 4 sovente metter in
ridicolo un'accusa è de- È molirla. Dice il Veronesi: « Metter in ridicolo E V/
vincere presso la DA divertendola, per quel Co0Ì innato ch’essa ha a to. Lo
‘scherzo non è naturalmente ammissibile quanido 2. Una fine ironia, uno stile
satirico, giovan del Once i ende a giustificarsi, cioè a con- Il primo è
generale; © consiste che i nostri argomenti. sono uno scoppio d’: > Egli
aduuque pr un sinistro dirugginar di denti, an'alchimia dialettica da casista,
un labirinto di fallacie, di falsi suprosti, di botte finte ecc. Come. ognun
vede, queste sono ragioni eccellenti, che por- tano il nostro torto all’ ultima
evidenza. > ì A. FRANCHI. t Si suol dire comunemente, mon esservi causa
tanto disperata che non possa difendersi con qualche apparenza di ragione; ma
al nostro povero avversario era riserbata la gloria di provare col fatto suo,
che anche quella regola ha le sue eccezioni; giacchè la causa che egli per sua
disgrazia avea tolto a patro- cinare, era talmente sciagurata, che niun sofisma
al mondo poteva recarle sussidio. FRANCHI 3. L’'interrogazione sfugge di sua
natura alla discussione, poichè nulla affermando e nulla negando, esce fuori
dal campo della verità e dell’ ore GIRI mane in bilico fra le probabilità, le
congetture, i possibili, i dubbi, i sospetti, i timori, ecc, ec. Tuttavia essa
ha sovente nei discorsi una parte efficace come effetto oratorio; sovente una
serie di incalzanti domande vale quasi a conquidere gli uditori e ad indurli ad
affermare con noi. Il Segneri nel bellissimo esordio della predica del .
Mercoledì delle Ceneri, dopo avere annunziato 22); 1 uditori che tutti
d>bliamo morire, e aver fatto loro vi: rispondere che lo sanno, che la cosa
è vecchia, così | SA ripiglia: — po « Voi lo sapevate? Come è possibile? Dite:
e non siete voi quelli che ieri appunto scorrevate per la città così
festeogianti, quali in sembianza di amante, qual di frenetico e quale di
parassito? Non siete voi che ballavate con tanta alacrità nei festini? Non
siete voi che vi abbandonavate con tanta rilassatezza distro ai costumi della
folle Geatilità? Siete pur voi che alle commedie siedevate sì lieti? Siete pur
voi che par- — lavate dai palchi sì arditamente? Rispondete... » Ecco altro
mirabile esempio della efficacia delle in- terrogazioni che togliamo da un
discorso del P. Giro- ‘lamo Tornielli, illustre predicatore del secolo deci-
mottavo: NT aan “« Etunon parli, o Cattolico, dirà Cristo? Tu figliuolo | del
mio Battesimo, tu allievo della mia Chiesa, tu. | erede della mia fede, tu
nodrito a’ miei Sacramenti, io ta sposato alla mia grazia, tu degnato de’ miei
amori | É egli vero che io ti detti a bere il mio sangue; che. io ti fei
pascere delle mie carni; che io ti tenni all | mia scuola; che io ti lessi le
mie scritture; che io ti | confidai i miei segreti; che io t’insegnai dalle
cat: | — tedre, ti commossi dai pergami, ti ammonii dagli altari? E tu di tanti
sentieri d’ andar al cielo, non ne cogliesti pur uno? Tu sarai dunque perduto?
Tavrì io dunque oggi a confonder coi miscredenti? con gli atei, dei quali più
ampiamente parlasti? con gli ido- latri, dei quali più laidamente scrivesti?
coi Turchi, cui pareggiasti d’ intemperanza? cogli Ebrei, cui so- verchiasti in
avarizia? con gli Eretici, cui fosti innanzi a bestemmiar il mio nome, a
spergiurar il mio sangue, a profanare i miei templi, a beffare i miei
sacerdoti, a calpestare il mio Vicario, a violar le mie spose, @ trapassar ogni
legge del mio Decalogo e contraddire ogni detto del mio Vangelo? Tu ne vai
dunque dan- nato coi miscredenti? Il santo carattere del cristiane- simo non ti
salva? La comunione cattolica non ti suf fraga? La mia misericordia, i miei
dolori, la mia croce tì rendon reo di maggior dannazione? Così era egli dunque
da corrispondere al ben che ti volli, che ti feci, che ti promisi? Neppur con
tanto mi meritai che che tn almen ne mici poveri mi riguardassi? Fino di si
"un frusto di pane, di un sorso d’acqua tu mi fosti picasa: Non mai da te
una visita a me infermo, un | cencio a me ignudo? Non mai di tua mano un con- i
i oe a me DEAN ; di tua: casa Au stanza. a me MRS mi fiaccava le braccia e mi
rompeva i fianchi senza mercede; per te, erudele, che pur tanto ne avevi pei
cavalli e pei cani e per ogni peggior servizio de’ tuoi ; piaceri! Ma forse che
io mai mi rimasi per tutto ciò. dal premerti e chiamarti ad emenda® Quid est
quod —* debui ultra facere, et non feci? (Is. c. 4; Anima in- d grata, che non
adoperai, che non mossi per vincerti 18 all’amor mio? Un giorno trovami, un’ora
mi conta della rea tua vita, in cui l’ occhio pietoso della mia grazia non ti
seguisse cercando d’ogni tua traccia. Che dolce cura non mi presi per essa di
te fanciullo? Per quali orrori improvvisi mi frappos’ io alla eurio- sità
maliziosa di quei primi tuoi anni? Quali acuti rimordimenti ti fei io sentire
di quella prima libertà giovanile che contra me ti pigliasti? In età ferma per
quante vie t introdassi nell’ anima il disinganno dei falsi beni? Nell’estrema
vecchiezza di quanti aspetti ti figurai allo spirito il timore della morte e il
ter- (00 rore de’ miei giudizi? Ben ti deve ricordare di quei dì solitari, di
quelle notti funeste che viso ti presentai, | che scosse ti detti, che parole
ti dissi in cuore. Tu stesso alcune volte teco medesimo ne piangevi, tu |
stesso mi coufessavi che io non ti lasciava pur un momento consistere nel tuo
peccato. Da me dunque non si rimase, per me non istette che tu non Posi a par
d'ogni altro arrolarti infra gli eletti. Or perchè dunque ti veggo io qui
tremare tra i riprovati? Aniina ingrata, se non mi desti nulla del tuo, almeno
il mio rendimi, il mio. Dov è, dov'è la stola bianchissima ch'io pur ti cinsi;
gli abiti santi di che io ti vestii al Battesimo? Dov’ è la grazia santificante
che ti rendette sì Lello un tempo e sì amabile agli occhi miei? Dove son essì i
doni, le virtù, i Sacramenti, le mie piaghe, i miei sudori, il mio sangue?
Redde rationem, vedde rationem. (Luc. c. 16.) Domando conto di te, di me, della
tua vita, della mia morte, de’ tuoi fatti, del mio Vangelo: redde rationem.
Parla, malvagio, parla. In- Ventami qralche scusa de’ tuoi peccati, trovati
qualche scampo da’ miei castighi. Deh! Signore, quale scusa a voi che tutto
sapete o quale da voi che tutto potete? Peccavimus, inique
egimus. Justus ess Domine, et re-. chwn gudicium tuum [B. Reg. c. 8. ps. 118.].
Ma
no: Sostieni: che a pienamente convincerti, io vo anche ve- Gere se forse
alcuno di mia famiglia mancò alle commessioni già dategli per tua salute.
Angelo destinatogli per custode, empiesti tu le tue parti? - Grande Iddio, da
quel dì che voi destemelo a custodire, quando mai pin ‘vedeste da lui diviso?
Io me gli tenni sempre a lato, or per difesa, or perguida, or per consiglio, Lo
soccorsi nei dubbii, lo rinfrancai nei cimenti, lo ammonii dei pericoli, lo £
t; b) RIA sfuggì. La seconda volta vi ferma l'attenzione, 10.4 comprende
meglio, lo afferma e vi fa sopra le sue 4 i CO REESTI La a finalmente IL
argomento entra pienamente nel sno cervello, vi sì confieca, se ne im- |
padronisce. Bisogna però cercare di formularlo volta per volta in modo diverso,
con frasi muove, per evitare x la monotonia. D altronde,, anche. parlando bene,
Il troppo stucca e talvolta si direbbe CHE Giurati si | vendicano delle troppe
ciarle. di chi: abusa della parola. » . Questo fermarsi a lungo. sul medesimo.
“pensiero; POE però in ARES guise, prende, il nome di | espolizione. pet È 8.
Simile all’ ospolizione i cha luogo è aio no quando un affermazione cnerie od
na sentenza si dimostra vera in tutt (a ; It 3 x condizioni particolari. €
Cristo fuumile > cceo Ù, sentenza ii 4 ora I le, TAO letto, mimil ves
stimento, e vivendo volle. 0% r offerto @ ‘comperato comi nel mozzo dei dottori
domandare come disce Giuseppe ossare soggetto. Umi cioè di pescatori: essere
hat- tozzato da nomo, e tentato dal diavolo CU minore: senza proprio, viverpoverole
pagare il censo. ‘ Villania, oltraegio, vituperio, rimprovero, infamia
sostenne. E, dr predicando,, © facendo miraco 3 umil circonciso CIME pi
eccatore, SELVO ; polo: ca Maria e a e Mmpagnia aver volle i | Konza
difendersi. i a fuggiva la ‘gloria e l’amore ». E ine sn SR i x do Ci È Vasi 1
PASSAVANDI w a RECTO poet £ ‘tore 0, scrivo l'Abate, Fornari, non accade quas
vi Chi non lo Saf quale opera di oloquenza non i È NZ Donda? Qu sono d'accordo
tutti: Greci, È Di cristiani, antichi è; moderni usano 1 LO ana « Che ammo sia.
Dì esempio in mano de asi. il como pot tente motivo della volontà umana. più £
Se i cinesi hanno, fiato di elo i ) @ ‘popoli imporfettamente i 0 Tuo Lù. cosa
riducesi ù a degli. osempi. T qual È le tanga, SUnR, l tutt i S RIO che non
sieno laudative ricorre frequentissimo l’esem: A pio; onde all'oratore si
prescrive, che sia dotto delle SM 3 storie, e ne cavi opportunamente stimoli ad
eccitare A Ì È con l'emulazione i suoi uditori ugli atti generosi, 0 col 3 |
timore dell’ infamia e del danno distorli dalle imprese | disoneste. L'utilità,
dunque, e l'efficacia di questo i | mezzo 0 proprietà dell’eloquenza è
indubitato » i 10. Di costa all'esempio va la parabola e. l’apo- Vari logo, di
cui è diverso però l’uso e 1’ ufficio. Quella è sempre discorso grave e di grav
e eloquenza parte; (3 l'apologo, salvo rari casi, pende sempre nel faceto. Mi E
qui pure scrive ottimamente l'Abate Fornari : Li « Forse mentre da noi si v
oratoria di questi due compo derà attorno Maravigliato, a dimostrando l’essenza
nimenti, taluno si guar: cercando con la mente poco di storia straniera
conoscenti, di necessità dovea mMeorrere a finzioni fantastiche, per dar corpo
alla leoce . . ae) morale e proporzionarle alla finita capacità dell'umano alla
parabola è quella che consiste in un trasferir e. 1 l’oratore fa sè e tutto 1
uditorio in tempi, luoghi | condizioni diverse dalle presenti. E finale e lo
descrive, quasi che egli e gli uditori tutti vi Mot trovassero in quel punto.
Eschine si vale bollamente di quest? immagine nell’orazione di risposta a della
Corona del suo gran LA Damiostene be: volere. A chi è ignoto Vapologo di
Menenio Agrippa, della ribellione di tutte le membra contro lo stomaco? Bastò
quell’apologo a rabbonacciar ia tempesta di una. plebe fatta indomabile dal
sentimento della sna forza e della violata giustizia. E quando fu mai che la pa
rola di un uomo avesse maggior vigore? E quello 5 non fu egli vigore della
moral legge individuata e. ravvivata in una immagine? 0 diremo, che Menenio
Agrippa non fece opera di oratore? E che fece dunque? A me mi è paruto sempre
giudizioso un motto di Tacito dove si accenna il lontano principio dell?
eloquenza latina appunto in Menenio Agrippa. Principio rozzo, quanto vogliate,
imperfetto, indegno anche, se vi piace, del nome e del progresso fatto di pui,
ma PERGRO certamente di vera eloquenza. » ; SCE 1]. Altra immagine oratoria
efficacissima e simile DE Ne abbiamo bellissimi esempi in molto prediche, |
quando oratore si trasporta col pensiero. al giudi 0 O] « Fatevi un po cora
mente dal Tribunale, ove siamo, al teatro; e pensatevi «di vedere che il ban:
ditoro venga innanzi e che debbasisfare,, secondo il AUG II OR, ene Te pria €
nl i nol ih Oo Di persona, 5 vedere fa città presa, ch dia mura, incendii di
caso, madri. e bambini monati in servitù, uomini c donne. cadenti per
vecchiezza, tardi divozzati dalla libertà, ‘ piangenti, supplicanti sdegnati
non di chi li percuote, È tua di chi ne fu cagione, scongiuramdovi che a vertin
patto il flagello della Grecia non si. coroni, anzi vi guardiate dall infausta
fortuna ‘che e accOMpagi Ta costui; chè nè a repubblica incolso mai bene ne al
uomo privato che avesse i consigli di Demosten veguiito. TINELLO I s (ASTE aaa
ds ‘Per valersi ‘con efficacia si questa. figura ‘biso! gia dapprima APP:
‘Tecchiuro deli canini (00 accen: i clero si gradi la Tanta» asia; qui: apI ne
SOI ot ada giova moltissimo Foe ne MIELE i eo d di dol discorso 220 ma, si
osservi, cotto non è falsarlo, allungare sl discorso non w dire renderlo
prolisso, bensì fermarsi più a lungo. si un pensiero per meglio farlo rimarcare
ed imprimer nella mente di chi ascolta. Donde « adlenque quel non so che di
antipatico che a questa parola si e sn nottere?. L'amplificazione ha iposo in
più guise e cioè a) con usare ad arte parole di significato più gra O più
leggiero del dovuto 0 valendosi DEA CONeg Jo vo Paz o d'altra figura p 0) coll
agerandire un tutto per via di compara e confronto, le circostanze di un fatto
‘paragonan do si ciascuna a ciascuna x Di ©) coll'aggrandire la figura dotta
‘graida; ai crescere DI diminuire il concetto sali passando: per vari gradi
Erasta ar) lasciando ‘inferire a chi ode la grandezza, pie: lezza. ‘od
impossibilità di una cosa, 200! pnal i tanze che sembrano ad esse ostrance | e)
esponenio minutamente ogni. TO, ndo molto uso di definizioni, di Di, oto n È
inter 100 immogini, e comparazioni, sospensioni, cre. oppure diminuendo una
cosa enor endere Sio se ne RA da Lesa altro mag Ca 7) valendosi dei conseguenti
e degli antocedoi e cioè dalla Srandezza degli effetti far arguire quella della
causa o viceversa 1 ion da più dun 3 ad esso sia posta dal - l'uditorio maggior
attenzione Br i E i SS %) dicendo di cosa 0 persona non Giò che è, ma ciò che
non è; in Siftatta guisa può l orazione ic; diventare infinita (Aristotilo). i:
È 13. E per concludere ecco altre saggie parole del- a. Abate Fornari. Si Come
il letto delle acque non ha interruzioni, ra solo piegature, seni, gomiti,
giramenti che non cn distruggono la continuità; così la struttura dell’orazione
ha sue pieghe e modi e movimenti varii, or So più lenti ed ora più concitati,
ma non divisioni, non Fe discontinuità, non riposi e ricominciamenti, non parti
5 tra sè veramente diverse. de . Da questa continuità delle membra e intima
loro. |. congiunzione risulta in gran parte l’unità dell’ opera.‘ d’eloquenza:
quell? unità, dico, la quale deve suggel- e tra gl’altri. Re anche l’orazione.
Bisogna la congiuntura delle membra di E: . per l’unità dell’orazione; ma più
bisogna l’accordo interiore delle cose. Niente dicasi che contrasti 2 ciò | ©
che si è dettooa ciò che si dirà appresso; non si ecciti | affetto che
distrugga o scemi la forza di un altro già | eccitato o che bisognerà eccitare.
Nè questo è tutt: | Ei bisogna che ogni cosa la quale si dica ed ogm i NE:
passione che si ecciti, concorra Con tutte le altre, aiuti. rinforzi, accresca
l'affetto unico a a si mira. E quì ù DI l'industria umana ha suo potere, come
ha potere dim ‘ primere unità, se così posso parlare, nelle acque cor4 ‘renti.
Ogni nuovo passo che l’orazione fa, sia comei rivo che si scarichi nel maggior
letto, ho lo me scolate onde diventano indiscernibili tra loro, né por. | gono
altro indizio di sè, che il cresciuto volume e la cresciuta possa del letto.
Con questa dilivenza di non. lasciar correre da sè nè disperdersi veruna delle
im- | pressioni oratorie, il nostro lavoro conseguirà non. È solo la necessaria
unità, ma ui’ altra dote eziandio | ‘che non è punto men rilevante. Io intendo
di quel : | graduato crescere e rinforzar dell’orazione, a mano L Tao che d° si
va accostando fi: Suo. termine: al torrente alla foce. F questo. è la
perorazione ; SUL finire dell’ opera oratoria raccolto e vittorioso. Onde 1
maestri dell’ arte sogliono richiedere, che. l'ora pre in sul termine ripeta.
brevemente tutto quello che ha sparso si di. pruove e'sì di affetti in Ri
razione Noi mon. vogliamo preserivere | nè quest altro artifici 10; che
talvolta cade e tal altra. non È Ben tace omandiamo, che egli trovi. maniera $
Re TA in sulla fine, Bei, usione verrà da se mede } Cva questo la conel tutto |
ante sima, più gagliarda e impetuosa, che cede nte, come quella ene aduna Je
forze e gli impet di tutta l'orazione. » ni +39 “di dei =: val | | pi V di F .
E, v i 4 % dc ‘A ì i Di questo ti ammonisco, chè be n De arte senza uso non
giova molto. Bi: ES Ed, È Ammaestr: de egli Ia TRL: » Si O conclusione del
nostro lavoro non crediamo. “RR A We DE ‘inutile registrar quì sotto «poche
osserva= NI zioni che, se proprio tra il dire e il fare Dona dovrebbero render
n discorso. Su “S entrasse di mozzo il mare, capaci DI principianti ad
improvvisa sare u qualunque argomento di propria competenza» Ple Considerate
attentamente sotto ogni #5 tto si pei oggetto del vostro discorso @
suddividetelo nelle e ] ‘ principali. Le idee si trovano, come dici zonÌ col
meditarvi SU; ma bisogna do ciò co sa rdine O) non Lar: riesce et E JIA i 9,
Non cominciate a parlare prima di aver p suto alla forma, allo svolgimento,
alle parti, alla co elusione del vostro discorso. 3 3. Procurate di richiamare
@ memoria inttali È idee vostre od altrui intorno al vostro argomento, 1 detti
e i fatti che ad esso in qualunque modo si ri feriscono. È 4. Curate la
semplicità e 1’ uniformità di soll mento e la conveniente proporzione tra le
parti. 4 5. Ogni cosa del vostro discorso sia conseguenza, di conseguenza. Quel
che segue aggiunga sempre a, «uel che precede in affetto o in idea, e avrete
elo- | ueaza. Questo è precetto del Tommaseo. 6. Quanto alla scelta del
soggetto quando n° i Îl caso si badi ch’esso non sia frivolo, avendosi | Oggi
in fastidio gli argomenti nulli ed in genere ogni. Spreco di ingéeno. Sia
proporzionato alle nostre di i © scelto dove già abbiamo molte osservazioni
ordinate: a chi lo sceglie così, dice Orazio, non gli POSSONO Mancare nè idee,
nè ordine, nè parole. Che sia nuovo oppur no, non importa; la novità ° consiste
nel modo di trattarlo; ma è bene annunziarlo, si 10060 Sotto una forma
possibilmente nuova. I Noi iamo, figli Sil SRO abitudini, e Hi: | consegr
loterminato tirocinio speciale. Jivenir oratore deve dedicarsi 2 fare : di-
romo così degli esperimenti. Scelga ogni giorno un argomento diverso e
possibilmente a caso e veda di tosservi un ordinato discorso tenendo presenti
gli in- dici che abbiamo dato per lo svolgimento di ogni È singola parte del
discorso. È L'oratore americano Enrico Clay, si legge nel Self help dello
Smiles, spiegò così ad alcuni giovani il se- greto de suoi trionfi. La mia
riuscita la devo sopra fi tutto a questo: che all’età di diciassette anni cominciai,
e tutti i giorni una. Ne consegue che mn chi ama e per molti anni contimuai, 2,
sfar lettura e parlare poi con abbondanza sull’ argomento È trattato nel libro
di storia o di scienza che avevo letto. Io mi dava a siffatte improvvisazioni,
ora nei campi, ora nej boschi, e spesso anche in una stalla, dove non avevo
altri uditori che il bue ed il cavallo. A tale della più grande di tatte le
arti iv | pratica precoce e determinati che hanno se- 7 devo. gli impulsi primi
gnato la mia carriera e la mia sorte. : 8 Nè in minor conto si dovrà tenere la
neces | sità dì contrarre l'abitudine di parlare in pubblico. Se | Demostene,
oratore greco a niuno secondo, arringando Si nnanzi a Filippo, Re di Macedonia,
impallidiva così.{ rtemente, da venirgli meno tutta la forza del suo ACE ì ti
HE y3 suna delle cose che doveva i quale | sgomento non s' impadronirà di chi,
non pratico, in prende a parlare in pubblica adunanza? L’eloquenza, scrive
Veronesi, è un: pool ito spontaneo in chi sì trova in istato d’eccitazione. P.
quindi in tale stato è il modo più semplice per cis Vere il problema
dell’eloquenza. » 3 (E narra l’esempio di un tale che, a freddo, dopo la prima
giovinezza non era più capace di fare un sol | Verso se non. con grande stento,
ma se in quale | cena beve un po di ona si accendeva tanto da diventare
improvvisatore, e di versi non mediocri. ì «Lasciando stare da parte le
eccezioni, conveniamo col Veronesi che l’eloquenza è un di psicolo- gico che si
manifesta ogni volta che le nostre facoltà x | fono eccitate, vengono in
qualche modo esaltate. Chi | | non ha visto per sone timide, taciturne, ‘buttar
fuori un, pete di dea in ica d’ ira, di sdegno, (irta ur Adnnque mottersi in
istato di moderata eccitazione, | bicchiere di champagne, è il segreto | 0
GUELO Ko trovare una ai Bit n anche con un per diventare eloquenti, parola
calda e vigorosa. Chiunque di noi, scrive il già lodato Veronesi, per quanto
sobrio sia, anzi più abitualmente è è sobrio, alla fne di un pranzo cordiale,
in buona compagnia, avrà. trovato una parlantina che se ha per appoggio inge-
gno ed erudizione sufficiente parrà eloquenza, € ci s darà, alla lettera, la
facoltà d’ improvvisare discorsi | Sa cui non si era menomamente pensato prima,
@ molte | volte più felici, più spontanei di quelli lungamente | | meditati, o,
meglio, preparati e scritti: ci darà una. | Specie d’ ispirazione. to SAR 10.
Anche la memoria, che ha una caga im- portanza per l'acquisto e 1 uso del
sapere, è necessa Sia coltivata con amore. Serive a questo. proposit. |
Cicerone. (Dell'Oratore Libro I) Che dirò della È memoria, tesoro di tutte le
cognizioni? La quale se non custodisce le cose trovate e meditate si capisce
mente che tutte le altre doti dell’ oratore, BSs vi > vanno perdute. È: TE
vuolsi una buona memoria intellettuale, ‘q emoria la cui azione nasce dall’
intelligenza del tto © dico ha per base il SETA delle uo TO 4h La Bi. le
relazioni di causa ed effetto, di mezzo e di fi (quella che si consegue col
moderno insegnamen scolastico), la quale consiste semplicemente nel ritene: e
recitare delle parole in dato ordine, anzichè ne richiamare le idee per mezzo
del loro logico legami Convinti di queste verità noi abbiamo trovato (d po
studi fisio-psicologici ed esperienze pratiche che furon, per la loro natura
medesima, lunghi assai). Sa trovato, gli è breve tempo, un nuovo sist ma di
mnemotecnica, sistema che torna d’ una fedeltà È infallibile perchè fondato
sulle leggi naturali della È memoria e non su combinazioni artificiali come i
varii Sistemi mnemotecnici escogitati fin quì. Il nostro Cul tun metodo nuovo,
che in possesso di qualunque in- | telligente, può no un vero tesoro per la
facilità 0 | la sollecitudine ad imparare e ritenere perennemente “ memoria
qualunque nozione, il contenuto di qua: “a libro letto una sola volta. NPRSuE
difficoltà Nitenere. ORA 0 sistema, UR studio, | per. dido.che sia, DIN QUE un
BC porone si vedono Laggo Questo metodo, facilissimo ad apprendersi. chissino
tempo, rende eminenti servigi in qualangue Ch) rano di studio; facilita
prodigiosamente g oli esami sco lastici; pone in grado dè pr onunziare sermoni,
discorsi, lezioni senza l'aiuto di note 0 del manoscritto, che È basterà aver
letto una volta sola; rende facilissimo | qualsiasi studio e giova immensamente
in a qualunque emergenza della vita. quotidiana. Questo, Hcno è insegnato
completamente i nos tro libro L'ARTE DI RICORDARE 2.a edizione che costa Lire
Presso; l'editore S. Lapi di Città di Cel (Peragia): SR INDICH: see procetti
atti a procacciarla | ERo A IL Dello Hr pube BR II. Delle parti del
discorso.Svolgimento delle parti dui fr . discorso Feordio oo Proposizione Rene
Definizione e partizione : sat VALUTA = Gata . si Y E n DE») VIaSSi Descrizione
. Ra RI x. Relazioni e 5 Na SIC Dimostrazione | Ve; DEI: î e du 4 CS oratorii 5
Mu Precetti L'ULTIMA PAROLA DELL'ARTE STENOGRARICA LA STENOGRAFIA IN TRE
LEZIONI Con metodo nuovissimo, originale italiano, dovuto ale l'autore medesimo
del presente volume. S'impatt da sè, in un giorno. Lire 2. In vendita presso
l'Amministrazione del Giornale per tutti a Ivrea (Piemonte). Questo metodo
semplice, facile, breve, rapidissimo; derivato da un attento e lunghissimo
studio della mostra ortografia; a della nostra lingua, ottenne della
costituzione @ dell’eufoni un tale successo, suscitò un tale giustificato
entusiasmo che allo scopo di diffonderlo si formò tosto un'importante Associa”
zione Nazionale, che volle acclamare et Presidente Onorari? to: l'autore del
metodo, e il cui Comitatorè così compo? dp S. E. il Conte Costantino Nigro,
Senatore del Regno, ‘Ambascia” la Corte Tmperiale dA tore di S. M. il Re
d’Italia presso i, stria. S. E. il Conte Ghiglieri, Senatore del Regno. Tati
tore. Burone Ing. Severino Casana. Senatore Comm. Chiala. Senatore Comm. Avv.
Secondino Frold. Conte Avv. Giacinto Cibrario. Senatore Comm. atore — Senatore
Comm. Prof. Graziadio Ascoli. Senato fino di Valperga Conte Guido. Senatore Gom
Senatore (ruido Fildellu. Sena togno. Depututo Comm. Avv. Pr Comm. Avv.
Romuuldo Palberti. D 1 D Deputato Comm. Tuneredi Gulimberti: =. 2 pucca: Carlo
Compans. Deputato Comm. A oto Mar i Prof. Francesco Parinets: > DOP e asco.
Comm. Giuseppe, Giucos ei ‘i e della R. Univertità do Bolognini, . Università.
i n QI Ing» Vittoro Sclopt5 Nouni giudizi sul sistema memonico dell'Autore
Genova. È opera di gran momento quella a cui Ella con tanto amore |. e dottrina
si accinse, imperocchè base di ogni sapere umano, | di ogni portato dell’
intelletto, di ogni ordinato impulso dell’a- nimo è la memoria delle cose, che
acumina lo spirito d’osser- vazione, scuopre il vero, rispurmia gli inutili
sforzi de lla mente. Coltivare la memoria dovrebb'essere il fondamento, di
tutti. gl’ insegnamenti didattici, affinchè il pensiero individuale non Si
trovi mai isolato e non ci sia mai ‘sperpero di energia men- tale e psichica. |
Rn Auguro alle di Juei teorie, che riconosco basate sopra prin- cipii
razionali,, la sorte fortunata che si meritano ; a lode di Lei ed a vantaggio
di tutti. se Vico- Ammir. Comm. Cario De Amezaga. Finalmarina. Colgo
quest’occasione per tributare alla S. V-_IL d glioso. Esso possiede dei pregi
incomparabili, © P ne, ogni enco \ to. Peccato € | grande per i cultori del
bello, del buono, dell’ utile che più diffusa, meglio cor i P. Macario da Ghul
Lettore di Teologia e Vicario CM Porto Maurizio 15 [ags Ho letto con piacere ©
‘profitti le assicuro che ci ho trovato mn prova, di memoria ammirabile. | ì
miei complimenti più since Prof. Brescia. Ho letto con vivo interessamento le
sue lezioni sull’ Art ; ricordare, e Le faccio i miei rallegramenti per aver trovato
SI che, bene applicato, può dare frutti eccellenti per lo svolgimento delle
facoltà ritentive della memoria. E desti # tabile ch’Ella faccia molti
proseliti fra i giovani onde questi possano profittare debitamente delle di Lei
ottime lezioni. (Prof. nel R. Istituto Tecnico di Brescia) Pavia. Roma. i ica,
Ammiro. schiettamente il suo sistema di mnemofecnica, ioni ch’ Ella riconosco
giustissime ed assennate le CERA ca o espone così diligentemente e nun mi
meraviglio q sultati ottimi ottenuti. (Min. Agric. Ind. e Comm.) Prof. Rag.
Ulisse Zanotti Trieste i >, non Col suo metodo Ella imita la natura, non
ciecamente; pi è 5 b CELSO la va-- seguendone macchinalmente i precetti:
sibbene imitando n e zionaimente, per analogia e nel suo logico ada vale si circostanze,
seguendo infine lo spirito e non la letter suoi procedimenti. fl suo metodo è
un € da Ella enùmerati ni Studio un piacere anche a coloro per cui era prima
una pena, generando in tutti una volontà intensa di studiare. Vittorio Donati
pubblicista. Portomaurizio 2 Agrile 1893. Il yostro metodo mnemonico è
fallibile, né può essere uguagliato. È della più grande nutilità, dappoichè
tutti i vantaggi, (e mon son pochi) che voi eli attribuite, io li ho già tutti
consta- tati, e se ho potuto constatarli io, logoro: nel cervello e nella
memoria, grali maggiori utilità non ricaveranno da esso gli Studenti di
qualsiasi ramo, di mente fresca e di giovane età? Essi col vostro sistema non
hanno più bisogno di prendere appunti durante Ja lezione del professore, perocchè
voi fornite loro col vostro metodo un vero talismano dinanzi al quale ogni
Ustacolo nello studio svanisce eccellente, facilissimo, in- Gerolamo Spinelli.
ava osi A apo d'opera. Oltre a tutti i Mo, i 3 un altro ancora ve n’ ha: rende
cio P in COLTURA E PROP? 3AZI di piante nuove © di vegetali utili © poc
e/miglioramento di ortaggi comi r tura ed alla propagazione di: Bc poco noti,
nonchè al migl @imuni, sotto lan direzione di Il Giornale per tutti. fiori più
curiosi @ stray gi teressanti, dei vegeta! È db; Gi ALTRE: PUBBLICAZIONI DELLO
STESSO AUTORE La L'ARTE DÌ ESSERE PROMOSSI AGLI ESAMI (opera preziosa per eli
> Di studenti, per chiunque ha da subire nn esame), L. 1 5 È L'ARTE DI
IMPROVVISAR VERSI sia in teatro, in sogietà, comeca ta- ‘1 volino). 1.. 0,80. P
nr LA PREVISIONE DEL TEMPO ALLA PORTATA DI TUTTI. — Mozzi facili.e sicuri
basati sulla scienza. = 1. 0, 50 gi LE CURIOSITA’ DELL’ERUDIZIONE. Guriosità
storithe, scientifithe, Varie, Oricim e leecende — L. 1,75. % + IL LIBRO DEI
PERCHE’, — Spiegazione scientifico-popolare dei fenomeni | x . d’o&ni
giorno. = L. 1, È, 5 DI UN SURROGATO AL TABACCO PRIVO DI NICOTINA, immen- DE
“ssamente economicò, superiore in fragranza al tabacco naturale, usatis- i
“simo all’estero e alla portara di tutti. L. 1. ni LA VITA A BUON MERCATO. I.
1. > LEE ARTI ED INDUSTRIE DA DILETTANTI ENCICLOPEDIA DEI LA- Met VORI DA
DILETTANTI. Lavori su legno, vetro; specchi, metalli, marmo, pule c cellana,
tartaruga, madreperla, schiuma di mare, cartapesti, gesso, pelli, piante, tappezzerie,
tessuti, piume, cuoi, fotugrafia, fotominiatvra, incisione, scultura, chimica,
plastica; pittura, conciatura, bronzatura, argentatura, doratura, ich - latura,
eee. ecc, L. 1,50. »; UTILIZZAZIONE DEI RESIDUI. — Sessanta utilizzazioni di
residui, da x È SO trarsì serio profitto per l'econumia domestica, l'industria,
ce la de 50, fi late RASSEGNA DELLE SPECIALITA’, Segreto di composizione di
cento e o fra le più importanti spec alità e nuovi prodotti ind istriali.col
relativo detta- dA gliato processo di fabbricazione. Utile a tutti trattando
delle più disparate spe- E° cialità, 1.1, Tutte queste opene e varie altre
dello stesso antore sono in vendita presso l’àmministrazione del Giornale per
tutti a Ivrea. Presso la stessa trovansi pure in vendita le seguenti into
vessantissime pubblitazioni. TUTTI PIANISTI, — Metodo per ‘imparare da se
stessi a suonare il più noforie, Seaza conoscere la musica, senza bisogno ui
maestro. Metodo.elo-* giato da distinti Mpestri Fienlato earartito; 1.9; dt
" LA PRODUZIONE DELLE PERLE A VOLONTA’ E IN CASA PROPRIA MIE Vanevamento
dell'oscrica perlitera dell'Arkansas, del Dott. nica. == DELLA RIPRODUZIONE DI
PIANT VI et E SENZA INTERMEZZO DI b VAIO NUOVO METODO tei brot. U. Hiaichi, =
2; edizione; = Gun ynesdi GA Dai chimqne puo rimboscare il suo monte o il suo
piano nello stessy pride chi, eialeita all'opra e, ciò che è più sorprendente,
ie t.lee di vil; het. LA FABB MUD SAL Uricazione RI d'olio d'oli ME, ece; vil
di ni Di p | processi È Comonrica di RO È dista LAN, e SVI ento gui | 15620 VLD
00 LA pagina del sito di Albani. Albani e Buonarroti AGA MAGÉRA DIFÚRA
Dizionario delle lingue immaginarie (Zanichelli; ristampa; Les Belles Lettres),
oltre 2900 voci, 98 illustrazioni, schema analitico delle lingue immaginarie,
prospetto cronologico dei principali autori di lingue immaginarie, ventotto
pagine di bibliografia (per visionare la bibliografia cliccate qui). Le voci
riguardanti il teatro sono a cura di Alessandra Barsi. Il titolo è ripreso da
una poesia in lingua inesistente scritta da Tommaso Landolfi nel racconto
Dialogo dei massimi sistemi: Aga magéra difúra natun gua mesciún Sánit
guggérnis soe wáli trussán garigúr Gùnga bandúra kuttávol jeris ni gillára.
Lávi girréscen suttérer lunabinitúr Guesc ittanóben katir ma ernáuba gadún Vára
jesckilla sittáranar gund misagúr, Táher chibill garanóbeven lixta mahára Gaj
musasciár guen divrés kóes jenabinitúr Sòe guadrapútmijen lòeb sierrakár
masasciúsc Sámm jab dovár jab miguélcia gassúta mihúsc Sciú munu lússutjunáscru
gurúlka varúsc. Il dizionario è un viaggio nella creatività linguistica, una
raccolta di lingue inventate nei campi più eterogenei (letteratura, teatro,
cinema, musica, pittura, pubblicità, fumetti, televisione) e per le finalità
più diverse (religiose, comunicative, espressive, ludiche, culturali). Esce una
ristampa del libro. Per alcune recensioni alla ristampa cliccate qui. Nelle due
pagine centrali della cultura di "la Repubblica" esce un articolo di
Francesco Erbani Parole, giochi proibiti, per leggerlo cliccate qui. Leggete la
recensione di Umberto Eco su "L'Espresso". A proposito del tradurre
da una lingua inventata, Eco cita Aga Magéra Difúra anche nell'introduzione a
Joyce, Anna Livia Plurabelle, nella traduzione di Samuel Beckett e altri,
versione italiana di Joyce e Frank, a cura e con un saggio di Bosinelli,
Einaudi, Torino, "TuttoLibri - La Stampa" Bartezzaghi recensisce Aga
magéra difúra: leggete qui. Articolo di Bartezzaghi su "la
Repubblica" intitolato I fabbricanti di lingue dove si parla ancora di Aga
magéra difúra. Sulla "Domenica de il Sole-24 ore Dossena recensisce Aga
magéra difúra: leggete qui. Una voce Aga magéra difúra, dedicata a questo
dizionario, esiste nell'Enciclopedia dei giochi dello stesso Dossena (Utet,
Torino). Una bella stroncatura del libro (finalmente), a opera di Sebastiano
Vecchio, intitolata Per chi è appassionato di linguaggio (in pratica ci
rimprovera di non essere dei linguisti, ma solo degli "appassionati di
linguaggio"), esce su "Italiano&Oltre". Partecipa con Fosco
Maraini alla trasmissione televisiva MediaMente, su RAI 3, condotta da Carlo
Massarini, per parlare di "lingue inventate", per vedere il video su
YouTube cliccate qui. Nel libro di Andrea Moro Le lingue impossibili, edizione
italiana a cura di Nicola Del Maschio (Cortina), si fa un accenno a Aga magéra
difúra: Il testo di Okrent cui fa riferimento Moro è: Arika Okrent, In the Land
of Invented Languages, Spiegel and Grau, New York. è uscita una traduzione
francese a cura di Egidio Festa con la collaborazione di Marie-France Adaglio,
presso Les Belles Lettres, 576 pagine. Su "Le Monde" esce una
recensione di Roger-Pol Droit: BONNES JOIES DE BABEL. Un'altra recensione
firmata da Picard, intitolata Les langues du pays des merveilles, esce su
"Nonfiction. Le quotidien des livres et des idées". La recensione di
Picard è interessante perché sottolinea l'incommesurabile inutilità del libro.
Fra le altre recensioni all'edizione francese quella sul numero 5 di
"Viridis Candela", 8 absolu 129 EP, vulg, "carnets trimestriels
du Collège de 'Pataphisique". Al Centro Pompidou il libro ha partecipato
al festival «KHHHHHHH» Langues imaginaires et inventés. Nell'ambito della
mostra Marinetti e il futurismo a Firenze. Qui non si canta al modo delle rane,
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ho tenuto una relazione su Marinetti:
parole in libertà e lingue immaginarie. Su "creatività linguistica e
lingue immaginarie", il mio saggio "Al Barildim Gotfano. Creatività
linguistica e lingue immaginarie", uscito su Parol, Quaderni d'arte e di
epistemologia. Lo stesso tema avevo già affrontato in Sobre "l'imaginari
lingüístic", relazione al convegno sulla creatività svoltosi a Velencia
nei giorni 2, 3 e 4 maggio 1996 i cui atti sono raccolti in A creativat Ara,
L'Alfàs del Pi, País Valencià. Il testo Al Baridilm Gotfano è citato nella
bibliografia Su nonsense e traduzione del nonsense: indicazioni bibliografiche
a cura di Angela Albanese contenuto nella rivista "Il lettore di
provincia" dedicato al tema I dilemmi del traduttore di nonsense, a cura
di Franco Nasi e Angela Albanese. Una relazione di R. su Gerghi e lingue
immaginarie al castello Pasquini di Castiglioncello all'interno di un ciclo
d'incontri su La comunicazione, volti e forme: i gerghi, organizzato dal Centro
Studi e Ricerche sulla Comunicazione diretto da Giovanni Manetti. Si veda anche
il mio articolo Tradurre da lingue inventate, all'interno del dossier
L'artefice aggiunto. Tutti i modi di tradurre, apparso su "L'Indice dei
libri del mese". Il testo, leggermente modificato, è stato pubblicato nel
Quaderno edito da Babel festival di letteratura e traduzione, edizione 2019,
svoltasi a Bellinzona (Svizzera), intitolata Non parlerai la mia lingua,
dedicata alle lingue inventate; per leggere questa nuova versione cliccate qui.
Sempre riguardo alla traduzione, il dizionario Aga magéra difúra è citato in un
testo di Antonio Prete, "Aga magéra difúra": sul tradurre da lingue
inesistenti, in Antonio Prete, All'ombra dell'altra lingua. Per una poetica
della traduzione (Bollati Boringhieri, Torino). Sull'argomento delle lingue
inventate anche la mia relazione su L'italiano immaginario tenuta al convegno
L'italiano, lingua d'Europa, organizzato dall'Istituto italiano di Cultura di
Strasburgo. durante la trasmissione radiofonica Baobab su Radio 1 della RAI, va
in onda una mia intervista sulle lingue immaginarie, per ascoltarla cliccate
qui. Sempre il tema dell'italiano immaginario è stato oggetto di una
conversazione, introdotta e coordinata da Andrea Grignolio, durante la nona
edizione del Festival delle Scienze, dedicato a I linguaggi, svoltosi a Roma,
all'Auditorium del Parco della Musica, festival che ha visto la partecipazione,
fra gli altri, di Noam Chomsky. Sulla mia partecipazione a questo Festival una
mia intervista radiofonica alla trasmissione La Notte di RadioUno andata in
onda il 23 gennaio 2014, per ascoltarla cliccate qui. Una nuova versione,
rivista e aggiornata, di L'italiano immaginario è uscita nel volume Langues
imaginaires et imaginaire de la langue. Etudes réunies par Olivier Pot (Librairie
Droz, Genève). Per leggere questa nuova versione. Di linguaggio (quasi
immaginario, in quanto economico) si parla anche nel mio saggio Sraffa and
Wittgenstein. Profile of an intellectual friend. Nel libro di Alberto Nocerino
e Roberto Pellerey Laboratori di scrittura. Istruzioni per una ginnastica
alfabetica infinita, edito da Graphofeel Edizioni di Roma, si accenna agli
studi e ricerche sulla fantasticheria letteraria e sull'enciclopedismo ludico,
una corrente che avrebbe influenzato profondamente l'orientamento di molti
laboratori di scrittura italiani e a p. 24, nota 14 si cita Aga Magéra Difúra.
Ho tenuto dei laboratori sulle lingue immaginarie, cliccate qui. Ho parlato di
Lingue immaginarie e folli letterari: alcuni casi italiani in "Les Cahiers
de l'Institut", rivista dell'Institut International de Recherches et
d'Exploration sur les Fous Littéraires, numero 4, 2009. L'articolo di Daniele
Baglioni, Lingue inventate e "nonsense" nella letteratura italiana
del Novecento, in Antonelli e Chiummo, a cura di, «Nominativi fritti e
mappamondi». Il nonsense nella letteratura italiana, Atti del Convegno di
Cassino, Salerno, Roma, è basato - come dice l'autore stesso - "per la
gran parte dei testi commentati" su Aga magéra difúra. Ecco la nota di
Baglioni: Baglioni cita Aga magéra difúra anche in un altro suo interessante
lavoro: Poesia metasemtica o perisemtica? La lingua delle Fànfole di Fosco
Maraini, in Valeria Della Valle e Pietro Trifone, Studi linguistici per Luca
Serianni, Salerno Editrice, Roma. Sul sito del Centro Studi Landolfi è uscito
nel maggio 2013 un mio testo Landolfi inventore di lingue, citato nel saggio di
Ignazio Sanna, Traduzione e significato nel Dialogo dei massimi sistemi di
Tommaso Landolfi, “Medea”. Aga magéra difúra è citato anche in Raconter
l'Oulipo. Histoire et sociologie d'un groupe di Camille Bloomfiel, edito da
Honoré Champion, Paris. Come studioso di lingue inventate sono chiamato in
causa nel romanzo di Adrián N. Bravi L'idioma di Casilda Moreira, Edizioni
Exòrma,dove sono presentato come l'estensore della prefazione a un libro
inesistente. Un debito al nostro dizionario delle lingue immaginarie, Aga
magéra difúra, è dichiarato da Andrea Bellini, uno dei curatori, insieme a
Sarah Lombardi, della mostra Scrivere disegnando. Quand la langue cherche son
autre tenutasi al Centre d'Art Contemporain di Ginevra. Scrive infatti Bellini
nel saggio introduttivo al catalogo edito da Skira nella nota 1 a pagina 15:
Per ulteriori info su questo aspetto dell'influenza di Aga Magéra Difúra sulla
mostra ginevrina cliccate qui. Nel Dizionario del bibliomane di Antonio
Castronuovo (Sellerio, Palermo), nel capitolo intitolato "Scibile
intero", è citato Aga Magéra Difúra. Su "La Lettura",
supplemento culturale culturale del "Corriere della Sera", un
articolo di Antonelli, Inventare idiomi funziona poco (ma nei libri sì) (parte
I e parte II), dove si presentano due schemi riguardanti le lingue immaginarie
e fra le fonti utilizzate si cita Aga magéra difùra. HOME PAGE TèCHNE RACCONTI
POESIA VISIVA ENCICLOPEDIE BIZZARRE ESERCIZI RICREATIVI NEWS. Ugo Basso delle
Rovere. Basso. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Basso,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Basso.
Rovere. Basso.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Rubellio: la ragione conversazionale della filosofia
sotto il principato di Nerone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Uomo di carattere
encomiabile e studi filosofici che si ritrova al centro delle faide tra
Agrippina e il figlio princeps NERONE per la sua ascendenza imperiale -- egli e
cugino di secondo grado del princeps in quanto figli di cugine nipoti di
Tiberio e bisnipoti adottive d’OTTAVIANO -- venne prima esortato, insieme alla
moglie Antistia Pollitta figlia del console Lucio Antistio Vetere, a ritirarsi,
verosimilmente dopo aver ricoperto solo la questura, nei possedimenti familiari
in Asia e poi ucciso con la testa mozzata riportata a Roma. Nel
mezzo di tali vicende, brillò in cielo una cometa, che la credenza popolare
interpreta come segno di cambiamento del re. Quindi, come se già Nerone
fosse stato cacciato, ci si domandava su chi sarebbe caduta la scelta, e sulla
bocca di tutti correva il nome di Rubellio Plauto, la cui nobiltà derivava, per
parte di madre, dalla famiglia Giulia. Amava le idee e i principi del passato,
austero nel comportamento, riservato e casto nel privato, e quanto più cercava,
per timore, di passare inosservato, tanto più si parlava di lui. Le
chiacchiere sul suo conto presero consistenza, quando si diede, con altrettanta
leggerezza, l'interpretazione di un fulmine. Infatti, mentre Nerone banchettava
presso i laghi di Simbruvio, in una villa chiamata Sublaqueum, i cibi furono
colpiti dal fulmine, che mandò in pezzi la mensa, e ciò si era verificato nel
territorio di Tivoli, da cui proveniva il padre di Plauto, sicché la gente
credeva che il volere degli dèi l'avesse destinato alla successione, e
parteggiavano per lui non pochi, per i quali vagheggiare avventure rischiose è
una forma di ambizione suggestiva, ma in genere illusoria. Scosso dunque dalle
voci, Nerone scrisse una lettera a Plauto: lo invitava a farsi carico
della tranquillità di Roma e a non prestarsi a chi propalava chiacchiere
maligne: aveva, in Asia, terreni ereditati, in cui poteva passare, al sicuro,
una giovinezza lontana da torbidi. Così Plauto là si ritirò con la moglie
Antistia e pochi amici.Tacito, Annales. Syme. Related by marriage to Tiberio.
Perceived as a threat by Nerone, he is sent to Asia where he is killed. He is a
friend of Coerano and Musonio Rufo. Sergio Rubellio Plauto. Keywords: Nerone.
Rubellio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruberti:
la ragione conversazionale -- la natura abhorre il vuoto, o la tromba di
Gabriele – la scuola di Fanza -- filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Faenza). Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Pideura, Faenza, Ravenna, Emilia-Romagna. Studia a
Faenza e Roma sotto CASTELLI. Srive a GALILEI una lettera di risposta a sue
richieste a CASTELLI, che assente in quei giorni lascia allo studente il
compito di segretario. In tale lettera colge l'occasione per presentarsigli,
che egli ammira grandemente. Il vivere da vicino le vicende del processo a
Galilei gl’indusse a dedicarsi più strettamente alla matematica nonostante
padroneggiasse gli strumenti teorici e fosse un abile costruttore di
cannocchiali. Divenne segretario di Ciampoli, un filosofo devoto a Galilei, che
segue nei suoi incarichi governativi nelle Marche e nell'Umbria. Castelli
presenta a Galilei il saggio di R., “De motu gravium” suggerendogli di
impiegarlo come discepolo e assistente. Così e e divenne assistente di Galilei e
su domanda e insistenza di Galilei si trasfere nella sua abitazione. Alla
morte di Galilei, Ferdinando II gli nomina matematico del gran ducato di Toscana.
Studia geometria, dove anticipa il calcolo in-finitesimale. Si dedica alla
fisica, studiando il mosso dei gravi e dei fluidi e approfonde l'ottica.
Possede un laboratorio nel quale realizza egli stesso lenti e telescopi. Si
dedica anche allo studio dei fluidi, giungendo ad inventare il baro-metro a
mercurio chiamato, "tubo di Torricelli" o "tubo da vuoto”. Tale
invenzione si basa nella misurazione della pressione atmosferica attraverso
l'uso di questo tubo che, proprio sotto la spinta di tale pressione, viene
riempito dal mercurio fino all'altezza costante di 760 mm -- esperimento
effettuato sul livello del mare. Proprio da questa invenzione nasce l'unità di
misura della pressione "millimetri di mercurio" – mmHg -- e
l'uguaglianza: 1 Atm = 760 mmHg -- la pressione di un'atmosfera corrisponde a
760 millimetri di mercurio. Pubblica “Opera Geo-Metrica”, della quale “De motu
gravium” costituisce la II parte. Si dice faentino e tale è considerato
dalle persone che lo conosceno, ma le ricerche compiute già subito dopo la sua
morte nei registri battesimali di Faenza non hanno esito. Ciò da adito ad un
secolare dibattito, durante il quale varie altre località romagnole
rivendicarono l'onore di avergli dato i natali. Rossini ricostrusce l'albero
genealogico della famiglia, originaria di Pideura, nel contado faentino,
risalendo di due secoli oltre la nascita di R.. Bertoni, del liceo che da R.
prende nome, trova nel registro dei battezzati della Basilica di S. Pietro in
Vaticano il suo atto di battesimo. Ciò che trae in inganno i filosofi è il
fatto che R. assume il cognomen Torricelli della madre. Si sa che il nome del
padre e Gaspare. Pertanto, si cercano notizie di un inesistente Gaspare
Torricelli. Viceversa, si hanno notizie di una Giacoma Torricelli e si ritenenne
che è la zia paterna. È invece la madre. La lettera a Galilei, conservata alla
Biblioteca Nazionale di Firenze fra i manoscritti galileiani, è il primo
documento nel suo carteggio. Rappresenta un documento fondamentale per studiare
la vita e l'opera del filosofo faentino. Descrive la propria formazione filosofica.
Si dichiara a conoscenza dei fatti che portano a breve alla condanna di Galilei
e dichiara la propria fede galileiana. Molto Ill. re et Ecc. mo Sig. r mio Col.
mo Nella absenza del Rev. mo padre matematico di N. Sig. re, sono restato
io; humilissimo suo discepolo e servitore, con l'honor di suo secretario. Fra
le lettere del quale havendo io letta quella di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma,
a lei ne accuso, conforme l'ordine datomi, la ricevuta, e a lui Rev. mo ne do
parte in compendio. potrei nondimeno io medesimo assicurar V. S. che il padre abbate
in ogni occasione, e con il maestro di Sacro Palazzo e con i compagni di quello
e con altri prelati ancora, ha sempre procurato di sostenere in piedi li dialoghi
di lei Ecc. ma, e credo che sia stato causa che non si è fatta precipitosa
resolutione. Io sono pienissimamente informato d'ogni cosa. Sono di
professione matematico, scolaro del Padre R. mo di anni, e duoi altri havevo
prima studiato da me solo sotto la disciplina dei gesuiti. Son stato il primo
che in casa del padre Abbate, et anco in Roma, ho studiato minutissimamente e continuamente
sino al presente giorno il libro di V. S., con quel gusto che ella si puol
imaginare che habbia havuto uno che, già AVENDO ASSAI BENE PRTICATA TUTTA LA
GEOMETRIA, Apollonio, Archimede, Teodosio, et che havendo studiato Tolomeo et
visto quasi ogni cosa del Ticone, del Keplero e del Longomontano, finalmente
adhere, sforzato dalle molte congruenze, al Copernico, ed è DI PROFESSIONE E DI
SETTA GALILEISTA. Il Padre Grienbergiero, che è molto mio, confessa che il
libro di V. S. gli da gusto grandissimo e che ci sono molte belle cose, ma che
l'opinione non la loda, e se ben pare che sia, non la tien per vera. Il Padre
Scheiner, quando gliene ho parlato, l’ha lodato, crollando la testa. Dice anco
che si stracca nel leggerlo per LE MOLTE DISGRESSIONI. Io gli ricordo le
medesme scuse e diffese che V. S. in più lochi va intessendo. Finalmente dice
che V. S. si porta male con lui, e non ne vol parlare. Del resto io mi
stimo fortunatissimo in questo, d'esser nato in un secolo nel quale ho potuto
conoscere et riverir con lettere un Galileo, cioè un oracolo della natura, et
honorarmi della padronanza et disciplina d'un Ciampoli, mio amorevolissimo
signore, eccesso di meraviglia, o se adopri la penna o la lingua o l'ingegno.
Haverà quanto prima il Padre R. mo la carissima di V. S., e le risponderà.
Intanto V. S. Ecc. ma mi fa degno, ben che inetto, d'esser nel numero de' servi
suoi e DE’ SEGUACI DEL VERO; che già so che il Padre R. mo, o a bocca o per
lettere me gli haverà altre volte offerito per tale. E per fine a V. S. faccio
con ogni maggior affetto riverenza. Roma, Di V. S. molto Ill. re et Ecc. ma
Sig. r Gall. Gal. La lettura approfondita delle “Due nuove scienze” di Galilei
dei cui ultimi capitoli segue direttamente la stesura ad Arcetri, gli ha
suggerito molti sviluppi dei principi della meccanica ivi stabiliti. Tali
sviluppi sono esposti nel trattato dal titolo “De motu gravium”. Nell’ “Opera
Geometrica” conceve il principio del
baro-metro, costruendo quello che ora è chiamato tubo di Torricelli e
individuando il "vuoto torricelliano". Con VIVIANI dimostra che IL
VUOTO ESISTE IN NATURA e che l'aria ha un peso PONENDO QUINDI FINE ALLE
MILLENARIE DISCUSSIONI FILOSOFICHE SULL’HORROR VACUI. Un'unità di misura della
pressione è stata chiamata “Torr” in onore alla madre di R. e corrisponde a
millimetri di mercurio. L'unità di misura del sistema Internazionale è invece
il “pascal”, in onore di un altro illustre fisico Blaise Pascal, che fa fiorire
numerose ricerche sperimentali dalla estesa e definitiva teoria della pressione
atmosferica descritta da Torricelli. La parola “baro-metro” coniata da
Boyle è quasi sempre associata al nome di R. che risulta quindi fra i più
celebri filosofi italiani nella storia. Essendo in diretto contatto con
Cavalieri inizia a lavorare con la geometria degl’indivisibili e ben presto
supera, secondo lo stesso Cavalieri, il suo maestro. E abilissimo
nell'utilizzarne le tecniche, cioè il metodo degl’indivisibili, come anche il
metodo d'esaustione, che e in uso presso gl’antichi, fra tutti il grande
Archimede, di cui è entusiasta ammiratore. A R. dobbiamo la riscoperta del
matematico siracusano. Per il gusto di imitare i classici, dimostra in XXI
modi diversi un teorema di Archimede: XI con il metodo d'esaustione, X con il
metodo degl’indivisibili. Spesso i risultati ottenuti con la geometria
degl’indivisibili venneno poi confermati con altre dimostrazioni, a causa della
controversia sulla loro fondatezza. Il fatto interessante è che lo stesso
Archimede elabora una sorta di geometria degl’indivisibili, ma non la ritiene
rigorosa, e perciò dimostra sempre i suoi risultati con il metodo d'esaustione.
Tutto ciò si è scoperto quando si scopre un palinsesto con un'opera sconosciuta
d’Archimede, il Metodo meccanico, nel quale espone questi procedimenti. --
è famoso per la scoperta del solido di rotazione infinitamente lungo detto “la tromba
di Gabriele”, da lui chiamato “solido iper-bolico acutissimo”, avente l'area
della superficie infinita, ma il volume finito. La tromba di Gabriele è considerato
per molto tempo un paradosso "incredibile" per molti, incluso R. stesso,
che cerca diverse spiegazioni alternative, anche perché l'idea di un secchio
che è possibile riempire di vernice, ma impossibile da pitturare è senz'altro
singolare. Il solido in questione scatena un'aspra controversia sulla natura
dell'infinito, che ha coinvolto anche Hobbes. In questa disputa alcuni sostenneno
che il solido conduce all'idea di un infinito completo. -- è stato pioniere nel
settore delle serie infinite. In “De dimensione parabolae" R. considera
una successione decrescente di termini positivi “{{0},{1},{2}}” e mostra che la
corrispondente serie tele-scopica “{{0}{1})+{1}{2})+}” converge necessariamente
a “{{0}-L{0}-L},” dove “L” denota il “limite” della successione. In questo modo
riusce a dare una dimostrazione dell’espressione per la somma della serie
geometrica. A Faenza è presente una statua di fronte alla chiesa di S. Francesco
che lo raffigura con in mano un baro-metro a mercurio -- nella statua, l’altezza
del barometro è proporzionalmente inferiore a quella reale, che deve essere di
almeno 76 cm. -- Per la storia della scoperta della sua vera origine vedi anche
Registrazione del convegno per lui, Fidio, C. Gandolfi, Idraulici italiani, Biblioteca
Europea di Informazione Cultura. In questa sperimentazione venne preceduto da Berti,
che conduce un esperimento baro-metrico utilizzando acqua anziché mercurio.
Cfr. L'esperimento di Berti, realizzato a Roma Moon: Torricelli G. Rossini, Convegno di studi torricelliani in
occasione dell’anniversario della nascita, Faenza, Lega, Bertoni, La sua
faentinità e il suo vero luogo di nascita, in Studi e ricerche del liceo
Torricelli, Faenza, Ragazzini, Toscano, L'erede di Galilei. Vita breve e
mirabile, Milano, Sironi. Alexander, Infinitamente piccoli. La teoria
matematica alla base del mondo moderno, Torino, Codice edizioni, Baro-metro di Torricelli, Equazione di
Torricelli, Legge di Torricelli Torr, Tromba di Torricelli, Treccan Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. E. Torricelli,
Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Scienze, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Museo della Storia della Scienza, Firenze. Evangelista
Torricelli Ruberti. Keywords: il vuoto, geometria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruberti” – The
Swimming-Pool Library
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rucellai: la ragione conversazionale degl’amori di Linceo, o
della filosofia imperfetta – scuola fiorentina – la scuola di Firenze -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo fiorentino.
Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Crusca. Discepolo di
GALILEI e in certa guisa il depositario e spositore delle opinioni meta-fìsiche
professate dal suo maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha uno dei
maggiori lumi. Afferma di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò non
corrisponde al vero. In verità si incontrano solo una volta quando e suo ospite
nella villa di Arcetri. Men che meno e suo studente. Quanto poi alla
meta-fisica di Galilei, i dialoghi filosofici parlano da soli. Quando comincia
a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo il nostro sapientissimo
Socrate. Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni volta che compone un
dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un pubblico scelto di
personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno dei più ricche di
Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita, più si
gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in filosofia
non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in qualunque
punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche se a
Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i dialoghi
sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi sono
citati dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio
abbondante perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede
talvolta prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci
e frasi, convenienti agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande
abilità nel farsi credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non
tramontare mai. Ambasciatore toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando
III. Intendente della biblioteca laurenziana. Tutore di Francesco Maria.
Acclamato priore dell'accademia della Crusca con l’alias di “imperfetto” Strano
perché lui, invece, è un perfetto: un perfetto bugiardo. Altre saggi: “Descrizione
della presa d'Argo e de gl’amori di Linceo con Hipermestra”; Opuscoli inediti
di celebri autori toscani, Prose e rime inedite di R., Tommaso Buonaventura,
Degl’officii per la società umana”; “Della provvidenza”; “Della morale”,
Crusca. ALFANI gia alooio di R. Istitnto Superiore di Fireoze. FIRENZE,
BARBARA. Tia Faenza. Agl' Illustbi Pbofbssobi CONTI E FERRI. Non crediate che
io dedichi a voi questo libro per cerimonia : no ; io 1' affido invece al
vostro patrocinio, come un padre che vedendo il suo caro figlio sul punto di
escire dalla vita delle mura domestiche, per entrare in quella pubblica della
citta e della patria, Io affida sicuro a cittadino illustre, onorato, provetto,
perche gli agevoli col suo nome la via, e col consiglio suo Io diriga e
protegga; io Io dedico a voi come cosa che vi appartiene, poiche se io ne fui
1' autore, voi ne foste bene i consiglieri sapientemente aniorevoli, que' due
che in mezzo alle non lievi difficolta m' incoraggiaste e mi ajutaste a
combatterle e a superarle. E, anzi, io posso affermare con sicurta che questo
libro debba a voi piu che a me la sua vita, dovendo io appunto alia vostra
scienza, alle vostre instituzioni e ai voatri consigli, se datomi agli studj
prediletti della filosofia ho potuto proseguire non vanamente nel difficile
cammino e in queste ardue discipline, per le quali ora meglio che mai riconosco
altri ingegni che non il mio poverissimo esser richiesti sempre, e
particolarmente oggi che la filosofia vera, questa prima nutrice della ragione
umana, questa ultima consolatrice di lei o desolata dal dubbio, o da' contrasti
affranta non vinta, e con ogni sorta di mezzi ingratamente assalita, per
sostituire in sua vece una larva pericolosa a cui si da noma di scienza, e che
invero non e altro se non la cupa e colpevole generatrice di una Comune di
Parigi, e delle negazioni piu spudorate e micidiali coUe quali, sotto i nostri
occhi medesimi, per un falso giudizio di liberta si permette di insultare
scherzevolmente il buon senso e la coscienza degli uomini. Siffatti contrasti
ed errori io appena in,travedeva (non li poteva discernere chiaramente) quando
negli anni primi della gioventu. quantunque innamorato della filosofia,
maneggiava la riga e il compasso, e piu per rar gione di metodo che per
intenzione di scelta studiava le scienze superiori esatte e le natural!, utili
quelle, e necessarie queste al filosofo che voglia conoscere tutto I'uomo e le
leggi vera dell' universe. lo li ricordo, sapete, quegli anni! AUora che il
velo del disinganno che ricuopre le malizie umane o non 6 punto soUevato
a'nostri occhi, o n' e appena : allora che i problemi e le questioni piu gravi
della filosofia intomo a Dio, all' uomo ed al mondo le si risolvono piu col
cuore e col linguaggio materno, giammai ingannatore, che non col severe e
spesso arido sillogizzar delle scuole ; e tutto ci sembra piano, evidente; e le
risposte piu ardue ci sembrano le risposte piu naturali, perche appunto dettate
dalla voce infallibile della natura. In quegli anni le negazioni si tengono e
si combattono non come negazioni vere e proprie, sibbene, e piu, come artifizi
scolastici, e la possibility, che le divengano terribilmente reali, e guastino
la sovrana armonia tra la verita e 1' intelletto, ci par le miglia Montana. Ma
pur troppo, andando innanzi, ogni giorno che passa e un fiore che cade dall'
albero delle illusioni della vita ; e noi scorgiamo sempre piu farsi reale e
tremenda la guerra al vero, le sue armonie minacciate dalla superbia di ragione
delirante, e dair odio piu spietatamente beffardo. E come difficile non esser
feriti dalla punta awelenata del dubbio! come difficile non rimanere sorpresi e
colti dalle astute carezze di quella ingannevole Armida, che si fece introdurre
nelle nostre tende a promettere le sue grazie e favori a quei che disertassero
I'antica bandiera, che e poi la bandiera delr onesta ! E quanti restarono a'
lacci che tese loro ambizione ! quanti minacciano di restarvi, chiuse le
orecchie alia voce della loro coscenza e della verity ! La quale voi,
benemeriti, m' insegnaste a venerare e difendere efficacemente (ed oh! r avessi
imparato bene) colle armi di non effimera scienza, le cui parole e i di cui
pronunziati sentii sempre lietamente rispondere a' palpiti primi del mio cuore,
a' miei primi sospiri religiosi, alia voce medesiraa di mia madre che m'
insegnava, dandomene essa la prima e col fatto 1' esempio, ad onorare Dio, ad
amare 1' umanita, a rispettare me stesso. La vostra filosofia insomma sentii
essere veramente la filosofia; e quel prime amore che mi fece cercarla quasi
inconsapevolmente, giovanetto ancora, pote con voi divenire nelr anima mia
fortissimo e consapevole, e ad essa attrarmi potentemente, stupito di tante sue
bellezze sublimi, che voi dottamente mi rivelaste, perche alia mia volta
anch'io, salendo una cattedra, insegnassi que' medesimi veri, e scoprissi
quelle medesime bellezze e il loro amore ai giovani intelletti che la patria e
la Prowidenza mi avrebbero poscia affidati. Accostandosi a questo ufficio santo
e terribile insieme, non puo 1' anima non esser compresa di alta trepidazione :
si tratta dell'avvenire di uomini, si tratta dell' avvenire della patria, che
noi dobbiam preparare. Dedicando a voi questo libro, io voglio, egregi
professori, darvi pur anco un pegno che in tale ufficio solenne, nel mio insegnamento,
seguitero le orme vostre ed i vostri precetti ; e che sempre a conforto e guida
vi avro innanzi al pensiero, illustri propugnatori della verita e del bene. N^
voi, io spero, sgradirete il ricordo che vi testimonia perenne la gratitudine
mia, ne sdegnerete di conservare la memoria di me, discepolo vostro, e di
ajutarmi ancora, fatto da voi ad altri maestro. E cosi legati tutti, professori
e discenti, nel vincolo di reciproco affetto, i nostri studj e le nostre
fatiche saranno benedette da Dio, e coronate dal trionfo del bene, e dalla
prosperita della patria. Tutto vostro devotissimo AuGusTo Alfani. Firenze.
Spbcchio begli sceitti bditi e tnbditi di Obazio Rioa SOLI RUCELLAT. Firmamento
dei cieli e firmamonto del pensiero. Armonie loro. Orazio Ricasoli R.. Quegli h
specchio delle condizioni di quosto in Firenze. E pero si spiega r ammirazione
grande per R. de' suoi contemporanei. Divisione generale di questo libro. Suo
fine e importanza. Scrittori di R.. II marchese Carlo Rinuccini. Anton Maria Salvini.
II canonico Domenico Moreni. Tiraboschi. Passerini. Turrini. Mamiani e
Centofanti. Necessity di ritesser la vita di R. per il proposito nostro.
Difficolt^ pel difetto di docnmenti. Condizioni generali del secolo
decimosettimo. fe un secolo di contrasti politici e morali. Contrasti nelle
arti, nolle lettere, nella filosofia. Capitolo Secondo, Dblla vita di Orazio
Ricasoli Rucellai 20 Nascita di R.. Suoi parenti. Antichit^ e nobilti delle due
famiglie Ricasoli e R.. Loro attinenze con le glorie politiche e letterarie
deir Italia. I Ricasoli, i R. ed i Medici. P erch^ Orazio piucch^ Ricasoli
appellino gli scrittori col nome materno de' R.. Questi e le dottrine
platoniche. L' Accademia istituita da Cosimo e da Marsilio Ficino. Intendimenti
di questo. Suoi scritti. Platonismo cristiano di lui e de'snoi accademici. Si
nominano. Bernardo R.. Sue qnalita, opere, preg i di esse. Fa parte dell'
Accademia Platonica. L' accoglie ne' suoi Orti, onde essa piglia il nome di
Accademia degll Orti Oricellari. Figli e nipoti di Bernardo platonici. Congiura
contro i Medici, e sbandamento dell' Accademia. Gli Orti menide o d* uno
eterno. Anassimandro o dell' infinito. Necessity deir Infinite. II finito non e
privazlonc di questo. Cartesio, o 1' idea dell' infinito prova della sua
realty. Dato 1' uomo finito, conyien ammettere rente infinito. E questo secondo
argomento R. tiene per piiistringente di quello del Cartesio. Ma si I'uno che
I'altro sono argomenti probabili. Anassimandro o della luce. Galileo. R. non
nega I'influsso degli astri sul mondo e le cose nmane ; combatte pero 1'
astrologia. t- La Genesi, sant'Agostino, Dante e 1' opinion! di Anassimandro e
Galileo sulla luce. Platone, la luce e 1' anima dell' universe. Ma e tutto un
pud easere. Anassimandro o de'colori. Zenone di VELIA ed altri filosofi. Si
conchiude coll' « Hoc unum seio quod nihil ado * di Socrate. La fede.
Esposizionb del timeo di Platone nk' Dialoghi di Orazio Ricasoli R. Ammirazione
di R. pel Timeo di Platone. Opinione e scienza. Necessita di un Principio
primo. Plotino. Triniegisto. R. non e dualista, come Platone. Fine della
creazione, il buono. Obiezione e risposta. Nell'ordine dell' universe si legge
il verbo di Die. Gli archetipi eterni. Platone manca della fede, e pero nell'
attinenza di causality tra Die e il mondo cade in errori. La mente divina forma
di tutte le forme. La mente umana e le idee. Loro natura. II R. combatte
Aristotele. Trimegisto e la creazione. II mondo non e Die ; ne Dio e I'anima di
esse. Ma e sua legge. Ne I'amere, per se, e anima deir universe. Desso come
armonia ed ordine pu5 appellarsi anima del mondo. £, pel R., le Spirito Santo.
il TIMEO. Dell'anime razio NALI Quesiti. Natura dell' anima razionale. Non e
particella deir anima universale. — fe intiera e perfetta da sh, — In che il R.
si discosta qui da Platone. Spirituality dell' anima. Perfezione maggiore negli
spiriti angelici. Immortalita. Argomenti dl ragione probabili. Cartesio e la
sua teorica dell' idee connessa alia questione dell' immortality. Passe di
questo filosofo. Altre prove d' immortalita. Gapitolo Decimoprimo. Breve cenno
sullb aemonichb propoRzioNi NET Dialoghi filosofici di Orazio Ricasoli R. 187
Oggetto di questo trattato di R.. Suono. Ordine. Armenia. Proporzione. Passo
dell' autore. Platone e le proporzioni armoniche. II medesimo e il diverso.
Anco per R. tutto e armonia. I tre regni della natura. L’armonia e ranima
univorsale platonica. II corpo umano e le armoniche proporzioni. La materia.
Gindizio di R. sn questa parte delle dottrine platoniche. Capitolo
Decimosecondo. — Esposizionb del trattato BELLA PROVVIDENZA NBI DlALOOHI
FILOSOFIOI DI R. Importanza di questo trattato. Meglio che in ogni altro
scritto di R. si fa qui palese la natura del suo ftlosofare. Prove di ci6.
Obiezioni dell’Orto e risposte. L’ordine dell'uniyerso e argomento del
Provvedere di Dio. Questi e la natura. Essa non e per al che una voce generica.
II Case. Si combatte. Gli atomi. Si nega ad essi, contro Platone ed Epicuro, la
eternity. Si confuta V accozzamento fortuito di quelli. Galileo. La creazione.
Si ritorna alia Provvidenza di Dio; prove per eliminazione. Obiezione e
risposta. — Galileo e R.. Dio non informa il mondo come anima corpo. V esempio
del sole. Ficino. La fedo. Creazione ex nihilo, Ragioni probabili. Ripete V
autore : fine della creazione il buono. II Vero Bene. I beni del mondo han
ragione di mezzo, di fine no. La esposizionb del trattato DELLA PROVVIDENZA Dei
mall. Necessity di questi nel mondo. I veri mali. La morte non h un male. E
cosl la poverty, la perdita delle ricchezze, le ingiuste persecuzioni ec. I
mali occasione e strumeiito di bene. II dolore. La infelicita. Del done della
ragione. Sua natura. Malizia e ragione. — Libero arbitrio e prcdestinazione. —
Liberti e fato. Passo dell'Autore su questo punto. Epilogo delle probability
ragionevoli intorno V esistenza di Dio provvidente. Rifugio nella fede.
Esposizionb bblla psioolooia e della morale nei Dialoghi FILOSOFIOI di Orazio
RiOASOLi R. II detto di Socrate e quello di Talete. Fatti intemi: psicologici e
moral!. — Notee te ipeum, ~ Dell* anima in generate. Galileo. fe presunzione
Toler comprendere quel che Tanima sia. Studio proficuo de' suoi strumenti.
Notomia. Proemio di R. alia parte morale. Qui h aristotelico. Riepilogo. La
ragione ed il senso. Loro contrarieta nel riconoscere il bene. Tre sorte di
beni ; dell' anima, della fortuna e del senso. Apprezzamento di essi. La vera
scienza morale e il timore di Dio. L' anima nmana, perche ragionoTole, h capace
del timore di Dio, e, perd, di virtti. — Anche qui R. e mistico. Operazioni
delr anima e della Tolonta. Errore e dubbio. Buono e reo. La felicitd,. tl la
virtti. Il portico. Aristotele. Virtii cardinali. Loro definizioni ed uffici. —
Estremi delle Tirtii. Applicazione delle yirtCi alia societa umana. Fine di
essa. Doveri. Diyisione di essi. — Cicerone. — Sentenza esagerata intorno lo
donne. Ossbbvazioni oeitichb SULLA FiLOsoFiA DI Obazio Rioasoli Ruoellai.
Opportunita della critica. — Importanza storica dei libri del R.. II professor
Palermo ha giudicato Vlmperfetto imperfottamente. Perche. Quesiti da risolvere.
II Rinascimento e le sue qualita. Scetticismo. Tradizionalismo. Bruno.
Campanella. — Galileo e il suo metodo di osservazione esterna. — I suoi scolari
e TAccademia del Cimento. Metaftsica galileiana. Sommi capi di essa nei
Dialoghi dei Maesimi Siatemi. Cartesio e r osservazione interna. Spinoza e
Malebranche. Bacone. II sensualismo di Loke. Eclettismo di R.. Suo
probabilismo. Si provano riandando la sua filosofta. L’Accademia. Cicerone. La
fede. Differenza tra' iilosofl del Medio Evo e il R.. Questi e il Galileo. Nel
metodo 11 R. apparentemente e moderno. Perche. Intende solo negativamente
Taforisma socratico. Ed e sempre probabilista. Accordi tentati. Gli fa difetto
la speculazione. E per6 riesce eclettico. Breve riscontro di tal fatto nei suoi
Dialoghi su' Principii passivi dell* universe, e nel Timeo, Platone, tl
Cristianesimo e Galileo. — Cartesio. — Teorica della cognizione. Teorica del
volere. Liberty e fato. Il Portico e l’Orto Libero arbitrio e predestinazione.
Psicologia e morale. II R. e Cousin. Aristotile. Platone. Il portico.
Cristianesimo. Divisione delle virtd. Cicerone. AQUINO. La scuola dell’Orto e
R.. Teologia razionale. Platone e il nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si
conchiude che nello studio dei tre obietti della filosofia R. e eclettico. La
forma esteriore, - lo stile - e la natura de' personaggi ne' Dialoghi di R.
sono un' ultima conferma della nostra Conclusione. ANTOLOGIA DI COSE INEDITE DI
ORAZIO RICA80L1 BdCELLAI. Ottavk. Alia Serenissima Margherita d'Orleans, Prin
cipessa di Toscana SONBTTI Della Gobte e del eigibo di Roma da' DIA.LOGHI
FILOSOFICI. ViLLEGGIATUBA TuSCOLANA. H TimeO. Delle idee Sopra ranima del Mondo
Se V Amore sia Y anima del Mondo 379 Dell' immortality delP anima 435 PbEAMBULO
ALL a ViLLEGGIATUBA AlBANA ALL A PsiCO LOGIA ViLLEGGIATUBA TiBUBTINA DELLA
MoBALE. Offizi delta facoltd deUa ragione SPECCfflO DEGLI SCKITTI EDITI E
INBDITI DI RICASOLI R.. Brose edUe, s CoNTRO I SoFiSTi. Intomo a' Principj
universali della Natura, Dialoghi filosofici che comprendono i primi tre tomi
del Codice manoscritto, corretto di mano deirAutore. Quest! pure sono stati
pubblicati con una Prefazione del Chiarissimo Prof. Palermo nel volume III del
Manoscritti Palatini di Firenze, coi tipi di M. Cellini, 1868, e precedono i
noye della Provvidenza. Della Provvidenza. Dialoghi filosofici, pubblicati
insieme con una Lettera al Cav. Poltri sulla Polonia per cura del Prof.
TuRRiNi, coi tipi Le Monnier. Firenze Nove dei quali Dialoghi, nel medesimo
anno, furono ripubblicati dal Prof. Francesco Palermo nel volume III dei
Manoscritti Palatini di Firenze, coi tipi di M. Cellini e C. alia Galileiana.
Firenze. Quattro di questi dialoghi furono pure pubblicati dal Sig. Canonico
Domenico Moreni, coi tipi del Magheri in Firenze nel 1823, e che corrispondono
a.' Dialoghi iO, ii, i2, i3, de' Manoscritti {Trattato della Provvidenza). E
quelli stampati dal Sig. Prof. Palermo corrispondono al Numero 1-9 de' medesimi
manoscritti. Villeggiatura Tiburtina. — Proemto. -- Fu pubblicato dal Sig.
LuiGi FiACCHi nella bella Collezione degli Opuscoli Scien SPECCHIO DEGLI
SCRITTI EDITI E INEDITI tifici e Letterarj, e che io ho riprodotto ora per
intiero, perch^ 6 per eleganza di stile e ricc?iezza di concetti moraji pregevolissimo.
DiscoRSO CONTRO IL Freddo Positivo. Lo pubblic6 il Canonico DoMENico MoRENi
insieme con altre cose di R., del Bonaventuri e d' altri, nel 1822 co'tipi del
Magheri. Firenze. Questo discorso, avverte Moreni nella Prefazione, per quanto
risulta da una copia di una lettera di Carlo Dati dei 6 aprile 1666 a Ottavio
Falconieri, manoscritto nella Magliabechiana alia pag. 9 del Codice 183 Class.
IX intitolato Notizie dell' Accadeniia della Crusca, Selva I, fu da lul
recitato in un'Accademia a bella posta fatta in ossequio e trattenimento del
famoso Cardinale Delfino^ che trovavasi allora di passaggio per Firenze. Eccone
di essa I'articolo: Io mi era scordato di dare a V. S. Illustrissima avviso
dell'Accademia. II Sig. Cardinale Delfino arrivo qui venerdi passato a
desinare, e subito disse di voler partire il lunedi, sicchd poco luogo restava
per fare Accademia. Sabato sera essendo bene allindata T Accademia. si fece
Adunanza privata, ma pero nunierosa, dove vennero il Sig. Cardinale e il Sig.
Principe Leopoldo dalla casa li vicina del Sig. Duca Salviati, dov'era
alloggiata Sua Eminenza. II Segni, Arciconsolo, introdusse r Accademia assai
galantemente. Discorse mirabilmente il Sig. Prior R., sostenendo che il freddo
fosse privazione di calore. Opposero lo Smarrito e il Sollecito fortemente,
mantenendo il freddo positivo e reale. » Traduzione della Prima Lettera del
Libro primo di Cicerone. Ad Quintum Fratrem. Trovasi nella raccolta fatta dal
Canonico Moreni, e che ho citato di sopra, di alcuni scritti del R.,
Buonaventuri ed altri; pubblicata co'tipi del Magheri, in Firenze nel 1822. Di
questa medesima parte de'Dialoghi filosofici del Rucellai, I'egregio Parroco
Luigi Razzolini pubblico qualche anno indietro V Argomento e qualche Capitolo,
cio^ quello intitolato: Della Morale; Della cognizione delVuomo e degli
strumenti e facolta onde egli e composto; Della facoltd delV anima razionale, e
Degli Officj per la Societd umana, Se non che ora questa raccolta non trovasi
piii vendibile, Vedizione essendo stata scarsissima e pero oggi esaurita. Non
ho dubitato percio di porre nella mia Antologia di cose inedite di R. anche un
brano sulla Facoltd delV Anima razionale, quasi considerandolo come inedito.
Orazione tenuta nel rendere l'Arciconsolato in bcamo del SiGNOR Desiderio
Montemagni (ossia del Timido. Qiiesta Orazione fu pubblicata da Ltjigi Fi^cchi
nella Collezione degli Opuscoli scientifici e letterarj, L' autografo della
medesima si trova in un manoscritto miscellaneo della Biblioteca Nazionale di
Firenze-, gia appartenuto alia Biblioteca dei Padri Serviti di Firenze, segnato
di N« 1422. CiCALATA SULLA LiNGUA loNADATTiCA, letta nelV Accodemia della
Ci*U8ca Vanno, Fu pubblicata nel Volume I, parte III delle Prose Florentine,
pag. 132 e segg., edizione del 1723. A questa cicalata fu dal Canonico Lorenzo
Panciatichi fatta la Contraccicalata, che il Biscioni pel primo pubblico con
ispiegazioni, a cui precede questo avvertimento : ocNel pubblico » stravizzo
delF Accadeniia della Crusca si faceva una le» zione in burla, che si chiamava
Cicalata ; contra la quale » un altro Accademico, montato in bugnola, ne faceva
una che i» si chiamava Contraccicalata, di cui al pubblico non c' S se » non
questa. » RisPOSTA ALL' AccTJSA DATAGLi dall' Ornato (Conte Ferdinando Del
Maestro), delta dal Rticellai nelV Accodemia della Crusca a* di 26 giugno d652,
Non ha indicato il Moreni donde la ricavasse per pubblicarla, come face nelle
Prose e rime del Rticellai, del Buonaventuri e d'altri, Aroomento e descrizioni
prehesse dal R. alla Presa d' ArgOf e gli Amori di Linceo e di Ipermestra,
Dramma teatrale di Giovanni Andrea Moniglia, parte prima. Firenze, stamperia
Arcivescovile.Quest’argomento e descrizione di R. trovansi nella Raccolta delle
Poesie drammatiche del Moniglia, starapata dalla tipografia Granducale nel
1689, Firenze; tantoch^ qualcuno, fra'quali il Sig. Gav. Luigi Passerini,
bibliotecario della Nazionale in Firenze, dall'avere il R. fatte queste
descrizioni in prosa, e premesse a quel dramma, dedusse erroneamente esser lui
V autore del dramma stesso. Leggasi la Prefazione a questi Drammi del Moniglia.
Lettera SULLA PoLONiA AL SiG. Cav. Poltri. — Sta in appendice ai Dialoghi
filosqfici della Prowidenza che di R. ha pubblicati il Prof. Giuseppe Turrini,
tipografia Le Monnier,1868. Pag. 405 e segg. Questa lettera scrisse T Autore da
Varsavia b SPECCHIO DEGLI SCBITTI EDITI E INEDITI, allora che trovavasi la in
qualita d*ainbasciatore della Corte Toscana presso Vladislao quarto. Lettehe
Fahiliari: a) A Monsignor Giacomo AUoviti, Lettere cinque, pubblicate dal
Canonico Domenico Moreni, sotto il titolo di Saggio di Lettere d'Orazio R. e di
testitnonianze autorevoli in lode e difesa deW Accademia della Crusca, Firenze,
nella stamperia Magheri, 1826. «Di queste lettere come delle seguenti, ad
eccezione di pocbe, gli Originali, dice il Moreni . Ai benigni lettori)
ritroyansi in Oderzo nella immensa epistolare raccolta con grande studio e
diligenza da pill anni assembrata dal Chiarissimo Sig. Conte Giulio Bernardino
Tomitano, il quale con quella sua solita cordialita. che in pochi altri e si
leale, ad un mio cenno, senza por mente egli a si grave incarico, cui
addossavasi, me ne fece avere di esse una diligentissima copia, da lui medeslmo
fatta, clie in nulla si discosta dal loro originate. ]> b) A Monsignore
Ottavio Falconieri, — ^ una lettera nella quale combatte gli atomi frigorifici
positivi, contro i quali ei fece e lesse pure un discorso neir Accademia della
Crusca. Si trova nella raccolta medesima del Moreni di sopra menzionata. A
Monsignor Giovanni Delfino Patriarca d'Aquileja. Sono 29 lettere nelle quali R.
discorre de*suoi componimenti filosofici a quel patrizio veneto, che alia sua
voita inviava al R. i proprj. Stanno nella medesima coUezione fatta dal Moreni.
d) A Monsignor Francesco Redi, — Gli originali di queste 4 lettere sono in uno
dei volumi di lettere scritte al Redi, che con gli alUi manoscritti del
mcdesimo son passati alia Biblioteca Laurenziana. Le ha pubblicate il Moreni,
ibid. e) A Sua Altezza il Granduca Ferdinando II dei MedicL — Gli discorre del
disegno, della disposizione ed ordinamento de* suoi Dialoghi filosoficL Porta
la data del maggio 1665, soiitta di villa; estratta dal Prof. Francesco Palermo
dalla Ghigiana di Roma, dove trovasi in copia, e pubblicata nel suo Avvertimento
al volume terzo dei Manoscritti Palatini di Firenze, da lui ordinati ed
esposti, e dove ha pubblicato pure quei Dialoghi di R. che ho accennati piu
sopra. mPoesie edite. Il Filosofo R. al Filosofo Magalotti. — Sono trentasei
terzine a mo*di lettera pubblicate dal Canonico MORENI nella sua raccolta a c.
174, citata piii volte di sopra. L*autografo io no so dove trovisi; forse
presso gli eredi. Una copia 6 nella Magliabechiana nel Codice Manoscritto N^
31-7. VII. sotto il titolo di Poesie manoscritte di diversi autori del secolo
XVII. Al Signor Carlo Guidacci. — Quartine in occasione della morte del
Torrigiani. Sono in numero di otto. Trovansi stampate come sopra, COS! la copia
manoscritta, cosi, credo, Toriginale. Sulla Corte. — Son dodici sonetti levati
dal Moreni, come gli altri, dal Codice Magliabechiano citato, e comincian cosi:
ft Corte albergo di regi, ove si vedo) Con benigne maniere, uniche e sole »
Lusinghiera favella onde discorda)) (Id.) 4) « Di picciol furto un poverel
sovente' D'ostro, e d* oro vestito, e altero il volto La bella verita ch* ove
s' apprende. a Che il reo costume a volo erger si scerna Dunque tema non ha chi
di natura: (icRagion che intenta a' maliziosi modi Quella, che scende
dall'Empiree soglio) 11) ((L'eterna Provvidenza il tutto regge» (Id.) 12) ({
Misere pecorelle a cui nel cielo » (Pag. 147.) Non potersi comprendere Iddio
che con la fede, quani'unque L’OPERE DI SUA PROVVIDENZA MOSTRINO CHIARAMENTE
CH'EGLI CI t. Sono dodici Sonetti, pubblicati dal signor Fiacchi, nella collezione
degli Opuscoli scientifici e letter ari. Firenze 1816, volume XXI, dalla pagina
68 fino alia 74. Non sono stati estratti dal Codice Magliabechiano intitolato
Poesie Mss, di diversi autori, VII, 347, come ne fanno fede le varianti che si
trovano tra quelli editi dal Fiacchi, e quelli manoscritti in XXrV SPECCHIO
DEGLI SCRITTI EDITI E INEDITI quel Codice. N^ il signor Fiacchi indica donde li
abbia cavati: ma b pill che probabile siano stati tolti dalF original e, che si
conserva presso gli eredi. Questi sonetti incominciano: c Oltre i Gonfin de'
miseri raortali » 2) ft Nella piu cupa eternita si ascose )» dc Si con sua fe'
Zanobi al Ciel rapia » SuLL'EsTASi DI Santa Maria Maddalena de'Pazzi. Sonetti,
stampati nella Raccolta del Moreni. Dove trovisi I'originaledi essi non so di
certo; credo, al solito, nella biblioteca privata degli Eredi. Una copia d
nella Magliabechiana, ora Nazionale, nel Codice Manoscritto col titolo di
Poesie manoscritte di diversi autori del secolo XVII. Incominciano. II quarto,
pubblicato col quinto, come s' 6 detto, dal Orescimbeni, incomincia: «c Nel
giorno che costei si bella nacque » II quinto : « Quella che dal mio cor non
parte mai » Felice annunzio a una lettera amorosa. (Vedi Moreni. ibid., a c.
140.) cc Vanne, che serbi i miei pensieri ascosi » SPBCCHIO DEGLI SCRITTI EDITI
E INEDITI Si detestano gli abusi del seoolo. Vedi Moreni, ibid. Sonetto, a c. «
Vasti flutti solcai di speme iniida » VORREBBE PENTIRSI MA GLI RESISTE L' ABITO
NON BtJONO. SonC^to, ibid. Incomincia: ((Piango'l mio tempo, e dell'eta fugace»
In risposta a un sonetto morale del Graziani. Sonetto, ibid., a c. . «Non
toglie i pregi al cielo e non depreda)> La Divina disposizione sempre
giovevole, anche talora paia il OONTRARio. Altri due Sonetti, ibid., a c. 135:
1) a Per entro eterna, incoraprensibil luce i» 2) « Fra tj^nti prodi ormai
viver recesso » Stimoli di penitenza destati nella volontA non aiutata da'
sensi. Sonetto pubblicato, ibid, a c. 134. II primo verso e: « Occbi piangete.
Mirerovvi ancora » Suo AMORE DA VECCHio. — Sonetto della Tramoggia, a cui fece
la censura il Dati, e che fu pubblicato dal Fiacchi nel Vol. XI degli Opuscoli
scientifici e letterari, pag. 64. Incomincia: «Ardo bencb'abbia il crin canuto
gelo» Non si ritrova manoscritto nel Godice Magliabechiano sopra citato, n6 1'
ho potuto trovare altrove. L' autografo poi sari, come degli altri, nella
Biblioteca degli Eredi. Prose inedite. Dialoghi FiLOSOFici DEL PRIOR Orazio
Ricasoli R.. Gia sappiamo di essi quali son pubblicati. Or qui pongo il
contenuto de* quattro manoscritti (cio^, Magliabechiano, Palatine, e 1 due
codici della Biblioteca Ricasoli) avvertendo subito che le Villeggiature Albana
e Tiburtina non si ritrovano die in queste ultimi due. Codj/ce Manoscritto
della Palatina: (Copia). — £ un volume in-4o slegato, di pag. 788, senz'
indice, e in carattere minutissimo. Contiene Y esposizione delle opinioni dei
filosofi antichi intorno a' principii naturali delle cose, (16 Dialogbi); T
esposizione del Timeo di Platone, (15 Dialogbi) ; cui fan seguito quelli della
Provvidenza, (16 Dialogbi); e infine due dialogbi suUe Musiche proporzioni. In
tutti N^ 49 Dialogbi. Codice Manoscritto, anch* esso Copia, nella
Magliabechiana. — Sono nove volumi in-4o, legati in pelle con dorature in
costola, e miniature e arme R. in frontespizio. Erano per 1' innanzi di
propneta della signora Maria Settimanni, moglie del signor marcbese Dante
Catellini Da Oastiglione, e da essa gli acquisto poi il signor Vincenzo Follini
Bibliotecario, a'di 26maggio 1815. Questi Dialogbi sono dedicati al signor
marcbese Cosimo Da Castiglione. Questo codice contiene i Dialogbi su i
principii naturali deir universe (16) come il Codice Palatino ; poi i dialogbi
della Provvidenza (16), indi il Timeo (15 Dialogbi) ; e per ultimo le Musiche
proporzioni, (9 Dialogbi) stando alia indicazione e numerazipne dei Volumi. 1»
Codice Manoscritto della Biblioteca Ricasoli Firidolfi. — Son dodici volumi
in-4«>, legati in pelle, di scrittura antica ma corretta e leggibilissima.
Comprendono in 1° i Dialogbi sulle opinioni dei filosofi anticbi intorno ai
principii naturali dell' universe (16), poi la Provvidenza (16 Dialogbi), indi
il Timeo, (15 dialogbi) Villeggiatura Tusculana; si passa poi alia
Villeggiatura Albana, (2 dialogbi e il Proemio) ossia ai Dialogbi deir Anirna,
della Notomia, e per ultimo, alia Villeggiatura Tiburtina, e cioe alia
Filosofia Morale (Proemio, due Argoraenti e due Dialogbi). Questo Codice fu
rivisto e corretto da Anton Maria Salvini. Codice Manoscritto in detta Biblioteca.
— Puo considerarsi come I'autografo, percb^ corretto di mano dell' Autore. Son
14 volumi in-4o, legati essi pure in pelle, e scritti sufficientemente bene.
Qui I'ordine ^ alquanto diverse; imperoccb6 i Dialogbi della Provvidenza si
trovano coUocati nei volumi 7, 8 e 9, ciofe dope quelli della Filosofia
naturale antica, (Dialogbi) e il Tin? eo (15 Dialogbi). Abbiamo poi un volume
senza Dumero col titolo di Musiche proporzioni, (9 Dialogbi) e cbe SPECCHIO
DBGLI SCBITTI EDITI E INEDITI evidentemente va aggiunto al Timeo. Per ultimo
sono le due Yilleggiature, Albana (Proemio e 2 Dialoghi) e Tiburtina come nel
Codice antecedenteraente descritto. (Proem., 2 argomenti e 2 dialoghi). Per
piii ample notizie veggasi il mio capitolo intitolato Disegno, ordine e fine dei
Dialoghi filosofici di Orazio Ricasoli R., PlANTA E RiGIRO DELLA CORTE DI ROMA.
— Libello del Stg. PHoT Orazio R..Una copia di questo scritto inedito fu da me
ritrovato in una Filza Strozziana, neH'Archivio Centrale di State. Di questo
scritto incomplete nissuno fin qui avea fatto parola, forse perchfe
sconosciuto, oltre V essere inedito. Credo r autografo trovisi presso gU eredi.
Vedi pag. 326 in Appendice. DiscoRSO SULLA FoRTUNA. Lo lesse R. in una Adunanza
tenuta dall' Accademia della Crusca ai 20 febbraio 1654, in onore del Principe
Gio. Adolfo, fratello del re Gustavo di Svezia, come risulta dal Diario del
Buonmattei. £ inedito presso gli eredi, e penso che sia quelle incorporate tra'
Dialoghi filosofici nella Villeggiatura tiburtina, dove discorre della
Filosofia Morale. Le lodi di San Zanobi, Vescovo, protettore dell' Accademia
DELLA Crusca. Discorso recitato dal R. in un' Adunanza solenne che detta
Accademia celebro in onore di quel santo, nel Palazzo Strozzi, il 20 giugno
1651, come ricavasi a pag. 89 e segg. del Diario di Benedetto Buonmattei allora
segretario. £ inedito presso gli eredi, ma da me non potuto leggere. Invettiva
contro il collega Tommaso Segni. — Anco questa e inedita presso gli Eredi ; ne
ho potuto consultarla, e solamente ricavasi il tenore di essa dalla difesa del
Segni, della quale fa menzione il Moreni, a pag. XVI della sua Prefazione alle
Prose e poesie di R., Buonaventuri ed altri. CiCALATA per LO Stravizzo DEL
1662. — Una copia di essasitrova nella Libreria Marucelliana, Codice A N® 158,
ed un' altra nella MagUabechiana Codice Manoscrilto E, 5, 6, 24, insieme con
altra del figlio Luigi Ricasoli R.. Trovasi pure nella Palatina* m Scherzo in
lode dell* Uccello. — Lo cita il signor LuiGi PasseRiNi nella sua Genealogia e
Storia della Famiglia Ricasoli. Firenze, Tip. Cellini, 1861, dove discorre di
Orazio R., a pag. 86, e che dice pubblicato a Firenze nella Raccolta delle
Prose fiorentine, parte III, volume I, pag. 124, Anno 1722. Ma io non V ho
rinvenuto, e percio ritengo come inedito anche esso nella Biblioteca degli
Eredi. ISTRUZIONE E CaRTEGGI DEL COMMENDATORE PRIOR OrAZIO RiCASOLI R., nella
stia Ambasceria di Corte Cesarea e di PoIonia dal principio di gennaio al
giugno 1635. — Questa raccolta con le lettere del suddetto R., e delle quali ne
pubblico una come saggio il Prof. Turrini, conservansi nell' Archivio degli
Eredi; e pero non potute esaminare da me. Lettere Familiari — Sette di queste
indirizzate al suo Serenissimo Principe trovai in una cassetta nella Biblioteca
Palatina, che a^eva per titolo Autograft Italiani, Non hanno soprascritta, c
furon levate, come molte di altri uomini illustri, dair Archivio centrale di
State, nella occasione della Gran Raccolta de'roanoscritti Galileiani e degli
Accademici del Gimento. Altre tre Lettere inedite da me ritrovate nel carteggio
universale mediceo, Filza 1013, Anni 1631-1641, dirette al Granduca Ferdinando
II dal R., di Roma, negU anni 1638-39-40. AxTRA Lettera inedita di Orazio R.
rinvenni nella Filza Medicea, dal 1640 al 1650, pacco 2°, datata da Roma li 24
luglio 1649, e colla quale ei domanda al Granduca nuove dilazioni per la
Gabella. {Filza Medicea, 52, Principe Mattias 5488). Poesie medite.
L'AccADEMico Imperfetto DELLA Crusca, che era il signor Prior Orazio R., dopo
aver cenato alio stravizzo fatto dalla medesima Accademia, presenta un
meraoriale ai Provveditori della Gena, chiedendoli il solito tribute del Cacio.
Sotto questo titolo dice il signor Passerini che si trovano pubblicate nelle
Prose Fiorentine, 1723, 84 quartine, copia delle quali e nella Magliabechiana,
nel solito Codice, Poesie ec,, VII, XXX SPECCHIO DEGLI SCBITTI KDITI E INEDITI
347, e comprendono dalla paginal99, alia 205. Ma io non Tho potute trovare
stainpate, e per do le ho poste qui tra le inedite. Alla Serenissima Margherita
d* Orleans, Principessa di ToscaNA. Per un maizolino di fiori donatole il
giortio di Santa Margherita, dal Stgiwor Prior Orazio R.. Sono in copia quattro
Ottave che si trovano nel solito codice magliabechiano sotto il titolo di
Poesie manoscritte di diversi. In morte oella donna amata. Un Sonetto inedito
che trovasi con altri editi nel medesimo Codice Magliabechiano YII, 347. Poesie
di diversidel secolo XVil a pag. 208 e;209. Incomincia : « Quello che sola ai
miei pansier risponde » Amor Platonico. — Sonetto, ibid, a c. 213. « Non di
vostra beltk caduca e frale > Sentimenti amorosi secondo il concetto
Platonico che Dio creasse le anime particolari degli uomini, degli avanzi
dell'anima UNIVERSALE DEL MONDO. — Sonetto, Con eteme faville il sommo Sole »
Si querela che il SONNO TENGA CHIUSI GLI OCCHI DELLA sua DONNA. Vedi ibid., a
c. 212. Incomincia questo Sonetto: « Orabra il sonno d di morte, i sensi
atterra » Sulla Prowidenza. — Altri tre Sonetti inediti, ibid., che fan corpo
cogli altri gia pubblicati dal Fiacchi. Corainciano : ((Come aguzza il gran
fabbro, e con qual lima)) Se alla ministra del Motor Sovrano )) Nasca talun
senza mirar la luce Desiderio dell'anima d*unirsi a Dio, Sonetto, ibid., a c.
218. Comincia : « Padre del ciel che le bell* alme accogli t> Nel Codice
Manoscritto Magliahechiano poi, sotto 11 titolo Poesie Diverse piacevpli VIII.
Var. 363, si trovano scherzi immorali del RuCELLA.1. Come pure neiraitro Codice
superiormente citato se ne trovano altri frammisti a poesie oneste del nostro
Imperfetto. Alcuni dei Sonetti raorali o religiosi di R. trovansi ricopiati
pure in altri Codici manoscritti come p. es. nel Libro Valerii Chimentelli De
FunamhulOy II, 50, e nel Codice Magliabechiano. Firmamento dei cieli, e
firnianionto del pensiero. — Armonie loro. Orazio Bicasoli Bucellai e il sccolo
decimosottimo. — Quegli e specchio delle condizioni di qaosto in Firenze. — E
pero si spiega r ammirazione graude per il RuceHai de' saoi contcmporanei. —
Dirisione generale di questo libro. — Sao fine e importanza. Come accade nel
firmamento dei cieli, cosi, o lettore benevolo, mi sembra accadere nel
firmamento del pensiero o deU'anima umana; e I'armonia che tu scorgi regnare
nelF ordinata misura de' corpi celesti non dissomiglia punto da quest' altra
armonia che le idee, o le stelle dell' anima, compongono tra se nel loro
ordinamento stupendo. Ond' ^ che in quella guisa medesima che anco un astro il
piii piccolo, 1' occhio deir osservatore de' cieK scopre ed afferma talora
necessario anello tra' maggiori e piii luminosi ; non altrimenti nella storia
del pensiero umano sovente uno scrittore, un filosofo, pur de' non grandi, lo
ritroviamo, studiandolo, quasi anello logico, se non necessario, tra due etd. e
du§ scuole che si succedono, tra' filosofi maggiori di quell' et^ stessa. Cosi,
per esempio, in un tempo di confiitti di dottrine con dottrine, di liberty, e
di servitu, di ragione e di autorita, se vi ^ un uomo il quale specchi in se
nella loro schiettezza i pensieri e le disposizioni diverse della societa
civile in mezzo alia quale egli trovasi; se quest' uomo dia la immagine vera di
que' contrast! che ingegni piii chiari e piii valorosi di lui allora
combattono; quest' uomo, anco de' non grandi, acquistera senza dubbio per tal
fatto importanza non lieve nella storia del pensierq e della civilt^, perch^
appunto ei potra nella Storia rappresentare veramente il suo tempo ; egli, se
vogliamo conservare il paragone, sara un anello logico di quel sistema di astri
intellettuali che compongono Y armonia spirituale dell' universo. Potrei,
volendo, recar qui per la mia asserzione testimonianze storiche a dovizia; ma
non lo fo, sicuro che al leggitore non ripeterei che notissime cose, e cadrei
nel superfluo. Orazio Ricasoli R., del quale imprendo a discorrere, non ^,
giova dichiararlo tin d' ora, un gigante tra' pensatori, e neppur grande ; egli
6 un astro minora, e nulla pitl ; invano tenteresti ritrovare in lui una gran
forza speculativa e una potenza straordinaria d' ingegno. Forse egli era nato
uomo di alti spiriti ; ma infetto anch' egli di quel miasma ond'era ammorbata
la filoSofia e le lettere nel secolo decimosettimo, se non imbolsi affatto, pur
n'ebbe il suo ingegno a sofifrire; poichd, come scrive il Guasti nel suo
Lorenzo Panciatichij era il pensiero a' filosofi, come 1' estro a' poeti
tarpato. E appunto, credo, perchd R. ci apparisce cosl e nella filosofia e
nelle lettere; appunto perch^ respird que'miasmi, e le inclinazioni diverse del
suo tempo sperimentd in sd stesso, e manifestd ne'suoi scritti ; io son d'
avviso ch' egli acquisti per noi pitl importanza come quello che valga a
rappresentarci fedelmente quel secolo nel quale fiori, e riproduca le
condizioni reali del pensiero filosofico e del civile consorzio in mezzo al
quale viveva. E se questo d vero, come in progresso dimostrero, la cagione e
ragione della stima e ammirazione grandissima de' suoi contemporanei, che lo
ritenner quasi come un mezz' oracolo, ^ spiegata e almeno in parte
giustificata. Come Orazio R., cosi quel valenti eruditi contemporanei sentivaao
dentro di se ripercosse le molteplici disposizioni del tempo, e tutta la
violenza delle correnti contrarie che urtavano per trascinare ciascuna seco la
navicella delle lor menti. R., che ^ alia testa di loro, vuol dominare la furia
de' corsi, e in parte riesce ; ma poi quasi inconsapevolmente ei segue cogli
altri or questa or quella fiumana; egli e come un prisma sulle cui faccie
riflettonsi i colori molteplici dell' iride filosofica di quelr et^. Egli e
insomma il rappresentante del suo tempo in Firenze, perch^ raccoglie in s^
stesso tutte le opinioni opposte che v' erano allora e tenta conciliarle; e,
altresi, perche questa conciliazione ha pitl delr accademico che dell'
intimamente speculativo ; speculazione che, salvo le scienze naturali, era
molto fiacca a quei tempi nella sua patria. Dimostrato questo, apparir^ anco
pitl quella importanza che a me sembra avere questo libro, come quello che avr^
mirato ad aggiungere un po' di luce alia storia del pensiero di quel secolo; a
presentare un trapasso anco pitl intimo tra due et^ che si succedono. E per
arrivarvi, nulla di meglio che gettare uno sguardo al viver civile del secolo
decimosettimo, esaminarne attentamente le condizioni politiche e morali,
vederne lo stato delle lettere e delle scienze; poich^ tutti insieme questi
risultamenti dell' attivit^ umana, e non tra di loro sconnessi o separati,
valgono a rappresentarcela. Noi considereremo quindi R. in quello stato de'
tempi suoi, e vedremo come la sua vita vi si svolga, e nelle varie manifestazioni
a quelli esattamente risponda. E man mano che la critica seguir^ la esposizione
delle sue opere filosofiche e letterarie, delle quali stimo opportuno ofifrire
come appendice e documento al libro una Antologia^ avremo occasione di veder
cose singolari e di non lieve importanza. Con questo mezzo io spero di
ricondurre nel novero de'filosofi im uomo, di cui nissuna Storia della
filosofia, ch'io mi sappia, ha fatto sufficiente menzione fin qui ; e saro
lieto del pari di aver dato mano, come ho gia detto, a stringer viepitl i
legami del pensiero fra due epoche della filosofia, e di avere additato come
unione tra esse un mio illustre concittadino. Orazio Kucellai, lo ripeto, non ^
un ingegno straordinario, ma e tale che ci spiega intieramente il suo tempo.
D'altra parte le menti straordinarie, appunto perche tali, volano sempre
innanzi al lor secolo, superano coi loro intendimenti le condizioni
de'contemporanei, e si lanciano nel futuro divinandolo. E Galileo che mori,
fiorente R., non rappresenta quel secolo, perche ancora dominava 1'
inquisizione, e le antiche scuole e le dispute del Peripato fiaccavano Tali
agli spiriti ; Galileo rappresenta, inaugurandola, 1' eta futura, le future
generazioni, quando la liberta del pensiero avr^ rotto i vincoli della
servitii, e I'astrologia ed il Sarsi e il cieco discepolato avran dato luogo al
libero esame della ragione. L' uomo che pure non sordo alle sublimi dottrine
del Vecchio d' Arcetri, e coll' animo schiuso ad esse, dara nuUadimeno ancora
una parte del suo pensiero al servigio dell' antica scuola, e quando, secondo
1' errore di alcuni dell'et^ sua, egli reputera ostili fra loro la fede e la
ragione, sara pronto per la fede di far getto della ragione sua, piuttostochd
investigarne con libero esame 1' accordo, questi, non grande ingegno, sar^ del
suo tempo la immagine. E Orazio R. ^ senza dubbio quest' uomo. Scrittori flel
R.. II marchese Carlo Rinnccini. Aoton Maria Salvini. II canonico Pomenico
Moreni. II Tiraboschi. — 11 Passerini. — II Turrini. — II Mamiani e il
Centofanti. — Necessita di ritesser la vita del Rucollai per il proposito
nostro. Difficolta pel difetto di docnmenti. — Condizioni generali del secolo
decimosettimo. fe un secolo di eontrasti politici e morali. Contrasti nelle
arti, nelle lettere, nella filosofia. Che han scritto di R. sono varj,
contemporanei a lui e posteriori. Ma gli uni e gli altri piti che la vita deir
uomo ne scrissero o lodi, o cenni necrologici, o per la scienza ne toccarono di
sfuggita. II marchese Carlo Rinuccini, accademico della Crusca sotto il nome di
lAetOy disse le lodi di R. nelr Adunanza pubblica che in onore di esso fu fatta
nella sala terrena del palazzo del duca Strozzi, a'di 11 settembre 1698, e ce
lo riferisce il Diario stesso delFAccademia, ove leggesi : Quest' elogio perd
non e a noi pervenuto, ossivvero sar^, come tant'altre cose di importanza
maggiore, sepolto in qualche libreria privata de'nostri Signori fiorentini. L'
Orazione in morte del Eucellai scritta da Anton Maria Salvini, non d che una
bella sequela di lodi delI'uomo e dell'opere sue, un rimpianto solenne per la
perdita dell' illustre Accademico contemporaneo, che lo scrittore jpropone ad
esempio imitabile di virtii e di dottrina. H canonico Moreni ha discorso
dell'Imperfetto nelle prefazioni a quella parte di scritti che ha pubblicati di
lui ; ma son cenni, son lodi, che se bastano a darci un' idea dell' uomo, non
valgono a mostrarcelo, come vorremmo, in relazione a'suoi tempi, e molto meno
ci chiariscono del come e del quanto quei tempi potessero sulla vita e sulle
dottrine di esso. Cosi il Tiraboschi nel volume ottavo della sua Storia delta
Letteratura ItcHiana, cosi il Passerini nella 6renealogia della famiglia
Ricasoli, e il prof. Turrini nella sua Prefazione ai JDidoghi Filosofici di R.
sulla Provvidenza, han dato di lui alcuni cenni brevissimi a mo' di biogralia,
per guisa che anco in essi 1' attinenze dei tempi colla vita e coU'opere
letterarie e scientifiche del nostro scrittore non spiccano, ne ti accade di
rinvenire descritte. L' illustre Mamiani e il Centofanti han toccato del
platonismo di questo seguace ed amico del Galileo, ma Than fatto di volo,
encomiandone la purezza del dettato e la ricchezza feconda dell' idioma
sapientemente adoperato ne' suoi Dialoghi. Se non che giova riconoscere che per
1' intendimento loro, questi cenni o que' tratti bastano all' uopo, n^ pud da'
lettori ricercarsi di piii. Ma 'per il fine che mi sono prefisso, apparisce
altresi manifesto come sia cosa necessaria il ritessere piil completamente la
vita di lui, per quanto mi d oggi concesso. Dico cosi, imperocche molti
documenti preziosi, che potrebbero assai illuminare questa storia e la mente
del critico non mi ^ stato eoncesso di esaminare. Non parlo qui de'Dialoghi
Filosofid, de'quaU I'erede signor Alberto Ricasoli Firidolfi tiene due copie,
una delle quali, in quattordici tomi manoscritti, ^ come autografo, perch^
corretta di mano del RuceUai; che questi Dialoghi anzi mi consent! (e glie ne
rendo pubbliche grazie) di esaminare minutamente per confrontarli coUe copie
che sono nella Biblioteca Nazionale e Palatina in Firenze ; ma io alludo ad
altri documenti preziosi pel critico, cio^ lettere, corrispondenze e scritti
minori che si trovano altrove sventuratamente, e che tanto lume avrebbero
potuto recare al soggetto. Non pertanto cercheremo nel tessere questa biogralia
del RuceUai di riempire, quanto e piii possibile, il vuoto che la mancanza di
documenti lascia, con indagini indirette, e col raziocinio; e quelle che
abbiamo tra mano bastera, credo, all' intento. Ma prima di seguire il nostro
scrittore nella via della 8ua vita, penetriamo un istante nel consorzio in cui
egli fiorisce, e ricordiamone intanto i caratteri e le quaUt^ pill generali,
ch6 le particolari noteremo via via procedendo. I ricordi del passato quando
non si restringono a una cronaca arida e secca acquistano un pregio
indipendente daU' importanza degli avvenimenti che ci rammemorano. Come il piil
piccolo vaso e r utensile piii umile coperto dalla ruggine del tempo diventano
ne' nostri musei 1' oggetto prezioso di una grande curiosity ; cosi f atti pur
semplici, ritrovati nella distanza dei secoli col loro carattere reale e
native, acquistano un pregio singolare, e anche un certo attraimento per colui
che studia la storia con un po' di immaginazione e di critica, e che nelle sue
ricerche e letture ha per canone e guida la massima morale di non ritenere per
indifferente nulla di cid che 6 umano. Che ^ mai pertanto il secolo
decimosettimo? Si dice generahnente che esso appartiene all' et^ moderna; che
la servitil del Medioevo e scomparsa; che la imitazione del Rinascimento ^
tramontata : Bacone, Cartesio, Galileo sono apparsi di gia suir orizzonte, ed
hanno inaugurato il mondo moderno. Ed e vero, ma solamente in parte ;
imperocche essi, sorgendo, trovino da sgombrare dal cielo del pensiero nubi
ancor dense, e questo non fanno ne posson fare in un attimo, sibbene
gradatamente. Le inveterate abitudini, le antiche affezioni, le tendenze ormai
radicate non si cancellano, non si mutauo a un tratto; ci vuole la esperienza
longanime, si richiede un conllitto inevitabile tra il vecchio ed il nuovo, che
trovansi Y uno dinanzi aU' altro. Ed ecco il perche, non altrimenti che nella
natura accade, cosi uell' ordine storico del pensiero e dell'azione e sempre
vauo cercare quelle divisioni recise che si trpvano nelle matematiche. Si
direbbe che la storia del pensiero e un sorite, in cui ogni conclusione
posteriore ritiene a suo termine medio e necessario la conseguenza dell'
argomento immediatamente anteriore. Ed infatti il secolo decimosettimo, a chi
ben lo riguardi in s^ stesso e nelle manifestazioni di ciascheduna delle
molteplici attivit^ umane, ^ senza dubbio un secolo di contrasti. L' Italia
(ch6 io parlo dell'Italia principalmente) scissa in molte parti, e pero debole;
deboU adimque ordinariamente anco gli animi, o forti di fortezza apparente e
non propria: essa, T Italia, teatro a' litigi tra' piccoli, a guerre tra'
grandi prepotenti, riaperta ad armenti stranieri, come terra di pascoli eletti.
Principi italiani, mentre la madre comuue era in servitii, non pure non amare
di unirsi in lega tra lore, travagliarsi invece tra loro stessi con inganni e
veleni per mania di possedimento. Amore di guerra, gelosia di acquistare
territoriuzzi italiani a danno di principe italiano compagno; non generosity,
non altezza d' animo, non dolce superbia di procurare od almeno di preparare
all' Italia quell' onorata condizione che al suo glorioso nome si conviene,
regnavano in quei tempi. (BOTTA, Sioria d' Italia, vol. I, pag. 620.) Quivi le
successioni de' principi hanno luogo rapidissime, e cosi ad ogni istante
I'ltalia ci presenta un aspetto nuovo, mentre si trova costretta a sottostare a
idee nuove, a nuovi capricci de' suoi principi nuovi. In meno di'settant' anni
tra duchi, dogi, papi ella ne vede sorgere e sparire novanta, e insieme ad essi
vede sparire e risorgere contrasti a dismisura; e se per un momento arride U
sereno della pace, gli ^ per rendere agli occhi degli uomini piil fosco il
tempo di gara che ne succede. II gran politico e gran raggiratore del
decimoterzo Luigi favoreggia intanto il duca di Nevers 6 lo vuole ad ogni costo
porre in possesso di un' eredita, la quale assicura alia Francia il punto piil
considerevole dell' alta Italia. La Germania, la Spagna ed anche Carlo Emanuele
gli muovono contro, e la terra di Mantova e posta a sacco dagli Spagnoli.
Conchiuso il trattato di Cherasco, Mantova e il Monferrato rimangono al duca di
Nevers; Alba, Torino e alcune altre terre alia Savoja, la quale alia sua volta
^ costretta a cedere Pinerolo. Ma Richelieu non h sodisfatto; egli vuole
stremata la potenza d' Austria e di Spagna, in Italia precipuamente ; e contro
la Germania presta ajuti a Gustavo Adolfo di Svezia, confisca la Lorena, e,
collegati essendo la Francia, la Savoja e i duchi di Parma e di Mantova, indice
guerra agli Spagnoli. E la Toscana, i cui Granduchi predilessero sempre la
pace, trovossi pure travolta nella comune ruina; e se i primi anni di regno
scorsero a Ferdinand© II calamitosi per gli orrori della pestilenza e della
fame, non mancarono poi a turbarlo gli orrori, non gravi meno, della guerra
contro i Francesi prima, poi contro Urbano VIII, che pari al Cardinale di
Francia nelle pretese, non nell' astuzia, per favorire i Barberini suoi nipoti,
vuol togliere ad Odoardo Farnese, cognato del Granduca Mediceo, i dominj di
Castro e Ronciglione. E mentre in Roma trattasi legalmente la faccenda, il
cardinale Barberini assalta il feudo di Castro, e se ne impadronisce. Sdegnato
il Farnese, passa col suo esercito, per la Toscana, negli Stati del Papa, e
sparge dovunque spavento e terrore. Ferdinando II, riuscitagli vana una
conciliazione, trascinato dalle insolenze de' Barberini e dalle controversie
onde tormentavalo la corte di Roma, si mette in punto di guerra, e per f arsi
sicuro all' interno, esilia quanti religiosi ed ecclesiastici vi sono nativi
delle Romagne, e col cognato sconfigge le armi del Papa, il quale cede alia
forza e al diritto, restituendo al Farnese il ducato. E cosi di questo passo
per tutto il secolo e per tutta la Italia andarono le cose; e i popoli si
vendevano, e si lasciavano vendere quantunque se ne dolessero, mentre e
dissensi e contrasti e debolezze e frodi e vilt^ costituivano allora la
totality di quel fantasma volubile che si chiama anc'oggi politica. E di tal
fatta, e non altrimenti, le condizioni morali. Che, pur restringendoci alia
Toscana, noi vediamo i suoi principi altalenare tra il bene ed il male
continovamente. Or ligi alia Spagna, or al Papa, or ai frati, or aUe
cortigiane; e Ferdinando 11, uomo prudente, ma non sempre coraggioso, cade
nella pusillanimity. E mentre dianzi ti si mostra superiore alle minaccie del
governo di Roma, vedi poi che lascia, durante il suo regno, radicare negli
ecclesiastici arbitrario esercizio di giurisdizione politica, pel quale vanno
in breve vieppiii sperdute le antiche consuetudini deUa repubblica, e le
ordinanze del duca Cosimo, e per timore dell' Inquisizione abbandonare il
disegno di erigere un monumento a Galileo. E nel medesimo tempo (come vedrem--o
poi pill particolarmente) ama e protegge gli studi, coltivandoli, e in essi
trova conforto o distrazione agli affanni politici e famigliari; e a chi gli
dimostra come, facendo egli ammaestrare il popolo, sarebbero venuti a mancare
artigiani e servitori, risponde compiacersi assai piii d' esser principe d'
uomini che di bestie. Che se dalle Corti si viene a' nobili e si scende al
popolo, noi assistiamo a' contrasti medesimi, alle medesime scene di discordie,
di debolezze, d' immorality. Ogni privilegio ^ pe' nobili, oppressione 6 pel
popolo; inani per i primi le leggi, eccessivamente rigorose al secondo*;
impedito il popolo di portar armi, padrone di cingeme quando e quant' e' vuole
il signore e di accerchiarsi di bravi, per aver mezzo cosi d'insolentir sopra i
deboli. Indi le vendette, i tradimenti, e quella riazione sanguinosa
dell'oppresso contro I'oppressore; d veramente una societa ingiusta senza
grandensea, passionata senza generosita, dove niuna esaltazione, ma
ragionamento e calcolo e frode e intrighi indecorosi predominano. E pjsrfino
nel vestire servility e contrasto di gusti si fanno palesi. Sono state tante
(dice il Rinuccini ne'suoi Bicordi Storicl) le vanita del vestire che in questo
secolo sono seguite, che si rende impossibile di poterle non solamente narrar
tutte, ma anco la maggior parte di esse: tuttavia non lascia egli di notarne
qualcuna, prima degli uoraini, poi delle donne ; dopo di che in generale ha
detto, che E quest' eclettismo esteriore era non altro se non un riflesso dell'
interno eclettismo e contrasto di quelle menti e di quelle volonta, sicch6 i
medesimi uomini, come, per esempio, R. nostro co' suoi amici, avresti veduti a
un' ora portare impettiti e gravi il vestito ricamato di seta nera e con frange
e con nastri rasati, ad un' altr' ora coraparire al pubblico in farsetto e in
pianelle. N^ poteva essere a meno che accadesse quella volubility e imitazione
servile delle mode di Francia, imitatori com' eran gi^ divenuti quegli animi
del pensare francese. Imperocch^ le guerre, la letteratura e le dispute
clericali di quella nazione occupavano gi^ gl' intelletti italiani; e il nostro
paese che, come nota il Guasti, aveva mandate Leonardo e r Alamanni a portar
suUa Senna le arti e le lettere, tornava a scuola dai discepoli, tutto trovando
ne' Francesi grande, a cominciare dal re. II quale, per mantenere il credito,
spargeva anche in Firenze quelle pensioni, che il monaco Mabillon rifiutava, e
il Dati e il Viviani soUecitavano. Scritti varj di LORENZO Panciatichi. Se
entriamo nel sacrario delle arti, delle lettere e delle scienze, noi vediamo
riflesse le condizioni medesime di contrasto, e di fare spensierato, che le
politiche e le morali condizioni ci offriroiio. Alcuni artisti si buttavano
all' esagerato, al teatrale, sostituendo al vero r artificioso, il forzato al
semplice ; gesti violenti anco negli affetti pacati, panni svolazzanti anco in
sale chiuse, riputando triviality la naturalezza; sicch^ i michelagnoleschi
fanno Veneri cLe sembran Ercoli, e si presta culto alia me'diocrit^, si segue
il traviamento. E Lodovico Caracci che tenta in Bologna coUo studio di veri
capiscuola, opporsi a' degeneri imitatori, riesce a fondare una scuola che ha
per carattere r eclettismo, stimando arte suprema accordare non solo ma fondere
quanto i grandi artisti avevan di mejglio ; ne egli ne i suoi cugini sepper mai
all' eclettismo aggiungere il pensiero ispiratore, preferendo, come dice lo
stesso Cantil (Storia Universale, vol. XVII, pag. 816), di avvicinarsi ai
fenomeni della natura e supplire al genio colle rimembranze. Percio i migliori
di loro scuola fecero riazione contro questa infelic^ idea. II cavaliere
d'Arpino proclama I'idealismo, ma condannando i marinisti materiali della
pittura, diventa egli il Marini della pittura stessa per la ricerca affettata
dell'ideale. A Guide Reni che vagheggia il soave, si contrappone il Guercino
che si d^ a' gagliardi contrasti di luce e d'ombra: alia facility del
Berrettini la creazione fiera del Rosa. Matteo Roselli contrasta con Carlo
Dolci; il primo sereno, quieto, corretto, il secondo smorfioso alquanto, e
coloritore con non abbastanza armonia. Cosi nella scultura e neir architettura,
le quali pure ci presentano piil cadute spensierate che creazioni e voli
generosi, contrasti, esagerazioni ; e 1' alito dell' affetto che spira ne'
rozzi tentativi del trecento, non ritrovi in esse ora piiH ; n^ vecchio viiol
trovare un accordo, un legame, un'armonia. Intendimento quant' altro mai
salutare e generoso, ma che appunto per esser concepito da menti ineguali a si
grande lavoro, rimane frustrato o contraffatto, e piucch^ il nuovo farlo
sgorgare naturalmente dall' antico, e ajutarne, quasi a mo' di levatrice, il
parto desiderate, trascurano inesperti e loro malgrado il primo per il secondo,
o il secondo pel primo. E un eclettismo quello che esce dalle mani di questi
uomini; 6 la figura mostruosa che Orazio ci dipinge nel principio della sua
Arte Poetica. Or bene, in quel secolo abbiamo da un lato Platone ed il
neoplatonismo, dall' altro Aristotele e 1' ipse dixit de' suoi seguaci. Qua
Galileo, 1^ il Peripato : qui il Cartesio, li Huet : qui 1' ardito proposito e
la ferma volont^ del tutto esaminare ; qua la tirannica pretensione del tutto
imporre e far accoglier per fede; da una parte la liberty,, spesso sconfinata,
del Bruno e del Campanella, dall' altra parte 1' inquisizione pronta a tai'pare
le ali, se vogliam temerarie, di quegli ardimentosi sfidatori del cielo. In una
parola noi siamo sempre con un piede nel Medioevo, con 1' altro nella Riforma.
Ella 6 questa che si combatte una vera guerra da giganti, nella quale le
intelligenze di coloro che non son ingegni potenti, si debbono trovare in baUa
di impulsi diversi, che, come dissi, se ne disputano ad ogni istante il
dominio. A larghissimi tratti noi abbiam vedute come in ispecchio le condizioni
politiche, morali e intellettuali di questo secolo ; imperocch^ senza questo
lavoro preHininare noi reputassimo di non potere arrivare a conoscere
determinatamente 1' uomo di cui teniamo discorso, e i suoi scritti, e la
storica importanza di essi. La vita di ogni individuo ^ un problema, per
risolvere il quale condizione necessaria si 6 di saper dove questa vita si
svolse, e in quale civilt^. Poich^ la civUtlt d' un secolo viene sempre
essenzialmente espressa dal tutto insieme delle opinioni, preoccupazioni e
tendenze, forme e gradi di cultura proprie o particolari a ciascuno degli
ordini sociali che in esso si comprendevano ; 6 insomnia lo specchio della vita
interna dell' individuo in mezzo agli uomini del suo tempo. Nascita del Racellai.
— Suoi parent!. — Antichitli e nobilU delle due famiglie Ricasoli e Racellai. —
Loro attinenze con le glorie politiche e letterarie dell* Italia. — I Ricasoli,
i Racellai ed i Medici. Perch^ Orazio piacchd Ricasoli appellino gli scrittori
col nome materno de* Racellai. — Qaesti e le dottrine platoniche. L' accademia
istituita da Gosimo e Ficino. Intendimenti di questo. Saoi scritti. Platonismo
cristiano di lui e de*8aoi accademici. Si nominano. Bernardo Racellai. — Sue
qualiti, opere, pregi di esse. — Fa parte deir A (Epist. 1*). E percio egli
loda Porfirio anche nella teorica dei sacrifizii, e non nega che le anime umane
vengan giu da una certa parte del cielo, e vi risalgano, e agli angeli assegna
un tenuissimo corpo; dottrine tutte, che non il Platonismo solo, ma questo e le
emanazioni alessandrine ci possono spiegare. Gli 6 per cio che 1' Accademia
istituita dal nostro Marsilio piii che Platonica dovrebbe appellarsi
neoplatonica, per un certo neoplatonismo che si distingue ad un tempo dal
Platonismo schietto, e dal neoplatonismo alessandrino, trasformati entrambi
cosi dal cristianesimo come da una certa mistura di dottrine e di forme
aristoteliche; essendo in questo aspetto neoplatonici e fondatori e
continuatori di essa. I quali furono in grandissimo numero, contemporanei ed
amici del Ficino, come egli, distinguendoli in tre classi, scrive a Martino
Uranio, e li nomina tutti. Fra i primi che meritano speciale menzione sono
(scrive il medesimo Galeotti) Giovanni Cavalcanti, che Marsilio chiamava 1' Eroe
e amico unico e i fiorentini il di lui Acate, il quale per tutta la vita fu il
confidente de'suoi pensieri piU riposti, e il confortatore delle sue amarezze:
Angiolo Poliziano, cui dette il nome di Ercole, che egli consultava in tutte le
difficoM filologiche, che fii tra' suoi piil caldi ammiratori, e con sommo
conforto lo vide poi in eta matura piil propenso alia filosofia platonica:
Giorgio Antonio Vespucci, Francesco Diacceto, Pico della Mirandola, e altri
molti, tra cui Giovanni Canacci, Bindaccio Ricasoli, e Bernardo R., i quali
ultimi tre andavano ogni giomo a tenergli compagnia quando desinava, e con essi
conversava, ora scherzando piacevolmente, ora trattando gravi argomenti di
filosofia. Bernardo, antenato illustre di Orazio R., era uomo di sublime e
grave ingegno, a niuno secondo per civile prudenza, casto nel parlare,
aflFezionato a' costumi antichi, e nulla non v' era in lui che non fosse
veramente patrizio o senatorio. La sua vita politica ci dimostra com' egli
sostenne sempre le cariche piU rilevanti, ambascerie importantissime, e sebbene
stretto per sangue alia famiglia Medicea, non fu tra i suoi amici, e seppe ad
essa mostrarsi spesse fiate contrario. Egli fu chiarissimo letterato, scrittore
di storie. uno di coloro che la lingua del Lazio seppero mantenere in onore
grande, come ce ne attesta la sua Orazione: De auxilio Typhernatibus
(idferendo, modello di perfetto latino ; il De Bello Pisano ; il De Bello
Italico, in cui si descrive la storia della venuta di Carlo VIll in Italia, e
il Bellum Mediolanense, e sovrattutti il suo De Urbe Boma che voile dedicate al
suo figlio Palla, nel qual libro, illustrando Sesto Rufo e Public Vittore,
raccolse quanto si trova negli antichi scrittori intorno alle antichit^ di
Roma, e quanto ^ proprio a dare una idea di quella regina delle nazioni.
(Passerini, Curiosita Storiche.) Lo stile di R. e piano ed elegante, ed Erasmo
da Rotterdam, nel libro ottavo dei suoi Apoftegmi, ebbe a dire che niuno meglio
di lui »' era mai avvicinato a Sallustio. Fattosi strada coUa sua dottrina,
Bernardo fu dunque chiamato a coinporre la schiera eletta delFAccademia
ficiniana; e nelproferire il suo nome, in ogni cuore fiorentino risvegliasi
ormai istintivamente la memoria degli Orti famosi. Morto Lorenzo il Magnifico
nel 1492, il quale, come abbiamo notato, avea ampliato e protetto sempre V
Accaderaia Platonica, fino a rinnovare i banchetti solenni co'quali Platone era
solito di celebrare il suo di natalizio ; i componenti di essa poterono ancora
per due anni, ospitati e protetti dal cardinale Giovanni e da Piero de' Medici,
far le loro adunanze in quel portico novello di Atene, quale era divenuta la
Villa a Careggi, frammettendo sempre, per suggerimenti e per esempio di
Lorenzo, scrittore e poeta Italiano gentile, e dello stesso Marsilio, il quale
dettava un elogio italiano dell' Alighieri, e traduceva il libro De Monarchia^
le letterarie discipline in mezzo alle disputazioni filosofiche. Per.la qual
cosa ebbe grande vantaggio*la nostra lingua; che tutti i Platonici ripresero
lodevolmente a scrivere nella lingua di Dante e del Boccaccio, e chi raggiunse
V apice dell' eleganza e della dolcezza fu indubbiamente il Poliziano. Se non
che nel 1494 cacciati, per la debolezza vergognosa di Piero figlio di Lorenzo,
dalla citt^ di Firenze i Medici, e posti dalla plebe a sacco i loro palagi, il
Ficino, se voile continuare i suoi studi diletti, fu costretto ad abbandonare
Firenze e la villa, e ricovrarsi nella rustica solitudine del suo Montevecchio.
E quei sapienti che gli facevan corona dovetter lasciare il noto asilo, il
luogo memorando de'loro divini convegni! Ma la grand' anima del Ficino spird
sempre nel petto di quegli amici e discepoli le sublimi dottrine e le belle
virtil ; e Bernardo R. diede ad essi cortese ospitaUt^ nella sua casa in Firenze,
e poi nel suo giardino, sul principio del secolo decimosesto, donde 1'
Accademia platonica prese nome d' Accademia degli Orti Oricellarj. Quivi
convennero principal! Niccolo Machiavelli, Luigi di Piero e Luigi di Tommaso
Alamanni, Piero del Riccio detto il Crinito, Antonio Brucioli, Giovanni Corsi,
Francesco Vettori, Pietro del Nero, Giovanni Canacci, i due Francesco da
Diacceto, I'uno detto il Nero, Y altro il Faona^zo dal color delle vesti,
Giovanni Corsini, Cristoforo Landino, Piero e Niccold Martelli, Giovanni
Cavalcanti e il Martini, i quali due ultimi il Ficino chiamd nel 1499
esecutoridel suo testamento; e per tacere di molti altri, i figli di Bernardo
R.. In questo giardino veramente platonico si addita ancora il luogo, dove quei
dotti uomini si radunavano, e dove sur un cartello di porfido sta scritto: Ave
Hospes. Quelle volte e quei viali risuonarono di voci sapienti, e il Diacceto
vi leggeva i suoi Libri sul Bello, il Machiavelli i suoi discorsi sulla prima
Deca di Tito Livio e i Libri suW Arte della Guerra, T Alamanni il Trattato
della Coltivazione. L' amore delle dottrine Platoniche divenne fin d'allora
viepiii tradizionale nella famiglia de' R., che lo serbarono sempre come una
gloria superba, quasi depositarii di preziosa reliquia, ereditata con tante
altre grandezze da tempi pill fortunati e migliori. E dopo due anni il ritorno
de' Medici in Firenze, morto Bernardo nel 1514, i suoi figliuoli Giovanni,
Palla, Cosimo, e il nipote Cosimino, non furono men gloriosi ed ardenti seguaci
delle vestigia pateme. E Marsilio Ficino e i tre Pulci e il Poliziano e Pico
della Mirandola, ormai spenti, doverono a questi esser modelli sublimi,
immortali, sovrattutto Bernardo. Leone X e il Machiavelli furono condiscepoli
di Giovanni, il Diacceto maestro a lui di filosofia e di eloquenza. Ebbe
anch'esso anima platonica, come conservaronla tale Palla e il nipote. E li pure
all' ombra di quegli Orti, in quell' atmosfera piena di vita e di scienza, die
mano Giovanni al suo poema suU' Api, modello tra le scrittnre di tal genere, a
tale che vi ha chi scrisse sembrare che le api stesse, ronzando d'intorno al
poeta per libare il succo dei fieri, se gli posassero talvolta sulla penna,
infondendovi quella dolcezza che tanta spirano i versi suoi. L'Accademia degli
Orti col sacrofuocodella scienza e delle lettere nutriva ancora e conserva va
quelle non meno sacro della liberty e della repubbUca ; e i liberi insegnamenti
del Machiavelli e del Diacceto congiunti alle* divine speculazioni platoniche
non poterono rimanersene privi di frutto. L'oppressore cardinale Giulio dei
Medici pesava suU' anima libera di quei platonici, come suU'ardente gioventii
fiorentina, la quale correva volentieri ad udirli. Fu allora che la quieta
stanza di Sofia videsi trasformata in sede di una congiura a danno del despota,
alia quale presero parte moltissimi, tra cui i due Alamanni, il Buondelmonti,
il Diacceto. Sventuratamente scoperta, mentre quest' ultinlo spirava la grand'
anima sua per mano del carnefice, e molti altri niigravano in esilio forzato,
I'Accademia Platonica fii sbandata, e non pot^ piii fin d' allora (1522)
proseguire le sue adunanze in quegli orti di sapienza e di pace. De'R.,
quantunque amici di liberty, pur legati strettamente alia famiglia de' Medici
in parentela, non apparisce che alcuno pigliasse parte a quella congiura; che
anzi noi conosciamo la sorte di Palla, quando nel 1527, unico superstite
de'figli di Bernardo, mostratosi dalla parte dei Medici, allorchd furono
ricacciati dalla citt^, videsi invaso il palazzo, guaste e ftirate le
suppellettili, e la vita in pericolo. Quel Palla bensi, che, ristaurata la
potenza medicea, veduto il nuovo Duca della Repubblica andare a poco a poco
erigendosi in assoluto signore, pentitosi della protezione accordatagli, si
oppose unico poi nel 1537 all'elezione del nuovo despota, morto Alessandro, e
dichiard doversi a Firenze restituire la prima liberty. Invano ; che Cosimo de'
Medici fu proclamato il Secondo Duca. II giardino stette in propriety de'R.
fino al 1573; dopo il qual tempo passd venduto, per mena certamente de' Medici,
per sei mila ducati a Bianca Cappello, che di luogo consacrato alle sovrane
armonie della scienza platonica, mutollo in sede di delizie e di volutta a'
cortigiani medicei. Ed ora questo gran monumento ricco di tante memorie e
propriety di una nobile dama Bussa, la contessa Orloff, la quale, curando il
decoro di questo luogo, ha speso ingenti somme per abbellirlo, e farvi
miglioramenti notevoli. Se pero 1' Accademia degli Orti non pote daDa congiura
in poi radunarsi, e gli Orti stessi furono con pensiero ingeneroso venduti, la
tradizione platonica non si spense guari, nd si poteva. Troppi erano gli uomini
grandi, il cuore de' quali batteva per le idee del divino Ateniese; troppo viva
era in essi la memoria del Ficino e di Bernardo ; troppo cdnsone ormai le
platoniche divinazioni al sentimento italiano, rispondenti troppo alia bellezza
del cielo che aUe pendici di Firenze, alia torre di Arnolfo, e a Italia tutta
divinamente sorride. II Casa, lo Speroni, il Patrizi platonici tutti legano i
tempi di Bernardo e dei figli ai tempi del platonico Orazio. Ma pur nella
famiglia medesima de'R. questa fiamma si conserve viva sempre, e se un uomo tra
essi debole o degenere potd r avidity del danaro preferire al glorioso
possedimento di quel luogo; sacro ormai come tempio, o cederlo, vinto dair
altrui minacce, i piii di loro dovettero deplorare sififatta perdita; mentre,
contemperate dalF indirizzo dei tempi, predilessero sempre le dottrine della
illustre Accademia. E 1' avo matemo di Orazio R., cultore del neoplatonismo,
conobbe Torquato Tasso ancor giovane a Napoli, e il Tasso, platonico in certi
punti, ricorda quell' avo con parole di molta lode e di molta familiarita nel
suo Dialogo che ha per titolo : II Goneaga o del piacere onesto. (Dialoghi del
Tasso, per cura di Cesare Guasti, Tip. Le Monnier, vol. I, pag. 60). Ed 6 a
questo punto che comparisce sulla scena della vita Orazio nostro, di animo
nobile, d'ingegno elevate, il quale doveva come riunire in s^ e nell' opere sue
la tradizione neoplatonica custodita gelosamente nel seno deDa famiglia
materna. II conservarsi, come tesoro santo^ r amore delle dottrine dell'
Ateniese e del Ficino da' R., le case dei quali furono teatro in cui i piii
dotti si raccolsero sempre, non pud da noi non risguardarsi come un' occasione,
un motivo intrinseco dell' indirizzo filosofico del nostro filosofo, o almeno
come un elemento sostanziale che doveva concorrere insieme con altri, e
potentemente, a informare lo spirito scientifico e letterario di lui. Un
Ricasoli infatti diede a Orazio la vita; ma i R. ne informaron la mente, in
quella guisa medesima che coUe sostanze di Monsignor Delia Casa ereditd, come
scrive il Casotti, il suo spirito, la sua virtii. (Elogio di R.). Non
anticipiamo il racconto ; ma possiamo dire fin d' ora che R. nostro, ammiratore
e seguace delle dottrine platoniche, dovS sognare sovente i deliziosi sapienti
convegni nell' avito giardino, e pitl d' ogni altro dolersi che quel monumento
di virtii e di dottrina non potesse piii, fatto albergo ai disordini di Bianca
Cappello, e poi di un cardinale de' Medici, ispirare nell' animo siio il forte
volere, i gravi pensieri, che quei liberi ingegni vi aveano raccolti e
maturati. Nondimeno egli, R., per far rivivere quell' avite conversazioni, e
perpetuare cosi la tradizione domestica, raduner^ nelle stanze della sua casa i
celebri eruditi del tempo suo, e dietro le orme de' suoi parenti, ascolterh e
detter^ precetti di sapienza e di virtti, non potendoli ancora di liberty. Ch^
in luogo della voce sdegnosa del Diacceto, degli Alamanni e del Buondelmonti,
che nel sacro ricinto de'suoi Orti venduti echeggiava minacciando i fautori del
dispotisDio, gli oppressori dell'antica e gloriosa repubblica, qui nelle stanze
del R., uomo di corte insieme con dotti uomini di corte, si udiranno parole di
dottrina, rime d'amore, rim-, proveri pur anco ai costumi guasti della Corte e
del Clero ; ma non saranno piii, no, gli energici avvisi del Machiavelli e
degli altri per trattener la caduta di una liberty che vedevano precipitare ;
saranno i timidi lamenti di un bene irremissibilmente perduto, deboK querele di
uomini curvati sotto il gravame della servittl, proteste inconsapevoli talora,
sommesse sempre, perch^ i Medici ormai signori assoluti, se splendidi e munifici
protettori delle scienze,'non sono tali da consentire si grande temerity, e il
tribunale 6 la ad impaurire gli intelletti, e a tarpare le libere ali del
pensiero e della coscienza. Cosi i motivi generali esteriori ed intrinseci
delI'avviamento educative e scientifico di R. apparvero a me, ed io credo pure
al leggitore, distinti. Vediamone ora lo svolgimento successive nel cammino
della sua vita. Prima edacazione e istrazione del Bacellai. Fa segnace del
Galilei. ~ Lo dichiara egli stesso ne* suoi scritti. — Abitudini sue e motteggi
de* suoi amici. — Lorenzo Panciatichi. — Luigi Ricasoli Rncellai. La Corte
Toscana e R.. Suo cortigianesimo e suo disprezzo della Corte. ~ Contrast© de*
tempi che anche su questo pimto si ripercuote nell* uomo. — Sua missione
diplomatica a Vienna «^'Varsavia. II 'signer Luigi Passerini che piii
largamente di ogni altro s' intrattenne suUa vita di R. (Genealogia della
Famiglia Bicasoli, Tipografia Cellini, pag. 84 e segg.) discorrendo della prima
educazione di lui ci dice che Ma i nomi di quegli uomini chiari non li
sappiamo, nd I'esame accurate che su tutte le opere di R. abbiamo fatto, n^
altre ricerche diligenti ce li han rivelati. Gli ^ certo perd che Galileo fu
udito dal R., e questo possiamo asserire con sicurt^ piena. Imperocche il
signer Passerini si appoggi, come noi, nell' afifermar cio sopra quelle che il
nostro scrittere nel suo Discorso centre il Freddo Positive dice in principio,
e che ^ prezzo delr opera rammentare. Questo e qualche altro passo delle opere
sue, provano essere stato il R. discepolo del Galilei, non gia nel significato
ristretto che si suol dare a questa parola, ma in quanto egli giovane piil
volte ascoltd da' labbri medesimi del Galileo la esposizione delle dottrine di
lui; e a questi passi si appoggiano il Nelli, il professor Palermo, il conte
Mamiani ed altri che ne favellarono. e pone in nota che cio ricavasi da alcuni
frammenti di oi)ere del medesimo esistenti nella sua libreria. E il professor
Palermo e il conte Mamiani chiamano con sicurezza piu che discepolo, amico del
Galilei V Imperfetto. E il canonico Moreni batte la medesima strada, aUora che
discorre di lui, e si maraviglia, e a ragione, che il Tiicaboschi, laddove nel
tomo ottavo della sua Storia della Letteratura italiana si trattiene a parlare
di R., nol collochi tra' piii solenni filosofi di quel fioritissimo secolo, in
cui \isse 1' immortal Galileo di lui maestro. (Saggio di Dialoghi filosofici
del Bucellai dato dal Moreni. Tipografia Magheri, 1823, pag. xxi. Firenze.) E
le dottrine del gran filosofo poteron davvero anch'esse ed efficacemente sull'
animo del nostro scrittore, come su di uomo tenero amico della verity. Galileo
infatti aveva trovato nella selva opaca il vello d'oro: egli aveva ritornato a
vita sotto un certo rispetto il metodo di SoCrate e lo aveva riconsegnato alle
intelligenze stanche ormai di servire ciecamente all' autorita di Aristotele.
Ecco il perch^ R. vedi abbracciare del Galileo le teorie con animo aperto. Ed
ei pud dirsi che dififerisce dagli altri segi\aci del Galileo e che li supera
in questo ; gli altri svolgon le dottrine metodiche del Galileo nell'
osservazione dei fatti esteriori e delle loro leggi ; mentre che R. si propone
di svolgere quel metodo stesso in ogni disciplina filosofica, cio6 anche nella
osservazione dell' uomo interiore; quantunque nelle conseguenze della sua
lilosofia seguiti piii il probabilismo accademico, come vedremo in progresso. n
R. dov6 avere altri maestri e di rettorica e di filosofia, e compiere nella sua
gioventii studj ordinati; e di cio fan testimonio le opere sue eruditissime, e
nello stile e nella lingua adorne di tante bellezze. Oltrediche era questo il
costume de' ricchi e de' nobili di que' secoli ; che allora, come ne ricorda il
buon Moreni (Dial, fil., pag. Vill), quanto piil erano eglino di nobilt^
forniti e al di sopra degli altri, tanto piii e'si credeano in debito ad
esempio ancora, ed eccitamento altrui, di viemaggiormente nobilitarla coUe
virtii, e colle lettere, ben persuasi che senza il di loro corredo, soccorso e
accoppiamento, niente o assai poco ella nello spirito signoreggiar suole o suUa
opinione degli uomini. D R. educate fin da giovanetto da' suoi genitori e
maestri nel sentiero della scienza e della virtii, fu quanto e piii di altri
compreso di cid, e la verity di questa sentenza tradusse egregiamente in atto
nella sua vita fino all' estremo; si che il Magalotti, quando avvenne nel 1672
il 16 febbraio la morte di lui, mestamente scriveva a Luigi Del Riccio.
(Lettere Familiari, tomo II, pag. 28) A dieci anni fu decorato delle divise
equestri delrOrdine di Santo Stefano; a sedicirimasto privo del padre, ebbe il
Priorato di Firenze, istituito dal suo avo Giuliano; e i cavaKeri di quell'
Ordine lo elessero gran Contestabile nella solenne adunanza tenuta in Pisa. A
27 anni sposo Maria Felice de' nobili Altoviti, egregia donna, e dalla quale
ebbe nove figU, tra cui Luigi il maggiore, che seguendo le orme del padre fu
anch' esso, • giusta ne dice Salvino Salvini ne' Fasti Consolari dell'
Accademia Fiorentina, e secondo che ne porgono argomento sicuro gli scritti
eruditi di lui, lo splendore della patria, e 1' ornamento non meno delle
accademie che delle corti dei principi. Orazio RuceUai pari av^ndo alle doti
della mente quelle del cuore, fu caro a quanti lo conobbero, venerate anco da'
grandi, e mite senza che cio vietasse a lui di essere nelle sue poesie e
cicalate acuto e pungente, e dei vizi rampognatore mordace. Fu come i suoi
genitori uomo pio e religioso, anco troppo talora, fino a sapere di eccessiva
misticit^ nei suoi scritti. Ebbe sua dimora in Firenze; pero talfiata recossi e
abitd in Roma, dove aveva possedimenti, e spesso, dopo le politiche incombenze
a Vienna e in Polonia, ritiravasi specialmente gli ultimi aniii nella quieta
villa al PoggiaJe, ne' dintorni di San Casciano. Le sue abitudini come d' uomo
che vuole stare in una custodia di cristallo, meticolose sempre e, come a dire,
scetticamente impacciate, che ti sembrano un debole si, ma pur verace riflesso
del suo carattere, de' suoi scritti e del suo tempo, e pero mi ci fermo. Tanto
era della sua salute eccessivamente riguardoso, che certi suoi incomodi e certe
curiose precauzioni per questi, diedero ansa ai motteggi e alle canzonature
poetiche de'suoi amici accademici, non disdette neppure da Luigi suo figlio, e
accademico anch'egli. E Cesare Guasti scrive di lui motteggiato dal
Panciatichi: E infatti nel bel suo ditirambo di im BevUore brillo, a
Panciatichi deride cosi il Bucellai: « Pupilletto, Vezzosetto, Caro Orazio
RuceUai, Gioiellino degli amici, E splendor deUe morici, Dimmi 3e io son cotto,
filosofo mio dotto, Tu che trovasti, Tu che redasti Fralle cose paterne indite
e rare Le pillole che fanno indovinare. » Dalle quali ultime espressioni
ricavasi conferma ancor di quello che nel precedente capitolo andava
accennando, sul trasmettersi quasi per tradizione ciascun de' R. di padre in
figlio, iino ad Orazio, la dottrina platonica. E delle medesime sofisticherie
ragiona quasi sul serio il figlio Luigi'nella Cicalata della Ipocondria: i
Ditemi un poco, egli esclama, quella difficoM di respirare che tiene sempre
sospetto d' asma il nostro filosofo (chd Orazio era cosi antonomasticamente
appellato) pud ella essere altro che 1' ipocondria pettorale ; la quale mentre
impedisce V esalazione di quelle si vive favilluzze, gli mantiene sempre piena
di filosofia la lingua e il petto? Cosi la vivezza dell'Imperfetto, mio
genitore, con cui le piii difficili cose del Timeo spiega si chiaramente, A
daU'emorroidale prodotta; ond'egli, che bene il ravvisa, per aggiungere coi
nuovi sopravvegnenti spiriti vigore ed impulsi all' intelletto, ad ora ad ora
1' emorroidi rimpinza, perch^ ella per quella via non gli scappi fuori; cbe
perd a ragione dal suo gran panegirista (il Panciatichi) fu chiamato ((
Gioiellino degli amici E splendor delle morici. » Ma odansi, di grazia,
de'motteggi ancor pitl acuti che alle sue abitudini legate si fecero: e con cid
intanto il lettore^ si far^ meglio un' idea di quel che allora erano
I'Accademie in generale, e dove gli eruditi e i letterati snervavano 1'
ingegno. In un altro ditirambo D' una che per febbre deliri motteggia da capo
il Panciatichi il nostro Orazio cosi: « Malan che il ciel vi dia^ Sto male, ho
le petecchie, ho quel sudore Che di luglio uccideva il mio Priore. Solamente
sdraiato sugli marraori Queir omazzo attendea V alba deir jomo, Quand' ecco in
un istante > Di strida e d' ululati, Di singulti e latrati Himbomba
Parione,* E corron le persone A casa V Imperfetto Che faceva all' amor col
cataletto. Corse Razzullo,* e senza aver pigrizia II Priapo * volo della
sporcizia, Per dichiarazione di questi versi giova recare alcune parole di
Luigi R. nella Cicalata suir Ipocondria : « N^ meno provvidente si dee reputare
mio padre, diligentissimo Ipocondriaco, al quale venne, poche settimane sono,
in villa, una specie di granchio nella penna, che debilitando quelle sue dita,
ferme gliene tenne e inabili a scrivere per due momenti ; onde esso temendo d'
improvviso accidente d' apoplessia, acciocch^ col mote non gii piovesse
nuovamente flussione, mando tosto a cercare del medico tre miglia lontano ; e
intanto tenne immobile nella medesima positura la mano e le dita per aria,
finche il medico non vi arrive che gli die licenza di muoverle. » E appresso :
«E per certo s'udirebbero piu rade, o forse non mai, le scalmane, se tosto che
1' iiomo dal natural temperamento si sente fuori, alia prima gocciola di
sudore, anche d' agosto, si ritirasse nella piii tepida stanza ; e fino quando
gli sudano le tempie per rnangiare il marinate, o altra cosa acetosa, proibisse
il far vento per cacciar le mosche da tavola. i> Strada in Firenze^ ove era
il palazzo Ricasoli^ convertito oggi in Locanda. II Biscio7ti nella stampa
annoto : « Si crede foss% un plebeo. » Ma neW esempl&re oggi Riccardiano,
suppli a penna : « Vogliono alcuni che in quel tempi si denominasse Razzullo il
poi famosissimo dott. Francesco Redi. » * II Priapo della sporcizia, in lingua
Jonadattica, il Priore della Sporta, convento e spedale dei frati di San
Giovanni di Dio. Vedilo ricordato anche nella Controccicalata. II Panzacchi,
che forse ^ questo Priore, praticava molto in casa del march. Corsini ; dove,
oltre gli altri divertimenti che le brigate ne traevano da lui, uno Che appunto
colla barba veneranda, Facea le fregagioni A certi suoi malati vagabond! Che
pativano un po'di mal di pondi. Che c' 6 e che non c' fe ? Chi ha mal ? che
cosa 6 stato ? Grida il Priore : Oiin6 ! lo son, che son spacciato. \r 6
cascata la gocclola. Che gocciola, Signore? Gocciola di sudore,' Gocciola amara
e tetra Che alia mia tomba incavera la pietra.* Deh! cantatemi tutti
I'Epicedio! Sudai di luglio e non c' e piii rimedio. E via di questo gusto
canzonature sopra canzonature, che io debbo tralasciare per non digredir troppo
dal pill importante. II riferito per6 credo basti a dipingere, tolta 1'
esagerazione, il carattere di questo era il farlo predicare : nella qual
funzione faceva e diceva cose stravagantissime. Una volta gli fu fatta questa
burla. Avendo i signori Corsini adunata una buona conversazione al loro giardino
vicino alia porta al Prato, e volendo far predicare questo frate su quelle
parole del Vangelo, Modicum et videhitis me etc. ; ed avendo fatto accomodare
una grande asse sopra un vivaio o tinozza d'acqua; fattolo quivi sopra salire;
quando si fu bene incalorito, ed ebbe molte volte esclamando ripetuto :
Modicum, et videhitis m.e; nei ripetere Taltra parte del testoi Modicum et non
videhitis me ; gli fu tratta di subito I'asse di sotto, e il caro frate,
cadendo nell' acqua, tutto quanto vi si tiiffo. Accorsero i servitori a
trarnelo, e lo condussero in una stanza a rasciugare : ed alcun gentiluomo fu
nel1' istesso tempo a confortarlo e a dargli ad intendere che era stata una
disgrazia dalla veemenza del suo dire procurata. (C. Guasti. In nota agli
Scritti varj- del Panciatichi.) * Vedi di sopra la nota alle parole quel sudore
ec. Scherza su quel verso : Gutta caval lapidem, non vi, sed scepe cadendo.
uomo, le esitanze e i timori del quale per la salute rassomigliano alquanto
agli scrupoli ed ai timori incessanti di trasmodare che nelle opere scritte di
lui trapelano ogni momento; e a farci meglio conoscere le consuetudini
spensierate di quella et^ della quale giova veraraente ripetere : che non
sappiamo se rimpiangere que' tempi o compiangerli; perch^ rimane a sapere, se
quello fosse un ridere consolato, od un amaro sorridere. (GUASTI, Ibid.) Come i
suoi antenati, cosl Orazio entro presto nella Corte, e a dieci anni fu ascritto
tra' paggi ; e fin da quel giorno incomincio la sua vita di cortigiano sotto il
governo di Cosimo II. II quale, quantunque di ottima indole e di buone
intenzioni, non poteva per la mal ferma salute aver grandi cure del govemo. II
Rucellai perd dovette incominciar a nausearsi fin d'allora della sfarzosa
vacuity della corte, cui Cosimo U, per distrarsi dal fastidio del governo,
riempi di nani e di buflbni e di lusso spagnolesco, seguendo cosi le misere
inclinazioni di un tempo ancora piii misero e ostile alia liberty dello
speculare e del vivere. E piii ancora dov^ 1' animo suo disgustarsi del fare
artificioso dei Principi e delle Corti, quando, morto Cosimo II, e Ferdinando
II destinato a succedergli s'instruiva, giovinetto ancora, nelle cose di Stato,
le due principesse Gristina di Lorena e Maddalena d' Austria tennero per ben
sette anni le redini del govemo toscano. Amministrando con femminil leggerezza,
incorsero in gravissimi errori. Tra questi non pot^ loro perdonarsi V aver
allontanato dal consiglio e dal governo il Segretario di Stato Curzio Picchena,
uomo di probity sperimentata e di costumanze severe, al quale le aveva Cosimo
raccomandate ; sostituendo in sua vece Valerio Cioli, uomo raggiratore, avido,
menzognero, che presto pose le finanze e tutta V amministrazione in disordine.
E fu pure per i mali consigli del Cioli se le due donne, con grave danno della
Toscana s'indussero a rinunziare in favor del Papa il Ducato di Urbino, il
quale, appartenendo alia fanciullina Vittoria Della Rovere unica erede del
morto Duca Federigo, e promessa sposa a Ferdinando II, doveva come patrimonio della
moglie (deplorevoie uso del tempo) tornare alia casa Medicea. Deboli, incerte,
pusillanimi queste due principesse avevano troppi e spesso ingiusti riguardi
verso la nobilt^ ; il perche codesto ordine di cittadini, soverchiamente
privilegiato, lo fecero montare in tanta baldanza, che impunemente opprimendo
la plebe, la eccitava a tali vendette e delitti, cui le leggi piii non potevano
impedire. Ed 6 naturale ! tirannia nemica di liberty ^ sempre generatrice
esecrata di licenza e delitti. Ma cid nondimeno, in tanto contrasto di
grandezza e di miseria, di virtii e di vizio, di dispotismo e di liberty,, R.
pur disgustato, lo vediamo anziche allontanarsene, continuar I'abitudini di
famiglia, proseguir nella Corte, e sotto il reggimento di Ferdinando, salito al
trono nel 1627, diventa r suo gentiluomo di camera. Egli, Orazio, si fa, come
tutti gli altri letterati del tempo, sempre piii ligio al Granduca; ne dico cid
a caso ; cM alcune lettere ''di lui ritrovate da me fra le carte di Ferdinando
II e del cardinale Leopoldo ce ne oiBFrono prova manifesta. Biasimera poi con
nobili versi i vizi dei principi e dei cortigiani; dispregier^ con isdegni
generosi quelle catene dorate ma pesanti sempre, e il contrasto dei tempi
vedremo qui pure riflettersi nei pensieri e nolle azioni del nostro lilosofo.
Ma intanto ei si piega, ei fa getto della indipendenza del suo spiiito, cotanto
necessaria soprattutto a un iSlosofo. E poi se biasima la Corte e i cortigiani,
non tocca ne biasima punto il malo govemo, si i vizi particolari del govemante;
d questo un biasimo come di famiglia grande ma quasi privata; ne la patria sua
ricorda mai, e non ha mai un pensiero per essa ; sembra quasi Y abbia
dimenticata, o non sappia che ella ^ in servitu; solamente la Corte, TAccademia
e la villa formano il mondo del nostro filosofo. Mi si permetta in grazia dell'
opportunita, ch'io tolga da un de' capitoli prossimi, qualcuna delle sue parole
servili inverso il Granduca; indi alcune altre che contro la corte ed i
principi lancia sdegnato ne'suoi sonetti, e giudichi il lettore s'io sia, nelle
mie aflfermazioni, fuori del vero. E nell' occasione della nascita d' un suo
figlio, pur di Roma un anno dopo, il 10 dicembre 1639, (V. Garteggio idem,
lett. 304, filza idem), V annunzia al suo padrone serenissimo cosi : E in altre
lettere scritte al granduca medesimo per domandargli favori, poich^ sembra in
certi momenti ii suo patrimonio abbia sofferto gravi avarie, e per rendergli
grazie dei soccorsi somministratigli, arriva a dire che la sua vita medesima ^
a Ferdinando obbligata per legge di natura. Ed io non so dove pescarmi
servility maggiori di queste, n6 qual' altr' uomo mai che piii fedelmente di
lui mi narri colla sua propria bocca inconsapevolmente le tristi condizioni di
quegli spiriti. Egli ^ questo il pid alto grade della cortigianeria, ^ la
negazione di quel che gli antichi con aurea parola chiamavano umano decora !
quantunque la generale consuetudine di parole tanto serviH togliesse loro gran
parte dell' abiezione che a noi sembrano avere. Ma ecco I'antitesi, il
contrast© de' tempi nell'uomo, e Tuomo che li spiega. II R., dopo quelle ligie
proteste di servitil par ti diventi a un tratto un altro uomo, allorche quasi
libero cittadino scrive cosi contro i Principi e contro le Corti: « La beUa
verita, ch' ove s' apprende Puo far d' alte virtii feraci i regni. Ma con lume
piu vivo entro s* accende Gli uinili alberghi e ne' piu pari ingegni, Non sopra
eccelse raura unqua risplende. Dove il mentire e 1' adular s' ingegni, Anzi la
vista a' regnatori offende, Quasi infausta nemica a' lor disegni. L' inclita
Maesta temano i regi, Non cangi all' opre lor specchio si fine, E sembrin
macchie impure ilor bei fregi. Quelle ch' usan chiamar virtu divine, Arti fian
di malizia, e gli alti pregi Di lor gloria maggior frodi e rapine. » Comunque
Ferdinando II, e a buon diritto, fece di R. giovine ancora assai conto, e nell'
eta di 30 anni, sapendolo esperto nella ragione civile, gli die a sostenere le
due ambascerie, a cui ho accennato di sopra, e la prima nel 1635 a marzo per
Vienna, appresso rimperatore Ferdinando per rallegrarsi delr elezione dell'
arciduca Ferdinando suo figlio a re dei Romani, come ne attestano i documenti
che si trovano nel nostro Archivio Centrale di Stato (FU^a Medicea, n** 4389) ;
1' altra a Varsavia, nel medesimo tempo, per condolersi col re di Polonia
Vladislao IV, per la morte del Cardinale suo fratello, e per trattare il
matrimonio della principessa Anna dei Medici col principe Reale {FU^a Medicea,
n° 4795). In queste due legazioni ei diede prova di molto sapere e di
altrettanta cortesia, e le letter e stesse dei Principi e degli ambasciatori
toscani presso quelle due Corti addimosfcrano quanto R. fosse stimato e
gradito, e pel suo sapere e gentilezza di maniere ammirato da tutti. Sicchd il
Tartaglini ambasciatore del Granduca a Vienna scrivendo di lui, il 9 marzo
1635, al ball Cioli segretario di Stato ebbe a dire: (FiUa Medicea,n'*4^S8d) E
al cavalier Poltri il medesimo Tartaglini aggiungeva: Del rimanente, avremo
meglio piii tardi, discorrendo dell' opere del RuceUai, campo di vedere quanto
ei fosse nella ragion civile versato ed accorto, e quanto giustificata fosse 1'
ammirazione, che coloro i quali tenevano allora gli alti ufficj del governo
portavano a lui, che Lorenzo Magalotti per la sua prudenza qualificava come V
uomo piu esperto a f of mare il more di un principe. Ufftcj di R. nella corte
di Ferdinando II. Qnalita di qaesto principe. £ di Leopoldo. Benemerenze di
essi nella protezione e cultara degli stadj. Si restituisce a vita V Accadeniia
Platonica. Si fonda TAccademia del Gimento. R. poeta, letterato o filosofo. —
Lodi a lui de^contemporanei e dei posteriori. Rovai. Redi. Crescimbeni. Moreni.
Pallavicini. .Uffiicj di R. nell* Accademia della Crusca. Esercizio di versione
da* classici antichi introdotto dal R. nelr Accademia. Se e quanto R. conobbe
il greco. R. e i suoi Dialoghi filosofici. L’elogio a lui del SaMni.
L’Accademia in sua casa. Materia e disegno de* suoi DialoghL Relazioiil di lui
co* dotti del tempo, e co* principi. I quali r ajutano sempre. Traversie nella
sua vita, — economiche, — moral!. Rassegnazione sua. II R. e Cosimo III. Questi
non e, come generalmente si crede, nemico degli studj filosofici e e letterarj.
— Morte di R.. — Si chiude con lui V etk del Rinascimento. — Onori al merito di
quest' uomo prodigati anche dai posteri. — Come anch' io intendaonorarlo con
questo libro. Torna, pertanto, R. dalla missione politica sulla fine del 1635,
rientrando nel suo ufficio di gentiluomo di camera di Ferdinando 11, e dedicandosi
pure senza interruzione a' suoi studj, a' quali trovava, giova ricordarlo,
impulso grande ed esempio ne'molti eruditi fiorentini del tempo e negli stessi
principi, il Granduca e Leopoldo. Ferdinando II ai guasti deUe due reggenti
Cristina di Lorena, madre di Cosimo 11, e Maddalena d' Austria sua moglie, le
quali avevano empita la corte di lusso e di intrighi, tolto alia giustizia il
suo corso con le immunity e gli asiK delle chiese, tento ogni via di rimedio,
da eccellent' uomo ch'egli era. E se nella politica non gli arrisero sempre
idee felici, e seguitd ora piti ed ora meno le orme spesso non imitabili degli
avi suoi, e alia prndenza non seppe costantemente unire il coraggio, tuttavia
delle scienze, delle lettere e delle arti fu quanto e piii de'suoi predecessori
amico e cultore, e ai suoi aiBFanni cercd distrazione, proteggendole regalmente
e promovendo soprattutto le scienze esatte e le naturali. L' Emitiani Giudici
(e credo in parte a ragione, ma in parte pure esageratamente) attribuisce
questa protezione ad un fine politico e la spiega cosi : E Leopoldo fratello a
lui minore di et^ non fu di certo minore a lui per scienza e per I'amore di
essa. E il conversare frequente col Galileo Io rese esperto a schivare up.
servile ossequio al Peripato, e a farsi della osservazione, dell' esperienza e
della geometria criterio alia liberty dell' intelletto; e la filosofia naturale
del Galileo e della sua scuola trovo HI esso e nel Granduca due propugnatori
ardent! ed ^fficaci. Nutriti ne' buoni studj, contribuirono a mantenere in vita
e in vigore le Accademie toscane, dove ridioma nostro potd almeno trovar salute
dal contagio generale del tempo, e le scienze naturali uno incremento
grandissimo. Nessun' altra et^ parmi possa vantare come questa di Ferdinando e
di Leopoldo, tanto viva operosit^ di scienza e di lavoro letterario, destata
per impulso di questi due principi. E Leopoldo, il quale sebbene avesse anco
nelle faccende governative la plena fiducia del fratello, che del consiglio e
dell' opera di lui sempre si valse, pure non avendo in mano la somma delle
cose, che tutta era nel Granduca riposta, trovava piti largo campo per
promuovere e favorire le lettere, le arti e le scienze. Difatti benemerito del
nostro splendido robusto e gentile idioma con animo appassionato e caldo
facilitava e sollecitava i lavori del Vocabolario, accudiva alle pubblicazioni
di vari testi di lingua. Arricchiva di nuove collezioni la GaUeria di Firenze,
che da lui riconosce molto del suo presente splendore. Rifondava, e questa fu
delle prime sue cure, sulF esempio del vecchio Cosimo, Y Accademia Platonica,
perch^ Dante e Petrarca fossero illustrati a seconda di quella filosofia; e
sebbene il ritorno all' idee platoniche non fosse veramente un favorire la
tendenza degli intelletti in quelr etib, n^ un avvantaggiare la filosofia
Galileiana (Vedi Notizie istoriche premesse ai Saggi di Nat. Esp.^ Firenze,
1841, pag. 60), era pure un forte attacco, comunque indiretto, alle dottrine
scolastiche fatte da lungo tempo cibo quotidiano ed unico della numerosa
mediocrity; e per questi fatti e per questo colpo indiretto sarebbesi meritato
Leopoldo da qualunque ingenuo e libero storico il nome di Benemerito, quando
anche non vi avesse aggiunto tutto cid che voile operare a promuovere
direttamente la nuova Filosofia delrUniverso. Nell'avvantaggiare le lettere, la
filosofia e le scienze ebbe sempre in costume Leopoldo di associarsi agli
uomini che pitl si erano in quelle varie discipline segnalati; cosi nel
favorire lo studio della lingua nativa conveniva cogli Accademici deUa Crusca a
pubbHcare opere poetiche o testi di lingua, radunava presso di s^ i Dati, i R.,
i Redi, i Magalotti a richiamare la filosofia di Platone; istituiva a bella
posta una congrega in sua casa a raccogliere, pubblicare e ristampare le opere
del Galileo, del Castelli, del Torricelli e dei matematici antichi nuovamente
illustrati e dichiarati. E anco lo stupendo concetto di fondare un' Accademia
destinata espressamente alia Filosofia sperimentale, si deve in particjolar
modo alia gran mente del principe Leopoldo, il quale voile nel 1657 stabilire
delle regolari Adunanze, nelle quali sotto i suoi occhi la nuova filosofia
sperimentale, gi^ nelle domestiche mura promossa, avesse culto quotidiano e
sistema, con Vincenzo Viviani, BorelU, Rinaldini, Marsili Magalotti, OKva,
Bellini, Redi, molti dei quali fregiarono indi le famose University di Pisa, di
Firenze, di Siena, inauguratori sovrani di quella Riforma proclamata dal
Galileo e dal Torricelli. Orazio R. fioriva in mezzo a quegli uomini grandi, ed
emulo della loro operosita e di operosita esempio ad essi costante, nei rumori
della Oorte schivando Tozio coltivo sempre come nelle mura domestiche la morale
e gli studj, ed ivi al pari del Redi trovo mezzi e pascolo airansietli
irrequieta del sue spirito filosofico. Venuto presto in fama di molto sapere,
il Granduca e Leopoldo non potevano non prenderlo in considerazione alta, e
oltre le missioni politiche, che sopra mentovammo, gli affidarono la direzione
degli studj del principe Francesco, e nel 1657 la sopraintendenza della
Biblioteca Lanrenziana, che insieme alia Galleria veniva con regia profiisione
arricchita. Le piii illustri Accademie fecero a gar^ per ascriverlo tra loro, e
prima la Fiorentina della quale fa consolo nel 1653. E anche dell' Accademia
della Cnisca fa singolare omamento e sostegno, e ne ebbe piti volte r
Arciconsolato. Voile, imitando in ci6 la modestia di Socrate e la moderazione
di Pittagora, giusta ne scrive Anton Maria Salvini, essere chiamato in essa V
Imperfetto, e fece per impresa un disegno in matita rossa corretto con midolla
di pane, col motto : per ammenda, Mostrossi il nostro Autore poeta, letterato,
e filosofo, e in queste tre qualita riusci a' suoi contemporanei famoso, come
le lodi di essi a lui prodigate fan fede. Infatti lo stesso granduca Ferdinando
e Leopoldo a lui versi richiedevan sovente come da alcune lettere sue in
risposta a loro ricavasi. Egli, R., scrisse rime di amore, filosofiche sociali,
religiose, ed anche disoneste ; scrisse cicalate e panegirici, e dialoghi
filosofici. Certamente questa mischianza di contradittorj non potra a meno di
colpire la riflessione del lettore; molto piii se egli ricordi le qualita
morali e anzi gli scrupoli che, come nel fisico, cosi nel morale assalivano di
continuo il nostro filosofo. Perch^ mai egli a lato di poesie che ti discorrono
soavemente dell' anima, dell' amore, della Provvidenza, che ti lodano la
verginit^ di santa Maria Maddalena, • osa porre lubrici scherzi, immorali
canzoni? Questo e un primo problema che fra poco risolveremo. Intanto vogliamo
finir di vedere in qual conto cospicuo e come letterato e poeta e filosofo lo
tenessero i suoi contemporanei, e anche i ppsteriori vicini a noi; indi
ridurremo coUa critica al suo giusto valore le lodi. Francesco Rovai amico, a
quel che sembra, di Orazio, e cantore delle Muse egli pure, indirizzandogli una
sua canzone in morte d' un barone Bettino Ricasoli, cosi gli parla: « Dillo tu
che sublime Sovra Eliconia ascendi, Orazio amato, e vai per i' aure a volo, Di'
se de' colpi suoi fleri, tremendi Alcun giammai segno di piaga im prime Suir
Apollineo stuolo ; Dical tua cetra i cui sonori carmi Al tempo ed air oblio
spezzate ban V armi. )» E il Redi, pur amico di R., e scrittore forbitissimo di
lingua nostra, pote dire di lui, che E per tacer d' altri, il Crescimbeni neir
Arcadia dice che : E nel secondo volume della Volgar Poesia, aggiunge che : Ed
anco come letterato accademico ne'suoi Discorsi, nelle sue invettive, e nelle
sue cicalate, apparve a quegK eruditi modello di scrivere, e lo encomiarono
profusamente, ora ammirando Y eleganza del dettato, or il brio e le facezie di
che le andava adornando. E il canonico Panciatichi, con lettera in data di
Parigi de' 24 ottobre 1670, volendo esaltare la gran perizia che aveva nella
nostra lingua la duchessa di Vitry, cosi dice : Da che si vede com' era egli
tenuto per letterato e scrittore in gran conto, e a molti, se non a tutti i
suoi contemporanei, superiore. E il cardinale Pallavicino che quantunque, come
dice il Giudici, se la piccasse un po' troppo per modello di stile, pure ne ^
di certo maestro, in questo modo scrivendo al R. de' suoi componimenti
giudicava: (1666) E veramente R. si mostra qui, come nella versione di molte
altre cose latine fatta man mano ne' suoi Dialoghi FUosofid, del latino idioma
egregio conoscitore, non senza difetti che faremo poi notare aver esse comuni
col tempo; il tempo poi questa conoscenza delle antiche lingue prediligeva, ch^
1' et^ del Rinascimento non era ancora spirata, e dovea anzi chiudersi col
nostro Filosofo. II quale, come quel che piii d' ogni altro de'suoi
contemporanei ea; ^ro/i2550 si occupo nella filosofia di Platone doveva (e
naturale arguirlo) il greco conoscere profondamente, e piil che non il latino.
Se non che noi restiamo su tal punto tra il si e '1 no, e ci nasce anche il
dubbio ch'ei ne avesse una notizia non troppo grande, e che per la versione e
interpretazione del testo si servisse di traduzioni gia fatte dagli anteriori
neoplatonici, dal Ficino pr^cipuamente ; molto piii che neoplatonicamente nella
massima parte le teorie e le dottrine del divino Filosofo spiega ed illustra,
cogl' intendimenti di Marsiho, di Plotino e di Giamblico, n^ si cnra, se non di
radissimo, di ricondurre al suo verace e legittimo valore i pensieri deirAteniese;
ne una parola greca ne'quattordici volumi de'suoi Dialoghi ti ^ dato trovare
scritta, molto meno una frase ; e se v' ^ una parola greca § logos scritta
italianamente. E vero che percorrendo le sue lettere, ne troviamo una
principalmente diretta di villa al Redi, il 13 novembre 1662, e dove dice tra
le altre cose : E piil volte di aver letto sul testo or quella or questa cosa,
di sua propria voce conferma ue' Dialoghi, e nel prime Dialogo sul Timeo
assevera aver per questo riscontrato tutti quanti i testi mighori ed esaminato
(perd) qualunque de' piii reputati interpreti e piii autorevoli. Ma come ognun
vede, questi passi vengono piii in conferma de' nostri sospetti che contro; e
ad avvalorarli vo'recare qualche espressione che ho trovato nella difesa del
signor Tommaso Segfii, com' accademico detto 1' Ardito, contro le accuse
dategli dal Kucellai, in uno di quei soliti finti battibecchi di quegli
Accademici. In questa difesa mentre si ricava la conferma che R. studid sempre
e profondamente le Matematiche, lo che si .vede chiarissimo ne' suoi Dialoghi
sulle armoniche proporzioni, e ch' ei dettd rime lubriche, v'^ pur conferma del
nostro pensiero sulla poca scienza sua del greco. Tra le altre cose egli, il
Segni, dice al R.: Entrasti dopo cio nella mia traduzione della cornmedia di
Plauto, dicendo che io I'ho fatta a non so che mio fine. A questo non ti
rispondo perch^ io non t' intendo ; se tu ti dichiari megHo, ci sar^ la
risposta anche per questo, non dubitare. Questa commedia si recita domani, vieni
alia stanza, che ci sar^ qualche cosa per te; gli ^ giomo di festa; tu non
sarai impedito da' tuoi gravissimi studj delle Mattematiche ; nou biasimo la
scienza, non ti alterare, che io so benissimo che si 6 lo pifl hello e lo piii
utile studio che possa fare un giovane nohile come tu se'; ma infatti vuoi
sapere a cid che ti serve, giacch^ io non veggo che tu sappi coUegare insieme
quattro periodi, che provino e concludano mai nulla ; e non hasta sap*er
quattro proposizioni, e poi volere orare alia presenza di cosi dotta Accademia
: innominato Ricasoli, e' ti hisogna studiare, e leggere gli autori buoni, e
leggergli nella lor lingua^ non si fidare dei trdduUori. > V 6 un proverbio
latino che dice : in vino Veritas. ed h in questo modo in realta; or credo non men
vero rimanga il proverbio temperato cosi: in ludo Veritas; poich^, in mezzo
alle finte accuse, come nei nostri scherzi, cosi in quelle tiritere accademiche
e spensierate un barlume di verity sempre traluce. E lo prova R. avendo
realmente scritto rime iramorali, araico del Giraldi, e conosciuto
profondamente le matematiche; e I'accusa di R. stesso intorno alia nullita del
merito nella versione di Plauto fatta dal Segni, della quale, per fermo, come
di nessun pregio non si fece da' contemporanei e posteriori letterati menzione
mai. Ora io ripefco che I'esser venuti in chiaro della non grande esperienza
del nostro Filosofo intorno al greco, fa molto, perchd ci spiega come pitl che
le vere dottrine platoniche, le interpretazioni neoplatoniche accettasse e trasformasse
nel suo lavoro scientifico. E perch^ su questo punto non mi rimanesse dubbiQ
veruao, io voUi confrontare i passi del Timeo, tradotti dal R., col testo, e
indi con le traduzioni latine anteriori; e cid mi servi di riprova
irrefragabile. Nel 1650 il nostro R. era nominato dalr Accademia membro della
Deputazione del Vocabolario, e prendeva a fare lo spc^lio delle Lettere di
Monsignor Delia Casa, e delle storie del Machiavelli. Cio rilevasi da' diarii
dell' Accademia e da una lettera scritta da lui al cardinale Leopoldo. Ma pitl
che per le rime, per le cicalate, e i discorsi accademici, venne egli in alta
venerazione presso i contemporanei come filosofo. Ch^ tale, vedemmo,
antonomasticamente chiamavanlo, e consultavanlo come un oracolo, sicch^ ei fu della
rinnovata Accademia Platonica r anima e il duce, in quella guisa che il Ficino
due secoli innanzi. 11 Redi appella i Dialoghi filosofici di lui E basta
leggere le lettere che R. scriveva in risposta al Cardinale Delfino, per vedere
come in riverbero, in qual alto pregio quel Patriarca tenesse i dialoghi dell'
Imperfetto; e come il Delfino, cosi il Magalotti, il Dati e tutti quei grandi
eruditi, che convenivano in sua casa ad ascoltarne lettura. Imperocch^ la casa
de' R. era una vera e propria Accademia. II R., come abbiam detto sopra, dovea
ricordarsi degli Orti di sua famiglia; doveva udire in cuor suo potente ancora
la voce dell'avo Bernardo e di quei grandi sostenitori delle dottrine
Platoniche e della liberty. Egli aveva perduto que' luoghi memorandi ; gli
dovea risospirare, e in qualche modo farli rivivere. E' mi sembra veder quella
casa; mi sembra di veder lui, co' suoi figliuoli, e con illustre schiera di
dotti, intento a favellare delr uomo, dell' uni verso e di Dio ! E di queste
adunanze fa parola appunto il Tiraboschi nell' ottavo volume della sua Storia,
dove discorrendo del fiore in che allora, nel secolo decimosettimo, erano le
Accademie fiorentine pubbliche e private, dice che tra quest' ultime, celebre
singolarmente fu quella del prior Orazio R.; e riferisce le parole di Lorenzo
Magalotti, il quale in una lettera indirizzata a Luigi Del Riccio incitalo a
procurare che non si abolisca quell' istituto, e si rallegra che egli abbia si
buoni assegnamenti per farlo sussistere, cioe il Salvini, il Lorenzini e
rAverani. E anco il Negii appella a questa riunione di letterati {Storia degli
Scrittori Fiorentini) dicendo: Ma il Salvini, nelP Elogio al Filosofo^ ci
dipinge a colori vivacissimi il fare di lui, e le sue relazioni, e i suoi modi
e le dotte adunanze, e le erudite conversazioni. E, magnificata indi il Salvini
la gentilezza e vigoria deir idioma nostro, soggiunge pitl sotto : E giacche
sono sul toccare de' Dialoghi vo' dirne qui tosto piti ampiamente, la materia e
il disegno.^ Di questi dialoghi, in numero di sessantacinque, sono stati
pubblicati solamente trentadue, quelli cioe intorno la Filosofia antica della
natura, esclusa la platonica, e il trattato della Provvidenza; * per il che
sarebbe desiderabile vederli pubblicati per intero ed ordinatamente. Era ben
naturale adunque che R., di si vasta erudizione e di tante belle qualita
adorno, riscuotesse Tammirazione de'dotti suoi contemporanei e principi d'
allora, e tutti si attribuissero a ventura ed onore di potersi chiamare suoi
amici. Talche una lunga schiera de'piii segnalati uomini del tempo vediamo f ar
corona all' illustre seguace di Galileo, al cultore della filosofia
neoplatonica, all' ultimo figlio del Rinascimento filosofico itaUano. II
Magalotti, il Redi, i due Falconieri e il Filicaia sono in continua
corrispondenza di affetto e di scienza con lui, e si legati in amicizia che
niun di lore ardisce porre un' opera in luce senza aver prima consultato gli
altri per averne le critiche, e fatte su quelle le opportune correzioni. E Lorenzo
Magalotti pone talvolta ne'suoi scritti dialogici a interlocutore principale il
nostro Orazio, e gli scrive lettere sopra un Effetto Vedi : Indice delV opere
di R.. delta neve e sul Bibollimento del sangue^ secondo i pensieri del
Galileo; in quella guisa medesima che il Rucellai scrive al Magalotti rime
confidenziali, in cui gli apre Y animo suo, e dimostra la sfiducia grande ne'
suoi proprj lavori, e minaccia di gettare al fuoco i suoi dialoghi filosofici e
si pente de'trascorsi di gioventii. 11 Filicaia gli dedica un sonetto in sua
lode, e il Redi ne discorre, encomiandolo nel suo Ditirambo. II Viviani, nel
ragguaglio deU'ultime opere del Galileo, parlando di una lettera di esso, dice
che e Monsignor Giacomo Altoviti amante delle belle arti, il marchese Vincenzo
Capponi, il Dati, il Pallavicino, il Buonaccorsi, il Magiotti, il primo de'
suoi interlocutori, e uno di quelli che composero, come si esprime il GaUleo,
il. suo triumvirato, tutti li vediamo in corrispondenza d' affetto e
scientifica col nostro filosofo ; il quale nelle sue lettere, dimostrasi
deferente a tutti, e modestissimo, e quasi trepidante ogni volta che a qualcuno
di loro invia, richiesto, qualche suo filosofico componimento. E le lodi
riguarda sempre come eccesso di bont^ deir animo di quei che gliele fanno, non
mai effetto de' meriti proprj, mentre egli trova sempre che lodare negli
scritti degli altri. E i principi govemanti lo venerarojio anch' essi con
reverenza ed affetto speciale ; e lo ajutarono sempre, poich^ dalle sue lettere
ricavasi aver egli avuto alcuni disastri in famiglia come abbiamo gia veduto
superiormente. Infatti da Pisa, ov'era gran Contestabile, soUecita dal Principe
Leopoldo con lettera del 28 aprile 1653 soccorsi profittevoU per i disastri
economici della sua casa, afline di potere con piii quiete e piCi comodamente
esercitare in qualche trattenimento studioso gli scarsi talenti ch' ei si
ritrova. A questo decadimento delle sostanze di R., accenna pure il
Panciaticlii nella sua Contraccicalata alia Cicalata sulla lingua lonadattica
(1662) dove apostrofa il Priore Orazio cosi : « Sovvegnati del viaggio da par
tuo clie tu facesti in mia compagnia a Pisa, Lucca ec, quando tu gridasti il
Meschini^ (gia somigliere del tuo corpo, ed ora nel nuovo governo revisore
generale, per quanto io intendo, delle tue possessioni) perche ti lasciava
andare coUe gomite rotte ec... > Oltrediche egli fu pure da morali traversie
angustiato molto talora; come quando ei seppe ucciso in rissa un de' suoi cari
figli, Giuliano, in casa d' una cortigiana, del quale eccesso il vino non
sembra essere state r ultima cagione. A questo fatto egli accenna in una delle
sue lettere (Firenze 8 settem'bre 1668) al Patriarca d'Aquileia, dove spicca in
tutta la sua pienezza e r affetto di padre, la mitezza sua e il sentimento
religioso che dominavalo tutto. Questo scriveva I'onorando vecchio pochi anni
avanti la morte sua, sollecitata fors' anco da questi colpi della sventura ch'
ei rassegnato riguardava pur come segni incomprensibili della Provvidenza
divina, di cui si bene favelld ne' suoi libri. E anche da Cosimo III ebbe a
soffrire dispiaceri. Imperocche se ei fece sembiante, succeduto che fu a
Ferdinando di onorare R., confermandolo nella carica di gentiluomo di Camera, a
poco a poco lo allontand dalla Corte. Perd da alcuni storici (come il Maffei)
si 6 detto e si dice ancora che Cosimo III non fu troppo tenero ma anzi ostile
alle lettere ed alle scienze filosofiche, e che percio era ben naturale s'
allontanasse dalla Corte quei che le coltivavano. In questo vi 6 per lo meno
esagerazione, ed una conferma che preso per alcune cagioni I'uomo in dispetto,
spariscono troppo spesso dalla memoria e dagU occhi quei lineamenti veri che a
scemare la bruttezza del quadro sarebbe giusto considerare. 11 liglio
primogenito di FerdinandoII quantunque meschinamente bigotto, e inabile a
generosi pensieri in politica, pure non solamente la teologia, come dice il
Canttl, Storia Universale, ma favori anzi ed amd le scienze e le lettere, e a
persuadersene basterebbe gettare uno sguardo sul grandissimo carteggio ch'egli
e il suo segretario privato canonico Basetti ebbero con tutti i primi uomini
dotti del secolo nostrani e stranieri. Questo voluminoso epistolario trovasi
nell' Archivio centrale in Firenze, e tra le altre vi si ammirano lettere dell'
Autore delYArmonia prestabilita^ il Leibnitz. Sarebbe anzi desiderabile che
qualche studioso prendesse quelle filze neglette in accurata disamina, e ne
traesse ad utility della scienza e a vantaggio di quel principe quella luce che
finora non h comparsa fuori, ed ^ per lo pitl sconosciuta agli occhi degli
storici nostri. Non possiamo dunque alia cagione supposta attribuire
Tallontanamento di R. dalla corte; sibbene forse la salute vacillantissima di
lui di^ ragione a Cosimo III di non adoperarlo piii negli ufficj di suo
Gentiluomo. II R. infatti moriva poco tempo dopo che si fu allontanato dalla
Corte Medicea. Ma la morte trovoUo col volto ridente, come Socrate, e con
costanza serena. Egli moriva nell'et^ di TOanni, stile comune, in mezzo alle
lacrime de' suoi e degli amici, la piii bella e confortevole benedizione ad
un'anima che lascia la prigione del corpo. Cristiano, ebbe pure i conforti
soavi di quella religione, in nome della quale ei filosofava con afietto di
innamorato, e pieno di fiducia di vedere svelata nell' eternity a' suoi sguardi
la verity, la bont^ e la bellezza infinita. L'avello de' suoi maggiori fu pure
sepolcro a Orazio nostro nella Chiesa di Santa Maria Novella in Firenze ; e col
richiudersi di quella lapide si cliiuse insieme il periodo del Rinascimento
filosofico itaUano. Pero rimasero le opere di lui, monumento prezioso; perche
un giomo se ne imparasse la importanza vera, che pur troppo non ravvisarono (n^
lo potevano) i suoi contemporanei. Tuttavia i Dialoghi di R. ne furono pascolo
a quegli uomini colti anco appresso.E Anton Maria Salvini, poco dopo la morte
del loro autore scriveva a Lorenzo Adriani ragguagliandolo delle veglie che si
facevano allora quasi seralmente nell' Accademia della Crusca, per la nuova
edizione del Vocabolario: Leguntur in hoc eruditorum hominum codu scriptiones
varied cdque pulcherrimce, ac jprcesertim Horatii Oricdlarj Dialogi quibus
dodissimus ille senex disputans more Socratico philosophiam fere amplexus est
universam. Huitis contentum scribendi laborem nee aetas extrema tardavit^ qui
jamdudum vita functus, magni sui, atque operis desiderium reliquit. E il
Crescimbeni scriveva pure: se, di piti, si consideri che frammiste a queste
lubriche che si attribuiscono al nostro Priore, si leggono di suo, firmate,
poesie onestamente amorose ; e che nella sua Cicalata in quartine fatta in lode
del Cacio Lodigianoy non certo in sospetto di apocrifia, perch^ scritta di sua
mano, e riconosciuta da lui che ne fa menzione negli altri suoi scritti, egli
si compiace d' incastrarvi non pochi equivoci disonesti ; io credo che la
critica imparziale non potr^. risparmiare al Filosofo Platonico la non troppo
onorifica paternity di quelle eleganti bruttezze. Oltredich^ abbiamo visto un
suo amico medesimo Tommaso Segni, accademico, quantunque in istato di
esagerazione e di finzione burlevole, pure accennare a questo peccato del R.
nella sua difesa contro un' accusa data a lui da quest' ultimo, che in alcuni
suoi scrit ti .deplora poi queste sue giovanili leggerezze e le riprova. Ma per
non stare troppo sulle generality, e addentrarsi alquanto invece nell' analisi
delle sue poesie, incomincieremo dal notare come R. nei suoi sonetti filosofici
discorrendo della Provvidenza divina, conformemente alle dottrine neoplatoniche
e al domma cristiano, asserisce non potersi comprendere Dio che con la Fede,
quantunque le opere di sua Provvidenza od il mondo, ch^ e, per usare la frase
de' sapienti ripetuta dopo con tanta compiacenza da Galileo, codice vivo di
Dio, dimostrino chiaramente che e' c' 6. A prima vista si scorge qui la sua
grande sfiducia nelle forze delPumana ragione, che reputa da sola insufficiente
a levarsi oltre la sfera del mondo, per discorrere col suo lume naturale
dell'Ente Infinito e dei suoi attributi divini. Sentesi qui una tal qual'aura
di scetticismo, che gli antichi sistemi risuscitati dal rinascimento, e tra
loro combattentisi, dovevano aver iinito con ingenerare in quegP intelletti
spossati, nelle menti di quei filosofi allora che si stava compiendo la piti grande
delle rivoluzioni intellettuali, e la riforma si veniva mano mano estendendo.
Egli, il nostro scrittore, viene qui sulForme del Ficino a professare che
Religione e Filosofia son sorelle, e la prima la maggiore; anzi -poich^
filosofia ^ Simore e studio di verity e di sapienza, e Dio solo ^ principio di
sapienza e fontana di verity, ne consegue che legittima filosofia non sia altro
che la vera religione. Quindi se la fede non ^ I'unico fondamento della
scienza, pur n'6 engine grande e primaria; e per di piti, mediante la sola fede
noi ci accostiamo a Dio : imperciocch^ Platone scriva nel Timeo che dell'
eterna essenza non si puo dir altro, se non che ella ^ cio che e, e che ^
alI'uomo nascosta, iinche pero, aggiugne Ficino- e il R. in sentenza cristiana,
Iddio stesso non riveli s6 alia umana creatura. Ed ecco il perch^, siccome il
Ficino venne a dichiarare che voleva piuttosto credere divinamente che sapere
umanamente, professando la fede divina essere infinitamente piti certa della
sapienza degli uomini, la credulity che viene dalla fede essere sempre
confermata dalla scienza vera (Epist. lib. V, p. 1.), esister nel mondo
invisibile le cose vere, e nel mondo visibile rombi?a solamente della verity;
cosi il R. non isdegna, ma ama la filosofia; pur come i neoplatonici d' allora,
come gik il Ficino, come il Bessarione, voleva unita alia religione e
dipendente da questa, perche da se sola incapace, la filosofia, a farci
comprendere Dio, che essendo Verity perfetta e il sommo Bene (Cfr. Platone nel
Fedro) noi mortali non possiamo per le natural! vie afferrarlo, o non riusciamo
ad averdi esso che una nozione o rappresentazione analogica, guardando, anzich^
il padre, il figlio, cioe le cose belle, vere e buone di quaggiti. Questi
concetti fondamentali intorno la comprensione di Dio per I'umano intelletto, R.
voile esporceli in quattordici sonetti, ne' quali, in sostanza, e'non fa che
riprodurre quelle esclamazioni e quelle espressioni di maraviglia che di tratto
in tratto ritroviamo ne' suoi Dialoghi filosofici delta Provviden^a^
magnificando le opere della creazione ed i portenti che Ella n' ofire, per
risalire ad un Ente che tutte le cose dell'universo ha fatte e ordinate; ed e
questo, a dir vero, non altro che questo il concetto che sotto varj aspetti ei
ci viene difiusamente ripresentando. Infatti egli professa che « A quel sovrano
ed invisibil nume Nostro intelletto non puo mai trar Y ali, » imperciocch^ non
ha pupille uguali a si gran vista Per jiffisaiie in quell' eterno lume. Ivi
fermare il guardo lian per costume Sol r angeliche menti ed imniortali. »
{Sonetto 29 del Cod. Magliab. Poesie di Diversi, p. 234.) E passando via via in
rassegna i regni della natura, minerale, vegetabile ed animale, ascende iino
all' uomo di cui dice: (Sonetto 34 loc. cit. pag. 239.) (.o7t (I Dialoghi della
Frovviden^a^ edit, dal Turrini; Le Monnier, p. 385). Indi la ideality,
platonica deU' amore, che il Petrarca traduce cristianeggiandola mirabilmente
ne' suoi versi, imitati si ben? dal R.. II Petrarca infatti, questo Raffaello
nell' arte della poesia, con generoso ardimento tolse, per cosi dire, nuovo
Prometeo dal cielo, dove Platone guardando lo contemplava, V archetipo della
beUezza perfetta, animatrice di amore; e recandolo, egli cristiano, in sulla
terra, per megUo ammirarlo fecelo reale di una realty non inane nd effimera,
nel volto divinizzato di Laura : « E in umil donna alia belta divina. *
Personificando in costei vero e buono, bellezza e virtil, realizzava I'idea,
ideal^zzava la reaM. Era un connubio divino che il poeta deU' amore cristiano
cantava, sostenuto da quelle medesime ali amoroso, da cui fa il filosofo
spirituale di Atene, ma purificato dalla religione, eccitato dalla cavalleria.
La religione inalzava ad uguagHanza la donna; come redenta, la faceva
rispettabile da disprezzata che ell' era. La cavalleria la rendeva anmiirabile,
ispiratrice delParti e delle virtii militari : i trovatori, eccitatrice delle
arti di pace e della poesia; i poeti italiani, divina, potente su i destini
dell' uomo cui conduce alia virtii per la strada deUa bellezza. II Petrarca non
canta perd un amore che non sente, nd le lodi di una donna che ei non conosce.
Egli conosce, ammira, desidera, ama Laura e per essa risale al cielo; egli
conserva, armoneggia ed innalza 1' elemento cristiano dei trovatori e dei poeti
italiani nell'ideale platonico del bene e della virttl. fi veramente un'
armonia divina, che incomincia dal cuore del poeta, si avviva sul volto della
donna amata, per avere il suo compimento 1^ dove senza velo e confine si
ammirano le eteme figlie di Dio! U R. ha piena la mente di queste idee ; egli
ama secondo il concetto platonico e petrarchesco, e questa teoria egli pure, mi
si passi la frase, viene personificando in dieci sonetti, dei quali piii che la
met^ rimangono inediti ancora ; ond' io credo mio debito di dame qui un saggio,
ma senza potere affermare in qual tempo ei gli scrivesse, e se per donna reale
o immaginaria, quantunque dall'esame loro mi paia piii probabile che in
gioventii e per donna vera. Egli in uno de' sonetti inediti si rivolge alia
donna amata con questi accenti, non nuovi, gli 6 vero, ma pur delicatamente
vestiti: oc Non di vostra belta caduca e frale, Amo quel fuoco vil che i sensi
accende, Ma pill a dentro sen va Talma e comprende Un bello incorruttibiie, immortale.
Qoal da »pecchio tersiMirao ed eguale Da be* yoaif occhi nn non so che
risplende, C*ha deiretemo, e luminosa rende Qadia forma ch' k in voi breve e
mortale. Non quel che srnonta in un baleno, e fugge False lustro di ben vo
cercand' io Che pria ne abbaglia, e poi ne accende e strugge. Ma sj di raggio
in raggio a quel rn'invio Sol che non ha chi lo ricopra e adugge, E contempl^do
voi, mi volgo a Dio. » In yerit^ che noi dimentichiamo il seicento qui^ come
pure negli altri sonetti, i quali per6 ci rammentano troppo 11 Petrarca,
imitato talvolta dal R. diremo quasi con plagio. Per esempio, in questo
seguente, pure inedito, in morte della sua amata, e adomo indubitatamente di
gusto delicatissimo: (C(mL Magliab. Foesie di Diversi, VII, n* 3). Quella che dal
mio cor non parte mai. Bench^ vederla agli occhi miei sia tolto, Spesso tra 1
sonno. con pietade ascolto Dirmi : non pianger pih ch* hai pianto assai. Son
vivi in ciel di queste luci i rat, Che vedesti languir, misero e stolto, E
bench^ spirto dal suo vel disciolto. Son quella e t*amo pur quanto t'amai. Dal
tribute mortal libera e franca Quest' alma attende alle celesti porte La tua,
ch' k senza me di viver stanca. Deh! vieni, o mio fedel, c\\*k miglior sorte
Qoder V immenso ben che mai non manea, Che un breve corso di continua morte. it
Mi si confessi giusto: chi non sente qui Tanima del Petratca che inspira? chi
dal seicento non ritoma per questi yersi alle pure regioni del trecento, ed
oblia i trascorsi scapestrati di quella et^? Non ti par egli ad ogni espressione
ti ritomi sulle labbra quel lamento diyino : « khimh \ terra h fatto il suo bel
viso Che solea far del cielo E del bel di lassb fede tra noi ? E come in
questo, cosi negli altri sonetti di amore, de' quali a maggiore conferma di
quel che vo esponendo aggiungo alcuni in appendice nella piccola Antologia
degli scritti di R., i concetti platonici chiaramente tralucono. Ad
illustrazione dei medesimi io preferirei invece di riportarmi alle parole
stesse dal R. adoperate intorno V Amore nel dialogo decimo deUa Fromidenza,
modello di eloquenza e di stile, e che valgono a compiere a maraviglia le
osservazioni premesse. Ma poich6 ci dilungheremmo qui troppo, nol fo, e rimando
il lettore a quello scritto gi^ edito, potendo in questa guisa da se medesimo ritrovare
tosto la verita di quanto io venni dichiarando su questo importante subietto.
Io chiudo per6 ripetendo che questi versi del Rucellai nulla per il pensiero
tenendo del seicento, ti riconducono a' giomi pill belli della italiana poesia,
e ti legano quasi il trecento col secolo dell' Achillini, del Marini e del
Preti! Sembra F ultimo respiro che in questi versi d' amore trar volesse la
musa Petrarchesca, soffocata, per cosi dire, in quella gravosa atmosfera. Non
cosi riguardo alle figure, alle imagini ed alio stile, dir si pud di tutte le
altre poesie esaminate fin qui nel loro contenuto o materia. II diffuso e il
cicaleggio accademico trovi sovente frammisto al forte e robusto pensiero;
troppo uso di mitologia, che giudichi abuso, e che ti accenna una volta di piil
1' et^ del rinascimento imitatrice esagerata dell' antico non aver ancora
finito il suo tempo. Non di rado accanto ad un' immagine mite, delicata e
serena, un' altra immagine tronfia, rigogliosa e syentata, tolta a prestito
dalla scuola Mariniana ; come, per esempio, in un sonetto scritto da vecchio,
il buon R. confessa di amare sempre, e dice nientedimeno che arde qucA Etna,
senza pensare che neanche le Guardie del f uoco (oggi Fompieri) se c'erano,
avrebber potuto spengerlo con tutti i mezzi dell' arte loro ; e dopo soggiunge
che arde qucd dgno, senza riflettere alia sconcezza di quelF animale colle
penne abbruciaccliiate sul dorso. Ma in generale nello stile si modera, ed
appartiene, credo, alia seconda maniera di poetare, alia quale noi accennammo
in principio di questo Capitolo. Percid quelli de' suoi contemporanei, i quali
erano imbevuti deir aria medesima respirata dal R., ma perd non eccessivamente
viziati, levaronlo a' terzi cieli, pur come illustre poeta, e il medesimo Redi,
il piii puro di tutti, ebbe lodi lusinghiere per lui. Ma noi oramai abbiamo,
dopo il discorso, un criterio sicuro per ricondurre gli encomj al lor giusto
valore, e per conchiudere che Orazio Ricasoli R. fu poeta piti imitatore che
originale ; che nel loro contenuto molteplice e contrario le sue poesie, nonch^
nella forma esteriore, ritraggono fedeli il secolo nel quale egli fiori, i
contrasti del tempo nel quale egli visse; e che se talvolta sorretto dalle ali
poderose di un grande intelletto che ei prese a duce, il Petrarca, seppe farsi
soUevare ad altezze non comuni; piii spesso perd ei non potd non lasciarsi
sviare dal volo sfrenato de'suoi contemporanei, e non precipitare con essi nel
vano, nel lubrico, nelr eccessivo. delle prose letterarie e scientifiche di orazio
rica soli R.. SoxirABio. — La Prosa nel seicento. — Anche in essa R. veriflca
il nostro concetto. Contrast! nella natura diversa di questi scritti letterarj,
— Si noverano. — Invettiva all' Ornato (conte Ferdiuaodo Del Maestro) e air
Ardito (Toramaso Segni). Discorso di R. nel rendere rArciconsolato. Cicalata
sulla lingua lonadattlca. Scherzo in lode delF Uccello. Elogio di san Zanobi.
Versione della Lett&ra di Cicerone ad Quintum Fratrem. — Critica. Discorso
della Fortuna. I) suo discorso contro il Freddo Positivo, — Riepilogo di questo
discorso. Segue il metodo del Galilei. Lettero familiari e politiche.
Osservazioni. — Suo libello sulla pianta e rigiro della Corte di Roma. Disegno
di questo scritto. Giudizio. Nei suoi discorsi, nelle sue prose letterarie e
scientifiche obbedisce egli R. alia medesima legge, verifica il nostro
concetto? £ bene ricordare che anco la prosa di quel tempi fu viziata
ugualmente che la poesia; cio ^ chiaro, imperocch^ gli uomini come pensano,
scrivono; come riflettono, parlano; la parola essendo segno d'idea. I
professori d' eloquenza, i predicatori, gli accademici ed i filosofi mostrarono
allora vergogne rettoriche da fare sgomento, curiose dicerie, stucchevoli,
inani. GIUDICI, StoTia della letteratura itcdiana Tuttavia, come nel pensiero e
nelle condizioni poUticlie e religiose del tempo, gi^ a lungo discorse di
sopra, cosi nelle prose avemmo in quel secolo un contrasto, e non sempre
sconsolante, specialmente in Toscana. II DaviJa nelle guerre civili di Francia,
il Bentivoglio in quelle di Fiandra, Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino
nelle Storie del Concilio di Trento, il Galileo e i suoi numerosi discepoU, il
Redi, il Dati, e molti altri si tennero lontani dalle stramberie di dizione del
secolo, ed alcuni sono splendido testimonio deir indipendenza del pensiero
italistno, che sorge animoso ed affronta ogni genere di persecuzioni. Leggendo
le prose di R. varie e diverse per natura, assai bene troviamo riconfermato il
giudizio nostro sulla intima e profonda rispondenza de' tempi air uomo, e dell'
uomo a' suoiscritti. Accademico della Crusca segue 1' andazzo dell' Accademia,
e chiacchiera in bugnola, e finge inveire contro questo e quell' Accademico, e
cicaleggia sur un nome o sopra un verbo, con quell' ardore col quale oggi un
deputato fa e svolge un' interpellanza per cogliere in fallo il paziente
ministro ; tesse 1' elogio di san Zanobi, il protettore delr Accademia;
discorre sulla Fortuna, fa panegirici dei Granduchi, incensa nelle sue lettere
Cardinali, sdrucciola al solito in indecenze e in equivoci; e poi in quelle
stesse lettere ragiona gravemente di studj, e di scienza ; in quelle stesse
Accademie svolge con gran dovizia di dottrina ed acume di riflessione subietti
filosofici, facendo tesoro delle tradizioni scientifiche, degl ' insegnamenti
del Galileo e dell' esperienze del Cimento ; traduce nel nostro idioma la
lettera moralissima di M. TuUio Cicerone a Quinto fratello, e mette in mostra
come i pi'egi cosi i difetti pericolosi di alcune Corti d' Europa, e quello che
piil sorprende, non la risparmia neppure alia Gorte di Roma, svelando di essa i
rigiri, in un suo scritto iuedito ed incomplete, ma dotto per riflessioni di
diritto e politiche, ritrovato da me nella Filza Strozziana 330"* dell'
Archivio Centrale di Firenze. Questo scritto lo avr^, credo, non letto ad
alcuno, come le sue poesie contro le Corti, o se si, indubitatamente in segreto
a qualche fido amico suo, perch^ seegliloavesse resopubblico, sono certochene
avremmo notizia da' contemporanei, non foss' altro per le molestie a ctd egli
sarebbe andato incontro. Si vede tosto come questa diversity di soggetti sia
iin accenno non dubbio di quel contrasto di opinioni, che tanto nel suo paese,
quanto nella mente di lui doveva aver luogo in quel tempo, in cui, come abbiam
tante volte ripetuto, il mondo antico faceva quasi 1' ultimo sforzo contro il
nuovo che sorgeva in Europa, e che ormai era impossibile arrestare nel suo moto
veloce e potente. Del resto, oltre agli scritti accennati qui nel loro concetto
generico, e che specificainente nominerd nell'indice delle opere di R., sembra
esser stato egli I'autore di qualche altro scritto importante, smarrito ora, o
con altri, de'quali abbiamo esatta contezza, giacente in biblioteche private.
Ma contentiamoci di quel che c' d, ne ritomiamo a' lamenti. Era uso, per
esercizio di lingua, che gli Accademici della Crusca fingessero di darsi delle
accuse e delle impertinenze a vicenda, e in queste finte battaglie non ^ da
dire quanto volentieri s' impelagassero. D R., quantunque mite per natura, non
rimase perd dietro ad alcuno nella fierezza delle sue invettive, tanto che in
una di esse, in risposta all' accusa datagU dall' OrncUo^ ossia dal conte
Ferdinando del Maestro, (il quale con frasi arditissime, e con risonanti periodi
accuso Y Imperfetto, ultimo Arciconsolo nel 22 maggio 1652, come colpevole
della pigra lentezza in cui erano caduti gli Accademici nell' adempimento degli
obblighi loro con tanto discapito e vergogna deir Accademia), fu giudicato aver
troppo ecceduto, e che di tante villanie dovesse con pena condegna pagare il
fio. (V. Diario del Buonmattei, segretario.) E davvero questa replica ^
ingegnosissima e curiosa, e fatta con arte fina di molto, e ci fa senapre piii
lamentare che ingegni si eletti stremassero in quelle futility le loro forze. I
periodi e lo stile e la lingua di questo scritto son veramente ammirabili, se
tu eccettui al solito una tal quale tendenza al tronfio, e quel dondolare il
dettato per troppo desiderio di leggiadria, difetto del tempo rimproverato anco
al Bartoli. Ed ^ percid tanto piii notevole come di frasi esagerate e di
paroloni riprenda accortamente V avversario, egli che vivea nel seicento, e non
immune da' secentismi, e lo richiami al puro e soave idioma toscano con tanta
religiosa osservanza da'maggiori custodito. E per dare un' idea del suo fare
nelF invettiva, riferisco qui la chiusura di questa risposta, la quale ^ degna
di considerazione. Dopo avere ben bene rimbeccato I'accusatore, e dimostrato
che invece di torti egli, r ImperfettOy aveva ragioni da vendere, e meriti da
mostrare a esuberanza, e Y Ornato d' ogni pregio disadomo, vile, calunniatore e
macchinatore della rovina dell' Accademia, cosi finisce a lui rivolgendosi : II
lettore sente di quanto veleno sian ripiene quelle parole, e come per la quanta
sua questo scritto sia modello, tanto che lo stesso Omato si dolse anche in
progresso perche la piil bella cosa che avesse a que' di fatta il prior R.,
I'avesse fatta contro di lui. Di altra sua invettiva, fiera atroce e
sanguinosa, come place chiamarla al Moreni, abbiamo notizia solo perch^ la
difesa di Tommaso Segni, scrittore, secondo il Salvini, di alta reputazione, e
contro cui quest* accusa di R. era diretta, ci attesta essere stata scritta dal
Priore Imperfetto. E da'titoli di usurpor tore, di sfacdatOj di stravagmite, di
infamatore, che possono formare la corona del piii famoso malvivente, e coi
quali il Segni apostrofa il nostro Orazio, si rileva che egli non doveva anco
in questa accusa avere scarseggiato di epiteti, tutt' altro che accademici, in
quelle sproloquio smarrito, e dove davvero la vigoria delrintelligenza,
indebolendo, smarrivasi. Come vuolsi pertanto che occupati quegli uomini, o per
giuoco, o sul serio, a tirarsela giti senza misericordia e spesso, in quelle adunanze,
dove i Principi stessi, vedendone iltomaconto, intervenivano e fingevano di
ridere ; come vuolsi che stemprati gli ingegni cosi, alzassero il capo al di
sopra delle mura della citta, e assorgessero al nome di indipendenza, di
nazione, d' Italia ? Se riscuotevansi talvolta contro il vieto e malo governo
che di lor si faceva, erano come i garriti di scolaretti che dicon male, quando
non sente, del loro maestro severo, in quella stanza, su quella panca, e non
altro; che anzi quando il maestro ritoma, si chetano e ne hanno pitl soggezione
di prima. Non m' intratterro a parlare del discorso del Rucellai, recitato nel
1651, nel rendere P arciconsolato in mano del Timido (Desiderio Montemagni) e
pubblicato dal Fiacchi nella sua coUezione d'opuscoli scientifici (T. XXI, pag.
59) e il cui autografo trovasi in un manoscritto miscellaneo della
Magliabechiana, segnato N. 1422. E un discorso di non molta importanza, e, come
possiamo immaginarci, pieno di comphmenti, di scuse, di proteste, di nullita
ec. ec, come ognuno soleva fexe, e R. pitl d' ogni altro per la qualita
modesta, anche troppo, dell' animo suo. fi scritto anche questo in ottima
lingua, ma con il solito vizio del tempo, il diffuso, ed un po' di quel
rigoglio accademico. E neppure, se non per aggiunger prova alia mia prima
asserzione che 6 come la stregua a cui ricondurre ogni mio discorso, io m'
intratterrd con lunghe parole ad esaminare una sua cicalata suUa lingua
lonadattica, che trovasi nelle Frose Florentine (Parte prima, Vol. I, Venezia,
1730) e la cui contraccicalata fu letta nella Accademia della Crusca la sera
dello Stravizzo del 10 settembre 1667. Daro un accenno di quel che si tratta,
per mostrar anco qui quanto allora, pur negli scherzi, si mirasse all'
esagerato, e si coprisse, quasi inconsapevolmente, di nomi pomposi la nullity
delle cose, dei concetti, degli uomini, e si cercasse ogni strada per ridere, e
come R. partecipasse anche in cid a'vizj del tempo, e in ogni verso se ne
facesse 1' immagine. Tra le molte e moltiformi accademie che spuntavano come 1'
erba sul suolo d' Italia, e precipuamente in Toscana, in Firenze, vi era quella
de' Mammagnuccoli, capitanata da Paolo Minucci, (il Puccio Lamoni del
Malmantile). Erano una conversazione di galantuomini (Nota del Minucci alia
stanza 26, cantare 3** del Malmantile) i quali facevano professione di sapere
il conto loro in ogni cosa, e particolarmente nel giuocare, e nello spender
bene il loro danaro, e d' essere il fiore della reale e onorata scapigliatura.
Avevano un loro capo che si chiamava I'Abate, dal quale erano gastigati quando
facevano qualche errore nel giuocare o nello spendere; ma pero tutto era in
galanteria. Le loro adunanze si facevano in casa r Abate, dove si giuocava a
giuochi piii di spasso che di vizio; e si facevano aitre allegrie di cene, di
merende ed altri passatempi. Costoro erano tutte persone gravi e quiete e della
piti riguardevole civilta, e percio la loro conversazione si bramava da molti
che v' intervenivano ; sebbene non fosse ammesso a quella veruno che non avesse
provata prima la sua dabbenaggine, e non fosse stato riconosciuto dall' Abate e
da altri suoi consiglieri meritevole d'esser ammesso : la quale dabbenaggine in
un certo loro gergo equivaleva a furberia. Perch^ vi era anche un gergo o
parlare furbesco, noto solo agli adepti, che riconosceva per padre il
Burchiello; ed era pure in grand' uso fra loro la lingua lonadattica, cosi
detta per ironica ampoUosit^, quasi composta dell' ionico e dell' attico
dialetto, la quale da quel gergo difFeriva, non essendo composta di parole che
avessero in qualche modo analogia con le parole vere delle cose che si volevano
significare, ma di vocaboh che del vero vocabolo avevano le prime lettere. Or
appunto sulla origine, bellezza e propriety di questo linguaggio, chiamato dagli
stessi Accademici scioperatissimo, intess^ una cicalata il nostro R., plena, a
dir vero, di gaiezza curiosa, e che desterebbe sovente il riso, se .dalle
considerazioni fatte di sopra, e che sorgono nella mente spontanee, non ci
fosse piii sovente che mai trattenuto. E anche qui i Principi intervenivano,
lodavano, e sorridevano, e come ! quando per esempio, invece di dire: ioho
mangiato una minestra di miglio brillata, leggevasi: io ho mangiato una
minestra di miUe prelati; voi avete della rosa sotto il coUare, per dire della
roccia; per il Dante della Beatrice, il Damo della Bea; la mula delV
Arcidiacono per la musica delV Arciduca, ec. Or mi si dica: non par egh quasi
impossibile uno stranissimo cozzo questo, di vedere un uomo che sale in
bugnola. con tanta spensieratezza e che scherza su tali puerilita; e quel
medesimo uomo illustrar poi le pagine del divino Platone, e filosofare quasi
Socrate novello, giusta lo chiama il Salvini? Se la ragione di ci5 non
trovassimo noi nella condizione dei tempi che aveva preso sopravvento su lui,
di certo saremmo tentati di ritrovarla, per segtdre la teorica di alcuni
fisiologi, in qualche oncia di cerveDo che egli avesse di meno, al di sotto
cioe del peso de jure, per secemer le idee, e per fare ordinate le digestioni
dei proprj ragionamenti. Dicesi anche, e il Passerini ed altri ne fanno
menzione, che R. voile pure in prosa dar saggio delle sue debolezze erotiche, e
della sua ability negli equivoci, in uno scherzo in lode dell' Vccello. lo ne
ho fatto ricerca, ma non mi e stato dato imperocch^ autore di questo come di
altri drammi fu Giovanni Andrea Moniglia ; e R. non fece che gli argomenti e le
descrizioni in prosa di ciascun atto ; descrizioni assai vivaci, quantunque
sempre un po' verbose, e nelle quali egli dimostra una cognizione vasta e
minuta della raitologia. Che egli poi fosse, come si dice, assai padrone del
latino e delle bellezze di quella lingua apprezzatore autorevole, oltre 1'
accorta interpretazione che nei suoi dialoghi filosofici fa sovente di squarci
di classici, e argomento sicuro la Traduzione della prima Lettera del libro 1°
di Cicerone ad Quintum Fratrem superiormente notata. Ed io ho detto gi^ come
questo esercizio, si proficuo per ogni rispetto, introdusse R. nel suo secondo
Arciconsolato (1650) tra gli Accademici della Crusca ; e come il suo desiderio
ed i suoi eccitamenti non andaron delusi. Se devo dar pero il mio giudizio
intorno a questa versione, sembrami che in mezzo a' molti pregi, come la scelta
di soggetto morale, la lingua, la fedelt^, la eleganza, scoprasi il difetto di
una eccessiva imitazione del periodo latino e del giro ciceroniano, e di quel
Lei invece del tu adoperato, che ti divien quasi ridicolo, una volta che pensi
esser traduzione dalla lingua del Lazio. II buon Canonico Moreni troppo facile
alia lode e troppo inclinato alia scusa, vuole giustificare in cio R., notando
come appaia che egli con si fatto signorile trattamento abbia qui voluto
conservare la stessa sostenutezza, che Cicerone uso col fratello suo in questa
seria, e quasi rimproverante lettera ; come se r altezza o propriety, o la
bassezza e indecenza del linguaggio stesse nel lei o nel tti, o non piuttosto
nella gravita del concetti che possono manifestarsi propriamente anco col dolce
tUy appellativo con il quale il Casa monsignore, e il Moreni canonico si
rivolgevano a Dio stesso nelle loro pregliiere, senza credere, io penso, di
mancare a lui di rispetto. Deve dirsi pertanto come questa fosse una tra le
altre curiose debolezze del prior R., che viveva in quel tempo come di grandi
imprese, cosi di stravaganze e di capricci fe^ condissimo. Voglio riportar qui
due soli versi della fine di quella lettera, e che mi si dica se non par di
vedere il grave Cicerone comparire ad alcuno diuanzi vestito con seta, nastri e
rasi, e fare mutatis mutandis un complimento galante a una signora di
conoscenza che incontra, mentre lo stesso monsignor Della Casa lo vede da
lontano e sorride. « Cio conseguir^ ella facilissimamente (ecco le parole) se
penser^ che io, cui sopra di ogni altro ha premuto sempre in dar. gusto, mi
ritrovi di continuo con esso lei e intervenga a tutti i suoi discorsi ed
azioni. Resta adesso che io la preghi ad avere ogni possibil cura della sua
salute, s' ella vuole che io e tutti i suoi godiamo la stessa, e le bacio le
mani. > E Cicerone fatta la reverenza d'uso, se ne va Via pe' suoi fatti.
Del resto, se questa traduzione imita si brutto costume, allora assai in yoga
anco nella Francia, dove appunto nelle Orazioni di Cicerone, traducevasi la
parola Quirites col francese Messieurs ; ^ poi precipuamente pregevole per il
fine morale per cui essa fu fatta, ed d anco questa una lodevole espiazione per
le mende di disonesta dalle quali non serbossi immune. scrivendo, il nostro
filosofo. Quantunque di non grande importanza a prima giunta, ptir mi sembra
che questi fatti sieno, a chi gli osserva con occhio imparziale, di lume e di
prova sempre maggiore, e prendano qui per noi un' importanza che altrimenti non
avrebbero. Non siamo neanco alia met^ della strada; eppure trapeliamo gi^ qual
possa esser la natura della via che ci tocca ancora a percorrere, e quale la
m^ta. Piii c' inoltriamo, e r orizzonte nostro si dilata, ed i colori della
pittura che abbiarao dinanzi prendono un aspetto vie piti deciso, determinato e
perfetto. Dallo stato fisico, fisiologico e morale noi ci avviciniamo sempre
piCi all'intellettuale, che tutti gli comprende ed informa : noi vogliamo
cogliere il pensiero del pensiero nel R., come filosofo della natura, dell'
uomo, e di Dio. Ed infatti, senza por mano ancora alia sua macchina filosofica,
noi abbiamo in tre scritti suoi piii spiccato il pensiero filosofico di lui,
abbiamo non piii tanto il letterato e 1' accademico, quanto il ragionatore.
Quantunque, come di altri e accaduto, un suo discorso sulla Fortuna sia rimasto
inedito, pure siamo in grado di ten^er parola del concetto che dovea
informarlo, argomentandolo dall' altre opere sue filosofiche, dove appunto
della fortuna discorre. Ed aggiungo anzi che non sarei lontano dal credere che
questo discorso sulla Fortuna non fosse su per giii se non quello che nel corpo
di quel suoi dialoghi sul medesimo soggetto ritrovasi. Comunque, e da notarsi
che questo discorso egli lesse a' 20 febbraio 1654, in una solenne Accademia
che fu pubbKcamente tenuta nella Sala de' Bona del Palaz zo Pitti, per onorare
il principe Giovanni Adolfo, fratello al re Gustavo di Svezia. Arciconsolo
allora era Lorenzo Magalotti (intimo di R.) come ricavasi dal Diario
deU'Accademia, e letto da quello un elegante proeraio, discorse poi V
Imperfetto della Fortuna con sottigliezza, novita ed erudizione piii che
ordinaria (Vedi MORENI, Prose, pag. XX in nota), mostrando come fecero innanzi
il Petrarca, lo Speroni, e molti altri la fortuna non esser che nome vano in se
stessa, e invece sotto tal nome cui il volgo o pensatori traviati diedero corpo
e figura, nascondersi I'esecuzione del volere divino; e combattendo il caso
contro Epicuro, e recando a sostegno de' suoi pensamenti i pitl celebrati
autori antichi e contemporanei. Conforme poi alle teoriche Galileiane e coUe
leggi del suo metodo sperimentale e condotto il discorso del R. contro il
Freddo positivo. Discorso ingegnosissimo per argomenti di prova, e, secondo il
Dati, mirabUe (Vedi Dati, Lett, a pag. 69), che il nostro prior Orazio recito
in un' Accademia fatta a bella posta in ossequio e trattenimento del famoso
cardinale Delfino, patriarca di Aquileia, il quale trovavasi allora di
passaggio in Firenze, e a cui R., lo vedemmo, era legato in amicizia, giusta ne
fanno fede le lettere indirizzatesi scambievolmente. Non e qui ufficio nostro
il farla da fisici, e per6 non discutiamo sul valore reak delle ragioni addotte
dal R. in appoggio della sua tesi: vogliamo solamente presentare il disegno di
questo suo lavoro, per dimostrare come nella filosofia naturale egli,
quantunque nel platonismo cercasse di rinvenire armonia con quelle medesime
verity dimostrate dalla filosofia moderna, in tutto seguitasse il metodo
inaugurato dal Galileo, con cui si rapidi progressi pot6 fare la scien za
fisica, che fu solamente allora creata. Egli dunque voile provare il freddo
essere privazione di calore, contro lo Smarrito (il Dati) e il SoUecito (il
Capponi) che fortemente mantenevano il freddo essere positivo e reale. Si fatta
questione, ne ricorda il Moreni, (Prose ecc, pag. XXI) comincio a ventilarsi
nell'Accademia del Cimento con grave dissenso di vari insigni soggetti, che la
coraponevano, in tal materia, e che tento di risolvere il dottor Giuseppe Del
Papa con la sua celebre lettera a Francesco Redi, sostenendo che il freddo non
e che una sempKce privazione, ed un mero discacciamento del caldo, e non gi^
una sostanza positiva e reale come pare la volesse il Dati, versato assai, del
resto, in cose naturali e di fisica. E il Rucellai, con grande compiacenza, premette
come Platone dice, dal.tramescolamento del fuoco con gli altri elementi
nascerne il moto, e dal moto le generazioni. > E non solamente per eccitare
il caldo nei nostri sensi vuolsi il moto, ma lo stropicciamento dei calorifici
con le parti sensibili. > Tutti gli atomi, che non sono calorifici dicogli
sieno frigorifici, e in tal caso solo gli concedo, che 6 il medesimo essere il
freddo privazione del caldo. > Le cose lisce appajon piil fredde delle
rozze, perch^ si turano i passi agli stropicciamenti degli atomi, uscendo e
entrando pe' nostri pori. > Ci par freddo il piede, essendo nel letto, e non
la coscia, perch^ il freddo lo consideriamo e conosciamo in comparazione del
pii\ caldo. > 11 secco e il buio, che sono privazioili, non forman patimenti,
come fa il freddo. > Si vede, che del fuoco n' 6 tenuto conto, e gli h stato
assegnato la propria stanza ; il che non si vede seguir del freddo ; bench^
dicano nelle neve, e nel ghiaccio ch' 6 una minima parte e un accidente dell'
acqua. > L' umido e il caldo esser cosa vera e sostanziale, ma il secco e il
freddo esser di loro la privazione. > Dicono il freddo aver azione e moto
come si vede nelle sperienze del caldo e del freddo e delli agghiacciamenti
ecc. > Scorgesi qui, io diasi,.applicato nella sua pienezza il metodo del
Galilei, ed una prova novella percid di quel contrasto di pensieri e dottrine
che andiamo man mano riscontrando nel nostro filosofo. Che se innanzi di
passare alia esposizione e all' esame diretto dei suoi pensieri filosofici intorno
all'uomo, alr universe e a Dio, vogliamo ancor piii vedere quanta rispondenza
ci sia tra lui e la sua eta, non dobbiamo che gettare uno sguardo, ancorch^
rapido, non tanto sulle sue lettere, quanto sopra il suo breve, incompleto, ma
pure importante scritto che porta per titolo: Pianta della Corte e del Rigiro
di Roma. Son dodici pagine in 4*, divise in due capitoli, il secondo dei quali
non terminato. Le lettere del prior R. pertanto non destano, per verity, in
generale grande interesse, imperocche scarse di numero le conosciute, e non
aventi una qualit^ scientifica; ma o accennino all' invio di scritti
scientifici a' suoi amici, o parlino di cose domestiche, o sieno incensate alia
bont^ de' Principi suoi padroni ; nondimeno esse servono a chiarirci alcun po'
delle relazioni sue con i dotti contemporanei, e delle qualit^ deiranimo suo, e
del tempo in cui alcuni lavori filosofici furono da esso scritti, e dell'
ordine da assegnarsi loro; e qualcuna di esse, diplomatica, manifesta nell'
uomo nostro accorgimento non comune e conoscenza profonda del cuore umano.
Stando alia numerazione delle lettere familiari, data dal canonico Moreni, esse
non sarebbero in numero minore di cento; ma pubblicate non ne abbiamo che 36; e
io, coU'aiuto del chiarissimo cavalier Cesare Guasti, ne ho potute ritrovare
alcune altre, 8 o 10, di poco conto perd, inedite, nella Biblioteca Palatina
tra gli Autografi, e nell'Archivio Centrale di Stato in Firenze. Quelle edite,
come bene giudicd il Moreni stesso, {Prefae, alle Led., pag. VIII) quasi che
sempre conservano un non so che di grave e di eloquente, e mai sempre appaiono
scritte con facility di stile. Se non che, per dir il vero, in qualche parte
scorgesi, ed in special guisa in quelle al cardinale Giovanni Deliino, una
monotonia di sentimenti e di idee, altresi in lui inevitabili, perdxh quasi
tutte aggiransi, con maniere pero varie e distinte, suUe di lui lodi e
ordinariamente su di uu medesimo soggetto. Ed aggiungo che per istile, che a
lettera si convenga, troppa contorsione e ridondanza di period! alcuna fiata tu
vi ritrovi, non dicevole, parmi, a chi deve tra parenti ed amici discorrere, e
manifestare, tutt' altro che in una Accademia, i proprj pensieri. Nello stile
adunque ritrae del secolo, e nei pensieri anco talora ; sicche quando egli
scende al faceto fiorentino, vedi cid farsi da lui con isforzo, e non con
quella tanta facilita che riscontri nella propriety del dettato, giustamente
encomiata dal Moreni e da altri. Sul contenuto di queste lettere sarebbe
superfluo intrattenersi, dappoich^ lungo il corso del nostro cammino ne abbiamo
fatto tesoro e ne faremo ancora per illustrare V uomo, gli atti e V opere sue
letterarie e filosofiche. E neppure minutamente ci fermeremo nelle politiche,
delle quali assai duolci di non avere che due tre, mentre e probabile che altre
piii ne giacciano ignote. Scrive in esse al signor Poltri, allora Segretario
delle LL. Altezze in Firenze, e lo ragguagUa dello stato di Vienna e di
Polonia, ed esamina le condizioni interne ed intemazionali di quei paesi, e
piil specialmente le quaUt^ di quei principi. Ed ^ notevole, invero, che egli
in quel tempo di vincoli al pensiero e di animi proni all' adulazione dei
potenti, fino a encomiarne le ingiustizie e gli abiti malvagi, dimostrisi
indocile a questo difetto, sicche dimentichiam volentieri le piaggerie al suo
Granduca, e le eccessive proteste di devozione e di servitii, e conyeniamo
anche una volta col Magalotti che lo appello r uomo piil proprio a forniare un
principe (Vedi Palermo, Manoscr. Pal.^ Vol. Ill, Avvertiinento). Se non che
confrontando le date, rincrudelisce la piaga, dappoich^ osservisi come le piil
libere o meno serve di queste lettere scrivesse piii giovane, le piCl ligie
piil vecchio ; quasi coll' affievolirsi del vigor dell' et^, quelle pure di
liberi sensi deteriorasse, o per timore di perdere protezione, o per altra
causa di debolezza li tacesse, sentendoli uguali, ossivvero scrivesse al suo
principe altrimenti da quelle che avrebbe desiderate. Ed infatti chi ha letto
in quali termini R. protestasse a Ferdinand© II dei Medici e ad ogni principe
la servitii sua e de' suoi figli, pud scorgere il divario profondo che v' ha
nelle condizioni dell' animo suo in quel tempo, e quando cosi scriveva al
Poltri, da Varsavia, intorno alle qualita del re Vladislao, presso cui era
stato dal Granduca inviato in legazione straordinaria : Noi vediam qui come R.
sembri assolutamente sciolto da qualunque legame, e non guardando in viso a
persona, ne censuri aspramente i vizi e tanto piti gU dispregi in un Re il quale
preferisca V utile proprio al bene del popol suo, o questo solamente ricerchi,
perch6 appunto gli ^ via ad ottenere il proprio vantaggio. Lo che dimostra bene
quanto rettamente pensasse intorno ai doveri di un principe R., e quanto,
conoscendo le bugiarde apparenze delle corti, egli di certo avesse bramosia di
smascherarle ad utility dei soggetti; e cid vedesi piu ampiamente nella parte
morale dei suoi dialoghi; ma il volere rimaneva pressochd inefficace o sortiva
un efFetto ben lieve, una volta che ritornato in patria lasciavasi vincere da
miUe riguardi che un uomo dabbene ma debole co-stringono, se non altro, a
rimanersene muto di fronte a ogni abuso. Dove poi nel R. piil si vede spiccare
quel conflitto di sentimenti si 6, rho gi^ detto, nel suo scritto su Roma. Non
giova riandare le condizioni poUtiche ^ religiose d' Italia e della Toscana
principalmente in quel tempo; ch^ ci sembra sufficientemente aver chiarito tal
punto. Giova pero averle in mente ora coUe quality morali del filosofo, per
apprezzare in lui, amico di Principi e di Cardinali, quella liberta di pensiero
che sembra scuotere a un tratto ogni giogo, sfidare il passato ed il presente,
protestando contro certi non lodevoli usi della Curia Romana. Si; protestava di
fatto il filosofo, e la sua coscienza sapeva bene distinguere, quantunque
scrupolosamente cattolico, il principio dagli uomini, la bont^ di un'
istituzione ed i vizi di chi la sostiene ; se non che apparisce che egli non
avesse coraggio di pubblicare tale protesta, e fors'anco quello di terminarla,
sebbene tante verita gli piovessero dalla penna e dall'animo. Sono i due
sentimenti che contrastano in un medesimo uomo, il sentimento del vero, il
sentimento del timore, e il secondo sciaguratamente prevale. Nel V Capitolo
pertanto, R., con ampiezza di vedute dimostra : come V tiguaglianjsa di tutte
le condizioni degli uomini, alle pretensioni di Boma fu sempre giovevole,
sinche le dignita e le grandezse furon premio solamente dei meriti e delle
virtu, E nel secondo: come tutti i Governi ove s' intruda V avarizia e V
ambizione rovinano, e quello di Boma con esse piu che mai si sostiene, E per
giungere aUa dimostrazione della prima tesi egU osserva, come la Repubblica
universale di Roma ebbe per suo sostegno nel suo istituto originario quel misto
perfetto dei tre stati, monarchico, Ill aristocratico e democratico, reputato
per la forma piii durabile e meglio ordinata • di tutti i governi, dove ella si
mantiene nella sua bene accordata armoida, e che r uno stato di essa ben
corrisponde, e serve di correggimento all' eccesso dell' altro. Ella d questa,
si Bcorge tosto, la teoria stessa di Cicerone e del Machiavelli riprodotta nel
suo genuino significato, 1' accordo della quale pero coll' indole della vita
del Rucellai tutto intento al servizio di un principe assoluto, sarebbe per noi
sempre un eninuna, dove non avessimo la via a spiegarlo nelle ragioni tante
volte, discorse. E soggiunge E ponendo in rafironto cio che di Roma discorre
Quinto Cicerone al fratello, con quello che era Roma in quei di, e alia stretta
somiglianza delle due Rome guardando, soggiunge (notisi, di grazia, perche qui
si ritorna all' antico) che egli ha voluto registrar cid in questo luogo perche
si conoscc che o sia la postura del cielo, o sia pure la necessity dei medesimi
fini negli ultimi tempi della Repubblica romana, forse come oggi adulterati e
guasti, hanno come posto i temperamenti conformi, influiscono similmente negli
animi la stessa maniera e inclinazione di costumi, e nell'una e nelr altra
etade s' introdussero e stabihrono nella Corte di Roma contro la virtil e
contro la piet^ della sua primiera istituzione, tutte quelle arti che piii si
producono dair opere della malizia, che dalla carita e dalla devozione. Si pud
dunque concludere, che la macchina del rigiro di Roma stia appoggiata sopra r
estremo del vizio, non sopra 1' eccesso della virtii, perche qua e talmente
raffinata la fraude, che quanto gli uomini sono piti nemici, tanto piii usano
tra loro atti di confidenza, e piii liberty di tratto. E le destre che sogliono
essere testimonii di fede, sono in loro violate dall'inganno, e dalla malizia
di farsela 1' un V altro a tempo, e con vantaggio, e quegli solamente 6 stimato
piii valent' uomo, che pu6 piti. Quindi avviene che qualunque e reputato uom di
valore nelle altre regioni del mondo, venendo a Roma si perde, trovandosi in
una diflerente scuola da quelle, ove s'apprende ad esser soggetto grande con le
virtuose azioni. Quei dunque, che si mette a vivere in questa Corte non basta
che e' sia letterato e sapiente, quanto se gli conviene il saper ben discernere
i vizii altrui. Ceda perd alio stile del paese, mantengasi per sd nelI'arti
virtuose, ma assuefaccia I'animo educato ne'buoni costumi a non si scandalezzar
de' pessimi. Se il Bianchi Giovini avesse scritto il rigiro di Roma, credo che
avrebbe potuto scriver in questo modo ; piii liberamente, non giudico. Egli
seguita sempre su questo piede, ed e cosa ammirabile, senza intaccar mai i
principj, guardando ai vizi degli uomini, e dando cosi una lezione a noi che
gli uni cogli altri tramescolando, condanniamo con maliziosa leggerezza i primi
in un co' secondi, dimenticandoci o fingendoci di dimenticare i canoni piii
elementari di logica, per non dire di buon senso e di buona fede. Ambizione,
interesse private, ipocrisia, inganno ed invidia, ecco adunque, per cosi dire,
i fili conduttori nell' intricato labirinto della Corte di Roma per chi vi s'
introduce e pretende di avvicinarsi al suo centre, dappoiche fu distrutto quel
principio d' ordine nell'armonia dei tre elementi dello stato perfetto, e
incominciossi a misurare V ability degli uomini, non dai meriti dalle virtii,
ma si daU- interesse e dal genio di chi comanda. Ognuno cerca per aggiungere il
suo talento di tener quella via che stima pitl opportuna, di tener dietro a
quel flip che pensa o vede piu atto a condurlo ; sicche ognuno s'infinge per
quel che non ^, e si maschera dell' estremo contrario di quel ch' e' si sente
dentro nella sua propria natura. La virtii dunque nella Corte di Roma sempre
adonesta gli avanzamenti quantunque non abbia parte nell' avanzare. Evvi dunque
una Koma apparente, e una Roma reale; e R. ve le descrive a meraviglia con una
vigoria di concetti e di immagini, che sembra il Frate Ferrarese avergli in
certi dati momenti spirata in petto la disdegnosa anima sua. lo rimando, a
persuadersene meglio, il lettore alia fine di questo libro, 1^ dove ho
riprodotto per intiero e per la prima volta qtiesto libello incompleto, ma pur
bastevole perchi^ ci facciamo un' idea chiara dell' animo di R. intomo al
govemo di Roma, che si fondava, secondo lui, sopra Y ambizione e V interesse
private. E tanto egli era cattolico e distinguevabene religione da uomini di
Chiesa, che questo primo capitolo fa terminare cosi: II secondo capitolo e
breve, non compiuto, e insieme importantissimo, in quantochd volendo provare
come tutti i governi ova s' intruda 1' avarizia e 1' ambizione rovinano al
contrario di quelle di Roma; il R. stabilisce essi vizj essere il tossico che
la giustizia distributiva corrompe e distrugge, e i fatti antichi e modemi lo
confermano, seguendo le teorie deir Alighieri professate nel De Monarchia.
Intorno alia nobilt^, espone in un modo determinato come questa giustizia
distributiva, senza la quale riman cadavere, e imperdsenz' anima e senza vita
ogni stato, intenda ad uguagliare gli uomini sotto le leggi della virtii, la
quale solamente pud esser base di differenza tra gF individui, e non le
ricchezze ed il genio, cio^ il capriccio e 1' ingiustizia. Cid espone in
brevissime pagine col solito vigore di argomenti, coUa solita leggiadria del
dettato; ma rimane qui, come si vede, al principio, almeno in questa copia,
I'originale della quale, e chiss^ che tutt' intiero, sar^ forse con altre cose
smarrito o nascosto. Mentre io deploro 1' incompiutezza di questo scritto,in
cui da cima a fondo si sente un' aura dell' dra modema che spira, e la
coscienza deU' uomo per la forza oltrepotente del vero distrigata un istante
daUo scrupolo e dal timore, protestare contro i vizj o le loro sembianze;
tuttavia mi riconforto nella certezza che il lettore avr^ aggiunto un argomento
di piil a sostegno di quel ch' io scrissi in principio, e che d come il perno
su cui gira, pud dirsi, e consiste il mio librc' Ad eliminare poi anche
Tombradel dubbio che potesse sorgere, per avventura. sulP autenticit^ di questo
scritto, riporto qui Qui R. non 6 piil I'uoino del Medioevo e del Rinascimento;
non ^ piil 1' uomo ligio all' autorit^; e il filosofo modemo che evitando gli
eccessi del Bruno, riprova gli scandali del chiericato, ne condanna, per ainore
della religione che ei professa, gli abusi; e innamorato del vero e della
virtil, al pari di Platone, richiama con severe e giuste rampogne a tornare
nella via smarrita lo stesso sacerdote, il quale, immerso talvolta nello
interesse mondano, posterga i principj deir Evangelio, egli del Vangelo e della
carit^ cattolico banditore. in nota, come a confronto, cio che trovo scritto
dal R. stesso, nel suo trattato della Provvidenza, pag. 368. Tip. Le Monnier. —
« Ed io vi replico esser verissimo die tutte le cose che si fanno fannosi per
divino volere; e questo il fato si h. cio 6, decreto infallibile di quanto ab
eterno e' dispose ; ma dagli uomini per lo libero volere le cose si
deterrainano, come dianzi si disse. E siami lecito, signor Elea. far qui
riflessione sopra cio che avete mentovato di Roma; come Roma antica, mentre fu
appoggiata al valore, al buon costume e alia virtii diquegli animi, si feo
padrona del mondo; ma degenerando da' suo' principii si spense, perchfe cosi
voile la divina predeterminazione per mezzo del libero arbitrio mal guidato
dagli Qomini. E questa Roma moderna. che fondata su la pieta su la poverty e su
I'esempio del mondo anch' essa signora divenne, mutando costurai pill che mai
si mantiene: manifesto segnale come malgrado de'vizii piii licenziosi degli
uoraini la religione sostiene loro, non essi la religione sostengono, la quale
pero vince ogni regola perch^ ella k forte braccio e onnipotente della
Provvidenza divina. Come ci condurremo quind' innanzi nel nostro lavoro.
Esposizione de'Dialoghi filosofici. Critica. — Perche si pretermettera la
critica minuziosa delle dottrine filosofiche del Bucellai. — lucertezza del
tempo preciso in cui farono scritti i Dialoghi. — Certo e pero che son parte di
mente matura. — Quattro codici manoscritti de* Dialoghi, e qaali di essi pud
considerarsi autografo. — Parole del prof. Palermo. — Una lettera di R. al
Granduca, intorno air ordine di quest! Dialoghi. — Noi segniamo, neir esporli,
questo ordine. — Si riporta, e perche, V intero Preambolo ad essi del Bucellai.
Quando nei precedent! capitoli si e discorso della vita e degli scritti minori
di questo filosofo, dopo aver dato uno specchio generale delle condizioni
intellettuali, politiche e morali d' Italia nel secolo decimosettimo ; a
ciascun argomento facemmo precedere sempre una descrizione pitl
particolareggiata di esse, secondo che appunto il subietto nostro particolare
esigeva. Venendo ora a discorrere dei Dialoghi filosofici di lui, stimiamo
meglio invertire quest' ordine, senza recar percio verun pregiudizio alia
chiarezza e alio sviluppo logico della dimostrazione. Imperocchd di gia con
sufficiente ampiezza abbiamo tracciate certe linee che della figura ci
somministrano un disegno abbastanza determinate, sicch^ pitl non vi sia da
smarrirla, e non ci resti che colorirla piii e piii, e ridurla a compimento
maggiore. E pero la nostra mente condurr^ quind' innanzi il suo lavoro cosi:
stabilito Tordine materiale, e il fine di que'Dialoghi con critica e
precauzione, adoprando in ci5 il finqui messo in sodo con evidenza da altri; ne
esporremo con qualche larghezza il conteniito, come di un' argomentazione e de'
dati di un problema farebbesi, e indi, fermatili bene, procureremo di
scioglierlo, rivolgendoci ad un esame piii accurato ed attento delle diverse
opinioni filosofiche che combattevansi allora, e ponendo in chiara luce quel
che veramente il Kucellai ha fatto, quanto e come le abbia adoprate, con quali
intendimenti e criterj, ed il posto precise, per conseguenza, che gli si spetta
nella storia del pensiero italiano. Ne questo disegno esclude aflfatto che man
mano si espongono le dottrine del nostro filosofo e s' iacontran de' punti
cardinali che servono a qualificare il suo metodo e il suo sistema, noi
possiamo farli rilevare, e notarli, e raccomandarli alia considerazione del
leggitore; ch^ poi essi devono trovarsi come di riscontro alle loro sorgenti
generali, apparseci nell' esame del pensiero di quel tempo, e queste e quelle
ricondurci sicuri al punto d' onde muovemmo, e che nel cammino ci servi sempre
come il centro di un circolo serve ai punti della sua circonferenza. Aggiungasi
che pel fine e intendimento nostro non importa guari intrattenersi minutamente
sulla critica delle dottrine di questo filosofo, bastandoci, a mostrarne il suo
eclettismo e scetticismo, di fermar Y attenzione su que' punti che lo
appalesano piii, e indi non ci venga attribuito a soperchio se oltre
I'appendice di cose scelte letterarie, scientifiche e morali, nello sviluppo di
questa parte del libro intrecciamo la citazione di varj e non brevi pezzi di
questi Dialoghi, che pitl fanno all' uopo. Imperocche appunto trattisi qui di
esporre i pensieri filosofici d' un autore, la maggior parte degli scritti del
quale sono inediti, come puo ricavarsi dalla Nota di essi. Cosi facendo, penso
inoltre di rispanniare ai lettori quella lunga fatica che ho dovuta spendere io
nello scorrere tutti da cima a fondo questi Dialoghi, che pel diffuso stancano
spesso; ed infine riferendo qui nel mio Hbro le cose pitl importanti di questi,
mentre lo pongono, risolvono, sto per dire, o almeno agevolano di assai la
risoluzione del problema ; lasciando poi a chi avesse in animo d' intrattenersi
sull' ultimo sviluppo che ebbe il platonismo nel secolo XVII col R., il quale
chiude il ciclo del Rinascimento in Firenze, di recare piii attenta anahsi nei
suoi libri su cio ; come ad altri altre cose ; io per me che considero R. da un
punto di vista meramente storico e ne noto, per tal rispetto, Y importanza, non
son tenuto a quel lavoro di paragone, a quello studio di trasformazioni e
trapassi che le dottrine platoniche subirono dair origine loro conosciuta fino
aH^ Imperfeito; lavoro del resto della somma importanza e di grandissima
utiKt^, e che io auguro all' Italia si faccia presto e da uno de' suoi ; e
credo aver motivo di acquietarmi nella speranza che questo augurio trover^
sollecito il suo compimento feKce. E per primo il tempo preciso in cui questi
dialoghi farono scritti, non possiamo determinare a puntino, malgrado che nolle
sue lettere R. accenni ad alcuni di essi che aveva allora, mentre scriveva,
compiuti, o si accingeva a distendere. Quel che bene si scorge (e del resto per
noi piii importante), d che tutti questi Dialoghi sono parto della sua mente
matura, imperocch^ solamente dal 1665 in poi troviamo da lui uomo adulto fatto
cenno agli amici ed al Principe di questi lavori scientifici, intomo ai quali
indefessamente aveva per lo innanzi lavorato e proseguiva ora a lavorarvi.
Omettendo di citare le lettere scritte dal nostro filosofo a messer Giacomo
Altoviti, al Patriarca Delfino ed al Redi, nelle quali fa menzione or di questo
or di quel soggetto filosofico trattato da lui, e che man mano ricopiato 1'
avea ad essi e ad altri amici o illustri personaggi per mezzo di quelli mandavalo;
io, come il chiarissimo professore Palermo nel Vol. Ill, dei Manoscritti
palatini^ daro intorno a questi dialoghi un qualche cenno, e verrd con un brano
di let^era scritta dal R. al granduca Ferdinando II, nel maggio del 1665, a
stabiUre 1' ordine (un po' incerto nelle diverse copie) e a conoscere il
disegno che I'autore aveva architettato intorno quest' oper a, che per mala
ventura rimase incompiuta. Delle quattro copie di questi Dialoghi filosofici da
me tutte esaminate con diligenza, la Palatina, la Magliabechiana, e quelle che
si conservano nella libreria privata dei Ricasoli Firidolfi, le piii emendate
sono queste ultimo due, copie entrambe, la prima in dodici tomi nella massima
parte corretta e aggiustata dall' autore, e che per6 fa citata dagli accademici
della Cru sca come r originale. La seconda in quattordici tomi apparteneva a
Lorenzo Pucci, e Anton Maria Salvini vi acconcio di sua mano gli sbagli propri
del copista. Gi^ discorrendo della vita scientifica dell' Imperfetto (cap.
Ill), avemmo occasione, ^ vero, di conoscere lo intendimento acui egli mirava
principalmente con questo scritto; ma era al disegno materiale ^ non inutile il
far seguire il preambolo di R., nel quale espone ampiamente il concetto primo
di essi. Nel primo esemplare della libreria Ricasoli, pertanto, i Dialoghi in
numero di 65 sono cosi disposti nelle tre viDeggiature. che eseguird
volentieri. Le invio il preambolo, onde si ricava 1' ordine e la distinzione di
tutto il mio proponimento. Dipoi ho stimato bene lasciare il primo Dialogo
contro i sofisti, che serve solamente per introduzione alle varie opinioni de'
Filosofi intorno ai principii della natura, non essendo ripulito ; e mando il
secondo dialogo sopra I'opinione di Talete Milesio, che tenne r acqua per
principio universale di tutte le cose ; proposizione non molto difficile a
esser trattata. Appresso, saltando il numero di 25 dialoghi gik fatti, ma non
pienamente corretti, e due o tre a' quali non ancora ho messo mano, sopra V
opinione d' Aristarco Samio, le trasmetto i tre primi Dialoghi sopra il Timeo
di Platone, dei quattordici che ne ho imbastiti; parendomi che questi trattino,
sopra tutti gli altri, cose molto malagevoli a spiegarsi. Delia prima
villeggiat ura, che 6 la Tusculana, ho da fare due o tre dialoghi innanzi al
Timeo; e dopo uno sopra la filosofia d' Aristotele, che non ho ancora
cominciato. (Vedi conferma nella Trovvidensa^ Le Monnier, pag. 188, dove si
rileva che questo trattato della Provvidenza va dopo il Timeo) E appresso ne
vengono sedici dialoghi sopra r opinione d' Epicuro, che ho messo insieme, ma
non ancora bene ridotti ; e diciotto contro il medesimo Epicuro, della
Provvidenza divina, che gli ho finiti, ma non messi al polito. Della seconda
Villeggiatura, «h'^ r Albana, dov'entrano dialoghi della natura dell'anima
vegetativa e della sensitiva, compresa da molti dialoghi di notomia, gli ho
tutti distesi, ma non rivisti; e ne ho da fare due di pianta sopra Tanima
ragionevole. Delia, villeggiatura Tiburtina, ch'd 1' ultima, la quale contiene
materie morali, ne ho fatti parecchi, ma ne avrei da fare altrettanti. Vero e
che ho repertoriato ogni cosa ; e se ho tempo e quiete, che mi viene interrotta
spesso e dalle cure familiari, e dai disastri della casa, che mi tengono in
liti continue, spero in diciotto mesi o due anni ridurre ogni cosa al suo
termine. Ci trover^ delle cassature e delle rimesse, qualche errore d'
ortografia, per la rarity che abbiamo di copiatori che intendano. > Cio
nella lettera. Ma il suo proposito, negli otto anni che sopravvisse, non gli
venne fomito; lasciando, come si ^ detto, alcuni dialoghi senza 1' ultima mano,
alcuni ammezzati, e quali poco nulla fuori il disegno. E quanto alia lor
disposizione, parrebbe anche questa, aggiunge il professor Palermo, non fosse
in tutto fermata. Poiche nell' originale i dialoghi contro Epicuro seguono i
primi sedici ; onde noi gli abbiamo allogati anche cosi. Ma nel dialogo XXII si
rammenta il Timeo, come discorso dinanzi; e il Timeo vuol prima di sd i quattro
dialoghi intorno alle matematiche. E forse pero nella copia Pucci ai primi
sedici attaccansi questi, in tre, e quindi il Timeo; e nella copia Palatina il
Timeo senz' altro avanti ai Dialoghi contro Epicuro. lo pure nel discorrere
terrd quell' ordine come il pitl logico e naturale, e vi porrd tutta la cura
ch' essi meritano, poichd, quantunque vi sia del mancante, pure bastano a
costituire un importante e quasi compiuto edificio, e a rappresentarci intiero
il sistema ed il metodo di questo filosofo toscano. N^ ^ meno utile, com' ho
gi^ detto, premettere qui per intiero il preambolo cheva in testa ad essi
dialoghi, e che ci dimostra con maggiore chiarezza r obietto principale e
nobilissimo loro. fi un' orazione toccante quant' altra mai e di bellissima
lingua, che varr^ a riposare, ricreandola, la mente del leggitore, il quale
pure da essa potra fin dai primi periodi rilevare la natura deUa filosofia che
R. vuole insegnarci. Dietro alia meditazione dunque della virtii, io mi
ridussi, siccome voi vedete, sotto '1 benigno, e salutifero cielo di questo
novello Tusculo, dove 1' orribile rammemorazione sfuggendo, e' rischi della
mortifera pestilenza, che poc'anzi incominciata a Napoli, o per la corruzione
dell' aere, o pe' venti, che dalle parti Orientali soffiando, seco ne la
portaro, s' e nella citta di Roma miserabilmente appigliata, nulla dimora parve
agli occhi miei piii gioconda, n^ piii sicura, e piii lieta di questa, ne
cotanto in si spaventosi tempi per le nostre speculazioni appropriata. Vennemi
qui subito in mente di quelle cotanto feconde, che M. TuUio ci fece gi^ sopra
di questa virtii in quelle torbide congiunture delle soUevazioni civili, e si
al medesimo m' accinsi, forse con troppo animo, anch'io per I'amenita, e per le
solitudini di queste ville, desiderosamente cercandola. Ora nel levare, ch'io
feci degli occhi al cielo, mi ricordai di quanto ne ammonisce il nostro Poeta:
« Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira, Mostrandovi le sue bellezze eterne.
» > Percid mi misi a guardar fiso d' intorno a questo nostro Emispero, e
oltre agli stupori, che di lassii in varie guise agli occhi nostri lampeggiano,
volt^mi a basso, e posi mente alle innumerabili creature, onde si vede la terra
a maraviglia ripiena. Qui considerai con qual ordine, e magistero elle sono
dalla virtuosa, e poderosa mano guidate della Provvidenza suprema, ch' elle
paion fatte tutte per noi, e come dalla loro ingegnosa architettura apprese lo
intelletto umano i piii industriosi esempli, e coll' imitazione della natura
fecesi maestro dell' arti, talmentech^ i' mi rimasi siccome attonito a prima
vista, e adombrato da una virtii si grande, che da 1' essere a tutte quante le
cose, e reputaila in ogni modo per 1' oggetto piti proprio delle nostre
meditazioni ; imperocche mi si fe' innanzi per ricordanza quel che il Timeo ne
insegna, cioe, le infinite bellezze, e maravigliose di questo mondo visibile,
essere lo specchio di quelle piii perfette, e piii ragguardevoli, che sono nel
mondo intelligibile raccolte insieme, anzi nello intelletto divino per guisa,
che sovvenendomi di que' versi : « Quanto per mente, e per occhio si gira Con
tant' ordine fe', ch' esser non puote Senza gustar di lui, chi eio rimira; » mi
fissai in esso quel piii, e credei senz' alcun fallo da si ammirabili e da si
ben regelate fatture, qualche sembianza della ragione universale agevolmente
comprendere, di maniera che io pensai di accenderne in me un certo lume pitl
spiritoso, e piii vivo per additame a voi le forme pitl simili nella virttl, e
con esso lei mettervi sulla via maestra del vivere ; ma appena i' volli ne'
segreti profondarmi della natura, e di Iddio, ch' io immantenente rimessi 1'
animo, e quanto pitt nel pensier mi stendeva, quel pitl m'accorsi la virttl,
ch'egli hanno in s6, vincere ogni sentimento umano, e vie piii di riverenza
esser degni, ch' agl' intelletti de' mortal! in verun conto proporzionali ;
anzi e' mi parve miracolo, che noi possiamo cogli occhi distinguere, ed
abbracciare coll' inmiaginazione 1' ampiezza di una tal macchina, non che noi
dobbiamo intendere con qual concerto ella si govemi, e lo spirito, che dentro
la muove, e impercio Dante, che in prima ne invitd alia contemplazione del
cielo, ce ne modera poi I'ardimento, dicendo : « Perche appressando s^ al suo
desire Nostro intelletto si profonda tanto, Che retro la memoria non puo ire. »
riflessione veramente proporzionata ad un uomo; 1' altra e d' Apollo, o di
chiunque si sia : € Cognosci te stesso, > che era scolpito in fronte al
famoso Tempio di Delfo ; proposizione divero, e ammaestramento degno di un Dio:
e '1 medesimo Socrate, il piii savio per awentura di tutti gli uomini, a tai
fondamenti appoggid la sua vera scienza; perciocch^ stracco dagli studj meno
che utili delle cose naturaU, in ch' e' conobbe poco, q nulla potersene
approfittar r uomo, tutto alia cognizion di sd stesso si diede, ciod a dire,
alia Filosofia Morale, ch^ egli ebbe per irreprobahil dottrina, e per V unico
oggetto, e pel giovevole dell' intelligenza umana. Verremo pertanto con amendue
le sopraddette proposizioni i nostri presenti trattati regolando ; ravviseremo
in prima la fallacia della Filosofia naturale, onde molti si danno a credere
d'intendere quel che per Io pitl e' non son capaci d' intendere. Quindi al
frutto discenderemo delle morali, facendoci dalla costituzione dell' Uomo, e
delle quality, e degli strumenti, che Io compongono ; imperocch^ con tal ordine
procedendo, dalle azioni pitl brutali de'sensi, riconoscendo voi stessi, salir
potrete di grade in grade alle pitl sublimi dell' intelletto ed all'altezza
gloriosa della virttt, onde 1' uomo s' illumina, e conservasi tanto piii simile
a Dio. Incomincieremo percid domani a discorrere; e perch^ le giornate, che son
lunghe, e Tore calde ne obbligano a qualche lodevol trattenimento, a niuno piii
profittevole repute potersi donare il tempo, nd scegliersi materia che pitt di
questa all' et^ vostra sia confacevole ; oltre che in si calamitosi tempi
godono le nostre vite sicura franchigia in questo aere salubre dalla
pestilenziosa mortality., che Roma atrocemente distrugge; nelle cui miserie
ogni tribunale, ed ogni pill fruttifero studio senza giudici, e senza
contradittori rimaso, e si senza maestri, o discepoli, ogni arte, e ogni
Accademia oziosa lasciata; i pitt litterati uomini in tutte le pitl nobili
professioni sotto si purissimo cielo a loro salvezza rifuggiti si sono; dove
noi in conversando con loro, ed or I'uno, or I'altro scegliendo per si
deliziose gite de' tesori di questa, e di queir altra scienza per bocca loro
faremo raccolta, e perfettamente ammaestrati ne diverremo; e 'n fra gli altri
D. Raffaello Magiotti, che con esso noi qui ^ dimora, fia il nostro Socrate
sapientissimo in tutti i discorsi, il quale ben sapete essere insigne e
nell'uno e nell' aJttoo idioma ftreco, e Latino, maestro perfetto di Geometria,
ed esimio in tutte le antiche, e modeme fildsofiche speculazioni, il cui
chiarissimo ingegno in si alte materie, pitl che I'autoritib de'nomi le
sperienze convincono, e V evidenza delle ragioni. Qaal concetto abbia della
scienza il Bucellai, e soe diiferenze da Flatonc. — Quali erano, secondo R., i
fondamenti del sapero, i criteij e il metodo. — Varie opinioni sai principj
passivi delFuni ^ verso. NecessittL, noli ' esaminarle, di spogliarsi da
qualunque preconcetto. — Gaida e fine deir esame la sentenza socratica « Hoc
unum scio quod nihil scio. » — Sfiducia del Bucellai nelle forze dell* umana
ragione. — II perche di qaesto. — II probabilismo accademico si scorge qui fin
da* primi passi ; e la fede come ancora di certezza, e di salate. Talete
Milesio o dell'acqua. Anassimene o dell* aria. Graclito del fuoco. Galileo.
GIRGENTI (vedasi) o i quattro elementi. — Parmenide o d*uno eterno. —
Anassimandro o dell* infinite. — Necessity deirinfinito. — II finite non e
privazionc di questo. — Cartesio, o Tidea dell'infinito prova della sua realty.
— Dato ruomo finito, convien ammettere l*ente infinite. — E questo secondo
argomento il Bucellai tiene per piti stringente di quelle del Gartesio. — Ma si
1* nne che Taltre sone argementi prebabili. — Anassimandro e della luce.—
Galileo. — II Bucellai nen nega 1* influsse degli astri sal mendo e le cose
umane ; combatte per6 1* astrologia. — La Genesi, sant*Agestino, Dante e 1*
opinioni di Anassimandro e Galilee suUa luce. — Platooe, la luce e 1* anima
dell* universe. Ma ^ tutte un pud easere. — Anassimandro o de*celeri. — Zenene
ed altri filesofi. — Si conchiude coll* « Hoc unum ado quod nihil ado » di
Sucrate. — La fede. 11 R., come tutti i filosofi, vuole esaminare i tre obietti
della scienza, Fuomo, runiverso, Dio. Incomincia daj mondo, passando in rassegna
le opinioni degli antichi intomo a' principj di esso naturali, guidato dall'
aforisma « quest* uno io so che nulla io so » e dalr autorita. E sul punto di
prender le mosse per questo viaggio, egli infrena, per cosi dire, i destrieri
della fantasia, perchd questa non lascisi traviare dalle apparenze, e pel
troppo desio di sapere, non cada in presunzione smodata, ne, giusta V
ammonimento platonico, 0, per dir meglio, di Socrate, la scienza sia confusa
colla opinione; o, peggio ancora, questa pigli luogo di quella appresso colore
che vogliono intendere tutto alia rinfusa e senza scelta veruna, e quello pure
che non d da loro, n^ a' proprj intelletti proporzionale. E a ragione Socrate
discorrendo della opinione che, al contrario della scienza, giudica le cose per
quel che a lei dettano le immagini e il sogno, chiamavala una certa demenis^a
dell' anima, imperciocch^ mentr' ella s' ingegna di giungere al vero, fa si che
V intelligenza prevarichi, e per lo piii determini il falso ; anzi, se pure il
vero determina, cio fa ella per caso, talmentech^ se scienza fosse 1' opinione,
la scienza consisterebbe in apporsi. Ond' 6 che per riparare a cio, i primi
sapienti della Grecia (detta da Diodoro Siculo la scuola del genere. umano)
aprirono una via maestra, la dialettica, per la quale il naturale discorso, non
a benefizio di natura, ma si camminasse sotto 1' indirizzo della ragione. il
notorio come nella dottrina di Platone si distinguesse la fede, la scienza e 1'
opinione, e come secondo Platone la scienza consiste nel giungere agli
universali, cio^ alle idee che sono la essenza intelligibile delle cose ;
essenza intelligibile delineata coUa definizione^ e secondo cui si pud
giudicare con certezza delle cose stesse. La opinione invece consiste in un
giudizio piii meno probabile secondo le apparenze deUe cose, piuttostochd
secondo Fidea loro. La fede 6 un giudizio secondo Fautorit^. Ora R. pone queste
distinzioni platoniche, ma senza seguime la dottrina, perchd quantunque egli
pure ponga la scienza nel conoscer le cose in s^ stesse mediante le idee, nega
che si possa mai giungere alia certezza se non mediante la fede ; talch^ la
scienza per lui diviene scienza o certezza nella fede ; da sd sola non 6 che
opinione piii o men probabile, o doxa, EgU esclude solamente le matematiche, le
quali, a parer suo, ci recan certezza. Ma ^ notabile anche in tal parte
com'egli si allontani da Platone, il quale anzi poneva le matematiche in
secondo luogo, dando il prime luogo alia scienza delle essenze o degli
archetipi etemi, e alia scienza che vi conduce, ciod aUa dialettica. Finalmente
vuol notarsi che, secondo Platone, la sola fisica non pud uscire dai confini
della probabilita : mentre che pel R. non pud uscirne la metafisica e la
fisica, ma soltanto la matematica. A Jeracio poi, sofista interlocutore, che
esaltando la autoritit del sommo dialettico Aristotele, dichiara infalUbile, e
i dettami di lui come oracoli, si che asseveri tutto per la dialettica e perd
per Aristotele poter sapersi, e comprendersi le cose di quaggiil e quelle anche
di sopra, il sacerdote Magiotti, guidator de' dialoghi, oppone che quantunque
il filosofo di Stagira sia grande, e dette abbia grandissime verity, pur le
cose da lui proferite non son tutte vere; e soggiunge come r eccesso della
fiducia proveniente dalla logica meni a disordini gravi, se ci si arroghi
d'intendere quello che ^ racchiuso nella intelligenza divina, e che il piccolo
seno deUe menti nostre non cape; quantunque il discorso per quest' arte si
elevi all' alta contemplazione divina ; ma altro, pel R., d contemplare e il
toccar coUa mente le cose superiori, altro d lo intenderle ed aveme possesso.
Di guisa che anco pel R. la filosofia sarebbe scienza delle ragioni supreme
delle cose. Ma ognuno di gi^ si accorge della sfiducia che il filosofo fiorentino
sperimenta e professa intomo alle forze deUa umana ragione ; intravede subito
che malgrado abbia R. presi a guida i due noti aforismi sulla indagine della
verity, pure nel suo procedere innanzi ha sempre tese le orecchie alia placida
armonia della sua fede, in cui spesso lo vedremo quietarsi, a mano a mano che
egli procede tra i rumori discordanti delle opinioni e del dubbio. Vuole
avvertirsi ancora come R. non distingua quello che i Platonici tutti
distinguevano, e segnatamente Proclo ; anzi quello che d pur necessario
distinguere secondo la verita dei fatti, cio^ tra dialettica di Platone e
logica d'Aristotele. La dialettica di Platone d la scienza dell' idee archetipe
o universali, a cui si giunge per contemplazione, discemendo Fidentico e il
diverso. Invece la logica d'Aristotele espone le leggi formali del nostro
pensiero. Quindi mentre la logica di Aristotele, considerata da s^ sola, pud
servire anco al sofista, la dialettica di Platone no, perch^ consiste nel
cogliere la genuina idea delle cose. Si pud errare secondo i Platonici, ma
perchd non si contempla bene abbastanza, come si pud errare dal fisico non
osservando con esattezza i fatti ; ma la contemplazione come 1' osservazione
non possono per s6 medesime condurre all' errore. E tanto poi ^ voro di questa
sfiducia di R. che per bocca del Magiotti, in quel tempo nel quale il Galileo,
suo maestro, creava la fisica, e il Cartesio riportava una non piil udita
vittoria sulle scoperte delTanima, dice: E conchiude queste che io con Toce
militare, ma significativa, chiamevQi parole di consegna, dicendo che la vera
filosofia non consiste nell'imparar molte cose, nel saper tutte r arti ; ma e'
la riduce solamente alia cognizione di sd stesso, e a quella vera e
irreprobabil proposizione di Socrate : « Quesf uno f so che nulla iosoE nel
muoversi dubbi a vicenda nelle prossime conversazioni, dice consistere la
giusta maniera per ritrovare la vera ragione delle cose, e non affidarsi aUa
sola autorit^ nei maestri. Sfiducia adunque o fiducia limitatissima nelle forze
della umana ragione, la consapevolezza della propria ignoranza, 1' universale
consentimento, I'esame, e soprattutto la Fede^ sono le Encore di salute dell'
umano sapere, i fondamenti di esso per R. ; V autorit^ umana una riprova
probabile di verity, Y autorit^ religiosa il porto dove ogni tempesta del
dubbio si calma, ed ogni nube d' ignoranza sparisce. Vediamo intanto com' egli
osservi questi criterj, ed applichi questo metodo alle indagini sue., Deposta
qualunque maniera di anticipate giudizio a favore piil di una che d' un' altra
opinione, e di che prega caldamente gli ascoltatori, R., col Magiotti, si fa
da'primi principj che gli antichi opinanti attribuirono alle cose natural!, non
dal lore principio agente, cio^ dalla Cagion Primaria, dispositrice di tutte le
cose, increata e senz' altre origini che da sh stessa ; imperciocch^ di questa
per quella guisa che ne hanno speculate i grandi uomini, faveller^ in piii
appropriate luogo ; ma dai principj materiali che essi appellano causa passiva,
conciossiachd dalla cagion prima ricevono tutti la lore impressione. Ed in
sedici Dialoghi, ch' io chiamo fisid, (e, si noti, non gi^ nel significato di
scienza sperimentale, come oggi si prende, ma nelr altro antico di speculazione
filosofica intorno ai principj delle cose), riferisce le molteplici e diverse
opinioni intorno a cio professate dagli antichi filosofi, con questo
intendimento che cio^, mostrando le ragioni apparenti che militano a favore di
questa e di quella sentenza si fra di loro contrarie, e facendo si che, una per
Tina a tutte quelle opinioni, per le ragioni probabili clie le sostengono,
inclinino gli ascoltatori; se ne deduca per conclusione finale la verity di
quello aforisma socratico, e, come il gran Vecchio faceya, cosi noi in quella
specie di scettico ondeggiamento, lo poniamo a base e a pietra angolare del
nostro sapere. Ella ^ questa, come ognuno si accorge, del trattato filosofico
di R. una parte negativa. E di Talete Milesio per prime discorre, come di
quello che pensd incominciamento universale della natura esser I'acqua, in cui
gli sembrd tutte le cose si disciogliessero ; imperciocch^ I'acqua
assottigliandosi in yapori finissimi aria si facesse, e pigliando corpo
visibile se ne formassero le materie piii dure, divenisse terra, e fino si convertisse
in sassi. E poi, perch^ osservo tutte le semenze delle cose esser umide, tutte
le diverse specie e composti degli umidi fossero sotto il genere puro, semplice
e universale dell' acqua, e il fuoco stesso avesse bisogno dell' umido per
mantenersi, perch^ non la quantita e 1' eccesso dell' umido, ma la quality, in
proporzione di loro essere, ^ quella che le suddette cose in vita sostiene. Ed
aggiunge il Magiotti, come anche Zenone, il capo e maestro degli Stoici,
tenesse per fermo che Iddio per s^ in ogni natura convertisse I'acqua, e che
egli come virtii prolifica di tutte le cose nell' acqua risedesse : adunque
I'acqua era creduta da lui il cominciamento materiale e passive del tutto,
perciocch^' Zenone osservd ogni misto nella sua putrefazione risolversi in una
massa, nella quale ^ manifesto al sense che predomina 1' umido; e sembra di
piti al R. ricavarsi dalla stessa Genesi la prima generazione dei corpi misti e
viventi farsi dalla virttl vivifica di Dio posta suU' acqua. Anzi alcuni de'
primi dottori della Chiesa, san Giovanni Crisostomo, Agostino, Procopio,
seguiti dal Pererio, il luogo del Genesi, ove si dice che lo spirUo del Signore
si trasportava sopra le acque, espUcano cosi, cio^ che una virtii divina e
vitale disponeva le ^cque alia concezione e generazione delle cose. Adunque
(dice il Rucellai) tennero anch'egUno che Domeneddio, primo agente, si valesse
dell'acqua, si come prima e comune materia passiya, ove s' imprimessero tutte
le diverse forme. E accennate con precisione altre fra le opinioni di Talete e
Zenone intomo all' altre cose deUa natnra, e osservato come Talete negasse il
vuoto, e come Zenone quant' alia terra abbia detto cose che mirabilmente ai
nostri sensi s' acconciano, espone il nostro filosofo la dottrina di
Anassimene, seguita poi da Diogene, che fa deir aria il principio naturale e
causa passiva di tutte le cose, come quella che d per tutto e prima dell'acqua
che di essa componesi, riferendo i dati di possibilita che dall'aria, come
I'acqua, cosi le altre cose per mezzo di questa divengano, si che per le
ragioni che Anassimene ne porta sia giocoforza, dice il Magiotti, che ne' sensi
di lui si discenda, abbandonando Talete. Pare da non lasciarsi sotto silenzio
come R. prenda un po' all' ingrosso queste antiche dottrine. Secondo gli Jonici
e secondo Eraclito, il primo principio delle cose, acqua, aria, fuoco, non sono
gi^ r aria, 1' acqua e il fuoco quaU appariscono, ma un intimo e occulto
principio che in tutti gli elementi si tra^orma, e che pitl si manifesta in cio
che a noi apparisce essere o acqua o aria o fuoco. E qui riferisce pure il
pensiero di Anassimene intorno alia struttura dell' universe, E all' Imperfetto
che esclama : il medesimo Magiotti socrMicamente risponde : Ed Eraclito fu
quelle che ebbe si fatta opinione, cio^ dal fuoco incominciarsi ogni cosa e nel
fuoco tutto dissolversi ; e 1' acqua e 1' altre cose credette esser pezzetti e
corpusculi di fuoco insieme congiunti. Mi si conceda fermare il pensiero un
poco su questa opinione del Galileo riferita dal R.. Essa, per quahto noi
sappiamo, non trovasi nei libri di Galileo stesso, ma sembra una ipotesi che il
grand' uomo ponesse innanzi ragionando cogli amici e di^cepoU. II qnal supposto
ci riesce confermato dalle seguenti parole del R. : Inoltre 6 molto singols^re
che in questa ipotesi Galileo precedeva i modemi sostenitori deir unit^ delle
forze fisiche. Ma con quanto ritegno il feujeva! aggiungendo solo che questa
non gli pareva piii inverosimile di tant' altre opinioni spacciate fuori per
vere : e non osava chiamarla, non che vera, verosimile. II R. aggiunge, come
Galileo al padre Campanella, il quale consigliava il gran matematico a metter
fuori certi suoi pensieri come una nuova e ben fondata filosofia, rispondesse :
che non voleva per alcun modo con cento pitl proposizioni apparenti delle cose
naturah screditare e perdere il vanto di died o dodici sole da lui ritrovate, e
che sapeva per dimostrazioni esser vere. E tomando al nostro R., egU argomenta
con questo tutte le cose farsi per via del moto o del caldo, poich^ il caldo si
produce dal moto, e il moto si eccita dal fuoco (materia sottilissima che 6 per
V aria e penetra per tutto) e anche la stessa terra, come anco i modemi
pensano, dice il Magiotti, riceve dal fuoco suo intemo lo impulso onde salgano
i vapori per I'aria. Dichiara indi, esponendone le probability, come Parmenide,
per render conto dell' apparenza dei sensi, la quale basa sopra una maniera
costante di rappresentarsi le cose. tenesse anch' egli il fuoco etereo
principio della natura, perd anche la terra. E cosi di Empedocle di Agrigenfco
il quale riconosce in un modo espresso quattro elementi, la terra, Tacqua,
Faria e il fuoco: e il fuoco, come agente della produzione, esercita secondo
lui la parte principale. E il Magiotti ne illustra si bene la ragionevolezza
dell' opinione, che i suoi interlocutori abbandonato Talete, Anassimene ed
Eraclito, nella sentenza di Empedocle sono costretti di convenire. E questo
artificio dialettico, si stupendamente adoperato da Platone in quel dialoghi,
dove via via esclude le diverse opinioni, senza esprimere una conclusione
positiva, e maestrevolmente, parmi, seguito del pari dal Rucellai in questi
dialoghi, all' obietto che ho dichiarato. E, indi, tornando a Parmenide, e
discorrendo delr unico principio, ciod dell' una eternOy dice, iUustrando i
concetti di lui, che il non essere non potrebbe esser possibile, che ogni cpsa
esistente e una ed identica, che pure cid che esiste non ha punto principio,
che egU 6 invariabile, indivisibile, e che ogni movimento 8 cangiamento 6 una
pura apparenza. E cosi quantunque abbia egli ben presupposto un principio
unico, immobile, eterno, tali attributi non d^ poi cui si convengono, poich^,
dice monsignor Limeo interlocutore, non si pud negare che non ci lasci luogo
Parmenide a salire un po' piii in su, e a presupporre un' unit^ superlativa e
assoluta, che non ammette in sd stessa diversity anco insensibile, e un'
immobility perfetta, semplicissima e mai sempre costante ad un modo che in s^
non abbia movimento alcuno, avvegnachd per lei tutti i moti e tutte le
operazioni dell' universe si tacciano, ed abbiano essere e vita. Scende poi al
sistema di Anassimandro che ripone nell' infinite il principio delle cose, e al
figUo Luigi, che dice dell' infinito essere impresa vana il farellare, poicM
non potendosi intendere, 6 gran segnale ch'ei non si dia, risponde il Bucellai
col suo Magiotti che gli ingegni umani non sono adequati a tutti i possibiliy e
che percid il non comprendere una cosa non ^ per noi prova che la non ci sia;
come anche in questo caso altro si 6 il conoscere quel che ^, e come e'ci sia r
infinito, altro s' egli 6 : e mentre la prima inda^ gine a noi mortali rana
riuscirebbe, la seconda e agevolissima ad effettuarsi, per modo che sia
giocoforza il confessar3 che per necessity T infinito ci sia. Da questa
conclusione di R., apparisce come egli attribuisse forae alia ragione la
capacity di giungere alia certezza solamente in qualche cosa. In qual cosa?
Nell' aflfermare che Dio c' d, che c' ^ il mondo, e che noi esistiamo ; negando
poi alia ragione di poter sapere per sd sola, fuorch^ con opinioni probabili,
quel che siano le cose del mondo, e I'uomo, e Dio. Ma per quello che riguarda
le dottrine di Anassimandro, R. ricorda come quel filosofo dicesse che 1'
infinito e la sostanza prima, contenente tutto in s6 stessa, e in cui avvengono
e produconsi i cangiamenti perpetui delle cose; come dall' infinito si dividono
i contrarj per un continue movimento, nello stesso modo che essi ritornano a
lui. Tutto ci6 che d contenuto nell' infinito va soggetto a cangiamento, ma d
immutabile egli stesso. E cosi si confonde 1' infinito agente colla materia per
Anassimandro, e, come per lui, anco per altri filosofi antichi e recenti.
Mentre R., quantunque dica r infinito non potersi intendere, perch^ non ha
proporzione col finite, e quindi doversi contentare di assoggdtare lo inteUeUo
a tenerlo per fede, ei lo distingue bene e ferma il finito non esser privazione
dell' infinito, sibbene solamente il nulla infinite o finite ^ incompatibile
coU' Ente infinite, si come Y Ente finite o infinite ^ incenipatibile eel nulla
infinite. E ci5 dimestra cen eleganti parele ; ceme pure dimestra centre
Anassimandre, scerdandesi alquante dell'intendimente negative a cui mira in
questi DicHoghi eel sue metede di successiva eliminaziene, dimestra, ie dice,
geemetricamente la impessibilit^ che 1' infinite asselute si cemunichi alle
cese finite e che ci siane due infiniti, applicande alia dimestraziene la terza
prepesiziene del trattate di Galilee su i meti unifermi. E in sentenza
platenica seggiunge pei ceme tutte le cese finite e le lere perfezieni si
staccane dall' infinite, cied da quel perfettissimi esemplari etemalmente
lecati nella mente di Die, createre perd della materia dal nulla, e che
raccoglie nell' atte prime, ciee nel prime cencette dell' epere sue, una virtii
seminale e ideale, ceme direbbe Platene, di tutte le cose fatte, quante in
petenza di farsi. Vedesi con quanta chiarezza il nostre neeplatonice ricordi ed
accelga i pensieri dell' Ateniese, contemperati sempre dal Cristianesime, e cen
quelle stile che e degno di si alte dottrine le renda accessibili ad ogni
intelletto, pregio invere da tenerne cento in une scrittore di materie
filesefiche. E stabilita la necessity, del1' infinite, soggiunge : Che e' si
vegga V universe mutabile, variabile e in tutto diverse dall'essere dell'
infinite, questo ^ chiaro. Adunque come s' intend' ella ? E a Luigi che
risponde : oh ! questo noi non glielo sappiam dire, cosi (prego si avverta)
discorre: e questo vale che, dato I'uomo, ^ data 1' esistenza di un ente, e che
questo ente ^ limitato. E anche in quel che con discorso metafisico applicato a
naturali proposizioni 6 venuto provando, conchiude che non v'§ da riporre
certezza, ma solamente ritenerlo come probabile; e pero meglio stimare di
rifugiarsi nella fede che le cose razionalmente probabili illumina di verita, e
conchiudere anco una volta col detto sapiente di Socrate : Quesf uno io so, che
nulla io so, Ne'quattro dialoghi suUa luce (9-12) meramente fisici, egli
riporta le dottrine di Anassimandro e professa, esponendole, le opinioni del
Galileo con trepidazione per timore di guastare cid che dice il grand' uomo a
cui professa venerazione, e dichiara tutto cid che di buono dice intomo al sole
e sua natura essere del filosofo illustre. E anzi tutto ^ notevole questo passo
in cui si esprime per guisa da non lasciar dubbio che egli crede agrinflussi
degli astri sulle cose terrene: E nel dialogo sopra Xenofane, (dial. 16) detto
chiaro che egli ha per impresa impossibile e vana Y astrologia, conclude che
mentre non puo negare V influsso fisico degli astri, sulle cose della natura, e
anco sull'uomo che della natura fa parte, aggiunge pero che a voler fare 1'
astrologo, vuolsi sapere e accorgimento non ordinario, jBnezza e malizia
ingegnosa; e soprattutto il cicalar di molto ^ giovevole a interessare e
prendere gli animi, di cui si predicono gli avvenimenti ; nulladimeno da
chiunque fa si fatto mestiere agevolmente s'inciampa. Gli ^ degno senza dubbio
di nota questo, perch6 distacca il Rncellai dal Rinascimento, che trovava
appunto spiegazione del risorgere cosi alacremente tutto Tantico nell'idea
stessa della civiM e della filosofia Platonica e Aristotelica, e precisamente
nel loro concetto intomo al mondo. Qual infatti era esso concetto? Quello di un
movimento circolare, concetto antichissimo, che noi ritroviamo anche nell'
liidia. Platonici e Aristotelici immaginavansi il mondo siccome una vastissima
sfera, ma pur limitata, che avendo in se molte sfere concentriche, girasse
intorno a se e ad esse, e per modo che il ritorno periodico della tale o
tal'altra posizione degli astri nel cielo si congiungesse ad un periodico
rinascere degli avvenimenti nel mondo per Tinflusso che quelli esercitavan su
questi. Lo che invero pu6 essere una tra le altre- cagioni che spiegano la fede
che quel filosofi ed eruditi del Rinascimento avevano del doversi rinnovellare
in ItaHa gli antichi sistemi, le antiche civilt^ per definire con essi i loro
problemi intorno al triplice obietto della filosofia. La luce pertanto in modo
vario e per mille maniere d^ 1' essere, per Anassimandro, a tutte quante le
creature, e senza di essa qualunque cosa riducesi al nulla. II sole ^ il fonte
primiero della luce, ma non I'unico, come ne confermano parecchie esperienze,
ed essa 6 una cosa da se, che in gran dovizia ritrovasi nell' astro maggiore
del sistema nostro. La luce che Platone nel Timeo e altri filosofi poser nel
fuoco e la dissero la quintessenza piii fina e piU lata di esso, forma i colori
nelle sensibili cose, ^ Y elixir vUtB della natura, e in tutte le cose
rinviensi, ed d secondo il Galileo (che pur qui R. chiama principQ de'filosofi,
e scorta e direttore dei suoi discorsi) 1' ultima ed estrema espansione della
natura. E qui cita molti esempi addotti dal gran fisico e matematico per
dimostrare che in tutte le cose c'^ mistura di luce o etere, o fuoco, secondo
che questa sostanza gli d parso chiamarla cosi o cosi dai filosofi. E R. tiene
come Platone, Galileo e Descartes gli atomi, che come il tutto cosi 1' etere o
il faoco la luce compongono, ma pero soggiunge col Magiotti che il definire gli
atomi, rotondi, o acuti, o piramidali, d parlare per ipotesi, non perche dessi
gli abbiano visti. Comunque, e dal vedere come Galileo provi col fatto ogni
cosa esser permista o vivificata dalla luce cominciamento naturale di esse, e
dall' osservare come ci6 sembri confermato dal Genesi e dai Santi Padri, ben
deduce potersi commendare in questo senso quella proposizione platonica che
assegna 1' anima universale del mondo, e come per quest' anima egli intender
dovesse la luce. Odasi, di grazia, il ragionamento erudito : E santo Agostino,
quel sottilissimo ingegno, nelle sue Confessioni : QueUa liice soUilissima
sopra ogni cosa, alimentata da vivificante colore, quarito tempo ignorai che f
OSS' ella cagione delV ornamento delV universo ! Fino a che agli occhi miei
annebbiaii non rifulse U lume eterno del Vero! La qual luce alia bellezza ed
alio spirito, sopra d' ogni altra creatura, si rassembra di quel primo ed
ineffabil lume, che etemalmente e senza fine risplende; di cui elia d qua tra
noi la piii famiglievole immago. Che irapero fu detto 1' eterno Fattore: Luce
della luce, e fontana di lume. Ed in altro luogo: Delia luce Egli la luce, e '1
giorno. > E simigliantemente sant'Agostino, coUa sua acutezza, si andava
rivolgendo per Tanimo dicendo: Ma che pro dunque a me ne veniva, che tu,
Signore e Dio mio, Verita, fossi luddissimo corpo, ed to particella d'un corpo
tcde? Oh! quanti sentimenti al nostro proposito trar si possono da queste
scritture! Percio duirque si puo credere, con essa luce (come piii attiva, piii
semplice e piii pura, e impero, come principio, pitl alle divine cose
somigliante) si dessc, per mano del Sovrano artefice, il cominciamento e 1'
omamento a tutto il mondo visibile ; locandopoi quella per la maggior parte,
come in sua miniera, nel sole. II che viemaggiormente si autentica dal nostro
medesimo divin Poeta, in quei versi : « Lo ministro maggior della natura, Che
del valor del cielo il mondo imprenta, E col suo lume il tempo ne misural »
Cosi dunque, avendosi la luce, a cagione di sua purissima natura, non dico per
la pitl simile tra le cose visibili, ma almanco per la meno dissimigliantiB
alia divina sostanza ; puossi commendare in cid quella proposizione Platonica.
Perchd Platone, col lume solo della natura, giunse a fare una si maravigliosa
graduazione: ponendo tanti termini di mezzo tra Dio e la materia, per render
meno discrepante e meno discorde I'ammirabil concetto e fabbrica del mondo ;
mentre co'mezzi all'uno e all' altra confacevoli va regolando la differenza che
e tra '1 composto inferiore e il Supremo Compositore, e quale attaccatura, e
per qua'mezzi, possa darsi tra loro. E imper6 mi cred' io, quandunque alcun
dato avesse a quelle intelletto perspicacissimo ad esplicare quel detti della
Genesi: E lo spirito di Bio id andava sopra le acque. E disse Iddio : Sia fatta
la luce, ed ecco la luce; egli, non giungendo tant' oltre al lume della Fede,
conformando tal sentenza a'proprj Bentimenti, avrebbe rispo^to, che questo era
Iddio ; il quale, coll'occhio della sua divina Mente, se ne giva yagando, e
riguardando in qua e in 1^ sopra il chaos ; e che secondo gli esemplari e le
idee perfettissime, in essa raccolti ab atemo, disegnasse tutte le forme delle
cose fattibili, ed innanzi ad ogni . cosa facesse la luce, che ebbe dall'eterno
Motore (quantunque Egli in sd stesso sia mai sempre stabile e fermo) gl'
impulsi primieri, cio6 a dire dall' atto primo V attivit^ e il moto, ond'ella
avesse la mano (come principio della natura e anima dell' universe) in tutte le
formazioni e nella perpetuity delle produzioni, che ad ora ad ora si
rinnovellano nella materia. Che appunto disse il Timeo, Iddio col valore di sua
somma onnipotenza, senza mezzi, aver creato 1' anime, gli spiriti e gl'
intelletti universali, siccome sostanze prime, e viepitl alia sua divina natura
conformi ; aUe quab* desse la cura e '1 disegno, sotto la sua assistenza come
Architetto sovrano, di formare tutte le cose pitl materiaU e corporee, ove esse
locar si dovidno. Talmentech^ dove noi non comprendiamo quale sia quell' anima
universale, che egli intendeva per collegatrice delle cose divine coUe naturaU,
possiamo noi, con piU fondamento ancora che non avea egli, creder che cid sia
la luce; la quale fosse da Dio creata, onde ella desse all' universe sensibile,
ad esempio dell' archetipo, la sua piil bella, visibile e maravigliosa forma.
Che impero sembrami tornarci mirabilmente in acconcio quel luogo di Dante nel
Paradiso: cDunque nostra veduta, che conviene Esser alcun de'raggi della Mente,
Di cui tutte le cose son ripiene.» > Abbiamo per conseguente gran cagione
d'immaginarci, ancorch^ nol possiamo con prove infallibili fermare per vero, la
luce essere quel movimento occulto e perpetuo, sparso e disseminato per tutte
le cose viventi ; risvegliato per lo prime impulso nella natura universale
dall' atto primo, che d Iddio. > j& prcfbdbUe, disse, non
infallibilmente vero ; che la ragione d agitata e ravvolta nel contrasto di
opinioni diverse che il vero le adombrano sempre, e mai per intiero gliel
mostrano, finchd 1' anima sia mischiata col corpo. E di questi quattro dialoghi
la conclusione non d percid a dubitarsi che sia identica nella sostanza alle
altre, e confermisi ivi appunto lo scetticismo in cui si mantiene nel discorrer
dei principj della natura il tilosofo nostro, in questa parte de' suoi dialoghi
che noi chiamammo distruttiva. Uguale d poi la conclusione a cui R. arriva dope
aver favellato de' colori, ed esposte intomo ad essi le opinioni dei varj
filosofi, e cercato di avvicinare, come sempre fa, col modemo 1' antico,
Galileo con Platone. II qual Platone, come Democrito ed Epicure, fa i colori
consistere in una fiammella a cui perd 6 necessario il concorso del sole;
questo fulgore di luce riflette variamente dai corpi colorati secondo i modi
varj coi quali i raggi del sole gli feriscono, e secondo le positure e figure
delle superficie dei corpusculi componenti quello o quell' altro oggetto che i
raggi ricevono o ribattono. E come Aristotele, cosi il R. opina i colori non
esser sostanze,ma accidenti, effetto cioe di luce cadente nei corpi, luce che
forma i colori. Conchiude pero che queste sono opinioni di filosofi, ma noi non
possiamo ritenerle per veri assoluti ; e pero ritomare all' aforisma: Hoc unum
scio quod nihil sdo. Io mi astengo da riferire la esposizione che nel Biajogo
quindicesimo fa il RuceUai delle opinioni intomo al principio passive delle
cose professate da Zenone, da Archelao, da Filolao Pittagorico, da Protagora, e
da Senofane, dope le quali egli conchiude nella medesima guisa, non senza prima
aver magnificato certe stupende divinazioni di quegli antichi filosofi, e
allettato gli ascoltatori, per bocca del Magiotti, ad abbracciare ad una ad una
le loro opinioni diverse. Questo viaggio di R. a traverse le varie e molteplici
sentenze de' filosofi intorno al cominciamento passive del mondo, piii che
viaggio, adunque, ti si rassomiglia all' ondeggiare irrequieto di una nave che
sospinta in alto mare, e pur volendo pigliare una direzione a porto sicuro,
venti contrarj e tra s^ lottanti ne la tengono perplessa, mentre nell' animo
del pilota suscitano come una tempesta di dubbj suUa sorte avvenire del legno
ch' e' guida. E uno scetticismo non disperato no, ma, se m'e lecito la frase,
imo scetticismo fiducioso e credente, che si pone a fondamento di tutto il
sapere, giusta 1' insegnamento Socratico, la consapevolezza della propria
ignoranza; fondamento negativo per R., in quantochd la fede religiosa solamente
rende certi gli argomenti probabili della ragione; e che per il Cartesio si
converte nella certezza della coscienza del proprio pensiero, vale a dire in un
fondamento positivo dello scibile umano. Capitolo Nono. ESPOSIZIONE DEL TIMEO
DI PLATONE, Ammirazione del Racellai pel Timeo di Platone. Opinione e scienza.
— Necessita di un Principio primo. — Plotino. Trimegisto. — II Rueellai non e
dualista, come Platone. — Fine della creazione, il buono. — Obiezione e
risposta. — Neirorditfe delPuniverso si legrge il verbo di Dio. Gli archetipi
eterni. Platone manca della fede, e per5 neir attinenza di causalita tra Dio e
il mondo cade in errori. — La mente divina forma di tutte le forme. — La mente
umana e le idee. — Loro natura. — II Rueellai combatte Aristotele, Trimegisto e
la creazione. — II mondo non e Dio; ne Dio e Tanima di esse. — Ma e sua Icgge.
— Ne I'amore, per se, e anima deiruniverso. — Desso come armonia ed ordine pu5
appellarsi anima del mondo. — % pel Rueellai, lo Spirito Santo. Del !Bmeo di
Platone il Rueellai d^ tutta la struttura, esponendolo, col riprodurne tradotti
i punti piU qualificativi, e commentandoli. Desso,' il nostro filosofo si
accosta, direi quasi, con religioso tremore e come compreso nelP animo di alta
maraviglia a questo monumento divino del genio Ateniese, che pare scriva dal
cielo le cose stupende di lassil agl' intelletti finiti degli uomini. E per6
egli, a malgrado che i voli della mente cerchi infrenare coUa ragione e V
esame, pur non di rado accade che amniiri piii di quel ch' e' discuta,
magnifichi piii che esamini, e Tidealismo pla. tonico lo preoccupi tutto, e
dimentichi la voce del Galileo. E su' principj della natura discorrendo in
sentenza platonica, osserva come a ragione il j&losofo ponga per universale
fondamento ch' e' si dee innanzi tutto distinguere qudlo che sempre c, da queUo
che mai e, e che ha nascimento ; e come il primo lo comprende la ragione, 1'
opinione per via de' sensi il secondo; vale a dire che a Dio non si pu6 arrivar
con i sensi, ma si r animo il pud seguire meditandolo, e raffigurandolo nelle
sue contemplazioni per cagion prima, universale, assoluta. 11 secondo (cio^
I'universo) accorgerci ch'ei c' ^, perch^ il senso lo vede, e varie opinioni
formarsi delle cose naturali, e la certa verita di come elle siano non esserci
mai chi V aggiunga; dappoich^ il senso non sia che un vestigio dell'
intelletto, e 1' opinione e V immaginazione una copia di esso confusa ed
abbozzata; ed i sensi ingannin sovente. Edefinite il divario tra opinione e
scienza, tra senso e intelletto, R., siccome Platone, riconosce dialetticamente
la necessity di un Principio primo delle cose, o come i Teologi, di un
principio prindpiante della natura, in cui stieno gli archetipi eterni delle
cose create, le quali sono alia lor volta imagini imperfette di quelli. Onde a ragione
Plotino chiama la natura forma di tutte le forme^ ma con tale infinita
disparity, che Iddio, principio principiante di tutte le cose, eccetto della
materia eterna per Platone, ma pel R. anco di questa (nel che discostasi dal
Maestro, come per senten za contraria alia fede piil che ei la stimi contraria
alia ragione stessa) infuse nel mondo create o formato grimpulsi della sua
conservazione e dello svolgersi continovo suo. E dove sulla ragione
dell'origine dello universo, opera bellissima e imagine di qualche cosa di
etemo, discorre, dimostra esser lo stesso Platone rimasto trepidante come
dinanzi a cosa troppo sovrumana, e quasi, come santo Agostino, aver egli
medesimo confessato ch' e' conviene credere per intendere, non volere intendere
per credere. N^ si diparte da Platone, anzi concorda con lui il R. nel dire che
fine della creazione fu a Dio perfettissimo il buono, e questo per formare con
amore una cosa, la quale e' voleva che riuscisse oltre ogni paragone bellissima
; E nel Paradise, mostrando di scorgere tutte quante queste cose sublimi nella
incomprensibil luce della Divina Mente: « Pero che'l ben, ch'6 del voler
obietto, Tutto s' accoglie in lei, e fuor di quella £ difettivo, cio che 6 li
perfetto. » > Per lo che vien dimostrando anch'egli che questa copia non
giugne a gran via alia perfezione del suo originale. > E, come Dante, recasi
qui pur David a sostegno della dottrina platonica, laddove il Cantore de' Salmi
enumera, come Platone fa, i principali e piii sovrani attributi di Dio, in cui
stanno gli archetipi etemi delle cose, e dice come nella creazione, prima di
tutti cominciamento universale di qualunque sua fattura formo egli i cieli nel
suo intelletto ; con che interpreta] R. aver voluto David, come Platone,
significare che avanti di creare le cose fuori di s^, Iddio avesse ingenerato
oft aitemo in s^ medesimo I'idea di quella fabbrica che poi fece, e con la
formasfione dei cieli neW intelletto^ volersi indicare il mondo intelligibile,
il mondo archetipo eterno, in sentenza stessa platonica. E come beUo cred il
mondo, perche la perfezione assoluta del bello ?ibbraccia anche la perfezione
assdluta del buono, ambedue contenute in unit^ perfetta della volonta,
onnipotenza e sapienza divina, cosi lo creo dunque anche buono, formandolo con
armonica proporzione, daUa discordanza riducendolo a consonanza, dal disordine
alFordine. E le forme che non riescono buone e belle, non per colpa di Dio, ma
per vizio della natura si trovan nel mondo, e sono occasione a lui eterno
Facitore per ispargere, dice Platone, suir universo i suoi beni. II quale,
soggiunge il Magiotti, piii che e' pud si studia farci comprendere questa
creazione del mondo. Onde il poeta : « Nel suo profondo vidi che s* interna
Legato con amore in un volume Cio che per I'universo si squadema. » > Ed il
Petrarca ben distingue 1' idea dalP esemplare in quel sonetto maraviglioso che
incomincia: c In qual parte del cielo, in qualMdea, Era Tesempio onde natura
tolse Quel bel viso leggiadro, in che ella volse Mostrar quaggiu quanto lassii
potea. > II qual mondo visibile, vuole il Timeo, ma il Rucellai non
consente, che per divino privilegio o per merito dell' amma universcde che da
Dio fatta immortale lo informa, sia anch' egli, quantunque continuamente
morendo, immortale. E ascendendo piii particolarmente alle idee, agU archetipi
etemi, egli, R. col Ficino dichiara, come Platone ne insegna, la Mente Divina
esser forma di tutte le forme, idea di tutte le idee, le quali tutte in s6 le
comprende, idee a cui le sensibili forme si rassomighano come le ombre ai
corpi. La idea dunque di ciascheduna cosa, bench^ in riguardo al nostro
intendimento di diverse cose paia composta (ei soggiunge) e da movimenti varj
distratta in qua e e in 1^, in Dio eUa e una sola, e sempli(?e e ferma ed
etema, possedendole tutte insieme, Ed oltre convenire in questo intendimento,
il Rucellai, a conforto di esso, le ragioni di dotti antichi e di santi ne
adduce, specialmente deU' Ipponese, e lo stesso libro dell' EcclesiasHco e di
Giobbe. Ed e degno di considerazione cio; imperocchd quantunque apparentemente
egli esca qui fuori un po' del suo consueto e sistematico probabilismo, pure in
realta vi rimane; ch^ questo vero non in quanto la mente umana lo ritrova e
proferisce si 6 vero, e da accogliersi con certezza, sibbene perch^ gliene
viene conferma inMlibile dall' autorit^ dei Ubri santi. Perd come le idee
diverse dalle opinioni, le intelligibili cose diverse dalle opinabili, ossia,
come le prime notizie intelligibili si attacchinO a noi, ^ pel Eucellai un
mistero e con rAlighieri ripete: aPero Ih donde vegna lo intelletto Per le
prime notizie uomo non cape E del primo appetibile V affetto. » E s'
intrattiene a provare ancora piuttosto come esse idee riseggano in Dio, e le
cose a somiglianza di quelle si facciano. « le cose tutte quante Hann' ordine
tra loro, e questa 6 forma Che r universo a Dio fa somigliante. Qui veggion Y
alte creature 1' orma Deir eterno valore il quale ^ fine Al quale ^ fatta la
toccata norma. Neir ordine ch'io dico sdho accline Tutte nature per diverse sorti,
Pill al principio loro e men vicine* Onde si muovono a diversi Porti Per lo
gran mar dell' Essere e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti.
Evidentemente scorgiamo noi qui come il Rucelki rigetti la opinione che lo
intelletto umano sia tanquam tabfda rasa^ in cui si venga a scriver man mano, e
pur senza sottoscriversi alia teoria della Eeminiscen^a nel senso platonico,
ammetta invece la umana mente illustrata da un lume supemo impresso in essa
"da Dio, quantunque poi non sia ben chiaro sul come cio avvenga, e anzi.
reputi questo un mistero, come detto abbiamo di sopra. Ci6 che puo dirsi per i
passi gi^ riferiti o per altri che giova per brevity tacere, si ^ questo, che
per lui la partecipazione delFidee eterne all' intelletto umano ^ fatta non per
immediata intuizione^ ma per impressione, Perocch^ egli dica che le idee sono
nell' animo come lineamenti divini ivi stampati da Dio. Nonostante egli segue
I'Ateniese nella strada che mena al conoscimento perfetto delle idee, che sono
nella mente eterna, asserendo egli pure essere a cid necessarie cinque
condizioni. E adopera V esempio del cerchio, cui V animo nostro vuol sapere che
sia. Del rimanente R., come Platone e i neoplatonici del suo tempo, in questa
parte e cosi anche nelle altre del suo lavoro filosofico, ritiene e professa il
principio I'occasione della cognizione venire da' sensi, che la suscitano, e la
fanno ricordare alia mente, in questo significato perd che le notizie prime
siano state impresse in essa da principio dalla onnipotenza e provvidenza
divina. Veduti gli archetipi etemi, a immagine dei quali venne formate il
mondo, si discorre dell' anima di esso secondo Platone, di cui riferisce R.
testualmente i concetti, senza metter (com' e' dice) in questione se cid sia
vero o no. Ed io credo poter far grazia al lettore ed a me di questa
lunghissima e diffusa esposizione, che non ^, come altrettali, al mio soggetto.
E cosi pure della esposizione di quel sistemi falsi che ammettono il mondo da
s^ essere o governarsi (naturalismo) o Dio stesso essere (panfeismo), che R.
condanna e beff'eggia, ammettendo determinatissimamente la creazione ex nihilOy
secondo il concetto cristiano, e la fede. Belle pagine invero son quelle, e
dove si appalesa in tutto il suo splendore la luce di erudizione immensa che
irradid la mente di questo filosofo fiorentino ; se non che la h null' altro
che erudizione ; mentre valore speculative, propriamente tale, invano pur qui
tu ricerchi. Chiudero questo capitolo recando un altro ragionamento di R. preso
da Ermegisto nella sostanza, e col quale egli svolge pitl e piil il suo
pensiero sulla creazione del mondo fatta da Dio. c Tutte quante le cose che si
apprendon co' sensi, (egli dice) fatte sono, e tutto di si fanno e fannosi non
generate da per s^ ma da altri. Adunque qualcuno ci ha da essere, che generate
le abbia, il quale generate non sia, e delle generate cose piil antico: e delle
cose generate nd uno pu6 esser piA vecchio di quelle che generate non ^. Ma il
Facitore h piii potente di lore, e unico e solo in verita, sa ogni cosa perch^
niuno a lui va innanzi. Le generate cose visibili sono, egli invisibile, e pero
fa a fine di rendersi visibile, per lo che sempre fa, e a lui solo si compete
degnamente la appellazione di Dio, di Fattore, di Padre. Dio per V onnipotenza,
Fattore per I'operazione, Padre ^ per la bont^, ond' E^li opera, n^ ci ha cosa
di mezzo fra il genitore e il generato, n^ altro fiiori di questi due: uno per
propria natura la natura dell' altro riguarda mai sempre, e V efficiente e '1
fatto sono vicendevolmente uniti in guisa perd che I'uno preceda e 1' altro
seguiti. Nd la struttura di cose tanto diverse malagevole si 6 vero disdicevole
alia divina maest^ ; la costituzione di tutte le cose ridonda in gloria unica a
Dio. Perch^ da lui che fa, nieijte di reo, niente di deforme precede; siflEatte
passioni seguono solamente le operazioni create. Delia generazione la
perseveranza fa pigliar piede al male, e per tal cagione istitui Dio con la
corruzione loro la mutazione delle cose, come una certa purga via via di essa
generazione, e cosi per mezzo di una continua mortality, conservasi perpetua al
mondo la vita. Iddio ha una sola e sua propria natura, e questa si d il buono,
e il buono d quella virttl onde tutte le cose operano; quanto ^ generate, da
Dio generate si § cio^ dal buono, che ^ quelle che pud e fa ogni cosa. Iddio
nel cielo semind V immortality, in terra la mutability, in tutto quanto il
mondo la vita e il moto, a simigiianza dell' agricoltore cbe sparge i semi nel
grembo della terra, in un luogo appropriate il grano, in un altre Torzo, e in
quelle e in quell' altro altra sorta di seme, il medesimo dove riannesta, e
dove peta le viti, e altre maniere di frutti, nelle stesso mode fa Iddio. >
E se il mondo nen 6 Die, neppure Die ^ 1' anima del mondo, preva R. in altri
Dialoghi, e sostiene come Egli sia mente Creatrice e Prevvidente in quelle,
senza infermarlo, come fa anima cerpe, nd tramescolandosi con esse perch^ egli
immense nen pud esser circescritto da termini, senza cessar d' esser Die ;
perfettissimo nen pu6 nell' imperfetto stare, che ^ il mondo. Iddio crea, e la
sua mente divina gli 6 legge ; imperocchd essa in un medesimo punto pensa,
cenosce perfettissimamente e delibera impermutabilmente con sapienza infinita,
e con immutabile ennipetenza, e tutto ipso facto, senza replica, a quelle
ebbedisce, e perd legge si ^ la mente divina. come ritratto e immagine del suo
facitore, ma non gi^ reputd che Iddio anima fosse del mondo, quantunque anima
di ragione dotata e fabbricata dal maestro etemo delle sovrane intellettuali
cose e divine assegnasse all' universo. > La mente divina pertanto 6 pel R.
legge impermutabile all' universo, e concorda in ci6 che ne dice Cicerone:
Legem video sapientissimorum fuisse sentendam, neque hominum ingeniis
excogitatam, neque sdtum aliquod esse populorum sed cetemum quiddam quod
universum mundum regeret imperandij prohihendique sapientia. Ita principem
legem illam et ultimam mentem esse dicebant omnia ratione aut cogentis aut
vetantis Dei, vita autem est cum mente divina et ratio est recta summi Jovis ;
ergo divina mens summa lex est Insomma 1' anima dell' universo d pel R. lo
Spirito Santo, che e Luce ed Amore, d la Provvi denza, o I'Arte divina. E va
egli man mano avver tendo come Platone nella graduazione degli enti per r universo
e nello spiegare la formazione del mondo sensibile e spirituale siasi accostato
alia dottrina della creazione, e conchiude sovente com' egli abbia davvero
avuto a logger la Genesi. E tanto e' crede probabile cid, che espressamente in
un Dialogo pone a confronto i passi biblici sulla creazione dell' universo con
quel di Platone, per vedere a luogo a luogo dove elle si rassembrano, e dove
egli, Platone, abbia fallato. In che appunto noi abbiamo una nuova
testimonianza di fatto degli intendimenti filosofici del nostro Neoplatonico.
Egli accetta da Platone le sue dottrine finch^ armoneggiano colla Teologia
cristiana, e a tal fine cerca volta a volta in questo sense ultimo
d'interpretarle; e dove le vede troppo palesemente discordi, se ne diparte, e
alia rivelazione intieramente si appiglia. Or questo studio comparativo tra i
testi biblici sulla creazione e quei di Platone che vi si approssimano, e
importantissimo a chi voglia, come ho accennato innanzi, vedere gli estremi
svolgimenti del neoplatonismo nel secolo^decimosettimo. Si fa R. un ultimo
quesito, se cioe in sentenza platonica I'Amore sia anima del mondo, o la parte
pitl nobile opitl sovrana di essa. E teologicamente discorre di Dio sommo Bene
e sommo Amore, della Trinity dapprima, indi dell' amore necessario e dell'
amore libero, quelle nelle cose insensibili, nella madre natura e negli animali
bruti ; questo nelle creature intelligenti, per le quali esso non ^ che
un.concordamento tendente alia perfezione della divina uniti; e percio disse
Platone, amore essere quell' armonia e quell' ordine che richiama le cose
discordanti alia Concordia ed all' uno, E in questo senso deve intendersi
ammetter egli 1' amore come anima del mondo, e porzione piii perfetta di essa,
e 1' immaginarsi che ei fa due Veneri generatrici di due amori, naturale 1'
uno, divino 1' altro, entrambi maestri di tutte le arti e di tutte le
operazioni. {Segue) IL TIMEO. - DELL'ANIME RAZIONALI. Qaesiti. Natura deir
anima razionale. — Non e particeUa deiranima uniyersale. et intiera e perfetta
da sd. — In che il Rncellai si discosta qai da Platone. Spiritualitd.
deiranima. Perfezione maggiore negli spiriti angelici. Immortality. — Argomenti
di ragione probabili. — Cartesio e la sua teorica dell' idee connessa alia
questione deUMmmortalitll. — Passo di questo filosofo. — Altre prove d'
immortality. Intomo a questo argomento il Bucellai si propone di vedere se
sieno da per loro le anime razionali ovvero porzioni dell' anima universale; in
che erri Platone, a ft differenza del nostro credere; e quali motivi senza lume
della fede ne persuadono, e con Socrate e col divino lilosofo e con molti altri
maestri di sovrano lume ancorch^ Gentili, che le anime nostre sono immortaU. E
per primo si studia di dimostrare la natura di queste anime, e come non sieno
particelle dell' anima universale, possedendo 1' anima nostra invece una sua
propria sostanza, ed essendo una certa essenza intellettuale da s6, che si
forma semplicemente dall'intelletto divino, come ammette Platone, £ da notare
qui come si avveri quel che abbiamo avvertito altra volta, ciod quanto il
filosofo nostro s' ingegni di ridurre a vera sentenza in conformity del
Cristianesimo le parole di Platone, che per contrario, nel Timeo, sostiene
I'anime particolari essere particelle della universale. E dice poi Platone
(continua R.) r anime esser fatte per le cose celesti e immortali, e perch6 r
uomo si faccia imitatore di Dio, servendosi per ci6 anco dei sensi, tra' quali
il piii degno e il piA umano, la vista e I'udito. Nel che, soggiunge egli, discorda
alquanto la verity nostra perch^elle sono create da Dio di ugual perfezione di
mano in mano in quel punto che fornita di fare tutta la struttura del feto
nelFutero matemale, il corpo ne divengS; capace, messoinsieme con tutti quanti
i suoi organi ben che teneri e male abbozzati, e sono anime intere e da per
loro, n^ vi ha anima comune onde le nostre razionali porzioni sieno di essa in
alcun modo. E della differenza tra questa e quelle e tra quelle e le anime dei
bruti lungamente favella, sempre appigliandosi pitl ch e ad argomenti probabili
di ragione, a precetti di fede religiosa. E il contrasto interne dell' uomo che
proviene dalla Ubert^ del volere e da' sensi e il supremo e invincibile
argomento a sostegno della spirituality dell' anima umana, e della sua gran
diflferenza con ogni altra che Platone ponga nel mondo, o che negli animali ci
sia. Stabihsce quindi, anco secondo 1' opinare di lui, la perfezione maggiore
degli spiriti angelici, chiamati da Platone SEGUE IL TIMEO. — DELL'ANIME
RAZIONALI. Demoni, o Dii, percM immagini pitl perfette che Panime nostre dell'
idea eterna; e afferma non potersi dare accostamento di termine tra il corporeo
e lo incorporeo, r immateriale e 1' incomposto, 1' anima insomma, la quale
sebbene non si veda n^ si tocchi, pur si manifesta che ella c'^ dalle sue
operazioni ammirabili, giusta ne dice pure Platone. Confessa pero al solito che
in somiglianti materie, come si ^ dell' infinite, dell' incorporeo e delle
operazioni lore, come della immortality non vi ^ da aspettarsi mai prove
convincenfi^ oltre queUe delta nostra infcHlibiLe cattolica doUrina, perche eUe
non sono da noi^ ma si bene favellare se ne puote e trovarci da proporre molte
verosimiglianjs^e e probabilUa. Nondimeno con tutti gli argomenti che adopera
Platone e i filosofi spiritualisti, specialmente tra' nostri il Ficino e indi
anco il Cartesio, di cui espone ed ammette, temperandola col neoplatonismo, la
dottrina della cognizione, e le cui ragioni sulla immortality paiono anco al R.
ben fondate, egli vien dimostrando man mano la spiritualita e immortality delr
anima con discorso vivace e stringente, e ribattendo con arguta confutazione
gli argomenti in contrario, specialmente pohendo in evidenza gli errori, nei
quali su cio cadde Tertulliano, e rilevando le contradizioni frequenti di
quella intelligenza. Non repute inutile pertanto a questo punto riferire ci5
che R. per bocca del sacerdote Magiotti, dice intorno alia teorica delle idee
di Cartesio, teorica della cognizione che egli connette stretto con quella della
immortality, e se ne vale come argomento, sempre s'intende, probabile, coll'
uniformarsi intieramente alia fede. Confesso bene, che il volere riconoscere
del tutto dair idee, ch' e' chiama innate, e che esse ci sieno, non che dell'
essenza, dice solamente dell' esistenza divina, r ho per intraprendimento
troppo ardito, e da non se ne uscire con onore, chi volesse, seguitando Renato,
col proprio intelletto giungere a si sovrane cose, senza gli anticipati giudicj
dell' immaginazione, percM io per me non so ritrovare modo da figurarmi come
cio segua: impercid che avendo noi si fattamente impastate le parti
intelligibiU con le sensibili, la maniera di distinguere totalmente le loro
operazioni 1' una senza I'altra, cio^ a dire quella dell' intelletto senza quella
del senso, io non mi rincuoro di rinvenirla. > La opposizione che fa il
nostro autore alia dottrina del Cartesio sull'idea innata di Dio ^ notevole
molto, perch^ viene ad escludere in lui la dottrina delle intuizioni
ontologiche o anche ideali, che abbiano per obietto Iddio e gli esemplari
etemi. Scintilla della divinity si pud dire, che sia non solamente quel lume di
conoscere le cose esteme per via de' sensi, il che hanno parimente gl'
irrazionali, ma di pill quel conoscere di conoscere, ch' e un atto proprio deir
intelletto, e della mente astratto da' sensi, pe r il quale ci si apre la
strada al raziocinio, e al discorso, con cui noi salghiamo piu in su, che le
sensibili cose non sono comech' esse ne facciano la scala per soUevarvisi sopra
alquanto. Per lo che disse Plotino nelr ordine della cognizione 1' ultimo grado
tiene il senso, il sommo V intelletto ; il senso nel conoscere tiene la linea
retta, V intelletto la circolare, rivolgendosi in sd stesso, e pero 1' anima
per la vegetazione, per il senso, e per V immaginazione si affaccia fuori di
s^, ma per e' moti deir intelletto si rende capace di riflessione in 8^ stessa,
e cotale operazione si maravigliosa del conoscere di conoscere, 6 presa da
molti filosofi, anche di pit! acuto intendere, per grande argomento dell'
immortality, delle Anime, ma viemaggiore a me pare che sia non le avere innate
in noi le idee dell' esistenza, ed essenza di Dio, e non da quQsta per I'ordine
delle medesime idee, passare ad avere plena notizia dell'essere una cosa cogitante
che non pud essere distesa, e perd essere incorporea e poi di essere insieme
una cosa distesa, e non cogitante, e perd essere corporea, onde se ne ricavi
essere 1' uomo fatto di due •cose totalmente diverse e distinte, talchd 1' una
potendo stare senza 1' altra, possa ricevere la posizione cogitante da per s^,
cio6 a dire la mente, e 1' anima incorporea, e perd immortale. Ma si bene
questi lumi di ragione, o di divinity, che sono in noi ancor che annebbiati, e
indistinti, si ritrovi in noi medesimi talento d'avvedersi ch'e' ci sieno i
principj di molte e molte cose, le quali -noi ci accorghiamo avere molto pill
ampio spazio di quello che non ^ conceduto a noi di giugnere a capire per
possedere in verun mode scienza di loro intera e perfetta, e non avendo in noi
r intero della perfezione delle cose di cui noi conoschiamo i principj, da'
quali ci sentiamo abili a conoscere piti, bench^ piii non arriviamo a conoscere
: adunque trovandosi in noi le misure proporzionate, e lo acume per arrivarci,
e venendoci impedito 1' uso e '1 potere da queste grossolane membra mortali, e
da questi organi, che noi abbiamo limitati, ed angusti, i quali paran la vista
all' occhio dell' anima: egli ^ molto ragionevole di credere, che abbia a
essere in noi, quando che sia, I'adempunento del conoscere 1' intero delle
cose, di cui noi scorghiamo i primi semi, e lampeggiare le scintille, il che
non potendo conseguir qua, ^ verisimile, che ci sia riserbato ad altro luogo,
cui le anime nostre destinate sieno, spogliate e libere da questa gravosa soma
corporea; e qui si addice meglio la considerazione che Iddio 6 veritiero, e non
cooperatore ad illusione massime in certi principj e fondamenti, che si
scorgono bene e fermamente stabiliti a sostenere una mole di pitl alta
architettura che none quella, che alia nostra veduta si concede. Impercid che
se 1' anima per s^, e per sua propria natura avesse terminate le vie del
sapere, quieterebbe s^ medesima a que' soli principj, ne s' imm^ginerebbe piii
oltre di quelli immensi spazj dello scibile ch' ella s' immagina, credendosi
che quello che gliele impedisce fusse il suo ultimo fine; imperciocche quando
uno vivendo racchiuso in una angusta spelonca, condottovi da lontane parti di
notte al bujo, e che ivi brancolando con esso le mani, . ben grossi e sodi
pilastri vi ritrovasse con archi sopra, certo ^ ch'egli s' immaginerebbe
qualche alta e gran fabbrica dimorarvi sopra all' occhio del giorno, e non
indamo si forti fondamenti esservi stati sotterrati, o che almeno alcuna volta
stata vi fosse ; se pero un si fatto uomo cotanto stolido non fosse, o ch'entro
vel ponessero di nascita, che impercid non avendo per innanzi veduto altra cosa
finora di li si facesse a credere che quelle pareti, e quelle volte fossero i
termini estremi del mondo. Cid verisimilmente succede alle bestie, le quali non
hanno talento di credere che ci sia da sapere piii di quello che elle sanno.
> Ma pitl R. si compiace d' intrattenersi nella prova a posteriori della
esistenza di Dio e della immortality dell' anima umana, e in cid pure si vale
dei vigorosi argomenti dei piii riputati filosofi, come e precipuamente di
quello che ricavasi dall'ordine del mondo, e dall' indefinito desiderio di beni
insiti in noi, e della sempre incompleta soddisfazione che i beni finiti della
terra e dei sensi ci recano. E s' intrattiene molto pur qui, ma assai piii nel
trattato della Prowiden^a^ come vedremo fra breve, a discorrere di questa
natura di beni, e in che il vero bene consista, seguendo in tutto le traccie
neoplatoniche e stoiche, e come i beni di fortuna son tali solamente in quanto
s' indirizzano al conseguimento della virtii, in che sta il vero bene. Or
facendosi cid appunto per la ragione, mediante la quale si arriva alia bonta,
alia giustizia ec. e questi essendo attributi di natura sempiterna, ne viene
che Fuomo abbia I'anima immortale. E come questo, cosi molti altri argomenti
verosimili e proba bili della immortality dell' anima, reca R. a so stegno di
essa, di Platone, di Socrate, di Pittagora, di Cicerone e di Seneca, il qualp ultimo
par talrolta r ammetta, tal'altra no; ma io credo non essere neces sario
fermarcisi per riferirli, bastandoci di porre in sodo com'egli, il nostro
filosofo, cerchi corroborare quanto piii pud con argomenti probabUi della
ragione quello che intomo all' anima umana e a' suoi futuri destini ritiene per
fede, e d i rilevare com' egli faccia anco qui uno sfoggio vastissimo di
erudizione nel recare gran dissima copia delle opinioni de' piii antichi e se
gnalati pensatori su tale subbietto. E via via ch' e' li reca, li rimprovera o
corregge in quel ch' essi hanno di non razionale, o di contrario alia fede,
come la pa lingenesi o la trasmigrazione dell' anima di Platone, ossivvero ne
interpreta ciiriosamente le frasi, come il demons di Socrate, per esempio, nel
quale vuol ravvi sare I'Angelo Custode dei cristiani. E finalmente ritorna R. a
discorrere della cosmologia, della formazione cioe del mondo e figura sua in
sentenza platonica, rigettando pero come detto si 6 la eternity della materia,
e dove pu5, a sostegno delle dottrine platoniche, riportandone i detti di
Galileo e questi con quelle conciliando, come contro la incorruttibilit^ dei
cieli. Eccone il brano, e avremo terminato 1' esposizione del Timeo. Imperf. —
Nascemi nell' intelletto una nuova opposizione da farvi procedendo secondo V
ordine platonico, e estraendoci dalla fede. Convien supporre la materia informe
per s6 discordante e de'contrarj compostaessere eterna, altrimenti se creata
fosse da Dio, potriessegli apporre che egli avesse errato tirando i principj
tumultuosi e contradj, mentre poscia egli ebbe mestiero di ridurli alia
similitudine, anzi alia unitade. Biionac, — Avea mestiero di ridurre all'
unitade i contrarj, acciocche permanendo uno, e perfetto huniversale, essi
operassero di lor natura i loro effetti speciali, nella parte spicciolata di
quello a modo di contrarj: ma si ben sotto le debite regole e proporzioni tra
loro ridotti per tal maniera che non isvariassero dair ordine dato loro e
mantenessero perpetue le specie, mentre di mano in mano si rifiniscono gli
individui. Imperf, — Operano i contrarj naturalmente da contrarj, e cid ^ d'
uopo per la corruzione de' composti, riducendoli ai loro principj come udiste
poc'anzi. Ma opera la proporzione, e la analogia ch' egli ebbero per lo componimento,
e per hunit^ del tutto ; richiamandoli via via mai sempre al rifacimento di
quelle cose individuali che periscono per mantenere nel loro debito pieno le
specie, altrimenti se fosse un elemento solo nulla si genererebbe giammai. E o
vero sarebbe r universe una cosa tutta, una, soda e ferma, con la figura
solamente esteriore che ritonda gli assegna il Timeo^ e allora fuori che nella
grandezza, che differenza fareste voi da esso a una palla di Travertine? si
pure se da principio senza contrarj create avesse tutte quante le cose, elleno
sarebbero sempre ferme, e le.stesse in perpetuo impermutabile stato, senza che
n^ una giammai se ne riformasse di nuovo, di che come udiste si ^. dichiarato
molto bene il Ficino. Mag, — Oh come bene si B&k un bellissimo luogo, che
io vi verrd dicendo a cotesto alto concetto, che, avete detto signor Gioseppo
intorno all'esser necessario che la creazione dell' Universo si facesse dei
contrarj a volere la perpetuity de' moti e delle generazioni, e ch' essi
armonizzati fossero con esso le lor medie proporzionali per renderlo uniforme e
si somiglievole all' unitade del mondo archetipo ! Impercid che egli h certo,
che senza Tarmonia rimaneva tra detti contrarj la materia informe e
scompigliata e disordinati moti, e senza le contrariety, restaya il mondo senza
operamento che sia, e senza il fruttifero movimento per le generazioni
disfacendosi, e rifacendosi di continuo, c onciossiacosach^ qtiando non di
marmo lustro, o di porfido si fosse 1' universo tutto, ma di qualunque altra gioia
piii dura, pit! preziosa e piii fine, qual maraviglia, o stupore
recherebb'egli, e che nobilta o maestria sarebbe in lui, a petto a quello che
ci si scorge, con le continue fabbriche che ci si formano per mezzo delle
corruzioni e delle generazioni, senza perder mai un minimo che di sua intera
pienezza e di sue alte e basse maravigliose strutture? Come ben dunque si affi^
a codesto concetto quel pensiero non punto meno alto, che pone il nostro Linceo
in bocca al Segredo contro V incorruttibilit^ peripatetica de'cieli, riputando
viepiil nobile e di piii pregio la terra per la generazione e corruzione che in
essa si fa, che ne dessa n^ i cieli sarebbero, n^ gli astri e pianeti se
veramente incorruttibili fossero, avvertendo alle tante e si belle mutazioni,
che in quella si fanno di pitl sovrano e ingegnoso magistero, che se ozioso si
stesse ancorchd di qualunque pit! pregiata e speziosa materia fosse composta.
Perchi§ altro (die' egli nei Massimi Sistemi) verrebbe essa ad essere salvo,
che una vasta solitudine di arida e spessa arena, e si infruttifera e vana, o
una massa di dia spro, o quando bene si fosse un adamante sfavillan tissimo
saria sempre un corpaccio inutile, con quella differenza ch'^ tra un animal
vivo e un morto, e il medesimo della luna di GiOve, e di tutti gli altri orbi,
potrebbe dirsi, e vien poi seguendo con una maravi gliosissima e bella
riflessione, che se il popolo chiama preziose le pietre, le gemme e V oro, e
vilissima la terra, cio awenire per la dovizia di questa e carestia di quelle.
Imperd che dove della terra ce ne avesse penuria chi non ispenderebbe una soma
di diamanti e di rubini, e quattro carrate d'oro, per aveme so lamente tanta in
un piccol vaso da piantare un gelso mino, un arancio, ivi veggendoli nascere,
crescere e produrre si belle fronde e fieri e frutti cosi odorosi e saporiti? E
il volgo loda un belUssimo diamante (dice egli) perch^ all'acqua pura si
rassomiglia, e poi per dieci botti d' acqua non il cambierebbe. Per la qual
cosa, conchiude con molta ragione, che questi detrat tori della corruttibilit^
si meriterebbero che un capo di Medusa gli cangiasse in statue durissime; e
vera mente non quality e attribute di piil valore si dona dalla scuola
peripatetica a'cieli, anzi farsi lore torto, la corruttibilita e generazione
togliendo loro, il cui di scorso si accoppia mirabilmente con la
interpretazione del Ficino, ch' espone lo altissimo concetto platonico, dove
chiaramente si ricorda che anche Platone ebbe per piCi nobile e per piii
ammirabile, anzi per neces saria la struttura dell' universe sensibile con muta
menti continui, e con esse le produzioni varie derivanti dalla generazione e
corruzione, che se stabile, neghittoso e fermo senza moto si dimorasse ancor
che d'oro e' fosse, o di qualunque pit! preziosa gemma di sua indefinita
grandezza come verbigrazia sarebbe state, se di una cosa stessa e senza
contrarj lo architetto supremo fabbricato lo avesse. E perd il divino
filosofo,'^nch' elli antepone la corruttibilit^. del mondo, dei cieli, dei
pianeti e degli astri a quello incorruttibile che per accrescer loro pregio
assegno loro poi dopo Aristotile di sua propria immaginazione, avvenga che egli
avesse bevuto suo prime latte dalla disciplina accademica. Oggetto di questo
trattato di R.. Suono. Ordine. — Armonia. — Proporzione. — Passo dell' autore.
— Platone e le proporzioni armoniche. II medesimo e il diverao, — Anco pel
Rucellai tatto e armonia. — I tre regni della natura. — L' armonia e Tanima
anivorsale platonica. — 11 corpo nmano e le armoniche proporzioni. La materia.
Giudizio di R. su questa parte delle dottrine platoniche. E'prende inoltre, R.,
in nove Dialoghi a discorrere delle proporzionalita armoniche, delle ragioni
musiche in genere e delle loro applicazioni all' aniina platonica, aggiungendo,
egli dice, molte cose e ripetendo di quelle che della musica pitagorica,
secondoch^ di essa riferisce Marsilio Ficino, egli pronunzid. E si rif^ da
certi principj universali esposti nel trattato suo della Geometria, (Vol. 3°
del Codice Ricasoli, corretto dair autore, dove si trovano tre dialoghi sopra
la matematica), che egli prova con Galileo esser Vabhicd dell'umano sapere; i
quali principj ne condurranno agevolmente a tutte le cose particolari di questa
armonia. Ogni suono ^ aria percossa che ne viene per varj modi, increspamenti e
vibrazioni alle orecchie; e secondo la intensity di forza della causa
produttrice il suono 6 pill meno grave, pitl o meno acuto, ed ha ragione
Aristotile allorchd dice, che il suono troppo acnto muove assai il senso in
breve tempo, e il grave quando 6 soperchio in piii tempo lo muove poco, a
somiglianza d' tm ago, il quale se tosto ne tocchi qualche parte con la sua
punta, a un tratto la ci punge, se a bell'agio, piega solamente e avvalla un
poco la parte ch' e' tocca, ch' altri non se . ne sente. E le cagioni che il
Mersennio, (maestro di musica che il Rucellai dta spesso e cui segue) non che i
piii celebrati maestri all'acutezza e gravity di suoni attribuiscono e il
nostro filosofo accetta, sono la figura, la radezza o density, sottigliezza ec,
insomma proporzionalita : ritenendo pur con Democrito che da'corpi sonori
escano minutissimi corpicciuoli od atomi, non pero ammettendo, come Democrito
fa, ch' essi sieno queUi che formano il suono. Discorre elegante delle
somiglianze tra il suono, la luce e gli eflfetti loro, e delle loro diversity,
sempre fisicamente. E mi sia lecito di far a meno di esporre tutto cid di cui
il nostro autore, seguendo le tradizioni pittagorica e platonica su tal
proposito, ampiamente faveUa ricavandolo dal Ficino ; e che se pud in qualche
guisa destare interesse per uno storico della musica. come quello in che si fa
tesoro degli svolgimenti successivi della scienza dell' armonia dagli antichi
fino al Galileo (del quale apprezza ed accoglie le analoghe scoperte) per noi d
un fuor d' opera, e ce ne possiamo passare senza il menomo pregiudizio.
Piuttosto io riferisco qui il concetto della fine di questo trattato delle
Musiche Proporzioni, che assommando i concetti generali qui esposti, d altresi
ponte tra le due rive, tra il trattato in genere cioe, e le sue applicazioni
all' anima platonica. Qui dunque ritomando a'primi principj della proporzione,
postavi innanzi e con tanto sapere avvertita dair accademico nostro Linceo,
convien restare ragionevolmerite convinto, tutti i primi element! della
geometria e tutte le proporzioni che in essa si contengono essere gli elementi
primi altresi della sapienza universale. Onde Iddio a tutte sue infinite e
maravigliose opere si volse, e perd in qualunque scienza e naturale e
intellettuale trovansi si fatte proporzioni, si come i primi fondamenti di
tutto lo scibile. Platone pertanto s' immagind che 1' anima (universale)
toccasse il medesimo, cioe 1' intelletto, e mente divina ricettacolo
perfettissimo ed unico delle infinite idee, le quali per V unit^ perfetta di
colui che oft ceterno le concepio, s'identificano in un'idea sola; onde
I'esemplare dell' universe sensibile ch' ella dico si dirami poscia nel diverse
che viene a significar la materia per s^ varia, disordinata e incomposta, di cui
il visibile mondo crear volea, per la qual cosa a fine di fabbricarlo ornato, e
maravigliose e si degno delle mani perfette onde egli uscio, coUegare il voUe
per quanto per lo suo difetto e' poteva patire e assimigliarlo alr unit^ e
perfezione del mondo archetipo, e per6 non altra maniera ci adopero che la
mentovata armonia, la quale tratta dall'uno perfetto si venisse scompartendo
con musiche proporzioni, tra loro tendenti alrunisono, onde la varieta
divenisse per merito loro talmente bene ordinata e perfetta, che dalla
moltitudine per la commensurabilita loro fosse atta a richiamarsi nell' uno ;
impercio fe' agguaglio dell' anima a un triangolo, il cui angolo superiore
toccasse il medesimo, e allargandosi poscia co' lati nel diverso, questi
venisse proporzionevolmente digradando, come ne spose il Timeo, nelle duple e
triple, e si parimente nelle sesquialtere, e sesquiterze proporzioni; laonde
per I'ordine perfetto -e per lo regolato movimento, che la fabbrica di questo
universe ricevette da quest' anima armonizzante all' imitazione dell' Idee in
una Idea sola identificate insieme dalla moltiplicit^ delle parti riducessesi
per quanto era in lui, e s' immedesimasse nell' uno, cio6 a dire, in quell'
unit^ ch'egli ha tutto insieme senza dargliene un aJtro compagno, e a lui
somiglievole, la qual' anima mercd di suo toccamento con esso il Medesimo il
mantenga uno, perpetuo, immutabile, e si ne'suoi movimenti ordinate che
immobile resti nel suo tutto, per quel mode che Parmenide ne insegno, awenga
che di sua natura e per difetto della materia mutevole, e forse mortale,
movibile e diverse nel novero vario e senza novero delle sue membra. E infatti
R. ammirando 1' universe, ritrova tutto armonia, musiche proporzioni, e con
eleganza di dettato lo espone e lo prova nelle stelle, nel mondo, nei loro giri
costantemente ordinati, nella vegetazione, negli organi degli animali, nei
sensi dell'uomo, nelle sue intellettuali potenze. E non solamente nell'unit^,
ma sibbene nella varieta sublime dello universe, queste armoniche proporzioni
sono, ch6 nel variarsi concordemente 1' universale componimento con i definiti
armoniosi intervalli e divisioni finissime, la concord auza e requisono
armonioso e la commensurabilit^ corrispondente di tutte le parti 1' una coll'
altra, vi si rivede in somma e singolar perfezione, a modo che seppero r uno
appo r altro distinguere nelle regioni dell' acuto e del grave i maestri
migliori nel genere non solamente pill perfetto molteplice e delle duple e
delle triple, e si nel superparticolare, e delle sesquialtere e delle
sesquiterze, ma di ben mille e mille altre che ha saputo conoscere e misurare
la madre natura sotto il Maestro di Gappella Supremo^ e dove da' nostri musici
si trovano le consonanze aggiustate con limitati interstizj deH' arte : Indi affine
di dilucidar meglio come, in sentenza platonica, debba intendersi che la
simetria, I'armonia e il moto sieno anima dell' universo, e qual natura Platone
attribuisca a quest' anima universale, il Buonaccorsi riassume i principj
platonici circa la costruzione dell' universo, e dimostra che Platone ancorch'
e' voglia 1' anima universale che sia ragionevole, pure non le attribuisce gli
effetti della ragione, che negli esseri propriamente razionali osserviamo. E
continuando R. ad illustrare questi concetti deir Ateniese, osserva come in
siffatte applicazioni deU'armoniche proporzioni all' anima dell' universo pitl
che noi faccia lo stesso Ficino (piii metafisico di Platone talvolta) egli si
rende intelligibile, aggiungendo pure come se a quel filosofo fossero state
note tant'altre consonanze minori che dopo'diluiper buone accettate si sono, e
molte eziandio delle irrazionali, che al supremo Compositore razionali saranno,
avrebbe dichiarato di sicuro la divina mane averle adoperate tutte in questa
fabbrica dell' universo e delle anime umane ; le quali soggette anch' esse alia
misura, all' armonia, se travalichino i confini di essa, malvagie divengono.
Discorre quindi della fabbrica del corpo umano e delle sue parti, e, per
incidenza, della materia, e dice che noi la materia la appelleremo madre e
ricettacolo di quelle cose che generate e visibili sono, non terra ne aria ec,
per guisa che il Dafinio osservi esser sott' altre parole questa la sentenza di
Aristotele circa la materia; e R. risponda: Perd il Magiotti soggiunge: €
Eisponderanno i platonici su' loro altissimi fondamenti metafisici che la
materia 6 qualcosa perch6 la sua forma informe 6 invisibile anch' essa suo
attaccamento speciale e sua dependenza dallo intelligibil mondo nella mente
divina, cio^ a dire, ha sua idea particolare per sd, ond'ella ^ simulacro ed
immagine ancorch^ visibile non sia, nd per noi e per la nostra veduta, ^
necessario che tutte le cose che sono fatte sieno, o che non le veggendo non
abbiano a essere ; e se la non fosse nulla per s6 ma un solo componimento
insieme dei quattro elementi, le forme sole degli elementi e non la materia da
s^ avrebbero il loro esemplare, e V idee loro per entro il ricettacolo della
mentc divina. > A cui infine VImperfetto: lo non credo necessario seguitar
passo passo il Rucellai nel commento che fa a questa parte del Timeo di
Platone, avendo, parmi, citato quel che di piii importante ho creduto trovarvi:
nd al mio soggetto richiedesi altro di quel che ho stimato far qui ed ho fatto,
di un trattato che non h se non una prolissa esposizione e dichiarazione delle
opinioni platoniche in queir argomento : opinioni che noi abbiamo visto in qual
conto e' le tenga R. e com' e' le consideri nella massima parte qual una
sublime poesia del filosofo atenieie, piuttostoch^ teoriche le quali nolle loro
particolarit^ abbiano un fondamento sul reale e sulla esperienza. Importanza di
questo trattato. Meg^lio che in ogni altro scritto del Bucellai si fa qui
palese la natura del suo filogofare. Prove di ci5. — Obiezioni di Epicaro e
risposte. — L'ordine deiraniTerso e argomento del Provvedere di Dio. Qaesti e
la natura. Essa non h per »i che una voce generica. II Caso. — Si combatte. 611
atomi. — Si nega ad essi, contro Platono ed Epicure, la eternita. — Si confuta
V accozzamento foi^tuito di quelli. Galileo. — La creazione. — Si ritorna alia
Provvidenza di Dio; prove per eliminazione. Obiezione e risposta. Galileo e il
Bucellai. Dio non informa il mondo come anima corpo. L* esempio del sole.
Ficino. La fedo. Creazione ex nihilo. Bagioni probabili. — Bipete Tautore: fine
della creazione il buono. II Yero Bene. I beni del mondo ban ragione di mezzo,
di fine no. Se v' ^ libro nel quale, pitl che in ogni altro scritto filosofico
del Bucellai, ritroviamo delineati gl'intendimenti di lui, questo si ^ della
Frowidema, dove ragionando in sedici dialoghi contro Epicure, il quale nega il
provvedere etemo di Dio, espone in termini netti e precisi la natura e il
metodo del suo proprio filosofare, e le tentate armonie, e il rifugio nella fede
e nell'autorit^ religiosa, e la grande sfiducia nelle forze deir umana ragione,
e il probabilismo, non la certezza, degli argomenti che essa, la ragione,
secondo lui nelle questioni seinpre ne somministra. E siffattamente cid accade,
che pur tralasciando Tesame d'ogni altra parte filosofica da lui scritta,
quelle di questa sola ne basterebbe a persuaderci della verity della tesi
nostra : imperocch^ come in una sintesi tutti gli element! qua si ritrovano che
costituiscono tutte le parti del suo filosofare. Egli qui si propone di votare
la dialettica faretra contro I'empie e stolte proposizioni d'Epicuro, che
dairordine dell' universe la Prowidenza ne toglie, e di vedere, divisando co'
lumi soli del ragionevole e naturale discorso, se Teterno provvedimento
nell'essere universale si ravvisi, ed attiene il proposito ; e poi quantunque
argomenti solidi in sostegno di essa egli, il R., ne rechi ed anzi dichiari che
cid meditando con una qualche scintilla di ragione, si passi molto avanti, pure
finisce poi in un e quasi pianta al raggio di sole egli sorride al lume
infallibile della fede divina. E come negli altri dialoghi, la scelta degli
interlocutori conferma pur qui la sua natura, dappoich6 anco in questi abbiamo
il sacerdote Magiotti che fa da Socrate, e a terminare il trattato, il Nicheo,
il quale fondatissimo in tutte le scienze pitl gravi, ma sopra d'ogni altra
nella teologia, in cui, giusta ne dice il Magiotti stesso, ha saputo la pitl
giovevol parte riscegliere, cio6 la cognizione dei dogmi, Tesposizione delle
sacre lettere e la perizia delle lingue ; e che udito discorrere VImperfetto e
gli altri della Prowidenza^ e contro r ateismo, e il sospetto di Guidobaldo
Trifonio che fosse assai malagevole di trovare argomenti ad acquietar
I'intelletto naturalmente ragionandone, quantunque ciascuno di essi
interlocutori stesse fermo con s6 medesimo, n^ revocasse in dubbio cid che in
chiaro si scerne coU'occhio purissimo della fede, esclama: E se dopo si
accomoda ai loro desiderj e ne discorre, egli e un discorso teologico piu che
di ragione, e a quel discorso il Trifonio, che la facea qui, pur credente, da
avversario e sofistaj conchiude : Ond'io soggiungo che se dovessi definir
questo trattato della Protwidenza (e con esso ogni altro trattato filosofico
del Eucellai) nol saprei meglio di cosi: poich^ R. non solo consideri la
Frovvidmsa in generale sibbene anco in particolare, il provvedere diDio nel
mondo e nelP uomo. E di fatto egli a favellare di Bio vuole unito il concento
sublime della natura; e qui, Platonico a tutta prova nel tratteggiare il dramma
del dialogo, dove egli ha un' arte di dire e di rappresentare raffinatissima,
apre il cuore con respiro tranquillo all' armonie dei luoghi deliziosi, e li
presso la rinomata fontana di Belvedere, nei contorni di Eoma, va, raerc^ di si
bella apertura, meditando per la chiarezza dell'aere I'ampiezza e gli stupori
del cielo, e per le pianure di Eoma le varie bellezze della terra, le quali del
Provvedere etemo recheranno contro Epicuro i piii potenti argomenti. I quali, sull'ordine
dell' universe posando, devono esser per il Eucellai riprova, non prova, di
quest' arte divina nel mondo, perocch^ con I'occhio acutissimo della fede egli
scorge chiarissimo Iddio e le sue miracolose operazioni a pro nostro. Questa
riprova h un soprappitl od un esercizio dialettico fatto a modo Socratico, di
un credente, non rindagine di un filosofo, il quale coUa ragione solamente a
guida osservi, induca, argomenti e conchiuda; non valendosi come tale, dei
dettami della fede, e facendo conto che e'non vi siano. Alia domanda infatti se
col naturale raziocinio alle prove si perviene di Dio provvidente, il Magiotti
risponde E co'medesimi argomenti di san Tommaso, e dei Padri e de'filosofi
cristiani, corroborati fin dov'e'pud dalle dottrine di Platone e de'filosoli
gentili, ribatte le opinioni di Epicure e di Lucrezio centre il Provvedere di
Dio, sia che dicano la natura divina eterna e beata godere in sd perpetua pace
e tranquillity, lontana e disgiunta per lungo intervallo dalle cose nostre, e da'
benefizj non poter esser presa; a cui R. risponde che anche Iddio, perche Iddio
e'sia, 6 forza che e'sia sommo e infinite bene ed amore, che tanto si § a dire
avere infinite carit^ e beneficenze, senza alcuno intendimento di premio,
esercitandolo a diritta ragione: sia che altri ostacoli ne rechino in mezzo al
suo cammino, egli considerando la natura di Dio, e Y ordine sublime delF
universe e del microcosmo, li supera e ne trionfa. E quando rinnova Epicuro con
Lucrezio la difficoM che Dio provvedendo turberebbe la sua quiete, ed egli solo
non potrebbe in un tempo stesso badare a tante faccende, sostenere la soma
dell'universo; soggiunge: E al sostituire che gli epicurei voglion fare della
natura a Dio, in cotal guisa risponde : Combatte indi il fortuito e fortunoso
accozzamento degli atomi secondo Epicure; n§ in cid pure discostasi da quel ch'
era state dagli anteriori filosofi allegato in contrario, ond'io me ne passe; e
poi dice che non essendo noi la misura di tutte le cose che sono, ancor che
alcune di esse si scontrino inutili o dannose e far centre percid al provvedere
di Dio, non possiamo dirlo non conoscendone i fini e 1' ordinamento. Dope di
che seguitando, com' egli dice, le sue prohdbilita interne alia Provvidenza,
viene dal generale al particolare, esaminandola nei varj regni della
natura," minerale, vegetale, animale ed umano. E continua a combattere il
case, e la insipienza sua e I'agitazione disordinata degli atomi. a formare lo
inestimabile ordine e concento di questo teatro dell' uni verso e la perfezione
di sue opere e di suo movimento. I quali atomi se in sentenza di Platone etemi
chiamar si possono, quantunque il mondo ebbelo esse pure per fatto dopo da
Iddio, il Kucellai sebbene ritenga che esistano con Epicuro e Platone, nega
pero che si possano appellare come tali, cioe eterni, doYC dice : E riguardo al
case conchiude con Galileo ch' e' non sa quel che sia e in qual maniera possa
operare si ordinatamente ; e confessar dunque si dee, eziandio per via di
ragion naturale, che r alto e supremo artefice, e non il case, sia quelle che
il formi, regga e addirizzi in tutte quante 1' opere^sue. E la geometria dell'
universe ^ come Sole che fuga le ombre del caso dalla natura, ed ^ V A JB C
delk sapienza universale, come argutamente chiamoUa il GaKleo stesso, dopo che
Platone aveva chiamato Diogeometrizzante in tutte le opere della sua infinita
sapienza. Le quali al postutto pitl che parlare al nostro intelletto lo
abbagliano di loro luce infinita, ed il loro linguaggio travalica ogni nostro
comprendimento, sicche poco nulla intendiamo, studiando, salvo che la nostra
socratica proposizione : Perd noi possiamo sempre indagare se fra le cose del
mondo visibili, ci venga fatto di ritrovare questa natura questo reggitore del
mondo, e che Iddio non sia. E di vero se ei ci si ritrova, egli ha da essere il
meglio del mondo. E siccome il meglio di tutto ^ Tuomo, vedasi se V uomo 6 da
tanto, da volgere tutte le macchine deir universo, a suo senno, remossa in
prima la opinione che gli angeli dei cristiani o i demoni di Platone e di
Socrate, i quali primi non altro sono, per i credenti, che esecutori o
iniziatori degli ordini e degli awisi di Dio e di sue grazie dispensatori ; e i
secondi non altro essendo che spiriti fabbricatori delle cose manuali, mentre
Iddio h delle ragionevoli; cid h uno sporre le cagioni seconde sotto lo
indirizzo e I'onnipotente braccio della primaria, la quale assista e governi
tutto per si fatte menti. Adunque se non ci ha meglio deir uomo, e, quel che ^
meglio, ministro subordinato si 6 della divina volenti; la volenti divina, che
da s6, o per mezzi subordinati amministra con tanto ordine tutte le cose, essa
si h che ha in mano il provvedimento e reggimento dell' universo, come
interpreta-il nostro Tullio; n^ ^ convenevole a noi stremare per tal modo la di
lui infinita onnipotenza, la sua suprema ragione, la sua sapienza infallibile,
per dame il vanto a chi d da meno e ha 'minor forza e potenza, anzi, che piil
schernevole si ^, alia combinazione eventuale degli atomi e alle stravaganze incostanti
e disordinate che il caso farebbe da s$, se e' non se gli desse si alto e
sapientissirao sopraintendere. Impero 5 fuori d' ogni credenza che altri che
Dio sia quello che tutto abbia fatto e tutto muova e sostenga. E Si]r
Imperfetto il quale osserva come quel presupposto dell'incorporeo, e del non
potere esser tocco e toccare egli le cose tangibili sia un gran punto e un
grande argomento a pro d' Epicure negatore della Provvidenza, rispondesi per
mezzo del Magiotti questo che io stimo opportune di riferire per intero, perch^
sembrami un punto importantissimo. Molteplici e varie poi sono le quistioni che
a mano a mano mette in campo e risolve il filosofo nostro su questo soggetto,
ma io credo potervi sorvolare, fermandomi alle principali; come questa anco nel
Timeo ragionata, se Iddio sia 1' anima dell' universe, e cosi lo diriga e lo
muova e a lui provveda come 1' anima al corpo nostro, a un dipresso come la
pensarono i Greci, i quali tennero Dio anima del Mondo, tra' quali Aristotele e
Crisippo della setta stoica. Al che si oppone con forza R. dimostrando
I'assurdo in cui cadrebbesi, cio ammesso; come fece appunto di sopra nel Timeo,
discorrendo di questa medesima ipotesi. Ond' ^ che egli, per il Cristianesimo
non cade nel Panteismo, n^, come Platone, nel dualismo, ma con la Creazione
distinto fa Dio dal mondo, quantunque ne sostenga la Provvidenza sopr' esso. E
contrp il Panteismo rinnuova spesso i suoi argomenti, guardando principalmente
agli attributi divini, e com'essi disconvengano e siano anzi contrarj alle
qualit^ deU'universo e della materia, che imperfetta e non etema e mutabile si
^ all' incontro di Dio eterno, immutabile e perfezione assoluta, il quale se ^
tutte le cose, e perd Iddio d 1' universe in quanto senza di lui I'universo non
sarebbe mai state, n^ senza di lui sarebbero al presente nd al future, non d
gi^ vero che tutte le cose e 1' universe Iddio sieno ; e come il sole il quale
percuote nelle cose e le cose illuminate il sole non sono, cosi Iddio ^ tutte
le cose perch^ tutte le cose per lui sono, e senza lui non sono, ma desse non
sono Iddio, perch^ dalla materia imperfetta fabbricate sono, dov' egli
perfettissimo si e. E in somma come dice del sole Marsilio Ficino : Sol est
imtar Dei, aspectu ante omnia venerandus: est amplificatio qucedam subita et
latissima absque detrimento sui, 6b exuberantem bonitotem largitatemque suam
cunctis sese libentissinie larffiens, causa conservatioque, et excitatio omnium
quce nascuntur; absque hujus prcesentia mori cuncta videntur, hujus aute^n
prcesentia reviviscere. Simigliante definizione, piii altamente levandosi, pud
farsi di Dio, e perd: Deus est omnia, ma non le cose sono Iddio. E il Trifonio
in altro Dialogo dopo queste proposizioni soggiunge: Ma R. qui si discosta,
abbandona ed avversa anche Platone, come lo ha abbandonato sempre dove cose
contrarie alia fede professa; egli dice per il Magiotti: E come la materia,
cosi gli atomi non possono essere eterni. Imperocch^ se il mondo in tutte le
sue parti ^ imperfetto e corruttibile, come vorremmo che nei suoi componenti
primarj sia eterno e senza mancamento? Delia stessa natura e il composto che
sono i componenti suoi. E molto meno poi se noi volgeremo r occhio a quel che
veramente sia quest' eternity. Impero dunque pongo da un lato si fatti
argomenti, accorgendomi bene che mi si replicherebbe da qualcheduno de'piii
maliziosi, co'diluvj e con gli incendj varie volte avvenuti nel mondo le buone
arti essersi spente e ritornata la ruvidezza e I'ignoranza de'secoli ; essersi
le scienze o disperdute o soppresse, i hbri arsi e divampati, e si nell' acque
affogate le memorie deir istorie preterite ; molte essersene deteriorate, se
non del tutto ite male ; e percio rinascerne alcuna fiata di quelle che noi non
sapevamo che mai state fossero, altre restaurate le quali erano divenute
peggiori ; n^ percio aversi prova sicura che niuna nata ne sia dai suo' primi
principj ; impercio che esser puote che di 1^ da innumerabili secoli fossero in
fiore, e che ad ora ad ora si perdano, e ad ora ad ora si rinnoveUino, tornando
a maggiore o a minore perfezione gU ingegni e r etadi : che impero di si fatte
ragioni io non fo conto, naturalmente favellando, quantunque noi abbiamo per
fede con sicurezza irrefragabile gli anni della creazione del mondo : mentre di
cotanto pitl forza sono le altre che addotte si sono, per render con tanto piii
vaUde ragioni convinti colore che, per sola miscredenza o miUanteria d' ingegni
o mahgni o di soperchio vivaci, pongono difficult^ eziandio alle cose piil
chiare secondo r ordine della natura, perch^ 1' hanno sottoposte i nostri
maestri all' autorit^ della fede. > Ne gK sfugge robiezione deir^^r nihilo
nihitf che dal nulla non si fa altro che nidla; che perd Cicerone: erit aliquod
quod ex nihilo oriatur aut in nihilum suhifo occidat? Quis hoc phisicus dixit
unquam? € 11 Magiotti vi risponde: Se noi favelliamo del mondo Archetipo, e
eterno nella mente di Dio siccome le idee di tutte le cose che f urono, che
sono e che saranno e di tutte le possibili ad una onnipotenza infinita : ma il
mondo sensibile e la materia F ha fatto 1* artefice sovrano a quegli esemplari
dal nulla : n^ dee ci5 parer gran cosa a un Dio onnipotente e infinite. E come
gli uomini dal nulla possono far anch' essi qualcosa, come di trar fuori da
quelle una nuova forma, a maggior forza Dio infinitamente onnipotente dee poter
fabbricar la materia ex nihilo, e di cid noi dobbiamo restar persuasi che sia
cosi; come quantunque sia impossibile a intender che sia eternita 6 del pari
impossibile a restar persuaso com' ella non sia, perchd voltandoci indietro per
la graduazione d' innumerabili principj 1' uno dell' altro, ^ forza di giungere
ad un principio non principiato ed eterno. E se Dio che onnipotente si ^, pu6
adoperar gl' impossibili a noi, quale ardimento sar^ dell' uomo che voglia gl'
impossibili limitargli ch' a lui possibili sono, quantunque r uomo non giunga a
capirli, e di quel che egli afierma non abbia voluto convincercene con
argomenti, ma 8i d' autorita proferire? Imperocche Iddio voglia merito da noi,
e per intiera fede ; anzi fortiticandocela con si chiari esempi, con
rivelazioni e co'detti d' uomini ec E qui superfluo che io rintessa quelle che
dice il R. intomo al fine per cui Dio provvide alia bellezza della donna;
poiche gi^ sufficientemente V ho chiarito 1^ dove ho discorso dell' amore
secondo il nostro filosofo ; e siccome qui si rannoda la teorica della
reminiscenza Platonica, e della creazione ab ceterno dell'anime, la quale
dottrina di Platone ei vuol conciliata con quello che ne insegna la fede mentre
rigetta la tavola rasa dei Peripatetici, io ne ho riferito ampiamente a suo
luogo. Ne basti pertanto osservare: 1° com' egli, R., per bocca del prete
Magiotti, a torto, e troppo tolga all' intelligenza e alia razionalit^ delle
donne, in compenso delle quali privazioni dice aver Iddio dato loro appo I'uomo
la raccomandazione della bellezza; sendo esse, pur razionali, animali si
imperfetti e dell' uso di ragione cotanto manchevoli a petto agli uomini che
non a torto disse quel savio infra Io stremo peggiore deUe nature ragionevoli e
'1 meglio delle sensibili, la natura donnesca essere stata locata; 2** come il
nostro filosofo in sentenza platonica e petrarchesca le bellezze della donna,
raggio delle divine, abbia il supremo Provvidente create agli uomini come
gradino per ascendere a sollevarsi alle bellezze infinite. Dei mali. —
Necessita di questi nel mondo. I yeri mali. — La morte non e un male. — £ cosl
la poverty, la perdita delle riccbezze, le ingiuste persecuzioui ec. I mali
occasione e strumento di bene. II dolore. La infelicita. Del dono della
ragione. — Saa natura. — Malizia e ragione. — Libero arbitrio e
prodestinazione. — Liberta e fato. Passo dell'Autore su questo punto. Epilogo
delle probabilita ragiouevoli intorno 1* esistenza di Dio provvidente. —
Bifugio nel la fede. Intricata e ritale questione ne'tre dialoghi 11, 12 e 13
aflfronta e definisce ilRacellai col metodo 8te8SO,e co'medesimi intendimenti,
la quale d necessaria a risolversi per chiunque favelli di provvidenza; la
questione del male nel mondo, che egli reputa, come i beni, dipendere da essa.
E prima di tutto, con a maestro e duce Platone, che dei veri beni e veri mali
divinamente discorre, pone la necessity de' mali nel mondo; e al signor Elea
che obietta veder noi il giusto esser oppresso e percosso dalla sferza dei
mali, e 1' ingiusto trasportato nelle regioni della felicity, sicch^ Dio
mostrarsi o non provvidente o non equo, risponde Per la qual cosa facciamo
esamine un poco sopra di questi mali si gravi che non sono in poter nostro di
ributtargli; e veggiamo, se mali dir si deggiono, onde, dall'esser noi
sopraifatti da quelli, abbia a dependere quel giudizio, che con tanta
franchezza forma Epicuro, dell'essere Iddio a tal cagione o non giusto, o vero
non provvidente ; e incominciamo dalU ultimo, di tutte le cose piii terribile
alPuomo, dico dallo spaventoso accidente della morte, che indifferentemente e
alP improvviso, e d' innumerabili spezie e in ogni e qualunque et^ cade sopra
noi viventi mortali. E, quantunque per lo lume vivissimo della fede Y immortality
dell' anime nostre ne sia manifesta, pure non di meno, poich^ si risponde a
Epicuro, all' Epicurea favelliamo e di sue opinioni vestiamoci, supponendo con
falsa dottrinach'elle mortali esser potessero: imperd che in tal caso eziandio
male non h la morte, nd che Iddio provvidente non sia, si come egli ebbe per
indubitabile, cid dee essere argomento. Dicamisi un poco: quando bene I'anima
mortale si fosse, che torto riceve T uomo dove prima o poi egli adempia il
termine a lui prescritto del vivere, posto anch'egli come le altre cose caduche
e finite a discrezione degli accidenti fortuiti che provengono dalle seconde
cagioni? Per modo che non pena n^ gastigamento d' Iddio, ancor che provvedente,
la morte degli uomini chiamar si dee: imperd che non piti ragione ha di dolersi
morendo colui ch' h stato ingenerato a condizione di ritomare a quelle ch' egli
era anzi che ingenerato fosse, di quelle che avrebbe chi non fii mai, dolendosi
perche ingenerato non fue ; con cio sia cosa che a colui che non ^, non manca
mai nulla; n6 ha desiderj o bisogni, n^ passioni o diletti se non quello che ^;
e il mancamento e il dispiacere di esser manchevole non da altro si deriva,
salvo che dove non si conseguisca cid che ottenere si vorrebbe; n^ dolersi
puote ed esser misero se non colui che abbia senso. Adunque non altro la morte
si ^ che ritornare a non essere, cid 6 a non avere di nulla mestiere e a restar
franco da ogni tormento, si come era prima che fosse. E poi ; che ^ il nostro
vivere perch' e' s' abbia V uomo ad atterrire della morte? Alcuni piccoli
animalucci non giungono a vivere un di intiero, de' quali chi arriva alle venti
ore di vita pud chiamarsi decrepito : e ch' ^ di piii nostra vita comparata
all'eterno? Adunque, sela morte ne finisse del tutto, si come tiene stoltamente
Epicure, cid fora ricondurci a'nostri principii: cheimpero lamentarsi non gli
si conviene di torto alcuno. E quei mali che accompagnano la morte (la quale ^
un punto di tempo si momentaneo che non tocca i vivi e non s' appartiene ai morti)
o non sono che una necessity alio scioglimento che si fa di tutte le parti
sensibili a poco a poco, accid che si come passo passo si andd formando, cosi
lentamente a suo disfacimento venga il composto: quindi le malsanie avanti le
debolezze provengono d'anno in anno secondo il vigore e il temperamento che
loro piii o meno fii conceduto da vivere. Ma quanti per la crapula, per le
libidini e per ben mille sofferenze cagionate dall'ambizione o dalr avarizia si
smenomano la vita loro, mal servendosi e consumando gli strumenti datine per
nostra conservazione ! > E indi il nostro scrittore passa a discorrere degK
altri mali, la poverty, la perdita delle facolt^, i disfavor! de' principi, le
infermiii,, le servM, gli esilj, le ingiurie, le calunnie, le ignominie, le
ingiuste persecuzioni, la perdita delle provincie, e de' reami interi a' Re che
giustamente li posseggono ; e di nuovo il giusto oppresso, ringiusto esaltato;
e vi risponde, e risolve la questione^ mostrando come cid non dal caso n^ da
Dio, si da noi stessi molte volte dipenda, e dalla nostra ingiustizia del
vivere, e come alcune cose che a noi sembrano mali,, Iddio a fine di bene ce le
mandi. Convione pero dire che R. scendendo a parlare de'mali particolarmente,
e'si dimostri troppo stoico, per dirla pi^ conformemente alia quality della £ua
dottrina, troppo mistico, sicch^, a m,o' d' esempio, discorrendo della poverty
e del suo contrario, la ricchezza, mentre, e a ragione, encomia quella virtuosa
come germe e fondamento di felice tranquillity, troppo invero questa dispregi e
condanni, sbagliandone Tabuso con I'uso. Bello perd 6 il quadro che fa degli
onori dispensati sovente a' men degni, e de' dispregi a chi invece onori
avrebbe meritato per le sue virt^. La provvidenza divina, dice I'autore nostro,
die alI'uomo i mali, e lo sottopose al dolore, in quanto intendimento suo si
fii quello di renderlo perfetto e agevolargli le vie a scuotere il giogo dei
sensi e si indurargli sotto quello dell' anima razionale. Adunque il dolore
patir si pud, ed ^ dono del prowedere supremo; con cid sia cosa che a gloriosi
trionfi ne mena, la sicurezza e la liberta ne conserva dell' animo, e ne fa
esser gli uomini sopra gli uomini, anzi, come Seneca tenne, uguali o superiori
agli Dii : Ferte fortiter, die' egli, habetis quo antecedatis deum : ipse extra
patientiam malorum est : vos supra patientiam. Iddio per renderne degni di sua
alta beneficenza, perfetti ci vuole negli atti della ragione, in cui sopra gl'
irrazionali privilegiati ci ha : e gU uomini di virtii bramosi, anticipatameate
apparecchiandovisi, debbono gaiamente a tutti i patimenti essere esposti e si
aspettarseli, per conseguire i doni dell' onesto e la turpitudine viziosa
iscansare. L' infelicity, in qualunque modo ella ne accada, la pill fedele
maestra si d ddl' adoperar ragionevole ; perchd essa e quel fuoco onde si
alluma la luce, quasi che spenta, della ragione, per cui altri si perfeziona e
rendesi degno degli infiniti beni della Provvidenza Divina. Ne' tre ultimi
dialoghi di questo trattato, il Rucellai s' intrattiene a discorrere del dono
della ragione e della liberty, che il Prowedere etemo ha fatto agU uomini, si
che essi si distinguano dai bniti, e per ultimo riepiloga contro Epicure gli
argomenti gi^ espressi, sull' esistenza di Dio, e sulP arte sua divina nel
mondo. E nella prima questione egK definisce la ragione alia peripatetica, e
com' egli dice, vendendo le descrizioni per definizioni, e gli effetti per le
cagioni, imperocch^ se non si pu6 arrivare alia cognizione del senso, molto
meno si pu6 giungere a sapere quel che sia la ragione di cotanto piii pregio e
piii sovranamente prodotta. E indi lungamente discorre della malizia cui la ra
gione raffina, e de' mali usi che di questa fa Tuomo; e mentre questi
acerbamente condanna il Bucellai, come prodotti dal Kbero arbitrio delF uomo
traviato, quella difende come dono sqxiisito e stupendo dell'Etemo Prov
veditore; n^'perchd Tuomone abusa,il dono devesi spre glare, o tenere in non
cale; e conclude con V aggua glio del sole dicendo r o per varie vie si disperdono?
Qual colpa la ragione ci ha, se fluttuando per furiosi turbini di violente pas
sioni, tutti fantasimi dell' anima, torbida e confiisa si rende la cognizione
del vero? Perch^ accagionare la ragione, se le varie facce che ci si volgono
davanti de' mal regolati e incostanti appetiti, per esse ci si mo strano
falsificati e varj da quel che sono i suo'lumi negli oggetti che noi miriamo?
Non i raggi della ragione, ma si la materia ov' essi percuotono, trasforma sua
purissima luce in variati colon; onde quello che per s^ d lucido e puro,
torbido, o si vero di tinte non sue colorato rassembra ? E perch' essi da luce
proven gono, ed alterati ne sono i riverberi, distinzione ne rendouo, ma s) rea
distinzione e mentita, che abbaglia e delude in noi V elezione, rivolta i
talenti in malizia, seduce la vista dell' anima ed aguzzala in yedere quel che
non d; ond' ella allettata da immagini false, ivi si studia di giugnere, e si
adoprando astutamente il male^ perfeziona le qperazioni viziose: per la qual
cosa Marsilio Ficino, corona della patria nostra, disse divi namente in simil
proposito: Sicut miopia terrena a coda lumen reddit opacum, facUque colorem ex
lumine, sic corpus circa animam reddit ex inteUigeniia sensum. Non h dunque
colpa del lume ragionevole, per s6 mai sem pre chiarissimo, ma di noi che
tortamente il guardiamo^ con frapponimenti che ingannano e insozzano i suoi
riverberi, si che ei non ci si mostra bene, non per suo, ma si per nostro
difetto. II sole, dice il prefato autore, trapassa di presente per la chiarit^
de'cristalli, che non parano, o rigettano indietro il vivo lume ch' e' ne
tramanda ; ma dove ne' corpi terrei ed opachi si ab batta, inetti a imbevere la
luce, voglionci replicate pcrcussioni de'raggi suoi, che pria gli riscaldino,
ac cendangli ed assottiglino ; e poscia suo lume vi penetjfa a fecondarli. N6
piii, n6 meno, i rai vivificanti deUa ra gione umana, ch'6 pur favilla della
divina, per la purity e.trasparenza degli organi intemi, passano agevolmente a
{ax lume all'occhio dell' anima; ma se le tenebre de' sensi brutaU e la
materiality delle passion! terrene fiannosi loro innanzi, non perdono que'
raggi loro luci dezza, ma le tenebre non la comprendono ; e per6 o il lume
della ragione dall' occhio mentale smarriscesi, poi ch6 esse gliele tengono, o
vuolci tempo e atti iterati di loro vigorosi percuotimenti, accid che
disciolgano, liquefacciano e si consumino quelle grossezze, anzi ch' e' passino
a rendere sinceri all' anima gli oggetti dell' immaginativa e veridica V
elezione della volont^; cosi come non ^ colpa del sole se suo' rai non s'
insinuano si di leggieri per la durezza e asperity della terra, n^ anche ^
colpa della ragione se suo' lumi trovano I'opacit^ degli affetti che gli
ribatte, e si presta loro I'imperfezione de' suo' inform! aspetti, per
falsificame la luce. Impercid, signor Elea, la colpa tutta e di noi, e V uomo
quando usa bene la ragione, e I'ottimo di tutti gli animali, quando male, e
pessimo di tutti. Che poi I'usino pochi per lo nostro naturale
iucitamentode'sensi, non d colpa della ragione, n6 cid si dee apporre al
j)rovedimento divino: ma noi proprii ne semo i colpevoli, impercio che la
ragione n' 6 data, accio che I'uomo, come buon villano, il campo del cuor suo
diligentemente lavori, si che quello che v'^ duro, spezzi e quello che mal
cresce, ricida; e con imperio d'animo debbia governare tutte le corporal!
parti; se cid non adempie, d! lui fallo si ^. non del dono della ragione, n^
del domatore sovrano, perch^ molt! pravamente si vagliano di tal beneficio. Con
tutto che tant! e tanti scialacquino i patrimonii, perde forse merito lor padre
di cotanto utile lasciato loro? Quanti sono che, volendo far male, giovarono
altrui, e ben lor nacque ? e come non si dee saper grado di cio a' primi, cosi
n^ meno averne odio a' secondi. FoUe discorso saria, sa d'un principe, che di
una alcuna nobile e salutevole vivanda regalo ne facesse, lamentare ci
volessimo, perch^ male ne avesse fatto, o per la mal sana disposizione di noi
medesimi, o pe'rei condimenti, onde cucinata I'avessimo. Elea. Non hanno colpa
i principi se di qualche loro grazia male ci venga, perch^ essi saper non
poteano che cid ne dovesse accadere ; ma il provveditore etemo non puote
scusarsi di non antivedere le cose avvenire. Era dunque migliore, o non darci
la ragione, o si levarci Y elezione dell' operare, che damela per male
servircene. > E con questo si scende a risolvere Taltra quistione importante
del libero arbitrio dell' uomo, ch.e, appunto dal malo uso ch' e' se ne fa,
alcuni vorrebbero escluso e rimesso nelle mani volubili della fortuna e del
caso, o in quelle ferree di una cieca ed irrevocabile necessity,. Difende R. la
liberty d' elezione nell'uomo, della quale ad esso solamente fu fatto dono tra
gli animali quaggiiH, perch^ e ragionevole appunto, e accorda questa liberty
colla predestinazione, invadendo cosi, mi sembi^a, un campo che piii che suo, 6
di teologizzante, mentre invero assai debolmente ragiona della liberty in s6
filosoficamente considerata. In sostanza la predestinazione puossi invero accordare
con la liberty, purch6 si badi al concetto di questa medesima predestinazione.
Ch' d ella mai inf atti ? Iddio in cui il passato e il futuro s' immedesima
nell' eterno presente, non puo, umanamente parlando, non prevedere ogni azione
dell' uomo, e in tanto prevede, egli predestina; se non che quell' idea di
tempo che nelle due parole s' inchiude non vale per Iddio, si per noi che
finiti siamo e nella successione del tempo ; ond' 6 che la liberty umana in
nulla rimane impedita; imperocchd non perch^ Iddio prevede che I'uomo
determina, impercid egli determina; ma perche I'uomo 6 per determinare di suo
arbitrio, inipero Iddio, che ha cognizione infallibile, prevede ; c e, se 1'
uomo fosse per determinare il contrario, Iddio previsto 1' avrebbe, si come
colui che errar non puote nelle sue previsioni. Adunque I'atto della
determinazione 6 libero, ancor che Dio lo preveda; ma r atto dell' esecuzione
non ^ libero, e perd Iddio o il permette o lo predetermina o toglie ch' e' non
awenga, perch^ cosi predetermino. > Ond' ^ che Iddio pone Fanima razionale
per entro la corporale materia, accio che la parte inferiore alia superiore
ingaggi battaglia, e con questa gli nomini da per loro prodi si facciano contro
gli empiti degli appetiti espugnandoli con la ragione. Ma raffiguriamo ci6 ne'
sentimenti piii che umani di Pittagora e di Plato, i quali col barlume della
natura nell'infinita beneficienza di Dio ragguardando, ben si awiddero il
merito della sublime condizione deiranime non esser merito bastevole per lo
godimento di quella; e si da questi astri immaginati, ove secondo loro Iddio le
teneva in serbanza, con la viziata natura della materia vile mischiandole, le
lasciava in suo arbitrio, accio che col divino talento della ragione sapessero
di proprio volere i vizii vincere e far si che i sensi servi fossero e
instrumento della ragione, non questa instrumento di queUi; per lo cui merito o
le stelle piCi luminose o' Campi Elisi per lor felice magione dopo morte
assegnarono ; ma, altrimenti oprando, da' corpi umani la trasmigrazione davano
dell' anime in que' delle bestie i cui costumi brutali piii a' vizi loro si
confacessero. Imperciocch^ la ragione non d essa il merito d«' beneficj divini,
ma si lo strumento che messer Domeneddio ne porge loro, bene usandola, a
meritevoli farsene. E perch^ pugna forte la natura della materia corporea
contro a' dettami della ragione, n^ Iddio vuol per miracolo perfezionar la
materia, quindi nasce il libero arbitrio in si fatto contrasto di due contrarj
stimoli, il, quale, dov'e'si volge, all'un di loro d^ lavittoria: e perch^ a
nostra imperfetta natura sono piii i vizi che le virtudi conformi, non volendo
Iddio fame oprar bene di potenza, perch^ i meriti degni meriti non sarebbono
appo di lui, ne viene che il minor numero se ne approfitti: e per6 la ragione
nulladimeno d prowedimento sovrano datone a dar regola al nostro libero
arbitrio, ancor che forse il minor numero se ne vagliano. Adunque il farsi
meritevole de' beni di Dio non in aver la ragione consiste, ma nel volerla
spontaneamente adoprare, potendo fare il contradio. Imperf. — In somma ell' d
una proposizione molto difficile a intendersi questo libero arbitrio, com' egli
stia collegato con la predeterminazione di Dio. Mag. — Udite piii innanzi e con
piii chiarezza. Cid che sono per deliberare ed eleggere gli uomini, il vide
Iddio ab aterno; ma videlo, non lo sforzd; seppelo, no '1 determind; il
predisse, non V ordind. > E indi R. combatte la necessity che gli stoici
affermano darsi nel nostro acconsentimento, che non altrimenti spontaneo sia ma
risultante dalle cagioni antecedenti per fatality impermutabile. E gli oggetti
che ad agire ne stimolano dimostra col senso comune, e coir esperienza, esser
bensi cagioni prossime e particolari, non principali ed universali, e come lo
acconsentimento e la deliberazione nasca da noi si come il principle del moto
alia trottola il d^ chi la tira, ma il volgersi in giro per merito si ^ di sua
propensione e figura. E nel mondo evvi anco il fato a cui Tuomo soggiace senza
che quelle contrarii il libero arbitrio di questo. Fato, il quale non d che
volere divino, pare al Bucellai che nominar si debban le morti repentine, e
ogni e qualunque altro accidente nel qual cagion prossima particolare non si
ravvisa che a quella innanzi ne disponga, ma che immediate e all' improwiso
dalla cagione universale discenda, laonde niuna libera determinazione di nostro
ai:bitrio luogo ci abbia. E riepilogando, il nostro filosofo dice, cadendo poi
nel suo solito probabilismo : Per la qual cosa a ragione fu chiamato il fato;
inJuerens rebus mobUibus immobUe promdentim decreturn, quod singula 5wo ordine
loco et tempore firmiter reddit. E in ci5 distinguono gli autori la provvidenza
divina dal fato; quella dicono, vis in Deo et potestas omnia videndi, sciendi^
et gubemandi indivisa stipata et uniter juncta ; ma il fato lo pongono
partitamente nelle cose particolari: la provvidenza ^ in Dio solo locata, e a
lui solo sta in petto: il fato h il decreto e resecuzione di essa applicata
alle cose speciali. La provvidenza dunque ^ in Dio e il fato nelle cose
discende da Dio ; e perd la provvidenza h prima del fato, si come il sole ^
innanzi al lume, V eternity al tempo: Providentiam rerum omnium jundim esse
fatum per distributionem singtdarum? Seriem nexumque eausarum in ordine in loco
in tempore. E di queste cause si prevale secondo lor virtii o dote data loro da
Dio. Pendentem a divino consilio seriem ordinemque causarum chiama il fato Pico
della Mirandola. Ma le cagioni seconde 1' adopera per quel modo ch' elleno
usate sono di adoperarsi, e percio delle libere determinazioni nostre mosse
dagli. impulsi o degli appetiti o della ragione, secondo che bene o male
deliberiamo; il cui effetto segue o non segue secondo la predeterminazione
divina ; e noi degli atti nostri volontarj, o ragionevoli o irragionevoli,
abbiamo il merito e il demerito. Che iraperd per divino provedere la ragione n'
^ data a correggimento di nostro libero arbitrio, da' cui moti bene o male
regolati la virtii o il vizio ne risulta, quantunque non se ne adempiano gli efiFetti.
Cosi anche naturalmente favellando, la predeterminazione e prescienza delle
cose col nostro libero arbitrio coUegare si puote, cui la ragione soprasti ; e
perd non n'^ data indamo come altri vanamente si presuppone. Elea. — Oh quanto
malagevole si 6 il poter fermare ci6 con tutte quante le argute ragioni
addottene dal nostro Magiotti, autenticate eziandio daU'autorit^ di grand!
uomini, le quali son belle si e appariscenti, ma in somma poi non provano! Mag.
— Egli ^ sufficiente lo 'ntendere che quantunque non rintendiamo possa essere
anzi abbia del verisixnile che si fiatta coUegazione si dia, e che noi non
giunghiamo a poter provare il contradio; impercid che chi 6 colui che osa senza
forza di manifeste dimostrazioni contradire a' proprj sentimenti ? II libero
arbitrio noi ce '1 sentiamo in noi da per noi : che gli effetti poi di esso
dipendano da piii alta cagione, cio eziandio n' ^ indubitabile e aperto per
chiarissimo e continuato sperimento. Come dunque volere affermare che tale
collegamento non ci abbia? Adunque acquietamci, senza negare o affermare sopra
il modo come e'si sia col nostro usato rifugio. Quest' uno i' so, che nulla io
so : che d'intorno a qualunque cosa noi non intendiamo per lo piii vero e
indubitabile d' ogni scienza che sia. > E col riassunto delle probability
ragionevoli intorno all' esistenza e al provedere eterno di Dio, si compie
questo trattato, eliminando sul bel prime 1' opinione di Epicure che la
speranza e il timore siano i due fattori di Dio nella mente dell'uomo, o, per
dir meglio, riducendo questa proposizione al sue giusto valore, che e la
speranza e il timore di Dio, il quale nolle opere sue e nell'arte sua divina si
manifesta, non sono da fantasmi o da immaginazione. E conchiude il Magiotti : E
il signer Giovanni Nicheo Dalmatino, che sopraggiugne, abbiam visto in
principio della Esposizione con quali parole si rivolga, domandato, a chi cerca
altri argoraenti sull' esistenza e prowidenza di Dio, e •come dope aver detto
che grandiose segno di tal verita si ^ V universal consentimento in tale
credenza, che equivale a un dettame di natura, si rifugia in argomento di
teologia rivelata e conchiude : Al che tutti s' acquetano, come vedemmo, e la
ragion di loro, chiuse le ali, si riposa timorosa e tranquilla, come Colombo,
nel nido securo di una religiosa credenza. II detto di Socrate e quelle di Tale
to. — Fatti interni: psicologici e morali. — Nosce te ipsum. Dell' anima in
generale. — Galileo. t presunzione voler comprendere quel che Taninia sia.
Studio proficuo de' suoi strumenti. — Notomia. — Proemio del Rncellai alia
parte morale. Qui e aristotelico.Riepilogo. — Laragione ed il scnso. — Loro
contrarieta nel riconoscere il bene. — Tre sorte di beni ; dell' anima, della
fortuna e del sense. — Apprezzamento di essi. La vera scienza morale e il
timore di Dio. L' anima umana, perche ragionevole, ecapace del timore di Dio,e,
pero, di Tirttj. Anche qui R. e mistico. — Operazioni delr anima e della
volonta. Errore e dubbio. Buono e reo. La vera felicita. — iJ la vera virtu.
Stoicismo. Aristotele. A^irtii cardinali. — Ldro definizioni ed uffici. —
Estremi delle virtu. — i\.pplicazione delle virtti alia societa umana. — Fine
di essa. Doveri. Divisione di essi. Cicerone. Sentenza esagerata intorno le
donne. Goudusione. Fin qui ^ stato un discorso per il regno della natura
sensibile, e per il regno della natura divina. Accompagnato apparentemente il
Kucellai dalla voce di Socrate, osservd, come vedemmo, le stupende regioni di
questi due regni, ma le ragioni delP esser loro non impard con certezza, si
discopri col lume incerto dell'intelletto come probabili, perche la loro
certezza solamente la fede ci manifesta, e il probabilismo (che infine non d se
non uno scetticismo) razionalmente fayellando, si fu la conclusione delsuo
lunghissimo esame: probabilismo e scetticismo, io ripeto, che come per incanto
tramutossi in evidenza, allorch^ V autoriU divina sopraggiunse, e le nebbie
della ragione, quasi raggio di sole, penetrando disciolse. Or la guida del
Eucellai muta, e come Virgilio al limitare del Paradiso ced6 V ufficio di
condottiero per Dante a Beatrice, cosi il detto Socratico sul limitare della
coscenza umana si rist^, e a quel di Talete d^ luogo, perche serva di guida al
Filosofo nell' esame dei fatti interiori, psicologici, io dico, e morali. In un
modesto preambolo accenna egli a tutto cio; e nella Villeggiatura Albana che
comprende due Dialoghi, il secondo de' quali diviso in 31 capitoli, discorre
della psicologia e antropologia, molto imperfettamente per 6, si che non ha
importanza, abbozzo piii che discorso, 6 percio anch' io spendo poche parole in
compendiarla, per quel tanto che al mio ufficio sodisfi e non piCi. Badare,
egli dice, agli antidoti contro le malattie deir Anima ^ necessario, e cid si
fa e si consegue anzi tutto, conoscendo bene s6 stessi. Nosce te ipsum;
conoscendo cio^ intieramente gli organi nostri, sede delr inteUetto e dell'
altre potenze dell' Anima, e imparando a tener bene d' accordo i due movimenti
contrari sotto le leggi del dovere. E cid, applicando pure la scienza della
Natura a correggimento dell' Animo, affine di conseguire quella felicity
espressa in quelle parole : E siccome nell' individuo tre operazioni diverse ma
congiunte si osservano, vegetativa, sensitiva e ragionevole, giova dire le
opinioni che in antico si ebbero della sede di queste potenze, cio^ della
natura delr Anima; discorrendo poi partitamente dell' anima vegetativa, indi
della sensitiva, e per ultimo della ragionevole, ossia dell' anima in questi
tre aspetti diversi. Poscia il filosofo si propone di far riflessione siccome
rUomo per mezzo dalle quality eccelse dell'anima deve istruire s^ stesso neUe
virtii morali, per conseguire il bene perfetto, che spesso in oggetti
onninameirte ad esse contrari noi andiamo cercando. D disegno di queste parti
si ^ chiaro, e precede con discorso naturale della mente, e giusta il buon
metodo: 1' Uomo ^ problema a s^ stesso; ogni sosprro, ogni movimento, ogni
pensiero, ogni volizione 6 un complesso di fatti che TUomo produce e che avendo
in s^ del misterioso vuol sapere di essi il perche. L'Uomo 6 un creatore finite
di cose indefinite; egli compie degli atti agevolmente, ma quegli atti li
diresti divini, se non lo sapessi finite, tanta 6 la lore grandezza, la lore
portentosit^ ! Egli si vuole conoscere e ne ha tutto il diritto. E *a che
sapere delle cose che lo circondano, se ignora Tessere proprio? Ei vuol saper
com'^, chi ^, dov'^, dov'andr^; ^ ben naturale ! A che darmi questa sete
insaziabile di scienza, di amore, di infinite, se poi, come a Tantalo, ella dovesse
formare a me uno strumento d' un eterno martirio? A che fomirmi di tanti organi
stupendi, di tante facoltS, prodigiose; a che sottoporre al mio volere in me
stesso tanti abili ministri di arte e di ingegno; a che questa ragione, questo
volere, s'io son condannato come un organismo di cera a restarmene immobile, o,
come macchina, a muovermi senza sapeme il come e il perche? Oh! dunque
rUomobisogna conosca sd stesso, il sue corpo, la sua anima, le facoM di
ambedue, se vuol dir di sapere alcun che. Questa sentenza del conoscer s^
stesso e adunque la base del verace sapere. Obbediamola, e, guidati da essa,
studiamoci. L' anima, lo abbiamo veduto, ^ di piii sorte; quindi conviene
vedere prima dell' anima in generale. II Galileo interrogato che fosse quest'
anima naturale, rispose : non lo so. Tutte le definizioni date dagli antichi
suir anima si accordano a dire che essa ^ un movimento. Ma pero il movimento ^
un effetto, dice il Rucellai col Galileo, e resta sempre a sapersi quel che r
anima sia veramente. Chi produce questo effetto nel mondo? chi ^ I'origine di
questo moto universale? Platone reputa etemo questo moto, ed erra stimandolo
etemo colla materia, sibbene dee ritenersi eterno con Dio ; ^ egli dunque Dio
stesso, che 6 anima dell' Universe, d egli Dio il moto che 6 anima del Mondo?
fi presunzione il rinvenire se questo moto sia veramente r anima del Mondo e
percid dobbiamo starcene quieti a quello che gi^ per lo innanzi abbiamo veduto,
e non andar pitl oltre in quest' indagine, imperocch^ chi vuol saper pitl
innanzi della verity, va a caccia della bugia. E qui invero si ferma R. quasi
scoraggiato della ricerca, per passare all' esame di cid che si vede, e di cid
che si tocca, cio6 della fabbrica esteriore delrUomo, osservando come dalla
fabbrica dei diversi ingegni e deUe varie maestranze degli organi dei corpi che
vivono. argomentare si puo la quality delle anime che quelli informano ; sicche
giovi discorrere della notomia, non ad uso della medicina o physice, come
avrebbero detto gli scolastici, ma si all' esame delr operazioni dell' anima
sensitiva e della ragionevole, cio^ Metaphysice ; esaminando cio6 i /?ni a'quaH
son formate quelle parti e quegli organi, e 1' ordinamento loro sotto il regime
volontario dell' anima umana o ra^ gionevole. E nel suo trattato d' anatomia
segue il Rucellai i pill dotti Naturalisti del tempo, e soprattutto il
dottissimo medico di Firenze Rodrigo de Castro, il quale fii autore del libro
SuUe Meteore del corpo Umano. L' egregio lettore mi permetter^, e non a
malincuore, ch' io gli risparmi la descrizione di questo trattato, che del
rimanente non contiene in s6 altra importanza tranne quella di essere basato
sulle cause finali e d' essere informato al principio universale delr ordine e
della proporzione. E questo ^ tutto quello cui nella seconda Villeggiatura
accenna 11 R.; poco importante, come ognun vede, ed imperfettissimo, e che era
forse per lui un abbozzo di un lavoro pii compiuto e a cui come ad altri manco
al filosofo nostro 11 tempo di porre mano, o di dar T ultimo tocco. Reputo
piuttosto, come quello che merita piii, di intrattenermi con alquanta maggiore
larghezza sul trattato delle facolta interne e morali, nella Villeggiatura
Tiburtina compreso, che quantunque imperfetto ancli' esso, pure per natura sua
e all' obietto nostro giovevolissimo, ed incomincio pertanto dal riportame il
Proemio, pubblicato dal signer Fiacchi, come ho avvertito nel Cap. 7**,
(Collet, degli opmcdi Scientif. 1814) ma ignorato quasi generalmente, e che ^
bene risottoporlo all' attenzione del letterato e del filosofo, percM oltre a
designare in esso quel che intende contengano i suoi dialoghi sulla morale, d
come uno specchio fedele della qualita loro e del sistema, ed agevola la strada
alia critica nostra. Pboemio alla Villeggiatura Tiburtina. Per modo che fatta
questa pausa di parecchie ore di tenebre, egli h ben ragione ch' e' ci ritorni
alia vista e alia mente quell' ammirabile opera dell' Onnipotente mano di Dio
con le indefinite specie che ne giungono a un tratto agli occhi e alia fantasia
di si varie e leggiadre particolari sue creature, che tutto il corpo universale
del mondo con si stupenda consonanza e armonia compongono insieme. Per lo che
alio scoprimento di si belle varietadi e di tante sorte di cose, che annoverare
e distinguere non si ponno in un' occhiata sola, e di si diverse tinte e
lumeggiamenti, onde si scorge tutta la terra colorata e distinta; chi non
rimarrebbe attonito e stupefatto, se non 1' avesse di giorno in giorno per
lungo corso di anni osservate e vedute, e perdutone con I'uso quotidiano degli
occhi, la maraviglia? Tutto questo per I'appunto 6 intervenuto a me stamattina
su lo spuntare dell' Alba, in questa nostra uscita per andarcene a Tivoli da
Nemi partendoci. Perch^ al primo raggio lucente, che in un attimo si distese
con 1' illuminazione della terra e del cielo dall' uno all' altro orizzonte :
io non potetti far di meno in quel subito di non rimanere strabilito da tali e
si maravigliose bellezze, che mi vennero di presente a ingombrar le palpebre
come di cosa nuova e non piii veduta, e ipsofatto aprironmi altresi la mente a
piii subUmi e piii nobili considerazioni. Impero dunque quantunque volte meco
pensando riguardo alia lucidezza del cielo, e alia vaghezza della terra, io
rinnuovo subito tra me stesso le usate riflessioni avvertendo con quante
diverse situazioni e riverberi di luce questo tutto adorno sia ; ravviso di
quanti vari colori da essa dipinto venga questo nostro Emispero, variato per
ben mille vaghe maniere di lumi e d' ombre. Vagheggio con sommo diletto quante
positure difformi vi si rinvengano di piani, di valli, di colline e di monti
che lo disagguagUano nella rotondit^ sua: osservo di quante maniere sia
divisato da una banda di boschi verdissimi, dair altra di amene campagne, e di
campi aperti, Golmi e fluttuanti d'oro ad ogni aura che spiri; scorgo dove
acque nitidissime che a guisa di tante vene serpeggiando e correndo lo
irrigano, dove Tampiezza dei mari che ondeggiando ne vengono ad ora ad ora con
tempi ordinati alle prode; e insomma innumerabili differenze di cose che in qua
e 1^ disseminate si mirano; le quali avvegnachS per difetto della capacity
nostra, ne appaiano confuse ed a case; pur tuttavia elle sono ordinate e
disposte con ammirabile simmetria dalla madre natura e da colui che la guida.
Laonde se 1' ordine altro non d che una composizione di pill cose insieme
adattate e accomodate a' lor luoghi prescritte con sommo e alto sapere dall'
opportunity dei siti, e da' tempi in che esse s' addicano, e se bellezza e
compiacenza veruna de' sensi nostri dar non si puote senz' ordina, e tutto
quello ch' 6 brutto e spiacevole, per6 spiacevole e brutto si ^ peych^ ^
disordinato ed a caso; confessare pur mi conviene che nella confusione di si
leggiadre e dilettevoli composizioni e disposizioni, ordine maraviglioso e
misura e propoBzione vi sia, comecch^ da' vostri occhi non se ne discema cosi
perfettamente la distinzione. > Dalla bella vista dunque di co^ varie ed
alte maraviglie, le quali noi in viaggiando con la considerazione godiamo
stamane ; mi si leva eziandio con gran diletto il pensiero alia contemplazione
delle altre cose belle, le quaH presentemente non ci si rappresentano all'
occhio : lasciamo da un lato il far ricordanza delle diversity* de' pesci del
mare con tante dissimili figure, e co'lor proprii colori; delle bestie della
terra d'indefinito numero, che niuna si rassomiglia alia sembianza dell' altra,
e '1 simile degli augelletti svolazzanti per r aria ; ma che direm noi della
maestria industriosa per la quale con si differenti e si minute fabbriche e
ordigni son fatti tutti quanti gli animali, e quali picciolissimi ingegni sieno
scompartiti entro di essi con finissimo lavoro, ciascuno a varie ed ammirabili
operazioni adattato? Qual'S si stolido che non rimanga a un tratto preso dalla
beltade e leggiadria delle donne, che creature ragionevoli sono, facendo
reflessione con qua' proporzioni corrispondenti di vari lineament! si bene
innestati insieme sia formata una faccia delicata e gentile? e con qual
tenerezza e delicatura risplendano a chi le mira le fattezze loro; e con che
elegante artifizio fuori dalle labbra con dolci moti balenando un riso
aggradevole, I'alme ammalii con soavissimo incanto? E chi ^ colui che
sperimentato non abbia i vivi e chiarissimi lampi, i quali scappando in un attimo
dalle loro ardenti pupille ne feriscono i cuori e 1' alme senza discemere ove
sia il dardo, e dove Tarco, e la mano che lo scocchi? Ma contempliamo altresi
la variety dell'effigie degli uomini, la robustezza delle membra loro con si
nobile proporzione scolpite dal Maestro Sovrano, e la destrezza e la
dispostezza in tutte quante le azioni, e il valore che avvezzandosi egli
acquistano per combattere talora e farci stare ogni piti temuta fiera? e
finalmente tutte quelle cose che la natura di miracoloso ha in essi locato
sopra g? irrazionali anche nelle parti corporee. Per guisa che se Y uomo solo e
per natura e per dono di ragione dilettasi e conosce quel che 1' ordine sia, e
'1 bello, e '1 modo, e V armonia di tutte le cose visibili e apparent!,
appagandovi entro la reflessione, il che non dimostrano di conoscere n6
pigliame alcun diletto gli altri animali; e se cotanto maravigliose cose noi
risguardiamo nelle parti che hanno gli uomini a comune co' bruti, e nelF
artifiziosa composizione degli organi loro, fatti apposta dalla natura per le
operazioni sovrane a cui ci rende abili V Eterno architetto ; di quanta
maggiore ammirazione c' ingombrerem noi se trasporteremo sifiFatte meditazioni
dall'occhio alr animo, cio6 da' miracoli delle cose che si veggiono o che veder
si possono, a quelle che si fanno entro a quegli organi per oi)era di ragione,
e che dall'intelletto solamente comprender si possono? Molto piii avremo
diletto e consolazione senza alcun fallo nella bellezza, nella impermutabilit^
e fermezza loro, e si nell'ordine che puote osservarsi nelle azioni buone,
nelle deliberazioni giuste, e convenevoli, e nei giudicj retti della porzione
interiore dove consiste V operar ragionevole, e V ammirabile leggiadria dell'
onesto cotanto reputato da' filosofi, e per cui 1' uomo non a torto merita il
nome di saggio. > Ora per quella maniera che i lineamenti del volto e le
proporzioni delle parti corporee, e la loro convenienza insieme compongono quel
vago aggregate che per maestria della natura fa risplendere e piacere cotanto
il bello, e'l leggiadro ne' corpi; non altrimenti per r opera tanto pii\ sagace
e maravigliosa della ragione e per lo suo alto magistero dalle convenevoli
azioni, dagli atti dell' intelletto e dai lodevoli costumi trainee fuori 1'
ordine, la simmetria e la bellezza delr animo di piiH eccellente perfezione
senza veruno agguaglio che sia; laonde con giustissimo titolo gli antichi savi
anche di bello posero nome all' onesto, a differenza del suo contrario che essi
addimandarono turpe, cioe deforme veramente e fuori d' ogni regola e misura. Di
modo che restiamo pure persuasi come nella stessa guisa che la bianchezza delle
cami, I'oro inanellato de' capelli, la grazia d' un riso che esce con vezzosi
moti da una leggiadrissima bocca, il fulgore e la vivacity spiritosa di due
nerissime piipille che ne passano da un lato all' altro senza accorgercene per
mezzo del cuore, e le guance di rose e le altre nobili e diligenti fattezze
bene accoppiate, e disposte in un volto dalla natura spesse volte piu ad una femmina
favorevole che all' ^Itra, son tutte cose che il rendono bello ed adomo, e
fannolo riguardare, ammirare ed amare con sommo piacimento e dilettazione da
chiunque si sia. Maggiormente senza verun paragone dee muoverci e dilettare la
candidezza della mente e de' costumi, la vivezza e '1 lume chiarissimo dell'
intelletto, la grazia e la nobilta del tratto e delle maniere, e la gravity et
il decoro delle azioni che sono i lineamenti perfetti che forma il magistero
accurato della ragione, e fa bella e ragguardevole un' anima, e rendela amabile
e aggradevole e nobile e gentile e sopra tutte le altre in grandissimo pregio,
ed estimazione; e questa si h la vera bellezza che si appfeUa dai sapienti
onest^, il che non pud fare giammai la bellezza di un volto corporale ben
fatto, il quale ^ solamente bastante a destare lo stimolo vehemente de' sensi ;
dove all' eccelsa maraviglia dell' altra con altrettanta violenza si risentono
le parti superiori e le facoM piii preclare dell' anima,. cioe a dire I'
intelletto, e la mente, conciossiache quelle bellezze che all' onest^ si
appartengono, sono d' intera,^ e non corruttibile fattura; dove 1' altre
caduche sono, e transitorie, e le riguarda solamente con dilettazione la
porzione sensibile. > Ecco perch^ gl'irrazionali, che non hanno misure da
cio, non si muovono n6 si appagano se non di quello che il senso detta loro, e
che e presente, n^ del passato del fiituro fanno verun conto. che sia. Ma
I'liomo con la ragione intende alia conseguenza delle cose, a'principj, alle cagioni
e a' progress! loro, e con le passate paragona la simiglianza delle present!, e
a queste appoggia r investigazione e la conoscenza dell' avvenire, e per tal
via esamina e considera e quasi dispone tutto il corso della sua vita,
appressandosi al vero, la dove Tuomo savio s' immagina cha 1' eccellenza del
bello con giusta misura sia collocato. Per tale attitudine e inclinazione a noi
soli conceduta, tutti quanti siamo tirati alia bramosia della cognizione e
della scienza; e perciocche (come abbiam dimostrato sin qui) delle naturali
operazioni, di quelle eziandio che tutto giomo da noi si scorgono e che noi
adoperiamo o per diletto o per V uso del vivere, non ci e lecito o possibile di
rinvenire i principj loro; n^ le loro speciali cagioni ancorche gli occhi
nostri apertamente le mirino; a tale intenzione nel cominciamento de' nostri
discorsi proposi quellasentenza di Socrate ; parendomi sempre piti evidente noi
non potere ad altra scienza rivolgerci che alia cognizione di noi stessi, e di
noi alia notizia di quelle porzioni che quantunque non si veggiano, si
adoperano e regolansi da noi medesimi, e riduconsi a quella perfetta bellezza,
che risplende viepiii e con pitl verita all' occhio delle nostre menti, che
quell' altra all* occhio corporale non fa. Per la qual cosa applichiamo ogni
nostra cura, e ogni soUecitudine neir investigazione del vero, intomo a quello
ci driuscibile di aggiugnerlo, che in quel bello dimora, in quel buono cosi
sublime, il cui esemplare, il cui ammirabil ritratto dalla Divina mente
staccandosi, ne f u si altamente nell' anima impresso, cio^ il lume della
ragione dalla cui accurata meditazione arrivasi con I'intelletto e con I'opere
al vero, al buono al bello, all'onesto; prima a conoscere quale veramente e'
sia, e vagheggiarlo con sommo deaio, per indi imitarlo con I'esercizio della
retta intenzione e della virtil. Ora se noi proviamo a qual segno ci muove e ne
innamora quelr ordinamento si ben tirato di parti perfettamente locate a' lor
luoghi della belta corporale onde sfa villa quel lampo, quel non so che il
quale i piii reputati filosofanti rag^o appellarono della Divina PulcritudiQe;
che dovrebbe operare in noi, a che amore, a che consolazione destarci quell'
armonia si perfetta di convenienze tanto rettamente ordinate insieme, e si
leggiadre e si ammirabili della heliA dell' onesto? il quale piil
accertatamente nominar si puote non raggio solamente ma vivo e ben condotto
ritratto di quell' originale eterno della sapienza infinita, 1^ dove il sommo
bello di tutti i belli, il sommo buono di tutti i buoni e 1' infinite e sommo
sapere d' ogni altra sapienza in una perfezione unica e infinita si altamente
rifulge ; e se la schiettezza e modestia sola degli ornamenti arroge qualcosa
di piii alia bellezza corporea, dove la falsificazione e '1 liscio la sminuisce
e la toglie ; non altrimenti la purity e integrity de'costumi gentili e delle
maniere con I'ornamento solo delle scienze, e dell'arti pitl nobili, fanno piii
bella e pitl vaga 1' onesto dell' animo, e rccanle piti chiaro splendore che
non fa la gloria vana e I'ostentazione e 1' ambizione, la quale eziandio con le
dignita e con esso gli onori non meritati di piil alto grade adultera e guasta
e corrompe i bei lineamenti delr anima. E qui rammemoriamoci per paragone delle
belle giovani di Marino che non accattano i rossetti dair arte per farsi belle
e leggiadre, ma serbano intatto quel finissimo velo di candide e lucide carni
federate di rose, le quali non col cinabro o col bianco ma solamente coir acqua
fresca ravvivano, a difierenza delle nostre bellezze di Eoma, che false si
veggiono e dipinte co' lisci, e affatturate e guaste con V affettazione degli
ornamenti soverchi e delle artifiziate invenzioni. Ma per maggior riprova di
quanto i' vi propongo, passiamo di grazia a pitl precisa simiglianza di questo
onesto col bello, e rimarremo sicuramente convinti esser di gran lunga pitl
leggiadro 1' onesto che il bello. Ecco: il bello e la bellezza dei corpi sono
nomi universaK che tornan bene, e s' applicano a innumerabili cose, come s' 6 a
tutte quelle tanto naturali, quanto fabbricate dall'arte in cui si ravvisi a un
tratto perfezione di misure e di proporzioni che tirino gli occhi di ciascuno a
guardarle, a lodarle ad ammirarle; e cionon solamente segue nel rimirare una
vaga e bella faccia femminea, ma un cavallo o altro animale eziandio, che nella
sua specie sia ben formate dentro alle sue debite proporzioni, le quali dal
loro sesto naturale non escono punto n^ poco; il simile d'una bella pianta,
d'una selva ben posta e ben ordinata, che vi diletta senza scorgerne il perche
; e infine tutte quelle belle cose, che noi abbiamo con tanto nostro piacimento
ammirate, e nel tutto generalmente e nelle parti sue ciascuna da per s6 di beM
intera, e perfetta nel suo essere, bench^ ella sia parimente porzione della
bellezza del tutto insieme : nel medesimo mode delle cose perfezionate dell'
Arte il piii per imitazione della natura, belle ci convien dirle, e per tali
celebrarle ; come delle pitture e delle sculture addiviene, delle fabbriche
magnifiche e dei palagi, e di tante e tante altre fatture ben fatte di mano in
mano secondo la qualita loro e secondo I'ordine, la simmetria e '1 componimento
speciale che loro s' addice per 1' uso a che elle hanno a servire, e per la
mostra che elle hanno a fare. Ma nella stessa guisa che nella leggiadria e
nella vaghezza delle opere della natura, noi ammirato abbiamo V alto
intendimento di chi 1' ha fatte ; n6 piil n^ meno nelr artifizio e lavoro di
quelle fabbricate dall' arte, non ci dimentichiamo di lodare la maestria e '1
lavoro di colui che meglio I'abbia sapute ridurre a fine: e come nel maestro
della natura noi veneriamo Y infinite e onnipotente sapere le sue opere
contemplando; cosi dobbiamo non tq,nto lodare la mano degli artefici, quanto
riconoscere di essi I'ingegno e Tintendere che da quella infinita sapienza
piglia il suo lume primiero, ed ammirare viepitl I'intelletto e la ragione di
quelle che opera, che r opera istessa ; anzi si dee riconoscere che quella
bellezza del lavoro, che noi cotanto lodiamo, non ^ veramente titolo che meriti
esso lavoro, ma conviensi alia mente e alFingegno del lavorante; e pero anche
la bellezza delle corporali cose non 6 attribute che propriamente a' corpi
belli si richieda, ma all' intendimento di chi seppe la belt^ donar loro, al
Divino se delle cose naturali favelliamo, e alia ragione infusa nell' uomo, che
6 parimente cosa divina, se discorriamo delle cose dell' arte. Ora se il bello
veramente 6 bello non per rispetto al corpo dov' egli e introdotto, ma per
rispetto alia mente di chi con istudio e diligente applicazione lo conduce a
fine; la lode che si da per usanza a una cosa bella non cade appropriatamente
sopra la cosa, che riceve sua perfezione d' altronde, e non trae essa da sd
medesima le sue prerogative del bello, ma sempre si dee riferire a colui che il
bello ha saputo darle; e insomxaa quella bellezza che noi tanto commendiamo
nella cosa bella, non ha essa il merito di esser tale, come I'ha chi bella I'ha
fatta. > Quanto dunque ci convien confessare che sia piii bella la bellezza
dell' animo che la bellezza dei corpi? perch^ se questa dei corpi, la quale con
iscalpello o altra manuale maestranza si forma entro materia grossolana, vile e
terrestre ne' corporali lavori, ricevendo il componimento suo e la maestria
dalla prima Idea deir Architetto, ha in se un non so che del Divino; quella
degli animi che si perfeziona e adornasi di gentili e saggi costumi, di azioni
e pensieri prudenti, e di atti tutti ragionevoli, quanto pitl veramente pud
dirsi neir opera e nelF operante, tutta insieme cosa divina, essendo 1'
operante e 1' opera tutta insieme in s6 stessa della medesima condizione, e
perd tanto piii maravigliosa, e sopra 1' ordine della natura pud dirsi; perche
con la ragione, che e scintilla di Divinita, non si abbellisce materia vile e
terrena, ma si purifica e si perfeziona un' anima, che ^ della mano divina
creatura tanto perfetta facendosi leggiadra e pura dalla belta dell' onesto,
che sottraendola fuori dalle macchie fangose de' sensi corporei, nella sua
prima divina sembianza la riconduce. > L' Onesto impercid da grandi uomini
si distingue in due sorter Tuna consiste nella grandezza e eccellenza dell'
animo che e bellezza vigorosa, e da uomo grande e di alti e generosi sentimenti
dov' abbia modo di esercitarli ; 1' altra che sta posta nella conformazione col
dovere e nella moderazione, e nella modestia per cui rifulge la continenza,
I'umilt^ e la temperanza che sono le virttl, le quali formano nella pill ben
misurata proporzione i lineamenti e le fattezze di questo bello, che si chiama
onesto. Con esso s'impara a non temere, per fare il giusto, di niente che sia;
a dispregiare con fortezza le cose umane, dove iia di mestiere, e non credere
intollerabile cosa alcuna che possa all' uomo intervenire; non bramare se non
il diritto, e deUberare con ottimo cuore e con ben ponderata ragione tutte le
cose che s'hanno da fare e da dire, e da cui derivar non ne possa n6 pentimento
proprio, n^ detrimento altrui; onde traluce fuori da tutte le azioni umane quel
non so che di vago e di maraviglioso che si chiama Giudicio, il quale puo
chiamarsi la grazia e '1 compimento della beM deirOnesto; si come la gentilezza
e '1 nobile portamento e '1 moto vivace degli occhi e delle membra, la grazia
si e e 1' ornamento piti leggiadro che risplenda nella bellezza dei corpi.
Tutte quante le operazioni dunque giuste, ragionevoH e ben temperate dalla
prudenza e delle altre virttl convenevoli sono, e percid decorose e belle; come
le ingiuste e fuori di ragione disconvenevoli, senza decoro e deformi. Per la
qual cosa da dubitare non 6 che le virttl non sieno le piti aggradevoli ed
ammirabili parti e piii delicate di quel belle che chiamasi onesto, si come i
vizj del turpe e deforme. Ma per quel modo che la vaghezza corporale
difficilmente dura e mantiensi senza la sanity e sejiza una ben formata
complessione ; cosi la leggiadria e la belt^ dell' animo che ci d^ negli occhi
con V avvenenza dei costumi e del tratto e delle amabili maniere, di rado si
conserva senza una buona e sana mente, e senza la robustezza di una ben ferma e
retta intenzione ; percioc^h^ quel tutto insieme che noi scorghiamo nell'
adoperar nobilmente e saggiamente ne d^ il primo indizio (egli ^ vero) e la
prima raccomandazione per giudicar poi con le debite riprove, che 1' onesto sia
vera, stabile, ferma in tutte sue parti e non variaoile, incostante, malfondata
e finta. Ma perch^ sia Fargomento pitl forte di si fatta riprova, e con piil
prestezza si rinvenga, se 6 sincero quel non so che il quale spioca fuori
talvolta dalle decorose maniere, o che abbia veramente Y eccellenza in s6 del
bello e del maraviglioso che si richiede all' onesto, tutto consiste nell'
osservare se il modo di contenersi in tutte le azioni sia al maggior segno
differente dall' operare irragionevole; e di vero che quel bello che da noi si
appella decoro, gravita e avvenenza di costumi, il quale lampeggia fuori del
portamento d' un uomo savio, tira r appro vazione di tutti coloro i quali hanno
nell'ordine, nella fermezza e nella moderazione de' detti e de' fatti buon
gusto, e tutto il compiacimento loro; per lo splendore e *1 lumeggiamento piil
vivace e pitl chiaro di questo decoro, e di questa bellezza dell' animo,
Tintelligenza e 1 giudicio si 6, e se cotanto si lodano e approvansi le
attitudini e moti del corpo e la di lui dispostezza che vagUono alle azioni
corporee; molto pill i movimenti e le attitudini ben regolate dell' animo che
servono alle opere della ragione, nelle quali avvegnach^ tutti gli onesti
uomini, come dicono i Franzesi per dar loro quel giusto titolo che meritano le
persone veramente di garbo, non abbiano tutti i medesimi talenti, solamente che
in ciascun di loro stia sempre ferma la mente retta, e invariabile 1' uso della
ragioue, non si toglie loro la venust^ dell' onesto, non altrimenti che non
perdono la grazia e la bellezza delle attitudini corporali quegli che in esse
non siano abili alle medesime cose, imperciocch^ altri sono agili al corse,
altri sono isciolti nel danzare, altri nel maneggiare un corsiero, e altri
forti e robusti in varie operazioni della ginnastica; ma in somma qualunque
cosa che noi adopriamo con 1' intelletto e col raziocinio ha sempre piu garbo e
piil nobilt^ di quelle che si fanno coUe forze e con la destrezza del corpo ;
ma fermisi insomma per proporzione infallibile e universale che 1' onesto ha
per compagna mai sempre la virttl, nh puote dalla virtil sradicarsi, e dove non
d virtii non d perfetta onesto, ma solo sembianza d' onesto. L' onesto dunque ^
bellezza vera, costante e incorruttibile, non solamente generica, ma
particolare eziandio; percioccM e bella la virtil in genere, che d T aggregate
di tutte le bellezze insieme deU'onest^; ma tutti gli atti virtuosi, ciascuna
opera di ragione, e tutte le sue facolt^ da per se, hanno la perfezione
speciale ma intera di questa miracolosa belleiza, che onest^ da' sapienti si
appella; e insomma tutto quello che ci muove al dovere, che ci sprona al
convenevole, e che ne indirizza per le vie dell'operar virtuoso, tutto quello,
che regola i nostri Sin qui abbiamo ragionato di quel bello che si chiama dai
filosofi morali onesto, il quale d^ la forma perfetta agli animi nel modo che
il bello visibile abbellisce le fattezze dei corpi; per lo che non reputo in
questo luogo che sia alieno dalla materia proposta discorrere dell' utile il
qnale, a' detta di molti, vien giudicato 1' opposto dell' onesto, che tanto s'^
dire turpe e deforme; ma essi scambiano i termini e nomi, perciocch^ quello che
onesto non ^, utile non si puo dire, il quale presso gli stolti ha tale la
sembianza per la cupidigia loro, che utile lo credono perch^ si studiano di
conseguire cose ingiuste e disdicevoli, senza pensar piii innanzi se dannoso
sia a sd e al prossimo; perciocche oltre al male, che da essi altrui pud
prodursi o col torre il loro, o col fare lor cosa che sia ingiuriosa o
spiacevole, ridonda anche in biasmo e in inquietudine e in gravi pericoli di
chi 1' usa e di chi lo cerca con aspettativa mal pensata di trame profitto,
perch^ utility, vera e stabile dar non si puote, dove non sia congiunto 1' onesto,
e 1' utile per ci6 ^ utile perch^ e onesto; ne onesto si d^ mai che utile non
sia. Ora facciamo un po' avvertenza, vi prego, in che grado stiano amendue 1'
uno con 1' altro, e per qual maniera possano far lega insieme. Aflfermero
primieramente con Marco TuUio, che il vero onesto con I'util vero sono in
istrettissima confederazione, non potendosi trovar cosa effettivamente
giovevole che onesta non sia. Imperciocch^ quello, che dagli uomini poco savi
utile falsamente si presuppone, e quello che ^ veramente contrario all' onesto,
non utile anzi detrimento e disutile nominar si dee. Erran pero colore che
reputan questa sorta d' utile al pari dell' onesto, delusi dagli affetti
soveichi dell'amor proprio e dell'interesse, imperciocche dove sia cosa contraria
al dovere, ancorch^ paia che metta conto di conseguirla, ci ^ la turpitudine,
con esso la qualv^ cosa utile accoppiar non si pud per v runa r^aniera che sia,
perch^ senza 1' onesto util vero non trova gi^ mai. Ed d tanta la virtil e 1'
e^cellenza dell' onesto, che ancorchd e' sia utile, non perche egli e utile far
si dee, ma perch^ egli 6 onesto, anteponendosi tal nome e tal riguardo air
utile che util sia congiunto col diritto e coll' onesta ; anzi 1' util vero
degenererebbe dall' onesta che seco dimora, qualora il fine di quello si
preferisse al fine delP onesto. E percid r onesto sola ne ha da indurre a
operare senza far considerazione all' utility, se non secondariamente a voler
che essa non isvarj e non s' allontani dall' onesto, il quale quantunque per
nostre sregolate passioni e' ci paresse contrario al nostro utile, sempre com'
egli d onesto, utilissimo si ^. E per ci6 niuna cosa ^ giovevole che non sia
onesta, diceva Socrate, perch^ quello f:he onesto non e, non puo mai utile
divenire, sconvolgasi quanto si voglia I'ordine dell a natura. > E quale
utility si pud egli mai trovare dove si oscuri lo splendore e '1 nome d' uomo
giiisto, e da bene? E chi ^ colui che recar ci possa tanto giovauiento ohe ci
torni con to scapitare per esso la buona fama, la giustizia e la fede ? Perch^
s' hann' eghno a trascurare le cose giuste e oneste per acquistar ricchezze e
potenze, che utile vero dir non si possono, qualunque volta perd elle non s'
indirizzino ed esercitinsi a questo fine dell' onesta e della virttl, con le
quali pill 1' operar ragionevole abhia lustro, e facciasi riconoscere quando le
faculty e le grandezze sono rettamente e gloriosamente applicate ? Chi non ha
questa mira nel maneggiare i beni della fortuna facendoli servire a quelli
dell' animo, ci6 si ^ farsi bestia, o in forma d' uomo govemarsi da bestia. E
chiunque afferma che la cupidigia, I'avarizia, 1' ambizione e la vana^loria
contravvenendo alia giustizia, possano util cosa chiamarsi, ^ in grave errore o
meiitecatto si 6. Come pu6 mai trovarsi utility dove segue o dee seguire
rimorso di coscienza o pentimento o dove sovrastar pericoli? Pud bene nominarsi
padre della patria Giulio Cesare da' cittadini impauriti; perche egli non sar§,
mai altro che un parricida. II comandare agli altri, che dee sostenersi su la
base della gloria e dell' amore de' sudditi, come pud esser utile, dove in
iscambio si vegga su '1 bilico deir odio e della mala fama ? Ecco la bella e
gloriosa utility, di Giulio Cesare dove ell' andd a finire; rimase tra le
coltella ucciso in Senato. Ecco dove termino la tirannia usurpata in Atene lor
patria da' Pisistrati, e dagl'Ipparchi ; restarono oppressi dal valore e dalla
sagacity di Aristogitone e d'Armodio. E per addurre esempi moderni, dove pard
la grandezza e la potenza del generate Valdestain che non temeva di chi glieH
potesse torre ? Si convert! in tradimento del quale pagd il fio in Egra con sua
propria strage; e di si fatti casi e negli antichi e ne' presenti secoli ne
raccontano in grandissima dovizia tutte quante le istorie. Utile dunque non pu5
darsi con odio e con pericolo, e con rimordimento interiore, ma vuol esser
riguardato dalla stima dei saggi e dall' amore de'buoni, il quale solamente d
giusta retribuzione dell' onesto; senza un' utility, ragionevole, ne lecita non
si trova giammai, n6 utilita puo dirsi quello acquisto che sia giovevole ad uno
e all' altro no; anzi anche le oneste cose disoneste si fanno, dove V utile di
qualcheduno possa patire ; chd perd niuna cosa e pitl onesta del mantener la
parola, ma perde sua prerogativa, come cid porti pregiudizio a chi ella si
mantiene; per esempio (come i poeti fingono) non fu cosa onesta che il Sole
mantenesse la parola a Fetonte. E veridicamente parlaudo fu cosa fuori di tutti
i termini dell' onesta, e giunse alia scelleraggine che Erode mantenesse la
parola a Erodiade. Concludasi dunque che non si da onesto che non sia utile, nd
util vero senza 1' onesto, rimanendo chiaramente persuasi che 1' onest§, sia
quel nome generico che significa in una parola sola la proporzione e r armonia
di tutte le operazioni ragionevoli, e di tutte le faculta ben guidate
dell'animo; per quella guisa, che il nome della bellezza ne spiega con un sol
vocabolo r accordo insieme in ben regolata forma di tutte le parti, di tutti i
lineamenti d'un corpo bello; come di tutte le altre cose che piacciono nel
genere loro ; e siccome da tutte le cose belle particolari ne risulta questo
nome universale che beltade si appella; cosi da un ben misurato accompagnamento
di tutte le virtii morali, e di tutti quanti gh atti virtuosi, si raccoglie
insieme questo nome generale, che onesto si chiama; il quale vuol dire e
abbraccia, si in genere, come in particolare tutte quante le beUezze delFanimo.
Quello dunque che riguarda e s' aspetta in genere alia virtii morale, e alia
sua perfezione dicesi onesto; e percio da questo universale potremo nella
presente villeggiatura e nolle consuetegite che andremo facendo, potremo, dico,
favellare della virtti morale, e delle sue -pit belle parti, esamingtndo i
precetti e gli ammaestramenti di essa, che sono le pitl speciose prerogative
della bellezza deir animo. Per questa via impareremo a conoscer noi stessi, e
quali strumenti dati ne sieno dal Maestro Etemo per conseguire si nobile
ornamento, pel quale noi ci sottragghiamo dalla sembianza di bruti, e ci
accostiamo con la figura interiore alia simiglianza di Dio. > E un di pill
far rilevare al leggitore come il nostro autore si mostri qui nella morale
Peripatetico, aristotelico, subito che ripone come lo Stagirita la virtti nel
giusto mezzo; lo ch6 h da intendersi non nel mediocre, com' altri ne voUer
dedurre, si nella giusta misura, oltre la quale non ^ piil bene, non ^ pitl
perfezione, ^ un trasmodare. Stabilito cio, riassumiamo brevemente i quattro
dialoghi intomo alia morale, per indi venire alia cons^guenza del sillogismo di
cui abbiamo dato le premesse, o alia risoluzione del problema da noi posto in
campo. Gli uomini, egli dice nell' argomento del Dialogo 1% ban dunque anima
vegetativa, sensitiva e ragionevole, di cui le potenze sono, memoria,
intelletto e volonta. L' uomo cx)nsulta, giudica, compara, delibera, vuole.
Sovente la parte concupiscibile c iraocibile, come ammette anco Platone, le
quali ha dato in servigio della ragione, si trovano a contrast© coUa ragione
stessa, e traviano la volonta ; e 1' atto, anzi che virtuoso, e allora vizioso.
Imperocch^ la ragione fondi i suoi motivi suUa costanza dei beni, e stimi beni
anco i mali preseuti, che pero menano a futura felicita; e gli appetiti invece
si curino solamente de'beni presenti, guidino poi partecipino al male. I beni
degli appetiti sono pure obietto della ragione che gl'indirizza a sano e giusto
fine, subordinandoli alle azioni virtuose. Da si fatte e si diverse apprensioni
della ragione e degli appetiti si deriva la contrarieta tra loro nel
riconoscere il bene; onde secondo dove aderisca la volenti, formasi la virtil
ed il vizio di cui sta per discorrere. Se non che, giusta la sentenza
aristotelica, dir si conviene come i beni sieno di tre sorta: beni deiraninna,
della fortuna, e del sense. • E beni dell'anima si chiamano quelli che
ritroviamo in noi, e che da noi stese* dipendono, come sono le virtii, e la
retta intcnzione, i quali, come nel trattato della Provviderzo osservammo, non
ci possono esser dati n6 tolti, se non da noi medesimi. Beni della fortuna
quelli sono che stan fuora di noi, e ad arbitrio di altri ci vengono dati, e ci
vengono tolti, come le ricchezze, gli onori, il pQtere; i quali son beni non
veri e fermi, se non s' indirizzano a beni deiranimo e all'opre della virtii.
Beni del sense, per ultimo, sono quelli che noi abbiamo a comune co'bruti, e
solamente dir si possono beni, in quanto dalla natura si bramano per
mantenimento del vivere e della propagazione e conservazione della specie, e
terminano ciascuno col termine della propria vita. Nel resto i beni del sense,
dice il Eucellai, sono d' ordinario mali e non beni, fondati tutti sulla
volutt^ e sul piacere, n^ in altro case beni possono divenire, salvoch^ quando
per abito virtuoso, vinti e mortificati tutti gli aflFetti e g? incitamenti
lore, I'oprar virtuoso s' ^ a poco a poco convertito in sensualitii, sentendone
godimento eziandio nella parte inferiore. E nel V Dialogo dichiara che la
filosoila morale, ^ la piil vera e meglio fondata filosolia dell'uomo. E dove
sta questa vera apprensione della scienza dell'uomo? Udite la risposta
teologica e mistica che egli ne d^: Nel timore di Dio, imperocch^ appunto d
intendimento della filosofia morale cristiana insegnare altrui operar bene e
non far male, affine di conseguire la felicity vera che 6 il Paradise, e
sfuggire il gastigo, la pena, Y infelicity, ossia Y inferno. E cid venivano ad
ammettere anche i filosofi gentili, quando aflFermavano il bene consistere
nella felicity e nel godimento del sommo Bene. Or la felicity, non la d^ che
Dio, e il timore e I'Amore di lui ci ammaestrano a viver bene per conseguirla,
perche tutti quanti i beni veri dipendono da Lui. Initium sapientice timor
Domini. Voi scorgete qui tosto il nosce te ipsum filosofico innestato alia
religione, alia fede, e ad essa consegnato, perche non si diparta da quella via
che deve eondurre R. alia meta prefissa. Intanto dalla cognizione dell' uomo,
egli dice, e dei suoi istrumenti e facolt^ si apprende la difierenza di lui
dagli irragionevoli, i quali hanno anima vegetativa e sensitiva, ma non si
aggiunge loro come neU'uomo la ragionevole. E quest' anima che per R.,
definendola, consiste in un moto continuo e ordinate che ne fa avere sense e
ragione, non 6 nell' uomo la somma di tre anime ; sibbene 1' anima umana ha tre
doti, della ragione principalmente in s^ stessa, e poi anco quella del senso e
della vegetazione. E una unita sostanziale in cui tutte quante le facolta e le
potenze dell' uomo consistono. Dotata poi la ragionevole di libertgb, giusta
quelle che dimostrd R. nella Prowiden0a, d infinitamente superiore,
incomparabilmente piil perfetta deir altre due che ne' bruti si trovano, e per
essa I'uomo e capace di atti virtuosi o viziosi di imputazioni morali, di
premio o di pena. Imperocch^ il moto sensibile (Capo 3°, Dialogo !•) e il moto
ragionevole dell' anima umana non vadan sempre d' accordo, e la vita morale sia
soggetta a delle continue perturbazioni, nolle quali I'uomo ha dovere di
obbedire al moto ragionevole della mente. Ha il dovere ! perchd 1' uomo ha
questo dovere ? d' onde la legge ? Esiste ella questa legge che ha forza di
imporsi a tutti gli uomini, con sanzione etema, infinita? II Rucellai non lo
dimostra^ o almeno dalle sue parole non ritraesi un argomento che abbia valore
di prova. Egli ^ mistico senza dubbio, ^ tradizionalista, pur senza addarsene:
e mentre accenna a seguire il discorso naturale della mente, or con questo o
con quel filosofo antico, egli non fa altro che commentare quel che la
rivelazione gli ha dato a credere. !fe la ragione al servigio della fede. Cos'
6 pertanto questa mente al cui moto ragionevole obbedisce 1' uomo ? Ell' ha
significati diversi, ma secondo Platone, cui segue, 6 quella generale consulta
e ricettacolo in cui sono comprese tutte le potenze della parte superiore dell'
anima, ciod memoria, intelletto e volont^. La prima conserva gli oggetti
acquistati co'sensi, i quali oggetti si porgono innanzi air intelletto per 1'
immaginativa. L' intelletto gli esamina, e ne d^ alia ragione un giusto ragguaglio.
La ragione vi discute e giudica, e poi la volont^ in seguito a giudizio
delibera ed eseguisce ; al che fare la volont^ si serve dei due ministri, moto
irascibile e concupiscibile, che inviano spiriti sottilissimi ma corporei a
produrre i varj movimenti necessarj. Se non che. pur nel giudizio la mente pu6
errare ; in quanto da' sensi posson esser ad essa presentati gli oggetti
imperfettamente o per vizio naturale. E, se non errare, pud rimaner dubitosa ed
incerta; indi I'opinione, che potendo esser falsa, ^ pericolo che venga
scambiata per la vera scienza. Ufficio dunque della ragione si 6 di far in modo
che 1' intelletto sia sgombro di passioni, n^ deve cosi subito, e come alia
cieca, prestar fede ai sensi, fontana inesauribile di errori, a chi non esamini
bene e non tenga come a salvaguardia quel detto di san Paolo: Video aliam legem
in membris meis repugnantem legi mentis mece, E, di vero, dalle facoM
ragionevoli si discerne la differenza nell' anima degli atti secondi dai primi:
coi quali atti secondi meglio riflettesi, e si pesa col giudizio il valore e la
differenza dell' onesto e del dilettovole, e principalmente la diversity del
huono e del reo. Imperciocchd il godimento del bene o il patimento del male,
giusta ne dice Cicerone, di cui qui il Eucellai si e proposto di seguire le
orme, non stiano rispettivamente nel piacere o nel dolore, beni o mali
de'sensi; ma nella felicity o infelicity che vien data dalla ragione; felicity
vera e perd immanchevole ; mentre tutti gli altri beni di quaggiii, lo dissero
stupendamente gli stoici, ci possono venir meno, e a quella vera felicita, cui
essi incapaci sono di darci, possono essere mezzo, in quanto ban capacity,
indirizzati a lor fini, di divenir beni ancb' essi. La vera felicita pertanto,
checche ne dica Epicuro e la sua scuola, sta nel possesso del Bene sommo, cbe
R. filosofo teologo, trova nel Paradiso. Ma ancbe di qua, in questa vita, non
esclude R. con gli stoici che possano i veri beni godersi, operando secondo
virtil ottima e per sempre; virtu che si acquista con la saviezza della
ragione, e con gli abiti buoni e con tenere essa in freno gli appetiti siccome
auriga gli sfrenati destrieri del suo cocchio, E la virtu ottima che e elk mai?
Risponde per lui Aristotile, del quale accetta la definizione non che le
classificazioni di essa virtCi. La virtil (Argom. del 2** Dial.) ^ abito per
elezione che si contiene nel mezzo per Tappunto fra due estremi: il vizio e
operazione dispregiatrice della ragione. L' atto virtuoso non altro e che il
ridurre la propria natura all' operare ragioBevole. Distinguonsi poi virtil
primarie nell' uomo, o, come si dice, cardinali, e secondarie, le quali
dipendono dalle prime. Le virtil cardinali, come per Aristotele, cosi per il
Cristianesimo, sono la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza. La
prima, secondo Platone, ^ la misura di tutte le altre, ^ V occhio diritto della
morality, la vera scoria neir elezione dei fini. Prudenza, 6 bilancia che pesa
con somma finezza tutti quanti gli oggetti che desiderare si debbono, o vero
sfuggire. Ad essa si riducono. per Plato-ne, tutte le virtil, perch^ 6 questa
misura, stando in mano di lei il vero compasso proporzionale per il quale si
misurano tutti i fini. La Giustizia dispensa suo diritto a ciascuno si degli
utili, come delle prerogative che competono lojx) secondo i gradi dei meriti,
della dignity e delle virti\ che egli hanno, e questa distinguesi, come
Aristotile e Cicerone fanno, in civile, distributiva, e commutativa. E per la
commutativa parla della dottrina del cambio, che, come afferma, toglie in
massima parte dal Davanzati. La fortezza, che ne insegna sopra ogni cosa di
superar s6 medesimi e soggiogare gli affetti e le passioni e non temer di
minaccie, n^ di rischi, nd di morte a pro della religione, della patria e della
reputazione. La temperanza, per cui si ritiene a freno ogni smoderata
cupidigia, ed d il vero antidote contro 1' ambizione e contro I'interesse
soperchio ; e tutte queste virtii primarie manchevoli sono, n6 possono esser
vere virttl senza il concorso e '1 sussidio 1' una dell' altra tra loro. E
siccome la virtd ^ il giusto mezzo, non la mediocrity, che e difetto, ma il
mezzo ch' d il limite tra due eccessi, od estremi, ciascuna di esse virtii ha i
saoi estremi in&a i quaU riseggono. Ed io li accenno, ma non mi ci
trattengo. Estremi della prudenza sono, (pure secondo Aristotile) la malizia e
la stupidita; della giustizia, 1' avarizia, la trascuraggine ; della fortezza,
temerity e codardia; della temperanza, gli estremi viziosi di tutte r altre.
Dalle quali tutte, e in fra i rispettivi estremi di esse, discendono o stanno
le virtii secondarie. Accosto alia prudenza, e come sue figlie, si trovano la
perspicacia, la sagacity, I'arguzia, Taccortezza, la dissimulazione (in buon
sense), 1' industria ; V astuzia, la circospezione, la sincerity, la
segretezza, la fedeM; alle quali tutte comspondono vizj; imperocchd dalla
circospezione sia agevole cosa cadere nel vizio della sospensione, della
suspicacia, come poi e agevole dall' accortezza cadere nella astuzia in mal
sense presa, nella malizia, nella simulazione, frode, tradimento,
irresoluzione, stupidity, taciturnity, finzione, adulazione, calunnia: come
dalla facondia nella procace loquacity, e nel sofisma, dalla prontezza
nelrimprudenza o inconsideratezza. Gli atti virtuosi che seguono la Giustizia
sono: Liberality Parsimonia Beneficenza (Jenerosit^ Magnanimita Magnificenza.
Le quali virtii posson degenerare e viziarsi, divenendo Ambizione Ladrocinio
Vanagloria Lascivia Superbia Prodigality,. Altre virtil secondarie Ragionevoli
rimunerazioni e retribuzioni — Carit^ — virttt divina germana della fede e
della speranza. La Parsimonia sta a dirimpetto della Liberalita. Son due atti
virtuosi. Vizio ^ la Sordidezza. Altre yirtt seguaci della Giustizia sono:
Severity, Rigore da un lato, e Equity, e Misericordia da un altro. Eccessi di
equity e di rigore. Tirannie Vendette GrudeltS, ec. Degli Atti virtuosi che
seguono la Fortezza. Da un lato Y Intrepidezza, il Coraggio, il Valore del
cuore e della mano. Vi0j. — Animosity — Iracondia — Audacia Indolenza Furie
Ferocia. Dall' altro lato abbiamo seguaci della fortezza : la Pazienza
ragionevole la Mansuetudine. Vi0j. Timidity, ViM Codardia. Al^e virtu seguaci
della Giustizia. Costanza Fermezza — Lmpermutabilit^. Vi^ij. Ostinazione
Pertinacia, Perfidia. Virtu. — Facility di cedere al dovere. — Piacevolezza del
tratto. — Moderazione, Gravity, Decoro — Modestia. Visj. — Alterigia,
Vanagloria ec. Virtu. Emulazione. ViiSfio. Competenza Mormorazione Falsity
Calunnia Superbia ec. Degli Atti virtuosi che seguono la Temperanza. Veramente
tutti gli atti virtuosi surriferiti accompagnano altresi la Temperanza, perch^
atto virtuoso non si d^ se la temperanza non moderi I'impeto naturale. Perd tra
gli atti piiH confiacevoli ad essa sono da annoverarsi quelli che rattengono
gl'impeti della concupiscenza o Fingordigia della gola. Virtit. — Castit^,
Pudicizia Pudore OnestS, Ingegno Digiuno Astinenza Sobriety. Vi0j opposti. —
Eccessivo rossore, e Libidine, Lascivia, Adulter)' e Ubriachezza ec. Questo per
le virtiH in s6 considerate. Or siccome la virtCl solamente 6 base della
society, umana, e n' ^ il cemento, bisogna veder di esse 1' applicazione nel
consorzio civile, e discorrere con Marco Tullio degli Officj per la society,
umana medesima. La quale d da natura, e da ragione: ch6 Dio ha fatto gli Uomini
per gli Uomini. E Iddio, poi, diede a tutti il libero arbitrio, accio niuno di
noi potesse conseguir lui senza noi stessi, e senza 1' educazione cristiana, e
senza gli ammaestramenti spirituali e senza i divini precetti, insegnatici da'
Religiosi, da' Teologi e dalle persone devote che Uomini sono; e gli Angioli
per la stessa maniera (aggiiinge il buon Bucellai) se noi non diamo le orecchie
agli ajuti loro, alle loro savie persuasioni niun utile o giovamento recar ne
possano in verun conto che sia. E, come scorgesi, la morale dell' EvangeUo
questa, ne io so davvero dove e come si applichi filosoficamente il Nosce te
ipsum! Proseguiamo : Gli ufficii, come Cicerone, divide il Eucellai in
necessarj e per ele^ione. I primi vengono imposti dalla provvidenza, i secondi
dal nostro volere. Sono dessi differenti secondo i gradi e le combinazioni
delle persone, e, al solito, si distinguono in doveri verso Dio, verso gh altri
e verso noi medesimi, dei quali ultimi pero non discorre. I doveri verso Dio
sono necessari; il prime d di gratitudine, impiegando in cid le potenze tutte
delle quali ci ha forniti, e conformando la nostra volenti a' suoi decreti,
alle ispirazioni che egli ci manda, e la nostra corta inteUigenza alle sue
leggi. La fede, 1' amor di Dio, la carit^, sono pure doveri verso Dio stesso, i
quali sono il fondamento di tutti gli altri. Accenna indi profusamente il
Eucellai i doveri verso gli altri, i primi dei quali sono i doveri conjugali,
sendo per primo la society parentale. E ricorda come V Uomo debba tenere uguale
a s^ la Donna, e la Donna riconoscere a s^ superiore Y Uomo, e come debba esser
tra essi rispetto, discrezione e compatimento ; e amare ugualmente i figli,
come i figli amare, rispettare, aiutare i genitori. E intomo alia scelta della
moglie, ecco qui coaa ne dice il prete Magiotti, e che io stimo non inopportuno
di riferire, in quanto che dalla stima in che si d tenuto e si tiene la donna,
si sia potuto e si possa argomentar sempre o comprovare il grado di civiM
de'popoli e del consorzio umano in ciascun' eta, e in questo caso pur ne
abbiamo riscontro, etarei quasi per dire matematico. € Io son prete, (dice
adunque il Magiotti;, e circa al prendersi mogli e mariti non me ne intendo e
non oserei dame alcun mio parere, massime in concorrenza dei buoni consigli e
de'giovevoli ammaestramenti e fedeli di messer Lodovico Ariosto, per non
mentovare il Laberinto di Messer Giovanni Boccaccio, il quale dalle donne
ammartellato anzi che no, fu del povero compassionevol sesso troppo rabbioso
morditore. Egli e pero bene aver per ricordo che al tempo d' oggi piii Elene si
trovano che Penelopi al moodo; e guai a colui che le -pit leggiadre, le pitL
graziose pur le donne d' alto ed acuto ingegno s' effigia nella mente per le
migliori; imperciocch^ se bella ed avvenente e' 1' ottiene, sembragli averla
debita altrui e ch'ella non sia tutta sua; dove ella sia di finezza e acume,
tutta nolle foggie I'esercita, e in ornament! novelli, e nel rigirare il marito
per piacere agli altri ; anzi, che peggio si 6, ella si tien per prudente, e
vuolsi subito meschiar nei consigli; senza che, e' si d tutto di alle novelle,
alle contese, alle grida, e allora le par di esser saggia quand' ella non fa a
mo' d' altri. Donna savia adunque, o di rado, o non si d^ mai, e tutto che con
difetti bisogni averle, il meno dannoso per mio avviso credo che sia se ha
qualche specie in lore di Prudenza, dov' elle abbiano poco conoscimento, perche
queste sono atte a reggersi, non si dando mai caso che elle sieno buone a
reggere altrui; e nolle donne, ancorchd in esse sia la ragione, poche o niuna
ne han r uso, che a tal fine definille un Uomo di senno, che la natura femminea
6 posta tra 1' estremo peggior delr Uomo e r eccesso miglior delle bestie.
Niuno dunque si lasci svolgere cosi alia prima dalla vaghezza o dalla novit^
del soggetto, o vero dall' allegria e dalle solennit^ delle nozze, imperciocchd
dopo il fatto non ci e rimedio, e cotali belle apparenze usansi ad arte, per
far rimanere al laccio gli Uomini dolci, e impegnarK con lieto animo alle
fatiche perpetue e alia schiavitudine eterna del matrimonio ; anzi la natura
medesima, per soccorrere in esse a mancamento del sesso e farle in qualcosa
aggradevoli, le ripuli, le liscid, e raffazionoUe al di fuori, e si dono loro
la grazia e gli altri arredi del bello; qualunque impero d tenuto a impacciarsi
in si fatta rete, pigli innanzi le misure giuste di quel che sono le donne ; e
del suo mestiere goda come per trastullo se la sorte gliela da bella, n^
s'inimagini, perche ella si chiami compagna, di poterne trar frutto d' amica,
ma la consideri come soggetta, e per dolce maniera di cortesia 1' avvezzi
obbediente a non recalcitrare al marito. Percid la jAtL sicura si e r aver la
moglie di grossa pasta, e di scarso intendimento ; difettose insomma (si come
io dissi) elle hanno da essere e pero Y Uomo apparecchiar si vuole a sofferire
i difetti che elle hanno, pregando Dio che buone ne le mandi, ned' e poi il
comportarle si malagevole, -atteso che donne elle sono, e tenere di cuore, e il
viacolo di quando in quando matrimoniale rinnovella e rinfresca Tamore, e serve
di buon condimento alle imperfezioni loro e ne addolcisce la noia. > Si
occupa inoltre de' doveri tra i parenti e gli agnati, tra servi e padroni,
de'nobili, de' cortigiani, imperocchd r osservanza di questi doveri privati si
riversi anche sul pubblico, ed inline de' doveri di cittadini, dei sudditi, e
de' govemanti. Intomo a' quali molto ritrae del platonico, e discorre con molta
severitit tanto per i prindpi eletti daDio, quanta per quelli eletti dagli
uomini. Tocca infine i doveri per elezione, che tanta bene^ volenza conciliano,
e intesse come iin piccolo galateo sulla data di quelle di Monsignor suo
parente, e cui dimostra avere attentamente esaminato e ritratto nei modi e
negli scritti. E accennato alia forza dell' abito, termina questo trattato
della morale di R., imperfetto nel contenuto e nel disegno, imperciocch^ egK
prometta qui di discorrere in progresso de'temperamenti e degli aflfetti degli
uomini, ma non abbia avuto o volenti tempo di dargli compimento, e d' emendare
il gi^ fatto. Sufficiente perd invero a chiarirci i termini del quesito, e a
porre in tutta evidenza il problema di cui dobbiam dare la soluzione. Agevole a
trarsi pur questa; imperocchd non trattasi di andar per il sofistico e il
lambiccato : ma si da' fatti lampanti formulare il principio, e porre questo in
attinenza con le condizioni generali e particolari del tempo, del quale lo
scrittore ^ riverbero indubitato. La critica che potremmo fare alia teorica
morale di R. si acchiude in poche parole; imperocchS sia manifesto che egli,
piil che neUe altre parti della fillosofia, qui non d^ U giusto valore alia
ragione umana. Infatti egli trascura di porre in luce la legge naturale, di cui
pur parlano si altamente gli stessi dottori scolastici, come san Tommaso, san
Bonaventnra e il Suarez, per tutto sostenersi all'autorita della legge divina,
cio^ del Nuovo Testamento. Inoltre, procedendo egli piiH ecletticamente che con
ordine interiore di concetti, non sa bene accordare quel suo tradizionalismo
con certe altre sue dottrine; giacchd di fatti egli dice la virttt consistere
neU'operare secondo ragione: ma potrebbe osservarsi che quando la ragione non
ha criterio di ragione in se medesima speculativamente, non pud averlo nemmeno
praticamente. II Eucellai rende immagine anco su ci6 de' suoi tempi; ma in che
senso diciamo tal cosa h bene sia definito. Le menti, a quei tempi, erano
agitate dai dubbi, e il nostro autore dice in piii luoghi come i dubbi
combattessero pur la sua mente. L' esame dubitativo fuor d' Italia condusse
molti a terminare nel dubbio; in Italia colore che accolsero r esame dubitativo
terminarono i piii nel riparo della Fede. Ma dobbiamo distinguere da costoro i
filosofi e i teologi non tradizionalisti, e che non accolsero F esame
dubitativo, come il Pallavicini nel suo TrattaJto del bene; giacch^ questi
ammettevano certezza razionale e verita preliminari alia Teologia, quantunque
neUa Teologia ponessero il sommo della sapienza; invece i tradmoncdisti, come
oggi li chiamano, alia ragione ricusarono la capacity di riposarsi nel vero e
nel certo, che solo ci vengono dalla fede. Ecco il perch^ mentre il
Pallavicini, il Suarez, san Tommaso, san Bonaventura con sant' Agostino
affermano esser nella ragione la legge naturale del giusto, dell' onesto, alia
quale si accorda la legge Divina positiva ; il Eucellai, per lo contrario,
parla di san Paolo e del Vangdo, e della legge naturale non tiene gran conto,
bench^ aUa sfuggita Taccenni. SouMABio. Opportunita della critica. Importanza
storica dei libri di R.. II professor Palermo ha giudicato VTmperfetto
imperfettamente. Perche. Quesiti da risolvere. II Rinascimento e le sue
qualita. Scetticisrao. Tradizionalismo. Bruno. Campanella. Galileo e il sue
metodo di osservazione esterna. — I suoi scolari e rAccademia del Cimento. —
Metafisica galileiana. — Sommi capi di essa uei Dialoghi dei Masaimi Sistemi.
II Cartesio e 1' osservazione interna. Spinoza e Malebranche. Bacone. II sensualismo
di Loke. — Eclettismo di R.. Suo probabilismo. Si provano riandando la sua
filosofla. L’Accademia. Cicerone. La fede. Differenza tra' filosofi del Medio
Evo e R.. Questi e il Galileo. Nel metodo R. apparentemente h moderno. Perche.
Intende solo negativaraente Taforisma socratico. — Ed e semj)re probabilista. —
Accordi tentati. — Gli fa difetto la speculazione. E pero riesce eclettico.
Breve riscontro di tal fatto nei suoi Dialoghi su' Principii passivi dell'
universe, e nel Tim^o, — Platone, il Cristianesimo e Galileo. Cartesio. —
Teorica della cognizione. Teorica del volere. — Liberta e fato, Stoicismo ed
epicureismo. Libero arbitrio e predestinazione. Psicologia e morale. — II R. e
Cousin. Aristotile. Platone. Stoicismo. Cristianesimo. Divisione delle virtti.
Cicerone. AQUINO. La Scuola Epicurea e R. Teologia razionale. Platone e il
nostro scrittore. I Padri. La Fede. Si conchiude che nello studio dei ' tre
pbietti della filosofia R. e eclettico. La forma esteriore, - lo stile - e la
natura de* personaggi ne' Dialoghi di R. sono i;n' ultima conferma della nostra
Conclusione. n problema ^ posto, adunque, in termini chiari, fatta che abbiamo
la esposizione dell' opere filosofiche di R. ne' precedenti capitoli. Ora e
tempo di risolverlo, e la via ci ^ molto agevolata; diro di piii, che dopo il
cammino gia fatto, sembrami quasi raggiunta la m^ta, che fa del viaggio nostro
il desiderio continovo. Imperocch^, riepilogando, noi ponemmo questo per
principio, che R. specchiaVa in s^ Timmagine del suo tempo in Firenze. E ad
esso volgendoci, lo vedemmo significare per la storia un potente contrasto di
elementi di un' et^ che periva sotto la mole della sua grandezza e un' et^
giovane e superbamente bella, che conquistava il regno delle intelligenze e
de'cuori. E tutte le facolt^ dell' antica far guerra a tutte le potenze della
nuova in opposizione fortissima. Ed io allora volli condurre il lettore all'
esame della vita del R. e delle sue opere letterarie; e questo contrasto
manifestossi, credo, chiaro al lettore stesso, come si era mostrato a me dopo
la lettura diligente di quegU scritti dimenticati, o non curati a dovere.
FilosoJla e autorita religiosa, gravity di discussioni scientifiche e
leggerezza di cicalate accademiche; purezza di stile e d' immagini, verbosity
ed esagerazione di confronti ; timore soperchio di aver che fare col Tribunale
dell' Inquisizione, e contro la Corte di Roma pagine sanguinose ; vita di
cortigiano ossequente e rime e lettere contro la corte ed i re ; lodi della
castita e verginit^ di Protettori e di SanfS, e scherzi equivoci e sonetti
immorali; tutto cio nel R., come precisamente nella comune degli uomini del
seicento, scorgevasi in quel trapasso dalla fine del Rinascimento alia Riforma,
dal mondo antico al mondo moderno. Un eclettismo inconciliato nei costumi,
nella vita, negli scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo
eclettismo accoglie in se e manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile,
letteraria e morale. Or nello scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro maggiore,
senza intrattenersi a lungo via via a rilevar pure inumi, nella vita, negli
scritti, nell' arte, neUa letteratura ; e R. questo eclettismo accoglie in se e
manifesta nelle abitudini, nella vita sua civile, letteraria e morale. Or nello
scorrere che abbiamo fatto il suo lavoro maggiore, senza intrattenersi a lungo
via via a rilevar pure in esso que' medesimi contrasti ; nondimeno, prevenuti,
li notammo man mano, per guisa che, finito I'esame, supponessimo pur compiuta
la nostra fatica. Ma se nel mio pensiero ed in queUo del leggitore questa
conclusione si 6 gi^ fermata, giova tuttavia, anzi ^ necessario definirla, e in
un disegno piil raccolto concentrare con linee brevi e distinte quel che
abbiamo osservato lungo la via ; in quel modo medesimo che un pittore, percorsa
una vasta campagna, la raccoglie poi tutta su di piccola tela, senza toglierne
parte alcuna alio sguardo di chi la voglia fedelmente conoscere. Non a torto
pertanto (ce ne siam fatti certi) io comparai il nostro filosofo a un prisma,
suUe cui faccie si distinguevano i molteplici raggi del pensiero del tempo suo
; e in che sta, per me, veramente 1' importanza storica di questo scrittore ;
per guisa che ognuno il quale non lo consideri, giudicandolo, in tutti i suoi
aspetti, b ne falsa il vero suo essere, o ne fa una pittura destituita di
valore, od almeno imperfetta. In questo ultimo scoglio sembrami, io lo dico
coUa dovuta deferenza, abbia urtato il professore Francesco Palermo, 1' egregio
ordinatore dei Manoscritti Palatini in Firenze ; il quale di R. ha pubblicato
con un lungo avvertimento, diviso in sette paragrafi, sedici dialoghi sulla
filosofia naturale antica, e quegli altri sedici sulla Provvidenza. In quell'
avvertimento, bello davvero del rimanente, d^ il concetto e il disegno deU' opera
intiera, e la natura di essi Dialoghi chiama fruUo di Galileo, (CONTI, Op.
cit,) Tale il metodo del Galilei detto dal R., a buon diritto, il sapientis
simo Socrate, come quello che ritomava le menti al r esame del mondo esterno e
del mondo intemo, me diante il discorso della ragione, gli assiomi naturali ed
i fatti sensibili, ond' e' poteva finalmente creare la fisica, e r Accademia
del Cimento ingigantirla dietro le orme di lui, con Benedetto Castelli, il
Cavalieri, il Torricelli, il BoreUi, il Viviani, il Eedi, il Cassini e
moltissimi altri, i quali, secondando la inclinazione del tempo coll' isti
tuire quell' Accademia, applicarono i canoni deUa filoso fia del lore Maestro
alle scienze naturali, le conferma rono Bulla strada di progresso indefinito, e
le scienze universe sulla via della riforma. Ed invero, in quel canoni del
metodo Galileiano, sviluppati ampiamente nei saggi del Cunento, accliiudevansi
verity, profonde, le quali non potevano a meno di partorire quegK effetti
stupendi; e vi 6 determinato chiaramente il concetto, il fine ed i mezzi di una
filosofia che tutto comprende. Cio6, che riconosce le somme verity naturali
nell' Anima umana; che adopra la geometria per raggiungere la verity ideale e
reale, n6 trascura, anzi esige, 1' uso diligente della esperienza, e indi del
ragionamento a cogliere la evidenza: e infine non 6 spregiatrice, come molte
iilosofie meschinamente altere, dell' autorit^., mentre la servitii dell'
autorit^ stessa rigetta, e la vuole sottoposta essa pure all' esperienza ed al
nostro giudizio. Ma la filosofia del Galilei e de' suoi scolari gene ralmente
risguardava, giova averlo fisso, il metodo e la sua applicazione particolare
alle scienze naturali: a che sticettamente questi si attennero. Ne con cid
dire, io intendo negare contenersi nei libri del Galilei sparsa una metafisica,
come lamentava ilLibri, il quale, nella sua storia delle Matematiche, si duole
altamente del non trovarvi in alcuna parte delPopere del sommo
Italianol'esposizionedi essa; la quale, anzi, inclinerei anch'io a creder
davvero col Puccinotti (11 JSoem ed altri scriU% Tip. Le Monnier 1864), che
valesse a vincere le tenacity peripatetiche, indebolite gi^ dairAccademia
Platonica fiorentina. Imperocche fu prime Galileo che dimostro la necessity di
dividere fisica da metafisica, e i Umiti veri deUa ragione, la fede religiosa
nelle scienze soprannaturaK, la matematica nelle natural!. C!ome Platone, il
vero ed il bello professd Galileo per una medesima cosa, nella medesima guisa
che il false ed il brutto. E nella giomata prima dei DioHoghi dei Massimi
sistemiy il Galileo comprese i sommi capi della Metafisica, che possono qui
compendiarsi in due massimi corollarii, siccome avverte il Pucciuotti sopra
citato. Prima. Partivasi Galileo dalla Creazione, e veneraya in Dio una
sapienza infinita; anzi diceva, il sapere divine essere infinite volte
infinite: la mente umana la piii eccellente opera di Die : in essa concreate
alcune verity primitive, come preziose gemme nei loro incastri, la di cui luce,
per il terrene abitacolo in cui ella ^ posta, § da velami e da caligini
oscurata. La pienezza di cotesti veri e in parte nel soprannaturale, e parte
disseminata tramezzo alle naturali cose. L'intelletto consegue con la
intensivit^ i soprannaturali neUa lor piena luce per mezzo della rivelazione e
della fede: i naturali, colla dimostrazione matematica; e onde con questi
potenti e benefici ajuti della grazia divina, le menti con piii sollecitudine e
costanza e pienezza veggano e profittino di tali verity,, 6 mestieri che V uomo
temperi e assottigli quanto piil pud que' velami e quelle caligini di falsity,,
che partono dai fermenti e dalle passioni della sua materia: ed ecco il
fondamento della morale, e il culto necessario e il merito insieme della virtii
umana. Secondo. Per le verity naturali la mente umana procede allo'stesso modo,
solamente traendone la dimostrazione, non dalla metafisica, ma dalle
matematiche. Ch^ la geometria cammina anch' essa grandissimi spazi, e trascorre
la vastit^ delle opere della natura, e contiene nelle sue dimostrazioni la
necessity de' suoi veri; riverberando in certo modo e scoprendo quelle
matematiche leggi, coUe quali Y etemo intendimento tempera 6 govema 1'
universe. Ma la geometria, con le sue mille e mille conclusioni ottenute, 6
sempre a immense intervallo da quanto resta ancora a investigarsi ed intendersi
nella natura: epperd si reca allato per sua aiutatrice e ministra la
esperienza, la quale, tentando effetti e cagioni, e le attinenze lore, prepara
la serie deUe probabilitS;, che la matematica disnebbia colla dimostrazione ;
presentandole come verity e leggi natural! alio intelletto, il quale, ove le
trovi rispondenti ai tipi concreati delle soprannaturali gi^ disnebbiate dalla
metafisica, ossia dalla religione, e se ne nutre e se ne bea. Ma la moltitudine
degli intelligibili nell' universe d immensurabile, e questa che il solo
Creatore vede per numero, peso e misura in un sempKce intuito, 1' uomo non
percorre che lentissimamente, e fra mille ambagi e pericoli, di conclusione in
conclusigne. Onde la necessity della modestia e della pazienza nell'
investigare e nell'operare degli uomini, nel raccorre ed intendere le veritd,
nella fisica del mondo. Comunque, il Cartesio animato come Bacone (cbe pel
dispregio alle tradizioni incappd in alcuni errori) e Galileo daU'istesso
desiderio di universale riforma, inaugurando piil precipuamente il metodo di
osservazione interna, devesi a lui il compimento dei mezzi e gl' istrumenti per
la vera filosofia, Tesperienza e la speculazione. La quale ultima per il
Cartesio recata invero all' eccesso, chiuso il pensiero in se stesso, n^
riguardando piU alle sue attinenze reali, porto ad errori il filosofo illustre,
e porse occasione a scuole diverse arbitrarie ; e basti per tutti lo Spinoza e
il Malebranche, in quella guisa stessa che dall' empirismo di Bacone scoppid il
sensualismo di Loke. D Cartesio pure comincio dair esame, e per esso istitui un
metodo, e indi tento un ordinamento generale di tutte le scienze; se non che,
ponendo il dubbio non solo di ogni istruzione ricevuta, ma pur anche del valore
delle fiacoM umane, eccedd fino ad essere scontento della logica, dell' algebra
e della geometria de' suoi tempi. CONTI. Lo si deduce chiaro dal suo discorso
sul metodo. E il Malebranche, il piii grande metafisico che la Francia abbia
prodotto, spinto dalla filosofia cartesiana, o meglio dalla parte negativa di
essa, il dubbio, si rifugid nel misticismo, e con esso la sua filosofia, ond'
e' ritornava alle intuizioni Platoniche, e preveniva Vincenzo Gioberti e
Antonio Rosmini. Tali erano i principali sistemi che allora signoreggiavano il
mondo della filosofia, disputandosi il primaU) deir autorit^, e tra loro
contrastandosi. Orazio R. ebbe cognizione di tutti questi elementi, da' quali
esci faori 1' et§. moderna: se non che non dotato di molta vigoria di
speculazione, o per formarne I'armonia tentata, o per dominarU, nel suo
filosofare or I'uno or I'altro seguitd riuscendo eclettico, e per5
speculativamente scettico una seconda volta. Spiego quest' ultima frase, in che
ripongo la sostanza della critica, con la quale io do termine a questo libro.
La filosofia di R. ammette, lo vedemmo, una prima divisione generale per
rapporto al metodo; ciod negativa e costruttiva^ e si nell'una come neU'altra
non esce il filosofo da' termini del probabilismo, egualmente che la seoonda
Accademia, guidata da Filone che fu il primo neoplatonico di Alessandria; la
quale riconoscendo la natura assoluta del vero, ammetteva solo come verosimili
le dottrine che ne derivavano. Ad illustrare la qualitit filosofica di R., si
prenda in esempio Cicerone. Questo grand' uomo in alcune parti della sua
dottrina sembra tenere dell' Accademia Nuova; quando egli, cioe, intorno alia
natura del mondo e di Dio afferma con probabilita anzichd con certezza. Ma le probabilitli
di Cicerone si ristringono alle determinazioni di problemi che il Paganesimo e
1' estremo corrompimento e infiacchimento della filosofia greca ai suoi tempi
aveano coperto d' ombre. Bensi Cicerone non pone in dubbio mai 1' evidenza dei
supremi assiomi della ragione ; non in dubbio mai la veracity del testimonio
della coscienza psicologica e morale; non in dubbio mai la validity del metodo
dialettico e logico; n^ in dubbio mai la conoscenza che Dio e, ed h distinto
dal mondo ; n^ in dubbio, finalmente, mai la legge naturale eterna e i doveri e
i diritti che ne derivano. Ma R. non fa come il GiureconsultoJRomano; egli se
ne sta, sfiduciato della ragione, nel gretto del probabile, e ritiene essa, la
ragione, non potergli dare di pill. E, lo ripeto, questo h naturale; imperocchd
nello svolgimento della rifiessione filosofica, dovea seguire che fra tante
autorit^ opposte, la mente di lui si sentisse quasi smarrita, e che egli, come
molti altri, dubitasse della ragione appunto, perch^ si palesava con sistemi
tanto contraij, e si rifuggisse nella fede del sovrannaturale, sostenendo
incapace la ragione a farci conoscere la verity. Gontro i sofisti, pertanto, ei
ripete ed accoglie qiial principio di metodo la proposizione socratica; ma non
sa derivarne, come Socrate, il suo mondo intelligibile e certo; I'avrebbe forse
potuto fare, perche sorretto dag? insegnamenti di Galileo e di Platone; ma si
contenta di meno assai, sapendo bene di sapere per fede, che egli stabilisce
come unico fondamento di assoluta certezza, con tal divario nell'intendimento
da' filosofi cristiani o dottori del Medio Evo ; che, cio6, mentre essi
ponevano la filosofia come preliminare certo della teologia, sicchd d' ambedue
si faceva un' unica sapienza, accordando la ragione colI'autoritii (Vedi
Beductio artium ad Theologiam di san Bonaventura, e le prime questioni delle
due Somnie di san Tommaso e il Gerzone De octdo); R., invece, dichiara la
filosofia seienza dei probabili, che delle ultimo ragioni, alle quali conduce,
possiamo sempre comecch^ sia dubitare. II R. poi h moderno apparentemente nel
metodo, la osservazione, la induzione e 1' esame per fine diretto, onde coglier
le relazioni delle idee e dei f^ftti, e giungere al possedimento del vero.
Galileo suo maestro osservava, provava, sperimentava, induceva, riprovava nel
mondo dei fenomeni, e creava cosi la fisica ; e diceva sapientemente : il
tentar r essenze aver egli per impresa impossibile ; e abbatteva V alchimia e
quel castelli incantati d' ogni sistema a priori ; riconduceva la ragione al
suo posto, e facendola ridiscendere da quelle altezze pericolose, dove
temerariamente se n' era salita, la riakava nel fatto, poicM nell' ordine stia
la grandezza e la perfezione degli esseri. II R. batte la strada del Galilei,
ne accoglie quasi religiosamente i pijecetti ed il metodo, ma a qual fine ? con
quali intendimenti ? Per arrivare con Galileo alia certezza naturale delle cose
? Mi sembra che la lunga esposizione del suo lavoro filosofico contenga la
risposta genuina e sicura. Notisi frattanto, o meglio ricordisi, che spesso,
quasi in ogni dialogo, e, sto per dire, in ogni pagina, R. protesta di voler
affidarsi alia sua ragione, di volere starsi all' esame dei fatti sia esterni
che intemi nel suo discorso filosofico, e di non accettar ciecamente la
autoritil, a cui sembra fare una guerra continua ; e ripete a ogni passo che
non si deve formar giudizj sopra quelle che pare a noi, ma e'fa mestieri
esaminare le cose, avanti di pronunziar sentenzia ; e asserisce a ogni tratto,
che nel muover via via a se i dubbj sta la verace maniera per trovar la ragione
delle cose, e non nell' affidarsi alia sola Sbuiorith dei Maestri ; che d
percid necessario deporre nelle questioni qualunque maniera di anticipati
giudizii a favore piiH d' una che d' un' altra opinione, sia d'Aristotile, o di
Platone, o di Pittagora, o di qualunque siasi altro, imperciocchd r apprensione
fa in noi grandissima forza, anzi iegli d molto malagevole lo spogUarsene,
quando ci si 6 fatto r abito da' primi elementi degli studi (Dialogo J2'',
cotitro i Sofisti). II lettore vede che qui tutto in apparenza precede
direttamente ; che il filosofo, nel metodo esteriore, ^ seguace del Cartesio e
del Galileo, oh' egli e insomnia un moderno. E, voglio avvertirlo, non intendo
chiamar filosofo moderno chi d' ogni autorita e sprezzatore, imperocchd allora
bisognerebbe non fosse piil uomo, essendo pur essa, I'autoritii, un elemento
essenziale deir umana ragione. N^ il Galileo e gh altri fecero getto di quella
; chd anzi studiava il nostro matematico e Platone e Aristotile, e da tutti,
siccome Socrate, avea ambizione di intendere, e I'autorM ragionevole di essi
fomivagli sussidio a conoscere la verity. Se non che R., che professa di
seguire queste onne, e di accogliere in questo aspetto il metodo di esame, nel
fatto, e consapevolmente, vi si diparte. II suo metodo ed il suo esame non 6
che un istrumento per la vittoria della fede. In che modo ? Gik prima di porsi
in cammino verso i tre obietti della filosofia, la natura esteriore cio^, la
nmana e la divina, ha determinato in mente sua il punto preciso a cui egli
vuole arrivare, non per teoremi razionali, ma secondo la fede soltanto; e guai
altrimenti, con tanta sfiducia in che e'tiene le forze della ragione ! Egli ha
detto : — Queste sono le verity inf allibili di nostra fede, alia quale io mi
piego interamente : la umana ragione, pud ella, nel suo procedere, condurmi
alle medesime verity ? riesce ella a darmene una riprova certa o soltanto
probabile? Esaminiamo!— Vedete pertanto che questo esame non h un mezzo per*
scoprire la verita, come per il Galileo, per il Cartesio, e pe' filosofi
moderni ; R. questa verita nell'ordine degK enti la conosce per fede; il suo
esame razionale non ha per obietto di mostrare la potenza della ragione, o
anche 1' accordo di questa con la fede; ma in lui e palesemente la
preoccupazione di mostrar coUa ragione la impotenza della ragione a dame
certezza, per concludere poi a favore della fede che la certezza pu6 venirci
solo da questa, e che si accordano con essa le massime probability razionali.
In un tal quale rispetto, data la differenza dei tempi, somigliano i Didloghi
di R. al Saggio del La Mennais Sulh Indifferensa, ed in un altro rispetto ne
dissomigUano. Qual somiglianza ? II La Mennais voile in quel Saggio provare, come
R., la impotenza della ragione a faxci conoscere con certezza la verity,
certezza che solo vien dalla fede. In che la dissomiglianza ? 11 La Mennais
afferma che la nostra ragione da s^ sola si contraddice di necessity ; R., per
contrario, afferma che la ragione pu6 giungere a dottrine piU o meno probabili,
e, come probabUi, in armonia coUa certezza della fede. Che la ragione non si
reputi capace da lui di giungere alia certezza, egli lo mostra da cima a fondo
ne' suoi Dialoghiy dove e nella filosofia naturale, e nella morale non arriva
colF esame e colla riflessione che a ragioni probabili piii o meno. Orazio
Bicasoli Bucellai, la sentenza socratica quesf uno to So che nulla io so
accettando solo negativamente, d^ mano per il suo metodo de' probabili alio scetticismo
; in quella guisa medesima ch' ei la rid^ col suo eclettismo. E tanto ^
negativa 1' applicazione dell' aforisma socratico in tutta la parte de' suoi
Dialoghi, la quale si comprende nella Villeggiatura Tusculana, che pur le
dottrine stesse del Galileo, dove si accennano teorie filosofiche sul mondo,
anzich^ semplicemente sperimentali fisiche, non professa guari come certe, ma
come tra le probabili le piii probabili, sulla scienza del Mondo, e, come tali,
da non escludere che altre in progresso bandiscano quelle. Cosi neU'esporre il
Timeo di Platone, cosi nel trattato della Frowidenza^ che chiude la
Villeggiatura Tusculana, ei si restringe sempre nel solito probabilismo,
quantunque parlando del Provvedere eterno, o dell' Arte divina nel mondo, mostri
credere fermamente ch'ella esiste ed opera in esse ; ma le ragioni ed i fatti
ritiene nient' altro che come barlumi di quel vero, il quale per la fede
religiosa sfavilla alle menti che credono. E molto efficacemente della liberty
egli discorre, facendo tesoro degli argomenti recati in campo da'piH reputati
filosofi in sostegno di essa; ma con le riserye consnete della Seconda
Accademia, e considerando la ragione come regina se non spodestata del regno
intellettual/B dell' Uomo, pur di ben misera autorit^ e ginrisdizione sovr'
esso. Solamente le verity matematiche hanno yirtd di evidenza per lui, Bicchd
per esse la ragione ritorni sovrana, e siano del sapere i primordj sicuri.
Nelle morali verity poi lascia egli quel suo metodo dei probabili e afferma con
sicurezza ; ma queste affermazioni non procedono da evidenza di ragione, bensi
apparisce chiaro che esse procedono dalla dottrina del Cristianesimo intorno ai
fini soprannaturali, ed ai precetti per conseguirli ; tanto che le dottrine
platoniche, aristoteliche, ec, servono solo di raflEronto al catechismo. Questo
sia detto pel metodo della filosofia nelle opere di R. ; su che io stimo aver
discorso bastevolmente, dopo Tesame che il leggitore ha avuto occasione di fare
da se, con qualche ampiezza, de' Dior loghi filosofici di lui.' Aggiungo ora,
ne ^ difficile persuadersene, che egli nel sqo sistema filosofico 6 eclettico,
e pero dit mano di nuovo alio scetticismo, riproducendo cosi pure per la
centesima volta le condizioni del pensiero in quel secolo, ed espirando
inalterata I'atmosfera filosofica del suo tempo. Vuole avvertirsi come i tre
punti cardinali, a dir cosi, del suo filosofare dovevan condurre»R. all'
eclettismo. Quei tre punti consistono : primOy certezza per la fede ; secondo,
cdmputo delle razionaU probability in sostegno della fede; ter^o, esclusione
delr autorit^ del tale o del tal altro filosofo particolare, secondo gl'
insegnamenti di Galileo. Sicche non avendo R. piena fiducia nella ragione,
escludendo le particolari autorita dei filosofi, doveva naturalmente ridursi a
cercare i dati del suo cdmputo di probabilita nelle opinioni varie di tutte le
scuole, tentandone un accozzo. Aristotile e Platone, Epicure e Cartesio,
Galileo e il Tradizionalismo, tali erano le scuole principali che disputavansi
il terreno in quel secolo. Lo abbiamo veduto. II R. ve le trova, ne apprende
gli intendimenti, ne tenia un accordo; diro con frase piil viva, e che il
lettore mi consentir^, ne immagina una confederazione, con a capo, perche
sfiduciato della ragione, la fede. II R., pertanto, che ritraeva in tutto del
sue tempo, in cui la forza speculativa degl'Italiani era svanita, e non
lievemente svanita, di questa vigoria di speculazione non era pur egli a
dovizia fornito, per riuscire ad aggiungere intendimento si alto e generoso, a
formar ciod questa sintesi, e comporre un' armonia si sovrana. Era dunque
inevitabile che in queste armonie tentate ei si smarrisse, riuscendo invece a
una fantasmagoria di accordi, cioe ad un eclettismo di quei vari elementi, di
quelle dottrine diverse, e perd, lo ripeto, desse mano di nuovo alio
scetticismo, poiche r eclettisrao sia di questo una forma particolare. E dico
cid, distinguendo le intenzioni dalla essenza speculativa d' un sistema. L'
eclettico, per le intenzioni sue, ^ tutt' altro che scettico, anzi vuole
opporsi alio scetticismo: ma e scettico speculativamente, giacch^, negando che
la ragione abbia potuto mai produrre con un criterio intrinseco suo, una
dottrina non esclusiva di sostanziali verity, crede che la filosofia si divida
tutta in sistemi particolari ed erronei, dal cui ricucimento possa derivare la
dottrina plena, o almanco la dottrina massimamente probabile. Indi apparisce
chiaro che, quantunque V eclettico dica valersi d' un criterio interiore od
anche della coscienza, principalmente si vale di im criterio esteriore o
storico; poichd altrimenti, se fiducia avesse nel criterio interiore, non
impugnerebbe la tradizione della filosofia vera, n6 la porrebbe necessariamente
divisa in brani od in sistemi erronei. Va bene che lo studio dei sistemi giova,
bensi come aiuto, n^ potrebbe giovare, quando nn criterio interiore per
eleggere il vero dal falso nei varj sistemi cimancasse. L'eclettico risponderd,
forse: Ma in tal caso, soggiungiamo noi, se un criterio interiore vi ha sicuro,
gli eclettici ban torto dicendo che tutta la storia della filosofia h una
storia di sistemi erronei, e che la verita pud solo venire dal ricucirli
insieme. Anche il tradizionalista nelle intenzioni sue e dommatico, ma h
scettico speculativamente, poich^ non ammette razionale certezza. Le quali cose
ho volute notare per la natura del mio soggetto, a far vedere cio^ che,
filosoficamente considerato, R. partecipa dei dubbj del suo tempo, e che egli
cerca rifugio dai dubbj dommaticamentenel tradizionalismo, eniditamente nell'
ecclettismo. Qual'^ infatti la sua dottrina intorno al mondo, all' Uomo, ed a
Dio? Ne'primi sedici Dialoghi, ne' quali si espongono le dottrine de' piii
antichi filosofi intorno a'principj universali della natura, e che formano, ho
detto, la parte negativa del suo filosofare, R. non acr cenna ad alcun sistema
suo particolare intorno al principio materiale dell' Universe, e solamente
riducendo al nulla e destituendo d'ogni valore di verity tutti quei sistemi
ritornati a vita dal Rinascimento, intona, pud dirsi, 1' estremo funerale a
quel grande periodo della nostra filosofia. Bensi noi ci accorgiamo di leggieri
come egli in quelle pagine stesse distingua bene, del pari che Galileo e la
scuola moderna, la scienza metafisica dell' universe stesso dalla filosofia
naturale dalla fisica: progresso grande, invero, questo;unperocch^ per 1'
innanzi e nel Medio Evo e presso i Peripatetici formava parte integrale della
filosofia la fisica. o filosofia naturale, diversa assai dalla scienza metafisica
del mondo, alia quale ben piCi avvicinasi la fisica di Aristotile e di Platone,
intendendo essi questa appunto non come scienza tutta di esperimenti esteriori
(nd r avrebbero' potuto), ma come cosmologia nel senso che le diamo oggi ; vale
a dire la scienza dell' ordine mondano in relazione colPanima umana e con Dio;
sebbene ponessero in questa anche lo studio deU'anima, come r ultimo punto a
cui la fisica menasse. Comunque, la confusione della fisica coUa metafisica era
in que' secoli giunta al colmo, cagionando que' conflitti e quelr eteme dispute
che nelle scienze rendonsi inevitabili, ognivolta gli obietti loro per natura
ed essenza distinti si mischiano. Ed i fisici che volevano farla da metafisici,
ponendosi a ricercare nell' ordine degli enti esterni le leggi che
governavangli, presumevano trovarne apche i fini, invadendo per cotal guisa il
terreno della metafisica, con indicibile danno della scienza e del suo stesso
incremento. Ma R., riconoscendo tutto cio per la benefica influenza delle dottrine
e del metodo Galileiano, sfugge i pericoU di queste confusioni peripatetiche,
n^ i fini dell' universo d^ per obietto di studio 6 d' investigazioni alia
fisica, la quale intende ne' termini stessi del suo maestro, riprovando nel
fatto del suo scetticismo, e del senso negative con cui in questa parte intende
1' aforisma socfatico, quella naturale filosofia architettata a priori o con
induzioni ed esami troppo superficial! da' filosofi antichi, e ritomate a vita
e seguite, qual piii qual meno, da alcune scuole del tempo suo. Tantochfe del
medesimo Platone ei rigetta le opinioni intomo alia formazione del Mondo, come
quelle che non si fondamentano sulle solide basi relazioni di dipendenza dell'
una parte dall'altra, e implicitamente combattuto 1' errore di quei che V uomo
dicono operare in tale e in tal modo, col tale o tal organo, perch6 ha quell'
organo, non perchd questo I'abbia avuto a quel fine. Ed ecco percid un altro
punto capitalissimo nel quale R., pur non escendo dal suo probabilismo, segue
la filosofia modema, n^ cade nolle negazioni che delle cause finali si era
&tto prima di lui, e si faceva anche al suo tempo. Ma di ci6 basti: ch^
inutile ripetizione sarebbe recar qui nuovamente le parole del nostro
Scrittore, dove di queste ragioni finali delle cose tutte dichiara la sua
credenza. N6 stard guari piii oltre a ricordare come R. ancora dissenta da
Platone che ammette r Anima dell' Universo, mentre si adopera a scusarne r
errore, e a conciliare tal dottrina, interpetrandola benignamente, coll'
insegnamento fisico galileiano e con quelle religiose della Prowiden0a. Come il
lettore ricorder^, R. passando in rassegna i yarj sistemi antichi della
filosofia naturale, pose avanti il concetto che Platone ayesse potuto intendere
di assegnare al mondo per anima sua la luce, che per Galileo ^ a tutte le cose
frammista, ed e la estrema espansione della natura e in essa tutto risolversi
di tutto cid che 6 nel mondo con la rarefazione. N6 di cid abbiamo osservato
esser pago il Kucellai, che nel Timeo si fa varj altri quesiti intorno a quanto
di diverso dal fin qui detto potrebbe immaginarsi aver Platone opinato suUa
natura delP anima universale, come, per esempio. se abbia potuto creder esser
quella Iddio stesso, o TAmore. Indi dal primo supposto piglia le mosse a confutare
il Panteismo e il Naturalismo conforme alle dottrine stesse Platoniche e de'
piCi reputati filosofi del suo tempo, da'quali toglie gli argomenti probabili
in difesa della distinzione di Dio dal mondo. E cosi dal vedere che per tutto e
seme di amore, nelle cose inorganiche, organiche, negli animali e neiruomo, e
da considerare i fini della creazione, si domanda se per anima dell' universe
Platone possa aver tenuto I'amore, come quello che, necessario, tira a
ricongiunger le cose che per il loro difetto dal loro ordine deviano, e,
libero, le creature ragionevoli. E ambedue le ipotesi o i supposti spiega
affermando che Dio non si deve confondere col mondo, ne ponsare che egli vi si
trovi quasi anima in un corpo ; che Y amore puo, ma non come essere vivente,
ritenersi per anima universale, sibbene e Dio stesso, h il suo amore, o lo
Spirito Santo, il quale, virtii vivifica, e legge impermutabile infinita ha
valso air ora della creazione, e varra in perpetuo. E a questo sense crede R.
poter ridursi, cristianeggiandolo, il pensiero del filosofo greco, della
cosmologia del quale ricorda alcune sentenze da cui puo arguirsi che 1' amore
abbia egli considerate se non come 1' anima intera del mondo, almanco come il
fiore d'essa, che consiste nel medesimo; quell' amore che appresso i cristiani,
in Dante, in Petrarca ec, 20 altro non 6 nel suo concetto divino che la
provTidenza, o lo spirito che di s^ tutto riempie 1' iini verso. E quest'
accordo tra Platone e la fede in tal subietto palesemente dimostra aver tentato
R. ne' suoi Dialoghi ddla Prowidenffa^ ne' quali abbandonandosi spesso a
mistici voli, si compiace rinvenire questa profonda armonia tra il precetto di
fede e il pensiero del filosofo pagano, il quale, per lui, (ed ^ in fatto),
piii d' ogni altro nell' errore della gentility avvicinossi all' idea vera di
Dio e de' suoi divini attributi, quasi davvero gli si fosse in parte svelato. E
per concludere sull' opinione di R. intomo al mondo, resterebbe a ricordarsi
del come egU applichi le armoniche proporzioni aU'anima dell' universo, e in
qual modo, altresi, riconosca I'importanza delle matematiche nello studio di
esso, e quanto potuto abbia su di lui la benefica tradizione Platonica in
questo argomento. i] agevole in brevi parole sodisfare a quest' oggetto, rammentandosi
come egU, il nostro scrittore, discorso delle matematiche, esponga neUa sua
verity r applicazione che 1' Ateniese fa di esse aU'anima Platonica, senza
as^entirvi, non ammettendo Tanima universale ; ed invece riconoscendo in tutto
1' universo la intelligenza geometrizzante divina, il numero, V armonia, dia
lode a Pittagora, Platone e a Galileo che fecero base dello studio del mondo le
matematiehe, e continui la tradizione perenne, chiamando con essi la scienza
delle quantity Vabbkcl di ogni sapere. E come Platone, cosi R., che ne illustra
il Timeo^ dall'anima universale passa a discorrere del1' anime razionali e
della loro immortality. II lettore ha tenuto dietro all' esposizione di questi
argomenti, n^ vale qui, anco in succinto, ritornare sopr' essi pid. Certo, il
nostro filosofo, ritagliando pur qui dalle teorie platoniche sull'anima tutto
quello che alle dottrine del Cristianesimo contrasta, gli argomenti di Flatone
sulla natura ed immortalitS; di quella accetta ed espone, e cosi di Socrate, di
Pittagora e di Cicerone, de' Dottori e de' Padri, come poi del Ficino e de'
neoplatonici del secolo decimoquinto, e anco del Cartesio, contemperati da
quello che la fede cristiana ne insegna, onde dal grado di argomenti probabili
assorgano alio splendore della certezza. Ch^ col lume della ragione solamente
nelle prove dell' immortality dichiard anche qui nmi esservi da aspettarsi mai
prove convincenti^ oltre quelle della nostra infalUbile cattolicd dot-trina,
percM elle non sono da rioi, ma si bene favellar se ne puote, e trovarci da
proporre molte verosimiglianze e probability. E dove dell' idee parla, tenta
(lo vedemmo) un accordo tra gli archetipi etemi di Platone a' quaK s' inalza la
mente umana e le idee innate del Cartesio. Imperocchd e' rigetta 1' opinione
aristotelica, tornata, tra' moderni, in vita da Condillac, che lo intelletto
umano sia tanquam tabula rasa, in cui si venga a Bcriver man mano, e, pur senza
sottoscriversi alia teoria della reminiscenza nel sense platonico, ammette
invece la mente umana illustrata da un lume supemo impresso in essa da Dio,
quantunque poi non sia ben chiaro del come cid avvenga, e anzi reputi questo un
mistero, nel tempo che Platone ammette chiara e determinata la cognizione delle
idee eterne. Non esclude la relazione obiettiva di queste, e accostasi alia
teorica delle idee secondo il Cartesio, temprandola col suo neoplatonismo, e
combatte il Gassendi, non escludendo per6 quel che gli sembra contenere di
buono, fino a dire che ritagliando un po' di qu^ e un po' di 1^ si puo venire a
un terzo ripiego di verosimiglianze. E in fatti ritiene come probabile che
Iddio creando ranima e infondendo in essa il lume delle idee, queste per la
nebbia del corpo e de' sensi yengano ad essere alquanto nel loro fulgore
offuscate, e i nuvoli della materia parino la vista all' occhio deiranima, per
modo che anche da tal fatto del conoscimento imperfetto attuale delle idee e
delle cose arguir si possa Tadempimento per noi del conoscere intiero in altro
luogo che sia. Ma, convien dirlo, a me sembra che in questa teoria della
cognizione e in quest' accordi e' non riesca ben chiaro a determinar cosa pensi
; e che il suo probabilismo assuma qui la qualita dell' esitazione e della
incertezza, e che in questa e'faccia pur altalenare la mente del critico. Causa
al certo non secondaria di tutto ci5 le deboli ali del suo speculare, ben
diverse dalla semplice erudizione, che mentre al probabilismo suo pud dar la
quality di erudite, non vale ad aggiungere vigoria a quelle intelligenze
spossate da' contrasti di si diverse dottrine. Che se dall' intendere dell'
uomo passiamo al volere, noi, nel combattere ardente che fa il Kucellai ogni
obiezione della scuola epicurea e determinista, la quale niega la liberta
umana, avemmo luogo di riscontrare anco qui il neoplatonico cristiano, il
quale, facendo tesoro di' tutti quanti gli argomenti che dalr antiche scuole
fino a' suoi tempi a sostegno di essa si recarono, manifesta 1' ampia
erudizione della sua mente da un lato, e dall' altro il suo intendimento di una
sintesi delle opinioni diverse, come per esempio quella della liberty e quella
del fato, lo stoicismo e r epicureismo, del libero arbitrio e della
predestinazione, siccome riscontrossi ne' Dialoghi della Provvidenza. Cio che
preme di notare si d in primo luogo: che alle varie facolta dell' anima non fa
corrispondere altrettante anime, e, come a- dire, giusta il pensiero platonico,
la vegetativa, la sensitiva, e la intellettiva, radice della conoscenza e del
volere ; sibbene pur ammettendo queste distinzioni, le considera come quality
di un' anima sola, creata da Dio, allorch^ il corpo deiruomo venne formato. In
secondo luogo: che il R. ponendo in sodo, con tutti gli argomenti pro7 babili
de' quali puo disporre, la liberty dell' arbitrio umano, ci stabilisce le
fondamenta della morale, precisamente come Platone faceva, e la possibility per
r uomo di tendere al conseguimento del bene perfetto e della perfetta felicity.
Basta il ricordare il Proemio alia Villeggiatura Tibnrtina per rendersene
persuasi, e riandar col pensiero principalmente i due be'Dialoghi che nel
trattato della Provvidenza si trovano, dove del dono della ragione, e della
liberty e del fato discorre. Come in principio della esposizione della sua
psicologia e filosofia morale osservammo, giova rammentarci qui esser questa la
parte piil manchevole e imperfetta ie^ Dialoghi; pur tuttavolta sufficiente alr
intendimento mio, che ^ quello di dimostrare il suo eclettismo, e V
applicazione mancata in lui del Nosce te ipsum. Vuolsi avvertire qui come succedesse
al Rucellai quello che poi succedette al Cousin, qualunque siaperaltririspetti
la diversita d'ingegno, d'inchnazioni e di successi dall' uno all' altro. II
Cousin, cosi nelle sue Lezioni di storia della filosofia, come in ogni altra
sua opera, sempre ripete per gl'insegnamenti di Cartesio la necessity, dell'
osservazione interiore o dello studio della coscienza umana ;sicche parrebbe
ch' egli lo studio de' sistemi avesse dovuto subordinare a questo esame
interiore, e al criterio della coscienza. Ma invece lo studio storico de'
sistemi ^ V intendimento eclettico ed espresso del Cousin che reputa trovare in
essi la integrita della filosofia. Similmente R. ripete il Nosce te ipsum di
Socrate ad ogni istante; ma in fatto poi si vale piCi eruditamente dei sistemi
che non delr esame interioi:^. E come la interpetrazione negativa del questo io
so che nierUe to so valse al R. d'impulso ad una speculazione erudita,
piuttostoche ad una speculazione spontanea; cosi la parte dubitativa negativa
delle dottrine cartesiane servi d' impulse al Cousin per il suo Edettismo. Ed
infatti, lasciando d' intrattenersi suUa psicciogia^ cui il medesimo R. guarda
e passa, nella parte morale, senza dimenticare la stregua infallibile de' suoi
ragionamenti, le verita della fede, egli non voltando le spalle alle teorie
morali platoniche, pur quelle di Aristotile e degli stoici cerca studiosamente
di conciliare insieme, giusta pud vedersi nella definizione della virtii e
nella classificazione degli ofBcj umani. Si pud dire anzi che egli non abbia
fatto che seguir passo passo or questo or quel sistema e quel metodo; che il
suo, piCi che un trattato, anco incomplete, sia piuttosto uno specchio delle
sottili distinzioni di quelle virtii e di quel doveri, che Cicerone viene nei
suoi libri enumerando. Imperciocchd il leggitore abbia in mente quali fossero
intomo la morale o la teorica delr operare i pensieri di Platone, di Aristotile
e della Scuola Stoica. — Platone ammise Dio esecutore e mallevadore della Legge
morale. La qual legge, imposta al volere deiranima, da Platone stesso
riconosciuta e per la prima volta dimostrata immortale, riducesi alia pratica
della virtii, che 6 la imitazione dell'Archetipo sommo, ciod a conformare le
nostre azioni alle idee, anteponendo all' amore dei beni sensibili quello del
buono assoluto. La virtii d una ; ma comprende in se quattro elementi, che
corrispondono alle quattro virtti conosciute da noi sotto il nome di cardinal!,
sapienza (sofia), coraggio o costanza, temperanza e probity giustizia. L'
applicazione della legge morale non gi^ alia volontS; degl' individui, ma a
quella del popoli e delle nazioni, costituisce la politica nel senso di
Platone, il quale, oltrech^ veniva meno a s6 stesso, allorch^ distinti nello
stato i tre ordini, ottimati o sapienti, guerrieri ed operai, questi faceva
servi, non punto mostravasi alia corruzione dei tempi superiore, quando, per
esempio, pigliando a massima che 1' utile non dev' essere un diritto esclusivo
e che dalla society umana vogliono eliminarsi i sospetti di prole illegittima,
ne inferiva la comunanza dei beni e delle donne. Per Aristotile il bene morale
^ la felicitit, il bene assoluto e la beatitudine perfetta che comprende V
attivit^ perfetta e il godimento perfetto. Base dell' operare umano ^ la
libert^i, il cui esercizio perfetto fa raggiungere la felicity, che ^ la somma
dei godimenti. II bene finite non § che un accostamento al bene assoluto: desso
bene s'identifica col fine, e perd la ricerca del bene e del fine si unificano.
II mezzo pertanto di conseguir questo bene, ossia la felicity, § la Yirtti. La
quale consiste nell' evitare i due estremi del vizio, come la vilta e la
superbia, tenendoci nel giusto mezzo. La giustizia poi d tutta la virtti; h la
virtd nelle relazioni che gli Uomini hanno tra loro (Lib. V, Etica Nicomachea).
Or bene, ognun vede subito come la base su cui si fonda la giustizia d per
Aristotile opposta a quella su cui la stabilisce Platone. Imperciocchd
Aristotile parta dallo studio delrUomo e dei fatti sociali, e sia guidato, come
Platone, dall'ideale del bene assoluto, ed essere divino; ma pero il suo ideale
6 il tipo perfetto della virtd, cio^ la beatitudine, che • comprende attivita
perfetta e godimento i)erfetto ; mentre 1' ideale Platonico contiene r unita
perfetta, assoluta, e percio il niodo di render giusto rindividuo e lo stato e
per Platone queflo di nniiicarli il piii possibile. E infine quail erano gl'
intendimenti degli Stoici? € Insegnano (riepiloga il Paysio nella sua SL deUa
FUosofia) che ogni male ed ogni bene ^ solo apparente o relativo, tranne il
vizio che d un male vero e positivo, e la virtii che ha in se un valore
assoluto. La virtii ^ una sola, un solo il vizio, e tutte le buone azioni fra
loro, come fra loro le cattive, sono equivalenti ; ma la virtti si esercita in
quattro modi principalmente, colla prudenza, col coraggio o fortezza d'animo,
colla temperanzia e colla giustizia; e dicasi lo stesso del vizio, le cui forme
stamio negli otto contrarj avendo ciascuna virtii due contrarj opposti. > La
virtii che consiste nel vivere secondo la legge della ragione bene ordinata
come il yizio (^ una conseguenza della ragione disordinata o pervertita, che
non sa vincere le cattive inclinazioni, sradicare gli affetti colpevoli)
conduce alia felicity, riposta nel vero vivere, cio^ in quello stato dagli
Stoici chiamato apatia^ nel quale 1' animo senz' essere insensibile, e pero
libero da ogni passione, e, in genere, da tutto che possa turbare la pace
interna. Questa la mercede alia virtd promessa, questo il premio accordato al
sofo o saggio, r apatia. Frammezzo alle contraddizioni e agli errori dello
stoicismo, che qui non giova rimettere in mostra, ognuno scorge nel sistema un
germe di nobiK dottrine, fatte per elevar 1' Uomo e destare in lui il
sentimento della propria dignity dagli Stoici (s(^giunge il Paysio giustamente)
portato fino all'orgoglio presuntuoso, e direi quasi feroce, che i beni
menzogneri disdegna, e i inali pcggiori non cura, anzi disfida. » Si fractus
illabatur orbis Impavidum ferient ruince. » (HoRAT., lib. Ill, od.S.) Ebbene,
ne'due Dialoghi della morale del RuceUai, non che sparsi poi in tutti gli
altri, precipuamente nel trattato della Provvidenza divina, noi ritroviamo
predominare quest! tre sistemi da me riandati di volo, e del quali egli cerco,
tolto da ciascuno il non buono, T accordo, subordinandolo sempre, s' intende,
ai principj della morale cristiana che irraggia e vivifica V umana coscienza.
Pone egli, con Aristotile, mezzo della felicity la virtii che sta tra due
estremi ; con che non dee intendersi il mediocre, sebbene la giusta misura
oltre la quale e un trasmodare. La ragione, egli dice poi con Platone, fonda i
suoi motivi sulla costanza de' beni, e con gli Stoici stima beni anco i mali
present!, che perd menano a felicity. E distingue con Aristotile tre sorta di
beni, ieWAnima, della fortuna e del senso^ e che nel definir giusto la natura
di quest! beni, e aggiunge quale tra essi costituisce il fine vero dell' Uomo
sta la filosofia morale che ^, dice egli, la pii\ vera e megliofondata
filosofia deU'Uomo. La quale null'altro 6 alia per fine che il timore di DiOj
in che sta il vero mezzo di conseguire la vera felicity, ciod il Paradise, che
equivarrebbe al possesso del Bene sommo, assoluto di Platone. Qui R. segue
addirittura le credenze religiose, alle quali vuol ricoUegati i sistemi di
morale antica rivissuti ne' contemporanei : tantoch^ pur lo Stoicismo che qui
parrebbe escluso, ricomparisce a ogni tratto, ed in pagine, a dir vero,
beUissime; imperciocchd soventi fiate il filosofo nostrp vada ripetendo che la
virtil dee esercitarsi ad ogni costo, e malgrado tutto ; e nell' esercizio di
essa debba Y Uomo ritrovare quaggiii la vera felicity. Pero quantunque R. abbia
posto a fondamento della morale la libertlL umana, siccome vedemmo, pur n^
dell' origini del dovere, n^ del percM della Legge morale ragiona, cbe ha
fondamento nel divino e trae dalla mente eterna la sua forza, la sua sanzione :
invece li pone come postulati necessarj e gia consentiti da chi lo segue nei
suoi discorsi, quantunque non manchi di distinguere tra legge divina e
naturale, e tra naturale e positiva. Nella divisione poi delle rirtii e nell'
analisi di esse e degli opposti loro, segue Aristotile, Cicerone e san Tommaso,
come pure segue questo e Platone neUo stabilire il fine della Society umana,
cbe riconosce nel Bene comune, nell' utile coordinato all' onesto : ond' 6 ch'
ei tiene per principal fondamento dell' umano consorzio e regolatrice degli
Uffizj umani la giustimy e poi le altre virtii, cbe insieme a tutte le loro
compagne secondarie definisce con san Tommaso, come quest! le avea alia sua
volta definite con Cicerone e con Aristotile. E nel dividere gH ufficj stessi
dell' uomo, segue il R. Cicerone; anzi, ricordisi, egli quind' innanzi non fa
cbe ripetere in compendio tutto cid cbe il giureconsulto romano lascid scritto
intorno a sifiiatto argomento, temperandolo sempre con 1' insegnamento
cristiano. In conclusione, come nel tempo suo anco nolle questioni supreme
morali riscontravasi un contrasto di dottrine, la platonica, 1' aristotelica,
la stoica, la epicurea, la cristiana; cosi negli scritti morali del R. tutti
questi diversi elementi ritrovansi in un singolare eclettismo riuniti. E bo
detto ancbe la scuda epicureaj e non a case; imperoccb^ R. stesso non escluda
che pure i beni del senso ordinatamente goduti sieno fonte di felicity, e mezzo
al conseguimento del vero bene; nel che scorgesi tosto bensi la diflferenza tra
lo intendimento Epicureo e quelle di lui ; poich^ mentre Epicure e i suoi
seguaci nei beni del senso ordinatamente goduti fanno consistere il vero fine
della natura umana; R. tempera e corregge tale dottrina, restituendo a' beni
sensibili il valore e V ufficio che ad essi si compete, vale a dire di mezzo al
raggiungimento del fine supremo dell' uomo, che 6, giusta Platone e il
Cristianesimo, il Bene Sommo, Iddio. Proferendo questa parola, entriamo
finalmente nei penetrali della teologia : esaminiamo brevemente se pur in essa
il fiucellai verifica il nostro concetto, dope di che, dato un rapido sguardo
alio stile e a' personaggi de' suoi Dialoghi, avrd terminate. Come Platone,
cosi R. riguarda Dio ente eterno, infinite, beato in sd e finalita suprema,
nella cui mente riseggono gli Archetipi eterni ; pero mentre Platone cade nel
Dualismo, facendo coeterna a Dio la materia, egli, R., col Cristianesimo si
scosta qui dall' insegnamento platonico, e professa Dio creatore ex nihilo,
tomando poi con V Ateniese e Pittagora a considerarlo com' eterno
geometrizzante, ordinatore e provvidente, e da questo attribute di Dio, dall' Arte
divina che si manifesta nel Monde trae argomenti probabili dell' esistenza del
supremo Facitore, non escludendo perd affatto la possibility della prova a
priori^ quelle, per esempio, del Cartesio, che dall' idea dell' infinite
argomenta la sua realty; ma pure stabilendo sempre a cardine de'suoi
ragionamenti le verity della fede. E nel passare in esame il trattato sue della
Provvidenza, credo il lettore abbia veduto R. far tesoro di tutta la tradizione
filosofica teistica contro r Epicureismo, specialmente della filosofia de'
Padri del Cristianesimo, sovrattutto dove discorre del mali e delr origin loro,
dimostrando come di veri mali sia solamente V uomo autore e capace, perchd
dotato di libero arbitrio ; e come Iddio, essere perfettissimo e prowidente per
sua natura, non possa essere origine di male vero ; mentre quello che a noi
nella natura sembra male, o ^ limit e naturale delle cose, siccome la morte, e
pero non e male in s6 ; ovveramente 6 del fatto, che giudichiamo esser male,
sconosciuto a noi il fine o Tordinamento, e in tal caso egli e questo un errore
delle nostre corte intelligenze; e qui, in tali dottrine, come vedesi, ha
seguito Platone, e gli Stoici, e la tradizione universale cristiana. Ma per 6,
ricordiamoci anco una volta, egli, affermando tutto ci6 col lume naturale,
dichiara di non potere escire da' limiti del probabilismo, e di esser
necessario lo starsi a quel che la Fede ce ne disvela, imperocch^ V uomo che
colla sua ragione sola vuol troppo scoprire la verity, vada a caccia deUa iugia,
Platonico adunque egli e nelF ammetter Die e nel provarne la sua esistenza ;
Cristiano nell' ammetterlo come Creatore ; probabilista nelle sue conchisioni
di ragione ; mistico e tradizionalista ne' suoi intendimenti e nel suo metodo
reale, generalmente seguito nell'intiera opera sua. Egli e dunque R. nell'
esame de' tre obietti deUa filosofia, V Universe, 1' Uomo, Dio, una seconda
volta scettico filosoficamente, poich^ egli non esce dalr eclettismo.
Imperocch^ (ho dimostrato) 1' eclettico, sfiduciato dal contrasto turbinoso
delle opinioni e de'sistemi diversi, abbia perduto ogni stima nel criterio
interiore della coscienza, che ei reputa incapace da sola a riconquistare le
regioni della verity ; ma pur bramoso di questa, si pone a sceglier tra le
tante teorie quel che gli pare sufficiente a ricostituirsela innanzi gli occhi,
formosa piil ch' e' pud, affine di sottrarsi alia desolazione del nulla. Se R.
abbia vissuto in un' et^ di contrasti, vide il lettore diflfusamente. Ond' ^
che la cagione del suo eclettismo ne sorge evidentissima, e tale che raentre
giustifica in parte almeno il suo errore, stabilisce il punto di vista
importante sotto il quale si pud considerare quest' uomo, e mostrarlo ai
cultori delle disciphne filosofiche, agli studiosi delle leggi con le quali il
pensiero umano si svolge nelle vicende de' secoli. Un' ultima considerazione.
Essa risguarda la strutturade'DmZa^'Aitilosofici delnostro scrittore, forma
esteriore, ciod, stile e personaggi ; ritrovando anco in questa un triplice
riscontro della verita del soggetto propostomi, e, fin qui, io credo,
dimostrata. Non occorre dopo il gia osservato superiormente, riandare anche per
capi, le condizioni della lingua e letteratura del tempo. Noi le abbiam
presenti, e basta esaminare la forma esteriore e lo stile de' Dialoghi di R.,
perchd sia evidente la rispondenza tra le prime e i secondi. Qual' e infatti la
forma de' suoi scritti filosofici ? II dialogizzare socratico, forma prediletta
nell' antichita, risuscitata in Italia fin dal trecento dal nostro Petrarca.
Quella forma preferita pur anco dal Galileo, siccome la piii acconcia a dar
calore di vita alle dottrine, ed a rappresentarle alia mente, direi, come
esseri animati. II Eucellai, anch'egli ammiratore delle dottrine platoniche, e
seguace almeno esteriormente del metodo di Socrate e del Galileo in quel
secolo, oltre dettar le opere sue nella lingua volgare, predilige acconciarle a
quella forma cosi semplice, come efficace, e che tanto bene opponevasi anco in
cid al fare irto e disarmonioso de' Peripatetic! eccessivi e della Scolastica
(specialmente de' seguaci di Scoto e degli Averroisti), la quale, per cosi
dire, gelava il pensiero in quelle forme secche ed incadaverite, e rendeva
gravosa la scienza destituendola di ogni attraimento ; con che non vogliaino
offendere la temperanza de' libri di san Tommaso, pur nelle forme
sillogistiche. Imperciocch^ la scienza sia non un che morto, ed astratto, ma
parlandoci dell' universo, delle meraviglie dell' uomo, della vita divina e
delle loro relazioni, debba esser anzi supremamente viva, ed adoma di bellezza
giovanile, perch6 sia quanto pud piii fedele imagine di quegli obietti. Ed ecco
I'arte stupenda dell' Ateniese, ne'cui 2)ia?o^M tu senti spirare quell' anima
dell' universo che nelle sue poetiche speculazioni si finse; il cuore dell'
uomo battere ad ogni istante di palpiti sovrumani e rispondere alle celesti
armonie, e Iddio come sole intelligibile scaldare, fecondandoli, i germi
preziosi di quella mente, dove sorrise perenne la primavera del bello. Orazio R.
commosso da questi concenti divini, voile nell'opere sue imitare Platone e la
sua arte; e, per dir vero, nelle sue platoniche descrizioni, nelr introdurre il
discorso suUe diverse materie con abbastanza facility, e saper man mano
socraticamente procedere nella risoluzione dei varj quesiti imita bene il
Maestro. Se non che i difetti dell'et^ sua pur qui compariscono, la difiFnsione
ed il tronfio, sicchd tu incontri, per esempio,uninterlocutore che
senzainterruzioniperprender fiato e per rompere la monotonia prosegue per
lunghissimo tratto a favellare, mentre passeggiano, come se si trovasse in una
scuola, sur una cattedra; e le immagini e le frasi ritraggono talora di quel
colorito che i tempi seco portavano, come ho avuto luogo di fare osservare per
le poesie e per le prose letterarie di lui. Con tutto cid la lingua d
tersissima e ricca, e in generale lo stile allettevole e ripieno di pure
bellezze : e ti 6 dato in questi Dialoghi ammirare delle voci preziose, sicch^
il filosofo italiano pud trovar qui, come nei Dialoghi stupendi del Tasso, e
nell'opere volgari di Monsignor Piccolomini, la genuina favella dottrinale,
anzich^ pescarla ne'libri stranieri. E la natura diversa de' personaggi
adoperati dal R. e un' ultima conferma delle nostre persuasioni. Infatti basta
a tutti ricordare chi pone a maestro e mantenitore principale de'suoi Dialoghi
iilosofici. fi il Magiotti, un neoplatonico vero, e seguace delle dottrine
fisiche del Galilei; ma sacerdote, e soverchiamente inclinato al
tradizionalismo, per guisa che laragione destituisca del suo legittimo valore,
e criterio supremo della verity professi solamente la fede rivelata. E gli
altri poi, credenti tutti, fingono di tenere o da Epicuro, o da Cartesio, o da
Aristotile, e al piii giovane, Luigi suo figlio, per il quale precipuamente
questi Dialoghi furono scritti,fa il Eucellai rappresentare la parte fanciulla
della ragione sola, che cerca liberarsi dai dubbi che I'assalgano; dubbi che
vengono passo passo fugati dagli altri coll' autorit^ di Platone e degli antichi
e moderni filosofi, corretti perd, io lo ripeto, dal concetto cristiano ne'
loro argomenti probabili, per trovar quindi V intera pace deir anima nella
certezza evidente della verity della fede. Come vedesi, adunque, i personaggi
stessi manifestano la natura del filosofare del Eucellai, il suo metodo, il suo
fine, e dimostrano essi pure quant' io non andassi errato definendo la
filosofia o il probabilismo filosofico del Eu cellai : un viaggio alia fede e
colla fede per la natura e per la ragione. Concludendo, io dico che in quella
guisa che nel consorzio civile del secolo XVII, pure nel Eucellai trovammo i
contrasti delle abitudini, de' pensieri e delle dottrine, giusta che ce ne
fecero testimonianza e la sua vita, e le sue poesie, e le sue prose letterarie
e scientifiche, ed infine i suoi Dialoghi filosofici. Che percio egli vale
meglio di ogni altro a rappresentarci il suo tempo, le quality costitutive di
esso in Firenze, imperciocche mentre tutti gli altri, chi ad una piuttosto che
ad un' altra opinione assentiva, chi un sistema piuttosto che un altro
seguitava, o nella fisica, o nella filosofia; il Eucellai che chiude V eik del
Rinascimento, tien dietro a tutti, e da tutti trae a comporre Tedifizio suo, i
cui materiali concilia ecletticamente con la verity della fede che gli fa da
cemento : e, altresi, perch^ questa conciliazione ha piil dell' accademico che
deir intimamente speculative; speculazione, che salvo le scienze naturali, era
molto fiacca a que' tempi nella sua patria. Sembranmi chiare le premesse,
legittima la conclusione ; per il che io dovrei aprir 1' animo alia speranza di
non aver fatto inutile cosa, n^ al mio illustre Concittadino reso onore
vanamente. II benevolo lettore che mi accompagnd lunghesso la via, non serapre,
a dir vero, amena e leggiadra, giudichera : e il suo giudizio, qualunque e' sia
per essere, riterro come impulse sapiente e amorevole a nuove e maggiori
fatiche, delle quali sar^ sempre mio fine la Verita ed il suo Amore* ai OTTAVB.
ALLA SERENISSIMA MARGHERITA D'ORLfiANS, Frincipessa di Toscana. Per un
mazxolino di Fiori donatole il giomo di Santa Mar^herita dal Priore Orazio R.,
Quando lacrime sparge il di nascente Dal sen delPalba in rngiadoso nembo,
Ghiare conche eritree del mar iremente Teti gli appresta, e le raccoglie in
grembo. Poi spiega il Sol dal lucido ori'ente De'raggi onde si veste aurato
lembo, E con alta virtii di sue faville Ragnna in perle Talbeggianti stille. Ma
non tutte del mar Palta Reina Accolse in Bh le prezi'ose prede; Oh! a te di
quella inargentata brina Tatto cosperso il bianco sen si vede, E 1 sol degli
occhi tuoi le tempra, e a£&na In piii pregiate e chiare perle, e cede Quel
cbe risplende con eterni ardori A te, donna reale, i primi onori. Or qual pegno
al tuo nome in si bel giomo Bender potr6 d* ossequioso affetto? Questo di
bianchi e casti fiori adomo Ficciol fascio odoroso al Regio petto Ahi non s^
aggaaglia, ch' il falgor d^ intorno Fa parer negro ogni piu cbiaro oggetto;
Qual sotto a'rai del sol smonta e s'imbrana YergogDando di se 1' argentea Luna.
Dun^ue h vano tentar I'alto pensiero, Che seguir non lo puo mio stato umile, Ma
pur conMo troppo ardito, e spero Che lo mio buon voler non prenda a vile
QuelPeccelsa bonta nota alFImpero, Che pur suole aggradir dono servile, Se un
timido rossor purpuree rose In fra ^1 candor di questi fiori ascose.Si querela
che il sonno tenga troppo chiusi gli oechi della sua Donna, Ombra il sonno e di
morte, i sensi atterra, E gran parte di vita alPuom ritoglie, Che quasi dal suo
vel Talma discioglie, E n'insogna le vie per gir sotterra. Sonno s* altrui dk
pace, a me fa gaerra, Che '1 vivo lume a quei begli occhi togUe, L^ dove amor
del Paradiso accoglie II piii bel raggio che risplenda in terra. Ben a giusta
ragion lagnar si vole Questo mio cor, ch^in preda al sonno oppresso Scorge in
si lunga notte il suo bel sole; Se 1 Poeta, che gih, d' Apollo istesso Segui la
fronda, si di lei si duole Che 1 batter gli occhi suoi fusse si spesso.
Sentimenti amorosi in morte di sua Donna, Qaella che sola ai miei pensier
risponde, E i sensi del mio cor penetra e intende, Talor tra 1 sonno a
consolarmi scende Fercbe tregua il mio duol non aye altronde. iDdi lace si pura
in me trasfonde, Cbe quasi senza vel V alma comprende : Quantu e la su di
bello, e come splende Quel Yolto in Giel che poca terra asconde. Dicemi:
apprendi che caduca e frale Nel mondo ogni bellezza a morte fugge, E contro
morte il sospirar non vale. Ogni cosa col tempo il tempo strugge, Ma se miri il
mio ben fatto immortale, Non ha chi lo contrasti, o chi V adugge. Sentimenti
amorosi secondo il concetto Platonico, che Dio creasse V anime particolari
degli uomini dagli avanzi delVanima universale del mondo. Con eterne faville il
sommo sole Suo divino valor nel moudo accese, E quelPalta ragion dal Ciel
discese, Ghe spirto infuse a cosi vasta mole. Ma percb6 si belF opra adempir
vuole, I preziosi avanzi in man riprese, E vostr^ alma gentil formarne intese
Con divine virtudi al mondo sole. E se mille anni, e mille altri compose
Spiriti accesi da si ardente zelo, Qualche raggio piu vivo in voi nascose. E 'n
porgervi natura il mortal velo Tanta cbiarezza e leggiadria ripose, Cbe ben
traspare in voi cbe cosa e Gielo. Desiderio che ha Vanima d*unirsi a Dio, Padre
del Giel, che le beiralme accogli Quasi figlie smarrite entro al tuo seno,
Dall^ atre nubi a lucido sereno Teco r inalzi su gli empire! sogli, Dal
tenebroso carcere ritogli La mia, cli^e mai si presso a venir meno, £ di questo
mortal limo terreno La man che pria vestiUa or ne la spogli. Se col tuo sangue
ricomprar yolesti Da rio seryaggio i miseri mortali, Gosi gran somma anco a mio
pro spendesti; Da si caduchi ben, si grayi mail Per gir lieta a goder beni
celesti, Tu sol puoi darle il volo, impennar Tali. DELLA CORTE E DEL RIGIRO DI
ROMA, L’ngniaglianza di tutte le condizioni degli uomini alle pretensioni di
Roma fa sempre giovevole, sincbe le digniti e le grandezze fiiron premio
solamente de'meriti e delle yirth, Capitolo Peimo. La costituzione di questa
Repubblica universale di Roma si forma dal concorso di tutte le Nazioni
cattoliche, e dalr aMuenza continua de' pretendenti, i quali, gonfiando le rele
delle proprie speranze, qua si trasportano da qualunque regione del mondo. Ebbe
per suo sostegno nel suo originario Institute quel misto perfetto de' tre Stati
Monarchico, Aristocratico e Democratico, reputato per la forma piti durabile, e
meglio ordinata di tutti i govemi, dov' ella si man* tiene nella sua bene
accordata armonia, e che runo stato di essa ben corrisponde e serve di
correggimenio alP eccesso deir altro. Nel Papa risplende la Maest^ del primo,
che ha in s^ la plenitudine dell* autorita Ec^lesiastica indipendentemente da
ogni altro fuori che da Cristo, di modo che niuno, ne -il Collegio stesso de'
cardinali contradice a quel che e' delibera, se non per ragion di consiglio;
ne' cardinali, come senatori apostolici, si raffigura lo stato degli ottimati;
il quale farebbe perfettamente il suo officio, dove i Papi con esso loro
consultassero gli afifari maggiori di Santa Ghiesa; staccandosi poi dalla
suprema potesta le deliberazioni ben purgate et assicurate dalle passioni, e da
genj; ma T autorita maggiore del Sacro Collegio si conosce nelPInterregno,
rendendo i cardinali venerabili a ognuno la voce attiva e passiva che egli
hanno al papato negli altri ordini del Clero universale, si de' vescovi, si de'
prelati, e si pure de' sacerdoti, e de'religiosi; come altresi nella
moltitudine innumerabile de' pretendenti si considera lo stato popolare,
imperocche egli avevano grandissima parte nell'elezione de'Papi; a' vescovi apparteneva
dare il lor voto per le discordie di Religione, e per la riforma de'costumi
Ecclesiastici nella celebrazione de' Concilii, e dal concorso di essi insieme
con 1' autorita de' Pontefici se ne formavano quei sacrosanti Decreti. II Clero
poi aveva il gius dell' elezione de' vescovi, e questi, quasi sto per dire,
indipendentemente reggevano gli affari spirituali e temporali delle lor chiese:
masopra ogni altra cosa, che fa riguardevole e stimabile il comune del popolo
h, che ciascuno, di qualunque qualita o condizione, e ngualmente abile a
divenire Principe, Padrone di Roma, e capo di questa Repubblica, perche la
Provvidenza Divina, che la sostiene, a tutta 1' umana generazione benignamente
sguardando, h volta con pari misura al bene comune di tutti; appresso di Lei
solo le tenebre dell'ignoranza e de'vizi, e la chiarezza della virtu ne
distinguono, dove, quantoanoi. roscurita e lo splendore del.sangue, la poverty
e le ricchezze disagguagliano. Era danque ben dovere che la Bepubblica generale
di tntti i Gristiani si accomanasse a ciascuno, non ammettesse differenza di
gradi, ma fosse madre amoreyolo ugualmente di tutti i Gattolici, e fin tanto
cbe ella si mantenne nel vigore del suo fondamentale instituto, e cbe gli
interessi priyati non guastaron questi ordini, e non isconcertarono U
temperamento di cosi ottimo e profitteyol governo, qual requisito migliore
potea ritrovarsi, cbe la parity di tutti gli stati degli uomini tanto celebrata
a Roma, per costitnirla una patria veramente comune? Cosi invano si sforzavano
le due Ministre del mondo, dico la natura e la sorte, di dar talvolta ad
un'anima nobile o un vil corpo, o un yil mestiero, e si ad un soggetto di
concetti bassi, e di peDsieri oscuri cbiarissimo nascimento, percbe in Roma si
uguagliayano gli uomini, yeggendosi taluno col mezzo della yirtu d^ infima
miseria a stato reale eleyarsi. Altri, per lo contrario, di gran riccbezza, e
di splendido lignaggio in brevissimi spazi yenire al nulla, e perdersi ben
tosto fra la caligine della propria ignoranza, per guisa cbe con I'opere
solamente lodeyoli^ e giuste, e non con le qualita accattate dalla fortuna,
poteya ognuno partecipare di qualunquepiu degna prerogatiya, essere ascritto a
quel sagrosanto Senato, e diyenire Vicario di Cristo, e Principe di si gran
condizione. Ma a poco a poco una tale ottima instituzione traligno ancb' ella
in abuso, percbe tra V ayarizia di que* cbe comandano, e V ambizione di cbi
pretende s' introducesse nel Reggimento Ek^clesiastico la parzialit^ degli
affetti, e 1' util priyato si mise sotto il pubblico bene. La potesta dello
stato maggiore assorbi la forza, e sconyolse le operazioni degli stati minori;
ruppersi quelle bilancie cbe teneyano equiponderato il goyemo, e rimase confusa
in loro la distinzione de' pesi, si cbe delle tre forme sopraccennate altro non
ci resta cbe la figura et i nomi : quindi ^, cbe la parity degli stati nella
Corte di Roma senza il pareggiamento de' meriti h dannosa, anzi cbe no, la
quale si dee bene reputar dai plebei, cbe s’inalzano indegnamente ad uguagliarsi
co^ nobili, non da' nobili, cbe contro a ragione si yengono a pareggiare co'
plebei; conciossiacbe in quella giiisa cbe lo splendor e della stirpe non
conyiene cbe abbia yantaggio sopra la nobilta de' costumi, e degli ornamenti
delP animo cbe illustrano ancbe i piu yili; cosi non debbono pareggiarsi quest!
con quelli, quando con 1’azioni virtuose e grandi non si solleyino dalla
bassezza di lor natali. Ecco come si sono smarrite le yere yestigia della yirtu
cb' erano tanto piii calcate in Eoma, quanto per una si gloriosa competenza
gareggiavano tra lore gli ingegni, allorche gli uomini eziandio di piccol
essere avean questo unico mezzo di farsi grandi, e che il saper solamente e '1
yalor degli ignobili era preferito alia dappocaggine, e alPignoranza de'
nobili. Ma percbe oggi si misurano le abilita degli uomini non da' meriti, o
dalle yirtu, ma si dall' interesse e dal genio di cbi comanda, imperciocche gli
ignoranti e plebei sono di numero molto maggiore, perde notabilmente la
condizione delle famiglie piu illustri, e screditansi i sentimenti migliori di
cbi porta gli stimoli dell' onore dalla nascita e dalla educazione: cosi
presero yantaggio i costumi peggiori de' mercenarii, e le buone arti, e la
reputazione, assodate prima con 1' esempio, e con 1' avanzamento di quegli,
vennero a spegnersi del tutto con 1' accrescimento, e con la stima di questi.
Per tal via si sono tolti dall'uso comune di Roma tutti i termini dell' onore,
restan priye d'ogni fede le promesse et i giuramenti, e dismisersi insensibilmente
il yalor dell' animo e i sentimenti cavallerescbi, cbe fanno risplendere un
uomo ben nato, e si pure mantengono in creanza e ben collegate tra loro le
conyersazioni civili. E perche all' abito clericale non bene si confa V esser
pregiato in opera d' arme, e farsi largo con la spada, sottentrano piu
ageyolmente nell' usanza degli uomini le occulte ingiurie, e la tacita,
fraudolente perfidia, yiepiu da temere cbe non e se affrontata ed aperta. Gobi
col dominio degli infimi resta come del tutto abolita la coscienza dell' uomo
onorato e da bene, e yiziaronsi ancbe i nobili, percb6 con I'uguaglianza delle
fortune indistintamente si miscbiarono i sangui e si corruppero gli animi,
lasciandosi yolgere all'uso e alia natura degli altri, e poi yestendo il manto
sacerdotale sotto gli onesti titoli della pazienza e della Legge divina, cbe
per ogni altra cosa dispregiano, d' ogni generosity si spogliarono, ond' egli
hanno convertito in altrettanta vilti d' animo 1' antico sperimentato valore.
Per la qual cosa non ci essendo tra gli uomini altro tribunale aperto contro la
dislealt^, e contro i mancamenti della parola, se non prendersi
(cavallerescamente parlando) V un dell' altro soddisfazione con V arme, perche
que8to in Roma sta cbiuso, si sono nutriti, e confermati sempre yiepiu i
mancamenti, e gli inganni dalla continiia impunita cbe e' godono senza legge
civile o cavalleresca venina. L' interesse dunque si e lo intendimento primario
e la scorta de' pretensori, e dove I'uomo studia al giiadagno, per lo pill studia
eziandio alia fraude e all'inganno; perci5 i \incoli deir amicizie non li
coUega qua in Roma la similitiidine delle nature, o delle virtti, o vero un
desiderio reciproco I'uno di giovare all' altro, ma si le congiugne una mutua
speranza, cbe ba Y uno di giovare a se per mezzo dell' altro, e dove quelle la
fortuna buona o contraria non ba forza per dislegarle, come non ebbe parte
nell'unirle insieme; queste la sorte quasi sempre le annoda, et ad arbitrio suo
le discioglie. Cbi viene dunque a pretendere a Roma, ricerca sopratutto la
traccia degli interessi d'ognuno; e dove trova apertura, quivi s'ingegna di
concatenare i suoi in guisa tale, cbe 1' altro si pensi di migliorare per mezzo
di quegli le condizioni de' proprii ; lo spendere offizii per motivo di meriti,
e di magnanimita di cuore, non e piu in uso, ne le dimostrazioni di generosita
ban credenza ; e se talora se ne vede qualcbe atto apparente, dicasi pure cbe
e' ci h dentro qualcbe occulto interesse cbe gli da fondamento, e lo muove;
altrimenti cbi si fonda sull'aura e corre dietro alle voci, senza cbe e' ci
entri di mezzo alcuna di queste cagioni, rimane in poco d' ora agevolmente
cbiarito. La speranza di compiacere ad un fautore potente, il reputare cui si
favorisce per mezzo efficace a qualunque intendimento privato, fanno operare
con caldezza, e chi sapra in Roma rinvenir questo filo, et attaccarcisi con
proporzione, avra vantaggio notabile nelle fabbriche de'proprii concetti. L'
importanza e dunque conoscer le cose nelle lor prime cagioni, e farsi scaltro
nel bene intendere le cifre degli animi, le quali molte volte altro significano
neU'interno, di quel che indicano altrui i caratteri esterni. Per tal conto e
necesaario lo informarsi de'fini particolari, e de'pubblici, delle nature, de^
temper am enti e de^ genii, delle dependenze e degli odii occulti di
ciascheduno ; delle speranze e de' timori, che vegliano ne'cuori di chiunque
pretende, e si ancora delle sostanze e delle fortune loro, perche si
antiveggouo per questa via di molti successi, e sono tanti sentieri aperti agli
avanzamenti altrui, col saper ben yolgersi per i quali, quando la via maestra e
chiusa, si perviene sovente col rigiro pe' traghetti e per vie traverse, dove
non si e potuto arrivar per lo dritto. Pero si vede che lo interesse affina gli
ingegni, e come suol far la virtu, insegna anch' egli a superar le passioni, e
molti atti di avvedimento e d'industria, che v61ti a fine d^ onore e di gloria
sarebbon virtuosi, si adulterano per la corrotta e maculata intenzione, a che
incamminati sono; la soUecitudine, la vigilanza, la destrezza e le altre
operazioni migliori delFanima usate ad esser ministre per qualificar le azioni
buone, servono per render piu fraudolenti i pensieri viziosi dell' avarizia,
della vendetta, deir ambizione, delP invidia, che sono 1 sensi piu comuni di
quel che pretendono a Eoma, i quali usando il bene male, e valendosi della piu
oculata prudenza per giungere dove essi bramano, avviene che molti si chiamin
grand' uomini e saggi, cio argumentandosi dall' operazione de' mezzi, che
direbbonsi misleali, pigliandosi la riprova da' fini. Per questo i vizii in
mano a costoro peggiorano quel piu, con cio sia che non solo sono prodotti dal
senso, ma camminano sotto sembianza d' una simulata virtu, e sono regolati
dalla finezza e dal discorso dell' intelletto. Ma odasi cio che dice di Eoma
Quinto Cicerone #al fratello quando e'chiedeva il Consolato : «Fissatevi
(diceva egli) nell'animo queste tre cose, e dite da per voi stesso: loson uomo
nuovo; domando il Consolato; e, quel che e piii notabile, questa Roma e
mescolata di varie nazioni, dove sirag^irano molte insidie, molta fallacia, e
vizii di tutti i generi. Qui si ha da patire V arroganza di molti, la perfidia
di molti, la malevoglienza e la superbia di molti, e di molti pure gli odj, et
infinite molestie : m' avveggio ch' e' ci fa di mestieri un gran consiglio e
una grand' arte a voler vivere tra' tanti uomini, e tra tante sorte di mali per
ischivar le offese, per ischivar le bugie e gli scherni, e per ischivar le
insidie; ed e malagevole ad un uomo solo adattarsi a tanta variety di costumi,
di discorsi e di volont^, massime che in questo fuor di misura ell' e
viziosissima, che posta di mezzo la pecania e' regali, ciascheduno della virtii
si dimentica, e della dignita. » Sin quidisse Quinto al fratello; il che ho
voluto registrare in questo luogo, accio si conosca che o sia la positura del
Cielo, o si pure la necessita de' medesimi fini, negli ultimi tempi della Repubblica
Romana (forse come oggi) adulter ati e guasti, hanno come posto i temperamenti
conformi; influiscono similmente negli animi la stessa maniera e inclinazione
di costumi, e nell' una e nelP altra etade s' introdussero e stabilironsi nella
Corte di Roma contro la virtu e contro la pieta della sua primiera
instituzione, tutte quelle arti che piu si producono dall' opera della malizia,
che dalla carita e dalla devozione. Si puo dunque concludere, che la macchina
del rigiro di Roma stia appoggiata sopra I'estremo del vizio, non sopra
I'eccesso della virtu; perche qua e talmente raffinata la fraude, che quanto
gli uomini sono piu nemici, tanto piu usano tra loro atti di confidenza, e piu
liberta di tratto. E le destre che sogliono essere testimonii di fede, sono in
loro violate dall' inganno, e dalla malizia di farsela I'un I'altro a tempo e
con vantaggio, e quegli solamente e stimato piu valent' uomo, che puo pi^.
Quindi avviene che qualunque e reputato uomo di valore nell'altre region! del
mondo, venendo a Roma, si perde, trovandosi in una differente scuola da quelle,
ove s' apprende ad esser soggetto grande con le virtuose azioni. Quei dunque
che si mette a vivere in questa Corte, non basta che e' sia letterato e
sapiente, quanto se gli conviene il saper ben discernere i vizii altrui. Ceda
pero alio stile del paese, mantengasi nelP arti virtuose, ma assuefaccia r
animo educato ne* buoni costumi a non si scandalizzare da' pessimi. Molti
giungono a Roma, e se di eubito e all' improvviso loro precipitano addosso
similisorte di mali, si perturbano e sovente escono de' termini, e yi ruinan
sotto; ma se loro si da punto di tempo, il far passaggio dalla virtu al vizio e
molto piu agevole, che non e quello da' vizii alle virtu, perche son mali che
feriscono solamente le opinioni accreditate nel mondo, e trapelano cosi ad ora
ad ora nella consuetudine e negli animi nostri che altri non se ne avvede ; e,
guastandosi poscia, appaiono con 1' uso men disgustevoli, ci si fa il callu,
perdecisi la faccia, e non tan to si smarrisce lo stile di operar bene, ma si
eziandio 1' arte d^l conoscerlo. Questo si e il vero modo di spegner le leggi,
di 6ontaminar la religione, di tor via la vergogna, perche non si ha timore
dell' infamia. L'autoritk resta senza un minimo fondamento, 6 gli esempli e le
memorie migliori si dimentican tutte. Cosi la fortuna ha deformato la faccia
bellissima della virtu. Ognun t' offerisce la vita, il sangue, la roba, quando
il bisogno h discosto ; ma quando s' appressa, non che gli amici, i piii cari
parenti mutano faccia, e di presente si rivoltano. Gli uomini nocivi sono, come
industriosi, lodati, e quegli che tra tanti cattivi vogliono esser buoni,
perdono il credito, e sono come sciocchi e timidi biasimati. Eoma finalmente e
commercio, dove si spacciano mercanzie di grand' importanza, le quali stanno
esposte alia forza della pecunia, che vince tutto, e insieme a chi sa meglio
romper la fede, e con piu astuzia aggirar i cervelli, i quali, tutti all'
ambizione e al^util proprio donatisi, cercan tirarsi innanzi per quella via,
che lor piii torni in acconcio, non riguardando all' onesto ; e perche alia
larghezza delle distribuzioni di Roma sempre molti ci pongon 1' occhio per una
stessa cosa, quindi deriva I'invidia e conseguentemente r odio tra' concorrenti
; ciascuno spera avanzarsi su I'oppresoione degli altri, e niuno conseguisce
una cosa, che non paia ad nn altro di perderla, onde si nutriscono sempre i
disgnsti, e qua di continuo sta accesa una guerra civile di competitori, la
quale, se fusse in sua liberta e non raflrenata dalle cautele, che lo stesso
interesse mette in ciascuno di non gnastare i suoi fatti, si vedrebbono
inimicizie scoperte, sollevazioni perpetue, e tale effrenato stimolo metterebbe
r arme in mano a ciascuno per cavar V anima alP altro, ma cosi resta il fuoco
del? odio racchiuso e coperto in ognano dalle ceneri de' particolari rispetti,
e pero altro suonano le parole di quel cbe sentano i cuori. L'apparenza
deWoltie totalmente contraria alia sostanza degli animi ; alia largbezza delle
promesse non corrispondono gli effetti, ed armasi la fraude dove non puo
apertamente impugnar la spada lo sdegno. Niuno percio si stupisca della
doppiezza di questo clima, e delle male arti cbe ci s^ adoprano, perche dove lo
interesse e la cupidita signoreggia, la virtu vi perde il sno luogo, ed e minor
male per la sussistenza del governo di Eoma la simulazione e V inganno, postovi
dalla necessita del suo fondamento, che Y impeto scoperto delF ira, instrumento
abile a precipitarla ben tosto. Tolgasi dunque, se s5 puo, dalla Corte di Roma
il fine del guadagno, o si vero e forza per men reo partito lasciar correre
questi mezzi per arrivarci. Vero e che per entro a un labirinto cosi intrigato
di tante insidiose e fallibili vie, niuna che si tenga da uno pu6 servire di
norma e d' esempio aU' altro; le medesime scorgono gli uni al papato, e gli
altri alia propria ruina; e sin quelle della virtu e del vizio ne menano
sovente ad uno stesso confine ; la fortuna e *1 caso ci fanno la maggior parte^
e le congiunture son quelle che apron molte volte il cammino, e ne guidano a
lieto fine; percio si scorgono gran variety di maniere et infiniti imitamenti
di virtu, e di costumi varii per accomodarsi alle opportunity de' tempi, e a
quello che altri s' immagina viepiu profittevole. Tutti gli nomini s* ingegnano
sopra ogni cosa di parere quel che non Bono, non di mutarsi da quel che sono ;
V avaro si vedra talora donar del suo, et usar atti di liberalita, per poter
poi torre con piu dovizia V altrui; il superbo e *1 vendicativo riesce pieno di
cerimonie saperchievoli e di sommissione ed umilta, per serbar a suo luogo di
vendicarsi e di esercitar V alterigia. Chi e piu artifizioso e sagace cerca di
far lo stordito, e a bello studio si lascer^ volgere a tutti i genj per apparire
altrui facile, e troppo credulo e buono. Alcnni sMmmaginano che il dare ad
intendere di essere santo sia il vero modo di tirarsi innanzi ; pero si fingono
di stretta coscienza, e col viso pallido, e col collo torto formano V instituto
al di fuori della lor vita; ma sotto il mantello deUa pieta e degli scrupoli,
le azioni d^ ognuno censurano, tengono mai sempre Farco teso, e sotto specie di
bene scoccano a tempo colpi da maestro, che coll^ acume di una sola parola
modesta tolgono la reputazione a chi e' vogliono, anzi con un sogghigno che ti
fanno talora^ e col tacere, accreditano un^opinione maligna contro a
qualcheduno, e non fanno manco male collo star cheti e col celare la verity,
che s^ ei rappresentassero il falso ; e quauti ci sono, che della lode istessa
si vagliono per ruinar la fortuna di qualcheduno, onde saggiamente di loro
disse Tacito: pesHmum inimicorum genus laudantisl Tali sono le maschere varie
di Roma^ dov' ognun cerca infingersi di verso da quel che egli e, rifuggendo
per meglio coprirsi all' estremo contrario di quel che e' si sente dentro nella
sua propria natura. Per tal maniera gli uomini travestono, non ispogliano, le
passioni, e da essi i difetti si palliano per non lasciarsi appostare, non si
vincono per emendarsene. Di qui e, per quanto io m' avviso, che Roma si dica
teatro del mondo, perche compariscono in esso tutte persone contraffatte da
quel ch'elle sono; chi e d'un partite, a un tratto diviene sviscerato dell'
altro, e, secondo che vuol la fortuna, si veggiono tuttodi cambiare varie sorte
di scene, I'invidia, la malignita e lo sdegno, e si amore fa le sue parti, per6
1' amor proprio, che quanto h piu tenero di se stesso, tanto h piu crudele nel
tiranneggiare altrui. Questi h quegli che raggira tutto, muove gli ingegni e le
macchine, e apre tante sorte di vie, le qaali si trovano tatte piene d^
impedimenti e di spine, fnor che quella della moneta, o pure d' accomodarsi ai
genj di chi govema. Di queste, la prima non e battata per tatti, e chi ne ha 1
modo diviene superbo, imperciocche gli pare di poter soperchiare gli egoali, e
riescon costoro per la maggior parte ignoranti, perche fidandosi nella forza di
loro ricchezze non fanno procaccio di altri mezzi per rendersi degni, e rade
volte accade che Domenedio accoppj negli uomini i beni della fortana e quegli
dell'animo. Alia seconda, di seguire i genj, e piu acconcia la gente d' animo e
di nascita vile, che non sono gli uomini ben nati, e virtuosamente educati,
percio quegli ban piu vantaggio nel prender le inclinazioni de' Principi, i
quali, per quanto amino I'ossequio e la riverenza nel pubblico, aborrisconla in
privato, perche lor reca soggezione ; pero scelgono per loro domestici uomini
entranti, prosuntuosi e arditi, e soyente yiziosi, in essi confidano, scuoprono
i lor pensieri, e le loro magagne sicuramente, e se ne vergognan meno che non
farebbon co' savii, co* virtuosi, e con le persone moraK; quegli dunque piu
agevolmente s^ inoltrano nella lor grazia, e con essa montano piu presto in
altezza, e torniam dunque a dire, che nella corruzion de'costumi e utile si
de'plebei, ma notabil danno de' nobili la parity degli stati tanto celebrata a
Roma. Imperciocche salendo in gran posto la gente bassa, e condizione mutando,
non lascian i vizi da privato, ma piglian ben tosto quegli de' grandi, e le
virtii non V imparan mai; e come e costume degli infimi esser nelle avversitadi
abietti, e nella prosperita insolenti, cosi essi, come da prima a' maggiori
servilmente obbediscono, cosi di poi a' minon imperiosamente comandano. £cco
perche la nobilt^ si co^ rompe, conciossiache dove innanzi, premiandosi sol la
virtiir con essa si adornavano gli animi e nobilitavansi eziandio de* plebei,
oggi per avanzarsi conviene che s' awiliscan coi vizi i buoni costumi, e
corrompasi la coscienza de' nobili; ma chi ha stimoli d' onore, per quanto e'
s' ingegni nelle cose lecite e oneste di andare a' versi di chi governa, non ci
si abbandona poi talmente che e^ chiuda gli occhi a quel che si dee; andra
penetrando le inclinazioni, e con quelle procurera si di confarsi, ma insieme
studiando di acquistare stima d* uomo da bene, e concetto per la virtu, non
perche questa debba avanzarlo, ma perche tirato avanti uomo virtuoBO almeno ne
adonesti V avanzamento, a lui se ne ascriva la gloria e '1 merito ; dove quando
si viene innanzi senza virtu, tutto s' attribuisce alia sola fortuna, e sovente
volte rinalzamento di questi fa spiccar meglio ie macchie de^ loro demeriti
alio splendore della dignita medesima, che indebitamente loro e stata concessa;
questi esaltati ricevon appena che un applauso lieve del volgo, che e guidato
dagli eventi, e lasciasi abbagliar la vista dal lampeggiar deir orpello; ma il
meritevole, benche dispregiato e negletto, ha per se il partito de'savi, che
col paragone della prudenza discernono anco per entro alia rozzezza e alia
oscurita dello state la purita perfetta e la chiarezza delP oro. Gran forza e
quella della verita, che finalmente non ha paura della bugia, e si schermisce
da se contro Pingiuria de' tempi, e contro alia malignita degli uomini, ne e
mai pericolo che i concetti ben fondati de' pochi restino offuscati da' giudizi
vani de* piii ; la virtu rifulge eziandio dentro alle tenebre, ne s' imbratta
mai^ perche se la tenga sotto i piedi e in mezzo alle sordidezze della poverta
la fortuna contraria. Ella si fa conoscere, e place eziandio ne'nemici, non che
negli uomini miseri. E se un uomo degno non e portato a gradi maggiori, il
biasimo torna addosso a chi dovea avanzarlo, e non a chi riceve Tingiuria.
Sarebbe bella che il credito d* un uom meritevole avesse a dipendere dal
capriccio d' un Principe molte volte poco prudente, e che gli s' avesse a
rivoltare la mala ventura in colpa ! Infelici dicansi coloro che non hanno
meriti^ e percio ne anche reputazione, quando bene sono aggranditi, perche
troppo ben si discerne quel che ne dona la virtii, da quelle che ne comparte la
sorte, la quale puo ben rendere gli uomini miseri, ma non gli pu6 gia render
indegni; anzi essa molte volte sostiene gli non degni per non gli lasciare in
preda alio scheme e alia lor propria ruina, dove i virtuosi tien bassi, perche
non abbiano tant' arbitrio e autorita sopra gli altri;posson ben essere ugaali
i gradi degli onori tra gli uomini tanto buoni, quanto cattivi, ma saranno
sempre disugnali que' della gloria ; nb perche i peggiori s' armin d' invidia e
di fraude, et allora acquistin potenza, posson mai con gli uomini savii
gareggiar di virtii, avvenga che e' si trovino in bassissimo stato. La virtu
dunque nella Corte di Roma sempre adonesta gli avanzamenti, quantunque non
abbia parte nelr avanzare. Ma la fortuna e quella che distribuisce le grazie,
la quale sul bel principio fa pomposa mostra de' doni suoi, e pare che ella si
faccia altrui innanzi col viso lieto e col grembo aperto, ma di subito poi
cambia faccia, e vuol vender carissimo quel che ella offeriece in dono. Stolto
e colui che abbandona la propria quiete dietro alle sue fallaci lusinghe, e che
a guisa del Cane d' Esopo lascia il ben eh' ei possiede, per gir dietro ad un'
ombra d' un meglio dubbioso. fi vero che alcuna volta ell' aggrandisce una casa
e quella riempie di tutti i suoi beni, e sta in suo, arbitrio d' alzar gli
uomini ad esser pari e superiori de' Re; ma quel che ella dona ad una famiglia,
sel fa pagare a gran costo della roba, del sangue e della reputazione d'
infinite altre, e per una ch' ella soUievi, mille sotto la sua condotta
pericolano. Laonde mi sembra su le rive del Tevere fiorire piu che in altro
clima quell' albero fruttificante, onde alcuni Poeti favoleggiarono che si
ritrovi nelle larghe e fertili possessioni della fortuna, da' cui sempre verdi
rami pendono frutti di varie sorte, e non meno degli amari e velenosi, che dei
saporiti e soavi, di quegli che porgono altrui salute, di quelli che danno la
morte. Alle cui radici anelano i pret«ndenti ambiziosi, tanto i nobili, quanto
i plebei, tanto gli idioti, quanto i dotti, gare^giando tra loro de' posti
migliori; quindi s'odono tuttodi querimonie I'uno dell' altro, quivi essere gli
uomini martoriati ognora dalla lunga impazienza: e chi potrebbe esplicare lo
sbigottimento, il dibattito, e I'ansieta di colore, che stanno a gola aperta
bramando che caschi loro qualche vivanda megliore ? Chi si vede appena giunto
con piu improntitudine degli altri romper la calca, et accostarsi di subito a pi^
del tronco, V uno, che non paia sue fatto, si sospinge oltre tra gente e gente,
oh' altri non se n'avvede. Chi corrompe qualcuno per farsi far largo, e
finalmente ognuno si studia con que' modi ch' e' puo di passar oltre, et
alcuno, giuntovi sotto, ci s' inerpica sopra. Quelr altro il prende di dietro,
e s' ingegna di trarlo a basso, 6 per tal modo tra tanti contrasti e tra le
scosse dell' albero, dove cade una cosa e dove un' altra ; e a colui che a pena
v' arriva cade un porno de' piu delicati e salubri ; a coloro che piu lo
sbattevano, cadono in mano le foglie, a molti piovono i fiori, talora un ramo
si scoscende, che percuote chi si era fatto piu innanzi, e con furia ricaccialo
indietro. Et ad alcuni vien cadendo da ultimo qualche frutto sustanzievole,
quando, gia ritiratisi indietro, pareva di loro ogni speranza fuggita. Ne piu
ne meno avvengono gli accidenti di Roma; non ci ha regola per argomentare gli
eventi, ne si puo ben giudicare il punto cattivo, o '1 buono ; ogni voce, ogni
atto, ogni sospetto gli muove e perturba, gli attrista^ gli allegra; ora le
speranze si risuscitano, ora si moiono, quegli si picca di sgarir la fortuna, e
si trova alia fine sgarito ; questi con la pertinacia la vince, e in cotsll
guisa senza riprova alcuna di quel che abbia av venire, gli uomini,
fortuneggiando in Roma tra venti contrarii, sono in qua e la da varii flutti e
da varii casi sempre vacillando menati. Impercio accade che alcuni gia con le
membra cascanti e deboli tornano ad esser da capo, e pur ritengon viva la loro
ostinata ambizione, e andando invano per tutta la lor vita dietro alia gloria e
agli onori, inonorati rovinano ; perch5 e' si vede chiaro la fortuna non voler
mai ad alcuna legge soggiacere degli uomini, ed ogni regola, ond'ella si voglia
acciuffar pe' capelli, riesce vana et inutile, perche d' ordinario da chi la
segue si scosta, et a chi piu la fugge, e a lei non bada, va incontro : cosi a
Saul, che cerca I'Asine, getta nelle mani un Regno, et Assalon, che va dietro
al Regno, trovasi per la chioma appiccato ed ucciso. Quant o e bella Roma,
quanto e ella appariscente a chi la uiira in un' occhiata, a chi n' ode parlar
di lungi ! Quanto ingegnosa e colma d' industria, quanto e devota e santa,
quanto e benigna e cortese, quanto di tesori doviziosa e prodiga a chi la vede
nel frontespizio, e nella superficie di fuoril Ella si scorge alzarsi al Cielo
con superbi edificii, testimonii marayigliosi deir antica grandezza, delP
onnipotenza Bomana ; qua V abbondanza delle statue e de^ marnii fanno sin oggi
risplendere la maestria e Greca e Latina. Qua i giardini vincono quegli dell'
Esperia e gli Orti favolosi d' Armida ; le fontane paion fiumi volanti per 1'
aria e tutte le altre delizie di Eoma tolgono il yanto al lusso, alle
sontuosita de' Persiani. Se le devozioni isguardiamo, qua tutti Yocaboli di
pieta, titoli di carita, ammaestramenti di pazienza, e atti di umiltade. Qua
Corpi e Sangue de'martiri, qua raemorie scolpite di virtu cristiana. Qua Templi
marayigliosi, che fanno fede di religione ben fondata; qua tutti gli aruesi piu
sacri e piu yemerabili, si della nascita, si della vita, si della morte di
Cristo rifuggiti a mettersi in salvo nel Grembo della sua Ghiesa; e di questa
chi ne siede al governo, se non il Vicario di Cristo? Chi ode i complimenti e
le o£ferte, chi da orecchie alle cerimonie, agli accoglimenti de' cortigiani,
incontra subito maniere dolci e aggradevoli, parole significanti stima ed
affetto. La casa, via rojba, il sangue e la vita non par che sia propria, ma in
preda al servizio et a'vbleri d'ognuno; la sommissione assoggettisce altrui, si
contrasta tuttodi non il prime, ma r ultimo luogo; si fa a gara a chi vuol
essere piu immeritevole, piu servitdre, piu minimo di tutti gli altri. Chi non
esagera a prima giunta la prontezza degli amici, le grazie e '1 patrocinio de'
graiidi ? Chi considera le ricompense che ci sono, i premii proposti, 1'
entrate grossissime a vita, che non si sa onde si vengano, il dominio sopra di
esse negli altrui stati, che i Principi proprii non ci posson metier la mano, le
dignita eminenti, le grandezze, le porpore, e '1 poter comandare, e
sovraneggiare al mondo intero, a che ognuno puo giugnere? Qual altrettanto
maggiore invito possono havere g\i stranieri per correre a si belle, a si
pregiate fortune ? Ma chi poi penetra a dentro, chi pon V occhio con attenziono
a quel che e Roma sotterranea, dico sepolta ne' cuori, nelle menti de'
pretensori, negli animi di chi domina, trova ben il contrario di quanto ella fa
pompa di fuori. Le delizie di Rama sono il piu delle volte veleno ; sino i
giardini, e le foreste a chi troppo ci bada V uccidono ; le macchine piu
superbe e piu maestose sono oggi guaste, e rotte, e minaccian sempre rovine. L'
arti e' costumi che ci s' adoprano son molto poco conformi a' titoli di santit^
e agli abiti ond'essi rifulgono ; le Reliquie e' luoghi santi a pena restano
esposti al culto e alle visite de' Pellegrini, e servon nel resto per
istrumenti d' ipocrisie, e per metter al coperto le passioni e gli affetti
sregolati de' grandi, e sin Tautorita apostolica la fanno far gioco alia
potesta temporal e e agli interessi di chi si vuole aggrandire. Le cirimonie e
le cortesi maniere, che son' elleno altro che parole senza significato bfferte,
e sembianti senza affetti, e una vana significazione di onore p'osta nell'
apparenza de' volti e vana, in quanto e' s' onorano in vista coloro, i quali
talora si hanno in dispregio ; bugie le quali bene spesso si rivolgono in
tradimenti, e infine un capitale di finzioni e di lusinghe in diritto ad un
grosso e disorbitante guadagno, se i premii, le facolta immense, e le
grandezze, queste si dispensano ad arbitrio, e non per giustizia, e tutto
quello che faceva star bene molti degni e meritevoli, cola tutto ad arricchir6
smoderatamente una sola famiglia? Qua finalmente sotto la formalita de'nomi e
dell'abito esterho e sotto speciose voci si nascondon le occulte Industrie;
sotto le lodi delle virtu si usano di nascosto i vizii, pero in Roma si
sostengono le opinioni e le apparenze, piu che le operazioni del bene; si fa
caso degli errori superficiali, e gastigansi con severitii le parole ne'poveri
e neMisgraziati per tener in piede i piu grossi, e far godere V impunitade a'
maggiori. Per tal via co' riti e coUe formule, co' titoli, co' vestiti, con le
Congregazioni, co' solennizzamenti si tesse un ordine bene ag^ustato, che forma
il ritratto apparente di Roma, significante altrui quello ch'ella dovrebbe
essere, non quelle cVella e, dentro alia quale si cela un disordine, e un caoa
di fini, di speranze, di timori, d' incamminamenti a caso, d' accident!
impensati, d'odii, di finte amicizie, di gelosie, di martelli, d' invidie, di
beni, di mali che non s' intendono, non hanno riscontro, e tengon le menti
degli uomini mai sempre sospese. Perci6 si veggono i pretendenti sempre mesti,
sempre astratti da loro stessi, e si per la continua apprensione di loro
medesimi favellare come matti perche non ritrovan mai il bandolo in gual posto
si dieno dell' amicizie, dei favori, delle speranze, e delle paure nelle quali
e' si trovano martirizzati in ogni tempo su la ruota della foriuna, guidata
dall' ambizione e dalP interesse, dove sta fondato e si regge questo governo di
Roma. Per la qual cosa egli e molto ragionevol di credere, che la divina
onnipotenza lasci correre questi vizii e queste macchie nel rigiro di essa,
perche a quest' ombra riluca quel piii la verity infallibile della sua Chiesa e
I'autorita ben fondata conceduta all'altissimo ministerio del suo vicario in
terra, a fine di far conoscere che e' ne ha dato il reggimento a uomini che hanno
il libero arbitrio, e che possono involgei*si fra le passioni mortali e
terrene, benche non errare nel maneggio delle cose celestiali e divine ; e cio
contro 1' ereticale nequizia, che presume temerariamente controvertere, per li
abusi della corte de' preti, la potesta che e data loro miracolosamente da Dio.
Come tutti 1 Goyerni eye s*intruda Tavarizia e T ambizione royinano, e quello
di Boma con esse piti che mai si sostiene. Capitolo Secondo. Con r occasione
del primo Capitolo mi vien in acconcio di far meco medesimo considerazione, per
qual maniera il governo di Roma, il quale nella poUtica e nel rigiro de'
pretendefUi si regge su' fondamenti dell' interesse e dell' ambizione, pur si
sostenga e viva, mentre tutte le altre forme di Stati, dove s' introducono si
fatti vizii, per quella guisa che apertamente dimostrano gli esempli antichi e
moderni, cosi agevolmente si spengono, imperciocche essi vizii sono il tossico
che la giustizia distributiva corrompe 6 distrugge, senza la quale riman
cadavero, e impercio senz'anima e senza vita ogni Stato. Egli h dunque in prima
da sapere che lo intendimento della giustizia distributiva si e d^uguagliare
gli uomini sotto le leggi della virtu, pareg^iare in loro gli eccessi delle
fortune, e solo V uno dalF altro distinguer secondo che i beni delFanimo, non
quelli del corpo, fauno gli uni piii degli altri rilucere. Questa tende ad
abbassare la superchievole baldanza de^ ben avventurati e de' ricchi, e
soUevare altresi la virtu e la modestia do^miseri; per tal via si minuisce il
soperchio alia fortuna mal adattata, e rifannosi i danni, ed arrogesi al poco
di chi e uomo prode, ma dalVingiurie della sorte contro al dovere abbattuto.
Cosi i grandi non sono della sorte seguaci, anzi essi correggono i difetti di
quella, e fannola divenir premio della virtii; imperciocche non ci e cosa che
maculi i cuori di ruggine peggiore, quanto il ferire gli uomini nella stima di
lor medesimi, che e la piu potente passione che ne domini, delF amor proprio.
Per6 la di£Perenza infra gli uguali, che si fa o per ragion di ricchezze, o per
genio, e non per motive di virtu, che e un contrassegno lucidissimo impresso
nelP anime, che distingue gli uomini V uno dall^ altro, produce sovente che,
per uno che si grati£chi, mille se ne offendono, e Pamore che si sveglia in
quelle, non pu6*agguagliare gli odii occulti che si destano in tanti e tauti
altri: e siccome, difiPerenziando le persone a capriccio, agevolmente si
spingono gli uomini alia impazienza e a^ rancori ; cosi, distinguendoli pel
merito, si accrescono negli altri gli stimoli alVoperar virtuoso et onesto. Per
tal modo gastigandosi i viziosi, e i migliori e i piu degni premiandosi, s'
uguagliano quelle bilancie, che conservano in equilibrio i governi, tolte le
quali tutto si confonde e disordinasi, conciosiacosache si destano le invidie,
e quindi a tempo e a luogo tutte le sollevazioni civili. E questo perche non ci
ha favilla che nodrisca e accenda sdegno piu fervido nelle menti de' valor osi
e de' saggi, quanto il vedersi oltrepassare soggetti facoltosi e ignorantL
PercHe messer Domeneddio ha messe le differenze delle facolta e della potenza
tra gli uomini, affine di lasciar loro 1' arbitrio della giustizia
distributiva, BOYvenendo i mono ai piii bisogaosi, e dal fango il pregio della
virtu sollevando; anzi perci6 negli Stati cbe sono d^ ugaaglianza amatori, e^
titoli e le dignitli, che dispareggiano J gradi, senza misura sono dannevoli,
dove postergati i rigaardi di chi e piii degno di piacimento si scompartiscono,
e per inclinazione de* grandi; e non pare le retribuzioni piu sustanzievoli, ma
eziandio gli atti semplici d^ apparenza e di stima mal ripartiti partoriscon
de' mali nel consorzio civile ; e viepi^ d^ ogni altra cosa cnoce a chi merita
veggendosi, o per trascuraggine di mente, o per piacimento mal regolato di chi
govema, scemar senza ragione da quel grado, ov' ei fu una volta debitamente
locato ; imperocche e nemica mortale la nostra natora di tornare indietro, e *1
piu possente affetto che h in noi e il pregio in ciascuno di se medesimo, il
quale com' egli e in minima parte deteriorato et offeso, sempre dispiace; ma
dov' egli h offeso senza ragione accendesi un' esca, e risvegliansi si fatte
scintille, che dov'elle havessero libero il campo, o le congiunture V
aprissero, s' allargherebbon bentosto in un gravissimo et inestinguibile
incendio. DIALOGHI FILOSOFICI, IL TIMEO. Delle idee. Dafinio. Scusatemi, a
interrogare per questa volta io voglio essere il primo. Desidererei capir bene
innanzi a ogni cosa, qual differenza si faccia dairidee agli Esempli?
Buonaccorsi. Quella che si fa dal proponimento primario nella mente dell'
Architettore a' disegni. Secondo questi, donque, volendo Iddio che le forme si
stampassero del mondo sensibile della natura nella materia, non parye degna
cosa a Platone che quella penetrar dovesse nel segreto di si alta mente a
contemplare quegli originali eterni ; onde e' presuppone che per via delPanima
se le ne faccia vedere cotesti esempi. Imperfetto. II medesimd appunto intese
il Petrarca, ne e vero? e'ldistinse in quel suo maraviglioso sonetto, che
qualunqueabbia buon gusto nella Poesia Toscana sa per lo senno a mente: «In
qnal parte del Ciel, in quale Idea £ra V esempio onde Natura tolse Quel bel
viso leggiadro, in ch' ella volse Mostrar quaggiti quanto lassu potea? >
Insomma e' dicono il vero, e' fu grandissimo Platonico. JBtwnaccorsi. — Tale
appunto si e la distinzione che fa il Timco dairidee agli esempi. Magiotti. —
Ora a voi appartiene, signor Gioseppe, di dame piii ohiaramente ad intendere il
valore di queste Idee, onde voi siete state richiesto. Buonaccorsi, — Avete
ragionato si dottamente, che a me non mi da il cuore se non di autenticare,
secondo lo incominciato ordine, quanto avete detto voi con esso 1' autorita di
qualche valent' uomo e del medesimo Platone in varj luoghi di altri Dialoghi,
che ne favellano ; e avvenga che io avessi stimato starmi meglio il tacere, e
ch' i' non abbia veruna fidanza di potere internarmi tant' oltre per andare del
vero alia radice, e per recare lumi maggiori ai nostri intelletti, come di cose
che troppo in su, ch' essi non vanno^ hanno la residenza loro ;' pur tutta via
(come Plotino ne ammonisce) h degna cosa si alti principii udire, e udendogli
ammirargli, e ammirandogli stimarsi beato nel riconoscere il loro autore. Pregovi
ben, Don RaflFaello, a soccorrermi di quando in quando, secondo la memoria
vostra e il vostro felice ingegno nuove cose da dire vi suggeriscano : ma per
dare autorita a quanto discorso avete sin qui d' intorno al mondo
intelligibile, e all' Idee che si contengono in grembo a Dio, ascoltate, di
grazia, come tutto cio in due versi mette Boezio nel suo libro De Consolatione:
c Tu cuncta superno DucM ah exemplOf pidchrum pulcherrimiu ipee Mundum tnente
gerens aimilique imagine format. » Qui dunque ripigliando i nostri detti,
signor Magiotti, io non vi niego che Platone, se alcun raggio in lui di verita
rivelata fosse disceso, il quale aperte meglio le.vie della mente gli avesse, e
ch' egli con ragionevole occhio vi si fosse rivolto, ch'e'poteva per awentura
giungere a piu appropriata definizione delle divine * quality ; ma non pertanto
egli e di somma lode meritevole, avendo per nn certo 1ampeggiare solamente di
natura, e in forza (siami lecito dir cosi) di piu che umana immaginazione
favellato di quelle con tanto decoro e si al vero approssimatosi e toccolo in
molte proporzioni; anzi, che dich'io? e'mi sovviene presentemente de^ lumi
soprannaturali ch' egli ebbe dalla legge Mosaica, nel tempo che nell'Egitto
e'peregrino, come sanGiustino Martire attesta, filosofo molto celebre della
Scuola Platonica. Ma il proferire molte di si fatte proposizioni, ch' e' vi
apprese, non estimando cosa sicura per timore degli Atoniesi e delle rigorose
pene delPAreopago, contro chiuDque rinnovare osasse cos'alcuna d'intorno alia
loro religionC; quelle medesime procuro avvedutamente di farsele proprie, e
sotto gli oscuri velami delle filosofiche speculazioni la verity Teologica
ricoprire. Impercio dice il medesimo Santo, quando Platone esplica nel Tinieo
la natura d' Iddio, dicendo come poco anzi vi recitai : « Primieramente egli e
da sapere che cosa sia quello che sempre e, e che non e generato, e quello che
e generato, e voramente mai non e; > che ci6 da Mose e^ ricavasse, cui Iddio
apparendo la prima volta disse: « Io sono quello che sono. » E mandandolo agli
Ebrei comand6gli che dicesse loro ecu le stesse parole : « Colui che e, mi ha
mandate a voi. » E il medesimo Santo Filosofo soggiugne, che quello che
parimente in un altro luogo mette Platone : « Certamente Io stesso Dio, come
suonan le antiche parole, comprende il principio, il fine e il mezzo di tutte
le cose, > per « quelle antiche parole > la legge di Mose egli
intendesse, ma che non ebbe in animo far di lei menzione, sapendo quanto quella
dottrina a' Greci contraria fosse. E parve al detto Santo non altrimenti
potersi intendere conciossia cosa che e' mostra aver raccolto e da Diodoro, e
da altri storici Mose essere stato il piii antico legislatore ; anzi quando
egli le leggi promulgo, i Greci non avere ancora le lettere ritrovate da poter
scrivere le Storie. E dell' Idee, ne piu, ne meno, onde noi al presente
favelliamo, crede san Giustino che Platone da quel luogo della Genesi le abbia
tratte tradotto dal Santo, e cosi dal greco a noi portate: « Che Iddio in
principio fece il cielo e la terra ; e che la terra era; pero non ancora
visibile e fabbricata. > Dove il santo filosofo giudica quel detto da Mose «
che la terra era > essersi inteso per la terra che prima era; impercio che
aveva detto Mose : e della medesima similmente detto avea: «Fece Iddio il cielo
e la terra; » stimo che volesse intendere quella secondo r Idea ch' era avanti
nella mente d' Iddio essere stata creata sensibile. Per la qual cosa non a caso
favella il nostro filosofo veramente divino, ed e degno di somma commendazione,
massime ch' egli era della scuola di Parmenide, il quale a differenza di lui
mesce insieme e confonde le superne e divine cose con esso le inferiori e
naturali, e Dio stesao con la materia e con Tuniverso sensibile. Dove il divino
nostro filosofo il valore riconoscendo sovra il natural corso ammirabile di
colui, pe '1 quale et a cui tutte le cose vivono, di somma reverenza esser
degno, e si egli solo essere di sapienza e di potenza infinita capace, con
singolar riguardo in ver cotanta perfezione, le distingue nella sua
immaginatura e trova la via che le cose di sopra adoperino in quelle di sotto
senza permischiamento insieme; e f a i suoi sforzi. con r acume di sua mente di
adattare le misure e 1' ordine di atti succedevoli nelP infinite, le differenze
di gradi e la variety dell' Idee nel Medesimo, e la moltitudine nell' unitade,
senza Tanita disgiangere, senza diversificare il Medesimo e senza t6rr6 V
incommensurabilita e la perfezione assolnta deir iQfinito. Con le cui
sottilissime considerazioni di cose incompatibili fra loro, e si impossibili
secondo lo nostro compasso, rasseiubragli poter reggere i miracoli
soprannaturali della infinita onnipotenza diyina, e se non co* termini nostri
corti e finiti renderne bene intendenti di si alte maraviglie, metterne almeno
tra via, e recare un certo bagliore alle tenebre di nostra ignoranza, che si
alto splendore da per se non patisce, accio che quindi staccandoci dalle cose
inferiori spicchiamo un volo piu in su, che conceduto ne sia a formare giudicio
di un Dio, delP Autore della natura, della Primaria Cagione, e delle operazioni
eccelse che a Lui solamente possibill sono. Viene, dunque, e cosi favella il
Ficino a interpretazione de' sentiraenti platonici intorno all' Idee, che la
mente divina e forma di tutte le forme, e Idea di tutte quante V Idee, la quale
in se tutte le comprende. Ora, perch^ la* forma termine si chiama e mi sura,
misura e termine alle cose do-^ nando; il Sommo Bene, la Divina Mente (aflterma
Plotino) come forma di tutte le forme, e misura e termine di qualunque cosa che
sia, il che autentica mirabilmente il nostro autore nel Filebo, chiamando il
Sommo Bene principio e misura dell* universe cose che sono. Imperfetto. —
Verbigrazia, V Idea sar^ il genere di tutti i generi che piglia e abbraccia in
se tutte le forme, tutte quante le specie visibili delP universo, con esso gli
individui ancora. Luigi, — r mi sarei presupposto che I'ldea universale fusse
il genere di quelle idee che dalle scuole volanti si tengono e sparte per V aere,
e per6 fuori della Mente Divina dimorare, e che da esse tutte le speciali cose
pigliano Pessenza loro. Buonaccorsi, — La divina mente, come Idea di tutte le
idee, in se non comprende coteste si fatte Idee, comunque se le figurino o le
scuole nella guisa che voi dite, o qualunque altro si sia, ch' io non vo'
perder tempo al presente e starmi ma pensare s' elle ci sieno veramente, o ch'
elle vagliano. Affermo bene che cio il nostro filosofo iu alcun modo non tenne,
siccome da vari luoghi apertamente si ritrae, ne sono in quella sovrana Mente
le forme delle sensibili cose, ma si bene le Idee delle forme, come che da lui
merce dell' Idee queste abbiano 1' esser loro. Impero che V Idea mancando di
tutte le Idee, la forma mancherebbe di fcutte quante le forme, e fiiiirebbesi
il mondo, nello stesso modo dove non si trovasse piu facitore di vasi, o di
essi vasi le forme rompendosi, il vasajo non ne farebbe piu. Per questo ne
avvertisce Marsilio, che le forme, sostanze non sono, ma si iniinagini
solamente delle vere sostanze e queste sono le Idee, cui le sensibili forme si
rassomigliano, come le ombre a' corpi. E Alcinoo a piu distinto spiegamento :
L' Idea rispetto a Dio 6 la sua intelligenza ; per rispetto al mondo sensibile
Tesemplare; rispetto a se stessa Tessenza. Di maniera che Tldee non sopra alcun
fondo materiale e corporeo riseggono, ne tra loro si confondono, come le forme
su la materia; per lo che tra V Idee della Mente Divina e le mondane forme,
yerun' altra simiglianza non ci ha, salvo che quella, la quale e da un ritratto
air originale ; anzi e molto piii divario senza paragone tra quegli infiniti
originali e perfetti di vera e incorrotta sostanza, che nelP alto segreto di
sua mente il Supremo Artefice riposti tiene, i quali per via di disegni ed esempi
dalla natura si copiano, che e' non e infra una tela dipinta e un uomo vero e
di carne viva. Con cio sia cosa che questi quantunque tra loro diversissimi,
pur tutta via alia materia universale riferendosi, posson chiamarsi tutt' una ;
ma qual similitudine ci puo egli entrare tra la Divina Essenza infinita e
perfetta comparata con essa la materia abitacolo di tutti i difetti, di tutti i
mali V L' Idea dunque di ciascheduna cosa, benche in riguardo al nostro
intendere di diverse cose paja composta 8 da movimenti vaij distratta in qua e
la; in Dio elP e una sola, 6 semplice e ferma ed eterna, possedendole tutte
insieme ristrette e present!, che pe' nostri fallaci giudicj vengono
rimescolate, e rivoltolate col tempo, come delle sensibill forme adiviene, e
quasi elle fossero appunto volanti a caso fuori di Dio, perche noi non siamo
atti a concepire com' elle riseggono in Dio ; ma non mai fuori di Dio proferi
Platone ch' elle si dimorassero, mentre e' disse poc' anzi: Lui nel fare il
mondo avere imitato un esempio eterno e non generato : e poco piu in giii, ch'
e' formo 1' universo simigliante a se stesso. Per qual modo dunque fuori della
Divina Mente potea un esempio eterno trovarsi, e come rassembrar lui, se gli
originali, onde il mondo e' ricavo, fossero fuor di Lui? Fermisi dunque su '1
presupposto platonico ch' e' ci sono le Idee, ed essere nella Divina sua Mente;
impero che quale osera mai affermare che Iddio alcuna cosa abbia fatto, la
quale prima col suo alto intendere esattamente riconosciuta non abbia ? Ora s'
e' la riconobbe avanti di farla, erano appresso di lui si fatte cognizioni
anticipatamente al mondo creato e queste quelle sono, che dal Timeo appellansi
Idee. Ma odasi di grazia Alcinoo che sopra cio lo comenta : « L' Idee
intendimenti sono di Dio eterni e perfetti, e quindi gli esempi eterni
parimente di tutte le cose che dalla natura si fanno dependenti dal principio
esemplare ch' e 1' Idea di tutte le Idee. » Ed eccovi pure in questo luogo
distinto 1' esempio dell' Idea, si come dianzi vi si accenno. Bafinio. — Sono
considerazioni altissime (egli e vero) di quel finissimo ingegno, ma io le ho
piuttosto per immaginazioni concepute nella sua mente, che per immagini eterne
della Divina. Impercio che da Dio si opera in an istante, e non con atti disgiunti
e temporalmente. Buonaccorsi. — Da Dio si opera in uno stante, non ve '1 saprei
contradire; ma tutta 1' Etemita e un punto presenter ed instantaneo dinanzi et
lui (come poco fa si ragiono), e nel suo infinito indivisibile tutti gli atti,
che differenti e innumerabili sono appresso di noi, i quali per nostra
imperfezione d'intervalli di tempo abbiamo mestiere per pensare, nonche per
adoprare, appresso di Lui e un atto unico e solo, e permanente, e
impermutabile; e a volere che lesae opere temerarie non fieno ed a caso,
conviene abbiano innanzi all' opera lo intendimento e la precognizione, le
quali da noi due operazioni separate si giudicano, 1' una innanzi all'altra; ma
in lui in un istesso punto si accozzano senza differenza di tempo ; e tale
anticipata cognizione 1' Idea primaria si e, dalla quale si abbracciano in s^,
e contengonsi tutte quante 1* Idee ; e pero non senza molta ragione potette
intendere il nostro filosofo e tirarlo all' Idee (come dice san Giustino
martire)quel luogo della Genesi: « Che la terra era, > come sopra memorato
abbiamo; ma che tale precognizione per r Idea antecedente all' opera pigliar si
debba, cio ne viene con aperta sentenza dichiarato e rinforzato dall'
acutissimo Vescovo Hipponense nel libro Della Cittd d' Iddio, Qual vero
religioso potra negare le Idee, o non professarle per vere? Certamente nessuno
il quale non ardisse afFermare che le cose che da Dio sono, non abbiano motivo
ond' elle sieno, n^ da lui sostenimento ricevano, e cho quello che per lui si
fa, senza conoscimento o ragione si faccia; che sarebbe un volere ch' egli
operasse quanto egli adopera sconsideratamente e senza badarvi; le quali cose
essendo fuori di ogni ragionevol convenienza, egli e necessario di confessare
I'ldee. E nello stesso luogo riferisce cio che spiega Varrone, che la favola di
Minerva, nata dal cervello di Giove, dell' Idee simbolo sia, le quali in una
perfetta e intera sapienza si ragunano nella mente divina. Ma questo e poetico
ritrovamento, dove con verita infallibile la sapienza che ha sua sede nella
mente divina pare che questo accennar voglia, mentre cosi parla essa medesima
di suo nascimento nelP Ecclesiastico : « lo dalla bocca dell' Altissimo uscii
fuori e primogenita sono di tutte quante le creature. » Anzi dove dal santo
Vescovo medesimo s' interpreta quel luogo di san Giovanni, testimone si
veritiero delle cose soprano: s' intende cio delle medesime Idee, per tal modo
discorrendola: « Quello che per esso fatto fue e vita; intendesi in Lui, nella
qual vita vide tutte quante le cose quando e' le fe', e cosi fecele si come e'
le vide, non fuori di se stesso veggendole, ma dentro se stesso e per si fatta
maniera annoveio tutte le cose che e' face. > Che avete voi da ridire signor
Dafinio verso un veracissimo maestro Cattolico? Dafinio, — lo oppongo a fine d'
imparare, non per contradirvi. MagioUi. — Eccomi in vostro aiuto,^ signor
Gioseppe, con un liiogo di Giob che mi e paruto addirsi con maravigliosa
convenienza alP Idee. Da esso si fattamente si descrive la sapienza con la
quale il sommo Motore fe^ il tutto. « Onde viene la sapienza, e quale e il
luogo deir intelligenza ? Ella e ascosa a gli occhi di tutti i viventi, ed e
occulta per infino a gli uccelli del Cielo. Iddio solo ne sa la via, e coDosce
sua residenza ; impercioche egli in una oqchiata scorge tutti i confini del
mondo, e tutto quello ch^ e sotto il cielo riguarda. Quando egli dava il tratto
a^ venti, quelli posando come ancora Pacque a certa misura; quando sua legge
imponeva e suo or dine alle pioggie, e assegnava la via alle sonanti procelle,
alP ora egli la vedeva, la contava, la regolava, e investigavala. » Al qual
fine dal nostro Dante si nomina Iddio, « Golni che mai non vide cosa nuova ; »
perche tutte avanti che fatte fossero vedute le avea per entro 1' infinito comprendimento
della sua Divina Sapienza, nella quale -sguar dava, ricercando seco medesimo
Finfinita conserva delle sue perfettissime Idee. Parv' egli ch' e' torni bene a
quella anticipata cognizione delF Intelletto Divino, a quel? unita maravigliosa
di tutte quante le Idee, al cui esemplare rimirandolo, esso formo tutte quante
le cose di qua? Buonaccorsi. — Gran rinforzo ne avete recato, signor Magiotti,
adducendone cotesto belli ssimo luogo di Giob, che si adatta per V appunto a
quell* altro di san Giovanni esplicato da sant' Agostino : ma dee ora tirarsi
innanzi il ragionamento co'nostri autori Platonici, i quali sopra cotali
fondamenti di yerita debbono giustamente acquistar gran fede. Che queste Idee
ci sieno argomenta Alcinoo cosi: « Owero Pintelletto e egli Iddlo, o veramente
una cosa si e, la quale inteude in lui; onde le cognizioni eterne e immobili
nella Divina Mente, e quests Pldee sono, misure giustissime e perfette delP
eterno potere, ch' egli cape solamente, e scorge in se stesso, senza di materia
tramesoolaraento veruno. > Se dunque vero h che lo intelletto sia diverse
daU'opinione vera, anche lo intelligibile sar^ dalP opinabile differente ; e
pero sarannoci le intelligibili cose diverse dalle opinabili, che viene a dire
le prime notizie intelligibili, siccome si hanno le prime delle sensibili e
per6 ci sono le Idee ; ma lo intendere si fatto attaccamento non h da uomo come
la Divina nostra Commedia nel Purgatorio: « Per5, la onde vegna lo intelletto
Dalle prime notizie, nomo non sape E de*primi appetibill TafTetto.* Soggiunge
poscia : « Essendo lo intelletto primario bellissimo, conviensi che lo
intelligibile oggetto di lui bellissimo sia, ma niuna cosa piu di lui ^ bella,
perche sempre intende se stesso e le sue cognizioni; e questa sua operazione e
Tldea. > Paionvi cose astratte e metafisiche n' e vero ? Ma cotauto eccelsa
materia di ragionare avendo tra mano, ed essendo sublimi, e grandi, e con si
alto intervallo sopra lo nostro intendere simiglianti proposizioni, quanto ch'
elle nell' ampio albergo soggiornano di quella Mente Sovrana Sopra simiglianti
considerazioni astratte e inesplicabili si yiene da Jamblico alia formazione
continua dell' Universo conformandosi alP intenzione Platonica: «Iddio forma il
mondo e riformalo, non per via di celestiali movimenti, non per mezzo deUa
materia mondana, ma con esso V intelligenza per merito dell' anima sempiterna
che a lui ha dato.» Ecco che per tal maniera egli ne spone cio che voi, signor
Magiotti, poco avanti toccaste ; segue poi: « Perche nella Potenza Divina non
sempre vegliano e operano a un mode le ragioni seminali generative negli
esempli formal!, si come alcune altre viepiu immobili che precedono le
seminali, coadiutrici di esse; ne adiviene che la potenza di amendue queste
ragioni, ch6 in sostanza le Idee sono, e dope le Idee gli esempi eterni, vada
innanzi alPuniversa generazione che nel mondo sensibile di continuo si fa; dopo
queste gli influssi adoperano, e le celesti quality, si come il moto, e in
ultimo la faculty della materia. > Laonde Trimegisto in si fatto proposito
anche piu chiaramente : « Iddio e pieno di tutte le Idee, e spargendo le
qualita nella sfera maggiore (cosi chiama la materia) stando egli in sua
fermezza stabile, dalla sua piti somma altezza in questo mondo nostro sensibile
semind le Idee, la detta sfera. circondando delle qualita universali e
particolari di tutti gli Enti. » Magiotti. — A cio si accorda mirabilmente il
detto di Jamblico : « II mondo, essendo opera di Dio, conviene per si fatta
guisa da lui fabbricato sia, che a qualche Idea esemplare di esso nel suo
edificare riguardato abbia, allor ch'egli con maravigliosa provvidenza per
propria bonti alia struttura s' accinge di cotanta macchina. » Dafinio, —
Questi sono pensieri che meno difficili ne paiono, perche a noi medesimi gli
adattiamo, e nolle menti nostre sperimentiamo questi atti disgiunti, anzi che
ad alcun' opera uoi ci mettiamo. Venendogli dunque alia Divina Mente
applicando, non e malagevole il cosi figurarsegli; ma immaginandoci poi la
Divina Potehza con quelle alte e ineflfabili prerogative d' infinite, di unit^,
di eternita, di stability impertnutabile che alia soprana eccellenza di sua
condizione vengono richieste, volerle assugettire a distinzioni di tal fatta, e
a misure che si affanno a noi, e si considerare P Idee innumerabili e infinite,
e poi che elle in una Idea sola s' immedesimino, e che il numero dell' unitade
(se pero numero chiamare si dee) non si alteri con la moltitudine, qui e dove
nostro apprendimento vacilla. Buonaccorsi. — Dio, di grazia, per far la cdsa
con gli esempli piu chiara, iiditene uno, che ne mette molto proporzional mente
Ploti"no : MagiottL — Piui appropriatamente, per quanto i' m' avviso,
torna al paragone del mare il vasto Oceano del tutto, che unico e anch'egli
(come Platone afferma) per I'ordine 6 per I'armonia, la quale dalle forme senza
novero ch'egli ha in se, e di tante ragioni, il piu ch' ella puo le raccozza
insieme ; e come 1' onde del mare non sono altro che il mare, cosi le forme nel
mondo non sono altro che il mondo. Di maniera che merce di questa armania
rendesi il mondo a Dio simiglievole, che per cio il nostro filosofo, piu
innanzi favellando, Iddio generate lo chiama; ma non altramente deir agitato
mare, e da' soffi de' venti in yarie guise trasformato e commosso, non serba
anch' egli senza yicissitudini o divariamenti quella perfetta concordanza e
unione che nelr infinite ed eterne Idee si mantiene. Prima impercio che le
forme varie sono di lor natura locate nella materia, avvegna che la materia,
come V acqua del mare, sia tutt' una con le forme; ma la materia per se stessa
di contrarii e conposta; per modo che, e forme vegetabili, e forme sensibili, e
forme ragionevoli, e di altra guisa in questo visibil mondo si rappresentano ;
ne deir ordine armonico puo tanto il valore, che tra di esse qual piu e qual
meno a quel supremo esemplare non venga a rassomigliarsi ; talmente che
differmita considerabile ci ha non che nolle spezie, negH individui loro,
ancorche di quell' unica, perfetta e non mai permutabile Idea, che le contiene
in se tutte, sieno simulacri; che per cio, come le onde marine, le quali piu
variate, e di colore sono^ e di profondita, e di grandezza, e svariatamente
corrono allido; anche le forme in questo mar profondo delr universo valicano
tutte a diverse rive, dove le Idee, che in Dio sono, per lui sono, e a lui
tutte sono sempre ugaalmente e con eterna costanza ; anzi le forme stesse
razionali che d'una sola ragione pare abbiano da essere, le qnali nolle
ragionevoli creature sono vestigii piu adattatamente impressi entro la
corporale materia, della suprema ragione, per quanto a quella Divina Norma,'
ch' e senza mendo, vie piu che le altre rassembrino; pur tutta via si divariano
sovente volte e stravolgonsi da gli affetti soperchievoli e dalle smoderate corporali
perturbazioni, dalle quali ad ora ad ora sregolando si viene lor bene ordinato
adoprare, ch' esse te le scompongono, e traggon fuori dalla loro formosa e ben
proporzionata figura. Per la qual cosa piii o meno alia bella divina sembianza
si vengono accostando, e non serbano uguali, e mai sempre a un modo le loro
doti sovrane. Perche tal verita insegao Beatrice con savio ammaestramento al
nostro Dante nel suo entrare del Paradiso: Adunque non ^ tavola rasa nella
mente de' fanciulli, dove si scolpiscano via via insegnando loro cose nuove, e
non piii da essi udite e vedute; ma le notizie prime di tutte le cose impresse
ne gli animi loro, avanti ch' e' nascessero, di mano in mano si risvegliano che
vi dormivano, e in ispezialit^ stuzzicandogli con esso gli Elementi Geometrici,
P ono concatenato con 1' altro, e mettendo per cosi dire a lieva Tordine di
que' primi semi, ' gli uomini delle scienze di tntte quante le cose a poco a
poco ricordarsi farebbono. Imperfetto, — Si; vol ci sponeste, Don Raffaello,
con grande evidenza alonni giorni fa : come i primi element! geometrici sono lo
A^ B, C di tutta la sapienza universale £ino alia Divina. MagioUi. — Dissilovi,
e molte probability ve ne mostrai, se Yoi ne avete ricordanza; ma di questa
sapienza infinita che e in Dio di tal sommo bene, quale ^ colui che ne ottenga
poi conoscenza intera, aon dico intendimento perfetto, imperocch^ ci6 non h da
noi? Per essa dunque tutte quante le cose virtu acquistano, e pregio di bonta,
e di sapere, e per ta^ragione e utili si chiamano, e dilettevoli, e saggie, e
si tali ne riescono a chinnque acconciamente assaporare le sa, e drizzale al
vero uso; ma senza simigliante conosoimento, o senza al bene sovrano rivolgersi
da qualunque cosa die di- sapere ci paia, o d' intendere, e che buona, o
giovevole noi giudichiamo, niuna utility, nessuna ferma e stabile compiacenza,
nulla verity si ritrae, e cio non per altro adiviene, se non perche uscendo le
nostre menti dalla vera sedia della ragione, alia contemplazione di quella
superna Idea, non giustamente, ne con la dovuta chiarezza ci addirizziamo. Per
la qual cosa tal cognizione agevolmente si scambia, secondo le varie torbe
apprensioni, e le torbid^ iuclinazioni de gli uomini da'proprii affetti mal
consigliati; che altri questo dono divino sel credono nella voluttSi ritrovare
de'sensi; altri nell' ambizione lo si figurano; chi nelle opinioni non sane di
stravolta e prosuntuosa curiositade; e a pena che i veri filosofanti nella
sapienza e nella verity il ripongono, e bene spesso anch' eglino troppo
temerariamente del proprio senno pavoneggiandosi, piii oltre del licito e del
possibile si traviano, e nella soperchia luce si acciecano. Egli e dunque
manifesto che ogni anima.ugualmente la saviezza desidera ed il buono, e, per
conseguirlo, fa tutto quello ch'Ella sa, secondo perd i bugiardi o veri oggetti
che se le parano davanti ; ma ci6 tutto consiste nel saperlo rettamente
riscegliere e ravvisare, il quale in somma non altrove che nella meditazione di
Dio st^ riposto: dalla cui Idea primaria (torno a dire) cioe dalla sua infinita
sapienza quelle prime faville nell^ anima nostra discendono, le quali, come si
e detto, Idee seconde si chiamauo da Platone, tramandate in noi dall' Eccelso
Manifattore, per fame lume tra il vero e lo iatelletto, dove con esso il guardo
interno disappassijonatamente vi ci fissiamo, e con quello ardente, e ben
regolato amore, che Ma siffatte purissime scintille del divin fulgore noi non
le abbiamo in noi da per noi ; e quelle che dal fuoco impuro dalle corporali
passioni vi si accendono alcuna volta, e con esse si permischiano, ancorche
accoppiamenti sieno mal messi insieme, e come abbozzi per un certo modo di
quelle, pur tuttavia per difetto della materia ov' elle si rinvoltano, come
delle chimere addiviene, delle abbarbagliate immagi nazioni e de' sogni, non
mai alia verity delle scienze ne menano, ma sempre a fallaci e stravolte
opinioni, che dal vero ne discostano, e concetti ne formano di la da ogni
regola di ragione; e di qui procede che invece di recarlume, torbidezza s^
adduce e fassi nugolo alia bella chiarezza del rintelletto; che il buono, e il
vero, quanto a sua intenzione appetisce, e cio imperciocche V immaginazione
male s^ in forma da quelle passioni, che fuori del sentiero battuto del vero
senza ch^ ella se ne accorga te la ritorcono e te la disviano. « lo veggio ben
si come gi& lisplende Nello intelletto tno retema lace, Che Yista sola
sempre amore accende ; E s'oltra cosa nostro amor seduce, Non e, se non di
quella alcun vestigio Mal conosciuto, che quiri trainee. » BttorMCcorsi, — Si
disse quel sublime ingegno ch'e dellft Poesia Toscana onore e lume, nel quale
egli e un gran dire ch' e' ci si ritrovi ogni cosa. E certamente V uomo
ottenebrate avendo le lucidissime e vivacl potenze dell^ anima da^ vapori sensibili
e dalP ombre corporee, fisandosi troppo in cotanta fulgidezza per lo
soperchievole abbagliamento se gli cansa il vedere, o si veramente le ali del
intelletto nostro cui solamente si alte ragioni stanno esposte, dalla pania
delle terrene voglie invischiate trovandosi, non si ponno staccare, ne
rilevarsi pnnto da terra ; e per quanto nostra mente procnri di pervenirvi pi^
d' appresso ch' ella puo, non di meno seguendole svariatamente, e senza filo,
su '1 buono la strada manca, e invece di aggiagnerle si perdon di vista quel
piii. Per lo che dal vero sciontifico deviandosi^ alia fallacie si donano gli
uomini, e hannole per reali e per vere; e 88 per caso ad alcuna verita
pervengono (il che di rado accade per si£fatte Tie) cio succede a simiglianza
de' ciechi (come chiaramente Platone nel Sesto della EeptMlica) cui viene a
sorte camminato pe '1 diritto, a differenza di quegli che giran girano per
quella o per quell* altra via, e mai non ne vengono a capo. Le Idee dunque,
cioe le cognizioni e le cagioni delle cose vere, con lo intelletto e non con
esso i sensi comprendersi per quello che veramente elle sono ; e conviene la
loro perfezione nel loro vero essere raffigurare, 6 amare il loro sovranissimo
Autore. H che esplica il filosofo oiostro nel Convivio^ con la sua usata
ammirabil maniera : « L* animo della Divina Bellezza innamorato allor che e'
gusta pe '1 suo verso, e intende le ragioni divine, non piu i simulacri ma le
cose vere in se stesso partorisce, e partorite nodriscele, e con perfetta e ben
accesa disianza richiama ad alta voce la ragione dietro a' sensi sviata; per
tal modo divenendo I'uomo familiare di Dio e vie piii immortale degli
altri.> Yedete dunque come dalla conoscenza delle Idee, la notizia vera
delle cose che sono ne risulta, non tanto esse riconoscendo da Dio, ma ancora
da noi medesimi, non come cognizioni impresse con esso lo studio ne gli animi
nostri, ma si per la reminiscenza nella nostra mente resuscitate quelle che
generate vi furono con esso noi per merito della Divina sapienza, e che dal
loto vile e dal contagio corporeo bruttate vi erano e cancellate, senza lo
ripulimento delle studiose contemplazioni che ve le ravvivino. Le quali del
tutto si perdono o o£Fuscansi per lo contradio, facendo che per ci6 tutti gli
oggetti scontraffatti a falso lume si veggiono, e totalmente dal vero diversi.
Luigi, — Come sarebbe a dire? MagioUi. — Come, verbigrazia, alia nostra vista
per alcun mezzo trasparente si ma gi*ossolano o mal pnlito qnalcbe oggetto
passando, che per esso sua immagine si stravolga e sformi, tuttp altro da quel
che e' ci rassembra e' lo giudichiamo ; o pnre come nuvoletta tenera, e
sottile, cbe yoli per r aere sereno, da noi scorta talora, la quale, o per lo
risguardamento uostro mal situato, o vero per la grossezza de^ vapori si da
lungi sguardandola in figura di Lione o di Drago, o s'in forma d'Uomo ci si
rappresenti, o di altre varie sembianze, cui, se awicinare potessimo le
pupille, tutta nebbia confusa, informe e indistinta per awentura parrebbeci, e
che tosto e ad ogni aura leggieri sfuma, e si si dilegna; o si veramente dove
un alcuno schizzo casuale o d' inchiostro o di altra tintura, il quale da
presso non e salvo che scarabocchio sformato, un ben ordinato disegno di
regolati lineamenti tal volta da discosto ci sembra ; tale per le stesse
ragioni all' occhio della mente e dello intelletto gli oggetti non di rado
intemamente si storcono e si trasfigurano ; ma non altramente che non h
mancamento del Sole, se variamente ci paiono le cose da quelle che elle sono in
varii luoghi mirandole, in diversi tempi, e sopra diversa materia; cosi non h
difetto di quella pura semenza di luce, che nelPanima nostra fa lume, e riluce
ugualmente ad ognnno, ma si de* mezzi, ond' ella trapassa, o delle corporali
pareti, ond' ella rende i riverberi, o della positura, onde gli oggetti si o no
aUa lor vera veduta si guardino^ imperci6 che tatto sta nel pigliare il verso e
'1 vero diritto per giustamente scerneirle; nel mantenere ben puri e mondati
gli organiele vie per cui passano le spezie da qualunque intasamento de gli
affumicati vapori, che in alto levano gli affetti piu bassi e piu
irragionevoli, acci6 che non vi si faccia ragunata di f uliginose fumicazioni,
le quali spesso da' varii accendimenti de' sensi vi si tramandano. In si fatto
modo per 1' use de' saggi ammaestramenti, e con la continua disciplina delle
meditazioni scientifiiche, e con esso lo incamminamento ben guidato della
ragione si conserva e chiara, e pari, e liscia la lucidezza delP immaginativa,
che non s' intorbidi e render possa le immagini vere e reali, e non isformate,
ed impure all' acume delle luci men tali, che pigliando pe '1 suo vero filo la
chiarezza di que'raggi divini scorgano e intendano le cose, come in fatto
stesso elle sono^ al loro etemo principio Yolgendosi, e da quello
riconoscendole con perfetta contemplazione. Imperfetto. — Di vero, che i luoghi
ne piii degni, ne piu proprj esser ponno a fame co' suoi veri lumi discernere
le beUezze della divina sapienza, ch' e V idea universale (come si e ^etto piu
e piu volte) di tutte le cose che sono ; irapercio che convien farsi dall'
amore verso Iddio, e dall' adorare una cotanto sublime cosa, quale e la cagione
prima di tutte le altre cagioni, e non ficcarvi la vista a fine d' intenderla
con soperchievole bramosia, e con ismoderato ardimento. E' vuol essere amore
filiale, nel modo che il figliuolo r occbio al padre contegnoso rivolge e
rimesso, e non gliene squaderna in faccia prosontuosamente e senza la dovuta
venerazione. Per tal maniera si aggiugne con 1' affetto dove con r intelletto
non si puote pervenire. BuonaccorsL — Eccovi un altro luogo vie piu dottrinale
per ammaestrarne nel divino conoscimento, in quella lettera che Platone scrive
agli amici di Deone, esplicata da Marsilio Ficino con la sua solita
sottigliezza ed acume. Ivi egli dice che V animo nostro non ha via di capire V
Idee che sono nella mente di Dio, se non conosce antecedentemente tre cose, e
in quarto luogo, la scienza non ne abbia, e nel quinto finalmente ch' e' non
apprenda il mezzo per il quale una cosa e conoscibile, e che veramente stia a
quel modo; per esempio, 1' animo nostro e mosso alia scienza di sapere quel che
sia il Cerchio: primieramente bisogna sapere questo nome del Cerchio; in
secondo luogo la sua propria definizione, e che a lui solo si convenga; terzo,
s' immagini disegnata essa figura circolare awertendo, ch'essa il vero cerchio
non e, ma solamente la sua immagine; quarto si rappresenti alia mente la forma
del medesimo Cerchio, cioe il di lui esemplare generate con esso lui ; quinto,
con si fatta elevazione di mente trapassi a coatemplare Fldea del medesimo,
quale ell^ era nella mente di Dio ; onde a simile apprensione vera e
scientifica quale e colui che aspirare possa in questa vita, se non se V animo
umano, con la filosofia, di 8U0 caduco corporale meditando la morte, come di
tntti suo* sensi, da essi per tal modo si tragga fnori, e rivoltisi a Dio ; che
impero Pico della Mirandola nega la mente delr uomo potere intendere le Idee,
se non giunto a simile stato sublime, ch' h V ultimo grado della perfezione
contemplativa; e nel Htneo, come averete udito, dice Platone agli Dii
appartenersi dMntendere le Idee, e a quegli uomini pochi, come si 6 a que^
soli, i quali merce della filosofia si sollievano al* Taltissime speculazioni
d'Iddio. Luigi. — E questi saranno quegli (m'immagino io)i quali dimenticatisi,
non che di qualunque altra cosa, dell'essere vivi, tutti alle potenze superiori
dannosi in preda, e abbandonano le inferiori^ che viene a dire datisi alia
contemplativa, perdono affatto Tuso della vita attiva. Dafinio. — Si vede che
io non sono di cotesti che voi dite ; impercio che riconosco bene tutte queste
proposizioni Platoniche essere di que' grandi ingegni acumi sottilissimi: ma
son modi, per arrivare a intendere le Idee, malagevoli molto, e assai piu che
non e la materia medesima delle Idee; m' e nondimeno di alto rilevamento e di
sommo diletto V udirli, e sentomi vostra merc^ cr;escer V ali per alzarmi vie
piu che io per me valevole non sarei, di modo che eziandio che io non giunga a
intendere, posso dirvi, signer Buonaccorsi, con molta ragione cio che fa dire a
Beatrice Io nostro Poeta: « Voi mi levate si, ch' io son piu ch* io. » Luigi. —
Io sto cheto perche io credo ch' e' nasca da me e invidio agli esimj vostri
talenti che dalla volgare schiera degli uomini vi traggon fuori. • MagioUi, —
Anzi io professo che col non intendere si alte cose s' imparl assaissimo,
comprendendo sempre con maggiore evidenza la proposizione di Socrate, che si
fatte materie sovrane dalla nostra caduca condizione in tutto e per tutto
s'ignorano. BwmaccorsL — Questa h una materia, onde si favella, ampla e
malagevole, e per6 la mente ci 'si affatica a pensarci, nonche la lingua nel
proferire tante e si varie proposizioni che non averebbe mai fine; e pero vi
prego^ Don Raffaello^ dite un po' voi, lasciandomi in tanto ripigliar lena.
(Segue) IL TIMEO. Sopra VAnima del Mondo, MagioUi. — Se il mondo Dio si e,
tutt^ insieme unico e intero, come si fanno a credere foUemente costoro; quest'
altre Deit^, onde favellato abbiamo, che assegnarono i piu de' Gentili a tutti
gli operamenti generici delP uni verso, Dii interi non saranno, ma porzioni di
Dio^ e la terra che e parte del mondo, sar^ parte di Dio, e per tal modo
sarebbe divisibile Iddio. Di piu; regioni del mondo grandissime, che
inabitabili sono, ed incolte per la lontananza del Sole, per lo freddo delle
nevi e dei ghiacci, che non mai vi si liquefanno, le quali sarebbon membra
divine a siffatti patimenti sottoposte^ verrebbero a dimostrare che Iddio non
fosse altrimenti impassibile. E non che le sopraddette regioni, ma tutte le
minuzie del mondo, s^ egli e Dio, saranno particelle di Dio ; laonde qualunque
parte che Tuomp e gli altri animali calpestano del mondo, calpesteranno
sacrilegamente una parte di Dio. Ogni fiore che si colga, ogni erba che si
divella, qualunque barba che si diradichi di sotterra, BB,rk uno strappare le
viscere, dilacerare le membra della divina sostanza^ e qualsisia cosa che
nelPuniverso si corrompa e guasti, corromperassi una parte di Dio. E tali cose
posson pensarsi non che raccontarsi senza vergogna? E per5 divinamente il
nostro sublime Filosofo nella Bepubhlica : Quel che e uno, vero, intero e
perfetto siccome e Dio, per qual maniera anche con la immaginazione si puo egli
dividere in parti? Dafinio, — Noi ci formiamo a nostro arbitrio V essere di
Dio, senza cho niuno V abbia veduto, e sappia come e qnale e^ si sia, e poi
dichiamo il mondo non potere essere Iddio, perche e' non e a quel modo che noi
immaginati ci siamo; se quello ch* e Dio fosse e dovesse essere nel modo che
dite Yoi, allora voi avreste ragione; ma che ne sappiamo noi ch' e' sia tale ?
Magiotti, — Certo e, che come sia Iddio ben nel Cielo si puo immaginare, ma non
gia qui tra noi; noi possiamo bene e dobbiamo credere ch' e* sia sopra ogni
nostra immaginazione piu perfetto di quel che noi possiamo comprendere, e non
crederlo ne figurarcelo gia mai con quelle imperfezioni che dette si sono, a
voler ch'e' sia Iddio. E pero quando noi nominiamo Iddio, noi intendiamo quel
principio supremo che senz'aver avuto principio, ha dato principio a tutte le
cose che sono, le quali sono a lui sottoposte, ed egli a niuna; il perfetto di
tutti i perfetti, cui nulla si pnote aggiungere ne torre, Toriginale primario
di tutte le cose buone, di tutte le cose vere, di tutte le cose belle, di tutte
le sapienti, intelligibili e razionali cose, le quali non son parte di Lui, ne
della sua propria essenza, ma copie, abbozzi, e imitamenti, e per lo piu non
ben messi insieme, di lui; quel che pu5 cio ch* e' vuole, e nulla ci ha che
possa sopra di lui, e pero niuno il puote offendere ne e capace di senso umano,
ne puo patire per avvenimento che sia, perche ogni avvenimento per lui viene, o
da esso si puote impedire : e impercio Parmenide chiama uno il primo Ente che
vuol dire Iddio, che non ha ne moltitudine, ne parte, ne tutto^ ne principio^
ne mezzo, ne fine, perche e infinito, informe, ne da verun luogo puo essere
circoscritto, ne si ferma per cosa che lo trattenga, ne ha movimento di luogo,
o di agitazione, ne si fa gia mai in conto, o per modo veruno, non e il
medesimo, o diverso a se o ad altro, ne si^nilene dissimile, ne uguale, n^
disuguale, perche niuna cosa il misura ned' e per novello ne per antico, ne in
tempo, ma sempre senza tempo, non generato giammai, ne si genera al presente,
n^ fu mai, ne fatto e ora, ne si far^, ned' ^, ne dope sara, ne e partecipe di
sostanza, perche egli e solo e V unica e universal essenza del tutto. II si
faceva, e fu gene' rato, e tempo preterito, U sard e si fard e future, egli e e
si genera e si fa, e presente, che son misure di tempo, ed egli non iatk sotto
le condizioni del tempo, e pero non ha veramente niun nome che appropriatamente
gli torni, niuna defiinizione che gli si addica, ne di lui si puo concepire da
noi aggiustato.sentimento, o opinione, o scienza verace, e perci6 n^ nominare
degnamente si puote, ne agguagliarlo con parole mortali^ ne pensare, ne
cognoscersi, ne da nessuno ente che sia formarsene concetto, o aver sense, o
lume 81 chiaro, che vi aggiunga, perche nostra ragione 1^ non si stende. Egli e
insomma V ottimo di tutte quante le cose che sond, ma e* non e niuna delle cgse
per ottinie ch^ elle ci paiano, perche egli e sopra 1' essenza di tutte. E se
Iddio non fosse tale, quale volete voi che fosse questo che da noi si chiama
Iddio, e si adora, e si reverisce, si come il meglio di tutto queUo ch* e,
perche ogni cosa per lui e ? E pero Iddio e in questo modo, o non ci potrebhe
essere di altra maniera. Imperfetto, — II meglio che ci abbia tra tutte le cose
visibill e il piu perfetto, senza dubbio veruno, ch' egli e il mondo, impercio
che chi fa, chi produce, e si smisuratamente adopra tante e si meravigliose
operazioni, come fa Tuniverso, e quale con maggior ragione e sapere di esso?
Magiotti. — Non puote essere il meglio e il piu perfetto, quello dove giungono
le misure del quanto e dove i nostri sensi si allargano, cui competa il nome
sovrant) di Dio; ma ha da esser quell' ottimo, e perfettissimo che sdegna gli
argomenti umani e dove niuno puo alzar le vele con la navicella del proprio
ingegno, perche di cotesto non si puo andar piu in la, ne anche da i compassi
infiniti della menta divina, conciossia cosa che essendo egli infinito,
infiniti e senza termine sono gli attributi che a Ini si convexigono. ne dalla
nostra immaginazioiie si pQ6 sapere cotanto addentro, per modo che niente ci ha
da coireggere come saocede negli sbagli e ne' difetii del mondo, che per hi
reita, e nudyagit^ natnrale della materia, a otta a otta danno in fnori, n^ con
esso V oirdine di chi lo regola pii6 ammendarsi in gnisa, che e' non iscaopra V
imperfezione di sua natora. Per la qnal cosa il mondo, ne qnell' ottimo si e,
n^ qnel peifettissimo snperlatiyo infinito, al quale si aggiugne sohunente
dalla perfezdone e dalla bonta infinita ed assolnta di an Dio, qaantnnqne
riesca ai nostri occhi 1' nniverso a. ammirabile, e qnanto a noi la pin beUa,
la piu perfetta cosa che sia, per merito del magistero sovrano che lo fabbrico,
e che veramente in loi si scorgano marayigliose cose della Omiipotenza Divina;
laonde con somma saviezza disse Plotino: « dall' imperfetto ci e la
progressione fino al perfettiBsuno, e dove la perfezione intera non sia, non si
pao dare V nltono fine il qnale per sna incommensnrabiliia divenga infinito; e
U mondo (assolntamente parlando) perfetto non e, perche a cagione deUa materia
patisce; > e pero, dice il Ficino, «gK e indivisibile, e sottoposto a
diseioglimenti contimii, e come di natora divisibUe ha mestieri di chi il
mantenga conginnto, il quale di sua natora perfettissimo' sia, ed intero, e da
se stesso, e per se stesso, e come infinito fdori di totte le'misore, e di
totte le immaginazioni deDe cose finite: impercio che il sommo di totte qoante
le cose e cosi alto, che vince la nostra vedota, e da qoesto solamente deesi
credere che abbia il mondo V essere, il vigore, Y ordine, il moto e qoeQe
innomerabili perfezionicomparatiYee positive, ch'egli ha, in come lavoro dell'
etemo motore, che impero si raggoardevole lo ci rendono e ammirando, e cio
perche ^H e opera sovrana e immensa di Dio, ma non gia perche e' sia Dio.
Dafimo. — Se r oniverso secondo la mente de' sopraddetti filosofi fosse egli
Iddio, Terrebbed a oscire d' inconyenienti molto notabili, cioe, o che
ToniTerso sia fiitto dal nolla, che non si ammette in modo alcono da venmo
filosofante, o che diano due principj eterni, e inereati, V agenie e il
paziente insieme, di una stessa dignitade e potenza, il che non pa6 tomar mai
alia ragione de'piii esperti contemplativi; dove se Iddio e la materia fosser tutta
una, sarebbe una Deitit sola etema, cio^ il mondo medesimo. Buofiaccorsi. —
Tutto il ragionamento precedente del nostro Magiotti batta a terra, anche
secondo i lumi della filosofia, cotesto presupposto, perche Iddio se fosse la
materia, di difetti sarebbe pieno e di errori, che non si deve presupporre di
un Dio^ ne puo essere una medesima sostanza fatta di due cose contrarie
assolute, onde immedesimare si potessero in un solo soggetto e le condizioni
ottime di Dio e le prave quality della materia. ImpefeMo. — Parmi aver letto, e
non mi ricordo dove, che Iddio h non Ente, e si altresi la materia e non ente ;
adunque che contrariety ci sarebb^egli se ci6 vero fosse? Buonaccorsi. — Egli ^
il Ficino che lodice: « Iddio, ch'e'chiamano il primo Ente, e veramente non
Ente per rispetto a gli Enti a' quaU egli e primo e superiore ; ma la materia e
non ente, perch* ella h inferiore a gli Enti ; » ora considerate s' e' sono
Iddio e la materia veramente contrarii. Ma con altro argomento risponde
Alcinoo, e di vero con somma saviezza, contro V opinione che il mondo Dio sia :
« Niun corpo (die* egli) esser puote Iddio; imperocchd se Dio fosse corpo, di
materia e di forma composto sarebbe, e perd non saria semplice come all' essere
di Dio vien richiesto, ne imper6 principio per s^, solo, increato, come Iddio
esser conviene. Ora non potendo esser corpo, non puote in veruna ragione essere
Iddio V universo corporeo. » MotgiotU, — Gli Stoici dividono la natura
universale in due parti, r una che fa, V altra che a farsi maneggiabile e atta
si e. Nella prima la virtii della vita e del sense consistere ; la materia per
s^ infingarda, e oziosa nella seconda; ne Y una poter stare senza V altra nell*
Universo: ma non puo gill essere il medesimo quello che adopera, e quelle in
cui si adopera, come se tutta una avesse da essere il vasaio che il fango, e il
fango che il vasaio ; e costoro danno in si fatto delirio che reputano queste
due diversissime cose il medesimo Iddio e il mondo; TArtefice e la fabbrica! La
materia, come affermauo Jamblico e Plotino, avere Tessere da Dio e ordinarsi di
continao talmente, cbe a Dio sta Tordinarla stabilmente. E la materia da lui
ricevere la sospinta, e ordinarsi mobilmente ricevendo da Dio la sua tempera
secondo gV iutervalli de^ tempi, come dall^ Orivuolaio V orivuolo, il quale
quando egli e suUa fine, per farlo ritornare al suo essere, sempre si ricarica,
se no finirebbe il suo movimento 6 non andrebbe piu; nello stesso modo la
materia di sua natura imperfetta, cammina di continuo al ritornare nel disordine
del Caos, perche via via col suo disfacimento ella quanto a se vi ritorna, ma
di presente il maestro eterno la ritempera e la rimette su Tordine, e falla
camminare compostamente per via delle continue generazioni, e di mano in mano
ch'Ella va a perdere sue forme, riformandola per mezzo di quegli esempi eterni,
e cio si fa per rispetto a Dio infinitamente, non mutandosi unqua Iddio, ma
indefinitamente secondo la materia, riformandosi di continuo essa materia.
Luigi, Che cosa e egli dunque questo Universo che anima tutte quante le cose,
(secondo il nostro vedere) le forma, nodrisce, accrescele e crea ? tutte quante
in oh le riceve e seppelliscele, e di tutte ugualmente e Padre, perche del
medesimo nascendo si fanno, e nel medesimo morendo disfannosi} s' e' non e
Iddio onnipotente, dalla cui virtCi tutte le cose €he sono hanno T essere loro?
MagioUi. — L' Universo non e Padre delle cose che sono, ma r intelletto Divino
e Padre del Mondo (dice il medesimo autore) e la materia Madre : e V ornamento
del Mondo, e prole Divina nelP utero materiale^ e pero noi scorghiamo la prole,
ma non semo atti a vedere gli artifizi ammirabili per cui ella si concepisce, e
come ella si fa, e per questo prendiamo errore, stimando il nostro occhio e i
no&tri sensi misure competenti delle cose che sono, il che h falsissimo. £
pero non e il mondo Dio, ma per V onnipotenza di Dio egli 6 quel che egli e ;
noi scorghiamo gli efifetti e non la cagione, e come detto si e, gli pigliamo
ignorantemente da quella in iscambio, facendoci a credere con somma demenzia
che quel che e fuori della nostra veduta non sia. Iddio ^, ed e per se^ e tutte
le cose sono per lui, ned esso e obbediente o sottoposto ad alcuna natiira, ma
egli e coloi che regge e governa, e che formo la natura. {Segue) IL TIMEO. Se
VAmore sia V anima del Mondo, Imperfetto. — via ponetevi costi a sedere pro
Tribunal!, e discorrete altamente come h nostro uso. MagioUi. — £cco fatta
Tobbedienza, e ricomincio a dire, essendosi favellato con piu Dialoghi sopra il
Timeo, prima intorno alia sostanza Divina,e poi intorno al mondo intelligibile,
e air Idee, si come alti esemplari del nostro sensibile, e delle forme che
questo adomano. E si parimente avendo discorso sopra r opinione dell^ anima
universale e quanto i sentimenti di Platone si accostino in molte parti alia
nostra verity, mi 6 venuto in amore di ragionare parimente co^ sentimenti
Platonic! sopra TAmore, il quale sia esso veramonte o V anima del mondo, o la
porzione piu nobile e piu sovrana di essa, e cio in seguimento del proposito
tenuto sin qui. Sommo e infinito bene e Iddio; il sommo e infinito bene,
impercio che di essenza perfettissima egli e, e anche oggetto di infinito
amore, e insieme di godimento infinite, e di perfetta beatitudine a chi lo
possiede, si come eziandio sommo e assoluto appetibile di tutte le cose^ e
appetibile a chiunque il conosce, e non V ha in s^. Ora perche egli e sommo e
infinito bene, e oggetto altresi d^ intendimentp infinito, e per6 Iddio solo
nella sua eterna mente il concepisce e intende, cio^ egli solo cape s^ stesso.
Questo concetto dunque, questa cognizione ch^ egli ha eternamente di se
medesimo, quell^atto primiero si h, onde s^ingenera lo intelletto divino, come
sopra si b mentovato, il quale e la sapienza impermutabile ed etemale, che tanto
si e a dire 11 discorso eminente e non errante che fa Iddio sopra *1 suo essere
divino, ottimo e inefiPabile, e perci6 amalo infinitamente per lo infinito
merito di sua perfezione e bont^, e tale e 11 figliolo di Dio, il Yerbo divino
di cui ragionato abbiamo, e per il quale yiene constituita la persona prima del
Padre correspettiva e distinta dalla seconda che e il suo £gliuolo, in tutto e
per tutto uguale a lui. Da questo atto poscia di cognlzione e d' intendimento
sovrano che fa Iddio di questo bene etemo ch^egli possiede in s^ stesso, subito
ch* e conceputo dal Padre per oggetto di beneficenza infinita, a misura di sue
altissimo valore infinitamente V ama, e quindi procede quello ardentissimo
primo amore equivalente alia perfezione di esso infinito bene, per la cui
strabondevole fecondit^ sparges! pel Indefinitamente per lo tutto quella
fuocosa e inestingoibile carit^, dalle cui fruttlficanti faville tutte le cose
che sono hanno essere* e vita. E simigliante infinito Amore procedente da
amendue le altre persone, 11 Divino Spirito si e, il quale secondo la verita
nostra h la terza Divina Persona in essenza, e per divinita uguale ad amendue
le altre del pari, e dal nostro Poeta Teologo altamente espostoci nel Paradlso.
Canto X: « Guardando nel sao Figlio con 1* Amore Che rnno e Taltro eternal
mente spira, Lo primo ed ineffablle Yalore, > per cui le scintille di suo
fuoco amoroso, cioe a dire le divine grazie si spandono di sua Providenza
onnipotente e benefica per tutti quanti gli ordini della natura. Per le
medesime scintille poi prese fuoco eziandio ogni altro amore, imperciocche
innumerabili amori si accesero nella natura universale dalle faville infinite
di questo amor primiero, come bene ne awertisce 11 medesimo Divino Poeta,
perche esso amore aperse 11 varco della creazione deirUniverso alio sparglmento
de' suoi benl portati su le all della sua arden* tissima carlt^, de* quali egli
era infinitamente ripieno, solamente per diffondergli altrui, che egli non era
in nessun conto bisognevole. c Non per avere a s& di bene acqaisto,
Gh'esser non pu6, ma perchd suo splendore Potesse risplendendo dir: snssisto;
In saa eternitii, di tempo faore, Faor d*ogni altro comprender come i piacque,
S*aperse in nuovi amor Tetemo Amore. N& prima, qnasi torpente, si giacque,
Ch^ nh prima ne poscia precedette Lo discorrer di Dio sovra queste acque. »
Qaesto amore, dunque, raccendendosi con iscintille senza novero in tntte quante
le creature, viene ripercosso da loro piu o meno direttamente a riamare e
adorare il bene in£nito, secondo ch^ esse piu o men chiaro il rafQgurano e
se-,condo le proporzioni e disposizioni, ch^elle hanno piti o meno atte a
riceverlo, e a rimandarne a lui per diritto filo, o per via di varii e
moltiplicati ripercotimenti^ i riverberi, o si pure stravolgendogli troppo dal
loro vero corso per la positura mal situata de* proprii affetti, non in Lui, ma
in altre creature erroneamente te gli fermino. Luigi. — Questa h Teologia molto
leggiadra^ ma per mio conto ricerca piu esatta ospressione. MagioUi. — I' torno
a repetere che Iddio e sommo e infinite bene, e per6 bene non ci ha, il quale
in Lui non sia, e che non discenda da Lui, e intanto il bene e bene, in quanto
egli b comunicabile; ed essendo Iddio bene infinite, anche infinitamente
comunicabile convien che sia^ e per6 tutti i beni, che beni da noi si
appellano, beni non sono, dove non si spicchino da questo unico infinite bene,
e dove non sieno riordinati a Lui. Per la qual cosa non ci hanno beni in noi,
nh fuori di noi, se non gli spande il supremo benefattore Iddio come miniera e
principio di tutti i beni. c Dunque air essenzia, ov* e tanto avYantaggio Che
ciascun ben che fuor di lei si trova Altro non h che di suo lame un raggio,
canta il medesimo nostro Poeta. Vero e ch'essi si adnlterano sovente da noi, e fannosi
degenerare dall' esser beni, qnalanque volta secondo il loro diritto non si
rivolgano, e se si torcono non si riordinino a lui. Ora qaale e il veicolo per
cni fassi penetrarc la divina beneficenza in fra tutte le cose create, salvo
che lo spargimento delle faville di qnesto ardentissimo primo Amore da iai
procedente e ugnale a lui, le quali in quelle si appigliano pin o meno, per
qnel modo ch'elle ne sieno secondo loro capaci : cioe questo desiderio, questo
appetite ch* e innestato nella natura universale di finire beni si grandi, pe*
quali ella si mantenga viva e perpetua. Imperd merce di questo amore primiero
fontana di tutti gli amon accendonsi suo' vivissimi raggi in ogni sorte di
creature o vegetabili; o sensibili, che sono semi della sua profonda e
inesausta beneficenza, e scintille vive della sua immensa carita; e percio
Tamano, e si Tamano di voglia siccome quelle che accese ne sono ad una cieca
obbedienza della sua volonta cotanto loro giovevole per la loro prima
conservagione; e Tamano gli individui loro, ancor che per avventura non sappian
di amarlo, conciossia cosa che intendimento e^non abbiano da conoscerlo, che
avrannolo forse in se le specie e generi loro, e se non questi, hallo e V ama e
V adora la madre natura, ch* h il genere.di tutti i generi, la quale accendesi
alTesecuzione del suo altissimo provvedere, divenendo in qaesta bassa
circonferenza ministra della Divinitade. Ma tali beni che dall^ infinite e
sommo bene si diramano parrebbero quasi beni finiti, e terminabili, se non ci
fosse anche a chi comnnicare i beni etemi nel loro essere intero e perfetto,
che sono i veri beni e proprii di un sommo ed infinite bene: per lo che tra le
cose note a noi, appresso V intelligenze saperiori, che Tamano, impercio che
sanno perfettamente quel che elle amano, adorandolo a vise aperto, hannoci gli
uomini, i quali ci rassembrano capaci dello sfogo della divina bont^ intorno a
gli eterni beni ; e di ragione debbono e dovrebbono amarlo sopra ogni cosa che
sia, avendone cotanta arra ne'beni sparsi per V universe, e tanti e si be'raggi
per riconoscerlo, scorgendolo manifesto nella bellezza del tntto e nolle
bellezze tante e si varie di esso; e quando e'non fosse altro, conoscono per
alto privilegio di averne la cognizione, e la bramosia cui h credibile che sia
data, perche Iddio gli abbia fatti degni eziandio di ricevergli, il che non si
ravvisa negli irrazionali che hanno i desiderii loro, e loro affetti^ e
passioni Dei primi moti solamente, dove gli uomini hanno ne gli atti secondi
lumi da distinguere e scerre il meglio dal peggio ; che pero disse Salustio
filosofo : Grirragionevoli adoperano I'ira, e la cupidity per natura; i
ragionevoli per volonta. Di maniera che le razionali creature debbono
accendersi, e '1 possono spontaneamente, al riconoscimento e al desiderio
volontario dello spandimento delle grazie divine^ e alia gratitudine di sna
infinita beneficenza ; impera che essi beni non piu beni sarebbero in noi se
non pigliassimo il loro vero lume, e lo accendimento loro da questa primo
Amore, e non si riconoscessero da noi, e desiderassersi con piena liberta di
volere e con atti riflessi corrispondenti a lui che ne gH ofiPerisce e dona si
largamente. Di qui e che le razionali creature hanno virtii di distinguere e
desiderare questi beni per mezzo di quest o amore scambievole tra Dio e noi, il
quale da lui per venire a noi si diparte, e accendesi in noi per ritomare a
lui, talmente che amore dee essere in noi un ripercotimento di Amore, e un
rivolgimento e un ricongiungimento continue con esso le cose divine, e un
concordamento tendente alia perfezione della divina unitade. E per cio Amore,
disse Platone, h quelParmOnia e quell' ordine che richiama le cose discordanti
alia Concordia ed aU'uno; per guisa che nolle creature dotate di ragione si
eccita il lume del conoscimento e le faville di amore verso il sommo bene, e di
tutti i beni che si drizzano a Lui daUa luce splendentissima di questo primo
amore e di questo fuoco divino, qualunque volta la parte inferiore non
recalcitri alia snperioro, e le torbide passioni do' sensi non ofiFuschino la
bella luce della ragione. Impercio che i principali movimenti delPanima sono
Pintelletto e la volenti, e le altre potenze sono o a questi, o per questi. L'
intelletto ha per oggetto il vero, la volenti ha per oggetto il bnono, ma
perch^ ne V uno ne V altro qua si pu6 consegaire perfettamente da loro, quindi
molte fiate V amore del vero e del buono si lascia in noi traviare dalle
opinioni e dai sensi, e scambia poscia il vero dal falso, il bnono dal reo. e
non al sommo bene, ma si follemente rivolgesi altrove. Ma saviamente lo
c'insegna Platone nel Fedro, dicendo cosi: «Che in noi sono due faculty, le
quali hanno gran forza o potere di guidarci a lor senno : V una si e la
cupiditib innestata in noi, di quel che piil ci diletta : V altra una tale
opinione acquistata cbe brama il buono. Queste alcuna Yolta convengono insieme,
alcuna altra contrastano e tnmultuano in noi, ed ora V una ed ora V altra
vince. Quando r opinione sotto la scorta della ragione ne conduce a quel che
veramente h V ottimo, tale si e la virtu vera e F adoperar ragionevole; ma dove
la cupidita senza ragione alle voluttli ne travia, e in noi imperiosamente
comanda, qnesta chiamasi cupidigia, che muta nomi, seconda a quale effetto ella
stoltamente ne mena. E tale si e quell' amore malusato e trasportato fuori del
sentiero del vero amore ch' e quelle solo, il quale all* ottimo ne insegna la
via.» BuotMccorsu — Con chiarissima distinzione considerate avete, Don
Baffaello, i movimenti di questo prime amore, e quanto sieno poderose e di
quanto ben piene le forze sue ; impercio che primo amore convien chiamarlo; con
ci6 sia cosa che tutti i moti nel mondo, e negli ordini vaij delle creature,
tntti quanti gli stimoli e desiderj di chiunque si sia, sono impulsi di quell'
amore, ch' h V origine impero di tutti gli amori. Ecco la natura percb^ si
muov' ella alle generazioni se non per amore, ed essa nel suo universal
movimento non erra? e se ragione e al mondo, come tiene il nostro filosofo,e
non si regge e governa a caso, come la nostra verita il vieta di credere,
questa e ella altro cbe amore ? il quale tira a ricongiugnere le cose, che per
loro difetto dal loro ordine si deviano; per lo che nasce spesso il tumultuoso
combaitimento di quelle che fuori di ogni loro dovuto luogo a. trovano ; cosi
talora e co* venti, e co' turbini, o con le tempeste, o co'folgori, tutte
impetuosamente si commuovono. ch'e' pare ch'e' si sconvolga il mondo. E percio
essendo tratte fuori dalla loro natural positura s' infuriano per ritornarci e
per ricongiugnersi ciascuna dijnano in mano con quello che loro torna meglio e
si addice. Ne piu ne meno le razionali creature si muovono con tutti i lor
moti, quali essi sieno, o buoni, o mali, sempre per amore; se buoni per amore
alia virtu o alia bellezza degli animi, che gli addirizza alia divina
pulcritudine ; onde il Poeta: « Che mentre il segui al sommo ben tMnvia; » se
mali, perche scambiando gli oggetti che gV inducono ad amare, studiano di
conseguire quel che egli amano per le vie non vere, « Immagini di ben segnendo
false. » Impero V avaro ama le ricchezze, il lascivo i diletti carnali, e via
via di tutti i vizj e falli degli uomini, fino 1' ambizione, anzi Tira, gli
odj, e si le malevoglienze, le maledicenze, e le vendette medesime nascono da
amore per levarsi d'intomo cio, che impedisce loro di godere quel che egli
amano ; il che acutamente ci ammaestra san Tommaso, che intanto odiamo un
oggetto, in quanto e'ci puo vietare il bene che noi amiamo; ma non di meno in
si fatte passioni d^ amore, non mai i mortali si satollano, impercio che anche
conseguendo cio che par loro di volere, il vero oggetto delV amor loro non
consegmscono, ancor che e' si pensino di trovarloci entro. Impero V amor vero e
reale scorge gli uomini alia sapienza e all* amor divino. L* amore stravolto
da* sensi, e che tormina nolle cose corporee, ha solamente per fine se stesso,
cioe a dire ama quello che reputa dargli piacere e utile, sodisfacendo in tutto
per quanto e* puo ai corporali appetiti. Per la qual ragione dicesi amor
proprio, il quale da regola a* movimenti, e alle operazioni de gli uomini, che
non sanno sollevarsi a Dio. Uditelo dal Poeta nostro sovrano, che lo ci esplica
mirabilmente nel Purgatorio, al diciassettesimo Canto. « Ne Creator, ne
creatura mai, Comincid ei, figlinol, fu senza amore, natural e o d'animo; e ta
'1 sai. Lo natural fu sempre senza errore; Ma Taltro puote errar per malo
obbiotto, per troppo, o per poco di vigore. Mentre ch'egli e ne*primi ben
diretto E ne* second! s^ stesso misura, Esser non pu5 cagion di mal diletto ;
Ma quando al mal si torce, o con piii cura, con men che non dee, corre nel
bone. Contra 11 Fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi, ch' esser
convione Amor sementa in voi d' ogni virtute £ d^ogni operazion che merta pene.
» E piu abbasso^ nel medesimo Canto, strettamente al nostro proposito: « Amor
nasce in tre modi in vostro limo. te chi, per esser suo vicin soppresso Spera
eccellenza, e sol per questo brama Ch*el sia di sua grandezza in basso messo.
I) chi podere, grazia, onore e fama Teme di perdor perch' altri sormonti, Onde
si attrista si, che '1 contrario ama; Ed 6 chi per ingiuria par ch'adonti Si,
che si fa della vendetta ghiotto; E tal conyien, che il male altrui impronti. »
Per lo che riconoscesi manifesto che anche il desiderar male, e il far male
altrui, nasce da amore, come detto si e, ma da amor soverchio di se medesimo,
impero che la volontft non puote per alcun modo che sia amare semplicemente il
male, ma si V ama, e il desidera sovente volte in altri a fine sempre e per
amore del proprio bene, ch' essa s' immagina, dove e' non e delusa da' sensi, e
da gli affetti corporei; conciosiache e' non intendono gli uomini, e non sanno
aprir le ale, onde salgano in alto a questo primo amore, ne sanno volare alia
fiamma vivace di questo fiioco purissimo e ardente, il quale dissemina
ampiamente le sue lucidissime scintille per lo tutto a conservazione e vita del
tutto, e alia ricongiunzione per quanto si puo con 1* unita del suo divino
facitore, come detto avete : ma lo stravolgimento nasce in noi dal mal giudicio
dell' elezione, e dall' abbacinamento della vista dell'anime nostre, per entro
le sensibili vestimenta che ne ricoprono, e nascondonne il purissimo lume,
lasciandone a pena che un mal distinto bagliore, e tutte le bellezze, che qua
tra noi rifulgono, eziandio quelle che ne' volti risplendono di bella donna,
sono riflessi e specchi della bellezza suprema; e colui il quale riguardando
con amore in essi, ivi i raggi ferma della vista amorosa, e non sa alzargli al
lor perfettissimo originale, ne va errato a guisa di quello, che mirando il
Sole nell'acqua chiara, non altro Sole che quello s' immaginasse nel cielo; il
che appunto ne awertisce Marsilio nostro, che la belta e un certo atto,
vivacita e grazia che risplende ne' corpi per lo raggio della sua prima Idea, e
consiste nelV ordine, nella proporzione e nel lume, qualita e sembianze che si
possono agevolmente guastare, e trasfigurarsi, riraanendo solamente il corpo; e
pero la bellezza e incorporea, e qualunque ama solamente i corpi non ama vero
oggetto di amore, ne bellezza sincera, per cio che questa riceve il lume dal
Volto Divino, e 1' ordine e la proporzione dalla Divina sapienza. Per la qual
cosa (die' egli) cbiunque ama il lume del Sole, non dee amar quel corpo dove
batte il Sole, ma riferire suo amore al Sole medesimo, ch' h la cagione ne'
corpi illuminati di essi riverberi ; impercio che lo splendore del Volto Divino
che nelle cose belle rifulge h T universale della bellezza, e Tappetito che a
quella si volge e 1' universale amore, e quindi nasce poi U particolare amore a
particolare bellezza ; e percio scambiano di leggieri gli uomini questa
bellezza da quella, e '1 riflesso adombrato dalla luce chiarissima, che lo
indora. Magiotti. — Yolevaci a' miei scarsi talenti il soccorso appunto del
signor Gioseppe, che ne ha dilucidato cosi bene I'ombre del mio dire; perche
non solamente non h colpa o fallo veruno, ma e legge della natura e di Dio, che
gli uomini, e le donne, anziche gli uomini eziandio tra loro scambievolmente si
amino, ma amino la bellezza delP animo adorno della virtu ch' e figura e
immagine vera di Dio, e non terminino I'amor loro con esso Tappetito nelle
forme corporee apparenti, conciossiache questo amore sia anzi awersario
d'Amore, si come quello che dalle bellezze dell' Idee ne ritorce il guardo alia
deformita della materia, e ivi si ferma. Dafinio, — Ma lo appetite che voi dite
non e egli parte di amore? MagioUi, — Son faville scappate fuori dal fuoco
dell' amor vero, che si appigliano nella pece o nel ferro, i quali pero ne
scottano i sensi e arroventano il cuore, benche ciecLi afPatto di luce; impero
che amando le corporali bellezze, come loro ultimo fine, non si amano come
Architetture divine, e percio ancor che in esse in fatto stesso amino Iddio,
come fulgor primo di quelle, e come oggetto vero di amore, non sanno di amarlo,
e amandolo, il disamano, perche invece di ordinare T amore a lui, amano quelle,
si come incentivi non all' amor divino, ma all' amor proprio e alle proprie
volutta; e per tal modo spengono nella corporalita materiale, non che la fiamma
del vero e lecito Amore, ma il lume della ragione. Amar dunque si dee con amore
(ne ammonisce il saggio nostro filosofo) per tal guisa che cio sia venerare la
sapienza e temere dell' onnipotenza divina con ammirazione di lui ; e questo si
e amare con vera dottrina d' amore, impero che con ragione rammemoraci nel
Fedro, che la faccia bellissima della Sapienza, dove si potesse con esso gli
occhi riguardare, all'ora altri si accorgerebbe che cosa sia veramente amore.
Seguitiamo, dunque, il discorso, e si repetiamo, come questo Amor primo, onde
tutti gli amanti si accendono, e razionali, e irrazionali, lo spirito divino si
e, come si disse, il quale portandosi sopra 1' acque, fu ministro della
creazione di tutte quante le cose, riducendole alia prospettiva dell' essere; e
che parimente per via delle inspirazioni accende e volge i cuori delle
ragionevoli ai loro supremo benefattore ; ed e insomma la terza persona della
Trinity ; essendo Iddio Padre per V onnipotenza, Figliuolo per la Sapienza, e
Spirito Santo per I'Amore. Come Padre crea, come Figliuolo ordina e dispone, e
come Spirito Santo sparge la vita e conserva, e tutti richiama al loro Autore,
che pero Dante favellandone neir Inferno, ne le distingue con evidenza: «
Giustizia mosse il mio alto fattore : Fecemi la divina potestate, La somma
sapYenza e il primo amore. Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed
io eterno duro: » con quel che segue. Ma ora adattiamo un poco al nostro vero
Timmaginazione platonica, esaminando con sollecito studio in qua' pensieri elle
si confrontino tra loro, che certo e maravigliosa cosa a udire come il nostro
Autore a tanta verity avvicinato si sia; ma ci6 a voi si appartiene di fare,
signor Gioseppe, cotanto pratico nella platonica dottrina, che in essa errar
non potete (come fare' io) nel referirlaci, e nel metterla con esso la nostra
in agguaglio. Buonaccorsi, — Non per la ragione, che la vostra modestia mi
suggerisce, ma per darvi un po' di riposo, ubbidirovvi, Don Raffaello
carissimo, incominciando anch' io col nostro eccelso Maestro a repetere il
medesimo, che detto si e ; come Iddio e sommo e infinito bene, V occhio della
cui alta mente in se risguardando concepisce V intendimento di se medesimo^ e a
simiglianza di specchio purissimo e tersissimo, ella piglia in se, e rende con
que'divini reflessi Timmagini infinite ed eterne della sua infinita Sapienza; e
queste secondo lui so no intelletto divino, il quale comprende in sh tutta
insieme 1' Architettura perfettissima dell' intelligibil mondo, con tutte
quante le Idee delle cose possibili a farsi da una onnipotenza infinita, le
quali fornite perfettamente di fare dalla sua infinita sapienza si ragunano, e
disegnansi nel ricettacolo della sua mente, e ivi in quella unita indivisibile
insieme congiunte, dimorano in una idea «ola, di che altre volte ragionato si e
in proposito dell' Idee: la cuiinfinita ed eccelsa bonta e bellezza rimirando
egll con occhio desioso e benefico, giacche per se tutta la possiede e non pu6
contenersi di non comunicarla altrui, e quindi nacquc il primo amore, come pur
voi diceste, il quale voile Orfeo essere stato locato nel seno del Gaos nato
innanzi al mondo, appellandolo percio antichissimo di somma psrfezione e di
gran consiglio. Per lo che Parmenide si lascio intendere, Iddio innanzi a tutte
le altre Delta aver conceputo Amore. Nel Caos parimente lo ripone il Divino
filosofo, quivi trasmesso dalla Divina Sapienza alia formazione e
armonizzamento delPuniverso, da esso amore la bellezza ricevendo e r ordine.
Imperfetto. — Ma quale e la via e il modo onde Iddio incominciando da se ordina
questo filo, secondo lo intendimento platonico ? Buonaccorsi. — Volendo la
Provvidenza suprema, e questo sommo e infinito bene comunicare, e mettere in
opera i frutti della sua infinita bonta, e non avendo nulla fuori di se,
delibera a quelli esemplari eterni che detto abbiamo del1' intelligibil mondo,
la creazione del mondo sensibile, per la cui e£Fettuazione dispose valersi di
questo Amore. Dafinio, — Meglio si desidererebbe da me capire la sentenza
platonica intorno alia nascita di questo amore. Buonaccorsi. — Fatevi conto che
la Divina Mente, cioe il suo perfettissimo intelletto si rivolga a Dio come
sommo benC; onde essa mente e per lo suo chiarissimo raggio illustrata, e dallo
splendore di quel raggio accendesi eziandio una viva cupidita di propagare
fuori di se si maravigliosa luce, e qaesta alta e ardente cupidita del sommo
bene amore si e. Adunque la mente ch' e accesa accostasi a Dio, e accostaDdosi
riceve le forme prime divine^ che sono la bontii, la sapienza e la bellezza
infinita del sommo bene ; e per tal maniera si dipingono spiritualmente tutte
le cose che sono, 6 che esser possono per lui, ed esse pitturc sono le Idee
infinite del Mondo Archetipo, le quali nel mondo corporeo aveva determinato con
fabbrica piu massiccia imitare; e qaeste Idee sono, appresso Platone, ne gli
animi razionali (come si disse) ragioni e notizie; ma nella materia immagini e
forme ; queste impercio rifulgouo nella Divina mente con raggio lucidissimo;
nell'anima in modo men chiaro; nel mondo in gaisa molto piu oscura. Per la qual
cosa, awertisce sottilmente questo grand' uomo, a fine di mettere ordinatamente
in filo le intelligibili cose, e trovarvi qualche attaccatura per le sensibili
per quella via pero ch' ei puo, che Tunita divina sia termine dal quale ogni e
qualunque cosa ch' e, e che puo essere, e misura senza confusione e senza
moltitudine; la mente poi e una certa moltitudine ordinatissima dell' Idee stabile
e eterna : la ragione dell' anima, moltitudine di notizie e di argomenti,
mobile si ma ordinata ; 1' opinione una moltitudine d' immagini disordinate, e
mobili: I'unita non solamente unisce le parti deU'anima tra loro, e con tutta
I'anima, ma eziandio tutta I'anima unisce con quella unita, ch'e dell' universo
cagione; la medesima anima in quanto ella riluce per lo raggio della mente
divina, le Idee di tutte le cose per la mente con atto stabile contempera; in
quanto ella si rivolge a se medesima, le ragioni universali delle cose
considera; in quanto ella risguarda i cor pi, le particolari forme rivolta alia
sede deir opinione, e si le immagini delle cose mobili ricevute pe' sensi ; in
quanto ella declina totalmente alia materia, usa la natura per istrumento col
quale muove essa materia e formala, onde le generazioni, e gli augumenti, e i
contrarii loro procedono. Innanzi dunque che la mente da Dio ricevesse le Idee,
a lui si accosto, e avanti che si accostasse era la fiamma accesa di quello
appetito del buono, e del bello cotanto perfetto nella sua essenza, e prima che
si accendesse aveva il divino raggio ricevuto per conoscere la perfezione di se
stesso; e anzi che si fatto splendore lo suo intendimento illuminasse, gia esso
desiderio ardente al riguardamento di lui medesimo si era rivolto : ora, come
dice Ficino, il primo voltamento a Dio del divino intelletto e '1 nascimento
d'Amore; la grazia poi del mondo Ideale la bellezza si e perfetta, primo raggio
della Divina bonta, alia quale di pre sente che amore fu nato, tir6 o rapi
tutte le forme a quel lame, onde il me' che si potea in questo mondo visibile
impresse restassero, e adorne ; per si fatta maniera traendola fuori della
confusione del Gaos ; che impero fa saggiamente creduto per entro al Caos essere
stato locate Amore, accio che con la saa yivifica fiamma e fulgidissima si
rendesse maneggiabile la materia corporea e dura, alia perfezione conducendola
di si bell' opera, e si perche le tenebre da lei discacciasse, e riducessela a
quell' armonia e a quell' ordine che fa essere 1' uni verso opera degna di chi
1' ha fatto. Ch'fe egli altro dunque questo amore secondo Platone, se non
quell' auima universale, o la porzione primaria e piu perfetta di essa, ch'
e's'immagina dalla natura del Medesimo avere avuto suo cominciamento, e poi a
intenzione di farla confacevole e attiva a siffatte operazioni, diramarsi nel
Diverse? Laonde della natura di questo e di quelle essere stata insiememente
composta; impercio te la veste della luce corporea, la quale e' cre6 innanzi a
ogni cosa del mondo, come si e detto : di maniera che ben puo dirsi 1' anima
del mondo platonico non essere salvo che amore, cioe a dire quell' appetite
universale, quel caldo vivifico disseminate nella natura del tutto, il quale
acceso da quell' Amore prime, muove tutte quante le cose alia generazione
continua, onde di mano in mano che per la naturale mortalita di tutte le cose
inferiori gl' individui periscono, merce di esse amore rifacendosi, conservansi
eternalmente le specie lore, e mantiensi il tutto immortale. E cio voile
intendere per mio avviso Marco Tullio nelle Questioni Accademiche, quando
disse: Ex mtmdi ardore motus omnis oritur: is autem ardor non dlieno impulsu,
sed sua sponte movetur; animus sit necesse est, ex quo efficitur animantem esse
mundum, Eccovi dunque in questo ardore del mondo che anima il mondo, essere
chiarissimamente spiegato amore. Per la qual cosa non a torto s' immagino il
divine filosofo esserci due Veneri, con esse distinguendo le operazioni
intelligibili dalle sensibili in quanto alia fattura dell' universe ; ed esser
genitrici di questi due amori, naturale e divine; la prima Venere tutta adorna
del divine fillgore, lo sparge alia seconda Venere; la prima suUe ali del
'prime amore e rapita air in su a riguardare la bellezza di Dio, e cingersi
della purita de'suoi raggi; la seconda pigliandone, il me' ch'ella puote, suoi
vivificanti riflessi, si rivolge alPingiu, colorando con essi, piu al simile
che riuscir le possa, la divina pulcritudine ne'corpi mondani, aiutata a cio da
quell' amore, che nell'anima universale risiede, e da gli stimoli alia natura,
e per tal via da questa Venere seconda raccolgonsi e trasfondonsi le scintille,
che schizzan fuori dal divino fuoco amoroso in tutti i corpi del mondo, i quali
per merito di quel lume riescono belli secondo la capacita loro, e accendonsi
di un ardentissimo appetite a tutte quante le generazioni; e per tal eflfetto
(cotanto alto sail Trimegisto) ch' egli affermo proferirsi dalla voce del Verbo
Divino ad ogni e qualunque cosa creata questo comandameuto: Germinate, crescete
e propagate le universe cose che sono, le quali opere mie sono : col quale
fiato amoroso e benefice impresse nella natura e razionale e irrazionale gli
appetiti del generare e dell' operare secondo suo alto volere. In prova di che
Platone nel Convivio esplica cosi: Iddio nel creare il mondo avere innestato in
qualunque delle cose da lui create una tale amorosa concupiscenza, che
aspirando ad una certa simiglianza e congiugnimento venissero con simili impulsi
propagandosi a conservarsi perpetue : e pitt abbasso seguitando, dice : «
Questo gran Dio (intende d' Amore) e cotanto ammirando, si ritrova in tutte
quante le cose, che si contengono nell' ampio giro della natura universale, e
s' introduce e spargesi per tutte le creature, e umane, e divine, e pero egli e
grande, e molta, anzi tutta 1' intera efficacia, in qualunque cosa che sia, ha
Amore; » che per tal conto i' appella di poi Padre di tutte le delizie, di
tutte quante le piii vaghe leggiadrie e bellezze e avvenenze che dar si
possono, e si di tutte le grazie, e di ogni qualsisia desiderio e generazione ;
e in somma 1' adornamento piu perfetto degli uomini e degli Dei, e cio non si
ved'egli essere 1' istessa cosa che 1' anima dell' universe, come altresi ne
vien dimostrando Apulejo di quest' anima favellando : Illam celestem Animam
fontem animarum omnium optimam et sapientissimam, virtutem esse genitricem
subservire fabricatori Deo? Ora questa Virtu Genitrice puo ella chiamarsi
altrimenti che amore? Anzi, per rendere tanto maggiormente palese come per
tutte le divine cose e piu alte amore si spande, eccovi citato il Divinissimo
Poeta nostro favellando del Paradiso : « In questo miro ed angelico templo, Che
solo amore e lace lia per confine, » e piu innanzi: « Ricomincio: noi semo
usciti fuore Pel maggior corpo al ciel eh' e pura luce; Luce intellettual piena
d' amore, Amor di vero ben pien di letizia, Letizia che trascende ognl dolzore.
» Di modo che e' si vede e nelle cose naturali e nelle umane, e piu di ogni
altro luogo e piu puramente nelle cose divine, essere sparse amore. Imperfetto,
— lo ho notato quel che dice Trimegisto che mi ha fatto stupire, e sembrami,
ch* e^ sia il crescUe et multiplicate et replete terram secondo la divina
favella. Buonaeeorsi, — E pero quando il vero e vero, cioe quelle che ci par
vero e veramente vero, gl'ingegni di piu alto acume ci danno sovente dentro
eziandio col lume naturale. Ma ritornando a questo Divino Amore, raccogliendo
insieme tutto il discorso, puo dirsi che per merito di questo amore primiero,
in sentenza di cotanto grand' uomo, tutte le fatture deir Universe, accese di
si fatte faville, si volgano e amino Dio ; le divisibili alP indivisibility
suprema ansiosamente aspirando ; le di£ferenti e varie alia simiglianza e
uniformita; le discordi all'armonia; le sparse e disgiunte al lore piu
desiderabile ricongiugnimento; le multiplici e numerabiH alia perfezione dell'
uno, cioe a dire conspirano tutte air unita delP Universe, come il simulacro
piu perfetto che mostrar si possa a' nostri occhi del mondo divino ; per tal
modo insomma, anche le cose indefinitamente difformi al Medesimo si chiamano,
dal quale tutti i beni innanzi si dipartono a fin di spargersi per via di
questo nel Diverse, e quindi desiderosamente a quello si studiano di far
ritorno, si come a lore unico perfetto e sommo bene, il quale reputano tutti
quanti i Platonici esser posto nel centre di questo circolo universale; dal
qual centre tutti i divini raggi si partono, ed a lui si ripercuetone qualunque
volta per la colpa degli impedimenti di mezzo, piu e meno materiali e corporei
da lore dirittura non si divarino, e altra via prendane fuori del giro piu
perfetto della ragione. Dafinio, — Qui correrebbe piu bene 1' esempie del Sole
constituite, secondo la sentenza Gopernicana, nel mezzo del nestre sistema, che
quindi spandende i raggi per tutto illumina piu agevolmente tutte le cose, che
per altra via. MagioUL — Non impediamo al signer Gioseppe il corse del
ragionamento, che e materia melto difficile. Btionaccorsi. — E per cio quanto
bene disse Apuleje, censiderande anch' egli essere una sfera d' infinita
retendit^ V essenza del tutte, nel cui centre risedesse il divine Sole ad
illurainamente e vivificamento continue di tutte quanto quello ch' e, e si spandende
i raggi di quell' infinite amore alia cemunicaziene de' sue' boni, essi vie piu
adoperassero perfettamente, e mineri impedimenti patissere di mane in mane
nelle ceso piu vicine a lui, che nelle piu lontane. Corpora calestia quanto Deo
finitima sunt, tanto ampUus de Deo capere, multoque minus qua ah illis sunt
secunda, et ad hcec usque terrena pro intervallorum modo ; ita Deum per omnia
permeare ! Magiotti, — Ma Dante, in cui al mio parere si trova ogni cosa, le ci
esprime con evidenza grande, e nel prime del Paradise, e poi nel venfcettesimo
canto anche meglio: « La gloria di Colui, che tutto move, Per r iiniverso
penetra, e risplende In una parte piiif e meno altrove. Nel ciel che piil della
sua luce prende ec. E poi nel ventottesimo benche e' favelli dell' ordine de'
Beati, vien poi alle cose sensibili: che vuol dire, come nella mente divina s'
accende 1' amore, che volge cioh la intelligenza, la quale ama il suo Creatore,
e ardendo d^amore da lui si parte e ritorna a lui: il che applica Dante, si come
per amoro tiitte le cose create da Dio si partono, e a lui ritornano, a) moto
delI'universo e de' celestiali cerchi dicendo nel Paradise: ^ « £ questo cielo
non ha altro dove Che la mente divina, in che s' accende L*amor che il volge e
la virtti ch'ei piove. » E dimostra poi che 1' ultimo Cielo sia dall' Empireo
com preso, il quale non e se non luce ed amore, per il quale tutti i movimenti
si ordinano de gli altri Cieli, e poi il moto, e )' ordine si regola da tutti
gli ordini della natura, il che si ricava dal resto di quel che dice il
medesimo Poeta : c Luce ed amor d' un cerchio lui comprende, Si come questo gli
altri; e quel precinto Colui che il cinge solamente intende. Non e suo moto per
altro distinto; Ma gli altri son misurati da questo, Si come diece da mezzo e
da quinto.» Ghe vuol dire, come questo Amore onde arde lo Empireo, senza aver
moto da altri che da Dio, mubve qualunque altro moto soprano o inferiore che si
dia. E ci6 e egli salvo che quelle operazioni che assegna il divino filosofo
air anima del mondo ? Per si fatta dunque ragione, hen confessar si dee che
amore sia veramente 1' anima delr universe. Btwnaccorsi. — Ecco perche ne dice
V Areopagita medesimo : « amore e un cerchio huono, il quale sempre da bene in
bene si rivolge; in quanto Iddio e atto di tutte le cose, e quelle aumenta,
dicesi bene; in quanto le abbella e fa leggiadre, dicesi bellezza; si come
bene, crea, regge, e provede; si come bello, illumina, e grazia dona loro, e
vaghezza. » Luigi, — Gio e appunto quelle ch* i bramava di sapere, in qual modo
stessero in Dio e congiugnessersi insieme bonta e bellezza, e che legamento
fosse tra loro. MagioUL — La bonta infinita di tutte le cose h Iddio solo ; la
belta e raggio di Dio sparso in que cerchi che intorno a Dio, come centro loro,
si volgono. D Sommo Bene e la sopra eminente essenza di Dio : il Sommo Bello
quel raggio si e che da esso sommo bene rifiilge per lo tutto, penetrante prima
nella mente sovrana, quindi nelP anima dell' universe, e nolle altre razionali
anime, indi nella natura e nella materia, e la perfezione interna genera quasi
sempre la perfezione di fuori; e pero la Divina bonta la bellezza produce, e si
pero la bellezza vera dicesi da' Platonici fiore di bonta; laonde per merito di
questa belt^ esteriore T interna bonta alletta ad amare, e qualunque ama la
bellezza secondo il dovere, essa ne conduce gli amanti ad amar la bontade; per
lo che con giusta ragione da Platone amore si appella (come che in sostanza e'
sia desiderio di bellezza), bellissimo, e ottimo, e per cio donatore di tutti i
beni a' mortali. Questo raggio, impero, colora in quattro cerchi le spezie di
tutte quante le cose. Ecco nella mente divina dipigne I'Idee, ove il raggio e
nel suo piii perfetto vigore; neir anima poi la ragione, nella natura i semi, e
nella materia le forme, nolle quali cose esso splendore viene di cerchio in
cerchio dalla sua perfetta luce smontando, ma 1^ dove la divina bonta adopera
immediatamente, le cose perfettissime sono: V Fer6 se 11 caldo amor la chiara
vista Delia prima yirtu dispone e SiegDa, Tutta la perfezion quivi s' acquista.
» Dimaniera che Iddio e la bellezza, la quale tutte le cose desiderano, come
detto si e, e nella cui possessione tutte si abbellano, tutte si contentano, e
quindi 1' amore in qualunque creatura si accende, concedendo Iddio lume del
vero a gli animali razionali, e fuoco di carita, il quale va sempre crescendo,
come il Poeta stesso : « Lo raggio della grazia, onde s' accende Yerace amore,
e che poi cresue amando. E in un altro luogo, ec. « Perch e s' accrescera ci6
che ne dona Di gratuito lame il sommo Bene; Lume che a lui yeder ne condiziona:
» il che ci sentiremo dentro di noi adivenire, dove noi andiamo mantenendo vivo
col vero amore questo lame della grazia, finche chiamati siamo a lui per goderloci
a occhi veggenti. Imperci6 che la perpetua invisibil luce del divino sole
sempre a tutte le cose con la sua presenza da conforto, vita e perfezione, e
dona loro virtu di augumento, e pero Iddio se sopra tutto PUniverso spandere.
Zoroastre, se bene ho a mente, pose tre principii del mondo, signori di tre
ordini, Iddio, la mente, e ranima, cui rispondono le spezie divine; idea,
ragioni e semi. Le Idee da Dio date sono alia mente, perch e esse con la
bellezza loro richiamino la mente in Dio; le ragioni intomo alia mente, perche
elle si conducano per la mente nelFanima, e si addirizzino Tanima alia mente. I
semi circa all' anima, impero ch^ mediante V anima passino nella natura, e
dalla natura con V ordine e con 1' armooia si richiamino alle operazioni dell'
anima. Per lo medesimo ordine poi dalla natura nella materia discendono le
forme; ma queste non sono nel filo delle spezie divine, le qaali pure da esse
prendono il diritto loro, e con esso T ordine deir anima alP Idee, e per queste
all' unita prima si vadano accostando, per quanto esse capaci ne sono. Tale si
e il sistema Platonico per cui si coUegano le cose divine ed eterne, con le
temporali e sensibili; e quindi da qaesti quattrp circoli riflettono gli
splendori della Divina Bellezza che si rivolgono piu o meno lungi al centro ch'
e Iddio : e'l primo amore da tali splendori acceso, da moto e attitudine a
tutte quante ie operazioni dell' universo, o vegetabili, o sensibili, o
razionali ; le Idee, le ragioni, e' semi, che per via di quest' amore, di quest'
Anima universale discendono nella natura, e secondo il luogo dove discendendo
si posano, mutan nome, sono ie cose vere, ma le forme poacia de'corpi sono piu
tosto ombre delle cose vere. Ora chiunque queste attentamente rigaarda, puote
ammirare ed amar quelle, perche in esse scorge, e riconoscevi il divino
fulgore, e per esso sale ad amare Iddio stesso; e come diceste, signer
Grioseppe, niuno amatore amando si satolla per qualunque conseguimento qua tra
noi di ogni bellezza che sia, impercio che quel che e' vorrebbe non
conseguisce, 1' occulto sapore della Divinita gli amanti non assaggiano,
quantunque ne sentano suavissimo odore, che gli alletta ad amarlo. E cosi per
questa fragranza si appetisce il sapore nascoso, ma sovente non sappiamo, ne
ravvisiamo in che, che e^ si sia. Quel, fulgore della Divinita che risplende
nel corpo bello costrigne gli amanti a stupirsi, e venerare esso corpo come
statua di Dio, ancorche e'non si rinvengano in essa delr originale, e pero non
veramente la materia corporea si ama, come di sopra ne avvertiste, ma la divina
belt^ che in essa riluce, e vorrebbe Puomo trasformarsi nella cosa amata (dice
Marsilio) perche in quelP atto amoroso senza saperlo appetisce di farsi Iddio.
Sospirano gli amanti, perche si avveggono di lasciare se medesimi, e non si
trasformano in quel che e' vorrebbono; percio che vogliono, e non sanno quel
che essi vogliano. Laonde colui che antepone la forma del corpo alia bellezza
delP animo, non usa bene la dignita di amore ; conci6 sia cosa che la belta corporale
sia splendore neir omamento di colori e di linee che agevolmente si cancellano
e oscuransi; quella delPanima risplende nella consonanza delle scienze e de'
costumi, che sono imitamenti piu al vivo della divina sembianza. Lo splendore
del volto divino nelle sopraddette cose e 1' universale della bellezza,
I'appetito che a quelle si volge e I'uni versale di amore, e quindi si deriva
poi il particolare amore a particolar bellezza, la quale nella convenienza deUe
parti con esso i nostri occhi, che la mirano in un modo a questo, e in un mode
a quelle consiste, e nella approvazione che da noi se ne fa col desiderarne V
acquisto, nasce il particolare amore, che per ci6 scambiano tal volta gli
uomini, se non ci badano diligentemente, o che non abbiano le vere seste ne gli
occhi lore, la bellezza vera dalla falsa, e '1 riflesso dal lame. Per lo che
Delia mente delF uomo e situato da Dio un eterno amore di vedere e godere F
universale beltk, e con esso gli stimoU della particolare, sed essa non ci
abbarbaglia i sensi, ci moviamo alle virtu e appetiamo la sapienza, che sono i
pin be' ritratti di Dio e di piu perfetta maniera. Per guisa che Platone,
nell'Epistola al Re Dionisio : « L' animo dell' Uomo desidera intendere le cose
divine, riguardando in qneUe che a lui sono piu propinque, e a tal cagione
amore secondo lui e interpetre e mezzano per far trasvolare le umane alle
divine cose, e far discendere le divine a noi; » il che amava meglio Cicerone
dicendo: maltAerim divina aA nos, e quindi con somma ragione appellasi amore un
mezzo tra le cose mortali e le immortali. II raggio di qualunque bellezza (come
bellezza e\V e) discende innanzi da Dio, poi trapassa nella mente, e neir
intelligenza, e quindi nell* anima, come per materia di vetro, e dall^ anima
passa nel corpo, preparato a ricevere tal raggio, e da esso corpo formoso
trainee fuori massime per gli occhi come per trasparenti finestre, e da essi
penetrando negli occhi, che in quelli riscontrano, per quegli ferisce V anima e
acceudevi lo appetite, e r anima ferita, e P appetito acceso ne induce a
bramare il refrigerio, c ci6 ottiene qualunque volta il ricondace a quelle alto
luogo, onde il primo raggio discese pe' gradi del corpo della cosa bella ed
amata alia bellezza dell' anima di essa cosa amata, di poi alia mente e alU
Idea di quella, e in ultimo a Dio, ch'e lo splendor primario, e Pe tutto
insieme di ogni bello che sia. E per quale altra cagione hanno piu forza gli
occhi di accendere i cuori, che le altre belle fattezze deWolti, se non perche
amore che nasce in ciascuno h invitato a penetrare fin entro alle bellezze
dell' anima, e qaindi risalire a Dio, e non terminare lo appetito solamente
nella superficie corporea? Udite il Petrarca com'e'favella quando e'ragiona de
gli occhi: « P«r divina bellezza indarno mira Chi g\i occhi di costei gia mai
non vide Gome soayemente ella gli gira.» E nelle canzoni Degli Occhi: « Gontar
porria quel che le due divine Luci sentir mi fanno. » E nell^ ultima : e quel
che segue, sempre discorrendo sopra gli effetti am-^ mirabili di questo Giove
per lo giovamento e beneficenza ch' e' rende al tutto, ma per via di questo
amore di quest' anima dell'universo; laonde amore, ch'e della sostanza di
Griove, e Dio anch'esso, o e il fiore, e il lume piu puro dell' anima, o e T
anima stessa del mondo, la quale ordina, unisce, e mantiene immortale la natura
delle cose mortali, perche per se morendo tutte, sua merce tutte si
ringiovaniscono e si si risuscitano ; cosi per virtu di quest' anima
universale, dico di questo ferventissimo amore dal Medesimo, cioe dal sommo
bene^ tanti bem al Diverso comunicabili si fanno, e quindi al Medesimo con
armonici numeri si riconcatenano, e dal Medesimo via via nel Di verso, e dal
Diverso nel Medesimo, con perpetua amorosa circolazione ritornano, e percio o r
anima del mondo e ripiena di amore, o T amore e r anima egli del mondo, come
mirabilmente disse Torquato Tasso, in quel suo sonetto esplicando in pochi
versi quasi tutta la nostra dottrina. « Amore alma e del mondo amore h mente
Che volge in ciel per corso obliquo il sole, E degli erranti Dei Palte carole
Bende al celeste suon veloci o lento. L^aria, ]' acqua, la terra, il foco
ardente Misto a' gran membri dellMmmensa mole Nudre il suo spirto, e s' uom s'
allegra, o duole Ei n' e cagiono, o speri anco o pavente. Pur, benche tutto
crei, tutto governi E per tutto risplenda, e 'n tutto spiri, Fiti spiega in noi
di sua possanza Amore; E, disdegnando i cerchi alti, e supemi, Fosto ha la
reggia sua ne* dolci giri Be* bei nostri occhi, e '1 tempio ha nel mio core. »
Amore e dunque esso 1' anima dell' universo, perche qualunque desiderio che si
accende in tutte quante le creature di ogni sorta ch' elle si sieno, quale
appetito che sia il quale regna nel tutto e nelle sue parti e si nelle specie e
negli individui del mondo, ha suo primo impulso da quelle incentivo sovrano che
ci muove ed eccita al godimento del buono perfetto, conciosiacosa che tutti i
beni comparativi, che veramente beni sono, dal superlativo del sommo bene ne
piovono sopra di noi; e se gli appetiti nostri si smoderano, e pigliano i mali
per beni, cio non da amore, che non erra nel suo fine, ma nasce da noi, e dalla
nostra imperfetta e cieca natura, i quali scompigliando co' fiati delle
disordiaate passioni quelle faville, te le deviano dal vero riflesso loro, cioe
dal diritto incamminamento al lor bene, onde sfavillarono da prima,
scambiandolo col falso bene, che bene ci rassembra, impercio che noi non
sappiamo alzarci dalle terrene cose, ed in queste fermando il pensiero non come
mali, ma siccome beni gli bramiamo. M' immagino ch' e' vi paia esserci noi
troppo distesamente dilungati dal filo ; ma se amore e veramente I'Anima dell'
Universo, o Fanima di quest' anima, sara stata simile proposizione parte
principale, e molto ben fondata, e non digressione dell' incominciato
ragionamento. Imperfetto, — Ora che ne dite: non vi par'egli che il concetto di
quest' Anima universale, di questo amore, che da moto, regge, e mantiene, e
ordina il tutto, e riscalda di esso le parti, e svegliale a gli appetiti delle
generazioni, e della conservazione di tutte le spezie, e dell' universo
medesimo, sia una cosa in tutto e per tutto al divino spirito somiglievole, del
quale poco fa discorse si altamente il nostro Magiotti ? MagioUu — E quello che
ha proferito con si sovrano ragionamento il signor Gioseppe, e spezialmente la
difinizione cotanto sottile ed arguta ch'egli ha seco medesimo pensato intorno
alia differenza che dar si possa tra questo amore, e 1' anima del mondo, quanto
perfettamente si adatta al divino spirito! poiche (diss'egli) che credeva poter
essere per awentura questo amore quella porzione del1' Anima Platonica,
solamente nel Medesimo consistente, e il fiore per cosi dire di essa Anima. Ora
se Platone non imbrattasse per un certo modo la sua anima con esso il
componimento del Diverso, mala facesse essere perl'appunto questo amore del
Medesimo solamente fatto, che ci averebb'egli da ridire, perche e' non fosse
tutt' una col nostro divino spirito dispensatore per 1' universo tutto, e a
tutti gli ordini delle Creature, delle celestiali grazie e degli aiuti soprani
? Quanto poco e mancato a Platone a non dir tutto vero? Dafinio, A questo modo
Platone con altri vocaboli avra quasi senza errare intesa e espostane la
Trinity ; se e' 1' ha fatto per proprio lume, ell' e intelligenza piu che da
uomo. MagiotH, — E intelligenza certo piu che da nomo, e da non potersi
intendere salvo cbe su '1 fondamento del credere, e chi presume piii oltre e
matto, come disse il nostro Dante: Puossi egli dir piu? Ma e' non seppero perfezionare
questi Platonici il concetto intero delle tre persone e un solo Iddio, nel
modo, ch' «lle sono, impercio che, come bene osserva il cardinale Bessarione,
seppe Plato ne riconoscere Iddio come la prima mente, e il suo divino
intellotto colmo delle Idee, che tanto si ^ a dire la sua infinita sapienza,
siccome figliolo seco coetemo ed ngaale, e come della medesima natura chiam5 la
divina sostanza col vocabolo del Medesimo e dell'uno. Ma non giunse poi a far
rassomigliare tanto cbe basti Y anima deir universo al divino spirito,
facendola staccare si dalla sustanza del Medesimo ; ma rinvolgendola nel
Diverso con le sensibili cose e corporee, te la permiscbi5 nel suo
componimento, e percio riconobbela come inferiore e non uguale a Dio, e al suo
Divino intelletto; e questo impercio cbe tra due cose tra se per si grande
intervallo distanti, e di disuguaglianza infinita, reputo convenirci, per
necessita, de^mezzi, n^ potette capire che la Divinitli pura ed intera tra le
cose corporali e sensibili a mescolare si avesse, cotanto tra se differenti e
lontane, senza patire macchia o difetto, e percio stimo r anima composta dell'
uno e delP altro, accio che fosse mezzana per traportare la ragione ad
armon^zzare e perfezionare si vasto ed alto edificio, e non trapasso a
conoscere che la purita, semplicita e chiarezza perfetta, quale ella e in Dio,
non teme ombra, o contaminamento da veruna cosa che sia. Periculum status sui
Deo nuUum est, disse Tertulliano. Buonaccorsi. — V noto che Ermete si
approssima alia verita nostra piii che cioe a dire dell' essere divino, e della
TrinitJi delle persone. Imperfetto, — E' mi sowiene di un altro luogo di Dante,
nel Paradiso, che mi pare piii bello^ e ch' esprima bene, e nel quale
discorrendo della Trinitib specifica in ultimo lo Spirito Santo: « Nella
profonda e chiara snsslstenza Dell* alto lume parremi tre giri Di tre colon e
d'una contenenza: E run dairaltro, come Iri da Iri, Parea reflesso, e il terzo
parea fuoco Che quinci e qaindi egualmente si spiri. » Con esso il ben fondato
appoggio della fede, che si contenta di non intendere quel che ella crede,
possonsi dire cose altissime intorno ietlla Trinita ; ma gli altri che fondano
il loro sapere tutto su lo intendere, salgano pure in su quanto si vogliano,
che ognun di loro in qualche parte vacilla; impercio che non ha si gran seno la
nostra comprensione. MagioUL — E di qui nasce, che Trimegisto piglia equivoco,
e non si dichiara bene in quel suo elevatissimo presupposto, e Platone non
resta capace che un Dio possa adoperare nella materia senza termini di mezzo
alPuno e all^ altra in gran parte confacevoli ; laonde e^ s^ immagina quest'
anima composta del Medesimo e del Diverso, e svaria dalla verita, che in noi
s^innesta per grazia e per merito della fede. Imperfetto, — Ma che vuol dire
che la Genesi ancora mette che Iddio spendesse sei giorni neUa creazione dell'
Universo, e il settimo si riposasse? II tempo, come pure detto avete, non s'
incominci6 egli a computare dopo la creazione, cioe a dire I'ordine successivo
de' giorni, de' mesi e degli anni, la cui misura sono le revoluzioni quotidiane
del Sole? e poi sempre sete venuto affermando per cosa indubitabile che Iddio
onnipotente non abbia mestieri di distinzione di tempi, e di differenze, e di
atti nel suo adoperare, contrario a quelle che pone il Timeo. BuonaccorsL —
Iddio con sua onnipotente mano opera in uno istante, dico col suo Verbo
onnipotente nel modo che ne avvertisce Trimegisto scrivendo a Tazio, che il
sommo Architettore col Verbo, non con le mani, ha fabbricato il mondo. II suo
Verbo dunque con un atto solo indivisibile per5 e' fa tutto. Imperfetto. — Ora
dunque che cosa vuol' ella dire la Genesi cental divisione di giorni, che
suppongono atti diversi? Ella ne pone pure una verita infallibile ? E poi dice
che Iddio si riposasse: puo capire in un Dio la fatica, la lassezza e perci5 V
aver uopo di quieto ? Saracci sotto qualche mistero. Buonaccorsi. — Cio dice la
Scrittura, non perche Dio operi con atti distinti, ma perche delP ubo de gli
atti distinti abbisogniamo noi a fine d' intendere una operazione individua e
cotanto immensa di un Dio ; e pero la Scrittura, e per avventura Dio medesimo
nella creazione del mondo, e del tempo, si accomodo al nostro modo, e alle
misure che capiamo noi. Dafinio, — Ancbe Platone e Trimegisto V avran detto pel
medesimo fine, non perche e' non avesse a sapere quali sono le alte condizioni
dell' onnipotenza divina, e per tale effetto le assegnasse le nostre a farci
intendere il suo mo' di operare. Magiotti. — Non dico ch' e' non possa essere,
ma e' non e in verun conto vcrisimile, che alcuno che sia aggiugnesse a quello
che si arriva solamente con la iidata scorta della grazia e del lume divino,
che per Y acquisto di una tal yerita dona Iddio a suo' fedeli solamente, e non
si puo gia mai acquistare per natura, o per istudio. £' giunse pur troppo
innanzi col barlume del suo acutissimo ingegno; ma non potette, ne seppe dare
il suo legittimo e giusto peso alia divina onnipotenza, e per quanto e' si
alzasse con le misure, non seppe interamente uscire dalle nostre bilancie; e
pero ne parla il filosofo nostro come s' ella avesse bisogno di un' operatrice
sotto di lei a fare andare con ordine il mondo, e farlo vivere vita perpetua,
quasi Iddio disagiare si avesse, e partirsi da suo sovrano seggio, quando
dovesse adoprare da se, ne gli bastasse il vigore del suo divino sermone quando
disse per stabilir di pianta in un attimo I'Universo intero, si come e'fe', e
si farlo camminare con ragione in virtu di quell' editto irrevocabile che e
impermutabile legge ed eterna della sua volonta. Cambise, Xerse e Dario, come
considera Apulejo, standosene come serrati in un Tempio nella Citta capitale
de' loro reami a render co' popoli piu venerabile la loro maestli, e piu sti'
mabile e autorevoie la loro potenza, faceano abbidire prontamente, e senza
disdetta veruna le leggi loro per Tampiezza de'lor dominj. E Filippo Secondo Re
di Spagna ne' tempi modemi usava dire, che dalP Escuriale governava piu d^un
mondo; ed hassi a dabitare se un Dio immobile e perfetto per sua natura possa,
senza muoversi, con an volger di ciglio reggere e moderare il governo delP
Universo? Se con un tocco di tromba una moltitudine ne gli eserciti di
presente, ciascuno per ciascuno, si mette all' opera di quello gli si
appartiene obbedendo, senza scattare punto a gli ordini del loro generale, e
pure le leggi de gli uomini imperfette sono e mutabili a capriccio dei
Principi, e o per ribellione de'popoli alterar si possono, o perche non da
tutti s' intendano ; e la voce sonora della Divina parola non si ha da udire
per tutto e' suoi decreti, e le sue leggi che non variano, e che sono di
infinita luce e chiarezza, come affermano i sacri proverbi : mandatum Domini
lucema est, et lex lux, 6 per cio etemi sono, n^ patir possono alterazione o
dubbiezza ; hassi a mettere in disputa s' essi s' odano a un tratto per tutto,
e non si esegyiscano dalla natura e da tutte le minime parti del tutto, senza
ch'egli si abbia a muovere dal suo altissimo Trono per farle eseguire ? e che
perci6 se gli convenga assegnare un' altra cosa, che se, per ministro
subordinato, come si e V anima del mondo, accio che ella vada ad ogni minima
particella di esso portandole gli ordini ec? Iddio strabondevole di forze e di
potenza, di augustissima specie, Genitore delP immortalita e la virtu stessa di
tutte quante le virtu, la cui legge sola h perfetta, e impermutabile, per cui
tutti quanti i semi fanno le special! operazioni loro nelle nature diverse di
tutte le cose ; e i Cieli, e gli Orbi, e i pianeti e tante altre stelle, con le
loro speciali revoluzioni si volgono per la medesima con tanto ordine, e regola
bene armonizzata e distinta? Non perche dunque Iddio fosse bisognevole di tempi
e di atti diversi, ma a maggiore intelligenza nostra, la Sacra Scrittura divise
in piu atti un atto solo del divino adoprare^ e in piu tempi la sua operazione
instantanea, dicendo che Iddio e il suo alto intendimento conobbe di far cosa
buona, e conosciutala delibero con esso la volont^, e deliberatala col suo
Verbo e col suo spirito fece il mondo, cosa per cosa, nella divina settimana
per fame capaci i mortali, che cio dovean credere, e non erano atti ad
intendere, essendo necessarie si fatte misure a noi per capire quel che non e
da noi. Dafinio. — Tant' h, io non ^ni rinvengo per qual ragione noi abbiamo da
a£fermare che Platone non Tabbia fatto al medesimo fine, con diverso modo dal
nostro. Magiatti. — No, perche ne il filosofo, ancor che Divino veramente
chiamar si debba, parlando cose che il tacere e bello, non poteva senza lume
soprannaturale, onde ha privilegiato solamente i suoi fedeli la Divina
prowidenza^ per quanto e' si sollevasse alle piu alte cime, non poteva mai,
dico, si a dentro penetrare, come noi facciamo con la fede, nella cognizione
imperscrutabile della divina onnipotenza ; e si camminava, e vi saliva tentoni,
e non era atto a spiccare nn volo sicuro si come riesce a noi illustrati da si
chiaro fiilgore. E poi Platone non averebbe formata Tanima inferiore, come si h
detto, rendendone per ragione ch'ella dovesse mescolarsi dove non conveniva si
permischiasse Iddio, e perche in somma non capiva benissimo qnello che
veramente fosse Iddio; imper6 egli reputo necessaria qnesta anima fatta si da
Dio^ ma disseparata da lui per la forma* zione del mondo, non potendo rimaner
capace che la sovrana parity della divina essenza dovesse mettersi in risico di
macolarsi in fra le cose nostre inferiori, e cio e impossibile scorgere cosi
per V appnnto il vero, si come egli e ancora che dinanzi a gli occhi de^
mortali se ne spanda il lustro ed una vivace splendenza. Dafinio, — Se Apulejo
T intend' egli, perche tal cosa di una onnipotenza assoluta di Dio non Fha da
capire Platone ingegno divino? Buonaccorsi, — E per questo convien confessare
che ana si ampia materia, a si alta, che si distende in vie piii largo, ed
immenso spazio, ohe il seno non e delle menti nostre, avendo colmo, per grande
e spazioso ch' (b' fosse, quello del nostro divino filosofo, nel volerlo
abbracciare e comprendere UQ tal concetto tutto insieme, e ben verisimile che
glie ne scappasse fuori qualche particella, ancor che atta ad ogni capacita,
introducendovela sola, nel mpdo che poche gocciole di acqua son quelle che
fanno traboccare il vaso quando egli e gia pieno; e pero ne prese la vasta
mente Platonica quanto ella poteva di si larga e strabondevole e infinita
materia; ma perche essa mente era finita, non la potette capire e rattener
tutta ; o si pure egli e ragionevole di credere, ch' egli avesse lette e
studiate le sacre pagine di si alta proposizione, e per farsela sua fosse constretto
a mutar qualcosa, e mutasse questo; e Apulejo disse quello, e si abbatte a dire
il vero, ma non giunse poi tant^oltre a un gran pezzo quanto Platone, e il
meglio 11 tolse da lui. Imperfetto, — Egli e certo che la verita si fa lume da
Be, ma e cosi grande e cosi lucido ^ suo spandimento, ch' ella ne abbaglia.
Sant^ Agostino non die* egli discorrendo sopra quel luogo del Vangelo: per
Verhum Dei facta sunt omnia, in questa maniera ? Inveniuntur ista et in libris
Philosophorum, et quia unigenitum habet Deus per quern facta sunt omnia, illud
potuerunt videre quid est^ sed viderunt de longe. MagiottL — Anzi, tutto il
contrario, impercioche per qual maniera ci6 sia, o ch* e* se 1' abbia
immaginata da se, o no, e* s* h approssimato col suo falso tanto innanzi al
vero, che piu tosto si pu5 dire ch' e' si tocchino V un V altro con un
sottilissimo confine. Ita .... finitima sunt falsa veris, disse Marco TuUio; e
Dante: € Cos! parlar conviensi al vostro ingegno, Perocche solo da sensato
apprende Ci6 che fa poscia d' intelletto degno. > E pill abbasso: lo fo
dunque conto che il moto non sia altro che questo, e pero secondo il declive
che le cose incontrano, per varie sorte di canali e secondo le forze e le
resistenze in che elle si awengano, V una a petto all'altra, nasconne tante
varieta di moti nella natura, e air insu, e all' ingiu, e pe' lati, e non V ho
per cosa soprannaturale, e che quindi poi ne vengano gV impulsi alle sensibili
cose : ma egli e che noi altri uomini abbiamo questo mode di fare, che quando noi
non giunghiamo a intendere una cosa, o noi siamo cotanto temerarj che, perch6
noi non V intendiamo, la neghiamo ; o tanto facili, che le assegniamo nna
cagione sopra naturale, senza sapere quelche ella si sia per quietarci nella
nostra insaziabile curiositade; tratto di coteste cose del moto, perche in che
modo stieno i movimenti delP anima imraortale e di sovrana fattura, ancor che
io vi opponga per mantenere il discorso, e investigare meglio il vero; io so e
credo quel che io debbo credere; ma che da noi si possa giugnere col nostro
intendere per le vie cbe voi fate, oh ! questo io T ho quasi per impossibile.
MagioUi. — Ma quando fosse quel che voi dite, pur ci vorrebbe un geometra
perfettissimo, e sopra le cose nostre inferior!, il quale avesse saputo con sopra
natural maestria fabbricare e situare questi canali e queste vie col loro
debito declive maggiore, o minore, e posto a^ lor luoghi si ordinatamente, e
dato a tutte le variety degli umori che vi debbono scorrere, i lor varj pesi a
ragione, come non solamente nell' universe, ma anche nel microscomo camminar si
veggono tutte quante le cose con ordine, e proporzibne, e tanti moti di vita
non cessar mai finche e^n6n si muore. Ma pure dope morte finiscono, avvegnache
i canali iie' cadaveri si scorgano interi, e non guasti, e gli umori vi si
ritrovino ; ma perduto il raoto, adunque, questi movimenti maravigliosi non
hanno 1' impulso loro dal declive, quantunque forse il declive gli agevoli
loro, e ne apra loro le vie ; e pero e' convien credere cbe r anima abbia
sospinta, e con altra forza sospinga e muova le cose, che con quella cbe voi
dite ; e s' ella venisse d* onde voi mi date ad intendere, le maestranze
appareccbiate con ordine, e con regola cotanto eaatta, non sarieno da cagione
corporea, ma da cagione intellettuale e divina, cb' e principio universale di
moto, perch' essa e quella che adatta si maravigliosamente e dispone le cose a
pigliare il moto ed operare con tant^ proporzione e virtu. Bafinio. — Anche le
anime vegetative, e le sensitive averanno a vostra detta il loro movimento da
Dio. Adunque anch* esse immortali saranno ? Magiotti. In sentenza platonica
(contradicendo per6 in qualche piccola parte a Platone) egli e assai agevole a
sopire la vostra dificult^, impercio che si come le anime razionali adoperano
in virtu di quel moto, vita, e azione, innestato dal Supremo Arteiice per entro
la sustanza loro perfetta, intera e incorporea per impulso di forza infinita;
cosi il moto loro (come detto si e) e si la vita e 1' azione loro viene a
essere perpetua e immortale ; ma nell' anime irrazionali, le quali pare che
Platone abbia anch' esse per immortali, nulla di meno, ancor che mortali elle
sieno, il lor moto, la lor vita, e la loro azione dall' anima universale riceve
lo impulso, il quale compone in quelle 1' azione con quelle ordinaraento cb'
esso moto ritrova addirsi alia disposizione varia de' temperamenti e degli
organi che hanno da muoversi; onde o la vegetabilit^ sola ne resulta, o la
sensibilita con esso la vegetabilita insieme congiunta; imperocche esso
movimento delF anima universale da sospinta alia disposizione delle parti
official! de^ corpi, e inducevi la vegetazione, e^ sensi per il modo che noi
veggiamo ; e que8ta puo cbiamarsi sustanza mliteriale, e corporea, perche
quest' anima vegetabile, e sensibile, non e anima da s^ senza essi organi, e
disposizioni che concorrono insieme all' azione 6 alia vita, e mancando e
morendo gli individui, e disfacendosi la struttura de gli organi loro, esso
moto, e azione, cbe ha Purto si bene ordinato dalla ragione e dal movimento
dell' anima del mondo, finisce di esser anima propria, e rimane nell'universale
componimento dell'anima del mondo. Ma ne anche ^ difficile il rispondervi nella
vera nostra dottrina: impercio che l6 anime razionali ricevono I'impressione
de'moti loro dalla forza infinita della mano divina, quando ella le crea
sustanziali, e incorporee, allor che finito di fare il feto, informano il suo
corpo, e perche il moto, la vita^ e le azioni loro sono totalmente nell' anima,
e dalla disposizione di esse membra organali anzi ricevono impedin^ento e
contradizione, che sveltezza e sussidio a' lor moti divini. Essa anima e anima
ancorche fuori de' corpi, ed ha fuori di essi piu libera 1' azione, il moto, e
la vita; e percio, anche morendo i corpi, ella vive immortale. Le anime
vegetative poi, e )o sensibili corporee sono si come detto si e; concio sia che
la parte della vita e dell' azione loro consiste nell' attitudine e positura
corporale organica, e ne' temperament! varj degli umori composti insieme, e
parte nel moto, il quale avvenendosi in esso corpo e disposizione atta a
riceverlo, tra '1 temperamento degli umori, tra la disposizione degli organi,
essi corpi ottengono le azioni loro per un modo o per 1' altro dal moto
assegnato alia natura da Dio; e percio esse anime per tal maniera ricevon
potenza di vivere le vite loro ; delle cui vite e Tesoriera la madre natura per
compartirle di raano in mano alle nascenti cose, e succedenti V una dopo 1'
altra in perpetuo. fi impero che questo moto, che s' infonde ne' corpi dal
ventre della terra, ond' egU esce, e dagl' impulsi delle operazioni natural!, e
fuoco, e aere, e umidore ne mena seco, e con fluidezza e agib'ta indicibile per
essi organ! discorrendo in varie guise, rende vivificazione continua e accrescimento
nelle vegetabili creature, e un eccitamento di senso nelle sensibili, per quel
sovrano modo che da noi non s^ intende ; ed essendo esse anime e formandosi per
loro un componiiuento di corpicelli, e un temperamento corporeo che le
racchiude; corporali e materiali si chiamano, perche per se nulla non sono
senz' essi corpicelli bene accordati a ricevere il moto nel corpo maggiore
dell' individuo. Buonaccorsi, — Quel che mi fa maravigliare si e, come Yoi
abbiate a mente tanti e si be' luoghi trovati anche negli autori di piu credito
gentili ; ma a maggior miracolo della sapienza, e contemplazione di quell* uomo
esimio di Socrate, se ne leggono molti, e n^* Apologia^ e nel Fedone, e non
solo per r immortality dell' anima, ma si e avanzato lino a far conoscere la
necessita del Purgatorio, e del Paradiso, e deir Inferno ; e avvegna che con
qualche differenza da quel che veramente e' sono, pure ebbe talento da
conoscergli ; e come che piii e piu altri ne abbiano scritto con favolose
invenzioni, Socrate ne ha favellato da senno nel punto della sua morte, aUor
che da ognuno e'si dice il vero, e che lo intelletto non va vagando dietro a
favole finte. lo so che questi sono luoghi letti, riletti, e considerati da
tutti noi piu e piu volte, ma toman si bene al nostro proposito, ch' egli e
ragionevole di replicargli ; ed io me ne piglio Tassunto, e vovegli tutti
recitare da capo per maggiore autentica di quelle che ha ragionato si
dottamente Don Raffaello sin'ora. Ascoltatemi, dunque, vi prego, che io
vo'contarvi cio che viene ragionando nel Fedone con singolare e sagacissima
saviezza, per rendere s^ medesimo persuaso dell' immortalita dell' anima in
quell' ultimo punto ch'egli era su il morire, assegnando all' anime de gli
uomini luoghi appropriati secondo i meriti fabbricatisi nella vita di qua;
seutite di grazia. Ei si fignra qnesta terra non avere il colmo piii alto della
sua sfera in questa superficie, dove ditnoriamo noi ; anzi noi, e tutti quanti
gli altri sog^ornare nelle cavitk della ten*a, e tale essere queste regioni,
dove noi abitiamo, imperci6 che e' si fa a credere la vera, nobile e piu pnra
superficie, 6 sommita di essa, sopra di quella esser locata, che da noi
chiamasi atmosfera ; anzi piu in su che 1' aere non e ne'confini del cielo;
verbigrazia (che so io?) in quella purissima e lucidissima sostan^a che etere
si appella; e di quaggiu da questa bassa parte dove noi stiamo, veggendosi il
Sole e gli astri, si come anche in questi bassi paesi tante belle e
maravigliose fatture isguardando variate con tanti e si diversi colori, che in
queste nostre abitazioni si perfette ci paiono, niuna di loro aver che fare con
le piu eccelse ch' e' si vien figurando lassu, ed essere queste imperfettissime
e impurissime in agguaglio di quelle, che si vedrebbero da chiunque si potesse
fermare su Tali in que'superni luoghi, ed ivi mirasse quelle onde son ricavate
queste, che scorgerebbe e quelle di 'tal sorta, e piu altre stupende
manifatture, e lumi, e colori, oltre ad ogni comparazione beUissimi sopra
qualunque di queste, che corrono agli occhi di noi altri mortali abitanti in si
fatte concavitadi. £ cio con molta maggior differenza di quel che si facessero
i Pesci dal fondo del mare, i quali per entro quelle arene e pantanose caverne,
non avendo volo da alzarsi su la superficie deir acque, ne vita da reggervi,
mirano i raggi del Sole e delle steUe penetranti giu per lo filo dell' onde
tutti annacquati, e adombrati, e confusi; laonde per cio sMmmaginassero di
simiglievole maniera essere veramente le stelle, e il Sole, quali eglino le
scorgono di colaggiu ; cosi e a noi, che non avendo piurae da travolare sopra
quelP etere, abbacinati standocene entro V umidore grossolano di questi vapori,
ci crediamo la luce del Sole e le altre cose belle, che lassti scintillano^ non
essere piu leggiadre e piu vaghe di quel che a noi e conceduto di scernerle. In
quelle altissime piagge, adunque, e le piante, e tutti quanti i germogli, e le
cose animate, reputa che ivi sieno di somma perfezione e Don a mutatnenti
suggette e a corruzioni in verun conto che sia; e le gemme piii preziose di
qua, e' Topazii, e' Rubini, e'Diamanti stessi, e le Perle, e le altre gioje di
piii alto pregio, essere la feccia piii impura di quelle che lassii si
ritrovano; e in somma quelle sovrane regioni di si nobili cose essere adorne, e
di oro, e di argento, e di altre simiglianti chiarissime e lucidissime sopra
ogni vostro credere e conoscimento, che quivi nascono e piii perfettamente si
conservano, per guisa che a vederle e a goderle sia veramente uno spettacolo d'
incomparabile godimento^ e beatitudine. Quivi trovarsi e Paesi Mediterranei e
creature ragionevoli, molte di piii schietto intendimento, che qua tra di noi
non sono, e di tanto in tanto avervi delP Isole, le quali non lungi poste da
terraferma sono circondate dall'aere, conciosia cosa che quello, ch'e a noi e
alle nostre Pacqua e '1 mare, a loro essere 1' Etere : e in fine tutto la
ritrovarsi temperatissimo, e per le stagioni, e per Taure che vi spirano, e
vivervi quelle fortunate genti di continuo senza ammalarsi, e forse senza
morire. Di piii giudica che vi si scorgano ricchi tempi sacrati a gli Dii. e
con esso gli Dei medesimi convivere gli uomini, e conversare domesticamente.
Imperfetio. — Mi rassembra che Socrate quasi tenga che tali maravigliose e
ragguardevoli regioni sieno i pianeti e gli astri, dove appunto Platone colloca
la dimora delP anime, assegnata loro quando da Dio dopo V anima universale si
formarono; a'cui beati luoghi le piii pure di continuo dopo lunghe
peregrinazioni facciano ritorno. Buonaccorsi. — S' immagina appresso che per
entro tutta questa gran terra si trovino innumerabili concavita di luoghi
circolari, parte piii profondi e parte piii alti, e piii ampi, e parte che
abbiano apertura e spazii eziandio minori di quelli, che abbiamo noi, e piii
cupi anche de' nostri, e tutti questi incontrarsi sotterra scambievolmente tra
loro, con varii andamenti ed uscite ; pe^ quali e grandi acque, dove
caldissime, dove freddissime, e voragini, e fiumi di fuochi in varii luoghi di
esse sotterranee spelonche muoversi e raggirarsi; e in altre di esse cavity
credono che umori fangosi vi stagnino e sieno menati in giu e in sn
ondeggiando, a simiglianza di uno qualcbe gran Taso pensile che si agiti 6
muova. Dopo cio, della maggiore e pin ampla voragine favellando, che \k sotto
dimori, la quale per tntta quanta Tampiezza entro terra trapassa e distendesi,
mostra che da Omero fa chiamata il Baratro profondo sotto terra, e da molti
altri Poeti nominata Tartaro, nel quale tutti i fiumi sotterranei concorrono, e
indi si spandono, ed esconne ad innafQare la superficie nostra terrestre in
mari, in laghi, in fonti e in fiumi Tarii disseparandosi, e con Faria e co'
fiati interiori, come anche col movimento interne di queste acque, formarsene i
venti, i turbini, e terremoti, che scaotono la terra; e di tal sorta di acque
tiene parimente che sia Acheronte, e la Palude Acherusia, e la Stigia, e il
Piriflegetonte, e Cocito. Ora essendo per tal maniera disposte si fatte cose, e
sopra detti luoghi i morti pervenendo, dove dal suo proprio demone ciascnno si
conduce, quivi innanzi a ogni cosa giudicati sono secondo loro meriti, o
demeriti di chi visse onestamente, e con dirittura di ragione, o di chi fe' il
contrario. Coloro, che tennero, vivendo, una mezzana via, valicando Acheronte
sopra alcuni carri, pervengono alia Palude Acherusia, e quivi si purgano dalle
colpe loro, pene patendo pari aUor falli. Purificati poscia^ assoluti
rimangono, e ciascun di loro a proporzione delle opere buone e lodevoli ne
riportano condegna mercede. Ma queUi i quali nella malattia e putredine delle
enormita de' delitti di varie sorte insanabili sono, precipitano nel Tartaro,
d'onde mai non ritornano. Alcuni poi, che peccati avranno commesso curabili, ma
grandi, per essere prima venuti a pentimento, caderanno si nel Tartaro, e
condannati sarannovi per un anno o piu ; ma poi da quell' onde gittati fuori^
quali per lo Gocito, come i micidiali, quaU per lo Piriflegetonte, come i
violatori del Padre e della Madre, solamente che pentiti e' ne fieno, vengono a
galla su la Palude Acherusia, di dove chiamano ad alta voce, stridendo, que^
tali che gli hanno o£fesi, e pregangli a lasciargli varcar la Palude, ed essere
da' lor castighi prosciolti ; il che se ottengono, pongono fine a' lor mali;
quando che no, nel Tartaro rigettati sono, si dura pena imponendo loro i
Giudici. Ma gli uomini pii e giusti trasvolano a piu alte regioni, abitando
quelle beate Provincie, e purissime, che abbiam detto starsi cotanto sopra
terra; e parimente quelli, che avendo in molte loro opere fallito, si sieno
dipoi sufficientemente purgati per mezzo della filosofia, essi pure senza corpi
vivendo, hanno ottenuto in sorte dimore anche piii belle delle sopramentovate,
le cui maravigliose bellezze non e facile ad uomo di dimostrare : « e pero
(dice Socrate) deesi, o Simmia, porre ogni studio in questa vita e conseguir la
virtu, e la sapienza, perciocche bellissimo e 'I premio e di gran cose si e la
speranza, Che poi esse, che contate vi ho, sieno a punto in si fatta maniera,
non e da uomo di senno r affermarlo : nulla di meno si convien credere, o che
tali elle sieno intorno alle anime nostre e all* abitazioni loro, o ad esse
simiglianti; e conciosia cosa che egli appaja con tanta verisimilitadine che le
anime nostre sieno immortali, mette conto correre un si bel risico. Egli e
adunque ragionevole munirsi ed allestirsi a questa peregrinazione, ed
abbellirsi delli ornamenti della virtu, cioe della temperanza, della giustizia,
della fortezza, della liberty dell'anima, e della scienza della verita,
aspettando il tempo ed apparecchiandosi per essere pronto quando ne chiami il
fato.» Di si fatte considerazioni sopra V anima immortale, e sopra sue degne
prerogative aveva poco innanzi Socrate per tal modo ragionato, quantunque non
con certezza indubitabile di affermativa, siccome colui che per altissima
immaginazione naturale, e non per divino soccorso di fede ne favellava ; diceva
bene, che tutto quello, il quale intorno a ci5 si discorre, saria di animo
troppo debole e pigro chiunque sottilmente non V esaminasse, o repudiasselo, e
da esso si dipartisse senz' avere innanzi, con ogni acutezza di ragione,
adoperati tutti i pesi piu legittimi de gli argomenti, e badatoci ben bene fino
all' ultimo sforzo del nostro intendere. « Impercioch6 (segue poi) fa di
mestieri I'una delle due, o apprendere in qual modo elle possano essere, o
rinvenirne totalmente il vero, e dove qaesto conseguir non si possa,
appoggiarsi ad una delle pin forti e piu stabili ragioni umane cbe se ue
abbiano, scegliendo quella cbe abbia meno inciampi, ne debbasi percio
rifiutare, ed ivi posarsi; acci6 cbe sopra di essa portati come sopra un legno
de* meno gelosi, valichiamo per le difficultose tempeste il mare di questa
vita, mentre non se ne abbia qualcbe pin sicaro e piu ben fondato mode, quasi
un piu fermo yeicolo che ne conduca; come sarebbe a dire, qualcbe divina
parola, la quale piu sicuramente, e con minor risico lo ci faccia trapassare ;»
la qual divina parola si 6 quella, cb' h toccata per sovrana grazia di udire a
noi introducendone nel Porto della verita, con esso grirrefragabili
insegnamenti delle sacre carte. Ora, cbe dite di qnesto filosofo esimio, che
tanto s' inoltro col lume della natura solamente, a scorgere i lumi della fede?
Ma piu eziandio percbe avea descritto la felicita de^gpusti nell'altra vita in
quel discorso antecedente al Fedane, dov* e' forma la propria apologia: ivi
dopo aver fatto suo calculo di quel che torni meglio immaginarsi intorno alia
morte, considera brevemente quello che awerrebbe quando di la non ci fosse
nulla, il che non ammette in verun conto per credibile; e viene poi discorrendo
cosi della beatitudine delle cose di lit: «S* egli e vero, si come io credo,
che la morte sia an passaggio da queste a regioni piu felici, dove albergano e
vivono i defunti; ci6 h molto piti desiderabile e foi*tanato, uscendo gli
uomini dalle mani e dall' arbitrio di coloro, che si annoverano da noi e
tengonsi per giudici, per condurci dinanzi a quegli che veramente Giudici si
nominano e giastissimi Giudici sono, i quali temperano colli e correggono tutti
i Giudici fatti qua, come s^ ^ o Minosse, Radamanto, ed £aco, e Trittolemo, e
tutti quanti gli altri semidei, che giustamente e fedelmente vissero. E
simigliante trasmigrazione non e da apprezzare? Andar di Ik, e ritrovarsi a
conversare con Orfeo, con Museo, con Esiodo, con Omero e con tanti e tanti
altri santi e valorosi uomini, e un tale stato non e da anteporre a questo,
dove noi oggi dimoriamo? Che consolazione sar^ la mia, quaudo io arriverd da
Palamede, da Ajace figliuolo di Telamone, e da si grand! soggetti fatti rei a
torto per la nequizia de* Giudici nostri, paiagonando insieme il mio caso co'
loro ? Ed ivi trovare savie persone le quali esaminino e conoscano senza errare
chi da yero e sapiente, o chi lo si crede di essere e poi non sia, 6 udire
schiettamente la sentenza loro senza passioni, e parlare, e conferire insieme i
pareri non e ella questa una scuola di perfetta sapienza? Ne e pericolo che vi
si moia, ne di essere come colpevole ucciso; anzi, nelle felicitli loro per
tutto '1 tempo perpetuo essere immortali. Per la qual cosa torua conto pigliare
gioconda speranza della morte ; e questo seco medesimo reputare per vero, e per
infallibile, che nulla di 1^ possa intervenire di male a gli uomini da bene, o
vivi, o morti, ne tal cosa per yeruna maniera che sia da gli Dii porsi in non
cale, e per6 io stimo piu utile senza paragone il morire che il yiyere. »
Imperfetto. — Ma della trasmigrazione dell' anime destinate a purgarsi ne'corpi
degP irrazionali, io non odo ch'e ne dica nulla? MagioUL — Platone ne fayella e
nella fine del Timeo, e da molti altri luoghi si ricaya ch'egli si fatto
sentimento ayea come uscito dalla scuola Pittagorica : ma si come colui il
quale scorgeya la yerit^ per barlume, riconobbe non solamente che F anime
immortali fossero, ma che di 1^ ci fossero i premj e le pene, e fino quel terzo
luogo per purgarsi dalle colpe; il che eziandio de'cristiani ereticalmente e
per estrema foUia hanno osato di mettore in dubbio, acciecatisi da per loro nel
lume della fede, quando si yede che il lume solo naturale e stato bastante a
insegnarlo a'piti sayj gentili; ma perche senza la yeritk rivelata andavano
tentoni e al buio, cio ricercando, non h gran cosa che nel modo dell* essere e
fignrarsi simili cose sopra il nostro intendere, non tenessero il fermo a una
cosa sola, ne giugnessero per V appunto al yero, ma si bene yariando le
maniere, e il concetto, avessero per molto chiaro la proposizione di esse in
uniyersale. Ptionaccorsi. — V rimango trasecolato come Socrate giugnesse fino a
conoscere che chi mdore senza sacramenti pericola, e chi con esso i sacramenti
si salva ; impercio cbe nel medesimo Fedone fa awertenza che quegli i quali
instituirno i riti e le cerimonie, non essere stati altrimenti stolti e yili uomini,
ma sotto velami di parole aver voluto significare cio che di vero detto si e,
a£Fermando che chinnque non purgato dalle sagre costumanze discendera air altra
vita, esso vi precipiter^ nel fango rinvolto ; ma coloi il quale fia purificato
e contrassegnato co' sacri instituti, vi andra per abitare con gli Dei.
Imperfetto, — lo confesso che questo e un gran dire per uno che la nostra
religione non professi. MagwUi, — Egli e che la verita e una (come piu e piu
volte si e replicato), e qualunque si studia ricercarla con disappassionata
bramosia, ne puo arrivare gran parte, perch' ella ne passa d* avanti ; e s'
eila non si puo apprendere per r appunto cosi com' ella e, pur quella luce,
awegna che adombrata e non ben distinta ne disfavilla. Dafinio. — In fatti se
noi non avessimo la certezza della fede, e' si cammina con supposti molto
fallibili naturalmente discorrendo, massime in quella si gran differenza che si
stima essere tra gli irrazionali e noi, che ce ne sono di quelli cui non manca
se non la parola a parer uomini. Magiotti. — Per quanto alcune bestie arrivino
di lor natura ad esser scaltre e avvedute, a badarci bene, poche o niuna
giungono ad avere T accorgimento e la distinzione, per debole ch* ella sia, che
hanno anche i bambini innanzi a gli anni della discrezione. E poi di queste s\
difficili proposizioni hannosi da addurre veirisimigliame e non prove,
altrimente il credere a che noi siamo fenuU non sarehhe piu ere' dere, Egli e
bene il vero che la divina bonta ha dato a tutti gli uomini intelletto e
ragione, a fine ch^ essi eziandio da per loro, meditando col lume della natura,
acquistino certi chiarori di sapienza ben fondata, con esso i quali ponderando
in si fatta materia il concorso delle verisimilitudini per rispetto alio
contrarie, che s'oppongono, e che negano la immortalita ; quelle ch' e' trovano
in maggior copia e di piu vif^ore a petto alF altre, dieno aiuto a' sensi,
accio che e' si rendanO piii agevoli a credere, quel che e' non sono atti ad
intcndere. E coloro che si lasciano assorbire dair ignoranza e trascarano la
Divina grazia, e gli instramenti dati loro per esercitarsi in una studiosa,
assidua, e acuta contemplazione intorno a si alte cose, o chiuggano affatto gli
occhi, e credano, e se cio non fanno, tal sia di loro ; impercio che eziandio i
piu dotti e sayj gentili, come avete inteso, hanno talento di pervenirvi ; ora
se questi uomini di si sovrano intendimento, e per essere gentili, con libera
conscienza di tenere e pubblicare cio che loro piii ragionevol parea, hanno si
fermamente insegnato altioii r immortality dell'anime; convien pur confessare
che le probabilita grandi ci abbiano e senza paragone in piu novero e di piu
forza che dalla parte ayversa non sono. Dafinio, Noi siamo tanto gelosi di
questo vivere, che in dubbio non e gran cosa che gli uomini, come condizione
tanto per loro desiderabile, abbian piu volentieri tenuto e per piu vera
Timmortalita delPanima che la mortalita; imperci6 che a quel tornare a non
essere, chi e colui che non si senta tutto turbare, e raccapricciarsi,
meditandoci sopra ? E pero anzi la passione che la ragione ha dettato loro
questo parere, come piu confacevole alia nostra natural propensione. Magiotti.
— Un Socrate tanto superiore ad ogni umana affezione, di cosi sublime sapere,
si spogliato di tutte quante le cupidigie deUa terra, e tanto indifferente del
vivere, alia sola virtti tenendo fisso il pensiero e il volere, si ha da
credere che, deluso dalla propria voglia di vivere, mentre lietamente moriva,
abbia in questo a fallire? Per la qual cosa puo sicuramente affermarsi lui aver
ci6 giudicato per forza dMntendimento, non per stimoli di umanitade. Dafinio,
Son cose che la fede ce le insegna, e noi dobbiamo crederle; ma iTho per troppo
ardimento farsi a credere di capirle naturalmente. Buonaccorsi. — Gnardate se
la veritii ci viene tra le mani, dove noi non ci turiamo gli occhi, e la
vogliamo conoscere ! Secondo Platone le anime ritorneranno a'corpi umani;
secoDdo Porfirio le anime sante non ritorneranno a' mali del mondo.
Congiungansi (dice sant'Agostino) queste due sentenze, che ameudue insieme
dicono il vero, quantunque paia che, ognun da se, e Platone e Porfirio si
contradicano ; impercio che V anime non ritorneranno (egli e vero) a' mali del
mondo, ma si bene ritorneranno a'corpi, per essere o nell' Empireo eternalmente
.premiate con esse le membra corporee, o nell' Inferno punite. Dafinio, Gia noi
sappiamo manifestamente V immortality deir anime, e solamente vi ho
contradetto, acci6 che, rispondendomi, ambo venghiate a proforire si belle e maravigliose
proposizioni, come fatto avete; come altresi accio che niuno si persuadesse ch'
ella si chiara fosse per lame naturale, che si perdesse o nulla valesse il lume
della fede, nel modo e per la stessa ragione ch'e stato il vostro giudizioso
pensiero. MagioUi, Ed io ho difesa questa verity infalHbile con si gran copia
d' argomenti di probability., che udito avete, perche non si avesse per
impossible, e si tenesse alieno e lungi da ogni sussidio di naturale
ragionevolezza quelle che noi siamo obbligati di credere; laonde dovesse essere
in gran parte compatibile, come ben fondata su prove autentiche, e per
argomenti forti in natural discorso, V opinione d' Epicuro, e di chiunque vuole
dell' anime la mortalita: e fin qui mi sembra essersi a sufficienza ragionato
che le razionali anime immortali sieno, parendomi ora mai tempo che dal signor
Gioseppe si ripigli il filo del Testo Platonico, secondo la fattura che il
Timeo s'immagina di questa anima universale, da cui pur troppo deviati ci
siamo. Luigi. — Ma dell' anime ragionevoli quali sieno le faculta loro, a
differenza delle sensibili, e quali stromenti ell' abbiano per le loro
operazioni, avremmo caro di udire. MagioUi, Non e tempo a proposito di
favellarne adesso, essendo una materia da se, la quale a suo debito luogo
verr& proposta, concio sia cosa che la dottrina del Timeo, cni abbiam dato
principio, verrebbe presto presto in dimeaticanza, poiche giunti noi siamo a
casa, e il ragionare e andato piu oltre che io non credeva, e sono tre quart!
di ora ch' e' sono sonate le ventiquattro ; risolviamo quanto prima di andare a
cena, e domattina che riposato avremo e con gli spirit! piu quieti, tirerassi
innanzi il ragionamento d! quest' anima universale secondo il Teste, e a vo! si
appartiene discorrerne, signor Gioseppe. Buonaccorsi, Quando sarete desti, e
che vi parra 1' ora, venitemi prontamente a trovare, che io obbediro ai vostri
comandi, quando vi sia in piacere, perche (come ben sapete) io dormo poco, non
avendo fumi di vino da digerire, che mi vadano in su. Che gli uomini non
abbiano qua ferma dimora, e che ad altri luoghi destinati sieno dal Fautore
Eternale, tra molti e molti argomenti che se ne scernono, quello pare a me
sopra gli altri aver grandissima forza, della inistabilita degli animi loro,
imperciocche della varieta dilettandosi mai sempre senza costanza veruna, niuno
soggiorno ci ha, quantunque soUazzevole e desiderato da loro, il quale allorche
e' vi giungono gli fermi e gli quieti, e noioso in breve loro non divenga,
altrove ben tosto rivolgendo il pensiero. Ecco noi, attediati dalle bellezze
piu deliziose e piu magnifiche di Tusculo, alle piu naturali e di niuno
artificio di Nemi in si virtuosa conversazione venuti semo, che meritamente
esser questi i piu grati diporti di Diana gli attribuirono, e non molto andra
che anche qui rincrescevole la dimoranza ne fia, e ad altri paesi dirizzeremo
il desio ivi perfetto e non mai sazievole godimento aspettando, ma cio indamo,
imperciocche stabile fennezza non otterremo gia mai, finche vita avremo : si parimente,
di qualunque altro diletto favellando, cui volga I'umana condizione sua
cupidigia, quella nel conseguirlo non ferma il volere, anzi sovente disvuole
cio che pur voile teste, il che ne insegna Lucrezio in que'versi, favellando
degli uomini: « Haud ita vitam agerenty ut nunc plerumqite videmua: Quid aibi
quiaque velit, nescire, et qucerere semper; Commutare locum, quasi oniLs
deponere posait. Exit acepe foras magnis ex cedibus iUe, Esse domi quern
pertaesum est, subitoque reventat; Quippe /oris nihilo melius qui sentiat esse.
Currit, agtns mannas, ad villam prcecipitanteTy Auxilium tecteis qvMsi ferre
ardentilms instans; Oscitat extemplo, tetigit quom limina villce; Aut alit in
somnum gravis, atque ohlivia qua^t; Aut etiam properans urbem petit atque revisit.
Hoe se quisque modo fugit : etc, » cioe a dire, annoiato fin di se stesso si
fugge, e da se allontanar si vorrebbe, cio e V anima che s^ inquieta e
trasporta il corpo in qua e in la, sua debita residenza qui non avendo;
solamente lo studio della scienza (non ci ha dubbio alcuno) ne appaga, ne mai
ci satolla, percbe questo solo e degno pasto e proporzionato delPumano
intendimento, si come cibo divino, conciossia cosa che ha per oggetto e per
fine la verita delle cose. « lo veggio 1)611 che giammai non si sazia Nostro
intelletto, se '1 ver non lo illustra, Di faor dal qual nessun vero si spazia,
» dice Dante, adornamento e lume della Poesia Toscana. Ma egli e ben d'
awertire, che il sole per quanto illumina, e si comprende in un attimo di sua
luce V ampiezza^ nondimeno mirandolo fisso ci abbaglia, e nol possiamo patire,
non che distinguer raggio per raggio. Nelio stesso modo e^ si scorge a un
tratto la chiarezza della verita universale, cioe lo splendore che ne
circumfulge della sapienza divina; ma chiunque si affisa in lei, perdesi, la
vista confondesi, ne si possono per alcun modo discernere a un per uno i lumi
di sua infinita virtude, cioh a dire le cagioni special! de'miracoli della
natura : Molto si mira, e poco si discerne > disse lo stesso Poeta. Per
guisa che ne apparisce (egli e il vero) un certo bagliore, e abbiamo le imagini
delle cose vere nelPanima; ma in ogni modo si annebbiate rimangono intra le
caligini onde noi siamo involti, che per una piccola favilla che in noi di
quando in quando del vero riluca, ne aduggia la mente per lo piu una nuvola
viepiu grande del falso. Cio riconobbe Socrate, come che piu altamente di ogni
altro e^ contemplasse quest a lampada accesa, imperocche avvidesi ben tosto di
non aver V occhio dell' aquila, e quietandosi anch' egli all' imperfezione
dell' umana natura, pronunzio al mondo quella sentenza che noi dicemmb da
prima: Qiiesf uno to so, che nulla io so. Sopra I'esperienza, dunque, di
cotant'uomo chiarito anch'io, m'acciiigo solamente alia meditazione di me medesimo,
mosso da quel savio ammaestramento, scolpito cola nel Tempio d' Apollo :
Conosci te stesso. Tale si e la vera e piu sincera scieiiza^ ove dee studiarsi
ciascuno di pervenire, a intendimento di potersi di se medesimo valere a
ragione, usare de' proprj strumenti per quello a che dati ne furo, e non
iscompor 1' ordine col quale a perfettissime operazioni gli dispose il Maestro
Eterno. II piu delle creature noi veggiamo esser composte di corpo e di
spirito, e niuna piu soUecita cura per natural talento porsi da loro, quanto di
conservare e 1' uno 6 gli altri insieme congiunti a mantenimento ciascuna del
proprio individuo ; per la qual cosa elle s' ingegnano di ristorargli, e da
tutte le corporali infer mit^ di tenerli sani, solamente a fine di sottrargli da
ogni rischio di separazione; il medesimo ne piu ne meno gli uomini fanno,
imperocche null' altro per loro s'attende che ad investigare rimedj contr' a'
mali del corpo, ma poi poco o nulla si bada agli antidoti contro le malattie
dell'animo. Di questa arte nuova di medicina von-ei, impercio, che maestri
esperti noi divenissimo, e si come i medici il piu della dottrina loro nella
Notomia ripongono, ancora a noi tutta la nostra in essa fondare e richiesto,
cioe nel conoscimento con ogni studio di noi medesimi. Ma lo intendimento
nostro fia al sicuro d' assai piu pregio, conciossia che i medici riveggon
sottilmente ogni minuzia del corpo umano, e gli ordigni considerano, e lo
intrecciamento di tutte le membra, di tutte le viscere e di qualunque delle piu
minime particelle interiori, a fine d' intendere le operazioni yitali ; ma cio
e solamente per temperarle e per ricomporle, qualunque volta stemperare e
scomporre si veggiano; dove in questa disciplina novella s^insegna la valuta si
e la situazione degli organi in quanto e' servono per canali de' sensi ; ma
perche e^ sono ancora la sede delP intelletto e deW altre potenze deiranima,
imparasi eziandio per tal via come mantenere ben d' accordo due movimenti
contrarj sotto le leggi del dovere, e come P intemperanza deU'uno moderare con
la temperanza deU'altro. Di modo che questa utile e salutifera scienza della
Notomia, adottata con proporzione e a soccorso della natura, e altresi a
correggimento dell' animo, essa ne fia giovevole per a quella felicita per
venire, ove ansiosamente aspirano i saggi, cioe a godcre mente sana ia corpo
sano; percio mirabilmente Platone nel Timeo definisce la sanit^^ essere una
comuae concordia delP anima e del corpo, cioe quando il corpo e valido e fermo
sotto un animo molto piu valido; ma acciocche in tal materia con debito ordine
io proceda, diro, come in principio mi si parano innanzi tre operazioni tra se
diverse insieme congiunte nelV uomo, le quali pure in varie sorte di specie si
raffigurano r una diversa dalP altra. Ecco, nelle piante e 'n tutte quelle cose
che si nutriscono e crescono, opera la vegetativa sola, imperocche esse mancano
del sentimento ; ne' bruti la sensitiva insiememente con la vegetativa, essendo
che la seconda e consecutiva della prima, e pero crescono, nutrisconsi, e di
piii hanno sensi; ma agli uomini si dee arrogere la ragionevole, che e la piu
perfetta, ond' egli hanno senso, crescono altresi e nutrimento rioevono, ma
soprattutto gl'informa lo intelletto e la mente. Tali sono quelle diverse
qualitadi o moti (che noi dir gli vogliarao) che anime da' naturalist! si
chiamauo, cioe tre forme dove elle sono disgiunte e in oggetti di specie
disformi allogate, conciossiache ciascuna da loro V essere, la vita ; ma egli h
manifesto che chi e piu perfetto nella sua fabbrica e capace di tutte queste
operazioni varie, e impero nell' umana natura esse si riconoscono si per
movimenti diversi, ma a una medesima e sola forma adattati, cioe a dire come
potenze distinte d'un'anima sola, in quanto che tutte hanno a essere instrumenti
della ragionevole, e sotto di quella operare: percio (se ben mi torna in mente)
dissivi un giorno esger raccolte in questa piccola architettura delP uomo tutte
le potenze delP universo, e sino trovarsi effigiata in lui 1' imagine della
divina mente, la quale allora quel piu risplende, che noi stenebrare la
sappiamo da' nugoli degli aifetti, e tener monda e ben custodita dalle sozzure
e dalle corruttele dei sensi. Ora dunque per piu agevole intelligenza di questo
dir ne conviene (non mi sembra del tutto inutile, ovvero lontano dalla materia
proposta) il venire in ragionamento sopra le opinioni che s' ebbero negli
antichi secoli da quel grand' uomini intorno a quest' anima, talmente che molti
1' assegnarono all' universo, come principio in esso e cagione del moto, pel
quale si trasfondesse e si traducesse da piu alto cominciamento la virtu
seminale nella natura maestra di tutte le innumerabili generazioni che si fanno
nella materia. Quindi con viepiu agevolezza trarremo argomento di quel che sia
1' anima che essi appellano vegetativa, e si pure gli organi dove s' attaccano
i suoi movimenti speciali, come e a dire nelle piante; indi trapasseremo alia
sensitiva, dove acconciamente si potr^ dell' edificio de' corpi trattare, per
poter poi, staccati dalle sostanze piti basse, favellar dell' anima ragionevole
e delle quality eccelse ch'ella ebbe in dote dal. suo Fattore; poscia farem
riflessione siccome r uomo per mezzo di quelle dee istruire se stesso nella
virtii morale che alle leggi ci regola dell' intelletto, mantiene incorrotta in
noi la sembianza della suprema ragione, e apreci la via e ne illamina per
ritrovare quel bene perfetto, che noi tuttodi alia cieca in qaa e 1^, e spesso
in oggetti a lui del tutto contrarj andiamo cercando. Offizi della facoltd delta
ragione. Luigi, Nella regione, dunque, di sopra ha suo trono la ragione.
Magiotti, E per cio ad essq, si appartiene di comandare a quella che sta di
sotto, e governarla e tenerla a freno, come compos ta d^ una moltitudine di
yassalli, per lo piii sfrenati e senza regola, e percio da questa sotto il suo
comando si conviene all' altra obbedire. Luigi, Ma se ella e piena di tumulto e
di confusione recalcitrer^ per lo piu. Laonde non occorreva darlaci, mentre
alia parte razionale diventa molte volte contraria e rubella. MagioUi, Anche
questa « atta a divenir ragionevole se alia ragione obbedisce, e a^suoi savi
ricordi; anzi a quella sovrana dominatrice tocca di rimetter Y altra al debito
segno, e valersene a tutte le azioni lecite e lodevoli, che eUa risolve di
fare. Essendo^ dunque, la ragione signora nella superior parte del corpo, ivi e
dovere che alloggino i suoi piu principali e piii confidenti rainistri;
acciocch^ le assistano siccome consiglieri primari, e questi sono le facoltk,
pero dette potenze principali delP anima. Luigi, Ma queste quali son elleno ?
Imperfetto, — Memoria, intelletto e volont^; ma dichiaratene di grazia qua'
sleno veramente gli offizii loro. Magiotti. —La memoria conserva nelF archivio
e nella segreteria che ella ha in custodia e sotto sua chiave la maggior parte
degli oggetti varii che le sono cola entro tramandati da' cinque sensi che
detti abbiamo ; per le cui porte s' intromettono come dispacci di belle e varie
no vita tutte le specie, e immagini esteriori sensibili; e siccome molte, data
loro a pena un' occhiata, yi si ripongono senza badarci come di non grande
importanza; alcune poi di maggior rilievo dall' immaginativa o fantasia, come
detto si e, pongonsi innanzi all'intelletto, dove egli, come dentro uno
specchio ben chiaro, a posat'animo le rimira; avendo egli r incumbenza di
considerare diligentemente e di intendere quel che esse sono, recandone poi
alia ragione un giusto e puntuale ragguaglio. Questa appresso ne discorre seco
maturamente, e esaminano insieme con aweduto raziocinio e con ponderate
riflessioni se elle son buone o triste; e per tal modo ne nasce il giudizio,
col cui consiglio la volonta delibera di fame conto o di lasciarle. E percio di
si ben ayvertita deliberazione, e della esecuzione di essa, ne ha la cura la
volonta, la quale firma il decreto di volerle, o di non le volere secondo la
disposizione del sopraccennato consiglio supremo. Luigi, Dell'ingegno pi6 o
meno vivace degli uomini nel discorso di questa porzione superiore, voi non ne
avete favellato punto ne poco, quale e la sua funzione. E' si dice pur tutto
di: il tale ha belPingegao, ha ingegno vivo, e uomo d'ingegno spiritoso;
insomma pare che chi non ha bell' ingegno, non abbia discorso ne attitudine, e
quasi stolido o mentecatto sia. Magiotti. L' ingegno, per dir quello che all'
improwiso mi viene ora in mente, crederei che fosse una fabbrica interna dell'
uomo, che si forma per mezzo dell' intelletto e della memoria; e percio giudico
che 1' ingegno si risvegli con agevolezza in una mente doviziosa d' immagini
varie, raccolte insieme in piu tempo, o dall' osservazione d' innumerabili cose
di diversa maniera passate pe' sensi, o dalla lettura di piu e piii sorte di
sentenze, le quali cose abili sieno a muoversi con agility e dieno stimolo e
apertnra alia chiarezza dell' intelletto di inventare e di formare di quelle
medesimef accozzandole o innestandole tra loro con bel modo, nuovi e
maravigliosi disegni per entro la mente, onde ne result! un concetto leggiadro
e vivace, il quale ancorche di piti e piu belle cose altre volte a noi note
composto sia, giunga nondimeno nuovo, e generi maraviglia in chi Tode; tanto
che perche un ingegno produca e fabbricbi da se medesimo, vuolci la memoria che
presti delle piu belle immagini che ella in se contenga, e la fantasia e r
intelletto lucido e distinto il quale le sappia con belP ordin collegare e
attaccare V una con V altra in guisa, che di piii cose vedute a avute fra mano,
se ne concepisca un' altra da se, nuova e non piu veduta o sentita. £ allora
piu belli e piu vaghi si partoriscono simili concetti ingegnosi, quanto
maggiore raccolta e di piu pregiate cose abbia la memoria fatta innanzi
conserva. Yero e che glMngegni si variano r uno dall' altro e piu pronti
riescono e piu veloci, e vie piu atti a bizzarri e spiritosi concetti; e con
piu o meno prestezza te gli formano secondo i temperamenti diversi della
corporatura di chi gli possiede. Imperciocche come gli spiriti che salgono
dalla porzione inferiore abbiano la lor tempera fervida e secca; di subito con
la vivacita loro da uno moto e stimolo all' intelletto e alia memoria, che
molte volte, senza dar tempo a veruna ponderazioue degli atti secondi, di
presente alzano moli ingegnose di vari pensieri alti e di spirito ; e quindi
giudicherei che nascesse quello che entusiasmo si chiama, il quale non
rassembra dissimile a' sogni, imperciocche i sogni si formano dormendo di pezzi
dalla immaginativa, e lo piu sovente senza conclusione; e i parti dell' ingegno
stesBO negli uomini appena desti, e a cervello riposato la roattina al buio,
anch' eglino vengono in luce alia mente, e rappezzansi parimente di varie
specie, onde io repute ch' e' sien anch' essi (sto per dire) sogni a proposito.
E cio piu o meno vivacemente succede, e piii tosto, o piu tardi, secondo che la
fierezza o agility degli spiriti muova le potenze deH'anima a simiglianti
operazioni. e all'ora dicesi deir uomo che egli abbia piu o meno pronto V
ingegno. Di qui parimente avviene che chi ha piu bello ingegno, abbia sovente
meno giudizio, imperciocche T uno colla sua teraperatura minuisce V abilita
dell' altro ; essendo che 11 giudizio Yuole lentezza e flssazione di
riflessioni fatte dalla ragione 6 dair intelletto insieme, per esaminar
sottilmente e rivedere 11 conto a cio che sovvien loro. La cul savia operazione
ha duopo dl spiriti meno ferventl, e che vadan di passo e non corrano con Tali
spiegate a dar moto alle loro azionl e deliberazioni ; e per cio V Ingegno
ordinariamente da per se sapra formare abbpzzi blzzarrl e graziosl, e molte
volte subllmi e n(»blli conforml alle specie, che gli spirltl agili e accesi a
un tratto nella mente soUievano, ma non mai ben forniti di fare, se '1 giudizio
con la su^, esattezza non da loro Tultima mano. La qual cosa chiaramente si
osserva neU'esempio de'pittorl tra' quail molti che hanno spirito piu elevato e
piu vivo si veggono fare in un baleno schizzl di varie figure ciascuna da se
atteggiate con si bella propriety ed espression di aflFetti, che sembrano aver
moto e vita; ma al comporne poi una tavola o una storia tutta insieme, non
riescono nel disporle con maestrla a' lor debitl luoghi, ne' quali tornino bene
per esprimere le attitudini e i sentiment! corrlspondenti T una delP altra con
ben aggiustata simetria) Intorno a quello che slgnificare elle abbiano, perche
a cio fare vuolsi attenta applicazione e fermezza, che e opera dl giudizio, 11
quale mlsuratamente ne forml la composizione, e piu e piii volte cancelli e
rltaccia; ne tal cosa si puo comporre e mettere insieme In un attimo a forza di
vlvezza d' ingegno, come 1 priml sbozzi si fanno, obbedendo la mano alia
velocity de* mossl fantasmi. Convien dunque fermar per vera e per indubitabile
sentenza, che quanto piu V uomo con la continuazione dello studio e sotto una
bene accurata dlsclpllna negli annl piii teneri abbia megllo assodato e fissato
11. giudizio, anche nelle persone dl spirito e d' ingegno ; cotanto piii chlari
e distintl e meglio perfezionati vengon gli abbozzi loro Ingegnosl; onde la
differenza in tantl e si varj modi da un Ingegno alP altro si scorge; e questo
e quello cbe io so immaginarmi intomo agli nomini d' ingegno, e quel che
veramente questo sia, e che adoperi nel ricettacolo della nostra mente. Ma per
affermare quel ch^ egli e, e se tale sia quale detto abbiamo, e se di tal
maniera si facciano le operazioni sue, come anche delle altre facolta delP
anima, Y bo per cosa molto oscura e fallace. Imperfetto, Io stimo certo cbe voi
abbiate detto quanto se ne possa dire, e sembrami in ci5 essere pienamente
sodisfatto. Ma tornando alia volonta, questa entro di se puo dire il si o il
no; ma chi eseguisce sotto il suo ordine? Magiotti, — Per eseguire quel cbe si
e in si prudente conBulta determinato di volere, o non volere una cosa, egli e
d'uopo cbe la volonta abbia i ministri sotto di lei, a cui ella dia gli ordini.
Luigi. Ed essi ministri dove alloggiano ? Magiotti, — Questi i sopraccapi sono
della regione piu bassa, nella quale comandano i due moti piu principali
sensibili, cbiamati il concupiscibile e l’irascibile ; l’uno e l’altro
promotori e caposquadra di tutti gli affetti dati per guardia e per satelliti
alia ragione, accioccbe eseguiscano con prontezza quanto da quella vien loro
imposto: verbigrazia, i moti del concupiscibile hanno da desiderare e cercare
il conseguimento di quel cbe la volonta, d' ordine della ragione ba determinato
per buono; ovvero ad accendersi il moto dell' irascibile per aborrire e per
torsi davanti quel cbe la ragione col suo consiglio ba giudicato per non buono.
Imperfetto. — Questi duo adunque (che appetiti si cbiamano) in vigor degli
ordini eseguiscono quanto la volonta comanda loro; ma in cbe modo e con quali
strumenti cio fanno? Magiotti, — Spediscono ciascun di essi numerose scbiere di
spiriti, e di quelli di mano in mano, cbe sono sotto la condotta o
giurisdizione delFuno o dslP altro arruolati, a dar sospinta a' movimenti
necessarj delle mani, dei piedi e delle altre membra corporee a fine di
pigliare ii possesso di quel che place alia ragione, a per mettere in fuga e
discacciare cio che le displace. Luigi, Ma come si fanno elleno tante
operazlonl la dentro in si poco spazio? Magiotti, — Egli e da sapere come
queste operazlonl fannosl dagli spirit! che sottilissimi sono, quantunque
corporei ; ma le azlonl della mente sono Incorporee come chi le governa e
dispone, e pero gli organi nostri aprono loro gran vie per Insensibili e minime
che elle ci paiano. Eccitandosi dunquein questa parte inferiore delP anima
nostra divers! affetti 6 perturbazionl, secondo la varieta degll oggett! che
per via del sensl se le rappresentano ; subito la parte ragionevole sommlnistra
e prescrive il modo di regolare e modlficare essi affetti, lasciando bene a
nostra disposizione ed arbitrlo di consentirv! o no con la volonta. Laonde se
la parte razionale si lascla vincere dalP affetto, e qudlo fa che 11 moto
irraglonevole le detta, egli e segno che la volonta sprezza gli ordini della
ragione, e f a a modo degli appetlt! disobbedienti, dove se ella alia ragione
accostandosl e alle sue savle persuasioni, volta le spalle alP affetto e lo
doma, allora essa la volenti regge e fa altresi la porzione inferiore ragio-
nevole divenlre. Vero e che le faculta dell' anlma ragione- vole non vogliono
mai quello che non sia effettivamente buono, o che da loro per buono accettato
non sia. Orazio Ricasoli-Rucellai. Ruscellai. Keywords: gl’amori di Linceo,
imperfetto? perfetto – perfetto bugiardo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Rucellai”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Ruffolo: la ragione conversazionale dal guazzabuglio al
possibilismo come terapia eutimistica – la scuola di Cosenza – filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cosenza). Filosofo calabrese. Filosofo italiano.
Cosenza, Calabria. Torna a Roma dal fronte della campagna greco-albanese della
seconda guerra decorato con IV medaglie al valore per diverse intrepide azioni
contro il nemico, in cui e ferito con arma da fuoco trapassante il petto. Organizza
in seno al ministero dell'interno una cellula di resistenza partigiana, che gli
vale l'attestazione di partigiano combattente e una medaglia di bronzo al
valore partigiano. Per via della delazione di un componente del gruppo di
resistenza è arrestato dalla banda Pollastrini-Koch e incarcerato alla pensione
Jaccarino in via Romagna. Trasferito in Regina Coeli, condivide la cella con
PINTOR e SALINARI, discutendo del dopo liberazione. Trasferito a via Tasso
e interrogato da Kappler. L'iniziale sentenza di morte e commutata in deportazione. Qualche
ora prima dell'ingresso degl’alleati in Roma, all'abbandono di Roma da parte
dei tedeschi, usce dal carcere insieme per essere avviato su uno dei III
torpedoni in attesa a Piazza S. Giovanni per essere deportato in Germania. Un IV
torpedone e invece quello destinato all'eccidio di La Storta dove e ucciso
BUOZZI. Lee SS gli impedeno il suo proposito di salire proprio sul IV
torpedone, scostato dagl’altri, avvalorando la tesi che l'eccidio e pre-meditato
e non una reazione impulsiva del comandante. Costretto a salire su uno dei
restanti III torpedoni, si getta mentre il convoglio e in marcia. Riusce a far
perdere le tracce e a liberarsi nonostante le S. S. hanno fermato il convoglio
e lo insegueno nella campagna nei pressi di Ficulle. Dell’arresto e
prigionia da conto in "Roma -- storia della mia cattura e fuga dalle S. S.
dai nazisti” (Roma). Al termine della guerra, ha la carriera di notaio a Grosseto.
Uomo colto, conversatore brillante con battute spesso umoristiche. In occasione
della trasmissione "Testimoni oculari" di S. Zavoli, circa la
detenzione a Via Tasso, venne intervistato il fratello Sergio. La sua
condizione di laringectomizzato per il tumore alle corde vocali, e probabile
causa della mancata intervista. Tuttavia non è citato nella trasmissione,
in quanto il fratello omite di nominarlo nell'intervista, causando uno
spiacevole dissapore familiare, tenuto conto delle drammatiche e indimenticabili
circostanze di quei momenti vissuti insieme. Amico e intrattenne corrispondenza
tra gl’altri, con ORLANDO, LEVI, RAGGHIANTI, BALDINI, TROMBADORI, VALERI,
MORANTE, CASSOLA, MELLONE (‘Fortebraccio’), GUERCIO, RIPELLINO, GABRIELLI, E
STERN. Notevole la mole dei suoi saggi filosofici e il cui interesse di
pensiero, investe gli argomenti più disparati. Altri saggi: “La cosmologica”
(Roma, Signorelli), opera poetico-filosofica. Fonda la “metafisica possibilista”
basata sulla teoria della relatività generale e della fisica dei quanti; "America
come pre-testo" (Roma, Ventaglio); "Il possibilismo: suggerimento
filosofico eutimistico-terapeutico” (Roma, Mancosu); "Guazzabuglio"; “Quadri
di una esposizione” (Roma, Barone); “Guazzabuglio” (Roma, Croce); “Oltre gl’ali
di Icaro” (Roma, Mancosu). Nicola Ruffolo. Ruffolo. Keywords: Icaro,
Cosmologica, possibilismo, guazzagublio, lo specchio del diavolo, implicatura eutimistica-terapeutica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ruffolo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza—GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Rufino: la ragione conversazionale del commentario
filosofico – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Aquileia). Filosofo italiano. Aquileia, Udine,
Friuli-Venezia Giulia. He comments some ‘saggi’ by Origen. Tirannio Rufino.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Rufo: la ragione conversazionale -- NAM CVM ESSET ILLE
VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN
CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS
QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo Italiano. Scolaro di Panezio. Combatte
sotto Numanzia agl’ordini d’Emiliano SCIPIONE (si veda) come tribunus militum
ed e pretore urbano. Al pari di MARIO (si veda) – e SCEVOLA augure, R.
segue come legato Quinto Metello nella guerra contro Giugurta. Quando Mario,
quale console, assunse il comando dell’esercito, R. ritorna a
Roma. Console. R. segue l’amico Marco Scevola l’augure nel suo pro-consolato
d’Asia. Condannato ingiustamente per accuse di nemici che si è procurato con la
sua rigida onestà, R. vive da prima a Mitilene e poi a Smirne, e rifiuta
l'invito di SILLA (si veda) di accompagnarlo a Roma. CICERONE conosce Rufo a
Smirne. A Smirne, Rufo scrive un "De vita sua" e una storia di
Roma. È oratore. I suoi discorsi hanno per la loro aridità impronta del
Portico. Coltiva gli studi giuridici. Militari romani e politici romani.
Console della Repubblica romana. Muore a Smirne. Gens: Rutilia. Console. Militare,
politico e storico romano. Comincia la sua carriera militare al seguito d’Emiliano
Scipione Africano minore, nella guerra in Spagna. R. è legato di Quinto Cecilio
Metello Numidico, proprio nel corso della guerra contro Giugurta, durante la
quale, fra i sotto-posti di Metello, vi è anche Gaio Mario. Si distinse nella
battaglia del Muthul, nel corso della quale fronteggia un attacco di Bomilcare
e organizza la cattura o il ferimento della maggior parte degl’elefanti da
guerra numidici. Eletto console, ha come collega Gneo Mallio Massimo, il quale
arriva secondo all'elezione. Le sue iniziative principali riguardarono la
disciplina militare e l'introduzione di un migliore sistema di addestramento
delle truppe. Legato di Quinto Mucio Scevola (si veda) l’augure,
governatore della provincia d'Asia. Aiutando il suo superiore nei suoi sforzi
di proteggere i provinciali dalle malversazioni dei pubblicani, R. si guadagna
l'inimicizia dell'ordine equestre, al quale i pubblicani appunto apparteneno.
Venne citato in giudizio con la grave accusa di estorsione ai danni di quegli
stessi provinciali che lui ha fatto tutto il possibile per proteggere. L'accusa
è sfacciatamente falsa. Ma, poiché le giurie della quaestio de repetundis -- il
tribunale preposto al giudizio dei governatori e amministratori provinciali
accusati di ruberie -- sono scelte fra i cavalieri, la sua condanna è cosa
certa, a causa del risentimento che essi provano per lui. R. e difeso da suo
nipote Gaio Aurelio COTTA (si veda), e accetta il verdetto con la rassegnazione
che si addice a uno seguace del Portico e allievo di Panezio quale era
lui. R. si ritira a vita privata dapprima a Mitilene e poi a Smirne -- forse
un atto di sfida nei confronti dei suoi persecutori. È infatti accolto con
tutti gl’onori nella medesima città nella quale, secondo i suoi accusatori, si è
comportato da funzionario corrotto -- e dove Cicerone lo incontra non più tardi.
Sebbene invitato da Lucio Cornelio SILLA (si veda) a fare ritorno a Roma, R.
declina l'invito. Durante il suo soggiorno a Smirne, R. scrive la propria
autobiografia e una storia di Roma. R. ha infatti una profonda conoscenza della
filosofia, della letteratura ma anche del diritto, e scrive dei saggi
giuridici, dei quali alcuni frammenti sono citati nel “Digesto.” R. su Treccani
– Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Momigliano, R. in
Enciclopedia Italiana. R., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. R., su sapere; Agostini, R., Enciclopedia Britannica; R., su PHI
Latin Texts, Packard Humanities Institute. Predecessore Console romano Successore
Quinto Servilio Cepione e Gaio Atilio Serrano con Gneo Mallio Massimo Gaio
Flavio Fimbria e Gaio Mario II V · D · M Storici romani . Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Militari romani Politici romani
Storici romani Militari Storici Nati a Roma Morti a Smirne Consoli repubblicani
romani Rutilii Stoici. R., who came after BRUTO, is the first tribune of the
people, then Consul, and subsequently proconsul of Asia. His ancestors had been
both censors and consuls. All that is related of him is, that he is in high
esteem with OTTAVIANO, who supports all his own plans by the reasonings of this
great lawyer. Wise Romans. To the list of wise men recognised by the Greeks, the
Romans are proud to add other names from their own history, thereby associating
their philosophic principles with patriotic pride. From their mythology ENEA is
selected, the man who crushes his desires that he may loyally co-operate with
the destiny of his people. From the times of the republic SCIPIONE africano minore
and his gentle companion LELIO; whilst in R. a Roman is found who, like
Socrates, would not, when on his trial, consent to any other defence than a
plain statement of the facts, in which he neither exaggerates his own merits
nor makes any plea for mercy. Nam cum esset ille vir [R.] exemplum, ut scitis,
innocentiae, cumque illo nemo neque integrior esset in civitate neque sanctior,
non modo supplex iudicibus esse noluit, sed ne ornatius quidem aut liberius
causam dici suam, quam simplex ratio veritatis ferebat. Cic. de Or. -- cf. Sen.
Dial. Publio Rutilio Rufo. Keywords: Filosofia romana. Luigi Speranza, “Grice e
Rufo” – The Swimming-Pool Library. Rufo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Ruggiero: la ragione conversazionale di Remo e di Romolo –
filosofia meridionale -- scuola
napoletana -- filosofia campaniana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Scrive “Critica del
concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la mancata
distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire
all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe
politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo aderito
all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del liberalismo lo
rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non perdere la cattedra
presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le altre saggi, di una
imponente Storia della filosofia e di
una Storia del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella
storia della filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini,
e, auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed
apostolo di fede nell'umanità. Saggi: Storia
della filosofia,” “La filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari,
Laterza); “Rinascimento, riforma e contro-riforma” (Bari, Laterza); “La
filosofia moderna: cartesianismo” (Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza);
“Da Vico a Kant” (Bari, Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel;
(Bari, Laterza); La filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica
italiana meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”,
Firenze, Vallecchi, “Storia del liberalismo” (Bari, Laterza); “Filosofi” (Bari,
Laterza); “L'esistenzialismo” (Bari, Laterza); “Scritti politici”, Felice,
Bologna, Cappelli, La libertà, Mancuso,
Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica, I filosofi
che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto filosofico (Napoli,
Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia e politica (Firenze,
Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, La coscienza critica del liberalismo; Sgambati,
Tra ethos e pathos. Il diritto pubblico romano
lascia, assai meglio del diritto privato, osservare le discontinuità e le
suture, a testimonianza delle sue radicali trasformazioni. Esso non
presenta un processo di sviluppo dall’interno, ma piuttosto
un’opera di lento accrescimento dall’esterno, che fa coesistere il nuovo
e l’antico, come per dissimulare i mutamenti da un periodo a un altro. La
preoccupazione costante dei ROMANI è di salvare la continuità storica delle
loro istituzioni, di sforzare il primitivo regime cittadino, fino a
includervi tutto il ricco contenuto degl’acquisti posteriori. La
città è per essi un più saldo organismo che non la polis dei Greci:
il principio della sovranità popolare, come fondamento della costituzione,
vi è assai più stabilmente riconosciuto e presidiato, e, principalmente,
le magistrature cittadine vi rivestono quel carattere e quel prestigio
monarchico, che vivamente impressiona un greco romanizzato come Polibio. Lo
spirito militare è in gran parte causa della maggiore coesione e dell’acentramento
della vita pubblica. Ma esso è anche il principio della espansione della
città in più vaste associazioni politiche, aventi per base l’autonomia
municipale, limitata soltanto dalle esigenze della difesa dal nemico
esterno. L’interesse militare suggerisce infatti la prima grande
federazione che, col nome di lega latina, aggruppa alcune città sotto
l’egemonia romana; che sarà il modello delle future aggregazioni.
Il principio federale è quello che salva il nucleo della città, pur
mirando oltre la sparsa vita cittadina; e ad esso Roma si attacca per salvare
sé stessa insieme con le sue conquiste. Il lento processo di
assimilazione dei popoli soggiogati compiuto dalla civiltà romana si
fonda tutto sulla preventiva dissoluzione degl’originari stati nazionali e
indigeni e sulla trasformazione di essi in aggregati municipali
autonomi, e solo militarmente legati a Roma. L’idea del decentramento
amministrativo è certo una delle più grandi che il diritto pubblico
romano ci abbia tramandato. Ma essa ha per l’antichità un valore
anche maggiore che per noi, perché storicamente l’autonomia municipale è
un passo importantissimo nella formazione del nuovo principio dello
stato, che sorge sulla rovina delle nazionalità, e sul riconoscimento
delle più minute unità cittadine, confluenti con la loro vita propria nel
più vasto organismo politico. Si forma così una patria communis, che
ha sotto di sé una patria particolare, domus od origo Questa doppia
istanza della vita pubblica, che da una parte favorisce la profonda
esigenza del self-government t dall’altra include il particolarismo locale,
come momento subordinato, nella più comprensiva vita statale, è una grande
creazione romana. I greci, che anche seppero moltiplicare, in
numerose colonie, la vita delle proprie città, non riuscirono
tuttavia a trarre dal particolarismo cittadino nessuna idea superiore e comune;
cosi perdettero il frutto del loro lavoro in una dispersione incapace
di [Mommsen. Le droit public romain, Paris] riflettersi nel suo principio
creatore. Essi posero in vita una folla di particolari in luogo di una
universalità vera e propria; ciò che ne distingue l’opera nettamente da
quella dei ROMANI. Il municipio costituito in seno allo stato e subordinato
allo stato è certo una delle manifestazioni dìù notevoli e feconde
dell’età di SILLA (si veda). Il periodo sillano rappresenta però ancora
un’età di transizione tra i due momenti, della città e dello stato,
quando l’antico particolarismo è quasi vinto, ma ancora non balza
fuori la nuova universalità. Il progresso, lungo questa via, fino all’età
di GIULIO (si veda) Cesare, è rapido e sicuro. E vi ha contribuito, più
che l’accrescimento diretto del numero dei cittadini, mediante
l’estensione del diritto di cittadinanza, l’incorporazione di un numero
sempre maggiore di stati clienti, il cui regime consta, senza eccezione,
di due elementi: dipendenza legalmente determinata in rapporto allo STATO
ROMANO; indipendenza, o meglio, autonomia amministrativa. Il processo di
romanizzazione è sollecito per la sua stessa spontaneità. In presenza
delle progredite istituzioni romane, le città della provincia sono
volontariamente tratte ad imitarle, abbandonando i vecchi costumi nazionali,
presto riconosciuti inadeguati alle esigenze della vita cittadina. Un
segno della spontaneità di questo lavoro d’assimilazione è la scomparsa delle
stesse tradizioni della religione locale nell’occidente romano, come il
druidismo nella Gallia. Roma, da parte sua, è parca nel concedere
come un premio ambito ciò che pure è suo interesse precipuo di
largire. Essa non accorda a tutte le città un’adeguazione politica
completa, ma la lascia sperare alle più fedeli. Al di sotto delle città latine
che hanno tutte la piena cittadinanza, vi sono città sine suffragio
o città di semi-cittadini, con diverse gradazioni di privilegi e più o meno
scarsa reciprocità verso la capitale. La più grande forza di
attrazione è da Roma esercitata per mezzo delle colonie, formanti la vera
ossatura romana della vasta compagine imperiale. Con l’estendersi delle
conquiste, i piani coloniali vengono ampliati e coordinati. Da Caio GRACCO
(si veda), autore di un primo grande disegno organico, a GIULIO (si veda)
Cesare ed ai suoi imperiali successori, si svolge un fecondo lavoro, che
ha per scopo di popolare di Romani le regioni occupate e di saldarle alla
madre patria. Il principio veramente romano che presiede a questo
lavoro è epigrammaticamente espresso dal motto: ubicumque vicit Romanus,
habitat. Ma se noi guardiamo nel suo insieme la configurazione politica del
grande stato federale sull’unire della repubblica, e prima che GIULIO (si
veda) Cesare avesse stampato nel diritto pubblico i segni del suo genio
precursore, essa ci colpisce con l’aspetto di un ingombro congestionante
e poco vitale. L’impero è tutto ricondotto alla metropoli. I magistrati
municipali di Roma sono i signori del mondo, l’Italia e la provincia
non sono che un’appendice della capitale. Il rigido principio della
conquista sforza fino alle estreme conseguenze il potente particolarismo
nazionale dal quale prende le mosse; e tutta la vita locale, fuori di
Roma, nel tempo stesso che viene elevata a una coscienza nuova di
sé, viene mortificata e depressa da una taccia d’irrimediabile
inferiorità rispetto alla nazione dominante. Manca un’idea unica che
attraversi e vivifichi tutte le membra del grande organismo. Il legame
che lo connette è estrinseco e sovrapposto, riassumendosi nella forza dell’imperium,
che sanci- [Sbn-ec., ad litio.] sce una eguale schiavitù ai popoli
sotto la potenza militare romana. Piccole città isolate e
sterminati regni sono aggiogati disordinatamente allo stesso carro;
purché l’esterno legame sia salvato, Roma non si preoccupa della vita che
internamente si svolge nei suoi domini e la lascia in balìa all arbitrio
di despoti indigeni. Essa regna sul mondo, ma non lo governa; si appaga
di un compito estrinseco di polizia, che dia sicurezza ai propri commerci.
La sua coscienza mondiale si compendia nell’idea dello sfruttamento
del mondo a suo profitto. Questa deficienza veniva osservata specialmente dagli
orientali, presso i quali erano più vive le esigenze della comunione
spirituale dei popoli formanti uno stesso stato. Apollonio di Tiana,
anche quando l’impero aveva portato molto più avanti il lavoro di
unificazione del mondo, lamenta l’eccessiva materialità del governo
romano, che si strania ed aliena gli spiriti. Una profonda trasformazione di
regime s’inizia però con GIULIO (si veda) Cesare, che, per l’immatura
fine, non riesce a portarla a compimento. Cesare dà il colpo di
grazia al nazionalismo latino e fonda la nuova idea imperiale,
distaccandone il centro dal territorio di Roma e idealizzandolo nella
persona del monarca. La legge cesarea dei municipi comincia col
parificare, in diritto, tutte le città, e col trasformare,
conseguentemente, il significato della preminenza di Roma. Questa non è più
l’impero stesso, ma la prima delle municipalità dell’impero, e le sue
magistrature scendono al livello di semplici cariche municipali. La
figura del monarca si distacca nettamente da quella del magistrato. Non è
più il princeps, cittadino tra [Sef.k. Gesch. des Untergangs der antiken
Welt. Berlin. UI.'p. 110. 2 PiiiLosrn.. Apoi. Ty.. ep.] i
cittadini, ma il dominus che trascende tutto il mondo parificato al suo
cospetto e riceve la propria autorità direttamente dal divino. Questa
idea è affatto nuova allo spirito romano. GIULIO (si veda) Cesare l’attinge
all’Oriente e l’adatta arditamente ai suoi piani. Essa ha un
significato teocratico e mistico, che viene accolto con diffidenza e
senza convinzione dalla scesi frivola dell’ultima età repubblicana, ma
conquista l’età seguente, dominata da uno spirito di concentrato fervore
religioso. L’Oriente riuscirà ad imporla all’Occidente solo quando gli
avrà comunicato la sua fede viva ed ardente. Il dominus compendia
l’unità religiosa e l’unità giuridica della vita. Sotto il primo aspetto,
egli è il re-divino, l’incarnazione vivente della divinità, che allaccia,
con la gerarchia ordinata dei suoi ministri, tutto il mondo sottoposto. Sotto
l’aspetto giuridico, egli è il re-proprietario, al quale appartengono
per diritto proprio le persone e i beni dei soggetti. Quell’unità che i
popoli sono incapaci di concepire sotto l’astratta luce ideale
dell’impero, e che pure è un bisogno sensibile, immediato della loro
esistenza, essi la vedono incarnata e personificata nel Signore. In
questo foco si accentra tutta la sparsa vita spirituale di genti e razze
diverse, che vi ravvisano un senso alla propria riunione sotto un giogo
comune e sollevano e riscattano la loro schiavitù nella visione di un
alto fine religioso di cui sono partecipi. GIULIO (si veda) Cesare ha una
chiara percezione dell’aspetto religioso della sua missione : la SANCTITAS
REGNVM è per lui il fondamento stesso del nuovo regime monarchico, da cui
soltanto possono irradiarsi una potenza e un prestigio coestesi alla
vasta mole dell’impero. [Svet.. Jul. Caes.] Le conseguenze di questa
premessa sono, per il diritto pubblico, inestimabili. Al
decentramento politico e amministrativo, airindifferenza per la
vita locale delle città e degli stati particolari, in una parola al
regime del mero stato di polizia, subentra un regime accentratore, dove
un sovrano assoluto vigila per mezzo d’un esercito di funzionari sull
andamento di tutte le cose del regno, che ormai gli appartengono, e
spoglia città e cittadini di quelle libertà che contraddicono all’onnipotenza
del proprio dominio. Una volta che il mondo non è più un aggregato
inorganico di città, ma forma un’unità reale e vivente, è giusto che
tutte le sue parti, cospirino per quel eh’ è possibile al fine comune,
rinunziando all’autonomia che disgrega e disperde le forze. GIULIO
(si veda) Cesare e sul punto di realizzare questa vasta trasformazione
politica; pero mancò non soltanto a lui la vita, ma anche ai tempi la
maturità necessaria per portarla a compimento. Più di tre secoli
occorreranno per attuare la monarchia da lui vagheggiata. Per il momento,
gl’immediati successori rinunziano ai più arditi piani e si pongono sul
terreno delle istituzioni vigenti, col proposito di piegarle gradatamente
ai loro fini. OTTAVIANO (si veda) è, almeno all’apparenza, ben poco
innovatore. Egli conserva integro il principio della sovranità popolare,
ripristina le magistrature repubblicane sospese nel tempo della guerra
civile, riconosce un potere sovrano al senato. L’idea dell’impero emerge
per lui dallo stesso regime politico tradizionale, di cui porta a compimento lo
spirito monarchico che già gli e immanente. Nella sua concezione, il
principe è il primo cittadino tra i cittadini, il primo magistrato tra i
magistrati. Egli anzi si guarda accuratamente di legare a questo
nome [Mommskn. Le drolt pnblic romain.] cariche e prerogative nuove ed
inusitate, e si avvale invece degli stessi poteri che gli fornisce la
tradizione repubblicana. Attribuendosi l’imperium o potenza proconsolare, egli
ha il comando in capo esclusivo delle milizie di tutto l’impero; e poiché
questa posizione preponderante dal punto di vista della forza può
apparire eslege a Roma e nell’ Italia — sottratta giuridicamente al potere
proconsolare — OTTAVIANO vi aggiunge la dignità consolare, alla quale più
tardi rinunzia per assumere il tribunato del popolo, la magistratura più
popolare e praticamente efficace . Così, per via di successive sovrapposizioni
di cariche preesistenti, come il pontificato e la censura oltre quelle
già nominate, si forma il potere nuovo del principe, e si consolida con
un prolungamento, dapprima limitato e poi indefinito, della durata delle
cariche stesse. L’impero si costituisce cosi condensando le forze più
vitali delle istituzioni repubblicane, senza innovazioni apparenti,
capaci di suscitare reazioni popolari. Dopo il regime eccezionale della
dittatura militare e del triumvirato, esso ha perfino l’aspetto di una
reintegrazione delle magistrature ordinarie. Alla monarchia vagheggiata
da GIULIO (si veda) Cesare subentra, almeno in principio, una DI-ARCHIA,
una divisione del potere tra il principe e il senato. Tutta la
provincia viene separata in due parti, imperiale e senatoriale, con
diversi magistrati; e al senato viene attribuita ramministrazione dell’
Italia, che OTTAVIANO non crede opportuno prendere per sé, ritenendo più
facile usurpare le libertà della corrotta capitale e della lontana
provincia anzi che quelle più tenaci dei municipi 1 Mommsen]
OTTAVIANO rifiuta la censura, ma la riassunse Domiziano, per
l'opportunità che gli offre questa carica di influire sulla nomina del
senato.] italici. Di fatto però questa di-archia si converte gradatamente
in una vera monarchia, perché l’imperatore può esercitare una preponderante
influenza sulla costituzione e sul funzionamento del senato, che
finisce col divenire un passivo strumento nelle sue mani. Con felice
incoerenza, OTTAVIANO però tien fermo al principio cardinale della
concezione monarchica del suo grande predecessore, accettando l’idea
della divinità dell’imperatore, pur contraddiente a quella della
sovranità popolare, che informa di sé la nuova carica. L’apoteosi del
principe, cioè il riconoscimento della sua divinità dopo la morte e la
conseguente attribuzione degli stessi onori riserbati agli dèi, — altari,
culto e sacerdoti appropriati— costituisce la parte più importante della
riforma religiosa d’OTTAVIANO. L’influsso sempre più vivo
dell’Oriente spingerà i suoi successori ad ingrandire questo culto,
includendovi l’adorazione dello stesso imperatore vivente: una
trasformazione piena di significato, perché con essa l’apoteosi si distacca
dalla vecchia concezione occidentale della religione dei MANI, che
in un primo tempo aveva giovato ad accreditarla, e s’innesta nello
spirito teocratico dell’Oriente. L’unificazione religiosa dell’impero
completa e ribadisce l’unificazione politica. Il culto dell’imperatore si
eleva sui culti particolari delle singole nazioni e diviene per i popoli
il simbolo di una comunanza spirituale di vita e quasi l’atto di adesione
a un identico destino storico. A questo punto terminano le storie particolari
delle genti, o meglio confluiscono nella storia universale. Il migliore
ammaestramento filosofico che ci vien offerto dalla conoscenza
dello sviluppo del diritto pubblico romano sta per l’appunto nella
conquistata coscienza dell’unità e dell’universalità del piano della storia,
che vince la sparsa frammentarietà delle storie del passato, chiuse
a guisa di monadi in sé stesse e ricomincianti sempre dal nuovo il proprio
lavoro. Roma provoca il brusco risveglio delle genti, rompe l’isolamento
della loro vita, le costringe, pur riluttanti, a entrare nella
vasta orbita della sua azione e a collaborare a una opera comune. La
cittadinanza che l’impero largisce egualmente a tutti i suoi abitanti
esprime la nuova patria ideale e comune, che si eleva sulle patrie
particolari e che gl’uomini accettano quasi come un segno del riscatto
dalla schiavitù del suolo che li lega e li circoscrive materialmente.
Essa è una prima rivelazione dell’umanità a sé stessa: una umanità
ancora pregna di materialità ingombrante e passiva, che non sa guardare
oltre i rapporti contingenti e terreni della vita ed esaurisce i suoi compiti
spirituali nell’adorazione d’un padrone comune; ma eh’ è tuttavia il
primo momento di una rivelazione che non si esaurisce in essa e crea forme
di consapevolezza sempre più profonde. LA FILOSOFIA ITALIANA •i3
(ì. I»K
huGGiKKO. La filosofia
coniemfor>tnea.DA
MACHIAVELLI A GIOBERTI 1.
La fortuna dei
nostri filosofi. Con la filosofia
italiana vogliamo rifarci dall’origini. Se c’è un paese che può vantare uno svolgimento originale di
pensiero, dal rinascimento ai nostri giorni, questo è appunto l’Italia. E nel
tempo stesso, sembra che nessun paese puo deplorare, con maggior diritto dell’Italia, il disconoscimento più pieno
della sua vita mentale. Il nostro rinascimento è in generale conosciuto. Ma,
dopo, ci si sequestra dalla circolazione del
pensiero europeo. Vico è lettera morta
fuori d’Italia; e l’epoca piu
tardi offre questa stranezza, che vengono elevati a fama europea filosofi mediocri come Hamilton, Cousin e più tardi Lotze,
mentre sono ignorati SERBATI (vedasi), GIOBERTI (vedasi), e SPAVENTA (vedasi)
-- tre filosofi geniali, che proseguono la tradizione speculativa del pensiero
europeo, proprio quando sembra interrotta, nella fine apparente dell’idealismo. R. non sta a fare un ridicolo
processo agli stranieri per averci
dimenticati. Noi per i primi non ci siamo dimostrati all’altezza del
nostro passato. E le stesse condizioni civili e politiche d’Italia purtroppo
contribuisce alla sprezzante dimenticanza
Si, perché la
circolazione del pensiero avviene in modo diverso nei tempi moderni che
nel Rinascimento. Allora potevamo, anche
politicamente schiavi, dettar le leggi della cultura agli stranieri. Allora
infatti la vita del pensiero è l’universalismo
astratto, naturalistico, che neutralizza le differenze della storia. La sua espressione è il concetto
della sostanza di BRUNO (vedasi), l’unità indifferente degl’opposti. Invece, s’inizia un movimento profondo d’individuazione.
È il periodo dello storicismo. Il
pensiero non vive più astratto dalla sua vita storica, e, fuori dell’individuazione
politica, sociale, morale d’un popolo è nulla. È flatus vocis. Cosi si sono
affermate la cultura della Germania, quella della ‘Gallia, e quella di Oxford
-- culture di popoli formati. La nostra no. Noi avemmo due grandi filosofi.
SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi). Ma sono un’anticipazione sulla nostra
realtà storica. Noi non h celebrammo che quando volemmo far la nostra storia.
Il loro pensiero rifulge di vivida luce coll’unificazione. Ma divienne
cosa morta un anno piu tardi..E l’Italia
che si forna nel ’fiO non è rosminiana
né giobertiana. Perché? Purtroppo è nota la decadenza mentale e morale di
quella Italia. La sua voce non è più la voce generosa di Gioberti, ma la molle
cantilena di ROVERE (vedasi) e l’accento rauco di FERRARI (vedasi). In un corso
di filosofia che resta celebre nella storia della nostra filosofia, il terzo
dei grandi filosofi italiani, SPAVENTA
(vedasi), ri-evoca le glorie del nostro passato, e spiega a una folia d’ignari
lo svolgimento originale della filosofia italiana: nella nuova luce da lui
diffusa sulla nostra filosofia. BRUNO
(vedasi) e CAMPANELLA (vedasi) trovano il loro posto nella storia della
filosofia come precursori di Cartesio, di Spinoza e di Locke. VICO (vedasi),
come il geniale pre-sentimento del criticismo. E infine, GALLUPPI (vedasi),
SERBATI (vedasi), e GIOBERTI rappresentano la coscienza via via più compiuta
del criticismo, come questo s’è svolto in Germania per opera di Fichte e di
Hegel. Ma SPAVENTA (vedasi) avverte che la caratteristica dell’ingegno italiano
in tutti i tempi è quella d’essere precursore, d’avere il pre-sentimento d’una verità,
ma di non saperla svolgere, e di falsificarne perfino il senso e la portata. Ma
colla rinnovata coscienza della propria storia, SPAVENTA (vedasi) spera che l’Italia
risorta allora a unità politica, riprende,
in una piena consapevolezza, il posto che le spetta nella cultura. Ed
egli stesso ne addita la via, con uno sforzo tenace per porsi all’altezza del
movimento storico, comprimendo ogni impulso della sua filosofia originale per
ri-vivere intensamente la filosofia altrui; facendosi scolaro, per poter
diventare il maestro degl’italiani. Ma l’Italia alla quale SPAVENTA parla non è
in grado di capirlo. Ell’è quella stessa
Italia che ha pervertito la filosofia di GIOBERTI (vedasi) in una speculazione
flaccida e senza sangue -- la filosofia
dei bramani, come lo stesso SPAVENTA (vedasi) dice. Ond’è che il geniale
hegeliano parve a taluni un mistico, ad altri un sovvertitore della scolastica;
a nessuno quello che in realtà è. I falsi nazionalisti gli rimproverano il suo
hegelismo; i falsi hegeliani il suo
nazionalismo. In verità gli rimproveravano gli’uni gl’errori degl’altri. Dalla
doppia taccia SPAVENTA (vedasi) è immune: egli che sente, si, ITALIANAMENTE la
filosofìa. Ma la pensa universalmente. Il primo insegnamento di SPAVENTA
(vedasi), come quello ilei suo granile conterraneo, SANCTIS (vedasi), è dunque
infruttuoso; a riceverlo, le menti sono impreparate. Non cosi oggi, che nella
rinascente italianità. noi impariamo a vivere in comunione col nostro passato,
consci che ogni sviluppo della vita speculativa è possibile solo mediante una
piu salda continuità colla tradizione storica. L’Italia nostra non s’è fatta
net 1860 ma si va facendo ai nostri giorni: quella stessa Italia che va
conquistando una posizione sempre più eminente
tra i popoli, afferma la forza interiore di questa ascensione col
rinnovamento della sua coscienza speculativa. In tale rinnovamento. risorgono i
nostri grandi, SANCTIS (vedasi). SPAVENTA (vedasi); attraverso essi, noi ci
colleghiamo al nostro passato. Io esporrò brevemente l’ammaestramento loro e di
quelli che proseguendone l’opera hanno contribuito con loro al presente
risveglio su questo passato. Il
Rinascimento e Machiavelli. Gl’albori della filosofia sono da ricercare
nell’umanismo. Ivi la filologia già lascia intravvedere il principio e
l’indirizzo della filosofia; ivi già s’accenna quel ritorno all’antico di
CICERONE (vedasi) che è invece creazione del nuovo. Sotto i colpi dell’umanismo
comincia il dissolvimento della scolastica, che prosegue poi, più rapido, nel rinnovamento della vita civile e politica,
e della speculazione che l’esprime. Qual è il significato della scolastica?
Essa è un connubio del cristianesimo col
LIZIO. Il Dio che s’era umanizzato in Cristo si naturalizza nella logica del
LIZIO: diviene l’ente, l’oggetto, nei quadri della sillogistica. Il monumento
della scolastica è la prova ontologica d’AOSTA. Questo naturalismo è già un grande progresso: non è il naturalismo
fisico dei pre-socratici, non il naturalismo ideale degl’accademici, ma è
naturalismo divino. Per mezzo suo si svolge la contra-dizione del
cristianesimo, colla sua doppia affermazione dell’umanità e della divinità del
divino. E il naturalismo del rinascimento che sorge come negazione di quello
scolastico, contiene in realtà la doppia esigenza, nella sua unica aflermazione
del divino e l’umano della natura. Con esso s’inizia l’età umana della fìlosofia.
Quanto al suo procedimento speculativo, la scolastica si compendia nei princìpi
della sillogistica; la sua visione etica del mondo, poi, nell ascetismo e nel
misticismo: la speranza messianica implica la svalutazione della realtà attuale
e della vita. E il rinascimento è l’anti-tesi di entrambi gl’indirizzi: esso è la
sopravvalutazione della vita — quella
che la libertà comunale, gl’attivati commerci e i rapporti politici promoveno e
intensificano; e in pari tempo esso è l’atteggiamento della filosofia speculativa,
che non ha una realtà fatta innanzi a sé, da sillogizzare, ma crea la sua
realtà, osservando, provando, inducendo. Nascono cosi due scienze, la politica
e la fisica, ambedue dal me Essa è la
sola cosa stabile ed eterna: ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità,
è come nulla; anzi è nulla tutto ciò che è fuor di questo uno. Spinoza non parla
con maggior vigore, ma a differenza di BRUNO (vedasi), egli non indietreggerà
d’un passo dalla posizione conquistata. Il filosofo italiano, come già TELESIO
(vedasi), e poi CAMPANELLA (veasi), alterna il nuovo col vecchio: più veemente
di Spinoza, è assai meno coerente, e accanto al nuovo Dio lascia sussistere
l’antico. Più oscillante ancora di BRUNO (vedasi) è CAMPANELLA (vedasi), benché
rappresenti un’esigenza nuova del pensiero speculativo. La difficoltà del
concetto di sostanza è che la filosofia, naturalizzandosi nell’oggetto, non può
spiegare sé stessa. La sostanza è
conosciuta ma non si conosce: come ciò è possibile? Come può l’uomo, un
semplice modo od accidente, conoscere la sostanza, ed elevarsi a Dio, se è
semplice effetto? come l’effetto ritorna alla causa? Il problema che il
concetto della sostanza apre alla speculazione è quello del conoscere, e ad
esso s’appuntala filosofia del frate di Stilo. CAMPANELLA (vedasi) è
confusamente il Cartesio ed il Locke della fìlosofla italiana. Muove dal dubbio
scettico e trova la certezza nella coscienza di sé, nel xensus SPAVENTA
(vedasi), Saggi di critica, Napoli.. LA
FILOSOFIA ITALIANA abciilus, ma d’allra parte fonda la conoscenza della
natura sul semplice sensus addilux. Le due esigenze restano in lui
inconciliate: per avere una conciliazione si dovrà giungere fino a Kant. Ond’è che la certezza delle cose
esteriori sembra a CAMPANELLA (vedasi) ora uno sviluppo, ora una caduta, ora un
incremento, ora un limite. 15 l’intonazione generale della sua filosofia è,
nella metafisica, il razionalismo, la dottrina delle primalità fondata sul
sensus abditiis; nella teoria del conoscere l’empirismo, la mera certezza
sensibile e la concezione dell’intelletto come
semplice senso illanguidito. Ma se per questo verso egli fa un gran
passo su BRUNO (vedaso), gli resta poi di gran lunga indietro pella convinzione
e la fede nell’infinita presenza del divino nell’universo. CAMPANELLA (vedasi)
è in qualche modo, e quasi inconsciamente, il filosofo della restaurazione
cattolica, come fha definito SPAVENTA (vedasi). Egli, col suo
razionalismo, non toglie i ceppi alla
scienza, se non perché questa se li rifaccia da sé medesima e si sottometta
liberamente. Ma l’entusiasmo di BRUNO (vedasi) non trova il suo riscontro che
nello sforzo tenace di BONAIUTO Galilei. Con questo la scolastica, solo
virtualmente superata nella filosofìa del rinascimento, è vinta per sempre. Il
naturalismo non è più soltanto celebrato come nuova tendenza dello spirito, ma è l’attualità
spirituale: nella scienza s’umanizza la natura, che non è più la mera
privazione degli scolastici, né la divinità ancora trascendente della
speculazione, ma è la scienza stessa, l’atrermazione dell’umanità concreta del
mondo, di quel mondo che non ci è estraneo ma interiore, e che vive della
stessa nostra vita di ricerca e di conquista incessante. DA MACHIAVELLI A GlOBERTI Vico. Tra MACHIAVELLI
(vedasi) e VICO (vedasi) corrono due secoli, e ratteggianieiito mentale è
profondamente mutato. All’apparenza li direste vicini, rivolti come sono tutti
e due al passato, per attingere d’esso la loro forza. Ma con che occhio diverso
lo guardano! MACHIAVELLI (vedasi) vede nel passato il mezzo per liberare il
presente dalle accidentalità storiche e
per contemplar l’uomo nell’intimità della sua natura, delle sue passioni: egli
fonda così la politica. Con VICO (vedasi), il naturalismo umano del rinascimento
è già sorpassato, e l’esperienza storica non suggerisce più alcuna distinzione
tra sostanza ed accidente, ma la considerazione dello sviluppo, dello spiegamento
della mente umana. VICO (vedasi) fonda la
storia. Le due mentalità sono profondamente diverse. La tradizione dei
politici si continua attraverso GIUCCIARDINI (vedasi), PARUTA (vedasi), SARPI
(vedasi), ed ha un lontano rappresentante in GALIANI (vedasi). Anche questi,
come VICO (vedasi), fa la critica del suo secolo, e del giacobinismo che quello
prepara; ma la sua critica non pre-annunzia il secolo seguente; essa è quella
del politico, che, incapace d’intendere l’aspirazioni, ha e.sperienza per avvertire le sue
fanciullaggini e sorridere alle sue illusioni. La critica di VICO (vedasi) è al
contrario novatrice. Essa investe tutta la filosofia, il cartesianismo e il
sensismo. All’universalità astratta del primo che non spiega la scienza, perché
vuol fondarla sulla rivelazione immediata dell’evidenza VICO (vedasi)
contrappone l’intuizione genetica delle cose, che le [ P. un'acuta osservazione
di CROCE (vedasi): la filosofia di GALIANI (vedasi), in Critica, spiega nel
loro farsi, nel loro sviluppo: e prelude cosi allo storicismo. E mentre il
sensualismo trae dall’esperienza sensibile un motivo tutto materialistico. VICO
(vedasi) svolge, da quella stessa esperienza, l’universale fantastico, la poesia e la lingua, nella loro originalità
spirituale: e cosi prelude al romanticismo – e a GRICE!. Queste geniali
intuizioni sono comprese in un’unità potente: è la mentalità umana che nel suo
sviluppo s’afferma come dispersa nel senso e nella fantasia e s’unifica e si
riflette nel pensiero. VICO (vedasi) perciò intravvede una metafisica della
mente, una storia ideale, eterna, pella quale
corrono le storie delle singole nazioni: nelle modificazioni della mente
sono per lui da ricercare i momenti dello sviluppo storico. Ecco la grande
originalità di VICO (vedasi): per MACHIAVELLI (vedasi) l’umanità era natura,
sostanza, e perciò fatale nel suo corso, nella sua logica interiore. Con VICO
(vedasi) sorge il concetto della mentalità, della provvidenza immanente
nello sviluppo della nazione. In MACHIAVELLI
(vedasi) c’è ancora, contro l’apparenza, l’intuizione teologica del mondo, e la
tristezza d’un’attesa messianica: l’uomo è fatto trascendente a sé medesimo. In
VICO (vedasi) non più. Nella sua concezione storica l’umanità è tutta spiegata.
Ma pure quello stesso VICO (vedasi), che scrutando la storia di Roma, attua
magnificamente la sua idea, lascia poi intatto il pregiudizio
dell’elezione arbitraria degl’ebrei. Nel passare alla storia di Roma, VICO
(vedasi) aveva compiuto il suo grande
sforzo, e vi s’era esaurito,
senza aver più la forza di ri-passare alla storia degl’ebrei, come osserva CROCE
(vedasi) nella sua bella monografia su VICO (vedasi). È viltà? È pregiudizio?
Forse, con più verità, è un difetto intrinseco dei sistema: VICO (vedasi) non sa uscire dal
particolarismo ristretto dell’unità nazionale: manca a lui il concetto
dell’università del particolare, deiriimanità della nazione, che è l’opera del secolo seguente. E
perciò quel passaggio dai romani agl’ebrei, che a noi sembra oggi cosi facile,
non è possibile al suo genio. VICO (vedasi) non ha mai il riconoscimento che
gli spetta, né in Italia né fuori, né
vivente né dopo morto. S’impadronirono della sua dottrina i positivisti,
e falsificarono nel modo più barocco la sua celebre formula della conversione
del vero col fatto. Rivendicarne la memoria e perseguirne la speculazione è
stata l’opera di SPAVENTA (vedasi), di SANCTIS (vedasi), e più ancora, di CROCE
(vedasi). Per merito loro la profonda lacuna della nostra cultura è
colmata. Con MACHIAVELLI (vedasi) e con VICO
(vedasi) noi possediamo gl’esponenti maggiori della storia della nostra filosofia,
dal Rinascimento VICO (vedasi) colla sua intuizione d’una metafìsica della mente umana è il pre-sentimento
del criticismo, che si svolge poi in Italia per opera di GALLUPPI (vedasi), SERBATI (vedasi), e
GIOBERTI (vedasi). La posizione storica
di questi filosofi è stata fraintesa
generalmente, e da loro medesimi per primi, finché la critica di SPAVENTA
(vedasi) non ne ha liberato la dottrina dall’involucro contingente e svelata la
stretta parentela colla filosofia tedesca. La spiegazione del fraintendimento
ci è data dalla considerazione dell’ambiente nel quale sorsero e si
svilupparono le dottrine. L’Italia è infestata dal sensualismo, e la stessa filosofia kan-liunn non vi s’introduce che attraverso
reclettismo e la psicologia degli scozzesi: il valore sommamente originale del
concetto della soggettività ne vien completamente perduto. Nel rinnovamento
cattolico, che s’inizia in questo stesso periodo, il sensismo vien minato alla
base, ma non già in nome del criticismo. Il sensismo è, nelle sue ultime
conseguenze, scettico; è un vano gioco d’elementi
soggettivi, che non fonda l’oggettività, il sapere. Ma il criticismo, si
soggiunge, non è anch’egli chiuso nel soggettivismo delle forme del senso e
dell’intelletto? e non va a finire del pari nello scetticismo? Con questa
critica si pretende di disfarsi di Kant, e si cre Sono curiose queste citazioni
di VICO (vedasi) che s’in1 H. Arie, storia e fìlosofta, Firenze. contrailo
presso i positivisti; se ne trovano oltre che in CATTANEO (vedasi), VILLARI
(vedasi), CAHELLI (vedasi) e Wngiiilli (vedasi). VICO (vedasi) diviene un
precursore del positivismo, la sua formula della conversione del vero col fatto, identità del pensiero e dell’essere,
come mentalità, sviluppo, viene dai più intesa nel senso che la verità sta nel
fatto e non già nella mente. Ma pure
queste reminiscenze vichiane trattengono i positivisti dal cadere in una
metafìsica materialistica. Sono tutti assai prudenti, anche perché non hanno
nulla da dire: il più arrischiato forse è ANGIULLI (vedasi), che è d’ingegno un
po’più filosofico degl’altri. Ma il suo programma positivistico non manifesta
alcun contenuto nuovo di dottrina. FI quando il positivismo, pella logica stessa del suo movimento, degenera ovunque
nel materialismo, i nostri positivisti sono pronti a sconfessare la conseguenza
d’essi non voluta delle dottrine. VILLARI (vedasi) polemizza coi materialisti.
GABELLI (vedasi) distinse un vecchio ed un nuovo positivismo, e manifesta la sua avversione
per quest’ultimo. Certo in questi pentimenti c’era qualcosa d’ingenuo, proprio
di chi non sa valutare la portata d’una
dottrina, mentre l’accetta; e i materialisti galli sono più conseguenti dei
positivisti italiani, nel negare quell’idealità vaghe che questi lasciavano
ancora ondeggiare al di sopra dei fatti. Ma se in ciò i nostri sono meno
filosofi, sono poi più di buon senso nelle loro riserve, perché dopo tanti
sforzi per liberarsi d’una metafìsica pseudo-idealistica, non volevano trovarsi impegoiati in una altra metafìsica,
di tendenze materialistiche. La trivialità di questa metafìsica non tarda a
manifestarsi. Essa sorge dal connubio tra la filosofìa e la biologia; e il suo
nome era il monismo: un nome che dice tutto, anche più del contenuto di
dottrina con cui lo si è voluto giustifìcare. I suoi fautori sono medici,
naturalisti, botanici, fisici, e via discorrendo. La loro opera sarebbe certamente andata dispersa se MORSELLI
(vedasi) non avesse avuto la felice idea di raccoglierla e disciplinarla in una
Rivista di filosofia scientifica, che resta come prezioso documento della
filosofia italiana. Ma l’esagerazioni più stravaganti del positivismo
materialistico si videro nella scuola d’antropologia, fondata da LOMBROSO
(vedasi), notissimo autore di saggi in
cui il genio e la delinquenza s’accoppiavano in una felice coincidentia
oppositorum. Di queste dottrine non ci occuperemo, perché son divenute di
competenza forense, e funestano le squallide aule delle nostre Corti d’Assise.
Accenneremo soltanto a una propaggine del positivismo italiano che per opera
specialmente di FERRI (vedasi) s’è innestata nella dottrina socialistica. E
del FERRI (vedasi) raccomando la lettura
d’una prefazione a una sgrammaticata traduzione italiana deWAntidiiliring d’Engels,
che è un bel documento del livello di cultura del nostro ex-socialista. Ma con
tutto ciò, del positivismo italiano noi non avremmo che notizie scarse e
frammentarie, s’esso non fosse stato conglobato e quasi condensato in una
dottrina unica d’ARDIGÒ. Di questo
perciò vogliamo occuparci un po’più estesamente. La filosofìa d’ARDIGÒ ha
quello stesso motivo naturalistico che abbiamo osservato nel positivismo della
Britannia; essa è l’indiflerenza tra il sensismo e il materialismo, senza per
altro il rigore logico di MORE GRICE TO THE Mill – GRICE e Baker, MILL -- e la
veduta vasta, per quanto superficiale, di Spencer. Mentre infatti l’empirismo della Britannia è veramente
monistico, nel senso che, ammesso il fatto naturale della sensazione, ritiene
poi derivata e posteriore la distinzione del soggetto e dell’oggetto, ARDIGÒ
invece tradisce fin dal principio la sua preoccupazione dualistica, propria del
realismo ingenuo. Perciò ammette come fondamentale la distinzione del senso
interno e del senso esterno, dell’auto-sintesi
e dell’etero-sintesi, cioè d’una parte l’associazione dei dati psichici stabili
che costituiscono il me di GRICE – PERSONAL IDENTITY, I AM NOT HEARING A NOISE
--, dall’altra l’associazione degli stati psichici accidentali che
costituiscono il non-me. Questa è prova dell’inferiorità della dottrina in
quistione rispetto alle altre forme di positivismo, perché la distinzione non
fa che adombrare quella tra la materia e la sensazione – WHAT’S THE MATTER?
NEVER MIND! --, e giustifica quell’illusorio raddoppiamento del mondo nella
conoscenza, che ad empiristi come Avenarius o Mach parrebbe una mostruosità. Il
termine comune di materia psichica, nei due campi, del senso interno e del
senso esterno, non è in effetti altro che un nome, che si può trasformare a piacere in un altro, l’indistinto,
che ARDIGÒ (vedasi) pone a fondamento della realtà. Si vuole che ARDIGÒ fa una
critica dei-rinconoscibile di Spencer, e c’è veramente un saggio suo su questo
soggetto. Ma bisogna proprio dire che egli sia andato in cerca della pagliuzza
nell’occhio del fratello, senza accorgersi del trave che ha nel proprio. Almeno
il povero Spencer poteva illudersi di
veder il divino in quel suo inconoscibile, mentre nel caso dell’indistinto,
nemmeno questa immaginazione è più possibile. Con questo concetto del neutro
d’ARDIGÒ l’epurazione degl’in-conoscibili, degl’in-coscienti e simili prodotti
del facile eclettismo è compiuta, e non resta che l'innocua sodilisrazione (ti
dire uno, quando le cose, a dispetto del positivista, pare che vogliano dire due. L’indistinto o neutro
d’ARDIGÒ non contiene dunque più alcuna traccia del divino. L’idea del divino è
del tutto radiata dai quadri di questa filosofia, e al suo posto subentra il
concetto dell’infìnito o della virtualità permanente dell’esperienza: un
concetto che, come quello inilliano della possibilità delle sensazioni
dimostra, si. la preoccupazione immanentistica del positivismo, ed è perciò da
lodare nel movente psicologico della sua formazione, ma è nel fatto
insufficiente, come quello che si travaglia ancora nel dualismo del LIZIO, e
dissimula, nella sua apparente facilità, il problema non risoluto, e
l’ignoranza dei potenti sforzi che la speculazione di venti secoli ha compiuto
per giungere al graduale superamento di esso. Questo cenno sul motivo fondamentale dell’opera d’ARDIGÒ può
bastare, come un saggio della sua filosofia. Lo svolgimento della dottrina,
secondo i criteri direttivi dell’empirismo, è dato dal tentativo d’aggruppare
in varie forme e in varie guise il materiale plastico della sensazione: un
campo di ricerche che l’empirismo nella Britannia aveva già da tempo sfruttato, e che con ARDIGÒ
non è in grado di dar nuovi frutti. Dal
dualismo si val al monismo.
Nell'imperversare delle dottrine materialistiche, molte voci modeste sono
soffocate, che forse in un ambiente più propizio avrebbero potuto esercitare
un’efficacia maggiore. La loro influenza sulla filosofia italiana è assai
scarsa, in un tempo in cui il materialismo domina la vita sociale nelle sue più
cospicue manifestazioni. Esse nondimeno
riuscirono a formarsi un teatro più ristretto, ma insieme più consono alla loro
intonazione: la cattedra. E come già nella Gallia lo spiritualismo eclettico,
svalutato dai nuovi indirizzi, si conserva nella cerchia universitaria, così
nell’Italia positivistica e materialistica s’ha un insegnamento universitario
con tendenze spiritualistiche. Noi abbiamo già accennato a quel dualismo platonizzante che si delinea nelle opere di
ROVERE (vedasi), FERRI (vedasi) e BERLINI (vedasi). Come quello che, bilanciato
tra i due domini estranei del pensiero e dell’essere, naufraga poi nello
spiegare la mediazione d’entrambi, il conoscere, esso non poteva riuscir
vincitore di quel positivismo che vive nella medesima diffìcoltà, e solo cerca
di dissimularla colle sue poco fondate
asserzioni. Né il dualismo, nella
forma datagli da BONATELLI (vedasi) o da CANTONI (vedasi), per quanto più
corretto e rammodernato, ha migliori probabilità di successo. In fondo la
difficoltà resta identica, e al più veniva spostata in più remote regioni.
Nella sua vita infaticabile di studio e di ricerca, BONATELLI (vedasi) non
riusce mai a migliorare la posizione iniziale della sua filosofia, che noi
conosciamo dal saggio, Pensiero e conoscenza. Là egli, ispirandosi a Lotze,
muove dal soggettivismo empirico della coscienza e invano si tortura per
conseguire l’oggettività del conoscere. Il pensiero è da lui ridotto al
semplice pensato, alla mera forma indifferente a ogni contenuto, qual’è quella
della logica del LIZIO, e cosi fin dal principio gli è preclusa la via a concepire la relazione tra il pensiero e
l’essere. Egli afferma, si, che pensare è giudicare, ma non intende il valore e
la portata di questa grande verità della R.,
La filosofìa contemporanea. LA FILOSOFIA
ITALIANA lilo.solia kantiana, che
è neutralizzata dall’intuizione fondamentalmente platonica della sua dottrina.
Di qui, se il pensiero è il semplice pensiero, la certezza del reale non è che un’inferenza, un’analogia, per cui
noi interpretiamo le cose esterne a noi nei termini della nostra esperienza
soggettiva SOMEONE IS NOT HEARING A NOISE GRICE. Ma¬ cho cos’è la realtà in sé
stessa? Ora è qualcosa di simile ai reali di Lotze, ora è lo stesso pensiero
inteso come norma ideale a cui tentano d’adeguarsi le singole conoscenze.
Soluzioni deboli, come si vede, perché
col principio d’analogia crediamo di muovere, ma in realtà non moviamo un passo
fuori della mera soggettività; e la norma ideale, d’altra parte, posta fuori
del pensiero attuale, è la mera oggettività, a cui manca il ponte di passaggio
verso il soggetto. Oggettività pura e semplice, e soggettività pura e semplice,
dunque: qui la soluzione, in fondo, non fa che ridarci tal quale il problema. Il platonismo del primo saggio
si trova immutato negl’altri; al più s’epura. Nell’opuscolo PERCEZIONE GRICE
POTCH e pensiero è detto che l’oggetto GRICE OBBLE opera sul soggetto,
imprimendo in questo l’immagine di sé stesso; immagine che non è per nulla
sfigurata e deformata dalla passione del conoscente, perché il mutamento subito
da questo consiste soltanto in ciò, che
egli conosce ciò che prima non conosce – GRICE NEGATION AND PRIVATION KNOW. La
conoscenza viene così sempre più alleggerita di quel compito copernicano che
Kant aveva voluto imporle e quindi ridotta a una mera duplicazione
inesplicabile d’una realtà in sé bell’e fatta. Il termine della speculazione di
BONATELLI (vedasi) è, per questa via, il
capo [BONATELLI (vedasi), Pensiero e conoscenza Bologna. BONATELLI
(vedasi); Percezione e Pensiero Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere
ed arti, volgimento completo della tesi critica: la forma non è più del
soggetto ma appartiene all’oggetto GRICE OBBLE in sé, e al soggetto non viene
attribuito che la semplice modilicazione sensibile, o, in altri termini, la
materia 11 che significa, se non mi
sbaglio, volere ricondurre la tesi dualistica all’assurdo. Un altro dualista
orientato verso la filosofia di Lotze è CANTONI
(vedasi), pur colla sua vasta, ma poco
profonda, cultura critica. Nel suo lodevole tentativo d’acclimatare la
filosofìa critica in Italia, egli introduce quel famoso problema sull’origine
psicologica dell’a-priori che ha grande fortuna in Germania, e che costituì per lungo tempo il capo dei naufragi
di molti critici. Nell’intento di
CANTONI (vedasi), quel problema dove salvare la critica dal mero soggettivismo
in cui pare la chiude la critica: il riconoscimento della formazione
psicologica dell’a-priori dove infatti segnare il punto di convergenza della
doppia azione del pensiero e della realtà. Ma per quella legge
dell’eterogenia dei fini, la cui
fecondità è sorprendente, la ricerca di CANTONI (vedasi) è viziata precisamente
da quello stesso soggettivismo contro il quale egli crede di combattere. Come
infatti si può parlare di formazione psicologica dell’a-priori, tranne che
questo non venga inteso che come il semplice a-priori della coscienza empirica,
e non della coscienza e insieme della
realtà? Esso dunque presuppone
qua una coscienza, là una realtà bell’e fatta, e dice: questa coscienza
nell’appropriarsi quella realtà procede per gradi; è prima un mero a posteriori,
e si a priorizza a poco a poco con lo spogliarsi del contenuto sensibile e col
concepire la forma astratta delle cose che il pensiero può padroneggiare -- concepire
universalmente, necessariamente -- appunto perché è vuota di contenuto Ma
questo, è il falso a priori analitico da
cui Kant s’era liberato nella sua critica, e che poi Lotze, con un
anacronismo, aveva voluto ripristinare.
Esso non regge se non in quanto si pone il pensiero d’una parte e il reale
dall’altra, e si fa giocare il pensiero con sé stesso, nella sua vuota
interiorità. E questo fa appunto CANTONI (vedasi), il quale, una volta fuori
della buona via, parla d’applicazione delle categorie al reale, d’una
corrispondenza Ira quelle e questo con un completo capovolgimento di tutti i
principi fondamentali del kantismo. Un filosofo raccolto e con una simpatica
intonazione mistica è ACRI (vedasi), personalità assai caratteristica della
filosofìa italiana. In un periodo di grande rozzezza spirituale, quando il
materialismo regna incontrastato, ACRI (vedasi) osa scuotere il giogo della
dittatura e affrontare direttaniente il nemico. Rivolgendosi ai naturalisti, ACRI
(vedasi) dice: voi colla vostra cellula credete di spiegar tutta la vita della
coscienza, e in realtà non spiegate niente; nella cellula nulla c’è che
chiarisca la medesimezza della coscienza, e l’unità sua, e la sua facoltà
formativa, e quella speculativa, e quella volitiva, e nulla c’è che
chiarisca la più umile dell’operazioni
sue E ricorre, per mostrare
l’impossibilità di comporre l’uno coi più, al grazioso esempio dell’aquila d’ALIGHIERI
che sembra un unico essere, ed è un’accolta d’esseri; e da da lon[CANTONI
(vedasi). Kant, Milano. ACRI (vedasi) Videmus in aenigmate, Bologna. --tano l’illusione di dire; io, io,
nienlre in realtà, a sentirla da vicino, dice noi, noi. Ma il platonismo d’ACRI (vedasi) riproduce, in più sublime sfera, la stessa difficoltà,
e, in fondo, la stessa illusione dell’aquila d’ALIGHIERI. Poste l’idee, non si
spiega più il pensiero; e posta l’intuizione immediata della verità ideale,
riesce inesplicabile la rillessione dell’auto-coscienza. Quindi invano cerca
ACRI (vedasi) d’adombrare con immagini poetiche il principio della
riflessione, che in realtà manca nella
sua filosofìa. ACRI (vedasi) ricorre all’esempio dello scintillio della luce
stellare. Ma questo esempio appunto tradisce la difficoltà dell’accademia. Lo
scintillare della stella è la mera apparenza della riflessione ilella luce, è
l’illusione soggettiva della nostra visione. La dottrina della coscienza è così
la nota fuori posto nella concezione d’ACRI (vedasi); questi abbracciamenti tra Platone e Kant, a tanti
secoli di distanza, hanno sempre qualcosa di fittizio. GRICE LO CHIAMA KANTOTLE
O ARISKANT, VIS-A-VIS PLATHEGEL OR HEGPLATO. Nei nomi di BONATELLI (vedasi), di
CANTONI (vedasi), e d’ACRI (vedai) si compendia l’indirizzo dualistico della FILOSOFIA
ITALIANA. Più recentemente esso ha avuto un altro prosecutore in SARLO (vedasi), fondatore
della rivista la Cultura filosofica. Questa, sorta in anti-tesi col positivismo
e coll’agnosticismo, e riprendendo alcuni motivi di Lotze, cerca di svolgere e
ravvivare il dualismo, col porlo in contatto colle dottrine gnoseologiche e colle
ricerche di psicologia sperimentale. E torna infine opportuno parlare a questo
punto d’un filosofo, che nell’ultimo
decennio ha compiuto uno sforzo notevole per conquistare una veduta
idealistica della realtà: intendiamo dire di VARISCO (vedasi). In “Scienza ed
opinioni,” egli si muove ancora nel campo della metafisica dommatica. Il mondo
è da lui inteso come un insieme d’elementi originari o monadi che operano gl’uni
sugl’altri. L’azioni reciproche tra le monadi sono in effetti di due
specie. Determinano cioè; una variazione
in ciascuna monade; una variazione tra le monadi, ossia ne modificano
raggruppamento -- la distribuzione
spaziale. I fatti della prima specie sono psichici, quelli della seconda,
fisici. Questo è il dualismo della metafisica dommatica, e consiste nel
considerare le relazioni del mondo fisico come affatto fuori della monade, mentre
ripugna alla monadologia ammettere
azioni infra-monadiche -- le monadi non
hanno finestre; e una volta ammesse, risulta inconcepibile la conoscenza di
quelle relazioni, perché non si comprende dove mai esse cadano, se son fuori
della monade. Ma coll’approfondire il concetto della monadologia, VARISCO
(vedasi) supera il dualismo della metafisica dommatica. Nel volume: I massimi
problemi il dualismo tra fisi e psiche
ha un significato gnoseologico, nel senso che quella distinzione non è più tra
due realtà estranee l’una all’altra, ma si costituisce nel dominio stesso della
conoscenza. La realtà fisica di “Scienza e opinione” diviene una psichicità, un
complesso di sensibili: il soggetto, la psichicità della posizione, diviene
l’unità del molteplice sensibile. Su questa dualità originaria, VARISCO
(vedasi) eleva la sua costruzione. D’una parte la realtà dei sensibili si
costituisce secondo le sue leggi; dall’altra la realtà del soggetto, secondo il
principio dell’unità di coscienza. In tal modo il dualismo non [VARISCO
(vedasi), I massimi problemi, Milano, dove è riassunta la dottrina. Ancora Scienza
ed opinioni, Roma] è risoluto; e questo perché VARISCO (vedasi) non ha svolto il concetto dell’unità della
coscienza in tutta la sua portata, eliminando quel residuo del LIZIO che sta
nel porre, di fronte alla coscienza, dei sensibili non sentiti, delle potenze
che aspettano di porsi in atto. Insoinma l’ombra del dommatismo, «Iella
precedenza di quei sensibili di fronte all’atto dell’auto-coscienza permane
sempre, e in veste psicologica si ripresenta quella realtà fìsica di “Scienza ed opinioni,” che VARISCO
(vedasi) non ha mai veramente risoluta. Per superare il dualismo, egli fa
ricorso a un concetto della filosofia di SERBATI (vedasi), quello dell’essere
in universale; ma ne muta profondamente il significato, che non è più per lui
trascendentale, ma empirico, ed esprime soltanto l’identità del pensato,
l’indifferenza di soggetto e oggetto; in
altri termini, quella psichicità primaria su cui deve fondarsi la dualità di
fisi e psiche. VARISCO (vedasi) compie un notevole sforzo per mostrare come
questo indifferenziato, per un’intima esigenza, si differenzi: e ciò mostra che
egli è bene addentro nella difficoltà dell’idealismo; ma non mi pare che
risolva il suo problema, perché non veggo il principio della differenziazione,
il soggetto. Quel differenziarsi è
perciò ancora da lui inteso nel senso della metafisica dell’essere e non del
conoscere, vale cioè a fondare una monadologia e non una fenomenologia. Per
giungere a questa è necessario spogliarsi del tutto della preoccupazione di una
realtà fatta, sia come natura, sia come potenza del pensiero, e guardarsi
dall’anticipare in qualunque modo il mondo sull’atto concreto del pensare. Già nella dottrina che VARISCO
(vedasi) accenna della personalità s’intravvede il principio d’un
approfondimento dell’idea del soggetto. Riporto le seguenti sue parole: Quando
ciò di cui giudico sono io stesso, il mio fare non è più soltanto ri-costruttivo;
è veramente costruttivo. L’io, ossia l’iinità dell’auto-coscienza ben diversa
dalla pura unità della coscienza, dal
soggetto animale, non esiste che in quanto afferma sé stesso – cf GRICE I’M NOT
ON THE FIRST ROW, I’M ON THE STAGE Bene, ma una volta inteso che riprodurre è
in verità, nel mondo della coscienza, della realtà in fieri, un produrre,
bisogna andare avanti, approfondire il concetto della riflessione creatrice,
che è il cardine della filosofìa, svelare tutti i tesori che esso racchiude: allora solo si vedrà, nella
trasparenza della coscienza, tutta la realtà nella sua pienezza. VARISCO
(vedasi) invece si ferma a metà: egli infravvede, ma non svolge, il motivo
fecondo dell’iilealismo. Il criticismo italiano è per molli rispetti benemerito
della nostra cultura, per avere alacremente pronio.sso gli studi storici, che
fra noi facevano difetto. Si pensi che perfino i due più profondi filosofi italiani,
SERBATI (vedasi) e GIOBERTI (vedasi), spropositarono talvolta nel modo più
deplorevole la storia della filosofia, si da falsare la loro stessa posizione
storica di fronte alla speculazione. E nel campo della storia della filosofia
si sono specialmeiile distinti FIORENTINO (vedasi), TOCCO (vedasi), MASCI
(vedasi), TARANTINO (vedasi), CHIAPPELLI (vedasi), ed altri ancora. Ma, quanto all’atteggiamento
dottrinale, il criticismo ha uno stretto rapporto coll’indirizzo di cui abbiamo
testé parlato. Il criticismo si svolge infatti più specialmente nei confini
segnati dall’analitica trascendentale di
-- VARISCO (vedasi), I massimi problemi,
Kant. Di qui. il limite della sua forza speculativa e dato dalle
antinomie; limite che si vuol poi superare colla dimostrazione della vanità d’ogni
metafisica – H. P. GRICE, “METAFISICA”: Reason still speaks to us, but not in
the form of assertions, but IMPERATIVES! Ma colla metafisica il criticismo è
costretto, suo malgrado, a fare i conti, quando vuole spiegarsi quell’a-priori
che esso accetta da Kant. Non appena esce dalla semplice distinzione tra il
problema della formazione empirica delle
conoscenze e quello della loro validità, e vuol cercare di spiegarsi il come e
il perché di quest’ultima, eccolo già alle prese colla metafisica. Il valore,
come abbiamo già notato, è un concetto neutro, bilanciato tra il pensiero e
l’essere; la spiegazione del valore è dunque il problema metafisico del
rapporto tra il pensiero e l’essere. In che modo risolverlo? Il criticismo,
non sapendo vedere nelle categorie altra
cosa che quel semplice fatto del valore, ha esaurito già la sua provvista, e
non può chiedere perciò al suo Kant quella spiegazione ulteriore; esso allora
la perseguiterà attraverso la psicologia, la biologia, e finirà col ritrovarsi
in una posizione che aveva già oltrepassata colla sua premessa. Questa difficoltà
del criticismo si rivela nel modo più
caratteristico nella parabola descritta dal suo primo rappresentante in
Italia, FIORENTINO (vedasi), che non riuscì a mantenersi nella sua posizione
iniziale, ma, cedendo all’urto delle nuove ricerche biologiche, contro cui
s’era già abbattuto il criticismo in Germania, fini col fraintendere del tutto
il significato dell’a-priori kantiano, contaminandolo di naturalismo
evoluzionistico. Più fedele allo spirito
del criticismo è MASCI (vedasi), che se ne può considerare come il maggiore
rappresentante. Le sue istanze negative contro i fraintendimenti dei principi
fondamentali del criticismo sono solide, ma la fondazione postiva di quegli
stessi principi dà luogo alla difficoltà già notata a proposito del criticismo in
genere. Giustameute MASCI (vedasi) difende l’a-priorità dello spazio e del tempo, come funzioni
spirituali, dal psicologismo, che colla semplice costruzione delle
rappresentazioni di spazio e tempo s’illude di aver soddisfatto all’esigenza
dell’estetica trascendentale. Col suo mosaico delle sensazioni esso crede di
costruir la forma, invece la presuppone a ogni passo. Né migliori surrogati
della deduzione del criticismo offrono le ricerche biologiche sull’a-priori, che non riescono
addirittura a rendersi conto del problema di cui si tratta. Un altro errore che
si suol commettere nell’interpretazione del critiismo, è quello di ridurre la
realtà alla mera rappresentazione – H. P. GRICE, P. F. STRAWSON, D. F. PEARS,
‘REDUCTION” --; cosi, osserva MASCI (vedasi), si fa svaporare il reale, mentre,
secondo i principi del criticismo, la serie psichica non ha maggiori diritti al
riconoscimento della serie fisica. Ma esistono fisi e psiche come due realtà
per sé? Qui sta il problema. K pare che MASCI (vedasi) a un certo punto sia
sulla via di risolverlo secondo il criterio dell’idealismo assoluto, col
riconoscere l’inanità della riflessione che vuol risalire a una realtà oltre
l’atto dell’auto-coscienza. Però non
riesce a rendersi conto che al di là di quell’atto non c’è una realtà
che sia a noi preclusa pella scarsezza delle nostre facoltà mentali, ma che non
c’è proprio nulla, fuori che la proiezione della nostra ombra – PROBLEM WITH
BEING ON STAGE IS THE SHADOW -- GRICE. E una volta perduto il criterio
dell’unità concreta, fisi e psiche gli restano innanzi come due fatti distinti,
che egli pur sente [MASCI (vedasi), Il
materialismo psico-fisico, Napoli] il bisogno ili unificare. E concepisce cosi
il suo monismo. Non si tratta di sapere né come la materia genera il pensiero,
né come questo genera l’azioni
materiali. Porre cosi il problema è renderlo insolubile, perché l’idee
di materia e spirito sono generalizzazioni unilaterali, astrazioni nostre,
operate in direzioni opposte, d’un processo che in realtà è unico. E per
conseguenza cerca di trasferire quell’unità in un passato in cui psiche e tisi
erano indill'erenziate. La monadologia d’una
parte e il principio dell’auto-coscienza dall’altra: questa a me pare la
doppia esigenza inconciliata in cui si travaglia la filosofia di MASCI
(vedasi). E nella stessa difficoltà s’imbatte un altro filosofo, MARTINETTI
(vedasi), che vi resta impigliato, benché faccia un grande sforzo per
liberarsene, cercando di fondere la metafìsica dell’essere colla metafisica del
conoscere. Come già Bnirac, egli
concepisce il reale come una pluralità di monadi, o per togliere la possibilità
d’un fraintendimento storico di centri coscienti o unità sintetiche di soggetto
oggetto. Ma questa pluralità, realisticamente intesa, è incompatibile colla
monadologia. Posta la monade, o comunque il rapporto soggetto-oggelto, è con
ciò tolta la realtà nel significato
realistico delle altre monadi, la cui
esistenza è possibile solo come iilealilà nella monade. Lo svolgimento dell’idealismo
è consistito nell’approfondire questo concetto nuovo dell’idealità, in cui s’è
riconosciuta la realtà vera e concreta: così è stato abbattuto il vecchio
concetto del mondo come totalità naturale, e s’è costituito il nuovo concetto
del mondo come esperienza assoluta. MARTINETTI (vedasi) invece tien fermo
ancora all’idea del mondo come un tutto naturale e dissemina lungo d’esso i
suoi centri coscienti, senza intendere
che questo è incompatibile col concetto nuovo dell’idealità che egli mostra d’accettare.
Ond’è che, malgrado tutti gli sforzi, egli resta un realista, e, come tale, si
mostra impigliato in una difficoltà insolubile allorché vuol superare il
disgregamento dei principi coscienti in
una unità superiore. Una volta posta dommaticamente la plu MARTINETTI (vedasi), hitroiiuzlone
alla metafisica, Torino -- ralità delle coscienze, l’unitù o sarà un nome, o un
principio trascendente, perché lo ripeto, la pluralità, come tale, è fuori
dell’atto di coscienza. Dato questo residuo di dommatismo, un vero superamento
della metafisica dell’essere non è più possibile a MARTINETTI (vedasi), il quale non riesce
che a una conciliazione apparente tra quella metafisica e la metafisica del
conoscere, col mostrare che la stessa instabilità dei centri coscienti, per cui
essi si sviluppano e si potenziano in sintesi sempre più alte, si dà nel campo
del conoscere come processo delle conoscenze dalle forme più semplici e
imlilTerenziate del senso alle sintesi più
alte dcH’iiitellelto e della ragione. Qui non fa che ripro. Purtroppo
egli sa per esperienza che la gente a cui osa parlare di Hegel è solita di
prendersi segretamente gioco di lui, e allora conclude che l’hegelismo non si
può dimostrare che ad un hegeliano. E allora insorge più grave un nuovo
problema. Come si fa a diventare hegeliani? Qui le cose si complicano, una
volta che non si può diventare hegeliani
se già non si è tali. Ecco l’antinomia da risolvere; e l’unica via possibile è
d’ammettere che hegeliani si è in quanto si nasce. Questa è per lui una vera
rivelazione: egli finirà per convincersi di essere hegeliano per diritto
divino, e dall’alto di questa convinzione potrà lanciare uno sguardo di
commiserazione ai non eletti, rassegnarsi alle defezioni dei suoi scolari,
e abbandonarsi, senza nessuna preoccupazione
d’essere inteso o compreso, alle sue contemplazioni. La filosofia di VERA è
appunto la contemplazione del sacerdote di Brahma. Il termine a cui s’appunta
Vera, Inlroduclion à la philosophie de Hegel, Paris, in. l’idealismo assoluto è
l’idea nella sua vuota universalità, senza più nessun contatto col mondo della
vita. Per toccarla bisogna porsi al di
sopra della sfera del sentimento, abdicare alla propria coscienza individuale,
e purilicarsi di tutta la propria contingenza umana. Che cosa crede VERA
(vedasi) di conquistare in un tal modo è difiìcile dire; non certo l’universale
concreto di Hegel. Ed è davvero impressionante vedere come le pagine piene di
vita della fenomenologia o della logica, dove tutto il mondo della storia si fonde in una grandiosa epopea,
diano luogo, per opera del sonnolento hegeliano, a un annacquato platonismo che
prende le idee per entità e per mere rappresentazioni di cose, e le dialettizza
in un nebuloso empireo. Qui si compiva quel pervertimento dell’hegelismo in una
metafisica dell’essere, assai peggiore dell’antica, perché cristallizzava
l’idea nelle cose, e deduce i cavalli
dagl’asini, commisurando la deduzione al grado progressivo di perfezione
delle relative idee. Di fronte a una tale metafisica è la benvenuta la reazione
dello Schopenhauer, contro cui pur sente bisogno VERA (vedasi) di protestare.
Con ben altra mente concepiva l’hegelismo SPAVENTA (vedasi). GIOBERTI (vedasi) dice,
non diversamente da Hegel: pensare è creare. L’idea del pensiero come creazione
è l’idea della filosofia di Kant, mentre Cartesio e Spinoza non sono giunti che
al concelto del pensare come causare. Ma GIOBERTI (vedasi) s’è elevato al nuovo principio tutto d’un
colpo, per una subitanea esplosione: egli intuisce ma non prova la creazione;
questa per lui è un fatto, indeducibile e indimostrabile. Eppure egli stesso,
in un passo importantissimo delle
Postume, integra la formula del pensare = creare, coll’altra: provare è creare.
Il pensiero prova l’atto creativo col ri-produrlo e ri-crearlo dentro di
sé; ma ri-produrre è produrre, e ri-creare
è creare. Ecco il grande concetto della mentalità, la quale non si svolge per
accrescimento e ri-produzione del suo prodotto, ma per creazione del nuovo: il
prodotto stesso non esiste che in questo
nuovo produrre; l’atto creativo, che in questo atto che lo ri-crea. A
tale conclusione non è giunto GIOBERTI (vedasi), il quale, anzi, dall’idea che
provare è creare aveva voluto inferire che la creazione è indimostrabile. Ma poiché
il carattere essenziale della mentalità è appunto il provare in ciò la mente si
distingue dalla sostanza che si definisce soltanto, il problema che la
filosofia di GIOBERTI (vedasi) apre ai
successori è: provare la creazione. Ed è questo appunto il problema di SPAVENTA
(vedasi). GIOBERTI (vedasi) dice: essere
è creare, pensare è creare, creare è pensare. Questa identità bisogna provare.
Creare è l’ente concreto, soggiunge SPAVENTA (vedasi), è fare, realizzare,
individuare, sostanziare, entare, far esistere; è la realtà, l’assoluta realtà.
È assoluta realtà, perché, per GIOBERTI
(vedasi), Dio stesso è creare, creare sé stesso. Toglieteci creare e avrete il
niente. Eppure non si ha mai il niente; giacché togliere qui è pensare; il
pensare rimane, e ci è sempre. Ciò vuol dire: il creare, tolto, rimane; perché
il togliere stesso è creare: cioè come semplice togliere —
negare — è momento del creare. Ora come si prova la
realtà, il creare? Il pensare è; non può
non essere. Il pensare prova sé stesso: negare il pensare è pensare. 11 Pen-, GIOBERTI
(vedasi), Nuova ProtoloQla, SPAVENTA (vedasi), LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari Appendice:
Schizzo d’una storia della logica. LA FILOSOFIA ITALIANA inesauribile ricchezza
è il grande pregio della logica hegeliana. Essa spiega il processo originale,
creativo, per cui il pensiero creando le
proprie determinazioni crea sé medesimo; è la storia ideale, eterna del
pensiero, prospettata nel sistema della scienza. Sta qui il significato dell’affermazione
di SPAVENTA (vedasi), che la spiegazione del creare è la logica. Questa logica,
di cui SPAVENTA (vedasi) toglie ad Hegel, dice cosi, lo scheletro, è da lui
svolta nel suo carattere più profondo,
perché concepita nel suo motivo storico cartesiano. L’interpretazione
delle tre prime categorie, l’essere, il non essere, il divenire, costituisce di
per sé sola il documento maggiore dell’originalità di SPAVENTA (vedasi).
L’essere è da lui inteso come la posizione immediata del pensiero, come il
semplice pensato. Esso è l’assoluto astratto, è il pensiero che s’estingue
neH’cssere. Ma io penso l’essere, e in
quanto lo penso, l’essere non è più il semplice astratto, ma il mio astrarre,
il mio pensare. Dunque, per virtù stessa del pensiero, l’estinguersi del
pensiero nell’essere è in verità un distinguersi. Pella grande importanza
dell’argomento, ripeterò testualmente il nostro autore. Fissando l’essere, egli
dice, io non mi distinguo come pensiero dall’essere; io mi estinguo come pensiero nell’essere; io sono l’essere. Ora
questo estinguersi del pensare nell’essere è la contradizione dell’essere. E
questa contradizione è la prima scintilla della dialettica. L’essere si
contradice, perché questo estinguersi del pensare nell’essere, e solo cosi è
possibile l’essere, è un non estinguersi: è distinguersi, è vivere. Pensare di
non pensare, fare astrazione dal pensare, cioè fissare l’essere, è pensare; è astrazione, cioè
pensare. Questa contradizione delpensiero che s’estingue nell’essere, e in
quanto s’estingue, pensa, e cioè si distingue e risorge, è il divenire, inteso
come pensare. Essere e non Essere, in quanto inverati nel Divenire, non sono
più quel che sono prima d’essere inverati; ma sono ciascuno quella stessa unità
nella differenza che è il divenire; e in quanto
tale unità, sono davvero, cioè attualmente, distinti. In quanto
veramente uno e distinti, si dicono appunto inverati; cioè momenti del
divenire. SPAVENTA (vedasi), La fllos. Hai. conseguenza un’altra distinzione:
quella della verità in sé e della verità per noi, di una metessi e d’una
mimesi, nella lingua di GIOBERTI (vedasi). Questa propedeutica, egli dice alludendo
alla fenomenologia, che è scienza, e prova il primo della scienza, ci è solo in
quanto ci siamo noi, coscienza o spirito finito: noi dobbiamo elevarci alla
scienza, non siamo immediatamente scienza. La vera scienza, invece, ci è in sé
assolutamente; è non solo umana, ma divina; quando l’altra è solo umana, e non
divina. È divina come momento della vera scienza, non come propedeutica; Dio
non ha bisogno di propedeutica. Quanti
c.avilli per dissimulare un passo falso! In fondo qui SPAVENTA (vedasi) è un
dommatico della più bell’acqua, un platonico che distingue una verità in sé e
una verità per noi, mentre ciò ripugna nel modo più completo all’idealismo. La
ragione dell’errore è che a SPAVENTA (vedasi) manca del tutto una fenomenologia
dell’errore; quindi egli non riesce a
svolgere il concetto della verità come sviluppo, come processo, che pure
è nello spirito della sua fìlosofìa; ma Unisce inconsciamente coll’oggettivarla
in un che di fatto e di compiuto, in una realtà in sé. Qui c’è ancora un
residuo della mentalità dell’hegeliano, che mentre ammette il progresso, il
movimento, e simili, è condotto poi, per la sua soverchia fedeltà alla lettera,
a negare tutte queste cose, allorché è giunto al culmine della
speculazione. Ma non è qui che bisogna vedere nella sua più grande vivezza la
filosofia di SPAVENTA (vedasi). Quello stesso SPAVENTA (vedasi) che afferma il carattere astrattamente divino
della scienza, dice poi, con quanta maggior verità!, che l’apriori è la stessa
potenza della natura, la potenza umana, la quale risulta e si concentra e s’individua da tutta la sparsa attualità
antecedente: e perciò è insieme un assoluto a posteriori. Qui s’intravvede il
vero SPAVENTA (vedasi), il filosofo che meglio d’ogni altro comprende l’umanità
dell'assoluto, di quell’assoluto che non è lontano da noi, ma ci è intimo, e
non è fuori della nostra contingenza, ma è questa stessa contingenza, sub
specie aeterni. Egli dice. Tutti coloro
che fanno ad Hegel due accuse opposte, di relativismo e d’assolutismo,
sono il trastullo d’una illusione ottica, propria della posizione in cui si
mettono; ciascuna parte prende di mira nell’assoluto hegeliano quell’elemento
che a lei fa male agl’occhi: i semi-soggettivisti, l’esperienza, il fenomeno,
la manifestazione, il divenire; gl’oggettivisti, il pensiero; nessuna ha
l’animo e la potenza d’aflìssarlo come
quello che è veramente, vale a dire come ragione assoluta, al di là della
quale, oltre e fuori, non vi ha nulla, e il relativo e il cosi detto assoluto
non sono che enti astratti, e come membri scissi dall’unità organica e viva: da
un lato viene scambiata la relazione col relativo come opposto all’assoluto, e
daH’altro l’assolutezza coll’assoluto, come opposto al relativo. Ai primi io dico: il processo dal primo
pensabile dal puro essere al pensabile assoluto all'assoluta soggettività del
mondo, come unità di conoscere e volere, di verità e bontà, e da questo come
prima esistenza, esteriorità omogenea e indifferente o spazio, all’intimità o
soggetto corporeo, Scritti flios. eli., Paolotlismo, positivismo, razionalismo.
all’animale, al senso, come senso umano o
spirituale, allo spirito o soggetto assoluto, questo processo non è un
gioco vano del pensiero con sé stesso, solamente nel mio intendimento, o un
pallido riflesso d’un lontano ed invisibile oggetto; ma, come atto infinito,
come il pensiero che si determina in sé medesimo e si raccoglie nelle sue
determinazioni e si condensa e concentra e si compie e pone come assoluto
pensiero, è l’atto dell’assoluto, il suo
intendimento, la presenza sua, lui stesso. Ai secondi dico: questo processo,
appunto come produzione, osservazione critica che il pensiero fa di sé stesso,
e in quanto il pensiero, e non altro che lui, principia originalmente e investe
sempre e conchiude quella che si chiama comunemente esperienza, e non s’esercita
fuori e senza di questa come in vuoto aere; questo processo è non solo empiria, ma l’assoluta
empiria; e ha sempre più valore d’ogni frammento e articolo sconnesso a cui si
dà tal nome. Qui, pur con qualche reminiscenza dello schematismo hegeliano,
c’è il pensiero che concentra tutta la
vita dell’hegelismo. Di fronte al concetto della relazione assoluta, che è
quello stesso del fenomenizzarsi della realtà nel pensiero umano, scompare ogni dualità del pensiero in sé e del
pensiero per noi, d’un processo della coscienza e d’un processo della scienza;
e in quanto la realtà non è il mero contingente né il mero assoluto, ma il
processo assoluto del contingente, essa non è soltanto una soluzione o una cosa
bell’e fatta e anticipata senza problema, né qualcosa che si perseguita sempre
e a cui non s’arriva mai, un eterno problema SPAVENTA (vedasi). Principii d’etica,
Napoli. l’idealismo assoluto che non è mai soluzione, ma è l’eterno problema
che è l’eterna soluzione, l’assoluta possibilità che è l’assoluta attualità.
Svolgere questo concetto è soddisfare all’esigenza millenaria posta. Qui, come
si vede, GENTILE (vedasi) riprende e svolge il concetto della dialettica,
accennato da SPAVENTA (vedasi) nel suo saggio sulle prime categorie della
logica di Hegel: è la dialettica dell’essere e del pensiero, che, sola, a noi
sembra feconda e rispóndente allo spirito dell’idealismo post-hegeliano.
L’assoluta a-priorità della sintesi, in questo dialettismo, è l’assoluta [GENTILE
(vedasi), L’atto del pensare come atto puro, Annuario della biblioteca fllosoofca
di Palermo, immanenza del pensiero, come
atto puro o pensiero concreto. Come tale esso è pensiero nostro; fuori
di quest’attualità non v’è il pensiero,
ma il pensato, che è natura, materia. E il ritmo dialettico del pensare è
appunto il convertirsi del pensiero in pensato, dell’alto in fatto, per
risorgere poi eternamente da sé medesimo. Questa dottrina dell’assoluta
immanenza, per cui la vera concretezza è il pensiero attuale, e che perciò nega esplicitamente ogni anticipazione
della realtà come potenza sull’atto del pensare, ed è la più recisa negazione
del vecchio concetto del mondo come il tutto dell’immaginazione, è stata appena
abbozzata in poche pagine da GENTILE (vedasi). Ogni ulteriore discussione
intorno ad essa è prematura; bisognerà prima conoscerla nel suo pieno
svolgimento. Abbiamo seguito lo sviluppo
della filosofia italiana. Questo sviluppo non ha subito nessuna brusca
interruzione come falsamente si è creduto. Il naturalismo del rinascimento
precede e pre-annunzia il movimento cartesiano, e similmente la dissoluzione
del naturalismo, che avverrà in Germania per opera di Kant e dei suoi
successori, s’inizia già in Italia con VICO (vedasi), e prosegue poi, a un
secolo di distanza, con SERBATI (vedasi)
e GIOBERTI (vedasi), che inconsapevolmente attuano l’esigenza posta dalla
metafisica della mentalità. La filosofia speculativa ITALIANA entra in un periodo di decadenza. L’ultime
apparizioni della metafisica sono tenui e senza consistenza, come l’ombre della
caverna platonica. Il positivismo in Italia sorge colla giusta esigenza d’una
dottrina che non vuole anticipare col pensiero sulla realtà, ma finisce ben
presto col falsare la sua premessa in un miscuglio ibrido di dottrine e in una
mal dissimulata simpatia pel materialismo. I suoi primi accenni sono opera di
specialisti, come CATTANEO (vedasi), CABELLI (vedasi), VILLARI (vedasi) ed
altri ancora. Privi di vera originalità, ma corretti nella loro povertà. Le sue
ulteriori esplicazioni sono orientate
verso la scienza e particolarmente la biologa. Il rappresentante maggiore di
questo indirizzo è ARDIGÒ (vedasi) che, per il suo sforzo serio e tenace di
pensiero, pur senza dire quasi niente di nuovo, eleva il positivismo italiano
quasi all’altezza di tutti i positivismi del mondo. La rinascita della
filosofia speculativa è segnata d’un approfondimento del dualismo tra il pensiero e l’essere, che già s’accenna
nelle opere di ROVERE (vedasi) e FERRI (vedasi), e per cui si passa dal
dualismo dommatico di BONATELLI (vedasi) al dualismo gnoseologico di VARISCO
(vedasi). Il criticismo, come quello che non svolge la potenza dell’a-priori,
si travaglia nello stesso problema, e non riuscendo a superare la posizione
della metafisica dell’essere, finisce
col ricadérvi, annullando cosi il concetto dello spirito, ch’esso attinge
originariamente alla filosofia critica. E infine, librato sulle due
metafisiche, in una posizione incerta, ma pure interessante ed originale, MARTINETTI
(vedasi) segna il punto in cui la mentalità del criticismo si volge verso
l’idealismo assoluto. Ma la linea classica della METAFISICA ITALIANA è ripresa da SPAVENTA (vedasi), che promuove
l’indirizzo della filosofia di GIOBERTI (vedasi) con quella più chiara
coscienza della sua vera natura, chft poteva esser data dalla cultura
hegeliana. Con SPAVENTA (vedasi) comincia implicitamente il processo
dissolutivo della filosofìa di Hegel, che è in pari tempo costitutivo d’una
metafisica che mira a svolgere nella sua pienezza la potenza umana della realtà, l’a-priori critico,
negando nel modo più reciso ogni trascendenza. Le tappe di questo cammino sono
segnate da CROCE (vedasi) e da GENTILE (vedasi). Con essi, gli sforzi della
filosofìa italiana convergono verso una dottrina dell’assoluta immanenza, che,
come assoluto idealismo, sarebbe anche in pari tempo l’assoluto positivismo.
Abbiamo seguito, nelle esplicazioni
originali della sua vita, lo sviluppo della filosofia contemporanea. Nelle
diflerenze degl’indirizzi e delle correnti, s’avrà già potuto osservare
quell’identita spirituale profonda, che vince l’apparente atomismo delle
dottrine, e per cui quel pensiero è l’unico pensiero contemporaneo, nei vari
momenti del suo corso vitale. E sorgono ora le domande: a che mai esso tende?
È una vita che si dissipa in un gioco
senza scopo, in una ridda di teorie di cui l’una vive della morte dell’altra,
in una rassegnata attesa che suoni la propria ora? O è un momento di vita
questa morte; e allora a che vive quella vita? Qui la facile sapienza agnostica
si accontenterebbe di rinunziare a comprendere l’intimità più profonda del
pensiero, col chiamar vana la pretesa per cui noi, atomi sperduti neU’immensità del pensiero, vogliamo
erigerci a giudici del pensiero: come può un elemento trascurabile adeguarsi al
tutto? Ma a noi ripugna questa dotta ignoranza. Noi abbiamo la ferma coscienza
che il pensiero non è la vuota immensità che ci opprime, perché al di sopra di
noi, ma è pensiero nostro, è l’intimità di noi a noi stessi. La vastità non
deve opprimerci, perché non ci sta di
fronte distesa, ma è dentro di noi raccolta, nello stesso processo continuo
della ricerca, per cui progrediamo d’una posizione all’altra. La storia del pensiero
del mondo non è che la semplice storia psicologica di ciascuno di noi, che vive
in sé i momenti di quel pensiero universale. Questa convinzione ci è di grande
conforto. Nella nostra storia intima noi ricordiamo mille sconfitte e mille vittorie, ricordiamo
la ridda delle teorie, che sembrano nascere soltanto per perire; e nondimeno
questo non ci suggerisce alcuna considerazione pessimistica, perché la salda
coscienza del nostro pensiero attuale è coscienza di forza, di vita e non già
di morte; e noi inneggiamo perfino alla morte perché sentiamo che del trionfo
su di essa è materiata la nostra vita.
Cosi è di tutta la storia. Noi qui abbiamo scritto l’epigrafe di molte
dottrine: è la stessa epigrafe che abbiamo scritta sui momenti oltrepassati
della nostra vita; colla stessa fiducia noi possiamo renderci interpreti della
vita che si concentra e s’individua dalle varie correnti della filosofia,
perché sentiamo che è la vita stessa che s’agita in noi e che ci dà forza di
dominare i momenti di vita oltrepassata.
La storia non è fonte di pessimismo, e neppure di facile ottimismo, ma di
forza, di tenacia, di lavoro. Ormai il positivismo è finito, il kantismo dà gl’ultimi
aneliti, e l’improvvisazioni filosofiche, che un tempo son parse le prime
espressioni d’una altra filosofia, ci fanno appena sorridere; sono forse dei
vagiti; come riconoscere in essi le nostre voci? A taluno pare che noi parliamo qui con troppa sicurezza. Ci si dice:
siete voi ben sicuri di non essere dei tardi epigoni d’un lontano movimento di filosofia?
ombre e non corpi vivi? È questo il problema che la storia deve risolvere; e
allora si vedrà se noi — parlo, s’intende, in nome dell’idealismo — se
noi, che diamo principio a rinnovar la fìlosofìa, siamo nella mattina per dar
fine alla notte, o pur nella sera per
dar fine al giorno, come dice il nostro BRUNO (vedasi). Nella filosofia si
compie la critica del movimento kantiano, che culmina in Hegel. Ma questa
critica, lungi dall’essere dissolutrice come i suoi inconsapevoli ministri hanno
creduto, è la vera critica integratrice, che comincia a colmare l’abisso tra
Kant ed Hegel e a svolgere i motivi delle loro dottrine. La filosofia
kantiana, col suo concetto della cosa in
sé, apre largo adito alla trascendenza nelle sue varie forme, che si possono
compendiare tutte nel dualismo, non
risoluto, dell’essere e del pensiero. Hegel, negando questo dualismo, e
unificando la logica dell’essere e quella del conoscere, sopprime virtualmente
l’idea della trascendenza, ma nel fatto poi la ripristina nel seno stesso dell’immanenza
da lui scoperta: scienza e coscienza,
logo e natura, natura e spirito; ecco in una veste nuova l’antiche forme del
dualismo. Nella decadenza e nel discredito della filosofia idealistica che
comincia dopo Hegel, pare che siano naufragate tutte le sue più geniali
intuizioni: il naturalismo e il positivismo dichiarano bancarotta della
metafisica, ed esaltano i fatti, l’esperienza. Eppure, nella loro lingua infantile e confusa, essi sono gl’esponenti
di quella stessa esigenza che pone l’hegelismo: la negazione del trascendente,
l’immanentismo assoluto. Nella storia della filosofia ricorre spesso questo
tema immanentistico: col LIZIO, di fronte alla dottrina dell’idee, con BRUNO
(vedasi) e Spinoza, di fronte alla scolastica. Ma questo continuo ricorrere è
un continuo progredire; cosi l’ultima sua apparizione non è più quella d’un’immanenza
puramente ideale, né divina, ma
schiettamente umana. Ma se sotto questo aspetto, come espressioni d’esigenze,
il naturalismo e il positivismo hanno pella storia un grande valore, lo stesso
non può dirsi del modo con cui hanno cercato d’attuare il proprio tema. Noi
perciò nel corso della nostra
esposizione, mentre abbiamo accentuato
l’importanza ideale di queste dottrine, ci siamo guardati con cura
dal farne un’ampia esposizione, perché
l’ignoranza dei loro autori è tale, che non sanno essi stessi dove risegga
l’originalità della loro posizione, e Uniscono col dare un ricalco di temi
oltrepassati, confusi insieme nell’ibridismo più strano. Ma il significato
ideale del naturalismo, che sorge dalle scienze biologiche, è questo: che vana è la pretesa di voler far
del pensiero un’entità vaga e nebulosa, venuta su chi sa come, a illuminare il
mondo della materia, mentre bisogna indagare la genesi del pensiero, se si vuol
dare una spiegazione propria d’esso., E il significato del positivismo sta
nella negazione d’ogni vuota ideologia, che pretende fare a meno dei fatti e
anticipare in qualunque modo su d’essi
col pensiero. Si tratta insomma di quell’eterno motivo immanentistico
con cui la cultura ha compiuto la critica. Ma il significato ideale del
naturalismo e del positivismo sta soltanto nei nuovi problemi e non già nelle
soluzioni loro; perché il naturalismo, nel suo tentativo d’indagare la genesi
biologica del pensiero retrocede al periodo pre-cartesiano della storia. ]cioè alla dottrina degl’influssi fìsici tra l’anima e il corpo;
e d’altra parte il positivismo, col richiamarsi al fatto come a realtà
assoluta, ricade in quella trascendenza,
che esso aveva già implicitamente negata. Il fatto porta con sé una duplice affermazione
di trascendenza: d’un lato, nella fissità delle sue linee, esso è posto come
trascendente di fronte al pensiero; dall’altro, in quanto è un complesso di
determinazioni finite, è trasceso in quanto pensato. Quindi, una duplice
incongruità, della realtà naturale di fronte al pensiero e viceversa, e una duplice inesplicabilità dell’una pell’altro.
Come espressioni di problemi, il naturalismo e il positivismo conservano un
valore attuale; come soluzioni, il primo va a finire nella deificazione di sé
stesso -- ciò che se era grandioso in un BRUNO è ridicolo in un contemporaneo;
e il secondo ha per suo termine l’agnosticismo, cioè la propria sterilità ed
impotenza. La contradizione del
positivismo sta nel dissidio tra ciò che esso dice di fare e ciò che
realmente fa: sorge in nome dell’immanenza e intanto vive nella trascendenza,
ora agnostica, ora materialistica. Questa è la sua contradizione; ed ecco che a
risolverla sorgono le nuove filosofìe, che tutte vogliono porsi come
continuatrici dell’opera del positivismo. È notevole questo fatto, che ogni
pensatore, il quale sia giunto a una visione concreta e immanente dei problemi
filosofici, ha sentito il bisogno di battezzare la sua filosofia come il vero
positivismo; ciò dimostra che quanto v’è di più vitale nell’esigenza del
positivismo non è quello che si disperde e s’annulla nelle scuole positivistiche,
ma è piuttosto quel momento del nostro sviluppo spirituale che ci è di sprone a
conquistare una visione immanentistica
della vita. Ma l'immanentismo che da principio sorge come esplicazione di
quello spirito positivo che è in tutti i pensatori, è la più povera forma
d’immanentismo: quella del senso, della coscienza immediata. Ed è il tema più
frequente che ricorre in quel periodo, e che vale a caratterizzarlo tutto.
Tanto nella forma d’un empirismo, come in un Mill, in un Mach, o in uno Schuppe; o di un fenomenismo, come in tutte
le scuole kantiane; o d’un intuizionismo come nella filosofia di Bergson e in
altre ancora, è sempre l’identico motivo fondamentale, che si ripete su scale
diverse. Noi abbiamo osservato come il principio dell’esperienza immediata si
annulli da sé medesimo, e lungi dal fondare un’assoluta immanenza, è fatalmente
spinto verso il trascendente. E il
trascendente, di fronte ad esso, è tutto il pensiero, in quanto costituisce un
suo osi avviene che dalla cultura falsamente soggettivistica e
individualistica, per cui il pensare è il riuscire del concetto, e la vita è un
semplice rischio, si passa, in base all’esigenza d’un’intimità più profonda, a
una celebrazione del trascendente, al misticismo, che assume in certi pensatori
un’intonazione veramente elevata. Ma il
misticismo non migliora la posizione logica dei problemi, e determina invece il
momento in cui l’esigenze stesse del pensiero, che s’è svolto nei limiti di
determinate premesse, rendono quelle premesse insuflicienti, ed esprimono un
bisogno di rinnovamento. Cosi avviene che quell’immanentismo della vita che era
nelle convinzioni del pensiero del secolo XIX e che non aveva potuto trovare
nel positivismo la sua formulazione adeguata, non riesce neppure ad esprimersi
in questa filosofìa dell’esperienza immediata, che anch’essa sconfina nella
trascendenza. L'esperienza storica dei secoli ha mostrato che l’attuazione del
principio immanentistico si compendia nella risoluzione di due problemi, che in
fondo si riducono ad un solo: quello
dell’umanità della storia e quello del valore umano della realtà fisica
esteriore. La filosofia che ora abbiamo considerata era insufficiente a
risolvere l’uno e l’altro problema. Il positivismo meccanizza lo sviluppo della
storia, creando un naturalismo, e cioè una trascendenza, nel seno stesso dell’umanità,
col suo concetto della massa cieca e brutale; e la stessa fìlosofìa
intuizionistica ed empiristica è incapace
di comprendere il valore della storia. La coscienza della storicità del reale è
in aperta antitesi con una concezione immediata della vita. E d’altra parte il
riconoscimento dell’umanità del cosi detto mondo fìsico non puo esser dato da
nessuna delle due dottrine: né dal positivismo, che non ha neppure coscienza
del problema, né dalla filosofìa dell’immediato, che si mostra, già nella sua premessa, come
dualistica, e per cui la realtà esteriore, sia come mondo fìsico, sia come
scienza naturale, costituisce alcunché di trascendente. Tuttavia già in questo
campo si preparano i germi d’un rinnovamento. Colla critica delle scienze
comincia infatti, nel seno stesso della filosofìa empiristica, un rapido
processo di dissoluzione di quel naturalismo, che aveva solidificato i concetti delle scienze
empiriche, rendendoli quasi materia opaca di fronte al pensiero, mentre sono
pur opera sua. Noi abbiamo confutato questo indirizzo, mostrando che esso
idealmente non rappresenta alcunché di nuovo di fronte alla soluzione di Kant
del problema della scienza, e che anzi è soltanto a mezza via tra il puro
dommatisino e Kant, ciò che rende equivoca la
sua posizione e paradossali taluni dei suoi assunti, che invece, svolti
lino alla line, conterrebbero dei motivi profondi di verità. Ma il valore
storico di questa critica delle scienze è assai grande, quando si pensi che
essa ha di fronte da combattere, non già Kant, bensì quel naturalismo e
positivismo che rendeno la scienza impenetrabile al pensiero. Così, avere
riscoperta l’azione immanente dello
spirito in quel campo che gli si era reso del tutto estraneo. e mostrato che il
mondo della scienza. che è il mondo stesso della natura, ri-entra nella sfera
dell’arbitrio umano; e avere perciò annullata quella concezione rigidamente
meccanica del mondo che non solo i positivisti, ma, pare incredibile!, perfino
i kantiani avevano instaurata: tutti questi sono meriti veramente grandi
di quel vasto movimento di critica delle
scienze. Cosi s’è andato via via dissolvendo quel concetto del mondo come una
realtà solidificata di fronte al pensiero, e s'è compreso sempre meglio il
valore immanente dell'esperienza, che non è meramente riproduttiva d’una cosa
in sé, ma produttiva di realtà e
Louvain, in 2 voli., l’uno contenente i testi, l’altro una ri-costruzione
storica delle lotte tra AQUINO e
averroisti. colle sue esigenze storiografiche, e assai spesso le falsilica e le
perverte. Non contenta di promuovere la conoscenza dei fìlosofi medievali, essa
ha voluto copiarli, re-integrando una pretesa sintesi scolastica, creata dall’immaginazione
pseudo-storica d’uno storico di valore, uscito dalle sue file, Wulf. Di fronte
al pre-esistente AQUINO, la scolastica ha
voluto assumersi il compito più ampio di ricalcare non solamente l’orme d’AQUINO (vedasi), ma anche quelle d’altri
dottori, agostiniani e sentisti, che, un tempo nemici dell’angelico, vengono
ora da Wulf scoperti come suoi collaboratori, nell’opera. da veri certosini!,
di comporre uno smisurato mosaico scolastico, al quale è dato l’improprio nome
di sintesi. Collaboratori sono in certo
e profondo significato tutti i filosofi, quale che sia la loro divisa; ma la
collaborazione wulfìana tende a sopprimere l’individualità d’ogni singolo
pensatore e d’inserirne le dottrine, come materiale amorfo, in una costruzione
anonima, avulsa dalla storia, perché non più partecipe della mobilità del
divenire, ma statica e inerte, atta soltanto ad accrescersi per successive
sovrapposizioni. antiche o nuove che
siano. Scolastica sarebbe quindi non più una tisonomia storica che si
trasforma, ma un masso immobile di pietra, che Wulf si dà cura di sottrarre ad
ogni movimento, anche esterno, col separare nettamente la scolastica dall’anti-scolastica,
cioè col sostantivare, in un’altra unità separata e rigida, tutti quei moti
divergenti e disgregatori, che pur appartengono allo stesso pensiero medievale e che, inclusi con sano
criterio storico nella scolastica, le conferirebbero quella mobilità viva che
appartiene a un vero organismo. Questo pregiudizio più che scolastico falsifica
la storia della filosofia medievale di Wulf, opera immeritainente celebrata,
perché non può non suscitare, nei critici meglio disposti ad apprezzare il
lavoro altrui, che un senso di dispetto o
di deplorazione, al constatare come una cosi vasta e profonda conoscenza
del pensiero medievale si falsifichi e s’annulli, per colpa di un testardo
proposito di voler trattare la storia con un criterio decisamente anti-storico.
Pereant historiae, purché sia salva la scolastica: par che Wulf ragioni cosi. E
in effetti, separando scolastica ed anti-scolastica, papa ed anti-papa, nel
cuore stesso della storia medievale,
dove la separazione degl’elementi organici è più aspra e, diciamo pure,
ripugnante, è tanto più facile perpetuare la separazione in seguito, quando l’anti-scolastica
diviene a sua volta un’età storica, e accrescere la scolastica dei magri doni
dello spirito, che le piovono addosso di tanto in tanto. È sorta cosi la
scolastica, quella scuola che, pur avendo di fronte ad AQUINO (vedasi)
l’incontestabile vantaggio di spaziare in un cielo storico incomparabilmente
più vasto e di non accontentarsi d’un AQUINO ischeletrito, mutilo, custodito
nella solitudine e quasi nel deserto dei secoli, ha poi sùbito voluto
rinunziare ai suoi privilegi storici, facendo della storia una pesante cappa di
piombo. Confesso che la lettura del corso di Mercier m’è costata assai più fatica che non quella delle somme d’Alessandro
o d’AQUINO o dell’opus oxoniense di Duns. La ragione è che si tratta d’una
fatica senza premio, che inaridiva progressivamente e senza recupero le proprie
fonti e l’energia della resistenza. In fondo, non c’è che la struttura esterna
massiceia, pesante, d’AQUINO, senza lo spirito d’AQUINO (vedasi), tormentato
dal problema insolubile di costringere
nelle forme aristoteliche una materia ribelle. Mercier raccatta nella storia
quel poco che è compatibile colle sue premesse dommatiche: il criterio
cartesiano dell’evidenza, il problema della criteriologia, inteso come
un’attenuazione della critica gnoseologica, il pseudo-empirismo dei
positivisti, e sopra tutto il formalismo della logica analitica. La
criteriologia forma il segreto della
composizione di tutto il mosaico: essa ripristina dopo Kant il dubbio
cartesiano, limitato ai soli oggetti della conoscenza, dichiarando illegittimo
il problema del valore delle facoltà conoscitive: un valore che viene
dommaticamente presupposto. E del primo dubbio si sbriga facilmente col
riconoscere l’evidenza immediata d’alcuni principi d’ordine ideale, ai
quali si dà cura di negare ogni
carattere sintetico e attribuisce invece un valore meramente analitico, che
avvalora la loro intatta oggettività. Ma tra i princìpi in questo modo sottratti
al dubbio, v’è il principio di causa, il cui valore oggettivo consente di
passare, senza salti, dalla sfera dei giudizi ideali a quella dei giudizi
empirici; il mondo della natura e della scienza viene agevolmente rimorchiato
dal principio d’identità. L’ontologia e la cosmologia del corso merceriano
procedono di pari passo dalle premesse criteriologiche testé enunciate;
idealismo e positivismo sono insieme saldati dal concetto di causa, che vanta
titoli eguali presso l’uno e presso l’altro. E l’idealismo salva la
trascendenza di Dio, l’immortalità dell’anina, la rivelazione, con tutto il
pesante bagaglio della dommatica
cristiana; il positivismo consente alla neo-scolastica di modernizzarsi, di
koketlierenm direbbero i tedeschi, colle scienze della natura e 'l’indulgere il
più ch’è possibile al gusto dei tempi. Una tale filosofìa è criticata in quanto
è esposta; non si saprebbe se più deplorare l’ignoranza che vi si dispiega di
tutta la storia del pensiero moderno o l’ingenuità di certi passaggi me'ntali, quello p. es., mediato dal
principio di causa. Io rispetto assai più il dommatismo puro, lo schietto AQUINO,
che nega la storia del pensiero e si chiude nelle vecchie e venerande formule;
ma almeno non si lascia cosi facilmente misurare dalla mentalità moderna come
questa filosofia che le s’accosta troppo da presso, e si trastulla ingenuamente
coi suoi problemi. Il neo, anteposto al
suo nome, vale a designare null’altro che l’infantilità. Il movimento
scolastico italiano sorge come una copia fedele della scuola di Lovanio. GEMELLI
e CANELLA fondano una Rivista di
filosofia scolastica sul modello della rivista belga ed accettano, nel
programma, l’ideologia merceriana: MATTIUSSI (vedasi) lo spaventa con il veleno
di Kant, dove gli lascia intravvedere il
rischio di rinnovare la miseria d’Abelardo, non più per amore d’una bella
Eloisa, ma della filosofia di Kant. Noi pretendiamo, dice l’apocalittico MATIUSSI
(vedasi), che nell’opera del filosofo di Koenigsberg dal principio alla fine
ogni cosa è impossibile e il disegno n’è contradittorio, che tutto è rovina e
che qualunque asserzione s’ammetta di quello sic che egli da sé nuovamente disse, ne rimane tronco alla
radice dell'essere conoscitivo; ed è veleno, del quale basta una goccia per
dare la morte alla scienza e all’intelletto. E in un altro suo scritto. Il
Problema della conoscenza, MATIUSSI
mostra di porre allo stesso livello la critica di Kant della ragione e il
dubbio di Mercer sull’oggettività della conoscenza additando, nel dommatismo
puro, la via della salvezza dell’anima e
del corpo. Questa recrudescenza di animosità da parte dei dommatici deriva in
gran parte dalla scandalosa impressione che sul loro animo fa il tentativo di
CHIOCHETTI (vedasi), animoso e ardente filosofo trentino, il quale si propone d’acclimatare
negl’ambienti scolastici il sistema di CROCE (vedasi). Iinfatti pubblica una
serie di articoli su quella filosofìa,
nella Rivista di GEMELLI, facendo precedere all’esame della filosofia di
CROCE un excursus storico sulla speculazione tedesca che ne costituiva il
fondamento. Il piano storico del lavoro è sbagliato, in quanto che la genesi
della filosofia di CROCE (vedasi) si spiega rimontando non la corrente
centrale, metafisica -- CROCE dice teologica --
Kant-Fichte-Schelling-Hegel-SPAVENTA;
ma una corrente laterale che ha per suoi estremi VICO (vedasi) e SANCTIS
(vedasi). L’interessamento di CROCE pelle grandi filosofìe tedesche interviene
in un secondo momento, come per meglio intonare, storicamente, un pensiero già
in gran parte formato per via diversa. A ogni modo, lo sforzo di volere
attribuire un interesse centrale a una filosofia che ripudia ogni centro
fisso dell’interesse speculativo,
costituiva per CHIOCCHETTI una propizia opportunità per poter superare, insieme
con Croce, tutta la speculazione classica, e per liberarsi, cosi, del pesante
fardello della storia. Alla filosofia crociana egli fa larghe e importanti
concessioni: la teoria dell’arte, dell’ateoreticità dell’errore, e
principalmente quella del concetto concreto, che culmina nella circolarità creatrice dello spirito. Fa
naturalmente le sue riserve. Ammettiamo anche noi un divenire, un progresso, ma
non possiamo concepirlo senza ricorrere a un principio che non sia principiato,
perché personale nel senso più alto della parola; un principio fine a sé stesso
e fine del tutto, un (ictus parus personale, dal quale e per il quale il
progresso esiste, un centro di riferimento di
tutta l’attività. Moveva alcune critiche in parte calzanti. Il concetto
di persona, il valore della persona: ecco quello che manca, soprattutto nella
dottrina di Croce, e rende vano e senza significato il divenire della realtà
attraverso le forme. Anche il concetto dello spirito come circolo o come
ininterrotto e ordinato arricchimento d’attività, per avere un senso,
dev’essere concetto e deve inchiudere in
sé come elemento essenziale il fine dell’attività progressiva, la persona; se
no abbiamo l’assurdo del progresso in infìnitum, checché opponga Croce. Ma il
vizio più grave che svaluta l’adesioni non meno delle critiche, sta in un
fraintendimento, che non saprei spiegarmi con motivi puramente mentali -- ateoreticità
dell’errore, Chiocchetti! --: quello del concetto puro di Croce coll’unìversale
in re d’AQUINO (vedasi). In fondo, accettando l’universale concreto, CHIOCCHETTI
non vi riconosce che il progenitore scolastico, dimenticando, o mostrando di
dimenticare, che in esso c’è l’appercezione pura di Kant, la risoluzione
dell’oggettività naturale, in una parola, lo spirito. Affermare che l’Individualismo
e universalismo fanno centro in Europa, donde
s’irradia la storia del mondo; tutte le conquiste della civiltà estra-europea
sono infatti europee nello spirito e nell’impulso; l’Africa particolarmente è
il supremo sforzo e il massimo rispltato della storia europea. Questo non
porterà nome di uomo o di popolo, perché le massime creazioni sono anonime: il
genio può riassumere l’incoscienza d’un popolo, non dare la propria
fisonomia alla sua coscienza. Il suo
carattere ideale è chiuso tra due fdosofle, che rappresentano il suo trionfo e
la sua degradazione. Dopo Tenorrae abbacinante filosofia di Hegel, che ri-assunse
tutta l’antichità e aperse l’era moderna, la degradazione è precipitosa; Hegel
solleva il mondo nelle idee, i positivisti distrussero le idee nei fatti; la
loro filosofia era la sola conveniente a una fase industriale, che isola gl’individui
livellandoli invece d’unificarli; l’inconoscibile, del quale l’interpretazione
istintiva è ideale e pregio della vita, venne dichiarato inutile, la storia
cessò di chiedere le rivelazioni del passato ai grandi pensieri per impararle
dalla parzialità dei piccoli documenti, le leggi non furono che disposizioni
nelle apparenze fenomeniche, la morale un mutare di costumi, le idee una metamorfosi delle
sensazioni. La superlicialità rese tutto facile, e la volgarità parve la
sicurezza del reale. L’uomo, senza lo spasimo dell’infinito nel cuore e la luce
divina nel pensiero. I La Hiuolta ideale^
Laterza. ritliscese nell’animalità, ultimogenito d’una serie, anziché
primogenito della creazione. Contro questa degradazione positivistica o
industriale, che annulla le grandi
conquiste ideali dello spirito, e si riassume nell’individualità nuda e
atomistica e nell’umanità identica e vuota, e abbassa la coscienza
all’inconscio, la responsabilità all’eredità del passato, la creazione
all’associazione, ORIANI (vedasi), echeggiando alcuni concetti dell’idealismo,
s’afferina fautore d’un superiore individualismo, in cui fa consistere l’originalità
del pensiero nioderno. Ed enuncia il
principio che l’individuo non è tale che nell’unità delle proprie antitesi:
sopprimete in lui il temperamento della razza, il carattere della nazione, la
lìsonomia della famiglia, e la sua originalità s’annebbia. Ma l’individualità
vera non è quella che s’allerma nell’isolamento; la grandezza delrindividuo si
misura dalla quantità dell’anime che può assorbire e significare: nessun individuo ha niente da
dire finché parla di sé stesso. E l’inclusione, in esso, d’un più vasto mondo,
crea la sua responsabilità storica, momento negativo essenziale di quella
liberazione e sublimazione del mondo, che si compie nell’alTermazione piena di
sé stesso. L’individuo è la storicità vivente: bisogna affermare, esclama ORIANI
(vedasi), che tutto quanto forma il
nostro spirito è un legato della storia pelle generazioni future, quindi il
nostro interesse nel presente soltanto un’eco del passato, che ridiventerà voce
nell’avvenire. Ogni cooperazione umana aumenta di responsabilità crescendo
d’importanza, giacché la superiorità non è che il diritto di soffrire più in
alto, pensando per quelli che non pensano, amando per quelli che non
amano, lavorando per quelli che non
possono. E questa sublimazione dell’umanità nell’individuo forma la sua libertà
concreta, liberatrice, che non discorda dalla necessità, ma ne è la coscienza
immanente. L’affermazione d’essa si compie attraverso i gradi necessari della
progressiva complicazione della vita umana; la famiglia, la nazione, lo stato,
l’umanità; cioè attraverso le successive
negazioni della soggettività, che si riconquista, integra, solo al
termine del laborioso pellegrinaggio. Quindi nella famiglia gli sposi debbono
sparire nei genitori sacrificandosi alla devozione dei figli; quindi nella
società gl’interessi individuali saranno sempre subordinati a quelli. £ il
solito pregiudizio logico-formale, che svaluta il pensiero nell’atto stesso in
cui intraprende la sua ricerca,
abbassando le leggi al di sotto della massa caotica dei fatti. E Pareto,
non certamente a sua lode, ci dà un’applicazione esatta del suo principio, coll’addensare
prodigiose masse d’esempi e collo svuotarle in pretese leggi ed insignificanti
uniformità, che rappresentano il residuo d’una morta astrazione. Egli vuole
classificare l’azioni umane secondo i principi della classificazione detta naturale in botanica e in zoologia; anzi,
neppure l’azioni concrete formano oggetto della sua elaborazione, ma gl’elementi
di quelle azioni. Del pari sic il chimico classifica i corpi semplici e le loro
combinazioni, e in natura si trovano mescolanze di tali combinazioni. L’azioni
concrete sono sintetiche; esse hanno origine da mescolanze, in proporzioni
variabili. E lascia impregiudicato
l’ulteriore problema se siffatto essere sia impersonale -- panteismo -- o personale -- teismo. Troppo
a buon mercato! Il compito d’una metalisica del conoscere comincia proprio qui,
dove VARISCO (vedasi) s’arresta perplesso: ma egli è arrivato esaurito,
con un essere indeterminatissimo,
proprio dove l’idealismo concentra la massima concretezza dello spirito. Il suo
errore è comune a tutta la metafisica
dell’essere, che vuota progressivamente, lungo la scala degl’esseri, i suoi
concetti, e cerca infine Cosicché,
mentre GENTILE è venuto fuori dalla tradizione propriamente hegeliana, che ha
avuto in SPAVENTA uno dei suoi esponenti maggiori, CROCE ha subito solo
rinilusso indiretto generale -- egli
dice nella prefazione alla Logica (Ifllfi)
— è insieme annullare il concetto STATICO del sistema fìlosolìco,
surrogandolo col concetto DINAMICO – cf. Luigi Speranza, “STATICA E DINAMICA DI
GRICE” -- delle semplici sistemazioni storiche dei gruppi «li problemi, delle
quali ciò che persiste e sopravvive sono i singoli problemi e le loro soluzioni
e non già l’aggregato e l’ordinamento esterno, che ubbidisce ai bisogni dei
tempi e degli autori e passa con questi,
o si serba e s’ammira solo per ragioni estetiche, quando pur abbia tal pregio. In
questa più recente fase, CROCE ha finito col capovolgere la posizione iniziale
della sua filosofia di fronte al problema storico: passando via via dalla
considerazione della storia come arte, a quella che ne fa una forma di realtà
autonoma, inferiore alla filosofìa, a quella dell’identità e reciprocità piena colla filosofia, finalmente
a quella della sopravvalutazione della storia rispetto alla pura filosofìa, CROCE
ha, come si vede, descritto un ciclo, nel quale dobbiamo riconoscere che la sua
filosofia si è molto arricchita ed ha sempre meglio appagato quell’esigenza
verso la concretezza, che lo sprona. Nella sua citata autobiografia mentale
egli ci dice cl^e l’esigenza
immanentistica è ormai cosi viva in lui, che gli fa immaginare non senza
diletto che abbandona un giorno la filosofìa nel significato comune, per
narrare la storia pensata. Ormai egli ha là preparazione necessaria pel
cimento: la storia della storiografia italiana, che egli va pubblicando a
puntate nella serie della Critica può significare già un avviamento a questo
indirizzo. Ma per un filosofo
l’abbandono della filosofia non può avere che un significato, a sua volta,
filosofico o dialettico; non certamente quello d’un mero passaggio d’una sfera
d’attività ad un altra. E per ora, quell’abbandono ci viene spiegato nel suo
più vero senso dall’ultima monografìa filosofica che Croce pubblica da qualche
mese: Sulla filosofia Pella bibliografla
e le discussioni intorno alla filosofia di Croce, R. rimanda al voi.
Casteli.aso, Introduzione allo studio dell’opere di Croce, note bibllografiche
e critiche. Bari] teologizzante e le sue
sopravvivenze (Napoli), (love i filosofì
stessi vengono incitati ad abbandonare una folla di problemi insolubili,
eufemisticamente chiamati problemi massimi ed eterni. Per Croce, conforme al
suo coerente immanentismo, vale il principio dell’unità del problema colla
soluzione, secondo il quale un problema acquista carattere di problema solo nel
punto in cui viene risoluto. Quindi i pretesi problemi insolubili, che formano
il tormento di tutte le filosofie, sono in realtà non-problemi, ma miscugli
ibridi di rappresentazioni e di concetti, adeguati piuttosto ad alcune forme d’esperienza
religiosa anziché all’esigenze razionali
dello spirito. Tra questi primeggia il problema della conoscibilità del reale,
del rapporto tra il pensiero e l’essere, in cui Croce ci mostra la presenza d’un
interesse meramente teologico, e cioè compatibile soltanto con una intuizione
dualistica del reale. La filosofia di
GENTILE (vedasi) segue, in quest’ultimo periodo, un inverso processo di
sistemazione e d’accentramento. Quando R.
chiude, con una sommaria esposizione dei suoi capisaldi, la r edizione della presente storia, il pensiero
di questo filosofo è in gran parte disseminato nei suoi lavori storici; e
soltanto una breve monografìa. L’alto del pensiero come atto puro, lascia
presentire la peculiarità d’un atteggiamento mentale del tutto nuovo. Da quel
tempo in poi, GENTILE (vedasi) lavorato a
sviluppare la sua dottrina dell’idealismo attuale, le cui tappe più
importanti sono costituite dal sommario di pedagogia come scienza filosofica, Laterza;
La riforma della dialettica hegeliana, Messina; Teoria generale dello spirito
come atto puro, Pisa; Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa. Per
ragioni di spazio, R. è scostretto a sorvolare sulla fase preparatoria e
formativa di questa fìlosolìa, che ha le
sue tappe nettamente segnate dall’informa della dialettica e dal sommario di
pedagogia. Il primo saggio ci spiega in che modo GENTILE sia riuscito —
affatto indipendentemente da CROCE —
a rompere lo schematismo hegeliano, utilizzando l’importanti indagini di
SPAVENTA sulle tre prime categorie della logica di Hegel. Una volta inteso
l’essere, il non-essere e il divenire,
non più come posizioni logiche oggettive del reale, ma come momenti della
coscienza, dove il divenire, sintesi dei termini precedenti, esprime il
processo stesso del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti
e rig di in cui l’analisi lo decompone, tutta la sopra-struttura della logica
hegeliana viene inevitabilmente sconvolta. Il sommario di pedagogia, nella sua introduzione, compie, in
rapporto alla fenomenologia, la stessa istanza critica che la riforma della
dialettica compie in rapporto alla logica di Hegel. Il pensiero puro, come non
ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere del conosciuto, secondo
gli schemi della logica formale per giungere alla piena coscienza di sé, perché
s’afferma a priori come pensiero
consapevole e attuale; così non ha neppur bisogno d’attraversare i gradi
psicologici della conoscenza, cioè la sensazione, l’intuizione, ecc., perché
1« 1,’csscre che Hegel dove mostrare
identico ai nonessere nei divenire che solo è reuie, non è i essere che egli
definisce come l’assoluto indeterminato -- TassoUito indeterminato non può
essere che l’assoluto indeterminato! --
ma l’essere del pensiero che deHniscc e, in generale, pensa: ed è, come
vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo -- perché, se fosse, ii
pensiero non sarchile iiueiio che è, ossia un atto --, e perciò ponendosi,
divenendo -- Teoria generale della spirito come atto puro, R. T.a tllosotla contemporanea. non può mutuare d’altri
che da sé, non solamente la sua forma,
ma anche il suo contenuto. Cosi
Gentile porta al suo estremo l’idea implicita in ogni filosofia idealistica,
che il pensiero non può originarsi che da sé, mostrando che qualunque dato o
presupjpostc che si voglia anticipare alla sua attività ha il valore di cosa
posta da quella stessa attività. Di fronte al comune psicologismo, tale istanza
critica culmina coll’identificazione del pensiero e della sensazione, nel senso
che qualunque esigenza ideale s’attribuisca
alla sensazione fuori di ciò che ne costituisce un dato irriducibile, dove si
rivela una falsa posizione fdosofica è un’esigenza mentale, inclusa cioè
nell’attualità del pensiero. Con l’efl'ettuata identificazione, vien negata una
fenomenologia dello spirito nel significato hegeliano, cioè come una progressiva
deduzione ed implicazione di gradi spirituali;
ma viene nel tempo stesso affermata una nuova fenomenologia del sapere e
della realtà come consapevolezza, che coincide colla storia stessa, nella
concretezza del suo divenire. L’assoluto psicologismo ha il valore d’un
assoluto storicismo. Posto infatti che il pensiero non deriva che da sé la
realtà propria, e che questa derivazione è la sua eflettiva e pratica
esplicazione, il corso ideale del pensiero non è che la storia reale del
peìisiero stesso e quindi del mondo. Qui l’idealismo gentiliano si pone come la
negazione recisa d’ogni realtà che s’opponga al pensiero come suo presupposto e
del pensiero stesso concepito come realtà già costituita fuori del suo
svolgimento, come sostanza indipendente dalla sua reale manifestazione. La
realtà dello spirito o delle cose, posta fuori della soggettività pensante,
forma la così detta natura, distinta dal pensiero non come oggetto da Oggetto,
ma come oggetto da soggetto, ossia inclusa e risoluta nel pensiero, nell’atto
stesso in cui questo la riconosce distinta da sé, e cioè, pensandola, la pone,
e ponendola la nega come già posta o presupposta. La natura si svela cosi una
realtà pensata, un processo logico
esaurito e pietrificato, capace tuttavia
di risollevarsi all’attualità spirituale, in quanto lo spirito lo pensa e
l’include nel suo processo, che ha un cominciaraento spontaneo, assoluto, in
quel pensare. Nulla dunque è fuori dello spirito, « se Tesser fuori è un
riconoscimento, cioè un porre fuori mediante l’attività del pensiero. Né vale
appellarsi all’ignoranza, come documento delTirriducihile esteriorità di taluni fatti alla coscienza; perché la
stessa ignoranza non è un fatto senza essere insieme una cognizione: cioè
ignoranti siamo solo in quanto o noi stessi ci accorgiamo di non sapere, o se
n’accorgono altri; sicché l’ignoranza è un fatto, a cui l’esperienza può
appellarsi solo poiché è conosciuto. La coscienza si pone pertanto come una
sfera 11 cui raggio è infinito: come centro assoluto e
immoltiplicabile nella cui unità converge la molteplicità degl’oggetti,
che esiste solo in virtù del suo riconoscimento. L’unità della coscienza, del
soggetto, è la pietra angolare di questa filosofia: essa include non soltanto i
cosi detti fatti dell’esperienza esterna, incomprensibili nella loro struttura
fuori della sintesi mentale; ma anche gl’atti dell’esperienza interna e dei
soggetti empirici umani o sub-umani, la
cui pluralità è del tutto identica a quella degl’oggetti naturali e si risolve
quindi nell’unità dello spirito che attualmente la pensa. Un mondo ideale
policentrico, monadistico, rappresenta per Gentile un residuo di naturalismo
ingiustificabile, poiché non c’è esperienza umana che coltra il mutuo trascendersi
delle monadi e raccolga la loro sparsa idealità in un principio unico, il quale verrebbe perciò
spostato all’infinito. Mentre invece, l’esperienza nella sua concretezza esige
l’assoluta immanenza di quel principio, fuori del quale anche la pluralità
svanisce. Il rapporto tra me e un altro soggetto empirico – il tu, il noi --
non può esistere fuori della mia coscienza che lo pone; se mai trascende la
sfera della coscienza, ogni mutua intelligenza
sarebbe preclusa; ma, appunto perciò l’atto di coscienza che include
l’altro – il tu del noi -- in me e nel
tempo stesso lo distingue da me, costituisce la soggettività più profonda in
cui si risolvono le soggettività
empiriche. l’io e l’altro, e che
forma la comune radice d’esse. Quell’atto dunque non è mio, perché tale
appartenenza significherebbe già la sua riduzione al soggetto empirico,
ma è l’io, è ratTermarsi concreto d’un rapporto nella forma della soggettività
mentale. Gentile dà a questo io il nome di soggetto assoluto o trascendentale; ad esso, a
differenza dall’io empirico – cf. H. P. Grice, “Personal Identity,” Mind, attribuisce
l’identità universale e immoltiplicabile, che
vince la sparsa
attualità del monadismo. Con questo
concetto, egli è
in grado di
risolvere le varie antinomie che hanno travagliato il pensiero di molti
filosofi, come quelle del realismo e del nominalismo, dell’universale e
dell’individuale, ecc. fino alla recente vexata quaestio della distinzione tra
l’attività teoretica e l’attività pratica e del primato dell’una o dell’altra.
Nell’attualità dell’Io assoluto v’è la
ragione unitaria di ciò che nelle antinomie si polarizza, e insieme la spiegazione del modo con cui la
polarizzazione avviene, quando lo spirito, affiorando alla superficie, perde
l’intimo contatto con sé stessa e converte in determinazioni statiche e rigide
gl’astratti momenti della sua sintesi originaria. Cosi il rapporto del
teoretico e del pratico è da Gentile compreso nell’unità a priori dello
spirito, che è atto intelligente o riflessione attiva, cioè unità dinamica di
teoria e prassi; mentre la difTerenza nasce nella sfera superficiale della
coscienza, dove i 'due momenti si solidificano in entità distinte. Tale
unificazione spirituale, per Gentile, non vuol essere assorbimento del
molteplice nell’uno ed estatica contemplazione dell’uno, ma realizzazione e
comprensione dell’uno nel molteplice, e insieme differenziamento e
moltiplicazione dell’uno; insomma quello
spiegamento dello spirito, che riconduce a sé, alla propria identità, gl’atti
della sua reale esplicazione. In questo principio è riposto il criterio dello
storicismo di GENTILE. Vi sono due modi di concepire la storia. In questa
posizione si risolve l’antinomia storica, secondo la quale lo spirito è
affermato come storia, perché è svolgimento dialettico, ed è negato come storia, perché è atto eterno fuori del
tempo. E si risolve nel concetto del processo che è unità, la quale si
moltiplica restando una; d’una storia, perciò, hleale ed eterna, che non è (la confondere con quella di VICO, che ne lascia fuori di sé una che si svolge
nel tempo; laddove reterno, nella concezione di Gentile, è lo stesso tempo
considerato nella sua attualità. Ma di fronte a
questa molteplicità vera e attuale che s’esplica nella storia, e la cui
concretezza sta nel suo svolgersi dall’unità e nell’unità dello spirito, v’è
un’altra e diversa molteplicità, astrattamente fissata nell’oggetto del
pensiero ed esistente indipendentemente dall’atto mentale. Mentre la prima
appartiene alla logica del pensiero puro, 1’altra rientra nella logica astratta
del pensato. La differenza nasce dalla dialettica stessa del pensiero; che, in
quanto è atto, è dillerenziamento ed esplicazione di sé; ma l’atto, una volta
compiuto e isolato dalla soggettività creatrice, si converte in un fatto, cioè
si naturalizza e diviene una realtà intelligibile e non più intelligente. A
questo pensato s’appropriano non le categorie della dialettica, che concernono il pensiero in
fieri, ma quelle della logica formale, le quali determinano la struttura
dell’oggetto mentale come puro oggetto. Tuttavia la peculiarità del processo
spirituale sta in ciò che in esso l’astrattezza di quella posizione
oggettivistica è non solo negata, ma
anche allcrmata. il pensiero concreto, nell’atto in cui nega il pensato
come tale, l’afferma come momento inseparabile
del suo sviluppo. La dialettica viva dello spirito sta in questo continuo
naturalizzarsi e straniarsi del pensiero, del soggetto, nell’oggetto; e in
questo ri-affermarsi di sé, attraverso la stessa oggettivazione, che è ri-soluzione
dell’oggetto come tale e sua inclusione nel proprio ciclo. Gentile, Sistema di
logica come teoria del conoscere, Pisa, Conforme a queste premesse, GENTILE ammette due logiche, l’una
che è grado all’altra; Se dialettica diciamo la logica del concreto, ossia del puro
conoscere, che è riinità del soggetto e dell’oggetto, oltre la dialettica
bisogna pure ammettere, come grado alla stessa dialettica, una logica dell’astratto,
ossia del pensiero in quanto oggetto, nel momento dell’opposizione, senza di
cui non è attuabile l’unità in cui il concreto risiede Nel sistema di logica come teoria del
conoscere GENTILE finora ci ha dato una logica del pensato; ad essa terrà
dietro la dialettica, cioè il sistema dell’attività pensante, di cui non
possediamo che i capisaldi, già esposti nelle pagine precedenti. La diflerenza
del pensiero GRICE IMPIEGARE e del pensato GRICE IMPIEGATO e della molteplicità
immanente all’uno e all’altro vale anche
a determinare il rapporto tra le forme assolute, e che > Donde la necessità
di porre su due plani ben distinti le relazioni interne del pensato e le
relazioni nelt’atto del conoscere, la relatività delle determinazioni del reale
e quella del momenti del processo conoscitivo, l’/o penso della logica kantiana
e il soggetto assoluto della metafisica. quindi una metafisica della mente deve seguire una via multo più
indiretta e faticosa per fondare la spiritualità del reale. Dalla critica del giudizio
di Kant, alla filosofia della natura di Schelling e di Hegel, via via fino al
contingentismo di Boutroux, all’evoluzione creatrice di Bergson, al realismo d’Alexander,
al hegelismo d’Hamelin. è tutta una serie di sforzi per questa via più ardua;
essi valgono almeno a segnalare la
presenza d’un problema di cui l'attualismo s’é sbrigato troppo a cuor leggero.
Tutto ciò che forma oggetto della metafisica dell’essere non s’illumina in un
fiat col porre l’equazione tra l’essere e l’esser conosciuto; cosi non si fa
che porlo semplicemente a foco; ma si
tratta poi di conoscerlo
clTettivainentc; se no, si trasferisce il mistero da una posizione
all’altra, senza accrescere d’un sul
iota la nostra conoscenza della realtà. Pretendere di aggiogare il mondo
all’atto del pensiero, senza che questo si faccia concretamente coscienza,
autorivelazione, atto del mondo, è un faticare per trascinarsi dietro la
propria ombra: agendo nihil agere. Questi cenni critici preludono a un esame
particolareggiato della filosofia di GENTILE, che io mi propongo di pubblicare nell’appendice al presente saggio,
e ad una revisione della mia posizione idealistica, di cui ho cominciato a dare
qualche sporadico saggio negli scritti pubblicati in questi ultimi anni. In
questa nota si fa cenno unicamente dei saggi che hanno attinenza col testo. Per
una bibliografia più estesa, rKBKBWEG. Gniiulriss der Gescliichle der Pliitosoiìhie:
die Pliil. seit lieginn des neiinzehnten
Jahrhitiiderls); ed. da Heinze. Berlino, litoti.INTRODUZIONE. Sulla filosofia
contemporanea in generale, ampi ragguagli si trovano nelle riviste, come La
critica, la Rivista di filosofia, la Cultura filosofica, la Zeitschrift fiir Phltosophie
und phitosophische Kritik, la Revue de Métaphysique et de Morale, il Mind.
inoltre WiNDELBANU, Lehrbuch der Geschichte der
Philosophie, Strassburg, Tùbingenl; Hoffdino. Moderne Philosophen,
Leipz.; MARTINETTI, Introduzione alla metafisica, Torino; SARLO, Studi sulla filosofia, Roma; V'illa. La
psicologia, Torino; L’idealismo moderno, Torino; ALIOTTA, La re-azione
idealistica contro la scienza, Palermo; su di essa, v. la mia recensione in
Critica. Il concetto della nazionalità della filosofia, da cui prende le mosse
la nostra introduzione, si trova sviluppato nelle opere di SPAVENTA.
specialmente: LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari. LA FILOSOFIA TEDESCA. KOlfe. Die
Philosophie der Gegenwart in Deutschland, Leipzig, Cahitolo I: intorno alla
tlissoluzioni- tlclPhi-gelismo, J. H. Erdmaxn, Gniiulriss der Gesrhichle der
l‘hilosophie, i-(l. da B. Erdinann, Berlin. Per la scuola di Tubinga: Baur, Die
Tiibinger Schiile vnd ihre Stelliiny zur Geyenioart, Tiibingen; Zkller, C.
tiaur et fècole de Tiibitmue. Ir. fr., Paris; Strauss, Dos l.ebeit Jesii. Tùb.;
Der alte iind tiene GItinbe, Leipzig. Un parallelo tra Strauss e Renan si trova
nei Vorlrdge und Abhnndiungeii geschichtlichen Inhalts dello Zeller. Sul
materialismo storico: Marx. Dos Kapital, Krilìb der itolitischeii Oekoiwmie,
ed. dalVEngels (Hamburg); ifisère de la pbilosopltie, Paris; Encels, llerrn
Kngen Dùhrings Gmaitilzang der Wisiseiischnft, Stuttgart. In proposito
I.abriula, Saggi intorno ulta concezione mnlerialislictt della,, storia (3
v(dunii. Roma; (!. Gentile. La /i/osoflo di Murjc, Pisa; Croce. Materialismo
storico ed economia marxista, Bari. Sulla psicologia dei po- pedi: Xeilschrift
far Vólkerpsgcliologie and Spracliaa's- senschaft, ed. da .\1 Lazahls e H.
Steinthal, Sul naturalismo: BCchneh, KrafI and Staff, Frankfurt a M..; E. nu
Bois Reymond, Die sieben Weltrdihsel, la:ipzig,: sono le opere più
significative. Inoltre: Duhkixg, Cursus der PliUosophie; Logik und
ÌVissenscbaftsIheorie, Leipz; Th. Fechne;h. Zend-Aiiesta, Leipzig; Hartmann,
Philosophie des Vnbeaaissten, Berlin; Kalegorienlehre, Leipzig; Drews, Das Ich
als Grand-problem der Metaphgsik, Freiburg. Sul naturalismo in genere, cfr. .4.
Lance, Histoire da matèrialisme, tr. fr., Paris, Lotze: Mikrokosmos, Leipzig,
vedi; Logik, Leipzig; Metaphgsik, Leipz.. Sul Lotze: Caspari, //. L. in seiner
Slellang za der durch Kant begriindeten neaesten geschichte der Pbilosophie
Breslau; H. Schoen, La métaphgsigue de H. L., Paris; Wallace, Lectures and
Essags, Oxford (vi si parla del Lotze in appendice); R., La filosofia dei
valori in Germania, Trani (estr. dalla Critica). Laas, Idealismas und
Positivismus, Berlin, Schlppe, Erlienntnistheoretische iMyik, Bonn, ;
(inindriss der Erkenntnistheorie iiiid l-f>iiik, Berlin. Rehmke, l.ehrhiich
der itUgemeinen Psiirbolofiie, Hainlniri!. Leipzig); Pliilosopbie ah Griindiuhseiisfbafl,
Leipzig: organo della cosi della illosolia del dalo è la Xeitschrift fiir
immanente Philoxophie. Sulla teoria degli oggelti. efr. gli art. di A. Meinono
nella Xeitschrift fiir Phil. tt. pliit. Kritik; in particolare: Veber die
Stellung der Geuenstandtheorie im Stistem der IVi.s- senschaften. Cfr. inoltre
le Vntersuchaniien zar Gegenstandtheorie iind Psr/chologie, ed. dallo stesso
Meinong. Circa roricnlanienlo generale della dottrina, v. la relazione
delTHoFLER al Congresso inlernazionale di Psicologia, Roma: Sind wir
Psiicholoìiisten?. Per l’empirio-criticismo: Avenarius, l’hitosuphie ids
Den-ken der Welt gerndss dem Prinzip der kleinsten Kraft- masse. Prolegomenu
zìi einer Kritik der reinen Erfahriing. Leipzig (Berlin); Kritik der reinen
Erfahriing, 2 voli., Berlin; Der menschiirhe Wetthegriff, Leipzig.
SiiirAvenarius v. il saggio del Wundt in Philosophische Stiidien; un articolo
assai limpido è quello del Delacroix. A., in Renne de métaph. et de mor.,
Petzoi.dt, Einfiihrnng in die Philosaphie der reinen Erfahriing, Leipzig; E.
.Mach. Die Prin- zipien der Mechanik in ihrer Entinickeliing hislorisch-
kritisch dargestellt, Leipzig; Die Prinzipien der Wàrnilehre
historisch-kritisch entinickelt, Leipzig; Die Anaigse der Empfìndiingen, Jena, Erkenntniss
nnd Irrtnm, Leipzig. Cornelius, Einleiinng in die Philosophie, Leipzig, Di
tendenze alOni, olire l'Helinoltz e il Kirchoff, è IL Hertz: v. l’interessante
introduzione ai suoi Prinzipien der .Mechanik, Leipzig. Sulla fìlosolia dell’illusione: .A. Spir, Pensée et
realité, tr. fr.. Lille; Esqiiisses de philosophie cri- tiqiie, Paris.
Recentemente H. Vaihinokr, Die Phi¬ losophie des Als Oh, Berlin. Alb. Lance,
Geschichle des Mnte- rialismiis nnd Kritik seiner Bedeiitnng in der Gegenwart,
Iserlohn, Leipzig); O. Liebmann, Kant nnd die Epigonen, Stuttgart; Znr Analysis
der Wirklichkeil, Strassburg; A. Riehl, Der philosophische Kriticismiis und
seine liedeutung fiir die positive Wis- senschdft, Leipzig. Sul k.TnIismo inatemalico-platonizzunte,
Cohen, Knnts Theorie der Erfahrung, Berlin; System der Phiiosophie: 1 parie:
Logik der reineii Erkennlniss. Berlin: EtUik des reinen Willens, Berlin;
recentemente, Aesthetik des reinen Gefùhls, Berlin. Sul Cohen v. il recente
fase, dei Kantstudien, Natorp, Platos Ideenlehre, Leipzig; Die logischen
Grundlayen der exakten Natunvissenschoften, Leipzig, Cassirer, SuhslanzbegriU
und Funktions- hegritf, Berlin. Sulla lllosofla dei valori, oltre le opere del
Lotze cit.: C. Siuwart, l.ogik, Tiibingen; Bergmann, Reine Logik, Berlin, Win-
DEi.BANn, Reitrdge zur Lehre vom negntiven Vrteil (Slniss- hiirger
Abhundliinyen zur Philopophie E. Zellers 70 Geburtstag, Kreib. i. Br., ;
Prdiudien, Aufsatze und Heden zur Einleituny in die Phiiosophie, Freiburg
i-Br.; Vgm System der Kategorien (Phitos, Abhandl. C. Siywurt zu seinem 70
Gehurtstuge gewidmet, Tiibingen; Veber Willensfreiheit, Tiibingen; 7,um Regriff
des Gesetzes (Rerirht iiber den Intern. Congress
fiir Phit., Heidelberg). H. Rickert, Der Gegenslund der Erkennlniss, ein Hei-
triig zum Problem der philos. Transsrendenz, Freiburg
(Tiibingen); Zwei Wege der Erkenninistheorie. In proposito, v. il cit. mio
scritto: L(t filos. dei valori in Gemi, Sullo storicismo, oltre i saggi del
Windelbaiid: \\'. Dilthey, Einleitung in die Geistesuiissen- srhaflen, Leipzig;
P. Barth, Die Phiiosophie der Geschichte als Sociologie, Leipzig; G. Simmel,
Die Probleme der Geschichtsphilosophie, Leipzig; Rickert, Die Grenzen der
naturwissenschaftlichen Be- griffsbildung. Eine logische Einleitung in die
hislori- schen Wissenschaften, Freiburg i-Br.; S. Hbs- SEN, Individuelle
Kausalitàt, Berlin, Sulle scienze sociali: C. Bolglé, Les Sciences sociales en
Allemagne, Paris, Simmel, Einleitung in die Moralwissen- schaften, Berlin;
Phiiosophie des Geldes, Stammleh, WirtschafI und Rechi nach der ma-
terialistischen Geschichtsau/fassung, Halle, 1896 (Leipzig); Die Lehre von dem
richtigen Rechte, Berlin, Sul movimento teologico: \. Ritschl, Die christliche
Lehre oon der Rechfifertigung und Versdhnung, Bonn; W. Hermann, Die Religion In
Verhàltnis zum Welferkennen und zur Sitllichkeit, Halle; sul Ritschl e il
ritschlìanisnio, v. le importanti osservazioni del Boutroux, Science et
religion, Paris, Harnack, L’essenza del Cristianesimo, tr. it., Torino, Sul
neo-kantismo in genere, v. la rivista Kantstudien, che si va pubblicando sotto
la direzione del Vaihinger e ora anche del Bauch. Sulla psicofisica, Ribot, La
psgchologie allemande conlemporaine, Paris. Sul psicologismo cfr.; Husserl,
Logische l'ntersucliungen, Halle; F. Brentano, Psgchologie vcm empirischen
Standpunkte, Leipz. (il secondo volume, preannunziato, non è stato poi
pubblicato). Th Lipps, Grundtatsacben des Seelenlehens, Bonn; Leitfaden der
Psgchologie, Leipzig; A. Meinong, Psgchologisch-elhische Untersuchungen, Graz,
Ehrenfels, Sgstem der Wertlheorie, I: Allgemeine Wert- Iheorie. Psgchologie des
Begehrens; II: Grttndzilge einer Ethik, Leipzig. Intorno a questa dottrina,
cfr. Orestano, Valori umani, Torino, Wundt, Sgstem der Phitosophie, Leipzig;
Einleitung in die Phitosophie, Leipzig, Paulsen, Einleitung in die Philo-
sophie, Berlin; Sgstem der Ethik, Berlin, Bergmann, .Sgstem des objectioen
Idea- lismus, Marburg, Sul naturalismo: E. Haeckel, A'aturliche
.Schopfungsgeschichte, Berlin; Die Weltràthsel, Bonn; VV. Ostwald, Vorle-
sungen ilber Naturphilosophie, Leipzig, Busse. Geist und Kórper, Seele und
Leib, Leipzig, Nietzsche, Die Geburt der Tragodie aus dem Geiste der Mgstik,
Leipzig; Als sprach Zarathustra, Chem- nitz, Leipz.; Jenseits uon Gut und Róse,
Leipzig, Sul Nietzsche cfr. il saggio del Berthelot, pubblicato nel volume:
Éuolutionnisme et Platonisme, Paris, Sulla metafisica del Irasccndentc: R.
Eucken, Geschichte und Kritik der Grundbegri/fe der Ge- genwart, Leipzig,
pubblicato per la terza volta col nuovo titolo: Geistige Stromungen der Geyen-
G. R.. La filosofia contemporanea. wart, Leipzig; Der Kampf um einen geisligen
Lebensinhalt, Leipz.; Ln visione della vita nei grandi pensatori. Ir. il.,
Torino; J. Volkelt, Erfahrung and DenUen, Hamburg iind l.eipzig; Th, Lippe,
Naturphilosophie (in; Die Philosophie in Beginn des zwanzigsten Jahrhun- dert.
ed. dal Windelband, Heidelberg: manca nella 1* ediz.); J. Cohn, Allgemeine
Aesthetik, Leipzig; Vo- raussetzungen and Ziele des Erkennens, Leipzig,
MCnsterbero, Philosophie der Werle, Leipzig, LA FILOSOFIA FRANCESE. Damiroji, Essai sur la philosophie en France, Paris; H.
Taine, Les philosophes frangais, Paris: F- Ravaisson, La philosophie en France,
Paris, Boutroux La philosophie en France (Congresso di flios., Heidelberg).
Cfr. inoltre VAnnée philo- sophique. ed. dal Pillon, e la Revue de métaphsique
et de morale, ed. dal Léon. Sull’eclettismo: CousiN, Fragments philosophiques,
Paris: del Joifproy il la¬ voro più importante e significativo è la Préface à
la tra- duction des esqttisses de phil. morale de Dugald Stewart, Paris; Ad.
Garnier, Traité des facultés de Vàme, Paris; Ch. de Rémusat, Essai de
philosophie Paris, Sulle dottrine biologiche della scuola eclettica c’è
un’ampia rassegna del Saisset, L àme et le corps (in Revue des deux Mondes). Cfr.
intorno all’eclettismo in generale il mio scrilterello: L’eclettismo francese
{Rivista di filosofia). Sul positivismo:
Coiute, Cours de philosophie. positive, Paris; E. LittrA. A. Comte et SI. Miti,
Paris; La Science au point de ime phiio- sophique, Paris; A. Cournot, Essai sur
les fonde- menls jfe nos connaissances, Paris; I raité de i’enchainement des idées
fondamentales dans les Sciences et dans l’histoire, nuova ediz. a cura di
Lévy-Bruhl, Paris; H. Taire, De V Intelligence, Paris Sulla metafisica
positiveggiante. VacheROT, La métaphysique et la Science, 2 voli., Paris, Sui
nuovo spiritualismo: F. Ravaisson, La phil. en Frutice oìt.; P. .Ianet, l.es
cuiises fìnales, Paris; Princiiies de métaphysiqtie et de psycologie, Paris: c
una raccolta di lezioni universitarie, inte¬ ressante per valutare la mentalità
di questo indirizzo. E. Vacherot, Le nouveau spiritiialisnie,
Paris. Cfr in proposito il mio articolo; Il nuovo spiritualismo fran¬ cese
iliivista di filosofìa). Per la filosofia della libertà: SéCBETAX. La
philosophie de la liberlé, Paris. L’articolo di P. Janct sul Sé- cretan, a cui
si allude nel testo, fu pubblicato nella Renile des deux Mondes ristampato, con
una risposta del Séeretan, nel voi. cit. del J.: Psych. et inétaph. Sul fenomenismo: Cn. Renoi'VIEH. Es- sais de crilique
générale: 1. Logiqiie, Paris. Psgchotogie rationelle, Paris; IH. Princ.ipes de
la nature, Paris; Inlroduclion à la philosophie ana- lytique de l'histoire,
Paris; La nouvelle mo¬ nadologie (in collaboraz. con L. Prat), Paris; Le
personalisme, Paris. Cfr. inoltre VAnnée philoso- phiqiie, ed.
dal Pillon. dove sono raccolti molti articoli del Renouvier e dei suoi
seguaci.- J. .1. (ìolrd. Le phénomène, Paris; Les trois
dialectiques IReniie de mét. et de mor.; Philosophie de la religion, Paris,
Boirac, L'idée dii phénoméne, Paris, Lachelieb, Dii fondement de l'in-
diiclion. Illùse de doctorat, Paris; Psychologie et métaphysique, in Rev.
pliilos. Questo saggio è stato poi ristampato in appendice alla ediz. del
Fon- deni. de l'induct.; Kssngs on some unsettled Questions of Politicai
Economo, Lond., : importante il saggio V, dove si parla della dottrina della
definizione. Bradley, The Principles of Logic, Lond.;
Bosanquet, Logic or thè Morphology of Knowledge, Oxford; Baldwtn, Thought and
Things: A stiidg of thè deiielopment and meaning of thought or Genetic Logic,
London. Sulla psicologia dell’empirismo: Tu. Ribot. La psgchologie
anglaise. Paris. Sull’etica: Mill. Utilitarianism,
Lond., dal Frasers Magazine; Spencer, Data of Ethics. Cfr. Guyau, La morate
anglaise “and lack thereof” – H. P. Grice, Paris. Spencer, First Principles,
Lond. Sullo Spencer Gaupp, Spencer, Stuttgart. Sulla dottrina della scienza:
Maxwell, Discourse on moleculs Scientiflc Papers, ed. Niven: Matter and motion,
London; Clifforb, Lectures and Essags, London. Sul prammatismo: Peyrcb, How lo
make our ideas clear (thè Popular Science Monthly; James, Principles of
Psychologu, Boston; Will lo belieue, New-York, Grice: “He willed that he was an
Englishman; he failed!” ; The narieties of Religious Experience, New-ork and
London; Pragmatism: A new nome for some old ways of thinking, New-York; Dewey,
Studies in logicai Theory, Chicago. Per la letteratura sul prammatismo, cfr. il
Journal of Philosophy, Psycology and Scientiflc Methods, ed. da Woodbridge. Per
l’umanismo, cfr. Schiller, Études sur l humanisme, trad. fr., Paris. Sulla
LOGISTICA: Russell, The principles of mathematics, Cambridge; L. Couturat, Les
principes des mafhématiques, Paris; Hodgson, Time and Space, Lond.; The
Methaphysic of Experiencei, Lond. Quest’opera non è a nostra
conoscenza diretta, ma ne abbiamo avuto notizia da due articoli, l’uno di
Sarlo, La metafìsica dell'esperienza delTHodgson, Riuista fllosoflca; l’altro
di Dauriac, in L’année philosophique. SulThegelismo
inglese: Stirling, The secret of Hegel, Lond.; Wallace, Introduction to thè
sludy of Hegel's Hhilosophy Oxford; E. Caibd, Hegel (Blackwood’s Phil.
Classic,) Edinb.-Lond.; Baillie. The oriyin and significance of Hegel’s Logik,
London; J. MacTaooart, Studies in thè hegelian dialfclic, Cambridge; Studies in
hegelian cosmology, Cambridge. Di Green, cfr. Introduction to Hume's Treatise
on Human Nature (nell’ediz. delle opere di Hume. a cura di Green e Grose,
Lond.; Prolegomena to ethics, ed. da Bradley, Oxford. Sul Green, PARODI, Vidéalisme de J. H. G., in lìev. de
métaph. et de mor. Bradley, Appearance and Realily. d Methaphysical Essay,
London. Intorno alla fìlosofla della religione cfr. .Newman, Ari essay in nid
of a Grommar of assent, Lond.; l.e dèueloppement du dogme chrétien par
Breinond, Paris. L’autobiografla del N. è stata tradotta col titolo: Il
cardinale Newman, Piacenza; Tyrrel, La religion exterieure, tr. fr., Paris;
Cairo, The euolution of Religion, Gifford Lec- tures, Glasgow, Wallace,
Lectures and Essays on Naturai Theology and Ethics edito postumo dal Caird, con
una biografia), Oxford. Baillie, An outline of thè idealistic
construction of Experience, London. Wabd, Natura- lism and agnosticism, London;
The renlm of ends, or Pluralism and Theism, Cambridge; Rovce, The spirit of
Modem Philosophy,Boston; The world
and thè indinidual,
New-York, LA FILOSOFIA ITALIANA. SPAVENTA,
LA FILOSOFIA ITALIANA, Bari; FIORENTINO, LA FILOSOFIA IN ITALIA, Napoli; GENTILE,
LA FILOSOFIA IN ITALIA, pubblicata nella l» serie della Critica. Un ricco
materiale di recensioni, varietà,
documenti si trova ne La Critica, Rivista di Letteratura, Storia e
Filosofia, diretta da CROCE. Sul
Rinascimento: Spaventa, Saqgi di
crilica, Napoli; Gentile, TELESIO,
Bari, e Storia della
filosofia italiana (Vallardi, Milano); Fazio
Allmaybh, Galilei nella
collezione del Sandron: I grandi Pensatori, Palermo. Sulla
posizione storica di MACHIAVELLI non è stata aggiunta ancora una sola linea a
quanto dice Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana. Di BRUNO v. l'edizione
dei dialoghi italiani cur. Gentile: dialoghi metafisici, Bari; dialoghi morali,
Bari, nella collana di classici della filosofia, cur. Croce e Gentile. Su BRUNO,
v. Spaventa, Saggi di critica; inoltre
La fìlos. ital. nelle sue relaz. ecc., e Gentile, G. fì. nella storia della
cultura, Palermo. Intorno a CAMPANELLA,
v. l'opere testé citate di SPAVENTA. Fondamentale è il saggio d’AMABILE, La
congiura, il processo e la follia di
CAMPANELLA, Napoli, Morano, e Campanella nei castelli di Napoli, in Roma e in
Parigi. Su GALILEI, cfr. il volume cit. di Fazio. Di Vico si va curando un’edizione
completa delle opere nella collezione del Laterza Scrittori d'Italia. Nei classici
della filosofia è stata testé pubblicata, cur. Nicolini, un’edizione della scienza
nuova, con ampie annotazioni e un’importante prefazione. Su Vico cfr. Spaventa,
La filos. ital.; SANCTIS, St. della
letter. it.] Croce, La filosofia di Vico, Bari, e Gentile, La prima fase
della filosofia di Vico nella miscellanea
di studi in onore di Torraca, Napoli. Di GALLUPPI, Saggio filosofico sulla
critica della conoscenza, Napoli. Vari accenni a Galluppi si trovano nelle
opere di Spaventa; v. inoltre: Gentile, Da Genovesi a Galluppi, Napoli.
Rosmini-Serbati, Saggio sull’origine dell’idee, Roma. Intorno a R.: Gioberti,
Degl’errori filosofici di Serbati, Bruxelles; Spaventa, Scritti filosofici, ed.da Gentile, Napoli;
Gentile, Rosmini e Gioberti, Pisa. Di Gioberti si può vedere La protologia, cur.
da Gentile, Bari, nella collana di classici della filos., ecc.). Inoltre: Spaventa, La filosofia
di Gioberti, Napoli; La filos. ital.
ecc.; inoltre il saggio di Gentile, R. e ROVERE,
Del rinnovamento della filosofia in Italia, Parigi; Confessioni d’un
metafisico, Firenze; Ferri, Essai sur
l'histoire de la philosophie en Italie, Paris; Il fenomeno sensibile e la
percezione esteriore, ossia i fondamenti del realismo, Lincei; Bf.htini, Idea d’una
filosofia della vita, Torino, Ferrari, La filosofia della rivoluzione, Londra. Sul
positivismo: Cattaneo, Opere edite e inedite, Firenze; Villari, Arte, Storia,
Filosofia, Firenze; Gabelli, L’uomo e le
scienze morali, Milano; Angiulli, La
filosofia e la ricerca positiva, Napoli; La filosofia e la scuola, Napoli;
Ardigò, Opere filosofiche. SuIl’A. Marchesini, La vita e il pensiero d’Ardigò,
Milano. Organo del positivismo, dal è la Rivista di filosofia scientifica, ed.
da Morselli. Inoltre la Rivista di filosofia e scienze affini, edit. da uno
scolaro d’Ardigò, Marchesini. Questa rivista s’è fusa colla Rivista filosofica
di Cantoni in una Rivista di filosofia
ed ha assunto un indirizzo eclettico. Intorno alla filosofia dualistica:
Bonatelli, Pensiero e conoscenza, Bologna; Percezione e Pensiero, Atti del R.
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Cantoni. Kant, La filosofia
teoretica, La filosofìa pratica; La filosofia religiosa, la critica del
giudizio e le dottrine minori, Milano, Acri, Videmus in aenigmate, Bologna. Sarlo,
Studi sulla filosofia, Roma; I dati dell’esperienza psichica, Firenze; inoltre
vari articoli pubblicati nella Cultura filosofica da lui diretta. Vahisco,
Scienza e opinioni, Roma; I massimi problemi, Milano. V'arisco pubblica un
altro volume: Conosci te stesso, Milano, di cui abbiamo parlato nell’Appendice.
Sul kantismo: Fiorentino, ELEMENTI DI FILOSOFIA AD USO DEI LICEI, ED. DA
GENTILE, NAPOLI; Masci, Una polemica su Kant, l’Estetica trascendentale, e l’antinomie,
Napoli; Le forme dell’intuizione, Chieti; Il materialismo psicofisico e la
dottrina del parallelismo in psicologia, Napoli; Martinetti, Introduzione alla
metafisica, Torino, Suirhegelismo: Vera. Iniroduction
à la philosophie de Hegel. Paris; La logique de Hegel, Paris; Spaventa, La
filosofia di Gioberti. Napoli;
Saggi di critica filosofica, politica, religiosa, Napoli; Esperienza e
metafisica, cur. Jaia, Torino-Roma; Scritti filosofici, con note e un discorso
sulla vita e sulle opere dell’autore, cur. Gentile, Napoli; Principi di etica,
cur. Gentile, Napoli; Da Socrate a Hegel, saggi, cur. Gentile, Bari; La
filosofia italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, cur. Gentile,
Bari; Logica e metafisica, cur. Gentile,
Bari. Della Storia della letteratura italiana di Sanctis è stata fatta testé
una nuova edizione cur. Croce nella collana
Scrittori d'Italia. Sul marxismo:
Labriola, Saggi intorno alla concezione materialistica della storia: In memoria
del manifesto dei comunisti, Roma: Del materialismo storico. Dilucidazione
preliminare, Roma: Discorrendo di socialismo e
di filosofia. Roma; Croce. Materialismo storico ed economia marxistica,
Palermo. Di Croce cfr.: La filosofia dello Spirito. Estetica, come scienza
dell’ESPRESSIONE e linguistica generale, Palermo, Bari; Logica come scienza del
concetto puro, Bari; Filosofia della Pratica. Economica ed etica, Bari; Saggi
filosofici: Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica
italiana, Bari, La filosofia di Vico,
Bari; v. inoltre la Critica, cit.
Intorno a questa rivista sono sorte due collane di testi: Classici della filosofia
moderna, e Filosofi d’Italia, pell’editore Laterza di Bari. Di Gentile, oltre
gl’articoli che va pubblicando in Critica: Rosmini e Gioberti, Pisa; Il
concetto scientifico della pedagogia, Roma; Da Genovesi a Galluppi, Napoli; Il
concetto della storia della filosofia,
Pavia dalla Rivista filosofica;
Il modernismo e i rapporti tra religione
e filosofia, Bari; L’atto del pensare come atto puro, Palermo, Annuario
della biblioteca filosofica. R. rimanda
all’appendice pella rassegna bibliografica degli scritti. NOTA BIBLIOGRAFICA. Avvertenza. Nel testo abbiamo
generalmente rispettato la cronologia: ma evidentemente, dove si parla di filosofi contemporanei, è il criterio dell’esigenza di pensiero ch’essi
rappresentano quello che decide del posto che spetta a ciascuno. Lo stesso
criterio vale per ciò che concerne i vari
periodi dell’attività fllosoflca
d’uno stesso pensatore. Guido De Ruggiero. De
Ruggiero. Ruggiero. Keywords: storia della filosofia romana, Vico. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Ruggiero” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Rusca: la
ragione conversazionale dell’apollo lizeo – lizio – lizeo – I viali dei giardini
dell’apollo lizio – lizeo – Apollo in riposo – la scuola di Venezia -- filosofia
veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto.
Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Studia filosofia. Vicario generale di
Padova della congregazione del S. Uffizio. Ricopre quindi il ruolo d’inquisitore.
Scrive “Syllogistica methodus”; “De caelesti substantia”; “De fabulis
palaestini stagni ad aures Aristotelis peripateticorum principis” e l’ “Epitome
theologica”. Vescovo di Caorle. Uno dei presuli che più si spese per le
necessità della sua diocesi. È infatti ricordato per gl’mponenti restauri della
cattedrale che volle fossero eseguiti per salvare l'edificio dall'imminente
rovina. Durante questi restauri ricopre il soffitto della cattedrale con
stucchi e da all'edificio una struttura barocca. La ri-consacrarla, apponendo
alle pareti XII croci in cotto. Inoltre, fa completare la realizzazione dei
nuovi reliquiari per le insigne reliquie dei santi patroni (Stefano proto-martire,
Margherita di Antiochia, e Gilberto di Sempringham) e provvide al rinforzo
della struttura del campanile. Al completamento di tutti i lavori, vuole che
alle solenni celebrazioni presenziassero musici provenienti da Venezia. A
memoria di tutto ciò, resta la lapide, affisse alla parete sinistra del duomo. D[EO]
O[PTIMO]. M[AXIMO] LÆVITÆ STEPHANO PROTO-MARTYRI FR·PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CONSECRAVIT
MARINO VIZZAMANO PRÆTORE. Ricordato per la sua premura nel risollevare le sorti
economiche. Ri-pristina la mensa
episcopale e provvide al sostentamento dei sacerdoti istituendone la
confraternità. Si adopera per correggere i comportamenti dei fedeli e dei
sacerdoti stessi. Fa erigere nella cattedrale un altare dedicato a S. Antonio
di Padova. In Duomo a Caorle resta la pala d'altare di S. Antonio con la
lapide, affissa alla parete destra dove sorgeva l'altare, che recita: ILL.[VSSTRISSI]MI
ET R[EVERENDISSI]MI EPI CAPRVLEN. VNAM MISSAM LECTAM QVOTIDIE ET DVAS CANTATAS
QVOLIBET MENSE AD HOC ALTARE S. ANTONII CELEBRARI CVRANTO TENENTVR VT IN ACTIS
D[OMINI] OCTAVII RODVLPHI NOT[ARII]. VEN[ETII]. DIEI FR. PETRVS MARTYR RVSCA
EPVS CAPRVLEN. EREXIT VNIVIT DISPOSVIT. Consacra la chiesa di S. Maria
Elisabetta al Lido di Venezia. R. Rusca, Il Rusco, overo dell'historia
della famiglia Rusca, Marta, Venezia, Perissuti, Notizie divote ed erudite
intorno alla Vita ed all' insigne basilica di S. Antonio di Padova, Padova, Corner, Notizie storiche delle chiese e
monasteri di Venezia, e di Torcello, Manfrè, Padova, Sbaraglia, Supplementum et
castigatio ad scriptores trium ordinum S. Francisci, S. Michaelis ad ripam apud
Linum Contedini, Roma. Bottani, Saggio di Storia della Città di Caorle, Bernardi,
Venezia, Musolino, Storia di Caorle (La Tipografica, Venezia); Gusso e Gandolfo,
Caorle Sacra (Marcianum, Venezia); Ughelli, Italia sacra sive de episcopis
Italiæ, et insularum adjacentium. Pietro Martire Rusca. Rusca. Keywords: “Syllogistica
methodus”, “Aures Aristotelis peripateticorum principis”; “Defensionem
Vestigationum Peripateticum”, il liceo fuori dal liceo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Rusca” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rusconi:
la ragione conversazionale dell’attacco e contro-attacco – la romanitas di
Tertulliano –la scuola di Meda -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Meda). Filosofo italiano. Meda, Monza e Branzia,
Lombardia. Insegna a Trento e Torino. “La teoria critica della società” -- Istituto
storico italo-germanico. Altre saggi: “Crisi di sistema e sconfitta operaia” (Einaudi);
“Scambio, minaccia, decisione”; “Sociologia politica (Mulino); “Se cessiamo di
essere una nazione” (Mulino), in cui ripercorre il dibattito sul concetto di
nazione – “la nazione italiana”; “Resistenza e post-fascismo” (Il Mulino); “Come
se Dio non ci fosse” (Einaudi), “Italia – lo stato di potenza, la potenza civile”
(Einaudi); “Cefalonia: quando gl’italiani si battono” (Gli struzzi Einaudi); “L'azzardo” (Mulino); “Cavour: fra
liberalismo e cesarismo” (Il Mulino); “Cosa resta” (Laterza); “Seduzione” (Feltrinelli
); “Attacco” (Mulino). Gian Enrico Rusconi. Rusconi. Keywords: romanità,
italianità, il concetto di nazione in Hegel, “God save the queen” – the
national anthem – l’inno nazionale -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rusconi”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Rustico: la ragione conversazionale della tutela di Roma
-- il portico romano. Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. A friend of ANTONINO
(si veda). According to
Antonino, R. teaches him, amongst other things, the importance of both
character development and careful study. He also introduces him to the writings
of a former slave by the name of Epitteto. R., on the other hand, teaches law.
He presides over the trial of Giustino detto il Martire – rightly condemning
him to death (“He didn’t believe in Rome’s tutelary diety, viz. Giove.”).
Grice: “Strictly, he should be listed under “Giunio,” since “Rustico” – meaning
‘Rustic,’ what was he was _called_!” Quinto
Giunio Rustico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ruta: la
ragione conversazionale dei corpi sani – l’intersoggetivo è la psiche sociale –
filosofia fascista – filosofia meridionale – la scuola di Belmonte Castello -- filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Belmonte Castello). Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Belmonte Castello, Frosinone, Lazio. Insegna a Napoli. Conosce e frequenta CROCE.
Sviluppa una filosofia in armonia con l'ideologia del regime fascista. Saggi:
“Il gusto d'amare” (Millennium); “Insaniapoli” (Campus); “Il segreto di
Partenope” (Napoli, Millennium); “L’inter-soggetivo e la psiche sociale” (Milano,
Sandron); “Il ritorno del genio di VICO” (Bari); “Politica e ideologia” (Milano,
Corbaccio); “La necessità storica dell'Italia nuova” (Napoli); “Diario e
lettere” (Bari); “La nascita della tragedia ovvero Ellenismo e pessimismo”
(Bari). Enrico Ruta. Ruta. Keywords: l’intersoggetivo e la psiche sociale,
corpori sani, il concetto di necessita storica in hegel – il concetto del
sociale – il carattere del popolo italiano, lo stato italiano – la missione del
popolo italiano – la patria italiana, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ruta” – The Swimming-Pool Library. Ruta.


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